martedì 31 marzo 2015

Il castello di martedì 31 marzo






LACONI (OR) – Castello Aymerich

La tradizione storica e popolare individua nell'insieme dei corpi murari ancora oggi evidenti all'interno del Parco Aymerich, i resti del castello medioevale di Laconi. Lo studio delle stratigrafie murarie ha consentito di rilevare l'opera di maestranze che hanno operato in questo sito in tempi e modi differenti. L'analisi denota certamente la presenza di un corpo più antico rispetto agli altri, un edificio a pianta rettangolare, forse una torre, attraversato da un passaggio monumentale con volta a botte e preceduto da un ingresso ad arco a tutto sesto che in origine immetteva in un' ampia corte. Sul lato destro del passaggio è murata un' epigrafe parziale su più conci, che cita la presenza di una porta e una data: 1053. L'iscrizione, pur essendo chiara nel testo, presenta notevoli problemi interpretativi sia epigrafici che archeologici e non è escluso che in origine fosse in un'altra sede, qui posta in opera quale materiale da costruzione. I caratteri salienti di questa architettura l'avvicinano ad altre simili restituiteci dalla prolifica arte fortificatoria romanica che in Sardegna ha trovato condizioni ideali per esprimere esempi eccezionali. Fu poi ampliato nel XII secolo, e infine ricostruito nel XV secolo in stile gotico-catalano. Alcuni particolari architettonici testimoniano l’influenza gotica, in particolare nelle finestre. Purtroppo oggi sono visibili solo i resti dell’edificio, ma le prigioni e la sala d’armi sono rimaste parzialmente integre. Il castello fu di proprietà dei Giudicati, poi dei Signori di Castelvì ed infine per via ereditaria passò alla famiglia degli Aymerich. Sembra che anche la Giudicessa Eleonora D’Arborea, fosse solita trascorrere i suoi periodi di riposo presso il castello. Adiacente alla porta fortificata esposta a sud-ovest, sorge il palazzo vero e proprio, un corpo murario nobile, impreziosito da porte e finestre delle quali si conservano eleganti cornici gotico-catalane, residenza degli Aymerich, marchesi di Laconi, fino alla prima metà dell'800. Di notevole interesse è anche il porticato che precede un vano rettangolare lungo circa 35 m, diviso in diversi ambienti e aperto sull'ampia corte. Diversa e più recente è la storia del Parco Aymerich almeno nella configurazione attuale; tuttavia si può affermare che questa pregevole pertinenza del castello sia stata un autorevole testimone della storia moderna di Laconi. Il Parco (il più grande giardino urbano della Sardegna) si estende su una superficie di quasi 22 ettari e può essere suddiviso in due parti. La prima storica, nella quale insistono le architetture del castello e dove è possibile osservare le tracce di un impianto boschivo già notevole in passato (come pare suggerire un esemplare di Cedro del Libano di eccezionali dimensioni). La seconda corrispondeva all'area ricreativa, le cui peculiarità sono di natura ambientale: una ricca rete di sentieri attraversa il bosco di lecci, incontra spesso sorgenti e laghetti, e consente di ammirare angoli alquanto suggestivi che nel tempo hanno reso famosa quest'oasi verde. Di estremo interesse è inoltre la collezione di piante esotiche e di pregio che si estende su un'area cospicua del parco, opera del marchese Don Ignazio Aymerich che curò l'impianto durante la prima metà dell'800. Dal luglio del 1990 il Parco di Laconi è di proprietà della Regione Autonoma della Sardegna che l'ha acquistato dalla famiglia Aymerich. Successivamente le competenze della gestione sono state trasferite prima all'Azienda Foreste Demaniali e poi all'Ente Foreste della Sardegna. Ecco un interessante video, dedicato al castello e al parco: https://www.youtube.com/watch?v=Q-lMSJwIIPc (di The Sparrowminer)


Foto: di Orlando Caboni su http://www.panoramio.com/photo/10611563 e di Paolo Argiolas su https://www.flickr.com/photos/argipao/15255232248/in/pool-laconi

lunedì 30 marzo 2015

Il castello di lunedì 30 marzo






BALDISSERO D'ALBA (CN) - Castello Colonna

Compreso dopo il Mille nel feudo di Sommariva Perno, Baldissero venne venduto per metà dai Signori di Sommariva al marchese Federico II di Saluzzo all’inizio del ‘200. Il distacco totale si ebbe intorno al 1268: due anni dopo Guglielmo, che nella divisione fra i “domini de Summaripa” aveva ottenuto Baldissero, venne già denominato “de Baudesseto”. La fedeltà dei feudatari di Baldissero ai Marchesi di Saluzzo si manifestò a fine ‘300: Oberto si fece notare a capo di avventurieri, provocando reazioni dei Savoia e Acaja, che nel 1389 assediarono il castello. Aiutato da Pietro, appartenente ad un secondo ramo dei “de Baldissero”, intorbidì le vicende locali per una quindicina d’anni. Nel 1487, durante la guerra per il Marchesato di Saluzzo, Baldissero fu conquistato da Carlo I di Savoia, in seguito reso ai Colonna (cognome che si erano dati i locali signori -metà ‘400- vantando false origini dai Colonna romani). Il Marchesato passò nel 1548 alla Francia. Nel 1588 Giovanni Alberto Colonna aderì alla religione riformata e Carlo Emanuele I di Savoia conquistò il marchesato saluzzese. La quota di feudo di Giovanni Alberto Colonna venne data (1593) a Don Gonzalo Salinas y Hermosa, maestro generale di campo del duca. Dopo nel 1618 al presidente ducale Ludovico Zoello, nel 1619 a Conreno Roero, nel 1629 a Don Felice di Savoia e nel 1644 ai Carron di St-Thomas. Il casato Colonna si estinse nel 1846; le proprietà vennero ereditate dai conti Moffa di Lisio e Icheri di Malabaila. Una primitiva opera di osservazione o di difesa dovette precedere il castello, che sorse invece all'inizio del '200 (occupando il sito dell'attuale ala di nord-est), con la separazione dei suoi castellani dal ramo di Sommariva Perno. Il maniero, già esistente nel 1268, sopportò assedi sabaudi nel 1389 e nel 1487. Nel '500, dopo che i “de Baldissero” diventarono Colonna, il castello si ampliò verso sud, occupando l'attuale area e dotandosi di maggiori difese esterne, fra cui il baluardo dal lato più vulnerabile. Diviso con vari altri consignori (Martinengo, Flippi, Carron di St-Thomas, Cavassa, Falletti, ecc.) a partire dalla fine del ‘500, pervenne all'inizio dell'800 a Corrado Moffa di Lisio, patriota e politico braidese il cui figlio Guglielmo attorno al 1870 fece restaurare l'antica costruzione dotandola dell'opinabile rivestimento neogotico che oggi la connota. Conserva tratti della cinta con torre e torretta della precedente costruzione secentesca e al suo interno resti dell'antica cappella gotica con pareti affrescate. Il castello è privato e all'esterno è visibile ancora una parte della cinta muraria con la torre detta "dei Coltelli". L'interno, le cantine, i dintorni conservano un certo fascino, consono alle burrascose vicende che accompagnarono fino alla fine del ‘500 i suoi tracotanti feudatari.


Fonti: http://www.ecomuseodellerocche.it/baldissero_alba.php, http://www.italiamappe.it/arte_cultura/palazzi_ville_castelli/105421_Castello-di-Baldissero-d--Alba

Foto: di maxaimone su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/246267/view e di halzy su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/397894/view

domenica 29 marzo 2015

Il castello di domenica 29 marzo






SAN LEO (RN) – Rocca in frazione Pietracuta

Pietracuta è una frazione del comune di San Leo, posto lungo la Via Marecchiese a circa venti chilometri dal capoluogo provinciale. L’attuale centro abitato è stato costruito da poche decine di anni mentre la più antica comunità si trovava a monte, dove resta l’interessante convento di San Domenico, abbandonato dal 1812 ed ora in via di recupero per ospitare il centro di studi e ricerche Pharos dedito alla filosofia, l'arte e la scienza. Sulla rupe si ergono anche i resti della Rocca di Pietracuta, un tempo detta di Pietragùdola, è ricordata dal 962, quando l’Imperatore Ottone I la donò, con altri possessi, a Ulderico di Carpegna. Fu rifatta da Francesco di Giorgio Martini, per ordine di Federico da Montefeltro; nel 1462-1463, quando questi era in guerra con Sigismondo Malatesta, servì d’asilo alla duchessa Battista Sforza. Il castello non è fruibile al turista tradizionale, rimangono comunque interessanti testimonianze architettoniche e i ruderi della fortificazione. E´ situato nel tratto sommitale di un inespugnabile picco roccioso, posto a vedetta dell´intera bassa valle del Marecchia. Sulla sponda opposta del fiume Marecchia è presente la torre di Saiano che, insieme al castello di Pietracuta, assicurò il repentino avvistamento di chiunque in passato si accingesse a penetrare in Val Marecchia, provenendo dalla bassa Romagna. I ruderi del castello sorgono su uno spettacolare avamposto roccioso, la pietra aguzza o Pietragudola. L’antico borgo si estendeva ai piedi della rocca, costituendo un centro fortificato di indubbia singolarità ed interesse. Il castello appartenne ai Carpegna, agli Ordelaffi di Forlì, alla Chiesa, ai Malatesta, a Cesare Borgia, ai Medici e anche a San Marino. Si consiglia la visita ad escursionisti ed amanti del trekking. Contattare comunque il Comune di San Leo. Altri link consigliati: http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca.aspx?ids=71089 (con delle foto in bianco e nero), https://sites.google.com/site/pietracutaierieoggi/la-storia/il-castello


Foto: entrambe di Indiana Jones “Indy’74” : http://www.panoramio.com/photo/111043660 e http://www.panoramio.com/photo/107474662

sabato 28 marzo 2015

Il castello di sabato 28 marzo






CANTALUPO IN SABINA (RI) – Palazzo Cesi-Camuccini

Quello di Cantalupo si distingue decisamente dagli altri castelli Sabini, non per la sua ubicazione, quanto per la sua superba architettura vignolesca che, a partire dal secolo XVI, ne ha reso una prestigiosa residenza baronale, mai abbandonata fino ad oggi. Il primo manufatto medievale che si riscontra sul colle di Cantalupo fu una costruzione fortificata che fu eretta su ruderi romani ad opera dei Conti di Sant'Eustacchio. Nel XIII secolo, la proprietà era dei Savelli che vi edificarono il castello di cui sono ancora visibili le strutture residue nelle due grandi torri quadrate del lato Est. Nel 1566 il castello con i beni connessi passò, come dote di Paola Savelli, alla famiglia dei Duchi Cesi di Acquasparta, che vi profusero grandi opere di ampliamento e ristrutturazione, dando vita allo splendido Palazzo Baronale che possiamo ammirare ai giorni nostri. Fu il Cardinale Pierdonato Cesi, vescovo di Narni e zio dei nuovi feudatari di Cantalupo, che commissionò la fabbrica all'architetto Giandomenico Bianchi, allievo del Vignola.  Fu però il nipote Paolo Emilio ad ultimare l’edificio commissionando i lavori all'architetto Giovan Domenico Bianchi. Si scelse quindi il rifacimento della facciata che si apre sulla omonima piazza interna al paese, lasciando che la parte esterna del castello (rivolta verso la sottostante vallata) restasse sostanzialmente invariata e caratterizzata da alti muraglioni e spigolosi torrioni d'angolo. Tanto severo era l’esterno quanto gentile divenne la facciata che rivolge al paese, sviluppata su due livelli di portico e loggia, quasi un apparato architettonico teatrale. Il palazzo di Cantalupo, alla morte di Francesco Maria Cesi ultimo del suo ramo, andò in eredità ai Cesi di Acquasparta, i quali vendettero nel 1697 il feudo al Marchese Guido Vaini, insieme ai castelli di Gavignano e Selci. Con il nuovo feudatario Guido Vaini, Cantalupo assunse il rango di Principato. Con la morte del successore Girolamo Vaini che non aveva eredi diretti, la proprietà del feudo passò alla sorella Angela Maria vedova d Luigi Lante della Rovere. Il figlio di lei, Filippo Lante della Rovere Vaini, quarto Duca di Bomarzo, fu il primo a fregiarsi del titolo di Principe di Cantalupo. I Lante della Rovere hanno tenuto il feudo fino al 1804, quando il sesto Duca di Bomarzo, Vincenzo, si trovò in serie difficolta economiche, decise di metterlo in vendita. La vendita del feudo di Cantalupo, su cui venne registrata una prima opzione da parte della Congregazione dei baroni della Sabina, fu molto difficile e travagliata, protraendosi per due generazioni. Nel 1820 Cantalupo fu comprato dal Marchese Filippo Simonetti, da lui passò a Pietro Bruno di San Giorgio e nel 1840 al Principe Enrico Felice de Podenas dal quale nel 1862 lo rilevò infine Giovan Battista Camuccini. Da quel momento, il Palazzo ed i beni appartengono alla famiglia dei Baroni Camuccini, attuali proprietari. G.Battista dedicò un amore speciale al ricco palazzo Baronale ove vi organizzò un museo che portava il suo nome. Nei vari ambianti, finemente affrescati dai fratelli Zuccari ed altri artisti contemporanei del XVI, vennero raccolti molti cimeli ed opere d'arte, fra cui i notevoli dipinti del congiunto e ben noto pittore Vincenzo Camuccini. Per varie vicissitudini (eventi bellici, furti ed alienazioni), non molto è rimasto del grande museo Camuccini, che era considerato il più importante della Sabina. La suntuosa residenza è comunque ben conservata ed i preziosi cimeli con le pregiate opere d'arte ( attualmente disponibili), arricchiscono con molto buon gusto, le splendide sale del piano nobile. La facciata del Palazzo Camuccini si presenta come un portico cinquecentesco a due piani sovrapposti, portico e loggiato, con decorazione di pilastri dorici e ionici, che supportano l'attico. Il fabbricato è decorato da finestre sui tre piani, nella parte posteriore la struttura poggia sulle due grandi torri quadrate appartenenti all'antico castello feudale. L'interno è composto da vaste e bellissime sale per un totale di 38 stanze più cantina ed altre otto stanze sotterranee. Il palazzo non è aperto al pubblico, si possono effettuare solo visite guidate per informazioni. Per approfondire, Vi rimando al seguente link: http://www.sabina.it/luoghi/palazzcam.htm


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.tesoridellazio.it

venerdì 27 marzo 2015

Il castello di venerdì 27 marzo






NOCIGLIA (LE) - Palazzo baronale

Le prime notizie sull'esistenza di Nociglia si riscontrano sulla cartina itineraria della via Traiana, dove era segnalato "NUCILLIUM", voluta appunto da Traiano per allungare il percorso della via Appia, che da Roma giungeva fino a Brindisi, e allacciarla con il porto di Leuca, punto d'imbarco con l'oriente. Il bosco Belvedere nel corso dei secoli divenne dapprima una contea del re Tancredi e poi un feudo di Carlo I d'Angiò. Successivamente passò alla famiglia De Hugot, che imparentata con la famiglia Orsini del Balzo, la ereditarono come casale della contea di Castro e Ugento. Sull'origine del vero e proprio nucleo abitativo, fatto da case e attività, varie tesi sono state proposte da studiosi d'interpretazione storica. Mentre il Maselli sosteneva che Nociglia scaturì dalla distruzione di Castro, avvenuta ad opera di Solimano nel 1537, l'Arditi invece, appoggiava l'ipotesi che fosse nata nel 1156, ad opera di Guglielmo il Malo, dopo la distruzione di Vaste. Il Palazzo Baronale fu edificato alla fine del XVII secolo accanto ai resti del castello cinquecentesco di cui rimane una grande torre quadrata dotata di feritoie e piombatoie. Presenta un'austera facciata con portale a tutto sesto recante lo stemma araldico della famiglia feudataria e finestre distribuite nell'ordine superiore diviso da quello inferiore da una cornice marcapiano. È stato restaurato da pochi anni ed è visitabile. Caratteristico è l'annesso giardino pubblico che si affaccia sulla piazza principale del paese e che è destinato ad uso culturale e ricreativo.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Nociglia

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, l'altra è di lalaamleto su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2012/53508/view

giovedì 26 marzo 2015

Il castello di giovedì 26 marzo






ZEVIO (VR) - Villa Sagramoso (o castello)

Si hanno notizie di insedamenti a Zevio dal V secolo, periodo in cui svolgeva un ruolo difensivo per Verona, con un fortilizio che si trovava al posto dell'odierna villa Sagramoso, nota anche come il castello proprio per la sua origine. Dopo i Longobardi, verso l'Ottocento, nella zona si insediarono i Gepidi, che sul finire del secolo dovettero affrontare l'arrivo degli Ungari. È proprio in questo periodo che è presumibile far risalire la rinascita del presidio militare a Zevio con la costruzione del castello. Ciononostante, la prima testimonianza pervenutaci relativa al castello di Zevio si ritrova in un atto di permuta del 976-977. Notizie successive risalgono al XII secolo, durante il quale ebbe luogo una ribellione contro Tomasino degli Erzoni o Lendinara con l'assalto del castello, che fu incendiato. Il maniero ritornò poi nelle cronache relative alla contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini che infuriò nei primi decenni del Duecento e che provocò anche la distruzione di Zevio. Dopo la fine della dinastia scaligera al termine del XIV secolo, vi fu il dominio visconteo seguito, all'inizio del Quattrocento, dalla dominazione veneziana. Proprio durante il governo della Serenissima, tra il 1435 e 1442, venne presa la decisione di smilitarizzare il castello e l'edificio divenne una villa residenziale di proprietà della famiglia Sagramoso, una delle più antiche e potenti dinastie di Verona. Non esiste una datazione certa relativa al passaggio di proprietà, che tuttavia risulta confermato nel 1620, grazie ad un documento che attesta la richiesta da parte di un Sagramoso di demolire alcune case che impedivano la visuale davanti al castello. La villa rimase possedimento della famiglia per lungo tempo e nel corso del Settecento divenne un rinomato luogo di soggiorno e svago. Nel corso dell'Ottocento l'edificio iniziò il suo declino, probabilmente dovuto alla perdita di importanza della tenuta per la famiglia Sagramoso, e nel 1868 il complesso divenne proprietà comunale. A partire da questo momento l'ampia struttura è stata utilizzata per gli scopi più diversi: da abitazione privata a scuola elementare prima maschile e successivamente femminile, da teatro ad abitazione di suore, ma anche asilo e caserma dei carabinieri. A partire dal 1990 è divenuta la sede municipale del Comune di Zevio. Villa Sagramoso sorge nelle vicinanze di un guado in una delle anse del fiume Adige. Nonostante oggi il castello appaia come un complesso piuttosto eterogeneo, per le irregolarità del terreno ma soprattutto per le profonde modifiche apportate nel corso dei secoli, l'impianto della struttura riflette le origini militari dell'edificio. Su di un'area circoscritta da una cinta ellittica è tuttora visibile il tozzo mastio circondato da edifici di servizio. Il complesso è formato da tre parti che si distinguono per l'epoca di costruzione e per il valore architettonico.
  • La parte più antica sembra essere quella occidentale, che corrisponde all'ingresso principale della villa e che comprende un corpo a quattro e tre piani, la torre, gli interrati e il ponte in mattoni. In questa parte sono ben visibili le strette finestrelle con funzione di difesa e più ampie finestre sormontate da timpani. Grazie ad alcuni disegni risalenti al 1562 risulta evidente che a quell'epoca la struttura aveva già quest'aspetto.
  • La parte centrale a due piani richiama i lavori di ampliamento dell'edificio risalenti al Settecento, che tuttavia sembra non furono portati a termine.
  • Risale infine alla fine del XIX secolo la parte orientale ad un piano.
Alla fine degli anni Ottanta, il complesso è stato sottoposto ad un importante intervento di recupero e di restauro conservativo, in seguito al quale è stato insediato il Municipio. Durante la lunga storia del castello gli edifici che lo compongono sono stati più volte danneggiati, distrutti e ricostruiti. L'intera struttura ha subito numerose e importanti trasformazioni nella seconda metà del XVII secolo che hanno tuttavia mantenuto alcuni elementi retaggio dell'originaria funzione militare come il fossato, la torre, i sotterranei con copertura a volta, il ponte e il ponte levatoio. Altri elementi sono andati invece persi, come i grandi saloni interni e il giardino botanico antistante la villa, un tempo sede di un orto botanico per la sperimentazione di nuovi frutti. Con l'insediamento della famiglia Sagramoso e l'utilizzo della villa come residenza privata, il castello divenne il centro dell'importante proprietà fondiaria della famiglia, che ne fece un rinomato luogo di soggiorno e di svago per importanti figure dell'epoca. A testimonianza di questo periodo rimane una epigrafe posta sul lato meridionale del ponte che ricorda il matrimonio di Bianca Sagramoso con Luigi della Torre. Sul lato orientale del corpo principale a quattro piani è ben visibile dal cortile una lapide databile intorno al Settecento con la quale si celebra il cane Pudl e le sue imprese come cane da caccia. A circa metà dell'Ottocento, è stata trasferita dall'attuale piazza S. Toscana, antistante la villa, nel terrazzino del parco la Piera del pesse (pietra del pesce), un antico reperto citato per la prima volta in documenti scritti del 1383. Fino al 1914, adiacente agli edifici della villa, esisteva una giassara (ghiacciaia). Posta nel giardino, era una struttura esterna ma dipendente dal Castello; si trattava di una costruzione in parte ipogea, poco sporgente dal terreno, in tutto simile a quelle che si trovano in Lessinia. A causa delle scarse misure igieniche il suo utilizzo venne interrotto. Altri link consigliati: http://www.tourism.verona.it/it/cosa-fare/arte-e-cultura/forti-rocche-e-castelli/castello-di-zevio, http://www.comune.zevio.vr.it/2-la-citta%C2%A0/5-cenni-storici/6-il-medioevo.html,

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Sagramoso

Foto: di Luigi F.D.V. su www.flickr.com e da http://www.passeggiandoinbicicletta.it/galleria/1109_Soave_Illasi/slides/20110831_125.html

mercoledì 25 marzo 2015

Il castello di mercoledì 25 marzo






TAVOLETO (PU) - Castello Conti Petrangolini

Tavoleto è posto sull’alto di un contrafforte montuoso sulla sinistra della valle del Foglia, in una posizione invidiabile per il clima e il panorama ad alta densità boscosa. Deve il suo nome all'antica lavorazione del legname che, trasformato in tavole, veniva trasportato fino alle sorgenti del Tevere da dove "scivolava" fino a Roma. Cinto da antiche mura, non conserva più traccia della rocca che Francesco di Giorgio Martini progettò per il Duca Federico da Montefeltro. La fortezza fu abbattuta nel 1865 e in suo luogo sorse un castello goticheggiante, già residenza nobiliare: la forma delle mura, retrostanti i giardini pubblici, testimonia però le strutture della rocca antica. Visibili anche i resti di un edificio romano. Le prime notizie sul castello di Tavoleto risalgono al 1361, quando viene citato tra i 42 castelli riminesi, la cui costruzione venne realizzata probabilmente nei primi anni del 1300 ad opera della famiglia Malatesta. Nel XV sec. il castello di Tavoleto venne coinvolto nella guerra tra Federico da Montefeltro e Sigismondo Malatesta, infatti tra il 1439 e il 1458 fu perso e ripreso per ben cinque volte, infine nel 1458 Federico da Montefeltro conquistò definitivamente Tavoleto. Federico fece distruggere il castello costruito dai Malatesta e diede incarico a Francesco di Giorgio Martini di costruire una potente rocca terminata sicuramente prima del 1474. Nel nuovo castello fu organizzato un presidio di 80 uomini agli ordini di un Capitano avente giurisdizione podestarile sui castelli circostanti. Nel 1631 il castello di Tavoleto, unitamente a tutto il Ducato di Urbino ritornò sotto il controllo diretto del Papato, mantenendo la preminenza sui castelli vicini, essendo diventato sede di vicariato. Dal 1631 fino al 31 marzo del 1797 la vita del castello di Tavoleto trascorse senza tanti scossoni all’interno delle vicende dello Stato Pontificio. Il 31 marzo 1797 il generale Sahuguet, comandante delle truppe franco-cisalpine, con circa un migliaio tra fanti e cavallieri marciò sul  castello. L’attacco all'edificio fu descritto da don Pietro Galuzzi, arciprete di Tavoleto, che venne scelto dagli insorgenti come loro capo. Il 31 marzo 1797 i francesi entrati a Tavoleto, lo saccheggiarono e quindi lo incendiarono; al momento dell’attacco, la quasi totalità della popolazione era fuggita e si era rifugiata nelle campagne, nelle cantine e nelle grotte, nonostante ciò lo scontro fece 22 morti, tutti uomini anziani e alcuni giovani. Anche la rocca martiniana venne data alle fiamme, il vicario trovò rifugio con la sua famiglia ad Auditore, la rocca rimase pericolante fino al 1865, quando si decise di abbatterla ed utilizare il materiale di risulta per la costruzione di strade comunali e per riparare le mura castellane. Nel 1885 l’Avv Ferdinando Petrangolini ricevette da papa Leone XIII il titolo di Conte a cui vennero assoggettati i territori facenti capo al vicariato di Tavoleto. In un primo tempo il Conte Ferdinando si stabilì in un edificio che era stato ereditato dalla moglie, Rosa Michelini, alla morte del suo primo marito Francesco Falaschi. Successivamente nel 1924 il figlio Vincenzo Maria diede inizio ai lavori che diresse personalmente per la costruzione degli ultimi due piani  dell’edificio principale e della torre che vennero realizzati sulla base di un edificio preesistente. Nel 1944 militari tedeschi e fascisti, rimasti fedeli a Mussolini, iniziarono le opere di difesa per rinforzare le difese della linea Gotica, il primo di settembre le truppe alleate tentarono di liberare Tavoleto, ma le difese predisposte dai tedeschi ressero, e gli anglo-americano dovettero ritirarsi sotto il tiro dei mortai tedeschi. La notte tra il 3 e 4 settembre 1944, i Gurkha (soldati nepalesi inquadrati nell’esercito inglese) assaltarono all’arma bianca Tavoleto e lo liberarono dopo aspri combattimenti che durarono l’intera notte con molti morti da entrambe le parti. Durante il passaggio del fronte, l’intero paese, per l’ennesima volta, subì gravi danni e anche il Castello Petrangolini non sfuggì a questa misera sorte. Ma i tavoletani caparbiamente ritornarono alle loro case, rimboccandosi le maniche ricostruirono le abitazioni e continuarono il loro lavoro nei campi che permise una vita grama ma dignitosa, fino alla fine degli anni 50-60, quando molte persone che abitavano nelle campagne, vennero attratte dal miraggio della costa e vi si trasferirono, tanto che nel giro di pochi anni la popolazione diminuì moltissimo. Il castello fu in seguito venduto ad un privato che negli anni 60 lo trasformò in ristorante e lo ristrutturò secondo i canoni di quegli anni. Gli attuali proprietari lo acquistarono invece con l’intento di riportarlo alle origini. Si dedicarono quindi alla ristrutturazione della facciata, dei saloni, della corte e del giardino. Vennero scrostati i muri dall’intonaco per riportare in vita le pareti originali, vennero ricostruiti alcuni solai, rifatti completamente gli impianti e rifinito con materiali per la maggior parte recuperati dalla struttura originaria come i pavimenti del salone araldico che oggi sono diventati il camminamento di ingresso dal giardino. I nuovi materiali utilizzati sono invece stati scelti e selezionati con grande attenzione perché si fondessero al meglio con la storia. L'attuale palazzo ha un aspetto goticheggiante con merlatura ghibellina. All’interno vi sono mobili antichi e armi varie dei secoli passati. Solo le fondamenta e parte delle mura appartengono alla sopra citata rocca martiniana. Il castello ha un sito ufficiale: www.castelloditavoleto.it.

Fonti: http://www.comune.tavoleto.pu.it/ci/3299.aspx, http://www.rivieraromagnola.tv/tavoleto/, http://www.riminibeach.it/visitare/castello-tavoleto, http://www.castelloditavoleto.it/?IDC=2

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Lele Amatori, presa da http://www.panoramio.com/photo/92468937

martedì 24 marzo 2015

Il castello di martedì 24 marzo






ACQUAVIVA DELLE FONTI (BA) - Palazzo De Mari

Il suo nome comunque risulta tra le sedi episcopali dei primi tempi della Chiesa. Durante il Medio Evo fu distrutta dai barbari e gli abitanti superstiti errarono nei dintorni trovando precariamente ricovero in deserti abituri, finché l'imperatore Ludovico II liberò queste contrade dalle scorrerie dei Longobardi e dei Saraceni. Appartenuta successivamente ai Normanni, che edificarono il Castello, passò agli Svevi, agli Angioini e agli Aragonesi. Probabilmente nella prima metà del XIII secolo nel castello furono costruiti nuovi ambienti destinati a servizi e residenza; dal cortile interno, una scala permetteva l’accesso al primo piano del corpo nord tramite un piccolo portale con cornice a bauletto bugnato, conservata oggi come finestra. In epoca angioina è probabile che il castello sia stato interessato da interventi tali da ampliare le strutture e rafforzare le difese. Recenti scavi archeologici hanno portato alla luce un breve tratto di muro a scarpa ed una torre di forma poligonale, i quali hanno indotto gli studiosi a pensare alla presenza di un recinto fortificato utilizzato, in seguito, come fondazione delle strutture realizzate nel ‘400 con Giovanna d’Aragona e successivamente nel corso del XVI secolo con gli Acquaviva d’Aragona. Passato al principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il feudo di Acquaviva fu assegnato in dote nel 1456 alla di lui figlia Caterina sposa del duca d'Atri Giulio Antonio Acquaviva, assieme ai feudi di Noci, Turi, Conversano Castellana, Bitonto, Bitetto e Gioia. Nel 1499 il feudo di Acquaviva apparteneva alla contea di Conversano. Il marchesato di Acquaviva, assieme alla contea di Gioia, passato nel 1597 a Giosia e al di lui figlio Alberto Acquaviva d'Aragona, fu messo in vendita nel 1614 da quest'ultimo per dissesti finanziari. In tale data in Napoli presso la Regia Camera della Sommaria era affisso il bando d'asta con l'apprezzo stimato dai Regi Tavolari e Acquaviva era così descritta: "Acquaviva è una terra ricca e populata, 1700 fuochi (8.500 abitanti) di sito bellissimo, presenta comodità di negoziare ogli (oli) stando nel cuore della provincia ricchissima di tale frutto. La vicinanza al mare offre la possibilità di smaltirlo, per Venetia, Ferrara et per altri infiniti luoghi". La vendita di Acquaviva, assieme a Gioia, avvenne il 4 marzo 1614 per acquisto da parte di uomo d'affari genovese marchese Paride Pinelli. Nel 1623, alla morte di quest'ultimo, il feudo di Acquaviva e Gioia fu tenuto in fitto per 35 anni (1629-1664) da Giangirolamo Acquaviva d'Aragona, dal genovese Antoniotto Spinola, dal marchese Caracciolo di Santeramo e poi dal principe di Cassano, Gaspare Ayerbo. Nel 1663 Giovanni Girolamo Molignani, sulle ceneri di una precedente accademia poetico-letteraria, fondò l'Accademia dei ravvivati. Il feudo fu comprato finalmente nel 1665 per 216.000 ducati dal genovese marchese di Assigliano Carlo De Mari. Il nuovo feudatario, con il quale iniziò il dominio della famiglia De Mari che si protrarrà per oltre un secolo e mezzo, fissò la sua dimora nel vecchio castello di Acquaviva delle Fonti trasformandolo in uno splendido palazzo baronale. L’opera di trasformazione di Carlo De Mari e dei suoi successori sul castello fu radicale: essi lo trasfigurarono completamente, portandolo ad un assetto molto prossimo a quello attuale, avente lo status di palazzo nobiliare. Il nuovo edificio incorporò l'antico castello normanno del XII secolo, del quale è ancora riconoscibile la planimetria a quadrilatero irregolare con torri angolari collegate tra loro da un muro di cinta. In questo periodo il castello fu ampliato nelle superfici e nei volumi con la destinazione di spazi ad uso di sala teatrale elegante e galleria delle pitture (oggi utilizzata come sala del Consiglio Comunale) e si arricchì negli addobbi caratterizzati dai flussi artistici dell’epoca: cornici, maschere apotropaiche e viste prospettiche. Il cortile interno venne modificato con la demolizione della torre ottagonale e la trasformazione del “corrituro scoverto” in un raffinato e maestoso loggiato su cui campeggia lo stemma araldico dei principi De Mari, la cui dinastia fu caratterizzata e costellata da dispotismo, usurpazioni e sfruttamento sul popolo di Acquaviva, Gioia e Castellaneta sino all'abolizione della feudalità del 1806. Il monumentale palazzo, che fu opera dell'architetto genovese Riccobuono, presenta oltre cento ambienti interni. Sulla facciata principale vi è una triplice balconata balaustrata sul grandioso portale d'ingresso di gusto napoletano. L'edificio passò nel secolo XIX a D.Sante Alberotanza, nobile di Mola di Bari. Inaugurata il 28 maggio 2009, l’ala nord di Palazzo de Mari, è stata oggetto di un radicale restauro durato dal luglio 2007 a dicembre 2008 che ha portato alla luce non solo locali bellissimi architettonicamente e poderose strutture murarie di collegamento con il vecchio castello, ma anche un bellissimo affresco di Madonna con figlio e con santi, molto ben conservato, perché nascosto dietro un muro, sulla cui datazione ed attribuzione sta investigando la Sopraintendenza ai beni artistici di Puglia. Altri link suggeriti: http://www.cassarmonica.it/demari/demari4.htm, http://www.itccolamonico.it/dove-siamo/acquaviva/il-palazzo-de-mari.html, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bari/acquaviva.htm, http://www.prolocoacquaviva.it/palazzo-de-mari/

Fonti: http://www.comune.acquaviva.ba.it/index.php/palazzodemari, http://it.wikipedia.org/wiki/Acquaviva_delle_Fonti

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.mariannaschiaroli.it/mariannaschiaroli/mostre-ed-eventi/details/50-Ala%20nord%20del%20Municipio  

lunedì 23 marzo 2015

Il castello di lunedì 23 marzo






ALESSANDRIA – Castello Ghilini in frazione Castelceriolo

Castelceriolo è una frazione del comune di Alessandria, situato ad est del territorio comunale sulla riva destra della Bormida e confina con i territori di Lobbi, San Giuliano Nuovo e Spinetta Marengo, anch'essi frazioni di Alessandria. Il borgo sorge ad un'altitudine di 93 m s.l.m. sul declino della Fraschetta verso il Po ad una distanza di 8,31 km dal comune di Alessandria. Castelceriolo comprende il centro del paese raggruppato intorno alla chiesa parrocchiale dedicata a San Giorgio, la frazione di Cascinali Foco ed alcune cascine limitrofe. L'agglomerato della borgata di Castelceriolo ha origini antichissime, come stanno a dimostrare alcune scarse rovine romane e gli abbondanti giacimenti di anfore vinarie dell'epoca romana venute alla luce nel passato. Ad un'antichità più remota appartengono gli strumenti e le rudimentali armi in selce levigata trovati nel sottosuolo: essi testimoniano che già in tempi preistorici in questa terra c'era un insediamento umano. Quando l'agglomerato di capanne prese l'aspetto definitivo di paese, fu protetto dal castello edificato nel secolo XII. Nel 1468, la ricca famiglia Ghilini ebbe dal Duca di Milano il feudo di Castelceriolo. Giuliano I Ghilini († 1474) e il fratello Giovanni II († 1483), furono i primi Signori di Castelceriolo prendendo domicilio nel castello, possente ma degradato. Il 27 marzo 1480, con atto notarile rogato dal notaio Tebaldo Brosi di Asti, Margherita Birago - moglie di Giuliano I, diseredò il figlio Francesco († 1511) per la divisione dei beni di Castelceriolo, ed il 13 dicembre di quello stesso anno Margherita e suo figlio Andrea († 1517), fratello di Francesco diseredato, vendettero per 1500 ducati d'oro a Gerolamo Guasco la loro parte - ossia la quarta parte - dei beni di Castelceriolo (ad esclusione del castello), Pietra Marazzi e Montecastello. Il figlio di Giuliano I, Francesco, restaurò il castello destinandogli la configurazione di fortezza con torre e torrette, circondata da un profondo fossato allagabile sormontato dal ponte levatoio. Il 15 agosto 1527 il francese Odet de Foix, conte di Lautrec, diede ordine ai capitani alessandrini Giorgio e Luigi Baratta di impadronirsi del castello e del paese. Giuliano II Ghilini († 1531), signore di Castelceriolo e capitano di lance sotto Carlo V, aumentò in fretta le difese e, nonostante De Foix si fosse impadronito già di Alessandria, non poté prendere Castelceriolo. Vi fu un altro episodio qualche decennio più tardi, nel 1555, quando gli armati del duca di Alba, al soldo della Spagna, danneggiarono furiosamente Castelceriolo, tagliando i fitti boschi e saccheggiando i casolari. Con la morte di Giuliano III Ghilini, avvenuta nel 1562, si spense un ramo dei signori di Castelceriolo e suo zio Manfredo II († 1577) ottenne l'intera giurisdizione di Castelceriolo. Sotto Manfredo II, il ducale magistrato delle entrate di Milano rinunciò, nel 1581, ad ogni diritto di regalie su Castelceriolo in quanto feudo antico della famiglia Ghilini. Vi furono altri due momenti difficili per Castelceriolo. Il primo nel giugno del 1625 quando le truppe tedesche presero stanza a Castelceriolo usando prepotenza sulle persone e sugli averi; il secondo, nel luglio 1657, i cavalleggeri ed i moschettieri di Spagna e di Alessandria calarono nelle campagne castelceriolesi per far man bassa dei raccolti, appiccando poi incendi che danneggiarono i campi, le case e lo stesso castello. Nel 1722, con il passaggio di Alessandria a casa Savoia dopo il trattato di Utrecht, i Ghilini perdettero il feudo che fu incamerato. Restarono alla famiglia alcune privative poi definitivamente riscattate dal governo nel 1824. Il 5 gennaio 1745, per volontà del re di Sardegna Carlo Emanuele III, il feudo fu dato al nobile uditore tortonese Antonio Zenone, in titolo di Comitale. L'area sulla quale sorge il paese è stata uno dei teatri di una delle più importanti battaglie verso la fine della storia moderna combattuta tra gli austriaci e i francesi. Durante la battaglia di Marengo, avvenuta il 14 giugno 1800, Castelceriolo fu attraversato da truppe austriache dirette verso Sale e da divisioni francesi dirette a San Giuliano Nuovo. Nel giugno di cinque anni più tardi Giuseppina Beauharnais volle assistere alla rievocazione storica della Battaglia di Marengo: il palco imperiale fu allestito nella zona che da allora fu chiamata Regione Trono. Con la morte di Cristoforo II Ghilini nel 1810 si estinse il ramo dei Signori di Castelceriolo. Il 2 maggio 1791 Daria Delfina Ghilini, figlia di Manfredo III ultima del ramo dei signori di Castelceriolo ed erede dei possedimenti di Castelceriolo, sposò Carlo Gabriele Balbo Bertone Conte di Sambuy dando così vita ad un nuovo ramo, quello dei Ghilini-Sambuy. In seguito il castello spettò, nelle divisioni testamentarie, all'ultimogenito di Daria Delfina - Manfredo - che lasciata la carriera diplomatica nel 1851, iniziò l'opera di restauro del castello - per due terzi distrutto - e riedificò la chiesetta che già esisteva in antico al suo interno. Il 28 settembre 1885 è da notificare un grave incendio che distrusse il paese e gettò in grande difficoltà circa settecento persone. Fu allestito un carro di beneficenza che girava per Alessandria a raccogliere quanto la gente fosse stata in grado di donare per il vicino paese; il soccorso fu generoso. Laura Balbo Bertone contessa di Sambuy, figlia di Manfredo, sposò il 10 maggio 1870 il conte Gaetano Galli della Loggia i quali terminarono le opere di restauro del castello, che in seguito passò alla casa dei conti Calvi di Bergolo. Edificato nel secolo XII, l’edificio subì nei secoli distruzioni e ricostruzioni, e venne restaurato nella forma attuale dal conte Gaetano Galli della Loggia, che seguendo antichi documenti rinforzò la facciata e le torri che coronò con nuove merlature ghibelline. Ripristinò i bastioni e l'antico fossato riportando la poderosa costruzione al suo antico splendore. Riveste tuttora, con la sua mole imponente e scenografica, notevole valore storico ed artistico.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Castelceriolo

Foto: di Marco.sardi su http://it.wikipedia.org/wiki/Castelceriolo#/media/File:Castelceriolo_castello3.jpg e di naldina47 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/378378/view

domenica 22 marzo 2015

Il castello di domenica 22 marzo






VARENNA (LC) – Castello di Vezio

Si tratta di uno dei castelli più belli del Lario. Si erge su un promontorio sul fondo della Val d’Esino e sovrasta il paese di Varenna. Il castello si trova nel territorio di Varenna, mentre la piccola frazione di Vezio si trova nel comune di Perledo in provincia di Lecco. Nulla si sa di Vezio e delle vicissitudini che ebbe a superare dalla calata dei barbari all'affermarsi dei Longobardi prima e dei Franchi poi. Certo è che non potè sottrarsi al susseguirsi degli avvenimenti incalzanti e luttuosi di quei tempi calamitosi. La rocca seguì “verosimilmente le sorti di Varenna, alla quale era stata unita da mura che, come due lunghe braccia, scendevano fino al lago a difesa del borgo lacustre. La leggenda raccontata da Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico nel suo libro "Larius" provvede alla mancanza di informazioni riguardanti quel citato periodo. Egli narra che la famosa Teodolinda, regina dei Longobardi, trascorrendo i suoi ultimi anni a Perledo, avrebbe fatto costruire la chiesa di San Martino con l'antico campanile a forma di torre, ed il castello di Vezio unitamento all'oratorio di Sant'Antonio per lasciare una traccia visibile della sua fede nel Cristianesimo. In Lombardia molte sono le località che rivendicano tale tradizione, tuttavia si deve tener conto che l'ordinamento longobardo doveva munirsi di migliori difese militari.Nel caso di Vezio è evidente l'interesse alla ricostruzione del castello andato distrutto a seguito di eventi bellici non precisati. L'edificio, così com'è giunto ai nostri giorni, presenta caratteristiche costruttive di epoca medievale. Ogni comune allora era cinto da spesse mura, e i castelli e le torri, disseminate sulle alture, avevano per lo più funzione di avvistamento o di punti obbligati per la riscossione dei pedaggi. Il fatto che l'Anonimo Cumano non citi il castello di Vezio nei suoi commentari relativi alla guerra decennale (1118-1127) tra Milano e Como a causa della nomina del vescovo di questa città, non significa che il castello non fosse precedentemente esistente. E' evidente che quando le soldatesche avverse cercarono di penetrare in Varenna, provenendo dal lago, non trovare nessun castello davanti a sé, bensì solide mura e validi difensori. Il castello non si trovò coinvolto, se non marginalmente, nemmeno nel 1244, quando per la prima volta Varenna fu distrutta dai comaschi, ai quali si era ribellata. La popolazione trovò rifugio nel maniero che, per la sua posizione, era inespugnabile ed in esso i varennesi ritemprarono gli animi e la forza per ribellarsi di nuovo, quattro anni dopo, durante il giogo comasco. Anche in questa occasione Varenna venne messa a ferro e fuoco, ma il castello resistette. Vezio vide trascorrere le Signorie dei Visconti e dei Torriani, le dominazioni dei francesi e degli spagnoli, così come sopportò i decreti dei veneti e dei signori di Bergamo. Divenne, con Varenna, un feudo vescovile, quindi passò ai Dal Verme e ad altri ancora finchè non ne vennero investiti il conte Francesco Sfondrati ed i suoi eredi. L'investitura della costruzione passò nel 1631 a Giovanni Antonio de' Tarelli e l'affittanza, venticinque anni dopo, ad Antonio Tarelli. In questo periodo il castello venne addirittura riedificato più che riattato. Lo si deduce da due iscrizioni, dettate dal poeta Parlaschino, le cui ceneri si trovano tuttora a Riva di Gittana, nel territorio perledese. In merito alla famiglia Tarelli, occorre sottolineare che fu decimata dalla peste che imperversò tra il novembre del 1629 e il marzo del 1630. L'ultima discendente di questa famiglia è scomparsa in tempi recenti (1959); nel cimitero di Vezio esiste la sua lapide commemorativa.
Nel 1647 le terre di Perledo e Varenna vennero investite nel feudo valtellinese del conte Giulio Monti. Nel 1778, l'infeudamento di Varenna passò alla famiglia Serbelloni, la cui congiunta, Crivelli Serbelloni, mantenne il possesso della torre di Vezio fino all'Ottocento. La fortificazione di Vezioè costituita da un recinto che si sviluppa attorno a una torre quadrata dalla merlatura rifatta che ha un vero e proprio ponte levatoio. Il recinto ha tre torri aperte e altre muraglie che si delineano a fatica fra i pianori e gli ulivi. Nel 1891 si scoprirono alcune tombe dell'età del ferro e nel 1956 affiorarono spade, elmi e frecce in ferro con cuspide triangolare. La torre principale ha una merlatura quadrata uguale a quella del castello di Cly in Valle d’Aosta. All'interno delle mura attorno alla torre, vi è ciò che rimane di questo avamposto militare. Passando su un ponte levatoio si accede alla torre principale, con la possibilità di raggiungere la sua sommità. All’ingresso vi è un viale in ghiaia che affianca il lato nord del Castello. In primavera sono visibili dei fiori incantevoli. Più avanti, al cancello, a sinistra si nota il lago di Como. Appoggiandosi alla balaustra si vede subito sotto Varenna. Una scalinata in salita porta nel giardino degli olivi. Nei giardini sono presenti dei sotterranei: si tratta di un appostamento del sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera, impropriamente noto come Linea Cadorna, destinato a battere d'infilata la vallata che da Porlezza scende a Menaggio nel caso di un possibile tentativo tedesco di invasione attraverso il neutrale territorio elvetico. Da qualche anno anche il Castello di Vezio ospita un centro di cura e addestramento rapaci che permette al pubblico di conoscere, apprezzare e sostenere questa antica arte. Con questa iniziativa, entrando nel Castello di Vezio si torna a vivere l’atmosfera di un tempo, tra falchi e falconieri. Le fasi di addestramento si tengono nel giardino del Castello così da potere dare la possibilità ai visitatori di scattare fotografie, vedere da vicino i vari esemplari e farsi intrattenere dal falconiere in spiegazioni dettagliate sulla storia della falconeria, il suo utilizzo moderno, la biologia e l’addestramento dei rapaci. Durante la giornata di esibizione di falconeria, i visitatori possono assistere alle fasi di addestramento e allevamento dei rapaci. Ad oggi, ve ne sono sei, di cui due poiane di Harris (originarie dell'America centrale), una poiana ferruginosa (Stati Uniti del Nord e Canada), un barbagianni, un falco lanario e un gufo. Nella torre del Castello di Vezio, è stata realizzata un'esposizione permanente sul lariosauro, comprendenti calchi dei vari esemplari ritrovati nei dintorni di Perledo, Varese e nel resto del mondo. Si organizzano visite scolastiche con possibilità di prenotare il laboratorio di falconeria. Dalla cima della torre principale si può godere di un'ampia vista del lago di Como, particolarmente suggestiva nelle giornate più terse.


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è da http://www.agriturismo.it/it/agriturismi/lombardia/lecco/CastellodiVezio-7630315/index.html

sabato 21 marzo 2015

Il castello di sabato 21 marzo






ZUCCARELLO (SV) – Castello Del Carretto

Il borgo medievale di Zuccarello fu fondato con atto notarile del 4 aprile (o 30 aprile) del 1248 - con firma dal notaio Martino di Bossoleto presso il castello zuccarellese (citato per la prima volta nel 1233) - dai marchesi di Clavesana Bonifacio III, Emanuele I e Francesco I, e dai rappresentanti locali (procuratori e sindaci) della popolazione della val Neva, l'antica Vallis Cohedani; l'atto di fondazione è ancora oggi conservato presso l'archivio storico comunale. Gli stessi marchesi dotarono il nuovo feudo di regolamenti e statuti datati al 1281, tra i più antichi del ponente ligure dopo Sanremo ed Apricale. Già in epoca medievale, a causa della strategica posizione geografica, fu più volte conteso tra le varie fazioni nobiliari. Il matrimonio nel 1326 tra Enrico Del Carretto e la figlia di Enrico II di Clavesana, Caterina, portò per la famiglia carrettesca al possedimento di metà dei territori di Zuccarello e Castelvecchio di Rocca Barbena; nel 1335 la restante parte dei due feudi fu ereditato con il matrimonio tra Argentina, altra figlia del marchese di Clavesana, e Giacomo Saluzzo. Con Carlo I Del Carretto, nel 1397, Zuccarello divenne sede dell'omonimo marchesato che assoggettò tra i territori, villaggi e fortificazioni il castello di Balestrino, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli e Nasino, quest'ultimo nel 1420. In questa fase storica nacque dal ramo carrettesco finalese il nuovo ramo dei Del Carretto di Zuccarello. Già con atto del 18 maggio 1449 i marchesi zuccarellesi Carlo e Giorgino Del Carretto fecero atto di vassallaggio alla Repubblica di Genova, ma, successivamente, non sdegnarono un rapporto di dedizione pure verso il Ducato di Milano. La repubblica genovese acquistò nel corso del 1567 dal marchese Gio Andrea Del Carretto un terzo del feudo (più il locale castello e la sua giurisdizione) concedendo a Genova, tra l'altro, il diritto di prelazione. Un nuovo scenario politico avvenne nell'aprile del 1588 quando il marchese di Zuccarello Scipione Del Carretto vendette la parte del suo feudo al duca Carlo Emanuele I di Savoia per la somma di 60.000 scudi d'oro (e ottenendo altri privilegi monetari pure per la sua famiglia), una cessione che certamente avrebbe giovato e consolidato il dominio sabaudo sul ponente ligure. Tale trattativa, però, fu impugnata a stretto giro da Genova che inviò alla corte di Praga dell'imperatore Rodolfo II un proprio ambasciatore affinché il sovrano annullasse tale decisione. Sovrano che, su consiglio del gentiluomo di corte Ottavio Del Carretto, fratello minore del marchese Scipione, decise sul finire dello stesso anno di "congelare" il passaggio di proprietà tra la famiglia carrettesca e lo stato sabaudo nell'attesa di un responso giuridico da parte di un'apposita commissione. La "causa di Zuccarello" si protrasse a lungo nel tempo, nonostante gli appelli dei vari ambasciatori sabaudi e genovesi che nell'ordine si recarono a Praga, e solamente all'inizio del 1593 l'imperatore pronunziò un diploma ufficiale in favore di quel Ottavio Del Carretto che ottenne l'investitura sul feudo zuccarellese. L'ambasciatore per i Savoia Manfredo Goveano ottenne solamente da Rodolfo II che all'estinzione del ramo Del Carretto di Zuccarello, il duca di Savoia avesse il diritto di prelazione all'acquisto del feudo, diritto che venne annullato nel 1622. Diviso nelle proprietà tra il marchese Ottavio Del Carretto e la Repubblica di Genova, il feudo di Zuccarello si consolidò nel 1624 quando per la somma di 200.000 fiorini il primo decise di vendere la sua parte a Genova. La vendita provocò un nuovo scontro tra lo stato genovese e il vicino ducato sabaudo che nel corso del 1625 sfociò nella cosiddetta "guerra del sale". Dopo una lunga controversia legale tra le parti, che vide tra l'altro il controllo del marchesato da parte di commissari imperiali, con atto del 1633 lo stato genovese poté assumere pieno controllo di Zuccarello e della sua ex giurisdizione marchionale. Zuccarello vide altre battaglie nei suo territori: nel 1672; nel 1746-1747 nei fatti d'armi correlati alla guerra di successione austriaca dove il paese fu difeso e riconquistato dai soldati genovesi e corsi dall'assedio piemontese; tra il 1795 e il 1797 durante la Campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte. Il borgo medievale fu sede del quartier generale delle truppe francesi del generale Andrea Massena durante la battaglia di Loano del 23 e 29 novembre 1795. Con la dominazione francese il territorio di Zuccarello rientrò dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento del Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 fece parte del III cantone, come capoluogo, della Giurisdizione di Centa e dal 1803 centro principale del IV cantone della Centa nella Giurisdizione degli Ulivi. Annesso al Primo Impero francese dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte. Nel 1815 Zuccarello fu inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d’Italia dal 1861. Secondo alcune note storiche l'edificazione del castello di Zuccarello, citato per la prima volta nel 1233, è antecedente alla fondazione del borgo medievale (1248) e fu nei secoli successivi più volte restaurato. Le motivazioni che portarono alla sua fondazione risalgono al periodo in cui i Clavesana, preso possesso della costa e della piana albenganese, pensarono a come difendere il Marchesato nella parte meridionale della valle, creando un ponte con il castello di Castelvecchio, che svolgeva la medesima funzione. Le vicende del castello non sono indicative di un feudo indipendente, risultano infatti assorbite dalla lotta tra i propri feudatari e il marchese di Ceva, Giorgio il Nano, che era alleato con Albenga. Passato ai Del Carretto nella prima metà del XIV secolo, ne divenne forse la residenza, per poi essere sostituito da Castelvecchio. Il suo utilizzo come abitazione, testimoniato dai resti di una raffinata cornice di finestra decorata in cotto di gusto padano e dai resti di affreschi quattrocenteschi, cessò comunque già dalla fine del sec. XV. Da quel momento, l'utilizzo del castello fu esclusivamente a scopo militare (i Marchesi possedevano un palazzo nel borgo sottostante), come nel caso della guerra di successione al trono d'Austria, durante la quale il castello fu assediato e invaso dai piemontesi malgrado la strenua difesa degli abitanti del borgo. Tra gli ultimi interventi conservativi e di rinforzo vi furono quelli ordinati dal generale francese Andrea Massena delle truppe napoleoniche verso la fine del XVIII secolo. Il torrione laterale è la parte meglio conservata. Il castello di Zuccarello ci offre l’opportunità di conoscere gli arredi di un castello rinascimentale, poiché possiamo usare come riferimento due elenchi relativi ai suoi arredi, uno del 1567 e uno del 1617. Il primo elenco fu ordinato quando nel 1567, in seguito a contrasti all'interno della famiglia carrettesca, Genova lo occupò insediandovi un castellano con alcuni soldati per il presidio. Il secondo serve principalmente a capire il declino che ormai investiva il castello a soli 50 anni di distanza dalla prima perizia, si limita infatti a un elenco delle armi di cui Genova dotò la struttura per garantirne almeno la funzione di presidio militare. Nel primo elenco vengono visitati 12 vani, ma non sappiamo se questo fosse il numero complessivo delle stanze del castello perché i commissari avrebbero potuto escludere dalla loro perizia le stanze vuote, dato il loro interesse esclusivo nei confronti dei beni mobili. Per capire l'arredamento di un castello rinascimentale, bisogna riflettere sulla provvisorietà delle destinazioni dei locali come elemento caratteristico della casa rinascimentale. Ogni vano poteva essere adeguato all'utilizzo di cucina o camera da letto, in base a cosa venisse messo al suo interno. I mobili nel rinascimento e tardo medioevo non erano molti perché nel XV secolo la vita movimentata dei castelli, con relative fughe da assedi o partenze improvvise, avevano dato grande semplicità all'arredamento, ridotto a pochi elementi che portavano l'appellativo di mobili, poiché trasportabili. L'oggetto più ricorrente all'interno dei castelli era il cassone, o forziere, oggetto che poteva trovare posto in ogni stanza ed esser utilizzato come contenitore, e all'occorrenza anche come giaciglio per la notte. Il Castello, collegato a vista con quelli di Conscente e Castelvecchio di Rocca Barbena e con l'abitato di Vecersio, formava con il borgo sottostante un unico sistema fortificato a sbarramento della via di fondovalle e consentiva il controllo pressoché totale della media Valle Neva. Nei pressi del castello vi è l'antico attraversamento boschivo denominato il "Sentiero di Ilaria" (dal nome della marchesa Ilaria del Carretto) che, in 3 km, permette di raggiungere il territorio di Castelvecchio di Rocca Barbena; il percorso è inserito nel parco culturale della Riviera Ligure delle Palme.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Zuccarello, http://www.inliguria.it/zuccarello/castello.htm, http://www.borghidiriviera.it/borgo-di-riviera/zuccarello/, www.liguriaheritage.it, http://www.comunezuccarello.it/index.php/stori/12-monumenti-e-simboli-storici

Foto: da www.liguriaheritage.it e di giada su http://www.gulliver.it/gita/60357/

venerdì 20 marzo 2015

Il castello di venerdì 20 marzo






PASSIGNANO SUL TRASIMENO (PG) - Castello Borgia

Le prime pietre del castello Borgia risalgono al XIV secolo, periodo nel quale la costruzione era formata solamente da una torre di avvistamento e da alcune casupole. Nel XV secolo sotto il dominio dei Borgia, la torre fu trasformata in avamposto per l’esercito. L’area sulla quale sorgeva era di strategica importanza per il regno Pontificio. Alla fine del XVIII secolo la dimora fu trasformata in una residenza più confortevole, parte della quale è ancora rimasta oggi. L’ultimo membro dei Borgia proprietario del castello di cui si ha notizia fu Tiberio Borgia. Nella cappella del castello si trova una lapide con una preghiera di ringraziamento alla Madonna di Tiberio Borgia che ringrazia la Vergine Maria per non essere annegato nel lago. Nel 1933 il castello fu acquistato dalla famiglia Palombaro con il resto della proprietà intorno al lago. Durante la II guerra mondiale l'edificio fu occupato prima dall'esercito Tedesco e poi dagli Alleati. Alla fine della guerra venne riconsegnato ai proprietari e finalmente restaurato e usato come residenza estiva da questi ultimi. Solo nel 1995 le sue porte sono state aperte al pubblico per affitti durante il periodo estivo e per ricevimenti. Oggi, dopo tanti secoli di storia, appare nel suo splendore con le sue facciate di pietra, la torre, gli archi rinascimentali, i soffitti a volte e a cassettone, i grandi camini e gli antichi pavimenti di parquet e di cotto. Il castello è circondato da un parco di 9 ettari con piante di alto fusto ed alberi secolari. Nel parco c'è una grande piscina e un campo da tennis. Gli interni del castello sono decorati con splendidi affreschi e l'arredo è particolarmente curato con mobili d'epoca. Vi è un profilo Facebook dedicato al castello: https://www.facebook.com/CastelloBorgiaCastle

Fonti : http://www.il-borgia.it/history.asp (sito ufficiale), http://www.locationmatrimonio.it/castello_borgia.html

Foto: di GIANKA su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/296153/view e da http://www.homeaway.it/affitto-vacanze/p283185

giovedì 19 marzo 2015

I castelli di giovedì 19 marzo







CASTEL DEL RIO (BO) - Castello Alidosi e Palazzo Alidosi

Il sito dove oggi sorge Castel del Rio fu originariamente la piazza commerciale di Castrum Rivi. La famiglia Alidosi vi aveva fissato il luogo d'incontro e di compravendita dei diversi prodotti della valle. Verso la fine del XIII secolo si creò attorno al mercato un primo nucleo di case. Nelle cronache medievali era chiamato "Mercatale"; successivamente ereditò il nome di Castrum Rivi (in italiano, Castel del Rio). Al servizio della comunità fu edificata una chiesa. A cavallo del 1500, furono edificati, anche grazie alle fortune del cardinale Francesco Alidosi, i grandi monumenti che ancor oggi abbelliscono il paese. Furono iniziati i lavori per la costruzione del Palazzo Alidosi e del Ponte Alidosi, commissionato da Obizzo, fratello regnante di Francesco. Oggi quest'ultimo è monumento nazionale. Nel XVI secolo, quando l'abitato della Massa di S. Ambrogio si spopolò, la chiesa di Castel del Rio assunse la titolarità del santo patrono, divenendo la chiesa principale del territorio castellano. Nel XVII secolo la Chiesa avviò un contenzioso per prendere possesso del comune di Castel del Rio. Fu portato a termine nel 1638 con l'annessione del comune ai territori dello Stato Pontificio. Terminavano così la dominazione degli Alidosi (la cui influenza si era estesa a tutta la Vallata del Santerno ed oltre) e, insieme, l'autonomia del comune che durava da più di 400 anni. Successivamente iniziò il periodo sotto lo Stato Pontificio, che si protrasse per oltre due secoli. Castel del Rio rimase un paese di minore rilievo fino al 1794, quando l'invasione post-rivoluzionaria delle truppe francesi determinò un nuovo assetto elevando Castel del Rio a sede di Distretto. L'antico Castrum Rivi (chiamato ora il “Castellaccio”), sorto su di un poggio che domina l'attuale paese, nominato nel 1179, fu feudo incontrastato della famiglia Alidosi fino al suo abbandono nel 1500. Della rocca a pianta rettangolare restano l'imponente rudere del maschio a pianta rotonda, parte della cortina di mezzogiorno ed uno spigolo di torre quadrata, oltre alle fondamenta e a tratti di camminamento sotterraneo. Prima di insediarsi nel borgo di Castel Del Rio, la famiglia Alidosi abitò per oltre due secoli nel fortilizio detto il Castellaccio, situato vicino al paese, che crollò quasi completamente nel 1542 causa del terremoto, delle copiose piogge e, sembra, in seguito a lavori di restauro e di consolidamento mal fatti. Assai meglio conservato è invece il Palazzo, costruito nel XVI secolo. Discordia fra gli storici in merito al nome dell’architetto che progettò il maniero, sono stati citati il Bramante e Francesco da Sangallo. La costruzione fu commissionata inizialmente dal cardinale Francesco Alidosi, con l’intento di sottolineare la solidità del potere, fu poi proseguita da Cesare e Rizzardo Alidosi. I lavori iniziarono con grande disponibilità di mezzi e di manodopera. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un Palazzo-fortezza, con quattro bastioni a losanga molto pronunciati che racchiudevano all’interno un grande cortile con un loggiato composto da ventiquattro colonne di un solo pezzo di arenaria e al centro un pozzo. Un grande fossato circondava il palazzo e un ponticello a tre arcate consentiva di attraversarlo per entrare dall’unico ingresso realizzato. A sud, verso il paese, un magnifico giardino fu detto il Giardino delle delizie; nei sotterranei, oltre alle cantine erano presenti due prigioni per gli uomini e una per le donne. Il Palazzo rimase però incompiuto per mancanza di fondi e dei quattro bastioni previsti ne furono realizzati solo due. Vero gioiello rinascimentale, ancora visitabile, è il Cortiletto delle Fontane dove sono accolte tre bellissime fontane a conchiglia, tre colonne di arenaria sorreggono un loggiato e sotto le vele della loggia otto nicchie circolari accoglievano i busti degli esponenti più importanti della famiglia. Il Palazzo, che costituisce il miglior esempio architettonico di Rinascimento fiorentino in Romagna, è stato interamente restaurato ed è ora sede comunale, ospita inoltre nelle sue stanze la biblioteca, il museo della guerra e il museo del castagno.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Castel_del_Rio#Monumenti_scomparsi, http://casteldelrio.provincia.bologna.it/storia/il-palazzo, http://www.geims.it/leselve/scheda10.htm, http://www.mondodelgusto.it/2009/01/28/palazzo-alidosi-di-castel-del-rio--fu-francesco-da-sangallo-l-ideatore-del-progetto/

Foto: Per quanto riguarda l'antico castello, la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è di Tajmahal, presa da http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/168386/view. Per quanto concerne il Palazzo Alidosi, la foto è di orionmassimo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/81400/view