martedì 21 maggio 2019

Il castello di martedì 21 maggio



LONGONE SABINO (RI) - Rocca di Capoterra

Il primo accampamento militare (chiamato Fara) occupato dai Longobardi, fu Vallufara (Valle di fara), che iniziando dalle pendici del promontorio di Longone, si dispiega fino al Turano. La Cronaca Farfense si è interessata più volte di quel complesso abitativo, che, nel 989, quando l’abate Ugo di Farfa promise di cedere a Landuino di S. Salvatore il castrum Longoni era già una fortezza strutturata e definita, munita di torri e mura, e di una milizia addestrata per la sicurezza degli abati. Longone fu dunque eretto insieme all’Imperiale Abbazia di S. Salvatore dallo stesso popolo longobardo, il quale già da tempo aveva abbandonata la disagevole Vallufara per la tranquilla e confortevole Rocca. Longone era abitato da gente operosa e geniale: muratori, carpentieri, falegnami, fabbriferrai, Mastri Comacini, Mastri Liguri (artisti venuti dal nord), che lavoravano per la costruzione di S. Salvatore, inaugurato nel 735. Le mura del castello di Longone delimitano una circonferenza ellittica di tre chilometri che racchiude una superficie, a fuso di acropoli, di circa tre ettari. Quella Rocca fu rifugio di monaci e abati durante le invasioni saracene e pi tardi, nel XIV e XV secolo, residenza degli Abati-Conti Mareri. Con l' introduzione dei Commendatari venne sconvolto l’assetto amministrativo, per cui le maggiori entrate dei castelli passarono dalla mensa abbaziale cui erano destinate, alla mensa del nepotismo pontificio. Nel palazzo che era residenza degli abati, chiamato Palazzo Apostolico, venne inserito il Governatore con la sua corte, la milizia, le carceri, il Monte frumentario, la Curia, l’archivista, il tribunale amministrativo e criminale. Nel rione La Contrada erano presenti macellai, osti, un forno comunitario del pan venale, sarti e barbitonsori. I preti ed i notai abitavano in Rione Borgo, la zona più protetta e sicura del castello. Si accede alla cittadella oltrepassando due porte separate da un ampio spazio; la seconda porta andava serrata ogni notte, stando in luogo di confine col Regno. Nel 1863 il consiglio comunale ottenne, per Regio Decreto, il titolo di Longone di S. Salvatore Maggiore. Quando nel 1927 venne costituita la Provincia Reatina, al termine Longone si aggiunse il generico Sabino, per distinguerlo da quel Longone al Segrino (Como), appartenente anch'esso alla gloriosa stirpe longobarda. Dunque il castello di Longone, il monastero di S. Salvatore Maggiore e la chiesa di S. Michele Arcangelo di Colle Pasciano sono state edificate dai longobardi venuti da Spoleto i quali dotarono la loro città di una basilica per il Salvatore e una chiesa per S. Michele Arcangelo. Sono contesti che ritroviamo nel territorio di Longone con l’edificazione del Castrum Longonis, del monastero di S. Salvatore Maggiore e della chiesa di S. Michele a Colle Pasciano. I castelli sulla valle del Salto, Roccaranieri, Cenciara e Concerviano sorsero molto più tardi, intorno al 1160 quando l’imperatore Federico Barbarossa, d’accordo con gli abati di Farfa fece erigere le fortezze dai Buzzi di Romagna per proteggere l’altipiano dalle invasioni dei Normanni di Sicilia. Il papa Giulio II, grande mecenate dello stato Pontificio, nel 1506 pose Longone a Capo dei Castelli dell’Abbazia, dando i poteri di controllo a un Camerarius o Governatore. A ricordo dell’evento il papa Giulio II volle che si realizzasse un nuovo portone in legno per la basilica del Monastero composto da formelle tante quante erano i castelli sottomessi all’abate del Monastero. Sulla prima di esse fu ritratto il castello e inciso il nome Castrum Longoni. C’è una enigmatica frase latina che compare sul nuovo portale d’ingresso, definita dallo storico Paolo Desantis “una iscrizione di barbaro latino!”. Dalla fondazione longobarda, fino al declino dello Stato Pontificio, Longone è stato sempre considerato Centro Amministrativo, Giudiziario e finanziario di tutto il territorio. Ancora oggi è possibile riconoscere la Piazza del Governo, il Palazzo Governativo con lo stemma episcopale sul portone d’ingresso, gli appartamenti, compresa la Sala per il Ballo, la Curia per il Notaio e l’Archivio. Nel Rione Mandria appare massiccio e turrito il palazzo Giudiziario e vicino la sede del Bargello (il Maresciallo di oggi), e degli Sbirri, le carceri maschili e femminili e nei pressi il forno del pan venale. Nel Rione Piazzetta sono visibili gli antichi magazzini del Monte Frumentario, hostaria entro le mura, macello, vendita di pan venale (pane prezzato). Il castello popolare ha una doppia porta d’ingresso, con in mezzo la Dogana. La seconda porta è in pietra squadrata con la data 1668, l’effige dei Santi Protettori e la scritta Comunità di Longone. Nella richiesta di rifacimento della porta si diceva che doveva essere “di pietra con porte di bone ferrate e serrature perché occorre serrar la notte stando in luogo di confine col Regno e dove risiede la Corte…” Le due ante vennero tolte nel 1840, per essere rifatte, ma non abbiamo prove che ne attestino il ripristino; restano ora solo i cardini di bbona fattura, forgiati dai fabbri ferrai di Vallecupola.

Fonti: http://www.prolocolongone.it/storia/, https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino

Foto: è di Giovanni Rampazzi su https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino#/media/File:RoccaCapoterra.jpg

lunedì 20 maggio 2019

Il castello di lunedì 20 maggio




SAMBUCA DI SICILIA (AG) - Torre di Pandolfina

Pandolfina è una località nota come masseria nel comune di Sambuca di Sicilia, in contrada Adragna nella Val di Mazara. Guglielmo Peralta nel 1397 circa la concesse in feudo alla famiglia Perollo di Sciacca con titolo di baronia, i quali nel secolo XV vi edificarono una torre ancora esistente; da questi nella metà del secolo XVII passò in matrimonio alla famiglia Monroy che ne ebbe il privilegio di costruirvi una terra e di godervi il mero e misto impero, ottenendovi il titolo di principe nel 1733. A questa famiglia rimase fino all'eversione della feudalità e i suoi eredi ne portano ancora il titolo. Il valico di Pandolfina fu strategicamente vitale per l'intera Valle di Zabut (odierna Sambuca di Sicilia). In questo luogo trovarono un'agguerrita resistenza le truppe di Cabrera negli ultimi giorni della guerra di successione al Trono di Sicilia. La Torre, munita di feritoie e di merli classici, domina l'angolo del massiccio muraglione quadrangolare nel quale si entra attraverso un portone guarnito da un portale medievale. All'interno del quadrilatero adibito, in seguito, ad azienda agricola, furono costruite stalle e fienili.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pandolfina_(Sambuca_di_Sicilia), http://www.virtualsicily.it/Monumento--AG-1060

Foto: la prima è presa da https://borghipiubelliditalia.it/borgo/sambuca-di-sicilia/, la seconda è di Francesco Alloro su http://www.francoalloro.it/terra-di-zabut/Immagini/Torre-Pandolfina.jpg

venerdì 17 maggio 2019

Il castello di venerdì 17 maggio




ANACAPRI (NA) - Torre medievale di Villa Damecuta

Villa Damecuta è una delle dodici ville imperiali romane volute dall'imperatore Tiberio e si trova ad Anacapri. Di essa restano pochi ruderi: come le altre ville dell'imperatore a Capri fu danneggiata dall'esplosione del Vesuvio del 79 d.C., dalle successive incursioni dei pirati e dalle fortificazioni militari. Le poche tracce che restano permettono di risalire alla struttura di una lunga loggia porticata, aperta verso il Golfo di Napoli e lunga 80 metri, che terminava con un ampio belvedere semicircolare. Al di sotto si trova un'alcova con un terrazzino affacciato sul mare. Sulle rovine della dimora romana, nel Medioevo, fu costruita una torre di vedetta che affaccia sul mare e nel XIX secolo fu fortificata la zona circostante. Motivo della costruzione della torre ? La difesa della costa dalle invasioni saracene. In seguito, divenne un fortino usato dagli inglesi nella guerra contro i francesi. Proprio sotto la torre di avvistamento si cela una delle aree più interessanti. Questa parte del sito archeologico, oggi inaccessibile, comprende ambienti di soggiorno e un cubicolo. In questa stanza fu scoperto il torso maschile di una statua. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=VPtrRC1OPUg (video di Giuseppe Esposito), https://www.youtube.com/watch?v=mClaMa265qI (video di Aniello Langella), https://www.youtube.com/watch?v=sNzI0tr3Xi8 (video di Giuseppe Ciaramella).

Fonti: https://www.capri.it/it/s/villa-damecuta-2, https://www.ioviaggio.it/passeggiata-a-damecuta

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/sorrentina/Capri%20Damecuta.htm, la seconda è presa da https://files.salsacdn.com/article/3555_Villa_Damecuta/image/2_d.20170804193257.jpg

Il castello di giovedì 16 maggio





VARAZZE (SV) - Cinta muraria

La prima citazione ufficiale del nome, indicata sulla Tavola Peutingeriana, è risalente al X secolo con il toponimo medievale Varagine ("luogo dove vengono varate le navi"). E proprio le fiorenti attività legate alla costruzione di navi e imbarcazioni furono i presupposti per una continua lotta, in epoca medievale, tra i comuni di Savona e Genova per il controllo del feudo e del territorio varazzino. Già appartenente alla Marca aleramica, dal XII secolo divenne feudo della famiglia di Bosco e di Ponzone (nei domini dell'omonimo marchesato); nel 1227 si costituì in comune autonomo e quindi ereditato dalla famiglia Malocello (o Malocelli). Rientrato nell'orbita genovese, dopo la stesura e gli accordi della pace di Varazze del 1251 sulla divisione dei possedimenti territoriali savonesi e genovesi, il feudo venne venduto nel 1290 dai Malocello alla Repubblica di Genova che elevò il borgo di Varazze a sede dell'omonima podesteria avente come giurisdizione territoriale i borghi odierni di Cogoleto, Celle Ligure, Albissola Marina, Albisola Superiore e Stella. Nel 1525, durante una battaglia navale, Ugo di Moncada, comandante della flotta di Carlo V, qui vi fu sconfitto e fatto prigioniero. Seguì quindi le sorti di Genova e della sua repubblica marinara, ottenendo propri statuti. Con la caduta della Repubblica di Genova (1797), sull'onda della rivoluzione francese e a seguito della prima campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, la municipalità varazzina rientrò dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento del Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, rientrò nell'XI Cantone, come capoluogo, della Giurisdizione di Colombo e dal 1803 centro principale del II Cantone di Varazze nella Giurisdizione di Colombo. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte. Nel 1815 fu inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Dal 1859 al 1927 il territorio fu compreso nel V mandamento omonimo del circondario di Savona facente parte della provincia di Genova; nel 1927 anche il territorio comunale varazzino passò sotto la neo costituita provincia di Savona. Nel 1864 ottenne il titolo di città. La cinta muraria, realizzata nel XIII e XIV secolo, è molto importante nella storia di Varazze ed ha avuto un ruolo determinante nella sua evoluzione urbana. La planimetria, redatta da Matteo Vinzoni nel 1770, riporta il tracciato delle mura ancora perfettamente intatto e divise in due cinte ben distinte: la cinta del Borgo e la cinta del Borghetto. La prima circondava l'abitato più antico, definito come “il borgo”, ed era lunga circa 800 metri e comprendeva una superficie di 30900 mq. All'interno di questa cinta erano racchiuse le contrade: Campane, S.Ambrogio, Macelli e la cosiddetta Platea Communis dove il Vinzoni colloca l'annona ed il palazzo comunale. A nord, al termine del borgo formava un angolo retto continuando verso nord, dietro la nuova chiesa parrocchiale per unirsi al tratto iniziale nel punto in cui sorgeva l'antica pieve di S.Ambrogio la cui facciata è stata inglobata nelle mura stesse. Alcuni studiosi, come Mario Garea e Giorgio Costa, collocano la cinta più antica del Borgo prima del 1200. La seconda cinta racchiudeva il Borghetto, un insediamento sviluppatosi al di fuori delle mura più antiche. Queste seconde fortificazioni racchiudevano uno spazio rettangolare, si estendevano per circa 600 metri e contenevano una superficie di 14800 mq. In esse si apriva la porta di ponente. Rimane ancora da stabilire con esattezza la datazione di questa cinta fortificata. L'unico riferimento sicuro è la data dell'ampliamento delle mura per inglobare il Borghetto riportata in una lapide esistente sulla porta di ponente (nell'attuale via Coda) che fa risalire al podestà Cicala, nel 1370, il compimento dell'opera in questione. Per l'esecuzione dei lavori per la linea ferroviaria, negli anni che vanno dal 1860 in poi, Varazze venne interessata della suddetta opera pubblica che, attraversando l'abitato, provocò l'abbattimento di una torre e di buon tratto di mura ad essa adiacenti. Nel 1863 cadde l'antico ponte sul Teiro e nel 1864 si demolì fino al primo piano la torre del mercato. Si distrusse buona parte delle delle mura lasciando intatta il tratto presso l'antica Pieve. Da quegli anni altre distruzioni iniziarono sino ai giorni nostri. Altro link suggerito, dove trovare diverse illustrazioni, è il seguente: https://www.varagine.it/index.php?/categories/flat/start-7995

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Varazze#Storia, testo di Giovanni Damele su https://associazione-culturale-ligys.it/_files/200000260-500d651075/vecchie%20mura%20di%20Varazze.doc

Foto: la prima è presa da http://www.parliamodivarazze.com/2016/10/30/wi-fi-pagamento/, la seconda è di maspozz su https://www.flickr.com/photos/63647073@N07/14005830530. Infine, la terza è presa da http://www.ponentevarazzino.com/gallery/Angoli_Varazze/MuraMedioevali.jpg.php

mercoledì 15 maggio 2019

Il castello di mercoledì 15 maggio




SAINT PIERRE (AO) - Castello Sarriod de La Tour

L’esistenza della nobile famiglia Sarriod, legata politicamente ma non da vincoli di parentela ai signori di Bard, è attestata fin dal XII secolo. Rimangono comunque oscure le origini del castello, situato a Saint-Pierre in una zona pianeggiante a poca distanza dalla strada statale. L’impianto più antico comprendeva la cappella e la torre centrale a pianta quadrata (donjon) circondata da una cinta muraria, configurazione tipica dei castelli valdostani risalenti al X-XII secolo. Il donjon di Sarriod de La Tour si colloca ad un livello intermedio tra le torri più antiche con funzione prevalentemente difensiva, come quelle dei castelli di Cly, Graines o Saint-Germain, e le torri più grandi e comode e con funzione più residenziale dell'epoca immediatamente successiva, come la tour Colin a Villeneuve o la tour des Cours a La Salle. Le pareti della cappella, situata nella parte più a sud del recinto murario, in prossimità dello strapiombo a picco sulla Dora, che alcune indagini dendrologiche hanno permesso di datare intorno alla metà del XIII secolo, erano decorate da affreschi, frammenti dei quali sono ancora visibili. Nel 1420 i fratelli Yblet e Jean de Sarriod divisero i loro possedimenti in due signorie distinte, separando la famiglia nei rami rispettivamente Sarriod d'Introd, con sede nel castello di Introd, e Sarriod de La Tour, a cui toccò il castello che ne prese il nome. Jean de Sarriod fece costruire, dove già esisteva la torre denominata fin dal XIV secolo “turris Sariodorum”, un vero e proprio castello con funzioni di rappresentanza mediante l’aggiunta di una serie di corpi al donjon preesistente. A questo intervento risalgono la realizzazione della scala a chiocciola della torre (viret) e l’inserimento delle finestre crociate in pietra da taglio caratteristiche del Quattrocento valdostano. Nel 1478 il figlio di Jean, Antoine Sarriod de la Tour, trasformò la cappella intitolata alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, occasione in cui furono realizzati gli affreschi esterni con la Crocifissione e San Cristoforo e fu elevato il piccolo campanile. Nell’ala nord, al piano terreno, si apre un vasto locale di servizio con copertura in legno; al primo piano è situata la cosiddetta "sala delle teste", che prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo. Nel tardo XV secolo la cinta muraria venne munita di torri difensive a pianta circolare e semicircolare e fu aperto sul lato orientale il nuovo ingresso al castello con portale a sesto acuto e archivolto scolpito recante lo stemma dei Sarriod. La discontinuità fra le quote di livello nei vari ambienti attesta i diversi interventi succedutisi nei secoli successivi. Nel XVI secolo sorse l’ala che oggi costituisce il prospetto orientale e fu aggiunta la torre piccionaia, mentre alcuni frammenti di pitture murarie e un camino in stucco sono della prima metà del ‘700. Il castello rimase di proprietà dei Sarriod de la Tour fino al 1923 quindi passò alla famiglia Bensa di Genova. Dal 1970 appartiene alla Regione autonoma Valle d’Aosta, che lo ha aperto al pubblico nel 2003. Guardandolo dall'alto del castello di Saint-Pierre, il castello Sarriod de La Tour appare come un insieme irregolare di edifici circondati da una cinta muraria. Portandosi alla destra del fiume Dora Baltea è possibile notare come la posizione del castello non sia così priva di difese naturali, e che i lati di sud est poggiano su uno sperone roccioso a strapiombo sulla Dora. Per entrare nel castello bisogna innanzitutto superare la cinta muraria esterna. Il nuovo ingresso, realizzato intorno al 1470 e da cui si accede ancora oggi, è costituito da un elegante portale a sesto acuto, sopra il quale è scolpito lo stemma dei Sarriod de la Tour, sormontato da una caditoia merlata sorretta da un doppio ordine di beccatelli. All'interno, gli edifici più notevoli sono il massiccio donjon con le sue finestre crociate, la cappella e la cosiddetta "sala delle teste". La struttura originale della cappella era probabilmente sormontata da un soffitto ligneo, i cui resti sono stati datati intorno al 1250, e sono ancora visibili su tre pareti alcuni frammenti di un antico ciclo pittorico risalente allo stesso periodo raffigurante episodi religiosi come l'Adorazione dei Magi, l'ingresso di Cristo a Gerusalemme e la Crocifissione. La cappella è ora sormontata da una volta barocca aggiunta nel 1700, che taglia a metà gli antichi affreschi. L'antico ingresso della cappella fu invece decorato tra 1478 e 1483 durante i lavori voluti, come detto, da Antoine de Sarriod de La Tour. La "sala delle teste", situata al primo piano dell'ala settentrionale, era il salone di rappresentanza del castello e prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo, sorretto da una serie di mensole intagliate realizzate nel XV secolo.
Le mensole intagliate sono in tutto 171 e raffigurano una varietà di soggetti, da volti di nobildonne e gentiluomini con copricapi all'ultima moda del tempo a figure carnevalesche, dagli animali domestici e selvatici come cani, anatre, lupi e cinghiali e creature fantastiche tra cui la sirena, l'unicorno, il drago e una serie di mostri di aspetto diabolico. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour, https://www.youtube.com/watch?v=0dHkdoxVdJI (video di Pino Meola).

Fonti: http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour/901, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Sarriod_de_la_Tour

Foto: la prima è presa da https://www.itinari.com/it/location/castello-sarriod-de-la-tour, la seconda è presa da http://www.guideaostawelcome.it/visite-guidate/castelli/castello-sarriod-de-la-tour

martedì 14 maggio 2019

Il castello di martedì 14 maggio



PORTOFINO (GE) - Castello Brown

Il castello Brown, precedentemente denominato di San Giorgio, è un'antica fortezza situata sopra il porto di Portofino. Si evince dagli scavi e dalla storia che in passato il castello fu concepito come un riparo difensivo. Anni fa venne rifondato il resto della torre romana di avvistamento che risaliva ai due secoli II-III. Le prime notizie ufficiali sull'odierna struttura risalgono invece al 1425 quando Tomaso Fregoso, doge della Repubblica di Genova fino al 1421, occupò il borgo di Portofino e la sua fortezza in opposizione a Filippo Maria Visconti duca di Milano. All'epoca il castello era costruito da una torretta che fungeva da abitazione, da una cisterna e dal muro di cinta merlato. Nel 1430 ritornò ad essere dominio di Genova grazie a Francesco Spinola di Ottobono. Il castello, situato in una posizione strategica poiché si poteva avere un'ampia visuale sul borgo e del Golfo tigullino, fu più volte oggetto di continui tentativi di occupazione e assedi fino ai primi anni del XIV secolo. Divenuto infine possedimento militare della repubblica genovese, quest'ultima avviò nel XVI secolo diversi lavori di restauro e ampliamento per una maggiore difesa del borgo marinaro e dello specchio acqueo antistante. Fra il 1554 e il 1557, su progetto dell'ingegnere Giovanni Maria Olgiato (progettista di fiducia del re Carlo V di Spagna), il castello fu allungato mediante una nuova piattaforma verso il porto e per costituire una maggiore difesa militare in caso di improvvisi attacchi pirateschi saraceni - frequenti in Liguria e già avvenuti negli anni precedenti a Camogli, Recco e Rapallo - fu munito di munizioni e armi nonché nuovi alloggi per il presidio. Le nuove opere difensive permisero, negli anni a seguire, di sventare diversi attacchi per la conquista del borgo tra cui quelli effettuati dall'ammiraglio di Oneglia Andrea Doria; l'ammiraglio, che avrà poi il controllo dell'intera Repubblica di Genova, riuscì infatti a conquistare e sottomettere quasi tutti i forti della Riviera di Levante tranne appunto la fortezza di Portofino ben difesa e armata dalla stessa repubblica anni prima. Nuovi lavori nel 1624 rafforzarono ancora il castello, detto "di San Giorgio", riuscendo così a sventare nel 1664 un nuovo attacco; altri lavori furono eseguiti nel 1728 arricchendo l'armamento e sistemando gli interni della fortezza, entrata 120 anni prima (1608) nei territori del Capitanato di Rapallo (Sestiere di Pescino nella quale fu compresa anche Santa Margherita Ligure e frazioni) sotto la repubblica genovese. La fortezza passò sotto il dominio francese dal 1797 quando Napoleone Bonaparte conquistò la Liguria e la sua Repubblica, compiendo altri lavori nel castello e del porto sottostante. Caduto Napoleone e dopo il passaggio della Repubblica Ligure nei territori del Regno di Sardegna dapprima e nel neo costituito Regno d'Italia, la fortezza militare venne completamente dismessa e disarmata a partire dal 1867. Nello stesso anno, fu acquistata dal console del Regno Unito a Genova sir Montague Yeats Brown e nuovi lavori di ampliamento, affidati all'architetto Alfredo d'Andrade, modificarono l'originale struttura secondo i canoni architettonici e il corredo interno di quell'epoca; tra le modifiche più significative, oltreché l'innalzamento delle torri, la trasformazione dell'antica piazza d'armi in un giardino pensile: è in questo periodo che furono piantati i due pini marittimi (in occasione delle nozze del proprietario). Gli ultimi proprietari inglesi dell'ex fortezza militare furono John e Jocelyn Baber che raccolsero nei loro anni di residenza le notizie storiche ad oggi pervenute. Dal 1961 è di proprietà del Comune di Portofino che utilizza il castello come sede di eventi ed esposizioni culturali. Oltre l'importanza della sua storia il castello conserva un aspetto meraviglioso. All'esterno vi è un grande giardino mediterraneo ricco di fiori, roseti e pergolati da cui i turisti possono ammirare lo spettacolare golfo di Tigullio. Entrati nel castello si possono osservare numerosi bassorilievi e arredi architettonici in marmo o in ardesia. Nella prima sala vi sono alcuni mobili originali, arredi architettonici e una parete con finestre in stile gotico. Da qui si accede al terrazzo dove un tempo erano alloggiate le artiglieri. Il console Brown, da cui prende il nome il castello , trasformò questa area in uno splendido giardino. Per salire al piano superiore si attraversa una scala ricoperta da “laggioni”: l’uso delle maioliche per rivestire le pareti era molto diffuso in Liguria, deriva dallo stile proveniente dalle aree del Mediterraneo e dal mondo arabo. Nella scala del Castello è posta una maiolica raffigurante un presente, copia della Adorazione dei Magi attribuita a Gagini (secolo XV), l’originale si trova a Genova in Via Orefici 47r. Nel vano scale è possibile ammirare una copertura medievale in legno a cassettoni dipite con immagini di santi, martiri e regnanti. La sala al primo piano è coperta da volte a crociera di tipo lombardo. Al centro della sala campeggia un grande trittico (di Raffaellino e Giulio de' Rossi che risale al 1550) e sulla destra una stufa in maiolica. La sala circolare della torre è stata profondamente ristrutturata. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=yJkK76exgdw (video di CastelloBrown), http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/TgrInTour-Liguria-castello-Brown-a-Portofino-6dfe13c6-6a00-4fde-9eb9-cb01263e2e30.html (video di Lorenzo Orsini), http://www.comune.portofino.genova.it/area-turista/punti-di-interesse/castello-brown, https://www.youtube.com/watch?v=zq8oBfAk_d0 (video di Teleradiopace TV).

Fonti: http://www.aboutliguria.com/it/castelli-e-fortezze-in-liguria.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Brown, http://www.castellobrown.com/castello.php, http://www.castellobrown.com/visita.php

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/portofino/CastellodiPortofino.htm, la seconda è di Hans1967 su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Portofino_Castello_Brown.jpg

lunedì 13 maggio 2019

Il castello di lunedì 13 maggio





NARNI (TR) - Castello in frazione San Vito

San Vito è una frazione del comune di Narni, posta a 267 m s.l.m., su un colle che poi digrada verso la valle solcata dal fiume Tevere. In epoca storica, più precisamente nell'XI secolo, San Vito risulta essere fatto a mo' di corte, cioè una serie di fondi rurali chiusi da recinzioni. In un documento del Regesto Farfense del 1036, un tal Pietro, Abate di San Angelo in Massa e suo nipote Adriano, cedono all’abbazia dei terreni di loro proprietà, tra i quali: “La curti Sancti Viti de Colle de Maclae“. Nel 1227 San Vito e Striano erano gli unici castelli che dovevano fare solo atto di onore e reverenza per la festa di San Giovenale a Narni, gli altri offrivano alcune libbre di cera. Nel 1279, Pietro di Ottaviano Scotti acquistò il castello dalla famiglia degli Annibaldi. Nel 1350, come tutti i feudi del territorio, doveva denunciare al vicario di Narni tutti i delitti commessi. Data la sua posizione, che lo rendeva accessibile facilmente dalla pianura tiberina, esso è sempre stato oggetto di preda di molte truppe di passaggio, tanto che nel 1371 gli Scotti offrirono a Narni ingenti quantità di frumento ed altre materie per assicurarsi la protezione contro questi nemici. Nell’anno 1454, agli Scotti fu data l’investitura del titolo comitale sul castello di San Vito. Nel 1591-1592, soffrì la carestia e la terribile pestilenza, che spopolarono anche altri contadi tra i quali Bufone, Marinata e Striano. Sicuramente, nel 1593 risulta essere totalmente assoggettato a Narni e posto sotto la sua giurisdizione. In un tomo del ‘600, conservato all’Archivio segreto Vaticano, è presente una causa “per questioni di confini” tra i Montini di Guadamello e gli Scotti di San Vito, durata 39 anni tra il 1651 e il 1690. Sappiamo che in questo periodo il castello e tutte le terre circostanti erano divise tra tre proprietari: un terzo agli Scotti, un terzo all’abbazia dei Santi Andrea e Gregorio al Celio e un terzo all’abbazia di San Vittore in Otricoli, nella persona di cardinali commendatari. Erano, però, solo gli Scotti che ufficialmente gestivano il potere, come veri e propri feudatari. Nel 1703, morì Marta Scotti, senza lasciare eredi diretti, se non un nipote, Giovanni Mancinelli di Narni, figlio di Pirro, suo cugino di secondo grado, che per atto testamentario, divenne suo erede universale. Alla memoria della defunta Marta, i successori avrebbero dovuto far celebrare nella chiesa parrocchiale di san Vito 56 messe annue (legato Marta Scotti), insieme ad altri obblighi. Tra il 1790 e il 1816, poco a poco diminuì in San Vito, dopo tanti secoli, il potere degli Scotti e dei successori (Mancinelli-Scotti). Il feudo venne diviso fra nuovi possidenti: gli Stinchelli, i conti Casali, il canonico don Paolo Petrignani di Amelia. Dopo il “motu proprio” pontificio del cardinal Consalvi del 06/07/1816, i Mancinelli Scotti, gravati da pesanti oneri per le spese di mantenimento amministrativo della giustizia ed altri servizi pubblici, in data 06/12/1816 rinunciarono alla “baronia” su San Vito, mantenendo, però, nella persona del conte Ferdinando, alcune proprietà, per un certo periodo. Tra il 1824 e il 1828, attraverso un’oculata opera di acquisizioni, tra i vari proprietari di San Vito, subentrò, la potente famiglia romana, di origini spagnole, dei conti Ruiz De Cardenas, nella persona di Luigi; questi in data 29/09/1828, divenne ufficialmente il nuovo “signore” di San Vito. I suoi discendenti, i conti Marcello e Francesco (quest’ultimo primo sindaco di Otricoli dopo l’unità d’Italia nel 1861), furono coloro, che portarono avanti il nome del casato, fino alla fine dell’800. Con la morte, nel 1956, della contessa Maria Luisa (figlia di Francesco) e moglie del cavaliere Quirino Pellizza, è da considerarsi estinto il nome del casato. I successori continuarono ad avere delle proprietà fino agli inizi degli anni ’70, quando la tenuta venne definitivamente venduta a vari piccoli imprenditori agricoli locali. La Torre quadrata svetta al centro del castello, una fortezza circolare con due porte di accesso, in posizione dominante e da sempre funge da “sentinella” per il controllo del territorio circostante, fin dall’epoca romana. I suoi spigoli sono rinforzati da conci squadrati in pietra ed è ottimamente conservata. L’antica chiesa parrocchiale, sita nel borgo antico, sotto la torre quadrata, di piccole dimensioni, ora non esiste più.
La nuova chiesa parrocchiale, di magnifica imponenza, con campanile cuspidato, è una struttura che sorge in posizione dominante su un poggio. Vi si accede da una scenografica scalinata in mattoni e fu costruita a cavallo della prima guerra mondiale, grazie alla tenacia e alla volontà di un parroco indimenticato e indimenticabile: il toscano don Carlo Checcucci di San Casciano Val di Pesa, che ora riposa dal 1963 all’interno dell’edificio. La torre fu testimone, nel Medioevo, delle scorrerie dei pirati saraceni, che risalivano il Tevere con le loro agili barche per razziare il territorio e di quelle di vari capitani di ventura, tra i quali Di Vico e Braccio da Montone. Altri link suggeriti: http://www.turismonarni.it/ita/19/territorio/, https://www.zankyou.it/f/castello-del-tempovita-599979, https://www.youtube.com/watch?v=aqchUhyB4-4 (video di Selene Corrù)

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/, https://it.wikipedia.org/wiki/San_Vito_(Narni)

Foto: la prima è presa da https://www.residenzedepoca.it/en/weddings/s/luxury_location/castello_del_tempovita/, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/