venerdì 30 settembre 2016

Il castello di venerdì 30 settembre






ALBINEA (RE) - Castello di Borzano

Nel territorio albinetano il castello di Borzano è collocato nella prima fascia collinare caratterizzata da affioramenti di gesso selenitico sul quale si manifestano fenomeni carsici dovuti all’erosione dell’acqua piovana quali grotte, inghiottitoi e doline. L’altura sulla quale si trova il castello raggiunge  metri 310, alla base della rupe scorrono il torrente Lodola a Sud e ad Est e il Rio della Mussina a Nord. Questo paesaggio che costituisce un insieme di grande bellezza è dichiarato  Sito di Interesse Comunitario (Area SIC). Della antica struttura, ridotta a stalla, rimangono i muri perimetrali di tre lati. Sul prospetto di ponente è visibile la parte inferiore di una sequenza di beccatelli di sostegno alle merlature. Diverse sono le finestre, anguste con i caratteristici sedili laterali. Nell'interno sono anche visibili i resti di canne fumarie ed i frammenti di un bassorilievo con motivi ornamentali. La chiesa di S. Giovanni , ora in abbandono, presenta una semplice facciata a capanna. Il portale architravato è sormontato da una oblunga finestra trapezoidale. Sulla copertura si imposta un campaniletto a vela. In un documento risalente al 1070 vengono elencati i castelli e le pievi già del marchese Bonifacio di Canossa, (morto nel 1052), tra le quali figura Borzano. I Manfredi, famiglia di origine Longobarda, investiti in qualità di Feudatari dai Da Canossa fecero di questo luogo la culla della loro famiglia. La data di fondazione della chiesa dedicata a S. Giovanni Battista attualmente è sconosciuta, ma sicuramente nel 1229 essa era già presente perché in alcuni documenti figurano i nomi dei primi due rettori; fino al 1575 restò la parrocchiale di Borzano. Dopo la morte di Matilde (1115) ed il conseguente disfacimento dello stato canusino, i Manfredi furono protagonisti delle lotte volte a ottenere il controllo della città e delle terre del contado. Per tutto il 1300 il castello subì ripetuti attacchi con conseguenti incendi e distruzioni da parte degli avversari, fossero essi a seconda dei casi, guelfi o ghibellini, reggiani o stranieri. Nel 1243 era in possesso dei Fogliani. Nel 1350 il castello venne raso al suolo dai Gonzaga nel corso delle lotte per la conquista di Reggio durante le quali i Manfredi figurarono tra i sostenitori degli Estensi. A conferma di questi avvenimenti, nel 2009 il Gruppo Archeologico ha rinvenuto un grosso concio di arenaria con l’iscrizione -datata 1353- dell’avvenuta riedificazione del castello da parte di Guido Manfredi. Nel 1368 Taddeo Manfredi ricevette da Carlo IV l’investitura del castello ma pochi anni dopo, nel 1374, Barnabò Visconti, risolto a reprimere ogni avversario, assalì e incendiò Borzano, Montericco e Mucciatella, fortezze dei Manfredi, costringendoli alla sottomissione. Con l’avvento dello stato Estense, iniziò un lungo periodo di pace e tranquillità. Il Castello comprendeva le ville di Borzano, Lodola, Aiano, Fegno, Caselle, Pratobolso, Valle, Corsiano, Oliveto, Vergnano e Pratissolo. Nel 1437 i Manfredi riuscirono ad ottenere il titolo di Pieve per la loro chiesa, riconoscimento che le permise di riscuotere i censi e le decime delle chiese e cappelle che le gravitavano intorno. A metà del 1400, a causa di liti famigliari, la contea dei Manfredi, che all’epoca comprendeva Borzano, Montericco, Albinea e Mucciatella, venne divisa tra i sei nipoti di Giovanni. Borzano pervenne a Taddeo che nel 1461 riedificò il castello, come documentava un’iscrizione, oggi scomparsa, posta all’interno dell'edificio stesso. A questo periodo sono riferibili i resti del palazzo oggi visibile. Ormai ridotto a signorile abitazione di campagna, il luogo subì nel tempo un lento decadimento. I Manfredi abitavano stabilmente in città e sempre meno frequentavano il castello. Nonostante l’opposizione della famiglia, i parrocchiani ottennero nel 1575 il trasferimento della chiesa parrocchiale nel nuovo villaggio sorto a valle. All’estinzione della famiglia Manfredi (1739), la proprietà passò al pisano Alessandro Frosini, ministro del duca Francesco III d’Este, per poi divenire abitazione rurale, in parte trasformata in stalla e fienile. L’ elemento originario dell’impianto fortificato è costituito da una piccola torre “a puntone”, dislocata all’estremità occidentale del pianoro, circondata da un’ampia cortina muraria posta a protezione del palazzo: attualmente rimangono solo le basi della fondazione. I resti, documentati in una mappa del XVII° secolo (foto sotto), di altre due torri o colombaie posti sulla sommità del pianoro si trovano inglobate una nell’attuale residenza dei proprietari e l’altra a fianco dell’abside della chiesa di S. Giovanni Battista, dove funge da campanile. Tutt’intorno allo sperone roccioso sono ancora visibili, nonostante le devastazioni, i crolli e le trasformazioni subite nel corso dei secoli, i resti della cinta muraria con tracce di strutture di avvistamento posizionate nei punti strategici perimetrali, per proteggere sia gli edifici castellani che il Borgo rupestre. Una cortina superiore racchiude il Mastio e la Chiesa, inglobando la torre a puntone occidentale; quella inferiore, destinata a proteggere le abitazioni del borgo rupestre, utilizza in parte il limite dell’antica cava di gesso di epoca romana, estendendosi anche al lato est del colle, verso il torrente Lodola. I punti d’accesso antichi al Borgo fino ad ora rintracciati sono due: uno sul lato est ed uno ad una quota intermedia sul lato ovest. L’accesso al recinto fortificato superiore era possibile, secondo quanto riportato da fonti antiche, tramite un ponte levatoio posto sul lato sud ovest del Mastio ed oggi non conservato. Documenti dell’epoca (divisione del feudo -  anno 1594) tramandano l’esistenza di una porta bernina di dubbia ubicazione: sarebbe possibile proporre una sua identificazione con la porta difensiva rinvenuta nel corso degli scavi al Borgo sul lato settentrionale del recinto fortificato superiore. La residenza castellana, trasformata in stalla e fienile nel corso del Novecento, conserva potenti muri in sasso. Quello sul lato nord è posto a strapiombo sulla vallata mentre sulla sommità della facciata est rimane un tratto dell’apparato a sporgere con beccatelli in laterizio. L’interno è diviso a metà per tutti i tre piani da una spessa parete longitudinale. Al piano terreno il soffitto conserva le mensole di quercia  modanate con cassettoni dipinti a sfondo rosso con il sole stilizzato al centro. Il livello superiore, ora aperto fino alla copertura, era suddiviso in due piani: lungo le pareti, oltre che scorgere l’impronta dei vecchi pavimenti, si vedono due finestre per piano con sedili in cotto posti di fronte uno all’altro, oltre a due camini ormai privi degli elementi strutturali esterni. Sugli intonaci interni del secondo piano restano numerose scritte e scene graffite raffiguranti torri ed un turrito castello attaccato da bocche da fuoco, con data incisa riferentesi al 1500. Al terzo piano, in prossimità dell’attuale copertura, è una fascia dipinta con stemmi e animali fantastici; purtroppo nulla rimane degli elementi interni segnalati alla fine dell’800, quali lapidi commemorative dei conti Manfredi e fregi in arenaria sui camini. Altri link utili: http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/mostre/castello_borzano/mostra_borzano.htm, http://www.prolocoalbinea.it/re/castelli, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=3401

Fonti: http://www.castellodiborzano.it, http://reggioemiliaturismo.provincia.re.it/page.asp?IDCategoria=2949&IDSezione=21372&ID=371607

Foto: la prima è presa da http://reggioemiliaturismo.provincia.re.it/page.asp?IDCategoria=2949&IDSezione=21372&ID=371607, la seconda è presa da http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/download/file.php?id=45711

giovedì 29 settembre 2016

Il castello di giovedì 29 settembre






SCANDICCI (FI) - Castello dell'Acciaiolo

Chiamato anche Villa dell'Acciaiolo o, più semplicemente, l'Acciaiolo, è una dimora storica gentilizia ora di proprietà pubblica. Si trova a Scandicci in via Pantin. Le prime notizie sull'esistenza del complesso, sorto in località Calcherelli o Carcherelli o ancora Carcheregli ( nei documenti antichi) , risalgono al XIV secolo quando era un fortilizio merlato di Nardo di messer Bencivenni Rucellai, proprietario di numerosi possedimenti in tutto il contado fiorentino. Il castello, chiamato all'epoca fattoria di Carcherelli, aveva una posizione privilegiata rispetto alla valle dell'Arno poiché permetteva un controllo militare sul fiume. Col passaggio ad altri proprietari, nel tempo il castello perse la propria funzione difensiva, diventando una residenza signorile. Nel XVI secolo la proprietà passo ai Davizzi, come ricorda lo stemma ancora presente sulle torri nord e sud. Sotto la proprietà di Neri di Pietro Davizzi il castello fu scenario di un fatto di sangue: egli, dopo aver tenuto la moglie prigioniera nel maniero, se ne sbarazzò avvelenandola a morte. Per il misfatto l'uomo subì una pesante condanna, venendo permanentemente esisliato dal territorio fiorentino. Solo nel 1546, con l'acquisto della struttura da parte del senatore Roberto Acciaioli, figlio di Donato, la sede assunse l'attuale nome. L'ingresso, la scala, i soffitti a cassettoni e l'imponente camino risalgono a questo periodo. Nel XVIII secolo fu edificata la cappella dedicata alla Santa Croce, per opera della famiglia Gentile-Farinola subentrata nella proprietà agli Acciaioli. Nel 1874 i Farinola ospitarono la scrittrice inglese Ouida. I tre proprietari successivi furono i Capra, poi i Caini e, dal 16 febbraio 1999, l'amministrazione comunale di Scandicci, che ne ha avviato dal 2002 un restauro capillare, concluso nel 2008. Nel 2000 il castello-villa è stato vincolato dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici di Firenze, con un vincolo di scopo che lega l'uso della struttura ad attività di formazione, impiego e ricerca. Il corpo centrale del castello, dotato di giardino murato e circondato da un ampio parco oggi destinato ad uso pubblico, ha subito varie modifiche nel tempo, ma ha mantenuto un certo aspetto severo tre-quattrocentesco grazie alle due torri con merlatura guelfa e alla cinta muraria in pietra a filaretto, con conci disposti a fascia e in chiave, che circonda la struttura. All'interno gli ambienti sono organizzati attorno a un cortile, con a ovest bassi edifici un tempo abitati dai braccianti agricoli, e ad est gli ambienti signorili. Il nucleo più antico di questa ala è la parte centrale, con i resti visibili in facciata di una casa-torre in pietra concia alla quale vennero poi aggiunte due ali laterali adiacenti: le stanze a sud sono più semplici, con alti soffitti a cassettoni, ma più antiche, mentre quelle nella metà nord sono decorate da affreschi sei-settecenteschi, tra cui spiccano quelli di vedute e finte rovine di una stanza affacciata sul giardino. La cappella di famiglia è posta fuori dal recinto delle mura, ma immediatamente adiacente ed accessibile dall'interno tramite un passaggio con decorazioni a stucco a forma di conchiglia. È a pianta quadrata e dotata, su ciascun angolo, di quattro nicchie semicircolare. All'interno si trovano un busto di Paolo Valentino Farinola e due lapidi di membri della famiglia, una recante la data 1821. Sull'altare in stucco si trova una tela con l'Adorazione della Croce, che rimanda alla dedica alla Santa Croce. Il giardino murato oggi presenta solo tracce dell'originario impianto settecentesco, come l'esedra rustica decorata a mosaico in asse col portale che conduce all'appartamento signorile. La limonaia, situata a nord, era stata adibita anche a cantina. Oggi il Castello, che si trova nel centro della città, con il suo parco di 36.000 mq è a disposizione dei cittadini. Dal 2008 il castello ha ospitato al suo interno una sede distaccata dell' Istituto Internazionale Fashion, design & Marketing Polimoda, fino al trasferimento nel 2015 presso la sua nuova sede nell'area del Centro Rogers. Il Castello dell’Acciaiolo è diventato nel 2011 sede dell' Istituto Tecnico Superiore per il Made in Italy M.I.T.A., Fondazione pubblico-privata (I.T.S.) promossa dal Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, dalla Regione Toscana, dal Comune di Scandicci e circa un centinaio di Aziende della moda del territorio, quale scuola di eccellenza per facilitare lo sviluppo economico dei settori nazionali più competitivi. Uno spazio ricco di laboratori e attrezzature che consentono di accogliere un'affluenza giornaliera di oltre 80 studenti, dedicato alla moda, alla pelletteria e ai suoi accessori. Oltre ai locali concessi per fini formativi, dal 2008, il cortile interno del Castello e gli spazi attigui sono stati destinati dal Comune di Scandicci ad attività di ristorazione e promozione. La gara è stata vinta da Slow Food Scandicci srl che qui vi ha aperto un’osteria e la sede di una Fondazione per la biodiversità in cui vengono realizzate attività di comunicazione, convegni e laboratori aperti. L'immenso parco del castello, fin da subito aperto alla cittadinanza, dal 2001 è uno dei luoghi protagonisti della manifestazione estiva Open City con concerti, spettacoli, mostre e numerosi altri eventi culturali. Altri link suggeriti: http://www.castellitoscani.com/italian/acciaioli.htm, http://www.acciaioloslow.it/storia-acciaiolo.php, http://www.turismo.intoscana.it/site/it/elemento-di-interesse/Visita-al-Castello-dellAcciaiolo-di-Scandicci/, video di atlas1965ify: https://www.youtube.com/watch?v=3MNs0kqBZJM

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_L%27Acciaiolo, http://www.scandiccicultura.eu/patrimonio-culturale/il-castello-dellacciaiolo.html,

Foto: la prima è presa da http://www.photocompetition.it/portfolio/castello-dellacciaiolo/411.html, la seconda è di Kensimo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/345902

mercoledì 28 settembre 2016

Il castello di mercoledì 28 settembre




 

MAIORI (SA) - Torre normanna

Non si sa con certezza chi siano stati i veri fondatori di Maiori. Esistono le ipotesi più varie. Ci sono teorie che attribuiscono la fondazione della cittadina ai greci, agli etruschi, ai picentini, ai romani e finanche al principe dei longobardi Sicardo. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor (l'attuale Minori). Inizialmente tutte le cittadine della costa vennero edificate dai conquistatori che si susseguivano, come per esempio gli etruschi ed i romani. Nel periodo della caduta dell'Impero romano d'Occidente vi furono altri insediamenti. Intorno all'830 i luoghi della costa furono riuniti in una "Confederazione degli Stati Amalfitani". Fecero parte della Repubblica marinara di Amalfi le città tra Lettere e Tramonti e tra Cetara e Positano (come anche Capri). I loro abitanti, in maniera collettiva, vennero chiamati "Amalfitani". Ogni città in quel periodo mantenne il proprio nome e la propria autonomia amministrativa, svolgendo un ruolo specifico nella Confederazione. Dopo l'anno mille Maiori (assieme ad Amalfi) passò a fare parte del Principato di Salerno e ne seguì le vicende storiche. Nel 1343 una mareggiata distrusse gran parte del litorale di tutta la Costiera, che – tra l'altro – viene anche menzionata in una lettera di Francesco Petrarca al Cardinale Giovanni Colonna. Dal 1811 al 1860 è stato capoluogo dell'omonimo circondario appartenente al Distretto di Salerno del Regno delle Due Sicilie. La torre Normanna è la più antica torre della Costa d'Amalfi, fu costruita tra il 1250 e il 1300 col fine di avvistare le navi dei razziatori. Essa sorge su una sporgenza di un costone roccioso, costruita accanto ad una preesistente torre di forma circolare, posta a guardia della costa e inserita nel sistema difensivo costiero contro i corsari saraceni. Nel periodo vicereale (1534)  alla preesistente torre di forma circolare fu addossata la nuova torre con le sue possenti mura. La torre è raffigurata in un quadro del 1777, in un altro del 1817, nonché in alcune opere di artisti moderni e contemporanei. Luca Albino, artista del '900 maiorese l'ha raffigurata nell'opera "Paesaggio della Costiera visto da Maiori", conservata attualmente presso il Palazzo Mezzacapo di Maiori e nell'opera intitolata "Torre Normanna di Maiori", conservata presso la pinacoteca provinciale di Salerno. Tra le curiosità storiche della nostra location: "L'episodio siciliano" del film "Paisà" di Roberto Rossellini fu girato tra le mura della Torre Normanna. Negli anni '50 Ingrid Bergman e Roberto Rossellini furono fotografati presso la Torre Normanna. Negli ultimi anni la torre è stata visitata da ospiti locali, nazionali ed internazionali, tra cui Carlo Buccirosso, Biagio Antonacci, Naomi Campbell, Leonardo Di Caprio e dall'indimenticabile Lucio Dalla. Oggi la costruzione ospita un prestigioso ristorante (www.torrenormanna.net). Ecco un interessante video, realizzato con un drone, di Claudio Musella: https://www.youtube.com/watch?v=2SEYM8AnK_0

Fonti: http://www.tnamalficoast.it/dove-siamo/torre-normanna.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Maiori, http://www.ulisseonline.it/la-torre-normanna-di-maiori-e-larte-dellaccoglienza/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/01/87/84/ac/caption.jpg

martedì 27 settembre 2016

Il castello di martedì 27 settembre






FAEDIS (UD) - Castello di Zucco

Il 13 novembre 1248, il Patriarca Bertoldo concesse ad Adalpretto di Cucagna il permesso di erigere un castello sul colle detto "Rodingerius" sopra Faedis. Questo fa supporre che in questi primi centocinquanta anni di permanenza a Faedis la famiglia Cucagna si sia ingrandita ed arricchita enormemente. Il maniero venne edificato, com'era in uso, in un punto più basso rispetto a quello preesistente, quasi una forma di sottomissione e rispetto verso il primo più antico ed illustre. Il nuovo castello detto di Zucco (da zuc = colle), posseduto inizialmente in comunione tra i nobili Cucagna, successivamente venne ceduto definitivamente ad un ramo della famiglia stessa che prese il nome omonimo. Il nuovo complesso, più grande rispetto al preesistente, aveva una pianta articolata con doppia cerchia muraria, e ampio fossato. All'interno del recinto sorgevano la torre mastio, la domus fortificata, alcune strutture abitative e anche la cappella castellana che ancora oggi è possibile ammirare, edificata nel tardo Cinquecento da Gabriele di Zucco su preesistenze più antiche. Al suo interno la bella Madonna del latte tra i santi Giovanni Battista e Giacomo risalente al secolo XIV. Nel XV secolo il castello di Zucco, che subì le stesse sorti di quello di Cucagna, venne abbandonato per le più comode e accoglienti ville di pianura (forse anche perché danneggiato a causa dei disordini e del terremoto del 1511) e sempre nello stesso secolo fu incendiato dai veneziani. Questo castello, come quello di Cucagna, in questo ultimo secolo ha subito molti danni soprattutto durante la prima e la seconda guerra mondiale. Per diversi anni è stato oggetto di recupero, da parte dell'Istituto per la ricostruzione del castello di Chucco Zucco, attualmente i lavori sono in stand-by in attesa che un nuovo ente apra il cantiere per il definitivo recupero in vista della realizzazione del Parco Archeologico della Terra dei Castelli dei comuni di Attimis, Faedis e Povoletto. Il Castello di Zucco è raggiungibile attraverso l'antico sentiero medievale lastricato attraverso il bosco, che parte da Borgo S. Anastasia, sulla strada per Canal di Grivò, a Faedis. La suggestione viene accresciuta dalla visione quasi cristallizzata del fortilizio, con gli ancora imponenti paramenti murarî e alcuni particolari difensivi tra cui le caditoie e la pusterla di accesso al mastio. Ecco un video al riguardo (di kerky09): https://www.youtube.com/watch?v=-oXSa8POWUI. Altri link suggeriti: http://www.youreporter.it/gallerie/Castelli_di_Zucco_e_Cuccagna/#4, http://www.archeocartafvg.it/portfolio/faedis-ud-castello-di-zucco/

Fonti: http://www.prolocofaedis.it/castelli_di_faedis.html, http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/zucco

Foto: la prima (antecedente al restauro) è presa da http://www.archeomedia.net/wp-content/uploads/2014/01/10B_veduta_aerea_del_castello_di_Zucco.jpg, la seconda da https://i.ytimg.com/vi/Z3KnpCq_ccI/maxresdefault.jpg

lunedì 26 settembre 2016

Il castello di lunedì 26 settembre






FAEDIS (UD) - Castello di Soffumbergo

Si trova nella località di Soffumbergo a Campeglio, frazione del Comune di Faedis. Probabilmente venne costruito al posto di un castelliere romano. Si ritiene che fosse molto antico, poiché alcuni studiosi lo dicono provvisto di torri "alla longobarda". Fu anche chiamato «Balcone» per la magnifica vista che da esso si gode. Il castello di Soffumbergo fu costruito nel XI secolo e deve la sua importanza soprattutto al fatto che per molti secoli fu dimora del Patriarca di Aquileia. Fu scelto come residenza estiva dal patriarca Bertoldo di Andechs, dei duchi di Merania (1218-1251), grande amico dell'imperatore Federico II di Germania. Ma anche altri suoi successori vi soggiornarono (così Bertrando di San Genesio e Marquardo di Randeck), fu tanto fortificato ed abbellito da essere denominato «la perla del Patriarcato». Vi si batté pure moneta. In questo maniero vigeva il feudo di abitanza e nel '200 e '300 vi abitavano i signori di Soffumbergo che godevano di molti feudi. Nel 1275 ottennero un'importante riconferma. Questi signori parteciparono all'uccisione del patriarca Bertrando nel giugno 1350. Il 24 maggio 1352 il patriarca Nicolò di Lussemburgo, nella sua repressione contro coloro che avevano ucciso il beato Bertrando, prese per se il castello di Soffumbergo, senza più infeudarlo, impiccò Enrico che aveva pendenze con la giustizia per altri delitti commessi ancora dal 1345, e cacciò dal castello i consorti di Enrico. Il toponimo Soffumbergo deriva dal tedesco medievale Scharfenberg che significa monte aguzzo o rocca aguzza, e difatti la collina su cui è stato costruito ha proprio queste caratteristiche. Il territorio su cui dominava comprendeva Campeglio, Raschiacco, Colloredo, Valle e Canale. In seguito Soffumbergo passò ai Cividalesi che poi lo consegnarono al patriarca Filippo d'Alençon (1381-1387). Venuta in Friuli la Serenissima (1420) questa permise che lo si abbattesse nel 1441 da parte dei Cividalesi. Il castello non fu mai più ricostruito. Il complesso, castellano conserva i resti delle torri del recinto, la domus residenziale e la cappella castellana. Quest'ultima, grazie ai numerosi rifacimenti e restauri, è ancora totalmente integra. In seguito ad alcuni scavi archeologici condotti nel 1993 sono strati recuperati numerosi frammenti di ceramica da mensa e da fuoco, con interessanti morivi decorativi, oggetti in bronzo, cuspidi di frecce, elementi di armature risalenti ai secoli XIII-XIV. Il castello di Soffumbergo è raggiungibile attraverso via Castellana a Campeglio, una laterale della strada per Raschiacco. In questo video (di Adriano Dini) si parla anche del castello di Soffumbergo: https://www.youtube.com/watch?v=xBHCTczL1Xc. Altri link utili:
https://www.google.it/?gws_rd=ssl#q=soffumbergo+castello , http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/soffumbergo
Fonti: http://www.prolocofaedis.it/castelli_di_faedis.html, http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms//index.php?id=11714,0,0,1,0,0  
Foto: la prima è presa da http://www.scoprifvg.it/site/wp-content/uploads/2014/12/Castello_Soffumbergo-938x535.jpg, la seconda da http://www.archeocartafvg.it/wp-content/uploads/soffunbergo.jpg

domenica 25 settembre 2016

Il castello di domenica 25 settembre







FIUMICINO (RM) – Torre di Pagliaccetto in località Torrimpietra

Questa è la originale “Turris in petra” (Torre in Pietra) che diede il nome al vicino borgo fortificato “casale di Torrimpetra” che solo nel XVI secolo divenne residenza nobiliare con un assetto architettonico ben definito, con un’alta torre di avvistamento, e acquisendo univocamente il nome di Torreimpietra.  L’originale Torreimpreda (così rintracciabile nel catasto alessandrino del 1660), torre isolata, che si erge su un dirupo roccioso,  è oggi così nota con un altro nome: Torre di Pagliaccetto. La torre, di proprietà privata, alta circa 12 metri, collegata visivamente a quella di Palidoro serviva per l'avvistamento e la difesa del vicino borgo. L'aspetto attuale risale ai rifacimenti del XVII secolo per rafforzare la difesa del litorale da parte dello Stato Pontificio, ma alcune radicali modifiche sono state apportate nello scorso secolo. Nei pressi della torre nella metà degli anni ’50 del secolo scorso, è stato rivenuto un importante sito preistorico risalente al paleolitico inferiore, con resti fossili di mammiferi e strumenti litici in pietra e selce. Un sito che riportò alla luce un numero così elevato di strumenti in pietra al punto da essere considerato per molti anni il più importante sito di riferimento del Paleolitico inferiore in Europa. Una curiosità: il nome dato alla torre deriva da una leggenda popolare del settecento: si narra che Pagliaccetto, fattore del principe Falconieri, avesse poteri magici e tenesse al suo servizio novantanove folletti; in una notte grazie ai folletti avrebbe costruito i novantanove fontanili della tenuta di Torrimpietra, e tutt'intorno alla torre, sempre nella stessa notte, avrebbero piantato un uliveto. Ma i poteri magici di Pagliaccetto non finivano qua… si narra che possedesse il potere di incantare qualsiasi animale. La leggenda qui prende tre percorsi per arrivare allo stesso finale… Quando fu licenziato dal suo padrone, il principe Falconieri, Pagliaccetto si fece seguire da tutti gli animali della zona  e insieme a loro si gettò in mare scomparendo tra le onde. Ancor oggi un silenzio innaturale avvolge la tenuta di Torrimpietra…ecco una versione più dettagliata della leggenda: http://www.gatc.it/articoli/pagliaccetto.htm

Fonti: Testi elaborati da TESORI DEL LAZIO  (09-2010) su http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=i+tesori+del+lazio&cat=Rocche+e+torri&pag=Fiumicino+(RM)+-+loc.+Torreimpietra+-+Torre+del+Pagliaccetto,

Foto: la prime due sono state scattate dal sottoscritto, la terza è presa da http://www.sullaviadelletorri.it/it/le-torri/item/6-torre-del-pagliaccetto

sabato 24 settembre 2016

Il castello di sabato 24 settembre







FIUMICINO (RM) – Torre Primavera

La Torre di Maccarese, avamposto del vicino castello San Giorgio di Maccarese, fu edificata per volere di Papa Pio IV nel 1574-75, probabilmente sui resti di una vedetta precedente ed è situata in prossimità della foce dell'Arrone, l’antico Aro (emissario del Lago di Bracciano). E’ nota anche come Torre Primavera, e questo nome, che riguarda l’intera area circostante, probabilmente deriva dal microclima particolarmente favorevole a cui la zona è soggetta. La Torre di Maccarese è a pianta quadrata, con circa 12 metri di lato, ed è alta circa 15 metri. Si presenta ancora oggi con la robusta base a scarpa, con i rinforzi angolari in blocchi di travertino e una cordonatura che segnava il limite del primo piano dove in origine vi era l’accesso tramite una scala esterna rimovibile. Edificata tra il 1574 e il 1575, rientrava nel progetto di riorganizzazione della difesa del litorale operato dello Stato Pontificio per assicurare il controllo delle spiagge, tra Terracina e Porto Ercole, a causa della imminente invasione turca che si prospettava dopo la devastante disfatta subita nel 1560 a Gerba. Da un manoscritto del 1692 si sa che “al primo piano vi è una stanza con una scaletta per salire all’alto della torre nella piazza d’armi”. Si tramanda che nel 1748, grazie ai segnali dati dalla torre, i contadini di Maccarese riuscirono ad arrivare in tempo per bloccare i pirati che erano sbarcati sulla costa dopo che la loro nave si era arenata a causa del mare mosso. Come avamposto del castello San Giorgio di Maccarese seguì le stesse alterne vicende dei proprietari, passando dagli Alessandrini agli Anguillara e poi per i Mattei; prima della bonifica integrale del 1925 era dei Rospigliosi. La porta attuale della torre è stata aperta proprio dai Rospigliosi quando ne entrarono in possesso nel 1756. Di proprietà in quegli anni della costituenda “Maccarese Società Anonima di Bonifiche”(SAB) dopo la crisi del 1929 è stata ceduta, insieme al Castello, al borgo e a tutta la tenuta oramai bonificata, alla Banca Commerciale Italiana. Dopo il passaggio all’IRI nel 1937, nel 1998 è stata acquistata da una Holding del Gruppo Benetton, che ancora oggi la detiene come la più grande azienda agricola italiana col nome di Maccarese Spa. La sua particolarità, oggi, è la posizione: al contrario di Torre Flavia di Ladispoli (cfr. Album” Rocche, Torri e Castelli nascosti”) che deve combattere contro l’avanzare del mare e i fenomeni di arretramento della costa (se non fosse per le barriere antierosione posti in questi ultimi anni sarebbe dentro al mare a circa 80 metri dalla riva), la Torre di Maccarese è ora a circa 800 metri dalla linea di costa, nel bel mezzo dei campi, risentendo degli avanzamenti della costa legati alle piene del Fiume Tevere del vicino Arrone! Altri link utili: http://www.sullaviadelletorri.it/it/le-torri/item/4-torre-primavera, http://web.tiscali.it/lorywildweb/torre_di_maccarese_o_primavera.html

Fonti: http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=I+tesori+del+Lazio&cat=Rocche+e+torri&pag=Fiumicino+(RM)+-+loc.+Fregene+-+Torre+di+Maccarese+o+Torre+di+Primavera, scheda di Anna Consoli Scudo su opuscolo “Torri e castelli della Riserva “Litorale Romano” Nord” della Associazione Onlus “Natura 2000”

Foto: la prime due sono state scattate dal sottoscritto proprio oggi (!), la terza è presa da http://www.sullaviadelletorri.it/it/le-torri/item/4-torre-primavera

venerdì 23 settembre 2016

Il castello di venerdì 23 settembre






SAN LORENZO IN BANALE (TN) - Castel Mani

Secondo la leggenda, nello stesso luogo dove sorge il maniero sarebbe esistito un castelliere celtico e poi romano. Anche il suo nome risalirebbe all'età antica: deriverebbe infatti dagli dei Manes, adorati nella zona. La costruzione di Castel Mani risale probabilmente al XII secolo anche se i primi documenti scritti che lo riguardano sono del 1207. In quell'anno il principe vescovo di Trento investì Uldarico d'Arco del feudo legato al castello. La fortezza fu edificata a presidio della strada che saliva da Castel Toblino e si congiungeva con quella che portava in val di Non e a Fai. Rimase sempre sotto il controllo vescovile e fu restaurata dal vescovo Hinderbach alla fine del Quattrocento e dal Clesio dopo la guerra dei contadini del 1525. Castel Mani fu pesantemente danneggiato nel 1786 e nel 1797 durante l'invasione napoleonica, diventando una rovina. Nel 1830 i suoi resti furono usati come cava di pietre per la costruzione del paese di San Lorenzo. Oggi di Castel Mani rimane un muro perimetrale all'interno di un giardino pubblico. I ruderi accompagnano un meraviglioso punto panoramico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Mani, http://www.castelli.cr-surfing.net/p701.htm, http://www.brentapaganella.it/sito/artmani.php

Foto: la prima è presa da http://www.vitatrentina.it/media/cumulus/castelli-ruderi_-_castel_mani_ad_est_di_s.lorenzo_in_banale2, la seconda da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Trentino/trento/sanlormani02.jpg

giovedì 22 settembre 2016

Il castello di giovedì 22 settembre







GROTTAMMARE (AP) - Castello

Grottammare ha origini antichissime. Vi sono tracce antropiche risalenti al neolitico. Sul suo territorio è stata scoperta una necropoli picena risalente al VII.V secolo a.C. Possesso nel Medioevo dell'Abbazia di Farfa, fu dato a Fermo nel 1214 da Aldobrandino d'Este. Tra il XIII e il XVI secolo fu a lungo contesa tra Fermo ed Ascoli. L'attuale impianto di mura fortificate risale proprio al XVI secolo, caratterizzato da violente contese con le comunità vicine e da attacchi pirateschi. Dal XVIII secolo cominciò l'espansione verso la zona costiera, il cui impianto urbanistico, opera dell'architetto di origine lombarda Pietro Augustoni, si deve all'intervento di papa Pio VI (1779). Di enorme importanza, per la storia nazionale, l'incontro che vi si tenne il 12 ottobre 1860, tra Vittorio Emanuele II, ospitato a Palazzo Laureati, e una delegazione di notabili partenopei che gli offrirono formalmente il Regno delle due Sicilie. Le fortificazioni del paese alto presentano due diversi momenti edilizi: la zona più in alto, che corrisponde al più antico insediamento e, adiacente a questa, sulle pendici del colle, lo stanziamento più recente. Il sistema murario più antico è di incerta datazione: secondo fonti archivistiche potrebbe risalire al IX-X secolo, con elementi murari del XII-XIII secolo, forse ascrivibili a un restauro concesso dal Cardinale Ranieri nel 1248, come è riportato in un documento citato in una guida del XIX secolo. Al XV-XVI secolo risale la seconda fase costruttiva, con il Torrione della Battaglia, quando le mura erano accessibili attraverso tre porte, Porta Marina a est, Porta Castello a ovest e Porta Maggiore a sud. Le fortificazioni avevano una funzione difensiva dell’abitato e dell’antico porto, molto attivo tra il XIII e il XIV secolo, come mostra anche la sua riedificazione nel 1299 per volere della città di Fermo, alla quale in questo periodo il paese era soggetto. Nel 1640-43, in occasione della guerra tra Urbano VIII e il duca di Parma Odoardo Farnese per il Ducato di Castro, Grottammare fu scelta come presidio per tutto il litorale da Ancona fino ai confini con il regno borbonico e il castello venne rafforzato e munito di cannoni. Il castello era completato da una torre che fungeva da faro che si trovava nel punto più alto della rocca. La torre-faro, probabilmente arricchita da un orologio, aveva forma cilindrica e si sviluppava su tre piani; nel 1766 fu in parte demolita perché pericolante e nei primissimi anni del XIX secolo venne abbattuta anche la porzione restante. I ruderi del castello presentano un basamento costituito da muri a scarpa in laterizio che si dispongono secondo un andamento curvilineo. Da questo basamento si elevano i resti di una torre e di un muro perimetrale che conservano ancora i beccatelli e due feritoie di artiglieria. A poca distanza si trova un’altra torre con resti di beccatelli, internamente voltata a botte, che si colloca su un basamento a scarpa. I resti sono inseriti in uno scenario molto suggestivo, sia per il panorama che si può godere sia per la ricca vegetazione, dove predominano i pini d’Aleppo.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Grottammare, http://www.comune.grottammare.ap.it/contents/Castello/380

Foto: le prime due sono cartoline della mia collezione, la terza è presa da http://www.comune.grottammare.ap.it/userfiles/image/Turismo/Castello/Castello%202.JPG

mercoledì 21 settembre 2016

Il castello di mercoledì 21 settembre






LUZZANA (BG) - Castello Giovannelli

I primi documenti in cui appare il nome di Luzzana risalgono all'anno 886 quando, in alcuni atti di vendita di terreni, viene fatta menzione del nome del paese. Ma i resti principali risalgono all'epoca medievale, in cui vi furono cruente lotte tra le fazioni guelfe e ghibelline. La principale opera di quel periodo risulta essere il castello Giovannelli, risalente al XIII secolo, ed attuale sede dell'Unione dei comuni della media Val Cavallina e della biblioteca, che svetta sul paese con la sua torre mozza e le murature con feritoie. Altri monumenti risalenti a quel periodo sono casa Mazzi e casa Gobetti, sul confine con Trescore Balneario. Nel XIX secolo venne edificata la chiesa parrocchiale, intitolata a San Bernardino da Siena, contenente numerosi dipinti di notevole pregio, tra cui la Madonna in trono e la Crocifissione di Francesco Zucco. Il paese venne unificato con il confinante comune di Entratico dal 1927 fino al 1948, quando riacquistò la sua autonomia. Il castello è un edificio con torre d'ingresso a logge su quattro lati su androne con strutture ducentesche, cancello con bei pilastri barocchi sul lato a valle con ampia gradinata e balaustra in pietra, il portico è a quattro luci su colonne, le sale sono lunettate e i soffitti a travi di legno. I resti delle primitive strutture (la torre, il portale ad arco acuto, alcuni particolari del muro esterno del lato nord, la porticina ad arco tondo sulla sinistra dell’atrio d’ingresso, l’altra porticina d’ingresso alla torre nel sottotetto e due finestrelle nella prigione della torre) fanno risalire, con attendibilità, la costruzione del castello alla fine del sec. XIII. Verso la fine del 1500, questo vecchio maniero fu trasformato in abitazione civile dai conti Giovannelli. Un secondo ampliamento fu messo in opera nella seconda metà del 1700, in concomitanza con la costruzione del Palazzo del Patriarca. A 50 metri dal lato occidentale del castello, sorge il fortilizio. A metà del 1700 erano ancora ben visibili le merlature, di tipo ghibellino, sulle mura perimetrali. Sul lato nord si innalza un massiccio torrione. Da uno scantinato adiacente alla torre dei passeri parte una galleria ad arco abbassato che sbuca sotto il cavalcavia di via del Castello. Il castello ospita anche il Museo d'Arte Contemporanea di Luzzana-Donazione Meli, con oltre 220 opere donate dal maestro Alberto Meli, scultore, e dalla pittrice Ester Gaini Meli, sua moglie.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Luzzana, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00008/, http://www.museoluzzana.it/il-castello/, http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1993952600.html

Foto: entrambe di Adreian Matias, la prima è presa da http://static.panoramio.com/photos/original/100278721.jpg, la seconda da https://www.panoramio.com/photo/100278074

martedì 20 settembre 2016

Il castello di martedì 20 settembre






L'AQUILA - Castello in frazione Camarda

Camarda ha origine durante l'Alto Medioevo, quando un'incursione di Longobardi spinse molti abitanti di Forcona (area archeologica sita nella zona di Bagno - località Civita di Bagno) a rifugiarsi nei luoghi limitrofi. Secondo la leggenda, il nome di Camarda deriverebbe dal grido "Cama ardet!", urlato dai contadini che videro bruciare i loro covoni, a cui alcuni soldati Longobardi avevano dato fuoco. Successivamente, Camarda fu uno dei borghi che contribuirono alla fondazione di L'Aquila. Da allora, questo borgo legò il suo destino a quello della città. Nel XIX secolo, Camarda fu eletto Comune, ma presto perse questo titolo, per diventare semplicemente una delle frazioni di L'Aquila. Costruito nell'XI secolo, il castello è menzionato nel Chronicon Farfense del decimo secolo, in cui è scritto che era proprietà del signore di Intempera (oggi Tempera) Atenulfo nel 1173. Diverse volte citato nelle documentazioni più importanti del Duecento, il castello fu comprato da Stefano Valles di Napoli nel 1533. Da una descrizione affascinate e ricca, scritta dal famoso storico aquilano Antinori, il maniero di Camarda risultava ancora ben efficiente e stabilmente usato nel Settecento. Il recinto del castello era potenziato da quattro torrioni; quello situato a settentrione, nel punto più alto, era il più elevato con il compito di puntone di vedetta e di ultima difesa. All’epoca si poteva ancora vedere la porta d’ingresso, successivamente distrutta, che permetteva ai mezzi agricoli l’accesso nel recinto. Le torri di cinta sono state abbattute o convertite e riusate mentre la torre principale si preserva tuttora, sebbene in condizioni molto precarie poiché la copertura ha ceduto. Di forma quadrangolare, quest'ultima era accessibile fino al 2009, quando il terremoto l'ha fatta crollare a metà. Il castello era dunque assai modificato rispetto alla sua struttura originaria, ne rimanevano tracce di mura inglobate nel centro storico. Si potevano ancora riconoscere, in alcuni tratti delle mura, le cannoniere e le fuciliere originarie. Al vertice dell’agglomerato edilizio di Camarda si ergeva, maestosa e solenne, la torre, detta del Castello, che merita un cenno speciale. Questa era composta da un muro, che girava in quattro angoli, non tutti uguali, con altrettanti torrioni, dei quali quello posto a settentrione era il più alto, l’attuale torre del castello. La sua costruzione è da ricondurre con ogni probabilità al fenomeno dell’incastellamento, verificatosi intorno al Mille, anche se l’impianto arrivato ai giorni nostri si riferiva ad un rifacimento del tardo Quattrocento. Come in quasi tutti i castelli, fu quasi certamente la torre principale ad essere edificata per prima, con funzione di avvistamento e di controllo del territorio. Ad essa, in un secondo tempo, fu collegata la muraglia, di forma trapezoidale, che comprendeva altre due torri rompi-tratta ad ovest e una torre angolare a sud. L’insieme assumeva la classica connotazione del castello-recinto, in questo caso assai prossimo al centro abitato, con qualche edificio all’interno delle mura. Altro link sull'argomento: http://www.regione.abruzzo.it/xcultura/index.asp?modello=torreaq&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr21223&tom=1223

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Camarda, http://www.inabruzzo.it/camarda-castello-recinto.html, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/provincia000.htm

Foto: la prima è presa da http://www.iloveabruzzo.net/images/2015/luglio/camard02.jpg, la seconda è di Giovanni Lattanzi su https://plus.google.com/photos/106464908274500266961/albums/5828880299855179217/5828880794274090194

lunedì 19 settembre 2016

Il castello di lunedì 19 settembre






NIELLA BELBO (CN) - Torre

Il nome Niella Belbo, trasformazione di Nigella ad Belbum, potrebbe derivare da un'erba che cresce fra le messi, la Nigella Sativa: pianta annuale della famiglia delle ranuncolacee, originaria del Medio Oriente, conosciuta ed apprezzata dalle culture Egiziana ed Ebraica; studi sulle sue prorietà sono poi stati condotti da ricercatori arabi nel medioevo. Il paese è citato, sembra per la prima volta, in un atto del 1033 con il quale il Marchese Adalberto fondava in Parma l'Abbazia di Castiglione dotandola di proprietà terriere in Alta Valle Belbo. Dal Marchese Bonifacio del Vasto passò poi ai Marchesi di Cortemilia e a vari rami dei del Carretto per entrare poi a far parte dei domini di Savoia verso il 1600 sotto Carlo Emanuele II. Sembra non rimanere nulla del castello costruito nel XIII secolo da Antonio Grattapaglia vassallo dei del Carretto; danni irreparabili sono stati causati dalle truppe del Visconti nel 1431 e durante la guerra della Reggenza. Unici monumenti in ottimo stato sono: l'Arco Medievale, denominato dei Francesi per ricordare il passaggio dei 12.000 uomini della divisione napoleonica del generale Le Harpe, transitata in paese nell'aprile del 1796; la Torre, chiamata Saracena, che chiudeva il borgo a nord. La prima chiesa parrocchiale sembra sia stata l'attuale Cappella di San Giovanni situata fuori abitato ad est; è stata poi seguita dalla chiesa adiacente il nucleo storico, diventata confraternita dei battuti di cui rimane soltanto la parte absidale. L'edificazione dell'attuale parrocchiale, dedicata a San Giorgio e del Santuario della Natività di Maria, ubicato in luogo panoramico a sud-est, è stata proiettata all'indietro, almeno come primo nucleo, a seguito ritrovamento di affreschi durante gli ultimi lavori di restauro, affreschi databili al 1400. Nel secondo dopo guerra Niella si è sviluppata lungo l'asse della Strada provinciale e ha lasciato praticamente intatto il centro storico, oggetto di riqualificazione negli ultimi anni. La torre, di pianta quadrata, ha una massiccia cortina muraria in conci irregolari di pietra; su tutti i fronti, tranne uno, appare a mezza altezza una feritoia, mentre subito al di sotto del tetto si trovano finestre molto ampie. La torre-porta invece sembra databile al Quattrocento: essa presenta verso sud (esterno dell’abitato) un arco a sesto leggermente acuto, mentre verso l’interno ha una seconda ghiera a sesto ribassato. L’arco a sesto acuto è realizzato con conci più grandi e regolari di quelli che compongono la struttura muraria. Oggi la torre è visitabile soltanto dall’esterno e l’Amministrazione comunale, guidata dal sindaco Alberto Giacosa, sta muovendo i primi passi per valorizzarla. «Il Comune, in quanto proprietario della torre, ha partecipato al bando indetto dalla fondazione Crc nell’ambito della sessione generale arte, attività e beni culturali con l’intenzione di rendere agibile il bene architettonico anche all’interno», spiega il primo cittadino. «Il progetto presentato», prosegue il sindaco, «include la sostituzione delle attuali scale a pioli site nella torre, con scale in legno ben strutturate e sicure, l’installazione di illuminazione e il perfezionamento del tetto che, pur conservando elementi storici e paesaggistici importanti quali la copertura in pietra di Langa, sarà dotato di un telo non visibile, a protezione dalle infiltrazioni. All’interno saranno inseriti anche serramenti a tutela dei locali contro polvere e sporcizia».
La spesa totale ammonta a circa 30mila euro e l’Amministrazione comunale è in attesa della risposta da parte della fondazione Crc per dare avvio ai lavori. Altri link per approfondire: http://www.centrostudibeppefenoglio.it/it/articolo/9-11-856/patrimonio-artistico/architettura/torre-di-niella-belbo, http://www.centrocasalis.it/localized-install/biblio/cuneo/niella-belbo

Fonti: http://www.comune.niellabelbo.cn.it/, http://www.langamedievale.it/monumenti-medievali-langhe/niellabelbo/, articolo di Debora Schellino su http://www.gazzettadalba.it/2016/03/progetto-del-comune-per-riaprire-la-torre/

Foto: la prima è presa da http://www.comune.niellabelbo.cn.it/Galleriafotografica/tabid/5360/Default.aspx, la seconda invece è presa da http://www.langamedievale.it/monumenti-medievali-langhe/niellabelbo/

domenica 18 settembre 2016

Il castello di domenica 18 settembre






PANICALE (PG) – Castello di Mongiovino

L'edificazione del Castello di Mongiovino fu decisa dal governo popolare di Perugia nel 1312 su pressante richiesta degli abitanti di S. Martino de' Cerreti, fortemente preoccupati dalla vicinanza del Castello di Montalera la cui influenza nemica si estendeva fin sotto l'antico borgo. A popolare il castello, prima con incentivi e poi con minacce, furono chiamati gli abitanti della valle del Nestore, un fiume che per le sue bizzarrie spesso creava non pochi problemi ai residenti. La decisione si rivelò azzeccata, i nuovi residenti realizzarono opere di bonifica e di terrazzamento della collina, crearono fossi per la regimazione delle acque piovane, muri di contenimento e altri interventi necessari per la conservazione del castello. Nel corso degli anni il castello subì vari attacchi da parte dei mercenari imperiali, dai Ghibellini e dei Conti di Chiusi ma ne uscì sempre più o meno indenne. Ma nel 1643 , nel corso della guerra di Castro, le truppe Papaline comandate da Taddeo Barberini, nipote di Urbano VII subirono a Mongiovino una storica sconfitta coinvolgendo nel disastro il Castello e i sui abitanti. Quello che oggi rimane del Castello è stato recentemente restaurato dai proprietari che con giusto orgoglio ne vantano le virtù e la storia centenaria. Attorno al Castello si estende una tenuta di oltre 140 ettari tra boschi, campi coltivati ed uliveti,con cinque case coloniche ricostruite alla fine del settecento, due delle quali all'interno del castello stesso, che fu danneggiato nella battaglia del 1643 tra le truppe papali dei Barberini e Perugia. Per una precisa scelta del proprietario, che vuole offrire a chi sceglierà questa località, la possibilità di vivere una vacanza diversa, le case hanno subito pochissimi cambiamenti nella ristrutturazione, così da renderle assai simili al periodo in cui sono state costruite. L'azienda è coltivata interamente con metodi di agricoltura biologica certificata e alcuni prodotti, tra cui l'olio extravergine d'oliva “Castello di Mongiovino”, vengono venduti direttamente ai clienti. Altri link suggeriti: http://www.fortezze.it/mongiovino_it.html#, http://www.castellodimongiovino.com/



venerdì 16 settembre 2016

Il castello di sabato 17 settembre






MISILMERI (PA) – Castello dell’Emiro

L'emiro Giafar II, che governò la Sicilia dal 996 al 1018, giunto a Misilmeri, fece costruire un grande castello dove dall'alto delle torri si ammirava uno splendido panorama: dalla vallata del fiume Eleuterio sino al mar Tirreno. In seguito, alle pendici del castello si formò un villaggio; da qui il nome Misilmeri che deriva dall'arabo Menzel-el-Emir e che significa appunto villaggio dell'Emiro. Nel 1068 Misilmeri fu teatro di una battaglia tra i Normanni di Ruggero d’Altavilla e gli Arabi, con la vittoria dei Normanni. La prima chiesa cristiana fu costruita prima del 1123 e intitolata a Sant’Apollonia, come citato in una bolla di papa Callisto II. La Misilmeri attuale venne fondata nel 1540 dal barone Francesco Del Bosco, il quale trasformò il paese in un cantiere edile; nel 1553 fece costruire la nuova parrocchia di San Giovanni Battista, la Madrice, nel 1575 aprì la strada di accesso al castello, la Strada Grande. La ricostruzione del paese proseguì con un'altra chiesa, quella di Santa Rosalia, la prima ad essere dedicata alla Santa eremita palermitana che dal 1625 al 1671 fu patrona di Misilmeri, conosciuta più comunemente come la chiesa di San Paolino. Nel 1692 con il supporto morale ed economico di Giuseppe del Bosco, principe della Cattolica, Francesco Cupani fondò a Misilmeri il più grande orto botanico d’Europa nel Giardino Grande, del quale oggi non rimane niente. Lo scopo di questo orto botanico era di coltivare erbe e piante per alleviare le sofferenze fisiche della povera gente di Misilmeri. Attirava molto l'attenzione del mondo civile di allora poiché questo tipo di istituzione umanitaria era davvero una cosa rara. Nel 1795, fondato l'Orto botanico di Palermo, più di 2000 piante di quello di Misilmeri vi furono trasferite. Nel 1896 venne collocata a Misilmeri una lastra marmorea incisa in memoria di questo primato scientifico. Re Vittorio Amedeo II di Savoia volle visitare per questo motivo il paese. La storia del Castello di Misilmeri è legata agli uomini che lo hanno abitato e posseduto, la sua bellezza al luogo verde e rigoglioso in cui sorse. Adagiato sullo sperone di Villalonga, il Castello di Misilmeri sovrasta solitario la valle dell'Eleuterio. Per la sua particolare posizione il castello fu in ogni epoca conteso, desiderato e rafforzato. Esistono diverse ipotesi sulla sua costruzione: la prima inquadra l'inizio della sua edificazione con la presenza del solo torrione nel periodo arabo, la seconda è che la costruzione sia avvenuta ad opera di Manfredi Chiaramonte intorno all'anno 1391. Attraverso diversi documenti ritrovati si può affermare che il castello non venne costruito interamente dagli arabi, ma ampliato in tempi diversi e a distanza di secoli. Il primo impianto è di origine araba, infatti si deve a loro il nome “Castello dell'Emiro”, Qasr al Amir. Inizialmente la sua struttura era composta solamente da una torre, detta Saracena, e da mura di cinta. A questa prima matrice spaziale si fusero altre aggiunte successive erette da coloro che lo hanno abitato, ed ognuno di essi ha impresso il proprio stile di appartenenza, trasformandolo, abbellendolo attraverso restauri e ampliamenti, rendendolo più forte e maestoso. Il primo restauro della fabbrica avvenne nel XIV sec. ad opera della famiglia Chiaramonte (in precedenza il complesso era stato donato da Ruggero Altavilla all’ammiraglio Giorgio d’Antiochia che a sua volta lo aveva donato alla diocesi di Palermo per poi finire in mano ai Chiaramonte a partire dal 1340). I primi interventi riguardarono la torre saracena, riadattata e ristrutturata; l'intera fabbrica, a differenza dei fortilizi dell'epoca, non si presentò mai come una struttura regolare circondata da mura e torre angolari a causa della topografia del luogo che fu sempre vincolo e causa dell'irregolarità dell'impianto. La torre più che un'abitazione divenne una fortezza e le mura esterne vicine alle zone più scoscese vennero spostate sull'orlo del promontorio in modo da avere una maggiore funzione strategica. Con l'avvicendarsi di diversi proprietari si susseguirono le trasformazioni. Nel 1486 Guglielmo Aiutamicristo, per abbellire le sue terre con maestosi edifici, chiamò alle sue dipendenze i migliori artisti dell'epoca tra cui il maestro Matteo Carnilivari, che diresse personalmente i lavori di restauro e abbellimento del castello. Ancora attualmente identificabile c'è la cappella del castello che si trovava a primo piano con una copertura ogivale sostenuta da robusti costoloni leggermente smussati e poggianti su colonnine angolari, delle quali solamente due sono rimaste ancora in sito. Le dimensioni della fortezza raggiunsero proporzioni imponenti tanto da poter accogliere il barone con tutta la sua famiglia e la schiera di servitù e soldati, che vivevano nelle ventitrè stanze. La pietra usata dal Carnilivari veniva estratta da Portella di mare e/o da Aspra, era di tufo calcareo compatto di color giallino, di origine marina. In seguito alle spese sostenute e alla vita lussuosa trascorsa tra i salotti nobiliari di Palermo e Napoli, la famiglia Aiutamicristo dovette indebitarsi, così i baroni di Misilmeri e Calatafimi, furono costretti ben presto a vendere entrambe le baronie a Francesco del Bosco. Alla morte di Giuseppe del Bosco, 1721, il ducato di Misilmeri con il suo castello passarono al nipote Francesco Bonanno, unico erede degli immensi beni del duca. Con la famiglia Bonanno si chiuse il capitolo del feudalesimo per il paese ma anche la fine del castello. La famiglia Del Bosco-Bonanno non seppe gestire e mantenere il potere e perse molte ricchezze. Il castello, durante questi anni, continuò ad essere utilizzato come carcere e agli inizi del 1800 il castello venne occupato da ufficiali borboni e i loro soldati lo trasformarono in polveriera. Nel 1812, il Parlamento di Sicilia, approvò la legge sull'abolizione dei diritti e dei privilegi baronali, sicché Giuseppe Antonio Bonanno-Branciforti, ultimo signore di Misilmeri, perse tutti i privilegi feudali sulle sue numerose baronie; di conseguenza venne meno la manutenzione ordinaria del castello, che abbandonato a se stesso fu preda di saccheggi degli stessi misilmeresi, che lo ridussero ad un cumulo di rovine. Dopo più di un secolo e mezzo di incuria e di abbandono, nel 1980, è stato dichiarato monumento nazionale. Il 27 marzo 2010, in occasione di una delle giornate di Primavera del Fai, si è tenuta l'inaugurazione del castello di epoca arabo-normanna dopo i lavori di restauro che hanno riportato all'antico splendore il maniero e la sua storia. Dopo più di 200 anni hanno rivisto la luce pavimenti, muri, decorazioni, graffiti che nemmeno i più ottimisti pensavano potessero riemergere da un passato secolare. Chi aveva memoria del castello, delle escursioni e degli aquiloni, dovrebbe fare un profondo reset e sintonizzarsi su un’altra frequenza, perché quello che finora hanno restituito gli scavi è tutt’altra cosa. Le foto possono dare solo una piccola idea. Quello che si incontra appena superata la rampa di accesso, è un ampio ingresso pavimentato con pietre sagomate che si chiude con un colonnato a 4 colonne. E poi, inaspettatamente, i graffiti risalenti al 1700, dentro una segreta dove erano reclusi delinquenti comuni e dissidenti: incisioni o scritte con carboncino che indicano date, cognomi, rudimentali calendari, messaggi lasciati ai posteri su fustigazioni e percosse, croci cristiane e palme. Una evidenza tutta da scoprire. Ciò che ha fatto venire in rilievo questa prima campagna di restauri è che occorreranno nuovi finanziamenti per portare alla luce l’immenso patrimonio che, paradossalmente, i crolli e le macerie accumulate hanno salvaguardato. La fantasia del misilmerese è stata sempre molto spigliata. Attraverso i secoli ha anche inventato leggende, spettri,streghe e fantasmi o “travatura”un po’ dappertutto, ma in particolare riguardo al Castello. Raccontano i vecchi ai piccoli di aver visto di notte passeggiare tra i ruderi del Castello dei fantasmi avvolti in bianche lenzuola,come dei truci volti degli Emiri, armati di scimitarra, seguiti da una schiera di donne del loro “harem” che in tono lamentevole invocavano ancora: “Allah”! “Allah”! e Maometto è il suo Profeta ! Altri dicono di aver visto i potenti Baroni che lo possedettero, che ancora severi e arcigni, guardano dall’alto in basso il paese di Misilmeri, che si estende ai loro piedi, minacciando severi castighi a tutti coloro che non ubbidivano e che non pagavano le continue tassazioni che i Baroni imponevano. Altre apparizioni vengono tramandate su conto di tutte le altre famiglie che hanno abitato il Castello, dai Chiaramonte agli Aiutamicristo, dai Del Bosco ai Bonanno. Più preziose sono invece le Leggende sul Castello. Secondo il Pitrè, sono  i famosi incantesimi dei Castelli o “truvaturi”. L’innato desiderio di arricchirsi, in una fantasia grandemente esaltata come quella del volgo ignorante e credulo, ha creato tesori in ogni più riposto angolo della Sicilia. Là dove dove sono presenti ruderi di antichità greche o avanzi di denominazione araba o resti di un vecchio Castello, si è certi di trovare tesori nascosti dai padroni che li possedettero e che non poterono trafugarli in un'altra terra o portarseli all’altro mondo. Nella fantasia popolare detti “truvaturi” sono pieni di monete d’oro,rubini, diamanti ,perle e pietre preziose.  Però ogni “travatura” è incantata e l’incanto fu operato nei tempi antichi, uccidendo su di essa un uomo , lo spirito del quale restò sulla “travatura” legato col sangue che la bagnò. Quindi essa resta e vaga intorno fino a quando il deposito non venga preso. Molte volte il custode di questi tesori incantati è un dragone o un diavolo, il Castello dell’Emiro di Misilmeri ha uno di questi famosi “truvaturi”, a guardia del quale, di tanto in tanto, compare un uomo vestito di bianco, come giurano in molti di aver visto. Per poter spezzare questo incantesimo ed impossessarsi della famosa pentola piena di marenghi d’oro e di brillanti, che vi è nel maniero, bisogna fare una cosa relativamente semplice: basta riempire un bicchiere d’acqua fino all’orlo alla Fontana Grande ch’è in Piazza Comitato, allo scoccare della mezzanotte, e poi di corsa salendo per la “strada grande” ossia per la via La Masa, arrivare al Castello, senza però far cadere una goccia d’acqua. L’avidità di denaro ha persuaso molti in passato a tentare la sorte, ma tutt’oggi sempre senza risultato, forse dicono alcuni, perché gli cadde qualche goccia d’acqua lungo il percorso, altri invece dicono, perché gli mancò il coraggio nel carpire al momento opportuno il tesoro che sta lì ad aspettare il fortunato possessore. Di certo in passato a tempo di guerre e di colera in Sicilia, molte volte la gente fuggendo da Misilmeri, nascondeva nelle mura delle case, nei sotterranei o nelle campagne le loro monete o quanto aveva di prezioso, nella speranza di prenderli al loro ritorno. Ma molte volte morivano e non ritornavano più, sicchè i tesori restavano nascosti fino ai nostri giorni. Tra le fantasticherie popolari dei misilmeresi va ancora oggi in giro la notizia che nel Castello vi sia un lunghissimo sotterraneo che di lì giunge sino in Piazza Comitato. Niente è impossibile su questa supposizione, dal momento che moltissimi antichi Castelli avevano di questi sotterranei, costruiti per mettere in salvo i Signori in caso d’assalto al castello in tempo di guerra. Ecco un interessante video, di Gasman0049, sul castello in questione: https://www.youtube.com/watch?v=llSmRZINUgI