mercoledì 17 gennaio 2018

Il castello di mercoledì 17 gennaio





MORRO D'ALBA (AN) - Castello

La sua esistenza storica è accertata intorno all'anno Mille, quando compare come "Curtis" in un atto imperiale di Federico I. Ma le sue campagne, le zone dell'attuale territorio comunale, risultavano già abitate in epoca romana. Ad attestarlo è un medaglione aureo che riporta la scritta ricostruita "Theodoricus pius princeps invictus semper", rinvenuto in una tomba a Sant'Amico, nelle vicinanze del paese e oggi conservato presso il Museo delle Terme di Roma. Il toponimo sembra ricordare la "mora" o cippo di confine sull'"alba" o colle, che segnava la separazione tra i comitati medievali di Jesi e di Senigallia. Compare invece come "Castrum" in un altro atto del 1213, quando Senigallia fu costretta a cedere Morro d'Alba al vicino comune di Jesi. Entrò così a far parte del contado della Respublica Aesina, e ne seguì tutte le sorti storiche. Nel 1326, Morro d'Alba venne assediata dalle milizie di Fabriano, e nel 1365 le mura dovettero essere ricostruite, forse a causa dei danni subiti da una incursione dei banditi della "Compagnia Maledicta" di FraMoriale. Nel 1481 subì diverse incursioni degli Anconetani. Soltanto nel 1808, con il Regno Napoleonico, fu definitivamente sottratta al comune di Jesi; è poi nel 1860, con l'unità d'Italia, che Morro d'Alba entrè a far parte della provincia di Ancona. La cinta muraria di Morro d'Alba, di andamento irregolarmente pentagonale con sei bastioni, è il risultato di una serie di diverse ristrutturazioni databili tra il XIII e il XV secolo ed è tuttora in buono stato conservativo. Nella seconda metà del Cinquecento, ma anche con casi precedenti, le autorità autorizzarono la costruzione di abitazioni sopra le mura, dando così origine alla cosiddetta "Scarpa", esempio unico in Italia di camminamento di ronda completamente coperto, fiancheggiato da arcate, che corre lungo tutto lo sviluppo della cinta fortificata. Il vecchio borgo era difeso da pezzi di artiglieria del XIV XV secolo, tra cui una possente bombarda oggi conservata nel Museo Storico Nazionale di Artiglieria di Torino. Subito dopo l'Unità d'Italia, una Commissione militare Archeologica venne a prelevare il prezioso cimelio e, come risarcimento, il Comune ricevette dal Re Vittorio Emanuele II il "Compiano", altro bellissimo pezzo di artiglieria da montagna ora conservato nei locali del Museo "Utensilia". Nel corso dei secoli gli abitanti del paese hanno scavato un complesso labirinto di grotte, collegate tra loro da gallerie, che costituiscono una sorta di seconda città sotterranea. La fitta rete di cunicoli e androni che si dirama sotto questo centro murato, raggiunge notevoli profondità e delinea, in alcuni casi, una qualità costruttiva superiore agli edifici soprastanti per la concatenazione di stanze con volte a botte e scalinate. Il livello di grotte appena al di sotto del piano della Scarpa risale al Seicento, quando ormai le mura avevano perso il carattere difensivo del passato, ed è composto da una serie di stanze collegate tra loro ma discordi nella forma e nell'architettura. Gli ambienti presentano tipologie murarie disomogenee, coperture con solai di travi di legno alternate a grotte con ampie volte a botte cilindrica o ribassata, e la presenza di numerose nicchie e pozzi d'acqua. Questi locali lasciano filtrare luce e aria da piccole finestre che si affacciano lungo tutto il perimetro della cerchia muraria e che vennero probabilmente aperte per garantire la ventilazione degli ambienti. Il secondo nucleo di sotterranei, quello ancor più in profondità, ha probabilmente la sua genesi all'epoca dell'edificazione dell'antico nucleo fortificato, e presenta una struttura molto più omogenea. Sono ambienti completamente autonomi che non hanno alcuna affinità con le grotte soprastanti, seguono direzioni e strutture indipendenti e si trovano generalmente sotto l'attuale piano stradale. Piccole gallerie di altezza e larghezza costante che procedono diritti e si intersecano tra loro in maniera cruciforme. Questi passaggi sotterranei, scavati nell'arenaria, sono rivestiti in laterizio, con volte a botte di mattoni posti in foglio e piccoli cornicioni creati da laterizi sporgenti. Nell'intersezione dei bràcci danno luogo a volte a vela o a crociera e a piccole cupole, mentre le estremità dei bracci che compongono i cunicoli, sono chiuse con mattoni verticali posti in foglio che creano una piccola curvatura di chiusura. Le grotte erano utilizzate in passato soprattutto per la conservazione dei cibi, ma all'occorrenza potevano servire come estremo rifugio dalle incursioni nemiche. Alcuni di questi sotterranei sono tutt'oggi visitabili all'interno del Museo o su concessione dei proprietari. Altri link suggeriti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-morro-dalba-an/ (con diverse notizie e foto), http://www.promorro.it/index.php?option=com_content&view=article&id=53&Itemid=62, http://www.italialuoghisconosciuti.info/Luoghi-sconosciuti-in-Italia/il-castello-di-morro-dalba (varie foto), https://www.youtube.com/watch?v=vdh6QpandcI (video di camptv radiomagda)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Morro_d%27Alba, http://www.comune.morrodalba.an.it/index.php?option=com_content&view=article&id=28&Itemid=243, http://www.avventuramarche.it/dettaglio_scheda.asp?id_scheda=286.

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-morro-dalba-an/, la seconda è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/01_ancona/00036/index.htm

martedì 16 gennaio 2018

Il castello di martedì 16 gennaio



 

 
TODI (PG) - Castello di Montenero

La frazione di Montenero si trova ad un'altitudine di 407 mt. s.l.m. e giace lungo la provinciale, che da Todi si dirama fino ad arrivare ad Acquasparta, tra Vasciano (altra frazione di Todi) e Sismano e Dunarobba (frazioni di Avigliano Umbro). Il paese è immerso in una fitta pineta, a dominare il versante meridionale del colle. La leggenda vuole che il suo nome derivi da Monte Enea, mentre secondo il tuderte Pirro Stefanucci il nome deriva dalla famiglia perugina stanziatasi ivi per rifugiarsi. Il complesso denominato “Castello di Montenero” comprende un insieme di beni di elevato valore storico e paesaggistico, costituito da un nucleo centrale – il Castello, di circa 2.000 mq. – e da alcune unità abitative che costituiscono parte del borgo medievale, oltre che da un antico granaio strutturato su un piano interrato di circa 350 mq. (utilizzato come cantina) e su due piani soprastanti, ognuno dei quali di circa mq. 500. Il terreno circostante con destinazione d’uso di tipo agricolo si estende in totale per circa 1.300 ettari. Il Castello di Montenero, risalente al XV secolo, è uno dei tanti castelli medioevali diffusi nel territorio comunale, si tratta di uno tra i più suggestivi e meglio conservati dell’intero territorio. Presenta una struttura intatta nelle sue linee ed è sito al termine di un viale alberato al centro di un’ampia corte. Nel 1618 passando alla proprietà dei Cortesi Accursi, fu ristrutturato con trasformazioni varie e con corpi aggiunti ancora ben visibili. Attorno al castello rimane quasi intatta la corte medievale e la chiesetta di S. Antonio. Il complesso, immerso in un ampia proprietà terriera, con il castello e altre antiche pertinenze di assoluto pregio storico e architettonico ad oggi conservate, si trova nelle vicinanze di Todi, in un’area particolarmente vivace dal punto di vista culturale e a pochi passi da centri storici ricchi di monumenti ed opere d’arte ma noti anche per eventi folkloristici e festival. Varie casate si susseguirono nel possesso del castello, finché nel 1882 passò al ricco mercante romano Angelo Cortesi che nel 1917, dopo la sua morte, lo lasciò, insieme con tutto il suo ingente patrimonio, al comune di Todi per l’assistenza agli inabili al lavoro. Prima della trasformazione in signorile palazzo (avvenuta nel sec. XVI) il castello di Montenero apparteneva ai Benedettoni e doveva essere tra i più forti e muniti. Restano, intorno alla superba mole architettonica, alcune vecchie casette, caratteristiche per certi archi quattrocentcschi e per i “pianélli” (in cima alle brevi scale esterne), adorne spesso di garofani e di maggiorana. L’antica chiesa parrocchiale di San Salvatore fu abbandonata nel sec. XVII. Altra vecchia chiesa del paese (oggi detta La Madonnuccia) era intitolata a Sant’Antonio. L’attuale sede parrocchiale dedicata a San Filippo Neri venne costruita nel 1912. In essa si può vedere un grande fonte battesimale del 1668 e lo stemma dei nobili Accursi. Nel palazzo di Montenero trascorse buona parte della sua vita Angelo Cortesi, che con testamento, destinò ai poveri vecchi di Todi tutte le sue immense sostanze.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montenero_(Todi), http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montenero-todi-pg/ (da visitare per approfondimento)

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montenero-todi-pg/, la seconda è di Daniele Bartolucci su https://it.wikipedia.org/wiki/Montenero_(Todi)#/media/File:Il_castello_di_Montenero_(Todi).jpg. Infine, la terza è presa da http://www.lanotiziaquotidiana.it/umbria/2017/08/12/todi-festival-e-la-valorizzazione-del-territorio/

lunedì 15 gennaio 2018

Il castello di lunedì 15 gennaio



TODI (PG) - Castello in frazione Montemolino

Prende il nome dalla posizione elevata e dall’antica presenza di numerosi mulini per il grano, re Desiderio e Papa Paolo I qui fissano il confine del territorio tuderte, 757 d.C. Il luogo fu di notevole importanza strategica per la presenza di un ponte sul Tevere, passaggio quasi obbligato per chi si recava nell’Italia centro-meridionale. Antico feudo degli Stefanucci, seguaci di Goffredo di Buglione, nel 1190 fu parzialmente distrutto a causa dei sanguinosi scontri tra guelfi e ghibellini; il 18 aprile 1257 nel castello venne redatto l’atto di vendita della fortezza di Montemarte tra il conte Leone e i rappresentanti del Comune di Perugia, messer Venciolo di Uguiccionello e messer Fumasi di Bonaventura con la penale di 50.000 marchi d’argento per chi non lo avesse rispettato. Nel 1295 era sotto la giurisdizione del plebato di San Lorenzo di Bubiata e contava 7 fuochi; l’anno successivo fu incrementato l’apparato difensivo con il rifacimento delle mura. Il 13 settembre 1310 nelle vicinanze di Montemolino si combatté una cruenta battaglia tra guelfi (con l’aiuto di Perugia) e ghibellini di Todi (aiutati da Spoleto, Narni, Terni, Amelia) comandati da Bindo dei Baschi e dal duca della Valle spoletana, di origine savoiarda; è da considerarsi l’episodio più sanguinoso della secolare lotta tra guelfi e ghibellini di Todi, alcuni luoghi, nei pressi del ponte, presero i nomi di Rio Sangue e Morticcio. I perugini, al comando di Gentile Orsini, riportarono una schiacciante vittoria sulla più potente lega ghibellina umbra: nello scontro perì anche Pietro Oliva, vicereggente del duca di Spoleto che venne sostituito dal romano Riccardo Spadatratta che però prima scese a patti con i perugini e permise l’invasione della città di Todi poi defezionò definitivamente con 100 cavalieri e passo dalla parte dei perugini. Si racconta che ben 600 soldati ghibellini furono uccisi, feriti o fatti prigionieri. In questa battaglia la vittoria dei Perugini si completò con il trasferimento dei conci a Corciano, dove ostentare la realizzazione delle mura come trofeo di guerra: il ponte così smontato non venne più rialzato. Nel 1312 Montemolino fu attaccata dalle milizie dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo che risparmiarono invece Castel delle Forme (difeso da Guido Della Corgna), riscattato dagli abitanti dietro un esborso di un’ingente somma di denaro. Come lo era stato della sconfitta, Montemolino fu però per i ghibellini di Todi il campo del trionfo e della vendetta, infatti in quella circostanza buona parte del territorio perugino fu messa a sacco e devastata. Il 13 luglio 1496, nella chiesa di Sant’Angelo all’interno del castello, fu definitivamente sancita la tregua tra gli Atti e i Chiaravalle, i firmatari erano Agamennone Stefanucci, Signore del luogo e rappresentante dei Guelfi e Cristoforo Leoni e Nicola Todeschini, per i Ghibellini. Tra i possedimenti del castello vi erano tre ville, ciascuna delle quali dotata di propria autonomia, che furono in seguito distrutte: San Nicolò con 13 fuochi, San Valentino con 7 fuochi e San Cristoforo con 18 fuochi. Nel 1586 al capitano Ludovico Stefanucci apparteneva Poggio Soatto, castello nei pressi di Montemolino, il cui nome, divenuto Posoàtto, è tuttavia ricordato insieme a Torre Gallo, altra località oggi scomparsa. La rocca si presenta attualmente ben conservata e adibita ad abitazione privata: la porta, ad arco a tutto sesto, è sormontata da una lunetta con all’interno un affresco raffigurante la Vergine, San Michele Arcangelo e San Cristoforo. L’affresco fu voluto per difendere il castello: la scelta di erigere questi dipinti sulle porte di ingresso delle città aveva una valenza spirituale contro l’assalto del maligno che in quei tempi si manifestava con il ciclico diffondersi di epidemie. In questo caso la volontà è stata dettata anche da un secondo motivo; recita l’iscrizione che Antonio di Francesco, probabilmente scampato dalla furia delle acque sottostanti del fiume Tevere, per la grazia ricevuta commissionò l’opera. Il dipinto rappresenta la Madonna in trono col Bambino, alla sua destra, San Michele Arcangelo con ai piedi uno stemma che si pensa possa essere della famiglia Stefanucci ed, alla sua sinistra, San Cristoforo. La presenza di quest’ultimo è stata voluta probabilmente dal committente salvatosi dall’annegamento, infatti il santo godeva speciale venerazione presso i pellegrini, in suo onore sorsero istituzioni e congregazioni aventi lo scopo di aiutare i viaggiatori che dovevano superare difficoltà naturali di vario genere. Il patrocinio di Cristoforo era inoltre specialmente invocato contro la peste. La presenza di San Michele si spiega invece con il legame della comunità di Montemolino all’angelo-guerriero di Dio al quale, ancora oggi, è dedicata la parrocchiale.Il mastio, nel quale si aprono alcune finestre, con resti di beccatelli alla sommità, domina la struttura castellana avvolta da un’alta cinta muraria alla quale è addossato il nucleo abitativo. Oggi è di proprietà privata. Il castello è vincolato dalla Sovrintendenza ai Beni Storici dell'Umbria. Il recupero e il restauro sono stati completati nel 2005. Altri link suggeriti: http://www.umbriaecultura.it/passeggiata-montemolino/, https://www.italyhomeluxury.com/castello-in-vendita-a-todi-dell-anno-1100/

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montemolino-todi-pg/, https://www.homeaway.it/affitto-vacanze/p1163972

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montemolino-todi-pg/

sabato 13 gennaio 2018

Il castello di domenica 14 gennaio




CIVITELLA SAN PAOLO (RM) – Castello abbaziale

E’ uno tra i più interessanti esempi di architettura militare medievale della media Valtiberina, perfettamente conservato. La funzione di fortilizio militare appare chiara dalla struttura della rocca quadrilatera (lunga circa 32 metri, larga l3m e alta 20m) che presenta rafforzamento delle mura nella parte bassa; un’accentuata- sporgenza del bordo superiore delle mura; ampli merli; assenza originaria di finestre (quelle che si possono osservare sono state aperte in epoca recente, anticamente c’erano solo strettissime aperture). È probabile che in origine (X - XI secolo) vi fosse soltanto una torre (identificabile nell'attuale mastio, probabilmente dovuto alla famiglia Cenci), edificata in un luogo strategico per svolgere funzioni di vedetta e di vigilanza sui traffici fluviali, sul transito di eserciti nemici, di merci o di bestiame lungo la via Tiberina. L'incastellamento del territorio "Collinense" da parte dell'Abbazia di San Paolo (fine XI secolo), appoggiato dai papi (quasi a ribadire e confermare lo statuto di abbazia territoriale in funzione anti-imperiale e in contrapposizione con la potenza del contado sabino, allora soggetto all'Abbazia di Farfa), produsse l'effetto della costruzione a catena di torrioni e fortilizi all'interno delle mura delle cittadine soggette. Secondo un documento papale del 14 Marzo 1081, infatti, i Monaci di San Paolo ricevettero da Papa Gregorio VII il territorio di Civitas de Colonis, attuale Civitella San Paolo. Sul finire del XII secolo a Civitella San Paolo, soggetta all'investitura degli eredi di un certo Teobaldo di Cencio, tra la torre e la porta venne edificato un potente cassero (o dongione) di forma quadrata, con una torretta angolare sul lato sud-ovest. Il possesso della fortezza fu conteso, in epoche successive, dalle famiglie Cena, Orsini, Savelli e Colonna, tornò poi ai monaci di San Paolo. La conformazione del castello più o meno nelle forme attuali, si deve proprio alla ripresa e allo stabile possesso di Civitella da parte del monastero (metà del XIV secolo): un quadrilatero murario coronato da merli guelfi in aggetto su beccatelli (il Monastero di San Paolo era sotto la protezione dello Stato Pontificio quindi la merlatura del castello è guelfa, diversa da quella ghibellina a coda di rondine), porta levatoia, cortile d'armi, cisterna d'acqua e fossato. I massicci merli rettangolari hanno una distanza l’uno dall’altro sufficiente a permettere il lancio di sassi e frecce e lo scarico di olio bollente sui nemici assedianti. Un merlo si ed uno no c’è una feritoia a difensivo ed offensivo: essa serviva a vedere ed a non essere visti. Nella metà del XV secolo il castello fu dotato di un baluardo a forma pentagonale, con saliente rivolto verso la piazza e troniere interne per le armi da fuoco, eloquente evoluzione ed ultima dotazione di architettura militare dell'epoca al fortilizio. Nella muratura del castello, posizionata nel lato destro della porta, all'altezza di 15 metri dal piano del fossato, esiste ancora una serie di doppi incassi o buche pontate, interpretabile forse come tracce di un raro "castelletto a sbalzo" (hourd), con la struttura semiprovvisoria di un camminamento esterno, imbastito su mensole e puntoni lignei, oggi scomparsi. Nel 1434 Papa Eugenio IV concesse in enfiteusi i castelli di Civitella e Civitucola ai nobili Giorgio e Battista Ridolfini da Narni, con i quali aveva un debito di 5000 fiorini a titolo di stipendio per i servigi resi dai due condottieri durante la battaglia di Bracciano contro il Fortebraccio. Tale concessione fu revocata nel 1446 ma senza alcun effetto, infatti, nel 1448 i suddetti castelli furono ceduti dai Ridolfini ai Monaci di San Paolo per la somma dì 2000 ducati. Nella seconda metà del Quattrocento, nell'area compresa tra la chiesa di Santa Maria ed il castello, in aderenza con questo, si edificò il palazzetto abbaziale con cortile e doppio loggiato interno su pilastri dorici ottagonali, soffitti a cassettoni dipinti a stemmi e grottesche: si tratta di una pregevole residenza locale con caratteri stilistici squisitamente rinascimentali. L'opera fu successivamente ampliata e completata sino al 1578. Si crearono così due nuclei edilizi ben distinti: l'uno con caratteristiche civili e residenziali, l'altro con funzioni prettamente militari, comunicanti tra loro per mezzo di una porta di soccorso con saracinesca in legno ancora in situ. Dopo l'abbandono del periodo francese e sino alla caduta della Repubblica Romana (15 luglio 1849), il castello rimase disabitato; ma con il ripristino dell'Ancien Régime, tra il 1852 ed il 1857, l'Abbazia di San Paolo approntò dei restauri al complesso, per rendere più vivibile il soggiorno dei monaci e dei novizi. Proprio per questi ultimi ospiti, nella torre erano conservati degli scenari per l'allestimento di un teatrino dei burattini. Con l'occasione fu anche sistemato l'ingresso principale, preceduto da sette gradini provenienti dai marmi scampati all'incendio della basilica di San Paolo, ed apposta l'iscrizione commemorativa (1852). Nel 1924, per interessamento dell'abate Ildefonso Schuster si intrapresero nuovi restauri, in particolare fu eliminata la copertura e ripristinato il calpestio sugli spalti. Nel 1926 il Comune di Civitella San Paolo appose una lapide di bronzo commemorativa dei caduti della Grande Guerra, su un lato del baluardo pentagonale. Nel cortile d'armi è visibile una collezione di sculture ed iscrizioni di epoca romana, rinvenute nel territorio: notevole la statua di marmo raffigurante san Giacomo, dello scultore neoclassico Annibale Malatesta. Lavori eseguiti nel 1969 dai monaci con contributo governativo hanno consentito il rafforzamento della muratura esterna e dei conci. Il castello, acquisito dal Comune nel 1996, è stato restaurato tra il 1998 ed il 2000 in vista della sua trasformazione in centro polifunzionale, con progetto e direzione dei lavori da parte della Provincia di Roma e il contributo di un finanziamento regionale. Il palazzetto residenziale, che per molti anni ha ospitato le suore Battistine e l’asilo, dopo l’acquisto da parte del comune ed il restauro, è diventato, provvisoriamente, sede del municipio. Anticamente l’accesso al borgo era possibile per mezzo di Porta Capena o grazie all’ingresso principale della fortezza munito di ponte levatoio in legno, che si alzava e si abbassava sopra il fossato che girava tutt’intorno. Oggi il ponte è stabile, i cardini sono ancora visibili sugli stipiti della porta. Quest’ultima è sovrastata da un ornamento rifatto nel 1800 ad opera del muratore Giacomo Ricci, come testimonia I’iscrizione in latino sopra l’ingresso. L’ornamento presenta lo stemma di San Paolo: un braccio armato di spada; ed è sormontato dalla corona baronale, di cui furono insigniti nel XV secolo gli abati del monastero dì San Paolo dal re d’Inghilterra, protettore della basilica. Oltrepassata la porta, si accede nel cortile dove si trovano alcuni reperti archeologici rinvenuti nel territorio civitellese: due bassorilievi provenienti dalla località Miciano, uno in pietra, l’altro in marmo, forse appartenenti ad un tempio romano; un cippo funerario diviso a metà, frontone di una tomba romana di periodo imperiale, rinvenuto in località Monte lello; ed un altro cippo funerario. Sulla facciata del cortile, in occasione dei lavori di restauro del 1969 sono venute alla luce una finestra ed una nicchietta, probabilmente l’inizio di un camminamento nel muro verso la torre quadrata. Sul portoncino centrale un’iscrizione in latino ricorda che nel 1852 l’abate ed i monaci resero agibile il palazzo abbaziale, in gran parte disabitato. L’entrata immette in un ampio salone di ricevimento il cui soffitto presenta un sistema di volte in pietra e stipiti anch’essi in pietra. A tale salone sono annesse due stanze più piccole. Scendendo al disotto del pian terreno, per mezzo di una scala a chiocciola, si arriva in un salone sotterraneo, anch’esso con sistema di volte, probabilmente riservato alla soldataglia. Vi si accedeva direttamente da una porta di servizio, ora murata, che si apriva sulla scalinata di Via Verdi. Risalendo la scala a chiocciola, che ruota attorno ad una colonna di mattoni, si giunge al primo piano, dove c’è un terzo salone, avente soffitto a volte, con annesse due stanze. Salendo ancora si arriva al terrazzo. Quest’ala del castello è collegata all’altra tramite uno stretto corridoio che conduce in due stanze con alto soffitto a volte. Il castello è affiancato dal palazzetto residenziale, costruito tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, e che ingloba l’adiacente Chiesa di Santa Marìa. La maggioranza delle sale di tale edificio presenta soffitti a cassettoni di legno; quelli della stanza al piano terra sono decorati con dipinti raffiguranti putti, cornucopie e ghirlande. Il loggiato del palazzetto si affacciava forse su di un giardino pensile, poi coperto per esigenze di spazio. Altri link consigliati: http://beni-culturali.provincia.roma.it/content/il-comune-della-settimana-civitella-san-paolo, https://www.youtube.com/watch?v=fP-ZCjvK2tI (video di pelfran).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_abbaziale, http://www.romaepiu.it/castello-abbaziale/, http://www.comune.civitellasanpaolo.rm.gov.it/pagina/il-castello-medievale-0.

Foto: la prima è presa da https://imganuncios.mitula.net/trilocale_a_civitella_san_paolo_8000129484168519760.jpg, la seconda è di Flavio Abbatelli su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/332706/view. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione.

venerdì 12 gennaio 2018

Il castello di sabato 13 gennaio



SAN GIORIO DI SUSA (TO) – Castello

Il castello, situato sulla groppa morenica detta Mollare di San Giorio, formazione rocciosa che domina la media valle di Susa dove sorge il paese, è a circa 45 km dal capoluogo Torino. Spaziando con la vista da Bussoleno a Sant'Antonino di Susa, il fortilizio comunica visivamente con: il castello di Chianocco, la casaforte di Chianocco, il castello di Bruzolo, la casaforte di San Didero, la torre di Borgone Susa, il castello Borello di Bussoleno. Tra i più evidenti castelli in val di Susa per chi transita in questo territorio, i suoi resti visibili oggi, cioè la torre rotonda e l'aula affiancata, costituiscono solo una parte di un complesso molto più vasto e imponente, la cui funzione era il controllo del transito di mercanti e eserciti lungo la Valle. Sull’origine di San Giorio e del suo castello mancano dati precisi; si può ipotizzare l’esistenza di un fortilizio romano sulla collina morenica sulla quale sorge il paese, luogo di importanza strategica. Avvalorano questa ipotesi i ritrovamenti di monete dell’imperatore Massenzio e di una pietra miliare romana, che conferma l’esistenza della strada consolare romana sul lato destro della Dora Riparia. Il primo documento che cita in modo esplicito il paese di San Giorio è del 1001; in esso l’imperatore Oddone III conferma al marchese Olderico Manfredi la terza parte di Susa e di altri paesi tra i quali “Sanctus Georius”. Il nucleo più antico del castello, quello superiore, risale al X–XI secolo. Nel 1029 fu donato dal marchese Olderico di Susa all’Abbazia di San Giusto. Gli abati lo cedettero ai Bertrandi sul finire del 1200. Imponente la torre cilindrica, che sorge all’angolo nord-ovest del castello superiore: in origine nella torre doveva trovare rifugio soltanto un guardiano; si accedeva al primo piano attraverso una bertesca, oggi andata perduta, di cui rimane un troncone di trave che ha dato luogo alla tradizione del “gibet”, cioè la forca patibolare. Un documento del 1226 ci attesta che qui esisteva un ricetto per gli uomini del borgo, oltre al nucleo del castello, ma senza il maschio. Nel 1270, in un atto della Contea di Savoia riportato dallo storico Patria in uno studio molto documentato sui Bertrandi, si legge che i figli di Tommaso II di Savoia, investono Giovanni Bertrandi del feudo di San Giorio, in augmentum feudi di quello che già possedeva a Chianocco. In questo documento, fa notare Patria, si parla di una aulam cum turri. Nei disegni di Casa Savoia, infatti, il paese doveva diventare il centro di passaggio e controllo della via Francigena del Moncenisio. Nel 1330 i Bertrandi apportarono numerose e sostanziali modifiche al castello originario trasformandolo in una fortezza e costruirono il maschio. Il castello inferiore sorse nel corso dello stesso secolo e doveva essere costituito da un grande locale centrale semiaperto con funzione di cortile d’arme e da una torre quadrata. In un secondo tempo, inoltre, fu costruita all’esterno della cinta muraria una casaforte, ancora oggi esistente, con funzioni di prima difesa. Nella prima metà del XV secolo, persa gran parte della propria potenza, i Bertrandi furono costretti a cedere i loro diritti sul borgo e sul castello di San Giorio: l’11 marzo del 1410 il conte Amedeo VII investì Giovanni Aprile, detto Griffon, della metà del castello e del borgo: si iniziò la suddivisione del feudo che in seguito si spezzetterà ulteriormente. Ai Bertrandi successero diversi feudatari: i d’Avrieu, gli Aschieri di Susa, i Parpaglia di Revigliasco, i Calvo di Avigliana, i Falconery, i De Chignin di Villarbasse, i Confalonieri, i Bartolomei, gli Acquabianca, i D’Allemand, i Bonino, i Grosso di Lione, i Carroccio, Emanuele di Savoia che lo donò poi al fratello, il quale a sua volta lo passò al colonnello Ressano di Pinerolo che aveva combattuto valorosamente contro gli assalti dell’esercito di Luigi XIII. Fu poi la volta dei Canalis di Cumiana, dei Faussone di Nucetto, e infine di Giuseppe Prever, un dottore in legge giavenese che nel 1795 ottenne il titolo di barone di San Giorio. Nel ‘700 i signori locali risiedevano altrove e si facevano rappresentare da un castellano o podestà attraverso il quale amministravano il paese. Il feudo venne abolito nel 1799 in conseguenza della Rivoluzione francese. Quanto al castello, in seguito all’introduzione delle armi da fuoco ed al mutamento della tecnica d’assedio, subì alcune modifiche che tuttavia non ne alterarono l’aspetto: ampliato nel XV secolo con il rafforzamento della potenza difensiva della costruzione, ristrutturato nel 1640, il maniero non venne però adeguato ad affrontare i cannoni e alla fine del XVII secolo decadde in modo definitivo. In quel luogo si accamparono nel 1690 ventimila uomini dell’Armata di Vittorio Amedeo II, diretti a Susa per difendere la città dai Francesi. E nel 1691 le truppe del generale Nicolas de Catinat de La Fauconnerie presero d’assalto tutta la zona incendiando, distruggendo e facendo molti prigionieri. Il castello venne quasi completamente distrutto. Ormai obsoleto nelle sue strutture medievali, non venne più ripristinato, acquisendo nel frattempo importanza strategica il Forte della Brunetta, e le sue macerie vennero usate come materiale da costruzione. Abbandonato per alcuni secoli dopo le distruzioni del Catinat, è stato ristrutturato negli anni '70 del XX secolo e poi ancora nel primo decennio del XXI. Parte dell’edificio del castello superiore è stata recentemente ricostruita ed adibita ad abitazione dai proprietari. Nel 2001, a cura di nove associazioni locali, è stata predisposta l’illuminazione del sito. Nella spianata a ovest del castello si svolge tradizionalmente la manifestazione della Soppressione del Feudatario. Oggi, il castello è di proprietà privata e contiene un Risto-Pub aperto al pubblico in orari definiti (http://www.feudosangiorio.it/). Il castello è dominato dalla mole della torre rotonda del X secolo, sopravvissuta insieme a resti della cinta muraria; invece il castello inferiore del XV secolo è ridotto a pochi ruderi. Secondo uno studio del 2005, alcuni documenti quattrocenteschi descrivono il castello superiore come costituito da un maschio, un'aula grande con torre rotonda, una camera bassa, una loggia e una corte. Il maschio era alto 26 metri secondo alcune testimonianze. I muri perimetrali originali delimitano ancora la grande aula a fianco della torre rotonda, un camera più piccola e il cortile con portale di ingresso sul vallo lato est. L’area fortificata, ad oriente dell’attuale chiesa parrocchiale, era circondata da un muro di cinta, oggi quasi scomparso. La chiesa parrocchiale fu riedificata nel XIX secolo e dell’antica chiesa rimane il solo campanile romanico, risalente al secolo XI, che termina con due piani di bifore. Al castello superiore si accede per mezzo di una strada che si diparte dalla antica “via francigena” che attraversa l’abitato dopo aver fiancheggiato il lato meridionale della collina. La porta principale, anticamente difesa da un’antiporta quadrilatera e merlata, è sul lato orientale, mentre sul fianco sinistro c’è un’angusta postierla. Oltre la porta vi è uno spazioso cortile chiuso da un muro eretto sul ciglio roccioso del colle. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=0HwwbhUuiRA (video con drone di Nicola Patruno), https://www.youtube.com/watch?v=HKt_aCOU8JU (video di bouyou)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_San_Giorio_di_Susa,
http://archeocarta.org/san-giorio-susa-to-castello/, https://prolocosangioriodisusa.jimdo.com/homepage/il-castello/

Foto: la prima è di Marco Girard su https://www.panoramio.com/photo/66283245, la seconda è presa da http://www.cmavs.it/san_giorio.asp

Il castello di venerdì 12 gennaio




ROMANO D'EZZELINO (VI) - Castello

Il riferimento a "Ezzelino" nel nome di questa località riguarda la famiglia degli Ezzelini che dopo il 1199 qui si trasferirono da Onara. Il potere raggiunto da Ecelo II "il Monaco" e dai due figli (Ezzelino III da Romano e Alberico II o Alberico da Romano) fino al 1260 fu tale che furono ricordati anche come "da Romano". Romano d'Ezzelino viene citato nel Paradiso della Divina Commedia (c. IX, v. 25), dove Dante Alighieri, guidato da Beatrice, arriva nel cielo di Venere. Il Colle è un riferimento al Col Bastia, dove oggi è visibile una torre campanaria a base circolare in ricordo dell'antica fortezza dei Da Romano. L'attuale Torre venne eretta nel 1827 progettata da Giovanni Zardo, discendente dei Canova. Oltre alla Torre Ezzelina, sul Col Bastia vi sono l'antica chiesetta di Romano e il monumento a Dante Alighieri, ove son riportate le terzine del Paradiso. Il castello era la principale residenza della famiglia Da Romano dopo la distruzione del precedente castello di loro proprietà a Onara. Esso venne donato alla famiglia dall'imperatore Corrado II all'epoca della sua discesa in Italia. Il capostipite degli Ezzelini, Ecelo, ricevette come ricompensa per la sua fedeltà i feudi di Romano, Onara e Godego. Il Castello di Romano era situato sul Col Bastia, colle in posizione strategica posto ai confini settentrionali del paese. Suddetto colle è veramente strategico: è infatti dotato di lievi pendii sul lato meridionale e di ripidi burroni su quello settentrionale, lato sul quale si trova il sentiero di accesso. Inoltre, la sua posizione permetteva di osservare molto del territorio circostante, prevalentemente pianeggiante. Secondo i recenti ritrovamenti e le testimonianze dell'epoca, la rocca era praticamente inespugnabile. L'immagine più antica, e anche l'unica, riferibile al Castello di Romano risale al XV secolo. È rappresentato in modo piuttosto semplice in una cartina del territorio veneto. Il Castello è rappresentato col toponimo Roman ed è raffigurato come se fosse costituito da una cinta muraria con quattro torri agli angoli, di cui una maggiore delle altre. Questa torre è rappresentata anche come ingresso, infatti alla sua base si nota un alto arco con saracinesca. Risulta inoltre essere strutturata in più piani, vista la disposizione delle finestre. Sulla cima sorge un ballatoio merlato. È l'unica immagine disponibile del castello, se si escludono le rappresentazioni settecentesche delle rovine. Un'altra possibile ipotesi è quella di Giambattista Verci nel più recente Storia degli Ecelini, che dice: « Gli Ecelini abitavano di frequente nel Castello di Romano. Colà v'era un castello per natura e arte quasi inespugnabile; perché la collina a levante, a mezzodì, e a ponente è molto ripida e malagevole da salirsi, e dalle poche vestigia che appariscono, desumesi quanto il Castello era da ogni parte ben munito a lunga resistenza. Avea figura quadrangolare con doppio recinto di grosse mura, e l'esterno oltre alcune torricelle aveva a mezzodì uno sporto ad angolo acuto fornito di un forte baluardo. Tra l'uno e l'altro recinto v'erano le abitazioni per la guarnigione. Dentro il secondo cerchio poi sorgeva il Palazzo oltre a una ragguardevole torre, della quale ancora si veggono le fondamenta. L'ingresso era dalla parte di settentrione, dove al presente è la Chiesa Parrocchiale, munito ancor questo di validi baluardi e di torri; e per avvicinarsi bisognava superare per angusti viottoli d'erta, e la disuguaglianza d'altre più basse colline; il che giovava non poco a render più forte il castello, perché potevasi in molti siti e con isbarre, e con altri ripari impedir l'ardito all'inimico. Questo castello fu distrutto dopo la morte di Ecelino III. ». Naturalmente non vi sono prove che il castello sia andato distrutto dopo la morte del tiranno. Se l'ipotesi della distruzione del castello in seguito alla sconfitta ezzeliniana è dubbia, è invece confermata la ricostruzione o il riutilizzo del maniero. Nel 1329, sotto la dominazione scaligera, un documento ne attesta l'appartenenza al capitano Dal Verme, castellano di San Zenone. Nel 1339 il castello venne occupato dai Veneziani, dopo la conquista del Veneto da parte di questi ultimi. Nel 1370 è invece documentata la ricostruzione o almeno il potenziamento delle strutture castellane sul colle Bastia. Questo restauro non deve essere servito a molto, infatti, nel 1379, il castello risulta essere assediato e incendiato dai Carraresi. I Veneziani riconquistarono la pedemontana nel 1388 ma il castello di Romano venne abbandonato in quanto non adatto alle nuove tecniche di difesa e forse nuovamente distrutto. Quattordici anni dopo, nel 1402, il castello sul Colle Bastia risulta essere in avanzato stato di rovina. Non è esclusa la possibilità che altre "bastie" siano sorte sul colle nelle epoche successiva. Per questa ragione il Verci, nel XVIII secolo, potrebbe aver scorto qualche tratto murario, ma avrebbe anche integrato la struttura delle bastie più recenti nella descrizione della bastia ezzeliniana. Il Colle Bastia mantiene più o meno le caratteristiche assunte nel XVIII secolo. Sulla sua cima sorgono il cimitero, la torre e il monumento a Dante. Per quanto riguarda il castello medievale, è possibile scorgere resti murari lungo il viale di accesso al monte, nei basamenti della torre e sotto il monumento a Dante. È inoltre molto facile trovare ciottoli e laterizi risalenti alla struttura castellana appena sotto l'erba. Oggi a simbolo di quel castello c’è una torre (chiamata anche Ezzelina) rotonda e crestata, costruita nel 1827 su progetto di Giovanni Zardo, uno dei prestigiosi discendenti del Canova. Ogni anno, durante il periodo del Palio di Romano, sul colle si tengono rievocazioni medievali, soprattutto della vita di Ezzelino III da Romano. Molte sono le leggende che si sono tramandate intorno all’antico castello di Ecelino andato distrutto. Si racconta che..
"Sotto alla Chiesa di Romano alto c’è una caverna in cui è rinchiusa l’anima di Ecelino, custodita da due demoni e davanti a quella caverna si vede talora un lumicino, che è nè più e nemmeno che l’anima del tiranno scomparso.
Li sotto egli gira di notte, acompagnato da torce. Qualche volta i due diavoli lo lasciano uscire, non senza prima avergli levato la lingua, gli occhi e le unghie; allora, passando per il buco della serratura, entra nella Chiesa, accende tutte le candele e si mette a salmeggiare e chi sta fuori, lo sente gridare.
Qualche notte d’inverno gira per le strade di Romano, solo e pensoso, colla barba rossa e col muso da cane.
Sotto la Chiesa ha le sue stalle, nelle quali strepinano i suoi cavalli indiavolati e in quelle ampie caverne son nascosti barili di monete d’oro, d’olio e di vino. Infine qualcuno racconta che Ecelino s’aggira intorno al colle di Romano ed a mezzanotte, fischiando, ululando e scuotendo le catene, precipita entro un buco nel Cimitero ritornando all’inferno". Lo stesso poeta bassanese Iacopo Vittorelli nel 1809, non scampò alle credenze popolari intorno al mistero di Ecelino e alla sua grande suggestione, tanto che a tal proposito colse l’occasione per spaventare suo fratello l’Arciprete Don Paolo Vittorelli, il quale doveva andare ad abitare la canonica, vicino alla Chiesa, ove la notte Ecelino, soleva per vie sotterranee, entrare e rubare tutto ciò che vi era di buono e così scrisse un sonetto che gli fece trovare sul tavolo…
“Se fra il silenzio della notte oscura,
Quando nel sacro ovil tace l’armento
Odi per l’aere un gemito ed un lamento
Che sembri annunziator d’alta sciagura
Se fra le cupe e solitarie mura
Vedi girar un’ombra a passo lento
Non ti sorprenda gelido spavento
Chè della tua salvezza il Cielo a cura
Questa magion, tu pastorla soggiorno,
Cinta da fosce sotterranee grotte
Fu dell’empio Ecelino asilo un giorno
Qui vien l’orrdo spettro a mezzanotte
E va girando e sospirando intorno
Fin che s’apre l’abisso e lo ringhiotte”.

Altri link utili: https://www.magicoveneto.it/Bassano/Ezzelini/Romano-d-Ezzelino-Colle-Bastia-Torre-Dante.htm, http://www.youreporter.it/video_LA_MITICA_TORRE_EZZELINA_A_ROMANO_D_EZZELINO

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Romano_d%27Ezzelino, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_degli_Ezzelini_(Romano_d%27Ezzelino), https://www.peperonciniamoci.it/forum/topic/32037-romano-dezzelino-col-bastia-chiamato-anche-colle-di-dante/

Foto: la prima è di Roberto Frison su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_degli_Ezzelini_(Romano_d%27Ezzelino)#/media/File:Col_Bastia.jpg, la seconda è presa da https://www.magicoveneto.it/Bassano/Ezzelini/Romano-d-Ezzelino-Colle-Bastia-Torre-Dante.htm

giovedì 11 gennaio 2018

Il castello di giovedì 11 gennaio



SANT'ELIA A PIANISI (CB) - Castello

Il castello di Pianisi sorgeva sull'omonima altura nei pressi del fiume Fortore, ubicata a circa 3,7 km a nord-ovest dell'abitato di Sant'Elia a Pianisi, dove l'insegnamento di Archeologia medievale e Cristiana dell'Università degli Studi del Molise ha eseguito tre campagne di scavi tra il 2013 e il 2015, finanziate dalla locale Amministrazione Comunale. È dotato di una particolare edificazione con pietre. La tradizione locale lo vuole distrutto nel 1598, ad opera degli spagnoli. Il sito era già noto per la presenza in superficie di reperti archeologici, tra cui una moneta del Primo Imperatore del Sacro Romano Impero e fondi di coppe in protomaiolica (XIII-XIV secolo). Gli scavi hanno messo in luce ampi tratti dei muri di costruzione del terrazzamento superiore, la grande torre cilindrica, che sovrastava l'abitato dominando l'area circostante, nonché i resti della Chiesa di S. Maria ''in Planisi''. L'edificio, con grande abside e una possente torre campanaria, è costruito con bozze molto regolari prive di tracce di lavorazione, tranne pochissimi casi, a testimonianza di una tecnica di estrazione a spacco che seguiva le fenditure del materiale nella cava. La roccia calcarea, di probabile estrazione locale, è molto friabile, tant'è vero che in molti punti si sfalda e si disintegra. La copertura, stando ai numerosi coppi, trovati negli strati di crollo, doveva essere costituita da falde. Dall'edificio, che venne sconsacrato nel 1701 dall'Arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini, ovvero Papa Benedetto XIII, sono stati prelevati il fonte battesimale oggi inglobato in una fontana pubblica a Sant'Elia a Pianisi e il rilievo duecentesco attualmente murato nella facciata della Chiesa di San Rocco. Al momento, in attesa di completare l'esame dei materiali archeologici recuperati nel corso degli scavi, si può solo anticipare che il tratto sud-est del muro di sostruzione del terrazzamento superiore cadde in disuso forse entro il XVI secolo, epoca alla quale risalgono i frammenti di una brocchetta in ceramica graffita trovati tra i resti del muro. Un utile elemento per la datazione del crollo della chiesa è fornito, invece, dal boccale in maiolica rinvenuto, in frammenti, ai piedi del perimetrale destro dell'edificio. Ci sono ipotesi storiche di datazione dell'abbandono di Pianisi agli inizi del Trecento o alla prima metà del Cinquecento. La prima attestazione del toponimo Pianisi ricorre in un diploma di Papa Pasquale I (817-824), trascritto nel Chronicon Vulturnense nel XII secolo; il pontefice conferma all'Abbazia di San Vincenzo al Volturno il possesso, tra gli altri beni, dell’Ecclesiam Sancte Marie in Planisi che sarà confermata dai suoi successori Papa Marino II (944) e Papa Niccolò II (1059) nonché dagli Imperatori Ottone I di Sassonia (962), Ottone II di Sassonia (983), Enrico II il Santo (1014) e Corrado II il Salico (1038). Il castello di Pianisi è documentato dal giugno 1008, allorquando il Signore di Pianisi concesse un terreno al monastero di San Pietro Apostolo di Ostuni su cui fu costruito il Castello di Pianisi nel quale egli risiedeva; la Cartula offertionis ("la Carta dell'oblazione per l'Anima") costituisce, però, un falso non anteriore alla fine del XII secolo. Del castello di Planaci (o Planati) si ha notizia in due atti del 1053 Chartularium Tremitense relativi a possedimenti del monastero delle Tremiti. Nella seconda metà del XII secolo il feudo di Planesium, equivalente ad un milite, apparteneva ad Altruda moglie di Thalenasio. Il castello di Pianisi è menzionato in numerosi documenti redatti dalla Cancelleria angioina (oggi presso l'Archivio di Stato di Napoli) negli anni sessanta e settanta del Duecento; in quel periodo il Castrum Pianisii, appartenuto a Ruggiero I di Sambiase, appartenne nel 1269 a Jean de Nanteuil, aveva un valore di 30 once d'oro, e a lui gli abitanti dovevano, come uso versare la colletta "pro indumentis". Nel 1276 fu concesso dal re Carlo I d'Angiò a Tipaldus Alamannus, Signore di Centocelle. Nella sua prima fase di vita il castello era costituito da una struttura molto semplice, in pochi anni, fu ampliato tutto il complesso e creato le fortificazioni militari, con innovativi sistemi difensivi, facendo realizzare anche alcuni ambienti di carattere residenziale e stabilendo una tassa per le popolazione del territorio che ricevevano la sua protezione militare. Secondo alcune fonti il castello sarebbe stato distrutto dal sisma del 1306. Pervenne poi ai Gianvilla, cui seguì la famiglia dei Di Sangro. Il feudo di Pianisi nel 1469 appartenne a Giovan Francesco de Pistillis di Campobasso. Dal 1495 il castello di Pianisi fu concesso da Re Ferdinando II al signore di Pietracatella Bartolomeo di Capua, nono conte d'Altavilla. Da allora seguì le sorti del vicino feudo di Sant’Elia: nel 1556 fu acquistato dai de Gennaro, nel 1565 dai Brancia e nel 1610/11 dalla famiglia della Palma che lo tenne, col titolo di duca, sino all’eversione della feudalità nel 1806. Altri link di approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=w_Gn3Zskx80 (video di PasseggiateCampane), http://www.comune.santeliaapianisi.cb.it/po/mostra_news.php?id=231&area=H

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Pianisi

Foto: entrambe prese dalla pagina Facebook " Castello di Pianisi a Sant’Elia a Pianisi - Campobasso" (https://www.facebook.com/pianisi/)