lunedì 20 agosto 2018

Il castello di martedì 21 agosto



ALBIZZATE (VA) – Castello Visconti

Benché le prime notizie storiche scritte su Albizzate risalgano al XIII secolo (l'esistenza di una chiesa parrocchiale è citata nell'elenco del "liber notitiae sanctorum Mediolani"), il ritrovamento nel territorio di un ara votiva romana fa risalire a quell'epoca i primi insediamenti e forse l'origine del nome che potrebbe derivare da latino Villa Albuciatis. Probabilmente entrata a far parte del territorio del contado del Seprio, viene più tardi citata come in un documento datato 997 d.C. in cui Ottone III la concede al Conte di Angera divenendo poi uno dei primi possedimenti viscontei del sepriese (1142) e rimanendo possesso dei Visconti di Albizzate fino al XVII secolo. A testimonianza di questa signoria rimangono lo splendido Oratorio Visconteo, affrescato con scene della vita di San Ludovico di Tolosa e di San Giovanni Battista alla fine del XIV secolo, e il Castello, affacciato sul ciglione prospiciente la vallata dell'Arno in posizione strategica a controllo della vallata e in collegamento con le altre opere difensive viscontee della zona. Agli inizi del Seicento esso fu trasformato in residenza di villeggiatura per poi divenire, a metà del XIX secolo, centro di attività produttive legate all'allevamento del baco da seta e all'attività di una filanda. Rimase contemporaneamente centro produttivo e residenziale fino agli anni '40 del Novecento. La sua importanza all'interno del suo paese è confermata dall'espandersi del centro storico albizzatese con andamento radiale, mantenendo sempre al centro il castello, che venne continuamente ampliato e adeguato negli anni alle nuove esigenze. Le vicende relative al Castello di Albizzate, le sue modifiche e trasformazioni sono direttamente legate alla presenza della famiglia Visconti. Eletto feudo nel 1142, Albizzate restò loro possedimento sino alla fine del XVIII secolo, con l’estinzione del ramo nobiliare e la confluenza della discendenza rispettivamente nelle famiglie Archinto e Taverna. La scarsità delle fonti documentarie e la complicatezza delle sovrapposizioni di elementi architettonici cronologicamente disomogenei non consentono di datare o di formulare alcuna ipotesi per collocare con precisione il periodo di costruzione del manufatto. Le prime notizie certe sulla sua presenza risalgono al XVII secolo. Alla morte di Cesare Visconti (1633), in data 6 luglio è redatto un elenco completo dei beni immobili in suo possesso; in esso, fra “li beni immobili ... in Albizate”, compare il castello, descritto come “una casa da nobili d.a (detta) il Castello con suoi appartamenti giardini corte et torchio con un roncho avidato”. La descrizione è senza dubbio parca di informazioni tuttavia, da quanto riporta di seguito, si rileva la centralità della fabbrica rispetto all’antico borgo; infatti nel documento si legge che il castello è “circondato da case coherenti da tre parte strada e dalla altra strada da li beni del Sig. Cesare Visconti”. Risale al 1665 il primo intervento edilizio sull’edificio del quale siano giunte notizie. Una targa tuttora affissa al portico del castello precisa che ne furono artefici la marchesa Anna Stampa Visconti (discendente diretta di Cesare) e il marito, il marchese Geronimo Stampa. Le informazioni sono di nuovo poche ma precise: infatti il documento riporta che lo stato di conservazione era “fatiscens” e che i lavori erano finalizzati “ad avorum memoriam ed rusticationis commoda”, trattandosi di una casa di villeggiatura. Gli eventi che da allora interessarono il ramo albizzatese dei Visconti ebbero conseguenze anche sulle sorti del castello. Nel 1666 morì Geronimo Stampa; nonostante il suo testamento (rogato l’11 ottobre 1666 da Francesco Maria Purino) sia andato perduto, è certo che i suoi beni (castello incluso) furono ereditati dall’unica figlia Camilla Stampa, sposa del Conte Senatore Filippo Archinto. Successivamente, tramite testamento rogato in punto di morte da Giovanni Francesco Stellari il 21 gennaio 1715, Camilla nominò suoi eredi i figli Carlo e Gerolamo, monsignore Nunzio Apostolico. Non è certo a chi dei due passò l’edificio ma è sicuro che ne divenne erede Carlo Archinto, figlio di Filippo. Nel Catasto Teresiano, pubblicato nel 1722, il Castello è riportato a suo nome, con il numero di mappa 460, come “casa parte di proprio uso e parte da massaro. Quantità p. 5,17”. La mappa teresiana è il primo documento grafico dell’edificio; il perimetro è incerto, ma la collocazione è precisa e inconfondibile: dominante sulla valle del Torrente Arno, centripeta rispetto al borgo. I documenti d’archivio disponibili consentono di ricostruire, sino a circa metà del XIX secolo, i soli passaggi di proprietà avvenuti per via ereditaria all’interno della famiglia Archinto. Nuovi interventi sull’edificio risalgono agli anni tra il 1847 e il 1857; l’Annotatorio dell’estimatore riporta che in quel periodo vennero aggiunti 14 luoghi dei quali 4 furono ricavati da vani esistenti. Fra i documenti redatti per la formazione del nuovo Catasto si ricavano altre utili notizie dalle “Tavole per la descrizione e stima dei fabbricati”. L’edificio è riportato con il numero di mappa 62: di condizione mediocre, 42,1/4 luoghi di abitazione per un totale di 49 ambienti; la proprietà non è più la famiglia Archinto, ma il Consorzio dei Creditori del Conte Luigi Archinto. Molto importante è il cambio di destinazione a “fabbrica per azienda rurale”. Nel 1873, mantenendo la funzione rurale, subentrò nella proprietà, per acquisto di tutta la partita degli Archinto, Francesco Bruni, ingegnere attivo nel campo della produzione setiera. Una seconda targa affissa nel portico del Castello indica che questo passaggio di proprietà comportò modifiche all’edificio ed in particolare che “Bruni Franciscus aquirens / iterum concinnavit anno MDCCCLXXIII”. Nel 1880 la particella n. 62 venne frazionata nei numero 62 (casa rurale) e 989 (il castello), casa di abitazione, pertiche 2,00, due piani, 10 vani. La registrazione sulla mappa catastale, nel 1880, riporta la forma dell’edificio, invariata rispetto a come compariva nel Cessato Catasto Lombardo nel 1873. Una modifica sostanziale fu compiuta fra il 1880 e il 1890, riportata nella revisione generale del 1890; si tratta di un ampliamento mediante aggiunta di un volume verso il giardino. Contestualmente i registri catastali annotano un importante cambiamento di composizione (2 piani, 32 vani) e di destinazione d’uso, mediante l’introduzione della dizione “casa con filanda”. Nel 1915 al cambio di proprietà avvenuto tra gli eredi componenti della famiglia Bruni corrispose una divisione anche delle funzioni con l’introduzione di una nuova destinazione; l’edificio, passato nel 1904 al Catasto Urbano, venne frazionato in due proprietà, la n. 25 “casa e filanda” e la n. 1113 “casa e bottega”. Le notizie riguardanti interventi successivi che comportino modifiche alla fabbrica sono relative al secondo dopoguerra. E’ sicuramente importante la realizzazione di un “Progetto per l’attuazione di n. 6 appartamenti in un edificio esistente in Albizzate e di proprietà della Sig.ra Maria Bruni Fagnani”. La modifica, localizzata sopra la filanda, comportò notevoli trasformazioni con la demolizione di una volta al primo piano per realizzare una scala di accesso e con la divisione di un salone, al primo piano, in alloggi. Nel 1965 nel piano ammezzato del lato sud fu ricavato un alloggio mediante “trasformazione di una bigattiera in locali di abitazione”. Altro link suggerito: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00475/

Fonti: http://www.comune.albizzate.va.it/c012002/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20002

Foto: entrambe di Maria Marinella su http://www.ilvaresotto.it/Castelli/Albizzate_Castello.htm

domenica 19 agosto 2018

Il castello di lunedì 20 agosto



RAFFADALI (AG) – Palazzo del Principe

Il toponimo Raffadali è stato ipotizzato originario dall'arabo رحال افدال (Rahl-Afdal), che significa "villaggio eccellente". Sul finire dell'XI secolo con il castello di Monte Guastanella, il feudo fu concesso alla famiglia Montaperto. Nel 1177 compare per la prima volta nei registri della diocesi di Agrigento una comunità denominata "Cattà" e nel Trecento il villaggio aveva una parrocchia dedicata a San Leonardo, oggi scomparsa. Compare anche la denominazione di "Raafala" nei registri delle rendite ecclesiastiche della diocesi. Passata nel secolo XIII con gli Angioini alla famiglia Nigrell e poi a Bonmartino di Agrigento, tornò da questo per permuta nel 1289 ai Montaperto che la tennero con alterne vicende fino alla fine del secolo XIV; appartenne nel XIV secolo anche a Scaloro degli Uberti per eredità Montaperto. L'odierna cittadina venne fondata sulle rovine dell'antico casale nel 1481. Nel 1507 Pietro Montaperto ottenne dal re Ferdinando lo "ius populandi" per la espansione dell'agglomerato urbano, e iniziò i lavori di consolidamento del castello e di costruzione della chiesa madre. Nel 1649 Giuseppe Nicolò Montaperto, intervenne per reprimere una rivolta degli agrigentini contro il vescovo Trajna, accusato di costringere la popolazione alla fame. Per premiare il coraggio e la fedeltà dei Montaperto, Filippo IV di Spagna insignì la famiglia feudataria di Raffadali del titolo principesco. L'ultimo signore di Raffadali fu Salvatore Montaperto Valguarnera. Agli inizi dell'Ottocento Raffadali si trasformò da borgo del feudo a borgo rurale di piccoli e medi proprietari, rimanendo ai vecchi feudatari il diritto enfiteutico sulle frazioni del fondo. Il Palazzo del Principe, in passato residenza dei principi di Montaperto, originariamente era una fortezza e ciò si può desumere dalla torre di base, nel lato Sud-Ovest, che si presenta ancora oggi nella sua interezza. Successivamente venne trasformato, durante il Rinascimento, in residenza signorile. Nel corso dei secoli subì la distruzione di una delle torri e delle merlature. Nei suoi sotterranei si trovano antiche macchine di tortura utilizzate dai principi di Montaperto e un tunnel collegava la residenza alla chiesa madre. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=GTOOloO3p24 (video di PiccolaGrandeItalia.tv, dal minuto 9)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Raffadali, http://www.comune.raffadali.ag.it/public/pagine.asp?id=11

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.ialmo.it/identita/raffadali/

sabato 18 agosto 2018

Il castello di domenica 19 agosto




ASOLO (TV) – Castello della Regina Cornaro

E’ una fortezza situata nel centro dell'omonimo borgo, nella parte più elevata della zona abitata. Noto anche con il nome di Palazzo Pretorio, fino alla costruzione delle mura medioevali che lo congiungevano alla Rocca (già trattata qui nel blog https://castelliere.blogspot.com/2013/07/il-castello-di-lunedi-8-luglio.html), ebbe vita autonoma e, in parte, contrapposta rispetto a questa. La prima menzione del castrum di Asolo si trova in un atto dell'imperatore Ottone I del 969, ma la denominazione stessa del fortilizio indica che probabilmente esso risale all'epoca romana (poco distante passava tra l'altro la via Aurelia che collegava Patavium alla via Claudia Augusta Altinate). Certamente il castello, situato in una posizione strategica nell'alta pianura veneta, all'imbocco delle valli del Piave e del Brenta, ebbe vicende notevoli durante le dominazioni barbariche, con alterne distruzioni e ricostruzioni: già i Longobardi provvidero ad accerchiare il castello ed il paese con fossati, palizzate e muri a secco. Nel XIII secolo l'edificio fu dimora di Ezzelino III da Romano; alla caduta di costui passò ai Carraresi, signori di Padova, e dal 1261 alla città Comunale di Treviso. La dominazione Veneziana, dal 1393 fino alla caduta della Serenissima del 1797, fu il periodo di massimo splendore del castello e del borgo stesso: i veneziani ne fecero infatti un importante baluardo, migliorando la struttura difensiva della rocca, potenziando le mura di cinta dell'intero complesso e ristrutturando il castello. Dal 1489, il fortilizio fu affidato a Caterina Cornaro, già regina di Cipro, che assieme alla signoria del borgo ricevette dal doge Agostino Barbarigo, quale "indennizzo" per aver abdicato a favore della Repubblica di San Marco, diverse residenze (famoso è il complesso di Altivole, di cui oggi rimane solo una barchessa, meglio nota come Barco della Regina Cornaro). Il castello divenne dunque sede ufficiale della corte ed ospitò gli illustri ospiti della regina (tra gli altri l'umanista Pietro Bembo che qui ambientò Gli Asolani). Alla morte della Cornaro l'edificio divenne sede pretoria veneziana. Nel corso dei secoli il castello perdette di importanza fino a diventare deposito: la torre fu perfino utilizzata quale corpo per un mulino a vento. Nel 1797 vi si stanziarono i francesi e l’anno successivo la grande “Aula Pretoria”, dove i podestà veneziani amministravano la giustizia, venne trasformata in teatro. Un'intera ala dell’edificio, quella occidentale, venne demolita nel 1820. L'elegante struttura architettonica del teatro, smontato nel 1930 per far spazio ad una nuova sala cinematografica, fu venduta al collezionista veneziano Adolph Loewi ed è oggi stata rimontata a Sarasota, Florida. Attualmente all'interno del castello si trovano un nuovo teatro intitolato a Eleonora Duse ed un ristorante/bar. La struttura del castello è di epoca medioevale. Le mura cittadine vere e proprie, più tarde, congiungevano il castello alla rocca. Del complesso originario rimangono parte della cinta muraria, le mura esterne dell'attuale teatro, la Torre dell'Orologio (o civica) e la Torre mozza detta Reata (con funzione di carcere). Delle quattro torri che lo caratterizzavano ne rimane anche una terza, torre del Carro ora compresa nell’abitazione attigua denominata La Torricella. Permane oggi ben visibile da ogni parte della città la maestosa torre dell’orologio, riaperta al pubblico alla fine del 2017. Altri link per approfondire: https://www.informagiovani-italia.com/castello_di_asolo.htm, http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2016/12/29/news/il-castello-della-regina-restaurato-1.14636462, https://www.youtube.com/watch?v=xOJNk_iVxbQ (video del Comune di Asolo), https://www.youtube.com/watch?v=npWZD6M8xPI (video di Borghi d’Italia).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Asolo, https://www.magicoveneto.it/Trevisan/Asolo/Castello-Regina-Cornaro-Asolo.htm, http://www.asolo.it/cosa-vedere-asolo/il-castello-della-regina-cornaro/, http://www.trevisotoday.it/cronaca/asolo-torre-civica-apertura-7-dicembre-2017.html

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/veneto/treviso/asolo/castello-della-regina-cornaro-o-palazzo-pretorio, la seconda è di Stefan Lew su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Asolo#/media/File:Castello_della_Regina_Cornaro_Asolo.jpg. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione.

venerdì 17 agosto 2018

Il castello di venerdì 18 agosto



MONTECAROTTO (AN) – Mura e Torrione dell’Orologio

Il significato del nome Montecarotto ha dato vita a numerose ipotesi pittoresche, come quella per cui il toponimo originario sarebbe stato "Mons Iscariotae", cioè paese di Giuda Iscariota. Ironicamente si dice che in paese si conserva l'albero al quale il discepolo traditore si impiccò. In realtà il nome deriva dal latino "Mons Arcis Ruptae", cioè "Monte della rocca rotta", in riferimento ad una fortificazione posta a difesa di una località strategicamente importante, della cui esistenza attestano tuttora i resti su cui è costruita la chiesa collegiata, distrutta da un evento di guerra o da un terremoto. Non si hanno però notizie sull'epoca e a chi detta rocca debba attribuirsi, pertanto è impossibile avanzare ipotesi sull'esistenza di questo centro nel Basso Medioevo. Notizie più precise di Montecarotto si hanno, dopo il Mille, quando emerge la realtà delle sette Pievi esistenti nel territorio diocesano di Jesi, con i suoi castelli, le sue "ville" e le numerose chiese. La Pieve era un territorio su cui esercitava la giurisdizione ecclesiastica la chiesa più importante del territorio stesso, dotata di fonte battesimale, detta appunto "pieve", dalla quale dipendevano le altre chiese parrocchiali sparse nell'ambito della circoscrizione, che provvedevano alla cura spirituale delle popolazioni ivi residenti. La Pieve di Montecarotto, se non la più importante della Diocesi di Jesi, era certamente la più vasta, estendendosi per quasi 60 kmq, comprendente gli attuali territori comunali di Montecarotto, Poggio San Marcello, Castelplanio e Rosora. Il castello di Montecarotto dominava la sommità della collina, al cui centro era la rocca, mentre la chiesa plebana era ancora posta fuori della cerchia muraria castellana. Montecarotto entra a far parte della storia documentata a cominciare dai primi decenni del XIII secolo. Nel 1248 il cardinale Raniero, vicario del Papa, cedette il castello Turris Ruptae, arcaico tiponimo che si presume identifichi Montecarotto, appartenente in origine al comune di Senigallia, al comune di Jesi. Nell'ambito dell'antica Pieve si formarono i quattro Castelli di Montecarotto, Castelplanio, Poggio San Marcello e Rosora, con propri organi amministrativi e circoscrizione ecclesiastica autonoma. Il XIV secolo e la prima metà del XV furono segnati dalle drammatiche vicende delle Signorie e da tragiche calamità naturali; al termine di quel periodo però Montecarotto emerge come parrocchia e castello facente parte del Contado di Jesi, centro sempre più importante per numero di abitanti e per le sue istituzioni amministrative, religiose, culturali ed artistiche. In quello stesso periodo la nuova chiesa parrocchiale venne costruita entro le mura castellane e il suo campanile eretto sulle fondazioni della antica rocca distrutta. Li realizzò entrambi la comunità montecarottese, che pertanto rivendicò sempre il giuspatronato su detta chiesa. La cinta muraria venne edificata nel 1509; molte opere d'arte arricchirono le chiese del paese, tra cui notevoli quelle del Ramazzani ed Antonuccio da Jesi. Nel XVII secolo sorse il convento di San Francesco e il monastero femminile delle Carmelitane accanto alla chiesa della Madonna delle Grazie, ricostruita all'inizio del XVIII secolo. Molte altre chiese vennero costruite nel paese e nelle campagne attigue. Si svilupparono anche i due borghi fuori della cinta muraria. Al posto degli antichi patroni del paese San Filippo e San Giacomo, nel XVII secolo prese sopravvento il culto di San Placido; anche San Floriano riceveva nel luogo vasto culto, come attestano le ripetute immagini del Santo patrono dello "Stato di Jesi". Nel giorno della festa del Santo, il 4 maggio, anche Montecarotto inviava a Jesi il suo rappresentante per presentare il Palio del paese; mentre per Jesi questo indicava soggezione del Castello alla città egemone, per il paese significava solo un atto di culto al Santo e di fraternità con la comunità cittadina. Sul finire del XVII secolo lo "Stato" di Jesi assumeva una nuova forma istituzionale con il "Governo libero" retto da un Governatore dipendente direttamente da Roma, che condizionava sempre maggiormente le autonomie dei singoli Castelli e Montecarotto divenne uno dei castelli leader nella lotta contro la prepotenza cittadina. Il XVIII secolo, in conseguenza della intelligente politica granaria stabilita dai Pontefici, nuova ricchezza venne affluendo in tutta la Vallesina, e anche a Montecarotto. Ne sono testimonianza le grandi realizzazioni edilizie di quel secolo: la Chiesa Collegiata, la canonica, le chiese della Madonna delle Grazie e della Madonna del Popolo, ed altre ancora, come pure notevoli palazzi gentilizi. Il Comune contava 2537 abitanti. L'irruzione francese significò il globale rivolgimento del secolare assetto politico della Vallesina: Montecarotto venne elevato alla condizione di Cantone del dipartimento del Metauro, unico tra i Castelli della Vallesina. Nel 1808, con la costituzione del Regno d'Italia napoleonico, cessava definitivamente l'antico rapporto tra Jesi e i Castelli del Contado che acquistavano autonomia amministrativa, confermata anche nel momento del ritorno del Governo Pontificio. L'annessione delle Marche al Regno d'Italia nel 1860 significò ancora ulteriore riconoscimento dell'importanza di Montecarotto, che sul finire del secolo XIX superava i 3000 abitanti (di cui due terzi in campagna ove era dominante la mezzadria) divenendo capoluogo di Mandamento, nella cui giurisdizione erano i comuni di Serra dei Conti, Poggio San Marcello, Castelplanio, Mergo e Rosora. La cinta muraria, come detto, risale al 1509 su disegno dell'architetto Albertino Di Giacomo da Cremona che intese ampliare il vecchio impianto medievale. E' da considerarsi una delle più importanti fortificazioni della Vallesina. Le mura corrono per 625,50 m secondo una pianta a quadrilatero trapezoidale allungato nella direzione Est-Ovest, delimitando la parte più alta del colle dedicata alla chiesa Parrocchiale della S.S. Annunziata. Esse hanno subito negli anni numerosi interventi, il più marcato dei quali è stato l'allargamento dell'ingresso principale per agevolare il passaggio dei carri nei giorni del mercato, senza danneggiare dignità monumentale e valenza decorativa dell'intorno. Di questa parte, venne demolita la porzione che univa ortogonalmente il torrione dell'orologio (all'epoca meno ornato) al lato che volge a Mezzogiorno. Da questo tratto si accedeva al paese attraverso la porta d'ingresso (le altre due aperture, una a Nord e l'altra ad Ovest, sono frutto di interventi successivi) con la torre civica (su cui erano originariamente collocati l'orologio e le campane) e l'antico palazzo priorale. Della cinta muraria è ancora visibile la scarpata, mentre le cortine sono state coperte dalle abitazioni. Restano ancora visibili cinque torrioni, tra i quali spiccano per stato conservativo quelli del lato orientale: uno cilindrico, con base appena scarpata, doppio ordine di beccatelli e sporto merlato alla ghibellina e l'altro pentagonale, con scarpa evidente e sporto non merlato su robusti beccatelli. Non meno imponente è il torrione cilindrico dell'angolo nord-ovest con alta scarpa, doppio cordone e tracce di beccatelli. Ben conservata è la porta del lato Ovest; abbattuta invece quella del lato orientale che fiancheggiava a breve distanza verso Sud il torrione dell'orologio, visibile nel quadro del 1865 conservato in municipio del pittore cuprense Antonio Bonci. Il torrione dell'orologio resta il monumento più in vista del paese e, anche, sua immagine più ricorrente. Posta nel lato orientale della cinta muraria, la torre venne integralmente rivestita nel 1903, quando si decise di unire la piazza esterna (oggi Piazza della Vittoria) all'area interna (l'odierna Piazza del Teatro). Attraverso una porta posta sul camminamento di ronda, si può accedere al piano superiore, dove è custodito il quadrante dell'orologio, l'asta di collegamento, il pendolo e i pesi originali per la ricarica manuale delle lancette. Da questo primo locale, una scala in legno conduce al "cuore" dell'orologio, dove sono posti tutti i meccanismi e la ruota dentata. Progettato e costruito nel 1849 da Pietro Mei, come testimonia la scritta sulla matricola «P. Mei 1849 Montecarotto nº 22», l'orologio tuttora funzionante, viene ricaricato manualmente tutti i giorni da un addetto comunale. Continuando nella salita si arriva all'esterno della torre e alle campane, chiamate a ricevere l'urto del battente su comando dell'orologio ogni quindici minuti. Dopo la recente ristrutturazione, dal 2011 è consentito l'accesso ai visitatori, i quali, dall'alto della torrione, possono ammirare un panorama mozzafiato a 360°, che parte dall'Appennino, attraversa i tetti delle case del centro storico montecarottese e raggiunge l'Adriatico e il Conero, abbracciando la valle del Misa e dell'Esino. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=Zvud7nYOzeQ (video di Casse tatélé)

Fonti: http://www.comune.montecarotto.an.it/c042026/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/1, https://it.wikipedia.org/wiki/Montecarotto, http://www.comune.montecarotto.an.it/c042026/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/8, http://www.castellidelverdicchio.it/it/struttura/ric/472/

Foto: la prima, riguardante la cinta muraria, è di FAM1885 su https://it.wikipedia.org/wiki/Montecarotto#/media/File:Torrione_cilindrico_coperto_dell%27angolo_nord-ovest_delle_mura_castellane_di_Montecarotto.jpg; la seconda, relativa al torrione dell’Orologio, è del mio amico e “inviato speciale” Claudio Vagaggini, scattata proprio ieri 17 agosto.

giovedì 16 agosto 2018

Il castello di venerdì 17 agosto



MASSAFRA (TA) – Castello

Il primo riferimento documentario all'insediamento medievale di Massafra è contenuto in una pergamena risalente al 970 e conservata presso l'Archivio dell'Abbazia di Montecassino: si tratta di una controversia giudiziaria per il possesso di un terreno promossa dall'abate Ilario del monastero bizantino di San Pietro Imperiale contro Iocardo, cittadino di Massafra. Dopo la conquista della città da parte dei Normanni, Massafra, assieme a Mottola, Oria e Castellaneta, venne affidata a Riccardo Senescalco, figlio di Drogone, passando sotto la diocesi di Mottola. Questi fortificò il paese costruendo e restaurando il castello e nel 1080 donò la chiesa di Santa Lucia, con l'annesso monastero, e la terza parte della pesca che si faceva annualmente nel fiume Patemisco all'abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni. Nel 1155 Massafra fu conquistata dal generale bizantino Giovanni Ducas, agli ordini dell'Imperatore Manuele I Comneno, durante la campagna d'Italia. La città però, come il resto della Puglia preso dai Bizantini, tornò dopo pochi mesi nelle mani dei Normanni. Nel 1269, sotto gli Angioini, Massafra fu concessa a Oddone di Soliac da Carlo I d'Angiò, rimasto padrone assoluto dell'Italia meridionale, dopo aver sconfitto gli Svevi. Il nuovo feudatario governò in modo violento e brutale e nel 1296, il re Carlo II lo privò del feudo e lo bandì dal regno. Massafra venne unita quindi al Principato di Taranto in possesso del ramo Durazzo degli Angiò e vi rimase fino al 1463. Sotto questa dominazione la città (dal 1419) acquisì lo status di città libera o demaniale e fu prescelta come sede dell'allevamento delle cavalle regie. Nel 1484 Massafra venne occupata dall'esercito aragonese. In quello stesso anno il re Ferdinando I la donò ad Antonio Piscitello, che ne divenne barone. Un decennio dopo (1497) fu saccheggiata dai francesi di Carlo VIII di Francia venuto nel Regno di Napoli per far valere i suoi diritti dinastici, e il feudo passò ad Artusio Pappacoda, di una nobile famiglia napoletana, il cui dominio durò per circa un secolo e mezzo. Ad Artusio successe il figlio Francesco, che restaurò il castello e fece costruire la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Nel 1633 passò alla famiglia Carmignano, anch'essa originaria di Napoli, che l'acquistò per 110.000 ducati. Dopo circa cinquant'anni passò alla famiglia Imperiale, marchesi di Oria e di Francavilla che tennero il feudo dal 1661 al 1778. Un membro di questa famiglia, Michele II, nei primi del XVIII secolo promosse il riordinamento delle campagne, fece piantare uliveti, vigneti, mandorleti e frutteti, la ricostruzione e ammodernamento del Castello e la costruzione del monastero di San Benedetto e della Torre dell'Orologio. Per queste opere architettoniche si avvalse dei migliori artisti ed architetti del Salento fra i quali Mauro Manieri di Lecce e la sua scuola. Dopo la Rivoluzione napoletana del 1799 anche a Massafra terminò il feudalesimo. Il castello di Massafra si trova nel centro storico di Massafra, in località lo Pizzo e si affaccia sulla gravina San Marco. Le sue strutture e i suoi motivi architettonici sono comuni ad altri castelli pugliesi: fossato, rampa, archi ogivali, merlature, beccatelli ornati, stemmi in pietra nei due portali, un oratorio, diversi sotterranei, oscuri passaggi segreti, vecchie scuderie, prigioni, una stanza della tortura ed ampi camini. L’edificio è caratterizzato da quattro torrioni disposti a quadrilatero e legati da cinte murarie. Le torri più antiche sono a pianta circolare mentre il torrione a sud-est è ottagonale. Le prime notizie sicure del castello risalgono al 970. In un diploma del 1081 il castello risulta di proprietà di Riccardo Senescalco. Con il dominio angioino, il castello assunse l'aspetto di un fortezza con bastioni e torri merlati. Subì ulteriori trasformazioni sotto gli Aragonesi e, dopo il 1497, sotto il dominio dei Pappacoda, che furono i principali artefici dei lavori di ampliamento della struttura per ottenere la doppia funzione di dimora signorile e di opera fortificata. Nel XVIII secolo la famiglia degli Imperiali ricostruì la torre ottagonale e la facciata verso la gravina, opera dell'architetto leccese Mauro Manieri. La costruzione di questa torre diede al castello una fattura caratteristica ed estremamente originale. Qualche ipotesi fantasiosa ha azzardato che essa fosse stata voluta da Federico II (l'ottagono era infatti il suo simbolo) e fosse in realtà una fortezza lungo la via che va dalla Terra Santa a Castel del Monte; sempre secondo questa tesi il bastione avrebbe ospitato per breve tempo il Sacro Graal recuperato da Re Federico e destinato ad essere ospitato presso Castel del Monte. Naturalmente questa storia non può che far sorridere, la costruzione della torre ottagonale è certamente successiva al regno di Federico II. Il castello passò successivamente in possesso di diversi proprietari (storicamente si sa che il regio Demanio lo vendette a Michelangelo Zuccaretti e, alla morte di questi, nel 1859 passò per testamento ai Pellegrini di Napoli. Venne, infine, acquistato da privati) e fu infine acquistato dal Comune. L'ingresso principale, su via La Terra, è tramite un ampio portale da cui si accede all'atrio, con al centro un pozzo ed una rampa che portava al ponte levatoio, di cui sono ancora visibili le carrucole. Da una scala d'onore si accede agli ambienti della residenza signorile. Si conservano locali adibiti a diversi usi: scuderia, fienili, armeria, prigioni (corrispondenti alle torri su via La Terra e alla torre ottagonale), magazzini, neviere e pecerie (dove si conservava la pece per le fiaccole). Vi era anche una cappella dedicata a San Lorenzo. Secondo la tradizione popolare esistono passaggi segreti e una galleria che collega il castello al mare. Negli anni recenti sono stati eseguiti diversi restauri alla struttura. Nel 1965 venne riparata la torre a sud-ovest, che era crollata tre anni prima e nel 1985 il parapetto che era franato. Intorno al 2000 è stata consolidata la torre est e risistemato il piazzale antistante il Castello, i cui lavori sono stati co-diretti dell'arch. Francesco Coratella. È stato inoltre costruito un moderno ascensore. Gli ambienti del castello sono utilizzati come sede della "Biblioteca civica" e del "Civico museo storico-archeologico della civiltà dell'olio e del vino". Nel 2007 il castello è stato immortalato, come simbolo della città, in un francobollo dedicato a Massafra, emesso il 13 aprile 2007. Dal 23 marzo 2014, per concessione del Comune di Massafra, alcuni locali del castello ospitano la sede sociale della Delegazione provinciale di Taranto dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon, intitolata e dedicata alla memoria del M.llo C.C. Carlo De Trizio, caduto a Nassiriya il 27 aprile. Se di mistero si vuol parlare, scartando fantasie e leggende, è certo che nel castello vi siano numerose stanze inesplorate, chiuse da detriti e macerie. Si ipotizza, in base a racconti di provata affidabilità, che da esso si dipartano numerosi cunicoli che avrebbero avuto lo scopo di creare vie di fuga in seguito ad assedi. Anche la stanza delle torture è celata da un mistero, si suppone essere collocata nella torre ottagonale, ma la "sala del mutapensiero" (il nome con la quale era conosciuta nell'alto medioevo) di fatto non è mai stata trovata. Di recente, attorno ai primi anni '90, un squadriglia Scout, nell'ambito di alcune sue ricerche archeologiche, si è imbattuta in quello che probabilmente avrebbe potuto essere un cunicolo; la scarsa attrezzatura non ha permesso comunque di procedere più di tanto nelle viscere della terra. Una successiva opera di consolidamento ha bloccato parte degli accessi ed ha dato alla struttura l'assetto definitivo che oggi è possibile ammirare. Nel castello è prevista la sistemazione del Museo del Territorio e gli sforzi dell'Amministrazione sono attualmente rivolti in questa direzione. Altri link da consultare: https://www.youtube.com/watch?v=4_fcOZramkE (video di Vincenzo Gazzillo), https://www.iltarantino.it/turismo/massafra-castello/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Massafra, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Massafra, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/2146/it/Castello-di-Massafra, http://www.comunedimassafra.it/index.php?id=45&oggetto=5

Foto: la prima è presa da https://www.iltarantino.it/turismo/massafra-castello/, la seconda è una cartolina della mia collezione

mercoledì 15 agosto 2018

Il castello di giovedì 16 agosto



PIETRARUBBIA (PU) – Rocca dei Montefeltro

Arroccato su uno scoglio di pietra che domina la valle del torrente Apsa, alle pendici meridionali del Monte Carpegna, il borgo di Pietrarubbia è uno dei più antichi (se non il più antico in assoluto) dell’intero Montefeltro, con le sue origini che possono essere datate attorno all’anno 1000 (numerose fonti citano un documento, datato 962 d.C., con il quale l’Imperatore Ottone avrebbe concesso in feudo a Ulderico di Carpegna il borgo, ma da altre parti esso viene considerato un falso accertato; la tradizione popolare ne anticipa le origini addirittura al V secolo d.C). Quello che è sicuramente certo è che il borgo apparteneva ai Conti di Carpegna già nel 1137, ed era dotato di un’imponente castello che sorgeva su di una roccia di pietra rossa (da cui deriva il nome petra rubea, poi divenuto Pietrarubbia) a picco sulla vallata sottostante, caratterizzato da ottime difese naturali tanto da essere poi denominato “castrum inexpugnabile”. L’edificio era costituito da un castello-torre al quale si affiancava un recinto. L’impianto era caratterizzato dalla sua semplicità ed essenzialità. L’ingresso alla torre non è ormai più rintracciabile ma sembra che vi si accedesse tramite un ballatoio in legno posto a sbalzo sul dirupo. Proprio da un ramo della famiglia dei Conti di Carpegna ebbe origine la famiglia dei Montefeltro, che estese progressivamente la propria influenza su tutto il Ducato di Urbino, con Pietrarubbia che ricoprì il ruolo di importante baluardo difensivo anche a causa della propria strategica posizione su una delle più rilevanti vie di comunicazione dell’epoca. Nei secoli successivi Pietrarubbia fu teatro di sanguinose battaglie, dapprima tra le fazioni guelfe e ghibelline all’interno della casata dei Montefeltro, successivamente tra i Montefeltro ed i Malatesta che si contesero per lungo tempo il dominio sul castello, che passò di mano più volte. Verso la metà del 1400 Federico da Montefeltro riuscì a sconfiggere la casata riminese conquistando definitivamente tutti i castelli, tra cui Pietrarubbia, che entrarono a far parte del Ducato di Urbino. Il Castello di Pietrarubbia fu quindi oggetto di ristrutturazione, venendo inserito in un ampio piano di riorganizzazione di tutte le fortificazioni del Montefeltro, curato dal famoso architetto Francesco di Giorgio Martini. I secoli successivi furono sicuramente più tranquilli rispetto all’epoca di grandi battaglie appena concluse, tuttavia Pietrarubbia, proprio per la particolare conformazione che la trasformava in una fortezza quasi inespugnabile, andò incontro ad una fase di declino e progressivo abbandono, in quanto in periodo di pace la funzione difensiva del castello divenne oramai superflua, e gli abitanti si spostarono gradualmente ma inesorabilmente verso valle, in un luogo più adatto ad una economia commerciale che divenne importante per lo scambio di merci e bestiame (si tratta dell’attuale centro di Mercato Vecchio, oggi sede dell’amministrazione comunale di Pietrarubbia). Secondo lo storico Guerrieri (1604 – 1676) in tempi più antichi il castello era organizzato intorno ad una rocca imprendibile ed era doppiamente recintata, tanto che nel Seicento erano ancora ben visibili i doppi ponti levatoi, i resti dei due portali e dei baluardi. A testimonianza dell’antica rocca, oltre all’antica torre detta Torre del Falco, esistono ancora oggi, murate nelle pareti delle case del borgo, le pietre usate per le bocche da fuoco e provviste di tacca di mira. Al tempo di Guidobaldo da Montefeltro la rocca di Pietrarubbia venne abbandonata, come avvenne per altre fortificazioni dell’entroterra, perché giudicata ormai superflua. Non è comunque da sottovalutare l’intervento del cardinale Egidio Albornoz, che nell’intento di rafforzare i possedimenti della Chiesa, intraprese numerose battaglie per sottomettere i castelli del Montefeltro e, dopo averli distrutti, provvide alla ristrutturazione di quelli da lui giudicati maggiormente inespugnabili. Il territorio di Pietrarubbia ebbe successivamente un destino simile a quello delle località limitrofe, entrando a far parte dello Stato della Chiesa e quindi, con l’unificazione, del Regno d’Italia. Inizialmente al borgo non fu concesso lo status di comune autonomo, ricadendo dapprima nel territorio di Carpegna e successivamente in quello di Macerata Feltria, per conquistare quindi la definitiva indipendenza amministrativa soltanto nel 1947. L’antico borgo si è completamente spopolato attorno al 1960 andando incontro ad una fase di ulteriore declino, interrotta negli ultimi anni del secolo scorso grazie anche all’intervento del celebre scultore Arnaldo Pomodoro che, dopo aver acquisito la proprietà di alcuni dei più importanti edifici del paese, fondò nel 1990 il T.A.M., una scuola dedicata al trattamento dei metalli situata proprio all’interno del nucleo storico di Pietrarubbia. Al giorno d’oggi il borgo si presenta completamente ristrutturato e, pur non essendo abitato stabilmente, è molto frequentato da turisti o semplici curiosi attratti da questo luogo che si presenta come un vero e proprio museo a cielo aperto. Dell’originario castello e delle antiche fortificazioni, che interessavano quasi l’intero crinale, è sopravvissuta soltanto una piccola parte, rappresentata dalla rocca che svetta sul costone roccioso dominando il paesaggio circostante. La costruzione è raggiungibile dal borgo percorrendo un breve sentiero, abbastanza ripido, che risale i prati soprastanti le costruzioni fino a raggiungere la base del bastione. L’accesso all’interno della rocca non è consentito, anche a causa delle condizioni in cui si trova, ma è stato realizzato un camminamento esterno che permette di girarle attorno e di ammirare il superbo panorama che si può godere da questo punto su tutta la zona circostante. Il borgo, situato come già accennato ai piedi dell’antica fortezza, è costituito da una serie di fabbricati, realizzati per lo più con materiali provenienti dal crollo delle preesistenti fortificazioni, divisi da un’unica via principale che lo attraversa longitudinalmente. Altri link suggeriti: http://www.mondimedievali.net/castelli/marche/pesaro-urbino/pietrarubbia.htm, https://www.youtube.com/watch?v=ftEQPlmvE-U (video di marchenet.tv), https://www.youtube.com/watch?v=GR4rcEA9fhg (video di Borghi Viaggio Italiano), https://www.youtube.com/watch?v=HMXqisSQjRw (video di DroneMan), http://www.non-solo-calcio.it/il-fantasma-di-pietrarubbia/, http://coninfacciaunpodisole.it/aree-protette/122-luoghi-sassosimone/346-pietrarubbia-rinascita-borgo

Fonti: http://www.borghipesarourbino.it/castelli-e-rocche/pietrarubbia/, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-pietrarubbia-pu-2/, http://www.visitriminipesarourbino.it/castello-di-pietrarubbia/

Foto: la prima è presa da http://www.visitriminipesarourbino.it/pietrarubbia/, la seconda è presa da http://www.borghipesarourbino.it/castelli-e-rocche/pietrarubbia/

martedì 14 agosto 2018

Il castello di mercoledì 15 agosto



ROCCA SAN CASCIANO (FC) – Castellaccio

Probabilmente di origine romana, l'abitato risulta comunque documentato fin dagli anni 884 e 1031.
L'edificio più antico conosciuto risulta essere una Pieve romanica edificata probabilmente sui resti di un edificio pagano, attorno alla Pieve esistevano solo case sparse. Dal 1000 al 1382 fu sotto il dominio del Vescovo di Forlimpopoli che possedeva diversi poderi nei dintorni della Pieve. Il paese di Rocca San Casciano, fino al XII secolo, viene indicato come "Pieve di San Cassiano in Casatico", dove quest'ultimo termine indicava il fiume oggi denominato Montone. Solo nel 1197 in un documento si registra per la prima volta l'espressione Castrum Roche Sancti Cassiani in Casatico, ovviamente, ciò porta a presupporre l'esistenza di un castello riconducibile a quello attualmente riconosciuto come Castellaccio, edificato intorno all'anno mille (XI sec.) probabilmente per volere dei Conti Calboli di Calbola, che avevano il castello principale a Calboli (fra Rocca San Casciano, Dovadola e Predappio). Nel 1200 sorsero le prime abitazioni organizzate e i borghi. Dal 1278 venne integrata nella "provincia di Romagna vicariato delle fiumane" che comprende le vallate del Montone, Rabbi e Ronco. E' nel 1350 che fu posta sotto il dominio dei conti Guidi di Dovadola, e pochi anni dopo della potente famiglia dei Calboli che nel 1381 fecero atto di sottomissione a Firenze. Nel 1412 si dotò di propri statuti, e nel 1424 venne conquistata dai Visconti che la affidarono nel 1435 agli Ordelaffi. Riconquistata da Firenze nel 1436, a parte la breve dominazione Francese del 1800, nei secoli successivi la cittadina continuò a gravitare sotto Firenze, facendo poi parte di quella provincia anche con l'annessione al Regno d'Italia. Fu aggregata alla provincia di Forlì nel 1923. Dal 1600 ad oggi, il castello avendo perso i requisiti politici e sociali di un tempo, subì un lento ed inesorabile degrado fino ad essere oggetto di continui crolli che lo hanno ridotto drasticamente nelle dimensioni e nello sviluppo murario (in particolare quello dovuto al terremoto del 1661). Attualmente dell'ampia costruzione originaria rimangono solamente la sua robusta torre alta circa 15 metri (maschio del castello), simbolo del paese stesso, ed alcuni tratti della cinta muraria. La torre è stata restaurata parzialemnte nell'anno 2015 con un primo lotto di lavori di importo complessivo di euro 100.000. I vani adiacenti versano in uno stato di degrado, il solaio di copertura e le murature perimetrali risultano essere interessate da crolli parziali e da rilevanti fessurazioni. Il Castellaccio, divenuto pubblico in questi ultimi anni, non è al momento fruibile. Lo sarà al termine del secondo lotto di lavori di restauro. Ancora nei primi anni del dopoguerra i cunicoli sotterranei e le segrete della costruzione, in buona parte crollata a causa degli smottamenti circostanti, erano perfettamente percorribili. Altri link interessanti: http://www.forlitoday.it/cronaca/il-castellaccio-di-rocca-e-pubblico-il-tar-da-ragione-al-comune.html, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=7871&pagina=3, https://www.youtube.com/watch?v=GE3yhRij4bY (video di Gianfranco Pavonio sul paese di Rocca San Casciano con qualche immagine del Castellaccio)

Fonti: https://www.appenninoromagnolo.it/comuni/roccasc_storia.asp, http://artbonus.gov.it/116-9-il-castellaccio.html, http://www.turismoforlivese.it/servizi/menu/dinamica.aspx?ID=4627,

Foto: la prima è del mio amico e “inviato speciale” Claudio Vagaggini, scattata lo scorso 12 agosto, mentre la seconda è presa da http://www.hotel-r.net/it/il-castellaccio