domenica 26 febbraio 2012

Il castello di lunedì 27 febbraio





UMBERTIDE (PG) – Castello in frazione Serra Partucci

L´attuale struttura, in posizione dominante tra i torrenti Reggia ed Assino, fu edificata sulle rovine dell´antico castello, risalente forse al secolo XII e distrutto nel 1420 da Giacomo Baglioni, luogotenente di Braccio Fortebracci. Il nome sembra che derivi da tal Partuccio, il quale sarebbe stato il primo Signore di Serra. Sottoposto per tantissimi anni alla giurisdizione di Gubbio, il territorio della Serra venne unito, nel 1827, a quello di Civitella Ranieri, per entrare a far parte nel 1863 del Comune di Umbertide. Il castello, oggetto negli anni passati di importanti lavori di consolidamento, non è visitabile. Proseguendo verso l´alto, oltrepassata la località di Campaola, si arriva all´antico borgo di San Faustino. Cercando informazioni sul maniero in rete, ho trovato un sito con un progetto di restauro e riqualificazione dell’edificio storico per la realizzazione di un Hotel**L e SPA, dotato di 20 camere, ristorante, loungebar, biblioteca, piscina e parco storico. Non ho idea di quali sviluppi ci siano stati…

Il castello di domenica 26 febbraio



VITTORIA (RG) – Castello Colonna Enriquez

La città di Vittoria fu fondata nel 1607 dalla contessa Vittoria Colonna, sposa di Ludovico III Henriquez de Cabrera conte di Modica dal 1596. Morto il marito, la contessa si trovò a dover fronteggiare gravi difficoltà economiche provocate dalle spese di rappresentanza inconsulte cui Ludovico III si era dato nella circostanza del matrimonio di Filippo III, re di Spagna, con Margherita d'Austria nel 1599. Vittoria Colonna decise di richiedere al re di Spagna la concessione di un privilegio regio per la fondazione di un nuovo insediamento, che le avrebbe consentito di risollevare le sorti del patrimonio familiare. La richiesta venne accolta, ed il privilegio regio, concesso dal re Filippo III il 31 dicembre 1607 a Madrid, dispose la riedificazione dell'antica Kamarina, con il nome di Vittoria, in onore della sua fondatrice. Il nucleo cittadino sorse attorno al castello, appaltato il 4 Marzo 1607, probabilmente su preesistenze di origine medievale, e alla chiesa Madre. Il castello era il simbolo del potere armato del barone (al tempo castellano e sovrintendente della città), il quale, attraverso un fedelissimo esecutore dei suoi ordini, da una parte proteggeva l’abitato come suo possedimento, dall’altra lo sorvegliava incutendo timore e riverenza. Accanto ad esso furono costruiti i magazzini frumentari della corte, per raccogliere e conservare i frumenti e gli orzi che annualmente venivano versati come “terraggio” dagli enfiteuti e dagli affittuari della nuova terra di Vittoria. Questi magazzini erano costituiti da grandi silos scavati in spaziosi locali sotterranei, suddivisi in senso trasversale, che si susseguivano uno dopo l’altro ed erano comunicanti tra loro. Oggi si può accedere ai primi due locali dei magazzini frumentari, mentre vi sono alcuni sotterranei inesplorati. Il tutto necessita di opportuno restauro. Il castello Colonna Enriquez al piano terra conserva parte delle originarie strutture realizzate con piccoli blocchi di arenaria locale ben squadrata, con questi sono girate le volte a botte poggianti su spessi muri dove appaiono evidenti le suture dei blocchi, i quali, nel senso verticale, non sempre si alternano. Nella parte antica, fra le due lesene di centro, si trova un grande portone ricoperto in lamiera che immette in un vasto atrio dal quale si accede, attraverso due portici strombati, in due camere rettangolari; di fronte c’è una bellissima trifora, al centro di questa si apre un corridoio con volta a botte che immette nel cortile retrostante. Questo cortile è costituito da un muro pieno a sinistra, da un muro frontale il quale presenta cinque archi vuoti fino a terra, di cui due guardano sulla Valle dell’Ippari, e a destra da un muro pieno di oltre tre metri portante sulla struttura tre archi bassi che consentono, dal piano superiore del castello, risalente all’Ottocento, la vista verso il mare. A destra e a sinistra ci sono due piccoli locali rettangolari con due volte a botte, disposte ad altezza diversa; su queste, anticamente, si impostavano le due rampe di scale che, partendo dal cortile, si riunivano portando sul terrazzo con i merli. I locali sottostanti costituivano, quello di destra il dormitorio e quello di sinistra la gendarmeria. I due locali più piccoli servivano come deposito di armi, munizioni e viveri. Nel 1612 fu aggiunto il primo piano con le stanze per l’abitazione del conte o del castellano. Nel 1643, la nobildonna Vittoria Colonna fece eseguire dei lavori di ristrutturazione e restauro sia al quartiere abitato che alle vecchie stanze del castello, al corridoio, alla scala ed ai magazzini; questo in previsione della visita di Giovanni Alfonso a Vittoria ed anche per l’imminente insediamento nel castello del barone Giovanni Grimaldi, invitato a risiedervi come castellano oltre che sovrintendente. A lavoro ultimato il Castello presentava: cinque stanze abitative ed una sala rimessa a nuovo; il corridoio e la scala di accesso al primo piano riparati opportunamente; le volte delle stanze, i sottotetti ed i tetti completamente rifatti, come pure le docce e i doccioni per le acque piovane da convogliare nella cucina del luogo; un grande vano a pianterreno, una cucina, un’anticucina costruiti in aggiunta al resto dell’edificio; il portone d’ingresso allestito con legno di quercia e cardini lunghi secondo la sua altezza; nuovi tendaggi alle finestre. Dopo il restauro del Castello ebbe luogo la prevista venuta del Conte insieme alla sua famiglia e ad un folto seguito di nobili e dignitari della corte vicereale, oltre ai soldati di scorta ed al personale di servizio. Con il terremoto del 1693, i locali superiori, l’elegante scala semiesterna di accesso, gran parte del prospetto e delle volte delle camere prospicienti la piazza crollarono, e furono necessari ulteriori lavori di restauro continuati nel 1787, quando i locali dell’ex sottoscala vennero riuniti a due a due per realizzare le due cellette che si trovano nella trifora attuale. L’edificio dal 1816 al 1950 fu adibito a carcere mandamentale dal Comune di Vittoria. Abbandonato per alcuni anni, venne in seguito restaurato divenendo Museo Civico Polivalente. Nei locali del pianoterra è allocata, provvisoriamente, la sede del Consorzio di Tutela del Vino Cerasuolo DOCG di Vittoria. Purtroppo sul web non sono riuscito a trovare valide immagini del castello, ho dei dubbi che quella inserita rappresenti effetivamente questo monumento. Se in futuro riuscirò a procurarmi di meglio lo aggiungerò alla pagina.

sabato 25 febbraio 2012

Il castello di sabato 25 febbraio



MONASTERACE (RC) – Castello

Un primo castello fu edificato sotto i bizantini (X-XI secolo) per dare una certa sicurezza al primo nucleo costruito in seguito alla distruzione di Caulonia. Il centro del paese fu sgombrato dalle case dei contadini per dare spazio necessario alla sua costruzione e per apprestare un nuovo sistema di difesa contro i Turchi. Il castello nel corso dei secoli subì ampliamenti, manipolazioni ed anche ricostruzioni a seguito soprattutto dell'avvento delle armi da fuoco e del degrado apportato dall'assalto predatorio d'incursori e di terribili sismi. L'attuale struttura risale al Cinquecento. E’ a forma quadrata - il lato esterno misura circa 42 metri - con il piano base che è elevato dal terreno dagli otto ai quindici metri a seconda del dislivello del terreno. Gli angoli del castello sono rinforzati da quattro torri a forma di parallelepipedo a base rettangolare. Al suo interno vi è un ampio cortile, lungo metri 18 e 60 e largo metri 16 e 50, al centro del quale vi è una profonda ed ampia cisterna che serviva per accogliere l’acqua piovana attraverso un sistema di tubature. È privo di merlatura per i danni subiti nel corso dei sismi del 1659 e del 1783 e non più ricostruita perché ritenuta inutile per i nuovi sistemi di difesa. Sotto la dominazione aragonese fu dominio dei Principi Caracciolo dal 1347 al 1464 quando Luigi Caracciolo lo passò agli Arena Conclubet, signori di Santa Caterina (nel 1486 la casata d'Arena dei Conclubet rimase coinvolta nella congiura dei Baroni contro il re Ferrante d’Aragona e fu privata delle terre) che nel 1478 lo diedero al cosentino Guglielmo Monaco per volontà del Duca Alfonso di Calabria, figlio di re Ferrante. Nel 1486 fu acquistato dal patrizio napoletano Silvestro Galeota i cui discendenti ne tennero il possesso fino al 1654 col titolo di Principi di Monasterace, per passare quindi al maestro di Campo Don Carlo della Gatta che assunse il titolo di principe (1647 ca.), al Principe Giacomo Pignatelli Duca di Bellosguardo (1680 ca.), dal 1705 al Marchese Domenico Perrelli di Tomacelli e ai suoi discendenti col titolo di duchi, ai baroni Abenante (1750-1806), ai Martucci, al Barone Giacomo Oliva (già nel 1844), al barone Scoppa, alla famiglia del Marchese Di Francia. Questi nel 1919-22 vendette il castello a Giuseppe Sansotta che a sua volta lo rivendette a diverse famiglie del luogo che ancora lo abitano ma che lottizzandolo ne deturparono l'aspetto originale. L’accesso al maniero avveniva mediante un ponte levatoio dal lato ovest. In epoche a noi vicine, il ponte levatoio è stato sostituito da un collegamento stabile in muratura ( un ponte sorretto da un arco in mattoni), che immette nel cortile attraversando un portale che conserva ancora caratteri costruttivi originari. L’entrata appare oggi stretta per la costruzione successiva di corpi aggiunti. Nel sottosuolo esistono alcuni vani che successivamente sono stati trasformati in ambienti abitativi dagli ultimi proprietari. Di fronte al portone d’ingresso si trova una scalinata che conduce al piano superiore. A sinistra dell’entrata vi è una vecchia porta che permetteva di scendere attraverso due rampe di scale nella parte bassa del castello costituita da quattro cunicoli comunicanti con l'esterno. Attraverso il primo cunicolo si comunicava con l’esterno presso la località Vallone, lato sud del paese. Dallo stesso versante, un altro cunicolo comunicava con l’esterno presso la fontana antica ovvero vicino all’abbeveratoio degli ani¬mali, sito in contrada Signore Iddio. Il terzo cunicolo comunicava con l’esterno presso la località Oliveto, posta al lato nord del paese. Infine il quarto cunicolo, il più lungo, comunicava con la zona presso il mare non lontano dal Faro Punta Stilo. I cunicoli avevano lo scopo di permettere ai contadini, intenti a svolgere i lavori dei campi, a riparare nel castello durante le minacce in vista dei saraceni e dei turchi. L’allarme avveniva per mezzo di segnalazioni tra gli uomini di guardia sulle torri del litorale e le guardie all'erta sulle torri del castello. I cunicoli servivano inoltre per deposito di riserve alimentari e per alloggi delle guardie del feudatario. Di interesse è anche la stanza situata nell’angolo a nord-ovest, un tempo adibita a prigione.

venerdì 24 febbraio 2012

Il castello di venerdì 24 febbraio



GROTTERIA (RC) - Castello normanno

I suoi ruderi sono posti nel punto più alto del centro abitato di Grotteria, in posizione dominante sulla Vallata del Torbido. Il complesso, che occupa una vasta area, ha subito diverse modifiche e ristrutturazioni nei secoli, ma presumibilmente fu costruito in periodo normanno su una su una preesistente struttura forse di origine bizantina. Il maniero nacque come fortezza e non come abitazione. Nelle mura, infatti, sono ancora visibili fessure dalle quali si sorvegliavano costantemente le zone sottostanti. Del castello rimangono parte delle mura perimetrali, i resti di due torri (una a nord del castello a forma circolare e l’altra a metà delle mura a forma semicircolare), il mastio, anch'esso a pianta circolare, la cisterna idrica e un portale in granito semidistrutto (ad arco a tutto sesto - la chiave di volta e tutta la parte superiore sono crollati nel 1985 - ed era composto da pietre squadrate di pietra granitica e molto probabilmente in origine era dotato di un ponte levatoio). Il paese risulta fortificato e cinto da mura già nel 1100, sotto Federico II (periodo Normanno). Nel periodo Angioino (XIII sec.) la politica principale che venne seguita fu quella volta alla costruzione di importanti reti costiere di torri, questo serviva a mettere in comunicazione i centri dell’entroterra, come Grotteria, con la costa dove avvenivano gli sbarchi dei corsari. Troviamo conte di Grotteria nel 1283 Giovanni Ruffo di Calabria; nel 1296 l’ammiraglio Ruggero Di Lauria (poi conte di Mileto e Terranova); nel 1303 fu signore di Grotteria Raimondo Del Prato; dal 1313 al 1342 la famiglia aragonese De Luna; Antonio Caracciolo conte di Gerace nel 1363, passò in possesso della contea di Grotteria che per 92 anni rimase inserita nello stato feudale della contea di Gerace. Con privilegio di Re Alfonso I° d’Aragona del 1° gennaio 1458 divenne conte di Grotteria Marino Correale, il quale ottenne queste terre sottraendo i titoli ai Caracciolo, cioè dalla contea di Terranova. Vincenzo Carafa barone di Castelvetere e Roccella, il 18 ottobre 1496 ottenne in concessione da Re Federico, la baronia di Grotteria con le sue dipendenze, da conseguire dopo la morte di Marino Correale; nel 1576 la contea passò ad Alfonso d’Aragona De Ajerbe, già terzo ed ultimo conte di Simeri, barone di Brancaleone e Palizzi, che acquistò la terra di Grotteria per la somma di 50.000 ducati da Marcello Ruffo, insieme al diritto di ricomprare i casali di Mammola e Agnana in virtù della vendita fattagli. Il 5 febbraio 1783 un terremoto spaventoso sconvolse gran parte della Calabria Ultra, provocando migliaia di morti e devastazioni che cancellarono interi villaggi e paesi. Molti edifici importanti della zona andarono distrutti, come ad esempio la Cattedrale di Gerace; molte chiese e monasteri furono completamente rasi al suolo; così come molte case povere le quali si "sbriciolarono"; lo stesso castello di Grotteria fu definitivamente compromesso. Prima del suo definitivo abbandono, l'edificio era stato destinato a carcere ma già nell'Ottocento era ridotto a rudere. Nel 1952, durante l'anno mariano, di fronte a questo ingresso, è stato costruito un obelisco (alto circa 7 metri) con in alto la statua della Madonna Immacolata. A cavallo degli anni '70 e '80 erano stati preparati diversi progetti per il recupero dell'intero complesso, ma i lavori non furono mai approvati, per cui si rischia di perdere per sempre questo patrimonio storico-culturale, libro aperto e testimone del nostro passato. Al castello è legata una leggenda. Si racconta che tra i suoi ruderi sia nascosto un favoloso tesoro che nessuno è mai riuscito a trovare. Pare, infatti, che tutti coloro che ci hanno provato siano stati strangolati da lunghi serpenti, usciti improvvisamente dal terreno. Solo chi riesce a superare questa prova potrà impossessarsi del tesoro che è custodito da una gallina dalle uova d’oro. Beato chi ci crede.....

giovedì 23 febbraio 2012

Il castello di giovedì 23 febbraio





BUCINE (AR) - Castello di Montebenichi

Montebenichi è situato sulla sommità di un rilievo, digradante da Monteluco, che separa il Chianti dal Valdarno mediante il vallone dell’Ambra. Si suppone che l’antico castello abbia avuto origine da un insediamento longobardo nel quale vennero accolti anche i superstiti di alcune sedi etrusco-romane limitrofe quali La Pieve, La Selva e Monte di Rota. L’origine longobarda di Montebenichi sarebbe confermata dal nome stesso che, secondo il Pieri (1969), deriva da una riduzione di “Benicolo”, diminutivo a sua volta del longobardo “Benuald”. Toponimi con la stessa radice si trovano anche in altri contesti territoriali, ad esempio a Castelnuovo Berardenga (Si) dove esiste un Poggio Benichi e a Roccastrada (Gr) dove abbiamo un Poggio Bonicoli. Del castello primitivo restano poche tracce, mentre invece si notano le vestigia di una torre e di alcuni tratti del circuito murario, risalenti alla fine del XV o all’inizio del XVI secolo. Nel tardo medioevo il castello appartenne agli Ubertini, che nel 1385 lo cedettero in accomandigia alla Repubblica fiorentina. Trovandosi Montebenichi al confine col territorio senese, fu spesso teatro di scontro tra Siena e Firenze e più volte venne saccheggiato. L’episodio più disastroso della sua storia fu il saccheggio subito ad opera degli aragonesi nel 1478,che portò all’abbattimento del fortilizio. L’esercito del papa, alleato con gli aragonesi contro Firenze, entrò nel territorio fiorentino e il 27 luglio 1478 pose l’assedio al castello di Brolio in Chianti. Giovanni della Rovere, nipote di Sisto IV, diede l’assalto al castello che, nonostante la difesa disperata dei suoi occupanti, fu espugnato, saccheggiato e incendiato, mentre tutti gli uomini furono fatti prigionieri. La ricostruzione di Montebenichi avvenne probabilmente tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Dai primi anni settanta del Settecento l’abitato fa parte del Comune di Bucine. Il nucleo centrale di Montebenichi è costituito da una piazzetta (piazza Gorizia), con antico pozzo, sulla quale si affacciano alcune abitazioni. Questa piazza è dominata da un “castelletto”, ritenuto parte integrante del sistema difensivo originario, restaurato nella forma attuale tra il 1901 e il 1907. Oggi il castello è un lussuoso albergo, ricco al suo interno di arredi e collezioni di assoluto valore storico. Per approfondire si può visitare il seguente sito: http://www.castelletto.it

mercoledì 22 febbraio 2012

Il castello di mercoledì 22 febbraio



GRUMELLO CREMONESE ED UNITI (CR) – Villa-Castello Affaitati Trivulzio

Anticamente Grumello Cremonese apparteneva al fondo dei Dovara. Dai Dovara passò a Filippo Gonzaga, per dote, nel 1360. Nel XIV secolo i Visconti vi eressero un castello, utilizzato pure, analogamente a quello di Pandino, come luogo di villeggiatura. Nel 1404 fu conquistato da Cabrino Fondulo, indi ripreso dal generale visconteo Facino Cane. Poi se ne hanno notizie sicure solo nel 1525, quando Francesco II Sforza ne investì Giovan Battista Affaitati. Estintasi la famiglia nel 1660, il feudo passò ai Belgioioso. La Villa venne eretta nella seconda metà del Cinquecento da Gian Carlo Affaitati, sui resti dell'antico castello visconteo, secondo quanto ricorda una lapide murata in luogo, nel 1597. Posta nella parte settentrionale dell'abitato di Grumello, paese situato tra Pizzighettone e Cremona, è un significativo esempio di residenza castellata cinquecentesca. A suggerire una preesistenza fortificata nel luogo concorrono sia la posizione del nucleo abitato, sull'orlo di un terrazzamento dell'Adda, sia la conformazione del contorno sud occidentale del complesso, delimitato da una scarpata e da una roggia, e infine la presenza, sull'angolo di mezzogiorno, di una torre isolata, posta in corrispondenza dell'unico ingresso che dal paese introduce al cortile esterno della villa e che svolgeva chiaramente funzioni di torre di guardia. Questa torre è contraddistinta da un arco di ingresso ogivale, sormontato dagli alloggiamenti per i bolzoni di uno scomparso ponte levatoio e fiancheggiato da una pusterla, al di sopra della quale si trova la caratteristica impronta della forcella per sostegno e manovra della corrispondente ponticella levatoia. Un significativo richiamo a forme castellane viene fornito anche dalle due torrette, forse innalzate sulla base di analoghe preesistenze, che concludono verso occidente le due ali della villa delimitanti il secondo cortile. L’elegante complesso, il cui progetto viene attribuito dalla critica agli architetti cremonesi Francesco Dattaro e al figlio Giuseppe, attivi a Cremona, in quei medesimi anni, per gli stessi Affaitati, è disposto intorno a tre cortili. Il primo cortile presenta un bel giardino all'italiana, separato dalla campagna circostante da un'iconostasi con arco trionfale al centro. Dal giardino si accede al cortile interno, superbo esempio di architettura manieristica, porticato su due lati. Le arcate a serliana poggiano su colonne tuscaniche binate. Verso il fossato possiamo ammirare un elegante portale sormontato da timpano, compreso entro due torrette. L'edificio ha mantenuto la sua originaria destinazione a dimora privata di campagna; lo stato di manutenzione è discreto. Oggi è una rinomata location per ricevimenti, come si può vedere nel seguente sito internet: www.villaaffaitati.it

martedì 21 febbraio 2012

i castelli di martedì 21 febbraio







FRAGAGNANO (TA) – Palazzo Baronale e Palazzo Marchesale

Sono stati costruiti l'uno di fronte all'altro. Fragagnano fu possesso feudale fin dal 1278 della famiglia Antoglietta (casata di origine francese imparentata con la casa reale, anche conosciuta con i nomi di De Nantolio o Nanteuil, De Nantolis), per passare poi ai marchesi Carducci-Agustini. Il palazzo baronale, chiamato anche castello, è una residenza fortificata che affonda le sue origini al XV secolo (1487), quando fu eretta la torre. Ne parla in un documento il notaio grottagliese Giovanni Battista Galeone, il quale vi si era recato per redigere il testamento dell'allora signore di Fragagnano, il barone Cola Mattia dell'Antoglietta. La costruzione aveva un carattere fortificato, per la necessità di difendersi sia dalle scorrerie degli eserciti stranieri e dalle bande armate al soldo delle diverse fazioni locali che attraversavano la Puglia, sia dagli attacchi dei corsari che, dopo aver solcato il Mediterraneo, giungevano nelle zone interne della preMurgia. Ritenuto il palazzo più antico del paese, è una massiccia struttura a base scarpata che contiene un unico vano quadrato, illuminato da due alte e strette finestre in carparo, - decorate con stemmi e tralci di vite - con un grande arco centrale che divide il tetto e un grande focolare addossato alla parete occidentale. Al di sotto del pavimento, scavando in profondità per realizzare una vasca per il vino, sono state rinvenute ossa umane collegate forse ad un “trabucco” medievale o alle carceri del feudatario. La residenza era dotata di una scala esterna in muratura, perpendicolare alla torre e completata da un piccolo ponte levatoio, che portava direttamente al piano superiore. Al lato orientale della torre sono addossate costruzioni più tarde: il primo piano, dotato di un’ampia cucina con vasto focolare, era destinato alla servitù, mentre quello inferiore ha ospitato una locanda che era costituita da un ricovero per gli animali e per i rustici. Il lato occidentale è accostato alla dimora rinascimentale, elegante palazzo cinquecentesco sul cui cornicione si erge la ieratica statua di Sant’Irene che domina il grande stemma degli dell'Antoglietta. Nel Novecento, il palazzo baronale, oramai disabitato, divenne proprietà della famiglia Tamborrino di Maglie e venne in parte utilizzato a stabilimento vinicolo. Cosi gli vennero scavate e cementate capienti cisterne per il contenimento del vino. Risorse negli anni Settanta, quando venne adibito temporaneamente a sede del Municipio ed attualmente, tornato ad essere di nuovo abbandonato, è in attesa di essere richiamato all’attenzione di tutti. Infatti nella volontà degli attuali proprietari è allo studio la possibilità di adibirne i locali del piano terra a Museo, ove custodire i numerosi reperti archeologici dell’antico sito, divisi tra il Museo di Taranto ed altre collezioni private. Alla fine del ‘600, lo sbarco dei Turchi nella vicina Maruggio spinse Francesco Maria Antoglietta ad innalzare il proprio palazzo marchesale, essendo inoltre il vecchio palazzo baronale non più rispondente ai nuovi gusti della filosofia barocca. Il marchese morì nel 1718, a causa di un colpo di archibugio che lo colpì all'occhio destro nel corso di una battuta di caccia. Suo successore fu il figlio Lelio. Il 10 luglio del 1812, Cataldo Carducci Agustini, barone di Monteparano e Cavaliere di Malta, sposò Saveria dell'Antoglietta, figlia di Lelio e Marianna, marchesi di Fragagnano. Saveria era l'ultima donna appartenente alla famiglia dei dell'Antoglietta, per cui, tramite lei, i Carducci Agustini ereditarono il titolo di marchesi ed il feudo di Fragagnano. Trasferitisi qui, risiedettero nel palazzo marchesale, anche se incompiuto, occupandone precisamente la parte inferiore, dove erano anche gli alloggiamenti degli staffieri, i magazzini e il corpo di guardia. II piano nobile fu usato solo in seguito, dal figlio della coppia, Andrea Carducci Agustini dell'Antoglietta, che ne curò la sistemazione. Esso aveva il soffitto costituito da grosse travi di legno ricoperte con della malta. Ancora più sopra vi era il deposito per le granaglie, sormontato a sua volta da un tetto di tegole. Sprovvisto, come tutte le costruzioni dell'epoca, di servizi igienici fissi, il palazzo possedeva però un'ampissima cucina con cammino, che si trovava al primo piano di una costruzione più piccola affiancata alla principale, in cui vi erano anche le stalle. La fase di decadenza della residenza iniziò nel 1917, quando un fulmine ne incendiò una parte, un salone il cui soffitto era costituito da travi lignee e da un telone dipinto. L'edificio ha continuato poi ad essere dimora dei marchesi Carducci Agustini sino al 1979, anno in cui il Sindaco di Fragagnano ha chiesto ed ottenuto la donazione del complesso al Comune per usi civici. Degno di nota è il maestoso portale bugnato dall’arco a tutto sesto che immette in un cortile trapezoidale da cui prendono luce gli ampi saloni, dal tetto a capriate o voltate a crociera semplice stellare, del piano superiore. I diversi piani di restauro elaborati non hanno tuttavia mai trovato validi riscontri sul livello pratico, cosicché il palazzo non è utilizzabile se non per poche sale al piano terra. Il palazzo, imprigionato oggi da antiestetiche orditure metalliche che ne rallentano l'inesorabile crollo, pieno di crepe e senza più tetto al piano superiore, fa brutta mostra di sé in piazza Regina Elena, in attesa di interventi.