giovedì 17 ottobre 2019

Il castello di giovedì 17 ottobre




CALATABIANO (CT) - Castello Arabo-Normanno

La storia di Calatabiano è strettamente collegata a quella del suo castello, che si erge su un'altura a 160 metri d'altitudine, all'imboccatura meridionale della Valle dell'Alcantara. Con tutta probabilità, stante l'importanza strategica e militare del sito, una fortezza doveva già essere presente in epoca greca e forse addirittura sicula. A tal proposito Julius Schubring sostenne che i Siculi dovevano tenere un caposaldo all'imboccatura della valle, di fronte al monte Tauro, nominato come Castello di Bidio, ma tale ipotesi non è mai stata suffragata dai reperti archeologici rinvenuti, che hanno invece datazione posteriore al IV secolo d.C.. Il castello, nella sua conformazione attuale, con l'annesso borgo collinare cinto da mura merlate, è riconducibile a una prima fortificazione sommitale di epoca bizantina, come dedotto grazie agli scavi effettuati alla fine del XX secolo e agli inizi del secolo successivo. La monetazione bizantina ritrovata va dall'epoca dell'Imperatore Eraclio all'Imperatore Leone VI. I ritrovamenti archeologici dell'ultima campagna di scavi del 2008/2009 non hanno dato alcun segno di frequentazione araba del sito. Il toponimo del paese è di derivazione dall'arabo قلعة, kalaat (castello), mentre -biano non è riconducibile a un nome arabo. Sotto il dominio normanno, regnando Ruggero II, nel 1135 Calatabiano fu elevata a baronia. Della presenza di un incastellamento veniamo a sapere solo in seguito, grazie al Libro di Ruggero composto da Idrisi nel 1154, che cita per la prima volta il Kalaat-al Bian. L'uso della lingua araba da parte del geografo ha evidentemente condotto all'errata convinzione che il castello fosse di origine berbera. In epoca sveva, dopo la morte di Federico II, il castello fu dato da Corrado IV a Giovanni Moro, servitore musulmano di suo padre. Dopo la morte di Corrado, Giovanni passò al fianco di Innocenzo IV mettendosi contro Manfredi di Hohenstaufen: in una lettera del 3 novembre 1254, il papa conferma a Giovanni Moro alcuni possedimenti, tra cui il castrum di Calatabiano, in cambio dei quali Giovanni doveva garantire, alla bisogna, aiuto militare per la difesa del Regno di Sicilia. Tra i vari signori che si succedettero nel corso dei secoli, il periodo più fulgido nella storia di Calatabiano si ebbe con la signoria dei Cruyllas. Famiglia di origine catalana, i Cruyllas ottennero la baronia nel 1396 tenendola per circa un secolo, ingrandendo il castello fino alle dimensioni attuali ed edificando la Chiesa del Santissimo Crocifisso. Esauritasi la successione per linea maschile, questa continuò per linea femminile con il passaggio della signoria prima ai Moncada e poi ai Gravina, principi di Palagonia. Nel 1544 si ebbe la venuta del pirata Dragut che, sbarcato sul lido di San Marco, espugnò e saccheggiò il borgo. Nel 1677, a seguito della rivolta antispagnola di Messina i francesi assediarono lungamente il castello, venendo respinti dai 150 difensori spagnoli e poi sopraffatti dai soverchianti rinforzi. Il borgo e il castello vennero completamente abbandonati a seguito del Terremoto del Val di Noto del 1693, che danneggiò gravemente l'abitato. La popolazione si reinsediò ai piedi della collina da dove da qualche decennio insisteva già un piccolo insediamento, primo nucleo della Calatabiano moderna, che progressivamente si espanse sulla pianura. Visitando il castello, spicca il portale di ingresso, costituito da un arco a sesto con dei conci lavici di pietra arenaria, sormontato da beccatelli reggenti. Entrando ci si ritrova in un cortile largo circa 8 m, sulla cui destra si trovano due cisterne con feritoie. Delle mura di cinta rimane il perimetro completo con resti di merlature guelfe. Uno degli ambienti più pregievoli del castello è il "Salone dei Cruyllas", situato al centro del cortile e dal cui interno, attraverso due finestre, si può ammirare una bellisima veduta della valle dell'Alcantara. Al centro del salone vi è uno stupefacente arco in pietra bianca di Taormina che divide simmetricamente in due parti il il grande ambiente, sulla cui pietra di volta si trova il blasone dei Cruyllas. Tra i vani che si affacciano sul cortile vi è ad ovest una cappella con abside, al centro della quale vi è una feritoia. In una zona più alta del maniero, dove fu costruito il primo nucle difensivo, si arriva attraverso un portale decorato da conci lavici artisticamente lavorati. Salendo una scaletta intagliata nella roccia si accede al "Mastio" formato da un corpo centrale rettangolare delimitato alle estremità da due torrioni semicircolari. Nella parte centrale del Mastio vi è una "PUSTERIA", un'apertura che consentiva l'uscita d'emergenza sul pendio ripido del monte. L'approvigionamento idrico del maniero era affidato alla raccolta di acqua piovana nelle 6 cisterne sparse in tutta l'area interna. Solo qualche rudere rimane invece del borgo abbandonato nel 1693. Dopo decenni di abbandoni, nel luglio 2009, il castello di Calatabiano è tornato agli antichi splendori grazie al sapiente progetto di restauro dell'architetto Daniele Raneri, il quale ha ridato lustro non solo ad una delle fortificazioni più suggestive della Sicilia orientale, ma ha praticamente riscritto la storia del castello stesso. Il complesso è stato ristrutturato e divenuto una meta apprezzata dai turisti. La ristrutturazione ha portato alla creazione di bar, pizzerie e sale per convegni edificate all'interno del castello in uno stile decisamente moderno. Il castello, posto sopra una collina alta 220 m rispetto al livello del mare, è raggiungibile tramite una strada tortuosa o tramite una funivia costruita durante la restaurazione del suddetto castello. Ancora oggi sono in atto progetti per il miglioramento del castello e scavi archeologici che portano sempre nuovi reperti risalenti alle epoche precedenti. Ecco il sito web del monumento: https://www.castellocalatabiano.com/. Altri link suggeriti: http://www.medioevosicilia.eu/markIII/castello-di-calatabiano/, https://comune.calatabiano.ct.it/turismo/castello-arabo-normanno/, https://www.youtube.com/watch?v=XFYG3CyzEa8 (video di todaronetwork), https://www.youtube.com/watch?v=19yATztOc0k (video di Vincenzo Adorno), https://www.raiplay.it/video/2019/04/Sapiens-Un-solo-pianeta-Castello-di-Calatabiano-abc302b3-4e92-412f-98b1-c1f90be4176b.html (video), https://www.youtube.com/watch?v=52D62burCys (video di Qui Sicilia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Calatabiano#Castello, https://www.icastelli.it/it/sicilia/catania/calatabiano/castello-di-calatabiano

Foto: la prima è presa da http://www.italianways.com/il-castello-di-calatabiano-sicilia-di-arabi-e-prosperita/, la seconda è un fermo immagine del video di Vincenzo Adorno (https://www.youtube.com/watch?v=19yATztOc0k)

mercoledì 16 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 16 ottobre



GOITO (MN) - Castello o Villa Magnaguti in frazione Cerlongo

Il castello di Cerlongo è un'antica roccaforte che conserva inalterato l'originario impianto, oltre ad alcuni edifici medievali e le opere difensive, tra cui le tre torri e le mura perimetrali. Ignota l'epoca di costruzione, il castello era preesistente al Ducato di Mantova, allorché i duchi Gonzaga si recavano nella località di Cerlongo perché rigogliosa di alberi da frutta, soprattutto di ciliegi. In una sala dell'edificio una lapide ricorda che il 25 giugno 1866 vi soggiornò il re Vittorio Emanuele II. Si tratta della residenza padronale più significativa di Cerlongo, profondamente rimaneggiata nel corso dei secoli rispetto a quella che doveva essere l'originaria struttura. In passato la costruzione assolse alla funzione di residenza signorile: costituì infatti un possesso della famiglia Cocastelli (i Cocastelli, originari del Monferrato, Piemonte, ottennero la dignità comitale nel 1228 da Bonifacio del Monferrato. La famiglia si trasferì a Mantova a fine XVI secolo (CASTAGNA 1991, p. 211), da cui poi venne acquistata, nel corso dell'Ottocento, dalla famiglia Magnaguti (la famiglia Magnaguti, originaria del Polesine, Rovigo, si trasferì a Mantova nel XVI secolo; i Magnaguti ebbero vari possedimenti nel mantovano e ottennero il titolo di conti nel 1771 (CASTAGNA 1992, p. 133), che ne fece la sua residenza di campagna. Nel Catasto Teresiano (mappale n. 1913), rilevato nel 1776, la struttura risulta indicata come casa e corte in parte di villeggiatura, di proprietà del Rev. Vincenzo Scaratti di Medole. Durante le battaglie risorgimentali la villa ospitò la sede del quartier generale piemontese. A metà del 1950 l'edificio venne adibito a istituto religioso, sede di una congregazione di suore, le "Povere Figlie di Maria S.S. Incoronata". Attualmente Villa Magnaguti appartiene al Comune di Goito. L'attuale impianto della villa, sviluppato orizzontalmente con andamento NS nella porzione sud della frazione, credibilmente differisce dall'assetto originario della stessa, che doveva probabilmente presentarsi come costituita da più corpi disposti attorno a una corte. L'edificio è strutturato su due piani sovrapposti (M. DALLA BELLA 2007, p. 48), uno di servizio, inferiore, e un piano rialzato, quello nobile destinato alla rappresentanza (in una delle sale del piano nobile è collocata una lapide con la seguente iscrizione: «In questa camera Vittorio Emanuele II riposava le stanche membra il 25 giugno 1866 nel fiero proposito di riscattare dallo straniero Mantova e Venezia»). Lo schema a forma di parallelepipedo compatto, elevato su due piani di Villa Magnaguti, è ricorrente nelle ville più semplici e antiche, riferibile al XVI e XVII secolo ( a tale proposito si veda TOMASSINI 2003, p. 167). In questo caso la struttura è stata arricchita da elementi il cui aspetto stilistico rinvia a un periodo più tardo, evidentemente si tratta di decori aggiunti in epoche successive a quelle della costruzione. Il fatto che la villa venga spesso classificata come villa ottocentesca è dovuto all'analisi della facciata verso la strada, la quale presenta un aspetto neo - castellano, in virtù dei tre finti torrioni che la scandiscono, realizzati su imitazione delle architetture medievali nel XIX secolo. La torre merlata centrale appare più elevata rispetto a quelle laterali, da cui la dividono due corpi intermedi più bassi ed è collocata in corrispondenza della scalinata marmorea d'ingresso. L'altra facciata, verso il parco (all'epoca dei Gonzaga tale parco vantava la presenza di una ricca vegetazione, composta di ficus tropicalis, olmi, faggi, magnolie, ippocastani e filari campestri di ciliegi; BORIANI 1969, p. 71. Vi erano presenti anche cedri del Libano di grandi dimensioni, abbattuti dalle suore quando divennero proprietarie della villa e del parco - Nota riferitami oralmente da Sergio Cobelli, ex abitante di Cerlongo - ) della villa, presenta un aspetto più lineare ed è timpanata. Sul lato meridionale della piazza è collocata la torre, interposta a due abitazioni, di cui costituisce l'accesso; si tratta forse dell'unico elemento della villa che conserva più di altri il ricordo di una primitiva struttura. È probabile che tale villa costituisse originariamente l'abitazione di Giovanni Boniforte (Giovanni Boniforte era figlio del mercante Bertone da Concorezzo. La famiglia milanese dei Concorezzo si era stabilita a Mantova nel XV secolo, dove aveva avviato un vasto commercio di lana e tessuti, con l'appoggio della famiglia Gonzaga, legame ulteriormente rafforzato dal matrimonio di Giovanni con Bartolomea. Giovanni Boniforte possedeva una conceria in Piazza Erbe a Mantova, dove venivano tinti e lavorati panni e cuoio, tramite il tannino; quest'ultimo veniva estratto dalle querce, specie arboree molto diffuse nell'area mantovana. Inoltre, Giovanni aveva ereditato dal padre terre e armenti del territorio di Cerlongo, fondamentali per la fornitura di pellame e lana che erano alla base della sua attività commerciale; E. COMERLENGHI 2007, pp. 321-323; www.turismo.mantova.it: articolo "La storia della casa del mercante" di Maria Rosa Govio Casali Valparini), il quale aveva un «chasamento» (esistono tre lettere scritte nell'inverno 1463 da Giovanni Boniforte e dalla moglie dalla loro dimora in Cerlongo, indirizzate al marchese Ludovico II Gonzaga: ASMn, AG. b. 2399, cc. 50-53) in Cerlongo; verosimilmente le nobili origini della moglie, Bartolomea Gonzaga, giustificano il pregio architettonico dell'edificio. Nonostante il profondo rimaneggiamento, le murature appaiono conservare ancora memoria dell'antico, come si può osservare negli ambienti interni, dove alcune stanze hanno conservato paramenti e decorazioni databili ai secoli XVII, XVIII. Tramite la porta d'ingresso del palazzo si accede ad un piccolo atrio decorato con motivi floreali e bucolici; il soffitto è dipinto alla stregua di un cielo in cui si librano putti che reggono canestri di fiori e frutta. Gli affreschi, di autore ignoto (tra i locali si tramanda che tali affreschi furono eseguiti da un pittore girovago della zona che, in cambio di alloggio, si offriva di dipingere), ricalcano schemi tardo settecenteschi, eseguiti però in un periodo più tardo, forse fine Ottocento; il soggetto degli affreschi, un corteo di Venere, sembrerebbe alludere ad un matrimonio, verosimilmente quello del conte Lodovico Magnaguti con Faustina Rondinini, tenutosi il 2 giugno 1829, come confermerebbero i rispettivi stemmi , rappresentati su un arazzo dipinto nell'ultima stanza a destra dell'atrio d'ingresso. Il pavimento all'ingresso riporta un mosaico ottocentesco racchiuso all'interno di un cerchio, con la rappresentazione dell'arma gentilizia dei Magnaguti: una cicogna che tiene nel becco un serpente verde su uno sfondo azzurro. La prima stanza a destra conduce verso una scala, tramite la quale si accede ai piani superiori e ai sotterranei. In questi ultimi la presenza di pareti scandite da ciottoli in sequenze ordinate fa propendere per una fase medievale della villa stessa. Le fondamenta risultano quindi conservare la parte più antica della struttura. Altro link consigliato: https://www.comune.goito.mn.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-cerlongo-villa-magnaguti-43840-1-ca0768c4642a2bb284d8c495609b53eb

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Cerlongo, https://it.wikipedia.org/wiki/Cerlongo

Foto: la prima è presa da https://www.facebook.com/229245327248907/photos/a.229248523915254/829876293852471/?type=1&theater (profilo Facebook "Premio Castello d'Arte Contemporanea"), la seconda è di Massimo Telò su https://it.wikipedia.org/wiki/Cerlongo#/media/File:Cerlongo-Villa_Magnaguti.JPG

martedì 15 ottobre 2019

Il castello di martedì 15 ottobre



OTRANTO (LE) - Castello Aragonese

Importante testa di ponte verso l'Oriente, la città di Otranto è stata munita fin dall'antichità di sistemi di difesa ed opere fortificate, aggiornate nel corso dei secoli dalle dominazioni che vi si sono avvicendate. L'assedio subito dalla città nel 1067 danneggiò gravemente il fortilizio che fu riparato e potenziato qualche anno più tardi per volere di Roberto il Guiscardo. Della ricostruzione promossa nel 1228 da Federico II di Svevia rimangono invece tracce evidenti della torre del corpo mediano cilindrico, inglobata nel bastione a punta di lancia, e nella cortina muraria di nord-est. Dopo il Sacco di Otranto del 1480, anno in cui tutto il Meridione d'Italia fu oggetto dell'attacco turco, il Castello dovette essere ricostruito, cosa che fece Alfonso d'Aragona duca di Calabria. Alla fine del secolo, quando la città fu data in pegno ai veneziani, la struttura fu ulteriormente potenziata con l'aggiunta di artiglierie e bombarde. Della fase aragonese rimangono solo un torrione e parte delle mura. L'aspetto attuale del fortilizio si deve infatti ai Viceré spagnoli, che ne fecero un vero e proprio capolavoro di architettura militare: opere di difesa straordinaria furono attuate nel 1535 da Don Pedro di Toledo, di cui rimane lo stemma sul portale d'ingresso e sulla cortina esterna. I due bastioni poligonali aggiunti nel 1578 sul versante rivolto al mare, inglobarono il preesistente bastione aragonese. Alla metà del secolo successivo il leccese G. F. Saponaro fu incaricato di rafforzare ulteriormente il Castello. La fortificazione, nella sua configurazione iniziale, di fine '400, si presentava a forma di quadrilatero (trapezio rettangolo), con ai vertici quattro rondelle (torri circolari) realizzate in carparo, con quella rivolta verso il mare in posizione più sporgente, come spesso rappresentato nei trattati da Francesco di Giorgio Martini. La configurazione che oggi osserviamo è frutto di costanti modificazioni, che interessarono la fortezza per tutto il '500, imposte dalla continua evoluzione e perfezionamento delle armi da fuoco. Il castello è delimitato su tutti i lati da un profondo fossato che viene superato all'ingresso con un ponte, oggi con arco in pietra e calpestio in legno, probabilmente in origine di tipo levatoio. Un corridoio stretto immette direttamente nell'atrio del piano terra. Attraversandolo si nota l'ispessimento della facciata realizzato agli inizi del '500. Tutti gli ambienti del piano, sviluppati a ridosso delle cortine esterne, a pianta rettangolare o quadrata, si affacciano sul cortile interno e sono coperti da sistemi a volta. All'esterno del quadrilatero originario si sviluppano due ambienti, certamente tra i più rappresentativi dell'intera struttura: le sale triangolare e rettangolare. La sala triangolare fu generata dagli ampliamenti di metà '500, quando fu aggiunto all'esterno il bastione tra le due rondelle. Particolarmente suggestiva è la copertura a volta di questa sala definita dall'intersezione di tre unghie di padiglione in pietra carparo che seguono la particolare forma in pianta del locale. La Cappella al piano terra si presenta parzialmente affrescata e contiene al suo interno varie cornici ed epigrafi, tra le quali quelle della tomba di Donna Teresa De Azevedo, morta il 23 febbraio del 1707, alla quale il marito, Don Francesco de la Serna e Molina, castellano dell'epoca, dedicò una tenerissima epigrafe in cui la indica quale "esempio di pudicizia, dea di bellezza, modello di onestà, prole di eroi spagnoli". Al di sotto del piano terra si sviluppa un intrigo di cunicoli, gallerie e piccoli ambienti, che definisce il sistema dei "sotterranei". Si tratta di ambienti di grande valore storico, molto suggestivi, rimasti immodificati sin dalla loro costruzione, risalente al primo impianto di fine '400. Solo alcuni percorsi hanno subito, con il perfezionamento delle armi da fuoco, nel '500, piccole trasformazioni e ampliamenti. I sotterranei sono il luogo in cui diventa più facile leggere le differenti fasi che hanno caratterizzato la costruzione del castello: il primo impianto di fine '400, le fodere e i rinforzi delle cortine e di alcune rondelle di inizio '500, l'aggiunta del bastione triangolare di metà '500 e, infine, la realizzazione del puntone verso mare di fine '500 (chiamato Punta di Diamante e costruito da Scipione Campi e Paduan Schiero di Lecce). Attraverso una scala in pietra coperta e una scala esterna, sempre in pietra, si può raggiungere il ballatoio del primo piano, che garantisce l'ingresso ad una serie di ambienti che ricalcano in grandi linee posizione e impostazione del piano terra. Da questo livello si accede, però, all'interno delle tre rondelle ancora oggi presenti agli spigoli: Alfonsina (in onore di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria), Ippolita e Duchessa (in memoria della moglie del suddetto Alfonso). Nel cuore delle rondelle, protette da una spessa cortina esterna, sono presenti ambienti a pianta circolare, coperti da cupole emisferiche in pietra carparo, in cui erano collocate bombarde e cannoni orientati verso bocche di fuoco comunicanti con l'esterno.
Sulle coperture sono presenti i percorsi di ronda, protetti da muri molto spessi con feritoie per la disposizione di cannoniere. Sia sulle cortine esterne che all'interno dell'atrio sono presenti alcuni stemmi araldici di sovrani e nobili, protagonisti della storia del Castello. Particolarmente interessante quello posto sul portone d'ingresso con lo stemma scolpito dell'Imperatore Carlo V.
La fortezza otrantina ispirò il primo romanzo gotico della storia, "Il castello di Otranto", di Horace Walpole (1764) ed il libretto di un'opera buffa, "Le Baron d'Otrante" (1769) di Voltaire. L’ampio fossato, che per buona parte circonda il castello, ospita ogni anno in primavera le Giornate Medioevali, durante le quali vengono rievocati quei tempi antichi tra dame, cavalieri, cantastorie e fiere. Altri link suggeriti: https://www.turismo.it/cultura/articolo/art/otranto-cosa-scoprire-nel-castello-degli-aragonesi-id-10462/, https://www.youtube.com/watch?v=-EX-ETnaFgo (video di You Box Salento), https://www.canaleeuropa.tv/it/museum/otranto-castello-aragonese.html (video di CanaleEuropa.tv), http://www.salentoweb.tv/video/8708/caccia-fantasma-castello-otranto (video di salentoweb.tv in cui si parla di presenza di fantasmi), https://www.youtube.com/watch?v=3aCLHVbA5M4 (video di Radio Social Web)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Otranto, https://www.comune.otranto.le.it/vivere-il-comune/territorio/da-visitare/item/castello-aragonese, https://viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/83/it/Castello-di-Otranto, https://www.cortedelsalento.net/salento-dintorni/otranto-scopriamo-il-castello-aragonese/, http://www.otrantopoint.com/il-castello-di-otranto.html

Foto: la prima è presa da https://www.fulltravel.it/guide/castello-di-otranto/46426, la seconda è presa da https://www.hotelkoine.it/vacanze-otranto/castello-di-otranto/

lunedì 14 ottobre 2019

Il castello di lunedì 14 ottobre




TIROLO (BZ) - Castel Fontana (o Brunnenburg)

Castel Fontana si erge su un cono detritico di origine glaciale tra Tirolo e l’omonimo castello. Fu edificato nel 1241, allora nel territorio della diocesi di Coira, da Wilhelm Tarant al servizio del Conte Alberto III di Tirolo. Nel tempo fu diverse volte distrutto e quindi ricostruito. Il castello deve probabilmente il suo nome ad una sorgente, che poteva essere esistita nelle sue vicinanze; anche le attestazioni del castello come Prunnenberch nel 1285 e Brunnberg nel 1437 fanno propendere per tale etimologia. Un'altra ipotesi fa derivare il nome del castello da quello di uno dei suoi numerosi proprietari. Nel 1356 fu acquistato dai fratelli Heinrich e Johann von Bopfingen. Heinrich era parroco di Tirolo, delegato di Ludovico von Brandenburg e Capitano della contea del Tirolo (fino al 1359); Johann era soprannominato il trovatore (Minnesänger). Nel 1421 il castello fu acquistato dal capellano del Duca Federico Tascavuota, Ulrich Putsch, che successivamente divenne vescovo della Diocesi di Bressanone. Nel 1457 il maniero fu acquistato da Hans (o Johann) von Kripp, alla famiglia del quale appartenne sino al 1812, anche se già nel 1600 la fortificazione veniva descritta come "vecchio castello diroccato". Nel 1705 il contadino Gregor Hofer iniziò a far restaurare il complesso, realizzando alcuni lavori strutturali. Nel 1884 un altro contadino, Michael Sonnenburger, borgomastro di Tirolo, prese possesso del castello. Fu nel 1889 che si inaugurò il tiro a segno, con grande parata di Schützen, e come ospite d'onore l'arciduca Francesco Ferdinando, che fu poi assassinato a Sarajevo nel 1914. Nel 1903 il castello fu acquistato da Karl Schwickert, industriale di Pforzheim (in Renania), il quale diede inizio ad un restauro, senza risparmio di mezzi e risorse. Questo restauro, però, trasformò radicalmente la struttura del castello, che venne quasi ridisegnato seguendo il gusto del nuovo proprietario (si nota un vago richiamo allo stile neogotico). L'opera non fu mai terminata a causa della morte di Schwickert (1927), e l'edificio cadde nuovamente in rovina. Nel 1955 venne acquistato dal principe Boris de Rachewiltz (professore ed egittologo), che nel 1946 aveva sposato Mary, la figlia del poeta statunitense Ezra Pound e di Olga Rudge. Pound vi risiedette dal 1958 fino alla sua morte. Nel periodo che trascorse al castello, il poeta compose gli ultimi 6 dei suoi 116 Cantos:
«il tempio è sacro perché non è in vendita» (Ezra Pound, Canto 97)
Diventato il Museo agricolo Brunnenburg (Landwirtschaftsmuseum Brunnenburg) nel 1974, il castello illustra usanze e modi di lavoro dei contadini della zona, ed è attualmente visitabile ogni giorno, da aprile ad ottobre (https://www.brunnenburg.net/it/). Durante la visita a Castel Fontana si possono ammirare diversi animali domestici a rischio d’estinzione, tra cui maiali mangalica, pecore zackel, pecore fiemmesi, capre fasane, capre grigie tirolesi, anatre, oche e galline rare. Il castello ospita pure un Ezra Pound Center for Literature, legato alla University of New Orleans (USA). Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=VXHb5pYNFDk (video di Eric Hudiburg), https://it-it.facebook.com/QuanteStorieRai3/videos/museo-di-brunnenburg/2010538609028694/ (altro video).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Fontana, https://www.merano-suedtirol.it/it/tirolo/natura-cultura/luoghi-d-interesse/castel-fontana/rid-0D7415E4C09642BEB5BEA03E8B8227A2-p-castel-fontana.html, https://www.suedtirol.info/it/esperienze/Castel-Fontana_activity_74939

Foto: la prima è presa da https://www.erika.it/de/ausfluege-region/sehenswertes/die-brunnenburg/, la seconda è presa da https://www.sentres.com/en/castle-brunnenburg

giovedì 10 ottobre 2019

Il castello di giovedì 10 ottobre




AMELIA (TR) - Castello di Montecampano

Fin dall’antichità fu conosciuto con il toponimo di "Mons Campanus". La sua notevole posizione strategica di controllo sulle valli prospicienti e sulla vicina via Amerina suscitò le attenzioni di Amelia che l’acquistò nel 1354. In data 1 ottobre 1387 si procedette alla nomina, per la durata di due mesi, dei Castellani del contado amerino, a Montecampano fu nominato Pietro di Ser Paolo.
Nel 1399 la comunità di Montecampano si rivolse al Consiglio degli Anziani di Amelia perché intervenissero a riparare alcuni tratti di mura franate e nel 1405, ottenne il consolidamento di mura e torri di guardia. Nel 1412 il castello subì tuttavia una prima devastazione da parte di Braccio da Montone, allora comandante delle truppe pontificie e che sarebbe divenuto, pochi anni più tardi, signore di Perugia. Montecampano seguì negli anni successivi le sorti di Fornole, subì diversi attacchi da parte delle truppe papali; ancora nel 1434 fu incendiato per ordine di Niccolò Piccinino, rivale di Francesco Sforza, all’epoca signore di Amelia. Nel corso del Cinquecento il castello fu ancora meta di rovinose incursioni da parte delle famiglie Vitelli e Orsini e da parte dell’esercito della vicina Orte, pronta a sfruttare ogni occasione propizia per sottrarre territori ad Amelia e condurli nell’orbita della sua influenza. Nel consiglio decemvirale di Amelia del 21 ottobre 1561, si delibera che “montecampanenses non colant bona Hortanorum” gli uomini di Montecampano non debbano coltivare proprietà appartenenti agli Ortani e gli Anziani provvedano in merito, “sub pena per eos arbitranda et applicanda” comminando le pene che riterranno più opportune. Successivamente, per molto tempo, il castello fu possedimento dell’aristocratica famiglia dei Conti Cansacchi, una casata proprietaria di diverse tenute terriere e di immobili tra cui due palazzi di grande pregio architettonico situati nel centro di Amelia (Palazzo Cansacchi della Valle Superiore in contrada “Platea” e Palazzo Cansacchi in contrada “Posterola” eretto a fianco dell’Ospedale di Santa Maria dei Laici). Nel 1816, a seguito del motu proprio di papa Pio VII del 6 luglio sull’organizzazione dell’amministrazione pubblica, il territorio di Montecampano venne inglobato nella Comunità di Amelia. Attualmente è frazione del Comune di Amelia. Dell’originario impianto castellano rimangono alcuni tratti di mura e alcune belle torri. L’interno è caratterizzato da via Cansacchi, con ai lati dei bei palazzetti ed un antico orologio pubblico situato su di un cavalcavia che collega due edifici affacciati sui lati opposti della via. La chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli non presenta più l’originario aspetto medievale per le numerose manomissioni subite nei secoli. Tutt’attorno alla collina su cui insiste l’abitato si aprono panorami mozzafiato sulle vallate circostanti che mostrano in lontananza, tra ampi boschi e terreni coltivati, solitarie pievi dirute e antichi casali, residenze appartenute in passato a nobili famiglie amerine tra cui i Venturelli, Racani, Boccarini, Catenacci e i Farrattini.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montecampano-amelia-tr/, http://turismoqr.it/amelia/montecampano.html

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montecampano-amelia-tr/

mercoledì 9 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 9 ottobre




BRUSSON (AO) - Castello di Graines

Sorge su un alto promontorio roccioso, dal quale domina l'abitato di Brusson e gran parte della Val d'Ayas. Si tratta di una posizione decisamente strategica: oltre ad essere ideale dal punto di vista difensivo, la posizione sopraelevata gli permetteva di controllare visivamente il vasto territorio circostante. Non trova alcun riscontro oggettivo la pretesa comunicazione, magari tramite specchi o bandiere colorate, con la torre di Bonot e con il castello di Ville a Challand-Saint-Victor, poiché né l'una né l'altro sono in comunicazione visiva con il castello. Il feudo di Graines possiede una storia molto antica che risale al 515 quando il principe Sigismondo il Santo, re dei Burgundi dall'anno 516, ricostruì l'Abbazia di Saint-Maurice d'Agaune nel Vallese. Per garantire ai monaci rendite sufficienti alle ingenti necessità della nuova abbazia, donò inoltre numerosi possedimenti tra cui il ricco e fertile feudo di Graines. Nel 1263 i monaci infeudarono il maniero ed alcune terre circostanti a Gotofredo di Challant, nipote del Visconte Bosone di Aosta e fedele servitore dei Conti di Savoia. I Challant amministrarono questo feudo fino al tardo 1700, riconoscendosi vassalli dell'Abbazia di Saint-Maurice d'Agaune. A metà del 1400 il castello fu ristrutturato e fortificato e fu una delle roccaforti usate da Caterina di Challant e Pierre d'Introd durante la lotta per la successione al padre Francesco di Challant. All'estinzione della casata degli Challant nel 1800, il castello, ormai allo stato di rudere, passò alla famiglia Passerin d'Entrèves. È stato in seguito acquisito al demanio della Regione Autonoma Valle d'Aosta. Alla fine del XIX secolo il noto architetto Alfredo D’Andrade intraprese degli interventi di restauro volti a ricostruire la parte occidentale del donjon ed alcuni tratti di cortina muraria. Negli anni Novanta del Novecento, ulteriori lavori di messa in sicurezza hanno interessato il sito, senza tuttavia modificare l’immagine ormai storicizzata delle rovine della fortificazione. Una campagna di indagini archeologiche cominciata nel 2010 per acquisire ulteriori dati relativi al castello, ha permesso di completare la fedele ricostruzione di alcune parti del sito, quali la scarpa esterna della cinta muraria meridionale ed i cosiddetti edifici sud-occidentali. Grazie al programma transfrontaliero AVER (Anciennes Vestiges En Ruine) che vede coinvolte Savoia, Vallese e Valle d'Aosta, il castello è stato restaurato ed è liberamente accessibile. Graines è un tipico esempio di castello primitivo valdostano. Era composto essenzialmente da un'ampia cinta muraria, di circa 80 metri per 50 e di forma irregolare per adattarsi alla natura del terreno (è mancante sul lato strapiombante, dove si ritenne inutile realizzarla), che racchiudeva all'interno le altre costruzioni tra cui una grande torre quadrata, la cisterna per la raccolta dell'acqua piovana ed una piccola cappella, le uniche di cui sia rimasta traccia. La torre quadrata, o donjon, poggiante su un solido zoccolo a scarpa, mostra una struttura massiccia e misura più di 5,5 metri di lato. Essa era il mastio del castello, originariamente merlato, ma privo di copertura a vista. Oltre ad essere l'abitazione del signore rappresentava l'ultimo baluardo della difesa, come dimostrano le piccole finestre e l'ingresso posto a quasi cinque metri dal suolo, raggiungibile solo con l'aiuto di una scala che poteva essere rimossa in caso di assedio. In un secondo tempo fu aggiunto alla torre un nuovo corpo di fabbrica per ingrandire l'abitazione. Nell'angolo nord - ovest del perimetro murario, la cappa conica di un camino indica la collocazione degli alloggiamenti militari. L'accesso era difeso da un'avamporta che immetteva in un vano destinato al corpo di guardia; strette feritoie, adatte a vigilare sul territorio proteggendo chi si trovava all'interno, incorniciano un paesaggio di rara bellezza, specie in autunno quando i boschi a valle del castello di Graines si tingono delle più svariate tonalità del rosso e del giallo. La cappella romanica è dedicata a san Martino. La titolatura della cappella, diversa dal patrono dell'abbazia vallesana, San Maurizio, priva di sostegno la supposizione che sia stata costruita dai suoi monaci, che in origine avrebbero anche abitato il castello, supposizione che non trova alcun riscontro storico e neppure nella tradizione locale. È costituita da un'unica navata, lunga circa otto metri, che termina con un'abside semicircolare. Di essa è rimasta unicamente l'abside romanica semicircolare, la muratura perimetrale, la facciata con il campaniletto a vela. La copertura è scomparsa da tempo. Per raggiungerlo bisogna seguire la strada regionale 45 che parte da Verrès e risale la Val d'Ayas. A circa 13 km da Verrès, subito dopo l'abitato di Arcésaz, frazione di Brusson, si imbocca sulla destra la deviazione asfaltata per Graines. Dopo circa due chilometri si può lasciare l'auto e percorrere la mulattiera che, in pochi minuti, permette di arrivare al castello. Secondo una leggenda sotto i resti del castello è sepolto un grande tesoro. Una notte una voce misteriosa apparve in sogno ad un pastore e gli indicò il punto esatto dove scavare per trovare il tesoro, raccomandandogli però di allontanarsi prima che all'alba il gallo cantasse per la terza volta. La notte successiva il pastore seguì le indicazioni e scoprì una botola oltre la quale trovò il tesoro. Abbagliato dalle ricchezze perse però la cognizione del tempo e troppo tardi si accorse del canto del gallo, rimanendo così intrappolato insieme al tesoro e mai più ritrovato. Nel castello di Graines è ambientata una parte del romanzo "Il mercante di lana" di Valeria Montaldi. Altri link suggeriti: https://www.regione.vda.it/cultura/patrimonio/castelli/castello_graines/default_i.asp, https://www.youtube.com/watch?v=GMGjSHlqVIg (video di Marco de Bigontina), https://www.youtube.com/watch?v=JxlEQWROr9I (video con drone di Akhet srl), https://www.youtube.com/watch?v=ZVU91PUzmyE (video di Ivano Conti), https://www.youtube.com/watch?v=LYcypSZ8Zsg (video di gladio2001).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Graines, https://www.comune.brusson.ao.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-graines-39186-1-194e824058defd102d6faceab8acd3dd, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/brusson/castello-di-graines/867

Foto: la prima è presa da https://www.comune.brusson.ao.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-graines-39186-1-194e824058defd102d6faceab8acd3dd, la seconda è di Giuseppe Bozzola su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Graines#/media/File:Castello_di_graines.jpg

martedì 8 ottobre 2019

Il castello di martedì 8 ottobre




VALSAMOGGIA (BO) - Rocca in frazione Castello di Serravalle

Il territorio in cui sorgono oggi le frazioni che danno vita a Castello di Serravalle fu, da sempre, zona di confine, d'incontri e di scontri tra popoli e culture. Questa terra in cui s'erano insediate popolazioni Etrusche vide l'arrivo da un lato dei Celti Boi, fondatori (con gli Etruschi stessi) della città di Bologna, e dei Celto-Liguri Friniati, una potente "tribù" che aveva nella vicina Pavullo il suo centro principale e che si oppose alla successiva conquista dei Romani costringendoli ad una guerra durata cinquant'anni, prima di cedere del tutto le armi. Questa collocazione, a mezza strada tra Bologna e Modena, si rivelò ancora una volta determinante nel Medioevo, quando, nel 1227, Serravalle si costituì ufficialmente come Comune che, per la sua posizione strategica e per la sua fiorente economia agricola, fu immediatamente conteso tra i due centri più importanti. Dopo numerose battaglie fu Bologna ad assumere il controllo di Serravalle e, di conseguenza, della valle del Samoggia e di quella del Panaro. Resta famosa nella storia la battaglia di Zappolino tra bolognesi di parte guelfa e modenesi ghibellini, alla quale presero parte 35.000 fanti ed oltre 4000 cavalieri ed in cui si contarono più di 2000 morti, cifre di tutto rispetto per un'epoca nella quale le battaglie erano spesso poco più di scaramucce. Lo scontro decisivo avvenne il 15 novembre del 1325, alle prime ombre della sera e, tra l'altro, fu utilizzato dal poeta modenese Alessandro Tassoni come episodio iniziale del poemetto eroicomico "La secchia rapita", da lui composto. Anche i decenni successivi furono caratterizzati da frequenti passaggi di mano del territorio, prima proprietà dei Visconti, poi dei Bentivoglio ed infine divenuto parte dello Stato Pontificio. Oggi si conserva la Rocca, di origine medioevale, con torre (del 1523), parte delle fortificazioni e porta d'ingresso al borgo. Il palazzo signorile, interamente costruito in cotto a ridosso della torre, è di forme settecentesche. Il castello, adattato a dimora gentilizia intorno al ‘500, fu di proprietà della nobile famiglia dei Boccadiferro fino alla fine dell’800. Nel suggestivo salone d’ingresso, un bassorilievo in arenaria raffigura il cavaliere Iacopino da San Lorenzo in Collina, famoso Capitano della Montagna. Al castello non manca poi un tocco di mistero. Nella rocca vagano ancora le anime delle mogli uccise, una dopo l'altra, dal crudele Boccadiferro: nelle notti di maggio i loro spettri escono a cercare vendetta, spargendo nel borgo un misterioso profumo, mentre nella torre del castello echeggiano ancora i lamenti di Boccadiferro, a sua volta ucciso dalla tredicesima e più furba moglie. Nel cuore del borgo, il duecentesco palazzo comunale fu sede della magistratura del Capitano della Montagna occidentale. Oggi si compone di una torre campanaria cinquecentesca e di una bella loggia. All'interno nella duecentesca "Casa del Capitano" è ospitato l'"Ecomuseo della collina e del vino", collegato a sezioni dislocate sul territorio. Il museo descrive le caratteristiche dell'interazione tra uomo e ambiente nell'area e le caratteristiche culturali degli abitanti, comprese le antiche attività economiche. L'Associazione "Terre di Jacopino"- presidente il dott. Luigi Vezzalini - si occupa attualmente delle attività dell'Ecomuseo e organizza mostre, manifestazioni e tour guidati per il Borgo Antico di Serravalle, che hanno lo scopo di far conoscere tanto le bellezze e la storia del Borgo, quanto i prodotti tipici del territorio. All'interno del borgo, in posizione centrale, la neoromanica chiesetta di San Pietro, in posizione sopraelevata. Nel borgo si conservano altri luoghi di interesse e di grande bellezza, come alcune torri colombaie, la ricostruzione di un orto medievale, alcuni pozzi (uno ancora visibile pubblicamente, altri all'interno di edifici privati), una vigna secolare sul fianco della chiesa che viene usata ancora oggi dagli abitanti del borgo per trarne uva da tavola. La bella imponenza e i segreti del castello di Serravalle ispirarono nel 1920 il compositore lucchese Gaetano Luporini (1865-1948), che musicò l’opera intitolata Amore e morte ambientata proprio nel castello, su libretto di Giuseppe Lipparini. Altri link suggeriti: https://www.storiaememoriadibologna.it/castello-e-borgo-di-serravalle-3538-luogo, https://www.youtube.com/watch?v=U6WBkZ2ksE4 (video di Proloco Castello di Serravalle), https://www.youtube.com/watch?v=rOJZ1UKqec4 (video con drone di alisei.net).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Serravalle_(Valsamoggia), https://www.comune.valsamoggia.bo.it/index.php/cosa-vedere-itinerari-in-valsamoggia/93-vivere-valsamoggia/2832-castello-di-serravalle, http://valsamoggia.net/castello-di-serravalle/

Foto: la prima è presa da https://www.valsaway.com/en/castello-serravalle-borgo/, la seconda è di Evox Servizi Immobiliari su http://www.evoximmobiliare.it/