martedì 30 aprile 2019

Il castello di martedì 30 aprile




FIRENZE - Torre del Gallo

Si trova in località Pian de' Giullari, sulle colline di Arcetri, in cima a un crinale che domina la città di Firenze e dal quale si gode di uno stupendo panorama. Anticamente faceva parte di un vero e proprio castello su una collina strategicamente vicina a Firenze, appartenuto, secondo alcuni storici, alla famiglia Galli (o Gallo), che era di origine molto antica e della quale resta uno stemma in pietra vicino a una targa in caratteri gotici che si trova su una delle pareti dell'antico cortile. Sfruttando la posizione la famiglia esigeva un pedaggio da chi scendeva verso Firenze provenendo dall'Impruneta. La fortificazione fu parzialmente demolita nel 1280 perché di proprietà ghibellina, passando automaticamente all'amministrazione degli ufficiali di Parte Guelfa. Nel 1364 subì nuove devastazioni in seguito alle scorribande di John Hawkwood, che mise a ferro e fuoco il colle di Arcetri. La torre fu in seguito venduta ai Lamberteschi, che procedettero a una riedificazione. Fu rivenduta poi nel 1464 ai fratelli Jacopo e Giovanni Lanfredini, che possedevano fin dal XIV secolo l'adiacente villa La Gallina e che tramandarono la proprietà ai propri discendenti fino all'estinzione della famiglia avvenuta nel 1741, con la morte del cardinale Giacomo Lanfredini, vescovo d'Osimo e Cingoli. Alcuni momenti salienti della storia del castello furono durante l'assedio di Firenze (1529-30), quando Pier Maria de' Rossi, conte di San Secondo, nipote di Giovanni dalle Bande Nere e comandante delle truppe imperiali assedianti, prese qui sede con le sue truppe ospitato dal filomediceo Bartolomeo Lanfredini: dalla sommità della torre venivano indirizzati i colpi delle artiglierie, collocate nella zona di villa Giovannelli, contro le fortificazioni michelangiolesche di San Miniato al Monte. La tradizione riporta inoltre la presenza di Galileo Galilei tra il 1634 e il 1642, che qui avrebbe continuato le proprie osservazioni celesti, anche se è poco credibile poiché in quegli anni, confinato alla vicina villa il Gioiello, era ormai quasi cieco. Nel 1872, dopo vari passaggi, la torre giunse al conte Paolo Galletti che vi allestì un piccolo museo dedicato proprio a Galileo, nel quale figuravano busti, ritratti e cimeli, in gran parte oggi confluiti nel Museo Galileo in piazza dei Giudici. Il conte fece affrescare le sale dal pittore Gaetano Bianchi. L'aspetto odierno della torre è frutto però di un restauro in stile neomedievale eseguito tra il 1904 e il 1906 dall'antiquario Stefano Bardini, al quale si deve anche il Museo Bardini, che acquistò la Torre nel 1902. Restavano dell'impianto quattrocentesco un cortile con tre loggiati (da alcuni attribuito al Brunelleschi), mentre per quanto riguarda l'edificio esterno e la torre si trattò di una vera e propria ricostruzione, sebbene si impiegassero il più possibile materiali antichi spesso provenienti dalle demolizioni del "Risanamento". La torre venne rialzata e fu creata la merlatura. Vennero aggiunti un secondo cortile, un giardino all'italiana, una loggia in stile rinascimentale (vicino all'ingresso in via Torre del Gallo) e un edificio distaccato usato come laboratorio-magazzino. All'interno dell'edificio i caratteri eclettici dei materiali reimpiegati da luoghi ed epoche diverse sono più evidenti: le finestre, le colonne, i portali, le vere da pozzo, i camini antichi ricreano un ambiente pittoresco e scenografico, ma poco credibile storicamente. I lavori dovevano essere conclusi nel 1907, come testimoniato da una targa ancora esistente. La zona venne abbandonata durante il periodo tra le due guerre mondiali. Nel secondo conflitto qui fu ospitato l'Istituto Farmaceutico Militare, poi la Federazione Fascista e, dopo requisizione da parte delle truppe inglesi, vi fu allestito un campo di prigionia. Fu durante questo periodo che vennero distrutte o disperse alcune delle decorazioni. Oggi l'edificio è di proprietà privata e sono al vaglio alcuni progetti di recupero, alcuni dei quali propongono una destinazione culturale, per esempio un grande museo dedicato all'astronomia (la "Città di Galileo"), che dovrebbe diventare il più grande del genere in Europa e arrivare a comprendere villa il Gioiello (dove visse e morì Galileo) e l'Osservatorio astrofisico di Arcetri. Nonostante il progetto la torre dopo il restauro è stata destinata a unità abitative. Il complesso, nonostante si tratti in larga parte di un falso architettonico, non è esente da un certo fascino romantico, evidenziato dalla felice ubicazione panoramica. La villa, dominata dalla svettante torre, ha al centro un grande salone, con una copertura ottagona, e un ingresso con graffiti, forse rinascimentali. Il cortile attribuito al Brunelleschi è circondato da colonne corinzie e archi a tutto sesto su tre lati, mentre il secondo cortile neogotico è decorato da numerosi stemmi appartenuti ai proprietari della villa e aggiunti dal Bardini. La loggetta marmorea neorinascimentale si ispira allo stile veneziano di Jacopo Sansovino. Abbelliscono il vasto parco alcuni ruderi antichizzanti e una fontana monumentale. Il grande capannone sul lato sud del parco, accanto a villa La Gallina, era il laboratorio-magazzino di Bardini. Rimasto a lungo senza tetto è oggi stato ristrutturato e trasformato in residence. Altri link suggeriti per approfondimento: https://www.conoscifirenze.it/palazzi-fiorentini/531-Torre-al-Gallo.html, https://www.alamy.it/vista-aerea-della-torre-del-gallo-di-un-castello-gotico-che-si-affaccia-sulla-citta-rinascimentale-centro-di-firenze-firenze-in-italia-image225052025.html (foto aerea), https://www.youtube.com/watch?v=CcQESZQt6m4 (video di artan shenaj)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Gallo

Foto: la prima è presa da https://www.archilovers.com/projects/89238/restauro-di-torre-del-gallo-firenze.html, la seconda è presa da http://www.cmaengineering.it/lavori-cma/alberghiero/castello-di-torre-del-gallo-firenze/

lunedì 29 aprile 2019

Il castello di lunedì 29 aprile




SARMATO (PC) - Castello

Si tratta di un ampio complesso fortificato, posto nella bassa val Tidone, non lontano sia dal Tidone che dal Po nella pianura Padana. Fondato probabilmente dai barbari Sarmati, sicuramente presidio longobardo, il castello di Sarmato venne eretto verso l'anno mille. Posto nei pressi dell'incrocio di due percorsi: la via Emilia pavese e la via Francigena; era un importante avamposto, con Castel San Giovanni e Borgonovo Val Tidone, nella funzione strategica di difesa dei territori piacentini (guelfi) dai pavesi (ghibellini). La prima data certa è il 1216 quando qui si radunarono le milizie milanesi e piacentine che conquistarono le fortificazioni ghibelline sulle alture nei pressi di Rovescala. Molti furono, in quei secoli turbolenti i passaggi di mano. Nel 1270 la fortezza, allora difesa dalla famiglia Pallastrelli, fu attaccata e seriamente danneggiata dalle milizie del Signore di Bardi, conte Ubertino Landi. Nel 1376 il castello venne concesso da Galeazzo II Visconti, allora Signore di Milano, al nobile Bartolomeo Seccamelica che lo aveva appena acquistato dai Pallastrelli, poi tramite l'unica figlia rimasta passò alla famiglia Scotti e brevemente a quella degli Arcelli conti della Val Tidone. Nel 1441 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, diede il castello di Sarmato in feudo con titolo di contea ad Alberto III Scotti Douglas. Il castello rimase alla famiglia Scotti Douglas fino all'abolizione dei feudi. Nel 1447 Alberto Scotti, impegnato a difendere Piacenza, affidò il castello di Sarmato ed il feudo al parente Luigi Dal Verme, conte di Bobbio e Voghera e signore di Pianello Val Tidone, Borgonovo Val Tidone, Castel San Giovanni e di tutta la val Tidone (dopo il subentro feudale agli Arcelli) da sempre alleato di Milano e dei Visconti. Il neo duca di Milano Francesco Sforza, voleva il dominio di Piacenza, alleata di Venezia, nemica del ducato di Milano. Iniziò quindi la guerra alla fine del 1447 occupando Piacenza e cacciando i veneziani. Luigi Dal Verme alleato di Milano e parente dello Sforza, non potè che schierarsi contro il cugino Alberto Scotti che aveva scelto difendendo Piacenza l'alleanza con la nemica Venezia. Al termine della guerra, Alberto Scotti si appellò al duca di Milano rivendicando il possesso e chiedendo la restituzione del feudo di Sarmato e del castello, ma lo Sforza aveva già accordato quel feudo al Dal Verme. Gli Sforza attesero la morte nel 1493 del conte Taddeo Dal Verme, titolare dopo la morte del fratello Luigi della signoria di Castel San Giovanni e della val Tidone, prima di riconsegnare il paese agli Scotti. Quindi dal 1493 Alberto Scotti riacquistò il dominio sul feudo e sul castello di Sarmato. Ad Alberto successe il figlio Bartolomeo e nel 1498, alla sua morte, Sarmato passò al figlio Nicolò. La proprietà ai conti Scotti e a questa nobile famiglia rimase sino al 1819 quando, con la scomparsa dell'ultimo discendente maschio, passò agli eredi conti Zanardi Landi di Veano. Il Castello di Sarmato è tuttora residenza dei conti Zanardi Landi, attuali proprietari che hanno iniziato un lavoro di graduale recupero e valorizzazione. Il complesso interamente edificato in laterizio è circondato da mura, ancora ben evidenti anche se col tempo un po' smozzicate, che erano contornate da un fossato. Racchiudono un piccolo borgo di pianta rettangolare, diviso da due strade perpendicolari, con abitazioni, tre chiese, il castello, la rocchetta. Tre sono gli accessi al borgo protetti da costruzioni difensive. L'ingresso principale è a sud, protetto da un rivellino merlato con due archi, uno per il passaggio pedonale e l'altro, a sesto acuto, per quello carrabile che erano dotati di ponte levatoio. Gli altri due accessi fortificati si trovano uno ad est, ospita il municipio, e l'altro ad ovest chiamato la rocchetta,che era sede della guarnigione militare. Rivolto verso nord, a difesa del piacentino dalle incursioni lombarde, il castello si affaccia sull'antico letto del Po. Ha pianta a forma di U (ma in origine a pianta rettangolare) ed è il risultato di ampliamenti del mastio costruito nel XIII secolo su una preesistente torre longobarda. Ampliato e trasformato in residenza signorile dai conti Scotti Douglas prima e dai conti Zanardi Landi è dotato di un parco all'italiana racchiuso all'interno delle mura. Il corpo di fabbrica è affiancato da una torretta di segnalazione a base pentagonale irregolare, che costituisce un unicum nell'architettura difensiva del Ducato di Parma e Piacenza. All'interno del maniero sono custoditi molti documenti antichi e preziosi, compreso un archivio delle casate nobiliari. Nel famoso studiolo (la "Sala dei filosofi"), conosciuto per i preziosi affreschi del periodo tardo-gotico e attribuiti a Bonifacio Bembo, si svolgevano incontri culturali, letterari e musicali. Il castello di Sarmato, entrato a far parte dell'associazione Castelli Del Ducato di Parma e Piacenza, è aperto da pochi anni alle visite guidate, ogni domenica e festivi, ed in eventi particolari. È sede di mostre dedicate all'artigianato di alta qualità, a cadenza Annuale, quali "il Tesoro di Alì Babà" (maggio) "La Terra" (ottobre). All'ingresso dell'abitato di Sarmato vi è una piccola costruzione chiamata il casino, era l'antico ospitale dei pellegrini che transitavano sulla via Francigena. Costruito sull'incrocio tra la via Romea (poi via Emilia) e la strada che conduce al Po dove, in località Veratto, vi era il porto che traghettava i pellegrini in alternativa al Guado di Sigerico nella vicina Calendasco. Del complesso fanno parte, come detto, tre chiese:
- L'oratorio di San Carlo Borromeo. Costruzione interna al borgo è una delle poche testimonianze di questa devozione "ambrosiana" per antonomasia nel piacentino.
- La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, che si trova a poca distanza all'esterno della cinta muraria del borgo, fu edificata nell'VIII secolo per volere del principe dei Longobardi Burnengo.
 -La chiesetta di San Rocco costruita nel XVI secolo, nel luogo della malattia di San Rocco.

La storia di San Rocco, la sua santità, le sue vicende in Sarmato si diffusero in tutta la cristianità ad opera di pellegrini che qui sostavano, legando per sempre l'immagine del paese piacentino all'agiografia ed all'iconografia stessa del santo taumaturgo. La leggenda narra che San Rocco da Montpellier di ritorno dal suo viaggio di pellegrinaggio a Roma si ammalò di peste mentre assisteva i contagiati ricoverati nell'ospedale di Santa Maria di Betlemme in Piacenza. Fuoriuscito dalla città, si rifugiò in una capanna o (secondo altra narrazione) in una spelonca nel bosco vicino a Sarmato, a poche decine di metri dal castello di Sarmato e non lontano dall'importante Transitum Padi, il guado di Calendasco sulla via Francigena. Un cagnolino che ogni giorno rubava una pagnotta dalle cucine del castello di Sarmato, si allontanava con il panino in bocca, dalle cucine. Gottardo Pallastrelli, signore del maniero, accortosi di questo fatto insolito, seguì il cane di nascosto, ed in questo modo incontrò il santo, a cui detto cagnolino (che alcune tradizioni chiamano Reste) portava la pagnotta. Gottardo assistette Rocco sino alla guarigione di quest'ultimo e quando San Rocco, guarito, ripartì, Gottardo lasciò i suoi beni per divenire anch'egli pellegrino sull'esempio del suo amico. San Rocco è il santo patrono di Sarmato, la ricorrenza si festeggia il 16 agosto. Nel paese sono conservate tuttora la fontana che San Rocco sgorgò invocato Dio dalla nuda roccia, l'oratorio Seicentesco e la grotta dei colloqui con Dio, dedicate al santo patrono, e meta di devozione e culto. Altri link suggeriti: http://www.piacenzantica.it/page.php?145, http://www.turismopiacenza.it/site/castello-di-sarmato/, https://www.youtube.com/watch?v=IXpxA8zbCEM (video di Alberto Gemelli), http://www.liberta.it/news/video-gallery/2018/11/13/memorie-piacentine-il-castello-di-sarmato/ (video), http://www.preboggion.it/Castello_di_Sarmato.htm (pagina ricca di belle inquadrature).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Sarmato, https://it.wikipedia.org/wiki/Sarmato#Castello_di_Sarmato, https://www.poderecasale.com/il-castello-di-sarmato/, http://www.visitvaltidone.it/castello-di-sarmato.html?interessi[]=3

Foto: la prima è di Zeta su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/148320/view, la seconda è di Paperkat su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_di_Sarmato_vista_posteriormente.JPG

venerdì 26 aprile 2019

Il castello di venerdì 26 aprile




MELAZZO (AL) - Castello Gandolfi

Le origini del castello risalgono all'XI secolo quando Melazzo era feudo imperiale dei Conti d'Acquesana, come ricordano gli stemmi in ferro battuto agli ingressi. L'edificio attuale conserva ancora parti del Basso Medioevo rimaneggiate o integrate da restauri in stile neogotico (XIX-XX secolo), ad esempio per quanto riguarda le merlature delle mura. Nel 1004 nacque nel Castello il conte Guido, divenuto Vescovo di Acqui nel 1034 e dopo la sua morte, avvenuta nel 1070, proclamato Santo e protettore della diocesi di Acqui. Guido d'Acqui donò i propri diritti signorili alla chiesa di Acqui, che ottenne conferma possesso nel 1039 e nuovamente nel 1052 dall'imperatore Enrico III. Costruito per ragioni di difesa e strategia militare, data la sua posizione fondamentale sulla via del mare, il Castello fu molto ambito dalle autorità vescovili, dalla città di Acqui, da Alessandria e dai signori del luogo; a partire dal XIV secolo divenne residenza di nobili signori infeudati dai Marchesi del Monferrato che ne avevano giurisdizione. Al lussuoso castello è legata la storia e l'avventurosa vita del re Edoardo II Plantageneto, deposto re d'Inghilterra (per opera del figlio). Qui egli soggiornò per circa tre anni (1330 - 1333), come ricorda, nella galleria del Castello, una lapide posta dagli Arnaldi nel 1879, per sfuggire alla cattura ed al tentativo di assassinio ordito dalla moglie Isabella di Francia. Dunque Edoardo II non sarebbe stato ucciso nel castello di Berkeley nel 1327. Il castello fu saccheggiato nel 1431 dalle truppe di Francesco Sforza e nel 1610 venne distrutto dall’esercito spagnolo. Venne poi ricostruito in epoca barocca, mantenendo però nella parte esteriore il suo aspetto medioevale. La sua importanza strategica ha fatto sì che il Castello venisse riprodotto negli affreschi della galleria delle carte geografiche in Vaticano, volute da Papa Gregorio XIII nel 1580. Nel Rinascimento l'edificio fu di proprietà dei Conti Falletti; fu castellana di Melazzo la poetessa Eleonora della Croce, moglie del conte GiovanGiorgio Falletti, della illustre famiglia dei De La Revoire (al servizio del Duca di Savoia), che ne fece per lunghi anni un importante cenacolo di umanisti. A lei il poeta Betussi, grande umanista del XVI secolo, dedicò un poema. Nei secoli successivi seguì un'alternanza di famiglie nobili locali (Gandolfi, Tarini, Arnaldi, Chiabrera). Il Castello è articolato in un corpo centrale continuo e allungato fino ad attraversare l'intera proprietà in direzione nord-sud e dividerla in due distinti spazi aperti costituenti il parco. Il parco a sud ha origini dall'antica Piazza d'Armi del Castello e termina con il cammino di guardia, protetto dall'originario muro difensivo merlato dotato di aperture e feritoie, tutte strapiombanti sui sottostanti imponenti bastoni in pietra, di circa 20 metri di altezza. Il panorama di cui si gode è straordinario e suggestivo e abbraccia l'intero paese e la sottostante valle dell'Erro. La costruzione si fa risalire al XVI secolo su preesistente impianto medievale di casa fortificata. La torre centrale, coincidente con l'ingresso principale, è caratterizzata da finestre ad arco, da bifore e da un coronamento di archetti sospesi in laterizio e da decorazioni ad arco. Il castello è stato inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. Altri link suggeriti: http://lnx.iislevimontalcini.it/sitob/melazzo/melazzo_castello.htm, https://mapio.net/a/67019976/ (altre foto).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Melazzo,
http://www.comune.melazzo.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-gandolfi-17667-1-471ed9ebd8ff94f8267de0fc52f48cb3, https://www.restauroeconservazione.info/melazzo/, http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7B7AA8F066-6F34-E567-5F59-2CD2C5F0E030%7D&A=0, http://www.alessandrianews.it/comuni/comune.php?nome=Melazzo

Foto: la prima è di Davide Papalini su https://it.wikipedia.org/wiki/Melazzo#/media/File:Melazzo-castello2.jpg, la seconda è di peteranna su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/120787/view

mercoledì 24 aprile 2019

Il castello di mercoledì 24 aprile




SAMBUCA DI SICILIA (AG) - Fortino di Mazzallakkar

Zabut, l'odierna Sambuca, fu fondata dagli Arabi intorno all'830, qualche anno dopo il loro sbarco in Sicilia. Circa l'etmologia del nome "Zabut" esistono varie interpretazioni. Ma perchè Zabut? La tradizione popolare e la leggenda indicano quale fondatore di Sambuca l'Emiro Al-Zabut, un seguace dell'ascetico conquistatore maghrebino Ibn Mankud l'"Ardente guerriero della fede", signore indipendente delle Kabyle di Trapani, Marsala e Sciacca che guidò le truppe d'assalto dell'Afrfriyqal alla conquista di Castrogiovanni, Val di Noto e, dopo lungo assedio, alla presa di Siracusa, allora capitale bizantina dell'isola. Secondo questi dati l'Emiro AL-Zabut partecipò come giovane guerriero alla conquista della testa di ponte di Mazara ed ebbe ruolo di rilievo nei combattimenti di Girgenti e Castrogiovanni, guadagnandosi per il suo valore l'appellativo "Al-Chabut" - lo splendido - che trasmise alle terre da lui conquistate. Zabut fu abitata da popolazione islamica fino al tredicesimo secolo fino a quando si ribellò alle operazioni di consolidamento imperiale ordinate da Federico II che costruì il Castello di Giuliana da usarsi come quartiere generale per la soluzione della "questione saracena" in Sicilia, voluta dal Papa. Zabut resistette per due anni. La resistenza fu stroncata nel 1225 e la strage fu totale. Sambuca conserva ancora le tracce di questa sua matrice islamica nel "quartiere arabo", costruito da un impianto urbano che si sviluppò attorno a sette "Vicoli saraceni", trasformati in un museo vivente di storia arabo-sicula e nella fortezza di Mazzallakkar sulle sponde del lago Arancio che viene sommersa ogni qualvolta s'innalza il livello del Lago. La cultura, le tradizioni popolari, i modi di esprimersi degli abitanti di sambuca testimoniano di questa origine storica. La cittadina-fortezza di Zabut, dopo l'eccidio e la deportazione dei superstiti saraceni, fu lentamente ricostruita. Gli arabi convertitisi al Cristianesimo per paura o per convinzione e i cristiani di Adragnus convissero insieme pacificamente. Distrutta nell'autunno del 1411, sul finire dellla lunga guerra di successione al Regno di Sicilia, la cui protagonista fu una donna, Bianca di Navarra, gli Adragnini si trasferirono nella fortezza di Zabut, risparmiata alla distruzione per l'eroica resistenza opposta all'assedio dei seguaci del Barone di Modica e per l'imponenza delle sue fortificazioni. Avvenne così che il primitivo impianto urbano della parte settentrionale di Zabut, costituito da un'acropoli e da un quartiere di viuzze, incominciò ad ampliarsi verso le propaggini della collina. Dal XV al XIX secolo, Sambuca conobbe alterne vicende: prosperità e pestilenze, benessere e miseria, splendore e terremoti. Nonostante tutto il paese progredì. Sorsero nuovi quartieri, si allargò la cinta delle mura, vennero costruiti palazzi baronali e signorili, chiese, monasteri, conventi. Da baronia la Terra della Sambuca venne promossa con privilegio di Filippo II - Madrid 15 novembre 1570 - a Marchesato. Il quale, il 16 settembre 1666, passò, a causa di un matrimonio, ai Beccadelli di Bologna assurti successivamente al rango di Principi con il Principato di Camporale. Il titolo viene a tutt'oggi detenuto dagli eredi. Tra i Principi Marchesi della Sambuca, i più celebri furono Don Pietro - 1695/1781 - e il figlio Don Giuseppe - 1726/1813. A ridosso delle acque del lago Arancio, nel territorio di Sambuca di Sicilia, si possono individuare i ruderi di un fortino costruito dagli Arabi e chiamato Fortino di Mazzallakkar. Esso si trova nella zona dei Mulini, chiamata così per la presenza di diversi mulini funzionanti grazie alle acque di Rincione, tra la collina Castellazzo e la Torre Cellaro che si estende nella parte bassa del territorio di Sambuca di Sicilia. La sua costruzione fu realizzata nello stesso periodo in cui gli Arabi stavano fondando Zabut (Sambuca) e cioè successivo all'830. Probabilmente si trattava di un avamposto per difendere il territorio attorno il castello di Zabut. Fino agli anni cinquanta, anche se adibito al ricovero di greggi e armenti, il fortino si trovava in ottime condizioni. In seguito alla costruzione della diga Carboj resta sommerso parzialmente dalle acque del lago Arancio per almeno sei mesi all'anno. Il fortino ha una forma quadrangolare; in ogni angolo si eleva un torrione di forma circolare, coperto da una cupoletta in pietra calcarea con un ornato cuspidale che forse fu una fiamma o una mezzaluna. I torrioni sono dotati di feritoie e l'altezza delle mura raggiunge circa 4 metri. Le escursioni termiche e le depressioni idro-geologiche stanno distruggendo irrimediabilmente questo capolavoro storico e architettonico, unico in tutta la Sicilia. Altri link suggeriti: http://www.distrettoturisticoselinuntino.it/a.cfm?id=507, http://www.virtualsicily.it/Monumento-Fortino%20di%20Mazzallakkar-Sambuca%20di%20Sicilia-AG-1062

Fonti: http://www.comune.sambucadisicilia.ag.it/Turist-Turn/Cenni-Storici/CenniStorici.htm, https://it.wikipedia.org/wiki/Fortino_di_Mazzallakkar

Foto: la prima è di Ennio Gurrera su https://it.wikipedia.org/wiki/Fortino_di_Mazzallakkar#/media/File:Fortino_di_Mazzallakkar.jpg, la seconda è presa da https://www.inspirock.com/italy/sambuca-di-sicilia/lago-arancio-a5404388401

martedì 23 aprile 2019

Il castello di martedì 23 aprile



CASTELCIVITA (SA) - Torre angioina

Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto della montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. Il paese è indicato nei documenti Angioini con il nome di Civita Pantuliano mentre in età Aragonese con il nome di Castelluccia, probabilmente per indicare, già dal XIII secolo, una piccola città fortificata. Si pensa che le mura di Castelcivita siano opera di Pandolfo Fasanella, nobile feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I D’Angiò. A Castelcivita vi erano un castello di epoca normanna e una cinta muraria di cui nulla più esiste. Resta invece una torre costruita intorno al XIII secolo da Pandolfo di Fasanella (l'ipotesi più autorevole la vuole edificata tra il 1268 e il 1284), allora feudatario di gran parte del territorio che lui per primo probabilmente fortificò. La torre, innalzata a strapiombo sulla valle, nel punto più alto dell'abitato, assunse grande importanza in rapporto alla cinta muraria del borgo e rispetto all'allora scomparso castello. La difesa di Castelcivita costituì il punto di forza di tutta l'operazione difensiva voluta dagli Angioini che ritennero necessario fortificare le terre del Principato Citeriore. La Torre è legata ad uno dei più noti avvenimenti del nostro passato, i Vespri siciliani, che fecero di Castelcivita, allora chiamata Civita Pantuliano, la punta più avanzata della penisola nella sanguinosa insurrezione. Scoppiata nel 1282, la rivolta siciliana si allargò sul continente ed i Siculi-Aragonesi inviarono contro gli Angioini di Napoli dei guerrieri detti Almugàveri. Questi assediarono il paese e ne fecero un covo fortificatissimo che, data la sua posizione orografica, era quasi inespugnabile. Per tale motivo costituiva un ostacolo per gli Angioini che dovevano accorrere in aiuto dei Francesi in Sicilia. L’inevitabile scontro si tramutò in un assedio che solo dopo tre anni Carlo Martello risolse a favore degli alleati napoletani. La Torre, da tempo irresistibile richiamo turistico, si sviluppa su pianta circolare con diametro di circa quindici metri. Un primo vano, contenuto nella scarpata, diventava all’occasione prigione o deposito mentre in un secondo vano (praticamente il primo piano) si svolgeva la vita del feudatario. Al di sopra di questo sono presenti altri due vani il cui accesso era presumibilmente consentito con scale di legno o funi. Nel mese di aprile 2018 il maestoso monumento, alto circa 25 metri, è stato riaperto al pubblico, dopo essere stato oggetto di alcuni lavori di ristrutturazione resi necessari dal danneggiamento occorso alla costruzione in seguito ad un fulmine abbattutosi nel novembre del 2016. All'interno del vano dove avveniva la vita quotidiana del feudatario è stata allestita, dall'associazione "La Pagoda", una mostra della civiltà contadina delal vecchia "Civita Pantuliano". Altri link suggeriti: http://www.cilentontheroad.it/it/borgo/65/castelcivita (dove trovare altre notizie storiche del luogo), https://www.noitour.com/vacanze-nel-cilento/comune_scheda.asp?id=15, https://digilander.libero.it/alburni.cilento/castelcivita.htm

Fonti: https://www.grottedicastelcivita.com/castelcivita, http://xoomer.virgilio.it/analfin/castciv5.htm, testo di Luigi Maiale su http://vocedistrada.it/articoli-2/attualita/castelcivita-riapre-al-pubblico-la-torre-angioina/, https://www.consumionline.it/la-torre-angioina-castelcivita/

Foto: la prima è presa da https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2014/09/18/ritratto-di-un-politico-giovanni-da-procida/, la seconda è presa da http://www.cilentontheroad.it/it/borgo/65/castelcivita

venerdì 19 aprile 2019

Buona Pasqua




Cari amici del blog,

mi fermo per qualche giorno, le pubblicazioni riprenderanno dopo Pasquetta.

I miei più sinceri auguri di Buona Pasqua a voi e alle vostre famiglie.

Valentino

Il castello di venerdì 19 aprile



ROMAGNESE (PV) - Castello Dal Verme

Dopo la caduta dei Longobardi a opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i Feudi Imperiali, all'interno della Marca Obertenga, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare, assegnò Romagnese, con molti dei territori limitrofi, alla famiglia dei Malaspina, successivamente nel 1263 il Vescovo di Bobbio investe del feudo di Romagnese il capo dei ghibellini piacentini, Ubertino Landi assieme ai feudi di Ruino, Trebecco, Valverde, Zavattarello e di altri in Val Tidone. Con l'arrivo dei Visconti passò assieme agli altri feudi della Val Tidone alla famiglia Dal Verme assieme alla Contea di Bobbio e Voghera, e le signorie di Pianello Val Tidone, Borgonovo Val Tidone, Castel San Giovanni ed altre. Il feudo effettivo, tuttavia, nel 1383 fu acquistato dal condottiero Jacopo Dal Verme, capitano generale del duca di Milano. Il feudo rimase sempre a questa famiglia, costituendo una dipendenza immediata della Contea di Bobbio dei Dal Verme dal 1436. Nella divisione della famiglia nelle due linee di Bobbio e Voghera, restò alla prima, mentre i vicini Zavattarello, Trebecco e Ruino passavano alla seconda. Nel 1546 il duca di Parma e Piacenza, Pier Luigi Farnese, occupò Romagnese vantandone antichi diritti piacentini, e la mise a ferro e fuoco. Dopo questo tragico episodio il paese tornò sotto il controllo dei Dal Verme. Il feudo di Romagnese, che fu sempre un unico comune fin da quando (invero piuttosto tardi) anche qui venne introdotto l'istituto comunale, cessò nel 1797 con l'abolizione generale del feudalesimo. Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio venne annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1848 come parte della provincia di Bobbio passò dalla Liguria al Piemonte, nel 1859 entrò a far parte nel circondario di Bobbio della provincia di Pavia e quindi della Lombardia, nel 1923, smembrato il circondario di Bobbio, passò alla provincia di Piacenza e quindi all'Emilia-Romagna, per poi ritornare nel 1925 alla provincia di Pavia e alla Lombardia. Non si conosce l'epoca esatta della di costruzione del castello. Attualmente esiste soltanto un'ala superstite dell'antica rocca, a scarpata e in pietra locale, eretta a scopo difensivo dai Dal Verme tra il XIV e il XV secolo e che si suppone avesse soppiantato le rovine di una "casa-forte" abitata dai frati del Monastero di San Colombano, alla cui giurisdizione appartenne Romagnese con le sue terre fino al 1014. Non è da escludere una origine ancora più antica, su una preesistente roccaforte di epoca romana da far coincidere addirittura con il leggendario “castrum romaniense”. Il castello, che aveva probabilmente pianta ad "U" con ingresso principale a nord, è costituito oggi da un maestoso quadrilatero trapezoidale in pietra a vista: speronato alla base sui lati sud e ovest, ne conserva il relativo torrione che presenta la merlatura originale guelfa ricoperta da un'ampia tettoia, ricostruita nella seconda metà del XIX secolo. Un cordone orizzontale separa il muro verticale dal muro di scarpata. Sulla facciata occidentale del castello è presente al piano terra un alto fornice che conduce alla farmacia, oltre ad alcuni finestroni rettangolari aperti ai piani superiori; lungo il lato sud del torrione sono presenti alcune strette feritoie, oltre a due aperture circolari di epoca recente.Sulla controfacciata orientale, che si prospetta su un ampio piazzale interno alle mura (considerata la quota rispetto alla via sottostante presenterebbe le caratteristiche di una corte pensile), si apre un elegante portale in arenaria di probabile esecuzione settecentesca, coronato da un’ampia porta-finestra con balaustra, anch'essa in arenaria. Entrando dal massiccio portone, realizzato in tavole di noce lavorate ad accetta, si accede ad un'ampia sala con volta in pietra a vista adibita a sala consiliare e, a destra, alla pregevole scalinata in pietra che conduce al primo piano, dove si trovano gli uffici comunali. Una seconda entrata più modesta è posta sul lato sinistro della facciata e consente l'accesso a due locali siti al piano terra in cui trovano posto due associazioni locali (il Gruppo Alpini Monte Penice e la Pro Loco Alta Val Tidone): tramite una scaletta a gradoni si raggiunge il primo piano su cui si aprono due porte di servizio che conducono agli uffici comunali mentre, salendo ancora di un piano, si arriva all'ingresso del torrione al cui interno è stato allestito il Museo Civico di Arte Contadina. Ai piani interrati del castello è presente una prigione, una stanza delle torture ed un sotterraneo che, secondo la leggenda, conduce direttamente alla frazione Costa. Altri link suggeriti: https://mapio.net/pic/p-92096553/ (foto supplementari), http://www.altavaltrebbia.net/galleria/picture.php?/4545 (foto di Annalisa Alberti)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Romagnese, scheda di Mariano Lerbini su http://www.varziviva.net/romagnese.htm,

Foto: la prima è presa da http://www.terrealtedoltrepo.it/it/terre-alte-d-oltrepo/castelli/item/644-castello-dal-verme-romagnese/644-castello-dal-verme-romagnese.html, la seconda è presa da https://www.weatheravenue.com/it/europe/it/liguria/romagnese-foto.html

giovedì 18 aprile 2019

Il castello di giovedì 18 aprile




VALLO DI NERA (PG) - Borgo fortificato

Il comune perugino è posto su una collina in apertura della Valnerina. È inserito tra i Borghi più belli d'Italia ed è Bandiera arancione del Touring club italiano, Comune Amico delle api e Città del Tartufo. Testimonianze archeologiche avvalorano la tesi dell'esistenza di remoti insediamenti riconducibili alle popolazioni autoctone di questa valle già nell'VIII secolo a.C. Nel periodo compreso tra il IV e il II secolo a.C. iniziò l'epoca storica della Valdinarco e la successiva romanizzazione, testimoniata da ritrovamenti archeologici. A partire dal 1177 Vallo di Nera divenne feudo del duca germanico di Spoleto Corrado di Hursligen e, nel 1217, Jacopo Capocci concesse formalmente agli abitanti di Vallo di Nera il possesso del Colle di Flezano ed il diritto di erigervi un castello, in cambio di protezione e difesa da parte di Spoleto. Ma Vallo di Nera, per la sua caratteristica di importante punto strategico di controllo della strada, fu aspramente conteso tra lo Stato della Chiesa e Spoleto che, nel XIII secolo, riuscì a conquistarlo. Nel 1522-23 il condottiero Pietrone da Vallo, a capo di una coalizione dei castelli della valle, insorse contro Spoleto, ma finì bruciato. Alla rovinosa sconfitta seguì anche una depredazione da parte dei Lanzichenecchi. Il castello di Vallo risorse poco dopo, come dimostra un affresco di Jacopo Siculo che rappresenta la città integra e fiorente. Vallo di Nera è interamente cinto da mura e da torri e conserva intatta la sua struttura urbanistica medievale, con stretti vicoli sormontati da archi. L'impianto urbano conserva ancora il cassero, buona parte della cinta muraria (la Carbonaia) e la possente torre munita di mensoloni e caditoie. Due porte simmetriche, Portella e Portaranne, permettono l’accesso al paese-castello, dove il transito è consentito solo ai pedoni. Una volta dentro è più che mai medioevo: feritoie, mensoloni, passaggi stretti, vicoli bruniti e serrati, le preziose chiese romaniche e i portali in pietra, la casa-torre del fiero Petrone che guidò la rivolta dei castelli della valle contro Spoleto. Tre chiese romaniche, poste nel castello ai vertici di un immaginario triangolo, sono i tesori artistici di Vallo di Nera. San Giovanni Battista domina il paese sulla parte più alta del colle. Altro link consigliato per approfondimento: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-vallo-di-nera-pg/. Tra i numerosi video presenti in rete, suggerisco di guardare i seguenti: https://www.youtube.com/watch?v=URCtCr7ajRk (di La Valnerina - Umbria), https://www.youtube.com/watch?v=6pMH7Bf5VRA (di Claudio Mortini), https://www.youtube.com/watch?v=GidnIyG-b5g (di Mario Scarpanti), https://www.youtube.com/watch?v=0IljrtJulaM (di UmbriaTouring), https://www.youtube.com/watch?v=w93xadNsRtw (di Mario Corapi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Vallo_di_Nera, http://borghipiubelliditalia.it/project/vallo-di-nera/#1480496820077-2b27c1ff-e93b, https://www.umbriatourism.it/it_IT/-/vallo-di-nera

Foto: la prima è una cartolina esposta sul sito https://www.delcampe.net, la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-vallo-di-nera-pg/

mercoledì 17 aprile 2019

Il castello di mercoledì 17 aprile



ZOCCA (MO) - Torre Rangoni Machiavelli in frazione Rosola

Il borgo, anticamente denominato Muzzano, dopo essere stato a lungo conteso dai Comuni di Modena e Bologna, si assoggettò nella seconda metà del XIV sec. agli Estensi e nel 1398 risultava fra i castelli posseduti da Lancilloto ed Ettore Montecuccoli. Nel 1454 Borso d'Este lo infeudò ai Conti Ugo, Venceslao ed Uguccione Rangoni, alla cui famiglia rimase fino ai giorni nostri. Il bellissimo borgo conserva intatte le sue caratteristiche architettoniche originarie. Al centro di esso è il duecentesco torrione del castello, recentemente restaurato, che rappresenta uno dei più antichi e pregiati esempi di edilizia fortificata. La Torre Rangoni Machiavelli è l’unica testimonianza rimasta dell’antico Castello di Rosola, detto anticamente della Rosa, databile al ‘200. La torre si presenta mozzata ed è senza dubbio l’edificio più antico della zona. Il suo paramento murario è realizzato con pietre sbozzate di arenaria disposte a filaretto. All'altezza del primo piano è posto il portale ad arco a tutto sesto, in conci di pietra, che segnava l'originario ed unico accesso alla torre, certamente collegata alle altre strutture castellane da passerelle o balchi lignei. Una volta a botte copre l'alto vano sottostante al quale, prima dell'apertura dell'attuale pertugio laterale, si accedeva unicamente da una stretta botola. Proviene da questo luogo un tesoretto ritrovato nell’800 e costituito da un boccale con manico di color verde contenente più di milletrecento monete d'argento databili tra il IX e l'XI secolo. Donata al Comune di Zocca dagli stessi marchesi Rangoni, la torre è stata ora completamente restaurata. Ecco un video sulla torre: https://www.facebook.com/zoccanews/videos/la-torre-rangoni-di-rosola/407342230071460/

Fonti: https://www.terredicastelli.eu/luoghi-di-interesse/rosola-la-torre-rangoni-e-la-chiesa-di-leonardo/, http://www.appenninomodenese.net/apmo/index.cfm?event=page&qpTemaID=0&qpTAS3=20101&qpgeo3=11078&qpNEWS_ID=2949&qpParolaChiave=&qpPeriodoID=0&qpOrderBy=&qpRowNro=7, http://www.turismo.montana-est.mo.it/ecomusei/sc_c11.htm, http://www.appenninomodenese.net/ar75/index.cfm?event=scheda10&qpTemaID=11&qpNEWS_ID=50388

Foto: la prima è presa da http://www.turismo.montana-est.mo.it/ecomusei/sc_c11.htm, la seconda è presa da http://www.allacanonica.it/wp-content/uploads/2013/09/rosola-torre.jpg

martedì 16 aprile 2019

Il castello di martedì 16 aprile





CAVA DE' TIRRENI (SA) - Castello di S. Adiutore

In una posizione strategica che domina dall'alto la strada che collega Nocera con Salerno, sorge la roccaforte di Cava dei Tirreni costruita probabilmente nell'VIII secolo ma sicuramente documentata nel X. Il castello è detto di S. Adiutore perché su questo colle si vuole vi fosse la cella in cui si ritirò il Santo Vescovo, nel V secolo, anche se alcuni storici sostengono che esso venne costruito in epoca antecedente per la sua funzione di fortificazione delle strade che attraversavano la vallata e a protezione delle genti. La data della costruzione del Castello è incerta: alcuni studiosi la datano intorno al 787; altri invece intorno al IX -X sec. Infatti alcuni riferimenti storici affermano che esso fu voluto dai longobardi e precisamente da Arechi II, principe di Benevento, che lo fece edificare nel 773 per fortificare il suo Ducato contro un attacco eventuale da parte di Carlo Magno, che aveva giurato di eliminare i longobardi dall'Italia e pertanto Arechi stabilì di trasferirsi a Salerno costruendo, oltre il Castello sopra la città, altre quattro fortificazioni come avamposti contro attacchi dall'entroterra. Essendo molto religioso intitolò i castelli a Santi (S.Severino quello ad Oriente, S. Giorgio quello piu' a sinistra, S.Adiutore a Cava e a Nocera che fu denominato apud montem). Altri riferimenti vogliono che il Castello fosse costruito piu' tardi ,nel IX secolo a difesa dei Saraceni, che erano sbarcati a Cetara e sulle coste opposte del Golfo di Salerno. E' certo comunque che il castello fu donato dal duca Ruggiero al figlio Roberto, figlio del normanno Algerico, verso al fine del XI sec. Il castello fu descritto come fortezza su "cima di un monte di figura conica ed ha al suo piede da ponente la strada regia, che interseca il Borgo degli Scacciaventi; essa è piantata in forma di chiuso castello,avendo al suo centro una cappella e al lato meridionale serba appena i residui di una torre di osservazione, con quelli di poche mura di chiusura e dalla parte orientale ha ancora due grandi bastioni ancor diroccati in parte , con alcune mura rovinate, caserme e cortine". Passato tra i domini della Badia, fu abitato da un monaco e da un laico che comandava le guarnigioni che difendevano la città. Il monastero ne perdette il possesso nel 1291, quando il castello fu distrutto da Roberto, conte di Arras, Vicario di re Carlo II d'Angiò. La fortezza fu ricostruita al tempo di re Ladislao nell'anno 1390 (per questo venne imposta ai cavesi una gabella); il castello divenne una postazione militare sino al 1943, quando, erroneamente ritenuto caposaldo dell'artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale, venne raso al suolo dal lancio di bombe da parte di cacciabombardieri anglo-americani. Venne completamente restaurato nel 1970 dall'Amministrazione comunale e a ricordo di ciò fu posta una lapide. Dell'antica costruzione si è conservata solo qualche traccia delle cortine esterne. Un corpo staccato, come un avamposto, costituito da due elementi, di cui uno è una torre quadrata e l'altro, anch'esso quadrato, ma di un'ampiezza maggiore e che rivela tracce di cannoniere nelle cortine esterne, è ridotto a stato di rudere. La visione circolare dall'alto del castello è spettacolare. La sua storia è commista a leggende, alcune delle quali sono rievocate nella festa del Monte Castello che si celebra nell'ottavario del Corpus Domini. Ad esempio, da qualche parte dovrebbe esistere un passaggio sotterraneo e segreto tra il Castello di Cava e quello di Salerno; nella cisterna del Castello è morta una vecchia strega che riappare ogni tanto; nel Castello o lungo i fianchi dovrebbe essere nascosto un tesoro. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=jgCeYT-kP40 (video di Showflagman Video Editing), https://www.youtube.com/watch?v=LtGKb7ws6rU (video di Alfonso Ruggiero), https://www.academia.edu/1822377/LO_SCAVO_DEL_BASTIONE_EST_DEL_CASTELLO_DI_S._ADIUTORE_DI_CAVA_DE_TIRRENI_XI-XVI_SECOLO_, http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/50832 (foto di gianniB)

Fonti: http://xoomer.virgilio.it/analfin/cava3.htm, http://www.tuttosucava.it/storia/cava-ieri/101-la-storia-della-collina-detta-di-monte-castello, https://it.wikipedia.org/wiki/Cava_de%27_Tirreni#Monte_Castello_con_il_Castrum_S._Adjutoris

Foto: la prima è un fermo immagine del video https://www.youtube.com/watch?v=jgCeYT-kP40, la seconda è presa da https://www.icastelli.it/it/eventi/festeggiamenti-in-onore-del-ss-sacramento-corteo-storico-castello-di-cava-dei-tirreni

lunedì 15 aprile 2019

Il castello di lunedì 15 aprile




VITERBO - Torre della Bella Galiana

La Torre viene chiamata anche del Branca poichè venne costruita dal Corrado di Branca, Podestà di Viterbo nel 1295; insieme alle alte torri ancora esistenti regala alla città un panorama ancora dall'aspetto medievale. Ha una struttura a pianta quadrata, si presenta in buono stato di conservazione, grazie anche ai lavori di restauro effettuati alla fine degli anni ’70. C’è una figura di cui si trovano tracce in molte zone della città di Viterbo: la bella Galiana. Secondo la tradizione popolare abitava a Viterbo una fanciulla bellissima, tanto bella da avere spasimanti provenienti anche da luoghi lontani. La storia narra che un giorno il nobile Giovanni di Vico, discendente di una famiglia prefettizia romana, arrivò a Viterbo e vide uscire dalla chiesa di San SIlvestro la bella Galiana. Per il nobile scattò il colpo di fulmine, mentre lei non lo degnò neanche di uno sguardo. Giovanni, fortemente intenzionato a conquistare la bella Galiana, tentò di rapirla, ma fu bloccato dai viterbesi. Passò del tempo e Giovanni radunò un esercito, assediò Viterbo e chiese la giovane in sposa. Il popolo viterbese si rifiutò e combatté ferocemente. Il nobile, a quel punto, promise di ritirarsi a patto che gli mostrassero Galiana per un’ultima volta. Il giorno successivo la ragazza si affacciò da una finestra della Torre, ma venne colpita da una freccia dei soldati di Giovanni e morì. La reazione dei viterbesi fu durissima e anche il nobile morì in quello scontro. Da allora la Torre, che si trova tra Porta di Valle e Porta Favl, prese il nome della bella Galiana. Al centro della torre è possibile vedere la finestra da cui si narra che si affacciò la giovane. Altri link consigliati: https://www.tusciainrete.it/la-leggenda-viterbese-della-bella-galiana/, http://www.tusciaweb.eu/la-torre-della-bella-galliana/

Fonti: https://visit.viterbo.it/la-torre-della-bella-galiana/, https://www.weagoo.com/it/card/4727/torre-della-bella-galiana

Foto: la prima è presa da https://visit.viterbo.it/la-torre-della-bella-galiana/, la seconda è presa dalla pagina Facebook "PSI" (ttps://www.facebook.com/ParanormalScientificInvestigation/)

venerdì 12 aprile 2019

Il castello di venerdì 12 aprile




PISOGNE (BS) - Torre del Vescovo

Nel Medioevo fu un importante centro commerciale fra la Valle Camonica ed il Sebino. Pisogne, in epoca romana, era attraversato da un'importante strada romana consolare che metteva in comunicazione Brescia (lat. Brixia) con la Val Camonica (lat. Vallis Camunnorum) costeggiando il lago d'Iseo (lat. Sebinus lacus: da cui il nome della strada) e terminando a Rognum (Rogno). Nell'813 il Vescovo di Verona Rataldo possedeva proprietà in Valcamonica, tra cui Pisogne. Il 10 agosto 1132 Pisogne, tramite una bolla di papa Innocenzo II, venne donata al monastero di San Faustino e Giovita di Brescia. Trovandosi nel mezzo della guerra tra Bresciani e Bergamaschi per la conquista dei castelli di Volpino, nel 1199 fu incendiata e distrutta dai Bergamaschi. Il 6 marzo 1206 la famiglia Avogadro ricevette dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo l'investituta della corte di Cemmo, Mù, Pisogne e Gratacasolo. Nel 1229 è per la priva volta citato il mercato di Pisogne. Nel 1287 la grande ribellione camuna guidata dai Federici e dei Celeri contro Brescia portò alla devastazione di Pisogne e all'uccisione di parecchi guelfi ivi residenti. A seguito di questo fatto la cittadina venne fortificata tra il XII ed il XIII secolo e concessa alla nobile famiglia Brusati. Nel 1291 Tebaldo Brusati fu proclamato signore della città. Giovedì 19 giugno 1299 Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi, dopo aver visitato le pievi di Edolo, Cemmo, Cividate ed esser tornato a Brescia, giunse a Pisogne per continuare la stesura dei beni vescovili in Valle Camonica. Qui i consoli delle vicinie di Pisogne, di Pontasio, Grignaghe, Fraine e Toline giurarono secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagarono la decima dovuta. Confermarono al vescovo di Brescia notevoli privilegi: che gli oneri della difesa del borgo fossero a spese dei pisognesi, che non venisse costruita nella cinta muraria tutim vel domum de batallia seu fortezam, e la concessione dell'esercizio della giustizia civile e criminale. Questa comportava facoltà di infliggere qualsiasi pena agli abitanti di Pisogne. Era inoltre proibito costruire nelle vicinanze qualsiasi tipo di fortificazione senza il consenso del vescovo. A questi patti le Vicinie giurarono fedeltà. Nel 1305 gli Oldofredi sostituirono i Brusati nell'esazione delle decime. Nel 1413 Carmagnola occupò Pisogne. Nello stesso anno si fu risolta la lite tra Pisogne e Pian Camuno per il possesso del Monte Campione. Il 4 dicembre 1462 il comune acquistò dal Vescovo di Brescia Bartolomeo Malipiero tutti i suoi stabilimenti e diritti, eccetto la Torre. Nel 1518 furono condannate al rogo otto streghe. Nel 1665 i forestieri residenti nella Vicinia di Pisogne chiesero gli stessi diritti degli Antichi Originari, ed il Governo Veneto glieli concesse. Il 14 novembre 1727 il notissimo bandito Giorgio Vicario, uno dei più temuti buli della Valle Camonica, nato a Pisogne nel 1695, venne orrendamente assassinato. Nel 1817 venne riempita, con ingente spesa, la palude a nord del paese. Nel 1850 si abbattè sul paese la terribile alluvione del torrente Trobiolo. Nel 1907 Pisogne venne raggiunto dalla linea ferroviaria, ancora oggi funzionante. Il centro storico, piuttosto esteso, è compreso tra i quartieri della “Collaela” a sud e della “Puda” a nord; al centro la Piazza, chiusa ad est dalla chiesa parrocchiale ed a ovest dal lago. Era racchiuso entro mura, le cui porte sono ancora parzialmente visibili: la prima, della quale sono rimaste soltanto le spalle addossate agli edifici, è situata in Via Torrazzo, la seconda porta è posta in Via dei Monti a ridosso delle mura del Parco Damioli, la terza e più recente, in Via Mercanti, è detta Porta Nuova. Partendo dalla piazza, la prima costruzione che colpisce il visitatore è la Torre del Vescovo, un edificio singolare nel panorama camuno-sebino. Non si tratta di una residenza fortificata, una casa-torre, ma di una costruzione nata in particolari circostanze e con altre e precise finalità. La sua posizione segna il limite naturale del lago come doveva essere prima che successivi ampliamenti della piazza e dei porti provocassero l’avanzamento della linea di costa. Per la determinazione del periodo e delle circostanze di costruzione è risultata fondamentale l’analisi del Designamento dei beni dell’episcopato di Brescia in Pisogne, redatto nel 1299. L’operazione, promossa dal vescovo Berardo Maggi, comportò, fra l’altro, il censimento del patrimonio di edifici e terreni della mensa vescovile. Nel testo è descritto per primo il complesso che il vescovo manteneva come propria residenza a Pisogne, nei pressi della piazza, e che risultava costituito da un palazzo e da un palazzetto diroccati, da numerose case ridotte a ruderi, dalla chiesa di San Clemente, usata come cappella privata, e da terreni un tempo usati come broli. Dalla descrizione appare come questo nucleo risultasse molto danneggiato, quasi certamente in seguito all’attacco condotto a Pisogne dei ghibellini della fazione autonomista camuna nel 1288. A fianco del palazzo tuttavia è citato il piede di una torre, identificabile con buona sicurezza con la costruzione qui in esame: ciò fa pensare che la torre fosse in costruzione in quel periodo e che, una volta recuperata la giurisdizione su Pisogne, il vescovo volesse disporre di un edificio da impiegare come deterrente per scongiurare altre aggressioni e come segno per riaffermare la propria supremazia sul luogo. L’episcopato, attorno alla metà del Quattrocento, cedette al Comune tutti i propri beni in Pisogne. In cambio il Comune acquisto e girò al vescovo una cospicua estensione di terre (circa 200 piò, cioè quasi 70.000 mq), a Bagnolo. L’operazione venne conclusa nel 1462, ma la torre fu mantenuta significativamente al patrimonio del vescovo. Solo all’inizio dell’Ottocento anche questa passò al Comune di Pisogne. L’edificio presenta pianta quadrata con lato di poco più di 7 m alla base ed è alto circa 32 m. La suddivisione interna è costituita da otto livelli, dalla quota di terra fino all’altana che regge il tetto. Tutti i livelli hanno dimensioni interne simili, con vani a pianta quadrata di circa 3,70 m di lato. Tale caratteristica suggerisce che si tratti di una costruzione di uso militare: nelle case-torri è quasi sempre usato l’espediente di smagrire i muri al salire della quota, arretrando il paramento interno, per ricavare spazio utile per l’abitazione; nel nostro caso invece lo spazio interno è costante a tutti i livelli e lo spessore murario si mantiene pressoché costante a circa 1,60 m. A ogni livello, tranne i due più alti, prevalgono le feritoie, tutte realizzate con la medesima tecnica costruttiva basata sull’uso del mattone per le arcate sovrapposte all’intradosso. La copertura con tetto è da attribuire a epoche successive alla prima costruzione, essendo dotato l’edificio in origine di una fitta merlatura, come dimostra un affresco quattrocentesco nella vecchia canonica della Pieve in cui la torre compare con parte della cinta muraria di Pisogne. Invece nella pala d’altare di un paio di secoli successiva, originariamente nella chiesa di San Clemente e ora collocata all’interno della stessa Pieve, compare nello sfondo Pisogne, con la stessa torre che mostra una copertura simile all’attuale. È possibile quindi che la modifica sia stata introdotta fra il XV e il XVI secolo quando l’edificio perse la funzione originaria. Con l’acquisizione da parte del Comune è documentata la ricostruzione in legno degli impalcati interni del 1813, ora sostituiti dal recente restauro con strutture in ferro, e, più tardi, la riconversione a campanile per la chiesa parrocchiale sette-ottocentesca, con l’alloggiamento delle campane all’ultimo livello. Dalla Torre del Vescovo si diparte il Vicolo San Clemente che presenta, sul lato est, edifici facenti parte di una struttura fortificata del XIV secolo, dei quali sono visibili le massicce mura con base a scarpata ed il Torricello. Sempre affacciato sulla Piazza, all’imbocco di via Torrazzo, vi è un edificio alla cui base sono visibili imponenti mura medievali. Si tratta del Torrazzo, antica sede del Gastaldo del Vescovo. Altri link: https://www.vertika.it/eventi/, https://www.youtube.com/watch?v=yuGlN8YoAkw (video conriprese aeree di Mario De Lisi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pisogne, http://www.comune.pisogne.bs.it/pagine/storia_arte/centro_storico, scheda di Alberto Bianchi su https://www.visitlakeiseo.info/it/vivi-il-lago/arte-e-cultura/edifici-storici/1251-torre-del-vescovo

Foto: la prima è presa da https://www.assoguidesebino.it/lago-iseo/, la seconda è presa da http://landmarksgallery.it/picture.php?/86

giovedì 11 aprile 2019

Il castello di giovedì 11 aprile




ERICE (TP) - Castello normanno (o di Venere)

E' una fortificazione di fattura normanna del XII secolo che sorge su una rupe isolata nell'angolo sud-orientale della vetta del Monte Erice, costruita sulle rovine di un tempio elimo-fenicio-romano. A Erice nell'antichissimo santuario, il culto della divinità femminile della fecondità assunse, con il passare dei secoli e dei popoli, nomi diversi. Prima il culto fenicio della dea Astarte, adorata dagli Elimi. Diodoro Siculo scrisse che "Erice", figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Poi narra l'arrivo di Liparo, figlio di Ausonio, alle Isole Eolie (V, 6,7), aggiungendo che i Sicani "abitavano le alte vette dei monti e adoravano Venere Ericina". Fu saccheggiato da Amilcare Barca. Per la costruzione della fortezza medievale, ad opera dei Normanni, furono utilizzati anche frammenti dell'antichissimo santuario, e del tempio di epoca romana. Il Castello di Venere era anticamente collegato attraverso un ponte levatoio, lo stesso del quale fa menzione il geografo arabo Ibn-Giubayr (sec.XII), con le cosiddette Torri del Balio. Nel castello dimorarono i maggiori rappresentanti dell’autorità regia fra cui il Castellano che amministrava la giustizia penale e che annoverava, tra i suoi compiti principali, la direzione del carcere e la manutenzione della fortezza il Bajulo che soprintendeva alla giustizia civile oltre che al controllo sul pagamento delle tasse. L’area circostante il Castello assunse il nome di “Balio” proprio dalla figura del Bajulo del regno. La fortezza fu "piazza reale" per i viceré aragonesi fino al XVI secolo. Con i Borbone divenne carcere. Nei primi decenni del XIX secolo passò al comune, che alla fine del secolo lo diede in concessione al conte Agostino Pepoli in cambio di un restauro. Quest'ultimo, infatti effettuò una bonifica dell’area, creò un giardino, restaurò due delle tre torri ormai diroccate, e ricostruì la torre pentagonale andata distrutta nel XV secolo. Furono poi effettuati degli scavi archeologici alla ricerca del tempio dal Cultrera nel 1934-36. Gran parte dei ritrovamenti sono conservati al conservata nel Museo Pepoli di Trapani. In età moderna l’area intorno al castello subì ulteriori manomissioni a partire dalla costruzione dell’attuale rampa di accesso (nel XVI sec.) che sostituì l’antico ponte levatoio, colmando il fossato che divideva la parte bassa fortificata (noto con il toponimo di castello del “Balio”) dal nucleo sulla rocca. La facciata del castello, volta ad occidente, è sovrastata da merli ghibellini, e il muro del complesso segue, con rientranze e sporgenze il contorno della rupe. Al di sopra del portone d'ingresso si possono notare: lo stemma Asburgo di Spagna, un piombatoio che serviva per ostacolare il nemico e una meravigliosa bifora trecentesca. All'interno del recinto fortificato si possono ammirare, oltre ad una vista panoramica senza tempo, dei reperti archeologici databili dall'età arcaica fino all'età normanna, come: le terme romane, il pozzo di Venere, resti del tempio di Venere, il ponte di Dedalo, la colombaia, la muraglia medievale, le feritoie, un tunnel medievale e le carceri borboniche. È osservabile l'imboccatura di una galleria segreta, che era sotterranea rispetto agli edifici scomparsi e conduceva fuori dal castello. Nella ripida parete rocciosa, a tramontana, si innalza un muro, attribuito a Dedalo, composto di dodici filari orizzontali di pietre pulitamente squadrate e sovrapposte ad opus rectum. Altri link suggeriti: http://www.italianways.com/il-castello-normanno-di-erice-fortezza-di-venere/, http://www.medioevosicilia.eu/markIII/castello-di-erice/, https://www.youtube.com/watch?v=Qqqfuprys8M (video di Ybor88), https://www.youtube.com/watch?v=2vjLpIUxXjY (secondo video di Ybor88), https://www.youtube.com/watch?v=ZaQH60_IuFs (video con drone di Mike Anuci), https://www.youtube.com/watch?v=v5E_zhee6RE (video di Testimonianza di Vita)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Venere, https://www.fondazioneericearte.org/castellodivenere.php, https://www.turismo.it/italia/poi/castello-normanno-castello-di-venere/scheda/erice/, http://www.prolocoerice.it/index.asp?pag=informazioni&cat=3&sotcat=26&art=59

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.icastelli.it/it/sicilia/trapani/erice/castello-di-venere

mercoledì 10 aprile 2019

Il castello di mercoledì 10 aprile




CLES (TN) - Castel Cles

Sulla cima di un promontorio, nel centro geografico della Val di Non, si trova il castello dei Signori di Cles. Il maniero si rispecchia oggi nelle acque del lago di Santa Giustina e in passato era posto sulla collina per sorvegliare il ponte in legno che collegava la borgata di Cles all'Alta Anaunia (ora inghiottito dalle acque del lago). La fortezza, sviluppatasi forse attorno ai resti di una torre di vedetta romana, era inizialmente appartenuta ad una consorteria di tipo comunitario, come fa intuire la presenza di più torri. Da questa cerchia emerse attorno all'anno mille la famiglia dei Signori di Castel Cles, il cui capostipite è Vitale de Clesio (documento del 1114) e il cui più illustre personaggio fu Bernardo Clesio, Cardinale e Principe Vescovo di Trento, Cancelliere Supremo nonché presidente del Gran Consiglio segreto del re Ferdinando I. Grande umanista, esponente della cultura rinascimentale italiana, fu promotore di opere di costruzioni di diversi caselli, palazzi e chiese essendosi circondato di architetti e pittori fra i più importanti dell'epoca. All'inizio del Cinquecento e durante la Guerra Rustica del 1525 (un’insurrezione guidata dai contadini della valle esasperati dallo strapotere delle autorità locali), il castello subì gravi danni che portarono alla decisione di ristrutturare il maniero rendendolo consono, per volere dello stesso Bernardo Clesio, ai canoni rinascimentali. I lavori terminarono nel 1535, come ricorda la lapide presente sul muro di cinta del cortile. Altri lavori di rinnovamento vennero attuati nel 1597, diversi anni dopo la morte del Cardinale (1539), dal nobile Aliprando. Quest'ultimo è ricordato nelle cronache per essere stato arrestato per un mese nelle stesse carceri del suo castello su ordine del re asburgico per impedire che con le sue futili spese portasse alla rovina il casato. Il castello aveva a quell'epoca tre torri; l'ala Nord ed una torre sono scomparse in un incendio doloso nel 1825, che provocò anche la perdita di parte delle decorazioni del secondo piano. All'interno del palazzo baronale, vi sono diversi elementi particolarmente preziosi; le stanze sono decorate con affreschi cinquecenteschi rappresentanti motivi araldici e scene allegoriche attribuiti all’artista Marcello Fogolino; il salone centrale, la Sala delle Metamorfosi di Ovidio, è invece impreziosita da un elegante soffitto a cassettoni. Il nucleo originario era costituito dalla Torre antica: secondo il sistema tipico delle fortificazioni medioevali trentine, sulla corte interna si affacciavano gli edifici residenziali, contornati a loro volta da una seconda cinta muraria. Nell’insieme il complesso era racchiuso fra tre torri (oggi, come detto, ne rimangono solo due a delimitare la zona abitativa). Le fasce affrescate con scene allegoriche e motivi araldici sulla facciata sono scandite da archi, finestre architravate, feritoie archibugiere che hanno un effetto decorativo. La pianta dell’attuale complesso presenta un’impostazione triangolare con doppia cortina; il recinto esterno consiste in una cinta bastionata molto bassa, raddoppiata su due lati per ospitare e rendere più sicura la strada di accesso al castello. Gli apparati difensivi ancora apprezzabili, come in tutte le residenze trentine cinquecentesche, hanno perso qualsiasi significato militare assumendo un valore prettamente ornamentale e distintivo del rango dei proprietari. Proprietà privata dei Baroni di Cles, il castello rimane chiuso al pubblico ad eccezione di alcune serate culturali estive. Si diceva che ogni sabato a mezza notte in una stanza (camera delle streghe) si riunivano tutte le streghe della valle prima di andare sul monte Roen per compiere i loro malefici (si dice che anche in questo castello siano state decise varie condanne). Il Ponte della Mula, nei pressi, si chiama così perché un barone di castel Cles, dopo aver perso tutti i suoi soldati, scappò a cavallo di una mula, inseguito dai nemici. Però arrivato sul burrone del rio San Romedio pensò di morire quando la mula spiccò il volo. Il barone per ringraziarla gli fece fare gli ornamenti in oro e argento. In quel luogo fece erigere un ponte intitolato per gratitudine all'animale. Il ponte, comunque, fu molto comodo per i commerci e gli spostamenti delle genti. Un altro aneddoto riguarda Andreas Hofer, l'eroe della rivolta tirolese contro i Franco-Bavaresi, che si trovò a fuggire inseguito dai nemici. Giunse presso il castello e, stanco e affamato, si sedette su di un sasso, all'ombra d'un ciliegio, sulla strada del vecchio ponte sul Noce. Una castellana lo scorse, lo riconobbe e lo rifocillò. Dopo di che l'eroe poté riprendere il suo cammino e porsi in salvo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=tnZtwLHlQWg (video con riprese aeree di Alex Deromedi), https://www.youtube.com/watch?v=WW6ElnGshck (video de "Il magico mondo di Himegami")

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Cles, https://www.visitvaldinon.it/it/da-vedere/arte-e-cultura/castelli-e-palazzi/castel-cles/, https://www.visittrentino.info/it/guida/da-vedere/castelli/castel-cles_md_2452, http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castel-Cles, https://www.cultura.trentino.it/Luoghi/Tutti-i-luoghi-della-cultura/Castelli/Castello-di-Cles

Foto: la prima è di Daniele Bolgia su http://www.danielebolgia.it/index.php/castelli/, la seconda è di renzo52 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/contest/15165/view

martedì 9 aprile 2019

Il castello di martedì 9 aprile



PELAGO (FI) - Castello di Nipozzano

È posto sulla sommità di una collina, a circa 350 metri di altitudine, da cui domina gli abitati di San Francesco e Pontassieve, dove si trova la confluenza della Sieve con il fiume Arno. Il castello si trova nel territorio di produzione del Chianti Rufina. Per la tradizione popolare "nipozzano" significa “senza pozzo”, a testimoniare che la zona era povera d'acqua: circostanza favorevole alla coltivazione della vite. La sua posizione strategica ha permesso, nei secoli, il controllo delle valli sottostanti, percorse dalla strada romana "Cassia Vetus". Il castello di Nipozzano è stato uno dei più potenti fortilizi del contado fiorentino, oggi sicuramente quello dela zona di Pelago che conserva le maggiori strutture medievali. Un tempo era dominato dalla possente mole quadrilatera del cassero, ricordata fino dal 1371, e circondato da due giri di mura che racchiudevano anche l'abitato. Purtroppo la struttura è stata per gran parte distrutta dalle mine tedesche nel 1944. Ricostruita è la chiesa di S. Niccolò, sulla quale crollò il cassero dopo l'esplosione. Il castello è al centro di un piccolo borgo murato. L’insediamento è tipico del periodo medievale: il cassero in posizione dominante rispetto al cortile d'armi e agli altri edifici che si sviluppano lungo la strada di accesso. L’aspetto attuale del complesso, oggi trasformato in villa fattoria, è il risultato di una importante opera di restauro eseguita nel dopoguerra. Il piano terreno è costituito da alcuni locali seminterrati e da un grande cortile circondato da un camminamento ad U e terminante su un lato con una torre vedetta. Antico feudo dei conti Guidi, la cui signoria sopra Nipozzano fu confermata dai diplomi imperiali del 1164, 1191 (ad opera dell'imperatore Arrigo VI) e 1220 (ad opera di Federico II) e terminò quasi certamente prima del 1225 dal momento che non si fa menzione di questo castello nell’atto con il quale i cinque figli di Guido Guerra si divisero i beni aviti in questa parte del contado. A Nipozzano i Guidi ebbero possessi fondiari dal 1062, come risulta da un contratto col quale un conte Guido acquistò la "quarta parte di due porzioni del Poggio già castello posto a Nipozzano e circondato da fossati'". Dall'esame di tale documento si può anche supporre che il castello, o meglio il sito fortificato, ebbe origine verso la prima metà del secolo XI, sebbene la struttura originaria fosse stata distrutta e solo in seguito ricostruita. Lapo da Castiglionchio afferma che il castello passò sotto il controllo dei da Quona i quali lo avrebbero poi ceduto insieme al suo distretto all’Abbazia di San Fedele a Strumi (Poppi). Questa notizia del possesso da parte dei da Quona non trova riscontro nei documenti, mentre è certo che nel 1218 l’abate di San Fedele, per pagare un debito contratto con la famiglia Adimari, fu costretto a concedere in affitto per il periodo di cinque anni, tutte le terre, case e vigne che l’abbazia possedeva a Nipozzano (concessione ripetuta anche nel 1275). Nel 1283 i monaci rinunciarono definitivamente al loro patrimonio di Nipozzano cedendolo a Bindo de’ Cerchi in cambio di terre più vicine alla città. Nipozzano passò in mano alla Repubblica di Firenze, a partire dai primi anni del 1300: la Repubblica vi teneva un suo castellano, come risulta da lettere del 1312, conservate nell' Archivio delle Riformagioni di Firenze. In tali lettere, vi è esplicito riferimento all'incarico di sorvegliare il passaggio dell'esercito di Arrigo VII di Lussemburgo, in movimento da Arezzo a Firenze, per assediare la città. Dalla ricca famiglia dei Cerchi, coinvolta nella lotta per il controllo del Comune di Firenze, Nipozzano passò tra i possedimenti della famiglia Albizzi, loro alleati, che in breve tempo divennero una delle più ricche famiglie della città di Firenze. Verso la fine del Trecento, con gli Albizzi, il castello conobbe il periodo di massimo splendore: fu trasformato in una splendida dimora di campagna, divenendo ritrovo di artisti e letterati. Tra il 1300 e il 1400 gli Albizzi si scontrarono contro la famiglia rivale dei Medici, uscendone però sconfitti. Della dimora voluta dagli Albizi rimangono ancora vari elementi architettonici riferibili al Quattrocento. Il Castello è stato abbellito ulteriormente nel corso dei secoli, fino all'inizio del Seicento. Uno dei discendenti della famiglia, Vittorio degli Albizzi, introdusse nuove metodologie di viticultura nella zona di Pomino (Rufina), non lontano dal Castello di Nipozzano. Alla morte di Vittorio, avvenuta nel 1877, tutti i suoi beni passarono alla famiglia della sorella Leonia degli Albizzi, moglie di Angelo Frescobaldi, non essendosi Vittorio mai sposato. Il Castello di Nipozzano appartiene tuttora alla famiglia Frescobaldi, risultandone tra le proprietà più celebri e storiche. Altri link suggeriti: https://www.frescobaldi.com/tenute/castello-nipozzano/, https://www.youtube.com/watch?v=1IUuB_6KmNU (video con riprese aeree di Frescobaldi Vini),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Nipozzano, http://www.castellitoscani.com/italian/nipozzano.htm,

Foto: la prima è presa da https://www.nihaoitaly.com/content/castello-di-nipozzano, la seconda è un fermo-immagine preso dal video di Emiliano Nannucci (https://www.youtube.com/watch?v=0tfDoYxrBlA)

lunedì 8 aprile 2019

Il castello di lunedì 8 aprile





ANGERA (VA) - Rocca Borromeo

Nel Medioevo Angera era a capo di una Pieve che comprendeva paesi delle due sponde del lago. Sul suo territorio, nel 1300, si contavano 20 edifici religiosi. La storia di Angera va però letta anche in chiave militare. Almeno dall'XI secolo al posto dell'attuale Rocca di Angera si trovava una struttura fortificata che poi divenne proprietà degli arcivescovi di Milano. Nel Duecento la struttura passò in mano alla famiglia Visconti, che la trasformò in una maestosa fortezza, in posizione dominante su tutto il paese. Nel 1449 fu acquistata dalla famiglia Borromeo, attuale proprietaria. I Borromeo, a quel tempo già proprietari della rocca di Arona, in seguito andata distrutta, si garantivano così il controllo sui traffici e la navigazione del Lago. Angera assunse titolo di Città nel 1497, per nomina di Ludovico il Moro. Incorniciata dalle Prealpi lombarde, la Rocca di Angera domina l’estremità meridionale del Lago Maggiore. Stupefacente è il percorso all'interno delle solenni Sale Storiche, abbellite da preziosi affreschi, antiche tele e decorazioni originarie. All'interno della Rocca è ospitato il Museo della bambola e del giocattolo che ripercorre la storia del gioco dal XVIII secolo fino ai giorni nostri. Circondato dalle mura merlate, il Giardino medievale illustra le peculiarità del giardino nel Medioevo dal punto di vista storico e botanico. La Rocca di Angera è il risultato di cinque diversi corpi di fabbrica, eretti tra l'XI e il XVII secolo: l’Ala Scaligera, l’Ala Viscontea, la Torre di Giovanni Visconti, l’Ala dei Borromeo. Dalla sommità della Torre castellana, a base quadrata, tra le parti più antiche del castello, si gode un panorama di rara suggestione. Ad essa si oppone, sul lato meridionale, la Torre di Giovanni Visconti, aggiunta nel XIV secolo. Nell'edificio si trovano le sale del Buon Romano, della Mitologia, delle Cerimonie, di San Carlo, dei Fasti Borromeo. Di grande importanza artistica è la Sala di Giustizia (nell'Ala Viscontea) che ospita il ciclo di affreschi realizzato nel secolo XIII da un anonimo pittore denominato “Maestro di Angera”; tali affreschi rivestono un ruolo rilevante nell’ambito della pittura lombarda del periodo. La rappresentazione narra vicende legate alla vita dell'arcivescovo Ottone Visconti e, in particolare, illustra la sua vittoria sui Torriani nella battaglia di Desio nel 1277. La Sala della Mitologia ospita una vasta collezione di Maioliche, con oltre trecento pezzi di manifattura olandese, francese, tedesca, italiana, spagnola, persiana e cinese. L’allestimento ripropone l’aspetto della raccolta di Madame Gisèle Brault-Pesché nella casa-museo di Tours. Fondato nel 1988 dalla principessa Bona Borromeo Arese, il Museo della bambola e del giocattolo espone oltre mille bambole realizzate dal XVIII secolo in poi, nei più noti e diffusi materiali appartenenti alla tradizione antica: legno, cera, cartapesta, porcellana, biscuit, composizione, tessuto. Riccamente abbigliate e munite di corredi in miniatura, sono esposte insieme ai molti giocattoli di vario tipo, accessori domestici, rari modelli di mobili, case di bambola completamente arredate, negozi in miniatura, giochi di società e didattici, libri, riviste, fotografie, raccolte di ex libris a soggetto infantile, figurine, il tutto sempre assolutamente attinente al mondo dei piccoli. Data la grande qualità, varietà e rarità dei pezzi della collezione, questo Museo si colloca tra i più importanti d'Europa in questo settore. L’esposizione si sviluppa attraverso dodici sale collocate nell'ala Borromea e nell'”oratorio”. A queste sono state affiancate sezioni monotematiche separate: una, nelle "scuderie", dedicata alle bambole e ai giocattoli provenienti da culture extraeuropee, l'altra, nelle tre sale al primo piano, ospita la collezione del Petit Musée du Costume de Tours, raccolta da Gisele Pesché, consistente in una straordinaria collezione di automi francesi e tedeschi, vere meraviglie animate, prodotti durante il XIX secolo. Capolavori dell’ingegno e della creatività di maestri orologiai, scultori e artigiani, gli automi affascinano con i loro movimenti lenti, ritmati, accompagnati da arie celebri, tratte spesso da repertori operistici e popolari. L’innovativo allestimento dell’esposizione si sviluppa lungo un percorso segnato da magici effetti, suoni, luci e installazioni video che permettono di vedere gli oggetti in movimento e ascoltarne la musica. La Rocca di Angera si è progressivamente trasformata in un vero e proprio “Centro d’Interpretazione del Medioevo” rivolto agli appassionati, alle famiglie e al pubblico scolastico. Ultimo passo di questo progressivo percorso è stato rappresentato dal progetto sulla realizzazione e sul ripristino dei giardini medievali. Per far questo è stato condotto un meticoloso studio sui codici e sui documenti dell’epoca che hanno portato prima alla realizzazione di una mostra temporanea su tre principali tipologie di giardini, Il Giardino dei Principi, Il Verziere e Il Giardino delle Erbe Piccole, poi alla realizzazione degli stessi nella grande spianata che si affaccia verso il Lago Maggiore. All'esterno della Rocca i maestri giardinieri di casa Borromeo, hanno dunque dato il via alla realizzazione di un progetto che, con la gradualità richiesta da un’iniziativa di questa complessità, ha portato e porterà, anno dopo anno, ad aggiungere e completare quanto descritto da quegli antichi codici. A ridosso dell’antica chiesetta della Rocca di Angera hanno già messo radice molte specie arbustive descritte dagli antichi maestri: piante medicamentose accanto ad altre ornamentali, coltivate secondo regole e geometrie precise, tutto per ricreare in terra – come era prescritto un tempo – l’idea del “perduto paradiso”. Altri link suggeriti: https://www.isoleborromee.it/angera.html, http://www.istitutosup-gavirate.it/studenti/ipertesti/castelli/Angera/Architet-ang.htm, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00476/?view=ricerca&offset=1, https://www.youtube.com/watch?v=HSbijg2JNXI (video di dini bonfa), https://www.youtube.com/watch?v=fiFmTcrkX1A (video di Borromeo Experience), https://www.youtube.com/watch?v=IkT4hJRWXMc (video di Ad alta voce), https://www.youtube.com/watch?v=sJUlmTyIkEo (video di renedulac), https://www.youtube.com/watch?v=wFu8Lp54t_Y (video di Rino Mansi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Angera, https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Borromea_di_Angera, http://www.lagomaggiore.net/17/rocca-borromeo.htm, http://www.illagomaggiore.it/it_IT/23554,Poi.html

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.residenzedepoca.it/matrimoni/s/location/rocca_borromeo_di_angera/