martedì 19 settembre 2017

Il castello di martedì 19 settembre






ZEME (PV) - Castello

Nel medioevo era indicato come Cemide o Zemide. Appartenne forse fin dal X secolo al Vescovo di Pavia e successivamente al priorato di Santa Croce di Mortara; per metà nel 1311 però veniva confermato ai conti Palatini di Lomello. È altresì nominato nei diplomi imperiali (1191, 1220) che assegnano la Lomellina a Pavia (ma non nel più antico del 1164). In epoca viscontea venne in potere di Filippino, figlio di Facino Cane, che nel 1524 lo vendette al condottiero Angelo della Pergola (allora signore anche di Sartirana); nel 1518 il pronipote Francesco della Pergola vendeva Zeme ai San Cassiano, ma nel 1532, costituita la diocesi di Vigevano, la Contea di Zeme fu assegnata al capitolo e alla Mensa Vescovile di quella città; il dominio feudale della Mensa cessò solo con l'abolizione del feudalesimo. Nel 1707 (e ufficialmente nel 1713) Zeme, con la Lomellina, passò sotto il dominio dei Savoia. Nel 1818 vennero definitivamente uniti a Zeme i soppressi comuni di Marza e Sant'Alessandro, costituiti dalle omonime cascine. Il castello è un edificio a blocco unico, con pianta rettangolare, dal basamento scarpato, situato in corrispondenza dell'angolo nordoccidentale dell'abitato. Sull'angolo meridionale si innalza una torretta cilindrica munita di caditoie. Benché sia noto in luogo come "castello", è in realtà una palazzina settecentesca, dunque un edificio d'abitazione, sia pure probabilmente ricavata da una preesistente casa-forte, di cui non sono note le vicissitudini. I fabbricati adiacenti, fra i quali una cappella sconsacrata, indurrebbero a ipotizzare la presenza in luogo di un ricetto. Il castello mostra finestre con semplici ma eleganti cornici settecentesche racchiudenti teste muliebri. Sul lato posto a nord si vede un affresco raffigurante un santo in piviale e mitria. Sul tetto si nota un curioso comignolo a doppio fungo. La cinta ad ovest ha due portali d'ingresso, uno dei quali reca la data 1741. La facciata meridionale, in cui si apre l'ingresso, mostra agli angoli due corpi di fabbrica sopraelevati, rappresentazione scenografica delle antiche torri angolari. Le pareti verso il cortile sembrano conservare un tessuto murario più antico ove l'intonaco settecentesco lascia intravedere l'ordito dei mattoni; alla sommità dei muri perimetrali sono osservabili tracce di merlatura tamponata. Le basi dell'edificio sono a scarpa, anche se un innalzamento del terreno circostante effettuato molti decenni fa nasconde alla vista questa particolarità, insieme con ogni eventuale traccia del preesistente fossato. Anziani del luogo affermano che dal castello si diparte un cunicolo che venne parzialmente esplorato molti decenni orsono, senza esito. Esso si dirigerebbe verso l'attuale cascina "Marza".

Fonti: http://www.comunezeme.pv.it/index.php?mod=Storia, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00259/, http://www.infolomellina.net/html/zeme.htm

Foto: la prima è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00259/, la seconda è presa da http://www.infolomellina.net/img/zeme_cast.jpg

lunedì 18 settembre 2017

Il castello di lunedì 18 settembre






ERBA (CO) - Castello di Pomerio

Il Castello di Pomerio conserva l'antica posizione sul tracciato di quella che è stata un'importante strada romana della "Gallia Cisalpina" che collegava tra loro Como, Lecco, Bergamo e Brescia. Il dominio romano aveva offerto protezione alle correnti migratorie dal settentrione, ma dal terzo secolo in poi i "barbari" si affacciarono alle frontiere. Nel 568 d.C. ci fu l'invasione dei Longobardi, nell'Insubria, che da allora divenne Longobardia o Lombardia. Nel 774 d.C. ultimo re dei Longobardi fu Desiderio, sconfitto da Carlo Magno, re dei Franchi che dominarono fino all'888 d.C. quando la corona di Italia toccò a Berengario I, duca del Friuli: le guerre chiamarono in Italia Ottone I re di Germania (951 d.C.), eletto successivamente imperatore. Il dominio degli imperatori tedeschi durò fino al 1268. Si consolidò il sistema feudale, sorto ai tempi dei Longobardi e approvato da Carlo Magno. Alcuni documenti parlano di una fortezza che, parrebbe essere proprio il Castello di Pomerio, il figlio di Carlo Magno utilizzò come sua base militare. A segnare la storia di Pomerio e del suo castello fu la battaglia di Carcano nel 1160 contro il Barbarossa di cui ogni anno si festeggia la la rievocazione storica. I castelli di Pomerio e Casiglio appartennero alla locale famiglia dei Parravicini, i quali erano anche proprietari di molti altri edifici tra cui chiese e cappelle ancora oggi presenti nell'erbese. La costruzione del castello di Pomerio risale al XI-XII secolo (ad opera della famiglia dei Parravicini) ed è il tipico castello medievale. Fu ricostruito nel 1300 ed appartenne dapprima ai Carpani, successivamente ai Visconti; attualmente è di proprietà del comune di Erba. L'edificio è caratterizzato da splendide bifore e da una torre lombarda. L'ingresso, che dà sulla strada che porta ad Albavilla, è sicuramente la parte più antica del castello. Durante i lavori di ristrutturazione, sono stati rinvenuti moltissimi reperti tra cui affreschi sacri (risalenti alla fine del 1300) oltre agli stemmi delle famiglie Carpani e Parravicini, ma anche vasi e piatti di ceramica finemente decorati. Oltre a ciò ci piace ricordare che: "solo le città con un pomerium potevano essere definite Urbes e quindi entità consacrata agli dei. Le fortezze lungo le Mura o sui tracciati di collegamento svolgevano funzione di ristoro e di ospitalità ai viandanti ed il Castello di Pomerio vuole esserlo tutt'ora". In epoche più recenti tra il Settecento e l'Ottocento, il Castello è stato trasformato in filanda dai nobili Corti, titolari di una prestigiosa fileria serica. Al centro della Corte d'Onore echeggiano infatti due splendidi gelsi secolari a testimonianza di quel periodo storico. La città di Como è stata capitale di tale produzione, riconosciuta in tutto il mondo per il pregio dei filati e della qualità del design. Proprio a Como è possibile visitare il Museo della Seta e il Museo Studio del Tessuto. Altri link suggeriti: https://it-it.facebook.com/CastelloPomerio/, http://www.triangololariano.it/it/castello-pomerio-erba.aspx, https://www.geocaching.com/geocache/GC58A3T_castello-di-pomerio?guid=d91564f4-7995-4ce2-9630-60f5ae3c38fb

Fonti: http://www.castellodipomerio.it/storia.html, testo di Stefano Ripamonti su http://www.altabrianza.org/reportage/icastelli.html

Foto: la prima è presa da https://www.geocaching.com/geocache/GC58A3T_castello-di-pomerio?guid=d91564f4-7995-4ce2-9630-60f5ae3c38fb, la seconda è presa da http://www.castellodipomerio.it/images/bg1.jpg

sabato 16 settembre 2017

Il castello di domenica 17 settembre



MARATEA (PZ) – Castello in frazione Castrocucco

L'antica Castrocucco, che sorgeva intorno all'omonimo castello, venne dichiarata Feudo Nobile nel XIII secolo. La vita di questo abitato è testimoniata fino al XVII secolo, epoca in cui venne disabitato. Nei primi anni del XIX secolo venne ufficialmente assimilato al resto di Maratea, e dopo pochi anni si formò l'attuale abitato. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, Castrocucco costituiva un grande centro di produzione agricola, grazie al territorio pianeggiante e alla presenza del fiume Noce. Ma la presenza del fiume riservò anche dei problemi: il 1º marzo 1930 il Noce straripò, distruggendo molti campi e minacciando lo stesso abitato. Nel 1955 le antiche tecniche di coltivazione furono soppiantate con l'apertura di un moderno stabilimento. Il castello si trova su un grande costone di roccia sospeso sopra la S.S. 18. Questo baluardo medioevale nel 2005 è stato sottoposto a tutela dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e tutta l'area circostante è stata individuata quale Sito di Interesse Comunitario; nonostante ciò ancora oggi non è sufficientemente conosciuto né valorizzato. Il castello fu abbandonato nel XVII secolo, e pertanto presenta un pessimo stato di conservazione. E’ notevole quello che possiamo ancora trovare dell’antico sistema urbano: restano visibili la porta di accesso, alcuni bastioni posti agli angoli della struttura, i ruderi delle mura di cinta e di una ventina di edifici tra cui una torre di guardia e la chiesa di San Pietro al cui interno sono presenti cripte con le originarie pitture ancora in parte visibili nonostante la millenaria azione erosiva degli agenti atmosferici e della salsedine. Lo storico Michele Lacava, che effettuò un sopralluogo al castello nel 1891, così lo descrive: “Il castello un tempo dovea essere ben grande, ma ora è tutto in rovina; poteva contenere un trenta case, addossate all'interno del muro di cinta che è ben alto. In mezzo al castello esiste un vano o cortile scosceso; nell'alto di questo vano trovasi la parte più fortificata del castello posta verso settentrione. Nelle mura di questa parte veggonsi molti buchi per balestrieri. Le stanze sono tutte in roviona, ed in alcuni vedesi solo il pavimento, fatto di calcestruzzo. Non si trova conserva o cisterna alcuna per l'acqua, od almeno ora non ne apparisce traccia tra tante ruine. Molti buchi di balestrieri trovansi ancora alle mura esterne del Castello. Non vi appariscono vestigia di saracinesche alle porte. Una torre tonda, in parte diruta, trovasi, vicino all'ingresso del castello che è rivolta ad oriente: questa torre ha dei buchi per balestre od archibugi, ed ha due buchi tondi per colubrine. Alcune case erano fuori il cinto del castello, e costituivano un piccolo villaggio: che si estendeva tra oriente e mezzogiorno, sul ciglio di una collina, la quale congiunge il promontorio di Castrocucco ai monti contigui. Queste case non erano molte, non oltre forse una cinquantina, ed in qualche punto apparirebbero gli avanzi di un muro di cinta. Alla punta di questo villaggio, e poco discosto dal Castello, trovansi una piccola cappella diruta, e vedasi ancora l'abside con rozze pitture a fresco. Il fabbricato di questo castello, può rimontare al 1100 e 1200, restaurato e modificato verso il 1600 per l'adattamento delle bocche da fuoco”. Nel corso degli anni il castello, costruito presumibilmente a cavallo dell’anno Mille si sviluppò come parte di un sistema urbano con all’esterno del muro di cinta le abitazioni dei coloni. Probabilmente il castello e il borgo circostante, costruito inizialmente per esigenze difensive in una posizione oltremodo impervia e difficile da raggiungere, furono abbandonati al venire meno dei pericoli, provenienti tipicamente dal mare, quali i pirati saraceni. Disponiamo di pochissime fonti circa l'origine del castello. Molto probabilmente fu costruito nel IX secolo, in quanto il suo nome è già presente in una bolla di Alfano I, vescovo di Salerno, datata 1079. Altri storici locali lo vogliono più antico, facendone risalire la costruzione alla difesa di Blanda Julia. È noto poi che nel tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo il castello venne abbandonato. Fu inserito in un feudo costituito nel 1470 da re Ferrante e da questi affidato ad un certo Galeotto Pascale a cui veniva dato il titolo di Barone del Castello dirupo e disabitato di Castrocucco. Tra il 1470 e il 1660, venne ceduto prima ai nobili De Rosa e poi ai nobili Giordano. Durante il XVI secolo fu ristrutturato e ingrandito, e le sue mura furono modificate per ospitare delle bocche da fuoco. Dal 1664 fu tenuto dai Labanchi, famiglia calabrese proveniente da Bisignano che possedette il castello e il feudo fino al XIX secolo. Altri link suggeriti: http://www.calderano.it/testi/emanuelelabanchi/UnCastelloDaSalvare.htm, http://www.lasecca.com/galleria/index.php/varie/I-resti-del-castello-di-Castrocucco-The-ruins-of-Castrocucco-castle-1 (foto).



Il castello di sabato 16 settembre




LAGONEGRO (PZ) - Castello

Nel periodo medievale, la cosiddetta "terra" di Lagonegro fece parte, della Contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto, principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagoniro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicato. L'11 agosto del 1498 il re Federico donò Lagonegro a Gaspare Saragusio, devoluta per ribellione di Guglielmo Sanseverino, la di cui figlia Giovanna la vendette poi a Vincenzo Carafa. Nel 1548 il Carafa la vendette a Giacomo Cossa col patto di retrovenderla. Nel 1550 il Vincenzo Carafa cedette il diritto di ricomprarla per ducati 5000 a Luigi Carafa, il quale, acquistò poi per ducati 20.000. I cittadini però nel 1559 si ricomprarono, divenendo così città demaniale. Del castello di Lagonegro oggi non rimane alcuna traccia. Dovette essere costruito dai Normanni, su una rupe denominata Castello, di forma quasi circolare, e quindi facente parte di un nucleo abitato più antico, che poi venne abbandonato durante il popolamento del nuovo borgo. Sui margini di questa rupe, infatti, furono costruite nel medioevo delle grosse mura di cinta, nel cui circuito vi erano altre torri semicircolari di cui due sono tuttora in piedi, mentre l'altra è completamente distrutta. Il castello sorgeva sulla vetta della rupe, ma dopo che nel 1552 i Lagonegresi pagarono con un riscatto la loro libertà, furono essi stessi a disperdere le tracce materiali del feroce dominio feudale e ad evitare che un nuovo barone si insediasse nella fortezza. I cittadini pensarono di abbattere fin dalle fondamenta il superbo e temuto palazzo del Barone, e non fu mai permesso a nessuno di fabbricare su quel suolo. L’area del palazzo rimase nei secoli come piazzetta pubblica e luogo di riunione e di passeggio, finché nel 1858 fu adattata a necropoli ed i sotterranei del palazzo furono utilizzati come sepoltura ed ossario comune. L’odio dei Lagonegresi verso la tirannia feudale era notoriamente triste: il più crudele fra tutti i signori di Lagonegro fu Gian Vincenzo Carafa. La tradizione vuole che il Carafa, feudatario del castello, in esso avesse riunito i più scellerati uomini della zona, per farsi aiutare nelle sue imprese e scorribande nel territorio e nella città, senza essere punito da alcuno. Tra i tanti uomini fedeli ed assassini si ricorda un certo Mangaretto “il basso”. Costui non solo angariava i poveri sudditi, ma fece costruire al centro del maestoso cortile del Castello, una specie di torre-vedetta, sulla quale era possibile guardare se nei dintorni vi fosse una pattuglia di cavalieri o poliziotti. Accadeva, però, che lo stesso Mangaretto si comportasse quasi da padrone del feudo, infischiandosene anche del Barone Carafa, che non poteva nulla contro la prepotenza del suo scagnozzo. Fu tanto l’odio e l’invidia del Carafa verso lo stesso Mangaretto il basso, che ideò uno stratagemma per ucciderlo. «Carissimo Mangaretto, vieni da me, che voglio regalarti una parte del paese, così che anche tu possa godere del mio regno per sempre». Lo fece sporgere dalla torre-vedetta e, in un attimo, scaraventò l’assassino che realizzò al tonfo un lago di sangue nero. Si dice che nel punto dove Mangaretto cadde nacque un roveto che nessuno è mai riuscito a togliere. Quando il castello venne abbattuto, i Lagonegresi circondarono il roveto con un circolo di novantadue pietre, cioè il numero dei delitti di Mangaretto il basso. Un’altra tradizione, però, riporta che in questo castello dimorò la famosa Monna Lisa, la famosa Gioconda dipinta da Leonardo da Vinci.




venerdì 15 settembre 2017

Il castello di venerdì 15 settembre






PERUGIA - Castello di Civitella d'Arna

La città, un tempo importante, vanta origine umbre anche se gli Etruschi furono i principali artefici del suo sviluppo, nel IV secolo a.C. Il nome originale Arna, in etrusco, significa "corrente del fiume", dovuto probabilmente al fatto che la città sorgeva tra due grandi corsi d'acqua, il Tevere ed il Chiascio (un piccolo torrente present a tutt'oggi è chiamato Rio d'Arno). Arna si sviluppò anche durante il periodo romano, tanto che intorno al VI secolo era sede vescovile. Il suo declino cominciò con le devastazioni portate dal passaggio delle orde barbariche di Totila e terminò con le lotte secolari fra Bizantini e Longobardi. Il massimo sviluppo urbanistico di Arna dovette attuarsi nei primi secoli dell’età imperiale sulla sommità del colle di Civitella, dove poi si insediò il castello, e sui ripiani orientali e meridionali. Le notizie storiche scarseggiano dopo il VI sec. d.C., la sua decadenza e scomparsa si possono far risalire al suo coinvolgimento nella guerra Gotica; trovandosi Arna nella scomoda posizione tra il Ducato Bizantino di Perugia e il Gastaldato longobardo di Assisi, infatti fu occupato da Teodorico il Grande (454 ca-526); e nel 726 venne distrutta da Liutprando (+ 744), re dei Longobardi, durante la campagna per la conquista dell’Esarcato. Nel 1059 papa Niccolò II (1058-61) donò a Bonizone, abate di San Pietro in Perugia, per la sua fidelitas i beni che la Chiesa Romana possedeva nel territorio, tra cui Civitella d’Arna e Pilonico Paterno. Nel 1209 fu assegnato in pegno ad Assisi per la pace stipulata tra il podestà perugino Pandolfo di Figura e il console Marangone. Ritornato sotto Perugia e aggregato al contado di porta Sole, nel 1282 era già classificato come castrum con ben 71 focolari (pari a circa 355 persone). Negli Annali Decemvirali del 1380 e nella coeva Rassegna di castelli e ville del Rione di Porta Sole compare con il toponimo “Villa Civitelle Arnis“, e come “Castrum Civitelle Arni“, a proposito di una visita pastorale di Giuliano Della Rovere nel 1571, alla cappella di S. Germano, presso il castello di Civitella. Nel 1381 fu conquistato dai fuoriusciti perugini, ma l’anno successivo ripreso con l’aiuto delle milizie assisane. Nel 1394 Barzo di Angelello di Nino Barzi, cittadino perugino, vendette alla città di Perugia la rata della Rocca di “Castel d’Arno” che era stata occupata alcuni mesi prima da Francesco Barzi. Nel 1494 fu assalito e depredato da Jacopo e Alessandro Fiumi di Assisi con la conseguente ritorsione da parte dei Baglioni di Perugia. Il 2 gennaio 1522 si radunarono nelle vicinanze del castello le milizie (circa 3500 uomini) di Malatesta IV e Orazio II Baglioni, figli di Giampaolo, intenzionati a riprendere il controllo di Perugia. A Civitella cominciarono le trattative con lo zio Gentile Baglioni (+ 1527) affinché la vicenda si risolvesse senza spargimento di sangue: nonostante la mediazione di Mario Orsini tutti i tentativi fallirono. Il 4 gennaio Perugia venne assalita, senza esito. La veemenza, il perpetuarsi degli attacchi e la paura di una sollevazione popolare indussero, però, Gentile e i suoi familiari a fuggire a Città di Castello ospitati da Vitello Vitelli (+ 1528) e da sua moglie Angela Rossi. Nel secolo XVII il castello fu per un lungo periodo il covo del bandito perugino Francesco II Alfani, morto a Cortona nel gennaio 1635 all’età di 72 anni. Da Civitella controllava il passaggio obbligato della strada Gualdo Tadino-Perugia commettendo delitti e rapine ai danni degli incauti viaggiatori: a lui vennero, infatti, attribuiti circa 78 omicidi. Imprigionato nella fortezza di Perugia e confortato dalla compagnia di Stratonica, figlia del carceriere, evase poco dopo e si rifugiò a Monte Santa Maria. Gli Alfani già dal 1441 possedevano estese tenute intorno a Civitella (oltre 80 ha) con Alfano, discendente del famoso giurista Bartolo da Sassoferrato. Nel secolo XVIII Civitella d’Arpa divenne residenza degli Azzi di Arezzo iscritti ai nobili collegi del Cambio e della Mercanzia. Nei primi anni dell’800 Ugo Maria degli Azzi, erudito di storia e filosofia, sposò una Vitelleschi e aggiunse al suo casato il cognome. Dagli Azzi Vitelleschi nel 1912 la proprietà passò a Francesco Paolo Spinola e nel 1955 all’ingegner Ubaldo Baldelli. Il castello (XIII secolo) è costruito su fondamenta di antiche cisterne romane, i cui resti sotterranei sono osservabili tuttora. Rimaneggiato più volte per ospitare i signori locali (i Sozi, i Degli Azzi Vitelleschi, gli Spinola, fino agli attuali proprietari, i Baldelli), conserva il bastione di ingresso e un bell'arco del XIV secolo. Un alto mastio guelfo con beccatelli spicca all’interno del castello, racchiuso da possenti mura dentro le quali sono stati ricavati nuclei abitativi. In buono stato anche due torri quadrate angolari, una delle quali funge da ingresso principale. Tratti di mura etrusco-romane sono ancor oggi individuabili nelle mura esterne. Altri link suggeriti: http://www.fotodiaries.com/italia/civitella-darna-e-il-dialetto-perugino/, https://www.youtube.com/watch?v=DYucB7k6-Sw (video di Mister Jack rosi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Civitella_d%27Arna, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-civitella-darna-civitella-darna-pg/,

Foto: la prima è del mio amico Claudio Vagaggini, scattata ieri 14 settembre sul posto, mentre la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-civitella-darna-civitella-darna-pg/

giovedì 14 settembre 2017

Il castello di giovedì 14 settembre






ORSARA BORMIDA (AL) - Castello

Per trovare la prima notizia certa di Orsara dobbiamo arrivare al 1155 quando papa Adriano IV, in un documento, conferma al capitolo acquese “quod habetis in Ursaria vel Ripalta”. Và però rilevato che il Dionisotti fa risalire la prima notizia sull’esistenza di Orsara al 1014: in un diploma di Arrigo I fra le terre donate dall’aleramico Ugone al monastero di Fruttuaria, si nominano i beni posseduti in Orsingo (Orsara Bormida secondo il Dionisotti) e Maleria (Molare). La Marca Aleramica fu istituita da Berengario II re del Regno Italico, nell’anno 950, assieme alle altre due Marche, la Arduinica e la Orbetenga, per tutelare i confini del suo regno. La marca Arduinica (o di Torino) si estendeva dal territorio piemontese (alto Piemonte) fino a Ventimiglia. La marca Orbetenga (o di Genova) partiva dalla Lombardia e comprendeva Tortona, genova, e la Ludigiana. La Marca Aleramica (o di Savona) partiva dal Po, comprendeva tutto il Monferrato e giungeva, fino alla fasci costiera compresa tra Savona e Albenga. Le tre Marche, attigue, dislocate ai margini del Regno Italico, presero il nome dai tre capostipiti Ardoino, Oberto, Aleramo ed erano, a loro volta, suddivise in più Comitati. Va innanzitutto precisato, che la Marca Aleramica fù suddivisa in tre Comitati: quello di Vado-Savona, quello di Acqui, quello del Monferrato. Orsara apparteneva a quest’ultimo Comitato; le sue vicende storiche sono quindi strettamente legate alle sorti dei potenti Marchesi del Monferrato. Il Saletta, storico del Settecento, produsse una monumentale rassegna manoscritta di tutti i paesi appartenenti al Marchesato del Monferrato. La descrizione di Orsara inizia nel seguente modo: "Nelle parti di Monferrato, oltre Tanaro, vi è la terra dell’Orsara tra li confini di Riualta, Streui, Morsasco, Montaldo e Castelnuovo. Era questo luogo dell’Orsara uno di quei feudi che anticamente li Marchesi Malaspina riconoscevano dall’alto dominio e superiorità di Monferrato nelli modi e forme di Morsasco, Grognardo e Cavatore e che dopo ne fù investita la famiglia de li Conte Lodrone". I Malaspina, probababilmente, non furono i primi signori di Orsara. Infatti nella biografia di San Guido (vescovo di Acqui dal 1034 al 1070), scritta dal Calceato nel secolo XII, si legge che Guido, nobile di Melazzo, divenuto Vescovo, donò alla sua chiesa molti beni e feudi, appartenenti alla sua famiglia. Tra questi ultimi, troviamo Orsara. Il paese fu feudo dei Signori Malaspina fino al 1530, poi passò come dote di Violante Malaspina ai conti Lodrone fino al 1598 ed infine ai conti Ferrari che ne mantennero l’investitura fino alla fine del feudalesimo e la proprietà del castello fino al 1922. Il castello, profondamente trasformato nel corso dei secoli fino a divenire da torre di avvistamento abitazione signorile, passò allora in proprietà del marchese Cesare Staglieno, poi dei Signori Capo, provenienti dall’Argentina e nel 1951 fu acquistato dagli attuali proprietari, signori Remondini di Genova. Il castello di Orsara è situato sulla cima del colle più alto del paese, a 295 metri sul livello del mare, in posizione dominante, dalla quale si scorgono case e strade digradanti e campagna coltivata prevalentemente a vigneti, cereali ed ortaggi. L'edificio, dall'esterno, si presenta caratterizzato essenzialmente da tre torri: quella più antica e di dimensioni maggiori, posta nella attuale zona residenziale, è la torre quadrata. Essa costituisce a tutt'oggi il maschio dell'edificio, notevolmente alta, in pietra con corsi e rinzeppi in mattoni e tracce di intonacatura è probabilmente stata modificata nella parte superiore. La copertura è a padiglione, non presenta tracce di apparato sporgente che è invece evidente su un'altra torre del castello, più bassa, a pianta ottagonale, coronata da una fitta serie di beccatelli. Tra le due torri si estende il corpo di fabbrica del castello, anch'esso in pietra con saltuarie tessiture in mattoni. La torre di dimensioni minori, di forma cilindrica, parte integrante della cinta di mura di protezione del castello, ebbe funzione di torre di vedetta. All'interno delle mura perimetrali del maniero, un esteso giardino su due piani ingentilisce il castello con prati, alberi secolari, ed aiuole fiorite. Il castello venne costruito nel XIII secolo, ampliato nel XV e trasformato in residenza signorile nel corso del XVII e XVIII secolo. Dall'inizio del 900 è di proprietà della famiglia Remondini di Genova che ha provveduto ad effettuare una profonda ristrutturazione degli interni, lasciati architettonicamente intatti ma resi accoglienti per una continuativa fruizione abitativa. Anche gli arredamenti risalenti al 500 e 600, sono rimasti intatti. Gli ambienti vari, molto particolari, denunciano la funzione di rappresentanza e di relazioni di una famiglia patrizia, come furono quelle dei vari proprietari. Il salone ospita un biliardo risalente al 700, pavimenti in maiolica, mobili e antichi quadri, come quello del cavaliere di Malta, molto particolare e allo stesso tempo bello da vedere. Nelle varie stanze sono presenti specchi di varia foggia e dimensioni, funzionali ad ingrandire gli ambienti. Al piano superiore le varie camere da letto, con sedie e mobili d'epoca intarsiati o dipinti sono arredate con letti elevati per miglior isolamento termico. Una stanza particolare è la biblioteca, insigne per la preziosa raccolta di libri storici su Orsara e sul castello stesso: come quelli sulle spese effettuate. La caratteristica particolare dell'aspetto storico/iconografico del maniero, è la successione di affreschi che documentano attraverso gli stemmi nobiliari, i proprietari avvicendatisi nel corso dei secoli, in qualità anche di feudatari del paese: i Malaspina, i Lodrone, i Ferrari. Nei sotterranei, i locali in passato adibiti a prigioni, ed oggi a cantine dei signori Remondini, attuali proprietari, si possono ammirare volte a botte ed a crociera, cunicoli, passaggi a scala ed a corridoio un tempo utili anche per emergenze o per segretezza di spostamenti ed oggi fruibili come accessi particolari dei locali naturalmente isolati da mura spesse in pietra. Fin dal 1196 l'azienda agricola è sempre stata legata all'immagine del castello, ed è stata rinnovata dagli attuali proprietari che hanno avviato un'attività di produzione di vini DOC, quali Barbera del Monferrato, Dolcetto d'Acqui, Brachetto, Chardonnay e Moscato. Altri link suggeriti: http://www.orsara.com/sito/, http://www.castellipiemontesi.it/pagine/ita/castelli/orsara_bormida.lasso, http://video.virgilio.it/guarda-video/il-castello-di-orsara-bormida_ms725131 (video), https://www.youtube.com/watch?v=g-v5oOhIa84 (video di roby allario).

Fonti: http://www.comune.orsara.al.it/il-comune/la-storia, http://www.comune.orsara.al.it/turismo-e-folclore/il-castello-di-orsara-bormida, http://www.monferratontour.it/it/risorsa/castello-di-orsara-bormida/470749fdc1ac285bc65ce25d91a4e9c4/24065aa18d05831e76cd35a12e276ecf/

Foto: la prima è presa da http://www.orsara.com/sito/img_gallery/visuale6_bassa_ris.jpg, la seconda è di livius2 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/338316/view

mercoledì 13 settembre 2017

Il castello di mercoledì 13 settembre




MALETTO (CT) - Castello o Torre di Fano

Le origini del piccolo comune etneo risalgono al 1263. Esso nacque per interesse di Manfredi Maletta, parente dell'imperatore Federico II di Svevia, che edificò su uno sperone roccioso un castello, di cui ancora si conservano i ruderi. Attorno al castello, poi a diverse riprese, venne edificato il centro abitato. Nel precedente periodo arabo-normanno, probabilmente la Rocca era stata già fortificata, con una sola torre, perché il luogo ben si prestava ad essere utilizzato come punto di avvistamento. Infatti all'origine il Castello era detto "Rocca del Fano", significando nel Medioevo il termine "fano", di origine araba, una luce emanata da un luogo di sorveglianza. Quindi già esisteva una torre con funzioni di avvistamento e segnalazione. Questa torre assunse  un'importanza militare, quando, appunto intorno all'anno 1263, venne maggiormente fortificata da Manfredi Maletta, conte di Mineo e di Monte S. Angelo in Puglia, fondatore della città di Manfredonia, assumendo da quel momento, sia il Castello che il feudo circostante il nome del suo signore, Maletta, poi divenuto Maletto o "Marettu" in termine dialettale. La fortificazione della torre del Fano da parte del Conte Manfredi, trasse origine da diversi fattori. Il primo e più importante senza dubbio fu dato dalla esigenza di costituire una difesa meridionale alla città di Randazzo. Questa città, che durante il periodo normanno era stata  un caposaldo politico-militare nella guerra di conquista della Sicilia da parte del Gran Conte Ruggero, vide crescere, negli anni successivi la sua importanza e ricchezza, fino a diventare, con gli svevi e poi con gli aragonesi, sede di soggiorno del re con tutta la corte al seguito, divenendo in tal modo la residenza degli uomini più potenti e ricchi del regno. Così, in quel periodo, la città fu fortificata con una cinta di mura dotata  di dodici porte ed otto  torri, di cui la principale è quella chiamata "Castello" che ancora esiste. Fu edificato il palazzo reale e vennero, inoltre, costruiti numerosi palazzi per le famiglie nobili, fra le  quali gli Omodeo e gli Spatafora, che furono signori di Maletto, e numerose chiese. Randazzo era stata schierata con i normanni, nelle guerre che li contrapposero al crudele imperatore Enrico VI di Svevia, che vincendo divenne re di Sicilia dal 
1194 al 1197. Alla sua morte seguirono anni di grandi turbolenze, di congiure e guerre per la 
successione, data la minorità del figlio, il futuro Federico II, che assunto il regno riportò la Sicilia alla grandezza del periodo normanno. Morto quest'ultimo nel  1250 seguirono altre guerre per la successione e nel 1258, il figlio illegittimo Manfredi si fece proclamare re di Sicilia, conducendo una campagna di sottomissione in diverse città, fra cui Randazzo, ove  nel 1256  lasciò come governatore lo zio Federico Lancia. Da ciò l'incarico a  Manfredi Maletta, cugino del re, nonché nipote dello stesso Federico Lancia, che oltretutto era  anche signore di Paternò e di altre terre della zona, per il matrimonio nel 1255 con Giacopina di Bonifacio, figlia di Nicolò. Un altro fattore fu costituito dalla posizione della rocca del Fano, dominante, dall'alto, la regia trazzera Termini-Giardini, l'importantissima strada che collegava Palermo a Messina, seguendo un percorso interno alla Sicilia e che a Randazzo toccava un crocevia  strategicamente importante e vitale per i trasporti, rendendo tale città ulteriormente potente per la  sua peculiare posizione. Il tratto di questa strada, che proveniente da Adrano conduceva a Randazzo, diventava ancor più trafficato ove  si considera che anche parte del traffico da Catania a   Messina attraversava il versante interno dell'Etna, ritenuto più sicuro o comodo rispetto alla via  costiera, allora inesistente e soggetta ad incursioni piratesche e ad assalti di fuorilegge e briganti. Anche tale ultimo aspetto fu determinante per 
la costruzione di fortilizi e presidi che garantissero un minimo di sicurezza nelle strade, 
continuamente sottoposte ad attentati e rapine. Lo stesso re  Pietro d'Aragona, più tardi, nel 1282, da Messina, sottolineava questo aspetto scrivendo ". . .ci sembra esacrando il ladroneggio di strada, per cui, violando lo stato pacifico del nostro regno, vediamo i mercanti ed i semplici cittadini soggetti non solo ad essere spogliati dei loro beni, ma anche a rischiare la loro vita. Spesso tali delitti 
rimangono impuniti e i delinquenti diventano recidivi, poiché si nascondono nei boschi 
dell'Etna e di lì balzano sui passanti, li assalgono e talora li uccidono. . .". Dunque, Manfredi Maletta, fortificò la Torre, ristrutturandola e rinforzandola, edificando la cinta muraria alta e munendola di una guarnigione; da semplice torre divenne un castello vero e proprio seppur piccolo. Il conte Manfredi frequentò poco il Castello di Maletto, in quanto impegnato nei grossi avvenimenti 
del tempo. Egli era infatti anche il regio camerlengo, (gran conte camerario ) cioè il Tesoriere del Regno e si trovò presente alla battaglia di Benevento nel 1266, ove il cugino re Manfredi fu sconfitto ed ucciso da Carlo d'Angiò e fu costretto a consegnare a quest'ultimo il tesoro reale. Rimasto fedele agli svevi, nel 1267 andò in Baviera, assieme ai Lancia e ad altri che non si rassegnavano al dominio francese, per sollecitare Corradino a riprendere la lotta. Ed ecco che fu di nuovo presente alla battaglia di Tagliacozzo nel  1268, ove anche questa volta gli svevi furono definitivamente sconfitti dagli angioini e a seguito della quale Corradino fu decapitato a Napoli. Dopo quest'ultima sconfitta, Manfredi fuggì a Venezia, dove insieme a Giovanni da Procida e ad altri esponenti del partito svevo preparò la  rivolta del Vespro Siciliano del 1282 contro gli angioini, morendo poi nel 1290. Probabilmente perché impegnato in questi avvenimenti e lontano dalla Sicilia, nel 1267, gli successe in Maletto e Paternò il figlio Manfredi II, ( è lo stesso Manfredi, non il figlio) che arresosi e consegnato il Castello di Paternò agli angioini senza combattere  nel 1299, venne accusato di ribellione e tradimento dal re Federico II d'Aragona, ed ebbe da questi confiscati tutti i beni. Nel 1282 finalmente scoppiò la rivolta del Vespro, abilmente preparata, contro la "mala signoria" dei francesi, con grandi stragi di questi ultimi. Anche alla Gurrida, vicino Randazzo, avvenne uno scontro armato con strage di francesi. Sicuramente anche il Castello di Maletto dovette insorgere contro gli angioini, come del resto tutta la Sicilia, ad eccezione del Castello di Sperlinga. In tale anno venne in Sicilia il Re Pietro d'Aragona, chiamato dagli insorti e rivendicando il regno quale erede per parte  della moglie Costanza, degli svevi. Sbarcò a Trapani con tutto l'esercito, incoronato re di Sicilia a Palermo il 10 agosto, attraverso la via interna, giunse a Randazzo l'8  settembre, ponendovi la propria base operativa contro gli angioini che assediavano Messina. Anche questa volta Randazzo fu in prima fila nella rivolta antiangioina schierandosi apertamente per gli aragonesi e aderendo al  movimento dei liberi comuni nel periodo da aprile a settembre 1282,  definito  "interregno", durante il quale la città elesse i suoi senatori che la governarono e che poi facendo atto di fedeltà a re Pietro furono nominati baroni: fra questi c'era Francesco Homodei, nobile fiorentino trapiantatosi a Randazzo, al quale furono concessi il feudo ed il castello di Maletto. A questi succedette il figlio Niccolò, che sotto il re Federico II di Sicilia possedeva anche i feudi di Frassino e Martini, intorno all'anno 1320. Questi avuta l'investitura feudale, trasmise la signoria feudale alla figlia Margherita, moglie di Benedetto di Antiochia. Durante tutta la guerra fra angioini ed aragonesi, che si concluse nel 1372, il Castello di Maletto svolse una importante funzione 
difensiva di Randazzo ed in favore degli aragonesi. E' appunto intorno alla seconda metà del 1200 che si formò un primo nucleo abitato costituito da misere case di legno e fango, attorno al Castello, popolato dai militari della guarnigione e dalle loro famiglie, da gente raccogliticcia della zona, pastori, boscaioli etc. , che però, nei primi decenni  del 1300 si dissolse, probabilmente per il venir meno della funzione militare del castello e per la mancanza di adeguate risorse economiche. Il feudo, nei primi del 1300 venne espropriato per un credito di onze cento da Simone Sabatino da 
Randazzo e acquistato nel 1344 da un altro Homodeo, il notaio Francesco, per onze 225, confermato dal re Ludovico e infine  il figlio di questi Simone, lo vendette  l'11 febbraio 1386, per onze 140 e con l'obbligo del servizio militare a Rinaldo o Arnaldo Spatafora sempre da Randazzo. Il castello, invece, era stato già donato dal re Federico d'Aragona, al fratello di Rinaldo, Ruggero Spatafora, Barone di Roccella, "in conseguenza di spese fatte senza delle quali non si sarebbe potuto custodire in difesa di Randazzo". Ruggero fortificò e ampliò ulteriormente il Castello, con la costruzione della cinta muraria più bassa, così da fargli assumere i caratteri di una residenza. Uomo d'armi e d'azione, incapace di restare inattivo a Maletto, Ruggero donò successivamente al fratello minore Rinaldo, il Castello, e questi, così  dal 1386, diede il nome della famiglia Spatafora al feudo e al castello, restando legata a Maletto sino al 1851, anno della morte dell'ultimo principe, Domenico Spatafora e Colonna. In questi 465 anni, gli Spatafora feudatari di Maletto furono 17 e sotto di loro Maletto fu abitato ed abbandonato tre volte; fu costruito il paese, attraverso le vicende storiche che lo portarono ad essere il paese dell'800 quale lo hanno ereditato i malettesi del secolo scorso. La famiglia Spatafora era originaria di Costantinopoli e venuta in Sicilia con Basilio, nobile della corte imperiale di Isacco Commeno, dividendosi poi nei tre rami di Randazzo, Messina e Palermo ed annoverando  personaggi illustri e potenti. Gli Spatafora feudatari di Maletto appartenevano al ramo di Randazzo e in quella città avevano un magnifico e munito palazzo nel quartiere S. Nicola. Il nome derivò dal diritto che aveva Basilio, Capitano delle guardie di Palazzo, (non quello venuto in Sicilia), di tenere  nuda la spada presso la corte bizantina. Da cui anche lo stemma così descritto: "di rosso, al braccio armato, tenente una spada, posta in sbarra, il tutto al naturale", fregiato col motto "Prodes in bello". Lo stemma degli Spatafora è stato adottato dal Comune di Maletto, al quale è stato ufficialmente riconosciuto. Rinaldo Spatafora, sposando prima Granata Castagna e poi Costanza dei Castelli, divenne anche feudatario di Cutò, Michinesi e Cachono, aumentando così la potenza e il prestigio della sua famiglia. Di Maletto però ebbe il semplice possesso, perché non fu mai investito del feudo anche se lo richiese. Per tutto il 1300 e per i primi decenni del 1400 Maletto non fu popolato da abitanti e il Castello venne usato come dimora dagli Spatafora, nelle rare volte che venivano a Maletto, e dai loro amministratori del feudo. La situazione cambiò a partire dal 1420 quando, morto Rinaldo, gli succedette Gerotta o Ruggerotto o Gutterrez o Gurretta Spatafora, che s'investì del feudo e del Castello il 20 giugno dello stesso anno. L'investitura definitiva avvenne nel 1449 con decreto spedito da Napoli dal Re Alfonso d'Aragona, detto il Magnanimo. L'investitura del feudo di Maletto, la prima degli Spatafora, fu effettuata secondo il "more francorum", all'uso francese, cioè col diritto di successione al solo figlio maggiore maschio e in forma larga. Col medesimo decreto Gerotta ottenne altresì la "licentia populandi", ossia la facoltà di radunare gente di ogni fede e religione per l'abitazione del sito col diritto d'armi, ossia l'obbligo del servizio militare da fornire al re. Ottenne ancora il "regio placet" a costruire la terra di Maletto, cioè ad edificare un borgo per gli abitanti. Infine il re gli accordò la "facultatem. . . hominem mutilandi et occidendi et moero mixto imperio", vale a dire la facoltà di torturare e giustiziare gli abitanti del feudo e la giurisdizione civile e penale su tutto il territorio. Per effetto dell'investitura ricevuta, Gerotta Spatafora durante la metà del 1400 cominciò a costruire il borgo di Maletto, nel quale si raccolse per la seconda volta un'esigua popolazione che diede vita ad una comunità contadina, che però a seguito delle precarie condizioni economiche, aggravate da una forte carestia che afflisse tutta la Sicilia, alla fine del secolo si disperdette per la seconda volta. Gerotta Spatafora fu Barone  di Roccella; giurato di Randazzo nel 1436/37 e Capitano nel 1460 e personaggio di  primo piano della città per  le importanti cariche politiche rivestite e per i vasti feudi  posseduti. E'  il fondatore nel 1470 grazie ad un suo legato testamentario, dell'Ospedale "per gli infermi, i poveri e i miserabili", ancora oggi funzionante. Già nel 1425 concedette ai randazzesi il diritto di legnatico nel grande bosco di Maletto, che venne altresì dato in "arrendamento", cioè in appalto nel 1460 a Vinicio Romeo, la cui famiglia rimase arrendataria di tale bosco fino agli inizi del 1800. Dichiarato ribelle, successivamente, gli vennero sequestrati tutti i beni, tra i quali il feudo ed il castello di  Maletto. Non avendo avuto figli, Gerotta con testamento del 2 novembre 1470 nominò eredi i nipoti Salimbene e Giovanni, figli del fratello Antonio Spatafora, che nello stesso anno ottennero la restituzione del possesso di Maletto. Il cinquantennio che va dal 1420 al 1470, durante il quale fu signore di Maletto Gerotta, fu un periodo fondamentale per l'origine di Maletto, in quanto in questi anni venne concessa l'autorizzazione alla costruzione del borgo e il suo popolamento, nonché l'esercizio della giustizia civile e penale, elementi questi che seppure perfezionatisi nel secolo successivo, costituirono i presupposti indispensabili per la futura esistenza di Maletto. Il castello fu distrutto parzialmente dal terremoto del 1693 e poi abbandonato. La cresta su cui sorge il castello si presenta scoscesa e inaccessibile da sud, mentre verso nord degrada piu dolcemente verso la base. Proprio da questo lato, ai piedi del castello è situato l'abitato di Maletto, in origine probabilmente solo un villaggio di capanne, che nello sviluppo contemporaneo ha circondato invece per intero la rocca. L'abitato presenta un impianto regolare con isolati rettangolari che nel suo nucleo originario può farsi risalire agli inizi del secolo XVI, quando Giovanni Michele Spatafora costruì nell'isolato più centrale il palazzo feudale cui era annessa la cappella di San Michele. Dato lo stato dei resti murari, qualunque lettura architettonica risulta parziale ed insoddisfacente. Sono comunque individuabili almeno tre diverse fasi costruttive. Quella relativa alla costruzione, con tratti di muro rettilinei, sulla parte più elevata della cresta rocciosa di almeno tre diversi esigui ambienti, fra loro adiacenti ed allineati, probabilmente risalenti alla fondazione del castello avvenuta nel 1263. Fra questi ambienti quello centrale presenta i resti di quella che forse era una soglia con cardine ligneo (verso sud) e, sulla parete opposta, di un vano a pianta trapezoidale voltato, con i resti degli alloggiamenti delle travi di un armadio o forse di una porta. Adiacente a questo possibile accesso, il terzo ambiente è identificabile come la base di una torretta a base quadrangolare. Le murature, in pietrame lavico con inserimento di scaglie di laterizi e la presenza regolare di fori pontai, sono di ottima fattura. Il resto della sommità è occupato verso sud da una esigua spianata delimitata dallo scoscendimento naturale delle rocce verso ovest e solo verso sud-est da due tratti rettilinei di muro di qualità inferiore a quelli appena descritti o comunque in peggiori condizioni e con segni di rifacimenti. Il castello è allo stato di rudere e la stessa cresta rocciosa presenta problemi di stabilità.

Fonti: http://www.comune.maletto.ct.it/maletto_storia/le_origini.aspx, https://it.wikipedia.org/wiki/Maletto, http://www.icastelli.it/it/sicilia/catania/maletto/castello-di-maletto, https://izi.travel/it/2a60-castello-di-maletto/it

Foto: la prima è presa da http://www.visitsicily.info/la-via-dei-castelli-delletna/, la seconda è presa da http://www.etnanatura.it/news/?p=1786