martedì 25 settembre 2018

Il castello di martedì 25 settembre





CORCIANO (PG) - Castello di Castelvieto

Il paese nacque in epoca romana con il nome di "Pieve Tiviana". Il nome attuale discende dal toponimo Castrum Vetus, castello appartenente al contado della perugina Porta Santa Susanna. Nel 1398 venne occupato da Braccio da Montone e l'anno successivo riconquistato dai popolani di Perugia; Braccio lo riconquistò in seguito, ma senza l’uso della forza in quanto gli abitanti si diedero spontaneamente alla sua sottomissione, ma il borgo dovette essere ricostruito. Nel 1433 truppe da Perugia lo saccheggiarono, per via della ospitalità offerta al condottiero Lizio Palagano. Nel 1438 e nel 1439 Castelvieto è indicato come castello, nel 1456 e nel 1469 con l’indicazione generica di locus, mentre nel 1495, nel 1496, nel 1499 e nel 1501 compare sempre come castello.
Il castello, nel corso del primo trentennio del secolo XV, era divenuto l’insediamento cardine della zona e, a quanto sembra, lo stesso governo cittadino agevolò in qualche modo la comunità nella realizzazione delle opere necessarie al mantenimento, e probabilmente anche al miglioramento delle sue strutture difensive. Nel 1431, infatti, “gli uomini di Castel Vieto, per riattar le mura del loro castello, ottennero dal consiglio generale di Perugia d’imporre una colletta a tutti quelli che avesser possessioni nel loro distretto, tanto chierici che secolari, trattandosi di un forino per ogni casa che avessero in detto castello, di venticinque soldi per ogni corba di terreno lavorativo e 12 soldi e sei denari per ogni corba di terreno seminato”. Subì poi altre devastazioni nel 1509 dai pontifici (durante la guerra del sale contro Paolo III) e anche dopo questo danneggiamento la comunità ottenne ancora l’aiuto da parte del governo cittadino. In quell’anno, infatti, furono ad essa concessi “30 fiorini, da defalcarsi dal sussidio che doveva pagare alla città, per risarcire le mura del suo castello”. Un’altra devastazione la subì nel 1643 dai toscani in guerra col papa Barberini (Urbano VIII). Durante l’epoca Napoleonica appartenne al cantone rurale di Perugia, per poi tornare definitivamente a Corciano. Oggi il paese nuovo è stato fondato a valle, lungo la strada per Montemelino ed è una frazione del comune di Corciano. Il castello, del 1254 è a pianta ellissoidale, sormontato dalla torre della rocca. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=StDvSeqDWiI (video di Claudio Mortini)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelvieto, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castelvieto-corciano-pg/

Foto: entrambe le foto prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castelvieto-corciano-pg/

lunedì 24 settembre 2018

Il castello di lunedì 24 settembre




CALDONAZZO (TN) - Torre dei Sicconi

La Torre dei Sicconi, o castello di Caldonazzo, fu costruita su licenza del principe vescovo di Trento, Corrado di Beseno, nel 1201 da Geremia e Alberto figli di Varimberto di Caldonazzo. Unitamente a Castel Brenta costituiva il sistema di controllo del territorio esercitato dai signori di Caldonazzo; la torre dei Sicconi dall’alto del monte Rive presidiava le principali vie di comunicazione. Numerosi documenti citano il castello nei secoli XIII e XIV; fra il 1342 e il 1408 esso è legato alla figura di Siccone II, personaggio di grande peso per le vicende dell’epoca. Nel 1385, a causa di dissidi con Siccone, i Vicentini e i Veronesi sferrarono un potente attacco contro le sue fortificazioni in Valsugana, fra cui il castello di Monte Rive. Il castello di Caldonazzo resistette parzialmente, infatti in un documento del 1391 la famiglia di Caldonazzo – Castelnuovo è investita de dicto dosso cum Castro Caldonazii, palatio, turri et aliis suis fortilitiis… (“del detto dosso con il castello di Caldonazzo, il palazzo, la torre ed altre sue fortificazioni…”): sembrerebbe, dunque, che una buona parte delle strutture fossero ancora in funzione, pertanto non troppo compromesse dall’attacco del 1385. Un fatto certo è che la signoria dei Caldonazzo-Castelnuovo uscì di scena e la Valsugana entrò nella sfera d’influenza austro-tirolese. La torre dei Sicconi venne demolita dal Genio militare austriaco nel 1915, per ragioni belliche in quanto costituiva un punto di avvistamento certo. Oggi sull’intera area di monte Rive sorge un parco archeologico; qui è ancora possibile scorgere il basamento della torre e di alcuni edifici che erano parte del complesso fortificato. Nel 2005 l’amministrazione comunale di Caldonazzo diede avvio al progetto denominato “Il Giardino della Torre dei Sicconi”: sostenuto da finanziamenti europei, esso prevedeva la creazione di un giardino tematico entro un percorso storico, recuperando così l’identità del sito. Inevitabile, a questo punto, l’esecuzione di indagini archeologiche preliminari, utili a verificare quanta parte dell’antico complesso castellare fosse ancora conservata. Fra il 2006 e il 2008, dunque, la Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento eseguì, in varie campagne, ventidue sondaggi sul dosso. La stratigrafia letta in questi sondaggi mostrò chiaramente i resti dell’antico castello: … cum Castro Caldonazii, palatio, turri et aliis suis fortilitiis ... La torre, anzitutto, ed alcuni tratti murari, lungo il versante sud-ovest, che dovevano completare il sistema difensivo alla base del dosso, dove è tuttora visibile un tratto del possente muro di cinta. Sono stati individuati anche i pochi resti di un edificio che poteva avere due piani, nella zona ad est della torre: il palazzo. Al “piano terra” rimaneva un focolare (la cucina?). Questo edificio doveva essere appoggiato ad un muro interno, del tipo “a spina di pesce”, di cui rimane visibile un ampio tratto. In definitiva, le strutture documentate nei sondaggi risultano tipiche dei complessi castellari trentini, compresi quelli valsuganotti. Anche le caratteristiche topografiche e geomorfologiche del sito rispecchiano uno standard diffuso nella valle: sufficientemente elevato per permettere un buon controllo della vallata sottostante ma non troppo, perchè questo lo avrebbe separato eccessivamente dai centri abitati e dalla viabilità principale. Il dislivello rispetto a Caldonazzo è di circa 200 m; la sua distanza in linea d'aria dal paese di circa 800 m; i versanti sono prevalentemente scoscesi (forse da ovest la via d’accesso?). I reperti rinvenuti in scavo parlano di un ambito cronologico compreso fra il XIII ed il XV secolo, coerenti, dunque, con le fonti documentarie. Le stesse fonti illustrano le dinamiche economiche che caratterizzano questa parte del territorio trentino, “area di passaggio” e luogo ricco di risorse boschive e di pascolo. Non è, dunque, un caso che proprio in tale contesto sorga il castrum di Monte Rive, pensato, con tutta probabilità, proprio per governare, a vario titolo, il territorio. Dal dosso giungono anche alcuni frammenti ceramici di età pre-protostorica e di età tardoantica: è, dunque, forte il sospetto che il sito sia stato frequentato ben prima dell’età medievale. Purtroppo tali reperti sono totalmente privi di contesto, cosa che limita fortemente la loro comprensione, lasciandoli deboli spie di una presenza ricca di incognite. Fra queste, l’eventuale occupazione di Monte Rive in età romana ed il conseguente, inevitabile, rapporto con la viabilità organizzata in Valsugana. Una viabilità che si deduce dalle tracce di insediamenti di quest’epoca nella valle, certamente presenti anche se le loro caratteristiche e dimensioni non sono definite. Uno di essi potrebbe essere stato di tipo agricolo, ubicato nella vicina Calceranica, come farebbe pensare la menzione di un actor, il responsabile della contabilità nelle grandi aziende agrarie romane, nell'iscrizione sulla piccola ara dedicata a Diana ora conservata nella chiesa di S. Ermete (II-III secolo d.C.). Altri link: https://www.youtube.com/watch?list=PL_zIZGc2p0bZzOmNSuGm6lxC0Be9vzFn9&v=9ZR96Vih9jw (video di Arc-Team Archaeology), http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castello-di-Caldonazzo-Torre-dei-Sicconi

Fonti: https://www.visittrentino.info/it/guida/da-vedere/castelli/torre-dei-sicconi_md_2554

Foto: entrambe prese da https://www.cultura.trentino.it/Luoghi/Tutti-i-luoghi-della-cultura/Aree-archeologiche/Torre-dei-Sicconi-Caldonazzo-Monte-Rive (la prima è di P. Barducci)

sabato 22 settembre 2018

Il castello di domenica 23 settembre




CASTIGLION FIORENTINO (AR) – Castello della Montanina in frazione Rocca Montanina

Posta 5 km a est dal capoluogo comunale, la frazione sorge in prossimità dell'omonimo monte che ospitava un castello, di cui attualmente sono visibili solo i resti. È costituita dal villaggio, ora praticamente disabitato, di San Lorenzo alla Montanina. Il toponimo, secondo un'antica leggenda riportata anche dal Ghizzi, sembrerebbe aver origine da una fanciulla bellissima della famiglia Tarlati (a cui appartenne il castello), chiamata da tutti la bella montanina. Il castello, attestato dal 1117, si trovava presso la vetta del monte denominato Rocca Montanina (672 m s.l.m.), in posizione strategica per il controllo del valico tra la val di Chio e quella del torrente Nestore. Il castello nel 1298 venne conquistato dai fiorentini; nel 1307 vi abitavano sei famiglie. In seguito divenne proprietà dei Tarlati di Pietramala, quindi fece parte di Perugia per tre anni. Tornato ai Tarlati, venne nuovamente ceduto a Firenze nel 1384. Durante il XV secolo fu governato dai Sei di Arezzo. Nel 1425 fu ordita una congiura per consegnarlo ai Visconti di Milano, ma questa non riuscì. L'autore del complotto, tal Michele di Simone di Giovanni, venne scoperto ed arrestato. Processato, fu decapitato davanti alle mura della rocca. Nel 1516, essendo diminuita la sua importanza, il castello fu abbandonato. Nella seconda metà del Cinquecento la torre e le mura erano già in rovina; le costruzioni ospitavano malfattori e briganti che effettuavano le loro scorrerie nella zona. Nella seconda metà dell'Ottocento venne smantellata l'ultima porzione della torre maggiore. Si conservano attualmente solo pochi resti delle mura e una piccola parte della torre. La forma del castello è riportata in un disegno del 1750 eseguito dal pievano di Montecchio don Antonio Vincenzo Meucci, basato su come si presentava il rudere allora (ancora in discreto stato). La cinta muraria aveva una forma ottagonale leggermente schiacciata con quattro torri lungo il perimetro. La più grande di esse ospitava l'ingresso principale, protetto da una robusta saracinesca; in cima a detto torrione vi era probabilmente la campana del castello, che fu venduta nel 1540. All'interno vi erano dieci abitazioni a più piani, attaccate alla cinta muraria ad esclusione della casa del castellano, probabilmente al centro del forte. Inoltre v'erano un forno ed un mulino. I ruderi della rocca si trovano in un luogo attualmente di difficile accesso, raggiungibile comunque con l'automobile. Dalla val di Chio si imbocca la comunale per il paese di Santo Stefano e si prosegue l'antica strada di valico, percorribile agevolmente fino all'ottocentesca casa di Caldesi (chiamata anche Osteria: infatti fino all'anteguerra vi era un negozio di alimentari), dopo di che una strada in terra battuta conduce ai resti del castello. Leonardo ha raffigurato e indicato il castello della Montanina nelle carte RLW 12278, RLW 12682 (precisando la distanza di 4 miglia da "Castiglione") e nel Codice Atlantico (f. 918r). Altri link suggeriti: http://www.arezzometeo.com/2012/ruderi-della-rocca-montanina/ (ricco di foto), http://www.ruderimedievali.altervista.org/castello_montanina.html, https://mapio.net/pic/p-57208412/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Montanina, https://brunelleschi.imss.fi.it/itinerari/zonatopografica/Aretino.html

Foto: la prima è presa da https://www.vecchievie.it/foto/37_Immagine-della-rocca-montanina, la seconda e la terza sono del mio amico e “inviato speciale” del blog Claudio Vagaggini

venerdì 21 settembre 2018

Il castello di sabato 22 settembre



RAPOLLA (PZ) – Castello

Roccaforte longobarda, costruita sulla più antica “Strapellum”, sue notizie si hanno nel 968 sotto il regno di Pandolfo, principe longobardo di Rapolla e di Conza. Nel 988 ospitò nel suo Castello l’imperatore Ottone II; nel X secolo il monaco greco San Vitale, nella sua fuga dalla Sicilia, si fermò a Rapolla e, con il nipote Elia ed altri compagni, fondò eremi e chiese. Ai monaci basiliani seguaci di San Vitale sono attribuite le numerose chiese rupestri della zona: quella dedicata a San Vitale, ipogea sotto l’attuale chiesa del Crocifisso e quelle di Sant’Elia e Santa Barbara. La cittadina è stata sede vescovile a partire dal 603, per mano di papa Gregorio I, mantenendo tale ruolo quasi ininterrottamente fino al 1528. Venne conquistata dai Normanni subito dopo Melfi. Rapolla sarebbe stata dotata di mura e di un castello, costruito su una precedente rocca longobarda, da Roberto il Guiscardo, fortificazioni sempre tenute efficienti dai successori conti normanni. Nonostante tali difese il paese venne distrutto quattro volte. Nel 1137 fu saccheggiato dai soldati di Lotario III e, nel 1183, venne distrutto dai melfitani. Con l’avvento del dominio svevo, Federico II la rese città demaniale. Nel 1235 alloggiò nel castello anche Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dal perimetro del borgo longobardo al “piano Castello” l’espansione urbana attorno alla cattedrale di Santa Lucia produsse di conseguenza l’ampliamento della cinta muraria. Agli inizi del XIII secolo il vescovo Riccardo fece iniziare la costruzione di una nuova Cattedrale, dedicata all’Assunta, nell’area prospiciente il Castello; dal 1209 lavorarono alla nuova chiesa Mastro Sarolo da Muro Lucano e Melchiorre da Montalbano. Nel 1255 si schierò con il Papa contro gli Svevi e, perciò, venne assediata da Galvano Lancia che, in seguito, ne divenne feudatario (terza distruzione). Con l’avvento degli Angioini, nel 1269, diventò feudo di Antonio de Capris e, nel 1301, tornò città demaniale e lo rimase durante il regno di Sancia, Giovanna I e Giovanna II fino al 1414, quando diventò feudo di Giovanni Caracciolo. La quarta distruzione fu operata dal conte Lando nel 1381, durante le guerre tra Giovanna I, fedele all'antipapa ClementeVII, e Luigi d'Angiò re d'Ungheria, sostenitore del papa Urbano VI. Nel 1530 Rapolla fu concessa da Carlo V a Filiberto Chalon, principe d’Orange. Nel 1632 Rapolla tornò alla famiglia Caracciolo che la tenne fino all’eversione della feudalità. Nel 1528 anche Rapolla fu assediata e saccheggiata dalle truppe del Lautrec, nella guerra tra Valois ed Asburgo e, di conseguenza, perse il vescovado che venne annesso alla Diocesi di MeIfi. Quanto rimane del castello distrutto fu inglobato nel Palazzo Baronale; la ripresa della città è segnata dalla costruzione dei palazzi Chiaromonte, Ferrante e Radino. Del castello, qualora sia esistito, non c’era più traccia già verso l’inizio del XVIII secolo, come attesta la veduta contenuta nell’opera del Pacichelli nella quale è visibile soltanto la “Porta del Vagno”, ancora oggi esistente. Oggi l’unico resto delle fortificazioni di Rapolla è costituito, oltre che dalla porta citata, da un tratto di mura con torre semicircolare riferibile al periodo angioino, che si affaccia su via Portella, sul lato ovest della cittadina, e da un altro tratto di mura a nord, ai piedi della cattedrale, che unisce altre due torri. Altro link suggerito: http://www.basilicataturistica.it/territori/rapolla/?lang=it.

Fonti: http://lucania1.altervista.org/rapolla/index.htm, scheda di Vincenzo Zito su https://www.mondimedievali.net/castelli/basilicata/potenza/rapolla.htm

Foto: entrambe prese da https://www.mondimedievali.net/castelli/basilicata/potenza/rapolla.htm (la prima è di Vincenzo Zito)

Il castello di venerdì 21 settembre




AREZZO - Castello di Ranco in frazione Pieve a Ranco

Gli imponenti ruderi del castello di Ranco portano ben impressa quella che un tempo era la loro potenza. Coronano un rilevo roccioso a dominio della valle del torrente Cerfone, nell'alta Val Tiberina, in posizione strategica ai confini del territorio comunale di Arezzo. La costruzione del castello nella sua forma attuale è dei secoli XII e XIII, precedenti insediamenti sul sito sembrano comunque risalire al VI e VII secolo, quando Bizantini e Longobardi si contendevano questa zona. Simbolo della feudalizzazione del contado aretino da parte di potenti famiglie laiche, Ranco, roccaforte dei Tarlati di Pietramala fino al 1439, è considerato una delle più antiche testimonianze storico architettoniche della zona. Fu poi ceduto a Baldaccio d'Anghiari, famoso capitano di ventura, e in seguito venduto ai Brandaglia, nobili aretini. A testimonianza della sua antica potenza resta il fatto che Ranco fu segnato nella mappa della Val di Chiana disegnata da Leonardo da Vinci nel 1502 e nell'affresco raffigurante la carta della Toscana dipinta nella Galleria delle carte geografiche del Vaticano. La condizione attuale di Ranco è di forte rovina ma è abbastanza semplice leggerne le caratteristiche costruttive. L'insediamento fortificato era costituito da un grande mastio quadrato, residenza dei signori, affiancato da un'altra torre leggermente più piccola, anch'essa quadrata e con la stessa caratteristiche costruttive del mastio. Della struttura principale resta curiosamente in piedi tutto il fronte nord, sul quale sono ancora visibili alcune belle finestre con architrave a semivolta, mentre sono ridotti alle fondamenta quello est e ovest e ben poco resta anche di quello sud. Su quest'ultimo lato si ergeva la seconda torre , anch'essa ormai quasi completamente crollata. Le due torri sono circondate da un'alta e spessa cortina muraria di forma irregolare che si adatta perfettamente alla morfologia del terreno. Di questa restano in buona condizione larghi tratti sui fronti sud ed est, dove possiamo ammirare anche una primordiale bastionatura, eseguita con pietre di forma irregolare, con lo scopo principale di allargare la base del recinto fortificato e far fronte alla nuova tecnica d'assedio di scavare tunnel sotto le mura per minarle e farle franare. Sul lato nord della cortina si apriva l'unica porta di accesso al recinto; su questo lato, fra la cortina esterna e le due torri, si trovava il cortile interno, con altri edifici minori. Tutto l'insieme è invaso dalla vegetazione e a rischio di ulteriori crolli. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=svc6rFL1eZw (video con drone di GENU1111), http://www.castellitoscani.com/italian/ranco_foto.htm, http://www.palazzodelpero.it/immagini%20storia/Pieve%20a%20Ranco%20-%20Castello.htm (foto), https://www.youtube.com/watch?v=FhmjFbYxZGA (altro video di GENU1111), http://stats-1.archeogr.unisi.it/repetti/includes/pdf/main.php?id=3531

Fonti: http://www.castellitoscani.com/italian/ranco.htm

Foto: entrambe del mio amico e "inviato speciale" del blog Claudio Vagaggini, scattate proprio oggi.

giovedì 20 settembre 2018

Il castello di giovedì 20 settembre




MONASTIR (CA) - Castello di Baratuli

Sorto su un precedente insediamento di epoca nuragica, fu edificato su uno sperone roccioso andesitico del monte Oladri intorno alla metà del XII secolo circa dai Giudici di Cagliari a difesa del territorio circostante. Passato il castello agli arborensi e poi ai della Gherardesca fu successivamente distrutto dai pisani intorno al 1308. La recente campagna di scavo archeologico e restauro ha messo in luce parte dell’impianto fortificato, a pianta esagonale, che in età medievale sorgeva a difesa del territorio limitrofo, permettendo di acquisire, in via preliminare, numerosi dati sulle strutture ancora visibili e sulla loro evoluzione durante la frequentazione del sito. Il sito è strettamente connesso alla storia della villa Baratuli, un villaggio medievale oggi scomparso. Nel 1454 il castello con il vicino villaggio spopolato di Baratuli, già proprietà di Michele Ferrer, fu acquistato dal feudatario di Monastir Pietro Bellit. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=73T6ns3XNRY (video di Thesilentube83 Sardegna), https://www.youtube.com/watch?v=zppeowILFRI (video di Sardo NelMondo), http://www.contusu.it/il-castello-di-baratuli/, https://www.youtube.com/watch?v=Niu6TJHj9tU (video di Rossano Soddu)

Fonti: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1273995945.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Baratuli, http://monumentiaperti.com/it/monumenti/fortezza-di-baratuli/

Foto: la prima è di Teravista su http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Menu-Utility/Immagine/index.html_647932275.html, la seconda è di Corrado Fenu su http://wikimapia.org/1950334/it/Castello-di-Baratuli

mercoledì 19 settembre 2018

Il castello di mercoledì 19 settembre



POMPEIANA (IM) – Torre dei Panei e Torre Barbarasa

Per il momento nessun documento anteriore all'XI secolo può confermare l'esistenza del paese di Pompeiana durante il I millennio. Nell'anno 1049 l'attuale torrente Santa Caterina, che scorre ad est del paese, è definito fossato di Pompeiana e viene usato per delimitare il confine delle terre che Adelaide di Susa concede ai monaci benedettini del monastero di Santo Stefano di Genova. Questa donazione diede origine al cosiddetto Principato di Villaregia, dal quale Pompeiana fu inizialmente esclusa, anche se certamente i benedettini esercitarono presto la loro influenza, anche attraverso la chiesa di Santa Maria, già attiva nel XII secolo. Il Potere temporale fu esercitato prima dai Clavesana e successivamente dai di Quaranta feudatari della vicina Lingueglietta; nel 1153 il vescovo di Albenga infeudò Anselmo di Quaranta per la riscossione delle decime di un elenco di paesi, tra cui figura appunto Pompeiana. Tale incarico fu confermato anche nel 1161 e nel 1206. Pompeiana entrò a far parte della giurisdizione benedettina del Principato di Villaregia nel 1225 e vi rimase sino al 1335, quando a causa di numerosi debiti contratti, i monaci benedettini vendettero l'intero principato ai Lamba Doria. Tra gli anni 1440 e 1798 Pompeiana fu separata in Pompiana Superior (o Maior) e Pompiana Inferior. La parte alta fu assegnata al feudo dei di Quaranta, la seconda alla podesteria di Taggia. L'atto ufficiale della sua scissione fu stipulato nella piazza della chiesa parrocchiale, ubicata nella zona superiore, il quale prevedeva la possibilità da parte degli abitanti della zona inferiore di poter frequentare liberamente le funzioni religiose. Nel 1472 i diritti su Pompiana Maior passarono ai marchesi Spinola, che governarono la zona per conto di Genova, in seguito, nel 1673 ai Gentile. Il 22 maggio 1557 durante una incursione dei pirati barbareschi furono catturate 25 persone, 7 o 8 morirono, abbattuti diversi animali da lavoro, saccheggiate e date alle fiamme le abitazioni. Altre incursioni devastarono il paese e la zona in quel periodo. Interessante la testimonianza pervenuta attraverso una lettera datata al 20 luglio 1564, scritta da Giacomo Filippo (o Filippi), un pompeianese catturato dai predoni, schiavo in Algeri con i figli e le nipoti. Un documento datato 9 marzo 1704 stabilì, per volontà della locale Confraternita dello Spirito Santo, l'apertura di una pubblica scuola, aperta a tutti i ragazzi della parrocchia. Le torri di Pompeiana sono strutture, costruite nel XVI secolo, destinate a una duplice funzione, difensiva o di avvistamento e segnalazione. La torre di Barbarasa situata nel centro abitato, aveva entrambe le funzioni perché era anche in posizione strategica ed era collegata a vista con le altre torri, dei Panei e di Case Soprane. Secondo gli studiosi, tuttavia, Pompeiana doveva essere dotata di sette torri, e oggi ne rimangono soltanto tre. La Torre dei Panei, a forma circolare, si trova in località Costa Panera, mentre un'altra torre è nella borgata chiamata Case Soprane. La torre dei Panei è una fortificazione isolata, posta in posizione strategica. Infatti poteva controllare la via di accesso al paese dal mare, e sorvegliare il mare con le artiglierie. La costruzione nacque come torre di avvistamento dopo il saccheggio subito da Pompeiana ad opera di Ulugh-Alì nel 1561. La forma della torre è tipica del periodo tardocinquecentesco: pianta circolare, con ingresso sopraelevato, con feritoie e caditoie, ghiera di mensole presso il margine superiore, adatte alla sistemazione di lastre di pietra, a protezione dei difensori. Dopo essere stata restaurata nel 1992, oggi la torre ospita un'interessante raccolta etnografica relativa alla vita agricola e produttiva di Pompeiana e del suo territorio, con utensili agricoli e casalinghi risalenti all’Ottocento. La torre di Barbarasa è a forma quadrangolare, è stata costruita probabilmente alla fine del XV secolo o all'inizio del XVI. Rimangono i resti dei sostegni delle caditoie. In localita Case Soprane esiste inoltre una casa-torre, di forma semi-circolare, che doveva avere funzione difensiva, in caso di invasione nemica.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pompeiana, https://iltaccodibacco.it/puglia/guida/8072, http://www.culturainliguria.it/cultura/it/Temi/Luoghivisita/architetture.do;jsessionid=39285D7BE55A848332D54C7B052825E3.node2?contentId=28221&localita=2304&area=214, http://www.terrediriviera.it/contenuto/comuni/pompeiana.ashx, http://www.culturainliguria.it/cultura/it/Temi/Luoghivisita/museiRaccolte.do;jsessionid=3EE5EC31C14E8A64712E8DB4DEA61BE6.node3?contentId=28742&localita=2304&area=214

Foto: la prima, relativa alla Torre dei Panei, è di Mia Manu su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/245818; la seconda, relativa alla Torre Barbarasa, è presa da https://www.homeaway.co.uk/p6829851