giovedì 17 agosto 2017

Il castello di venerdì 18 agosto





BOLZANO – Castel Firmiano
Tra le più antiche fortezze dell’Alto Adige, con le sue mura larghe fino a cinque metri, Castel Firmiano rappresenta uno dei primi esempi di architettura difensiva. Situato su un’altura di roccia porfirica nella periferia sudoccidentale di Bolzano sulla destra dell'Adige, il castello viene menzionato per la prima volta con il nome "Formicaria" (successivamente "Formigar") nel 945 ca. L'imperatore Corrado II nel 1027 affidò il castello al vescovo di Trento. Nel XII secolo venne invece affidato a dei ministeriali che da questo momento si chiamarono Firmian. I gastaldi ovvero i burgravi del castello sono menzionati dal 1144. Da allora sono attestate diverse famiglie di status ministeriali che si riconducono a Firmian. Si tratta dei casati degli Estrich, dei Hahn ("Gallus"), dei Häring, dei Kastraun, dei Ripp e degli Zungel, tutti del XIII secolo. La cappella, posta sul punto più alto del maniero, è dedicata a San Biagio e a San Ulrico, il vescovo di Augusta, sembra essere addirittura antecedente alla struttura di fortificazione, nella quale fu poi inglobata. La leggenda narra che il santo vescovo dell'età carolingia, sia stato di passaggio nel primo X secolo per il territorio di Bolzano. Attorno al 1473 il principe del Tirolo, Sigismondo d’Austria, acquistò il maniero che venne trasformato in una fortezza e lo ribattezzò in Sigmundskron ("corona di Sigismondo"), nome attestato nel 1474 quale «slosz Sigmundskron». Le due ali del castello sono visibilmente separate da una formazione rocciosa, una barriera naturale che non si incontra molto spesso. Il duca Sigismondo fece impreziosire il castello anche da decorazioni cesellate. Le diverse dimensioni delle feritoie sono innovative rispetto allo stile dell’epoca. Dell'antico castello Formigar non sono rimaste che poche tracce e la maggior parte dei residui si trova nel punto più alto della struttura, occupata dalla cappella. A causa di difficoltà finanziarie Sigismondo dovette presto pignorare il castello che comunque da quel periodo possedette un suo Burgfrieden, ovvero un suo distretto giudiziale soggetto al Landgericht Gries-Bozen, il giudizio territoriale di Gries-Bolzano. Dal XVII secolo il complesso incominciò ad andare sempre più in rovina. Alla fine del XVIII secolo il castello appartenne ai conti Wolkenstein, dal 1807 al 1870 ai conti di Sarentino, poi fino al 1994 ai conti Toggenburg. Il castello è un importante simbolo dell'autonomia altoatesina: nel 1957 si tenne proprio qui la più grande manifestazione di protesta nella storia dell'Alto Adige, guidata da Silvius Magnago. Più di 30.000 altoatesini si riunirono nel complesso per protestare contro la non osservanza dell'Accordo di Parigi del 1946 e per chiedere un'effettiva autonomia provinciale per l'Alto Adige, slegata dal Veto regionale imposto dal Trentino (con il famoso motto Los von Trient, ovvero "Via da Trento"). Nel 1976 le rovine della fortificazione vennero in parte restaurate da una famiglia albergatrice che vi aprì un ristorante. Nel 1996 il castello divenne proprietà della Provincia autonoma di Bolzano. Nella primavera del 2003, dopo non poche polemiche, Reinhold Messner ottenne la concessione per la realizzazione del suo museo della montagna da tempo prospettato. Durante i lavori di restauro, nel marzo 2006, venne scoperta una tomba del neolitico, nella quale vennero ritrovati resti dello scheletro di una donna. Al momento si stima che l'età della tomba oscilli tra i 6.000 e i 7.000 anni. Per "Castel Firmiano" s'intende anche la zona attorno alla rocca sulla quale è situata il castello ed in lingua tedesca per Sigmundskron viene designato anche il territorio oltre all'Adige sottostante chiamato in italiano "Ponte Adige". Il nome italiano di Castel Firmiano venne in forma strettamente monolingue reintrodotto da Ettore Tolomei, per motivi dichiaratamente politici, con il suo Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige che puntò all'italianizzazione totale del territorio. Fino all'annessione del Tirolo meridionale all'Italia nel 1919 alcuni contadini d'origine trentina che abitavano la zona designavano il castello con il nome di Sibizzicróm (storpiatura di Sigmundskron), considerato dal geografo troppo "barbaro" e quindi sostituito. Oggi tuttavia anche Reinhold Messner ha dato il nome "Firmian" al suo museo e con lo stesso nome viene chiamato il nuovo quartiere bolzanino non molto distante. Il Messner Mountain Museum, grazie a un importante intervento architettonico sensibile al contesto storico operato dall'architetto Werner Tscholl nel 2007, è la sede principale dei cinque musei tematici sparsi nelle Alpi centro-orientali. Specializzato nel recupero di edifici storici, Tscholl ha concepito il restauro come intervento conservatore del preesistente. A Castel Firmiano la sfida particolare consisteva nel tutelare la sostanza storica e nell'intervenire in modo tale da permettere, in qualsiasi momento, il ripristino dello stato originale. I nuovi elementi architettonici si collocano in secondo piano e non costituiscono altro che un palcoscenico per la sostanza preesistente. Le coperture in vetro delle torri, ad esempio, non sono visibili dall'esterno, così come non lo sono tubature e cavi elettrici. Tscholl ha utilizzato esclusivamente acciaio, vetro e ferro, materiali moderni ma senza tempo. Il Weißer Turm ("torre bianca") del castello è allestito come piccolo museo di storia contemporanea, mentre negli ampi spazi dell'area museale che supera i 1.100 metri quadrati, il tema di fondo è l'uomo e la montagna con numerosi vari oggetti provenienti da tutto il mondo che simboleggiano il punto d'incontro dell'uomo con la montagna. Nel castello è stata realizzata anche un'arena capace di ospitare conferenze, mostre e concerti. Dal castello è inoltre possibile godere di un ampio panorama sulla conca bolzanina verso nord. Per evitare problemi di traffico nella zona è stato creato un parcheggio nei pressi dell'uscita autostradale e della superstrada Merano-Bolzano dal quale viene effettuato un servizio shuttle. Altri link suggeriti: http://www.weinstrasse.com/it/video/il-messner-mountain-museum-firmian-presso-bolzano/, https://www.youtube.com/watch?v=nkrx7UgARa4 (video di “CiSonoStato VideoViaggi”), https://www.youtube.com/watch?v=7ZtBVNmDVwk (video con drone di Flugbild Sudtirol).

Foto: la prima è presa da https://www.sentres.com/it/castel-firmiano-sigmundskron, la seconda è presa da http://www.domusweb.it/en/architecture/2009/11/04/werner-tscholl-castel-firmiano-bolzano.html, infine la terza è una cartolina della mia collezione


mercoledì 16 agosto 2017

Il castello di giovedì 17 agosto




MONTE SANT’ANGELO (FG) – Castello Normanno-Svevo-Angioino-Aragonese

Poco lontano dalla Basilica, si erge la mole gigantesca ed irregolare del Castello, dai cui spalti la vista spazia dal Gargano sino al Golfo di Manfredonia, al Tavoliere, alle Murge. Situata nella parte alta del paese, la fortezza risale alla prima metà del IX secolo, quando Orso I, vescovo di Benevento e Siponto, fece edificare, tra l'837 e l'838, un castrum bizantino, contribuendo così al venire ad esistenza del castellum de Monte Gargano. In seguito, con l’avvento dei Normanni, la costruzione fu dimora dei principi dell'Honor Montis Sancti Angeli: fu di Rainulfo (conte di Aversa) e poi di Roberto il Guiscardo che, dopo aver cinto la città di mura, nell'XI secolo fece riedificare la parte più antica, la cosiddetta torre dei Giganti, una maestosa torre pentagonale alta 18 metri e con mura spesse 3 metri. Con la denominazione sveva, il Castello assunse a grande importanza nel sistema di difesa del Gargano, diventando, con Rocca Sant’Agata e Castel Pagano, uno dei tre “Castra exempta” (privilegiati). Ospitò Federico II di Svevia e la sua prediletta, la contessa 
Bianca Lancia di Torino, e per questo presenta opere architettoniche in stile federiciano, imponenti, ma estremamente sobrie e raffinate, come testimonia la sala duecentesca con un pilastro centrale e volte ogivali ("la sala del Tesoro"). Gli Angioini curarono assai il maniero, ma di esso si servirono come prigione di stato: famose sono le detenzioni di Filippa d’Antiochia (principessa sveva) che vi morì nel 1273, e quella della regina Giovanna I di Napoli (forse ivi assassinata nel 1382) e le cui spoglie sono presumibilmente a Monte Sant'Angelo, nella chiesa di San Francesco. Divenne anche dimora di principi durazzeschi, ne fecero il loro quartier generale nella guerra contro i cugini Angioini: infatti qui nacque Carlo III di Durazzo, poi re di Napoli e d'Ungheria. Dal 1463 al 1470, presumibilmente, il Castello e l’intero feudo di Monte Gargano vennero concessi all’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, per i servigi resi a Ferrante I di Aragona. Toccò tuttavia agli Aragonesi riportare il Castello all’antica magnificenza. Nel XV secolo, tra il 1491 e il 1497, con l'invenzione delle armi da fuoco e il pericolo incombente delle invasioni turche, furono indispensabili interventi sulla struttura che venne affidata a Francesco di Giorgio Martini (ingegnere militare del XV secolo), ed assunse l'aspetto che conserva tuttora. Nel 1497 Federico, ultimo re aragonese, concesse il castello a Conservo di Cordova, detto il “gran capitano”, che a sua volta lo trasmise alla sua figliola, la duchessa Elvira. Dopo qualche vicenda di minore importanza, nel 1552 la Rocca fu venduta ai principi Grimaldi, i quali assunsero anche il titolo di baroni di Monte Sant’Angelo e ne rimasero padroni e potenti signori per circa due secoli e mezzo. Nel 1802, per volere di Ferdinando IV di Borbone, il maniero pervenne nelle mani del Cardinale Ruffo, principe di Sant’Antimo che, peraltro, lo trovò barbaramente smantellato a seguito delle manifestazioni di odio contro il Feudalesimo, messe in atto dai liberali del tempo. Nel 1907, il Castello è stato acquistato dal Comune di Monte Sant’Angelo che è così diventato suo legittimo proprietario. I più recenti studi e interventi di restauro hanno permesso, oltre al consolidamento e al rifacimento di alcune sue parti, di far venire alla luce elementi e aspetti del Castello sinora sconosciuti, come le tracce di sepolture rinvenute lungo il fossato della fortezza, databili intorno all’VIII-VII secolo a.C., che fanno ipotizzare la costruzione del Castello su di una preesistente necropoli dell’età del ferro. Il castello era fornito di alcune zone residenziali in cui abitavano il capitaneus, i funzionari e la guarnigione armata; ma anche di scuderie, magazzini, cisterne, mulino, forno, falegnameria, cappella, uffici amministrativi. Non mancavano locali destinati a carcere: un'orrida prigione è situata nei sotterranei della torre dei Giganti. Di quell'epoca è ancora ben conservata una sala duecentesca con un grande pilastro centrale e volte ogivali, comunemente detta sala del Tesoro. Con il passare del tempo il castello fu potenziato con due torri tronco-coniche, dal bastione orientale e da un sistema di cortine in muratura dotate di feritoie. In origine poi il castello era difeso da una muraglia, di cui non rimangono che i ruderi, e da un fossato valicabile per mezzo di un ponte levatoio, poi sostituito da uno fisso sostenuto da due archi. Alla costruzione si accede tramite un portale, il quale è preceduto dal ponte a due archi collocato attraverso il fossato che anticamente circondava la fortezza. Entrando si incontra il posto di guardia posizionato sulla destra, e un ampio locale in cui si trovano le scuderie e il deposito delle munizioni. Sulla sinistra si aprono due porte: attraverso la prima si raggiunge l'esterno del castello, attraverso la seconda una scala che conduce alla sommità del sovrastante Torrione a carena. Si accede quindi al vestibolo, costituito da un cortile lungo 21 metri e largo più di 4 metri, che immette nell'ampia corte interna, limitata dagli spalti che difendevano il fossato e da due torri cilindriche, fra le quali si apre il portale del corpo centrale del castello. Di qui una scala sale ai piani superiori, dove si può visitare la sala del Tesoro: un ampio ambiente illuminato da un'unica finestra, con soffitto a volte sorretta da un massiccio pilastro centrale. Da questa scala, che doveva essere adibita alle feste e ai convivi, si accede da un lato agli appartamenti del castellano, dall'altro a quelli dei cortigiani. Riepilogando, sotto la dominazione normanna furono edificate la torre dei Giganti e la torre Quadra, mentre Federico II fece costruire la cosiddetta sala del Tesoro. L'attuale fortificazione evidenzia soprattutto l'influenza degli 
Aragonesi che, per difendersi dai nemici, realizzarono il torrione a forma di mandorla e il fossato che precede il portale di ingresso. La Dama Bianca di Monte Sant’Angelo è un fantasma molto conosciuto e la storia è molto delicata, se così si può dire, parlando di manifestazioni spettrali. Il castello lassù, sul balcone naturale del Gargano, si dice abitato da una presenza misteriosa. Talvolta, una figura lattiginosa circolerebbe nottetempo sulla rocca federiciana. La diceria popolare, rilanciata però da fonti rispettabili e messa in circolazione anche su Internet, attribuisce le apparizioni a Bianca Lancia, amante dal 1225 di Federico II di Svevia (forse anche durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne), a lungo reclusa nelle fortezze pugliesi per la gelosia del Puer Apuliae. Di sicuro la bella signora dimorò anche sul Gargano, reclusa di fatto ma padrona di diritto (il feudo le era stato donato dal sovrano). Quanto alla morte nella rocca è solo una leggenda, visto che diverse località – non ultima Gioia del Colle, con un altro maniero federiciano - si contendono d’aver ospitato il presunto suicidio.Comunque, la versione garganica vuole che la regina si sia gettata dal torrione, affranta dalla lontananza fisica e sentimentale dal marito, distratto da altri impegni e bellezze femminili. Invece sappiamo che Federico l’ha sposata in articulo mortis (poco dopo il 1250, per la salvezza dell’anima della donna, ormai vicina alla fine, e per il futuro dei loro due figli, Costanza e Manfredi di Sicilia), perciò di che trascuratezza si parla? Tornando al fantasma di Monte Sant’Angelo, oltre alla figura che si materializzerebbe tra le rocce, si vogliono interpretare come gemiti di Bianca i suoni lamentosi generati dai venti invernali tra le antiche mura. È sempre legata alla regina triste la pianta selvatica che cresce tra le pietre alla base della costruzione. Un vegetale bianco, ch’è poi il colore della veste indossata al momento di lasciarsi cadere nel vuoto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=11eoqto-fLs (video di “involoperilmondo”), https://www.youtube.com/watch?v=b795QF0exn4 (video di Angi Mark), scheda completa su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/foggia/montesantangelo.htm


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Dauniatur su http://www.dauniatur.it/wp/2014/03/01/visita-monte-santangelo-con-daunia-tur/


martedì 15 agosto 2017

Il castello di mercoledì 16 agosto




SAN GIMIGNANO (SI) – Rocca di Montestaffoli dei Fiorentini

Dalla Piazza del Duomo, sulla destra della chiesa, attraversando Pazza delle Erbe, si sale verso la rocca, che domina il paese. Il poggio di Montestaffoli (che si dice ospitasse un castello del longobardo Astolfo e poi un convento di Domenicani) era, nell'Alto Medioevo, sede di una rocca posseduta dal vescovo di Volterra, che aveva giurisdizione politica sull'insediamento. Qui era stato istituito un mercato che godeva di una fiorente economia, grazie agli scambi con le città vicine (San Gimignano era infatti all'incrocio tra la via Francigena, sull'asse nord-sud, e la via che congiungeva Pisa con Siena). La zona di Montestaffoli venne lambita dalle due cerchie murarie, finché nel 1353 i fiorentini, ai quali i sangimignanesi avevano offerto la loro città in cambio di protezione dopo l'epidemia e la carestia del 1348 (ma anche per respingere eventuali attacchi che potessero venire da Siena o ribellioni sorte all'interno della stessa città) costruirono l'attuale rocca. Per far posto alla fortificazione, ultimata nel 1358, fu demolito e trasferito un convento dei Domenicani. La Rocca fu eretta a cavallo dell'esistente cinta muraria, usando la stessa pietra. La punta del recinto dotata di torrione bastionato a forma di sperone è l'unica parte della rocca esterna al tracciato murario cittadino, mentre il mastio, ora scomparso, e un'alto torrione sono rivolti verso il centro abitato. Altre due torri quadrate, delle quali una ancora oggi agibile, chiudevano i due lati. La Rocca era una specie di fortezza che ospitava truppe che venivano istruite da un comandante fiorentino e aveva una pianta a forma pentagonale con un perimetro di circa 280 metri, con torrette agli angoli e collegamenti che la univano alle possenti mura cittadine, ed era difesa da un antiporto protetto da una cateratta e da un ponte levatoio. Altri interventi fortificatori furono portati avanti fino al 1470 dotando la cinta muraria di cinque torrioni circolari bastionati costruiti in mattoni rossi e dotati di apparato a sporgere sorretto da beccatelli in pietra. Alla conclusione della guerra con Siena, nel 1555, il duca Cosimo de Medici dette l'ordine di smantellare la Rocca e altre strutture fortificate di San Gimignano, cosa che avvenne nel 1558. Andata in rovina durante gli anni del Granducato di Toscana, venne restaurata solo nel Novecento, ed oggi, sebbene restino solo le mura e siano persi tutti gli ambienti, è un luogo panoramico dove si godono notevoli viste di San Gimignano e della campagna circostante. A seguito del passaggio dell’area dalla proprietà Guicciardini-Strozzi al Comune (1978), il colle di Montestaffoli è stato adibito a parco pubblico. Da alcuni anni viene usata come luogo per rappresentazioni e concerti nella stagione estiva, e recentemente vi sono anche state installate alcune opere d'arte contemporanea. Nel terzo fine settimana del mese di giugno di ogni anno, si svolge il Torneo "La Giostra dei Bastoni" , nell'ambito della festa medievale "Ferie delle Messi". Dall'unica torretta della Rocca rimasta agibile si gode una vista straordinaria sulle torri del centro della città e un magnifico panorama a 360° della Val d’Elsa. Altri link suggeriti: http://www.ecomuseovaldelsa.org/mappa/patrimonio-culturale-materiale/rocca-di-montestaffoli, https://www.youtube.com/watch?v=MyXOHx-bjUE (video di varkki 360 videotours), http://l7.alamy.com/zooms/50a624ec8772442287ea596884ea3f90/a-spectacular-view-to-the-west-to-the-rocca-fortress-to-the-surrounding-bk9cff.jpg (bella foto).



Foto: la prima è della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://stelledilatta.blogspot.it/2017/05/san-gimignano-e-le-sue-torri.html

lunedì 14 agosto 2017

Il castello di...Ferragosto 2017




GAZZOLA (PC) – Castello

Il comune di Gazzola sorge in posizione strategica tra la pianura e le prime colline piacentine ed il suo territorio è ricompreso tra il torrente Luretta ed il fiume Trebbia. Già popolato in epoca preistorica fu sede di numerosi insediamenti romani e il 18 dicembre 218 a.C. fu teatro della leggendaria battaglia della Trebbia che vide affrontarsi le legioni di Roma comandate dal console Tiberio Sempronio Longo sconfitte dall’esercito cartaginese guidato da Annibale. La battaglia è passata alla storia grazie all’astuzia dimostrata da Annibale, che riuscì ad indurre i soldati romani a guadare il fiume Trebbia in pieno inverno costringendoli a combattere in condizioni sfavorevoli, bagnati e infreddoliti. Inoltre un distaccamento di truppe scelte dell’esercito punico fu nascosto da Annibale in posizione defilata prima dell’inizio della battaglia, ordinando che attaccasse i nemici alle spalle nel culmine dello scontro. Nel Medioevo, con la dominazione dei franchi molte terre vennero acquisite dai vari monasteri presenti nella città di Piacenza. Dopo l'undicesimo secolo, a causa delle lotte feudali, furono realizzate molte fortezze nella zona: oltre ai principali castelli vennero costruite anche case-torri, tuttora visibili sul territorio nonostante le numerose trasformazioni e modifiche subite. Possesso dei Malaspina nel XII secolo, per iniziativa dei consoli del libero comune di Piacenza, all'inizio del secolo successivo fu liberata: in seguito fu coinvolta nelle guerre tra guelfi e ghibellini, nell'ambito di questi scontri, nel 1255, il podestà di Piacenza Oberto Pallavicini ordinò la distruzione dei castelli della zona. Nel 1302 Gazzola, insieme a Travo e Pigazzano venne concessa a Riccardo Anguissola da parte di Alberto I d’Asburgo. Il castello di Gazzola è documentato per la prima volta nel 1328 come proprietà di Bartolomeo Dolzani. Come molti altri castelli piacentini il maniero vide nel corso dei secoli molteplici passaggi di mano. Tra le famiglie nobiliari che ne entrarono in possesso ricordiamo gli Anguissola (nel XV secolo), i Bonelli, e da ultimi i Mascaretti che vi abitarono dal 1850 sino al 1870 quando l’edificio fu acquistato dal Comune di Gazzola. La rocca si presenta con pianta ad U e due grandi torri quadrate e ruotate in modo inconsueto di 45 gradi, disposte ai vertici del perimetro sul lato opposto alla facciata principale, quello che si apre sulla campagna circostante. Nel cortile interno sono presenti un pozzo barometrico (http://rete.comuni-italiani.it/foto/contest/geo/033022) ed un doppio loggiato. La pianta trecentesca si è conservata, mentre gli ambienti interni e il fronte verso il cortile sono stati, nei secoli, modificati per soddisfare le esigenze delle famiglie proprietarie. Tra gli interni segnaliamo un grande salone impreziosito dal camino sormontato dallo stemma araldico dei Bonelli. Oggi il castello è sede municipale.

 



Foto: entrambe di Solaxart 2013 su http://www.preboggion.it/Castello_di_Gazzola.htm



domenica 13 agosto 2017

Il castello di lunedì 14 agosto





GAZZOLA (PC) – Castello Landi di Rivalta Trebbia

Posto su una ripida scarpata (ripa alta) prospiciente la riva del fiume Trebbia, ha una posizione di poco elevata ma che consente un'ampia panoramica sul greto, che in questo punto è molto ampio, e la campagna circostante. Il castello di Rivalta e quello di Statto coi castelli di Montechiaro e di Rivergaro, che sono sull'altra sponda, sono collocati alle pendici dei primi rilievi, dove il fiume, a sud incassato tra i monti, comincia a scorrere nella pianura; controllavano l'accesso alla val Trebbia del caminus Genue, un tempo importante via di comunicazione con il Genovesato e quindi il mare. La prima testimonianza scritta sul castello è un atto di acquisto risalente al 1025. Nel 1048 l'imperatore Enrico II lo donò al monastero di San Savino di Piacenza. Nel XII secolo era sotto giurisdizione dei Malaspina-Cybo, che dominavano i territori dalla Lunigiana fino alla valle Staffora e nel 1255 Oberto Pallavicino, podestà di Piacenza, ordinò la distruzione di questo e degli altri presidi dei Malaspina. Nel primo decennio del XIV secolo i Ripalta lo cedettero a Obizzo Landi e da allora fino a oggi, tranne brevi interruzioni, rimase possesso della famiglia Landi. Tra il XV e il XVIII secolo i Landi trasformarono il castello in una sontuosa residenza. Molti gli eventi bellici che coinvolsero l’edificio: nel 1636 l'assedio da parte di 6000 soldati spagnoli guidati dal generale Gil De Has; nel 1746 il saccheggio da parte dei soldati tedeschi del generale Berenklau; nel 1799 di quelli francesi del generale MacDonald. Il borgo di Rivalta è un complesso fortificato composto, oltre che da edifici destinati a botteghe e abitazioni, da:
Parte antica - è composta dal dongione d'ingresso, di pianta quadrata alto 36 metri, edificato in mattoni e ciottoli, porta i segni dei colpi di artiglieria subiti nei molti assedi. Dall'ingresso con arco a sesto acuto, dalla torre sud, di forma semicircolare. La cinta muraria comprende un'altra torretta nell'angolo nord-est e un alto terrapieno che difende il complesso lungo il greto del fiume.
Castello - ha planimetria quadrangolare, con un cortile interno circondato da un doppio ordine di logge. In un angolo svetta una torre cilindrica sovrastata da un torrellino di fattura particolare, è l'elemento caratteristico del complesso essendo totalmente dissimile dalle altre torri del piacentino. Nella seconda metà del XV secolo l'architetto Guiniforte Solari di Milano modificò la struttura per adeguarla alle esigenze della nascente artiglieria e trasformò la residenza aggiungendo la torre, il salone d'onore, lungo 25 m., e l'elegante cortile porticato. A rimaneggiamenti settecenteschi appartengono lo scalone e la facciata che porta nel timpano triangolare la scritta Svevo Sanguine Laeta. I saloni sono stati affrescati da Paolo Borroni di Voghera e da Filippo Comerio nel 1780. Al suo interno ospita il Museo permanente del costume militare e il Museo parrocchiale.
Chiesa di San Martino - costruzione quattrocentesca con soffitto a capriate, decorazioni in cotto, ospita tele del pittore seicentesco Ferrante di Bologna.
Parco - di impianto settecentesco, con alberi secolari, circonda il castello isolandolo dalle costruzioni annesse.
Come ogni castello degno di questo nome anche Rivalta ha il suo fantasma, anzi ne ha due. Il più famoso è quello del genero di Obizzo Landi: Pietro Zanardi Landi. Obizzo e la moglie Bianchina avevano tre figli, un maschio e due femmine. Alla morte del grande feudatario, quando l’unico figlio maschio fu assassinato in un’imboscata, il Castello passò alle sorelle ed ai rispettivi mariti, Pietro Zanardi Landi e Galvano Landi, che si contesero a lungo l’eredità, fino all’uccisione di Pietro, e alla vittoria di Galvano. Da allora lo spirito di Pietro avrebbe vagato nel castello, perseguitando gli ospiti e la discendenza di Galvano fino alla fine dell’Ottocento, quando la proprietà venne assegnata all’altro ramo della famiglia, quello degli Zanardi Landi per l’appunto. Finalmente ristabilita la giustizia, Pietro scomparve; nel 1970 tuttavia, quando gli eredi della famiglia Zanardi Landi vollero ospitare un ignaro discendente di Galvano, si manifestò un’ultima volta disturbandone il sonno. Il secondo fantasma è di Giuseppe, cuoco della famiglia nel 1700, che fu ucciso per vendetta dal maggiordomo, a cui aveva insidiato la moglie. La sua fama si deve soprattutto ad una serata negli anni ottanta del ‘900, in cui nel castello fu ospite la principessa Margaret d’Inghilterra (sorella minore della Regina Elisabetta); si sarebbe infatti divertito a spegnere e accendere elettrodomestici, spostare oggetti e quadri, soprattutto nell’ala del castello in cui si trova la vecchia cucina. Ancora oggi quando questa è molto affollata, il cuoco Giuseppe, torna a manifestarsi in maniera buffa e scherzosa. Il castello attualmente fa parte del circuito “Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza” ed è visitabile da febbraio a novembre nei giorni festivi e in altre date su prenotazione. Sono visitabili il cortile, il salone d'onore, la sala da pranzo, la cucina del rame, le cantine, le prigioni, le camere da letto, la torre, la sala delle armi dedicata alla Battaglia di Lepanto, la galleria, la sala del biliardo, il Museo del Costume Militare, il Museo dell’Arte Sacra. Il borgo ospita abitazioni private, ristoranti e taverne. Il castello è tuttora abitato dai Conti Zanardi Landi. La sontuosa residenza diviene la cornice elegante e suggestiva per lo svolgimento di convegni e meeting. Il Castello di Rivalta è anche l'ambientazione perfetta per banchetti e cerimonie, in un'atmosfera raffinata ed affascinante, con i suoi tre saloni che possono accogliere fino a 250 ospiti. Ecco altri link consigliati: http://www.castellodirivalta.it/ (sito ufficiale del castello), https://www.youtube.com/watch?v=cTMI4x6aGU8 (video – con drone – di Matteo Toffanin), https://www.youtube.com/watch?v=MG_xjiiZSpk (video di Videopressparma).

sabato 12 agosto 2017

Il castello di domenica 13 agosto






SGURGOLA (FR) – Rocca e Torre di Mola Colonna

Il suo nome sembra derivi dall'antico termine italiano "Scolca" (posto di guardia). Il primo nucleo abitato sorse attorno alla rocca posta a guardia della sottostante vallata, nel periodo delle grandi invasioni barbariche. Nel 1253 Sgurgola era in possesso dei Conti di Ceccano; da questi fu venduta ai Torelli che a loro volta, nel 1319, la cedettero ai Caetani. Dalla fine del XV secolo divenne possesso dei Colonna che la tennero fino al 1806, data di abolizione dei feudi. Dalla Piazza dell'Arringo, nel centro storico di Sgurgola, si ammira il panorama della valle ed in questo luogo si riunirono i congiurati che poi oltraggiarono il papa Bonifacio VIII nel 1303 ad Anagni. Non vi sono più rilevanti tracce dell’apparato difensivo, se non qualche torre appena visibile e qualche cortina inglobata negli edifici. La Rocca di Sgurgola, con i suoi ruderi costituiti dalle mura perimetrali in parte oggi restanti, era al tempo un fortilizio dalle caratteristiche di rocche medievali poste a scopo difensivo. L’attuale basamento era un tempo sormontato da un pino a ombrello, la cui sagoma era visibile fin dall’autostrada. I vicoli attorno alla rocca sono molto caratteristici, stretti, tortuosi, spesso con scalinate, e per le loro dimensioni il quartiere è detto “bùcio pellìccio” cioè “buco del setaccio”. La bella torre Balestra domina la collina ricca di vigneti, lecci secolari e cedri. Un'altra torre, massiccia ed imponente, la Mola Colonna, si trova a ridosso del fiume Sacco, posta a guardia del ponte che attraversa il corso d'acqua, nel punto in cui il fiume produce una suggestiva cascata. Fa parte di un piccolo complesso architettonico composto da un casale, da locali adibiti a macina, le cui caratteristiche rientrano in quella che è comunemente chiamata "archeologia industriale", da un ponte di origine romana e da opere di sistemazione idraulica della cascata sul fiume Sacco, anche esse di origine romana. E' un edificio quadrangolare di m. 7 di lato e m. 17,50 di altezza, sviluppato su tre piani di cui uno solo è esistente. Dell’antico uso militare conserva feritoie sormontate da finestrelle quadrate. Coronato all'estremità da merli, l'edificio, forse, doveva avere la funzione di difesa del ponte e controllo del transito. In seguito fu adibita a mulino (da cui il nome), sfruttando la forza motrice delle acque del Sacco. La mola ha subito nel tempo numerosi restauri realizzati tra il 1670 ed il 1900. Per qualche tempo era divenuta una modesta centrale di energia elettrica per l'illuminazione di Sgurgola, Morolo e Supino. Dal 2003 fa parte del patrimonio Comunale e sarà presto ristrutturata e adibita a museo delle Bande Musicali. In questo video, di Andrea Pace, si vede molto bene il basamento della Rocca che è rimasto ai nostri giorni…. https://www.youtube.com/watch?v=a03PHawJA24


Foto: le prime due foto, alla rocca e alla torre di Mola Colonna, sono state scattate da me durante la mia visita a Sgurgola del 16 agosto 2017.. Infine, la terza foto, riguardante ancora la torre di Mola Colonna, è di Andrea Gaddini su http://www.andreagaddini.it/MolaColonna.jpg



venerdì 11 agosto 2017

Il castello di sabato 12 agosto





FINALE LIGURE (SV) – Torre saracena (o di Punta Crena) e Castello Del Carretto in frazione Varigotti

Varigotti, come tutta la costa della penisola italiana, subì a lungo la minaccia saracena. È stata sollevata l'ipotesi, priva di reali conferme, che Varigotti fosse stata per un certo tempo una delle basi sulla terraferma dei saraceni del Frassineto. È possibile che, abbandonata dai longobardi, Varicottis potesse aver fornito occasionale riparo ai saraceni, finché non si fermarono stabilmente e si mescolarono alla popolazione locale. A sostegno di questa ipotesi viene citato l'insediamento di Ca' de Mori, una struttura abbarbicata su di un promontorio che possibilmente fu forte arabo, date le tecniche costruttive. I Varigottesi furono tradizionalmente chiamati “saraceni”, un nome che può essere radicato nella permanenza saracena nel luogo. L'eventuale permanenza saracena si sarebbe conclusa con la distruzione del Frassineto. Tutta la costa finalese diventò allora parte prima della marca aleramica e poi dei territori di Bonifacio Del Vasto. Nel 1127, i monaci benedettini dell'abbazia di Lerino si insediarono nella chiesa di San Lorenzo, un cenacolo monastico preesistente, probabilmente risalente al VII sec. Nel 1162 si costituì la marca di Savona, infeudata a [Enrico I Del Carretto]], di cui Varigotti fu parte spesso contesa dal nascente comune di Noli. I monaci di Lerino rimasero fino al 1177, quando la chiesa divenne verosimilmente parrocchiale di Varigotti (non si hanno, infatti, notizie sulla chiesa sino al 1356). Varigotti assunse nuovamente importanza e prosperità grazie all'antico porto che divenne importante base di difesa e di attacco marittimo dei Del Carretto. Intanto, la popolazione cominciò a spostarsi dall'area del porto all'area a ponente del promontorio (dove sorge oggi l'abitato). Qui si formò una “compagna”, una libera associazione di uomini dei villaggi con potere corporativo. Allo stesso tempo, si costituì a ponente una nuova chiesa (Chiesa di San Lorenzo nuova) affiliata alla Pieve finalese, infatti la chiesa di San Lorenzo vecchia sopra il porto era ormai lontana dall'abitato. Dato lo spostamento a ponente della popolazione attuatasi in questo periodo si formano i nuclei abitati di Pino, Giardino, Chièn, Cà dei Mori, la Seva e la Monda e lo sviluppo dell'abitato nella striscia costiera. Nei secoli successivi Finale Ligure si scontrò con la Repubblica di Genova. Dopo una sconfitta di Finale da parte di Genova, il porto di Varigotti venne interrato ad opera dei genovesi nel 1341 (benché questo fatto sia disputato). Nei secoli successivi la sorte di Varigotti seguì quella del Finale e dei suoi scontri con Genova. Nel 1559, dopo un'invasione dei Turchi, si costruì la torre di vedetta in cima a Punta Crena. Nel 1582 Genova, signora di Noli, costruì una torretta tra Punta Crena e Capo Noli per segnare il confine tra i possedimenti. La torretta (detta delle Streghe) rimane oggi e segna tuttora il confine tra i due comuni. Nel 1602 il Finale passò sotto dominio spagnolo, e fu ceduto a Genova nel 1713. La frazione venne costituita libero comune autonomo con il dominio napoleonico e la creazione della Repubblica Ligure. Nel 1927 infine diventò parte integrante del neo costituito comune di Finale Ligure. Sul promontorio di Punta Crena si possono raggiungere con un piacevole sentiero i ruderi dell'antico castello fatto costruire dalla famiglia dei Del Carretto. Con la vittoria sul marchesato di Finale nel 1341, i Genovesi distrussero l'edificio e interrarono il porto di Varigotti. Dalla torre quadrangolare di vedetta, posta sul culmine del promontorio, si può ammirare un panorama mozzafiato. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=CnyoL3rmJZA (video di roberto nicolick), https://www.youtube.com/watch?v=F_EUyPDTQdM (video di liguriainside).



Foto: la prima è di Piccolo Lupo su https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=145292, la seconda è di simo83 su http://mapio.net/pic/p-17414482/; infine la terza, relativa ai ruderi del Castello Del Carretto, è di giancamonty 42 su http://www.panoramio.com/photo/120902848

giovedì 10 agosto 2017

Il castello di venerdì 11 agosto





SPELLO (PG) – Rocca Albornoz e Palazzo Baglioni

Spello fu fondata dagli umbri per poi essere denominata Hispellum in epoca romana. Fu dichiarata da Cesare "Splendidissima Colonia Julia". I resti della cinta muraria, molto più ampia in passato di quanto possiamo ammirare oggi, attestano la grandezza che ebbe la città, così come i resti archeologici che la circondano. Devastante per Spello fu la discesa in Italia dei Barbari che la ridussero in una povera borgata. In età longobarda e franca fece parte del ducato di Spoleto, per poi passare al Papato. La cittadina tuttavia, memore della prosperità e della relativa autonomia di cui godeva in epoca romana, non tardò a divenire libero Comune con proprie leggi. Nel 1516 il comune fu infeudato dal Papa alla famiglia perugina dei Baglioni cui appartenne fino al 1648. Nel IV secolo Spello fu sede vescovile e nell'Alto Medioevo – con altre diocesi vicine ora soppresse – fece parte per moltissimo tempo della vastissima diocesi di Spoleto. Attualmente Spello è invece integrata nella diocesi di Foligno. La Rocca - o Cassero - si estendeva sull’odierna Piazza della Repubblica fino a comprendere Via Seminario Vecchio e Via della Liberazione. Poche le parti originarie: il corpo più antico, di forma quadrangolare, venne fatto costruire come fortezza militare nel 1358 da Filippo d’Antella, rettore del Ducato di Spoleto, poiché inserito nel piano di fortificazioni delle Terre della Chiesa voluto da Innocenzo VI e da questi commissionato al cardinale Egidio Albornoz. L'edificio, come risulta nel 1359, insisteva in un area precedentemente occupata anche dalla primitiva sede dell'oratorio dei Raccomandati o Disciplinati di S. Maria della Misericordia. Recenti rinvenimenti documentari hanno permesso di meglio circostanziare le notizie finora possedute sui complessi lavori di ampliamento e di trasformazione dell'edificio, eseguiti e diretti negli anni 1561-1564 dai maestri lombardi Battaglia di Pietro e Filippo di Giacomo, su espresso incarico di Adriano Baglioni, signore di Spello. Infatti, con l’arrivo dei Baglioni, divenne la loro abitazione in città. Adriano fece apportare una serie di modifiche, tra cui il cambiamento dell’aspetto esteriore da fortezza militare a residenza nobiliare e la riduzione in altezza del maschio. Dopo il 1583, quando la città tornò definitivamente allo Stato della Chiesa, il complesso costituito dalla ex rocca baglionesca e dal palazzo adiacente fu ancora trasformato e riadattato per ospitare, tra l'altro, il governatore apostolico, le prigioni e, nel 1620, il seminario S. Felice. Gravemente lesionato dal terremoto del 1832 e nuovamente trasformato nel secolo XIX, specie dopo la partenza del governatore apostolico (1860), negli anni Sessanta-Settanta di questo secolo l'edificio è stato oggetto di ulteriori lavori per essere parzialmente destinato a sede della Scuola Media Statale. Dell'originario sito della rocca ("Palagio de Adriano Baglione") frutto di un ambito progetto voluto da Adriano Baglioni a partire dal 1561, che prevedeva la sistemazione di tutta l'area che oggi corrisponde al lato della Scuola Media "Galileo Ferraris" e all'Ufficio delle Poste e Telecomunicazioni, purtroppo eccezion fatta per la porzione di fabbricato su Via Seminario Vecchio non rimane alcuna traccia. Questa considerazione non significa che ciò che resta è da considerare di poco conto, vuole però segnalare la perdita del bel muro cinquecentesco (ultimo quarto del XVI secolo) che collegava i due estremi del prospetto (la chiesa di San Filippo oggi PP.TT. e il "maschio" della fortificazione oggi sede delle segreterie della scuola). Su Via Seminario Vecchio sono visibili numerosi elementi costruttivi giustapposti nei diversi periodi e fasi costruttive, ma è sulla vista che si prospetta in via della Liberazione che vediamo i più significativi segni di un grande intervento architettonico di natura militare e civile, iniziato nel XIV secolo e terminato nel secolo XVI con membri della famiglia Bagliori. L'interno è totalmente rimaneggiato in particolare da quando l'edificio è stato adibito a plesso scolastico; al piano interrato cui si accede anche da Via Seminario Vecchio si trova una loggia (forse del XV secolo) attraverso la quale si entra nella attuale "palestra piccola", questo vano è particolare per la forma e più che altro per la copertura realizzata in volte a crociera con mattoni a vista poggianti su un grande pilastro-colonna centrale. Su questo piano in una stanza attigua agli spogliatoi c'è un affresco di scuola umbra del secolo XIV. Ciò che merita una visita, oltre al 1° piano sottoterra (ancora in corso di sistemazione), è sicuramente la stanza del Governatore (detta anche dell’Udienza) posta al piano terra (aula degli insegnanti). Il soffitto è realizzato in formelle dipinte con la raffigurazione di motivi geometrico-floreali e il grifo di Perugia. Per tutto il perimetro, poco sotto il livello del solaio, corre una larga fascia affrescata dove figure femminili reggi-trave si intervallano a riquadri di viste fantastiche e non (in alcune di esse è possibile riconoscere anche vedute, un po' idealizzate, di piccoli centri della Valle Umbra Sud). Agli angoli del fascione campeggiano gli stemmi del cardinale Ottavio Santacroce (1576-1583), governatore di Perugia nel 1576, della famiglia Baglioni e della famiglia Mattei-Ubaldini. L'impostazione della Sala, i soggetti rappresentati ed un probabile non lontano periodo di esecuzione avvicinano questo ciclo a quello presente nella "Sala degli Zuccari" nel Palazzo Comunale. Appartengono a questa sala gli stemmi in pietra di Innocenzo X e del governatore Valerio Vitelleschi e l'epigrafe dedicatoria (1649) ora nell'atrio del Palazzo Comunale in piazza della Repubblica.
Foto: le prime due sono cartoline della mia collezione, mentre la terza (relativa al Palazzo Baglioni) è di Audrey22 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_baglioni_a_spello_PG.jpg


mercoledì 9 agosto 2017

Vacanze estive



Un caro saluto a tutti gli amici del blog.

Da ieri sono iniziate le mie ferie estive....spero di rilassarmi un po' ne ho davvero un gran bisogno.

Il blog non si fermerà ma, fino al 28 agosto, non è garantita la pubblicazione giornaliera di nuovi castelli, vediamo cosa riuscirò a fare...voi comunque, passate qui a dare un'occhiata ;-)

Mi piacerebbe tantissimo andare a visitare qualche fortificazione dalle mie parti, incrociamo le dita.

A presto !
Valentino

Il castello di giovedì 10 agosto




SANT’ARCANGELO (PZ) – Palazzo Baronale della Cavallerizza

E’ un edificio storico che si trova in agro del Comune di Sant’Arcangelo, a tre chilometri dal centro abitato. In un luogo vicino al greto del fiume Agri, si possono ammirare le maestose mura di quello che fu un importante ed originale Palazzo del Medioevo lucano, centro residenziale delle famiglie feudali che lo possedettero e sede di uno degli allevamenti di cavalli più importanti del Sud Italia. Recenti studi hanno evidenziato che la costruzione del Palazzo risale al XIV secolo, certamente ad opera della famiglia Della Marra, giunta da Barletta, che in quel periodo iniziò a manifestarsi come una delle famiglie feudali più importanti della Basilicata giungendo a possedere circa cento feudi. Successivamente l’edificio passò ai Carafa, poi ai Colonna ed infine alla famiglia Scardaccione, attuale proprietaria. L'edificio presentava una forma a C, con all'interno vari saloni affrescati, la sala del trono, ed attiguo alle scuderie vi era la carriera ad archi, coperta, lunga più di 200 metri e larga 8, utilizzata per l'allenamento dei cavalli per il dressaggio guerresco. Il Palazzo della Cavallerizza, in una descrizione di Sant’Arcangelo, che ci perviene da un manoscritto di Mandello di Diano, in una cronaca del XVI secolo viene descritto in questo modo: «...vedesi la terra di S.Archangelo benché fra balze, situata in piano con buone habitationi, e un ordine ben'inteso, si che rassembra più tosto Città, che terra di montagna. .... Il popolo vi è molto numeroso il quale pur della bambagia che raccoglie riceve grande utile, non vi mancando gentilhuomini che agiatamente vivono della rendita loro, dimostrandosi in tutte l'occorrenze cortesi e gentili. Nella parte più bassa del distretto alla ripa del fiume Acri vedesi un suntuoso edificio chiamato il Palazzo, quivi fabricato dai signori Principi di Stigliano, padroni del luogo per stanza e ricetto della razza de lor cavalli, famosa non pur in questa provincia ma in tutto il regno...». La storia della Cavallerizza può essere suddivisa in tre periodi. Il primo periodo (XIV secolo) detto "del Viridario" come Viridarium, cioè dimora inserita nel verde, come dimora di campagna, coincide con la costruzione del Palazzo, avvenuta probabilmente ad opera di Eligio I Della Marra. Eligio Della Marra fu celebre, ai suoi tempi, per ricchezze e magnificenza, ma all'inizio sembra che abbia dovuto molto lottare per venire in possesso dei suoi beni. «Il conte Eligio che visse sotto Re Ferrante il Vecchio (Ferdinando d'Aragona) e i susseguenti Re in sino all'anno 1517 nel quale morì, hebbe per alcun tempo travaglio nel possessio del suo stato occupatogli dal re, perciò che non s'havea voluto lasciar egli condurre à prendere una donna per moglie di nobilissimo sangue, con cui s'havea opinione, che il re havesse havuto non molto onesta pratica, prese per moglie Ciancia Caraciola». Eligio non ebbe figli. Secondo lo storico Scipione Ammirato, dunque, fu per questo atto ammirevole di rispetto verso se stesso che Eligio ebbe contrasto con il Re, non per aver negato il suo contributo di vassallo ad Alfonso il Magnanimo in tempo di guerra. Eligio fu grande e magnifico signore, e molto ricco e potente. Solo in Basilicata possedeva Aliano, Accettura, Stigliano, Gorgoglione, Alianello, Guardia,
Sant’Arcangelo, Roccanova e feudi minori, per i quali pagava ogni anno tributi abbastanza elevati. Con tanti feudi e con le proprietà che aveva ereditato in Napoli dalla madre Polissena della nobile famiglia Sanseverino, Eligio poteva vivere da vero principe e spostarsi a piacere nei vari palazzi dei suoi feudi e dei suoi possedimenti fra la Basilicata e Napoli, la capitale del Regno, ove tutti i nobili avevano palazzi sontuosi. Abitò, certamente, anche a Sant’Arcangelo, ma non tanto, forse, nel centro abitato quanto in un suo palazzo che, a differenza dei castelli e, in genere, delle dimore nobiliari di quel tempo, non sorgeva sopra un'altura, bensì in basso, nella verde pianura dell'Agri, fra orti, uliveti e vigneti e vastissimi boschi di querce. Questo palazzo, doveva essere enorme: un'antica tradizione, come spesso capitava per le dimore feudali, lo diceva fornito di tante stanze quanti sono i giorni dell'anno. La grande «Cavallerizza» che diverrà celebre in tutto il Regno e oltre, soprattutto con i successori di Eligio: Antonio e Luigi Carafa Della Marra. Forse a questo amore di Eligio per i cavalli si riferisce il bell'affresco trovato nel vicino Monastero di Orsoleo sulla lunetta volta a occidente, in un locale a piano terra, nel corpo avanzato a sinistra della facciata della chiesa: l'unico, con il corrispettivo sulla lunetta di fronte, di soggetto non sacro. In questo dipinto si vedono due grandi cavalli monocromi che dominano il bel paesaggio con fiume, a destra del quale si vedono vari edifici fra cui si può, forse, individuare il convento stesso ancora in costruzione.
Il secondo periodo, detto "del Palazzo" che, come si può notare dalla lettura del territorio, vede Palazzo situato più in alto dell'alveo fluviale, così, in seguito alle piene dell'Agri, si creò l'isolotto nel fiume riportato nella cartografia coeva. Quindi la Cavallerizza, famosa il tutto il Regno, fu inserita in varie mappe e carte geografiche dal Cinquecento in poi. Il palazzo della «Cavallerizza», oltre che molto grande, dovette essere anche molto importante e molto noto, infatti si trova segnato, con il nome «Il Palazzo», in varie carte geografiche delineate dalla fine del Cinquecento a tutto il Settecento: si trova così, con la dicitura "il Palazzo", nell'Atlante di Giovanni Antonio Magini (cartografo del Cinquecento), in un'altra del Jansonium del 1647 della Terra di Bari et Basilicata, ed ancora nell'atlante disegnato alla fine del Cinquecento e stampato, postumo, a Bologna dal figlio Fabio nel 1620; in una carta secentesca di Terra di Bari e Basilicata tratta dall'Hondius; in un'altra del Blaeu, stampata ad Amsterdam nel 1635; e, finalmente, in una carta della provincia di Basilicata e Terra di Bari, di Domenico De Rossi, stampata a Roma nel 1714. In tutte queste carte geografiche «il Palazzo» è sempre indicato con precisione tutto circondato dalle acque del fiume, deviato, in quel punto, in modo da formare una vera isoletta di una certa estensione. La posizione di questa "Isola Bella" lucana può far immaginare la bellezza e la suggestione dell'edificio lambito dalla corrente, in mezzo ad un ampio giardino rinascimentale, circondato da orti, vigne e querceti e di canneti di cui una parte sopravvive sino ad oggi, ricchissima di animali di ogni tipo e dei più svariati uccelli.
Terzo periodo - Nel XVI secolo il Palazzo infatti viene arricchito della "carriera" e da un'altra ala, diventando così stazione di una propria razza di equini e delle necessarie strutture necessarie per l'allevamento dei cavalli. I Della Marra scelsero Sant’Arcangelo, come sede della Cavallerizza perché il territorio poteva offrire, sia un clima salubre e mite, che numerosi pascoli e boschi, il territorio pianeggiante, poi si prestava quale ottima pista di allevamento, oltre alla presenza dell'Agri quale fonte inesauribile d'acqua. Gli appartamenti degli scudieri e dei cavallerizzi erano situati sopra le scuderie, ancora visibili, e si affacciavano con cinque finestroni sul galoppatoio, a questi si accedeva attraverso una piccola scalinata laterale ancora visibile. Durante il possesso di sant'Arcangelo da parte della Famiglia Carafa, con il Principe Antonio Carafa di Stigliano, il quale «...facendo professione di tenere gran quantità di cavalli onde non solo la sua stalla ma la sua razza fu giudicata la maggiore di tutte nel regno», portò la Cavallerizza al suo massimo splendore. La Cavallerizza conobbe nuovo splendore con l'avvento della Famiglia Colonna allorquando subentrò Giuliano Colonna (1671 - 1732), insignito del titolo di principe di Galatro, cambiato in principe di Aliano da Carlo VI d'Asburgo-Austria nel 1715 e decorato poi 1716 del titolo di principe di Stigliano, titolo appartenuto Nicola Filippo Maria de Guzman, morto senza lasciare eredi, sposo di Giovanna Van den Heyden, principessa di Stigliano, che nominò Governatore della Cavallerizza il Nob. U.J.D. D.Giovanni Scardaccione, barone di Cellesse e Terlizzi. Da un ritratto equestre di quest'ultimo, il quale aveva ricevuto dal Principe di Stigliano in dono uno Stallone di nome Saittone, è possibile riscontrare le caratteristiche morfologiche della razza dei cavalli napoletana santarcangiolese.
Oggi della Cavallerizza, purtroppo, non rimangono che ruderi e, delle mura perimetrali è rimasto ben poco, pur essendo in corso una progettazione di recupero e di restauro da parte dei proprietari. Anche il galoppatoio è rimasto come era un tempo, ed è forse proprio da questo che il visitatore, godendo di una visuale sgombra dalle enormi querce che si trovano tutt’intorno, può avere uno sguardo di insieme che lo riconducono indietro nel tempo e al vissuto di tanti anni fa. Tuttavia è tuttora possibile scorgere ciò che rimane delle scuderie, della dimora dei principi e della grande scala principale, insieme alla carriera che risulta essere la parte meglio conservata, e solo recentemente, grazie all’intervento privato della Famiglia Scardaccione, attuale proprietaria, sono iniziati progetti di consolidamento e salvaguardia.