lunedì 21 agosto 2017

Il castello di martedì 22 agosto




MILAZZO (ME) - Castello di Federico II

La fortezza, e tutta l'area compresa nell'ampio recinto delle mura spagnole (città murata e borgo antico), oggi di proprietà comunale, costituisce la più estesa cittadella fortificata esistente in Sicilia con una superficie di 7 ettari e oltre 12.000 mq occupati da edifici. La fortificazione sorge sulla sommità meridionale della penisola di capo Milazzo e sovrasta il Borgo antico del paese. L'insieme dei manufatti e dei sistemi difensivi costituiscono propriamente la "Cittadella Fortificata", altrimenti nota come Città Murata, i cui principali nuclei abitativi che la compongono sono posti a ridosso delle scoscese pareti nord-occidentali del rilievo. I manufatti in ordine cronologico seguono uno sviluppo piramidale e concentrico verso il basso, al vertice è posta la parte più antica e via via verso il basso e degradanti verso l'esterno a levante, le varie sovrapposizioni identificabili negli stili delle architetture tipiche delle varie dominazioni. La Necropoli e le aree che costituiscono l'agglomerato o i castrum sono ubicati nelle zone pianeggianti della Cittadella. Nella parte settentrionale dell'area del castello è presente una necropoli del neolitico, età di Thapsos. Il commercio della pomice e dei derivati dell'ossidiana d'origine vulcanica utilizzati come schegge, punte di frecce e di lance, lame, congiuntamente all'amena posizione, la fertilità dei territori favorì l'insediamento delle prime comunità in epoca preistorica grazie agli scambi con le Isole Eolie a settentrione, con la popolosa area dello Stretto di Messina a levante e con le località del Golfo di Patti a ponente. Allo stato attuale, a parte i ritrovamenti di primitivi insediamenti dovuti alle campagne archeologiche di scavi, ai rinvenimenti occasionali stimati alla Cultura dell'Ausonio I e II e all'Età del bronzo medio in zona Sottocastello, i monumentali manufatti difensivi - abitativi visibili e più antichi sono riconducibili alla dominazione araba. Tali vestigia altomedievali presenti nell'area sommitale della rocca pertanto non precludono o escludono l'esistenza anteriore o l'inclusione o la sovrapposizione di preesistenti fortilizi, torri d'avvistamento o luoghi di culto pagani risalenti a epoche più remote. In epoca classica la città era formata dalla zona portuale, dall'acropoli dell'antica subcolonia Mylai presso la Rocca adibita a emporion, il phrourion e da numerosi villaggi satelliti. Diodoro Siculo nelle sue cronache narrò l'assedio e la conquista degli ateniesi. Sotto Dionisio I tiranno di Siracusa, la rocca fu conquistata dai messinesi. Agatocle con la sua flotta, scacciò gli occupanti e s'insediò appropriandosene. Gerone II assalì Mylai, costrinse i difensori del castello alla resa, imprigionò 1500 occupanti, mosse contro i mamertini comandati da Cione, sconfiggendoli nella Battaglia del Longano. Le prime notizie storiche documentate risalgono però all'età imperiale che narrano della città definita Oppidum Mylae quale attivo porto sul mar Tirreno, le cui acque furono teatro dell'epica Battaglia di Milazzo del 260 a. C. e la Battaglia di Nauloco del 36 a. C. condotta per dissidi interni tra Augusto col fedele Marco Vipsanio Agrippa contro Sesto Pompeo Magno Pio. Dall'evento deriva il motto civico Aquila mari imposita – Sexto Pompeo superato. Al castrum sulla rocca si contrappongono gli insediamenti urbani ubicati a valle nella zona portuale. I fasti dell'età imperiale all'interno della Città Murata sono supportati da limitati reperti emersi dalle campagne di scavi presso la zona archeologica, ciò dimostra in breve sintesi come la dominazione araba ha "depauperato" il patrimonio storico artistico preesistente. In epoca bizantina è riconfermata la centralità del castrum presso la Rocca come fulcro politico amministrativo. Del VII secolo è la primitiva Cattedrale ai piedi della Rocca fortificata, nell'area corrispondente all'odierno quartiere di San Papino. Con l'avvento degli arabi ogni tipo di manufatto esistente fu distrutto e conseguentemente rimodulato secondo i canoni dell'Architettura araba. Tra gli anni 836 e 837 un primo tentativo di conquista fu effettuato dall'armata di al-Fadl ibn Yaʿqūb sostituito a settembre da un nuovo governatore, il principe aghlabide Abū l-Aghlab Ibrāhīm b. ʿAbd Allāh b. al-Aghlab, cugino dell'emiro Ziyādat Allāh. La flotta musulmana, condotta da al-Fadl ibn Yaʿqūb, devastò le Isole Eolie, espugnò diverse fortezze sulla costa settentrionale della Sicilia, tra cui la vicina fortificazione di Tyndaris, come riferì Michele Amari. Nel 843, le truppe del condottiero Fadhl Ibn Giàfar rasero al suolo il castrum bizantino e le costruzioni sommitali innalzando il primo nucleo del castello. Il mastio o maschio o donjon normanno realizzato su una costruzione araba, della quale non si hanno documentazioni provate, fu successivamente ampliato dai normanno-svevi. Il torrione a pianta quadrangolare comunemente denominato mastio è d'epoca araba o comunque realizzato, sviluppato e ingrandito da maestranze mediorientali in periodi immediatamente successivi. È caratterizzato dalla presenza di torrioni sul fronte di ponente, quello centrale dall'aspetto massiccio e imponente è denominato Torrione Saraceno, quello all'estremità meridionale Torrione del Parafulmine. Una caratteristica accomuna le parti di costruzione di matrice bizantino - araba, peculiarità affine a cube e metochi del circondario: l'utilizzo di conci di pietra lavica. Nella fattispecie l'impiego della lava, oltre allo scopo puramente decorativo, assolve anche funzioni strutturali, dimostrazione ne sono gli irrobustimenti dei pilastri angolari dei torrioni arabi, gli spigoli angolari delle scarpe o piedi o rastremazioni degli stessi, le cornici delle feritoie e delle finestre, le decorazioni e i contorni delle grandi monofore, i lastroni della pavimentazione, i conci inseriti nelle alte muraglie interne, le palle dei cannoni o per le catapulte, le pedate delle rampe di scale, le arcate delle volte a botte, le nervature degli splendidi archi ogivali del tetto della Sala, la cappa del camino, le cordonature degli archi, i riquadri degli stemmi, i portali interni. Il viaggiatore arabo Muhammad al-Idrisi documentò la grande fortificazione nel 1150. L'ingresso del primitivo nucleo del castello costituito da un portale ogivale di chiara fattura sveva del XIII secolo, è inserito nell'addizione muraria aragonese, formata da una serie di torrioni tondi del XIV secolo. Le torri presentano una decorazione circolare costituita da tarsie laviche, inoltre sono presenti sagome stilizzate di tre tori che sovrastano la decorazione superiore del portale. L'architetto di Federico II di Svevia, Riccardo da Lentini, "praepositus aedificiorum", ovvero supervisore delle fabbriche regie, come si evince dalla corrispondenza datata 1239, diresse i lavori. Tra le dimore predilette del sovrano quando in Sicilia voleva essere lontano dalla convulsa vita di corte palermitana nel Palazzo dei Normanni. Durante il regno federiciano venne avviato un censimento dei castelli e con il decreto "Statutum de reparatione castrorum" (1231 - 1240), fu prevista la loro ristrutturazione e manutenzione a carico dei cittadini. Il castello fu inserito nel “Castra exempta” redatto per volontà dell'Imperatore Federico II con la collaborazione di Pier della Vigna stilato nel 1239. In esso non compaiono i palazzi e le residenze di caccia e svago, le "domus solaciorum", di pertinenza comunque regia e soprattutto alcuni siti molto noti, spesso sotto il controllo della Curia, che all'epoca non erano ancora stati costruiti o ultimati. In tarda epoca sveva il maniero fu occupato da Corradino di Svevia. Il corpo principale della costruzione superiore, al quale si accedeva mediante una scala a gradoni incassata fra il primitivo Torrione Saraceno e le Segrete, era costituito da una serie di ampi vani delimitati a meridione dal Torrione del Parafulmine, l'ambiente principale è denominato "Sala del Parlamento". In epoca aragonese il castello fu dimora prediletta di Federico II d’Aragona, meglio noto come Federico III di Sicilia o di Trinacria, e del fratello Giacomo II. Sul finire del 1295 all'interno della grandiosa sala si riunì una sessione itinerante del Parlamento siciliano dopo i moti dei Vespri siciliani presieduta da Federico II d’Aragona. Nella fattispecie l'"Assise del Real Parlamento di Sicilia" fu dettata da motivi bellici derivanti dalla congiura ordita da Giacomo II d’Aragona nei confronti del fratello monarca, tema del contendere la cessione dell'isola agli Angioini (guidati da Carlo II d’Angiò) per alto tradimento. La sala presenta una serie di poderosi archi di stile orientale, monofore, maestosi portali, particolare è la presenza di un monumentale camino. Il tentativo d'assalto angioino venne arginato. La vicenda è legata alla Sala sede dell'"Assise del Real Parlamento di Sicilia". Sotto il mandato di Alfonso il Magnanimo fu aggiunta la cinta muraria formata da cinque robuste torri cilindriche che sormontano ciclopiche scarpe troncoconiche raccordate da muraglioni merlati con lo scopo di prevenire futuri attacchi. Le due torri semiaccostate poste a settentrione incorniciano la primitiva porta sveva sormontata dalle insegne della Corona d’Aragona. Lo stemma, un rombo marmoreo, raffigura l'aquila di San Giovanni che regge lo scudo della Spagna unificata con gli emblemi araldici degli antichi regni di Castiglia, Aragona, Leon, Navarra e Granada. Analogo stemma incorniciato da un rilievo lavico è inserito sul portale d'ingresso alla Piazza d'Armi. Un sesto torrione è posto in posizione più arretrata, esso definisce un percorso obbligato strategicamente controllato. Nel 1630 il Torrione meridionale fu denominato Torrione della Cisterna in quanto, pur mantenendo elementi di carattere difensivo, venne trasformato in serbatoio d'acqua. Il nucleo abitativo collocato nella parte pianeggiante della rocca venne difeso dall'imponente Cinta muraria spagnola a partire dal 1523. I torrioni con base troncoconica a scarpa furono aggiunti durante la dominazione spagnola dell'Imperatore Carlo V, opera del viceré Ettore Pignatelli e del successore Lorenzo Suarez de Figueroa. Dell'importanza del castello nel XVI secolo ne sono testimonianza i vari e importanti architetti succeduti alla direzione dei vari cantieri: Antonio Ferramolino (progettista del Bastione delle Isole, baluardo della difesa nord della Cittadella), Orazio del Nobile, Camillo Camilliani, Tiburzio Spannocchi e Pietro Novelli (probabile progettista nella prima metà del 1600 sia del Rivellino della Fonderia – così chiamato perché ospitava la fonderia dove avveniva la fusione per munizioni di armi da fuoco di ogni calibro, sia del Rivellino di San Giovanni - avamposto difensivo a pianta pentagonale che era collegato alla cittadella tramite un ponte di legno). La grande opera difensiva o fortificazione alla moderna consta di baluardi o bastioni: poligonali (triangolari a vanga) o ad asso di picche (con orecchioni), batterie, cortine: muri rettilinei, contrafforti, gallerie, garitte di vedetta, merlature, polveriere e santabarbara, ponte levatoio, rivellini di mezzaluna e di controguardia. Le continue scorrerie e incursioni barbaresche fecero, nel 1571, di Milazzo e Messina porti base per la raccolta delle navi dell'armata cristiana nella Battaglia navale di Lepanto. Tra il 1674 e il 1676, con Rivolta antispagnola di Messina, il Castello fu importante piazza d'armi e quartier generale del viceré Don Geronimo Pimentel, Marchese di Bajona, che attese la resa della città ribelle con Gregorio Carafa, l'ausilio militare dell'Ordine Gerosolimitano e del nipote di quest'ultimo Carlo Maria Carafa (1651-1695), IV Principe della Roccella. Nel 1713, il castello fu base per le armate austro - piemontesi contro gli attacchi spagnoli capitanati dal Viceré Jean François de Bette III Marchese di Lede. Dal 1718 al 1720, nella "guerra di successione" il presidio del castello, composto di truppe inglesi, tedesche e olandesi, resistette valorosamente all'assedio da parte spagnola: la Battaglia di Milazzo e quella di Francavilla vanno inserite nel contesto dei conflitti contro la Quadruplice alleanza combattuti dal regno di Spagna contro Inghilterra, Francia, Austria e Paesi Bassi per il predominio sul mar Mediterraneo. Dal 1805 al 1815, divenne piazzaforte inglese nel corso delle guerre napoleoniche, e ospitò flotta e truppe a difesa di Ferdinando di Borbone. A questo periodo risale il rinvenimento della gabbia metallica coi resti dell'irlandese Andrew Leonard durante gli scavi effettuati nel 1928. Nel 1820 l'armata napoletana comandata dal Generale Florestano Pepe inviata in Sicilia per sedare i moti separatisti mosse dalla cittadella di Milazzo a Palermo. Durante i moti risorgimentali della Rivoluzione siciliana del 1848 Milazzo fu al centro degli avvenimenti legati all'assedio e all'eroica difesa di Messina, ma cadde, occupata dal generale borbonico Carlo Filangieri il 9 settembre. Il 20 luglio 1860 la città di Milazzo rappresentò l'ultimo baluardo borbonico prima della conquista di Messina e la definitiva cacciata dalla Sicilia dei Borbone di Napoli. La popolazione ormai stremata ma, rinvigorita dai successi delle imprese Garibaldine, appoggiata dal concreto aiuto delle popolazioni del comprensorio, dopo lo scoppio insurrezionale della vicina Barcellona Pozzo di Gotto e le due Battaglie di Corriolo, affrontò la Battaglia di Milazzo per la conquista della Cittadella fortificata. I moti in provincia avevano richiamato il rinforzo delle truppe borboniche capitanate dal colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco a sostegno della sparuta guarnigione di stanza nella fortificazione di Milazzo. La pirocorvetta Tukory, moderna unità della marina borbonica, consegnata alla flotta Sarda dal corrotto capitano Amilcare Aguissola, "invitato" e "convinto" al tradimento dall'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, cannoneggiò incessantemente il fronte delle forze borboniche, impedendo ogni tentativo di contrattacco e costringendole al temporaneo ritiro e alla successiva resa nella Cittadella fortificata. I segni dei numerosi colpi di cannone sono ancora oggi riscontrabili, infatti, nella parete esterna destra della Chiesa di San Francesco di Paola dove è visibile, incastonata in prossimità del portale d'ingresso, una palla di cannone. Il 21 luglio, in seguito alla convenzione voluta dal ministro della guerra napoletano Giuseppe Salvatore Pianell, il maresciallo Tommaso de Clary e il generale Giacomo Medici, fu firmato il piano per l'evacuazione delle truppe borboniche dalla Sicilia, il 25 luglio i reparti guidati dai colonnelli Pironti e del Bosco s'imbarcano per Napoli, lasciando Milazzo e il suo Castello nelle mani di Giuseppe Garibaldi. Solo la cittadella di Messina resistette ancora diversi mesi. Con l'avvento del Regno d’Italia la città perse la sua importanza strategico - militare e il Castello nel 1880 fu declassato da piazzaforte reale a carcere giudiziario. Le segrete e le dipendenze ubicate nelle immediate adiacenze della piazza d'armi interna del primitivo nucleo fortificato, vennero adattate a spartane celle per la reclusione dei detenuti. Già in pieno clima di moti rivoluzionari era stato adibito a bagno penale per essere provvisoriamente destinato a quartiere generale militare. Durante la prima guerra mondiale fu adibito a campo di prigionia per i militari austro-ungarici, mentre nel periodo fascista fu luogo di detenzione per i condannati per reati di natura politica. Dopo il 1970 il carcere venne definitivamente chiuso; per la Cittadella fortificata, il Castello e per il Borgo antico iniziò una lunga decadenza architettonica e strutturale interrotta solo negli ultimi tre lustri col restauro generale di tutte le strutture. Dal 2016 la Cittadella fortificata ospita annualmente, nel periodo estivo, il Mish Mash Festival, una delle più significative rassegne di musica indie, rock ed elettronica della Sicilia. Sono in corso progetti mirati volti a inserire il Castello, la Città Murata e il Borgo Antico tra i siti del patrimonio dell'UNESCO. Di link per trovare informazioni aggiuntive sul castello ve ne sono certamente numerosi, provo a suggerirne alcuni: http://www.milazzo.info/it/castello.html, http://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/milazzo/castello-di-milazzo, https://www.youtube.com/watch?v=p72KVT8Mg4o (video con drone di Nunzio Formica), https://www.youtube.com/watch?v=SKegZIU62xk (video con drone di Bella Sicilia), https://www.youtube.com/watch?v=RfP7Q3n0Zg4 (video con drone di Antonello Nicosia), https://www.youtube.com/watch?v=ZwmZ2Bov7wo (lungo video di visita di veliero79).


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.fiabpalermociclabile.it/2012/06/01-luglio-2012-il-borgo-antico-di-milazzo-e-la-spiaggia-di-ponente/




domenica 20 agosto 2017

Il castello di lunedì 21 agosto




MAZZANO ROMANO (RM) – Palazzo Anguillara e Castello dell’Agnese

L'antico centro abitato, che appartenne a Teofilatto e Marozia e poi ad Alberico II, fu costruito su una ripida altura che emerge dalla valle del Treja. Uno stretto ripiano congiunge l'altura con le pareti della vallata che si eleva e nasconde l'insediamento. Il 14 gennaio del 945 d.C. il potente principe romano Alberico - padre del futuro papa Giovanni XII – la donò a Benedetto, abate del convento romano dei Santi Andrea e Gregorio al Celio, che rimase proprietario del feudo sino al 1526, quando il paese venne acquistato dalla potente famiglia degli Anguillara. Nel 1599 Flaminio Anguillara vendette Mazzano al Cardinale Lelio Biscia (per estinguere un’ipoteca che gravava su Calcata) e nel 1658 il feudo passò per eredità alla nobile famiglia dei Del Drago, che lo amministrarono fino alla riforma fondiaria dell’Ente Maremma. Oggi si accede al castello, che ha avuto varie fasi d'espansione, da un arco d'ingresso a volta inglobato nel palazzo baronale dei Biscia, sul quale c'è ancora lo stemma, che costituisce una più recente fase di difesa (XVII secolo) insieme a delle casette del '500, una delle quali riporta sugli architravi in peperino del camino e di una finestra l'iscrizione del nome del proprietario: Cristoforo Cenci 1573. All'interno una via ad anello percorre il castello attraverso un'irregolare massa di case tagliate da strade strette e tortuose sulle quali s'impone l'antico palazzo baronale di Everso e Dolce degli Anguillara (XV secolo). Il palazzo è maggiormente conosciuto con la denominazione di “Tocchi”, famiglia che recentemente ne ha posseduto una parte considerevole. Dal momento in cui i Biscia acquistarono Mazzano, eressero una nuova residenza, il palazzo con l’arco ubicato sulla destra di Piazza Umberto I, per cui si deduce che l’abitazione degli Anguillara venne venduta ad altri proprietari, e dal catasto del 1715 si definisce l’antica residenza signorile “Palazzo Vecchio”. La facciata che si erge su Via Roma si presenta imponente, con i suoi complessivi cinque piani dalla strada e le piccole finestre riquadrate. Girando attorno al palazzo lo scorcio più interessante è dato sicuramente dalla facciata interna su Via delle Scuole, con il portale sovrastato dalla loggetta a due piani con pilastrino centrale. Sulla parete della loggia restano le tracce di un affresco decorativo, mentre si scorgono le coperture a voltine a crociera del primo piano e a cassettoni del secondo. Anche in questo caso, come per il castello di Faleria (http://castelliere.blogspot.it/2011/03/il-castello-di-domenica-6-marzo.html), l’interno dell’antica residenza Anguillara non è visitabile. Sempre in territorio mazzanese sono i resti del castello dell’Agnese, un sito medievale a cui si riferiscono alcuni documenti pubblicati nel 1427, che lo descrivono come “tenimentum castri inabitati vocati Agnese”. Il castello era edificato su un basamento roccioso in cui si aprivano numerose grotte comunicanti tra loro. Nel 1668 fu autorizzata da Clemente IX la vendita del castello che, nel 1786 divenne proprietà della famiglia Del Drago. I ruderi del castello sono posti su uno sperone ovoidale a controllo del Treja


Foto: si riferiscono al Palazzo Anguillara, mentre del Castello dell’Agnese non ho trovato nulla in rete…..La prima è presa da http://www.mazzanoromano.info/turismo/luoghi-da-visitare.html, la seconda è presa da http://www.visitlazio.com/en/dettaglio/-/turismo/1192230/mazzano-romano-storia-di-un-crocevia;jsessionid=F11961E24125324FB0D727DA942C8641


sabato 19 agosto 2017

Il castello di domenica 20 agosto





MACERATA FELTRIA (PU) – Torre in frazione Cerignano

Si tratta di una torre poligonale residua di una piccolissima fortificazione qui piantata a guardia della valle. La torre ha subìto recenti interventi di restauro ed oggi si presenta in buono stato di conservazione. A prima vista, non prestando troppa attenzione a questo manufatto, ci si chiede il senso di una torretta posta praticamente in piano, nel fondo di una valle, circondata soltanto da qualche fratta ed un fosso spesso in secca. Qui, nel medioevo, si trovavano importanti percorsi che permettevano a chi proveniva dal vicino castello di Montecerignone (dalla seconda metà del 1300 sede del “Comune di Montefeltro” e, dunque, luogo importante) di tagliare verso Urbino, città comitale. In più, proprio alle spalle di Cerignano, verso est, si trovava l’importante centro di Valle di Teva (ora in comune di Montecerignone). Cerignano sorge dunque in un importante crocevia, come centro nelle mani dei Malatesta di Rimini. La sua torretta, quattrocentesca, che però non doveva essere isolata, ma circondata da mura e, probabilmente, da altre torri simili, somiglia particolarmente a quella presente all’ingresso del castello di Frontino, sempre nel Montefeltro, appena superato il cimitero cittadino. Altri link suggeriti: http://mapio.net/pic/p-33733010/ (bella foto).




Foto: sono state scattate tutte dal mio amico Claudio Vagaggini, proprio in questi giorni

Il castello di sabato 19 agosto




PEGLIO (PU) – Torre del Girone (o Campanaria)

Anticamente fu pago romano, identificato con quel Pagus Pilleus della Pentapoli dove, verso il 739, i fedelissimi Longobardi del re Liutprando furono disfatti dall'esercito romano-bizantino. Certo fu terra arimanna elevata a fortezza e lasciata alla Santa Sede quando Pipino il Breve donò la Massa Trabaria a San Pietro. Il Castello di Peglio, già in parte feudo dei Benedettini nel 1185, fu destinato da papa Nicolò IV nel 1291 a residenza sicura del Rettore di Massa, durante le aspre contese tra i Da Montefeltro, i Della Faggiola, i Brancaleoni di Casteldurante, che ne furono infeudati nel 1334. Il cardinale Egidio Albornoz ne reclamò la sudditanza alla Santa Sede e proprio nel girone del castello il 20 febbraio 1357 ricevette la sottoscrizione di Urbino, al quale Peglio passò definitivamente per concessione di papa Bonifacio IX al conte Antonio da Montefeltro. Sotto il regime Feltresco e Roveresco, con i propri statuti e come vicariato di Casteldurante, restò fino al 1631 quando il Ducato di Urbino fu devoluto alla Santa Sede. Nel 1779, durante la reazione antinapoleonica, partecipò attivamente ai moti, come in seguito alle guerre dell'indipendenza. All'avvento dell'Unità d’Italia fu riconosciuto comune, assorbito durante il fascismo da quello di Urbania, fu di nuovo indipendente dopo la Liberazione. La sua chiesa arcipretale, dedicata al protettore San Fortunato vescovo di Todi, è una delle pievi più antiche della diocesi urbinate. Il borgo storico è dominato dall'antica Torre campanaria del Girone risalente al XIII secolo, che riporta ancora l'impianto architettonico originale e l'imponente mole. Di forma quadrangolare, è posta proprio nel punto più alto del colle, con la sua grande campana sulla quale sono incise due scritte a caratteri gotici. Dalla Torre si gode di un panorama mozzafiato da cui si ammirano i meravigliosi paesaggi del Montefeltro e della valle del Metauro a 360°, con la vetta del Monte Nerone, i caratteristici Sassi Simone e Simoncello ed il Monte Carpegna a ovest.




giovedì 17 agosto 2017

Il castello di venerdì 18 agosto





BOLZANO – Castel Firmiano
Tra le più antiche fortezze dell’Alto Adige, con le sue mura larghe fino a cinque metri, Castel Firmiano rappresenta uno dei primi esempi di architettura difensiva. Situato su un’altura di roccia porfirica nella periferia sudoccidentale di Bolzano sulla destra dell'Adige, il castello viene menzionato per la prima volta con il nome "Formicaria" (successivamente "Formigar") nel 945 ca. L'imperatore Corrado II nel 1027 affidò il castello al vescovo di Trento. Nel XII secolo venne invece affidato a dei ministeriali che da questo momento si chiamarono Firmian. I gastaldi ovvero i burgravi del castello sono menzionati dal 1144. Da allora sono attestate diverse famiglie di status ministeriali che si riconducono a Firmian. Si tratta dei casati degli Estrich, dei Hahn ("Gallus"), dei Häring, dei Kastraun, dei Ripp e degli Zungel, tutti del XIII secolo. La cappella, posta sul punto più alto del maniero, è dedicata a San Biagio e a San Ulrico, il vescovo di Augusta, sembra essere addirittura antecedente alla struttura di fortificazione, nella quale fu poi inglobata. La leggenda narra che il santo vescovo dell'età carolingia, sia stato di passaggio nel primo X secolo per il territorio di Bolzano. Attorno al 1473 il principe del Tirolo, Sigismondo d’Austria, acquistò il maniero che venne trasformato in una fortezza e lo ribattezzò in Sigmundskron ("corona di Sigismondo"), nome attestato nel 1474 quale «slosz Sigmundskron». Le due ali del castello sono visibilmente separate da una formazione rocciosa, una barriera naturale che non si incontra molto spesso. Il duca Sigismondo fece impreziosire il castello anche da decorazioni cesellate. Le diverse dimensioni delle feritoie sono innovative rispetto allo stile dell’epoca. Dell'antico castello Formigar non sono rimaste che poche tracce e la maggior parte dei residui si trova nel punto più alto della struttura, occupata dalla cappella. A causa di difficoltà finanziarie Sigismondo dovette presto pignorare il castello che comunque da quel periodo possedette un suo Burgfrieden, ovvero un suo distretto giudiziale soggetto al Landgericht Gries-Bozen, il giudizio territoriale di Gries-Bolzano. Dal XVII secolo il complesso incominciò ad andare sempre più in rovina. Alla fine del XVIII secolo il castello appartenne ai conti Wolkenstein, dal 1807 al 1870 ai conti di Sarentino, poi fino al 1994 ai conti Toggenburg. Il castello è un importante simbolo dell'autonomia altoatesina: nel 1957 si tenne proprio qui la più grande manifestazione di protesta nella storia dell'Alto Adige, guidata da Silvius Magnago. Più di 30.000 altoatesini si riunirono nel complesso per protestare contro la non osservanza dell'Accordo di Parigi del 1946 e per chiedere un'effettiva autonomia provinciale per l'Alto Adige, slegata dal Veto regionale imposto dal Trentino (con il famoso motto Los von Trient, ovvero "Via da Trento"). Nel 1976 le rovine della fortificazione vennero in parte restaurate da una famiglia albergatrice che vi aprì un ristorante. Nel 1996 il castello divenne proprietà della Provincia autonoma di Bolzano. Nella primavera del 2003, dopo non poche polemiche, Reinhold Messner ottenne la concessione per la realizzazione del suo museo della montagna da tempo prospettato. Durante i lavori di restauro, nel marzo 2006, venne scoperta una tomba del neolitico, nella quale vennero ritrovati resti dello scheletro di una donna. Al momento si stima che l'età della tomba oscilli tra i 6.000 e i 7.000 anni. Per "Castel Firmiano" s'intende anche la zona attorno alla rocca sulla quale è situata il castello ed in lingua tedesca per Sigmundskron viene designato anche il territorio oltre all'Adige sottostante chiamato in italiano "Ponte Adige". Il nome italiano di Castel Firmiano venne in forma strettamente monolingue reintrodotto da Ettore Tolomei, per motivi dichiaratamente politici, con il suo Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige che puntò all'italianizzazione totale del territorio. Fino all'annessione del Tirolo meridionale all'Italia nel 1919 alcuni contadini d'origine trentina che abitavano la zona designavano il castello con il nome di Sibizzicróm (storpiatura di Sigmundskron), considerato dal geografo troppo "barbaro" e quindi sostituito. Oggi tuttavia anche Reinhold Messner ha dato il nome "Firmian" al suo museo e con lo stesso nome viene chiamato il nuovo quartiere bolzanino non molto distante. Il Messner Mountain Museum, grazie a un importante intervento architettonico sensibile al contesto storico operato dall'architetto Werner Tscholl nel 2007, è la sede principale dei cinque musei tematici sparsi nelle Alpi centro-orientali. Specializzato nel recupero di edifici storici, Tscholl ha concepito il restauro come intervento conservatore del preesistente. A Castel Firmiano la sfida particolare consisteva nel tutelare la sostanza storica e nell'intervenire in modo tale da permettere, in qualsiasi momento, il ripristino dello stato originale. I nuovi elementi architettonici si collocano in secondo piano e non costituiscono altro che un palcoscenico per la sostanza preesistente. Le coperture in vetro delle torri, ad esempio, non sono visibili dall'esterno, così come non lo sono tubature e cavi elettrici. Tscholl ha utilizzato esclusivamente acciaio, vetro e ferro, materiali moderni ma senza tempo. Il Weißer Turm ("torre bianca") del castello è allestito come piccolo museo di storia contemporanea, mentre negli ampi spazi dell'area museale che supera i 1.100 metri quadrati, il tema di fondo è l'uomo e la montagna con numerosi vari oggetti provenienti da tutto il mondo che simboleggiano il punto d'incontro dell'uomo con la montagna. Nel castello è stata realizzata anche un'arena capace di ospitare conferenze, mostre e concerti. Dal castello è inoltre possibile godere di un ampio panorama sulla conca bolzanina verso nord. Per evitare problemi di traffico nella zona è stato creato un parcheggio nei pressi dell'uscita autostradale e della superstrada Merano-Bolzano dal quale viene effettuato un servizio shuttle. Altri link suggeriti: http://www.weinstrasse.com/it/video/il-messner-mountain-museum-firmian-presso-bolzano/, https://www.youtube.com/watch?v=nkrx7UgARa4 (video di “CiSonoStato VideoViaggi”), https://www.youtube.com/watch?v=7ZtBVNmDVwk (video con drone di Flugbild Sudtirol).

Foto: la prima è presa da https://www.sentres.com/it/castel-firmiano-sigmundskron, la seconda è presa da http://www.domusweb.it/en/architecture/2009/11/04/werner-tscholl-castel-firmiano-bolzano.html, infine la terza è una cartolina della mia collezione


mercoledì 16 agosto 2017

Il castello di giovedì 17 agosto




MONTE SANT’ANGELO (FG) – Castello Normanno-Svevo-Angioino-Aragonese

Poco lontano dalla Basilica, si erge la mole gigantesca ed irregolare del Castello, dai cui spalti la vista spazia dal Gargano sino al Golfo di Manfredonia, al Tavoliere, alle Murge. Situata nella parte alta del paese, la fortezza risale alla prima metà del IX secolo, quando Orso I, vescovo di Benevento e Siponto, fece edificare, tra l'837 e l'838, un castrum bizantino, contribuendo così al venire ad esistenza del castellum de Monte Gargano. In seguito, con l’avvento dei Normanni, la costruzione fu dimora dei principi dell'Honor Montis Sancti Angeli: fu di Rainulfo (conte di Aversa) e poi di Roberto il Guiscardo che, dopo aver cinto la città di mura, nell'XI secolo fece riedificare la parte più antica, la cosiddetta torre dei Giganti, una maestosa torre pentagonale alta 18 metri e con mura spesse 3 metri. Con la denominazione sveva, il Castello assunse a grande importanza nel sistema di difesa del Gargano, diventando, con Rocca Sant’Agata e Castel Pagano, uno dei tre “Castra exempta” (privilegiati). Ospitò Federico II di Svevia e la sua prediletta, la contessa 
Bianca Lancia di Torino, e per questo presenta opere architettoniche in stile federiciano, imponenti, ma estremamente sobrie e raffinate, come testimonia la sala duecentesca con un pilastro centrale e volte ogivali ("la sala del Tesoro"). Gli Angioini curarono assai il maniero, ma di esso si servirono come prigione di stato: famose sono le detenzioni di Filippa d’Antiochia (principessa sveva) che vi morì nel 1273, e quella della regina Giovanna I di Napoli (forse ivi assassinata nel 1382) e le cui spoglie sono presumibilmente a Monte Sant'Angelo, nella chiesa di San Francesco. Divenne anche dimora di principi durazzeschi, ne fecero il loro quartier generale nella guerra contro i cugini Angioini: infatti qui nacque Carlo III di Durazzo, poi re di Napoli e d'Ungheria. Dal 1463 al 1470, presumibilmente, il Castello e l’intero feudo di Monte Gargano vennero concessi all’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, per i servigi resi a Ferrante I di Aragona. Toccò tuttavia agli Aragonesi riportare il Castello all’antica magnificenza. Nel XV secolo, tra il 1491 e il 1497, con l'invenzione delle armi da fuoco e il pericolo incombente delle invasioni turche, furono indispensabili interventi sulla struttura che venne affidata a Francesco di Giorgio Martini (ingegnere militare del XV secolo), ed assunse l'aspetto che conserva tuttora. Nel 1497 Federico, ultimo re aragonese, concesse il castello a Conservo di Cordova, detto il “gran capitano”, che a sua volta lo trasmise alla sua figliola, la duchessa Elvira. Dopo qualche vicenda di minore importanza, nel 1552 la Rocca fu venduta ai principi Grimaldi, i quali assunsero anche il titolo di baroni di Monte Sant’Angelo e ne rimasero padroni e potenti signori per circa due secoli e mezzo. Nel 1802, per volere di Ferdinando IV di Borbone, il maniero pervenne nelle mani del Cardinale Ruffo, principe di Sant’Antimo che, peraltro, lo trovò barbaramente smantellato a seguito delle manifestazioni di odio contro il Feudalesimo, messe in atto dai liberali del tempo. Nel 1907, il Castello è stato acquistato dal Comune di Monte Sant’Angelo che è così diventato suo legittimo proprietario. I più recenti studi e interventi di restauro hanno permesso, oltre al consolidamento e al rifacimento di alcune sue parti, di far venire alla luce elementi e aspetti del Castello sinora sconosciuti, come le tracce di sepolture rinvenute lungo il fossato della fortezza, databili intorno all’VIII-VII secolo a.C., che fanno ipotizzare la costruzione del Castello su di una preesistente necropoli dell’età del ferro. Il castello era fornito di alcune zone residenziali in cui abitavano il capitaneus, i funzionari e la guarnigione armata; ma anche di scuderie, magazzini, cisterne, mulino, forno, falegnameria, cappella, uffici amministrativi. Non mancavano locali destinati a carcere: un'orrida prigione è situata nei sotterranei della torre dei Giganti. Di quell'epoca è ancora ben conservata una sala duecentesca con un grande pilastro centrale e volte ogivali, comunemente detta sala del Tesoro. Con il passare del tempo il castello fu potenziato con due torri tronco-coniche, dal bastione orientale e da un sistema di cortine in muratura dotate di feritoie. In origine poi il castello era difeso da una muraglia, di cui non rimangono che i ruderi, e da un fossato valicabile per mezzo di un ponte levatoio, poi sostituito da uno fisso sostenuto da due archi. Alla costruzione si accede tramite un portale, il quale è preceduto dal ponte a due archi collocato attraverso il fossato che anticamente circondava la fortezza. Entrando si incontra il posto di guardia posizionato sulla destra, e un ampio locale in cui si trovano le scuderie e il deposito delle munizioni. Sulla sinistra si aprono due porte: attraverso la prima si raggiunge l'esterno del castello, attraverso la seconda una scala che conduce alla sommità del sovrastante Torrione a carena. Si accede quindi al vestibolo, costituito da un cortile lungo 21 metri e largo più di 4 metri, che immette nell'ampia corte interna, limitata dagli spalti che difendevano il fossato e da due torri cilindriche, fra le quali si apre il portale del corpo centrale del castello. Di qui una scala sale ai piani superiori, dove si può visitare la sala del Tesoro: un ampio ambiente illuminato da un'unica finestra, con soffitto a volte sorretta da un massiccio pilastro centrale. Da questa scala, che doveva essere adibita alle feste e ai convivi, si accede da un lato agli appartamenti del castellano, dall'altro a quelli dei cortigiani. Riepilogando, sotto la dominazione normanna furono edificate la torre dei Giganti e la torre Quadra, mentre Federico II fece costruire la cosiddetta sala del Tesoro. L'attuale fortificazione evidenzia soprattutto l'influenza degli 
Aragonesi che, per difendersi dai nemici, realizzarono il torrione a forma di mandorla e il fossato che precede il portale di ingresso. La Dama Bianca di Monte Sant’Angelo è un fantasma molto conosciuto e la storia è molto delicata, se così si può dire, parlando di manifestazioni spettrali. Il castello lassù, sul balcone naturale del Gargano, si dice abitato da una presenza misteriosa. Talvolta, una figura lattiginosa circolerebbe nottetempo sulla rocca federiciana. La diceria popolare, rilanciata però da fonti rispettabili e messa in circolazione anche su Internet, attribuisce le apparizioni a Bianca Lancia, amante dal 1225 di Federico II di Svevia (forse anche durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne), a lungo reclusa nelle fortezze pugliesi per la gelosia del Puer Apuliae. Di sicuro la bella signora dimorò anche sul Gargano, reclusa di fatto ma padrona di diritto (il feudo le era stato donato dal sovrano). Quanto alla morte nella rocca è solo una leggenda, visto che diverse località – non ultima Gioia del Colle, con un altro maniero federiciano - si contendono d’aver ospitato il presunto suicidio.Comunque, la versione garganica vuole che la regina si sia gettata dal torrione, affranta dalla lontananza fisica e sentimentale dal marito, distratto da altri impegni e bellezze femminili. Invece sappiamo che Federico l’ha sposata in articulo mortis (poco dopo il 1250, per la salvezza dell’anima della donna, ormai vicina alla fine, e per il futuro dei loro due figli, Costanza e Manfredi di Sicilia), perciò di che trascuratezza si parla? Tornando al fantasma di Monte Sant’Angelo, oltre alla figura che si materializzerebbe tra le rocce, si vogliono interpretare come gemiti di Bianca i suoni lamentosi generati dai venti invernali tra le antiche mura. È sempre legata alla regina triste la pianta selvatica che cresce tra le pietre alla base della costruzione. Un vegetale bianco, ch’è poi il colore della veste indossata al momento di lasciarsi cadere nel vuoto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=11eoqto-fLs (video di “involoperilmondo”), https://www.youtube.com/watch?v=b795QF0exn4 (video di Angi Mark), scheda completa su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/foggia/montesantangelo.htm


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Dauniatur su http://www.dauniatur.it/wp/2014/03/01/visita-monte-santangelo-con-daunia-tur/


martedì 15 agosto 2017

Il castello di mercoledì 16 agosto




SAN GIMIGNANO (SI) – Rocca di Montestaffoli dei Fiorentini

Dalla Piazza del Duomo, sulla destra della chiesa, attraversando Pazza delle Erbe, si sale verso la rocca, che domina il paese. Il poggio di Montestaffoli (che si dice ospitasse un castello del longobardo Astolfo e poi un convento di Domenicani) era, nell'Alto Medioevo, sede di una rocca posseduta dal vescovo di Volterra, che aveva giurisdizione politica sull'insediamento. Qui era stato istituito un mercato che godeva di una fiorente economia, grazie agli scambi con le città vicine (San Gimignano era infatti all'incrocio tra la via Francigena, sull'asse nord-sud, e la via che congiungeva Pisa con Siena). La zona di Montestaffoli venne lambita dalle due cerchie murarie, finché nel 1353 i fiorentini, ai quali i sangimignanesi avevano offerto la loro città in cambio di protezione dopo l'epidemia e la carestia del 1348 (ma anche per respingere eventuali attacchi che potessero venire da Siena o ribellioni sorte all'interno della stessa città) costruirono l'attuale rocca. Per far posto alla fortificazione, ultimata nel 1358, fu demolito e trasferito un convento dei Domenicani. La Rocca fu eretta a cavallo dell'esistente cinta muraria, usando la stessa pietra. La punta del recinto dotata di torrione bastionato a forma di sperone è l'unica parte della rocca esterna al tracciato murario cittadino, mentre il mastio, ora scomparso, e un'alto torrione sono rivolti verso il centro abitato. Altre due torri quadrate, delle quali una ancora oggi agibile, chiudevano i due lati. La Rocca era una specie di fortezza che ospitava truppe che venivano istruite da un comandante fiorentino e aveva una pianta a forma pentagonale con un perimetro di circa 280 metri, con torrette agli angoli e collegamenti che la univano alle possenti mura cittadine, ed era difesa da un antiporto protetto da una cateratta e da un ponte levatoio. Altri interventi fortificatori furono portati avanti fino al 1470 dotando la cinta muraria di cinque torrioni circolari bastionati costruiti in mattoni rossi e dotati di apparato a sporgere sorretto da beccatelli in pietra. Alla conclusione della guerra con Siena, nel 1555, il duca Cosimo de Medici dette l'ordine di smantellare la Rocca e altre strutture fortificate di San Gimignano, cosa che avvenne nel 1558. Andata in rovina durante gli anni del Granducato di Toscana, venne restaurata solo nel Novecento, ed oggi, sebbene restino solo le mura e siano persi tutti gli ambienti, è un luogo panoramico dove si godono notevoli viste di San Gimignano e della campagna circostante. A seguito del passaggio dell’area dalla proprietà Guicciardini-Strozzi al Comune (1978), il colle di Montestaffoli è stato adibito a parco pubblico. Da alcuni anni viene usata come luogo per rappresentazioni e concerti nella stagione estiva, e recentemente vi sono anche state installate alcune opere d'arte contemporanea. Nel terzo fine settimana del mese di giugno di ogni anno, si svolge il Torneo "La Giostra dei Bastoni" , nell'ambito della festa medievale "Ferie delle Messi". Dall'unica torretta della Rocca rimasta agibile si gode una vista straordinaria sulle torri del centro della città e un magnifico panorama a 360° della Val d’Elsa. Altri link suggeriti: http://www.ecomuseovaldelsa.org/mappa/patrimonio-culturale-materiale/rocca-di-montestaffoli, https://www.youtube.com/watch?v=MyXOHx-bjUE (video di varkki 360 videotours), http://l7.alamy.com/zooms/50a624ec8772442287ea596884ea3f90/a-spectacular-view-to-the-west-to-the-rocca-fortress-to-the-surrounding-bk9cff.jpg (bella foto).



Foto: la prima è della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://stelledilatta.blogspot.it/2017/05/san-gimignano-e-le-sue-torri.html

lunedì 14 agosto 2017

Il castello di...Ferragosto 2017




GAZZOLA (PC) – Castello

Il comune di Gazzola sorge in posizione strategica tra la pianura e le prime colline piacentine ed il suo territorio è ricompreso tra il torrente Luretta ed il fiume Trebbia. Già popolato in epoca preistorica fu sede di numerosi insediamenti romani e il 18 dicembre 218 a.C. fu teatro della leggendaria battaglia della Trebbia che vide affrontarsi le legioni di Roma comandate dal console Tiberio Sempronio Longo sconfitte dall’esercito cartaginese guidato da Annibale. La battaglia è passata alla storia grazie all’astuzia dimostrata da Annibale, che riuscì ad indurre i soldati romani a guadare il fiume Trebbia in pieno inverno costringendoli a combattere in condizioni sfavorevoli, bagnati e infreddoliti. Inoltre un distaccamento di truppe scelte dell’esercito punico fu nascosto da Annibale in posizione defilata prima dell’inizio della battaglia, ordinando che attaccasse i nemici alle spalle nel culmine dello scontro. Nel Medioevo, con la dominazione dei franchi molte terre vennero acquisite dai vari monasteri presenti nella città di Piacenza. Dopo l'undicesimo secolo, a causa delle lotte feudali, furono realizzate molte fortezze nella zona: oltre ai principali castelli vennero costruite anche case-torri, tuttora visibili sul territorio nonostante le numerose trasformazioni e modifiche subite. Possesso dei Malaspina nel XII secolo, per iniziativa dei consoli del libero comune di Piacenza, all'inizio del secolo successivo fu liberata: in seguito fu coinvolta nelle guerre tra guelfi e ghibellini, nell'ambito di questi scontri, nel 1255, il podestà di Piacenza Oberto Pallavicini ordinò la distruzione dei castelli della zona. Nel 1302 Gazzola, insieme a Travo e Pigazzano venne concessa a Riccardo Anguissola da parte di Alberto I d’Asburgo. Il castello di Gazzola è documentato per la prima volta nel 1328 come proprietà di Bartolomeo Dolzani. Come molti altri castelli piacentini il maniero vide nel corso dei secoli molteplici passaggi di mano. Tra le famiglie nobiliari che ne entrarono in possesso ricordiamo gli Anguissola (nel XV secolo), i Bonelli, e da ultimi i Mascaretti che vi abitarono dal 1850 sino al 1870 quando l’edificio fu acquistato dal Comune di Gazzola. La rocca si presenta con pianta ad U e due grandi torri quadrate e ruotate in modo inconsueto di 45 gradi, disposte ai vertici del perimetro sul lato opposto alla facciata principale, quello che si apre sulla campagna circostante. Nel cortile interno sono presenti un pozzo barometrico (http://rete.comuni-italiani.it/foto/contest/geo/033022) ed un doppio loggiato. La pianta trecentesca si è conservata, mentre gli ambienti interni e il fronte verso il cortile sono stati, nei secoli, modificati per soddisfare le esigenze delle famiglie proprietarie. Tra gli interni segnaliamo un grande salone impreziosito dal camino sormontato dallo stemma araldico dei Bonelli. Oggi il castello è sede municipale.

 



Foto: entrambe di Solaxart 2013 su http://www.preboggion.it/Castello_di_Gazzola.htm



domenica 13 agosto 2017

Il castello di lunedì 14 agosto





GAZZOLA (PC) – Castello Landi di Rivalta Trebbia

Posto su una ripida scarpata (ripa alta) prospiciente la riva del fiume Trebbia, ha una posizione di poco elevata ma che consente un'ampia panoramica sul greto, che in questo punto è molto ampio, e la campagna circostante. Il castello di Rivalta e quello di Statto coi castelli di Montechiaro e di Rivergaro, che sono sull'altra sponda, sono collocati alle pendici dei primi rilievi, dove il fiume, a sud incassato tra i monti, comincia a scorrere nella pianura; controllavano l'accesso alla val Trebbia del caminus Genue, un tempo importante via di comunicazione con il Genovesato e quindi il mare. La prima testimonianza scritta sul castello è un atto di acquisto risalente al 1025. Nel 1048 l'imperatore Enrico II lo donò al monastero di San Savino di Piacenza. Nel XII secolo era sotto giurisdizione dei Malaspina-Cybo, che dominavano i territori dalla Lunigiana fino alla valle Staffora e nel 1255 Oberto Pallavicino, podestà di Piacenza, ordinò la distruzione di questo e degli altri presidi dei Malaspina. Nel primo decennio del XIV secolo i Ripalta lo cedettero a Obizzo Landi e da allora fino a oggi, tranne brevi interruzioni, rimase possesso della famiglia Landi. Tra il XV e il XVIII secolo i Landi trasformarono il castello in una sontuosa residenza. Molti gli eventi bellici che coinvolsero l’edificio: nel 1636 l'assedio da parte di 6000 soldati spagnoli guidati dal generale Gil De Has; nel 1746 il saccheggio da parte dei soldati tedeschi del generale Berenklau; nel 1799 di quelli francesi del generale MacDonald. Il borgo di Rivalta è un complesso fortificato composto, oltre che da edifici destinati a botteghe e abitazioni, da:
Parte antica - è composta dal dongione d'ingresso, di pianta quadrata alto 36 metri, edificato in mattoni e ciottoli, porta i segni dei colpi di artiglieria subiti nei molti assedi. Dall'ingresso con arco a sesto acuto, dalla torre sud, di forma semicircolare. La cinta muraria comprende un'altra torretta nell'angolo nord-est e un alto terrapieno che difende il complesso lungo il greto del fiume.
Castello - ha planimetria quadrangolare, con un cortile interno circondato da un doppio ordine di logge. In un angolo svetta una torre cilindrica sovrastata da un torrellino di fattura particolare, è l'elemento caratteristico del complesso essendo totalmente dissimile dalle altre torri del piacentino. Nella seconda metà del XV secolo l'architetto Guiniforte Solari di Milano modificò la struttura per adeguarla alle esigenze della nascente artiglieria e trasformò la residenza aggiungendo la torre, il salone d'onore, lungo 25 m., e l'elegante cortile porticato. A rimaneggiamenti settecenteschi appartengono lo scalone e la facciata che porta nel timpano triangolare la scritta Svevo Sanguine Laeta. I saloni sono stati affrescati da Paolo Borroni di Voghera e da Filippo Comerio nel 1780. Al suo interno ospita il Museo permanente del costume militare e il Museo parrocchiale.
Chiesa di San Martino - costruzione quattrocentesca con soffitto a capriate, decorazioni in cotto, ospita tele del pittore seicentesco Ferrante di Bologna.
Parco - di impianto settecentesco, con alberi secolari, circonda il castello isolandolo dalle costruzioni annesse.
Come ogni castello degno di questo nome anche Rivalta ha il suo fantasma, anzi ne ha due. Il più famoso è quello del genero di Obizzo Landi: Pietro Zanardi Landi. Obizzo e la moglie Bianchina avevano tre figli, un maschio e due femmine. Alla morte del grande feudatario, quando l’unico figlio maschio fu assassinato in un’imboscata, il Castello passò alle sorelle ed ai rispettivi mariti, Pietro Zanardi Landi e Galvano Landi, che si contesero a lungo l’eredità, fino all’uccisione di Pietro, e alla vittoria di Galvano. Da allora lo spirito di Pietro avrebbe vagato nel castello, perseguitando gli ospiti e la discendenza di Galvano fino alla fine dell’Ottocento, quando la proprietà venne assegnata all’altro ramo della famiglia, quello degli Zanardi Landi per l’appunto. Finalmente ristabilita la giustizia, Pietro scomparve; nel 1970 tuttavia, quando gli eredi della famiglia Zanardi Landi vollero ospitare un ignaro discendente di Galvano, si manifestò un’ultima volta disturbandone il sonno. Il secondo fantasma è di Giuseppe, cuoco della famiglia nel 1700, che fu ucciso per vendetta dal maggiordomo, a cui aveva insidiato la moglie. La sua fama si deve soprattutto ad una serata negli anni ottanta del ‘900, in cui nel castello fu ospite la principessa Margaret d’Inghilterra (sorella minore della Regina Elisabetta); si sarebbe infatti divertito a spegnere e accendere elettrodomestici, spostare oggetti e quadri, soprattutto nell’ala del castello in cui si trova la vecchia cucina. Ancora oggi quando questa è molto affollata, il cuoco Giuseppe, torna a manifestarsi in maniera buffa e scherzosa. Il castello attualmente fa parte del circuito “Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza” ed è visitabile da febbraio a novembre nei giorni festivi e in altre date su prenotazione. Sono visitabili il cortile, il salone d'onore, la sala da pranzo, la cucina del rame, le cantine, le prigioni, le camere da letto, la torre, la sala delle armi dedicata alla Battaglia di Lepanto, la galleria, la sala del biliardo, il Museo del Costume Militare, il Museo dell’Arte Sacra. Il borgo ospita abitazioni private, ristoranti e taverne. Il castello è tuttora abitato dai Conti Zanardi Landi. La sontuosa residenza diviene la cornice elegante e suggestiva per lo svolgimento di convegni e meeting. Il Castello di Rivalta è anche l'ambientazione perfetta per banchetti e cerimonie, in un'atmosfera raffinata ed affascinante, con i suoi tre saloni che possono accogliere fino a 250 ospiti. Ecco altri link consigliati: http://www.castellodirivalta.it/ (sito ufficiale del castello), https://www.youtube.com/watch?v=cTMI4x6aGU8 (video – con drone – di Matteo Toffanin), https://www.youtube.com/watch?v=MG_xjiiZSpk (video di Videopressparma).