sabato 31 marzo 2012

Il castello di domenica 1 aprile



DRENA (TN) – Castello

E’ un edificio austero, tipicamente medievale, arroccato in cima a un contrafforte roccioso a difesa e a controllo del profondo solco scavato dal rio Salgoni e delle valli del Sarca e di Cavedine. Fa parte di un itinerario naturalistico e storico prezioso, che comprende la spettacolare frana geologica delle “Marocche”, la Valle dei Laghi e il Monte Bondone, vero e proprio giardino botanico affacciato sui colori del Garda. Costruito nel corso del XII secolo, Castel Drena, sorto probabilmente su un villaggio preistorico, fu venduto nel 1175 dai primi possessori, la famiglia dei Sejano (ai quali l’imperatore Lotario aveva concesso il controllo della zona), ai d'Arco che ne fecero un fondamentale strumento di controllo della via di collegamento fra Trento e il Garda. La sua posizione strategica lo rese oggetto di continue contese nel corso del Medioevo: bloccava e controllava l'unico valico transitabile, e quindi obbligato, fra la Valle del Sarca e quella di Cavédine. Inattaccabile dalle fiamme, difeso da due ordini di mura, eretto sulla rupe in posizione dominante, era imprendibile con i mezzi d'assalto usati al tempo. I Sejano cercarono di riprendere il possesso del maniero e la faida tra loro e i d’Arco continuò facendosi più cruenta nel 1266, quando Cubitosa d’Arco con un lascito testamentario cedette alla famiglia del marito il castello e relativi allodi, per la precisione ai fratelli Odorico e Ducinancio di Sejano. Nel XIII secolo, tanto per ristabilire i diritti feudali del Principato, il principe-vescovo Filippo Buonaccolsi, postosi a capo di truppe veronesi e mantovane, attaccò e conquistò il castello. Nel 1339 i d’Arco vennero investiti dal vescovo Nicolò da Brno della completa proprietà del castello e dopo il 1399, con la firma della pace tra il principe Vescovo Giorgio I di Lichtenstein e Vinciguerra d’Arco, il maniero divenne un presidio munito, sia pur con pochi soldati di stanza comandati da un capitano. Agli inizi del XVIII secolo, durante la guerra di successione spagnola, fu preso e incendiato dalle truppe franco-ispaniche in ritirata, comandate del generale Vendome, le quali trafugarono anche elementi lapidei e lignei. Da quel momento il castello conobbe un lungo periodo di decadenza, tanto che il cortile si ritrovò utilizzato per anni e anni come terreno a pascolo. Nel 1910 il suo proprietario si mise all’opera per attenuare i danni del degrado. Negli ultimi anni Ottanta il castello divenne di proprietà della Fondazione Arco con sede a Mantova. Ad essa la marchesa di Bagno, già contessa di Arco e ultima erede del ramo italiano del casato, lasciò tutti i suoi beni, compreso il palazzo di Mantova, il Castello di Arco e i ruderi di Castel Drena. Nel 1981 la Fondazione vendette il castello all’amministrazione civica di Drena, la quale con l’aiuto del Ministero dei Beni culturali e della Provincia di Trento, ha eseguito importanti opere di restauro del monumento. Castel Drena, che oggi ospita una mostra permanente di reperti archeologici e diverse mostre temporanee, è essenzialmente una costruzione romanica con qualche elemento gotico e alcune strutture cinquecentesche. Nonostante le evoluzioni subite in epoca tardo medievale, è giunto fino a noi nella forma più semplice e comune della fortificazione: un recinto murato con torre centrale. Questa struttura molto lineare fa pensare che il castello fu inizialmente pensato semplicemente come un rifugio di proprietà comunitaria contro le invasioni barbariche e non come un elemento di una difesa organizzata di proprietà feudale. L’elemento più importante della costruzione è il mastio centrale di pietre bugnate (costante spesso rilevabile in molte torri dei castelli trentini) la cui altezza raggiunge i 27 metri. Il mastio presenta poche aperture: due porte sopraelevate rispetto al suolo (una delle quali forse collegava a edifici adibiti a residenza, ma di cui oggi non rimane traccia), due feritoie e quattro finestre alla sommità. Lo spalto di vetta del mastio è coronato da alti merli ghibellini nella misura di tre per lato. La porta posta a piano terra fu realizzata nel 1910 nel corso di alcuni lavori di restauro. Nello spessore del muro del mastio (mt. 1,5) sono ricavati dei sedili, il che fa pensare che la torre fosse adibita ad abitazione. La cinta è di forma poligonale arrotondata. La muratura è liscia e in molti tratti è ancora visibile la merlatura. All’angolo nord orientale vi è un rivellino munito di una torretta quadrata di epoca posteriore rispetto al nucleo originario. Il recinto ghibellino che avvolge l'intero complesso racchiude i resti del palazzo comitale, della piccola chiesa dedicata a S.Martino e di altri interessanti edifici. Numerose sono ancora oggi leggende e memorie, collegate al castello di Drena, che fanno parte della tradizione orale: una narra che il tesoro degli antichi castellani era custodito dal diavolo. Per impossessarsene bastava recarsi nel prato del castello, vicino alla cortina di tramonto, e leggere il Vangelo. Qui il demonio, sotto forma di uno spiritello vestito di rosso, sarebbe apparso per proporre di cedere l'anima in cambio delle monete d'oro. Pare inoltre che fosse abitudine, per i castellani, divertirsi a sparare dalla vetta della torre sui contadini che coltivavano i campi.

Il castello di sabato 31 marzo



GENOVA – Torre Specola

Questo anomalo edificio in mattoni rossi visibile da molte zone della città, è inserito all'interno delle mura del Forte Castellaccio fin dalla costruzione, tra il 1830 e il 1836, delle cinta bastionata che racchiude sia il Forte che la Torre. Appartenente alle Torri Sabaude costruite per la difesa dei promontori, fu innalzata ad opera dell'architetto militare Giulio D'Andreis tra il 1817 ed il 1823, sul preesistente sito detto quadrato delle forche, uno sperone roccioso dove, fin dal 1509, avvenivano le esecuzioni capitali dei condannati rinchiusi nel Forte, fino allora compiute nella zona della Lanterna. Le forche erano composte da quattro pilastri in pietra che sostenevano assi trasversali, da cui pendevano catene, dalle quali penzolavano i corpi dei condannati. Si tratta di una massiccia torre a tronco di piramide, dalla pianta ottagonale irregolare, che tuttavia evidenzia un'armoniosa simmetria nel susseguirsi delle otto facce. Su ciascuno dei quattro prospetti meridionali si stagliano due ordini di aperture per bocche da fuoco, affiancate da due coppie di feritoie per fucileria. All'altezza del coronamento si protendono, in corrispondenza delle cannoniere, le caditoie appoggiate su coppie di mensoloni allungati verso il basso e divaricati, che accentuano l'aspetto possente e minaccioso della fortezza. Sulla facciata sud-occidentale si intravede - seminascosto da un casotto in muratura di costruzione risalente più o meno alla metà del secolo scorso - l'archivolto dell'ingresso principale, incorniciato da due "lesene" rastremate verso l'alto e sormontate da un architrave aggettante, sul quale si apre un lunotto a tutto sesto. L'ingresso originale della Torre è costituito da un'angusta porticina sulla facciata di ponente. All'interno la Torre Specola si presenta su due piani più un sotterraneo con cisterna, mentre la struttura reggente è composta da sei grossi pilastri, dentro uno dei quali è presente la ripida scala di servizio. La grande sopraelevazione che spicca sul tetto è stata edificata tra il 1911 ed il 1914 dall'Istituto Idrografico della Marina, per ospitare un osservatorio meteorico ed aerologico ed il relativo personale. La Torre fu abbandonata nel 1969, in seguito utilizzata come deposito materiale ed oggi come archivio. Essa era familiare ai Genovesi per l'ancora oggi ricordato "sparo del cannone di mezzogiorno". Dal 31 maggio 1875 fino al giugno 1940 (con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale), da una casamatta posta sull'angolo delle mura esterne, a mezzogiorno in punto veniva infatti sparato un colpo di cannone. Il contatto elettrico era dato da un pendolo, tuttora conservato funzionante, posto all'interno del Forte San Giorgio, sede dell'Istituto Idrografico.

venerdì 30 marzo 2012

Il castello di venerdì 30 marzo



ARCEVIA (AN) – Castello di Loretello

Loretello è un castello perimetrato completamente da una possente cinta muraria, che sorge su un poggio a 300 metri d’altezza, distante circa 15 km da Arcevia, in direzione S. Lorenzo in Campo. Tra i castelli del territorio rimasti è quello più antico: nominato per la prima volta nel 1072, edificato insieme alla chiesa di S. Andrea dai monaci di Fonte Avellana. Il 14 Maggio 1139 Papa Urbano II, su richiesta del priore Benedetto, pose sotto la protezione della Santa Sede tutti i beni di Fonte Avellana compreso il castello di Loretello. Esso rimase alle dipendenze del monastero fino al 1159 quando sorse una contesa di competenza con il vescovo di Fossombrone. A dirimere la questione venne interpellata la curia romana che affidò il caso alla mediazione di cinque illustri cardinali romani scelti direttamente dal Papa. La questione venne risolta il 2 aprile del 1185 quando fu stipulato "un instrumento col quale il vescovo Nicola di Fossombrone concedeva al priore Salvo di F.A. ed ai suoi successori la metà di quanto alla chiesa apparteneva e più metà del castello con tutte le possessioni e gli uomini alla stessa metà appartenenti".
Intanto in quegli anni emerse prepotentemente Arcevia, una solida roccaforte che primeggiò nella zona. Loretello, che osò resisterle, venne costretto ad arrendersi ed umiliato al punto da vedere il suo castello quasi distrutto dalle fondamenta. Questo accadde nel 1255. Da allora Loretello rimase sotto l'influenza di Arcevia seguendone le vicende fatte più di lutti che di trionfi. Fossombrone accettò il fatto compiuto e in compenso ricevette da Arcevia un indennizzo. Nel 1273 trentatrè famiglie di Loretello giurarono sottomissione e fedeltà alle autorità comunali di Arcevia e nel 1289, con un atto formale notificato dal rettore della Marca, Loretello divenne possesso definitivo di Arcevia. Questa appartenenza fu per Loretello una continua fonte di tragedia. Gli eserciti che si mossero contro Arcevia per assediarla passarono spesso per Loretello che venne sottoposto a continue invasioni e devastazioni. Questo continuo stillicidio fa perdere a Loretello importanza e prestigio fino a ridurlo ad un insediamento di poche famiglie, undici "fuochi". Il vero e proprio castello, come appare oggi, risale ad un ampliamento avvenuto probabilmente tra la fine del ‘300 e i primi decenni del ‘400. Quasi intatti sono la sua cinta muraria in laterizio (interamente percorribile), i rivellini, la munita porta (dove sono visibili i meccanismi del ponte levatoio), mentre il bel ponte di accesso a tre arcate è stato aggiunto nel Settecento, quando la funzione di castello venne a mancare. Vi sono poi due tipiche torri: la "Torre della guardia", torre di avvistamento, strutturata in tre piani, costruita ad angolo per respingere i colpi delle bombarde; essa è collegata, tramite una galleria, con le abitazioni vicine. La seconda torre è detta "La prigione" : è un'elegante e sofisticata costruzione a forma circolare, coronata nella parte superiore da merli a coda di rondine di gusto ghibellino e da una cintura di beccatelli che gira tutt'intorno alla torre. Usata in tempi non lontani, come abitazione privata, è certamente uno degli aspetti più caratteristici del castello. La costruzione veniva usata sia come vedetta e sia come prigione per criminali. La torre è strutturata in sei livelli aventi ciascuno una sola cella con strettissime feritoie per fare entrare quel pò di luce e di aria necessarie alla sopravvivenza. La parte più bassa della torre era collegata al fosso. In questa cella, secondo una tradizione, venivano immersi nell'acqua i condannati alle pene più gravi. Nel secondo girone, ove si trovavano gli strumenti di tortura, fra cui le tagliole, venivano detenuti coloro che erano sottoposti alla tortura. La sommità della torre, un tempo senza copertura, ma coronata con merlatura Ghibellina, serviva per la ronda delle guardie e luogo di avvistamento. Una cintura di beccatelli adornava ed adorna tuttora, sebbene i beccatelli sono in parte trasformati in piccionaie, la base dell'ultimo piano di questa singolare costruzione che è posteriore di diversi secoli al progetto originario del castello. Il Castello era retto da un Capitano che amministrava la giustizia civile e l' ordine pubblico, mentre il Consiglio del Castello provvedeva all' amministrazione corrente. La storia degli ultimi due secoli è strettamente legata alla Storia Patria dell'unità d'Italia (1861). Da questo momento il Castello di Loretello perde la propria autonomia amministrativa, ora concentrata presso il Comune di Arcevia. Malgrado ciò ancora dopo la Prima Guerra mondiale nel Castello sono presenti alcune forme associative come la banda musicale e la "Cooperativa di consumo ex combattenti". Per approfondire si può visitare il seguente sito web: www.ilcastellodiloretello.it/

giovedì 29 marzo 2012

Il castello di giovedì 29 marzo



ARGENTA (FE) – Delizia Estense di Benvignante

Si erge a circa undici chilometri da Argenta, nel piccolo borgo a cui la costruzione stessa ha dato il nome. Fu fatta edificare nel 1464 dal Duca Borso d'Este, che affidò l'incarico all'architetto Pietro Benevenuto degli Ordini. La delizia doveva essere una sontuosa dimora da regalare al fedele segretario del Duca, Teofilo Calcagnini. Ha una struttura rettangolare, sviluppata su due piani, e le grandi finestre rettangolari, distribuite simmetricamente sulla facciata, sono testimonianza della sobria e raffinata eleganza che contraddistingue l'architettura ferrarese in epoca rinascimentale. Pur rientrando nella tipologia delle ville di campagna, per la sua posizione di dominio dei terreni circostanti, ricoprì una non secondaria funzione difensiva e di rappresentanza politica del potere Estense ben rappresentata dalla poderosa torre merlata con volta a padiglioni che si erige al centro dell'edificio. L'ingresso ad arco pieno decorato in cotto, sormontato da stemma, è un ulteriore segno dell'antico splendore. La famiglia Calcagnini mantenne la proprietà della grandiosa villa per tutto il periodo del dominio estense, mettendola anche a disposizione dei nobili dell'accademia dei Filareti, che vi si recavano a svolgere le loro riunioni estive allietandole talvolta con battute di caccia. Nel 1481 soggiornò a Benvignante anche la bella moglie di Ludovico il Moro, nonché figlia di Ercole I, Beatrice d'Este. Con la caduta degli Estensi anche la delizia cadde in sventura, passando per diversi proprietari fino all'800 quando venne acquistata dal Conte Luigi Gulinelli. La famiglia Gulinelli la fece dotare di meravigliose scuderie per allevarvi cavalli da corsa, visitate anche da Vittorio Emanuele II, e modificò anche l'aspetto originale dell'impianto dell'antica delizia, sopraelevando le ali della struttura e rendendo la torre più tozza, conferendo alla costruzione una struttura a pianta quadrata. Rimase tale fino alla Seconda Guerra Mondiale quando con i bombardamenti che colpirono tutta l'area argentana nel 1944, ne venne nuovamente stravolto il profilo. Il complesso non è visitabile ma è circondato da quattro ettari di terreno adibiti a parco, ripristinato dopo gli eventi bellici con alberi e sentiero che conduce alla villa ma soprattutto con un importante intervento negli ultimi anni, dove gli elementi dominanti sono il prato, l'acqua, la geometria dei viali e dei filari d'albero. Dal 1990 la Delizia è stata rilevata dal Comune di Argenta e rientra nel patrimonio di valorizzazione dell'Ecomuseo di Argenta, ed è curata per iniziative dalla locale associazione "Il Torrione della Delizia di Benvignante". L'ampio parco viene infatti utilizzato per attività culturali e feste, in quanto inserito nel programma degli spettacoli estivi promossi dall'Amministrazione provinciale e dai Comuni " Delizie d'Estate". Le prospicienti scuderie e l'essicatoio del tabacco sono invece di proprietà privata. Nel 2000 la Delizia di Benvignante è stata dichiarata dall'Unesco, insieme con altre Delizie, Patrimonio dell'umanità. Altre informazioni si possono trovare al seguente link: http://digilander.libero.it/benvignante/

mercoledì 28 marzo 2012

Mostra castelli irpini a Roma









Oggi ho potuto visitare, seppur di fretta, l'interessantissima mostra di cui allego il link: http://www.terredicampania.it/castelli-d-irpinia.html

Dal 26 marzo al 1 aprile a Roma in Piazza di Firenze n°27 c'è questo appuntamento da non perdere per i patiti dell'argomento. Oggi tra l'altro c'è stata una sfiziosa degustazione di prodotti tipici locali, per cui sono capitato proprio al momento opportuno, hehehe.

Ecco alcune foto che ho scattato nella sala della mostra. Inoltre ho potuto portare a casa un bell'opuscolo con foto e notizie dei vari castelli esposti.

Ringrazio Simone Ottaiano, uno dei membri dell'EPT, per l'accoglienza e la disponibilità.

Il castello di mercoledì 28 marzo



GROTTOLELLA (AV) - Castello Caracciolo

Venne edificato nel 1083 in cima ad un colle, su di una preesistente roccaforte longobarda, che ha subito diversi interventi nel corso dei secoli, non solo restaurativi ma anche ricostruttivi, particolarmente in epoca svevo-angioina e tardo aragonese. La Cronaca di Falcone Beneventano ci informa che il castello venne assediato e distrutto nel 1134 da Ruggiero II il Normanno. Per volere di quest'ultimo il castellum venne sottratto a Raone de Farneto e concesso ad Eterno de Montefusco, cui seguirono nel 1137 il figlio Guerriero e poco dopo Tancredi Incantalupo. Nel 1162 fu di Ruggiero de Farneto, mentre nel 1173 fu di Ruggiero de Crypta. Nel 1258 appartenne a Mattia de Crypta che ne riebbe la concessione da Carlo I d'Angiò nel 1262 per essersi ribellato a Manfredi di Svevia. Il feudo passò poi alla famiglia de Montjustin fino a quando, nel 1335, la regina Giovanna I lo donò ai d'Aquino. Nel 1466 il borgo fu ceduto ai Carafa e venduto nel 1596 ai de Ponte. Nel 1650 la struttura subì un cambio di destinazione, divenendo residenza gentilizia sotto i feudatari Duchi Macedonio. Il castello, che già agli inizi del 1900 fu dichiarato monumento storico e sottoposto quindi a tutela, fu venduto nel 1928 dalla Famiglia Caracciolo a vari privati, subendo una sorta di frazionamento. In seguito al grave sisma del 1980 subì varie opere di ristrutturazione. Un ulteriore restauro venne eseguito nel 1996. Oggi è ancora proprietà privata. Attualmente il castello si presenta con una veste presumibilmente aragonese (XV secolo): pianta quadrangolare (29x24 metri) disposta sull'asse nord-ovest/sud-est, corte interna (cui si accede da un portale ad arco in pietra arenaria e decorazioni floreali), bassi corpi di fabbrica, cortina esterna in pietra calcarea scandita da finestre rettangolari e rinforzata agli angoli da quattro torrioni (tre cilindrici e uno quadrato). Sul lato meridionale si notano alcuni fabbriche ottocentesche addossate al muro perimetrale del fortilizio. L'ingresso, sul prospetto orientato a nord-ovest, è posto tra due possenti torrioni circolari, di cui quello a destra ospita al piano terra una piccola cappella gentilizia, edificata nel 1150, con pregevoli affreschi seicenteschi, che funse da luogo di culto fino al XVIII secolo. All'angolo nord vi è una torre quasi cilindrica su base scarpata di cinque metri di diametro, alta sedici e realizzata con pietre calcaree miste a tufelli di taglio irregolare legate con abbondante malta. La torre ovest su base tronco-conica scarpata, misura invece sette metri di diametro e quindici di altezza, presenta due livelli e paramento in pietrame. La torre dell'angolo sud risulta la meglio conservata, con alto basamento scarpato di cinque metri di diametro e circa dodici di altezza. Costruita con pietre calcaree miste a tufelli irregolari e malta, presenta all'interno due piani comunicanti mediante scala elicoidale. L'unica torre quadrangolare, inglobata quasi interamente nelle strutture posteriori dell'angolo sud-est, ma sporgente ancora dalla pianta con pareti esterne lievemente scarpate, è alta circa quindici metri e presenta all'interno due vani sovrapposti. Dal cortile, a pianta rettangolare (10x15 metri) e con cisterna al centro, si accede agli ambienti del pianterreno, di varie dimensioni ed uso, agli alloggi residenziali ed ai sotterranei.

martedì 27 marzo 2012

Il castello di martedì 27 marzo





SERRAMONACESCA (PE) – Castel Menardo

Costruito sul roccioso Colle Ciumina, nei pressi di Serramonacesca, da cui domina, imponente, i passaggi della Val Pescara e i valichi della Maiella, venne realizzato a scopi difensivi come dimostra la sua collocazione, raggiungibile solo a piedi e attraverso un impegnativo cammino. La fortezza risale molto probabilmente al XII-XIV secolo e, insieme alla torre di Polegra, era posta a difesa della vicina abbazia di San Liberatore a Maiella, legata al nucleo abitato di Serramonacesca. La tradizione vuole che esso venne costruito da Carlo Magno lungo la linea di confine del suo impero, per consacrare il suo potere sui territori conquistati e per difesa dalle incursioni saracene. Secondo un'altra leggenda invece il castello venne costruito in una notte dai paladini di Carlo Magno, i quali, giganteschi eroi, si sarebbero passati, con le sole mani, gli attrezzi da lavoro dalla vicinissima fortezza di Polegra. La vita della fortezza fu molto breve perchè risulta già distrutta sul finire del XV secolo. Alcuni studiosi ritengono che la fortezza fu abbattuta da Carlo d'Angiò, durante le lotte Svevo - Angioine, e successivamente cadde in rovina, cosa affermata anche in un Inventario dei beni dell'Abbazia di S. Liberatore a Majella. Oggi Castel Menardo è poco più che un rudere e dalle attuali rovine risulta piuttosto difficile risalire all'organizzazione interna del fortilizio mentre, da un'analisi della possente muratura, ancor oggi visibile, e del corpo squadrato è possibile fare delle analogie con le fortificazioni cassinesi, delle quali Castel Menardo richiama proprio il perimetro irregolare con risalti squadrati. L'impianto è triangolare, con un corpo quadrangolare inserito su una delle estremità e due torri circolari agli altri vertici. È possibile inoltre affermare che i portali d'accesso erano due e che il corpo di fabbrica era costruito su due livelli. Da uno sprofondamento nella zona che precedeva il torrione è emerso un ambiente quadrato, di un livello più basso rispetto al piano del castello in cui sono ancora presenti alcuni conci a terra. Il luogo non è facilmente raggiungibile, ma la suggestività dei resti merita lo sforzo. Tra le tante leggende che aleggiano tra le mura annerite dal tempo di questa gloriosa fortezza, vi è una che afferma che in un pozzo ubicato all’interno del castello sono stati ritrovato dei resti di animali enormi, forse resti di animali preistorici o dinosauri, altri affermano che tali resti siano di origine umana forse scheletri dei palladini di Carlo Magno. Infine altri affermano che all’interno del castello vi sia sepolto un tesoro e che questo era custodito da un singolare guardiano: un drago e questi resti appartengano a lui o a qualche membro della sua famiglia o razza!

lunedì 26 marzo 2012

Il castello di lunedì 26 marzo



CALATABIANO (CT) - Castello di San Marco del Principe di Palagonia

Sorge in uno degli angoli più affascinanti della Sicilia orientale, la riviera di Taormina, fra la foce del fiume Alcantara e la riserva naturale di Fiumefreddo. Le prime tracce storiche del Castello di San Marco risalgono agli ultimi anni del XVII secolo, quando il Principe Ignazio Sebastiano Gravina Cruyllas decise di costruire una nuova residenza a Calatabiano, nell'ambito di una riorganizzazione dell'economia del feudo e delle sue infrastrutture. Con atto di obbligazione del 30 Gennaio 1689 i mastri Francesco Liuzzu, Giannetto di Leonardo, Mario Panebianco e Giovanni Arcidiacono di Acireale si impegnarono col Principe di Palagonia, Ignazio Sebastiano Gravina Cruyllas alla costruzione del fondaco dell'Acquicella e alla costruzione di una residenza per il Principe stesso.Per l'esecuzione degli intagli in pietra lavica del fondaco e della residenza vennero incaricati i Mastri Flavetta di Acireale. Il lavoro venne completato in poco meno di due anni, come testimoniato dalle apoche rilasciate dai mastri scalpellini Francesco e Filippo Flavetta nel Dicembre 1690, sugli intagli in pietra lavica di porte e finestre. La residenza del Principe aveva in quel periodo un aspetto alquanto differente, come riportato sui documenti dell'epoca. Non esisteva lo scalone interno a tenaglia addossato al prospetto est; delle attuali quattro torrette poste agli angoli della casina, ne esistevano due sole, quelle degli spigoli sud-est e sud-ovest. Le strutture portanti orizzontali fra il pianterreno ed il primo piano, che adesso sono costituite da volte in muratura, erano originariamente in legno. Al posto dell'attuale cornicione del prospetto est e delle torrette ornato da eleganti vasotti e volute, vi era la classica cornice alla cappuccinesca monacale. Nel 1697 venne edificata la Chiesa di S. Antonio da Padova, che ancora esiste a lato della casina, anche se parzialmente crollata. Delle aggiunte e degli aggiustamenti fatti eseguire da Ferdinando Francesco Gravina abbiamo un succinta relazione del 1718, dalla quale risulta anche che egli fece aggiungere al "casale grande" altre due torrette "garite" sul lato nord in aggiunta a quelle già esistenti sul lato opposto. Vi erano tuttavia altre modifiche da fare e lavori da completare sulla residenza, dei quali non si occupò Ignazio Sebastiano III, succeduto a Ferdinando Francesco nel 1737, bensì Ferdinando Francesco Gravina ed Alliata, investito del Principato di Palagonia e della Signoria di Calatabiano nel 1747, che diede l'assetto definitivo alla palazzina realizzando lo scalone a tenaglia davanti alla facciata est ed il coronamento con vasotti e volute dello stesso prospetto e delle quattro torrette. Certamente lo scalone era stato realizzato da tempo quando nel 1774 il feudo di Calatabiano vene concesso in "arrendamento" ad Antonio Abadotto già governatore. Nel 1856 venne dato, con l’annesso fondo, in enfiteusi al barone Pasquale Pennisi di Floristella, assumendo l’aspetto attuale con la realizzazione del palmento, della cantina e di case per i contadini. Oggi il Castello di San Marco, splendido esempio di architettura barocca siciliana, conserva tutti gli ambienti e gli arredi del suo importante passato nobiliare: una cinta muraria, antiche torri, i giardini, un palmento, le dimore dei braccianti, una chiesetta, l'anfiteatro, i saloni, archi in pietra lavica, camini, lampadari sfarzosi. Ovviamente non manca il parco privato, anch'esso tipico di queste dimore dell'epoca. La struttura è stata trasformata in un prestigioso resort per soggiorni di lusso, ma anche cornice ideale per ospitare matrimoni, ricevimenti, meeting e congressi. Per approfondire si può visitare il seguente sito web: http://www.castellosanmarco.it

domenica 25 marzo 2012

Il castello di domenica 25 marzo



PASSERANO MARMORITO (AT) – Castello Radicati

E’ il più importante monumento del territorio comunale e sicuramente uno dei più belli e significativi dell'Astigiano perchè mantiene un aspetto di complesso unitario e possente, posto a dominio del paese e dell’ambiente circostante. Il castello sorge su un’area privilegiata che un tempo permetteva di controllare tutto il transito nella vallata e rappresentava la via più facile per collegare l’Astigiano con la pianura del Po nei pressi di Casalborgone. Tutta l’area presenta i resti dei bastioni e delle mura che un tempo difendevano la residenza signorile. Ancora oggi ne è visibile la porta medievale con le tracce del ponte levatoio. Attraversata la porta si giunge al nucleo più antico del castello, costituito dalla tozza e imponente torre quadrata, adattata nel 1704 a campanile, che fiancheggia l’ingresso della fortezza e la facciata meridionale della costruzione. Una volta entrati nel recinto, è possibile ammirare la chiesa gentilizia in cotto e l'ampio portale d'accesso all'edificio. Le due parti più antiche risultano collegate da un'ala costruita nel XVII secolo: la parte posta a Nord si distingue per due torricelle rotonde (un tempo quattro) situate agli angoli, mentre la parte a sud racchiude una torre quadrata e presenta una parete esterna con un ricco fregio in cotto e finestre ad arco acuto. L'interno del castello presenta stucchi ed arredamenti conservati con cura scrupolosa. Di particolare interesse risultano le sale del piano superiore, alle quali si accede attraverso un'imponente scala ornata da due capitelli in arenaria del primo gotico raffiguranti i segni dello zodiaco. La sala principale è arricchita da un soffitto a cassettone, firmato da un certo Torta di Grana nell'anno 1484, finemente intagliato, le cui decorazioni, a colori vivaci, rappresentano gli stemmi di molte nobili casate. Nella stanza della torre sono raccolti cimeli del grande musicista Schumann, avo dell'attuale conte Radicati. Ai piani inferiori, e poi possibile visitare la ricca biblioteca e I'appartamento di Giovanni Battista Radicati. Notizie relative all’abitato di Passerano risalgono all’incirca al 1164, quando con diploma imperiale Federico I Hohenstaufen lo confermò con altre località al marchese di Monferrato. Nel 1277 i Cocconato acquistarono Passerano che rientrò così a far parte del consortile, detto anche dei Radicati, che questa famiglia legata ai marchesi del Monferrato stava costituendo sul territorio. A quel periodo risale molto probabilmente l’edificazione della parte centrale del castello, a cui seguì poi l’ampliamento quattrocentesco. Tra alterne vicende la situazione rimase sostanzialmente immutata fino al Cinquecento, quando le guerre di predominio tra Francia e Spagna coinvolsero anche Passerano. Il castello, nel 1550 fu occupato dagli Spagnoli e fortificato; nell'anno successivo, il maresciallo francese Brissac, impedito nella sua campagna anti-imperiale da Passerano, attaccò la fortezza, la espugnò e ne cacciò il presidio. Passerano ottenne, con diploma imperiale di Carlo V, il privilegio di battere moneta in oro e argento. Le prime monete furono emesse a partire dal 1589 dalla Zecca di Passerano, edificio ancora esistente, ubicato alla sinistra della porta d’ingresso del recinto del castello. Oggi ospita la Biblioteca comunale. La Signoria dei Cocconato, tuttavia, nell’ultima parte del Cinquecento, per le guerre e le pressioni politiche dei Savoia, iniziò ad indebolirsi e i suoi castelli posti più volte sotto assedio e distrutti: tra questi proprio quello di Passerano. Nella seconda metà del Seicento il maniero venne restaurato: ad Alessandro Radicati si deve l’edificazione della zona a sud-ovest e l’adattamento di tutta l’ala. Alla metà dell'Ottocento, il castello fu restaurato e conservato sino ad oggi senza rilevanti alterazioni. Il suo giardino, segnalato fra i Giardini storici del Monferrato, ospita una ricca vegetazione, fra cui un monumentale cedro del Libano e una grande sequoia.

venerdì 23 marzo 2012

Il castello di sabato 24 marzo



MURELLO (CN) – Castello di Bonavalle

Si trova nel territorio del comune di Murello (CN), in località Bonavalle, in aperta campagna e compreso in un nucleo di cascine. Rappresenta un singolare esempio di insediamento fortificato agricolo. Venne più volte ristrutturato ed ampliato, oggi si presenta come una struttura di epoca quattro-cinquecentesca, a pianta quadrilatera e munita di quattro torri cilindriche (di grandezza diversa) e di bertesche. Sulla facciata principale dell’edificio, intonacata, spicca un grosso orologio con decorazioni affrescate. Il castello faceva parte di un antico feudo di cui furono signori i Borghese, i Guaschi di Chieri, i conti Balbis ed i marchesi Turinetti di Priero. Lasciato in eredità all’inizio del ‘900 dal pittore Giuseppe Augusto Levis per due terzi del Comune di Racconigi e per un terzo del Comune di Chiomonte, è stato venduto all’asta ed è di proprietà privata, usato come allevamento suicolo. Nonostante lo stato di totale abbandono, conserva intatto il fascino dell’antico maniero. Varcato il portone del castello e superato un atrio si accede ad un cortile quadrato invaso dalla vegetazione e da detriti. Le tre ali del castello, benchè conservino ancora le pareti, sono completamente distrutte dal crollo dei tetti che hanno sfondato tutti i pavimenti. All’interno delle ali si conservano ancora le vestigia delle stanze con traccia delle scale e dei camini. Una scala ripida e stretta conduce ad un piano seminterrato buio. Secondo una leggenda da qui partirebbe un cunicolo di cui però è sconosciuto lo sbocco. Ecco un video al riguardo (l’audio non serve…) http://www.youtube.com/watch?v=oqgFUIII-Y4

Il castello di venerdì 23 marzo



LOZZO ATESTINO (PD) – Castello di Valbona dei Da Carrara

Eretto intorno al 1228 (dal Comune di Padova in epoca pre-ezzeliniana - secondo alcuni, nel periodo del regno del ghibellino Ezzelino III da Romano - secondo altri) per la difesa del territorio dei Conti di Lozzo, può essere considerato un punto di riferimento obbligatorio per le guerre che in quegli anni opposero Padovani, Scaligeri, Estensi e Vicentini. Concepito come fortezza e situato in posizione strategica, al centro delle strade che provenivano da Montagnana e da Este, al confine tra i territori di Padova, Vicenza e Verona, aveva un corpo di guardia permanente. Fu distrutto e riedificato almeno due volte, nel 1231 e successivamente nel 1313 quando i Veronesi lo saccheggiarono e devastarono. Ha pianta rettangolare con lati di metri 40x25 e le mura, costruite con pietre dei colli inframmezzate a mattoni, sono alte 11 metri e ne misurano 1 di spessore alla base, restringendosi alla fine a 0.50 metri. Le porte sono due, alte 4 metri, una a oriente l’altra a occidente; la seconda, oltre ad avere l’insegna in pietra bianca di Ubertino I, ossia l’elmo sormontato da un saraceno con le corna, ha anche lo stemma dei Carraresi, sempre in pietra. Le porte avevano sicuramente il ponte levatoio, infatti il castello era interamente circondato da un profondo vallo pieno d’acqua, che è stato poi interrato e nei lavori sono state trovate moltissime palle in pietra d’Istria, verosimilmente scagliate contro le mura soprattutto nei secoli XIII e XIV. Il maniero aveva anche camminamenti di ronda e sei torri, di cui quattro (ai lati sud e nord) esagonali, e due (nel mezzo dei lati di oriente e di occidente) quadrate; tutte queste torri minori sono alte circa metri 16.30; proprio nel mezzo del castello sorge il mastio che raggiunge 22 metri. Tra i locali interni al maniero c'erano: la scuderia, l'armeria, il magazzino e l'officina. Nel 1318 la fortezza passò alla signoria dei Carraresi, cui si deve molto probabilmente un restauro ed un potenziamento del castello nel 1338, lo stesso anno in cui Ubertino I iniziò la costruzione di parte delle mura di Montagnana e di tutto il castello di Este. Che, sotto questa casata, il castello di Valbona non fosse più una dipendenza, lo prova il testo di una lettera del 1402 a tutte le fortificazioni e le guarnigioni del territorio, in cui Francesco II Novello da Carrara ordinò ai capitani di sorvegliare attentamente perché aveva avuto sentore di un tradimento; fra i capitani destinatari della lettera c'era anche quello di Valbona. Con la caduta dei Carraresi e con il passaggio sotto la Serenissima Repubblica di Venezia, il castello perse importanza come vera e propria fortificazione; mantenne però fondamentali caratteristiche di posto di osservazione e di controllo, se si pensa che nella guerra di Cambrai (1509-1518) un certo Cucchin, veronese, se ne impadronì in nome del re di Francia e vi stette con una guarnigione per un lungo periodo. Nel 1513, cessate lotte e contese, Venezia cedette il castello per altri usi a privati cittadini, fra i quali i nobili Lando Correr, i Barbarigo, gli Albrizzi. La costruzione è ottimamente conservata, anche grazie ai restauri eseguiti nel XIX secolo, e può senz'altro ritenersi una delle fortificazioni meglio conservate della Provincia. Oggi è di proprietà di una società privata che lo ha adibito a prestigioso ristorante e parco. Per approfondire vi segnalo due link, un sito, http://www.ilcastellodivalbona.com , ed un video http://www.fergidmultimedia.it/Castello_di_Valbona.htm

giovedì 22 marzo 2012

Il castello di giovedì 22 marzo



MILLESIMO (SV) – Castello Del Carretto

Venne eretto nel Medioevo da Enrico II Del Carretto e la parte più antica, costituita dalla torre, dal maschio e dalla parete est è databile intorno alla seconda metà del XIII secolo. Rappresentò un'importante postazione di difesa e controllo della valle - assieme ai manieri di Cosseria, Roccavignale e Cengio. Millesimo, infatti, era posto alla confluenza di due importanti percorsi viari: quello più antico che, da Albenga, attraverso il Neva, costeggiava la "Bormida di Millesimo", toccando Bardineto, Calizzano e Murialdo, proseguendo poi verso Acqui Terme; e quello romano, che da Vado raggiungeva Ceva e Mondovì. Esso viene citato come luogo di raccolta dei membri della famiglia Del Carretto (1447) per decidere la strategia contro Genova, la loro eterna rivale, che si stava preparando ad attaccare Finale Ligure: durante la guerra che ne seguì vi trovò rifugio Bannina, la moglie del Marchese Galeotto Del Carretto, signore di Finale. Trasformato in residenza fortificata, fu smantellato nel 1553 da Gerolamo Sacco per ordine del Governatore di Milano, Don Ferrante Gonzaga, su ordine della Spagna, quest'ultima in lotta con la Francia e che condizionò la scelta distruttiva per la paura di una possibile conquista del castello da parte dei Francesi. Dopo questo evento i conti di Millesimo trasferirono la propria residenza nell'edificio dove oggi ha sede il palazzo comunale, abbandonando l'originario castello, che non venne più ripristinato. Nel XVII secolo il feudo di Millesimo divenne titolarità dei Savoia, poi degli Spagnoli; ritornò ai Savoia solo agli inizi del XVIII secolo. Nel corso della celebre battaglia del 1796 tra le truppe di Napoleone e l'esercito austro-piemontese, il castello subì ulteriormente danni. Dopo il 1802 il Monastero divenne residenza dei del Carretto che lo ricevettero da Napoleone e poi fu acquistato dai Marchesi Centurione Scotto di Genova, che ne fecero la propria residenza estiva ed iniziarono a chiamarlo “Il Castello”. Carlo Centurione Scotto fu industriale e deputato conservatore della XIX Legislatura del Regno d'Italia. Il castello, acquistato dall'amministrazione comunale nel 1989, è stato recentemente ristrutturato ed è visitabile. Ospita concerti di musica classica e mostre. Il castello si presenta a pianta quadrangolare con due torri laterali e mura fortificate. La torre angolare a nord, più possente e integra, ha la base fortemente scarpata e conserva tracce del collegamento con le mura del borgo; quella ovest, soprastante la strada, è pressoché inglobata nella sottostante villa villa Scarzella, residenza ottocentesca che attualmente ospita un ricco museo di stampe napoleoniche a memoria degli importanti fatti d'arme di cui la Val Bormida fu teatro. La seconda torre presenta alcune bifore e trifore in mattoni e pilastrini; sono da ascrivere al periodo della trasformazione dell'edificio in residenza, in epoca tardo medioevale, ma sono state notevolmente integrate nel corso di un restauro ottocentesco; sul lato est, ancora notevolmente intatto, il castello è caratterizzato da alcune aperture, con mensoloni aggettanti in pietra, che sostenevano balconi, anch'essi dovuti al periodo della trasformazione dell'edificio in residenza.

martedì 20 marzo 2012

Il castello di mercoledì 21 marzo



SAVOGNA D’ISONZO (GO) – Castello di Rubbia

La sua posizione era piuttosto strategica, poiché da esso si aveva il controllo delle vie che attraverso la valle del Vipacco collegavano la pianura padano-veneta a quella danubiana. Il castello di Rubbia è erede di una fortificazione forse costruita ai tempi dei Romani, come dimostrerebbero le tacche tipiche dell'attività estrattiva romana su alcune pietre angolari della torre. L'attuale aspetto, per quanto malridotto, è rinascimentale. Le opinioni riguardo a chi lo fece costruire sono diverse. Secondo alcuni il castello venne edificato su ordine dei conti Coronini in quanto era molto simile ai castelli di Kromberk e Susans. Secondo altri invece esso venne costruito dalla famiglia nobile Thurn und Taxis, proprietaria del castello di Duino, e i Coronini l'acquistarono solo successivamente. Nel 1872 il castello venne definitivamente acquistato dal barone Bianchi trasferitovisi dal Veneto. Il castello di Rubbia entrò nella storia slovena grazie all'arrivo del padre protestante e scrittore sloveno Primož Trubar, autore del primo libro stampato in lingua slovena e ricordato da un busto posto dinanzi l'ingresso. Egli fece tappa a Gorizia e a Rubbia nell'autunno del 1563, rifugiandosi nel castello di Rubbia dopo aver predicato in piazza Duomo a Gorizia e dopo esser stato denunciato e citato in giudizio al patriarca da parte di un prete cattolico. In seguito lo storico edificio si trovò sul fronte di alcune importanti guerre: la Guerra di Gradisca e la prima guerra mondiale, subendo pesanti danneggiamenti in entrambi i casi. Attualmente, di proprietà privata e non visitabile, è in fase di ristrutturazione, per diventare un resort di alto livello. L’antica cappella sarà adibita per celebrazioni religiose, mentre le altre strutture adiacenti saranno destinate al ristorante, all’albergo dependance, alla sala congressi, al centro benessere con piscina e ai campi da tennis. Il castello è attorniato da un parco molto esteso, contenuto entro antiche mura. Ulteriori notizie sul suo presente e il suo futuro sono rintracciabili visitando il sito: www.castellodirubbia.it

Il castello di martedì 20 marzo



CASALDUNI (BN) – Castello Ducale

Dalle ricerche effettuate e dai dati in possesso possiamo sostenere che il paese già esisteva intorno all'anno mille e dipendeva dalla Baronia di Tommaso Finucchio che la cedette a un certo Guglielmo di Rampano. Ciò è riscontrabile nel catalogo dei Baroni Normanni dove è testualmente riportato che Casalduni era un feudo governato da Guglielmo di Rampano "Feudo costituito da un milite". Nel 1100 Casalduni fu ceduta dagli Angioini alla Casa di Sus e fu posseduta da una certa Ilaria di Sus, figlia di Americo, membro della casata dei Sabrano, Conti di Ariano al seguito di Carlo d'Angiò. In quel periodo faceva parte del Principato Ulteriore. Nel 1320 risulta che fosse un centro più grande e ben più importante di Pontelandolfo e di S. Lupo, paesi vicini, come dimostrato da una bolla del 1351 che ne delimitava l'estensione. In seguito i Sabrano furono spogliati dei loro feudi per aver consigliato Giovanna II regina di Napoli di parteggiare per Luigi d'Angiò contro Re Alfonso d'Aragona e i loro possedimenti furono dati a Francesco Attendolo Sforza, capitano di ventura. Tra il 1420 e il 1425 il Castello Ducale passò ai Caracciolo, poi definitivamente ai Carafa per il matrimonio di Maria Caracciolo e con Diomede Carafa, Conte di Maddaloni. Nel 1506 Ferdinando il Cattolico ne confermò la cessione a Tommaso Carafa. Nel 1538 Diomede II Carafa vendette il Castello a Pietro Sartiano che acquisì il titolo di Conte di Casalduni. Nel 1688 Casalduni fu distrutto da un terremoto, ad eccezione del castello e delle chiese di San Rocco e di S. Maria della Consolazione. La famiglia Sartiano abitò nel castello fino al 1850 quando Ferdinando e Vittorio Cocucci lo acquistarono. Nel 1974 la famiglia Cocucci vendette il castello a Giuseppe De Michele. Ridotto a rudere, fu acquistato nel 1988 dall'Amministrazione Comunale che lo ha restaurato parzialmente e riaperto al pubblico il 12 Luglio 1997. L'edificio, attualmente sede della Biblioteca Comunale e di attività culturali come convegni, conferenze, mostre e sagre, colpisce il visitatore per la sua imponenza e per la gradinata d’accesso che conduce al portone d’ingresso. Di qui si accede ai piani superiori dove, attraverso le antiche finestre rettangolari con ornie in pietra scolpite, si ammira, in un incantevole paesaggio, la valle circostante. Suggestivi sono la torre cilindrica angolare ed il tratto dell’antico camminamento di ronda.

domenica 18 marzo 2012

Il castello di lunedì 19 marzo



SAN MINIATO (PI) – Torre di Federico II

Sulla sommità del colle più alto di San Miniato (m.192), a completamento del complesso difensivo della rocca e del castello già intrapresi da Ottone I, Federico II di Svevia, tra il 1217 e il 1223, fece costruire questa torre, simbolo della città e meglio conosciuta come la Rocca di San Miniato. A pianta quadrangolare, era alta circa 37 metri; il suo coronamento originario era costituito da colonne cilindriche di mattoni, sull'esempio dei pinnacoli dei campanili siciliani. Tali caratteristiche, insieme agli archetti ciechi ogivali, testimoniano l'intervento diretto di maestranze normanne nella costruzione della torre. Un'iscrizione posta sulla torre riportava che a sopraintendere alla edificazione della torre era stato il cancelliere imperiale Corrado da Spira. La sua posizione strategica ha consentito, in epoca medievale, di porre un controllo sul transito tra Firenze e Pisa. Fu adibita anche a luogo di detenzione per prigionieri politici ed è quasi certo che vi fu rinchiuso Pier delle Vigne, già fedele segretario dell'imperatore e poi caduto in disgrazia sotto accuse di tradimento o di corruzione. Mantenne la sua funzione di fortezza fino al 1530, quando fu abbandonata e il terreno circostante fu acquistato dall'illustre naturalista Michel Mercati che vi edificò una casa e vi stabilì la propria residenza. Minata e completamente abbattuta dai tedeschi nell'estate del 1944, è stata fedelmente ricostruita nel 1958 per opera dell'arch. Renato Baldi e dell'ing. Emilio Brizzi. Aperta al pubblico, dalla sua sommità si gode un meraviglioso panorama: la vasta pianura dell’Arno, i monti pisani, pistoiesi, fiorentini sovrastati dalla catena appenninica, i colli che da San Gimignano e Volterra degradano verso il mare. Il prato della rocca, oltre che abituale meta di turisti e abitanti dello stesso comune, è teatro, durante tutto il corso dell'anno, di feste folkloristiche suggestive, come la Festa degli Aquiloni e i Fuochi di San Giovanni. Oggi fa parte del Sistema Museale di San Miniato.

Il castello di domenica 18 marzo



SAN QUIRICO D’ORCIA (SI) – Castello in frazione Vignoni Alto

La sua origine risale al secolo XI, quale possedimento dell'Abbazia di S.Antimo. Nella prima metà del secolo successivo divenne un possedimento della famiglia dei Tignosi, signori di Tintinnano - l'odierna Rocca d'Orcia - e vassalli dei conti Aldobrandeschi di Santa Fiora il cui dominio si estendeva su gran parte della Toscana meridionale. Ma il potere di Siena avanzava già le sue pretese, tanto che nel 1207 Vignoni figurava fra le terre obbligate al versamento di una imposta straordinaria. Il borgo rimase sotto la signoria dei Tignosi sino alla fine del '200; all'inizio del '300, Vignoni ed i borghi e castelli circostanti, divennero di proprietà della famiglia senese dei Salimbeni, fieri avversari dello Stato di Siena, a cui rimase fino al 1417, quando il secondo marito di Antonia Salimbeni, Attendolo Sforza, lo vendette al comune di Siena. Nonostante i numerosi episodi di guerra, devastazioni ed incendi che coinvolsero la Val d'Orcia nel corso del Medioevo, l'assetto del borgo di Bagno Vignoni è da allora rimasto sostanzialmente immutato fino ai nostri giorni. Nell'attuale borgo fortificato si puo' ancora notare una torre, ora mozzata, dotata di una forte e ampia scarpatura e sormontata da un redondone e alcune finestrelle. Questo era il mastio, cuore del fortilizio. Anche una delle antiche porte di accesso al recinto murato è ancora perfettamente intatta, accanto alla chiesa di San Biagio. Fuori la porta la vista sulla Val d’Orcia è mozzafiato, sulla sinistra svetta il campanile a vela della chiesa e sulla destra il tratto meglio conservato delle mura, con la torre d'angolo, realizzata con le stesse caratteristiche del mastio.

venerdì 16 marzo 2012

Il castello di sabato 17 marzo



MORANSENGO (AT) – Castello

Posto fin dalle origini sotto l'alta signoria del Monferrato, Moransengo passò nei secoli sotto il dominio di numerose famiglie: nel 1164 fu nuovamente assoggettato al Marchese del Monferrato che lo mantenne a lungo trasmettendolo ai suoi discendenti. Fu infeudato successivamente ad alcune famiglie dominanti il territorio di Montiglio. In cima a un alto colle sorge il Castello, di antica origine; nel 1680 fu acquistato dal mercante Carlo Andrea Galiziano che assunse il titolo di Conte, e la sua discendenza rimase a lungo padrona del paese. Nel 1704, in seguito all'assedio di truppe francesi che saccheggiarono il paese e incendiarono il castello, il nucleo abitativo si spostò verso l'attuale parrocchiale e il Castello subì radicali trasformazioni che lo portarono ad assumere l'attuale aspetto di residenza signorile, oggi destinata ad abitazione privata. Il maniero, costituito da due corpi uniti ad angolo, di altezza diversa, presenta la parte più interessante nella facciata principale, preceduta da un doppio scalone. Recentemente, l'attuale proprietà ha compiuto un sapiente restauro, destinando parte dell'interno a collezione di opere d'arte contemporanea e il parco a cornice naturale di eventi culturali. Altre foto, anche di ambienti interni, del castello le trovate a questo link: http://www.fctp.it/location_item.php?id=98&pageID=25

Il castello di venerdì 16 marzo



LAINO CASTELLO (CS) – Castello Aragonese

Furono i Longobardi, per strategia difensiva contro il nemico bizantino, a costruire sul colle S. Teodoro il castello (Castrum Layni) che divenne poi capoluogo di un importante gastaldato del principato di Salerno. L'arrivo dei Normanni segnò per il centro l'inizio delle successioni feudali. Primi signori furono i Chiaramonte che conservarono il dominio per tutto il periodo svevo. Nel XIII secolo Carlo I d'Angiò creò a Laino una piazzaforte militare che venne in seguito migliorata da Carlo II e, quindi, ceduta da Carlo III a Ruggiero di Lauria. Morto quest'ultimo, la fortezza e i suoi possedimenti passarono nel 1310 prima al figlio Berengario e poi alla figlia Flavia che li portò in dote al marito Enrico Sanseverino. Successivamente il castello fu restaurato e fortificato da re Ferdinando I che, nel 1488, lo sottrasse ai Sanseverino. Nel 1496 il capitano spagnolo Consalvo de Cordova espugnò con l'inganno la fortezza e vinse gli Angioini. Il borgo passò, dunque, sotto la dominazione aragonese e agli inizi del XVI secolo fu ceduto da Federico I al suo consigliere e parente Ferrante de Cardenas, con il titolo di marchese di Laino. I de Cardenas (che mantennero il feudo fino alla legge eversiva del 1806; ultima feudataria fu Maria Giuseppa) appoggiarono sempre la causa spagnola e respinsero diversi attacchi dei Francesi che volevano impossessarsi del castello. Nel 1529, per esempio, i lainesi, per decisione della marchesa madre Sidonia Caracciolo (vedova di Alfonso de Cardenas), respinsero gli attacchi del capitano francese Simone Tebaldi Romano, conte di Capaccio. Nel maniero in quel momento erano ospitati i reduci della disfatta di Cosenza. Il borgo di Laino Castello è andato progressivamente svuotandosi, a causa di sismi che ne danneggiarono seriamente le case. Del maniero, di cui ora restano i ruderi adibiti a cimitero, si possono osservare, discretamente conservati, i bastioni speronati a torretta e le torri. Costruito con tre lati a picco sulla sottostante valle del fiume Lao, consente ancor oggi di godere di uno splendido panorama. Oltre alla foto che accompagna questo breve articolo ve ne linko un'altra certamente più interessante: http://www.flickr.com/photos/pollino/2175442069/

giovedì 15 marzo 2012

Il castello di giovedì 15 marzo



MONTE GIBERTO (FM) – Castello

Posto sopra un colle sulla media valle dell’Ete Vivo, verso la metà del XI secolo fu presidio fortificato dei Farfensi, i monaci Benedettini provenienti dall’Abbazia laziale di Farfa. Nel secolo XII da villa divenne castello ed assorbì i castelli di Casale e del Podio, situati nello stesso territorio. Il Castello di Casale, segnalato già in un documento del 1059, si trovava a sud dell'attuale centro urbano di Monte Giberto, nella zona detta ancora oggi "Campo Casale" e si configurava come il tipico castello medievale: era, infatti, munito di porte, con un'entrata e un'uscita, di un fossato di cinta (carbonaria) e di altre difese strutturali (aedifitia), oltre che naturali con le ripe a nord ovest. Accoglieva dentro le mura una chiesa dedicata a Giovanni Battista. Gli abitanti erano liberi da ogni sudditanza rispetto al signore (dominus) Longino di Suppone e costituivano una corte (curtis), che estendeva le sue terre all'intorno. Il Castello dei Podio, è segnalato dal Regesto di Farfa nel 1070 come antica proprietà farfense, usurpata dai vescovi fermani Errnanno (1047 - 1055) e Ulderico (1057 - l073). Viene detto: Castrum quod Podium vocatur. Da vari e concreti indizi si evince che esso sorgeva nella contrada detta oggi "Castelletta", di fronte a Grottazzolina. Aveva una chiesa dedicata a S. Martino e un'altra a S. Nicolò di Bari. Estendeva le sue consistenti "pertinenze" con i "corsi d'acqua" presso il fiume Ete e il torrente Rio. Fin dal 1356 troviamo incluso Monte Giberto, il cui nome pare derivare da un suo omonimo castellano (pare che già prima del 1166 fosse possedimento del feudatario Giberto - sposo di Cecilia e padre di Trasmondo), nell’importante elenco trecentesco dei castelli fermani (la Descriptio Marchiae Anconitanae, redatta al tempo del cardinale Egidio Albornoz) che suddivideva i fortilizi in tre ripartizioni: esso rientrava in quelli “verso il monte”, di fatto un avamposto verso ovest, che perciò fu rafforzato mediante una cinta muraria con quattro torrioni, due dei quali esistenti e restaurati. Seguì in tutto le vicende di Fermo. Nel 1407 subì l’assedio di Braccio da Montone e dei suoi alleati. La sua struttura urbana si snoda secondo una caratteristica pianta compatta, semplice ma armonica ed elegante, che fa convergere l’abitato sulla piazza della Vittoria, così denominata dal 1918, forse l’antica corte del castello originario, piazza da cui si diramano vie e viuzze.

mercoledì 14 marzo 2012

Il castello di mercoledì 14 marzo



CRESCENTINO (VC) – Castello in frazione San Genuario

San Genuario è una frazione di Crescentino, ed il suo castello ha assunto grande importanza strategica per la sua posizione geografica; si trova infatti sulla zona che fu di confine e quindi soggetta alle invasioni sia dei Marchesi del Monferrato, sia dagli eserciti della diocesi vercellese. La sua storia è legata a quella dell'abbazia di Lucedio. Sulla porta d'entrata della fortificazione è murato un frammento di lapide romana in cui sono leggibili, con ottima grafia, le lettere "AULIO". Gauderio (o Gaudenzio o Gauderi), generale di Ariperto II, sedicesimo re dei Longobardi, fondò, secondo un diploma del 9 ottobre 707, un monastero detto di San Michele di Lucedio e ne fu creato abate dal vescovo di Vercelli Emiliano II. Lotario I, nell'843, donò all'abbazia il corpo di San Genuario e da allora la chiesa ed il villaggio presero quel nome. Il 19 febbraio 840, comunque, Lotario donò al vescovo di Novara l'abbazia di Lucedio già denominata di San Genuario. Dopo diverse controversie con i Crescentinesi e i Fontanettesi, e dopo le guerre tra guelfi (S. Genuario) e ghibellini (Crescentino), i monaci si ritirarono a Verrua fino al 1364, anno in cui, per mezzo dell'abate Bartolomeo, si riappacificarono con i Crescentinesi. Per intercessione del cugino, l'abate Antonio Tizzoni, Giacomo Tizzoni, conte di Crescentino, il 5 settembre 1419 ottenne da papa Martino V la cessione di metà del territorio di San Genuario a condizione che vi edificasse un castello per la difesa del monastero e la protezione della popolazione e dei raccolti. L'investitura avvenne il 23 aprile 1422. Secondo una pergamena inedita i monaci non furono felici dell'investitura del Tizzoni ed ebbero addirittura delle controversie con lui, tanto che, per un certo periodo, rifiutarono il tributo annuo di 25 libbre di cera. Il Tizzoni fece costruire il castello probabilmente sulle rovine di una antica fortezza distrutta nel 1319 da Riccardo Tizzoni e dai Crescentinesi. La casata Tizzoni, lasciati i poteri spirituali ai monaci, si tenne tutti i poteri materiali, esercitandoli anche con brutalità (continue guerre contro i monferrini, angherie dei Tizzoni contro monaci e popolazioni). Questa situazione durò fino al 1592, anno in cui il duca Emanuele Filiberto di Savoia ricondusse il feudo in mano regia. Il 30 maggio 1601 il feudo passò alla signoria del procuratore generale Molino di S. Marco, nobile veneziano. Il Molino, con atto del 14 luglio 1626, cedette il feudo al marchese Ascanio Bobba, al quale succedette il figlio nel 1640 e a quest'ultimo Maria Giovan Battista Saluzzo Bobba, che portò in dote il feudo al marchese Della Rocca Gaspare Maria Ludovico Morozzo. Il 9 febbraio 1722 Re Vittorio Amedeo II di Savoia concesse il feudo al Morozzo, che impose ai Sangenuariesi un suo statuto (o "bandi campestri"). Agli inizi del XIX secolo i beni del Morozzo, compreso il castello, passarono al banchiere Giani e da questo al cavalier Gonella. Nei primi decenni del nostro secolo la famiglia Garella, proprietaria del castello, lo adibì a moderna azienda agricola, facendo edificare nel suo ampio cortile alcuni fabbricati tuttora esistenti ma che mostrano un forte contrasto con il resto del castello. Dopo ulteriori passaggi di proprietà, agli inizi degli anni ottanta il castello passò al signor Candido Mosca di Crescentino, che ne è l'attuale proprietario. Il complesso, a base quadrata, appare ben conservato: in passato non deve aver subito gravi attacchi e quindi, a differenza di altri castelli, ha mantenuto praticamente intatta la struttura esterna. La stessa cosa non si può dire della struttura interna. I grandi saloni, sparsi sui tre piani, furono tramezzati per ricavarne delle stanze, adibite, durante la seconda guerra mondiale, ad alloggi per gli sfollati. Quasi certamente il castello era circondato da un fossato; una pergamena inedita parla, infatti, di una riunione svoltasi in una stanza del castello che dava sul fossato. Su di un muro esterno è ancora distinguibile una apertura, in seguito murata, molto alta e larga circa un metro, che potrebbe costituire un ingresso. La torre cilindrica, ben conservata, è unita alla rocca da un breve tratto di cortina e presenta una ininterrotta serie di beccatelli. Sia la rocca che la torre sono dotate di apparato a sporgere. I merli della torre sono stati murati e il camminamento che unisce la rocca alla torre è stato tramezzato. In un cascinale all'esterno del castello, su di una parete, si può vedere un affresco ormai quasi completamente rovinato da alcune finestre aperte successivamente. Grazie all'interessamento della famiglia Mosca l'affresco è stato fissato, il tetto del castello rifatto ed i solai, che stavano crollando, sono stati restaurati. Per approfondire ecco un link interessante:
http://www.comune.crescentino.vc.it/tl_files/file_e_immagini/files/CASTELLO_SAN_GENUARIO.pdf

martedì 13 marzo 2012

Il castello di martedì 13 marzo



CARPINONE (IS) – Castello Caldora

Le origini di Carpinone, anche se non antichissime, risalgono almeno al X secolo visto che nel 1064 il conte d'Isernia Bernardo aveva qui fondato il Monastero di San Marco, donato poi all'abbazia di Cassino. Appartenuto alla Contea d'Isernia durante la dominazione longobarda, in epoca normanna e sveva fu di pertinenza della Contea di Molise. Agli inizi del periodo angioino fu concesso in feudo da Carlo III di Durazzo a Tommaso d'Evoli e alla sua famiglia tornò nuovamente nel 1382 dopo che era appartenuto prima ai Tucciaco e poi al conte di Gravina. Il Castello di Carpinone fu costruito probabilmente nel periodo normanno. A forma di pentagono irregolare e delimitato da ben cinque torri, fu edificato su un’impressionante burrone a picco sul fiume Carpino, tanto da risultare inaccessibile da ben tre lati. Nel 1223, in base ad un editto emanato da Federico II di Svevia, il castello venne distrutto da Ruggiero di Pescolanciano. Fu poi ricostruito nel corso del XIV secolo dalla famiglia d'Evoli, nel 1400 fu ampliato ed arricchito dal condottiero Giacomo Caldora e dopo di lui dal figlio Antonio che prescelse il castello come sua abituale dimora. La battaglia di Sessano del 1442 per conto degli Angioini, segnò il declino dei Caldora e portò il re aragonese Alfonso I tra gli spalti del maniero. Il re mostrò di apprezzare molto il valore del capitano Antonio Caldora, nel cui castello fu ospite la sera stessa della battaglia e non volle privarlo dei suoi beni. Il castello nei secoli è stato luogo di occasioni festose: soprattutto i Caldora organizzavano di frequente ricevimenti e tornei di caccia, a cui partecipavano dame e cavalieri appartenenti a famiglie prestigiose. Il castello è stato anche luogo di efferate esecuzioni capitali e della barbara usanza dello “ius primae noctis”, tradizione feudale particolarmente cara ai Caldora, che vedeva le giovani donne del luogo costrette a dare la loro verginità al signore locale, prima che al proprio marito. Il castello Caldora, in quanto dimora del signore feudale, era anche il luogo in cui veniva amministrata la giustizia e divenne successivamente la sede della Pretura del locale Mandamento. E' probabile, stando alle notizie dello storico Faraglia (riportate nella sua opera "Storia della lotta tra Alfonso d'Aragona e Renato D'Angiò"), che nel castello sia stato depositato il famoso tesoro dei Caldora, che comprendeva non solo una notevole quantità di monete ma anche gioielli di enorme valore. Altre famiglie feudatarie che abitarono il maniero furono i Pandone, i Carafa, i De Regina, i Ceva Grimaldi e i De Riso, che lo mantennero fino all'abolizione della feudalità, nel 1806. Nel 1954 il notaio Valente, uno degli ultimi proprietari, fece ricostruire l'intero piano nobile ed il secondo piano, adattandoli alle nuove esigenze abitative. L’entrata del castello era un tempo difesa da un ponte levatoio e da una porta, che si affacciava sul cortile, tirata da catene, che scorreva a saracinesca negli stipiti. Al suo interno possiamo trovare il cortile del piano terra dove erano le scuderie, i magazzini e gli alloggi per il corpo di guardia. Il piano nobile era costituito dagli ambienti di rappresentanza - resi confortevoli da Giacomo ed Antonio Caldora al fine di accogliere personaggi di primo piano della politica del tempo - e dalla cappella gentilizia, mentre al secondo piano si trovano le stanze da letto ed i servizi. Nei sotterranei c'erano le prigioni tenebrose e i locali per le torture. Si racconta che nella parte nord del castello, a picco sul baratro, aprendosi a sorpresa, una botola faceva precipitare nell'abisso tutti coloro che "non servivano più". Danneggiato dai terremoti del 1456 e del 1805, il fortilizio attualmente si presenta, con le sue torri superstiti, in uno stato di evidente maestosità e rappresenta una delle fortificazioni più suggestive nel panorama castellano del Molise. E' di proprietà privata.

lunedì 12 marzo 2012

Il castello di lunedì 12 marzo



CASTELLAMMARE DI STABIA (NA) - Castello Angioino-Aragonese

Ha una grande importanza nella storia di Castellammare di Stabia, poiché è proprio da esso che la città prende il nome: solitamente, secondo tradizione, si dice che il mare, in tempi remoti, arrivasse fino al castello. In realtà questo aveva una cinta muraria che si originava dal complesso centrale per scendere giù per la collina fino alla zona dove oggi si trova la chiesa di Portosalvo, dove terminava con una torre di avvistamento: in questo punto il mare incontrava il castello e da qui il nome di Castello a mare. Il maniero si trova lungo la statale sorrentina, nei pressi della salita per il santuario della Madonna della Libera, e venne costruito per volere del Duca di Sorrento,per difendere il proprio ducato, sulla collina che sovrasta la città stabiese; fu in seguito riparato da Federico II di Svevia e ricostruito dagli angioini. Probabilmente in tale periodo fu notevolmente modificato e strutturato in modo tale da poter ospitare le nuove armi da fuoco; tra gli ospiti del tempo anche Giovanni Boccaccio. Nell' ottobre 1459 il castello fu ceduto a Giovanni II di Lorena e nel 1461 resistette all'attacco sferrato da Antonio Piccolimini, duca di Amalfi. Con l'avvento di Alfonso II d'Aragona, nel 1470, assunse la conformazione definitiva e all'inizio del XVI secolo fu costruito il rivellino, sul quale venivano posizionati i cannoni: divenne in tale periodo la principale struttura militare della zona, avendo influssi anche sui vicini castelli di Lettere, Gragnano e Pimonte. Quando la città divenne feudo dei Farnese, il castello fu sede di una guarnigione di soldati mercenari e nella base del torrione venne ricavata una prigione, chiamata La Papiria. Rimase attivo fino ai secoli della dominazione spagnola, ma nel XVIII cominciò il suo lento declino. Ridotto per lo più ad un rudere (ma fonte d'ispirazione per diversi artisti, molti dei quali appartenenti alla scuola di Posillipo, che lo ritrassero nelle loro opere) venne venduto dallo stato al marchese Alaponzone di Verona, che attorno agli anni trenta del '900 lo cedette a Edoardo de Martino: questi ne iniziò il restauro, completato poi dal figlio. Occupato dalle truppe inglesi durante la seconda guerra mondiale, il castello subì un secondo restauro, per riparare i danni apportati, a partire dal 1956, il quale terminò solamente dodici anni dopo. Costruito con pietra calcarea e tufo litoide, ha pianta trapezoidale, con un torrione e due baluardi cilindrici, uniti tra loro tramite un possente muro, un tempo forse merlato, nel quale si aprono numerose aperture. I baluardi hanno, alla sommità, un piano aggettante su un coronamento di archetti e beccatelli; il torrione è rafforzato col barbacane alla base e, nella parte superiore, con una fitta cornice di modiglioni di piperno, che, evidentemente, in origine, sostenevano un piano con piombatoi. Anche il camminamento lungo le mura perimetrali è aggettante e sostenuto da archi, mentre il portale d'ingresso è caratterizzato da un arco a tutto sesto e protetto da un cancello in ferro battuto[4]. L'interno è stato riorganizzato in stile rinascimentale, con fontane, pozzi, peschiere, un ponte levatoio, camini e maestose porte in muratura, mentre l'antico fossato è stato trasformato in un oliveto[5]. Oggi è tornato allo splendore di un tempo ed è una interessante location per eventi di gala, meeting e ricevimenti. Il castello ha un suo sito internet che è il seguente: http://www.castellomedioevale.com/

domenica 11 marzo 2012

Il castello di domenica 11 marzo



VILLA CASTELLI (BR) – Castello o Palazzo Ducale

Villa Castelli fu frazione di Francavilla Fontana sino al 1926, quando divenne tra aspre lotte Comune autonomo, e deve il suo nome ad una masseria, Li Castelli, sorta in un'area abitata sin dall'età preistorica e destinata in età romana ad una villa rustica. Agli Ungaro, duchi di Monteiasi, si deve la ristrutturazione a fini residenziali del palazzo fortificato che la famiglia Imperiali aveva costruito verso la metà del Seicento sui resti di un precedente castello, seriamente danneggiato nel Quattrocento; di questo castello sappiamo che è attribuibile al processo di fortificazione del feudo di Oria, promosso dalla famiglia Dell'Antoglietta (allora de' Nantoil) dal 1307. Esso fu ristrutturato, ampliato ed adibito a fortificazione nel 1450 dal principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Passò quindi al marchese di Oria Giovanni Bernardino Bonifacio, nel XV secolo. Era costruito in tufo, aveva torri con merlature e feritoie, ed era munito di cannoni, rimossi alla fine del Settecento. Adibito di volta in volta a caserma, edificio scolastico, abitazione e sede di uffici, ampiamente rimaneggiato da lavori di ristrutturazione interna ed esterna, eseguiti negli anni 1926-28 su progetto dell'ingegnere Francesco Salerno, al quale si deve l'aspetto settecentesco della facciata, attualmente il Palazzo Ducale è sede del Municipio. Riedificato con massi di pietra calcarea, con volte a botte e a stella, presenta sui suoi lati orientale e occidentale grandi arcate a tutto sesto, che ne ricordano la funzione di azienda per l'allevamento dei cavalli svolta al tempo degli Imperiali. L’edificio oltre ad essere sede comunale, ospita la galleria d'arte comunale e il museo archeologico municipale. Una piccola porzione della struttura è di proprietà privata, mentre la parrocchia detiene un'ala del castello in fase di restauro. La facciata meridionale conserva, totalmente inglobato nel complesso architettonico, l'antico mastio, oggi Sala del Consiglio. Il castello è costituito da due piani asimmetricamente distribuiti, che ostentano un evidente eclettismo. È circondato a sud e a est da una profonda gravina che ne accentua il carattere difensivo; nel pianterreno è riconoscibile la struttura originaria e l'aspetto interno del fortilizio sino al XIX secolo. La facciata settentrionale è stata più volte rimaneggiata, la fila delle finestre del primo piano, finemente decorate, produce il necessario contrasto luminoso sulle pesanti masse murarie. Il primo piano, gentilizio, ha le facciate dalle superfici rigidamente verticali, alleggerite dalle finestre. Al suo interno l’androne è dotato di volte a botte. Lo scalone, porta al ballatoio dal piano superiore, dove si affacciano finestre e porte ornate con cornici realizzate nel XX secolo in stile rinascimentale. In quasi tutto il primo piano le pareti ospitano quadri d'arte contemporanea tra cui numerose opere del maestro Cesarea. Da segnalare tele in stile impressionista e colorista raffiguranti i paesaggi rurali del territorio e numerosi trulli.

Il castello di sabato 10 marzo



SAN SECONDO PARMENSE (PR) – Rocca Rossi

Fu costruita da Beltrando Rossi intorno al 1385, collocata in una posizione di rilevante interesse strategico e commerciale sopra il ramo della via Francigena che unisce Milano a Parma, proseguendo poi verso Roma, attraversando Bologna e Firenze. Situata a ovest dell'abitato, la rocca si apre su un ampio piazzale. Nata come rocca eretta a difesa dei propri domini, in seguito venne trasformata in sfarzosa residenza rinascimentale. Un affresco nel Castello di Torrechiara (altro maniero dei Rossi) ci restituisce il progetto nel suo aspetto originale come una rocca fastosamente turrita, mossa da rivellini, ponti levatoi, lunette, e da un grosso mastio a due piani al centro, modificato e sopraelevato nel XVII secolo. Con Troilo I (feudatario dal 1502 al 1521) e con i successori Pier Maria III (1521-1547) e Troilo II (1547-1591) i Rossi di San Secondo si imparentarono strettamente con le più importanti famiglie italiane: i Riario, gli Sforza, i Medici, i Gonzaga, i Rangone. La Corte di San Secondo per tutto il XVI secolo fu aperta alla collaborazione ed al mecenatismo di artisti e letterati insigni, da Pietro Bembo a Francesco Mazzola detto il Parmigianino, da Benvenuto Cellini al sommo Pietro Aretino, il flagello dei Principi. Del nucleo primitivo della rocca oggi resta una parte delle merlature accecate. Nel XVI secolo, oltre ai lavori al mastio, fu reimpostata la facciata, realizzandola a fronte di palazzo, di cui esistono lacerti del cornicione agli angoli del mastio e il rivellino recuperato alla fine dell'Ottocento. In facciata si vede un terrazzo settecentesco che sostituì la loggia del XVI secolo, di cui si vedono ancora le imposte delle volte. Il torrione merlato di sinistra è frutto dei lavori tardo ottocenteschi (1895-1906), epoca in cui fu separato dal mastio. Durante questi lavori che sacrificarono gran parte dell'antica struttura emersero tra l'altro i beccatelli del primo sporto del XV secolo (sinistra del mastio), simili a quelli del castello di Roccabianca, anch'esso della famiglia Rossi. Il portico e il loggiato sono del XVI secolo, decorati con Putti di scuola baglionesca. Il cortile trapezoidale (inizio XVI secolo) con portico a capitelli scolpiti e pilastri decorati a candelabri. Tutte le Sale vennero abbellite con notevole sfarzo. Suggestiva la Sala dell'Asino d'Oro (risalente circa al 1530) con l'originale ed unica rappresentazione a fresco dell'omonimo romanzo di Apuleio, diciassette quadri per un autentico fumetto ante litteram. Era la camera da letto di Pier Maria Rossi e Camilla Gonzaga come dimostrano gli stemmi delle rispettive famiglie raffigurate negli angoli della volta. Coeva è la Sala dei Cesari, lo studiolo del Conte Pier Maria III, di evidente scuola mantovana (allievi di Giulio Romano). La Sala delle gesta rossiane, a cui si accede dallo scalone d'onore ricoperto a botte, è certamente l’ambiente più sontuoso ed emozionante della Rocca, sia per dimensioni (misura 24 metri di lunghezza e 12 metri di altezza)che per apparato di affreschi circa 1200 mq di decorazioni. E’ interamente decorata da splendidi affreschi sulla volta (1565-70) di Prospero Fontana (Pier Maria Rossi che riceve la decorazione dell'Ordine di S.Michele) e di Cesare Baglione (le grottesche). Le pareti spettano ancora a Baglione (grottesche, il Leone di S.Marco e gli interi 2°, 6° e 7° in senso orario dal camino dei Fasti rossiani), mentre gli altri Fasti sono di Gerolamo Mirola (con paesaggi del Baglione) e Bertoja. Il fastigio in stucco (Efebi che reggono lo stemma dei Rossi) è di scuola bolognese. La stanza attigua è sempre del Baglione, con decorazioni a rocce costellate di uccelli, vasi ed esedre, come nel Palazzetto Eucherio Sanvitale a Parma. Vi sono poi altre sale ben conservate: dei Giganti, di Mercurio, della Giustizia, il Corridoio di Esopo. Nel corso dei secoli l'originaria struttura del maniero ha subito numerose menomazioni, in particolare alla fine dell'800, riducendosi a circa un quarto della sua estensione a causa di drastici abbattimenti che interessarono: un Oratorio contenente alcune tombe della famiglia Rossi, un teatro, il loggiato affacciato sul centro del paese, le stanze dei servitori, le scuderie e le prigioni. Sono rimaste invece le ali nord-nord/ovest (risalenti al '500) e, separati dal corpo centrale, il mastio e l'antico ingresso attraverso il ponte levatoio. Danneggiata dal terremoto del 1983, la rocca è stata ristrutturata e consolidata e attualmente è, dopo il trasferimento del consiglio comunale, meta d'interesse per i numerosi visitatori, teatro per le visite guidate diurne e notturne, queste ultime realizzate con l'ausilio di numerosi figuranti in abiti storici. Vi è un sito appositamente dedicato alla rocca: http://www.cortedeirossi.it/

giovedì 8 marzo 2012

Il castello di venerdì 9 marzo



BREZ (TN) – Castello d’Arsio e Casa Corazzi

Il castello originario si trovava a monte delle Lavine blancje che sovrastano l'abitato di Traversara: è quello l'antico maniero, di cui restano solo poche tracce, citato nel documento del 1181. In quel luogo permangono tuttora poche vestigia di muri e le fondamenta di una torre che sporgono a sbalzo sui calanchi di bianco calcare marmoreo che anche da lontano permettono di individuare il luogo. Alla località è oggi attribuito dagli abitanti dei villaggi sottostanti il toponimo di Cjaslàc’, Cjastelàc’, cioè castellaccio e le scarse rovine, che sono sopravvissute ai secolari tentativi di utilizzarne le pietre come materiale da costruzione, resistono grazie all’impasto di calce che le lega . Qualche decina di metri a valle delle stesse, sotto uno grosso strato di erica ed humus è possibile intravedere consistenti tracce dell’antico muro di cinta. La sommità dell’altura, dai fianchi orientali dilavati ed erosi, conserva rare vestigia di altri fabbricati. Nel secolo successivo, scomparsi gli antichi signori di Cloz, i d'Arsio furono investiti anche del castello di Cloz, chiamato castel Fava o castello superiore di Arsio, per distinguerlo dal castello inferiore o castello di s. Anna, dal nome della santa alla quale è dedicata la cappella attigua. Nel 1334, infatti, Nicolò d'Arsio aveva ottenuto l'autorizzazione da parte di Enrico re di Boemia e conte del Tirolo per la costruzione di un nuovo castello sul Doss alto, una piccola altura a sud ovest del villaggio di Arsio sulla destra della Novella. Dei tre castelli d'Arsio, il primo, anche in conseguenza del terreno franoso su cui era stato edificato, fu il primo ad essere abbandonato. Non si hanno notizie certe di quando ciò avvenne, ma il fatto che sia stato costruito un nuovo maniero può far pensare che il vecchio castello fosse inadeguato e cadente; non è da scartare, tuttavia, visti i tempi ed i personaggi in lizza, un evento militare. Infatti, nei primi anni del Quattrocento, in seguito ad un'errata alleanza con Enrico di Rottenburg, Federico conte del Tirolo, per punire Ulrico d'Arsio e parenti che si erano schierati contro di lui, distrusse i due castelli di Arsio, castel Fava e castel S. Anna e solo nel 1428 permise la ricostruzione del secondo. Da quel momento il castello superiore di Cloz andò inesorabilmente in rovina né fu mai ricostruito ed abitato. Nel 1561 Cristoforo d'Arsio acquistò pure castel Vasio, sull'altra sponda della Novella, in territorio vescovile: questo fu il quarto castello degli Arsio. Di ben visibile oggi è invece un’interessante costruzione cinquecentesca, la Casa Corazzi, della quale non ho trovato notizie sul web ma che però è raffigurata nella foto di accompagnamento a questo post…

Il castello di giovedì 8 marzo



SANREMO (IM) – Castello di Bussana Vecchia

Bussana parrebbe essere stata fondata in epoca romana, tuttavia i primi insediamenti stabili furono nel 1050, quando Ottone dei Conti di Ventimiglia che ne avevano il controllo, diede inizio ai lavori per la costruzione di un castello a scopo difensivo, considerando la posizione strategica e le frequenti scorribande saracene. Ottone era soprannominato anche il "Conte Nero" e dalle sue gesta trasse spunto Emilio Salgari per costruire le avventure del suo celebre libro "Il corsaro nero". In origine il castello doveva essere costituito da una piccola costruzione fortificata, a difesa della quale si ergevano due torri (di cui oggi non restano che pochissimi resti, difficilmente leggibili), con funzioni di presidio territoriale e di concreta manifestazione del potere feudale, ma nel tempo subì progressivi ampliamenti, perdendo via via i suoi connotati difensivi per assumere sempre più caratteristiche puramente residenziali. Già nella seconda metà del Duecento, parte dell’edificio era disabitata. Nel 1259 Bussana venne acquistata dalla Repubblica di Genova. Verso la fine del 1300 il numero delle case, e di conseguenza degli abitanti, aumentò sensibilmente e la cappella del castello non fu più sufficiente a contenere tutti. Iniziò così la costruzione della chiesa. A lavori ultimati, nel 1404, il tempio venne consacrato al culto di S.Egidio. Malgrado il fatto che attraverso questi cambiamenti Bussana continuasse a combattere per la propria autonomia politica e culturale, sembrava improbabile che ad una comunità tanto piccola - solamente 250 abitanti - potesse essere ottenuta. Nonostante cio' fu puntualmente concessa nel 1429 e continuo' fino alla fine del 1928. Ma alle sei e ventuno minuti del 23 Febbraio 1887, la prima e più terribile scossa di un disastroso terremoto distrusse la maggior parte delle case, colpendo particolarmente quelle in prossimità del castello. Molti degli abitanti persero la vita nel momento del crollo o nelle ore successive essendo rimasti intrappolati fra le macerie. I superstiti vissero per circa sette anni in sistemazioni di fortuna a ridosso del villaggio, fino a quando, nel 1894 per imposizione del Comune di Sanremo, la pericolante Bussana venne definitivamente abbandonata. Nei decenni successivi, le macerie che invadevano le strade e le case, la vegetazione spontanea che cresceva rigogliosa e l'abbandono, produssero nuovi danni alle strutture degli edifici dell'antico borgo già minati dal terremoto.

mercoledì 7 marzo 2012

Il castello di mercoledì 7 marzo





ISOLA DEL CANTONE (GE) – Castello Spinola in frazione Montessoro

Costruito intorno al secolo XI, un primitivo castello fu inizialmente sotto la giurisdizione dei Vescovi di Tortona. In seguito, cambiò più volte proprietà (fu dei Marchesi di Gavi e in seguito dei Malaspina e dei signori di Montaldo che lo cedettero al comune di Tortona nel 1235) fino al 1330, quando divenne possedimento della famiglia Spinola. Nella prima metà del XIV secolo, furono proprio loro ad edificare, ad una quota più bassa, il castello di cui oggi possiamo ammirare i resti. A disposizione dei soldati del Duca di Orleans, Luigi di Valois, nel 1394, il maniero seguì successivamente le vicende della famiglia Spinola, che scelsero il maniero come centro di controllo del feudo inserito nei Feudi imperiali. Il castello fu anche un'importante prigione fino al 1748. Il declino inesorabile iniziò nel 1797 con il Trattato di Campoformio e la fine dei Feudi Imperiali Liguri. Il castello, che si presenta oggi allo stato di rudere, secondo alcune ricostruzioni basate su ciò che rimane ancora visibile, doveva avere una struttura alquanto complessa e molto probabilmente distribuita su più livelli. Dall’aspetto di un grosso cubo merlato, aveva lati di circa venticinque metri e due torri diagonalmente opposte a nord-est e sud-ovest. Internamente nel piano interrato, oltre alla prigione, era presente un privato oratorio della famiglia feudataria. La parte più curata è rappresentata senza dubbio dalle due torri, costruite con materiale lapideo. Particolari ancora evidenti della muratura sono le numerose buche pontaie e le feritoie, non particolarmente curate se confrontate con altre ancora osservabili nei castelli della zona. Attualmente è ricoperto di macerie che ne impediscono la visita e la ricostruzione degli spazi interni. Una “mini visita” virtuale al castello è possibile guardando il seguente video trovato in rete: http://www.youtube.com/watch?v=R8A3WPXcWqg

martedì 6 marzo 2012

Il castello di martedì 6 marzo



IMPRUNETA (FI) - Castello di Cafaggio

E' una splendida struttura trecentesca situata in un posizione panoramica su una collina di ulivi, vigneti e bosco a 400 metri sul livello del mare. Essa domina il paese di Impruneta, San Casciano e la valle della Greve. La villa risale al 1300 e ha visto nei secoli l'avvicendarsi di varie famiglie nobili. Tra gli illustri ospiti del castello, Giacomo Puccini vi trascorse numerose giornate dilettandosi nella caccia in un fitto bosco secolare che si estende per oltre 100 ettari, il quale ospita una grande varietà di piante, fiori, funghi e fauna selvatica. La casa principale, le case coloniche e gli annessi "locali da lavoro" (segheria, mulino, frantoio, tinaia, cantine, vinsantiere, granai, essiccatoi per la seta, forgia per gli attrezzi agricoli, pollai, stalle, porcilaie) hanno costituito fino al secolo scorso una sorta di borgo indipendente e autosufficiente dove si coltivavano e lavoravano i prodotti necessari alla sopravvivenza e al mantenimento dell'intera comunità di contadini e artigiani qui residenti: vino, vinsanto, olio d'oliva, miele, seta, sapone, legna, gli attrezzi agricoli, l'allevamento di tutti gli animali da cortile, da carne e da lavoro. Nella cappella di famiglia venivano celebrati tutti i riti sacri, inclusi i matrimoni e i funerali della comunità. Oggi sono rimaste solo due famiglie di operai agricoli, ma la casa conserva tutti i segni della vita e delle attività passate. Gli antenati degli attuali proprietari, i baroni Benci, non soltanto arricchirono la villa di opere murarie e decorative di notevole valore artistico, ma valorizzarono anche la produzione agricola di queste terre. Una delle case coloniche adiacenti al castello è stata ristrutturata e trasformata in agriturismo con due appartamenti e una casetta indipendente, tutti arredati con mobili antichi di famiglia, alcuni decorati dalla proprietaria. Il cotto originale, le grosse mura di pietra, le travi dei soffitti e le vecchie porte di cipresso conservano tutto il fascino delle antiche case di campagna. La corte, il giardino all'italiana, le belle sale e la cappella privata del castello infine, fanno da cornice ideale per matrimoni e ricevimenti. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.castellodicafaggio.com

lunedì 5 marzo 2012

Il castello di lunedì 5 marzo



MURO LUCANO (PZ) – Castello angioino-Orsini

Insieme alla coeva cattedrale costituisce una sorta di acropoli della cittadina che ne caratterizza il paesaggio. Imponente e di pregevole aspetto architettonico, il castello, visto frontalmente, domina sulla sommità della collina, il sottostante groviglio dei tetti dell'intero tessuto urbano. Il lato sinistro, invece, si affaccia al margine di un precipizio che ne rende impossibile l'accesso. È incerta la sua origine; il primo nucleo, costituito da una torre tozza posta su un aspro ed inaccessibile sperone di roccia, fu verosimilmente edificato nel IX secolo ad opera dei Longobardi nell'ambito dei sistemi difensivi del Principato di Salerno o Benevento (Longobardia Minor). Parliamo della torre posta alla sinistra dell'attuale ingresso. Nell'XI secolo passò ai Normanni i quali fecero ampliare il castello. Il fortilizio si è poi espanso seguendo l'andamento della puntuta collina con una seconda parte edificata per opera degli Angioini. Primo feudatario fu un francese di nome Pietro Hugot nel 1269 per concessione di Carlo I d'Angiò. Alla morte di Hugot, che non lasciò alcun erede, il feudo di Muro passò a Ottone de Tucziaco (1294), quindi al figlio Filippo, poi a Raimondo Berengario (1304), indi a Mastro Pietro Cazzulo di Napoli, professore di medicina (1316). Infine, ne vennero infeudati la famiglia Durazzo e i Conti Sanseverino di Marsico. Nel 1382 si consumò, nel Castello di Muro, l'omicidio di Giovanna I d'Angiò, Regina del Regno di Napoli, per ordine del nipote Carlo di Durazzo. Si racconta che la donna, avente 56 anni, mentre pregava inginocchiata nel suo oratorio, venne strangolata. Nel 1435 terminò l'epoca angioina ed iniziò una breve dominazione Aragonese. Nel 1530 il Castello venne infeudato alla famiglia Orsini con Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Muro, fino al 1806, quando il feudalesimo ebbe fine per un Decreto napoleonico. L'ultimo conte di Muro è stato Filippo Bernualdo III. L’edificio ha subito nel corso dei secoli diverse modifiche strutturali rese necessarie in seguito al sisma del 1694 ed altri successivi, tutti di grave entità (1857 - 1930 - 1980). All'inizio del Seicento il Castello comprendeva la vecchia torre a quell'epoca usata come carcere, edifici adibiti a cucine, abitazioni per gli armigeri usate talvolta per ospitare manifestazioni teatrali ("il teatro") , magazzini, un pozzo, ed un locale detto appartamento della Regina (dove verosimilmente fu rinchiusa Giovanna I di Napoli, oggi in gran parte distrutto). Più in basso, sempre seguendo il crinale della collina, l'antico Castello proseguiva con una nuova ala fatta costruire con tutta probabilità dagli Orsini e adibita a loro residenza, il cosiddetto appartamento del Principe. Questa nuova ala si concludeva con una seconda Torre (costruita verosimilmente in epoca Angioina). Lo spazio compreso tra le due Torri era occupato da un alto muro con al centro il ponte levatoio. Il terribile terremoto del 1694 impose nuovi lavori quali l'abbattimento del ponte levatoio stesso e la sopraelevazione 'dell'appartamento del Principe. Nel 1830 il Castello fu acquistato da Francesco Lordi che edificò un nuovo voluminoso corpo di fabbrica che oggi costituisce la parte anteriore del Castello. Questo novello corpo di fabbrica, anonimo nelle sue forme ed avulso architettonicamente dall'antico Castello, si caratterizza per l'attuale portone di ingresso, l'ampia scalinata di accesso ed un vasto locale, sottoposto rispetto all'ingresso e adibito a ricovero per i cavalli, conosciuto come Cavallerizza. Il Castello, estendendosi lungo le linee della collina, presenta due cortili scoperti: il più basso dà accesso al vecchio appartamento del Principe con un portone settecentesco portante lo stemma degli Orsini, mentre il più alto e superiore dà accesso alla parte più antica del Castello. Di rilievo è la presenza del "Giardinetto", un giardino pensile su pietra viva posto alla estremità sinistra (per chi entra) dell'appartamento del Principe. Detto giardino, collegato all'appartamento stesso da uno stretto portone, mena, attraverso un tortuoso e caratteristico corridoio aperto, alla piazza della antica Cattedrale. Dal Giardinetto si gode una splendida vista del Paese e della vallata.