lunedì 16 luglio 2018

Il castello di lunedì16 luglio



DESENZANO DEL GARDA (BS) - Castello

Il castello è l'edificio che caratterizza l'aspetto della città di Desenzano, sia che la si visiti arrivando dall'entroterra, sia che la si guardi dal porto o dal lago. L'edificio che domina la città, sorto forse su un castrum romano a difesa delle invasioni barbariche, fu ricostruito in epoca comunale e rafforzato nel XV secolo, quando racchiudeva 120 case ed una chiesa dedicata a S. Ambrogio. Intorno al 1030 l'imperatore Enrico II assegnò la contea di Desenzano e con essa il castello al conte rurale Bosone I. Per secoli il borgo del castello fu abitato da cittadini pronti ad accogliere, in caso di pericolo, coloro che abitavano fuori le mura di esso. Il pericolo costituito dalle invasioni barbariche, in particolare degli Ungari cessarono intorno al X secolo, e via via che il tempo passava il castello perse la sua funzione di rifugio, continuando ad essere abitato da famiglie. Alla fine del Quattrocento il castello fu ampliato nella parte sud per ospitare una guarnigione militare, continuando però ad essere principalmente un rifugio per la popolazione. Una volta persa questa sua funzione venne abbandonata la cura delle mura che si degradarono sempre di più. La pianta del castello è quella di un rettangolo irregolare, con la torre-mastio che si innalza all'ingresso, sul lato nord, a protezione del ponte levatoio, di cui si conservano le feritoie per le catene. Dell'antico maniero rimangono alcuni tratti di cortine murarie con merli sgretolati fra le quattro torri angolari mozze, ad eccezione di quella sullo spigolo a nord-est che, fino al 1940, funzionò come specola. Alla fine dell'800 fu trasformato in caserma (nella quale trovarono posto alpini e bersaglieri), in funzione fino al 1943. Nel 1969 divenne di proprietà comunale. Il recupero delle mura ha permesso la visita del camminamento di ronda e la salita al mastio d'ingresso, dal quale si gode di uno dei più bei panorami sul lago di Garda. Negli ex alloggi degli ufficiali sono state ricavate sale per mostre e convegni. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=F682v727Aak (video di Daria Klich), https://www.youtube.com/watch?v=sQgjvIzAu5g (video di barzedi2b), https://www.youtube.com/watch?v=yG_RA0O9JqQ (video di Gardanotizie).

Fonti: http://comune.desenzano.brescia.it/italian/castello.php?iExpand1=51, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Desenzano, http://www.tuttogarda.it/desenzano/desenzano_castelli.htm

Foto: la prima è di Massimo Telò su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Desenzano#/media/File:Desenzano-Castello.JPG, la seconda è presa da http://www.bresciaoggi.it/territori/garda/desenzano/dalle-mura-del-castello-ripartono-i-lavori-pubblici-1.6320229

domenica 15 luglio 2018

Il castello di domenica 15 luglio




AUGUSTA (SR) – Castello Svevo

La storia di questo castello è lunga e ripercorre buona parte di quella della città augustana. Edificio simbolo della città, è un imponente fortezza normanno-sveva del XIII secolo, che si erge con tutta la sua mole sull'estremità nord dell'isola di Augusta. La realizzazione della fortificazione medioevale probabilmente iniziò nel 1232, e sarebbe stata costruita su una preesistente torre di avvistamento di età normanna (molto probabilmente simile ai “Dongioni” posti nelle città di Motta Santa Anastasia, Paternò e Adrano in Provincia di Catania). La costruzione del castello, sulla piccola penisola denominata "Terra vecchia", fu voluta dall'imperatore Federico II di Svevia e affidata a Riccardo da Lentini. Secondo una leggenda locale, Federico II di Svevia sbarcò presso Augusta dopo un naufragio. Vista la bellezza “incontaminata” della “Rada di Augusta” (allora non vi erano raffinerie), l’Imperatore decise di costruirvi una residenza, difesa da una maestosa fortezza anche se molto probabilmente l’imperatore aveva esigenze di tipo strategico – militari. I lavori terminano nel 1242. A testimonianza vi è una epigrafe nel Castello che recita:
"Augustam Dìvus Augustus
condidit urbem. Et tulit ut
tìtulo sit Veneranda suo"
La costruzione del castello si inquadrava in un progetto che mirava a rendere il territorio controllato militarmente. Il castello svevo di Augusta, unendosi alle fortezze di Catania e Siracusa, estendeva il dominio e un controllo capillare su un più vasto territorio. Dopo la sua completa edificazione, Federico II soggiornò molte volte presso questo castello (contemporaneo al Castello Maniace di Siracusa, altra fortezza voluta dall’Imperatore Svevo) assistendo alla costruzione della città che chiamò Augusta. Dopo la sua morte (avvenuta a Lucera presso Foggia nel 1250), la fortezza venne rilevata dagli Angioini ed affidata al sanguinario Guglielmo di Estendard, che qui fece giustiziare molti oppositori. Durante la rivolta dei “Vespri Siciliani” (1282) gli augustani riuscirono ad entrare dentro il castello saccheggiandolo, fino a quando non passò a Pietro d’Aragona. Dopo pochi anni il castello passò nuovamente in mano dei francesi ad opera del condottiero Rinaldo Del Balzo, ma l’intervento di Ruggero di Lauria e di Giacomo d’Aragona. Dopo altre vicende storiche in cui il castello divenne teatro delle battaglie di Blasco d’Aragona contro gli Angioini (che volevano riconquistare Augusta), della segregazione di Maria d’Aragona (qui tenuta segreta ad Artale Alagona), e di varie battaglie contro i Saraceni che si protrassero per quasi due secoli. Il castello tra il 1326 e il 1567 divenne la sede della “Contea di Agosta” (nome con cui veniva chiamata in quel periodo Augusta, che comprendeva le attuali zone di Melilli, Villasmundo, Priolo, Sortino e Ferla) che vide i Conti Moncada protagonisti fino al 1565 quando la vendettero ai Conti Staiti di Brancaleone, che divennero i nuovi “Conti di Augusta” fino al 1567 quando la contea venne soppressa. L’ex Contea di Agosta passò sotto il demanio vicereale spagnolo i cui maggiori esponenti (i Vicerè di Sicilia) man mano si interessarono alla fortificazione della città augustana di cui il castello era la principale fortezza militare contro le scorrerie saracene che interessarono le coste siciliane. Il castello venne fortificato con ben quattro bastioni angolari posti ai vertici del castello (noti rispettivamente come “Bastioni Vigliena”, “San Giacomo”, “San Bartolomeo” e “San Filippo”) divenendo una vera e propria fortezza militare di prim’ordine nell’intera “Val di Noto”. Dopo lunghissime lotte tra francesi e spagnoli e un’ultima incursione saracena (in cui sarebbe avvenuto il cosiddetto “Miracolo di San Domenico”), il castello ne uscì danneggiato e semi distrutto; ma una colossale colletta popolare proposta dal Vicerè di Sicilia Francesco Benavides IV Conte di Santo Stefano (colui che fece erigere i bastioni posti a ridosso dell’ingresso di Augusta nonché le monumentali porte di ingresso alla città tra le quali l’attuale “Porta Spagnola”) fece in modo che il castello venisse restaurato. La gente di ogni ceto donò circa 30000 scudi affinché la loro fortezza potesse essere restaurata; quasi sicuramente al restauro partecipò anche l’architetto olandese Carlos de Grunenberg (colui che progettò le fortificazioni di Augusta). Nel 1693 il castello venne gravemente danneggiato nel terremoto del 1693; a causa di questo sisma scoppiò una polveriera situata all’interno dell’antica fortezza che uccise tutti gli augustani che si erano rifugiati all’interno del castello per sfuggire alla furia distruttrice del terremoto. Dopo un primo restauro nel 700, il castello divenne sede di una fortezza militare in epoca borbonica che ospitava un importante carcere in cui venivano rinchiusi malviventi oltre che oppositori del regime borbonico. Dopo l’Unità d’Italia divenne per un breve periodo osservatorio solare, poi di nuovo carcere fino al 1978 stravolgendone alcuni elementi architettonici originari (il Carcere di Augusta poi venne trasferito presso l’odierna sede collocata in Contrada Piano Ippolito tra Augusta e Brucoli sulla S.P. 1). Il castello ha pianta quadrata (leggero allungamento su uno dei lati) con corte centrale, tre ali edilizie, torri angolari all'incirca quadrate (quella di nord-est è scomparsa o non è mai stata costruita); due torri rettangolari mediane sui lati est ed ovest; torre mediana pentagonale sul lato sud (in origine, in base alle ultime ricerche, si trattava di un mastio ottagonale); opere bastionate avanzate. L'aspetto originario del castello di Augusta, circondato e protetto dalle imponenti opere bastionate di XVI e XVII secolo, appare fortemente alterato dalle numerose e profonde trasformazioni e modifiche subite all'esterno ed all'interno dal complesso nel corso dei secoli, fino alla recente utilizzazione carceraria cui si deve la sovraelevazione e la copertura complessiva delle ali edilizie con grandi spioventi di tegole. Il nucleo svevo del castello è costituito da un quadrato murario di 62 metri di lato (spessore delle murature 2,60 metri e con fodero di conci in pietra arenaria giuggiulena) con un vasto cortile interno lungo il quale si disponevano tré ali edilizie parallele alle mura perimetrali per tutta la loro lunghezza sui lati nord, est ed ovest. Tre torri angolari a pianta prossima al quadrato si ergono a nord-ovest, sud-ovest e sud-est: la torre di sud-ovest è stata inglobata e chiusa dalle modifiche dovute alla utilizzazione carceraria del complesso; quella di nord-est, in origine senza dubbio esistente (Alberti 1997, p. 38), è andata distrutta. Due torri di cortina rettangolari aggettano a metà dei lati ovest ed est. A metà del lato sud, a difesa dell'ingresso al castello, si erge un torrione attualmente a pianta pentagonale (lato centrale 5,70 metri; lati minori 4,60 metri; lati mediani 5 metri; larghezza complessiva 12,30 metri): si imposta su base a scarpa (fortemente interrata) e presenta un bellissimo paramento bugnato. Secondo le ultime ricerche (Alberti 1997, p. 39) il torrione era in origine un mastio ottagonale costruito quindi a cavallo del muro di cinta sul lato meridionale del castello; la sua attuale altezza è quasi certamente di molto inferiore a quella originaria e si deve, probabilmente, ad un intervento di cimatura cinquecentesco. La costruzione del torrione è invece senza dubbio coeva a quella del castello. Un'altra torre mediana, rettangolare, doveva ergersi sulla cortina settentrionale, in corrispondenza del torrione poligonale (Alberti 1997, p. 48). Dall'ingresso, che si apre a ovest del torrione, si accede all'ampio cortile intemo di perimetro rettangolare (26 metri a nord e sud, 32 metri a ovest ed est), fiancheggiato lungo i lati est, nord e ovest da un portico a arcature ogivali, pilastri e volte a crociera costolonate. Il portico era aperto fino alla metà del '600; attualmente risulta completamente libera solo la nave del lato ovest che presenta nove campate scompartite da archi acuti e caratterizzate da costoloni ad angolo abbattuto: archi e costoloni scaricano sulle mura perimetrali a mezzo di capitelli a goccia con abaco a profilo di semiottagono. La data di costruzione di questo portico non è del tutto certa: potrebbe essere coevo all'impianto originario ma anche, come ha ipotizzato L. Dufour (1989, p. 30), successivo di qualche decennio, risalendo quindi ad età angioina o al '300. Sopra il portico incombono attualmente i piani delle celle che risalgono all'adattamento a penitenziario del 1890 e le coperture a spiovente, di recente restaurate. E' però estremamente probabile, per non dire certo, che un piano superiore fosse previsto fin dal progetto originario. Dufour ipotizza che esso esistesse almeno fin dal XIV secolo, quando è attestata l'utilizzazione residenziale del castello (soggiorno coatto della regina Maria). Giuseppe Agnello (1935, p. 187) aveva ipotizzato l'esistenza di un piano superiore medievale ed il suo abbattimento in epoca spagnola, per adeguare il castello alle nuove esigenze dettate dall'uso delle artiglierie. Nell'ala edilizia occidentale, al piano terreno, si può in parte ammirare la configurazione interna originaria dell'edificio svevo: si tratta di una lunga navata, suddivisa in sette crociere a base quadrata di 7,40 metri di lato, compartite da grossi archi ogivali alla cui imposta è una cornice bianca a profilo di semiottangolo da cui si dipartono anche i robusti costoloni ad angoli abbattuti delle volte. L'edificio, fortemente modificato nel passato, è stato ulteriormente manomesso per l'utilizzazione carceraria. Le strutture principali del castrum svevo permangono però quasi integre, pur fra le modifiche e superfetazioni; sopravvivono inoltre, pur se danneggiate e mutile, gran parte delle strutture di fortificazione successive. I locali accessibili del complesso, in consegna alla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Siracusa che ha già realizzato alcuni lavori di restauro, sono occasionalmente visitabili e utilizzati per conferenze e manifestazioni culturali. Il rivellino è attualmente occupato dal Commissariato della Polizia di Stato. Passato al demanio, il castello è stato affidato alla sovrintendenza dei beni culturali di Siracusa. Dopo un breve periodo di apertura al pubblico, questo Castello è stato posto sotto sequestro dai Carabinieri del nucleo patrimonio storico di Siracusa facendo partire una serie di indagini verso le alte cariche della Regione Siciliana, colpevole di aver omesso volontariamente l’inizio di vari interventi di restauro nei confronti del castello che presenta alcune aree pericolanti e a rischio crollo. Dopo ciò si auspica un necessario e urgente intervento di restauri affinché, come detto prima, il Castello Svevo di Augusta venga completamente restaurato, riqualificato e aperto al turismo (dovrebbe ospitare la sede del Museo del Mediterraneo Moderno di Augusta a restauri ultimati che, oltre a consolidare il castello, dovrebbero riportarlo com’era in origine eliminando alcuni stravolgimenti che si sono ottenuti convertendo la fortezza medievale in casa di reclusione). Non visitabile al pubblico, negli ultimi anni, per pericolo di crolli, con un eventuale restauro di tutto il complesso, esso potrebbe sicuramente diventare la più importante attrazione turistica per la città di Augusta magari ospitando anche vari tipi di eventi. In passato il castello ospitava anche il cosiddetto “Museo della Piazzaforte” in cui erano esposti cimeli risalenti alle due guerre mondiali (ritrovati presso il territorio augustano) oggi posto in un’ala del Municipio della città augustana. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=1yhOFHEa9FQ (video di Sulidarte), https://www.youtube.com/watch?v=sAMJSQdvKKo (video di Augustaonline.it), https://www.youtube.com/watch?v=hWcqlOgObPY (video di PartecipAgire), http://www.antoniorandazzo.it/monumenti%20medievali/files/castello-svevo-augusta.pdf

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_svevo_(Augusta), https://www.icastelli.it/it/sicilia/siracusa/augusta/castello-di-augusta, http://sudestsicilia.altervista.org/augusta-castello-svevo/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://sudestsicilia.altervista.org/augusta-castello-svevo/, la terza è presa da http://www.artemagazine.it/istituzioni/item/443-sequestrato-il-castello-svevo-di-augusta-pericoloso-per-l-incolumita-pubblica

venerdì 13 luglio 2018

Il castello di sabato 14 luglio




CASTROCIELO (FR) – Castello di Castrum Coeli

Le origini di Castrocielo risalgono alla fine del VI secolo d.C., quando gruppi di famiglie Aquinati, dopo la distruzione della loro città ad opera dei Longobardi, si ridussero ad abitare sulla sommità del Monte Asprano, a circa 750 mt di altezza. Il luogo era stato chiamato, sia per l'altezza del sito che per la presenza di fortificazioni, "Castrum Coeli" (lat. Castrum, -in. "Fortezza" e Coelum, -i n. "cielo"). Quando nel 994, il ventottesimo Abate di Montecassino, Mansone, che da poco aveva avuto il possesso dell'intero territorio, salì sulla montagna per erigervi fortificazioni, vi trovò «nonnulla veterum… aedificia», e diede inizio alla costruzione di un nuovo castrum, in un primo tempo interrotta per mancanza di acqua. Normalmente, si fa risalire a lui la fondazione di Castrocielo, fissata all'anno 996. Nonostante la posizione arroccata e le difficili condizioni del luogo in cui sorgeva, il pagus- anche a causa delle numerose scorrerie dei saraceni che continuavano ad affliggere la Valle del Liri- si estese sempre più, fino a raggiungere il massimo intorno al 1020/1030. Terminato il periodo delle incursioni, la popolazione cominciò a scendere a valle, in cerca di condizioni di vita più agevoli e di terre da coltivare: una parte scese a Nord-Est fondando il paese di Colle San Magno con la relativa frazione di Cantalupo; un'altra parte scese invece nella valletta a Sud, formando due abitati: uno, più grande, sulle pendici del Monte Asprano e a nord di un fossato presente nella valletta, cui fu dato il nome di Palazzolo in virtù dei resti di un palacium, attualmente identificato con una delle numerose ville di epoca romana che sorgevano sulla via Casilina; a sud dello stesso fossato, accanto ad un piccolo monastero femminile benedettino- la cui presenza era documentata sin dal 1134- cui fu dato il nome di Campo. Già nel 1603 erano rimaste sulla montagna solo 12 famiglie, che presto scesero a valle. Il nome del paese, col tempo, venne modificato in Castro Cielo Palazzolo o Palazzolo di Castrocielo: tale denominazione è tuttora richiamata dalle lettere "C C P" presenti nello stemma del comune. Per tutto il medioevo, Castrocielo fu conteso fra l'Abbazia di Montecassino e i Conti di Aquino- e, negli eventuali vuoti di potere, fu posseduto anche da fedelissimi dei sovrani che si alternarono nel dominio della zona. Nel 1583, Castrocielo fu acquistato dai Boncompagni, che mantennero il feudo fino al 1796, quando passò sotto il controllo regio. In seguito alla Spedizione dei Mille (1860) e con l'ufficializzazione della nascita del Regno d'Italia (17 marzo 1861) Castrocielo è entrato a far parte dello Stato Italiano. Confluito originariamente nella Provincia di Caserta, nel 1927 venne attribuito alla neofondata Provincia di Frosinone. Nel corso degli anni il Castello di Castrum Coeli fu più volte restaurato, fortificato e persino ceduto proprio all’Abbazia (a difesa dalla quale era stato costruito oltre che per il controllo delle città di Aquino e di Roccasecca), ma restò di fatto abitato ininterrottamente fino al XV secolo, quando gli abitanti rimasti scelsero di scendere a valle in cerca di un luogo più ospitale. Dell’imponente castello che sovrastava la valle, rimangono oggi soltanto il mastio e alcuni tratti della rocca con poche torri; tra queste spicca a nord quella rivolta in direzione di Roccasecca. Il sito era sorto originariamente intorno ad un edificio fortificato, a pianta rettangolare, a cui, in un secondo tempo, furono aggiunti due contrafforti. Questo primo nucleo fu circondato da una seconda cinta muraria, senza torri, ma con numerose feritoie. Le rovine del castello, recentemente restaurato, fanno da cornice ad un magnifico parco naturalistico-medievale che abbraccia l’intera valle fra il Monte Cairo e gli Aurunci in lontananza, incontrando nel mezzo una campagna ancora a tratti selvaggia e affascinante. Altri link per approfondire: https://www.lazionascosto.it/castelli-fortezze-rocche-da-visitare-nel-lazio/castellaccio-di-castrocielo/, http://www.laciociaria.it/comuni/castrocielo_castello.htm, https://www.youtube.com/watch?v=LDp-OYwEsII (video di Pagine Belle di Comunicando Leader, in cui si può vedere il castello proprio negli ultimi secondi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castrocielo, http://www.comune.castrocielo.fr.it/?page_id=123, https://www.visitcastrocielo.it/localita-castello-di-castrum-coeli

Foto: la prima è presa da http://www.comune.castrocielo.fr.it/?page_id=123, la seconda è presa da http://www.aironeinforma.it/castrocielo.html, infine la terza è presa da https://www.visitcastrocielo.it/localita-castello-di-castrum-coeli

Il castello di venerdì 13 luglio




LISCIANA NICCONE (PG) - Castello di Fiume in località Pian di Marte

Nonostante la mole stia ad indicare l’importante funzione di questo maniero, cosi prossimo ai confini con la Toscana, allo stato attuale delle ricerche le sole notizie che vi fanno riferimento risalgono al XIV secolo. Nel 1313 i Priori di Perugia ordinarono che il castello fosse cinto di mura e che alla spesa concorressero i castelli di Preggio, Reschio e Lisciano oltre ad undici villaggi vicini. Si sa poi che, successivamente, nel 1377, Ludovico di Lello di Fiume, Ludovico della Bolla per il Pollini, fu eletto, per il rione di Porla S. Susanna, alla massima carica del comune quale rappresentante dei nobili, per il bimestre aprile-maggio. Il castello faceva parte di un sistema difensivo della città di Perugia verso i confini toscani insieme al Castel Rigone. Dopo un lungo periodo di abbandono la struttura ha subito i danni evidenti del tempo e fino a qualche anno fa era rimasta in piedi solo la torre sorretta dall’edera e piccole porzioni di muri. Nell’ultimo decennio è stata messa in vendita insieme al terreno circostante ed è stata acquistata da due facoltosi russi che hanno messo mano in modo consistente al restauro ed hanno fatto rivivere al sito una seconda giovinezza.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-fiume-pian-di-marte-di-lisciano-niccone-pg/

Foto: sono tutte del mio amico, e "inviato speciale" del blog, Claudio Vagaggini, recatosi sul posto proprio ieri, 12 luglio.

giovedì 12 luglio 2018

Il castello di giovedì 12 luglio



PERUGIA - Torre in frazione Pretola

La frazione Pretola si trova a pochi chilometri ad est di Perugia, sulla riva destra del fiume Tevere e prospiciente all'abitato di Ponte Valleceppi. Il tratto del Fiume Tevere dove sorge Pretola è il più vicino al nucleo antico della città di Perugia e probabilmente la via che scende lungo il Fosso del Camposanto, parte dell'attuale sentiero della Lavandaie, rappresentava la strada che collegava l'insediamento prima umbro e poi etrusco di Perugia oltre il Tevere a Oriente. Almeno fino all'epoca romana il guado del fiume verso est, verso Arna e Gubbio avveniva ove oggi sorge l'abitato di Pretola. La chiesa di Pretola, dedicata a San Nicola, viene nominata in un documento imperiale del 1163, ciò può essere un'indicazione sul periodo in cui nacque l'insediamento di Pretola, legato alla messa a coltura della zona. Nella documentazione più antica troviamo il toponimo di Fracta Iamperetole. Fracta indica il disboscamento volto a creare fratti ossia parti di terreno distrutte o spezzate. Iamperetole secondo alcuni storici potrebbe indicare il pietrame o i ciottoli del Tevere. Una seconda teoria lo vede legato alla presenza di alberi di pera. In seguito venne edificato un mulino posto in una posizione protetta da attacchi nemici in quanto lontano dai ponti sul Tevere e riparato dalla ripida collina verso Perugia. Il mulino venne con molta probabilità fatto costruire da un ordine religioso. Successivamente l'area venne a trovarsi sotto il dominio della Famiglia Boccoli che - tra il 1367 e il 1370 - edificò una torre a difesa del mulino e della villa di loro proprietà corrispondente oggi al nucleo di case di fronte alla stessa torre. I Boccoli persero Pretola nel corso della disputa tra Beccherini e Raspanti, ma con la sconfitta di questi ultimi ne tornarono in possesso. Tra gli strascichi di questa disputa va inserito il saccheggio e la distruzione dei molini lungo il Tevere da parte di Braccio Fortebraccio. Il capitano di ventura nell'aprile 1410 devastò case e ville di Pretola e incendiò il mulino. Tre anni dopo Matteo Boccoli vendette la villa e la torre all'Ospedale Santa Maria della Misericordia che intendeva dotarsi di un granaio produttivo. È ancor oggi visibile sulla facciata della torre lo stemma dell'Opera Ospedaliera. La torre, un possente mastio a pianta quadrata che sorge in prossimità della riva fluviale, venne ristrutturata intorno al 1440. Cento anni dopo il territorio di Pretola fu teatro di un nuovo conflitto: il 28 maggio 1540 a si tenne uno degli scontri più cruenti della Guerra del Sale con oltre duecento morti tra Perugini e truppe pontificie. La vittoria papalina della guerra segnò l'assoggettamento di Perugia e del suo contado allo Stato Pontificio. Altri link suggeriti: http://www.cittadeltevere.it/tesori/la-torre-di-pretola/, http://turismo.comune.perugia.it/poi/pretola, http://www.emozioninumbria.com/pretola-dallaltra-parte-del-fiume-tevere/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pretola

Foto: tutte del mio amico, e "inviato speciale" del blog, Claudio Vagaggini, recatosi sul posto proprio oggi.

mercoledì 11 luglio 2018

Il castello di mercoledì 11 luglio



GUIGLIA (MO) - Castello

Splendido fortilizio trecentesco. E’ circondato dal caratteristico borgo. La sua imponente mole si distingue da decine di chilometri di distanza. L’arte, una storia illustre e l’incanto naturalistico si ritrovano in questo castello, da cui si gode di una veduta stupefacente che abbraccia il corso del Panaro e la pianura. Citata dall’890, Guiglia rientrò nelle terre di Matilde di Canossa e fu poi teatro di frequenti scontri per la posizione di confine fra il Modenese e il Bolognese. Distrutto da un violento incendio nel 1361, venne ricostruito in circa quarant'anni e completato verso la fine del XIV secolo. A tale fase è ascrivibile la torre attuale e l'ala orientale del castello, un tempo munita di ponte levatoio. Dal 1405 appartenne ai Pio di Carpi, poi ad altre famiglie e quindi fu diretto dominio estense. Danneggiato dal terremoto del 1571, fu successivamente oggetto di saccheggi. Nel 1630 Francesco I d’Este la diede in feudo ai marchesi Montecuccoli che fecero del castello la loro sede estiva fino al 1796. Il Marchese Francesco Montecuccoli iniziò lavori di radicale trasformazione dell'antica rocca in sontuosa residenza nobiliare della sua famiglia. In tale occasione fu rimosso il ponte levatoio e chiusa la vecchia porta a oriente, furono ampliati gli appartamenti e creato un nuovo e prestigioso accesso, l'attuale, costituito da un alto portale sormontato da un timpano sostenuto da colonne attraverso il quale si accede ad una loggia decorata da pregevoli stucchi. All'interno delle mura esisteva anche un convento di Carmelitani, con l'annessa chiesa (per questo il castello è anche detto “Conventino”). Alla fine dell''800 il castello fu messo all'asta perché gli eredi dei Montecuccoli non pagavano le tasse e in seguito fu trasformato in albergo. Il pregevole complesso, dopo travagliate vicende, è infine divenuto di proprietà comunale. Il solenne portale in facciata introduce al cortile con loggiato a colonne e stucchi di un fastoso barocco simile a quello delle seicentesche dimore estensi; domina su tutto il possente torrione medievale. La torre del Pubblico (ora dell'orologio), collocata davanti all'originario ingresso della rocca, (risalente presumibilmente da una data letta dallo storico Giannotti all'anno 1535), ha pianta quadrata, portale in cotto ad arco a strombo ed è sormontata dalla cella campanaria arretrata dotata di campana seicentesca. L'edificio attiguo sembra fosse la Casella in cui si svolgevano le adunanze della Comunità. Nei pressi del Castello sorge l'Oratorio della Madonnina che fu fatto costruire alla fine del XVII secolo da Ottavia Caprara, vedova del marchese Giambattista Montecuccoli, per ospitare un'immagine dipinta su carta della Beata Vergine di San Luca, precedentemente collocata su un pilastrino posto presso la ripa del Campo superiore ed alla quale erano attribuiti numerosi miracoli. La costruzione fu terminata dal figlio Raimondo nel 1715 e pochi anni dopo vi fu traslata l'immagine. L'Oratorio è articolato in uno spazio percorso da tre nicchie. Quella centrale ospita l’unico altare presente. Ripostiglio e sagrestia sono ai lati dell'ingresso. La cupola è sormontata da una lanterna circolare. All'interno sono conservate tre tombe dei marchesi Montecuccoli Laderchi e numerosi ex voto di fattura popolare. Secondo una leggenda, presso il castello di Guiglia viveva a corte un prode cavaliere che era innamorato della figlia del castellano. Il loro amore era segreto. La ragazza venne messa in palio come premio di un torneo, così il cavaliere ne prese parte, ma il rivale lo spinse a terra conquistando il premio ambito. La fanciulla chiese al padre di annullare il torneo e di poter curare il cavaliere ferito, ma in seguito a quella scelta la ragazza scomparve misteriosamente, forse rapita dal vincitore della sfida. Il cavaliere era distrutto dal dolore e le sue condizioni tornarono ad aggravarsi, finché una notte non vide dalla sua finestra una donna che gli pareva la fanciulla amata. Senza pensarci su corse fuori dal castello tentando di raggiungerla, ma lei si disperse nella foresta lasciando dietro di sè una scarpetta d'oro sulla riva del fiume. Il cavaliere non sappe mai che si trattava di una fata, e rimase a fissare il fiume che cambiava colore diventando color ruggine a causa della scarpetta magica. Ancora oggi, l'erba ai bordi del fiume è macchiata di un color ruggine.". Altri link suggeriti: http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2016/06/14/news/visita-al-conventino-l-emilia-in-una-mano-dal-castello-di-guiglia-1.13654695, http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/38/357, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=4722, http://www.italiadiscovery.it/storia/castello-di-guiglia.html, https://www.youtube.com/watch?v=RNdGIh4kCSk (video di Alessandro Baraldi).

Fonti: http://www.castellidimodena.it/page.asp?IDCategoria=287&IDSezione=5852, http://www.modenatoday.it/cronaca/curiosita-modenesi-leggenda-castello-guiglia.html, http://www.turismo.montana-est.mo.it/ecomusei/sc_c2.htm, https://www.terredicastelli.eu/luoghi-di-interesse/castello-di-guiglia/, http://www.prolocoguiglia.it/page.php?5

Foto: la prima è presa da http://www.turismo.montana-est.mo.it/ecomusei/img-s/C2.jpg, la seconda è di VL Estense su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/154063/view

martedì 10 luglio 2018

Il castello di martedì 10 luglio



ROCCA D'ARCE (FR) - Castello Svevo

La gloria più grande di Rocca d’Arce sta nella memoria storica del suo Castello, di cui, pertanto, varrebbe ben la pena di salvare anche il più piccolo brandello di mura, anche la più labile vestigia. Peccato che sulla civiltà della storia prevalga, oggi, la civiltà delle comunicazioni, con le sue antenne televisive e telefoniche, quasi metalliche ortiche a ricoprire gli ultimi segnali di un castello grandemente importante per tutto il Medio Evo! Importante perché era praticamente imprendibile, il Castello di Rocca d’Arce, importante perché era geograficamente posto in una posizione “chiave” nei conflitti incessanti tra l’Impero Bizantino, i Normanni, il Sacro Romano Impero, il Papato, i Guelfi e i Ghibellini, oltre che tra i vari castellani, i signori, i duchi, i conti e gli abati dell’Italia Centrale. In verità questo castello dominava l’ampia valle del Liri e del Sacco, chiamato quest’ultimo fiume Tolero nel Medio Evo e Trerus ai tempi dei romani, valle che costituiva il passaggio più importante tra il Nord e il Sud della Penisola. Il Castello di Rocca d’Arce era imprendibile perché in parte inacessibile per la natura del sito, in parte munito di poderose fortificazioni. In tutto il lato Nord il Castello soprastava uno strapiombo di un paio di centinaia di metri, una rupe calcarea dalle pareti lisce e a perpendicolo. Ad Est lo strapiombo era collegato ad una serie di faraglioni per mezzo di apposita muraglia. A Sud e a Ovest l’ascesa al Castello era impedita da un complesso molto vasto ed articolato di fortificazioni. In alto si ergeva la mole centrale, attorniata da bastioni e torrazzi. La sua protezione era assicurata, inoltre, da più ordini di mura, almeno tre ordini, ma forse anche sette. Avamposti del Castello erano già ad Arce, a Campolato e a Colle San Martino. Un ordine di mura era lungo l’attuale Murata, le “Muratte”, che partivano da Santa Maria dello Stingone (Sant’Agostino o Sant’Antonio), risalivano fino al “Torrione” (punta Sud del Centro storico di Rocca d’Arce) da una parte, e dall’altra andavano fin verso il centro di Arce, da cui proseguivano verso l’attuale serbatoio dell’acquedotto sopra Santa Maria. Qui si vedono ancora dei resti. In questo modo le mura chiudevano ad U il Castello, in una morsa fortemente protettiva. Arce aveva altri posti strategici per la difesa del Castello di Rocca d’Arce: porta Germani, porta Carosi, il piccolo castello dove oggi sorge il Comune, porta Santa Maria. Altre mura cerchiavano il Castello, nel centro di Rocca d’Arce e lungo la linea delle primitive mura ciclopiche. Raramente si è vista una sì potente opera di fortificazione. Ed infatti il Castello di Rocca d’Arce ha resistito agli attacchi più formidabili e mai è stato preso per assalto, ma piuttosto per tradimento o per resa. Uno dei problemi più gravi poteva essere l’assedio, che impediva il rifornimento dei viveri e dell’acqua. Quando l’assedio non era totale, ma lasciava scoperto il territorio verso la campagna a Oriente, ingegnosi sottopassaggi potevano permettere la comunicazione ed il rifornimento idrico alla “Fontana a Monte” e alla “Fontana a Balle”, oltre il rifornimento alimentare nella sottostante zona che chiamiamo “Peschito”. La “Grotta del Diavolo” poteva essere uno di questi passaggi segreti. Il Castello di Rocca d’Arce non fu una sontuosa comoda residenza, tipica del castello baronale, ma soprattutto un presidio militare, una roccaforte, che serviva alle operazioni belliche, allo stazionamento dei militari, al rifugio e alla sicurezza entro le sue mura di chi altrove si sentiva in pericolo. Basti pensare che re Manfredi, alla vigilia dello scontro fatale contro Carlo D’Angiò, dovendo scegliere un riparo sicuro per la moglie Elena e per i quattro figli in tenerissima età, individuò due castelli tra i più sicuri: Rocca d’Arce e Lucera. Scelse poi Lucera perché non vedeva in Rocca d’Arce una possibilità di eventuale fuga verso oriente. E aveva previsto bene Manfredi, perché Carlo D’Angiò, con i suoi Galli, i Francesi, riuscì a prendere il Castello di Rocca d’Arce, per resa di Federico Lancia, che pure aveva valorosamente combattuto. Per la sua sicurezza il Castello di Rocca d’Arce era il più munito della provincia di Terra di Lavoro, compresa la stessa Napoli. In tempo di pace aveva assegnati quaranta serventi ed un castellano scudifero. Poi c’era Castel dell’Ovo di Napoli con trenta serventi e un castellano milite. Il castello d’Aversa aveva venti serventi; tutti gli altri non ne avevano più di dieci. Ciò si spiega dal fatto che il Castello di Rocca d’Arce si trovava in zona di confine, vera “chiave del Regno”. Tra il 1155 e il 1162, il Castello di Rocca d’Arce fu rifugio di quei baroni che si erano ribellati al regime normanno di Sicilia, fino a quando il re Guglielmo I, detto il Malo, venne a catturarli facendo espugnare il Castello dal conte Lauro. Enrico VI, imperatore del Sacro Romano Impero e, tra il 1195 e il 1197, re di Sicilia, era diretto alla conquista del Regno siculo, quando prese in ostaggio i più ragguardevoli cittadini di San Germano (Cassino), Castrocielo, Atina e li consegnò alla custodia in parte del castellano di Rocca Sorella (castello di Sora), Corrado Merlei, e in parte al castellano di Rocca d’Arce, Diopoldo. Ultima dimostrazione del valore strategico e della garanzia di sicurezza del nostro Castello la rileviamo nel 1528, quando Carlo, re di Spagna e re di Napoli, giudicò i castelli di Rocca d’Arce e di Roccaguglielma (Esperia) inespugnabili e insostituibili per la sicurezza del Regno, tal che ordinò che questi castelli non potessero mai essere sottratti al dominio regio. Quindi nominò capitano al comando delle truppe, che qui erano di stanza, Bartolomeo Alarcon, il quale morì in Rocca d’Arce nel 1533 e fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino. Dicevamo che poche volte il Castello di Rocca d’Arce fu preso, e quando ciò avvenne fu più per tradimento o per viltà o per miglior consiglio, che per assalto e per combattimento. Ruggero I, re normanno di Sicilia, nella seconda metà dell’XI secolo, per ben due volte assalì il nostro Castello, conquistandolo, consapevole che, per mantenere un regno al Sud dell’Italia, bisognava possedere quell’importante fortezza sul monte Arcano, posta a “guardia” della Valle del Liri, ingresso obbligato per il Mezzogiorno. Non sappiamo, perché le fonti storiche a disposizione difettano, come e con quali mezzi il Castello di Rocca d’Arce fu conquistato da Ruggero I. Si consideri, peraltro, che siamo poco oltre il Mille, solo agli albori della storica importanza di questa fortezza militare medievale, contemporaneamente alla nascita del Regno Normanno di Sicilia, con i signori d’Altavilla Roberto il Guiscardo e con il fratello Ruggero, che, in trenta anni di guerra, dal 1061 al 1091, conquistava la Sicilia, preparando così il Regno e l’espansione dei Normanni nel Mezzogiorno della Penisola. Alla morte di Ruggero gli successe nel Regno di Sicilia il figlio Ferdinando, dando luogo ad una fase incerta di passaggio che permise ai baroni ribelli, che erano stati esiliati dal Regno, di rientrare e di riprendere le proprie baronie. Tra questi baroni c’era Mario Borrello, che prese e incendiò Arce e poi passò all’assalto del Castello di Rocca d’Arce. Ormai il Castello era abbastanza munito e meglio poteva resistere. Gli assalti successero agli assalti, fino a quando, il 21 agosto del 1155, il famigerato Mario Borrello sfondò la resistenza, penetrò nel Castello, lo saccheggiò e lo incendiò. La conquista del Castello non fu per niente facile e richiese lungo tempo di cruenti combattimenti, nonostante che era stata già presa e incendiata Arce, venendo così meno i primi sbarramenti di difesa di Rocca d'Arce. Nel 1191, l’imperatore Enrico VI scese in Italia, per riprendere il Regno, poiché un moto indipendentista siciliano favoriva la sovranità di Tancredi, conte di Lecce. Dopo aver ricevuto l’incoronazione dal papa Celestino III, l’imperatore, insieme alla moglie, Costanza d’Altavilla, diretto verso Napoli, scese per la valle del Sacco ed occupò Terra del Lavoro. Passò per Ceprano e si diresse ad occupare Arce, presupposto per la conquista del Castello di Rocca d’Arce, difeso, per conto di Tancredi, da Matteo Borrello. Questi scese subito ad Arce, per resistere già dalle prime avamposte difese del Castello. Ma Arce cedette all’attacco dell’imperatore, si arrese senza nemmeno combattere, impaurita dal numeroso esercito imperiale. Rocca d’Arce, invece, resistette con fierezza e impegnò tutta la capacità bellica dell’esercito di Enrico VI, fino alla dura inevitabile resa. “Imperator - narra l’Anonimo Cassinese - Campaniam descendens... Roccam Arcis violenti ‘capit insultu” (L’imperatore, dirigendosi verso la Campania, prese Rocca d’Arce con feroce assalto). La resa di Rocca d’Arce suscitò grande scoraggiamento, tra gli alleati di Tancredi, tal che cessò ogni resistenza contro l’Imperatore. San Germano, cioè Cassino, impressionata dalla resa di Rocca d’Arce, si piegò al destino e giurò fedeltà ad Enrico VI. Avuta, così, la “chiave”, Enrico VI poté continuare la conquista, occupando la Valle di Comino, Teano, Capua, Salerno, dopo aver pensato a ricostruire le difese del conquistato Castello di Rocca d’Arce, ponendovi come castellano Diopoldo. La marcia, conquistatrice di Enrico VI fu arrestata a Napoli da una epidemia: l’imperatore, ammalato, fu costretto a tornarsene in Germania. Ne approfittò Tancredi per riconquistare terre e città di Terra di Lavoro. Innocenzo III, papa tra il.1198 e il 1216, si impegnò a domare la insolenza di tre ribaldi signori, Diopoldo di Rocca d'Arce, Corrado Merlei di Sora e Marqualdo di Ravenna, i quali in pratica, con le loro scorrerie, dominavano molte terre del Mezzogiorno. Il Papa, per questa impresa, chiamò dalla Francia il conte di Brenna, Gualtiero, che riuscì a conquistare Aquino, scacciandovi il castellano che vi era stato posto da Diopoldo. Indi, Gualtiero insegue Diopoldo, lo incontrò presso Capua, dove lo sconfisse in una acerrima battaglia. Rocca d’Arce, nel frattempo, era stata affidata da Diopoldo al conte di Sora, Corrado Merlei. Contro costui Innocenzo III inviò il suo Camerlengo Stefano di Fossanova, con un formidabile esercito, il quale vittoriosamente occupò Sora e Sorella, la rocca di Sora, facendo prigioniero Corrado Merlei. Quindi, Stefano di Fossanova procedette alla conquista di Rocca d’Arce, dove era castellano Ugo, ma, scoraggiato dalle fortificazioni del Castello, preferì trattare la resa. Ugo pretese pesanti condizioni: trecento cavalli, mille once d’oro, la libertà per Corrado Merlei e compagni che erano tenuti prigionieri. Nel 1210, l’imperatore Ottone IV scese in Italia e cercò di riprendere il Castello di Rocca d’Arce, che era passato in possesso del Papa. Giova ricordare che in questo periodo Innocenzo III era tutore del minorenne re Federico Il. Il tentativo di occupare Rocca d’Arce fallì. Allora l’imperatore incaricò l’antico castellano di Rocca d’Arce, Diopoldo, di riconquistare Aquino e Rocca d’Arce. Ma Diopoldo non riuscì a prendere Aquino e tanto meno Rocca d’Arce, di cui conosceva bene le potenti fortificazioni. Nel 1229, il Castello fu attaccato dal grande esercito approntato dal papa Gregorio IX per la conquista della Sicilia. I soldati papalini portavano la divisa militare fregiata delle chiavi di San Pietro, per cui furono chiamati Chiavisignati. L’esercito prese i castelli di Ponte Solarato, cioè di Isoletta di Arce, di San Giovanni Incarico e di Pastena. Poi passò all’assalto di Rocca d’Arce, dove era castellano Raone di Azio. Questi predispose una difesa ferratissima e resistette arditamente fino a che l’esercito dei Chiavisignati dovette togliere l’assedio e ritirarsi sconfitto nel quartiere generale di Ceprano. Nel 1250, registriamo altra strenua resistenza del Castello di Rocca d’Arce contro l’assalto di Corrado IV, il quale era sceso in Italia per riconquistare il Regno. Risalendo dalle Puglie, Corrado IV pose il suo accampamento nella campagna di Arce, nella zona che attualmente si chiama Campostefano, e provò a prendere il Castello di Rocca d’Arce, senza riuscire nell’impresa: era castellano il valoroso Bertoldo. Altra resistenza aspra e vincente Rocca d’Arce la oppose al papa Alessandro IV, che era intento a recuperare molte terre oltre il confine del Liri. Rocca d’Arce e Sora non cedettero. A papa Alessandro IV succedette Urbano IV, il quale, continuando l’opera del predecessore, chiamò in aiuto il francese conte Roberto di Fiandra. Quando costui giunse ai piedi del Castello di Rocca d’Arce, spaventato dalle imponenti fortificazioni, se ne tornò da dove era venuto. Sfortunatamente per Rocca d’Arce, funestamente per re Manfredi, salì sul soglio pontificio Clemente IV, il quale dalla Francia fece venire in Italia Carlo I D’Angiò. Carlo D’Angiò e Manfredi si contesero il Regno di Napoli. La difesa che Manfredi approntò nel Mezzogiorno ebbe il suo fulcro nel Castello di Rocca d’Arce. Il re pose l’accampamento in Arce, in quella località che ancora oggi si chiama “Campo Manfredi”. Contemporaneamente pensò alla difesa marina, ponendo una flotta di sbarramento con navi siciliane, napoletane e pisane. Carlo D’Angiò riuscì a sfuggire alla flotta ed entrò in Roma, festante, dove fu incoronato re di Napoli e di Sicilia. Quindi si diresse ad occupare tutti i castelli ai confini con lo stato pontificio, tra cui Rocca d’Arce, che più di ogni altro ebbe il coraggio e l’orgoglio di resistere. Ciò fu anche segno di amor di patria e di fedeltà, poiché re Manfredi si poteva ritenere più italiano che straniero, nato in Italia e da madre italiana, Bianca Lancia, mentre Carlo D’Angiò era in tutto e per tutto uno straniero, considerato un usurpatore nei confronti dello svevo Manfredi e del Mezzogiorno d’Italia. La difesa di Rocca d’Arce era affidata al valorosissimo Federico Lancia, affiancato da Rinaldo d’Aquino e da Guglielmo Lancia, fratello di Federico, che difendevano il confine lungo il fiume Liri. Purtroppo, la prima falla nella difesa contro Carlo D’Angiò si aprì con il tradimento di Rinaldo d’Aquino, che, oltretutto, era cognato di Manfredi. Pertanto, a Carlo fu facile spezzare la resistenza lungo il Liri, a cui seguì l’assalto al Castello di Rocca d’Arce. La presa del Castello di Rocca d'Arce fu ritenuta, dai fautori guelfi, sostenitori del papa, più opera della volontà di Dio, che dei Francesi. Si immaginò che i soldati di Carlo D’Angiò avessero messo le ali per superare quelle incredibili difese. Sta di fatto che i difensori del Castello furono impressionati dal numero degli assalitori e dalla loro audacia, tanto che Federico Lancia non ebbe altra scelta, oltre la disperazione e la resa. Ormai a Carlo D’Angiò è aperta la porta del Regno. Dal 1266, con la sconfitta e la morte di Manfredi, finì la fase epica del Castello di Rocca d’Arce, che passò da un signore all’altro e andò scemando la sua importanza militare. Il suo possesso fu dei Gianvilla, dei Cantelmo, della Regina Giovanna, di Caterina d’Aragona, dei signori Della Rovere, infine dei Boncompagni. I Boncompagni entrarono in possesso del Castello di Rocca d’Arce sin dal 1583, con Giacomo Boncompagni, duca di Sora. Questi signori furono particolarmente devoti a San Bernardo. Nel 1698 Antonio Boncompagni donò a Rocca d'Arce la cassa di piombo in cui conservare il corpo del Santo Pellegrino. Il massimo grado di sicurezza e di splendore il Castello di Rocca d’Arce lo aveva raggiunto con Diopoldo, fatto castellano dall’imperatore Enrico IV. Figura tra il bandito e il principe, valoroso condottiero e avido opportunista, Diopoldo riuscì a crearsi uno stato nel Regno, rivestendo perfino un ruolo di difensore della legalità. Difese la legittima successione al trono imperiale di Federico TI, ancora in età minorile. Si distinse per valore nelle battaglie di Aquino e di Capua, contro gli alleati di Tancredi, facendo anche prigioniero Riccardo da Carinola, che rinchiuse nel Castello di Rocca d’Arce. Da qui Diopoldo faceva leggi, emanava decreti, amministrava la giustizia, in quel suo stato improvvisato che arrivava fino a Fondi e ad Acerra, presso Napoli. In quegli anni di disordini, di lotte per l’investitura imperiale, non essendo Federico II ancora giunto alla maggiore età ed essendo suo tutore papa Innocenzo III, tutto sommato, Diopoldo svolse una funzione vicaria dei legittimi poteri nell’ordine sociale, contro le ribalderie di furfanti, ladroni e briganti che infestavano il Mezzogiorno. Il Castello di Roccadarce, di cui oggi restano solo alcuni ruderi, fu teatro di molteplici scontri ed ospitò uomini celebri, quali Ruggero d'Altavilla e l'imperatore Federico II che, nel 1230 vi dimorò per circa tre mesi. Altri link suggeriti: http://halleyweb.com/c060059/zf/index.php/storia-comune, http://www.roccadarce.com/RESTI%20DEL%20CASTELLO.htm (tante belle foto da vedere)

Fonti: http://www.roccadarce.com/storia%20antica%20di%20Roccadarce.htm, http://halleyweb.com/c060059/zf/index.php/musei-monumenti/index/dettaglio-museo/museo/5

Foto: la prima è di Augusto Giammatteo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/167448/view, la seconda è stata scattata da me durante la mia visita del 7 luglio 2018.