martedì 31 marzo 2020

Il castello di martedì 31 marzo




VOLTERRA (PI) - Fortezza Medici

La Fortezza Medicea di Volterra è stata costruita sul punto più elevato del colle dove sorge la città: dall'esterno si presenta con un aspetto veramente maestoso ed imponente. La struttura si compone di due corpi uniti tra loro da alte mura difensive: la Rocca Vecchia, detta anche Cassero, fatta edificare nel 1342 dal duca d'Atene Gualtieri VI di Brienne governatore di Firenze e modificata da Lorenzo il Magnifico e la Rocca Nuova, detta Il Mastio, costruita dallo stesso Lorenzo il Magnifico tra il 1472 e il 1474. Oggi la struttura è usata come prigione di stato di media sicurezza, non accessibile e non visitabile, se non in particolarissimi giorni, non ricorrenti, ed in piccole porzioni. La Rocca Vecchia, detta anche Cassero, include parti di più antica fortificazione resi visibili da recenti restauri, e la torre di forma semiellittica, detta volgarmente "la Femmina" in antitesi con il Mastio parte integrante della Rocca Nuova che verrà realizzata dal Magnifico. Fu eretta da Gualtieri di Brienne duca di Atene nel 1342: Volterra, nel tentativo di superare le lotte intestine tra le famiglie più importanti della città, in primis Belforti e Allegretti, per il controllo del governo cittadino, decise, sull'esempio di Firenze, di dare la signoria al Duca di Atene. Tuttavia, fu una signoria di breve durata in quanto Ottaviano Belforti riuscì a conquistare il potere nell'estate del 1343. L'origine dell'ammodernamento della vecchia fortezza e della costruzione della nuova sta nella scoperta delle miniere di allume in territorio volterrano e nella guerra che ne conseguì tra le città di Volterra e di Firenze, per il loro controllo e sfruttamento: per la città etrusca fu uno degli episodi più devastanti della sua storia. L'atto finale fu l'assedio condotto da Federico da Montefeltro, al soldo di Lorenzo de Medici, il quale espugnò e mise a sacco la città nel 1472: da questo momento in poi Volterra fu integrata nello stato fiorentino e la sua sottomissione fu totale. In poco più di un anno la Rocca Nuova venne costruita distruggendo due interi quartieri e il Palazzo del Vescovo. Pare sia stato lo stesso Federico da Montefeltro a suggerire la costruzione della nuova rocca: questa, infatti, grazie alle modifiche apportate, non doveva servire più a proteggere la città, ma a controllarla. È costituita da ampio quadrato di pietra panchina, i cui angoli terminano in baluardi circolari: al centro si innalza la Torre del Mastio, che si impersona e rende famosa la Fortezza, della quale è la parte più monumentale. L'imponente rocca sovrastava la città e si protendeva dentro di essa, in modo che la guarnigione fiorentina, qui ospitata, potesse agevolmente sorvegliare la situazione ed intervenire facilmente a sedare eventuali tentativi di ribellione. Le due lunghe cortine murarie (coronate da un ballatoio sorretto da archetti pensili o bertesche) costruite per collegare la Fortezza Vecchia con la Nuova servivano anche ad impedire un attacco ad entrambe le fortificazioni, creando una vera e propria cittadella: questo spazio interno serviva inoltre per manovre militari, come magazzino per le armi e anche come spazio protetto dove poter ricoverare la popolazione in caso di assedio. Edificata ad uso militare la Rocca Nuova fu, fin dall'inizio, utilizzata come carcere politico; nelle sue celle passarono sia gli oppositori dei Medici, sia i patrioti del nostro Risorgimento Nazionale. Franco Giovanni Costa, che ha vissuto suo malgrado lunghi anni come ospite della fortezza, descrisse la sua amara e nello stesso tempo ricca esperienza, nel bel libro "Volterra, un’isola sospesa tra cielo e terra", con accenti profondi ed una carica enorme d’umanità: “Nei piani più alti del Maschio c’erano varie celle, con finestre da cui entravano un poco d’aria e di luce, mentre sul fondo erano state ricavate tre cellette senza aria ne luce, praticamente tre loculi che rappresentavano l’anticamera della morte. Una morte lenta, in un ambiente immondo, ove l’odore nauseabondo degli escrementi si univa alla puzza della cancrena. L’umidità era tale che i vestiti dopo poco tempo marcivano e cadevano a brandelli e lo stesso Castellano della Fortezza nei messaggi ufficiali indicava il sito come il “Marcitoio”. Il freddo era tremendo e dovendo accendere il fuoco per riscaldarsi, il fumo senza sfogo rappresentava un ulteriore elemento di tortura. L’unico collegamento con i piani più alti era rappresentato da una corda che serviva per calare il cibo ed i panni agli sventurati. Mi ha fatto piacere sapere che alcuni di loro, pochi per la verità, proprio utilizzando quella corda, riuscirono a trovare una via di fuga attraverso il tetto ed a scomparire nel nulla. Ma per qualche fortunato che riuscì nell’impresa, centinaia di altri, nel corso dei secoli, fino al 22 giugno 1816, anno in cui la Fortezza diventa ufficialmente reclusorio per legge granducale, con regolamenti meno crudeli, perirono nell’orrido o impazzirono o portarono, ancorché liberati, per tutta la loro esistenza, i segni fisici dei patimenti subiti.”. Alle celle del Maschio si accedeva da un ponte levatoio che poggiava nel mezzo della torre contro un’apertura che vi è rimasta. Entrati appena dentro dalla porta praticata al pian terreno, si trovavano due celle a volta, lunghe due metri appena, larghe meno d’uno, senz’altra luce che quella che poteva penetrare per un piccolissimo spiraglio tondo. La cella a destra si ritiene sia stata per qualche tempo la prigione di Caterina Picchena. “Più truce è la prigione circolare, coperta da una grave volta, alta nel vertice appena due metri e mezzo, che giace completamente nelle tenebre, giacché lo spiraglio di luce che attraversa l’enorme sprone della torre non riesce a penetrarla, e solo apponendovi l’occhio mostra il disco esterno illuminato, come se si guardasse dentro ad un lunghissimo telescopio senza lenti. Segna il mezzo del pavimento in mattoni una lastra di macigno, non toccata forse mai da piede umano, mentre i mattoni appaiono solcati in giro, come la fossa di Maleo, da un perenne camminare. Narrano che i prigionieri girassero sempre all’intorno, sospettando che sotto quella lastra si celasse un agguato e ch’essa dovesse profondarsi in una fossa al primo contatto.” [C. Ricci]. Per mitigare in parte l’orridezza delle prigioni, il ponte levatoio fu infine tolto e praticata un’apertura dal piazzale. In quei tempi d’efferata crudeltà, i nomi delle infelici e spesso innocenti vittime, rimasero per lo più noti soltanto ai tiranni che ve li fecero racchiudere, né l’umana giustizia poté mai conoscere i pretesi delitti o le cause della barbara prigionia. Tra i più noti dei quali si conosce la storia, vi furono relegati a vita Vincenzo Martelli, per aver composto un sonetto in biasimo del governo del duca Alessandro; Pandolfo Ricasoli, reo di aver proferito parole non gradite al duca stesso e Girolamo Giugni per semplici e forse mal fondati sospetti; Galeotto e Giovanni dei Pazzi, i soli scampati al massacro della loro famiglia dopo la fallita congiura antimedicea del 1478; i fratelli Lorenzo e Stefano Lorenzini, il primo matematico insigne e l’altro medico, vi languirono dal 1681 al 1696 per ordine del granduca Cosimo III senza che mai alcuno abbia potuto conoscere le loro colpe, vere o presunte. Lo scrittore ed uomo politico Francesco Domenico Guerrazzi, incarcerato dopo il fallimento della repubblica democratica toscana del 1848, iniziò a scrivere in carcere il romanzo La figlia del senatore Curzio Picchena, ispirato alla tragica vita di Caterina che lo aveva preceduto in quelle celle. Bellissima e amante della vita, Caterina Picchena, figlia di Curzio, già Segretario di Stato del Granduca Cosimo II dei Medici nel 1613 e poi senatore nel 1621, pagò duramente le sue virtù e le sue debolezze. La madre morente aveva raccomandato al marito la sua educazione con queste parole: “La nostra figliola, angiolo di bellezza e d’ingegno, possiede nel seno un inferno di passioni terribili: vedo in lei una smisurata sete d’amore terreno e non divino, in chiesa le piace l’organo perché le fa vibrare i nervi, spingendola alla danza; dei fiori esposti davanti ai Santi preferisce le rose, per farsene ghirlande ai suoi capelli biondi; delle reliquie vagheggia l’oro e le gemme, per ridurli in monili intorno alle sue braccia”. Caterina ebbe una vita tempestosa e molti amanti, ma fu vittima innocente della cupidigia e della lussuria degli uomini. Fu imprigionata senza processo nel 1653, per ordine del Cardinale Carlo dei Medici, che aveva già tentato di possederla tendendole un tranello: respinto l’aveva fatta abbandonare nel bosco della villa in cui voleva darle i sacramenti, semisvestita, svenuta e quasi assiderata. L’occasione propizia per vendicarsi dell’affronto subìto, gli fu offerta dalle losche trame ordite dai parenti dell’ultimo marito di Caterina, i nobili Buondelmonti che volevano impadronirsi del suo patrimonio. Caterina, unica donna rinchiusa nel Maschio, vi morirà nel 1658, all’età di 50 anni, dimenticata da tutti, “senza poter rivedere nemmeno i figli”. [A. Baldisserotto]. Il conte Giuseppe Maria Felicini, passò oltre nove dei quarantatré anni di prigionia, dalla metà del XVII ai primi del XVIII secolo, nella cella più tetra. Autore d’innumerevoli delitti, era costui “una delle più losche, corrotte e feroci figure che sia possibile immaginare; dalla mente così torta e dal cuore così pervertito da mutare ogni sentimento buono – amore, religione, carità – in tante espressioni mostruose e delittuose” [E. Ricci]. Sembra che anche in carcere abbia ordito il delitto, cercando di strozzare il confessore con il cordone della sua tunica, dopo di che avrebbe tentato la fuga vestendone i panni. Fu il granduca Leopoldo, dopo una visita alla Fortezza, ad ordinare che le segrete “mai più fossero poste in uso ed a tal fine fossero demolite le ferree imposte che le chiudevano.” Dall’alto del Maschio si gode una visione da favola, uno dei più vasti e mirabili orizzonti d’Italia; ai suoi piedi il Parco Fiumi, la città, i borghi, più in là le dolci colline e i castelli che l’abbracciano a perdita d’occhio, i fumi delle ciminiere e del vapore di Larderello, i monti innevati degli appennini e il mare. Altri link suggeriti: http://www.lafortezzadivolterra.it/volterra/, https://www.cityzeum.com/vi/toscan-16320-fortezza-medicea-volterra (video), https://www.youtube.com/watch?v=HYLxUweUZFk (video di Unicoop Firenze)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_Medicea_(Volterra), https://www.comune.volterra.pi.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/170, https://www.volterracity.com/volterra-fortezza-medicea/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è una cartolina presa da https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.10152159935305345/10150715064995345/?type=3&theater, la terza è una foto di Sabastiano Minniti & Paola Mazzei su http://www.minniti.info/main/php/0622.php

lunedì 30 marzo 2020

Il castello di lunedì 30 marzo





NOLI (SV) - Torri

La tradizione dice che a Noli vi fossero ben 72 torri.
Oggi nel paese ne rimangono solamente 4 che si staccano sopra le abitazioni. Le altre sono state integrate in edifici di epoca successiva, dopo essere state mozzate per riutilizzare il materiale ricavato a favore dell'esecuzione di nuove costruzioni. Frequentemente la base delle torri così trattate è comunque rimasta riconoscibile. Normalmente tale base è costituita da blocchi di pietra scalpellati per dare forma "a cuscino", mentre dal primo piano in poi si eleva la torre vera e propria con muratura di mattoni pieni. Talvolta il materiale da costruzione è tanto eterogeneo, da costituire un assieme policromo di particolare effetto. Vediamole in dettaglio:
- La più alta, con 38 metri, è la Torre del Canto.
E' posta ad ovest dell'abitato, presso le mura interne.
Deve il suo nome al fatto che si trova proprio sul cantone di un quadrivio, ma l'interesse che suscita è legato ad un'altra particolarità; in contrasto con il fatto che tutte le torri sono a base quadrata, questa ha una base trapezoidale la cui figura di sezione si estende per tutta la lunghezza. Questa sua singolare configurazione fa si che esista un punto dove è possibile vederne tre facce, cosa impossibile per una torre quadrata. Questo punto si trova a Porta San Giovanni, presso il pilastro di destra.
- Di poco inferiore, 35 metri, la Torre del Comune.
E situata nell'angolo a mare della Piazza del Comune (meglio detta Piazza Milite Ignoto), proprio all'inizio della Loggia della Repubblica. Si distingue dalle altre perché termina con terrazzo merlato, i cui merli sono i cosiddetti "ghibellini", cioè a forma bifida, per diversificarli da quelli "guelfi", cioè a forma quadrata. Oggi mostra un bell'orologio sulle quattro facce, le cui ore vengono battute dalla campana che risiede nella cella terminale della torre; la campana ha anche il compito di chiamare le sedute del Consiglio Comunale.
- Una torre mozzata, ma di 24 metri, è la Torre Peluffo.
Si trova molto vicino alla Torre del Canto, sulla stessa strada che conduce alla Cattedrale.
E' stato riscontrato che il recupero di mattoni per nuove costruzioni non è stato limitato alla parte terminale della torre, come in tutti gli altri casi, ma curiosamente si è esteso sulle sue superfici esterne.
- Intoccata seppur ridotta, 19 metri, è la Torre Papone.
Si trova nella parte settentrionale dell'abitato, proprio dove le mura del Castello lo raggiungevano. E' l'unico caso a Noli di una torre che non venne mai destinata ad abitazione (venne adibita a deposito di armi e munizioni della repubblica), forse per la sua posizione periferica, e quindi non subì alcun tipo di modificazione interna durante la sua esistenza, giusto una leggera riduzione dell'altezza fatta nel 1831. Dai libri dei conti, conservati nell’A.S.N., si può ricavare che, nel 1581 “il maistro Francesco Colombo era intento a chiudere li barchoni della Torre di Papone, ove si mettevano in deposito le polveri, armi e munizioni portate col leudo di patron Benedetto Badetto”. La polvere da sparo si comprava in barili sia a Genova che a Toirano “al prezzo medio di lire 10 e mezza il rubbo”. ... La Porta Papona, munita di porta ferrata, si trovava di fronte alla Torre omonima. Nei tempi della Repubblica aveva grande importanza strategica, in quanto sbarrava l’accesso al Monte Ursino che fu sempre l’estremo rifugio degli abitanti di Noli in caso di assalti nemici". Un piccolo ponte ad arco in muratura la collega ai camminamenti sulle mura che discendono dal Castello ed alla stradina che conduce al Vescovado.

Fonti: testo di Ferruccio C. Ferrazza su http://www.viagginellastoria.it/noli/letorri.htm, https://www.wikiwand.com/it/Repubblica_di_Noli, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Liguria/savona/provincia000.htm#nolipapon

Foto: la prima (Torre del Canto) è presa da https://www.formentorestauri.it/portfolio/torre-dei-quattro-canti-noli/; la seconda (Torre del Comune) è presa da http://www.svdonline.it/18132/torre-del-comune; la terza (Torre Peluffo) è presa da https://www.rblob.com/hamradio/eventi/rrgdcimarinare/referenze.asp. Infine la quarta (Torre Papone) è presa da http://www.viagginellastoria.it/noli/immagini/torri_papone1.jpg

domenica 29 marzo 2020

Il castello di domenica 29 marzo




SAN GIOVANNI A PIRO (SA) - Torri vicereali di difesa del Regno di Napoli in frazione Scario

Scario fu fondato dai greci, come testimonia il nome stesso del paese (skariòs in greco significa piccolo cantiere navale). I primi abitanti erano di origine sannitica messi in fuga dai greci nel V secolo a.c. Fu distrutto nel 450 a.C. dai vandali, poi nel 915 d.C. dai saraceni. Scario scomparve nel Medioevo fino al XIII sec., quando entrò a far parte della Contea di Policastro. Nel 1534 e nel 1552 Scario subì le incursioni dei pirati turchi. Poi rifiorì intorno alla metà del XVII sec. grazie alle capacità artigianali dei suoi "calafati ", gli addetti alla costruzione e riparazione di barche da pesca. Nel XVIII secolo d.c. il centro urbano risorse fra gli scogli del Garagliano grazie ad alcuni pescatori aiutati dai Conti Carafa della Spina, feudatari di Policastro, e da alcune nobili famiglie di San Giovanni a Piro. Risalgono a questo secolo le due torri costiere visibili ai lati opposti del paese: la torre del Garagliano e la torre dell'Olivo. Le torri vicereali sono prevalentemente a pianta quadrata con sviluppo in altezza tronco prismatico, specie se esposte a ridosso del mare (maggiormente armate) o a pianta circolare e sviluppo verticale tronco conico, se con funzione di avvistamento (meno armate, poste su posizioni dominanti e difficilmente raggiungibili). Due o tre piani, collegate visivamente con le altre adiacenti in modo da costituire una catena di segnalazione (a vista: luminose o di fumo e con segnali acustici: trombe e spari) ma anche collegate con le comunità all'interno che temevano l'invasione. Alcune molto antiche risalgono al X-XI sec. sistemate a difesa dei porti. Dopo i romani fu con gli Angioini che si iniziò a pensare ad un sistema costiero di vedetta e segnalazione quindi con torri poste in alto. Il disegno degli Angioini si rivelò di difficile esecuzione. Con l'avvento degli spagnoli nel Regno di Napoli (1501) si distinguono tre periodi di costruzione: I) con il vicerè Pietro di Toledo (1532) un'ordinanza obbligava le Università (comuni) a dotarsi di torri a proprie spese ma non ebbe gran successo. II) il vicerè Pedro Afan de Ribera (1563) con ordinanza rivedeva il modo di suddividere i costi delle torri a carico delle Università ed incaricava ingegneri per localizzare i siti. III) (1568) nuove modalità e tasse per continuare il progetto da suddividere tra tutti i fuochi ento una fascia di 12 miglia dalla costa. IV) 1580/90, decennio utile per terminare il progetto difensivo. Gli attacchi dei corsari barbareschi ottomani (Barbarossa, il feroce Dragùt ed il calabrese rinnegato Ucciali) continuarono per secoli costringendo le popolazioni rivierasche a gravosi costi per la difesa delle loro terre ma soprattutto vite. I corsari depredavano tutto e costringevano i malcapitati a seguirli come schiavi. Le coste si stavano spopolando da cui il progetto di difesa delle torri. Le navi corsare erano per lo più galere (o galee) con vela e remi. Snelle e veloci sotto costa preferivano il tempo buono (da Aprile ad Ottobre). I rematori liberi con il tempo furono sostituiti dagli schiavi, catturati nelle razzie. Avevano bisogno di rifornirsi d'acqua dolce. Quindi le torri furono posizionate a controllo dei luoghi di "ristoro" in modo che impedissero loro il rifornimento. Un aspetto non secondario del periodo dei vicere' spagnoli era dato dalla poca efficace marina militare che doveva completare il disegno tattico per eliminare i corsari. Solo molto più tardi i corsari persero la loro spinta: con la presa francese di Algeri del 1830. Nel territorio di Scario abbiamo ben 4 torri: Torre Oliva, Torre Spinosa, Torre del Trarro (o del Piombo) e Torre di Garagliano (dove ora c'è il faro).
Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=A8EHDSBhxK4 (video di Pyros Web Tv), http://www.cilentoemenevanto.com/la-costa-della-masseta-e-la-spiaggia-di-marcellino/, http://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/fari/Pagine/2672.aspx

Fonti: http://golfopolikayak.altervista.org/terra-ferma-a-contatto-con-il-mare/torri-di-guardia-/page/2, http://www.navigagolfo.it/scario.htm

Foto: la prima (Torre Oliva) presa da https://www.facebook.com/876054922420189/photos/a.883866318305716/883866258305722/?type=1&theater; la seconda (Torre Spinosa) è di Mauro Pancaldi su https://maupanphoto.com/index.php/component/igallery/archivio/appennino-meridionale/monti-del-cilento/grotta-dell-acqua#!2016_09_46_009; la terza (Torre del Trarro) è presa da http://xoomer.virgilio.it/analfin/costcil8.htm

sabato 28 marzo 2020

Il castello di sabato 28 marzo


MEDOLAGO (BG) - Palazzo Medolago Albani

Il primo documento che attesti con certezza l'esistenza del toponimo risale al 917 quando Medolago, menzionato come castrum, venne inserito nel Sacro Romano Impero, in cui i reggenti inserirono il feudalesimo. L'etimologia del nome del paese sembra derivare dalla sua attuale collocazione in posizione centrale all'antico lago Gerundo, prosciugato nel periodo medievale, da cui il nome latino medio-lacus e la modernizzazione Medolago. Inizialmente affidato alla gestione del vescovo di Bergamo, Medolago venne quindi interessato dalle lotte tra le fazioni guelfe e ghibelline, che imperversarono in tutta la provincia bergamasca. In tal senso sul territorio comunale sorsero numerose fortificazioni difensive, tra cui anche un castello circondato di fossato, costruito in forma associata tra numerose personalità del borgo. Il potere tuttavia era detenuto dalla famiglia dei Medolago Albani che spesso si dovette guardare dagli attacchi esterni, dovuti per lo più alla vicinanza con la roccaforte di Trezzo sull'Adda. In tal senso imponente fu la devastazione compiuta da Bernabò Visconti nel 1377, che colpì anche il vicino borgo di Solza. La situazione ritornò alla tranquillità a partire dal 1428 quando, unitamente al resto della provincia bergamasca, venne posto sotto il dominio della Repubblica di Venezia, la quale emanò una serie di provvedimenti volti a migliorare la situazione sociale ed economica. Un sussulto si ebbe nel 1509 quando l'esercito francese, capitanato da Carlo d'Amboise, irruppe sul territorio e provocò una carneficina tra la popolazione, rea di aver opposto resistenza al tentativo d'invasione. Da quel momento pochi furono gli avvenimenti degni di nota per il paese, che seguì le sorti del resto della provincia, passando alla Repubblica Cisalpina nel 1797, al Regno Lombardo-Veneto nel 1815, ed infine al neonato Regno d'Italia nel 1859, con il quale ottenne anche l'autonomia amministrativa. Un edificio di grande richiamo, sia artistico che storico, è il Palazzo Medolago Albani. Di proprietà dell'omonima famiglia, a lungo legata alle vicende del paese tanto da assumerne il nome, è ancora circondato da un fossato che ne indica l'antico utilizzo come castello, indice dell'importanza che Medolago aveva in epoca medievale.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Medolago,

Foto: presa da https://www.paesi.bergamo.it/paese-di-medolago/

venerdì 27 marzo 2020

Il castello di venerdì 27 marzo



CALVI (BN) - Casino del Principe

E' una residenza fatta costruire dall'imperatore Federico II di Svevia al Cubante, località agricola nel territorio comunale di Calvi. Inteso dall'imperatore come dimora per la caccia, il Casino deve il suo nome ai principi Spinelli di San Giorgio la Montagna, che lo possedettero dal 1593 ai primi del XIX secolo. Gli accertamenti storici che il Casino del Principe sia stato, in origine, una residenza di Federico II sono partiti sotto la spinta dello storico locale Laureato Maio, che ha pubblicato questa tesi nel 1982 e poi nel 1996. Comunque, in precedenza la tradizione aveva conservato il ricordo della presenza dell'imperatore in quell'edificio (secondo altre versioni, erronee, il Casino era appartenuto a Federico Barbarossa). Popolarmente si tramandavano racconti di un principe solitario che lì viveva, e di come egli si disfacesse degli ospiti indesiderati gettandoli nel fiume Calore tramite un passaggio sotterraneo. Allo stato attuale delle ricerche, si ritiene che il Casino del Principe fosse uno dei loca solatiorum, ovvero le residenze extraurbane che Federico II soleva far costruire in luoghi ameni del Sud Italia per poter dedicarsi alla caccia durante i suoi spostamenti. La presenza di Federico nella zona è attestata nel 1229: era impegnato a riconquistare i territori che, in sua assenza, i beneventani soggetti al potere papale avevano occupato. Fra questi erano le terre fortificate più vicine al Cubante: Apice e Montefusco. Nel 1240, inaspritisi nuovamente i rapporti con papa Gregorio IX, Federico II tornò presso Benevento per cingerla d'assedio; verso maggio era «apud Apicem», terra che aveva appena acquisito per la morte senza eredi del vecchio feudatario. Dunque la costruzione del palazzo ebbe luogo già nel 1229 o, più probabilmente, nei primi anni Quaranta. Nello Statutum de reparatione castrorum (1241-1246) appare infatti il palazzo del Cubante, con il nome «domus domini imperatoris Apicii»: si specifica che la sua manutenzione, così come quella del castello di Apice, spettava agli abitanti di Apice, Grottaminarda, Morroni, Montemiletto, Bonito, Paduli, Montemalo, Pietramaggiore, San Severo e Negini. Forse fu dal palazzo che, nel 1243, Federico II scrisse una lettera a papa Innocenzo IV localizzandosi «apud Beneventum». Dopo la fine della dinastia sveva, Carlo d'Angiò mise in opera alcune trasformazioni al palazzo, come attesta anche un documento del 1271 (e ancora nel 1274) in cui si ordinava la riparazione del tetto, delle porte e delle finestre. Con tali modifiche il palazzo venne dotato di alcuni caratteri di fortificazione, in linea con la tendenza di Carlo d'Angiò a non distinguere fra edifici residenziali e fortificati: quindi iniziò ad essere chiamato "castello" (castrum). In un processo del 1272 una serie di testimoni affermava che l'abbazia di Santa Sofia di Benevento possedeva tutto il Cubante, fatta eccezione per il palazzo costruito «oltraggiosamente» (nei confronti del papa, probabilmente Gregorio IX) da Federico II. Anche se sono attestate fin dall'XI secolo pertinenze di tale monastero al Cubante, rivendicazioni così categoriche sembrano difficilmente conciliabili con il fatto che il palazzo doveva essere circondato da una defensa, ovvero riserva di caccia. Non fanno riferimento ad una defensa i documenti di età federiciana ma essa appare nel 1275, custodita da nove cittadini di Montefusco, e quindi doveva avere dimensioni notevoli. Nel 1278 custode del palazzo e della riserva era Tristano de Cantalupo, e si specificava che essa era appartenuta a Federico II. Lo sfruttamento della riserva da parte di estranei era regolamentato, come dimostrano le concessioni al provenzale Americo de Sus di tagliarvi la legna (1278) e ai beneventani di portarvi animali al pascolo (1279). Nel 1284 la stessa abbazia di Santa Sofia ottenne di tagliare la legna nella defensa del Cubante e qualche altra autorizzazione; in tale anno custode della tenuta era il già citato Americo de Sus. Nei secoli successivi, Santa Sofia continuò a possedere alcuni terreni al Cubante. Nel 1407 il re Ladislao di Durazzo utilizzò il palazzo in vista dell'occupazione di Benevento, che mise in atto l'anno successivo. Ancora, nel 1460 vi risiedette Ferdinando I d'Aragona durante la guerra contro gli Angioini; egli dovette effettuare qualche altro lavoro di ristrutturazione. Ferdinando, in seguito, donò alla universitas di Montefusco il feudo del Cubante con il palazzo federiciano ed un altro edificio, detto "Cancellaria". In seguito a varie usurpazioni, nel 1484 si procedette alla reintegrazione del Cubante in favore della universitas, riconfermata nel 1512 in risposta a tentativi di ricorso. Nel frattempo, il palazzo federiciano doveva aver svolto il ruolo di dogana, come sembra suggerire l'atto del 1499 con cui si dava il feudo di Montefusco a Giovanni Borgia. Nel 1582 la universitas di Montefusco, di nuovo vittima di usurpazioni al Cubante che avevano intaccato anche il suo possesso sul palazzo, vendette la parte di cui rimaneva in possesso a un privato, Oratio Botta. Dopo solo pochi anni, nel 1593, il palazzo del Cubante e tutto il feudo (fatte salve le porzioni ancora nelle mani di usurpatori) furono messi in vendita in un'asta giudiziaria: se li aggiudicò Pier Giovanni III Spinelli, barone di San Giorgio. Nel 1638 suo figlio Giovanni Battista III ebbe il titolo di principe: tale titolo, perduto dai suoi discendenti nel 1689, fu recuperato nel 1717 da Carlo III Spinelli. Egli, contrariamente alla tendenza di molta nobiltà locale a trasferirsi a Napoli, ebbe cura di restaurare il palazzo federiciano per adibirlo a propria residenza di campagna, procurandogli così il nome "Casino del Principe" con cui è stato designato in seguito. È significativo che nel 1762 Luigi Specioso, figlio di Carlo, nel rilasciare i suoi feudi al fratello Giovanni Crisostomo perché risiedeva altrove, volle comunque tenere pieno possesso del palazzo del Cubante, con le sue pertinenze, fino alla morte. Nella prima metà del XIX secolo i beni degli Spinelli finirono frazionati fra più proprietari. Molti di essi furono gradualmente acquistati dal parroco di San Giorgio Domenico Nisco, già amministratore per conto del principe Domenico Spinelli. Attorno al 1840 gli fu assegnato il Casino del Principe; e nel 1873 suo nipote Nicola acquistava formalmente quanto rimaneva dei possedimenti degli Spinelli al Cubante. In seguito ai cambi di proprietà, il Casino del principe subì ulteriori alterazioni, divenendo una masseria suddivisa in piccole case contadine. Così fu impiegato fino ai terremoti del 1962 e del 1980, che causarono il suo abbandono quasi totale e, conseguentemente, il decadimento delle strutture. Nel 1989 il Casino del Principe è stato riconosciuto di "interesse particolarmente importante" dal Ministero per i beni culturali e ambientali. Al 2015 risultava suddiviso fra cinque proprietari, fra cui il comune di Calvi ed un privato che ivi possiede un agriturismo. In linea con le scelte che Federico II operò anche altrove per le sue residenze, la domus del Cubante si trova in un punto panoramico e vicino a strade, boschi e corsi d'acqua: la sommità di una collina che guarda il corso del fiume Calore, distante soli 300 mt. A ovest essa è delimitata da un torrente, il vallone San Giovanni, che si riversa nel Calore. A circa 1,5 km di distanza il fiume è attraversato dal ponte Appiano della via Appia, che probabilmente era ancora usato e cadde in rovina solo in tempi successivi. Nella zona non si riconoscono più i boschi dove Federico doveva dedicarsi alla caccia, ma la loro esistenza è ben documentata storicamente. L'architettura dell'edificio appartiene ad una tipologia che si trova anche nelle residenze federiciane di Gravina di Puglia (coeva o precedente), di Palazzo San Gervasio e di Marano di Napoli (che si ritengono più tarde). L'edificio originario è costruito per la maggior parte in muratura a sacco con paramenti in ciottoli di fiume; ha una pianta quasi quadrata (fronte e retro sono lunghi 28,60 m, i lati 27,60 m) con gli angoli orientati verso i quattro punti cardinali. Le suddivisioni interne sono definite a partire da una griglia di 4 × 4 quadrati: l'unione di quelli più interni costituiva la corte interna (molto alterata in seguito) mentre quelli lungo il bordo sono le quattro ali del palazzo. Alla pianta del palazzo federiciano vanno aggiunte quattro esili torrette, addossate all'esterno durante la ristrutturazione voluta da Carlo d'Angiò (in maniera simile a quanto avvenuto alle altre tre residenze citate). L'ala frontale è quella nordoccidentale, più elevata delle altre. Qui si trova anche l'unico accesso al palazzo. Il portale in pietra è ottocentesco, ma attorno ad esso rimangono alcuni elementi in tufo che contornavano quello originario, a partire da un arco a sesto acuto che inquadrava una nicchia circolare, presumibilmente con decorazioni scultoree. Ai due lati del portone sporgono dal muro anche due capitelli inseriti su brevi tratti di semicolonna: potrebbero essere piedistalli di statue, che si integravano con la nicchia. I due vani ai lati dell'androne dovevano essere di servizio e poco illuminati. Solo quello di sinistra conserva le aperture originali, ovvero due monofore frontali e, sul muro a sinistra della facciata, un oculo doppiamente strombato in tufo: quest'ultimo tipo di elementi, che ricorre per tutto il palazzo, sarebbe il più antico del genere in Campania. Non rimangono luci originali per il vano a destra. Al piano superiore doveva esserci l'alloggio dell'imperatore, forse diviso in tre vani corrispondenti a quelli sottostanti. Se ne distinguono alcune finestre originali: quella centrale dei lati lunghi (che dovevano averne tre ciascuno, in origine) e quelle dei lati corti (anche se una di queste ultime è murata). Si tratta di finestre ad arco, con cornici modanate di tufo, in cattivo stato di conservazione. Immediatamente sotto la grondaia, in facciata, è una serie di oculi come quello sopra descritto, in vario stato di conservazione. Altri due sono sui muri laterali, in corrispondenza delle finestre; se ne distinguono anche sul lato prospiciente la corte interna. Dal momento che le mura non sono molto spesse (da 0,90 a 1,20 m), i solai dovevano essere lignei, e forse sorretti ricorrendo ad archi di separazione. Non rimangono avanzi delle scale originali, interne o esterne. Fra i segni più notevoli delle modifiche ottocentesche sul corpo frontale sono la sopraelevazione del lato destro per inserire una colombaia nel sottotetto, e la cornice decorativa in mattoni sotto le finestre del piano superiore. Sono conservate peggio le altre ali del palazzo, le cui mura verso il cortile sono quasi del tutto scomparse o stravolte. Al loro interno erano gli alloggi della servitù, le scuderie, i magazzini. Le mura esterne conservano quattro ulteriori oculi sul fronte sudorientale; due monofore (tagliate a metà e tamponate) su quello nordorientale, che è stato stravolto anche dalla costruzione di ambienti di servizio in aderenza; una monofora e un oculo su quello sudoccidentale. All'esterno delle mura della domus originaria sono addossate quattro strette torri a sezione rettangolare, con lati oscillanti fra i 2,3 m e i 3,7 m. Due sono poste ai lati del fronte principale, che viene così allungato; mentre le altre due, più basse, sporgono dalle due estremità del muro opposto. La loro costruzione è sicuramente posteriore a quella del palazzo e si può attribuire alla volontà di Carlo d'Angiò di dotare i palazzi federiciani di fortificazioni. Le torri sono state in parte stravolte (le meno alterate sono quella settentrionale e quella orientale), ma all'interno hanno strutture ben intonacate e coperte di volte a crociera che fanno pensare ad un uso come cisterne, anche se non è da escludere la presenza di ambienti abitabili sulla sommità di quelle frontali. Un camminamento doveva collegare le quattro torri a scopi difensivi. L'assetto dell'ala abitativa sotto gli Spinelli si può desumere, in parte, dall'inventario redatto nel 1767 alla morte di Luigi Specioso Spinelli. Gli ambienti menzionati nell'inventario sono la cappella (del resto lo stesso Carlo d'Angiò doveva possedere una cappella in ogni suo castello o palazzo), la stanza da letto con il gabinetto, la scalinata e la cantina. L'inventario riporta un arredamento sovrabbondante, che faceva somigliare le stanze a dei magazzini. Altri link consigliati: https://beneventoturismo.altervista.org/il-casino-del-principe/ (con varie foto da vedere), http://www.realtasannita.it/articoli/cultura/nel-sannio-un-palazzo-appartenuto-a-federico-ii-di-svevia.html, http://insolitaitalia.databenc.it/storia/palazzo-federico-ii-calvi/

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Casino_del_Principe

Foto: la prima è di Antonio de Capua su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Casino_del_Principe_01.jpg, la seconda è presa da https://beneventoturismo.altervista.org/il-casino-del-principe/?doing_wp_cron=1585333896.0810890197753906250000

giovedì 26 marzo 2020

Il castello di giovedì 26 marzo



FAVIGNANA (TP) - Castello di Santa Caterina

Il castello, o forte, o fortezza di Santa Caterina si trova sulla collina dell’isola di Favignana a 314 mt di altitudine. Dalla cima di Favignana, a occhio nudo, si possono scorgere chiaramente tutti gli approdi dell’isola, e inoltre è possibile abbracciare con lo sguardo: Marettimo, Levanzo, l’isolotto di Formiche e Maraone, lo Stagnone, e la costa trapanese della Sicilia, da Capo San Vito a Capo Lilibeo. Il ruolo del castello era di posto d’osservazione e di segnalazione, in quanto il mare delle Egadi pullulava di pirati.Secondo l’interpretazione divulgata dalla storiografia locale si vorrebbe che il castello o forte di Santa Caterina sorga nel luogo dove preesisteva una torre di avvistamento, costruita dai Saraceni durante la loro dominazione (a. 810), contemporaneamente a quella eretta nel sito in cui fu costruito il castello di S. Leonardo (dove è collocato l’attuale Palazzo Florio), e ad un’altra, della quale non resta quasi traccia, denominata la Torretta. Queste torri avrebbero dovuto costituire il sistema difensivo saraceno, e da esse potrebbe avere avuto origine lo stemma del comune di Favignana, cioè tre torri sulle quali poggia un uccello rapace, dove le tre torri rappresentano la difesa dagli attacchi dei nemici, simboleggiati dall’uccello rapace. Secondo la storiografia locale, Ruggero I d’Altavilla trasformò le prime due torri nelle fortezze di Santa Caterina e San Leonardo, non apportando cambiamenti alla terza torre, ma facendo costruire il forte di S. Giacomo (1074-1101). Purtroppo attualmente è solo intuibile la traccia archeologica dell’impronta saracena o normanna nelle fortezze. Successivamente il castello di S. Caterina fu dato in concessione a Palmerio Abate, che i regnanti svevi avevano nominato governatore del castello di Favignana. Dopo gli Svevi, sulla scena siciliana si imposero gli Angioini, che con le loro pressioni fiscali indussero ben presto i Siciliani alla rivolta. Secondo la leggenda uno dei cospiratori contro gli Angioni fu proprio Palmerio Abate e, quando scoppiò la rivolta in tutta la Sicilia (31 marzo 1282), la popolazione di Favignana, sotto la guida dell’Abate, sterminò il presidio francese. E’ quindi probabile che già dall’età angioina il castello costituisse una sorta di possedimento ereditario della famiglia trapanese degli Abate. Infatti, scacciati gli Angioini, il re Pietro d’Aragona nominò signori di Favignana Palmerio Abate e i suoi eredi. Sotto la dominazione aragonese, il signore di Favignana Andrea Riccio fece ricostruire, sul finire del 1400, i due castelli di S. Caterina e di S. Giacomo, pressappoco nella forma attuale, e munì di fortificazioni l’isola. Tra il 1568-1571 cominciò il restauro e l’ampliamento del forte, che inglobò la struttura medievale, nel progetto del vicerè marchese di Pescara. La relazione di Spannocchi del 1577-1578 documenta che il “castello del monte”, cioè Santa Caterina, era “antico ma di buona fabbrica” ma necessitava di restauro e di un ampliamento per creare tre dammusi per i soldati di guarnigione e per crearvi sopra una piazza per l’artiglieria, inoltre consigliava la creazione di una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Vi erano di guardia sei uomini ed un caporale pagati dall’arrendatario (affittuario) dell’isola il trapanese Giovan Antonio Barlotta. Il principale ruolo del presidio di Santa Caterina era la continua sorveglianza e lo scambio, con gli altri fortilizi, principalmente con quelli di Marettimo e Trapani e con le imbarcazioni in mare, utilizzando segnali di vario tipo. Tra la fine del secolo XVI (1597) e i primi anni del secolo XVII (1616), Erasmo Magno da Velletri, che era cronista al seguito di una flotta militare che pattugliava il Mediterraneo per difenderne le coste dalle continue incursioni barbaresche, descrive, nel disegno, Santa Caterina composta di tre volumi: una torre a Mezzogiorno, con una finestra che guarda la Piana e la costa siciliana fra Capo san Vito (Trapani) e Capo Lilibeo (Marsala); un muro merlato, accostato alla prima torre e al centro; una seconda torre, sormontata da un’alta e ampia guardiola con il tetto a punta, dietro il muro merlato e verso nord-ovest. In un’immagine risalente al 1640 (in: “Atlante di città e fortezze del regno di Sicilia” di Negro e Ventimiglia) “il vecchio castello” è completamente ristrutturato. Aveva un bastione a sud, rinforzato agli angoli. Vi si accedeva per un piccolo ponte levatoio, protetto da un caditoio, munito di fossato, posto in angolo, sul lato nord della base. Nelle pareti vi erano poche e piccole aperture. Non era ancora stato costruito il bastione a nord che invece risale alla fortificazione richiesta dal vicerè Rodrigo Mendoza, durante la sua visita al castello, nel 1655. Nell’Atlante di Gabriele Merelli (tavola.3, Isola della Favignana), del 1677, la forma del castello di “S. Catarina”, appare molto simile a quella odierna. In un codice madrileno attribuito a Castilla Carlos, del 1686, nel particolare del castello in cima al rilievo montuoso di “Favinana”, si scorgono chiaramente quattro torrette angolari, con cupole rosse. Il castello di S. Caterina fu eretto in pietra calcarea locale a forma rettangolare con sporgenze simmetriche ai quattro angoli. Il piano terra era infossato nella roccia e fu qui che, a partire dal XVII secolo, languirono i prigionieri politici. Il primo piano era costituito da locali probabilmente di alloggio per la guarnigione e sovrastato dalla terrazza di avvistamento. Un piccolo fossato correva lungo la facciata e l’ingresso era possibile attraverso un ponte levatoio. La luce all’interno del castello penetrava attraverso un gran numero di finestre ogivali, feritoie, spiragli e buche. Sull’estremità dello stipite destro della porta d’ingresso del castello era collocato uno stemma che certamente si riferiva alla casata aragonese; sotto lo stemma vi era un’iscrizione in spagnolo, che certificava che il castello venne rifortificato nel 1616. Un’ altra iscrizione si trova nel muro rientrante dell’angolo sinistro, di fronte alla scala, che immette nel corridoio pensile d’ingresso al castello. Non è di facile interpretazione a causa dell’usura, ma si può intravedere il nome della città di Catania e la data 1655, che rappresenta una notizia rilevante poiché indica che in quel anno il castello fu rimesso in efficienza. Nel piano superiore del castello vi erano una serie di stanze a volta basse e ormai in macerie che dovevano appartenere agli ufficiali e ai soldati. Vi era anche una cappella intitolata a S. Caterina dove il prete officiava la messa per i detenuti. Si può quindi presumere che il nome di S. Caterina derivi dalla chiesetta o cappella di cui i Normanni munirono il castello omonimo. Durante gli anni del dominio borbonico (1734-1848) sulle Due Sicilie, non mancarono cospirazioni contro la dinastia dei regnanti considerati tiranni. I Borboni attuarono una politica di repressione estrema contro i cospiratori. Circa 32000 persone patirono il carcere e molte di queste furono condannate alla detenzione nel forte di S. Caterina. Il forte venne in parte demolito e devastato nel 1860 dai rivoltosi, che portarono via dall'edificio perfino le inferriate, e devastarono anche la cappella. L’8 giugno, subito dopo l’ingresso di Garibaldi a Palermo, da Trapani fu chiesto al Comitato civico di Favignana di far sventolare il tricolore sul forte di Santa Caterina. Il castello, affidato alla Regia Marina, fu destinato a stazione semaforica. Nel particolare di una foto, di Samuel Butler, scattata nell’anno 1893, vediamo l’antica silhouette del Castello di Santa Caterina non ancora alterata dalle modifiche che precedettero la II guerra mondiale. Unica novità, rispetto all’epoca borbonica, è la torretta bianca al centro che dal 1861 ospitava la stazione semaforica. Nel 1924 Alessandro Cataliotti annotava che accanto al castello era sorta una “palazzina per il comodo degli ufficiali”. Oggi è solo intuibile la traccia archeologica dell’impronta saracena o normanna nel castello e nelle fortezze-castello delle Egadi. Il ponte levatoio del castello di S. Caterina oggi è sostituito da un corridoio. Lo stemma riferibile alla casata aragonese è ancora in sito, ma ormai quasi illeggibile; sotto lo stemma era posta una piccola lapide con un’iscrizione in spagnolo non più presente. Fortunatamente un’altra iscrizione, già citata, corrosa dal tempo e sita nel muro rientrante dell’angolo sinistro, di fronte alla scala che immette nel corridoio pensile d’ingresso al castello, è ancora al suo posto e con essa il tempo è stato più clemente. Attualmente gli ambienti delle segrete sono stati occlusi e, di conseguenza, anche i messaggi dei detenuti non sono più visibili. Dopo la Seconda Guerra mondiale, il castello di S. Caterina fu requisito dalla marina militare e, sul finire degli anni ’50, fu affidato ad un custode assunto dalla stessa marina militare. La stazione semaforica chiuse nel 1969 e il castello fu abbandonato. Oggi l'edificio presenta in maniera molto evidente i segni del tempo e soprattutto dell’incuria in cui si trova ormai da parecchi anni. Ma la vista che si può ammirare dalla parte superiore del castello è meravigliosa. Si può raggiungere grazie alla strada che percorre gran parte del colle di S: Caterina con vari mezzi (auto, scooter,biciclette e a piedi); la parte di strada guidabile è circa metà di quella complessiva, dopo di che si deve proseguire a piedi percorrendo un sentiero a gradoni. Altri link suggeriti: https://www.favignana.biz/forte-di-santa-caterina-favignana/ (in fondo alla pagina tante foto ravvicinate e degli interni), http://www.virtualsicily.it/Monumento-Favignana-%20Castello-S.Caterina-TP-405, https://www.youtube.com/watch?v=QjN2NCbnwng (video di LeVidèoPro), https://www.youtube.com/watch?v=RM5d_o8Qyrc (video di enrico malato), http://www.villamargherita.it/favignana/castello-di-santa-caterina/ (video e foto)

Fonti: https://www.egadivacanze.it/favignana/castelli/il-castello-di-santa-caterina.html, https://www.visitegadi.eu/SANTA%20CATERINA

Foto: la prima è presa da http://www.lanotiziatrapanese.it/?p=22822, la seconda è presa da https://www.favignana.com/montesantacaterina/

mercoledì 25 marzo 2020

Il castello di mercoledì 25 marzo



BALDISSERO CANAVESE (TO) - Torre Cives

Il colle più alto dei Monti Pelati, a quota 581 m s.l.m., ospita una torre risalente al XII secolo, denominata Torre Cives (o anche Torre di San Silvestro). E' una torre a pianta quadrata del XII secolo, alta undici metrim, costruita dai liberi comuni canavesani, situata in posizione dominante, fu edificata con molta probabilità, con lo scopo di guardia e difesa per il territorio della Valchiusella. L’interno della Torre oggi è completamente vuoto, all’epoca della sua costruzione al suo interno erano presenti scalinate e strutture in legno, oggi completamente scomparse. Nel 1956 nei pressi della costruzione furono scoperte cinque monete d’oro d’epoca bizantina: è il “tesoretto”, costituito da una moneta dell’Imperatore Leone I (457-473 d.C. – zecca di Costantinopoli) e da quattro monete dell’Imperatore Basilisco (476-477 d.C. – zecca italiana) custodite oggi nel Museo Archeologico di Torino. La torre si trova nella Riserva Naturale Speciale dei Monti Pelati, che fa parte del Parco del Canavese. Istituita nel 1993, si estende su un’area collinare di circa 150 ettari. Altri link utili: https://www.gulliver.it/itinerario/5069/, https://www.youtube.com/watch?v=0HALb6cZ2lo (video di Devila passione montagna)

Fonti: https://www.comune.vidracco.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/riserva-naturale-speciale-dei-monti-pelati-e-della-torre-cives-42750-1-f3946537c7c095f422827a6097a09bb9, https://www.valchiusella.org/paesi/vidracco/, https://www.albyphoto.it/articoli/torre-cives/

Foto: la prima è presa da https://www.valchiusella.org/paesi/vidracco/vidracco-torre-cives/, la seconda è presa da https://www.obiettivonews.it/2018/07/16/baldissero-canavese-vidracco-castellamonte-una-nuova-segnaletica-per-esplorare-la-riserva-naturale-dei-monti-pelati/