martedì 20 novembre 2018

Il castello di martedì 20 novembre





OTTONE (PC) - Castello Malaspina

Il territorio entrò nei possedimenti dell'abbazia di San Colombano di Bobbio, fondata da san Colombano nel 614. Prima fondazione in Ottone con l'oracolo di San Bartolomeo e le celle di Ottone Soprano e Fabbrica e i possedimenti di Oneto, Cariseto, Croce, Santa Maria e Cà Fredda. Dopo la caduta dei Longobardi a opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i feudi imperiali, all'interno della Marca Obertenga, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare, assegnò Ottone, con molti dei territori limitrofi, alla famiglia dei Malaspina che vi eressero un castello successivamente divenne centro pievano ed il castello della Marca Obertenga, il feudo divenuto marchesato con il titolo di Croce di val Trebbia, passò successivamente ai Fieschi ed ai Doria come contado o Feudo di Montagna, unendo al feudo di Croce anche i feudi di Cariseto e Casanova. Il contado di Ottone, dipendente poi dal Marchesato di Torriglia, è documentato ancora come autonomo fra il 1548 e il 1797 sotto i Doria separato dagli altri feudi definiti come Stati o Feudi di Montagna come Torriglia, Carrega Ligure, Garbagna e S. Stefano d'Aveto. I confini erano posti a sud-est con S. Stefano d'Aveto, a sud con Torriglia, Campi e la signoria di Fontanarossa di Gorreto, a sud-ovest con Carrega Ligure, a est in Val Nure con il Ducato di Parma e Piacenza e col piccolo feudo di Orezzoli, a ovest con il Marchesato di Pregòla e a nord con il Ducato di Milano. Le comunità del contado erano composte: Rovegno e Loco, Pietra Nera e Foppiano, Cariseto con Selva, Lisore e Rovereto, Casanova, Ponte e Carisasca con Traschio, Lozo [e Pratolongo], Gramizzola con Croce e Garbarino, Gorreto (fino al 1640), Il borgo di Ottone [Ottone, Frassi e Fabbrica (passati ai Doria dopo il 1652), e Cà], Ottone Soprano e Monfagiano, Oneto e Santa Maria con Abrà, Serra e Castello, Cerignale e Zerba. Con la nuova dominazione francese napoleonica, vi fu l'abolizione dei feudi imperiali, il contado di Ottone dal 2 dicembre 1797, rientrò nel Dipartimento dei Monti Liguri Orientali, con capoluogo Ottone, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, fece parte del II cantone della Giurisdizione dei Monti Liguri Orientali e dal 1803 del IV cantone della Trebbia nella Giurisdizione dell'Entella. Dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Genova aggregandolo alla giurisdizione di Bobbio. Il castello fu costruito dai Malaspina nel 1164, acquistato da Gian Luigi Fieschi nel XVI secolo e poi passò ai Doria che lo possedettero fino al 1797, quando fu trasformato in carcere. Il possente complesso fortificato, a controllo del "guado" sulla Trebbia e sulle mulattiere ivi confluenti, domina un ampio tratto di valle, quasi a perpendicolo sul rio Fosselino ed il torrente Ventra, marcati confini di levante e di ponente il suo antico borgo. Era considerato inespugnabile ed ancora incute rispetto la notevole mole in pietra ben squadrata, secondo lo stile romanico rustico. Perfettamente conservato, anche grazie alle intelligenti cure dei proprietari, rappresenta una colorata pagina di storia, medievale/moderna, non solo locale. L'insieme delle fortificazioni consiste in due strutture indipendenti, poste a breve distanza tra loro ed un tempo racchiuse in una stessa cerchia muraria di cui permangono imponenti tracce. La più grande è una massiccia torre medievale, forse l'antico mastio, rimaneggiata nel XVII secolo, mediante corpi di fabbrica disposti lungo i lati, a valle e a monte del nucleo originale. La "ristrutturazione" consentendo il raddoppio delia superficie interna, ha permesso l'ampliamento delle prigioni, la realizzazione di una nuova cappella e dello scalone d'accesso al 1° piano, disponibilità di ulteriori ambienti, per uso militare o signorile. La seconda torre, giunta quasi intatta fino a noi, è detta "il Paraso" (= il Palazzo) e rappresenta, di certo, la parte più antica ed interessante del fortilizio, con mura a scarpata, di rinforzo e slancio; strette, rare feritoie; eccellente posizione strategica sul sottostante borgo. Attualmente il castello è di proprietà privata. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=y5_uAmRLEF4, https://www.youtube.com/watch?v=gjJVW6EUao0, https://www.youtube.com/watch?v=YrqKI4FylNc, https://www.youtube.com/watch?v=TM47fAKvYp8, https://www.youtube.com/watch?v=sqn_WIGfYRk, https://www.youtube.com/watch?v=jYtJi05flpk (tutti video di MI SA), http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=1796

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ottone_(Italia), http://www.altavaltrebbia.net/castelli/alta-e-media-val-trebbia/2103-castello-di-ottone.html,

Foto: la prima è di Ivan Ascione su http://www.altavaltrebbia.net/galleria/picture.php?/4501, la seconda è di Andrea Bagnasco su http://www.altavaltrebbia.net/galleria/picture.php?/8022

lunedì 19 novembre 2018

Il castello di lunedì 19 novembre




BRIATICO (VV) - Rocchetta e Torre Sant'Irene

Sulla spiaggia di Briatico restano solo due delle 5 torri del sistema difensivo antiturco (erano poste a distanza di 3,5 km l’un l’altra, in modo tale da poter diramare velocemente segnali di allarme): la Rocchetta, alta torre di vedetta costiera a pianta pentagonale costruita in origine dai greci, ricostruita dai romani e in seguito rimaneggiata in epoca medievale; Torre Sant’Irene, eretta dal governo vice Reale Spagnolo a vedetta contro le incursioni barbaresche. La Rocchetta è ubicata sulla spiaggia a poche centinaia di metri dal porto vibonese. Eretta probabilmente nel secolo X o secondo altre fonti nel 1270 per la difesa dalle incursioni saracene, la torre sorge imponente in riva al mare in completo disfacimento. Era adibita anche a difesa delle industrie di cui era dotata la zona: le fabbriche del vetro e del sapone, nonché i Molini Feudali che allora servivano tutta la zona per la macinazione del grano e di altri cereali. Particolare è la forma pentagonale, che la contraddistingue dalle altre torri poste lungo il litorale che hanno tutte forme circolari o quadrate. Inoltre inusuale sembra la posizione posta a ridosso del litorale e non all’interno della costa sulle alture come sono ubicate le altre torri costiere. Al suo interno è possibile intravedere un piano di ingresso ed alcuni gradini che costituivano le scale di accesso ai piani superiori. Oggi è il simbolo di Briatico nel mondo. Nei pressi della torre è da visitare l’antico Mulino della Rocchetta.
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L’altra torre oggi ancora visibile è Torre Sant’Irene, che prende il nome da una antica chiesa dedicata proprio a questa santa.

Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=ycBdhzYCEUM (video di Ornella Scofano), https://www.youtube.com/watch?v=ot64GRjITpg (video con drone di Francesco Sannino)

Fonti: testo di Maria Lombardo su http://www.calabria.travel/storia-della-calabria/torre-della-rocchetta-e-torre-santirene-di-briatico/, http://www.turismoincalabria.it/la-perla-di-calabria.asp?perla=la-rocchetta-di-briatico, http://www.calabriaorizzonti.com/index.php/archeologia/118-torri-vv/428-briatico-torre-la-rocchetta

Foto: le prime due, relative alla Rocchetta, sono prese rispettivamente da http://www.comune.briatico.vv.it/index.php?action=index&p=213 e da http://www.poro.it/briatico/.
Infine la terza, relativa a Torre Sant'Irene, è presa da https://www.mondimedievali.net/castelli/Calabria/vibovalentia/briaticeufem01.jpg

venerdì 16 novembre 2018

Il castello di venerdì 16 novembre



TRENTO - Torre Arcidiaconale (o del Massarello)

Ubicata all’angolo tra via S. Trinità e vicolo della Storta, l’austera torre a pianta quadrangolare è una massiccia costruzione medievale che si eleva per 4 piani (circa 18,5 metri). La sua funzione originaria era di caposaldo angolare del sistema fortificato nella contrada di Borgonuovo (un ampio agglomerato che si estendeva da Porta di S. Croce fino all’attuale via Santa Trinità), formatasi tra i secoli XII-XIII. Era residenza degli arcidiaconi del Capitolo della cattedrale, e fu l’abitazione dell’arcidiacono Martino Neideck. Per tutta la durata del Concilio di Trento (1545-1563) vi dimorò il segretario generale del Concilio, Angelo Massarelli da San Sepolcro e a ciò si deve la nominazione attuale (nel ventennio in cui vi abitò egli scrisse tutte le memorie del Concilio stesso, gli “Acta Concilii” e i “Diaria”). Nel 1546 vi prese alloggio anche il vescovo di Piacenza Catalano Trivulzio. Nelle case vicine vi alloggiarono Ludovico Beccadelli, arcivescovo di Ragusa, Girolamo Gallerato, vescovo di Sutri e Mozio Calini, arcivescovo di Zara. La torre che presenta fasi costruttive diverse, con interventi cinquecenteschi e settecenteschi, è stata oggetto di restauro negli anni ’70 del Novecento. In tale occasione emersero alcune evidenze architettoniche che permisero di definire la fisionomia della casa-torre e la sua evoluzione: la sopraelevazione dell’intero edifico, la scomparsa del coronamento merlato, l’apertura di nuove finestre architravate e il tamponamento dei fori con arco a tutto sesto. La copertura della costruzione è a falde ed è caratterizzata da capriate in legno; il manto di copertura è in coppi. Le facciate nord ed est della Torre sono caratterizzate da forature di dimensioni e fatture diverse che permettono di leggere le differenti epoche di intervento sulla torre: dalle aperture ad arco di fattura tardo medievale alle finestre architravate di fattura tardorinascimentale. Diverse sono le corniciature dal semplice arco a conci, a quelle caratterizzate da elementi lavorati con fregi, a quelle con architrave semplice. Sul lato nord è situato l’accesso principale ad un livello più basso rispetto al piano del marciapiede, è caratterizzato da un portale ad arco a tutto sesto. A sud del corpo principale della Torre si sviluppa su tre piani un elemento architettonico di fattura tardomedievale, che ingloba il sistema delle scale che permettono l’accesso ai diversi piani dell’edificio Torre. Tale elemento è caratterizzato nella facciata sud da delle grandi forature al primo e al secondo piano e da un poggiolo in legno al secondo piano. Sul lato est si trova la porta di accesso rettangolare architravata, con corniciature in pietra lavorate a toro e trochilo. L’impianto romanico, visibile oltre dagli spessori parietali anche dalla scelta dei materiali impiegati quali il calcare bianco e successivamente il calcare rosa proveniente dalle cave del Trentino, fu successivamente modificato in età gotica e fino alla seconda metà del
Settecento, epoca in cui furono aperte le quattro finestre prospicienti via Santa Trinità e lo stile edilizio divenne più rifinito nei materiali. Al primo piano sono visibili due decorazioni ad affresco:
1) una rinascimentale con motivi di girali fogliati animati con putti, attribuibili alle migliorie del XVI secolo;
2) una di gusto tardogotico in modo fluidamente continuo (ovvero senza corniciature delle pareti) organizzata in tre registri:
in alto corre una fascia a motivi fitomorfi, al
centro troviamo un motivo policromo a scacchiera, in basso un finto drappeggio.

Nella sala del caminetto si conservano lacerti di affreschi rinascimentali, che attestano l’esecuzione di lavori di miglioria nel
 corso del Cinquecento. Addossato alla Torre ed al lacerto di mura che si dipartono sul lato est della stessa, si trova un fabbricato ad un piano fuori terra che prosegue, collegato da un passaggio coperto, a sud della Torre verso il confine con Palazzo Roccabruna posto ad ovest della stessa. I fabbricati sono di epoca più recente e derivano dalla trasformazione di tettoie e magazzini in edifici di pertinenza. La copertura di entrambi è ad una falda con struttura in legno e manto in coppi. Durante i lavori di restauro nella torre degli anni '70 del Novecento, emersero all'interno della torre, nel cosiddetto Salone degli affreschi, alcuni motivi a scacchiera databili al XIV e XV secolo. L'ignoto frescante durante le fasi di dipintura murale si dilettò tratteggiando il profilo di un volto incappucciato!
Altri link suggeriti: http://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/la-torre-del-massarello-venduta-per-2-milioni-di-euro-1.1223284, https://www.youtube.com/watch?v=YpRXZV9hGXE (video di trentinoitaly)

Fonti: http://www.castellideltrentino.it/Siti/Torre-di-Massarello-o-casa-torre-Arcidiaconale, https://www.roccafortetrentina.com/torre-del-massarello/

Foto: la prima è presa da http://www.castellideltrentino.it/Siti/Torre-di-Massarello-o-casa-torre-Arcidiaconale, la seconda è di Matteo Ianeselli su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Trento-Torre_del_Massarello_2.jpg

giovedì 15 novembre 2018

Il castello di giovedì 15 novembre



ALTIDONA (FM) - Castello

Il comune di Altidona è situato a sud ovest della provincia di Fermo e conta una popolazione di quasi 3.300 abitanti. Il cuore del comune, che fa parte dell’Unione Comuni Valdaso, è costituito da un centro storico, ricco di interessanti elementi architettonici e di storia,ed è posto su di un’amena collina che domina dall’alto (220 m s.l.m.) la porta di ingresso alla Valle dell’Aso. Oltre al centro storico è presente una frazione “Marina”, più densamente popolata che, con una spiaggia di circa 3 Km e diverse strutture ricettive, assume una forte connotazione turistica balneare. L’etimologia del nome è incerta. Alcuni, fra cui Giuseppe Speranza, Dehò e Ciucci, lo farebbero derivare da “altino” dei Pelasgi; altri, fra cui il Brandimarte, accomunerebbero l’origine dei nomi Altidona e Lapedona, richiamando l’analogia di essi con quelli delle città fondate dai Siculi e dai Liburni come Ancona, Ortona, ecc. La costruzione del castello risale al medioevo. Il Brandimarte afferma che intorno al castello di Altidona ve n’erano altri, ora scomparsi. La sua storia è strettamente legata a quella di Fermo. Le notizie ad esso attinenti fino al 1653, sono desunte dai documenti storici che riguardano questo ed altri paesi, soprattutto nella città di Fermo, poiché, in detto anno, andarono perduti importanti documenti a causa di un incendio che distrusse l’Archivio parrocchiale. Alla caduta dell’Impero Romano, Altidona con Lapedona e Fermo, subì le vicende storiche dell’Agro di Palma (da cui l’odierna Torre di Palme). Dopo le invasioni barbariche, cadde in mano dei conti feudali; e in tale epoca era importante il castello di San Biagio in Barbolano. Per quanto riguarda le guerre con i vicini, si ricorda nel 1202, Altidona e Lapedona, Fermo, Macerata, Morrovalle, Monte Lupone, Monte Santo (=Potenza P.), Monte Granaro, Monte San Giusto, Osimo, e altri uniti in confederazione, mossero guerra contro Ancona, S.Elpidio, Civitanova, Corridonia, Recanati, Castelfidardo, Camerano, Montefano, Senigallia e Pesaro. Si combatté aspramente e gli Altidonesi con i loro alleati, furono vincitori; poi si concordò la pace conclusa a Polverigi. La città di S.Elpidio fu condannata a riedificare Monte Urano. Nel 1244 risultano signori del castello Trasmondo e Corrado Lopi di Altidona. Nel 1314 i monaci di Farfa che avevano proprietà ad Altidona fronteggiarono la ribellione autonomistica degli enfiteuti che furono perciò scomunicati dal monastero. Ormai Altidona era divenuto un castello con la cittadinanza di Fermo. Nel 1444 la guarnigione che il conte Francesco Sforza teneva in Altidona, fece una scorreria nella vicina Montefiore, saccheggiando le case e prendendo un gran numero di prigionieri. Nel 1507 figurava tra i castelli di Fermo di secondo grado. Il suo passato è ricco di vicende che ne testimoniano il carattere bellicoso e ribelle. Nel 1808 si ribellò ai rappresentanti del governo napoleonico. Nell’archivio comunale si conserva una nota dei danni che gli Altidonesi subirono dalle truppe francesi; che non risparmiarono nessuno, neppure tal Giuseppe Ciotti, che il giorno dell’arresto aveva salvato il sindaco dall’ira popolare. Sappiamo inoltre che durante il primo Regno Italico, Altidona è stata la sede di un Governo da cui dipendevano Lapedona e Moresco. Nel 1812 vi fu costruito il Cimitero. Inoltre fu eretto un Semaforo di prima classe per controllare le navi sul mar Adriatico. Dopo la caduta di Napoleone Altidona e Lapedona restarono unite sino al 1829. Nuovi gravi dissidi in seguito si manifestarono quando parlò di unire i due comuni. La visita al piccolo borgo può iniziare facendo il giro esterno della mura, che sono in buono stato di conservazione. Alcune aperture in esse permettono l' accesso al centro storico, come la Porta da Sole nel tratto meridionale. Si tratta di una doppia rampa di scale in mattoni a vista che porta a uno dei tanti terrazzi belvedere affacciati sulle rigogliose vallate dell' Aso a sud e Molinetto a nord. La cerchia di mura cittadine, su cui si appoggiano molte abitazioni, è quasi integra nella parte meridionale ed è difesa da un alto torrione che la difendeva questo lato e la vicina Porta dei Leoni, poco più a sinistra, ingresso orientale del borgo. In piazza Cesare Battisti, nei pressi della Porta dei Leoni, c' è l'antica fonte dove gli antenati degli attuali altidonesi attingevano l'acqua per le loro case e, in un angolo del belvedere spicca la torre di avvistamento, dalla quale lo sguardo spazia dalla Valle dell'Aso alle spiagge adriatiche. Come molte altre cittadine storiche delle Marche, anche Altidona è quasi completamente costruita in eleganti mattoni a vista, grazie anche al fatto che in passato era famosa e fiorente l' attivita' degli altidonesi come fornaciai di mattoni in terra. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=oL_66-kkEbY (video di Marca Fermana EN), https://www.youtube.com/watch?v=b6t0S9GVPnA (video di Luigi Manfredi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Altidona, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-altidona-fm/, http://www.themarcheexperience.com/2015/10/altidona-fm-grandioso-castello-con.html

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-altidona-fm/, la seconda è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/04_fermo/00010/index.htm (da visitare per vedere molte altre foto del borgo fortificato)

mercoledì 14 novembre 2018

Il castello di mercoledì 14 novembre




AFRAGOLA (NA) - Castello

Dal secolo X iniziò a manifestarsi un ripopolamento di tutta la Pianura Campana. Il sito della futura Afragola era occupato da diversi pagi, villaggi rurali di piccola dimensione, occupati dai coloni delle vastissime terre: Arcopinto (a ovest dell'attuale centro storico cittadino, verso Frattamaggiore), Arcora (a sud - est), Salice (a sud), San Salvadore delle Monache (sito non ben definito ma a nord dell'attuale centro, presso il Clanio), Cantarello (a sud). Tra XII e XIII secolo questi villaggi cominciarono ad essere assorbiti da insediamenti demici più grandi, riuniti ciascuno intorno ad una chiesa: Santa Maria d'Ajello, San Giorgio e San Marco. Afragola si formò nel Duecento dal progressivo ampliamento e dal conseguente saldamento di queste tre entità demiche principali. Diverso fu il caso di Arcora, mai incorporato nel tessuto urbano primigenio per la sua lontananza e che nella seconda metà del Duecento risultava addirittura spopolato. Risulta quindi senza fondamento la tradizione che vuole che la città sia stata fondata nel 1140 dal re Ruggero II di Sicilia, detto Ruggero il Normanno, il quale avrebbe distribuito terre incolte ai suoi veterani. L'episodio è raffigurato nell'affresco della sede municipale, eseguito dal pittore Augusto Moriani nel 1866. Tale tradizione è stata già da tempo riconosciuta come falsa dallo storico ottocentesco Bartolommeo Capasso. Parte del suo territorio fu feudo dell'arcivescovo di Napoli e uno dei "casali" considerati parte integrante di Napoli. Alcune terre furono possesso feudale di vari personaggi, mentre altre appartenevano al demanio regale; la collettività locale si era organizzata in una universitas guidata da un syndicus. Nel 1576 l'universitas acquistò i diritti della parte feudale e della parte demaniale del suo territorio, mentre il re si riservava il diritto di nominare un governatore per l'amministrazione del "casale". Nel 1639 il duca di Medina, viceré di Napoli, decise la vendita dei "casali" per finanziare la guerra dei Trent'anni e gli abitanti di Afragola furono costretti a versare nuovamente una considerevole somma di denaro. Nel 1799 Afragola partecipò alla Repubblica Napoletana e fu issato nell'attuale piazza Municipio l'albero della libertà. Il Castello Angioino sorge vicino alla Parrocchiale di San Giorgio. La sua costruzione risale al 1337 ed è opera della famiglia Durazzo, ramo collaterale di quella Angioina. Secondo la tradizione fu residenza della regina Giovanna II d'Angiò. Si presentava in origine come un vasto quadrilatero protetto da quattro torri e circondato da un fossato, più tardi riempito. Le vicende storiche succedutesi fino ad oggi hanno causato una tale metamorfosi della struttura che diventa arduo rintracciarne i resti trecenteschi: attualmente, il castello si presenta come un enorme caseggiato. Nel 1420 qui si insediò la famiglia Capece-Bozzuto, che trasformò l'edificio da maniero in abitazione. Con il passare del tempo, il fossato è stato colmato, dando spazio ad alcune costruzioni che sono state addossate lungo il perimetro delle vecchie mura. Nel 1571 fu venduto alla universitas, corrispondente all'attuale comune. In stato di degrado fu venduto nel 1726 a Gaetano Caracciolo del Sole, duca di Venosa, che lo restaurò. Grazie al proprietario dell'epoca il castello ha conosciuto lo sfarzo e lo splendore tipici delle residenze aristocratiche napoletane. Nel 1823 è stata creata, grazie ai tre governatori Castaldo, Alfieri e Ciaramella, eletti dal Consiglio Comunale, la cappella della Vergine Addolorata, sul cui ingresso è esistita l'ultima torre dell'antico castello. In quel periodo il complesso presentava un vasto giardino interno con una bella edicola votiva raffigurante la Vergine Addolorata che protegge sei religiose ai suoi piedi. Dalla fine dell'800 l'edificio, nuovamente in abbandono alla fine del secolo, vi fu installato un orfanotrofio. Attualmente l'edificio ospita una scuola dell'infanzia e primaria paritaria, denominata Addolorata, il cui ente gestore è la Città di Afragola, la cui frequenza è gratuita. Tale scuola è erede dell'orfanotrofio gestito dalle Suore Compassioniste Serve di Maria nel secolo scorso in base a un protocollo d'intesa, non più vigente, siglato tra la fondatrice della Congregazione, la beata suor Maria Maddalena Starace, e l'amministrazione comunale. La Congregazione ha ancora una comunità nel castello, che ospita anche il centro di accoglienza diurno "Il Bruco", semiconvitto per ragazzi in difficoltà gestito da una cooperativa sociale. Nel 1892 il piccolo tempio nel castello venne distrutto, insieme all'ultima sua torre, da un terribile fulmine. Nel nostro secolo il castello Angioino ha subito ulteriori modifiche, con alterazioni strutturali e abbattimento di quel poco che restava del vecchio maniero. Il castello, in seguito ai numerosi interventi effettuati, non conserva nulla dell’antica struttura: tutte le caratteristiche tipiche del forte sono state rimosse per dargli l’aspetto simile a un caseggiato. Nella corte è ancora oggi possibile ammirare un affresco rappresentante la Vergine, un po’ sbiadito dal tempo. Altro link per approfondire: http://vetusetnovus.blogspot.com/2018/05/il-castello-di-afragola-una-difficile.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Afragola, https://www.geoplan.it/luoghi-interesse-italia/monumenti-provincia-napoli/cartina-monumenti-afragola/monumenti-afragola-castello.htm, http://www.mondimedievali.net/castelli/campania/napoli/provincia000.htm#afragol

Foto: entrambe (la seconda raffigura il castello al tempo della I Guerra Mondiale) sono prese da http://vetusetnovus.blogspot.com/2017/12/afragola-darte-il-castello-nota-storica.html

martedì 13 novembre 2018

Il castello di martedì 13 novembre





CASTELFRANCO VENETO (TV) - Castello

Castelfranco Veneto deve il proprio nome al castello "franco" (esente) da imposte per i suoi primi abitanti-difensori. L'insediamento murario di Castelfranco fu fondato tra il 1195 ed il 1199 quando il Comune di Treviso, da poco formatosi, sentì la necessità di presidiare il confine con le rivali Padova e Vicenza, in un'area dove il fiume Muson rappresentava l'unica effimera demarcazione naturale. Il luogo prescelto era posto in una posizione strategica: un terrapieno preesistente sulla sponda orientale del corso d'acqua, prossimo alla confluenza tra le vie Postumia e Aurelia e in posizione centrale tra i fortilizi signorili di Castello di Godego e Treville e vescovili di Salvatronda, Riese e Resana. I lavori furono diretti dal conte Schenella di Collalto, che v'impiegò circa cinquecento maestri muratori e mille «guastatori» (manovali). In un decennio la costruzione poteva dirsi completa: attorno alle mura del castello fu scavato un fossato nel quale vennero deviate le acque di due immissari (acque di risorgiva) del Muson: l'Avenale ed il Musonello. Eretto il castello, il Comune di Treviso vi mandò una colonia di cento famiglie di uomini liberi, alle quali furono concessi poderi e case esenti da imposte e gravami, da cui il toponimo Castelfrancho: castello, per l'appunto, "libero" dalle imposte. Ne derivò la peculiare composizione della popolazione castellana, la cui gran maggioranza non era formata da soldati, ma da liberi cittadini. Gli spazi interni, tuttavia, non furono organizzati secondo un tipico impianto urbano: non esisteva una vera e propria piazza e gli edifici più importanti si distribuivano lungo la strada principale se non addirittura arretrati, come nel caso della chiesa (allora subordinata alla più antica Pieve Nuova, nell'attuale Borgo Pieve), l'ufficio contabile e l'infermeria. Il castello era governato da due consoli, in carica per sei mesi. Oltre ai normali compiti amministrativi, dovevano gestire la giustizia in nome del podestà di Treviso. Ciascun console (stipendiato 100 lire per l'intero periodo) doveva rispondere del proprio operato al compagno e agire contro di lui se violava la legge. Non passò molto tempo che Castelfranco dovette sostenere un primo assedio da parte dei Padovani (1215) ed un secondo, cinque anni dopo, sempre ad opera degli stessi nemici, alleati questa volta al vescovo di Feltre e Belluno. Nel 1220 Federico II di Svevia venne incoronato imperatore a Roma: le mire del sovrano sui territori veneti imposero una tregua tra Padova e Treviso, che venne però rotta quando apparve sulla scena Ezzelino III da Romano, il quale, desiderando impadronirsi di Padova, riuscì ad attrarre Treviso in un'alleanza contro Feltre e Belluno, alleati di Padova. Il vescovo delle due città però contrattaccò e, forte dell'alleanza con il marchese d'Este ed il Patriarca di Aquileia, irruppe nella Castellana saccheggiando Treville e incendiando Castel di Godego, feudo dello stesso Ezzelino. La risposta di Ezzelino fu drastica, e con l'aiuto imperiale sottomise tanto Treviso che Padova al suo dominio, divenendone Vicario imperiale. Per un dissidio tra Ezzelino ed il fratello, Alberico da Romano, il castello passò per trattato a Guglielmo di Camposampiero, che nel 1246 lo ritornò ad Ezzelino. Quest'ultimo lo fortificò ulteriormente con due gironi e una torre sul lato Sud (verso Padova); tornò infine a Treviso il 27 settembre 1259, alla morte del "tiranno". Nel 1329 Castelfranco passò a Cangrande della Scala, signore di Verona. Il 23 gennaio 1339 il castello passò, con Treviso, a Venezia. Dopo una breve dominazione dei Carraresi (1380-1388, nella persona di Francesco I da Carrara), di cui resta traccia negli affreschi interni alla volta della Torre civica (dove è raffigurato lo stemma con il carro a quattro ruote), Castelfranco seguì le sorti della Repubblica veneta superando anche la crisi determinata dalla Guerra della Lega di Cambrai, quando nel 1509 il castello fu occupato dalle truppe di Massimiliano d'Asburgo, che ne fece il proprio quartier generale. Conclusasi la guerra nel 1515, dal 1517 Castelfranco ritornò definitivamente sotto il dominio della Serenissima. Questo fu il periodo di massimo splendore per Castelfranco, specie dal punto di vista economico. La Repubblica favorì la colonizzazione del territorio e lo sfruttamento dei fondi ancora vacanti e, di conseguenza, si rafforzò la commercializzazione di prodotti agricoli; il tessuto urbano si consolidò con edifici in muratura con funzioni mercantili, caratterizzati da portici e magazzini ai piani terra; il mercato era presso il lato nord del castello, articolandosi in una parte per il bestiame e in un'altra per biade e ortaggi. Nel frattempo, la campagna divenne ambita meta di villeggiatura per le famiglie del patriziato, che qui eressero le loro ville. Questi fenomeni permisero a Castelfranco di tagliare progressivamente i legami con Treviso e di inserirsi autonomamente nel territorio. Al contempo, in città si sviluppò un vivace clima culturale, divenendo punto di convergenza per vari artisti e architetti. Nel Settecento, con la decadenza della capitale, Castelfranco si proiettò verso i centri della terraferma (prima fra tutte Padova) divenute i nuovi poli della cultura. Gli intellettuali provenivano da alcune famiglie patrizie ormai radicate in zona, come i Riccati, e promossero diversi interventi urbanistici, sia all'interno (duomo e teatro Accademico) che all'esterno delle mura (pieve nuova, ospedale di San Giacomo). L'elemento che più caratterizza Castelfranco è il castello, che ne racchiude il centro storico, eretto sopra un preesistente terrapieno, tra la fine del XII e primi decenni del XIII secolo, dal Comune medievale di Treviso, a presidio del turbolento confine verso le terre padovane e vicentine. Difeso da mura molto alte (circa 17 metri) e spesse circa m 1,70, di mattoni rossi, comprende sei torri, quattro delle quali sui vertici della base quadrata di 232 metri di lato, una sulla mediana sud (verso Padova), l'altra sulla mediana ad est (verso Treviso). Le mura sono prive di fondazione. Poggiano, infatti, su un basamento realizzato con la tecnica della muratura a secco. Il camminamento di ronda (dove si è conservato) sporge per m 1,75, sostenuto da archetti appoggiati su mensole in pietra. I Conti di Treviso posero nel castello due porte principali: una rivolta verso Treviso a l'altra verso Cittadella, denominata porta del Musile. Di più scarsa importanza le altre due porte, una detta dei Beghi dal nome di una famiglia illustre che aveva la sua casa vicina ad essa, l’altra detta dei “morti” perché attraverso di essa si conducevano i morti al cimitero vecchio della “chiesa di dentro”. Da un disegno antico conservato presso la biblioteca comunale si notano in totale sette torri. L'ultima, abbattuta, era posta sulla mediana ovest (verso Cittadella). Ultima guerresca testimonianza di lontani conflitti tra potenze comunali e feudali, la fortezza di Castelfranco perdette definitivamente la propria funzione strategica al termine del grandioso scontro tra gli eserciti della Repubblica di San Marco e quelli dei sovrani federati nella Lega di Cambrai, che ai primi del Cinquecento si erano affrontati nei territori veneti. La diffusione delle artiglierie rese infatti quasi inutile, sotto il profilo militare, l’esistenza della vecchia cinta muraria, ma il governo della Serenissima non ritenne opportuno né ordinarne la completa ricostruzione secondo i più recenti dettami dell’ingegneria, né, per nostra fortuna, farla atterrare. A poco a poco l’aspetto della fortezza mutò: scomparvero i cammini di ronda e il ponticello verso borgo San Giorgio, la “torre dei morti” venne trasformata in un campanile ad uso del duomo, furono abbattute parzialmente le mura e la torre volta verso Cittadella, venne ristretto e contornato da un dignitoso passeggio il fossato medioevale, fu demolita la porta dinanzi il ponte dei Beghi. Sopravvivendo alle ingiurie del tempo, alla stoltezza e alle nuove esigenze degli uomini, deposta ogni minacciosa sembianza, il castello divenne infine il simbolo della città, un elemento fondamentale, armonicamente inserito, del centro cittadino, ormai da secoli pacifico, caratteristico luogo di residenze e di mercati nell’ampio settore extra moenia. Davanti al poderoso mastio, adattato a torre dell’orologio civico, al “ponte dea saeata” si svolgeva il commercio di ortaggi. Gli dei della guerra erano volati altrove. I venditori vocianti avevano sostituito gli armigeri, le spade avevano lasciato il posto alle cicorie. Altri link suggeriti: http://www.castelfrancoveneto.it/entro-le-mura-del-castello/, http://www.castelfrancoveneto.it/storia/, https://www.comune.castelfrancoveneto.tv.it/index.php?area=14&menu=505&page=1786 (video), https://www.youtube.com/watch?v=Umn58xifpU0 (video di Massimo Bedendo).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelfranco_Veneto, https://www.comune.castelfrancoveneto.tv.it/index.php?area=14&menu=175&page=1774, https://www.geoplan.it/luoghi-interesse-italia/monumenti-provincia-treviso/cartina-monumenti-castelfranco-veneto/monumenti-castelfranco-veneto-castello.htm, http://www.prolococastelfrancoveneto.it/index.php/castelfranco-veneto/storia-di-castelfranco-veneto/, https://www.marcadoc.com/castelfranco-veneto/

Foto: la prima è presa da http://www.hotelallatorre.it/it/contattaci/, la seconda è una cartolina della mia collezione. Infine, la terza è presa da http://getyourimage.club/resize-november-13.html

lunedì 12 novembre 2018

Il castello di lunedì 12 novembre




LAPEDONA (FM) - Borgo fortificato

Lapedona è uno dei numerosi castelli del fermano che attorniano e difendono il capoluogo, fin dal passato. La sua caratteristica principale è che, assieme ai vicini Altidona e Campofilone, è un munito borgo fortificato a difesa degli attacchi dal mare e dal vicino confine con il piceno ascolano. E' costruito su un rilievo di 263 metri di altezza, tra due piccole e strette vallate che corrono parallele verso il mare Adriatico, da cui dista appena 5 chilometri. Lapedona è un antico borgo pieno di storia e monumenti, ben mantenuto e collocato in un suggestivo contesto agricolo, tra ondulate colline, piccoli boschi e verdi vallate. Come molti altri borghi marchigiani, anche Lapedona si è mantenuta integra nella sua cerchia muraria antica ed è solo attorniata da agglomerati urbani più recenti. Arrivando in paese dalla provinciale dal mare, si è accolti da possenti mura difensive, un 'erta rampa di accesso e dalla maestosa Porta Marina. Questa si apre in direzione sud est, con una bella visuale sulle non lontane spiagge fermane, ed è l' unico accesso carrabile al centro storico. Ha un aspetto trecentesco con un arco gotico a sesto acuto, munita di beccatelli e merli ghibellini. In realtà si tratta di una controporta costruita a pochi metri dal vero ingresso al borgo, sulla rampa d'accesso, che serviva principalmente per smorzare la foga delle cariche degli assedianti. L'origine di Porta Marina risale al XIV secolo, ma è stata rimaneggiata nei secoli scorsi, fino ad assumere l'attuale aspetto monumentale. Dell'originale, demolita nei primi del'900, rimane solo la decorazione in cotto dell'arco installato sopra l'attuale fornice. Di gradevole impatto scenico, si addossa ai resti delle mura civiche orientali e la merlatura risulta aggiunta in epoca recente. Una feritoia completa le difesa della struttura, mentre nello spessore murario è stata ricavata un'edicola votiva nei pressi della quale vi è murata una pietra in arenaria raffigurante una sirena e due pavoni che si abbeverano ad una fonte. Più avanti è presente una strettoia che immette nel tessuto viario del borgo: qui sorgeva l'antica porta Marina, visibile in qualche foto d'epoca. Mentre la parte nord del paese è boscata e dirupata verso la valle del torrente Molinetto, la parte sud è ancora delimitata da un'integra cinta muraria risalente al XIV secolo. Questa, in seguito, venne rinforzata con la scarpatura adeguata alle nuove armi da fuoco. La seconda ed ultima antica entrata al centro storico era la Porta da Sole, che si erge alla fine di una stretta e tortuosa rampa che sale, fuori le mura, dalla base del palazzo comunale fino ai portici, che si aprono sulla piazza principale del paese. Una torre di pianta quadrata, probabilmente più elevata e fornita di difese aggettanti, controllava il ripido passaggio rendendolo difficilmente espugnabile, aiutato probabilmente da altre opere difensive site dirimpetto alla porta. Tramite una piccola porta è possibile accedere alla casamatta sopra la volta, dove prendevano posto i difensori. Nel corso dei tempi la porta è stata inglobata al palazzo comunale ed è possibile riconoscere, su una delle pareti, delle feritoie murate. Il borgo castello di Lapedona incominciò a prendere forma nel XIII secolo, quando gli insediamenti vari sparsi nel territorio si unificarono sull' altura più alta della zona. Qui era presente una torre di avvistamento che, nel tempo, divenne il maestoso campanile della Collegiata di S. Lorenzo, singolarmente rimasto isolato dal resto dell'edificio. Ma la storia del territorio di Lapedona porta tracce della presenza picena prima e della colonizzazione romana poi. Nel medio evo avviene l' insediamento dell'autorità benedettina in tutto l'agro fermano, con lo sviluppo di vari centri, attività agricole, artigianali, bonifica del territorio ed un progresso generale delle varie attività ed arti. Dopo essere passata per diverse volte di mano tra enti ecclesiastici e privati fermani, Lapedona passò definitivamente sotto la giurisdizione di Fermo. Il castrum Lapidone è inserito nell’elenco dei castelli che Aldobrandino d’Este, marchese di Ancona, assegnò alla città di Fermo il 10 giugno 1214, malgrado l'effettiva sua dipendenza iniziò dal 1238, ossia quando il vescovo-conte di Fermo Filippo II affidò al comune tutte le proprietà della chiesa, dal fiume Potenza al Tronto. Divenne uno dei molteplici castelli del circondario fermano, seppure con una limitata autonomia amministrativa. Lo sviluppo del territorio attorno al borgo castello avvenne tra il Quattrocento ed il Cinquecento con la diffusione della mezzadria. Nacquero diverse case coloniche sparse di contadini, mentre nel centro storico risiedevano gli artigiani, i commercianti ed i professionisti. L' attività agricola rimase la principale risorsa economica, fino verso il 1950. Con la gradinata della Porta da Sole si arriva al grande porticato del Palazzo Comunale. Il centro storico di Lapedona è stretto ed allungato, con tre vie parallele e diversi vicoli di collegamento. Tre sono le piazze presenti e tra queste Piazza Leopardi si può considerare il cuore del borgo. Altri link suggeriti: http://www.infofermo.it/2012/03/24/si-rifugiarono-su-un-colle-e-fondarono-un-castello-lo-chiamarono-lapedona/, http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca.aspx?ids=67314, https://www.habitualtourist.com/cinta_muraria(lapedona), https://www.youtube.com/watch?v=BYd014ruhkY (video di Marca fermana)

Fonti: http://www.themarcheexperience.com/2018/06/lapedona-fm-suggestivo-borgo-castello.html, https://www.turismo.marche.it/Dettaglio/Title/Lapedona/IdPOI/5750/C/109009, https://www.habitualtourist.com/porta_marina(lapedona), https://www.habitualtourist.com/porta_da_sole(lapedona)

Foto: la prima è presa da http://www.themarcheexperience.com/2018/06/lapedona-fm-suggestivo-borgo-castello.html, la seconda è di Perdamiano su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/390903