lunedì 30 novembre 2015

Il castello di lunedì 30 novembre







SANTA MARGHERITA LIGURE (GE) - Castello di Paraggi

Devastato da Rotari nel 641, il borgo originario, abitato soprattutto da pescatori e denominato proprio con l'antico toponimo Pescino, subì sino al X secolo numerose incursioni saracene. Nello stesso periodo vi operarono i monaci di San Colombano venuti dall'abbazia di San Colombano di Bobbio e che fondarono in zona l'abbazia di San Fruttuoso di Camogli. Feudo della famiglia Fieschi, dal 1229 si sottomise alla Repubblica di Genova che inglobò il territorio sammargheritese nella podesteria di Rapallo. Dal Medioevo in poi risulta che l'abitato era diviso in due borgate principali, Pescino e Corte, spesso divise da vivacissime lotte. Per un periodo di tempo Pescino risultò essere un quartiere della stessa Corte, come testimoniato dagli arazzi nei Musei Vaticani che raffigurano la geografia italiana. Nel 1432 subì l'attacco ed il saccheggio ad opera della Repubblica di Venezia e nel 1549 quello dell'ammiraglio turco Dragut, come la vicina Rapallo. Nel 1608 entrò a far parte del capitanato rapallese assieme ad altri borghi e località del Tigullio occidentale, Zoagli e media val Fontanabuona. L'insenatura di Paraggi, a metà strada tra Santa Margherita e Portofino, protetta alle spalle dai ripidi colli boscosi del Parco di Portofino, è dominata all'estremità di levante dal castello Bonomi. La sua costruzione fu decisa nel 1626 dalla Repubblica genovese per una maggiore difesa del territorio e della costa lungo il promontorio di Portofino. Il castello fu occupato dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte tra il 1812 e il 1814 durante la Repubblica Ligure nel Primo Impero francese. Per quanto si può oggi scorgere tra la fitta vegetazione che lo nasconde alla vista, il torrione a larga pianta quadrata, leggermente scarpata, ha un cordolo a mezza altezza, in corrispondenza delle quattro garitte laterali, e un terrazzo di copertura - oggi con successiva superfetazione - di cui è stato mantenuto intatto il parapetto merlato leggermente aggettante, poggiato su fitti beccatelli. Oggi la struttura è adibita ad abitazione privata
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Margherita_Ligure, http://www.parcoportofinocode.it/Scheda?id=50, http://www.sullacrestadellonda.it/torri_costiere/paraggi.htm

Foto: di Davide Papalini su https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Margherita_Ligure#/media/File:Castello_di_Paraggi-vista4.jpg e da http://cdn3.vtourist.com/19/6197549-Castello_di_Paraggi_Portofino.jpg?version=2

domenica 29 novembre 2015

Il castello di domenica 29 novembre







AQUINO (FR) – Castello dei Conti d’Aquino

Il primo nucleo del castello dei conti di Aquino nacque su un grande sperone di roccia al centro di due laghi, in un sito che fronteggiava la città romana. Questo avvenne nell’VIII – IX secolo, a seguito dello stanziamento ad Aquino dei longobardi; gli stessi primi “signori” aquinati erano longobardi e diedero origine alla dinastia e alla Contea di Aquino di cui Aquino fu centro e che divenne uno dei feudi più importanti dell’Italia meridionale. L’importante fortezza – castello, in cui dimorò per alcuni giorni nel XIII secolo anche l’imperatore Federico II imparentato con la stessa famiglia di San Tommaso, fu florido fino al XV secolo, quando dopo varie cruenti vicissitudini, la città di Aquino entrò a far parte dei possedimenti dei duchi Boncompagni. Piano piano le antiche strutture attorno al nucleo centrale del castello, divennero residenze di abitazione, dove si concentrò larga parte degli abitanti di Aquino, dando origine a quello che oggi viene definito “borgo medievale”. La secolare tradizione, vuole che San Tommaso sia nato all’interno del castello duecentesco, negli ambienti che ancora oggi si chiamano “casa di San Tommaso”. Il borgo medievale, con il resto del palazzo dei conti di Aquino, subirono la loro ultima drastica trasformazione con i bombardamenti dell’aprile – maggio del 1944. Dopo di allora il “borgo medievale” cominciò a spopolarsi. Oggi il comune di Aquino e il Ministero dei Beni Culturali hanno ripristinato questi storici luoghi, caratterizzati soprattutto dalla grande torre di forma romboidale che, dalla cima dell’antichissimo costone, domina tutta la piana sottostante conosciuta col nome di “Vallone d’Aquino” e attraversata dall’autostrada del sole, la grande arteria italiana. Sono comunque visibili le tracce dei rimaneggiamenti subiti anche dalla torre. In particolare l'apertura dei grossi "finestroni" in alto per convertirla a torre campanaria ne ha decisamente addolcito l'aspetto. Per approfondimenti sul tema, è doveroso visitare questo link: http://www.aquinosindacoemerito-grincia.it/aquinomedioevale/ILCASTELLODEICONTIDIAQUINO.html
 

Foto: la prime due sono cartoline della mia collezione, la terza è presa da http://www.tesoridellazio.it/public/aquino_2.jpg

Il castello di sabato 28 novembre






BROCCOSTELLA (FR) – Castello di Brocco

In un documento del 1017 si fa riferimento al colle Brocco e ad una chiesa di San Vito, ma non ad un centro abitato. Il castello fu eretto tra questa data e il 1137, in età longobarda, a difesa del territorio. Il castello di Brocco, seguendo le vicende di Sora, fu al centro dello scontro tra Imperatori e Papi nel basso Medioevo. Nel 1230 fu distrutto da Federico II come altri centri fortificati del Ducato di Sora. Nel XIII secolo Papa Innocenzo III tra i beni del monastero di S. Domenico elencò due fondi nel territorio di Brocco. Nel XIV secolo le abitazioni di Brocco furono devastate da un terremoto, mentre nel XV secolo è fatto un riferimento particolare al borgo o meglio all’arciprete Giacomo di Brocco primo parroco del luogo. Nel 1445 passò ai signori di Alvito, i Cantelmo, divenuti nel frattempo Duchi di Sora, ai quali nel 1475 subentrarono i Della Rovere, nipoti di Papa Sisto V. Nel XVI, facendo parte del ducato dei Boncompagni, sono documentate le rendite che il duca riscuoteva a Brocco e da una dichiarazione relativa al pagamento delle tasse si rileva la composizione del Consiglio Comunale nel XVIII secolo. Un anonimo nel 1579 lo descrive come: “ ... Castelletto murato in cima d'un bellissimo colle: fa veramente circa 75 fuochi, ... Ha nel suo piano una bellissima pesca di trotte e di carpioni nel fiume Fibreno ...”. Ricorre il nome di Brocco anche nelle tragiche vicende di briganti che infestarono il territorio dopo l’unità d’Italia. Dell'originario castello rimangono cinque torri ed alcuni tratti di mura.



venerdì 27 novembre 2015

Il castello di venerdì 27 novembre






CHIUSA (BZ) - Castello Branzollo

In una stretta della media Valle d'Isarco, a m. 516 sul livello del mare, a Nord dell'imbocco per la Val Gardena e a Sud di quello per la Val di Funes, tra il corso del fiume e i dirupi rocciosi dell'altura su cui sorge il Monastero di Sabiona, si trova la cittadina di Chiusa (Klausen), di origine romana, già menzionata intorno alla metà dell'XI secolo. Deriva il suo nome da una chiusa. Importante centro economico e politico per tutto il Medioevo, fu prima sede dei vescovi (Sabiona), poi, una volta trasferitisi a Bressanone, ne divenne la principale dogana (Castello di Branzollo), ottenne lo status di città a prtire dal 1308 e fu sede di mercato: i traffici commerciali e l'attività delle miniere gli diedero sviluppo economico. E' suggestivo percorrerne a piedi il borgo che si sviluppa sulla strada principale, su cui si aprono case del XV e XVI secolo, con portali e sporti in legno. Del XV secolo sono anche la gotica parrocchiale e la chiesa dei SS. Apostoli. La strada a ciotoli che in salita conduce dal borgo di Chiusa al Monastero di Sabiona, passa per il Castello di Branzollo (Burg Branzoll), che domina poco sopra il centro del borgo. Costruito dai signori di Sabiona, passò poi (1309) ai vescovi di Bressanone, che vi posero (nel XIV secolo) la sede del loro capitano. Il maniero è detto, infatti, anche Torre del Capitano, perché dal 1465 al 1671 fu sede del Burgravio del principe Vescovo. L'edificio svolse le funzioni di dogana fra il XIV ed il XVII secolo. Il castello, così come lo si vede oggi, è frutto di una libera ricostruzione avvenuta tra la fine del XIX secolo e il 1930. Di originale resta soltanto il mastio, l'unica parte della costruzione ad aver resistito al disastroso incendio del 1671, cui seguirono due secoli di pressoché totale abbandono.

Fonti: http://www.oscartext.com/Sabiona.htm, http://m.visititaly.com/PoiDetail.aspx?&id=954769, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Capitano

Foto: da http://www.suedtirolerland.it/images/cms/1254484985D-100_0759.jpg e di rememberthai su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/100042/view

giovedì 26 novembre 2015

Il castello di giovedì 26 novembre






BORDIGHERA (IM) - Torre Sapergo e Torre dei Mostaccini

Bordighera ha conservato diverse testimonianze di antiche fortificazioni: Torre Beraldi o di Sapergo, costruita a cavallo tra il XV e il XVI secolo su un poggio soprastante la cittadina, alle spalle della Villa Garnier; parte dell'antica cinta muraria che racchiudeva il borgo originario; due torrioni ai vertici delle cortine di mura, a sud e a ovest, di cui il secondo - a pianta semicircolare, ormai ridotto a rudere - si scorge dalla Villa tra la fitta vegetazione. E infine, sulla collina che domina la cittadina, a 115 mt sul mare, sorge la torre dei Mostaccini, costruita nel XV - XVI secolo. Serviva probabilmente per la segnalazione e l'avvistamento, ma forse anche per la difesa. Quadrangolare, con una leggera scarpa nel muro a sud fino all'altezza del cordolo di raccordo al parapetto della terrazza di copertura, presenta ancora i resti dei sostegni delle caditoie sopra la porta di accesso sul lato ovest. Il materiale usato per erigerla è la pietra irregolarmente squadrata mista a laterizi e malta. È in buono stato di conservazione, anche se rimaneggiata nella parte terminale in epoca recente. La torre svetta all'interno di un parco privato e accanto ad essa è stata costruita, in epoca moderna, ma in stile antico rinascimento marchigiano, un'elegante villa il cui profilo si staglia nel cielo di Bordighera. Quassù salì Claude Monet per dipingere uno dei suoi più famosi paesaggi di Bordighera: la città vecchia incorniciata dai rami di ulivo, conservato all'Art Institute di Chicago.

Fonti: http://www.italiamappe.it/arte_cultura/palazzi_ville_castelli/81808_Torre-Mostaccini, scheda di Sara Campora su http://www.sullacrestadellonda.it/torri_costiere/bordighera_torre_mostaccini.htm

Foto: la prima, relativa a Torre Sapergo, è presa da http://www.bordighera.net/bordighera-le-considerazioni-di-montanaro-su-sapergo-n41893; la seconda, relativa alla Torre dei Mostaccini, è una cartolina della mia collezione

mercoledì 25 novembre 2015

Il castello di mercoledì 25 novembre






GERACE (RC) - Castello Normanno

Il castello di Gerace sorge proprio in cima all'amba rocciosa intorno alla quale si sviluppò l'originario centro abitato del paese. Il maniero è stato fortificato dai Normanni nell'X secolo, in seguito i suoi feudatari furono; i principi Grimaldi di Genova, i De Marinis, i Caracciolo, i marchesi di Aragona e i De Cordoba. La fortificazione era separata dal paese di Gerace, accessibile mediante un ponte levatoio lungo dieci metri, che poggiava su un pilone intermedio ricavato nella roccia. Nel 986 gli Arabi devastarono Gerace e il castello, i danni alla fortificazione vennero riparati successivamente dai Normanni. Durante la dominazione degli Spagnoli, furono eseguiti alcune ristrutturazioni militari. Sulla facciata principale, lunga più di venticinque metri, erano presenti feritoie, guardiole e corridoi interni. Sul vertice sud-est il torrione a base circolare, sulla sua parete rettilinea, in alto uno stemma in marmo bianco a forma di scudo, ornato dalla raffigurazione di due torri, un leone dei gigli e delle pignatte. La grandiosa Sala delle armi, era una degli alloggi di valore tanto da sovrastare la facciata, coronata da un merlatura ghibellina, la sala era anche detta di Mileto. All'interno esistevano costruzioni che assicuravano lo svolgimento della vita quotidiana, corridoi scavati nella roccia, un oratorio bizantino (con abside arricchita da pregevoli decorazioni pittoriche e che rimase funzionante fino al XVII secolo), una cisterna per l'acqua di origine romana. Il maniero, circondato da possenti mura difensive, possedeva ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque piovane, che confluivano nel grande pozzo centrale. I terremoti del XVII secolo lo danneggiarono notevolmente, in particolare quello del 1783. I resti del castello rimasti sono: i pilastri del ponte, il corpo dell'ingresso, i ruderi del colonnato, i due ingressi (attestata l'esistenza di un cortile interno), la torre circolare scarpato e cordonato e i resti della torre angolare distrutta durante la seconda guerra mondiale. Presso il castello, sul piano inferiore, si apre una grotta detta San'Antonio del Castello. Nella zona antistante il castello vi è un piazzale, denominato "Baglio", forse dal nome del magistrato che nella piazza emetteva le sentenze. Riservato un tempo al commercio e alle attività militari, dal Baglio si gode uno splendido panorama sul paese di Antonimina, e su tutta la valle omonima che ospita gli impianti termali e le famose Acque Sante Locresi. Per la sua posizione in cima alla rupe a dominio della vallata, il castello normanno di Gerace è meta di turisti e visite guidate, nonostante sia oramai ridotto a rudere. Visitando questo link potete vedere due ottime foto che mostrano l'edificio dall'alto: http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=124

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Gerace, http://www.comune.gerace.rc.it/acc/index.php?option=com_content&view=article&id=68&Itemid=112, http://www.calabriatours.org/castelli/castello_gerace.htm, http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=124

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.comune.gerace.rc.it/img/castello/castello1.jpg

martedì 24 novembre 2015

I castelli di martedì 24 novembre






BALZOLA (AL) - Castello Fassati Bertinotti e Castello Grignolio

Sicuramente occupato da popolazioni celtiche in epoca romana era interessato dalla Strada di Antonino Pio che provenendo da Ticinum (Pavia) per Lomello, Cozzo arrivava a Carbantia (quasi sicuramente l'attuale Balzola) per Rigomago (Trino vecchio, Ceste, Quadrata e Augusta Taurinorum). Infatti nel territorio balzolese si sono trovate necropoli, con tombe arredate ed anche armi. Il toponimo Balzola - secondo elementari interpretazioni ottocentesche - potrebbe derivare dalle balze del Po ma è più attendibile la derivazione dal vocabolo barbarico "balbatio" o "baltio" equivalente a terra bassa. I figli di Guidone di Balzola si erano schierati (con molti altri) a fianco del margravio Arduino d'Ivrea e dopo la sua caduta vennero esautorati. Balzola appartenne pertanto alle famiglie cellesi dei Tizzoni e Avogadri. Poi fu dei Corradi di Lignina, dei Biandrate e nel '600 dei Fassati prima con titolo comitale e successivamente marchionale. I Marchesi di Monferrato, di stirpe Aleramica possedevano, forse per sicurezza maggiore, anche la riva sinistra del Po, e pertanto Balzola seguì le sorti delle vicende derivanti dal passaggio nel 1305 dagli aleramici ai Paleologi di Bisanzio. Fu quindi soggetta ai Visconti e donata, su pressione di Facino Cane, da Caterina Visconti al marchese Teodoro II Paleologo. Insensibile fu certo il passaggio dai Paleologi ai Gonzaga di Mantova, dopo la definitiva sentenza di Carlo V nel 1536. A cominciare dalla guerra scatenata dal duca di Savoia nel 1613 per la successione al ducato di Mantova e Monferrato, il territorio balzolese subì occupazioni e soprusi da ciascuna della parti in guerra, anche dai francesi in lotta per la supremazia in Italia. Il borgo subì gravi infezioni di peste portata dai soldati, tanto che con atto notarile (15.11.1652) la comunità si dedicava alla protezione di S.Rocco. Con l'esautorazione del duca Ferdinando Carlo Gonzaga la zona passava a Vittorio Amedeo II, come l'intero Monferrato, ed i Fassati erano i feudatari di Balzola. In paese esisteva una chiesetta antica dedicata a S.Michele (protettore della nazione longobarda) ed i Fassati la fecero ricostruire abbellendola con quattro grandi tele, del Guala, il più importante pittore del settecento piemontese. I Fassati si impegnavano altresì nella erezione della grande chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria Assunta , su progetto del conte Ottavio Francesco Magnocavalli (consacrata il 20.9.1778). Con l'occupazione francese del 1799 a Balzola si insediò il primo "maire" (sindaco), il Dott. Giuseppe Grignolio e come segretario il notaio Carlo Gilardino. Con la caduta di Napoleone il Piemonte ritornava a i Savoia, ed a Torino fecero capo tutte le attività personali e sociali dei balzolesi. Il castello Fassati, detto anche Castello vecchio, sorgeva su un’antica costruzione fortificata, appartenuta ai Tizzoni e di cui si ha notizia già nell’XI secolo. Un atto datato 1419, che stabilisce la suddivisione del castello e delle sue pertinenze tra due membri della famiglia Tizzoni, ci fornisce preziose indicazioni sull’aspetto originario dell’edificio: probabilmente era cinto soltanto da un fossato, unica struttura difensiva di un complesso di costruzioni, organizzate intorno a una “platea” e abitate dai famigliari e fors’anche dai servi del feudatario. Il ricetto svolgeva la funzione di mero domini locus, vale a dire di dimora signorile, più che essere un’area destinata ad accogliere la popolazione in caso di attacco nemico. Sappiamo che vi era una “intrata” e dunque possiamo presumere vi fosse una porta di accesso al castrum. Altri elementi emergono da una mappa del 1607, stilata dall’ingegnere Lelio Samero, che fu fattore ducale. In essa il castello è raffigurato come una manica lineare, dotata su un fianco di una porta – o forse di un portico –  e collegata da ruderi di mura a una torre cilindrica, che si erge nell’angolo a sud-ovest dell’area del castello. L’edificio fu distrutto dall’incendio del 1615 e i suoi ruderi vennero restaurati e rimaneggiati nel XIX secolo, per trarne una dimora gentilizia. Tuttavia, numerosi crolli, l’ultimo dei quali risalente al 1971, dovuti a difetti strutturali, o a calcoli errati da parte dei tecnici preposti alla ristrutturazione, ne hanno impedito l’utilizzo e l’edificio è rimasto sempre disabitato. Oggi si presenta con i resti della sua struttura imponente, a pianta rettangolare, con due massicce ali laterali sopraelevate rispetto al corpo principale. Le finestre rettangolari si aprono a intervalli regolari nelle ali laterali, mentre nel corpo principale sono sovrastate da un ordine di finestre a tutto sesto. L’intonaco in gran parte crollato lascia intravedere amplissime porzioni dell’originale struttura in mattonato rosso. Due leggende popolari avvolgono di mistero la storia del castello. La prima spiega esotericamente il suo destino di costruzione abbandonata, affermando che esso era abitato da un mago lebbroso, che maledisse il castello, quando nel 1650 ne fu cacciato dai proprietari, risoluti a ristrutturare l’edificio. Da allora, si narra, chiunque provi a ricostruire, o ad abitare il maniero si imbatte nel fantasma del mago, una figura maschile vestita di tela di sacco, che reca il bastone con campanella, peculiare dei lebbrosi. Una seconda leggenda narra dell’atroce fine di un gruppo di ragazzini, penetrati avventurosamente nel lungo sotterraneo che i Tizzoni fecero costruire tra il castello e il paese di Torrione e che pare avesse bocche di areazione ogni cinquecento passi. Secondo la leggenda, nel sotterraneo sarebbe conservata un’incisione, recante una maledizione. Il Castello Grignolio è una villa degli anni Venti, in stile Neogotico, ai piedi del Monferrato. Progettato dall'Architetto Carrera, l’ardito maniero, circondato da un muro di cinta merlato, ha come fondamenta l’antica ghiacciaia circolare di Balzola, visibile al piano terra. Ha: una piccola meravigliosa cappella, sontuosi mobili originali di Aldo Boggione, porte intarsiate, vetrate a piombo del Prof. Siletti ad opera della Vetreria Janni di Torino, pareti ricoperte di seta e decorazioni pittoriche di Angelo Bigatto, lampadari in vetro di Murano e in ferro battuto; pavimenti a parquet, pietra, mosaico, e così via, tutto di altissimo pregio artistico. Si sviluppa su 8 livelli per un'altezza di 30 metri, più di 600 mq. di superficie, scalinate esterne ed interne, balconi e terrazze, illuminazione notturna esterna e un gradevole giardino storico pensile. Negli ultimi 5 anni il maniero è stato sottoposto ad un costante restauro: nuova caldaia a condensazione; manopole termostatiche ai radiatori; sistema elettrico a norma con le sezioni a vista in rame; 150 mq di terrazze pavimentate a mosaico di pietre naturali; il piano terra è stato adibito a location per piccole cerimonie ed eventi.

Fonti: http://www.comune.balzola.al.it/ComStoria.asp, http://www.castellobalzola.com/Description.html, scheda di Patrizia Nosengo su http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7B68CD2A63-B411-6B4B-CBE8-83D152895E9C%7D&A=0

Foto: la prima, raffigurante il Castello Vecchio, è di marcofederico su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/22298/view. La seconda, relativa al Castello Grignolio, è di naldina47 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/171786

lunedì 23 novembre 2015

Il castello di lunedì 23 novembre






ARITZO (NU) - Castello Arangino

Il singolare edificio è situato lungo il corso Umberto, nella parte S dell'abitato. Risale al 1917 e fu costruito dal cavalier Vincenzo Arangino. Appartenente alla famiglia Arangino, estintasi nel 1954 per un tragico fatto di sangue, rientra nel modello del castello di tipo medioevale, ampiamente diffuso nelle abitazioni signorili e nelle ville costruite tra XIX e XX secolo, con riferimenti più o meno evidenti all'architettura storica. La costruzione ha una pianta asimmetrica, corrispondente all'aspetto esterno irregolare: l'uso della pietra a vista del prospetto principale è reso meno pesante dalle aperture e soprattutto dalla loggia retta da mensole e colonnine nell'angolo. L'apertura principale ad arco a sesto acuto è affiancata da due colonne su mensole che reggono la cornice coperta con le tegole. Un bel cancello in ferro battuto immette nell'atrio scoperto dove sono visibili sia gli archi acuti che contengono piccole aperture rettangolari, sia i merli nella parte alta dei muri. All’interno si ammirano decorazioni dipinte e a stucco e splendidi arredi. La torre, che domina il paese e tutta la vallata, sembra essere posta memoria del passato potere feudale che la famiglia esercitava sul territorio. Un tempo dietro l'edificio si apriva un parco con interessanti specie botaniche, ora smembrato e venduto per una lottizzazione.

Fonti: http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=19373&v=2&c=2488&c1=2124&t=1, http://wikimapia.org/14673357/it/Castello-Arangino, http://www.turismo.it/cultura/articolo/art/sardegna-cosa-nasconde-il-castello-arangino-di-aritzo-id-9764/

Foto: da http://www.lamiasardegna.it/images/aritzo/040.jpg e da http://www.turismo.it/typo3temp/pics/93d0f56bc1.jpg

sabato 21 novembre 2015

Il castello di domenica 22 novembre






CIVITAVECCHIA (RM) – Forte Michelangelo

Il Forte Michelangelo è una fortezza che protegge il porto di Civitavecchia. Tra il X e l'XI secolo, in posizione dominante tra le rovine dell'antica città e del porto devastato, sorse una rocca e lentamente accanto ad essa si formò un piccolo borgo, lungo l'antica strada romana. Già nel Duecento e nel Trecento il porto di Civitavecchia venne usato come approdo, sia pure ancora mal collegato e privo di attrezzature. Con la riorganizzazione dello Stato della Chiesa, iniziata dopo il Concilio di Costanza (1414-18), Civitavecchia riacquistò lentamente un assetto urbano organico e il suo porto venne restaurato e la città si arricchì di pregevoli edifici che le fonti del tempo attribuiscono a Bernardo Rossellino. La riscoperta dell'allume sui monti della Tolfa e l'esigenza di organizzare l'esportazione del prezioso minerale, determinarono la definitiva rinascita del porto. Dopo i saccheggi, gli incendi e le stragi subiti dalla città verso la fine del 1400, perdurando la continua minaccia dei pirati che infestavano il mare delle coste civitavecchiesi, Giulio II della Rovere, salito al soglio pontificio nell'anno 1503, rendendosi particolarmente conto della necessità di mettere in stato di efficiente difesa il porto di Civitavecchia, decise di munire la città di una fortezza che, oltre a difendere il porto, chiave di ogni comunicazione con Roma, assicurasse una tranquilla esistenza ai cittadini che, per sfuggire alle invasioni nemiche, erano stati costretti a trovare rifugio sui monti vicini. Il restauro venne affidato ai maggiori architetti della corte pontificia, tra cui Giovannino de’Dolci, Baccio Pontelli e Donato Bramante, al quale Giulio II della Rovere commissionò il progetto della fortezza che ancora oggi domina il bacino portuale. Fra i frequentatori celebri vi fu anche Leonardo da Vinci che studiò accuratamente e disegnò gli edifici romani ancora superstiti. Il forte, di imponenti dimensioni (è tra i più vasti che in quella epoca siano mai stati costruiti), ha la forma di un quadrilatero (la cui pianta misura circa 100 x 120 metri) con quattro torrioni angolari e il Maschio di forma ottagonale. Su uno dei torrioni, quello di levante, è presente il simbolo appartenente allo stemma di papa Giulio II (che fece edificare questa fortezza) ovvero un albero di rovere; sta a simboleggiare il luogo in corrispondenza del quale Giulio II, il 14 dicembre 1508, benedisse e murò la pietra angolare. Ma il Bramante, morto l'11 Marzo 1514, non ebbe la soddisfazione di veder compiuta l'opera. I lavori continuarono sotto la direzione dei due allievi Giuliano Leno ed Antonio da Sangallo il Giovane. La fortezza fu completata nel 1537 sotto il pontificato di Paolo III Farnese, grande mecenate delle arti. Una tradizione locale priva di riscontri vorrebbe che il maschio, ossia il torrione principale della fortezza, sia stato progettato da Michelangelo Buonarroti, da cui il nome di Forte Michelangelo. I bastioni sono così chiamati: San Paolo,San Pietro, San Romolo e San Giulio. Secondo i punti cardinali sono San Paolo a sud-est, San Pietro a sud-ovest, San Romolo a nord-ovest e San Giulio a nord-est. Secondo alcuni testi sono noti anche come San Colombano, Santa Ferma, San Sebastiano e San Giovanni. Le muraglie del Forte sono rivestite di travertino e tutto intorno correva il fossato, oggi scomparso e la cui colmatura cela sotto terra tutto lo zoccolo al di sopra del quale la scarpata leggermente si inclina. In alto la muraglia ritorna a piombo, circondata presso la sommità da un vago cornicione sorretto da mensole di fattura classica. Le muraglie sono coronate da parapetti, aventi aperture più o meno ampie a seconda dell'uso: per gli archibugi o per i cannoni. Il Forte poteva essere completamente isolato dal resto della fortezza onde potervi concentrare l'estrema difesa. L'antico ingresso si apriva tra il Maschio e la torre dal lato di ponente, si vede ancora la carrucola di bronzo che serviva per abbassare ed alzare il ponte, sugli stipiti è scolpito l'ordine: "LASCIATE L'ARME". Nel torrione di San Sebastiano è ricavato anche un corridoio sotterraneo, come uscita segreta della fortezza verso terra. Si suppone che sbucasse all'interno delle mura di cinta della città. Nel torrione di Santa Firmina, una volta a diretto contatto con il mare, è sistemata fin dall'origine una piccola cappella in onore della Santa Patrona della città. La fortezza si estende per intero sopra un vasto edificio romano di età imperiale, forse caserma dei classiari distaccati qui per i bisogni della flotta e del porto Traiano. L'edificio, in parte esplorato, rivelò un vasto ambiente conservante quasi per intero un bel pavimento a mosaico di stile geometrico. Sede della Capitaneria di Porto, il Forte Michelangelo è stato recentemente al centro di un’importante opera di riqualificazione del porto storico di Civitavecchia, fortemente voluta dall’Autorità Portuale con la supervisione della Soprintendenza. Per chi è di passaggio e ha a disposizione poco tempo, si consiglia una piacevole passeggiata lungo il nuovo percorso pedonale che circumnaviga il Forte, caratterizzato da ampie aiuole verdi ed un incantevole specchio d’acqua che gira intorno alla Fortezza, come a voler ricordare il mare che in passato ne lambiva le mura. Per ulteriori approfondimenti, consiglio di visitare la scheda di Marisa Depascale su http://www.mondimedievali.net/castelli/Lazio/roma/civitavecchia.htm, in cui troverete anche video e foto del monumento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_Michelangelo, http://www.civitavecchia.com/luoghi-monumenti.html, http://civitavecchia.portmobility.it/it/il-forte-michelangelo

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di scolore su http://www.panoramio.com/photo/10918840

Il castello di sabato 21 novembre






FIANO ROMANO (RM) – Castello Ducale Orsini

Edificato strategicamente su uno sperone roccioso agli albori del Medioevo, Fiano presenta l'armonico intreccio dei tre elementi dell'architettura castellana italiana: cinta, mastio e palazzo. Sulla fortificazione di possenti mura si ergono a nord cinque torri rettangolari e, a est, l'Abbazia sconsacrata di Santa Maria trans pontem. Si apre, ad ovest, Porta Capena, di tipica struttura rinascimentale con arco a tutto sesto a conci bugnati, con annesso rivellino, una volta muniti di ponte levatoio ligneo. Il primo documento in cui troviasamo citato il castello è una bolla redatta da Papa Gregorio VII (1073-1085) nella seconda metà dell’XI secolo in cui risulta appartenente ai monaci benedettini dell’Abbazia di San Paolo a Roma, proprietaria di molte altre strutture nella zona, anche se dal punto di vista delle tracce “edilizie” sono scarse le testimonianze architettoniche sulle originari strutture relative a quel periodo. Alla fine del Trecento una parte del Castrum passò alla famiglia Orsini che nel 1404 per una somma irrisoria divenne proprietaria dell’intero castello e infine del paese. L'edificio castellano attuale è frutto di modifiche strutturali succedutesi nei secoli a opera del conte Niccolò III Orsini che nel 1493 ampliò la preesistente rocca medievale ereditata da Orso ed Elisabetta Orsini, aggiungendo la residenza comitale in limpido stile rinascimentale. Successive modifiche furono apportate dal duca di Fiano Marco Ottoboni, il quale, sul finire del XVII secolo, concluse a rettangolo il castello aggiungendo l'ala prospicente Porta Capena e via Roma. Mario Ottoboni, importante uomo d’armi, fu nominato da suo zio Papa Alessandro VIII (1689-1691) Generale delle Galere e della Marina pontificia. Per duecento anni, ad iniziare dal 1690, il castello fu proprietà degli Ottoboni. L'estrema difesa e il controllo del feudo erano affidati alle due torri alla cui ombra sorgeva il palazzo: la minore, quadrangolare e scarpata che rinforza l'angolo di sud-est, ornata con l'impresa personale di Niccolò III Orsini (collare di mastino stretto tra due mani trapassate dalle punte acuminate che rappresenta il motto 'prius mori quam fidem fallere'- piuttosto morire che tradire la fede); la seconda circolare detta “Mastio”, innestata nel tozzo cassero, alta trenta metri e con mura spesse circa 2,70 metri. Nel cortile si fondono la forza bellicosa del Mastio con l'eleganza del doppio ordine di archi a tutto sesto sormontati dalla bianca scalea che conduce al piano nobile della residenza ursinea mollemente adagiata al caldo sole di mezzogiorno. Dall'ampia terrazza cinta da merli guelfi il feudatario gioiva alla vista dei suoi possedimenti. L'ala quattrocentesca edificata da Niccolò III, a pianta rettangolare, si compone di nove sale:
- Sala Montefeltro, con scranni lignei scolpiti e intarsiati, ispirata allo studio di Guido da Montefeltro del Castello Ducale di Urbino;
- Sala Studio Orsini affrescato con gli stemmi del casato e dello stesso Conte Niccolò III vi si conserva anche una teca per l'olio santo con le immagini scolpite di quattro santi: San Giovanni Battista, San Girolamo, San Rocco e Santa Caterina d'Alessandria. L'imponente camino scolpito sul frontone le iniziali di Elena Conti, moglie di Niccolò III e l'Orsa brandente il compasso;
- Sala della Guardia dove il Papa Alessandro VI Borgia celebrò il 19 dicembre 1493 la cerimonia della concessione delle indulgenze, come ricorda la grande lapide, ora murata sulla scalea, proveniente dalla diruta chiesa di Santa Maria delle Grazie. Questa sala è ora utilizzata dal Comune in occasioni di incontri e convegni e per la celebrazione dei matrimoni;
- Sala del Coro un piccolo ambiente di passaggio che desta interesse per gli affreschi rinvenuti con un restauro a campione (decori policromi con bordure in oro zecchino) e per il soffitto a travature scoperte;
- Sala dello Zodiaco dove gli affreschi delle 12 costellazioni e degli stemmi delle famiglie imparentate con gli Orsini si appaiano in una sorta di rebus difficilmente interpretabile.Sul soffitto, con volta a botte, l'orsa, stemma araldico della nobile famiglia guelfa, sovrasta e “lega” metaforicamente con fili di perle i casati dei Savelli, Aragona, Montefeltro, Borgia, Medici, Colonna, Farnese, Conti, Anguillara e Cattani. Un sottile e sibillino messaggio sottende questa raffigurazione: la Terra, simboleggiata dagli Orsini a centro dell'Universo intesse, in un modo continuo, il governo dell'Uomo e della natura insieme alle stelle dello Zodiaco (i nobili casati) che gravitano e ruotano attorno ad essa. Le due Signore di Fiano sono ricordate nella volta celeste:
la prima, Elisabetta dell'Anguillara che sposa nel 1451 Orso Orsini, è qui celebrata con lo stemma delle due anguille incrociate, mentre la seconda Elena Conti, moglie di Niccolò III, è rappresentata dall'aquila coronata e scaccata bianco-nera;
- Sala delle Vergini, o sala blu, certamente la più raccolta e permeata di mistero e di intima complicità, è l'unica senza camino. Nelle lunette sono ritratte quattro donne che annunciano la nascita del Redentore e rivolgono sguardo e postura verso un unico angolo dove, forse in epoche passate, era collocato un oggetto di culto o un affresco sacro. A conferma di tale ipotesi una delle figure femminili ci guida con l'indice della mano destra verso il segreto celato;
- Sala del Cristo dove sul soffitto si ripetono gli stemmi Orsini e, al centro, il sacro cuore di Gesu;
- Sala degli Ubaldini dove gli imparentamenti degli Orsini con i Medici, gli Anguillara, i Caetani ed i Farnese sono testimoniati dagli stemmi affrescati sul soffitto con volta a botte;
- Sala del Melograno, servita anche dalla scalinata interna, chiude l'ala quattrocentesca del castello ed è stata deturpata da interventi piuttosto recenti che hanno irreparabilmente danneggiato gli affreschi sulle pareti e sulla cappa del camino. Conserva ancora, però, un bel soffitto adornato con mazzetti di fiori e frutta di stile rinascimentale e un camino con incisa la data 1493.
L'ala seicentesca del palazzo, ampliato per volere del duca Marco Ottoboni, ha subito notevoli rimaneggiamenti in epoche recenti e solo tre sale che affacciano su piazza Matteotti hanno conservato camini in pietra di bella fattura e soffitti a cassettoni. Il recente restauro ha ridato splendore ad un prezioso camino di granito rosa recante lo stemma della famiglia Piccolomini. Il Comune di Fiano Romano ha acquistato nell’anno 1993 il Castello Ducale degli Orsini, posto nel cuore dell’antico borgo, che per il suo valore storico, artistico ed architettonico costituisce una risorsa incommensurabile per il Paese e per i suoi cittadini. Sebbene sottoposto, nel corso degli anni, a trasformazioni e deturpazioni, che ne hanno più volte alterato i caratteri e gli usi, detiene per la Comunità un valore di identità storica e sociale, tanto che la Pubblica Amministrazione ha come obiettivo quello di trasformarlo in un grande contenitore, capace di concentrare in un unico spazio attività culturali, museali, ricreative, turistiche, espositive, di promozione e sostegno imprenditoriale, diventando importante elemento di sviluppo e di riqualificazione della città. Ecco un interessantissimo video di Alessandro Petrongari con riprese aeree: https://www.youtube.com/watch?v=JDExEX4YCwc


Foto: da https://i.ytimg.com/vi/JDExEX4YCwc/maxresdefault.jpg e di Roberto Biagi su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/1420

venerdì 20 novembre 2015

Il castello di venerdì 20 novembre






UBIALE CLANEZZO (BG) - Castello di Clanezzo

Con la fine dell'impero romano il territorio vide un periodo di scarsa antropizzazione, almeno fino all'arrivo dei Franchi che, istituendo il Sacro Romano Impero, diedero vita al feudalesimo. Inizialmente assegnate al Vescovo di Bergamo, queste terre cominciarono ad essere teatro degli scontri tra guelfi e ghibellini, tanto che in tutta la zona sorsero castelli e fortificazioni, tra cui spicca come imponenza ed importanza il castello di Clanezzo: di proprietà della famiglia ghibellina dei Dalmasano, che vide tra i suoi esponenti Beltramo e Unguerrando, fu al centro dei principali eventi che riguardarono le contrade limitrofe. Su di esso cominciarono a circolare numerose leggende nonché ad addensarsi un alone di mistero, vista l'inaccessibilità del luogo e la terribile fama di cui godevano i proprietari. Nel corso del XIV secolo numerosi furono gli scontri che riguardarono il borgo che, legato al vicino Brembilla, combatté a lungo contro gli abitanti della valle Imagna, schierati con la fazione guelfa, causando devastazioni territoriali e numerose perdite umane. La situazione ritornò alla tranquillità a partire dall'inizio del XV secolo quando, unitamente al resto della provincia bergamasca, venne posto sotto il dominio della Repubblica di Venezia, la quale emanò una serie di provvedimenti volti a migliorare la situazione sociale ed economica. La Serenissima ordinò la distruzione del castello della famiglia Dalmasano, rea di essersi opposta all'arrivo dei veneti, ma diede anche notevole impulso alla basse valle Brembana creando la via Priula, strada che, attraversando l'intera valle, collegava il capoluogo orobico con i territori del canton Grigioni. Si suppone che il castello di Clanezzo venne eretto nella prima metà del X secolo da Attone Leuco. Nel XII secolo il castello fu scenario di lotte tra guelfi della valle Imagna e ghibellini della valle Brembilla. Lotte fra casate, tornei e giostre alla confluenza di due fiumi e tre valli, ma anche sfarzosi matrimoni e grandi feste. L’episodio storico forse più noto è la battaglia fra Guelfi e Ghibellini nell’anno 1443, talmente violento da abbattere il castello in più parti. “Avanzato però quasi per intiero alla terribile catastrofe, il castello di Clanezzo sorgeva ancora solitario fra gli ammonticchiati sfasciumi del villaggio. […] Il tempo, che tutto distrugge e tutto rinovella, riedificò colle macerie delle antiche abitazioni quelle che di presente circondano la villa di Clanezzo, e cambiò il tristo spettacolo della devastazione nella più ridente scena della natura. E il viandante che incede sull’opposta via, compreso non già di terrore ma di misteriosa simpatia sente rapirsi lo sguardo da quel gaudio veramente bizzarro, formato da quei torrenti, da quelle rupi e da quelle verdeggiati boscaglie in mezzo a cui s’innalza con parte ancora delle sue antiche torri il non più temuto castello”(Giambattista Cremonesi, PORTO E VILLA DI CLANEZZO). Verso la fine del XIV secolo il signore di Clanezzo era Enguerrando Dalmasano noto per i suoi scontri con Pinamonte de Pellegrini, i quali si conclusero poi con la morte di quest'ultimo proprio nel castello di Clanezzo. Superato il periodo delle guerre il territorio bergamasco passò sotto il dominio della Repubblica Veneta. Il castello di Clanezzo, però, rimase un covo di ghibellini pronti a parteggiare ancora per i Visconti, male adattandosi al nuovo regime. I rettori di Bergamo arrestarono diciotto rappresentanti di Brembilla e ordinarono l'evacuazione dei territori brembillesi. Pochi giorni dopo, le milizie della Serenissima invasero il territorio brembillese distruggendo parzialmente il castello. Dopo vari proprietari, nel 1804 il castello passò nelle mani dei Beltrami, i quali incominciarono un'opera di ricostruzione, rifacimento e abbellimento secondo i gusti dell'epoca. I lavori furono poi continuati dai Roncalli i quali diedero all'edificio l'aspetto di palazzotto seicentesco ancora oggi ben conservato. Nel secolo scorso l'edificio subì un degrado progressivo, fino all’acquisizione negli anni ’80 da parte dei coniugi Rota Giovanni e Clara. Venne quindi attivato l’importante progetto di completa riqualificazione dell’immobile e del giardino, completato nel 1991. Oggi il castello è una splendida location in grado di ospitare meeting, congressi e anche piccole fiere in una cornice veramente suggestiva. L'edificio è situato nel punto dove il torrente Imagna confluisce nel fiume Brembo. Fu costruito in una posizione strategica poiché la conformazione fisica del territorio costituiva un ostacolo insormontabile per i nemici. Questo castello fu distrutto e ricostruito più volte nel corso del basso medioevo. Ha una pianta ad 'L" con i lati rivolti a nord e ad ovest. Molto interessante è il ponte medioevale che con una sola arcata attraversa il torrente assicurando la comunicazione tra la valle Brembilla e la valle Imagna. Anche se è stato costruito più di mille anni fa è ancora oggi percorribile. A protezione del ponte vi erano le sentinelle che dimoravano nella torre adiacente. All'interno si può osservare un locale dalla caratteristica volta ad ombrello, interamente affrescato con motivi orientaleggianti. Importante è anche la sala delle foglie, la stanza del caminetto e dei medaglioni, la sala dal soffitto in legno intarsiato e la saletta delle rose. Le differenti tematiche delle decorazioni e degli stili compositi fanno intendere che tali abbellimenti siano stati realizzati in epoche diverse. Una leggenda che si raccontavano gli abitanti di Clanezzo e dintorni fino a qualche tempo fa, narra che i boschi circostanti erano infestati da rettili velenosi di ogni sorta. Il castello di Clanezzo era stato preso d'assedio, ma resisteva agli attacchi nemici da parecchi mesi. Incapaci di espugnarlo, i nemici catturarono una gran quantità di vipere e rettili velenosi che fecero entrare nel castello attraverso le feritoie. Questi animali però ritornarono indietro sterminando i nemici e sparpagliandosi nei boschi. Oltre alle leggende vale la pena ricordare alcuni personaggi illustri che hanno soggiornato in questo castello: Massimo D'Azeglio, Giuseppe Verdi, l'arciduca Ranieri. In questo filmato di Mirko Mosca si possono vedere diverse inquadrature interne ed esterne del castello: https://www.youtube.com/watch?v=sof_0UXGoW0

Fonti: http://www.castelloclanezzo.it/, https://it.wikipedia.org/wiki/Ubiale_Clanezzo, http://www.ettoremajorana.gov.it/progetti/castelli/clanez00.htm

Foto: la prima è una cartolina postale (che per ora non appartiene alla mia collezione) mentre la seconda è di Gio la Gamb su http://www.panoramio.com/photo/86071428

giovedì 19 novembre 2015

I castelli di giovedì 19 novembre







MONTESCUDO (RN) - Castello Malatesta in frazione Albereto e resti rocca Malatesta

Le origini di Montescudo sono antichissime. Da ricerche archeologiche dei secoli scorsi (1795 e 1874) nei pressi delle Chiese di S. Biagio e S.Simeone vennero rinvenute tombe romane e una colonna che serviva di sostegno ad un'ara di un tempio pagano. Montescudo ai tempi dell'Imperatore Augusto, serviva anche come stazione militare adibita al cambio di cavalli per i corrieri che da Rimini andavano a Roma. Era sicuramente il primo scambio di una scorciatoia per la via del Furlo. La prima notizia storica di Castrum Albareti, il cui nome deriva da una foresta di querce, tigli, pioppi e pini in mezzo a cui si trovava, risale al 962. Con la concessione di Albereto ad Ulderico di Carpegna da parte dell’ Imperatore Ottone I, il castello di Albereto ed il territorio di Montescudo conobbero un lungo periodo di relativo benessere. Le alleanze spregiudicate che spesso connotavano le continue lotte per la supremazia del luogo contribuirono, nel più ampio contesto della controversia tra Guelfi e Ghibellini, di cui i Di Carpegna erano parte a far stringere un patto federativo con la famiglia guelfa dei Malatesta nel 1227. In questi anni non si sa bene per quale motivo, Albereto passò dai “Dì Carpegna”, oramai di Montefeltro, sotto la signoria di Giovanni di Buono e Manigoldo, di cui non si conosce il casato, ed infine, nel 1233, sotto la protezione di Rimini. Ma le alterne vicende della lotta tra Papato ed Impero influenzarono anche i destini del castello di Albereto, il quale dai Malatesta ripassò ai Montefeltro e da ultimo fu riconquistato da Pandolfo Malatesta nel 1336, rimanendo comunque sotto la signoria riminese tranne la breve parentesi caratterizzata dalle conquiste del Duca Valentino Borgia, fino alla prima parte del XVI secolo, quando fu concesso dalla Chiesa a Nicola Guidi di Bagno. In questo periodo il castello di Albereto arrivò a contare circa 33 “focolari”. Nel 1656 tornò sotto lo Stato Pontificio. Nel 1722 metà del paese venne distrutto da una frana. A metà del XV secolo, Sigismondo Malatesta realizzò una moderna cinta muraria bastionata con la tipica scarpata malatestiana. Più tardi dalle visite pastorali dei castelli apprendiamo la notizia della presenza di un edificio religioso all’interno del castello denominato oratorio di “San Bernardino”. Dopo la ventata napoleonica, che aveva riunito i destini di Montescudo e Albereto nel III Distretto del riminese, fu l’unità d’Italia ad incorporarli nella provincia di Forlì. Da questo momento le uniche variazioni si ebbero con le distruzioni belliche e la ricostruzione avviata nel 1950. Oggi questa antica piazzaforte che costituisce una naturale terrazza sulla costa può tornare ad assumere un ruolo importante nel territorio del Comune di Montescudo. Altro link suggerito: scheda di renzo Bassetti su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Emilia/rimini/albereto.htm
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Montescudo conserva anche i resti di una rocca malatestiana che faceva parte del sistema difensivo a sud di Rimini. Il centro storico conserva una massiccia cinta muraria (eretta da Sigismondo Malatesta che con la sua altezza e inclinazione doveva rendere imprendibile il castello), la torre civica risalente al 1300, una straordinaria e singolare ghiacciaia, i camminamenti, i passaggi segreti che dalla torre di vedetta lato mare portano alla rocca, il pozzo, la ripida scalinata ed il grande ed intatto braciere. Durante i lavori di restauro nella parte orientale delle mura, bastione centrale, il 31/05/1954 vennero trovate 22 medaglie raffiguranti Sigismondo ed il Tempio Malatestiano contenute in un vaso di terracotta. La torre civica, che si può ammirare nell'antica Piazza del Municipio, anche se rimaneggiata nel corso dei secoli mantiene sostanzialmente la sua struttura trecentesca.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montescudo, http://www.prolocomontescudo.it/da-visitare/castello-di-albereto, http://www.rimini-it.it/montescudo/, http://www.riccionehotels.com/visitare/torre-montescudo

Foto: la prima e la seconda si riferiscono al Castello di Albereto e sono prese, rispettivamente da http://www.prolocomontescudo.it/wp-content/uploads/2010/06/Castello_Albereto.jpg e da http://static.riviera.rimini.it/tl_files/gallerie/pop/castello_di_albereto_d.tif.jpg. La terza foto, raffigurante la torre civica di Montescudo, è stata realizzata da me sul posto.

mercoledì 18 novembre 2015

Il castello di mercoledì 18 novembre





CATTOLICA (RN) - Torre Malatesta (di Maria Lucia De Nicolò)

Si trova in pieno centro storico, più precisamente in via Pascoli. Si dice che qui possano aver dimorato anche Paolo e Francesca, i personaggi della famosa e tragica storia d’amore raccontata da Dante. L’inizio dei lavori per la costruzione della Rocca di Cattolica, eretta durante il dominio di Pandolfo Malatesta, è databile fra il 1490 e il 1491. L’edificio, ubicato sul piano terrazzato sul quale era stato fondato l’insediamento medievale, controllava la Flaminia e al contempo tutto il litorale che, al di sotto della scarpata (greppe), si allungava dalla punta della valle verso il Conca. Finalizzata alla difesa dell’abitato da probabili sbarchi di turchi e pirati sulla costa, la rocca ebbe fin dalle origini anche funzioni di controllo delle attività marittime mercantili clandestine. Il restauro della copertura, incendiata nel 1512 al tempo delle incursioni dell’armata spagnola di stanza nel territorio circostante, viene espressamente motivata “pro custodia littoris illius loci Catholicae ne ibi fiat portus nec onerentur barce vel alia ligna”. All’impianto della torre lavorarono con tutta probabilità maestranze lombarde, particolarmente rinomate nelle arti edili, e vennero utilizzati, oltre ai normali materiali da costruzione reperibili in loco, anche blocchi di pietra trasferiti via mare “ad Catholicam pro fabrica cuiusdam turris”, da scriverne il testo annotava che è curiosa questa inscrizione per la dicitura e pel millesimo bizzarro? (1766). L’abate Giovanni Antonio Battarra, a sua volta, fissando alcuni appunti su Cattolica, sottolineava fra l’altro la presenza della torre “su cui v’è un millesimo che non si può indovinare la mente di chi lo fece incidere in quel marmo” (sec. XVIII). Nei primi anni del Cinquecento Cattolica e la sua rocca, collocate in posizione strategica lungo la via Flaminia, si trovarono al centro delle operazioni militari delle armate pontificie alla guida del Valentino prima, dei ribelli urbinati uniti ai collegati poi, diventando teatro di scorrerie e di agguati. E’ esplicito a proposito un passo del Baldi nella vita di Guidobaldo I da Montefeltro duca d’Urbino. Il capo dei ribelli urbinati avvisato da fidate spie, la Cattolica trovarsi malfornita di guardie, determinò, per essere il luogo atto ad impedire il passo di terra fra Rimini e Pesaro, d’occuparla e assalitola di notte lo prese, e diedene parte al Duca…”. Nel 1502 la rocca è poi individuata dalla tradizione storiografica come il luogo di prigionia dei fratelli Venanzio e Annibale Varano, figli del duca di Camerino, in mano a Cesare Borgia. L’edificio venne attentamente rilevato dagli informatori veneziani che non mancarono di segnalare nel 1504 al governo della Serenissima che Cattolica “ha una torre nova che volgi passa 20 alta passa 12″, circondata da un fossato e dotata di ponte levatoio (ha un fosso picolo atorno cum una piancheta). I primi danni di una certa entità si registrarono, come si è detto, nel 1512, durante il passaggio degli spagnoli, mentre un intervento di consolidamento viene documentato nel 1547. In una lettera indirizzata al capitano di San Giovanni in Marignano, i consoli di Rimini manifestarono la necessità di “far conciare la Roccha della Catolica” per assicurare la difesa del borgo e dei vicini nuclei abitati da eventuali sbarchi “de piratti”. Leandro Alberti, a metà del Cinquecento ne esaltò i caratteri di solidità (“assai forte torre”) e la medesima convinzione espressero anche i viaggiatori tedeschi suoi contemporanei, concordi a ricordarla come “arx satis firma”. Nel 1564 si ha notizia dell’interessamento della duchessa di Urbino, Vittoria Farnese, in quegli anni feudataria di Cattolica, per restauri apportati alla rocca sicuramente di un certo rilievo se meritevoli di citazione, cinquant’anni più tardi, da parte dello storico riminese Raffaele Adimari. Nel 1565 infatti, nell’ispezione effettuata alle fortezze pontificie, l’architetto militare Cipriano Piccolpasso non rimarcò difetti strutturali dell’edificio, limitandosi a consigliare solamente possibili interventi migliorativi sui fossati: “Alla Catolica si ordinò che si cavassero i fossi et si alargassero dintorno alla torre che è vicino alle osterie et che se la provedesse di alcuni archibusoni da posta acciò che a bisogni, riduttovi dentro quelle genti che habbitano ivi atorno, si potesse anco combatare et tenere per batteria da mano?”. Nel 1583, quando il cardinale di Vercelli, Guido Ferreri, legato di Romagna, caldeggiò la fortificazione della Cattolica, al piano progettuale, a cui attesero diversi architetti militari, fra cui Girolamo Arduini e Giulio Thiene, e il matematico Guidobaldo dal Monte, la torre si inseriva come punto di forza del recinto bastionato, rimanendo ulteriormente rafforzata da un sistema di fossati e di terrapieni sistemati all’intorno sullo schema di una pianta a stella. E’ del 1584 anche l’inserimento della campana, per una più pronta segnalazione di pericolo, in caso di sospetto di turchi. Una fonte non ufficiale ci informa, dieci anni dopo, nel 1594, della necessità di opere di ripristino, mentre è del 1610 la notizia riguardante la risoluzione del consiglio di Rimini di apporvi un “horologio machinale”. Quest’ultimo si doveva alla volontà dell’Adimari, notoriamente attaccato al luogo, dove in più occasioni aveva ricoperto la carica di capitano e abitato nella rocca secondo le consuetudini di quell’incarico. L’Adimari aveva sollecitato l’intervento governativo verso il borgo, cercando di “nobilitarlo con farli erigere una università, o consiglio conforme tutti gli altri officij del nostro pubblico”, ma senza effetto. Gli riuscì comunque di “farli fare un buon horologio machinale per comodità loro (dei cattolichini), e di passeggieri e molt’altri”. Nella seconda metà del Seicento Guidobaldo Bascarini, già oste della Posta e vice capitano di Cattolica, aveva tentato, insieme a suo figlio Domenico, di acquisire la castellania di Cattolica, eleggendo la rocca a sua residenza, ma i forti ostacoli opposti dal consiglio di Rimini, risoluto a mantenere per i soli cittadini riminesi simili privilegi, minò sul nascere l’iniziativa, peraltro già in discussione presso la Sacra Congregazione del Buon Governo a Roma. Alla fine del secolo XVII una descrizione delle fortificazione e dello stato degli armamenti, riguardo a Cattolica segnalava: “La Cattolica è una torre distante da S. Giovanni in Marignano due miglia, è armata da otto spingarde, due moschetti e due falconi. E’ guardata da due soldati a cavallo, e due a piedi con un sergente di milizia”. Controlli sulle strutture murarie si evidenziarono solo nel 1716, anno in cui si richiesero lavori di restauro, verosimilmente a seguito delle ispezioni sulle difese costiere del litorale pontificio effettuate dal generale Luigi Ferdinando Marsili l’anno prima. Nel 1756 la caduta di un fulmine rese urgente una “Pericia delli riserzimenti che va fatto nella Rocca della Cattolica” che elencava tutta una serie di riprese da farsi alla copertura, al pavimento del piano superiore, a porte e finestre. Nel 1795, contestualmente ai lavori edilizi effettuati per la chiesa di S. Apollinare, accanto alla quale si era proceduto all’erezione del campanile, la rocca, ormai quasi unicamente adibita a torre di sanità marittima, richiamò nuovamente l’attenzione del pubblico. Il campanile veniva a precludere la vista, dalla parte più alta della rocca, della punta della valle, impedendo al deputato alla sanità di controllare l’approdo delle barche. Per ovviare a questo inconveniente, qualche tempo dopo l’architetto Giuseppe Fossati, incaricato per la formazione di una pianta completa di relazione e perizia, progettava la sopraelevazione dell’altana “onde trasportare al piano superiore i due falco netti all’oggetto di scoprire la spiaggia al di sopra della chiesa parrocchiale e dello stesso campanile ora intrapreso “. Di pari passo si procedette anche al ripristino dei” coperti” dell’altana e del piano superiore perché “ruinosi “. Un ulteriore restauro è documentato nel novembre del 1805, anno in cui si decisero diversi lavori nei locali dell’edificio. Per contratto il capomastro muratore incaricato, Girolamo Giommi, si impegnò ad “aprire un muro interno a pian terreno della Rocca di Cattolica vicino all’ingresso della grotta e dovrà formare conforme s’obbliga, di nuovo la scala per andare nel sotterraneo, e grotta, qual scala dovrà essere formata di mattoni con un riparo di legno per ogni scalino. Così pure detto Giommi dovrà fare conforme s’obbliga due soffitte a cielo di carozza con suo cornicione alle due camere del secondo solaro della rocca di Cattolica suddetta, che guardano verso levante, e li due pavimenti delle predette camere con mattoni ruotati, e ridurre l’attuale camino francese, quali lavori tutti dovranno farsi dal detto Giommi a tutte sue spese con porvi il materiale, e calce del proprio… ed in ultimo dovrà ripassare il tetto della rocca suddetta ponendovi li necessari coppi". Nella relazione dell’ispettore Alessandro Belmonti, datata 1820, la rocca, che sino alla fine del Settecento era stata la sede del capitanato, si identificava ormai solo come l’ufficio del deputato alla sanità marittima, che fissava appunto “la sua residenza in una superba, e solidissima torre situata sull’alto della collina, o greppe, fabbricata nel 800 (sic) e quasi consimile alla torre di Volano. Da questa residenza scuopre il Commissario tutto il litorale addetto al suo Commissariato, non che il paese e villaggio della Cattolica, che oltre molte decenti osterie, e locande, contiene un buon numero di pescatori e barche da pesca…". Un sopralluogo, nel novembre del 1861 per stabilire lo stato ed il valore della torre di Cattolica si concluse con la seguente relazione: “La Torre o Rocca di Cattolica, di vecchia costruzione trovasi eretta nel mezzo dell’abitato del detto paese e circondata da un appezzamento di terreno di proprietà di quel comune. Risulta essa di un ambiente sotterraneo, di due vani al piano terra, di altri due vani nel piano superiore, e di 6 ambienti abitabili nel 2 o piano superiore. Al tutto poi sovrastano altri due vani sovraposti l’uno all’altro i quali nel mezzo della torre si elevano come luoghi di esplorazione". L’ingente impegno finanziario necessario per il restauro dello stabile, rovinosamente deteriorato nel 1859 in occasione dell’ “aqquartieramento” nella rocca di soldati volontari, orientò gli organi governativi alla vendita dell’edificio. Nel 1864 venne acquistata da Antonio Frontini e successivamente trasferita al conte Saladino Saladini Pilastri di Cesena, che ne fece la sua residenza di villeggiatura durante la stagione dei bagni. Ristrutturata ed alterata nei suoi caratteri architettonici originari la rocca, sul finire del secolo, fallito il tentativo d’acquisto da parte della neonata amministrazione comunale di Cattolica, autonoma da San Giovanni in Marignano dal 1896, venne acquisita prima dalla famiglia Catolfi ed in seguito dai Verni, i cui eredi, ormai alla quarta generazione, tuttora ne risultano proprietari.

Fonti: http://www.cattolicaonthebeach.com/torre-malatestiana.php, testo di Maria Lucia De Nicolò su http://www.cattolica.info/tradizioni/amarcord/cattolica-rocca-per-4-secoli/

Foto: è una cartolina della mia collezione, la seconda

martedì 17 novembre 2015

Il castello di martedì 17 novembre






FORMICOLA (CE) - Palazzo Carafa

L'origine del nome deriva dall'ebraico fhor-michol (bollente ruscello), volendo indicare che nella zona c'era la presenza di fonti di acqua calda. Questa tesi è avvalorata dalla scoperta di fonti nella zona di Trebula. L'origine del territorio si aggira intorno al IX secolo, la zona più antica è Maiorano, che ancora oggi rappresenta la parte più antica del paese. Durante la dominazione angioina il feudo della baronia, fu assegnato a Frapane (Frangipane), un nobile del tempo, successivamente, nel 1306, a fu assegnata a Tommaso de Marzano, duca di Sessa. Testimonianza del loro dominio sono la torre merlata distrutta nel XVIII secolo ma ancora visibile a Pontelatone, dove se ne trova una gemella. Nel 1420 il nobile Cubello d'Antignano di Capua pose in essere un feudo, che successivamente nel 1445, passò ai signori della Ratta. Il 1º febbraio del 1465 fu affidato a Diomede I Carafa, che insieme alla sua dinastia, si fregiò del titolo di Principe di Colubrano. Questa famiglia rimase a capo del feudo fino all'abolizione di quest'ultimo ad opera di Giuseppe Bonaparte (1806), per disposizione imperiale. Diomede I Carafa fece edificare al centro del paese un magnifico palazzo con una torretta, sormontata da una colombaia ed un seggio, sulle cui finestre si esponevano le teste dei giustiziati. Il Palazzo Baronale fu ultimato nel 1467, su una struttura preesistente. Infatti, anche a Formicola la metodologia di insediamento adottata dai Carafa fu la stessa che per altre località: costruzione del palazzo, adeguamento del palazzotto già dei Marzano in seggio, adeguamento della chiesa di S. Maria della Pietà (poi del Ponte) in Cappella di famiglia. Ad ulteriore conferma della costruzione del palazzotto da parte dei Marzano è l’evidente differenza morfologica del palazzotto e del palazzo, realizzato invece dai Carafa: il primo ha una struttura “chiusa”, fortificata da un alto contrafforte, circondata da un fossato in cui scorreva un ruscello e su cui si apriva un ponte levatoio; il secondo presenta una struttura più “aperta” e moderna, con ampia corte interna, arcate e logge. Il palazzo tutt’oggi si fa carico della testimonianza del potere civile a lungo esercitato dai Carafa e, come altri palazzi dell’epoca presenti in quelli che furono i feudi di Maddaloni e Formicola, anche questo, per la consistenza e la collocazione urbanistica, si fa rappresentante di un episodio di grande importanza nel panorama delle espressioni meridionali nel periodo rinascimentale. L’intera struttura baronale dei Carafa è inserita in un’insula delimitata a nord da via Roma, a sud da via Diomede Carafa, dove fino ai primi decenni del ‘900 scorreva un ruscello, in quello che veniva chiamato Vallone della Storzella, e dove negli ultimi anni è sorta una villa comunale, ad est da via Morisani, ad ovest da via Santa Cristina. Al palazzo si accede attraverso un portale a tutto sesto e si perviene in un grande cortile quadrato, su cui si aprono un porticato e logge con archi a tutto sesto impostati su pilastri, dominato, a lato, da un ampio scalone voltato che porta al piano nobile dove un’ampia porta di pregevole fattura immette in un grande vano a copertura piana lignea. Da questo si passa in una serie di ambienti minori, in uno dei quali si conserva ancora una volta affrescata con un dipinto di scuola settecentesca. Completa la proprietà un giardino a livello di circa 1.400 mq con un pozzo e qualche albero da frutto. A quanto pare l'anno scorso il palazzo era in vendita, visto che sul web si trovano diversi annunci immobiliari che lo riguardano. Ecco un video (di www.immobiliare.it) con alcuni scorci della costruzione: https://www.youtube.com/watch?v=3xujV4bHVKM

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Formicola, http://www.rterradilavoro.altervista.org/articoli/11-02.pdf (di G. Stefania Catapane),

Foto: da http://www.communicationprogram.tv/alberoformicola.jpg e da http://www.rterradilavoro.altervista.org/articoli/11-02.pdf