venerdì 15 dicembre 2017

Il castello di venerdì 15 dicembre





VILLANTERIO (PV) - Castello

Appartenne probabilmente prima del Mille a un certo Lanterio, e nel XII secolo era detto Villa Lanteri. Nel 1164 è citato nel diploma con cui Federico I assegnò a Pavia la giurisdizione sull'Oltrepò, la Lomellina e quelle parti del Pavese orientale come Villanterio che forse non erano ancora stabilmente sotto il suo controllo. La signoria sul paese apparteneva, forse già da molto tempo, al monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, che nel 1260 subinfeudò la località a una famiglia che ne prese il nome di Capitani di Villanterio; da questi il feudo passò agli Schiaffinati, ai nobili Rizzi (1538), per eredità nel XVIII secolo ai nobili Vitali-Rizzi di Pavia e infine, sempre per eredità, ai nobili Meriggi di Villanterio. Nel 1872 fu unito a Villanterio il comune di Monte Bolognola. Sorgono ancora nella piazza principale del paese (di cui costituiscono la sede municipale e che ospitano anche le scuole) i resti di un castello ricostruito nel Trecento sul luogo già occupato da un più antico fortilizio altomedioevale (risalente probabilmente a prima del Mille). La costruzione ha subito radicali rimaneggiamenti nel secolo scorso, anche in seguito a fatti bellici, manomissioni e rifacimenti: del castello quattrocentesco, che originariamente presentava pianta a rombo praticamente regolare cinta da un profondo fossato su tre lati (ora notevolmente ridotto), si conserva soltanto un'ala. E in questa configurazione è giunta a noi. L'ala castellana è formata da un corpo di fabbrica molto sviluppato in altezza, sulla cui facciata si aprono finestre ogivali. Sugli angoli si appoggiano robusti contrafforti con scarpatura assai accentuata. Lo scalone d'ingresso risale al XVIII secolo. Negli ambienti interni si conservano resti di affreschi con ritratti e scene mitologiche. Sulla facciata è venuto ad appoggiarsi nel Settecento uno scalone monumentale. L'alta torre sul fianco è opera moderna.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Villanterio,
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00253/, http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Villanterio.htm, http://www.visitapavia.it/itinerari/Castelli%20nel%20Pavese/Castelli-del-Pavese-Villanterio.html

Foto: la prima è di Solaxart 2013 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Villanterio.htm, la seconda è presa da http://www.comune.villanterio.pv.it/img_news/img_742844.jpg

giovedì 14 dicembre 2017

Il castello di giovedì 14 dicembre





RADDA IN CHIANTI (SI)- Castello in frazione Volpaia

Volpaia è un borgo fortificato d'origine medioevale entro le cui mura nasce il Chianti Classico dell'odierna Fattoria Castello di Volpaia. Il primo documento che ne fa menzione fu redatto a Cintoia il 21 aprile 1172: esso testimonia che i fratelli Franculus e Galfredus da Cintoia, dopo essersi assicurati il consenso del padre e di "Liquiritia, uxor Franculi", accesero un prestito di 28 libbre d'argento con Spinello da Montegrossoli, concedendo in ipoteca i loro possedimenti, ch'erano situati nella "curte et castello de Vulpaio". Ma l'origine del castello è sicuramente molto più antica del documento. Probabilmente esso sorse intorno al X secolo, come altri che punteggiano il paesaggio dell'alta val di Pesa, e sorse in quel luogo, il crinale di una delle colline che si dipartono dalla Badia a Montemuro in direzione di Radda, perché essendo posto sullo spartiacque di due piccole valli, formate da affluenti della Pesa, è facilmente difendibile. Era questo un requisito prezioso in quell'epoca (che l'assestarsi della società feudale aveva reso profondamente insicura) e che del resto era all'origine della maggior parte dei castelli toscani sorti allora. Per Volpaia, la situazione strategica era doppiamente importante perché si trovava in terra di frontiera, tra Firenze e Siena. Dal punto di vista politico, il borgo fortificato rientrava, insieme alla vicina pieve di Santa Maria Novella, nell'ambito della "judicaria florentina" fin dall'XI secolo, ma risulta compreso con certezza nel territorio dipendente da Firenze solo a partire dalla seconda metà del XII secolo, epoca in cui si ebbero i primi regolamenti di confine tra la repubblica senese e quella fiorentina. Così, quando quest'ultima andò organizzando nel 1250 il proprio territorio in giurisdizioni autonome dette "Leghe", Volpaia venne a trovarsi compresa nella "Lega del Chianti", tra i popoli del "Terzo" di Radda. Da questa collocazione dipendevano sia la circoscrizione ecclesiastica sia i collegamenti stradali. Volpaia faceva parte infatti della diocesi fiesolana e la sua chiesa, dedicata a San Lorenzo martire, dipendeva dalla pieve di Santa Maria Novella. Da quest'ultima località, importante nodo viario chiantigiano, si dipartiva una strada che, passando per Volpaia, serviva per i collegamenti tra l'alta valle della Pesa e il Valdarno superiore (proprio per questo a Volpaia sarebbe poi nato nel XV secolo uno spedale per il ricovero dei pellegrini). La via scendeva nel fosso della val di Pesa, ove ne sono visibili ancor oggi alcuni tratti, e poi risaliva in direzione di Albola (località anch'essa con chiesa suffraganea della pieve di Santa Maria Novella), donde guadagnava facilmente il crinale dei monti che separano il Chianti dal Valdarno superiore. Situata nella zona nevralgica del Chianti senese, Volpaia ebbe a subire più volte le conseguenze della secolare lotta fra la Repubblica senese e quella fiorentina. I due stati, confinanti proprio in questa regione, si erano di reciproco ostacolo nell'espansione territoriale, e perciò trovavano continui pretesti per scontrarsi sul piano militare. A lasciare i loro segni furono soprattutto le scorrerie del capitano di ventura Alberico da Barbiano, durante la guerra tra Firenze e Filippo Maria Visconti, e le due disastrose invasioni aragonesi del 1452 e del 1478. In diverse occasioni, infatti, il Castello di Volpaia partecipò alla difesa delle posizioni della Repubblica fiorentina nel Terzo di Radda. Ma fu nel corso della seconda invasione aragonese che esso si mise particolarmente in luce per il proprio attaccamento a Firenze. Il 24 dicembre 1477 si erano alleati contro Firenze la Repubblica di Siena e Ferdinando, re di Napoli. L'anno successivo questo pericoloso blocco militare ottenne anche la benedizione pontificia, giacché all'alleanza aderì Papa Sisto IV, adirato contro i Medici perché questi avevano ritenuto compromesso nella congiura dei Pazzi suo nipote, cardinale di San Giorgio. Nel luglio del 1478 l'esercito dei collegati senesi e aragonesi attaccò lo stato fiorentino dalla val di Staggia, pose l'assedio al castello di Rencine e presto lo conquistò. Poi, nell'agosto, si impadronì dei principali fortilizi chiantigiani, tra i quali quello di Volpaia. E poiché gli articoli terzo e sesto della Lega stabilivano che tutte le terre e i castelli conquistati dai collegati entro un raggio di 15 miglia da Siena dovessero appartenere ai senesi, Volpaia sembrava dovesse ormai far parte del campo avverso a Firenze. Viceversa, il mese di agosto non era ancora finito e già Volpaia si ribellava ai senesi che ne avevano preso possesso. Anzi, scacciata la guarnigione che le era stata posta a guardia, fece prigioniero il commissario senese, di nome Cipriano, che fu condotto a Firenze. L'esercito dei collegati, avvisato della rivolta, accorse con Federico, figlio del re di Napoli, alla testa di molte truppe, e il due settembre, vinta la resistenza dei difensori, espugnò nuovamente il castello di Volpaia. Ma non fu una conquista duratura: il sette ottobre dello stesso anno il fortilizio fu riconquistato dai fiorentini, come la maggior parte dei castelli chiantigiani. Infine la guerra si spostò fuori dal territorio del Chianti, ma continuò ancora con alterne vicende fino alla tregua che fu patteggiata a Roma nel 1479, e trasformata in pace nel marzo 1480. Nonostante numerose integrazioni e distruzioni, il Castello di Volpaia conserva ancor oggi notevoli testimonianze del suo passato di fortificazione fiorentina nel territorio del Chianti. Il fortilizio era formato da una cinta di mura a pianta grossolanamente ellittica, nella quale si alternavano alcune torri di difesa. La maggiore di queste, posta a lato della porta d'ingresso, doveva fungere da mastio. Oltre a qualche tratto delle mura originali, rimangono oggi la poderosa torre principale della fortificazione, a pianta rettangolare, e una delle torri minori. Una torretta cilindrica, situata nel lato nord, è da considerarsi invece aggiunta in epoca posteriore, giacché la sua muratura, a sasso accapezzato, è diversa da quella, a filaretto, delle parti più antiche del castello. È probabile sia stata edificata dopo le distribuzioni aragonesi del 1478, poiché dalla seconda metà del XV secolo si costruirono spesso torri rotonde, che erano più adatte a sostenere l'attacco delle nuove artiglierie. Una svolta, anche dal punto di vista della struttura architettonica del castello, ebbe luogo nel secolo XVI, con il declino della potenza senese che portò nel 1555 alla caduta della repubblica. Ebbe inizio per il Chianti un lungo periodo di pace e il Castello di Volpaia, venuta meno la sua originaria funzione difensiva, perse poco a poco anche il suo aspetto guerresco: alcuni portali tardo-rinascimentali che si aprono in abitazioni entro il castello, testimoniano di questo mutamento, che portò alla scomparsa di larghi tratti di mura e alla costruzione di edifici di abitazione. Una via percorreva il castello all'interno, lungo il suo asse maggiore, dividendolo in due parti quasi eguali. In corrispondenza dell'inizio di questa via principale si apriva la porta di accesso al fortilizio, oggi scomparsa per le alterazioni che ha subito tutta la parte sud-ovest delle mura (ma essa è ancora riprodotta nei disegni di un cabreo del 1801). Nello stesso settore sono invece notevoli resti di costruzioni medioevali interne al castello, incorporate in edifici usati per abitazione. Altri link suggeriti: http://www.castellodivolpaia.com/, http://www.caivaldarnosuperiore.it/il-castello-di-volpaia-radda/, https://www.youtube.com/watch?v=-wJ7mEfOgbE (video di Marco Pistolozzi), https://www.youtube.com/watch?v=TnLlokKAZhI (video di Vincenzo Bellini), http://footage.framepool.com/it/shot/111023686-castello-di-volpaia-chianti-toscana-fortezza

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Volpaia

Foto: la prima è di Vignaccia76 su https://it.wikipedia.org/wiki/Volpaia#/media/File:Castello_volpaia07.jpg, la seconda è presa da http://footage.framepool.com/en/shot/495605303-castello-di-volpaia-chianti-cypress-tuscany

mercoledì 13 dicembre 2017

Il castello di mercoledì 13 dicembre





CAROVIGNO (BR) - Castello in frazione Serranova

Serranova è un piccolo borgo agricolo ubicato a circa 9 Km da Carovigno. E' composto da poche case, abitate sia d'estate che d'inverno, da una piccola scuola elementare, da pochi altri servizi, da una bella chiesa e da un castello di modeste dimensioni, che fungeva da residenza estiva dei principi Dentice di Frasso di San Vito dei Normanni. Questo è costituito da una torre quadrata, che fu costruita su un altro antico edificio risalente, probabilmente, al 1350, contornata da tipiche case medievali di piccole dimensioni tutte unite tra loro. L'accesso era possibile tramite l'abbassamento di un ponte levatoio che metteva in comunicazione la torre con una scala ricavata su di un fabbricato indipendente dalla cinta muraria. Il salone risulta molto caratteristico per le sue velature affrescate rappresentanti personaggi del XVII secolo. Sembra che questa stanza, delle dimensioni 7 metri per 9 metri, sia stata in un primo tempo tutta affrescata, come lo dimostrano alcune parti di essa e che in un secondo momento sia stata imbiancata a calce. L'edera e la vite americana, usuale nell'addobbo esterno dei castelli di Carovigno e San Vito posseduti dalla casa Dentice, ha qui abbondantemente amalgamato e fuso in un unicum il vecchio ed il nuovo e solo un esame particolareggiato può far distinguere le strutture dell'antico nucleo della fortificazione. Quest'ultimo risulta rinforzato ai quattro lati da costoloni di carparo prelevato, con molta probabilità dalla cava vicina di Monte Stazzo. Un particolare interessante di questa torre è costituito da un sistema di caditoie che perimetralmente si estende per tutta la cima della torre e che dava la possibilità di buttar giù olio e pece bollente per tutto il perimetro della stessa in caso di attacco di barbareschi. Un parapetto a mezzo busto, sporgente, e montato sullo spigolo dei beccatelli, servito da un sistema di feritoie strombate, permette l'osservazione delle zone che, dalla marina, si estendono sino alla masseria senza che tale operazione possa essere vista dall'esterno. Dei 116 beccatelli che lo sostengono, i quattro degli angoli si vedono decorati e fungono da doccioni. Una tesi molto accreditata sostiene che il nome del borgo, conseguentemente acquisito dal castello, derivi dal cognome dell’antico feudatario proprietario, nel XVI secolo, del complesso in oggetto, il nobile genovese Ottavio Serra. A rafforzare tale tesi concorrono alcune testimonianze di persone del XVII secolo che ricordano come la Masseria che oggi si chiama Serranova era conosciuta come la Difesa del Palombaro. Il toponimo di Serranova, quindi, voluto dal Barone Serra, stava ad indicare una precisa sua volontà nel lasciare un segno tramandabile ai posteri della sua presenza nel feudo di Carovigno. In effetti, tale tesi è ulteriormente suffragata dal fatto che, guardando bene la torre da uno qualsiasi dei suoi lati, immediatamente sotto la linea dei beccatelli, ci si accorge dell'esistenza di due file di alloggi quadrati per i colombi la cui alternanza, vuoto-pieno, altro non è che la versione ingrandita dell'arma del casato Serra. Ripercorriamone la storia: nel 1382 ne divenne proprietario il Principe di Taranto Raimondo del Balzo Orsini. Già nell’inventario di Raimondo del Balzo Orsini del 1396, abbiamo una testimonianza scritta dell'esistenza di una masseria, tale fabbricato, però, era conosciuto come masseria del Palombaro, ancora non si fa menzione, in quel tempo, del Castello di Serranova. E' da allora che l’attuale Serranova divenne territorio annesso al feudo di Carovigno e come tale seguì tutte le sue vicissitudini. Il Principe Raimondo del Balzo Orsini, morì nel 1407, lasciando tutti i beni, compresa la masseria del Palombaro, alla moglie, la Regina Maria d'Enghien, Contessa di Lecce. Nel 1464 la proprietà pervenne nelle mani di Bartolomeo del Balzo Orsini. Nel 1492, il feudo di Carovigno venne concesso dal Re Ferdinando I d'Aragona al Barone Giovan Gaspare De Loffreda, proveniente dall'illustre famiglia napoletana che vanta uomini famosi nelle armi e nel governo. Ai Loffreda successe il Marchese Padula, nel 1595, e quindi, nel 1597 la proprietà passa ad Agostino Caputo. Come già accennato, per la precisione nel 1619, la proprietà passò in proprietà al nobile famiglia genovese Serra, quindi, nel 1629 ad Ottavio Serra, il quale edificò il castello e fece costruire anche un piccolo villaggio intorno. Fu da questo momento che la masseria prese il nome che attualmente connota il piccolo borgo: Serranova. Il Castello di Serranova fu oggetto di parecchie alienazioni di feudatario in feudatario: da Ottavio Serra a Scipione Costaguto nel 1653, da questi alla famiglia Castaldo, quindi a Giulio di Sangro nel 1684, infine nel 1702 giunse nelle mani del Barone Granafei, che diede lustro a quel territorio, rinomato per la sua estensione e per il rilevante numero di alberi di ulivi secolari che inglobava. Nel 1742, il feudo ed il Castello di Serranova pervennero a Michele Imperiali Principe di Francavilla Fontana e signore di Carovigno. Con la morte di Michele Imperiali, che non ebbe alcun successore, avvenne l'ultima devoluzione al Fisco nel 1782. L’aspetto nobile della storia del piccolo castello si conclude con il possesso acquisito nel 1792 dal Principe Gerardo Dentice di Frasso, il quale acquista il Castello di Serranova dal fisco. La famiglia Dentice di Frasso, dedicò molta cura fino alla prima metà del XX secolo, affinché si riattivassero le attività che avevano caratterizzato il feudo nel corso della storia. Nel 1904, il Castello di Serranova, adibito a residenza estiva, pervenne al Conte Alfredo Dentice di Frasso. Nel 1976 il Castello di Serranova venne venduto dal principale erede testamentario della nobile casata, il Conte Luigi Dentice di Frasso, ad altri privati (all'azienda Agricole Vallone) ed è tuttora inaccessibile al pubblico. Particolare del complesso feudale è la cappella del XVII secolo che si trova nei pressi del castello. E' costituita da una navata con tre altari e fu elevata a parrocchia per volere di Ottavio Serra nella prima metà del ‘600. In uno di questi altari è conservato il famoso "Crocifisso di Serranova", un crocifisso in legno del 1700 al quale vengono attribuiti poteri miracolosi, tanto che su di esso la tradizione popolare ha tramandato più di una leggenda. Esso dovrebbe essere di provenienza marinara, precisamente da una imbarcazione il cui equipaggio, salvatosi per miracolo da un violento temporale sulla costa di Torre Guaceto, volle fare dono alla cappella di Serranova come ex voto per la grazia ricevuta. Il 3 Maggio di ogni anno il "Crocifisso di Serranova" viene portato in processione per scongiurare eventi calamitosi o siccitosi. Ma ancora, accanto a questo altare, c’è una spada miracolosa che, sempre secondo la tradizione popolare, avrebbe salvato da sola alcuni cittadini del borgo antico dall’attacco dei turchi, tagliando la testa ad uno di essi e facendo di conseguenza fuggire gli altri. Infine, a testimoniare l’intensa attività agricola di tipo oleario che caratterizzava la zona sin dal medioevo, vi è vicino alla cappella, scavato nella roccia, un antichissimo "trappeto", (antica denominazione di frantoio), dove le olive venivano lavorate e trasformate in olio. Altri link suggeriti: http://www.comune.carovigno.br.it/territorio/da-visitare/item/castello-di-serranova-2.

Fonti: http://www.lalanternadelpopolo.it/Castello%20Serranova.htm, https://it.wikipedia.org/wiki/Serranova

Foto: la prima è di Ston75 su https://it.wikipedia.org/wiki/Serranova#/media/File:Fotodelcastello.jpg, la seconda è presa da https://www.lucianopignataro.it/wp-content/uploads/2011/06/graticciaia-castel-serranova.jpg

martedì 12 dicembre 2017

Il castello di martedì 12 dicembre



MONCUCCO TORINESE (AT) - Castello

Moncucco è citato per la prima volta come Montecuch nel diploma che confermava i possedimenti di Guglielmo V del Monferrato da parte dell'imperatore Federico Barbarossa emanato a Belforte nel 1164. Nel 1258 il signore di Montecucco sottoscrisse una convenzione con il comune di Chieri per una difesa del suo castello da parte del comune chierese. Nel 1290 il castello di Montecucco venne occupato dalle truppe del comune di Chieri a cui rimase per più di un secolo, fino a quando nel 1396 passò sotto il possesso di Teodoro II marchese del Monferrato. Nel 1631 con il Trattato di Cherasco passò sotto i Savoia come parte della provincia di Asti. Con l'occupazione francese entrò a far parte del dipartimento del Tanaro nel 1799 nella Repubblica Piemontese e poi dal 1801 al 1805 nella Repubblica Subalpina annessa nel 1802 all'Impero Napoleonico. Nel 1799 i moncucchesi avevano chiesto inutilmente di essere annessi al dipartimento dell'Eridano con capoluogo Torino, con la riorganizzazione nel 1805 il comune passò sotto il circondario di Asti del dipartimento di Marengo dove rimase fino alla caduta di Napoleone. Il castello di Moncucco, così come si presenta ora, risale ai secoli XIV-XV, ma porta su dì sè i segni evidenti di ampliamenti e modifiche del XVIII e del XIX secolo. E' un edificio grandioso, costituito da un insieme di corpi di fabbrica, a pianta irregolare, ancora recintato da solide mura. Una torre di notevoli dimensioni sporge da una delle fiancate, mentre una seconda è posta al centro dell'edificio, come raccordo fra le due maniche del castello. Esso domina il paese e da esso si può ammirare un magnifico paesaggio che dalle colline del Monferrato si estende alle colline del Piemonte meridionale e a quelle torinesi, a Superga e all'arco alpino. La prima attestazione dell'esistenza del castello di Moncucco è contenuta in un diploma imperiale del 5 ottobre 1164. In esso l'imperatore Federico I confermava al marchese di Monferrato una lunga serie di possedimenti già nelle sue mani, fra cui appunto il castello di Moncucco. Signori del luogo fra XII e XIV secolo furono gli Avvocati del Vescovo di Torino. Essi si occupavano di proteggere gli interessi vescovili in campo civile e con tale incarico li troviamo presenti ad importanti avvenimenti della storia piemontese di quel periodo. Nel '200 nacquero in questo castello due cavalieri templari: i fratelli Nicolao e Iacopo. Il primo fu arrestato e processato nell'isola di Cipro; il secondo ricoprì la carica di Gran Precettore d'Italia dell'Ordine del Tempio. A partire dalla seconda metà del '200 i Signori di Moncucco si trovarono ad essere via via sempre più assoggettati al Comune di Chieri, col quale nel 1258 venne stipulato un patto di alleanza. Il legame con Chieri fu seguito, fra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, da un periodo di instabilità politica al termine del quale Moncucco si ritrovò a fare parte del Marchesato di Monferrato fino al 1631 quando, in seguito al trattato di Cherasco, entrò a far parte del Ducato di Savoia. La Chiesa di Torino continuò però a possedere diritti su Moncucco e concesse investiture ai Della Fraita (1303) e ai Balbis (1345). Nel 1413 l'imperatore Sigismondo confermò il possesso di Moncucco ai Marchesi di Monferrato che nel 1442 diedero il feudo ai Solaro di Chieri. La giurisdizione ed il possesso del castello vennero poi suddivisi in terzi. Uno di questi terzi nel 1490 fu alienato alla famiglia nobiliare casalese dei Grisella, che nel corso di fasi successive acquistò anche le altre porzioni del feudo. Essi mantennero la propria giurisdizione su Moncucco fino alla metà del XVIII secolo. Ad essi subentrarono, attraverso complesse vicende altre famiglie nobiliari. Nel 1662 un terzo del feudo fu ceduto dai Grisella a Tomaso Luigi Scarampi di Monale dal quale passò nel 1736 a Eleonora Margherita di Saluzzo Scarampi, baronessa di Cardè e contessa di Moncucco e Monale, che nel 1748 lo cedette ai Carron di San Tommaso, Marchesi di Avigliana. Con l'estinzione della linea principale di questa famiglia nel 1794 Moncucco fu infeudato a Tommaso Solaro di Govone. Alla sua morte, avvenuta nel 1822, il castello passò alla nipote Tommasina. Quando nel 1837 essa morì il castello passò alla famiglia del marito, il conte Luigi Melano di Portula. Nel 1855 venne acquistato dall'Amministrazione Comunale, cui tuttora appartiene. Gli ambienti interni, in gran parte ristrutturati, ospitano gli uffici del Comune, le Scuole dell'infanzia e primaria statali, il Museo del Gesso (in cui sono illustrate le fasi di lavorazione e l'impiego del gesso nell'architettura rurale del Basso Monferrato fra XVI e XIX secolo) e, in occasioni particolari, eventi pubblici e privati. L’ingresso al cortile interno è caratterizzato da due strette porte ad arco costruite sotto una struttura fortificata e anticamente chiuse da portoni di legno massiccio. Il cortile interno conserva una vecchia finestra con cornice medievale composta da tavelle decorate in terracotta. Altri link suggeriti: http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7B0FCE0C4D-2962-C048-2A43-0747C85C875D%7D&A=0, https://www.youtube.com/watch?v=jn3hThl8N-g (video di Città metropolitana di Torino).

Fonti: http://www.comune.moncucco.asti.it/, https://it.wikipedia.org/wiki/Moncucco_Torinese, http://www.turismoincollina.it/scopri/castelli/castello-di-moncucco-monferrato/, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di Davide Pescarolo su http://www.turismoincollina.it/scopri/castelli/castello-di-moncucco-monferrato/, la seconda è presa da http://www.parcopotorinese.it/dettaglio.php?id=38041




lunedì 11 dicembre 2017

Il castello di lunedì 11 dicembre






CANNARA (PG) - Castello in frazione Collemancio

Arroccato alla sommità di un colle nei pressi di Cannara il borgo di Collemancio è circondato da boschi ed olivi, ricco di storia e profondamente immerso nella quiete e nel silenzio, lasciando il proscenio a profumi e tradizioni antiche che si rinnovano nella quotidianità dei collemancioli. La storia di Collemancio affonda le proprie radici sino all’epoca romana, ne è testimonianza il sito archeologico di Urvinum Hortense, il cui antico municipio romano è collocato in una posizione incantevole, perfetto dominatore del magnifico panorama. Nel corso del V secolo, durante le invasioni barbariche decadde al pari di tante altre realtà urbane della propria regione di appartenenza e del resto d'Italia. Pur andando incontro a un progressivo spopolamento, la località doveva tuttavia essere ancora abitata all'indomani delle guerre gotiche a giudicare dalla costruzione in loco di una basilica paleocristiana a pianta rettangolare di medie dimensioni (21 m x 6 m) eretta tra il VI e il IX secolo. Tale basilica era adorna di sculture i cui frammenti le fanno risalire al IX secolo. Riguardo al vetusto borgo medievale che ancor oggi si identifica con l'abitato di Collemancio propriamente detto, le prime notizie risalgono al 1224, quando Onorio III concesse al vescovo di Assisi la giurisdizione sul castello di Collismanci (ma le sue origini vanno certamente ricondotte a prima dell’anno 1000). Nel 1323 Collemancio diventò comune e nel 1377 si sottomise a Perugia. In seguito, nel 1435, entrò a far parte dello stato dei Baglioni che ne fecero la loro residenza estiva per la bellezza e la piacevolezza del luogo. Dal 1500 Collemancio visse la sua autonomia come libero comune, avendo quindi statuti propri, scuole, chiese e gendarmi. Successivamente, come Cannara, entrò a far parte dei territori ecclesiastici nel 1648, e del comune di Cannara nel 1870. Le sue solide mura a strapiombo, il robusto cassero a protezione della principale porta d’accesso al borgo, dove è scolpito lo stemma di Collemancio (una torre sormontata da un cassero e merli guelfi), rievocano un fascino antico ancora vividamente presente. Il castello è di pianta molto semplice, all’interno si snodano due strade principali e parallele che attraversano tutto il borgo. La strada inferiore conduce al nucleo intorno al quale si è sviluppato l’antico paese, costituito dalla chiesa di Santo Stefano e dal Palazzo del Podestà. Nota sin dal trecento, la Chiesa di Santo Stefano ha un’unica navata ed al suo interno sono presenti diversi affreschi nonché una colonna romana. Nella piazzetta antistante è presente il Palazzo del Podestà, una costruzione del XIV secolo, al cui piano terra era sita una piccola cappella detta Santa Maria Nuova a destra della quale esisteva un piccolo e tetro carcere. Attualmente il Palazzetto è sede dell'”Antiquarium Urvinum Hortense“, sorta per valorizzare le risorse artistiche del luogo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=BCI2R_im_Bw (video di Claudio Mortini), http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=31683&RicProgetto=reg-umb

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Collemancio, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-collemancio-cannara-pg/

Foto: la prima è di Darja82 su https://it.wikipedia.org/wiki/Collemancio#/media/File:Castello_di_Collemancio_(Umbria).jpg, la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-collemancio-cannara-pg/

domenica 10 dicembre 2017

Il castello di domenica 10 dicembre




CARPI (MO) – Castello dei Pio

E’ un insieme disomogeneo di edifici di periodi diversi che si estende su piazza Martiri e su piazza Re Astolfo, cuore medioevale della città di Carpi. Oltre 160 metri è lungo il fronte del palazzo sulla piazza dei Martiri e oltre 14.000 i metri quadrati di superficie del palazzo, che comprendono cortili, porticati, terrazze, sale affrescate, loggiati, una cappella, ma anche uffici, sale conferenze, sale espositive. Il complesso, un tempo circondato da fossati, è composto da più corpi edificati tra l'XI e il XVII secolo, e fu abitato dai Pio dal XIV al XVI secolo. Tra i corpi di fabbrica unificati a più riprese si contano l'uccelliera, la torre del Passerino (o del Bonacolsi), la facciata centrale, le stanze del vescovo, la torre dell'orologio, il torrione degli Spagnoli (o di Galasso), le rocche vecchia e nuova. L'impulso decisivo fu dato da Alberto III Pio, principe umanista nipote del celebre Pico della Mirandola, che trasformò la rocca medievale in una residenza in stile rinascimentale nel XVI secolo. Il complesso fu poi adibito a scopi diversi nei secoli successivi alla caduta dei Pio e attualmente ospita l'archivio storico comunale di Carpi, alcuni musei e il "Castello dei ragazzi" ed è sede saltuaria di mostre d'arte. Il corpo centrale dell’edificio è occupato sulla piazza dalla maestosa facciata rinascimentale, ritmata in modo chiaroscurale per la presenza di finestre e nicchie dove si trovavano affreschi policromi di soggetto antico, raffiguranti imperatori romani a mo’ di statue. Resti di affreschi di Giovanni del Sega (1506) sono presenti al piano superiore. Sono evidenti nell’architettura gli influssi dei modelli classicheggianti di derivazione romana, portati a Carpi dall’architetto senese Baldassarre Peruzzi. In realtà la facciata rinascimentale sull’antico Borgogioioso terminava all’altezza del grande pinnacolo angolare merlato, tuttora esistente, che si eleva alla sinistra della Torre dell’Orologio. La facciata era collegata all’Uccelliera a nord e al Torrione a sud da una bassa muraglia, quanto rimaneva dell’antico muro perimetrale del Castello. Tra 1582 e 1589 il corpo centrale fu ampliato verso nord, mantenendo e completando l’aspetto rinascimentale dell’edificio, con l’aggiunta di un’intera ala (la cosiddetta aggiunzione estense) che collegava la parte cinquecentesca alla più antica torre del Passerino, a dare l’idea di un unico complesso palaziale. A sud in seguito, nel 1779, fu alzata di un piano l’ala bassa che congiungeva il Torrione degli Spagnoli alla parte centrale del palazzo, per trovare una sede temporanea per l’abitazione del vescovo di Carpi eletta in quell’anno a sede vescovile, in attesa della costruzione del Palazzo accanto al Duomo. Il centro della facciata, dove in antico era collocato il rivellino, è caratterizzato dalla presenza della Torre dell’Orologio, che costituisce l’ingresso principale al Palazzo dei Pio. La costruzione della torre, collocata al centro del palazzo dove si trovava il cassero fortificato dell’antico ingresso, iniziò nel 1577. Dopo un parziale crollo nel 1597, l’edificio fu ricostruito nelle attuali forme tra 1625 e 1637 su progetto di Guido Fassi. La torre, che ha mantenuto parte del vestibolo monumentale con il grande portale a paraste doriche di bugnato, si presenta caratterizzato da una composita verticalità definita da masse sovrapposte degradanti per dimensioni verso l’alto e terminante con un pinnacolo aperto in quattro archi centinati e sormontato da un cupolino rivestito in rame. L’angolo nord ovest della facciata del palazzo sulla piazza è segnata dalla caratterizzante presenza della torretta dell’Uccelliera. E’ un basso edificio rotondo costruito nel 1480 che aveva funzione di torretta angolare intorno a cui girava il canale. All’inizio del Cinquecento fu trasformata da Alberto III Pio in ninfeo con retrostante giardino segreto e con una voliera sul tetto per la sua collezione di uccelli rari, da cui il nome di Uccelliera. Altra analoga torretta esisteva nell’angolo meridionale delle mura prospicienti la piazza, ma fu distrutta nel Settecento per costruire Palazzo Scacchetti, ora sede del Municipio. Le cosiddette Stanze del Vescovo erano formate da grandi sale con soffitti in cannucciato e una cappella in scagliola bianca. Le pareti erano decorate ad affresco con motivi e decorazioni di carattere neoclassico, e oggi sono in parte ancora visibili. L’elemento più imponente del lato ovest del Palazzo dei Pio è invece il Torrione degli Spagnoli (o di Galasso) che ora chiude il complesso monumentale verso sud. L’edificio, costruito tra 1440 e 1450 unendo due precedenti torri, si presenta come un ampio torrione a pianta rettangolare dalla caratteristica struttura verticale, articolato su più piani con stanze dalle volte a crociera, sontuosamente affrescate. Alcuni altissimi pinnacoli che si alzano dalla linea del tetto sottolineano ancor oggi lo slancio dell’edificio. Di particolare interesse sono gli affreschi a piano terra, attribuibili a pittore di scuola ferrarese della metà del Quattrocento, e le decorazioni nelle sale al primo piano, in particolare uno stemma dei Pio di Savoia, della medesima epoca, notevole per fattura e qualità artistica. Il Torrione è l’unica parte del complesso del Palazzo dei Pio di proprietà dello Stato, mentre il resto è del Comune di Carpi. Entrando dal cassero della torre dell’Orologio, si accede al maestoso Cortile d’onore, oltre 900 metri quadrati di superficie. L’inserimento del cortile d’onore al centro del complesso residenziale dei Pio è l’elemento fondamentale che nel primo decennio del Cinquecento (tra 1504 e 1511), per volontà di Alberto III Pio, dà una nuova immagine al palazzo, tanto che non serve solo come punto di snodo tra le diverse parti dell’edificio (a nord gli appartamenti, a sud una zona di rappresentanza e oltre il Torrione di Galasso) e tra la nuova piazza e l’antico centro medievale a levante, ma anche come primo luogo di rappresentanza per chi accede al palazzo. Il cortile, costituito da un regolare loggiato con colonne in marmo a formare un portico ad arcate a tutto sesto sormontato da due sopralogge chiuse ai piani superiori, rappresenta una delle più felici realizzazioni rinascimentali a Carpi e rivela l’influenza di modelli urbinati e romani nei loggiati sovrapposti e nei loro particolari decorativi di buona qualità realizzativa - capitelli, peducci, mensole, con elementi figurati - opera del reggiano Bartolomeo Spani. Rimasto incompiuto nell’apparato ornamentale, fu integrato e concluso fra 1875 e 1876 da Achille Sammarini.Spicca nella piccola corte a nord del Cortile d'onore la Torre del Passerino (o Bonaccolsi), che costituisce l’edificio più antico attualmente esistente nell’intero complesso palaziale. La struttura architettonica è caratterizzata dalle tipiche merlature ghibelline (rifatte intorno al 1820, dopo la distruzione di quelle antiche), che dimostrano l’originaria funzione prettamente difensiva dell’edificio e come molte torri di avvistamento è orientata precisamente secondo i quattro punti cardinali. È alta circa trenta metri ed è suddivisa in cinque piani che originariamente dovevano essere intercomunicanti; nel XV secolo la stanza al primo piano fu inglobata nell’appartamento nobile (la Sala della Dama) e ne vennero affrescate le pareti. Parzialmente adibita a deposito di granaglie a inizio Ottocento, con la distruzione di alcune delle volte originarie, fu recuperata poco dopo con ampi rifacimenti. Sul lato est del cortile d’onore, verso piazzale Re Astolfo, è rimasta parte dell’area del palazzo denominata in antico Palazzolo o Corridoio. Questa struttura, che collegava la Rocca Nuova a nord con la Rocca Vecchia a sud, era costituita da un ampio e alto porticato che si apriva sui giardini del palazzo, collocati nell’area ora occupata dall’ex opificio Loria, sull’attuale piazzale Re Astolfo. A questo edificio appartengono due spesse colonne cilindriche in cotto con capitelli cubici arcaicizzanti che reggono volte a crociera, collocate in un vano attiguo alla cosiddetta Sala ex Poste, in cui è stato rinvenuto un affresco databile alla seconda metà del Quattrocento raffigurante un guerriero in veste di “sentinella del palazzo”. In epoca estense vennero qui sistemate le scuderie, mentre l’attuale decorazione in stucco liberty della sala fu realizzata in occasione dell’apertura dell’ufficio postale nel 1911. Anticamente la zona costituiva l’accesso sul lato orientale agli appartamenti della Rocca nuova, in prossimità dello scaloncino che conduce all’appartamento inferiore e quindi al piano nobile, alla loggia e all’appartamento. Malgrado il nome, la Rocca Nuova costituisce o meglio ingloba invece il nucleo originario (XII secolo) del complesso del Palazzo dei Pio, ora non più esistente ma in parte leggibile nella struttura architettonica. Su questa struttura si insediò poi nella seconda metà del Trecento Giberto Pio con la sua rocca, che fu poi inclusa, lasciando chiare tracce architettoniche e decorative, in un rifacimento successivo - la Rocca Nuova appunto -, quello attualmente visibile, databile verso gli anni Settanta del Quattrocento. È questa l’area residenziale di maggior prestigio del Palazzo dei Pio, con i due appartamenti collocati al piano ammezzato e al primo. All’appartamento inferiore si accede dallo scaloncino nell’angolo nord ovest del cortile d’onore. È costituito da cinque ambienti di dimensioni e funzioni differenti, tutti comunque abbelliti da decorazioni ad affresco databili tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento, ascrivibili all’epoca e alla volontà di Alberto III Pio. La sala dei Cervi è un ambiente di notevoli dimensioni decorato nella volta con crociere e nelle lunette da affreschi con soggetti tipicamente cortesi con scene di caccia. La volta presenta eleganti motivi geometrici intrecciati al cui interno sono iscritte le iniziali di Alberto Pio. Le decorazioni furono purtroppo irrimediabilmente danneggiate dal punto di vista cromatico nella quasi totalità da un incendio che si sviluppò nella sala intorno al 1861, dando alle pitture una scura tonalità brunastra, ben diversa dai brillanti azzurri e verdi che dovevano caratterizzarla. La successiva sala degli Stemmi o dei Re presenta sulle due belle volte a crociera e sulla parte superiore delle pareti affreschi con stemmi dei re di Francia, con i tre gigli dorati, di Ludovico il Moro di Milano e di Anna di Bretagna. La volta presenta sul fondo bianco numerose code di ermellino (elemento decorativo piuttosto frequente nelle residenze dei re di Francia), mentre i costoloni delle crociere sono sottolineati da belle decorazioni a candelabra bianche su fondo blu. La presenza di stemmi legati ai re di Francia in questa e nella sala successiva dei Gigli è dovuta all’alleanza di Alberto Pio con i Francesi nel 1506; nel 1509 Carlo d’Amboise passò per Carpi e a questi anni sono da far risalire queste decorazioni. L’adiacente sala dei Gigli presenta decorazioni nelle lunette delle pareti e nella volta, caratterizzata da piccoli soli con gigli dorati all’interno. Due delle lunette presentano invece su fondo azzurro una serie di gruppi statuari marmorei figurati, tra cui spiccano ben riconoscibili i Dioscuri di Montecavallo, tra cui sono inseriti medaglioni raffiguranti imprese araldiche e gigli di Francia sorretti da coppie di putti. Sulle altre due lunette sono ben identificabili Dioniso a cavallo di una pantera e la Sfinge che schiaccia un leone. Emerge in queste decorazioni, opera di Giovanni del Sega, un gusto antiquariale tipico della pittura romana di quegli anni che caratterizza buona parte delle decorazioni cinquecentesche del palazzo di Carpi, prima di tutte la sala dei Mori. Un piccolo gioiello è l’attigua sala delle Muse, tipicamente rinascimentale per gusto e per scelta iconografica. La decorazione, ricca di figure allegoriche umanistiche, si sviluppa dal centro della volta, dove è rappresentato Pegaso in una cornice di grottesche di straordinaria qualità pittorica, alle lunette delle pareti dove si trovano le Muse in veste di musiciste e dove su un camino perduto doveva esserci anche Apollo, in una rappresentazione del Parnaso, come era nello studiolo ferrarese di Belfiore e nel tempietto delle Muse di Federico da Montefeltro a Urbino. All’incrocio delle vele, entro medaglioni, i busti dei grandi poeti dell’antichità. Questo piccolo vano era molto probabilmente lo studiolo di Alberto Pio, un luogo intimo e privato, direttamente collegato alle sale dell’appartamento del piano nobile in cui veniva conservata parte della sua biblioteca. Dell’attiguo stanzino, denominato dei Cartigli per la presenza nella decorazione di cartigli incompleti degli stemmi, è da citare la bellissima crociera della volta segnata da una decorazione a candelabra di notevole qualità esecutiva. Si tratta probabilmente di un piccolo ambiente di passaggio per il vano attiguo, in cui ancora oggi rimane l’imposta dell’antica presenza di una scala a chiocciola che saliva, oltre che per le labili ma ben leggibili tracce di una trecentesca decorazione ad affresco a motivi vegetali dell’antico muro esterno della rocca, poi inglobato. Attraverso lo scalone d’onore si accede alla loggia di primo ordine e quindi, attraverso la sala dei Mori, all’appartamento nobile. È questo il percorso rinascimentale di accesso al palazzo, quello che passando per la piazza e il cortile, costituiva un itinerario di avvicinamento al signore attraverso i luoghi di rappresentanza della sua residenza. La loggia di primo ordine, coi suoi quattro bracci caratterizzati da alte volte, riprende i modelli architettonici romani della gallerie vaticane e di palazzo Chigi, a cui lavorò lo stesso Baldassarre Peruzzi chiamato a Carpi da Alberto Pio. La loggia costituisce il punto focale di snodo dei percorsi di visita del palazzo e nella sua maestosa compostezza risulta una delle più belle e interessanti realizzazioni del Rinascimento a Carpi. La sala dei Mori è già dal 1470 il salone dove si svolgono le funzioni pubbliche della signoria. Costruita nelle attuali forme e con l’apparato decorativo che la caratterizza, con funzioni di rappresentanza, nei primissimi anni del Cinquecento da Alberto Pio, fu denominata sala dei Mori solo nel Settecento perché utilizzata per la produzione della seta (il moro è il frutto del gelso). Gli affreschi furono realizzati tra aprile e giugno 1506 da Giovanni del Sega, riprendendo i modelli antichizzanti di ascendenza di cui già si è parlato. Le pareti si aprono con funzione scenografica, dilatando l’ambiente verso lo spazio aperto, attraverso una partitura architettonica prospettica formata da una loggia architravata sostenuta da pilastri a candelabra. Sul basamento poggiano statue antiche disposte come in una collezione antiquaria secondo la moda diffusa a Roma e nelle grandi corti rinascimentali in quegli anni. Il fregio superiore è percorso da una decorazione a racemi con medaglioni raffiguranti i ritratti dei Cesari e di Luigi XII di Francia, mentre lo zoccolo inferiore è caratterizzato da una decorazione a finta tarsia marmorea intervallata da medaglioni purtroppo poco leggibili. Sulla parete meridionale della sala dei Mori si apre la Cappella dei Pio. Ambiente di piccole dimensioni dal decoro tipicamente rinascimentale, è formato da una navatella rettangolare con volta a crociera e da un vano quadrato con cupola che finge da presbiterio. Gli affreschi (abbondantemente restaurati all’inizio del Novecento) coprono tutte le pareti e le volte e riportano episodi della vita di Cristo e di Maria, a cui è dedicato l’ambiente, realizzate entro il 1511 da Bernardino Loschi, con moduli stilistici che si rifanno alla tradizione pittorica tardo quattrocentesca lombarda e padana di ascendenza mantegnesca. Particolarmente interessante, anche per il valore storico, il ritratto del principe Alberto III, dedicatario della cappella, nella zona presbiteriale, insieme al fratello Lionello e due prelati. Nelle lunette della navatella si trovano quattro medaglioni in terracotta invetriata a bassorilievo raffiguranti gli Evangelisti, opera di Andrea della Robbia. A ovest della sala dei Mori si apre un vasto ambiente, la cosiddetta stanza del Forno, che conserva come le due stanze successive tracce di affreschi nella parte superiore delle pareti, che costituiscono un fregio decorativo analogo per iconografia e motivi stilistici alle decorazioni dell’attigua sala dei Mori, opera di Giovanni del Sega. Di notevole interesse il soffitto ligneo decorato di recente recuperato, databile ai primi anni del Cinquecento, con una struttura a cassettoni dal fondo blu con al centro un elemento floreale dorato. Le travi, di colore rosso con motivi decorativi dorati, si intersecano alle pareti dove, sopra al fregio, sono presenti elementi affrescati a dadi di colore rosso anch’essi. Passate queste prime tre sale, attraverso un’intercapedine ricavata dall’originario muro esterno della torre del Passerino, si accede alla sala della Dama. La stanza presenta sulle pareti e sulla volta a crociera decorazioni ad affresco di artista emiliano databili al XV secolo, in cui spiccano le figure di una dama a cavallo e di un’altra sotto un baldacchino, interessanti per i riferimenti a temi cortesi diffusi tra Trecento e Quattrocento. Dai documenti antichi risulta che la stanza era la camera cubicularia (cioè la stanza da letto) dell’appartamento nobile e sembra che i due personaggi rappresentati entro mandorla nella volta, una donna con capo velato di bianco e un uomo con tutte le caratteristiche del signore, siano Lionello Pio e Caterina Pico, genitori di Alberto III Pio. Tornando nella Rocca Nuova, si accede alla sala Ornata o del Principe, che presenta affrescato alle pareti un finto loggiato architettonico con archi a tutto sesto, opera probabile dell’inizio del Cinquecento di Bernardino Loschi. Molto interessante è lo splendido soffitto ligneo intagliato e dorato, con motivi di candelabre, racemi, sirene e putti reggistemma. Al centro del soffitto, integrazione di inizio Cinquecento, c’è una figura allegorica su trono, all’interno di una struttura prospettica con volta. Allo stesso periodo sono databili una parte delle decorazioni della successiva stanza dei Trionfi. Il ciclo di affreschi della sala, uno degli ambienti più suggestivi dell’appartamento nobile del palazzo, raffigura il tema dei Trionfi, immagini allegoriche di carri in trionfo secondo la tradizione dell’antica Roma rappresentanti l’Amore, la Morte, la Carità, la Fama, l’Eternità e il Tempo. Nella scelta del soggetto è ipotizzabile un riferimento all’omonima opera poetica di Francesco Petrarca, i cui rapporti con Carpi sono tra l’altro documentati da un soggiorno del poeta alla metà del Trecento. Alla seconda metà del Quattrocento sono attribuibili le scene del Trionfo del Tempo, del Trionfo dell’Amore e di un Corteo di cavalieri di dame, assolutamente estraneo all’iconografia classica dei Trionfi, con evidenti riferimenti alla cultura decorativa espressa a Palazzo Schifanoia a Ferrara e a Palazzo Ducale a Mantova. Di qualche decennio successive, sono le scene con il frammentario Trionfo della Morte e il Trionfo della Fama, attribuibili a Bernardino Loschi. Sotto il ciclo pittorico dei Trionfi sono di recente emerse tracce di affreschi di carattere decorativo con motivi vegetali e animali e un grande sole, databili a una fase precedente della storia del palazzo e facenti parte dell’antica decorazione esterna della rocca medievale. Analogo ciclo pittorico dell’inizio del Cinquecento, purtroppo rimasto solo per brani, ornava anche le pareti della sala dell’Amore, in cui rimangono al momento poche e labili tracce di decorazione. Interessante il soffitto ligneo a cassettoni dipinti con rosette dorate del XVI secolo (ma ampiamente restaurato a fine Ottocento), in cui si ritrovano le imprese di Alberto III Pio. Altri due piccoli ambienti concludono il percorso dell’appartamento nobile. Nell’angolo nord ovest è collocato il cosiddetto Studiolo, un vano di collegamento con l’appartamento inferiore nel quale sono stati recentemente collocate alcune tavolette da soffitto in legno intagliate e dorate del XVI secolo, provenienti da un vano del palazzo di analoga struttura. Molto interessante, sulla parete meridionale, parte dell’antica (trecentesca) decorazione della facciata esterna della rocca, poi inglobata dai rifacimenti quattrocenteschi. Infine, in un’intercapedine muraria a sud della sala dei Trionfi si apre un piccolissimo ambiente rettangolare che presenta sulla fascia superiore delle pareti un fregio iscritto a lettere capitali dorate su fondo blu, che riporta presumibilmente una invocazione di preghiera o di protezione in lingua latina. Prima di salire al livello superiore, sullo stesso piano nobile, con accesso diretto dallo scalone d’onore, si apre un vasto spazio che, intorno al 1642, fu sistemato per ospitare il teatro a strutture fisse del palazzo. La nuova costruzione, realizzata su progetto di Gaspare Vigarani, occupò un grande vano dell’altezza di due piani che fu ricavato nell’ala di levante del palazzo, modificando anche la facciata esterna sull’attuale piazzale Re Astolfo, che venne utilizzata per il gioco del pallone. Dopo la costruzione del nuovo teatro comunale nel 1859, la grande sala venne sventrata e di lì a poco diventò sede della palestra della società La Patria, funzione che ha mantenuto fino al 2001. Il livello del sottotetto, dove oggi si sviluppa il Museo della città, non è caratterizzato da strutture architettoniche di particolare pregio. Accanto al quadrilatero della sopraloggia, uguale per estensione ma con un’altezza inferiore, alla sottostante loggia di primo ordine, si aprono a nord due vasti ambienti che presentano traccia delle antiche strutture architettoniche della rocca trecentesca e in un ampio vano all’estremo nord, la sala delle vedute, brani di affreschi con vedute urbane piuttosto interessanti. Accanto a questi due ambienti, nella torre del Passerino, si trova la sala delle Carceri, che riporta sulle pareti e sul pavimento scritte graffite dei prigionieri che lì passavano la detenzione. A sud della sopraloggia, si aprono poi una serie di vani di sottotetto, di scarso pregio, che sormontano gli ambienti del piano nobile a meridione del cortile che, date le decorazioni e la posizione, dovevano avere funzioni di rappresentanza. La parte sud est del complesso del Palazzo dei Pio è occupata dalla cosiddetta Rocca Vecchia. Così come la vediamo ora, fu costruita intorno alla fine del Quattrocento. Il nome fa tuttavia riferimento a un edificio più antico che lì si doveva trovare, forse una precedente rocca, di cui rimangono le tracce, benché modifiche e integrazioni dei secoli successivi abbiano parzialmente cambiato la forma originaria. Sulla facciata orientale infatti sono ben visibili brani di decorazioni esterne e soprattutto i rilievi degli antichi merli di un edificio che doveva avere una qualche funzione difensiva. All’interno della rocca, sede dell’Archivio Storico Comunale, è presente la cosiddetta sala dei Cimieri, caratterizzata da una bella decorazione ad affresco quattrocentesca con giganteschi cimieri e un bel fregio a motivi vegetali con pigne dorate, simbolo dei Pio. All'interno del castello si trovano i musei civici, ordinati in più sezioni: il Museo civico Giulio Ferrari, il Museo della Città, l'esposizione di xilografie di Ugo da Carpi, l'omaggio a Blumarine di Anna Molinari e altre sezioni didattiche e storiche. Al piano nobile gli ambienti attorno al cortile sono organizzati come un loggiato continuo (oggi chiuso da vetrate), che si ispira alle logge di Raffaello e dove non si può escludere un intervento di Baldassarre Peruzzi, allievo del Raffaello. Da qui si può accedere all'appartamento monumentale, nell'ala nord-est. Si incontra per primo il "Salone dei Mori", ispirato ai saloni estensi come a palazzo Schifanoia e decorato da prospettive, statue all'antica e allegorie (poco leggibili) di Giovanni del Sega (1506). A destra si apre la cappella, costituita da due campate di una navatella e da un presbiterio quadrato con cupoletta su pennacchi (restauro nel 1921). Le pareti e le volte sono coperte da affreschi del primo Cinquecento di Bernardino Loschi (Storie di Maria, Alberto Pio e familiari). Sull'altare si trovava l'Annunciazione di Vincenzo Catena, oggi in un'altra sala del museo. Alle pareti inoltre quattro tondi in terracotta policroma invetriata di Andrea della Robbia, raffiguranti gli Evangelisti. Pregevole ma non originale il pavimento maiolicato. L'annessa "stanza del Forno" ha un camino cassettonato ligneo del XIV secolo, e conserva affreschi staccati del XVI secolo. Seguono la "stanza Ornata", con prospettive di Bernardino Loschi, e la "stanza dei Trionfi", con resti di affreschi dello stesso autore ispirati ai Trionfi del Petrarca, tema assai caro alle corti rinascimentali. Un tempo si trovava qui il nucleo più significativo della pinacoteca, mentre oggi si preferisce dare maggior risalto agli affreschi restaurati. Annessa è la "stanza dell'Amore", con una camino del XV secolo e una volta decorata da dipinti e stucchi; gli affreschi scialbati sono del XV-XVI secolo. Altri ambienti sono la "Sala dei cervi" (affreschi a soggetto venatorio del XVI secolo) e la "stanza degli Stemmi" (affreschi del XVI secolo). La pinacoteca è in corso di riallestimento. Tra i dipinti della collezione la Vendetta di Progne di Mattia Preti, l'Allegoria del Vizio e della Virtù di Jacopo Palma il Giovane, l'Annunciazione del ferrarese Scarsellino, il Battesimo di Cristo di Denijs Calvaert (maestro di Guido Reni) e opere di Giovanni del Sega, Bernardino Loschi, del Mastelletta, di Vincenzo Catena e di molti altri pittori di scuola emiliana. Conserva inoltre ceramiche rinascimentali di scuola emiliana e arredi storici. In alcune salette del piano nobile è stato ricavato dal 1936 il "Museo della xilografia italiana", dedicato a Ugo da Carpi e ai maestri italiani e stranieri. Vi sono esposte opere originali a rotazione, matrici e un torchio del XIX secolo. Al secondo piano, recentemente riordinato, si trova il "Museo della città". Negli ambienti per lo più attorno al loggiato l'esposizione raccoglie materiali del territorio a partire da una sezione archeologica, con materiali preistorici, etrusco-padani, celtici, romani e medievali. Segue una sezione moderna, con particolare attenzione ai signori della città (i Pio da Carpi prima e gli Estensi poi), una dedicata ai bronzetti francesi del XIX secolo, una alla produzione di piani in scagliola tra i secoli XVII e XVIII, una al Risorgimento, una al mondo contadino e una alla Carpi industriale e contemporanea, con particolare attenzione al mondo del tessile e all'eccellenza del territorio rappresentata dalle creazioni di Anna Molinari per Blumarine. In un cortile secondario si trova il Museo-monumento al deportato politico e razziale, inaugurato nel 1973 su progetto di Ludovico Belgioioso. Traccia la storia durante la seconda guerra mondiale del campo di internamento di Fossoli, l'unico del suo genere in Italia, situato a poca distanza da Carpi. Qui gli internati erano raccolti nell'attesa di proseguire per i campi di sterminio in Germania, luoghi ricordati da 16 grandi stele in cemento coi nomi dei lager nazisti. Dal cortile si accede anche alla Biblioteca comunale, che può vantare 30.000 volumi e una rara collezione di opere antiche e incunaboli provenienti dalla Libreria dei Padri francescani. Ecco il sito ufficiale del monumento, consigliatissimo per chi volesse cercare approfondimenti: http://www.palazzodeipio.it/. Altri link suggeriti: http://www.arte.rai.it/articoli/rinasce-un-piccolo-gioiello-a-carpi/22822/default.aspx, https://www.youtube.com/watch?v=z97FL3uiOZA (video di InCarpi Promozione e Turismo Comune di Carpi), https://www.youtube.com/watch?v=N9q8sAeoByA (altro video di InCarpi Promozione e Turismo Comune di Carpi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Pio

venerdì 8 dicembre 2017

Il castello di sabato 9 dicembre



VIBO VALENTIA – Castello Normanno-Svevo

Dopo la fine dell'impero romano i bizantini provvidero a fortificare l’insediamento, ma i saraceni lo attaccarono e saccheggiarono più volte. Ruggero I di Sicilia pose nell'XI sec. i suoi accampamenti a Vibo e in seguito trasferì la sede della diocesi, presente a Vibo fin dal V o IV secolo, nella sua Mileto. Sempre in questo periodo, Ruggero smantellò colonne e marmi degli antichi edifici classici di Vibo Valentia per utilizzarli a Mileto nella costruzione di altri edifici. Federico II di Svevia passando dalla città, rimasto impressionato per la bellezza e il potenziale strategico del luogo (Nicolai de Jamsilla, De rebus gestis Federici II imperatoris), diede l'incarico al "secreto" di Calabria, Matteo Marcofaba, di ricostruirla e ripopolarla e da allora cambiò il nome in Monteleone. In questo periodo venne realizzata la prima fase del castello che per errore veniva attribuita al periodo Normanno. Sotto gli Angioini la città acquisì ancora più prestigio e prosperità, divenendo serie del vicario reale. Sempre nello stesso periodo venne ulteriormente rafforzato e ingrandito il castello e la cinta muraria medievale. In seguito fra il periodo Angioino e Aragonese, divenne feudo dei Caracciolo e poi comune demaniale. Nel 1501, usurpando quelli che erano i diritti della città, venne affidata nuovamente come feudo ai Pignatelli. Per questo scoppiò una rivolta per il quale dovette intervenire il generale Lo Tufo del regno di Napoli. Quest'ultimo non riuscendo a domarla, chiamò per discutere i sette capi del popolo che vennero uccisi a tradimento. Qualche anno dopo, la monteleonese Diana Recco che aveva perso un fratello e il padre nella rivolta, uccise a pugnalate il generale Lo Tufo che stava partecipando alla cerimonia di matrimonio di una delle figlie. In ogni caso i Pignatelli pensarono allo sviluppo della città, creando filande, oleifici e favorendo molte attività artigianali. Nell'Ottocento i francesi la elevarono a capoluogo della Calabria Ultra e da allora fino a pochi decenni addietro fiorirono tanti mestieri, il cui ricordo è nel nome di strade (Via Forgiari, via Chitarrari, via Argentaria, ecc.) e di istituzioni come il Real Collegio Vibonese (l'ancora esistente Convitto Filangieri e il teatro Comunale, demolito negli anni sessanta). Dopo il ritorno dei Borbone la città perse il ruolo di capoluogo e la sua importanza politica ed economica venne ridimensionata. Durante le guerre per l'Unità d'Italia, Garibaldi passò da Monteleone dove ottenne aiuti materiali e finanziamenti da parte degli abitanti. Nel 1861, dopo l'Unità d'Italia, il nome della città venne cambiato in Monteleone di Calabria. Il castello sorge dov'era ubicata probabilmente l'Acropoli di Hipponion che in parte si estendeva pure sulla collina vicina. La costruzione sarebbe stata edificata per la prima volta nel corso dell’XI secolo da Ruggero il Normanno, come semplice fortificazione dotata di una torre triangolare circondata da tre torri circolari, riutilizzando in parte il materiale dei templi. Ma, come già detto, in realtà la prima edificazione del castello sarebbe avvenuta sotto la dominazione sveva. A questo periodo risale certamente la torre poligonale, all'angolo nord-est del complesso, costruita in conci ben squadrati, dalle notevoli dimensioni e dalla disposizione ordinata, tecnica riscontrabile in altri castelli coevi, soprattutto della Puglia. Venne poi ampliato da Carlo d'Angiò, che vi insediò stabilmente una guarnigione militare, nel 1289 quando assunse più o meno un aspetto simile a quell'odierno. Fu rafforzato dagli Aragonesi nel XV secolo ed infine rimaneggiato dai Pignatelli tra il XVI-XVII secolo, perdendo quasi del tutto la funzione militare e assumendo invece quella di abitazione nobiliare (fu residenza di Ettore Pignatelli nel 1501, avendo egli acquisito dagli spagnoli il privilegio di modificare il castello a suo piacimento). Nei quasi tre secoli della loro signoria, i Pignatelli fecero modificare l'ingresso sud, con una doppia porta con caditoia. Fu realizzato il portale occidentale, sormontato da una lapide in marmo recante lo stemma di famiglia. Il castello subì un primo danneggiamento in seguito al terremoto del 1659. Il secondo piano fu demolito di proposito, in quanto pericolante, a causa dei danni riportati dopo un altro sisma, quello del 1783, che risparmiò dalla distruzione solo la torre poligonale. Con la devastazione venne pure l’abbandono da parte dei Pignatelli e il castello venne trasformato in carcere dai Borboni dopo il restauro e poi in caserma (per questo assalito ed ancora danneggiato durante la sommossa popolare del 1858). Negli anni ’70 ebbe inizio il piano di recupero ed attualmente il castello ospita il Museo Archeologico di Vibo Valentia “Vito Capialbi” e gli uffici provinciali della Sovrintendenza per i Beni Culturali. L’edificio presenta oggi delle torri cilindriche, una torre speronata ed una porta ad un'arcata di epoca angioina. Quasi nulla si intravede dei restauri eseguiti dagli aragonesi, anche se un documento del 1494 a firma di Carlo d'Aragona menziona rifacimenti consistenti dell'impianto difensivo. Ecco un link per “visitarlo” via web: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=96445. Altri siti consigliati: http://www.calabria.travel/storia-della-calabria/castello-normanno-svevo-di-vibo-valentia/, https://www.youtube.com/watch?v=RPWs5qcQFbI (video di TheKarmelina), https://www.youtube.com/watch?v=LvGOnXC7e9U (video con drone di Giovanni Panza), https://www.youtube.com/watch?v=uDZknO0VLmw (video con drone di Daniele Lo Bianco), https://www.youtube.com/watch?v=EkLPGobd2EE (video di eccellenzecalabresi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Vibo_Valentia, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=96445, http://www.calabriatours.org/heritage/castello-di-vibo-valentia.html

Foto: la prima è presa da https://it.fotolia.com/tag/%22vibo%20valentia%22, la seconda è una cartolina della mia collezione

Il castello di venerdì 8 dicembre




GREVE IN CHIANTI (FI) – Castello di Colognole

Sulle incantevoli colline che circondano Greve si erge quello che doveva essere il Castello di Colognole, di cui rimangono tracce nella parte occidentale, dove si innalza una torre dal poderoso fabbricato in pietra. Oggi è una struttura ricettiva che ha un suo sito web, in lingua inglese: http://www.castellodicolognole.it/. Sono stati ricavati due appartamenti di lusso in questa costruzione risalente al XII secolo. Il castello, che ha subito diversi restauri nel corso, è posto di fronte al Castello di Montefioralle. Dal giardino e dalle finestre si ha una magnifica vista panoramica sulle dolci colline del Chianti, uliveti e vigneti. Gli appartamenti dispongono di un ampio giardino privato (450 m²). Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=DOXhCmAsgjw (video di Linda A).

Fonti: https://www.homeaway.com/vacation-rental/p91766, http://www.about-chianti.com/greve-in-chianti/

Foto: la prima è presa da https://www.gites.fr/gites_castello-di-colognole---appartamento-quaratesi_greve-in-chianti_h1468084_it.htm, la seconda è presa da https://www.homeaway.com/vacation-rental/p91766


giovedì 7 dicembre 2017

Il castello di giovedì 7 dicembre






LIZZANELLO (LE) - Palazzo baronale Paladini

La data di fondazione dell'abitato non è accertata. Diverse sono le ipotesi fra le quali le più accreditate sono quelle degli storici Giacomo Arditi e Cosimo De Giorgi. Il primo fa risalire la nascita al sacco di Lecce operato da Ottone IV di Sassonia nel 1210. I profughi, scampati al saccheggio, fondarono una nuova città dandole il nome di Licyanellus, ossia Piccola Lecce. Tale ipotesi è anche confermata dallo stemma cittadino simile a quello della città capoluogo. Il De Giorgi ritiene invece che la nascita di Lizzanello è conseguenza della distruzione dei vicini casali medievali di Cigliano, Fornello e Scaranzano. A partire dal XIV secolo il feudo fu assoggettato a vari signori. Cecilia Marescallo, nobile leccese, lo detenne fino al 1335 quando fu ceduto a Guglielmo Garzia. I De Bilancis ne furono feudatari per circa mezzo secolo. Nel XV secolo entrò a far parte della Contea di Lecce e appartenne a Maria d'Enghien che lo vendette nel 1436 alla famiglia Paladini, la quale lo possedette per oltre duecento anni. Ai Paladini succedettero i D'Afflitto, i Chiurlia e infine i Lotti. Il Palazzo baronale Paladini è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello, costruito nella parte più alta del paese per scopi difensivi. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una delle due torri in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo. Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da una portale trapezoidale (simile a quello del castello di Cavallino) sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lizzanello, https://www.geoplan.it/luoghi-interesse-italia/monumenti-provincia-lecce/cartina-monumenti-lizzanello/monumenti-lizzanello-palazzo-baronale.htm, http://www.nelsalento.com/guide/lizzanello.html,

Foto: la prima è presa da http://censimento.valledellacupa.it/gal_r.php?wchben=871&vvv=999__-__999__-__999__-__999__-____-__0---0---0---1---0---0---0---0---0---0---0---0---&bbb=19 (dove potete trovare altre interessanti immagini), la seconda è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_baronale_di_Lizzanello#/media/File:Torre_di_Lizzanello.jpg

mercoledì 6 dicembre 2017

Il castello di mercoledì 6 dicembre






CASALMORO (MN) - Castello Gonzaga e Torre Mangeri

In epoca medievale, con l'alternarsi del dominio della signoria milanese, mantovana e veneziana, il comune di Casalmoro (l'attuale denominazione risale al 1192) fu direttamente coinvolto nelle aspre lotte tra guelfi e ghibellini, schierandosi a favore di quest'ultimi. Per ritorsione, nel XIV secolo fu saccheggiato e dato alle fiamme dalla parte guelfa di Asola. Nel 1438 un trattato di pace tra i visconti di Milano e i Gonzaga, alleati alla Serenissima assegnò definitivamente il territorio ai marchesi di Mantova. Risalgono a questo tormentato periodo di guerre e carestie, la Rocca Militare originariamente delimitata da un fossato denominata "Casotto", la costruzione del Castello anch'esso circondato da un fossato di cui resta ampia memoria nella denominazione della via principale del paese, ma soprattutto la realizzazione nella seconda metà del XIV secolo ad opera di Barnabò Visconti della Fossa Magna, che traendo le sue acque a nord-est di Carpendolo, scorre attraverso l'abitato di Acquafredda e Casalmoro per raggiungere Asola. Le condizioni materiali e lo stato spirituale della comunità di Casalmoro in quei tempi emergono nitide dalle Historie del Mangini, contrassegnate dall'insopportabile pressione fiscale, dalle distruzioni e dalle rapine provocate dagli eventi bellici, dallo scorrere delle soldatesche (particolarmente rovinoso, da questo punto di vista, fu il passaggio a Casalmoro delle truppe mercenarie francesi inviate dai Gonzaga nel 1509) e nell'infuriare delle pestilenze (tristemente famosa la peste che tra il finire del XIV e i primi anni del secolo successivo falcidiò la popolazione). Ulteriori elementi inerenti l'aspetto economico e demografico della popolazione si ricercavano dai resoconti delle visite pastorali: significativa quella di Mons. Bollani del 14 Maggio 1566 in cui si impartirono indicazioni in merito alle sistemazioni da apportare alle varie chiese del luogo che comprendevano la chiesa dei S. Quirico, dei Disciplini, di S. Maria del Monte (del Dosso), di S. Stefano (la parrocchiale). Nei secoli successivi, Casalmoro seguì le sorti poco propizie del piccolo ducato gonzaghesco, in lotta per la sopravvivenza fino all'avvento di Napoleone: emblematica del periodo, ci resta in località Corobiolo, una stele di marmo di botticino, alta 2 metri, fatta commissionare ad un artigiano del posto dai nobili Mangeri nel 1762 che riproduce in sintesi un proclama del Doge Loredan di Venezia in merito alle leggi che punivano le ruberie e i vandalismi. A parte il cosiddetto "Casotto dei Visconti" e un edificio secentesco, Casalmoro non possiede palazzi di particolare interesse artistico e storico. Le uniche costruzioni degne di nota sono invece quelle di carattere religioso. Il castello è una delle più antiche costruzioni militari che ci sono pervenute, voluta dai Gonzaga di Mantova, che fece da testimone a tutte vicende riguardanti le loro terre di confine ovest. Il complesso, nei secoli riadattato a cascina agricola, presenta un corpo centrale risalente alla prima metà del Trecento e alcuni edifici annessi, di epoca successiva. Fu inizialmente edificato come rocca di difesa probabilmente da Francesco I Gonzaga, al tempo in cui i Visconti occuparono Casalmoro. A protezione della rocca venne scavato un fossato, alimentato dalla Fossa Regia. Nel 1380 l'edificio venne venduto ai Visconti per 30.000 ducati, passando nel 1389 ancora ai Gonzaga con l’intera "Quadra di Asola". Nel 1405 la rocca fu venduta ai Malatesta. Nel 1419 Casalmoro divenne di proprietà del duca di Milano Filippo Maria Visconti, conquistato con l'intera "Quadra Asolana" da Francesco Bussone detto "il Carmagnola": il 7 settembre dello stesso anno il popolo firmò un atto di dedizione ai signori di Milano. Il futuro marchese di Mantova Gianfrancesco Gonzaga fece costruire, a spese della comunità, il castello accanto alla rocca preesistente a difesa dei suoi sudditi in caso di un attacco e per sua residenza da caccia. Nel 1429 il doge Francesco Foscari inserì Casalismaurum nella "Quadra bresciana" di Asola. Nel 1438 fu ospite del castello il capitano Gattamelata, coi suoi uomini al servizio della Serenissima. Casalmoro il 10 agosto 1482 passò nuovamente ai Gonzaga. Si ha notizia del possesso del castello già dal 1541 da parte di Alfonso Gonzaga, secondo marchese di Castel Goffredo. Nel 2011 la corte è stata oggetto di un'importante opera di restauro. Nel fabbricato principale si ravviserebbe la mano del noto architetto fiorentino Luca Fancelli, al servizio del marchese di Mantova Ludovico III Gonzaga. In primavera 2018 la corte castello sarà inaugurata. Un altro edificio storico di Casalmoro è la Torre Mangeri, è situata alla periferia sud del paese. Essa veniva utilizzata a difesa della vicina corte rurale. Circondata anticamente da un fossato e dotata di passerella retraibile, era munita di apparato a sporgere, che aveva una funzione decorativa più che difensiva. La torre fu eretta dalla nobile famiglia Mangeri di Asola, che lasciò il suo stemma in marmo sulla facciata, e si sviluppa per quattro piani. Oggi è di proprietà privata.

Fonti: http://www.comune.casalmoro.mn.it/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Casalmoro, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Mangeri_(Casalmoro), http://www.lecicloviedelpo.movimentolento.it/it/resource/poi/poi-671/

Foto: entrambe di Massimo Telò, la prima - relativa al castello Gonzaga - è presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Casalmoro#/media/File:Casalmoro-Cascina_Castello.jpg. La seconda - relativa alla Torre Mangeri - è presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Mangeri_(Casalmoro)#/media/File:Casalmoro-Torre_Mangeri.jpg

martedì 5 dicembre 2017

Il castello di martedì 5 dicembre






PIUBEGA (MN) - Torre civica

Fino al XII secolo il nome di Piubega non compare in nessuna fonte. Srebbe infatti incauto prestare fede allo "squarzo di antica carta " riportato da Lodovico Mangini, il quale riferisce che nel 980 Piubega , insieme a Redondesco, Mariana , Mosio , Acquanegra e Casalromano era sottomessa ad Asola. Durante tutto il Basso Medioevo e l'Età Moderna, Piubega non ha potuto sottrarsi al destino comune a tutte le terre di confine, fatto di continue lotte, invasioni, occupazioni, scorrerie e passaggi da una giurisdizione all'altra. Porta ancora oggi in sè le tracce le tracce della secolare contesa tra Mantova e Brescia, da identificarsi nelle opere di fortificazione - di cui è rimasta oggi solo la Torre Civica nell'attuale Piazza Matteotti - e il dialetto molto vicino a quello bresciano, accompagnato da una cadenza più mantovana. Come si evince da una Cronichetta del poeta asolano Antonio Beffa Negrini (XVI sec.) il Castello della Pubblica (da cui, per storpiatura, Piubega) fu fondato dal cavaliere romano Publizio. Queste origini remote di Piubega sono documentate da due iscrizioni romane rinvenute in questi luoghi e depositate presso il Museo di Mantova. Per avere notizie più sicure del Borgo, occorre arrivare al tempo dei Canossa e quindi al figlio del Conte Bosone di Asola che nel 1087, per ordine di Enrico IV, assoggettò il paese (misit arciones in terris Publicae). Dal 1115 al 1276 la "Pubblica" formò, assieme a S. Martino Gusnago e Ceresara, il confine con i territori bresciani. Fu in questo periodo che la borgata, esposta alle inevitabili dispute delle terre di confine, venne munita di fortificazioni con torri, ponti levatoi, rivellini e palancate. Da queste ultime prende nome il nucleo della Palancata, alla periferia del paese. Alla fine del XII secolo Piubega, circondata da mura e fossato di difesa, possedeva uno dei più importanti castelli del mantovano con torre di ingresso. Queste fortificazioni, tuttavia, non impedirono a Ezzelino da Romano e ai bresciani di invadere queste terre. Dopo alterne vicende con Asola e con i Visconti, nel 1408 la troviamo in parte soggetta ai Gonzaga e in parte soggetta a Pandolfo Malatesta, Signore di Brescia. Un anno dopo, Gian Francesco Gonzaga, assente da Mantova, lasciò il governo delle sue terre al Conte Carlo Albertini da Prato al quale il Gonzaga concesse poi in feudo, per i servigi svolti, Piubega e Castello. Altrettanto fece nel 1411, per la sua parte, Pandolfo Malatesta, realizzando in tal modo la riunificazione di terre per molti anni divise. Ma l'Albertini fu in seguito da quest'ultimo incarcerato per aver tramato contro di lui e, nella prima metà del XV secolo, il marchese provvide a rientrare in possesso dell'edificio e a rinforzare la struttura di confine. Dopo alterne vicende, mentre Asola entrò a far parte per oltre tre secoli della Serenissima, Piubega seguì un diverso destino: distrutta infatti dagli assalti del Piccinino, Piubega passò sotto i Gonzaga ottenendo per questa sottomissione ampi privilegi de esenzioni che mantenne inalterati per vari secoli. Nel 1534 la comunità si rese indipendente da Brescia anche dal punto di vista della giurisdizione ecclesiastica passando definitivamente sotto la diocesi di Mantova. In tutti questi anni la terra era retta da Vicari e tra questi le cronache riportano l'asolano Antonio Beffa Negrini, già citato in queste pagine. Nel corso del 1629 subì altre scorribande dovute alle dispute della Guerra dei Trent'Anni. Senza ulteriori scosse il borgo arrivò così alle sfuriate napoleoniche al glorioso Risorgimento cui diedero un notevole contributo due suoi cittadini come Cavalli notevole contributo due suoi cittadini come Cavalli e Speranzini. Agli inizi del Settecento gli austriaci provvidero ad abbattere la struttura del castello e a conservare la torre. La vita della comunità di Piubega è stata, per molti secoli, strettamente legata all'esistenza del castello, ovvero di quella fortificazione che cingeva l'abitato piubeghese e di cui la torre è l'unica testimonianza muraria rimasta. La torre era l'ingresso di cui si accedeva al castello, che si presenta come una poderosa costruzione di mattoni, a base quadrata di 9 metri per lato, con arco passante munito di saracinesca. Priva di merli e di apparato a sporgere, costruita con spessore decrescente dalla base alla cima, e con parametro regolare, la torre è databile, con ragionevolezza, tra la seconda metà del Duecento e la seconda metà del Trecento. La sommità è coronata da una fascia con decorazione a scaletta; il terrazzo coperto, poi destinata a cella campanaria, veniva utilizzato per difesa e soprattutto per avvistamento e sorveglianza del territorio, come rivelano le 11 aperture che lo illuminano: tre finestre a sesto ribassato su ciano del lati est, nord, ovest, e due grandi fenestrature sul lato sud si affacciava all'interno del castello; su questo stesso lato, dove a sinistra si osserva ancora lo gnomone della meridiana con l'impronta del suo quadrante, spiccano tre piccole monofore, una per ognuno dei piani sottostanti all'altana, mentre a destra si notano tre feritoie, allineate in verticale, che davano luce alle scale della torre. Sul lato settentrionale, che in alto mostra brani di intonaco del vecchio orologio, affiancati in posizione centrale a livello del primo piano, vi sono un oculo e una monofora, mentre ai lati e sopra l'arco di ingresso sono ben visibili le tracce del rivellino. Essendo il cuore della fortificazione, “sopra la torre di Piubega” veniva custodito l'armamento del castello.
 
Fonti: http://www.comune.piubega.mn.it/zf/index.php/storia-comune, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Piubega

Foto: la prima è di Massimo Telò su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Piubega#/media/File:Piubega_torre_del_castello.jpg, la seconda è di PaoloDeAngelis su http://mapio.net/a/74341022/