sabato 18 novembre 2017

Il castello di domenica 19 novembre



MARA (SS) – Castello Doria di Bonu Ighinu (o Bonvehi)
Il castello di Bonvehì o Bonu Ighinu (Sardo “Buon Vicino”), abbandonato dalla prima metà del XV secolo, è descritto come un rudere nel 1580, quando lo storico G. Fara ne diede notizia citando anche il borgo medievale (Bonvicinus Castrum) che si estendeva ai suoi piedi, nei pressi della chiesa di Punta Santa Caderina. Fu costruito nel tardo XIII secolo dalla famiglia genovese dei Doria - che era riuscita consolidare la propria presenza nel nord ovest della Sardegna - contemporaneamente a quello di Monteleone in un’epoca nella quale il territorio fu rinforzato con la fondazione di una rete di castelli, residenze fortificate e simboli del potere. Assolveva al ruolo di avamposto militare in quanto sorge su un’altura strategica che gode di ottimo dominio visivo . Una possente cortina muraria cingeva uno sperone roccioso: se ne conserva un tratto ad angolo sul lato settentrionale della cima, dal quale attualmente vi si accede attraverso un varco creatosi fra i numerosi crolli che non ne rendono leggibile lo sviluppo planimetrico. Un accesso era protetto da una torre circolare della quale si conserva parte dell’alzato, tracce di fondazioni accanto alla cortina sembrano riferirsi a una seconda vedetta. All’interno si localizzano due cisterne, una più in alto, presenta pianta rettangolare e si chiude con volta a botte, l’altra a una quota inferiore, si localizza nel versante sud ovest. Alterne vicende di guerra videro la roccaforte, ora in mano Arborea, ora ai Doria, ed infine agli Aragonesi. Nel 1435-36, il Castello assieme a quello di Monteleone, fu smantellato dagli aragonesi, aiutati nell'impresa da cavalieri provenienti soprattutto da Alghero. Uno di essi, un certo Pietro di Ferreras, in cambio dei servizi prestati al sovrano, ottenne le ville e i territori di Mara e Padria, con diritto di amplificazione e di abilitazione delle femmine alla successione del feudo. Altri link suggeriti: http://wikimapia.org/13052873/it/Castello-di-Bonvehi-o-di-Bonuighinu#/photo/3141567, https://www.youtube.com/watch?v=iVdFoOZptbc (video di Mariano Cazzari), http://www.lamiasardegna.it/files/mara.htm

Foto: entrambe di giupetre su http://mapio.net/a/67872352/?lang=ja



Il castello di sabato 18 novembre




BAGNO DI ROMAGNA (FC) – Castello di Corzano

Corzano è un antico e potente borgo con castello posto sulla cima del colle omonimo (mt.676).
La sua posizione, nel punto in cui si uniscono le strade che provengono da Forlì (Romipeta) e da Cesena (Sarsinate), ne fece nell'antichità un maniero di grande importanza strategica. Già di proprietà dei conti Guidi, poi dei Gambacorta ed infine sotto il dominio di Firenze, nel 1527 fu quasi completamente distrutto dai Lanzichenecchi, che al comando di Carlo di Borbone marciavano su Roma. Dell'antico castello restano imponenti ruderi, caratteristica la porta ad arco aperta sul vuoto, che si affaccia verso l'abitato di Bagno di Romagna. Le prime notizie su questo monumento appaiono nelle Descriptio Romandiole, fatte stilare dal cardinale Anglic Grimoard de Grisac, fratello del papa Urbano V. Il castello, o meglio, al tempo ancora castrum, ci appare posto su un colle circondato da una cinta di mura, con un’alta e forte rocca che domina l’intera Valle del Savio e posta a guardia delle vie di comunicazione. Corzano non è altro che una delle tante rocche che costellano e delimitano il territorio dei conti Guidi, dominatori della regione nel tardo 1300, e che difendono i piccoli borghi posti ai loro piedi, nel nostro caso Burgus Sancti Petri, che poi diventò San Piero. Corzano visse un periodo relativamente tranquillo fino al 1400, quando, dopo aver sconfitto le truppe fiorentine ad Imola, un comandante di Ventura al soldo del duca di Milano, Agnolo della Pergola, decise di assediarlo. Dopo varie peripezie, Corzano venne conquistato e il comando del castello passò nel 1433 ai Gambacorti. Nel Cinquecento il castello, e soprattutto il borgo sottostante, erano una comunità laboriosa in continua espansione, e particolarmente famoso era il suo mercato, aperto a tutti gli scambi. Ma nel 1527 arrivò in queste terre il Borbone, comandante dei Lanzichenecchi, diretto verso Roma, e passando per Corzano lo assaltò per rifornirsi di viveri. Dai documenti dell’epoca, sembra che la rocca non sia stata distrutta, ma soltanto danneggiata, e con poche spese la si potrebbe restaurare. Difatti nel 1538 tal mastro Brandanio venne pagato per riassestare la rocca. Negli anni successivi però il castello perse la sua importanza e prima venne usato come magazzino, poi fu completamente abbandonato, poiché ormai S. Piero si era dotato di un castello suo. Corzano subì un lento declino, fino ai giorni nostri. Sono rimaste soltante poche rovine oggi, oltre alle gallerie del castello, prive di qualsiasi valenza artistica. Ciò che conta, quando si parla di Corzano, non è la bellezza del castello o lo stile in cui è stato costruito ma è il suo rapporto con ognuno degli abitanti di quei luoghi, un rapporto intrinseco e inscindibile. Il castello infatti è sempre stato vicino ai sampierani, custodendoli dall’alto per più di 8 secoli, silenzioso e immobile. In quelle mura rovinate e abbandonate si riconosce l’origine di ciò che è ora S. Piero, la sorgente del patrimonio culturale e popolare degli abitanti. Altri link suggeriti: http://www.cairavenna.it/wp-content/uploads/2014/10/AG_2014-10-26-Cenni-storici.pdf,

Fonti: http://www.appenninoromagnolo.it/castelli/corzano.asp, testo di A. Castigliego su http://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=corzano&prod=castello-corzano,


Foto: la prima è presa da http://www.appenninoromagnolo.it/foto/bagno/foto/corzano1.jpg, la seconda è presa da https://www.minube.it/posto-preferito/ruderi-di-corzano-a904611

venerdì 17 novembre 2017

Il castello di venerdì 17 novembre







CEPAGATTI (PE) - Castello Marcantonio e Torre Longobarda

La torre ed il castello furono edificati durante la dominazione longobarda sulle basi di una villa romana preesistente: due mondi e due grandi storie si sarebbero così in qualche modo fuse per restituirsi ad oggi quali simbolo del paese. Allora il castello era un punto di passaggio fondamentale e chiunque si recasse di qui doveva pagare una sorta di pedaggio, tanto che la leggenda popolare vuole che dal “ci pagate”, proveniente dalle voci della guarnigione del forte, derivi l’attuale nome di Cepagatti. Secondo altre ipotesi le origini del nome si possono far riferire ai termini latini captus pagus (villaggio conquistato), cis pagus teatis (villaggio al di qua di Teate “Chieti”), o ancora alla parola “ceppaia”, che starebbe ad indicare un luogo ricco di fascine di rami secchi. Oggi però di quell’epoca resta di originale solo il torrione quadrato meglio conosciuto come la Torre Alex, dal nome di uno dei signori di Cepagatti della famiglia dei Valignani, che fu in epoca successiva inglobato in un’altra costruzione fino a prendere le caratteristiche odierne. La Torre Alex, probabilmente risalente al VI – VII secolo, dalle possenti mura larghe 3 metri e con i suoi 24 metri d’altezza, sovrasta tutta la zona circostante ed è il simbolo del paese di Cepagatti. Fu realizzata quale presidio dell’incrocio viario, nascendo dunque già in epoca bizantina quale punto di difesa del porto di Aternum (Pescara). Si vuole come torre di segnalazione allineata con l'altra sita, un tempo, in località Forca di Penne. Costruita in laterizio, si alza su quattro livelli e si conclude con un camminamento perimetrale e vano centrale con tetto a quattro falde, realizzato nel corso del XX secolo. Fino a questa data, il camminamento era a cielo aperto e protetto da merli. La torre è fondamentalmente legata al Castello Marcantonio, che fu ampiamente rimaneggiato nel 1346. Di proprietà degli Angioini, Isabella di Lorena assegnò il feudo a Chieti. Il castello nel XVIII secolo è stato ristrutturato e ha mantenuto la conformazione rinascimentale, con merlature e beccatelli. Ha pianta rettangolare ed è collegato alla torre con un arco urbico decorato da merli. Il palazzo baronale ha una cornice marcapiano con oblò di varie pietre preziose di diverso colore. L'interno ha una grande sala centrale e arcate a tutto sesto. In questo angolo dove il tempo ha lasciato la sua decisa impronta, si sono susseguite le vicende delle famiglie feudatarie del paese, la più importante delle quali fu proprio quella dei succitati Valignani, i quali ereditarono il feudo nel 1458 per successione di Antonio Profeta. La famiglia abitò il castello per circa quattro secoli contribuendo ad arricchire il paese e tutto il territorio circostante, modernizzandone l’economia attraverso il disboscamento dell’area e la concessione di  terreni ai contadini. Nel 1632 divenne signore di Cepagatti Alessandro Valignani, al quale quasi certamente fa riferimento il nome della Torre. Alla sua morte il feudo passò prima a Giacomo e poi a Federico, cui si può ricondurre la lapide datata al 1730 e conservata nell’atrio nel castello sulla quale si cita ad un restauro avvenuto proprio in quell’anno in occasione delle nozze di una delle figlie di Federico con il Duca Don Cesare Monticelli Della Valle. All’epoca di Federico inoltre risale uno dei periodi più floridi dal punto di vista culturale, dato che il marchese fu un illustre membro dell’accademia dell’Arcadia e, sotto lo pseudonimo di Nivalgo Aliarteo, fondò a Chieti nel 1720 la colonia “Tegea”  dell’Arcadia Romana, nella quale furono chiamati a raccolta i principali esponenti dell’aristocrazia e della cultura del capoluogo teatino. Anche Cepagatti dunque, in quanto feudo dei Valignani, dovette di sicuro subire l’influenza di un periodo così vivo e pieno di fermenti culturali. Per eredità infine, dal momento che Federico morì senza figli maschi, il castello passò ai Della Valle che furono i suoi legittimi successori visto il matrimonio di Anna Ninfa, una delle figlie di Federico, con uno degli esponenti della succitata famiglia. Attualmente la struttura, di recente restaurata con cura e molta attenzione riservata alla valorizzazione storica, appartiene alla famiglia Marcantonio che l’acquistò nel 1904 nella persona di Camillo a nome dei figli Ireneo e Nicola. La storia millenaria del castello è raccontata dalle opere murarie che testimoniano l’evolversi della struttura nel corso dei secoli. Il castello, infatti, sorge sui resti di una villa di epoca romana e ne ha conservato intatte le cisterne e le mura inferiori, mirabile esempio di “opus reticulatum”. Il corpo principale, oggi articolato su quattro livelli con una superficie totale di circa 1.600 mq, ha subito nel corso del tempo diversi restauri che ne hanno preservato l’autenticità. Oggi l'edificio è stato riconvertito al fine di poter ospitare cerimonie, matrimoni o incontri d’affari dove è possibile respirare la storia ad ogni angolo, in un’atmosfera unica ed affascinante.. L’arco che collega la torre al castello, una delle dimore storiche più belle di questa zona d’Abruzzo, era l’antica porta di accesso al paese. Completa la struttura la suggestiva chiesetta di San Rocco, costruita dai Valignani per ringraziare il Santo di averli salvati dalla peste del 1657. Recentemente, durante lavori di scavo nei pressi della torre, sono state scoperte grandi anfore olearie romane. Altro link suggerito:https://www.youtube.com/watch?v=PAGHSptrWYQ (video di Matrimonio.com).


Fonti: http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torrepe&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr4792&tom=792, https://it.wikipedia.org/wiki/Cepagatti, http://www.castellomarcantonio.it/index.php (sito web ufficiale), http://www.tesoridabruzzo.com/cepagatti-feudo-della-storia-dabruzzo/#sthash.MaQaOICA.dpbs

Foto: la prima è presa da https://cdn0.matrimonio.com/emp/fotos/9/0/2/7/810-7979_2_149027.jpg, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/pescara/cepagat01.jpg; infine, la terza, relativa alla sola torre, è presa da http://www.regione.abruzzo.it/#  

giovedì 16 novembre 2017

Il castello di giovedì 16 novembre






SIENA - Castello di Belcaro

Fu fondato da un certo Marescotti intorno al 1190; le prime notizie sulla sua esistenza si trovano in una pergamena del 1199 all'archivio di Stato di Siena, che ne ricorda i proprietari, Guido e Curtonecchia di Marescotto. Sulle origini del nome esistono solo leggende: una dama del castello, attendendo il ritorno del suo sposo dalla guerra e passeggiando sulle mura con il suo bambino in braccio, nello scorgere il marito all'orizzonte avrebbe proteso le braccia verso di lui, facendo cadere il bimbo nel giardino sotto le mura. Per questo la donna avrebbe esclamato rivolta verso lo sposo: «Sei bello, ma mi costi caro!». Da allora il castello fu chiamato "Belcaro". Nel 1258 è ricordato da Sigismondo Tizio uno scontro tra guelfi e ghibellini che ridusse in rovina il castello; successivamente nel 1269 venne distrutto ancora. Nel Trecento passò alla famiglia Salimbeni, i quali ne rivendettero le macerie ai Salvini nel 1375. Nanni di ser Vanni, appartenente a quest'ultima famiglia, ne fece dono nel 1376 a santa Caterina da Siena, che lo fece trasformare in un convento per le monache, con il nome di Santa Maria degli Angeli. Non passò molto tempo che il castello tornò in possesso dei Salvini, i quali lo vendettero nel 1408 ai Bellanti, che lo restaurarono. Nel 1525 venne acquistato dal banchiere Crescenzio Turamini, la quale gli dette la sua forma attuale. Il restauro e la riedificazione furono affidati a Baldassarre Peruzzi, come testimonia anche un progetto conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. In realtà non è chiaro quanto resti oggi del progetto originale del Peruzzi, sebbene alla sua mano siano riferibili alcuni affreschi all'interno della villa, come il Giudizio di Paride. Nel 1554 fu assalito dall'esercito imperiale di Carlo V che combatteva contro i senesi dopo essersi alleato con l'esercito francese, capitanato dal duca di Belforte. Il castello divenne di proprietà di Cosimo I de' Medici, come ricorda una lapide apposta sulle mura; fu il suo parente Giangiacomo de' Medici ad occuparsi della ricostruzione. Quest'ultimo, che era Marchese di Marignano, utilizzò il castello come base per l'assedio che poi portò alla caduta di Siena con la conseguente sua annessione a Firenze. Nel 1710 il castello fu acquistato dalla famiglia Camajori che, nel 1802, ne commissionò il restauro all'architetto Serafino Belli, rifacendo la facciata della villa interna in stile neorinascimentale. Nel 1944 il castello fu sequestrato dalla truppe tedesche che ne fecero un ospedale militare. Subì vari danni, restaurati poi dal proprietario Giuseppe Lapo Barzellotti. Gli importanti restauri, dentro e fuori la villa, ne fanno oggi uno dei castelli meglio conservati di tutta la provincia di Siena. Il complesso è interamente compreso in una cinta muraria a forma di cuneo, ed è composto da vari edifici che si articolano attorno a tre spazi aperti: un giardino e due corti. Il portale di accesso, protetto da due piombatoi e a sinistra da un torrione semicircolare con due archibugiere, si trova sul lato ovest. Immette nel primo cortile, di stile medievale e forma triangolare, dove si affacciano i locali di servizio addossati alla fortificazione e alla villa e caratterizzati da terminazioni aggettanti su archetti pensili e mensole in laterizio. Attraverso un'apertura ad arco ribassato, si giunge nel secondo cortile, quello principale, in stile rinascimentale e lastricato in cotto a spina di pesce. Sul cortile principale si affacciano l'edificio padronale, che si sviluppa su tre piani ed ha forma rettangolare, e la casa del custode, un tempo usata dai servitori. La forma rettangolare fu creata in un intervento dell'architetto Partini del 1865-70, che creò i due paramenti-filtro confinanti rispettivamente col cortile di accesso e col giardino, e la casa di servizio, che si ispirò ai disegni del Peruzzi, sebbene su scala leggermente ingrandita. Qui, vicino al passaggio verso il giardino, si trova anche il pozzo. Il prospetto principale della villa, affacciato sul cortile e opera neoclassica di Serafino Belli, mostra tre ordini con otto assi di aperture: al piano terra, coperto da bugnato, si trovano portali incorniciati e di foggia varia (ad arco a tutto sesto o architravati), oltre ad alcune aperture sono tamponate. Qui una lapide marmorea ricorda la visita di Margherita di Savoia. Ai piani superiori le finestre mostrano timpani curvilinei e, all'ultimo piano, architravi. Cornici marcadavanzale corrono lungo tutto l'edificio, con particolare cura nel disegno di quella al secondo piano. Il cornicione a dentelli fa da base alla copertura a padiglione di scarso aggetto. L'edificio di servizio sul lato opposto mostra due livelli e prospetto classicheggiante, con tre aperture timpanate a sesto scemo (al centro) o triangolari (ai lati). Dentro la villa la decorazione più illustre è l'affresco del giudizio di Paride, realizzato da Baldassarre Peruzzi. Dietro al giudice-pastore si possono notare le Grazie, ognuna con un vaso diverso. Paride siede sopra uno scoglio, in mezzo alle tre contendenti, ognuna delle quali è contraddistinta da un diverso uccello: il pavone per Giunone, la civetta per Minerva e la colomba per Venere. Quest'ultima appare sorridente e sicura della sua vittoria. In lontananza, tra le nuvole, si può scorgere il consiglio degli dei sostenuto dalle spalle di Atlante. Quasi metà dello spazio interno alle mura è occupata dal giardino, che confina per tre quarti con le mura stesse. Il giardino, situato in uno spazio di forma trapezoidale, comprende a sinistra la cappella, e nella parte terminale un loggiato ad arcate affrescato con figure, ghirlande di fiori, frutta e uccelli. L'area verde progettata dal Peruzzi, come giardino segreto separato da un orto, è attualmente divisa in sei aiuole bordate di bosso e decorate con arbusti. Originariamente l'ingresso all'orto e al giardino non avveniva tramite il muro, che costituiva una quinta architettonica per il cortile rinascimentale, ma per mezzo di un'apertura sul lato estremo delle mura. Il Peruzzi, incidendo lungo la cinta muraria un passaggio perimetrico, creò un singolare percorso sopraelevato, che separa il giardino dal bosco di lecci attorno al castello. All'interno del giardino vi è anche una limonaia. La cappella, intitolata ai santi Giacomo e Cristoforo, ha l'esterno semplice, con facciata a capanna timpanata e arricchita da due lesene ai lati e da un San Jacopo a robbiana nel timpano. Sopra la porta d'ingresso, semplicemente architravata, si trova un oculo circolare. L'interno è ad aula unica, coperta a botte, e completata da un'abside dietro l'altare. Interamente affrescata, ha alle pareti finte specchiature marmoree e grottesche a monocromo su sfondo dorato in larga parte frutto dei restauri ottocenteschi. Nella volta, divisa in scomparti, sono dipinti agli angoli coppie di angeli che reggono un candelabro con la fiaccola accesa; sui lati i quattro evangelisti con i rispettivi simboli, e al centro uno stemma araldico. Sull'abside si trovano dei santi a tutta figura, san Pietro e san Paolo, affiancati da riquadri con scene di martirio. Al centro un grande affresco con la Madonna col Bambino tra i santi Caterina da Siena, Sebastiano, Cristoforo e Caterina d'Alessandria. In alto, nella cupoletta, quindici quadretti con le otto sibillee quattro scene della Passione e resurrezione di Gesù. Sempre sul giardino si affacciano le logge, leggermente arretrate rispetto alla cappella e composte da tre arcate a tutto sesto oggi chiuse da vetrate. All'interno, nelle tre campate, sono raffigurate storie mitologiche. Sulla volta a destra sono rappresentati miti riguardanti la dea Diana, su quella centrale sono raffigurate le Tre Grazie e gli Amori di Venere, mentre su quella a sinistra il Ratto di Europa. Il tutto è contornato da un finto pergolato, ricco di foglie, uccelli e frutta, con agli angoli dei vivaci mascheroni. Questi affreschi e quelli della cappella erano un tempo attribuiti al Peruzzi, ma studi più approfonditi hanno permesso di assegnarli a un allievo di quest'ultimo, Giorgio di Giovanni. Furono restaurati (abbastanza pesantemente in alcuni punti) alla fine dell'Ottocento dal pittore Ernesto Sprega, che comunque ebbe il pregio di rimuovere quei "rimaneggiamenti morali", che avevano coperto le scene mitologiche più licenziose. Tutto il perimetro delle mura è percorribile attraverso il camminamento, un tempo usato con funzioni difensive. Vi si accede dal primo cortile, e si innesta direttamente nel piano nobile della villa. Ha il suo culmine nel torrino sopra la loggia, da cui si vedeva, prima che la vegetazione la coprisse, la città di Siena. Si scorgono comunque in lontananza la villa le Volte, l'eremo di Lecceto e la villa di Santa Colomba, presso Monteriggioni. Il castello è aperto al pubblico ogni primo lunedì del mese. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=ualnk6NN8b4 (video di Luigi Fabiani), http://www.sienaonline.it/castello_belcaro.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro, http://www.fortezze.it/castello_belcaro_it.html, http://www.regione.toscana.it/-/castello-di-belcaro

Foto: la prima è di Matteo Tani su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro#/media/File:SDC12492_Castello_di_Belcaro.JPG, la seconda è presa da http://www.siena-guide.com/west-of-siena.htm


mercoledì 15 novembre 2017

Il castello di mercoledì 15 novembre






PESCINA (AQ) - Torre in frazione Venere dei Marsi

Venere fu già dal basso medioevo un importante presidio militare, nel XIII secolo fu edificato il "Castrum Veneris" composto di tre torri gemelle d'avvistamento e controllo sul lago Fucino poste in connessione ed allineate con le altre presenti sulle alture fucensi. Soltanto una delle tre torri è rimasta in piedi ed è ancora visibile. La bolle papali risalenti al XVII secolo citano le chiese di San Bartolomeo, San Gervasio, San Pietro, Santa Maria e la chiesa parrocchiale di San Silvestro. Il paese fu distrutto dal terremoto della Marsica del 1915 che causò un alto numero di vittime. Il borgo antico, posto alle pendici del monte che lo sovrasta, è stato faticosamente ricostruito, mentre il borgo nuovo si è sviluppato più a valle oltre la strada provinciale Sarentina. Le tre torri sono state costruite nel corso del XIII secolo dai Berardi proprietari a più riprese della baronia di Pescina, nell'ambito del territorio del paese di Venere dei Marsi eletta già da tempo come presidio militare vista la sua posizione dominante sul vecchio Lago Fucino. La struttura delle torri era a base cilindrica e svettavano su una rupe dominanti il lato orientale del vecchio Lago Fucino. Le tre torri sono state erette in una posizione che consentisse un collegamento visivo ottimale con tutte le altre fortificazioni presenti intorno al Lago Fucino. Il compito di queste era di sorveglianza dell'immensa area lacustre da possibili attacchi esterni e di controllo sulla parte interna alla contea, di cui il lago costituiva la risorsa più importante. Attualmente dopo la distruzione delle altre due torri dopo il terremoto del 1915, la torre rimanente ha urgente bisogno di restauro, che tuttavia ha mostrato di essere assai resistente, riuscendo a superare anche i terremoti dell'Aquila del 2009 e di Amatrice del 2016. La struttura irregolare è realizzata in pezzame di calcare di piccole dimensioni tenute insieme con malta. La discontinuità costruttiva della parte superiore dimostra segni di rimaneggiamenti effettuati, presumibilmente, in epoca borbonica. Altro link suggerito: http://www.comune.pescina.aq.it/storia-di-venere/ 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Venere_dei_Marsi, http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torreaq&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr2775&tom=775, http://digilander.libero.it/webmarsica/TORRE%20DI%20VENERE.htm

Foto: sono entrambe di Marica Massaro, la prima su https://it.wikipedia.org/wiki/Venere_dei_Marsi#/media/File:Torre_di_Venere_dei_Marsi_6.jpg, la seconda su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Torre_di_Venere_dei_Marsi_1.jpg

martedì 14 novembre 2017

Il castello di martedì 14 novembre




FELTRE (BL) - Castello di Alboino

Durante il dominio dei Longobardi Feltre fu aggregata al ducato di Ceneda. Di quel periodo restano tracce nella denominazione del maniero che sovrasta la città e nel toponimo della frazione di Farra (dal germanico Fara, "accampamento"). La città fu in seguito dei Franchi di Carlo Magno che le restituirono un ruolo di centralità territoriale e di autonomia, quindi passò al successore di Carlo, Berengario re d'Italia. Da questo periodo sino al XIV secolo, si affermò sempre più il potere episcopale, in modo particolare da quando con la dinastia Ottoniana i vescovi furono elevati al rango di conti. A Feltre il vescovo era a capo di un comitatus (una contea) piuttosto esteso e comprendente oltre al Feltrino attuale (esclusi alcuni centri posti a sud, ricadenti nella pieve di Quero a sua volta compresa nella contea dei Collalto), anche le valli del Primiero, del Tesino e della Valsugana sino a Pergine. Durante il XIII e il XIV secolo Feltre fu coinvolta nelle tragiche vicende legate alla signoria dei Da Romano (con il noto Ezzelino), finendo infine sotto il potere dei Da Camino. A questi seguirono i Carraresi, dal 1315 al 1337, gli Scaligeri di Verona e, infine, i Visconti di Milano. Nel 1404, alla morte del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, Feltre, non potendosi più difendere da sola dalle mire dei Carraresi, preferì seguire l'esempio di Vicenza e sottomettersi al dominio della Repubblica di Venezia (fatto tuttora ricordato con il palio locale). L'età veneziana assicurò ai feltrini, salvo qualche breve parentesi, uno stato di pace e di prosperità. Tuttavia nel 1509, nel corso della guerra cambraica, la città fu quasi interamente distrutta dalle truppe dell'imperatore Massimiliano I che, a capo della Lega di Cambrai, scese in Italia per combattere la Serenissima. Al termine del conflitto, dopo quello che è ancor oggi ricordato come "l'Eccidio di Feltre", la ricostruzione trasformò Feltre in un unicum architettonico ed urbanistico, ben delineato dai canoni estetici e culturali del Rinascimento. Dal Seicento si ebbe però un evidente decadimento della città. La crisi veneziana si riverberò anche sulla plaga feltrina, le produzioni locali di lane grezze, di legno e di ferro entrarono in una fase critica, con un conseguente malessere economico. Rimase un'agricoltura povera e insufficiente a sostenere il reddito generale del territorio. Nel 1729 Feltre ebbe Carlo Goldoni impiegato come coadiutore della Cancelleria carceraria. Goldoni era allora ancora ben lontano dall'essere il celeberrimo maestro e riformatore del teatro, ma si mostrava con tutta evidenza già interessato alla scena e agli attori, tanto che, nel 1730 al Teatro de la Sena di Feltre andarono in scena alcuni suoi lavori teatrali (Il buon padre e La cantatrice). Nel 1797, caduta Venezia, il Feltrino fu invaso dai francesi di Napoleone e amministrato dalla fazione democratica; risale a quegli anni la scalpellatura delle lapidi venete i cui testi, resi illeggibili, si vedono ancora sulle facciate delle case patrizie nella città vecchia. Occupata dagli austriaci nel 1798, in seguito al trattato di Campoformio, Feltre entra a far parte del Regno Italico con capitale Milano. Il Castello di Feltre è meglio conosciuto come Castello di Alboino. Tra storia e leggenda si narra che esso fu edificato nel 570 proprio dal famoso re longobardo su una preesistente torre di vedetta romana, ma le prime testimonianze documentarie risalgono solo al X-XI secolo. Il Colle delle Capre è il rilievo su cui sorge la cittadella protetta da una cinta muraria che ancora oggi è quasi completamente conservata. L'edificio, le cui parti più antiche sono in pietra calcarea chiara e che veniva utilizzato come rifugio per gli abitanti di Feltre in caso di attacco, è posizionato nel punto più alto del colle ed era completamente cinto da mura con quattro torri angolari, secondo la composizione tradizionale dei manieri presenti in tutta l'area. Il castello subì diverse modifiche nel corso dei secoli: Antonio Cambruzzi, storico feltrino, parla di un restauro agli inizi del Duecento e di un altro nella seconda metà del Cinquecento, quando, a causa di un fulmine, crollarono le campane sfondando i solai fino a terra. La torre settentrionale, in corrispondenza della Torre dell'Orologio, era detta Torre delle Polveri e di essa restano solo le fondamenta. La Torre del Campanon, che ancora oggi domina con la sua altezza l'intero complesso, veniva utilizzata per annunciare, con il suono delle sue campane, l’inizio delle esecuzioni capitali e per comunicare, attraverso segnali di fuoco o fumo, con il Santuario dei Santi Vittore e Corona sul Monte Miesna e con il Col Marcellon, luoghi in cui si rifugiavano gli abitanti in caso di pericolo. L'attuale campana della Torre è stata fabbricata a Bormio e installata nel 1664; è stata simbolo militare e annunciatrice delle adunanze pubbliche della cittadinanza, tanto che fino al 1970 era suonata per annunciare il consiglio comunale. Al di sopra della porta d'ingresso al piano terra, sono scolpiti in bassorilievo tre stemmi: quello al centro presenta un castello turrito che è lo stemma della Città. Sulla facciata sud del Campanon era dipinto un leone di San Marco, simbolo della Repubblica di Venezia che governò la città dal 1404 al 1797. Allo stato attuale la Torre del Campanon presenta tre fasi costruttive: il primo stadio, fino a 19 metri di altezza, è di origine protoromanica, il secondo, che va dai 19 ai 25 metri, risale al Tardo Medioevo e l'ultimo, fino a 35 metri, è della seconda metà del Cinquecento. Sono tre stadi di costruzione legati ad altrettanti periodi della storia di Feltre ed in particolare il rifacimento cinquecentesco è collegato al disastroso incendio che distrusse la Città nel 1510. La Torre dell'Orologio si affaccia sul sagrato della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano e su Piazza Maggiore e presenta in cima una particolarità: una mezzaluna di provenienza mediorientale, parte del bottino di guerra dei Veneziani raccolto durante la battaglia di Lepanto del 1571. L'edificio principale ospita anche una piccola cappella, una cucina e la sala d’armi, dove ancora oggi sono conservati dei bellissimi affreschi, attribuiti al pittore feltrino Lorenzo Luzzo ed alla sua scuola. Lo stesso pittore affrescò il castello esternamente nel 1518; di questi dipinti oggi rimane solo qualche piccolo lacerto. Il cortile interno presenta un pozzo riconducibile al Tardo Medioevo costituito da una vasca monolitica. Originariamente si poteva entrare nel castello attraverso una porta che sovrastava le attuali Fontane Lombardesche costruite nel corso del Quattrocento e si apriva sul lato occidentale della Torre dell’Orologio. Attualmente il castello è ben visibile dalle strade che giungono a Feltre oltre che da Piazza Maggiore dove parte la piccola salita che raggiunge l'ingresso del maniero. Altri link suggeriti: https://www.magicoveneto.it/Feltrino/Feltre/Feltre-Castello-Alboino.htm, https://www.youtube.com/watch?v=fagNeQmgZew (video di solovisioneHD).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Feltre, http://www.infodolomiti.it/dolomiti-da-vedere/castelli/castello-di-alboino/6760-l1.html, http://piavein.org/point/castello-alboino/

Foto: la prima è presa da https://camminogregoriano.files.wordpress.com/2014/11/feltrealboino1.jpg, la seconda è michel.corrent su http://picssr.com/tags/alboino


lunedì 13 novembre 2017

Il castello di lunedì 13 novembre






FELIZZANO (AL) - Torre Cova

Come già evidenzia il nome, Felizzano (Felicianum) affonda le radici in epoca romana (probabile fundus gentilizio con popolazione sparsa), rientrando nella giurisdizione del municipium di Hasta (I sec. a.C.) Di Asti seguì la vicenda storica: dalle invasioni barbariche, al dominio dei Longobardi, a quello dei Franchi (secc. V - IX). Nell'anno 880, l'imperatore Carlo il Grosso, ultimo dei Carolingi, donò la "cortem de feliciano" al monastero milanese di Sant'Ambrogio, al quale restò soggetta fino agli inizi del sec. XI. In seguito passò in potere degli Aleramici. Infatti, nel primo trentennio del sec. XII fu, soprattutto, la famiglia marchionale degli Ardizzone (consanguinea degli Aleramici di Occimiano e di Monferrato ) a signoreggiare sul castro et villa felizani. Nel 1155, dopo la presa di Asti (a cui gli Ardizzone si erano sottomessi nel 1135) ad opera dell'imperatore Federico Barbarossa, il borgo entrò a far parte dei domini del marchese di Monferrato Guglielmo il Vecchio, restandovi sino alla fine del sec. XIII, seppur conteso e, talora, occupato dagli Astesi. Nel 1292, dopo la morte in cattività, per mano degli Alessandrini, del marchese Guglielmo VII, il comune di Asti, loro alleato, poté impadronirsi del luogo. Nel 1303 tornò in potere del nuovo marchese monferrino Giovanni I. Nel 1372 mutò ancora principe: fu la volta di Galeazzo II Visconti, signore di Milano, che lo strappò al marchese Giovanni II Paleologo. Terra da sempre agognata dai marchesi di Monferrato, per la sua posizione strategica, sia militare sia viaria e commerciale, Felizzano venne riconquistato da quei marchesi nel 1452 e venne a loro riconosciuto in feudo dal duca di Milano Francesco I Sforza, alla pace di Lodi del 1454. Al Monferrato restò sino al 1533. Quindi tornò al ducato di Milano. Deceduto l'ultimo degli Sforza, Francesco II, nel 1535, il luogo venne incorporato nell'Impero. Nel 1556, l'imperatore Carlo V abdicò, assegnando al figlio Filippo II il regno di Spagna con i possedimenti italiani. Felizzano, in quanto terra del ducato milanese, fu assegnato alla corona di Spagna. Nel 1707, durante la guerra per la successione spagnola, venne annesso ai domini del duca di Savoia, poi re, Vittorio Amedeo II. Nel 1799, come il resto del Piemonte, venne occupato dalla Francia rivoluzionaria, alla quale appartenne sino alla caduta di Napoleone Bonaparte nel 1814. Durante la dominazione napoleonica, Felizzano, fu sede di Cantone, nella sottoprefettura di Alessandria, comprendente i comuni di Annone, Cerro Tanaro, Masio, Refrancore, Quargnento, Quattordio e Solero, per una popolazione complessiva di oltre 18.000 abitanti. Con il ritorno dei Savoia, nel 1814, fu trasformato in capoluogo di Mandamento. All'angolo sud orientale della piazza Paolo Ercole, al centro dell'abitato, sorge la massiccia torre dei Cova, costruita dalla famiglia omonima in epoca duecentesca, unica traccia, insieme ad alcuni tratti di mura, dell'antico borgo fortificato da una cinta rinforzata da dodici torri. Ha splendide monofore, e nell'interno sono ancora visibili eleganti soffitti a cassettoni. Si presenta come un'imponente torre a pianta quadrata, con cortine in laterizio caratterizzate da feritoie. Anticamente era sormontata da merli di foggia ghibellina, nel tempo, poi, tamponati. Appartenne ai marchesi del Monferrato. Durante la notte tra il 28 e il 29 luglio 2013 una violenta tromba d'aria durante un temporale ha scoperchiato la torre, trasportando il tetto ad una ventina di metri di distanza in un cortile. Altri link suggeriti: http://www.piemondo.it/piemonte/1-monfastaless/374-felizzano.html,

Fonti: http://www.comune.felizzano.al.it/ComGuidaTuristica.asp, http://www.comune.felizzano.al.it/ComStoria.asp, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), https://it.wikipedia.org/wiki/Felizzano, http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7B52ECC3F6-7D9F-9990-C826-C2221CEC2A40%7D&A=0

Foto: la prima è presa da https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g2056814-d2056221-i245871327-La_Torre-Felizzano_Province_of_Alessandria_Piedmont.html, la seconda è presa da http://www.alessandrianews.it/immagini_articoli/201608/46053716_torre.jpg