venerdì 30 giugno 2017

Il castello di sabato 1 luglio




CAMISANO VICENTINO (VI) – Torre in frazione Rampazzo

Uno dei primi documenti storici che parlano del paese è il "Codice Eceliniano del 1213" in cui vengono nominati i castellani di Rampazzo. Altri documenti del XIII secolo in cui compare il nome di Rampacium sono il Regestum Possessionum Communis Vincentiae del 1262 come pure le Rationes Decimarum del 1297-1303. Dopo il 1000 buona parte del territorio fu acquisito in seguito a donazioni del vescovo di Vicenza, e di altre cessioni private- dalle monache benedettine dell'abbazia di San Pietro di Vicenza. Esse continuarono nell'opera di bonifica, con la costruzione di una rete di rogge per far defluire l'acqua stagnante. La sistemazione per irrigazione e regimentazione delle acque fu certamente fatta da inzegneri et agrimensori de mestier, con molte maestranze locali, sotto il diretto controllo dei gastaldi dell'abbazia. Di un antico castello a Rampazzo si ha documentato ricordo fin dai secoli XIII e XIV; nel 1319 un atto pubblico elenca una pecia terre... posita apud viam per quam itur versus castrum de Rampato. Anche nel 1433 un atto pubblico fu rogato in domo doctoris d. Simonis q. milicie ducis d. Jo. de Thienis et nob. Ugutionis q. legum doctoris d. Adoardi... in loco qui dicitur castrum de Rampazio. Nella sua "Descrizione del Territorio e del Contado di Vicenza", Filippo Pigafetta informa che il Vicariato del quartiere di Pieditesina è "Camisano con 38 ville, portante il pregio de' migliori vini di Pianura. Ne furon posseditori già in buona parte li Conti Tieni col castello di Rampazzo". Anche il Maccà afferma che il castello in parola era situato "ove presentemente trovasi il casamento di casa Thiene Francese". I documenti quindi localizzano il castello nella casa dominicale dei Thiene, che fu costruita in epoca scaligera e che così viene descritta nell'atto di divisione dei beni della nobile famiglia: una domus magna de muro cum curtivo murato et merlato cum una turri et duabus columbariis ... . La Torre del XIII secolo, inizialmente fu possesso degli Ezzelini, poi della famiglia Montagnone di Padova e dal Quattrocento della famiglia Thiene, feudataria delle campagne di Rampazzo. A Rampazzo di Camisano Vicentino presso la sala parrocchiale della Chiesa Santa Maria Maddalena in via Chiesa 43 si rinnova da qualche anno la tradizione del "Presepio Artistico". Prendendo spunto dal castello, nel quale realmente soggiornò San Gaetano di Thiene, i presepisti hanno ricostruito meticolosamente la torre tuttora esistente e la corte adiacente ad essa, ambientando il tutto agli inizi del Novecento. Altri link suggeriti: http://archivio.vajenti.com/opac.php?start=0&mode=view&rpp=10&orderby=Titolo&loc=S&screen=homepage&list=Parola%7CComune+di+Rampazzo&BMW_Opac_Session=ba5c9d4877854947e5f1ef9947164e64, https://www.youtube.com/watch?v=F8DINb5lwV8 (video di ConanVeneto, in cui si parla anche della torre di Bevadoro)





Il castello di venerdì 30 giugno






GUALDO CATTANEO (PG) - Castello di Cisterna

Risale al XIII secolo e si eleva su un colle sopra il fiume Puglia, ove fu costruito dopo la distruzione di un Castello originario chiamato Cisterna vecchia, di cui esiste ancora il rudere con relativo fossato situato lungo il torrente Puglia (fu raso al suolo a seguito del passaggio di Federico Barbarossa che si dirigeva verso Spoleto). Sotto il dominio perugino fino al 1378, era il castello della zona con il più alto numero di fuochi. Per la festa di S. Ercolano gli abitanti dovevano mandare a Perugia tre libbre di cera. Nel 1412, il castello venne acquistato da Ugolino III della famiglia folignate dei Trinci che sfruttò questa residenza rifugiandosi svariate volte per necessità militari. Papa Gregorio XII con atto del luglio 1412, concesse il castello in vicariato al Trinci, dietro il pagamento di un tributo annuale, con i consueti patti di fedeltà e di amministrazione della giustizia. Nel 1414, l’Italia centrale e l’Umbria furono invase dalle milizie di Ladislao d’Angiò, re di Napoli. Ugolino III si accordò con i fiorentini ponendosi sotto la loro giurisdizione. Il castello di Cisterna restò ai Trinci fino al 1441 quando la loro signoria terminò. Contava all’epoca 118 abitanti. Cisterna dal XVII secolo circa appartenne a varie famiglie nobili (Baglioni, Bennicelli, ecc … ), per poi rimanere sotto la tutela dell’arcivescovado di Todi fino al 1980. Nel 1802 fu unito al comune di Gualdo Cattaneo, poi fece parte della comunità di S.Terenziano appodiata a Collazzone e indipendente dal 1829. Nel 1861 ritornò sotto Gualdo Cattaneo. Il castello odierno è costituito dalla parte centrale del cassero, da mura di difesa e da una torre medievale a base quadrata dell’altezza di circa 15 mt, con a ridosso un piccolo nucleo di abitazioni di origine ottocentesca. Nelle strutture edilizie originarie si riscontrano anche elementi del 1600 e di inizio secolo. Fuori del castello c’è una piccola piazza con 2 chiese e 3 case. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=XxcdtwH6zSc (video di Diego Pieroni), http://www.castellodicisternagualdocattaneo.com/, http://www.stradadelsagrantino.it/scheda-punto-interesse.php?id=25&PP=mg.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-cisterna-gualdo-cattaneo-2/ (dove potete trovare anche molte foto interessanti...)

Foto: la prima è presa da https://www.tripnpeople.com/estates/show/appartamento-in-localita-cisterna-gualdo-cattaneo/7, la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/wp-content/gallery/castello-di-cisterna-gualdo-cattaneo-1/castello-di-cisterna-gualdo-cattaneo-06.jpg

mercoledì 28 giugno 2017

Il castello di giovedì 29 giugno



BUJA (UD) – Castello

Dell’antico castello medievale di Buja oggi restano alcune rovine visitabili esternamente. Sorse dove in epoca preistorica propabilmente c’era un villaggio neolitico, che venne in seguito trasformato in castelliere. I romani ne crearono un castrum con compiti difensivi. Nel 792 viene citata “Boga” all’interno di una donazione di una chiesetta da parte di Carlo Magno al Patriarca Paolino II. Venne incluso nella famosa donazione di cinque castelli dell'imperatore Ottone II al Patriarca Rodoaldo, nella dieta di Verona dell’11 giugno 983, entrando così a far parte stabilmente dei beni patriarcali. Il Castello di Buja fu feudo di parecchie famiglie, tra cui i Signori di Buja, di Varmo, d'Arcano (1265). Nel 1267 Adalferio V di Feltre e Belluno e Lodovico di Villalta (anche per i tre fratelli) rinunciarono per mille libbre d'oro di piccoli, alla loro parte di abitanza nel castello, alla torre, nonché ad altri possessi. Il maniero passò poi a Costantino Crisimano Savorgnan, ma il Patriarca Raimondo della Torre ordinò (1298) di restituirglielo con tutti i diritti ottenuti. Nel 1312 il Patriarca Ottobono de' Razzi lo concesse con tutti i privilegi ed abitanza perpetua a Federico di Prampero. L’anno seguente fu conquistato, nonostante la strenua difesa, dal Conte di Gorizia. Ritornato tra i possessi patriarcali, Bertrando di San Genesio lo fece restaurare (1335) perché logorato dalla vecchiaia e dagli eventi storici. Unite Buja e Artegna alla gastaldia di Gemona nel 1340, venne ceduto nel 1341 per otto anni a Vicardo di Colloredo con l'obbligo di mantenerlo efficiente. Fu ripreso nel 1345 dai Conti di Gorizia. Trovandosi ancora in pessime condizioni il maniero fu concesso ai fratelli Alessandro, Giovanni e Giuliano del fu Bertrando Bugni, di Tolmezzo, a patto che lo mettessero in efficienza. Nel 1366 Il Patriarca Marquardo lo riscattò per assegnarlo nel 1370 a Federico Savorgnan. Anche allora il castello figurava tra i principali della Patria del Friuli e dal 1375 al 1380 fu dato in pegno a Francesco Savorgnan per 1589 ducati con l'obbligo di rinforzare tra l'altro la torre. Ma poco dopo lo ebbe Michel di Rabatta, Generale del Goriziano ed in seguito ritornò ai Savorgnan per essere ancora unito ad Artegna, nel 1392. Il patriarca cedette poi il castello di Buja per la torre di Galvano a San Daniele. Nel 1413 il Castello di Buja fu occupato dall'imperatore Sigismondo assieme al castello di Osoppo. Fu poi ceduto a Gemona e nel 1418 agli Arcoloniani, ma il maniero appariva in pessimo stato. Nel 1420, con l’avvento della Repubblica di Venezia, lo ottennero i Savorgnan che lo mantennero fino al 1797. Fu lesionato dal terremoto del 1511 ed avendo persa la sua funzione militare, andò progressivamente in rovina. L'edificio aveva una pianta poligonale con la torre mastio, la torre porta con ponte levatoio, la domus residenziale e la chiesetta di San Rocco demolita nel 1908. Il Castello medievale di Buja è inserito nell'itinerario della “Strada dei Castelli e dei Sapori del Friuli Collinare”. Del fortilizio sussiste il tratto sud-orientale (lungh 40 mt ca.; h max 8 mt) consistente di un imponente recinto in muratura a sacco dello spessore di 1-1,5 metri, dotato di due porte, una posterla, una scala e feritoie. I colli di san Lorenzo e san Sebastiano, con le relative chiese, possedevano anche una propria cinta muraria. Nel primo caso, essa si conserva ancora lungo i fianchi dell’edificio di culto, pur nella sua ricostruzione cinquecentesca, quando alla facciata della pieve fu addossata anche una massiccia torre pentagonale. Riguardo l’altura maggiore, che costituiva il fulcro dell’intero sistema e conteneva, oltre alla chiesa medievale, anche una torre, un “palacium vetus” e un “palacium novum”, nessuna testimonianza materiale è sopravvissuta alle demolizioni degli inizi del XX secolo per la costruzione di un fortino militare. Fonti d’archivio registrano comunque un progressivo abbandono delle sue strutture già agli inizi del XV secolo, al pari di quelle del fortilizio orientale, con l’unica eccezione della chiesetta mononave, restaurata ancora nel XV secolo e ancora in piedi fino ai primi anni del ’900. Altri link utili: https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/buja, http://www.comune.buja.ud.it/index.php?id=22661, http://www.scoprifvg.it/site/castello-di-buja/. Per vedere altre foto di quello che rimane del castello, vi consiglio di visitare le recensioni su Google di “Resti del Castello di Buja”, dove effettivamente ne trovate altre che però sono coperte da copyright.




Il castello di mercoledì 28 giugno




BRUZZANO ZEFFIRIO (RC) – Castello Carafa

Situato a quota 139 metri s.l.m., sulla sommità della "Rocca Armenia", in località Bruzzano Vecchia sorge il "castello di Bruzzano Zeffirio" o "castello d'Armenia". Il castello, ormai allo stato di rudere, fu edificato tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo e nel 925 divenne quartier generale dei Saraceni. In seguito fu feudo di Giovanni De Brayda dal 1270 al 1305, di proprietà del Marchese di Busca dal 1305 al 1328, dei Marchesi Ruffo dal 1328 al 1456, dei Marullo dal 1456 al 1550, dei Danotto dal 1550 al 1563, degli Aragona de Ajerbe dal 1563 al 1597, degli Stayti nel 1597 e dei Carafa di Roccella fino al 1806. Fu danneggiato dal sisma del 1783 e ridotto a rudere dai sismi del 1905 e 1908. Numerosi rimaneggiamenti, aggiunte e stratificazioni sono stati effettuati nei periodi storici che si succedettero dal Medioevo fino ai primi dell'Ottocento. Il castello di Bruzzano, presenta una tipologia architettonica tipica del territorio e dei periodi storici in cui le varie parti furono costruite. La Rocca Armenia si presenta come un monolite di arenaria locale compatta. Posta a quota 115 metri s.l.m., con una sommità piana, dove sono evidenti i ruderi, a 139 metri s.l.m.. Tale rupe fortificata presenta quindi un dislivello di circa 25 metri rispetto ai ruderi dell'abitato di Bruzzano Vecchia ai piedi della stessa rupe. Su questa rocca, il castello si articola in numerosi corpi di fabbrica ormai ridotti a rudere, raggruppabili in tre principali categorie: strutture difensive militari, cappella nobiliare del castello, dimora della famiglia Carafa. Le strutture difensive militari, rappresentano il vero e proprio castello fortificato costruito alla fine del X sec. Tali strutture, architettonicamente non si discostano molto dalla tipologia usuale dei castelli costruiti nello stesso periodo, sul territorio della Locride e della Calabria in generale. Le strutture, presentano una tipologia a pianta quadrangolare con torri quadrate e “sala d’armi”. All’interno del castello, una piazza scoperta con relative cisterne scavate nella roccia per la raccolta delle acque; prigioni, anch’esse scavate nella roccia; mentre all’esterno dei muri perimetrali, si vedono ancora i resti dei contrafforti di recinzione della rocca. Oltre alle strutture in muratura, tale fortificazione presenta degli ambienti funzionali trogloditici e, delle strutture, anch’esse scavate nella roccia. Della “Sala d’armi”, rimangono i muri perimetrali, dove sono evidenti le feritoie atte alle azioni belliche di difesa. La cappella nobiliare è posta addossata al muro est del vero e proprio castello fortificato. Infatti, sulla parte esterna di un grosso muro, a pochi metri dal torrione sopra descritto, un ambiente rettangolare delimita lo spazio sacro di questa cappella che dovette essere costruita non più tardi dell’epoca tardo-medioevale in cui furono costruite le strutture che compongono la cosiddetta “Casa del Principe”. Tale cappella, a unica navata e di cui rimangono in elevazione tre delle quattro pareti, presenta un’abside semi cilindrico sporgente verso l’esterno, sul fronte a nord. Ai lati dell’abside, sono ricavate nello spessore del muro, due piccole nicchie che dovevano custodire delle icone sacre ai lati dell’abside centrale che custodiva il Santo cui era dedicata tale Cappella. Sia l’abside centrale sia le due nicchie laterali, presentano tracce di affreschi in pittura rossiccia sui resti del poco intonaco rimasto. Sulla muratura del fronte opposto all’abside, era posta in posizione centrale, la porta d’ingresso della cappella. Tornando agli affreschi, è possibile soltanto supporre ipotesi in riguardo allo stile, alla manodopera e quindi all’età in cui sono stati realizzati, mediante comparazione delle linee del volto, delle figure, e del tipo di pittura. I tratti del viso, la sua espressione e il tipo di pittura usata, sembrano concordare con la tipologia degli affreschi bizantini del nostro medioevo, e quindi dall’opera dei Monaci Basiliani di rito greco. La similitudine del tipo di pittura tra gli affreschi della Chiesa di Contrada Annunziata e, quelli della Cappella del castello medioevale, non lascia dubbi sulla manodopera basiliana e sull’età, che si può far coincidere col periodo medioevale attorno agli anni 1100-1200. Tornando a descrivere l’architettura di tale cappella nobiliare, è doveroso citare una fossa, adesso coperta da terreno franato, che scavata nella roccia del pavimento della navata, doveva servire da “Ossario della Cappella”. Sotto i Carafa, tali costruzioni dovettero assumere la sola funzione di dimora signorile, poiché, cessato l’incombente pericolo degli attacchi saraceni, anche il castello sembra abbia perso l’originaria funzione meramente difensiva. In situ, rimangono i ruderi di numerosi ambienti abitativi, pozzi scavati nella roccia e un curioso sistema di vasche contigue, anch’esse scavate nella roccia. I ruderi delle abitazioni sono conservati meglio di quelli del vero e proprio castello. Dei primi, rimangono i muri talvolta interi di quasi tutte le stanze che compongono il complesso abitativo. In tutto si possono contare una ventina di ambienti, quattro dei quali separati dalle altre e, prospicienti alla cappella prima descritta e quindi, al vero e proprio castello. La prima abitazione a cui si accede, nonché quella più grande, rappresenta la vera e propria dimora signorile; consiste in una grande sala affacciata verso nord e verso est, con accorpate altre cinque stanze, tra cui una dal muro curvo. La struttura di questa prima e più grande abitazione, è quella meglio conservata; i muri, arrivano all’altezza del piano d’imposta della copertura, indicando un tetto che doveva essere a padiglione. L’ambiente, era ad un solo piano, a differenza di altri corpi di fabbrica accorpati che erano sviluppati su due piani. Lo spazio non edificato nella parte sudorientale della rupe è occupata da due pozzi scavati nella roccia e un sistema di vasche contigue attraverso canalette, anch’esse scavate nella roccia. Un altro pozzo rimane all’interno di una delle abitazioni. Altri link suggeriti: http://www.marinellavacanze.com/visita_bruzzano_vecchio.php (con diverse foto), http://www.senzafili.org/2017/06/06/bruzzano-zeffirio-la-rocca-armenia-ed-suo-castello/, https://www.youtube.com/watch?v=bQNuNyEbMTQ (video di Kalabria Experience)



martedì 27 giugno 2017

Il castello di martedì 27 giugno






CORLETO PERTICARA (PZ) - Castello normanno

Il primo nucleo abitativo sorse attorno a un massiccio fortino posto in posizione strategica, la cui edificazione è ascritta ai Normanni, all'epoca della loro espansione nell'Italia meridionale. Di quella roccaforte, andata pressoché distrutta con i bombardamenti statunitensi durante la ritirata tedesca del 1943 e in seguito pesantemente rimaneggiata, perdurano soltanto tre arcate, qualche porzione di muro perimetrale, la prigione del castello e una profonda cisterna sotterranea interna. Sui suoi ruderi intorno al 1990 è stato edificato il Palazzo degli Uffici ove ha sede il nuovo Municipio che campeggia, come un tempo, sul paesaggio circostante. Dietro al castello feudale rimane un irto pendio, mentre tutto davanti ad esso era un profondo fossato con funzione difensiva contro le incursioni esterne: ancora oggi i corletani usano indicare la grande Piazza del Plebiscito, antistante il vecchio castello, come la Piazza del Fosso. La storia di Corleto Perticara, similmente a quella delle comunità intorno, è caratterizzata da un incessante processo di conquiste e colonizzazioni. Assoggettati nel corso dei secoli a più dominazioni, i corletani sono passati da un feudatario all'altro, senza mai consolidarsi in stabili strutture economiche, sociali e politiche: ai Normanni succedettero i Suebi, poi gli Angioini e gli Aragonesi; nel Cinquecento, sotto l'imperatore Carlo V, il feudo passò ai De Castella per diventare, a cavallo del Seicento, marchesato di Casa Costanzo. Nel 1659 passò quindi ai Riario, i quali conservarono il potere fino alla fine del sistema feudale. Negli anni successivi, del dominio borbonico, Corleto Perticara fu un attivo centro liberale e assunse una posizione di primo piano nell'insurrezione lucana contro quella dinastia, che dopo una lunga cospirazione fu dichiarata decaduta il 16 agosto 1860, in una gremita Piazza del Fosso rinominata quel giorno in Piazza del Plebiscito.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Corleto_Perticara, http://prolococorleto.altervista.org/wp-content/uploads/2016/05/Guida-Corleto-Perticara.pdf

Foto: la prima è presa da http://www.imgrum.org/user/fotografando_basilicata/442134172/1381104579572103636_442134172, la seconda è presa da http://www.aptbasilicata.it/Corleto-Perticara-Foto-Aeree.1359+M5a2a2efb75b.0.html

lunedì 26 giugno 2017

Il castello di lunedì 26 giugno




POLINAGO (MO) - Castello di Talbignano

Durante il periodo medioevale la zona di Polinago fu soggetta al dominio di potenti famiglie, dapprima i conti Da Gomola (di cui rimane il castello nella frazione di Gombola) e quindi la famiglia Montecuccoli di Pavullo. Fino al Risorgimento Polinago fece parte del ducato degli Este. Dopo il periodo napoleonico Polinago divenne comune autonomo, tranne che per un breve periodo nel secolo XIX, durante il quale venne annesso al comune di Sassuolo. Durante la seconda guerra mondiale il territorio comunale fu teatro di violenti scontri, anche per la vicinanza alla linea Gotica, ed il 12 ottobre 1944 subì una rappresaglia nazista e fu in parte distrutto. Il castello di cui parliamo oggi si trova in frazione Talbignano, nella valle del Rio Maggio, nella parte più a nord del territorio comunale. La struttura massiccia e imponente evidenzia la funzione residenziale della costruzione: fin dalle origini (XVII secolo), infatti, fu dimora dei conti Cesi. Gli elementi più significativi sono le tre torri angolari ed il portale di arenaria. La quarta torre, posizionata a sud-est, è stata abbattuta per motivi di sicurezza. Le torri hanno luci quadrate, colombaie in cotto e copertura a padiglione. All'interno della corte è stata costruita una cappella dedicata alla Beata Vergine, mentre a levante si trova una ulteriore torre cilindrica costruita nel 1650 che ospita una scala a chiocciola. Solo in parte la fastosità dei suoi interni con finiture e affreschi di pregio è sopravvissuta al trascorrere del tempo. L'edificio ha pianta rettangolare con portali ad arco a tutto sesto lavorati a solchi fitti paralleli. A questo link potete trovare maggiore notizie storiche sul monumento: http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=4818

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Polinago, http://www.cmfrignano.mo.it/comuni_territorio/luoghi_interesse_8/castello_talbignano.aspx, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Emilia/modena/provincia000.htm#talbignano, http://www.comune.polinago.mo.it/canali_tematici/istruzione/palazzo_talbignano.aspx

Foto: la prima è di Stefano Biciocchi su http://www.panoramio.com/photo/21141957, la seconda è presa da http://www.cmfrignano.mo.it/comuni_territorio/luoghi_interesse_8/castello_talbignano.aspx


sabato 24 giugno 2017

Il castello di domenica 25 giugno




GUALDO CATTANEO (PG) – Castello di Saragano

Il piccolo centro di Saragano prende il nome dal console romano Lucio Licinio Sura, abilissimo generale e grande amico di Traiano (tanto da essere raffigurato con lui nella Colonna Traiana a Roma), il quale amava trascorrere le sue vacanze tra il verde e la pace del luogo. Da Suragano si arrivò poi a Saragano, nome attuale di quello che fu uno dei principali castelli longobardi del comune di Gualdo Cattaneo. Non sono molte le notizie che ci arrivano dal passato. Altamente fortificato, fu oggetto di un assalto da parte di Perugia nel 1320 e un aneddoto narra che i saraganesi si disfecero dell’assedio dei perugini donando loro un vitello che doveva essere pieno d’oro, ma che aveva solo mangiato molto. Poi si passò sotto l’aquila di Todi e successivamente Saragano fu annesso al comune di Gualdo Cattaneo, borgo dei castelli medioevali. Nel paese è possibile ammirare tre chiese, tra cui quella Parrocchiale nella quale vi è un fonte battesimale e un grande quadro raffigurante la Madonna col bambino del pittore Sensini risalente al 1600, quella di San Pietro in stile romanico con affreschi del XV e XVI secolo e la chiesa di Santa Maria , situata proprio sui terreni della nostra azienda. L’antico borgo di Saragano, il cui nome (dalla radice Sarag) richiamerebbe l’albero del ciliegio, fu con ogni probabilità un insediamento posto sul confine del ducato Longobardo di Spoleto; l’etimologia testimonia la vocazione agricola del territorio ancora immerso nel verde degli uliveti e dei vigneti umbri. Oggi tutto è cambiato a Saragano, ma tutto è rimasto come prima. Il restauro conservativo voluto dai proprietari ha solo riportato il luogo agli antichi splendori. Le pavimentazioni ripristinate, le mura ricostruite con assoluto rigore filologico confermano un’atmosfera tipicamente medievale, consentendo agli ospiti di vivere un soggiorno fuori dal tempo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=B1ciHbEIiL4 (video di Diego Pieroni), https://www.youtube.com/watch?v=LOqA5TnI3QI (video drone di “La Locanda del Prete Saragano – Resort & Spa”)


venerdì 23 giugno 2017

Il castello di sabato 24 giugno




CARMIANO (LE) – Palazzo dei Celestini

Nel periodo di dominazione normanna (X-XI secolo) Carmiano fu dotata anche di uno stemma, che lo rappresenta tuttora. Dopo la caduta dell’Impero romano, Carmiano conobbe un periodo di grave crisi che terminò nel 1055, quando venne inclusa nella contea di Lecce, che a sua volta faceva parte del principato di Taranto. Nel 1445 quando Maria d’Enghien, contessa di Lecce, stilò il documento “Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii”, Carmiano vi era inclusa come casale, che da circa sessant'anni era retto da un barone. Nel 1448, il paese fu acquistato dai padri celestini, che governarono con grande laboriosità. Dopo quasi quattro secoli, in cui Carmiano conobbe il Regno di Napoli e il Regno delle due Sicilie, fino ad arrivare ad essere, nel 1861, comune del Regno d’Italia. Quando i celestini s'insediarono a Carmiano, scelsero come dimora l'allora Palazzo Baronale, che con le dovute modifiche divenne un convento. Fu adibito dagli stessi quale luogo di villeggiatura fino al 1807. Il palazzo, che sorge sulla via provinciale per Lecce, fu realizzato in varie epoche e il nucleo più antico risale alla prima metà del XIV secolo. I diversi interventi decorativi e strutturali avvenuti nel tempo sono testimoniati dalla differente e asimmetrica posizione del portale maggiore rispetto alla struttura dell'insieme. La sua imponenza deriva dalle ragguardevoli dimensioni in lunghezza, pari a 45,50 metri, e in altezza, pari a 13 metri. Completamente realizzato in conci di tufo locale, è strutturato in due piani, comprendenti sale grandiose. Il prospetto del Palazzo presenta un'ampia superficie liscia movimentata da diverse porte e finestre;  la lunga facciata risulta divisa in due ordini ed è scandita da una serie di portali con soprastanti aperture quadrate al piano terra, da finestre con balconcini leggermente aggettanti, le tre di sinistra, e decorazioni con motivo a conchiglia sulla trabeazione. Caratteristico è l’ampio portale affiancato ai lati da due nicchie ospitanti statue di Virtù, rese irriconoscibili dall'avanzato stato di degrado, e incorniciato superiormente da uno stemma della Santa Croce che rappresenta l'ordine dei Celestini. A sinistra del portone Durazzesco, una porta immette all'interno di una chiesetta dedicata a San Donato, ormai spoglia del corredo religioso ma ricca ancora di un altare fregiato da stucchi e marmi di vario colore. La volta a botte dell'androne è completamente decorata da un affresco raffigurante la glorificazione dell'ordine benedettino. In una stanza adiacente alla chiesa compare sul muro un affresco di Madonna col Bambino che sovrasta un'apertura ad un piano interrato. Il piano superiore del Palazzo comprende una serie di stanze (in cui vivevano i monaci) comunicanti con ampio e luminoso salone ricoperto da stucchi eleganti che incorniciano le porte di accesso ed alcuni riquadri ormai spogli di tele. Il chiostro, che appartiene al nucleo più recente dell’edificio, è dominato da un pozzo decorato con grande fastosità barocca. Il pozzo è formato da quattro colonne sormontate ciascuna da un capitello ionico. Al di sopra dei capitelli, presi due a due, è posizionata una balaustra scanalata in pietra leccese. Un motivo di ghirigori in pietra, che termina a punta con lo stemma dei Celestini, domina il tutto con una sobria eleganza. Oggi il palazzo, che è l'edificio storicamente più importante della città, è di proprietà del Comune. Tale bene architettonico, inserito tra gli immobili di particolare pregio di Carmiano, è stato riconosciuto dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali, Artistici e Storici della Puglia, di interesse storico e artistico. È interessante ricordare che il famoso architetto Giuseppe Zimbalo, a cui si deve in gran parte l’epopea del barocco leccese, frequentò il Cenacolo di questo Palazzo da cui attinse le grandi conoscenze teologiche che ispirarono la sua arte allegorica.



Il castello di venerdì 23 giugno




MINERBIO (BO) – Castello dei Manzoli in frazione San Martino in Soverzano

In località Soverzano, vicino  Minerbio sorge circondato da un rado boschetto il castello di San Martino, anche detto dei Manzoli. Si tratta di una splendida costruzione dotata di quattro torri angolari e di un mastio e circondata da un fossato che può essere superato attraverso due ponti levatoi. Il castello attuale sorse nell'anno 1411, come dimora aristocratica, per volere del cavaliere bolognese Bartolomeo Manzoli (a volte scritto Mangioli) sui resti di un'antichissima torre di difesa del Duecento, chiamata “Torre degli Ariosti”, situata al limitare della Palude di Dugliolo (che ai tempi si estendeva verso nord-est fino al poggio di Molinella e a nord fino ad unirsi alla Valle di Marrara). Il maniero pur essendo nato come residenza nobiliare fu munito di difese di tipo militare, come mura, merli e fossati. Il castello presenta infatti pianta rettangolare con uno spazioso cortile interno; ai quattro angoli sorgono torri difensive e l’aspetto di difesa accentuato dal largo fossato che lo circonda, nonché dai ponti levatoi e dall'imponenza della torre maggiore. Ebbe la funzione di residenza signorile per breve tempo nel 1500 (dal 1514 al 1532) quando Leone X concesse a Marchione Manzoli la giurisdizione di San Martino con titolo di Conte. Il castello fu restaurato e decorato nel '500 e nel '600, ma gli interventi di restauro si ebbero nel 1883-85, quando era proprietà dei Conti Cavazza, ad opera di Alfonso Rubbiani e Tito Azzolini che pur alterando alquanto le parti interne, mantennero un maggior rigore nel ripristino dell'esterno del castello che appare sostanzialmente immutato rispetto alla costruzione del 1500. Le cortine e le torri merlate che lo caratterizzano conferiscono un aspetto decisamente fiabesco al castello che è collocato in un parco secolare. Prende il nome dalla famiglia dei Manzoli, munifica proprietaria del maniero dal 1407. Attorno al castello si sviluppò a partire dal XV secolo un piccolo borgo di artigiani e mercanti di bestiame. Nei pressi dell’edificio si teneva un' importante fiera annuale fin dal 1584, e per ospitarla al coperto, venne costruito nel 1684 il lungo portico che fiancheggia la spianata che porta al castello e che costituisce con lo stesso e il borgo circostante un complesso architettonico di indubbio fascino. Nel corso degli ultimi anni è stata ripresa la tradizione della fiera che si tiene ogni anno il primo Sabato e Domenica di Ottobre. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=99xUj8I8wKo (video di civigrafarezzo), https://www.youtube.com/watch?v=YLkCPKbPUJg (video di William Fabbri)

giovedì 22 giugno 2017

Il castello di giovedì 22 giugno





BADOLATO (CZ) - Castello (non più esistente) e Villa Gallelli 

Le origini di Badolato si devono a Roberto il Guiscardo (1080) il quale fece erigere un castello fortificato. Nel 1269 gli Angioini concessero il feudo a Filippo il quale l'anno successivo intraprese una guerra con il Conte Ruffo di Catanzaro. Gli abitanti, rinchiusi nel borgo, vennero assediati dal Conte Ruffo, il quale infine riuscì a conquistare Badolato, che rimase in seguito alla sua casata fino al 1451. In seguito appartenne alla famiglia Di Francia e nel 1454 il Borgo divenne baronia dei Toraldo, i quali parteciparono anche alla Battaglia di Lepanto (1571) e lo amministrarono fino al 1596. Badolato passò poi ai Ravaschieri (1596), ai Pinelli (1692) ed infine ai Pignatelli di Belmonte (1779), i quali ressero il potere fino alla fine della feudalità (1806). Il castello Gallelli di Badolato, che oggi non esiste più, era la residenza più antica della famiglia. Edificato come primitivo fortilizio in legno, al centro del borgo attorno al 1100 da Filippo di Badulato, per 800 lunghi anni esso costituì una valida difesa per la gente del borgo, e allo stesso tempo una rocca egemonizzante, che grazie alla sua valida fanteria e una temibile cavalleria, nei secoli conquistò i paesi limitrofi e i loro territori, come S. Andrea, Isca, e S. Caterina. Con l’avvento dei Ruffo, attorno al 1284 il castello venne da loro trasformato in una inespugnabile fortezza in pietra, facendo aggiungere al lato del portone una grande torre merlata, che all’interno era ottagonale. Il maniero fu alla fine protetto da altissime mura merlate, che all’interno ospitavano il cortile esagonale, nel quale trovavano posto l’edificio del signore, le scuderie, la caserma dei soldati, i granai e l’armeria. La rocca divenne così via via sempre più efficiente, perchè dal 1283 tutti i feudatari di Badolato, a partire proprio dai Ruffo, avviarono una serie di campagne di guerra, volte a conquistare i paesi limitrofi e i loro territori, come S.Andrea, S. Caterina, e Isca sullo Ionio, i così detti "Casali". Il castello ebbe altri signori feudali, dopo Filippo de Badulato, i Ruffo, e Ruggero di Lauria, passò infatti ai Toraldo nel 1456, brevemente ai Borgia, poi ai Pignatelli, ai Ravaschieri, fino al 1806 quando divenne demaniale. Attorno al 1815 fu acquistato dai baroni Gallelli di Badolato ma, indebolito dal terremoto del 1700, e danneggiato da vari incendi nel corso dei secoli, l'edificio intorno al 1968 fu a loro espropriato, ad opera del comune di Badolato, che lo abbattè per realizzare l’attuale Piazza Castello. Badolato perdeva così definitivamente la sua storica fortezza, tra le più antiche in Calabria, della quale oggi rimangono solo alcuni dipinti e stampe di proprietà dei baroni Gallelli.

Situata tra le floride e sinuose colline di Badolato (CZ) prospicienti il mar ionio, la tenuta di Pietra Nera, è sempre stata al centro della vita agricola e produttiva dell’azienda agraria di famiglia, scandita dai ritmi delle stagioni e dai tempi della natura. All’ interno del parco di 10 ettari, la ottocentesca villa fortificata dei baroni Gallelli, è uno degli esempi di architettura tipici del periodo. La dimora in stile neogotico, fu costruita in contemporanea alle scuderie, ed è un tipico esempio di residenza nobiliare fortificata, commissionata da quell’aristocrazia meridionale di tradizione terriera, che ancora nel diciannovesimo secolo, per difendersi dalla minaccia del brigantaggio, ne assegnava la progettazione a valenti architetti, e abili maestranze. Commissionata a due architetti toscani, dal barone avv. cav. della corona d’Italia don Giuseppe Gallelli attorno al 1853 la dimora ha infatti caratteristiche difensive care al Medioevo, difesa da quattro imponenti torri, sormontate da merli, è potenziata da sette feritoie per ogni torre, fino a un totale di 28. Gli architetti per tutta la durata dei lavori di progettazione e realizzazione dell’opera, furono inoltre ospitati nel cinquecentesco palazzo Gallelli, sito nel borgo medioevale di Badolato superiore, vicino all’attuale piazza fosso, dove fino al 1968 sorgeva, come già detto, anche l’antico castello. La residenza della tenuta di Pietra Nera, peraltro nella sua storia respinse solo un attacco dei briganti, verificatosi all’imbrunire di una calda giornata di giugno del 1861 conclusosi quasi subito con una scaramuccia. A quell’epoca si stima infatti che nella tenuta soggiornassero 35 persone tra custodi, guardiani, stallieri, domestici, e camerieri personali, che dimoravano nell’edificio della servitù. La residenza e le scuderie sono rimaste praticamente fedeli al progetto originario, mentre l’edificio della servitù ha subito modifiche nei magazzini del piano terra. Il parco infine negli ultimi 20 anni è stato ampliato, aggiungendo a quello secolare, anche zone moderne con strutture e attrezzature per il tempo libero.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Badolato, http://digilander.libero.it/baronigallelli/il_mediovale_castello_gallelli_di_badolato.html, http://www.agrariagallelli.it/sede.htm

Foto: dell'antico castello non abbiamo trovato alcuna immagine. La foto, che si riferisce alla Villa Gallelli, è presa da http://www.locationmatrimonio.it/castello_gallelli.html

mercoledì 21 giugno 2017

Il castello di mercoledì 21 giugno






CASTELLINA IN CHIANTI (SI) - Castello di Grignano

Il Cassero di Grignano sovrasta un ponte che attraversa il borro del Cerchiaio e il torrente Pesa, controllando quindi il traffico commerciale tra Castellina e Panzano e, di conseguenza, tra Siena e Firenze. Il termine Grignano deriva probabilmente da agrum Janii, cioè “terra dedicata a Giano”. La prima citazione certa del castello – de curte et castello Gragnani – risale ad alcuni documenti, datati 1016, dell’abbazia di San Michele a Passignano, come oggetto di compravendite e donazioni, come centro di un territorio curtense, come luogo nel quale venivano stipulati i contratti dell’epoca. Un accenno ad un “manso” in località Grignano si trova anche nella falsa donazione del marchese Ugo all’abbazia di San Michele a Marturi (datata dal falsario il 25 luglio 998, ma risalente agli ultimi decenni del secolo XI). Un documento del 1043 indicava il castello come appartenente al conte Landolfo di Piancaldoli figlio del conte Gotizio, signore di Monterinaldi. In seguito, Grignano passò ai Bernardini, dai quali prese il nome il vicino colle di Monte Bernardi, per poi entrare tra i possessi dei conti Guidi. Scarsissime le notizie delle vicende che lo interessarono in età comunale e nel tardo medioevo. Il fortilizio, situato su una collinetta che si erge sulla sinistra del Pesa, doveva probabilmente assolvere ad una funzione di controllo sul passaggio per il guado che il fiume presenta in quel punto. Nel 1452, mentre gli Aragonesi assediavano Castellina, Grignano fu assalito, espugnato e quasi completamente distrutto. La Repubblica fiorentina, in considerazione dei danni subiti dagli abitanti, li affrancò per dieci anni dalle imposte. Ricostruito in seguito dai fiorentini, il castello fu trasformato successivamente in casa colonica. Oggi della fortificazione rimane soltanto un breve tratto del circuito murario e, diminuito in altezza, il cassero, per buona parte ricostruito. Nel 1963, il castello di Grignano fu acquistato e restaurato dallo storico e scrittore inglese Raymond Flower, che al Chianti ha dedicato il volume Chianti: storia e cultura.

Fonti: http://www.ecomuseochianti.org/mappa/paesaggio/cassero-di-grignano, http://www.castellina.com/history_ital.htm#.WUp6Bjea19M

Foto: la prima è di Eleonora Belloni su http://www.ecomuseochianti.org/mappa/paesaggio/cassero-di-grignano, la seconda è presa da http://www.stilefirenze.it/badia-a-coltibuono-linari-classic-festival/

martedì 20 giugno 2017

Il castello di martedì 20 giugno



FIRENZUOLA (FI) - Rocca di Caterina Sforza in frazione Piancaldoli

"Castrum Plani Aldoli" nominato anche "Plancaldoli", venne eretto nel 1101 da Aldo degli Ubaldini. Nel 1187 Urbano III lo concesse alla Chiesa cervese mentre Federico II, nel 1220, lo riconsegnò agli Ubaldini ai quali lo tolse nel 1244 Innocenzo IV concedendolo alla Chiesa imolese: più tardi se ne impossessò Maghinardo Pagani che nel 1276 resistette validamente all'assedio portato dai Bolognesi collegati ai Fiorentini. Nel 1292 si sottomise al Comnue di Imola e agli Alidosi, sei anni dopo venne aasediato ancora senza esito dai Bolognesi, che riuscirono ad entrarne in possesso soltanto dopo la morte di Maghinardo, avvenuta nel 1302; nel 1311, infatti, il Comune di Bologna provvide a fortificarlo con una rocca, mantenendone il possesso fino al 1350, anno in cui fu occupato dal Durafort, conte di Romagna. Dieci anni dopo Innocenzo VI lo concesse a Gioacchino Ubaldini che nel 1362, morendo, lo donò al Comune di Firenze. Nel 1371 era comunque di nuovo soggetto ai Bolognesi ai quali lo tolse nel 1405 il Cardinale Cossa per cederlo ai Fiorentini «et dengligo» annota un anonimo cronista bolognese «per cinque millia corbe de formento...». Il dominio di Firenze sul castello durò circa settant'anni; nel 1473, infatti, Sisto IV lo concesse al nipote Girolamo Riario il quale cinque anni dopo incaricò Antonio e Francesco Marchesi di rinforzare e ampliare la rocca. Tale investitura papale suscitò l’ira di Lorenzo de’ Medici, le cui truppe fiorentine affrontarono quelle del Riario proprio nei pressi della Rocca che sovrasta il paese (che dalla consorte del Riario, Caterina Sforza, prese il nome), in una battaglia nel 1488 in cui perse la vita un tale Cecca, inventore di catapulte ammirato in tutto il territorio fiorentino. L’episodio è narrato da Niccolò Machiavelli, che a Piancaldoli sostò durante un suo viaggio verso Imola, nelle sue Istorie Fiorentine. L'assedio fiorentino fu vincente e Piancaldoli fu espugnato, rimanendo così definitivamente in possesso del Comune di Firenze. Della rocca è rimasta solo la torre principale, cimata e fortemente rimaneggiata ma ancora leggibile per l'ingresso sopraelevato. L'edificio, che domina il paese e l'alta valle del Sillaro da più di cinque secoli, oggi è restaurato ed è una normale abitazione. La leggenda popolare vuole che nella rocca di Caterina Sforza si odano tuttora strani rumori e che a Monte La Fine (ove sorgeva un'altra fortezza) nella notte di Natale, appaia la malvagia Contessa con spada ed armatura, sopra un destriero bianco.

Fonti: http://www.progettoubaldini.it/eventi/castelli-ubaldini/61/piancaldoli.html, http://www.piancaldoli.it/storia.aspx?ID=4, http://digilander.libero.it/piancaldoli/Poggio_Rocca.htm


Foto: è presa da http://www.progettoubaldini.it/eventi/castelli-ubaldini/61/piancaldoli.html

lunedì 19 giugno 2017

Il castello di lunedì 19 giugno






MESOLA (FE) - Torre Abate in località Santa Giustina

Santa Giustina è un piccolo borgo contadino nel ferrarese, a pochi chilometri dal Po. Fu costruito ex novo nel 1954, in posizione baricentrica fra Mesola, Bosco Mesola e Goro, come "avamposto" agricolo: sorge a due passi da Torre Abate, uno dei gioielli architettonici dell'intero Delta. E' la testimonianza più significativa dello sforzo profuso nella difesa idraulica del territorio ed è legata alla storia delle bonifiche ferraresi intraprese dalla signoria Estense nel XVI secolo. Realizzata nel XVI secolo (all'epoca sorgeva sulla riva del mare Adriatico), è un manufatto a pianta rettangolare composito: nata come chiavica nella seconda metà del sec. XVI all’interno del vasto progetto di bonifica intrapreso da Alfonso II d’Este, venne ben presto inglobata nel recinto murario che perimetrava la tenuta di Mesola, bene allodiale, cioè di piena proprietà del Duca. Dotata di cinque conche voltate a botte la chiavica monta altrettante porte vinciane che facevano defluire le acque dei canali di scolo ed impedivano il reflusso di quelle marine. La sua efficienza idraulica fu tuttavia di breve durata perché l’area venne ben presto interrata dal repentino avanzamento della linea di costa conseguente  al Taglio di Porto Viro (1599). Ebbe dunque funzione difensiva e di controllo. La parte in elevato, realizzata nel sec. XVII, è costituita da un corpo di fabbrica ad androne passante con i prospetti minori rientranti, ed è sormontata da una torretta d’avvistamento per il  controllo del territorio. Torre Abate è di proprietà del Demanio dello Stato, mentre appartengono al Comune di Mesola i 7 ettari di terreno circostante che negli anni Ottanta del secolo scorso sono stati  riallagati artificialmente per  restituire il contesto paesaggistico della chiavica. Restaurato negli anni Sessanta, oggi l'edificio è circondato da uno specchio d'acqua e da vegetazione palustre, con laghetti e rappresenta una piacevole meta per un'escursione tra la natura. Ecco un interessante video dedicato alla torre (di Lucio Agnelli): https://www.youtube.com/watch?v=QzEDs6dA_d0. Altro link suggerito, per approfondimenti: http://www.torreabate.it/

Fonti: http://www.ferraraterraeacqua.it/it/mesola/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/torre-abate, https://www.youtube.com/watch?v=QzEDs6dA_d0, https://www.turismoitalianews.it/proposta-della-settimana/13062-da-santa-giustina-nei-pressi-di-mesola-la-base-per-scoprire-i-gioielli-medievali-e-dell-epoca-estense-nel-delta-del-po, http://www.ferraradeltapo-unesco.it/paesaggioculturale/torreabate/

Foto: la prima è presa da https://www.turismoitalianews.it/proposta-della-settimana/13062-da-santa-giustina-nei-pressi-di-mesola-la-base-per-scoprire-i-gioielli-medievali-e-dell-epoca-estense-nel-delta-del-po, la seconda è presa da http://www.leterredidante.com/mesola?lightbox=image237h

sabato 17 giugno 2017

Il castello di domenica 18 giugno




PORTICI (NA) – Palazzo Capuano

E’ il più antico edificio storico di Portici, sito in Piazza S. Ciro, 17. Costruito nel 1025 per volontà del nobile napoletano Gualtiero Galeota, era originariamente destinato alla funzione di Palazzo Ducale, cioè sede del potere feudale della zona. La struttura attuale è il risultato della sovrapposizione di elementi di epoche diverse. La parte più antica è costituita dalla torre, originariamente distinta rispetto al resto dell'edificio, cui si appoggia un corpo di fabbrica edificato nel XIV secolo. Molto della struttura originaria è andato perduto all'atto dell'apertura, nel 1948, della contigua via Libertà. Per far posto alla nuova arteria, buona parte del corpo di fabbrica di epoca rinascimentale è stato demolito, determinando così anche la perdita di una splendida galleria decorata da affreschi di Belisario Corenzio, rappresentanti le storie del Vecchio Testamento. Il Palazzo è stato occupato da numerose famiglie della nobiltà napoletana, tra cui i principi Colonna di Stigliano, i nobili genovesi Mari, i del Giorno, e infine dalla famiglia Capuano fino al XIX secolo. Successivamente l'edificio è stato abitato dalle famiglie Mercurio e Materi. Acquisito al demanio pubblico, fino alla fine dell'Ottocento l'edificio è stato sede del Municipio e, fino a circa cinquanta anni fa, della Regia Pretura. Il trasferimento degli uffici comunali in altra sede ha determinato l'inizio di un progressivo degrado strutturale. Oltre alle diverse famiglie nobiliari che vi si sono succedute, Palazzo Capuano ha ospitato nel corso dei secoli numerosi personaggi di rilevanza storica, quali le regine Giovanna I e Giovanna II D’Angiò-Durazzo (che qui, si dice, incontrasse i suoi amanti); Bernardo Tanucci, ministro plenipotenziario dei re Carlo di Borbone e Ferdinando II delle Due Sicilie; il principe Scanderbeg, e Donna Anna Carafa, moglie del viceré di Napoli Ramiro Núñez de Guzmán e madre del feudatario Barone Nicola Guzmàn Carafa. Come detto, la struttura attualmente visibile conserva pochi tratti della configurazione originaria. Il corpo di fabbrica rinascimentale, dalla forma irregolare, si sviluppa su due livelli, ed è sormontato dalla terrazza sulla quale ha sede una superfetazione in posizione decentrata. Rigorosi timpani lineari decoravano le finestre con l'eccezione di quella in asse con il portone d'ingresso, con timpano triangolare. Il portone a tutto sesto e strombato, recava lo stemma nobiliare in chiave di volta (oggi andato perduto) e dà accesso ad un notevole androne con volte a vela. La costruzione originaria, parecchio estesa, aveva come confini il vico Casaconte da un lato, e il largo Croce al Mercato, dall'altro. Annesso alla costruzione esisteva un vasto giardino caratterizzato dalla presenza di numerose fontane e giochi d'acqua, che probabilmente attingevano la propria fonte dal fiume Dragone, oggi scomparso dalla superficie cittadina. Un pregio dell’edificio era, infatti, la presenza di abbondante acqua perenne, che formava fontane nei cortili, nei giardini, e negli appartamenti. Al tempo dei signori Capuano l'acqua presente nel palazzo, attraverso canali sotterranei, proveniva dalla parte alta di Resina e si distribuiva anche nelle camere e nelle cucine, giungendo fino a due fontane nei giardini. Originariamente l'imponente palazzo si estendeva fino al primo vicolo a destra nella strada della Parrocchia, dove si trovava una masseria, che costituiva il confine dell'antica Portici, prima dei 1631. Sulla situazione attuale del palazzo, potete leggere questi link: http://www.lostrillone.tv/portici-pronto-il-restyling-di-palazzo-capuano/10086.html, http://www.paolocogotti.com/Architettura/concorsi/portici/Relazione%20Piazza%20San%20Ciro.pdf




venerdì 16 giugno 2017

Il castello di sabato 17 giugno




SARZANA (SP) – Castello della Brina

E’ stato un insediamento posto sul versante collinare sinistro della bassa val di Magra, lungo un crinale secondario, fra le località di Falcinello e Ponzano Superiore, in località Torraccio, nel comune di Sarzana, al confine con il comune di Santo Stefano di Magra. La postazione difensiva, costituita per lo più da una torre circolare, fu voluta nella seconda metà dell'XI secolo dai conti-vescovi di Luni per il controllo della strada che, dal centro di Sarzana, conduceva al borgo di Ponzano e, oltrepassando l'Appennino, raggiungere la Pianura Padana. La via costituiva un'alternativa alla più nota "rotta commerciale" passante per i borghi di Santo Stefano di Magra ed Aulla. Il toponimo "Brina" è menzionato per la prima volta in un contratto di vendita del 25 maggio 1055 dove, tra i testimoni dell'atto, si cita un certo Giacomo Corradi di Brina. Le case, i terreni e le mura del castello "della Brina" vengono altresì citati in un documento di vendita del 14 giugno 1078; nell'atto, un certo Pellegrino di Burcione cedeva al vescovo di Luni Guido II (o Guidone) tutti gli averi e possedimenti al di fuori le mura della postazione difensiva. Nel 1279 la collina della Brina e il suo castello, forse per la sua importanza strategica, furono al centro di una violenta lotta per il suo possedimento tra la nobile famiglia Malaspina e il vescovo lunense Enrico da Fucecchio. Tale contesa condusse alla demolizione della torre con il resto del cassero duecentesco dopo la pace di Castelnuovo del 1306. L’abbattimento di queste strutture fu un atto simbolico importante, di definitivo annullamento del potenziale militare del castello. Una volta evacuata la rocca e dopo un periodo di breve abbandono nel quale erano già crollati parte dei tetti, si mise mano alla sua distruzione. Per la torre si usò una tecnica utilizzata quando ancora non si conosceva la polvere da sparo: man mano che si scalzavano le pietre alla base del paramento, vi venivano alloggiati dei puntelli di legno, per sostenere la struttura durante l’opera di asportazione; in seguito vi si appiccava il fuoco, in modo da far mancare il sostegno e provocarne il cedimento. Il muro di cinta del ridotto fortificato e i perimetrali del palazzo ebbero sorte analoga: furono scalzati facendo leva su dei cunei inseriti alla base e tirandoli dalla parte opposta con corde agganciate alla sommità. L’annullamento della rocca comunque non comportò l’abbandono totale del sito, che continuò a essere frequentato in diverse sue parti. La zona più elevata del ridotto difensivo con il tempo fu liberata dalle macerie più ingombranti e livellata per consentirne l’uso come punto di avvistamento. Anche lo spazio esterno alla rocca verso est fu regolarizzato per ospitare almeno una capanna e altri piccoli edifici con murature legate a secco, e la stessa stalla potrebbe essere rimasta in funzione per una parte del Trecento. Un’area di guardia più attrezzata fu costruita con materiale di reimpiego presso gli accessi meridionali della cinta. Essa era costituita da un ampio edificio che prospettava su uno spiazzo acciottolato antistante la porta principale. Era probabilmente questa la parte principale del podium che secondo i documenti avevano realizzato al 1386 i Malaspina, ai quali era rimasto il possesso del castello dopo la pace con il Vescovo. Per tali motivi ancora nel Quattrocento fu collocata qui la dogana di Sarzana. Dal 2000, sino all'estate del 2013, una serie di campagne archeologiche hanno portato alla luce gli ambienti del castello, due ordini di cinte murarie dell'insediamento, alcuni tratti di abitato. Sono state trovate inoltre tracce di un insediamento pre-romano, facendo retrocedere la datazione della fruizione del sito di molti secoli. Oggi l’unica interessante testimonianza del castello è il “torraccio”, la torre del sistema difensivo, spezzata ad arte da cunei e adagiata su un fianco. Per approfondimenti, suggeriamo la visita del sito ufficiale: http://castellodellabrina.it/, nonché del seguente link: http://old.comune.sarzana.sp.it/citta/territorio/Fortezze/Castello_Brina.htm





Il castello di venerdì 16 giugno






GRONDONA (AL) - Castello

La zona venne infeudata dai carolingi ai Marchesi di Gavi sotto Pavia. Grondona viene citata per la prima volta in un documento imperiale nel 1164 quando l'imperatore del Sacro Romano Impero Federico I "Barbarossa" confermava i privilegi del comune di Pavia, a cui sottoponeva Grondona. Nel 1176 Grondona venne integrata nei domini del comune di Tortona. Nel 1181 i signori di Grondona che erano Alberto Becco, Corrado, Alberto e Guglielmo Pavese giurarono fedeltà al comune di Tortona, in cambio il comune agli stessi Grondona. Nel 1181 il marchese Guido II, marchese di Gavi cedette al suddiacono Girvino la metà del castello di Grondona e altri castelli al prezzo di 600 denari d'argento comprese le torri, le mura, i fossati e qualsiasi bene posto all'interno e all'esterno degli stessi compresi i diritti e redditi pertinenti. Nel 1185 i consoli di Tortona promisero la protezione ai milanesi che avessero percorso la Valle Scrivia e la giurisdizione tortonese, dove figuravano i de Grondona, signori di Grondona, che passarono quindi sotto la protezione dei vescovi di Tortona. Nel periodo 1185-1192 vi furono frequenti scorribande  genovesi che fecero temere al vescovo di Tortona la fedeltà dei signori di Grondona. Nel 1192 Grondona giurò nuovamente fedeltà a Tortona con l'intermediazione dei marchesi di Gavi e di Parodi, alleati di quest'ultima. Tra il 1198 e il 1202 i marchesi di Gavi alienarono completamante i loro diritti feudali su Grondona. I de Grondona furono quindi gli unici signori del luogo e nel 1210 giurarono fedeltà a Tortona. Nel 1259 si costituì come comune autonomo, governato da un podestà, il primo fu il signore del luogo Federico da Grondona, signore anche di Dernice, Roccaforte e Mangioncalda di Carrega. Tra il 1294 e il 1310 Percivalle Fieschi, futuro vescovo di Tortona acquistò dai signori di Grondona parte del feudo che era quindi amministrato in condominio tra Fieschi, marchesi di Gavi e signori di Grondona. Nel 1350, dopo una controversia risolta dal luogotenente dell'impero Generardo di Arnstein, vennero delimitati i confini del feudo con le comunità di Montessoro di Isola del Cantone e Roccaforte. Nel 1369 vennero delimitati i confini del feudo con le comunità di Prato di Cantalupo e Roccaforte. Nel 1433 Nicolò Fieschi giurò fedeltà ai Visconti. Nel 1457 passò definitivamente sotto il Ducato di Milano e ne fu castellano il Marchese di Fosdinovo Giacomo I Malaspina, ma nel 1471 venne restituito a Nicolò Fieschi, dato che aveva giurato fedeltà al nuovo duca di Milano Gian Galeazzo Sforza. Nel 1547 passò insieme a Vargo di Stazzano ad Andrea Doria che lo rese feudo imperiale, ma nel 1560 ritornò ai Malaspina, che lo tennero fino al 1797. Da quel momento entrò a far parte della Repubblica Ligure, nel 1805 dell'Impero francese e nel 1815 rientrò a far parte del Regno di Sardegna nella Provincia di Novi della Divisione di Genova, da cui venne staccata nel 1859 col decreto Rattazzi per entrare a far parte della provincia di Alessandria e quindi del Piemonte. Un castello venne costruito nel 1181, su iniziativa dei vescovi di Tortona. L'edificio era di forma oblunga, con tre torri cilindriche e una cappella; esso seguì la storia di Grondona. Dal 1797 venne abbandonato. Fu distrutto da una frana il 12 aprile 1934 che provocò dieci vittime. Rimane solo il mastio, imponente struttura in pietra a pianta circolare, caratterizzato da un accesso sopraelevato rispetto alla quota del terreno. Presenta uno splendido portale in pietra e ancora visibili tracce di un bordo ad aggetto sulla sua parte sommitale, coronamento che un tempo probabilmente sorreggeva il tavolato ligneo del cammino di ronda. Data la natura del terreno su cui è edificata, la torre è a costante rischio di frana. Sono in corso importanti opere di consolidamento del terreno circostante ed il mastio (o la "Torre" come viene definita dai grondonesi) verrà smontata pezzo per pezzo e riedificata a qualche centinaio di metri dall'attuale posizione in un sito sicuro che domina l'intera valle spinti. Ecco un interessante video, di Michele Ponta, sul castello di Grondona: https://www.youtube.com/watch?v=INeJwPnBfJA

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Grondona, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), http://www.prolocogrondona.org/PagineInterne/StoriaGrondona.html, http://www.comune.grondona.al.it/testi.php?id_testi=2

Foto: la prima è presa da http://mag.corriereal.info/wordpress/2014/08/22/da-grondona-a-rivalta-tra-scrivia-borbera-e-spinti/, la seconda è presa da https://ceppogasmtb.wordpress.com/2013/05/13/tour-scalatori-alta-valle-spinti/