mercoledì 30 novembre 2011

Il castello di mercoledì 30 novembre



SERRACAPRIOLA (FG) – Castello D’Avalos-Maresca

Il primo documento storico in cui si hanno notizie del castello risale al 1045 ed è un atto di donazione con cui Tesselgardo, conte di Larino, cedeva al monastero di Tremiti la città di Gaudia o Civita a Mare. La donazione fu fatta proprio "intus in Castello de Serra". Il castello appartenne per lungo tempo ai Benedettini dell’abbazia di Tremiti. Divenne in seguito feudo di diverse potenti famiglie: gli Sforza, i Guevara, i Gonzaga, i D’Avalos e i Maresca, i cui discendenti sono gli attuali proprietari. Prima di pervenire a quest'ultima famiglia, però, Serracapriola venne attaccata e distrutta dai Turchi nel 1566. Il castello era munito di un ampio e profondo fossato (oggi esistente solo sul lato occidentale) e di un ponte levatoio di legno. Ai quattro angoli presenta torrioni cilindrici decorati con archetti e beccatelli di origine lombarda, che furono edificati nel corso del secolo XVII. Retaggio della oscura epoca baronale, il castello ha origini molto più antiche, essendosi man mano sviluppato attorno al corpo della torre ottagonale con pianta a stella, sorta come postazione di vedetta militare (Federico II ne fece uno degli elementi del suo sistema difensivo nell'asse Termoli-Serracapriola-Lucera) e databile intorno al 1019. Alla sommità della torre si accede per una scala a chiocciola di magnifica fattura, con gradini in immarcescibile legno, che resiste da secoli all'acqua e alle intemperie e così stretta da potervi salire una persona per volta. La torre venne poi inglobata in un edificio risalente alla prima metà del secolo XVI, al quale, nel secolo XVIII, se ne aggiunsero altri destinati al corpo di guardia e alla servitù. Il piano inferiore, tuttora abitato e in buone condizioni di mantenimento, è ricco di ampi saloni (notevole è la cosiddetta "Sala del Trono") e camminamenti che scorrono lungo il perimetro del castello e che danno all'esterno su panorami che si estendono a perdita d'occhio e all'interno su un bel cortile in pietra, pulito e luminoso. Sul corridoio meridionale, in corrispondenza di una finestra murata ben visibile dall'esterno, si apre una cappella con un piccolo altare, la cui creazione è legata ad un triste fatto di cronaca accaduto intorno al 1716, quando padrone del castello e del feudo di Serrracapriola era un signorotto di nome Giovanbattista, figlio naturale di Cesare Michelangelo D'Avalos-D'Aragona. All'interno del cortile, cui si può accedere per due porte poste una a nord e l'altra a sud, si trova un'ampia e profonda apertura che la fantasia popolare ha definito "il Trabocchetto" e che a tutt'oggi non ha trovato la sua ragion d'essere, non essendo mai stato esplorato per via della scarsa circolazione dell'aria, molto rarefatta e malsana. Anche il castello, come tutti gli edifici del paese, subì la furia del disastroso terremoto del 1627 e fu perciò ricostruito in più parti.

Il castello di martedì 29 novembre



SPECCHIA (LE) – Castello Protonobilissimo-Risolo

Situato nel centro storico del paese, è un bell’esempio di struttura fortificata tardo-medievale costruita in tufo, impasto di calce e terra rossa locale (vogli), e trasformata, nel corso del Seicento e del Settecento, in palazzo gentilizio. La sua possente struttura quadrangolare delimita su un lato la Piazza del Popolo, il centro della città salentina, dichiarato alcuni anni fa come uno dei cento borghi antichi più belli d’Italia. Il castello venne costruito sul luogo di un precedente fortilizio, distrutto assieme alle mura tra il 1434 e 1435 ad opera di truppe alleate di Luigi III d'Angiò e guidate da Giacomo Caldora contro il barone locale Giacomo del Balzo. Proprio i Del Balzo provvidero al nuovo incastellamento di Specchia. Inizialmente, il Castello Risolo era una struttura isolata, successivamente fu poi congiunta ad altre costruzioni. In seguito fu possesso dei Di Capua, dei Gonzaga, dei Branda e dei Trani. Nonostante i numerosi rimaneggiamenti, solo nel corso del XVIII secolo, la famiglia Protonobilissimo, che in quel periodo deteneva il possesso del castello, trasformò definitivamente la struttura in palazzo, nonostante siano ancora visibili almeno due torrioni quadrati. Proprio Desiderio Protonobilissimo, principe di Muro Leccese, e la moglie Margherita Trane, detentrice del feudo di Specchia dopo la morte del padre Ottavio, sono rappresentati nelle due statue che, assieme allo stemma nobiliare della famiglia, sovrastano il bel portale in bugnato dal quale si accede alla corte interna del castello. Un attento restauro ha garantito la fruizione e conservazione del palazzo, che oggi in parte ospita una struttura alberghiera. Per approfondire, consiglio la visita al seguente link : http://www.specchia.it/Testo-1.asp?Progr=1433

lunedì 28 novembre 2011

Il castello di lunedì 28 novembre



SAN GIOVANNI IN CROCE (CR) – Villa Medici del Vascello

Un primo castello a San Giovanni è segnalato nel 1264, quando la famiglia Ermenzoni lo vendette a Buoso da Dovara. Il maniero fu rinforzato nel 1341-45 da Bernabò Visconti e poi distrutto nel 1406 da Cabrino Fondulo, Signore di Cremona, il quale fece subito erigere da Maffeo Moro un più grande castello, completato nel 1407, probabilmente riutilizzando il basamento, e forse anche parte delle strutture, delle torri dell'edificio più antico. Lo scopo di tale fortilizio era di garantire il controllo sulla Provincia Inferiore del Cremonese in un luogo a metà strada tra Cremona e Mantova, all’incrocio tra le strade che portano a Parma, Mantova, Brescia e Cremona. In origine il maniero aveva forma quadrangolare con una torre ad ogni angolo, e le torri, quadrate, erano fornite di merlatura ghibellina a coda di rondine per garantire il riparo dei soldati. Nella seconda metà del '400, dopo il passaggio al ducato di Milano, venne meno la sua vocazione difensiva, e cominciò il processo di trasformazione in villa, al termine del quale l’edificio assunse le forme attuali. Ciò avvenne a partire dal periodo in cui fu la dimora di Cecilia Gallerani, la celebre Dama con l'ermellino ritratta da Leonardo da Vinci (dipinto conservato a Cracovia presso il Museo Czartoryski), amante di Ludovico il Moro e moglie del Conte di San Giovanni in Croce Ludovico Carminati, al quale era stato concesso il castello dagli Sforza. La vasta loggia a serliane sul lato meridionale risale al tardo XVII secolo, voluta dal Marchese Francesco Cesare Soresina Vidoni, mentre l’ampliamento del fronte settentrionale della rocca mediante l’inserimento di due grandi ali rettangolari che inglobano le torri difensive, e di un’ampia corte con una scalinata che conduce al giardino, è documentata in una mappa del 1782, periodo in cui apparteneva ancora ai Marchesi Soresina Vidoni, che furono dunque i principali artefici della trasformazione dell’edificio. Dell’originario fortilizio quattrocentesco si conservano la scarpa di base e le torri angolari merlate nel fronte meridionale. Nel XX secolo la villa vide il susseguirsi di varie proprietà nobiliari fino ai Medici del Vascello, e non fu più stata abitata dal 1945. Dal 2002 è di proprietà del Comune di San Giovanni in Croce, che lo ha acquistato ad una cifra vicina ai 3 miliardi di lire. La villa ha un favoloso parco nella parte retrostante, la cui realizzazione è attribuita a Giuseppe Antonio Vidoni-Soresina, principe nel 1817 per volontà di Francesco I d'Austria. Si tratta di un tipico esempio di giardino romantico all’inglese, di cui non si conosce il progettista, anche se le attribuzioni parlano dell’architetto Luigi Voghera, e con maggiore probabilità, del pittore Cremonese Giovanni Motta, per quanto riguarda le decorazioni. Nel parco, esteso per circa 105.000 m2, trovano collocazione, oltre che essenze vegetali di alto pregio, edifici e paesaggi esotici e storici: un lago dove si svolgevano memorabili regate, rovine gotiche, una pagoda cinese, un tempio indiano, una capanna olandese e un tempietto dorico con pronao tuscanico tetrastilo, oltre a “rovine” di gusto neogotico, un padiglione giapponese e un padiglione rinascimentale. Degna di nota è anche la garzaia (unica nella provincia di Cremona e una delle rare garzaie urbane d’Italia) abitata da circa 50 coppie, tra airone cenerino, garzetta e nitticora.

sabato 26 novembre 2011

Il castello di domenica 27 novembre



VIAREGGIO (LU) – Torre Matilde dei Lucchesi

E’ di origine cinquecentesca ed è impropriamente detta "Matilde" perché erroneamente attribuita alla duchessa Matilde di Canossa, morta a Mantova nel 1115. Situata sulla sponda destra del porto-canale Burlamacca, è stata il fulcro della vita mercantile e cantieristica locale ed è uno dei pochi edifici di rilevanza storica presenti nella città. Venne costruita tra il 1534 e il 1542 dal governo lucchese per proteggere l’unico sbocco al mare dei suoi territori e per difendere il nascente borgo e i magazzini portuali. Furono impiegate per la sua costruzione bozze di pietra squadrata che si potevano ricavare dalla parziale demolizione del vecchio castello costruito nel 1172. Per finanziare i lavori fu stabilito di tassare, per sei anni, con alcune gabelle straordinarie, le merci che giungevano a Viareggio. Dalla sua sommità si salutò con colpi a salve l'arrivo dell'imperatore Carlo V, che sbarcava a Viareggio per incontrare a Lucca un emissario di papa Paolo III tra il 12 e il 18 settembre del 1541. La costruzione era terminata nel 1542 e nel 1544 vi si aggiunse un muro di fortificazione del borgo di Viareggio, sorto intorno all'approdo. Vi fu insediata una guarnigione di quindici uomini. Nel 1546-1549 vi fu costruita accanto la residenza del "commissario di spiaggia", incaricato del controllo sul borgo e sul movimento delle merci. La residenza era collegata alla torre per mezzo di un loggiato. All'inizio del Seicento la torre fu soprelevata con l'aggiunta di un campanile - rimosso nel dopoguerra - che ospitava due campane. Dopo il 1703 sulla sommità della torre fu installato anche l'orologio pubblico già collocato sulla facciata del palazzo del Commissario, per il funzionamento del quale ogni famiglia viareggina era assoggettata al pagamento di una tassa annua. Nel 1748 fu disposto che tale servizio pubblico fosse assicurato dai soldati di stanza nella torre. Frattanto la linea di costa era ulteriormente avanzata e la torre aveva perso la sua efficacia di difesa portuale, cosicché nel 1788 fu costruito un secondo fortilizio alla foce del canale. Il 15 aprile del 1780, durante una bufera molto violenta, la torre venne colpita da un fulmine, che uccise un soldato di guardia, ma risparmiò il vicino deposito della polvere da sparo. In ringraziamento per lo scampato pericolo venne istituita la festa del "Voto del comune", soppressa nel 1808 e ripristinata nel 1821, che si tiene proprio il 15 aprile di ogni anno. Persa la sua rilevanza difensiva, la torre fu adibita a funzioni di allerta - mediante il suono delle campane, colpi di cannone, fumate o l'innalzamento di una bandiera giallo-nera - in caso di avvistamento di navi nemiche o di segnalazione di incendi, oppure di adunata della popolazione in occasioni di pubblico interesse come le vaccinazioni di massa. Dall'inizio dell'Ottocento in poi fu impiegata come carcere e, dal 1810, ospitò un telegrafo. Nel 1813, gli inglesi sbarcarono a Viareggio e occuparono Lucca per ritirarsi nuovamente sulle navi in seguito all'arrivo dei francesi, senza che la guarnigione della torre potesse opporre alcuna resistenza. Il comandante Ippolito Zibibbi fu condannato a morte, con pena poi tramutata nel carcere a vita, a causa della mancata difesa. L'episodio evidenziò la scarsa efficacia della torre quale presidio militare e rimase infatti solo come carcere. Con l'elevazione di Viareggio al rango di città per iniziativa della duchessa Maria Luisa di Borbone, fu costruita la "darsena vecchia" e si dette avvio a un intenso sviluppo edilizio, che impiegava non solo i detenuti della torre, ma anche forzati esterni che nella torre trovavano alloggio. La torre rimase luogo di detenzione sino alla seconda guerra mondiale. Oggi, riaperta al pubblico dopo i restauri avvenuti tra il 1970 e il 1980, è un contenitore culturale, prevalentemente destinato ad ospitare eventi ed esposizioni temporanee. L’edificio si articola su tre piani costituiti da vani voltati, con sottostante cisterna interrata e terrazza di copertura. I vani - di misure variabili tra i 7,70 m e i 8,90 m per un altezza di circa sei metri al culmine della volta - sono collegati da una scala in ferro e da pozzetti centrali per il rapido trasferimento di materiali.

Il castello di sabato 26 novembre



MONTELIBRETTI (RM) – Castello Barberini

Sorge alle propaggini dei Monti Sabini, alla sinistra del Tevere; castello medioevale, oggi palazzo baronale, difeso da quattro bastioni, sorto sul posto di un antico fortilizio detto dapprima Mons Brictorum, poi Mons Aliperti, ed infine Monte Libretti. Inserita nel ducato Longobardo di Spoleto, dal VII secolo passò sotto l’amministrazione dell’abbazia di Farfa; dal Mille fu feudo della famiglia romana dei Crescenzi ma forti furono i contrasti con Farfa, così che intorno al 1058 il loro castello venne attaccato e distrutto dalle truppe normanne, accorse dall’Italia meridionale in aiuto di papa Niccolò II che era sceso in guerra con i Crescenzi, contrari alle alleanze tra le abbazie di Farfa e Montecassino. Due anni dopo, nel 1060, lo stesso papa confiscò il castello di Montelibretti alla famiglia Crescenzi per donare l’intero feudo ai più fedeli Conti D’Aquino, famiglia di origine longobarda. A seguito delle complesse vicende seguite ai patti stabiliti nel concordato di Worms del 1125 tra l’imperatore ed il papa, le sorti del paese e del castello si trovarono al centro di dispute militari e rivendicazioni di possesso della potente abbazia benedettina di Farfa. Nel 1156 il castello venne cinto d’assedio dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa. Nel Duecento la Chiesa, tornata in possesso del feudo di Montelibretti, vendette il castello alla famiglia romana dei Margani che a loro volta nel 1337 lo cedettero agli Orsini, che lo unirono ad altri 6 feudi formando un vero stato. Nel 1400 nella rocca papa Bonifacio IX creò abate commendatario dell’abbazia il nipote, cardinale Carbone Tomacelli, insediandolo, d’accordo con gli Orsini, nella Rocca di Montelibretti. Il Quattrocento vide nuovamente legati indissolubilmente gli Orsini, Signori del castello, con le sorti dell’abbazia di Farfa. Il predominio degli Orsini terminò solamente nel 1503 con lo sterminio da parte di Cesare Borgia, poi divenuto papa Alessandro VI, degli Orsini di Gravina e conseguente confisca dei loro beni. Soltanto con la morte dei Borgia gli Orsini poterono tornare in possesso dei loro feudi, solo a patto di acconsentire, nel 1504, al volere di Papa Giulio II riguardo la nomina di un Della Rovere (la famiglia del Pontefice) ad abate di Farfa. Nel 1559 ebbe la nomina cardinalizia il signore di Montelibretti Flavio Orsini, che, qualche anno dopo, sarà il promotore della fondazione del paese vicino a Monteflavio (1565). Nel 1644 l’intero feudo fu venduto al nipote di papa Urbano VIII, Taddeo Barberini, che però dovette fuggire in esilio in Francia fino al 1656 per scampare agli arresti decretati da papa Innocenzo X Pamphilj. Il cardinale Taddeo, tornato in Italia, prese possesso del feudo nel 1657 e poco dopo iniziò la radicale trasformazione del vecchio castello medievale in un più comodo e confortevole palazzo residenziale. Tale ristrutturazione interessò soprattutto alcuni degli ambienti interni del castello, lasciando invece quasi del tutto inalterata la struttura esterna, dove ancora oggi sono chiaramente visibili le vecchie murature di difesa con torrioni, sormontate da arcatelle pensili su beccatelli. Fu innalzato il muro a scarpa del lato ovest del recinto, racchiudendo due delle torri perimetrali e lasciando libero lo sperone esterno. Con l’estinzione della linea maschile dei Barberini, Montelibretti passò prima a Urbano Colonna, poi agli Sciarpa, fino all’ultimo principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarpa. Nel 1900, dopo lo scandalo della Banca Romana, il Castello fu venduto ad una famiglia del luogo, mentre l’annessa tenuta fu acquistata dallo stato ed altri 1300 ettari di terreno ceduti ad acquirenti privati. Il castello si presenta oggi al visitatore come una struttura compatta, alta e priva di aggetti. Emergente dal lato nord della cinta, la più importante delle torri perimetrali, appare in buono stato di conservazione soprattutto per i recenti restauri che ne hanno ripristinato la copertura a falde. Alla fine del XVI sec. fu infatti aggiunto in altezza un blocco a pianta rettangolare che dava la possibilità di controllare dalla torre anche i camminamenti interni.

venerdì 25 novembre 2011

Il castello di venerdì 25 novembre



SAN VINCENZO VALLE ROVETO (AQ) - Castello Piccolomini in frazione Morrea

Edificato dai Piccolomini sul finire del ‘400, costituisce un bell’esempio di rocca rinascimentale marsicana insieme con quelle di Balsorano, Scurcola, Avezzano e Ortucchio. Di esso rimangono notevoli resti del recinto con bastioni semicilindrici sugli spigoli e torre-mastio interna: si notano risistemazioni esterne settecentesche e, nell’interno, interventi successivi al terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915, in seguito al quale nella fortezza crollarono i solai e una torre. L' antico maniero è stato per molti secoli, oltre che residenza estiva dei signori dell'epoca, anche sede di un'importante guarnigione militare, pronta ad intervenire in caso di difesa del paese e della sottostante vallata, grazie anche ai camminamenti che lo collegavano al borgo abitato. Come ogni castello medioevale, anche quello di Morrea è avvolto da leggende: streghe, fantasmi e macabre apparizioni lo rendono ancora oggi misterioso e affascinante. Nel medioevo Morrea viene citata a più riprese dagli storici. Nel 1234 vi venne istituito il Giustizierato d'Abruzzo. Nel 1415 fu nominata nelle lotte per il suo possesso fra le famiglie principesche romane, gli Orsini e i Colonna, che se la contesero per la sua importante posizione strategica. In seguito passò sotto la dominazione del Re di Napoli. Nel 1489 la Baronia di Balsorano, comprendente anche Civita d'Antino e Morrea, divenne possesso della famiglia Piccolomini a seguito del matrimonio di Antonio Piccolomini, nipote di Papa Pio II e di Maria, nipote di Ferdinando re di NapoIi. Dopo il sisma sopra citato, il castello, danneggiato, andò in rovina ma fu comunque scenario di episodi bellici come nel 1944 quando venne attaccato da una squadra tedesca. Nel blitz cadde prigioniero il diciannovenne Giuseppe Testa, capodistaccamento di Morrea della Brigata partigiana Marsica. Torturato per 50 giorni, rifiutò di rivelare il luogo dove erano nascosti i fuggiaschi. Venne fucilato ad Alvito l'11 maggio 1944. Purtroppo il mancato intervento delle autorità preposte al recupero artistico di un'opera cosi importante per la storia della zona, e la mancanza di una adeguata manutenzione, hanno ridotto in cattive condizioni l’edificio, oggi assai degradato.

giovedì 24 novembre 2011

Il castello di giovedì 24 novembre



NIMIS (UD) – Castello in frazione Cergneu

Sorto forse su una precedente difesa romana, nel 1170 fu donato al patriarca d'Aquileia da Voldarico marchese di Toscana, , discendente da una famiglia di principi bavaresi. Nel secolo successivo, la giurisdizione passò ai signori di Savorgnano: i figli di Corrado, Detalmo e Pietro, acquisirono il predicato dal nuovo feudo cui si unirono, nel Quattrocento, quelli di Brazzà Inferiore e Superiore; nel 1491 i di Brazzacco vennero infeudati del castello di Cergneu. Nel Cinquecento quest’ultimo risultava già abbandonato e in rovina, probabilmente per i danneggiamenti riportati a seguito della guerra tra Venezia e l'Impero ma forse anche per i disordini del giovedì grasso del 1511 e per il terremoto dello stesso anno. La posizione alquanto elevata e l'ormai decaduta importanza strategica, ne decretarono il successivo abbandono. La struttura fortificata è costruita sopra un ampio terrazzamento in origine circondat o da un fossato. La parte più antica è costituita dai resti murari della torre mastio quadrangolare (metri 9 x 11) che conserva finestre, feritoie e porta d’ingresso; all’interno si nota la suddivisione in quattro piani. Addossata alla torre vi è la domus residenziale risalente al Trecento. I resti, ancora imponenti con parte della cortina, si raggiungono percorrendo l'antica stradina castellana (con parti dell'originale lastricato) attraverso la selva. Si vedono ancora i tracciati (ora in scavo e restauro) dei diversi edifici che erano racchiusi dalle possenti mura. Prima del castello, superato un suggestivo ponticello, si trova la chiesetta dei Santi Pietro e Paolo (in origine Santa Maria Maddalena), fondata nel 1323 da Pietro, Giovanni e Corrado di Cergneu. I resti del castello appartengono tuttora ai discendenti degli ultimi proprietari ed è stata proprio Rossella di Brazzà l’architetto che ha dato il primo impulso ai lavori di scavo iniziati nel 1999 e proseguiti fino al 2006, grazie ad un finanziamento Obiettivo 2 di 250 mila euro, che hanno permesso di mettere in luce l’intera struttura planimetrica del castello.

mercoledì 23 novembre 2011

Il castello di mercoledì 23 novembre



BARREA (AQ) – Castello Di Sangro-Caldora

E’ un vero e proprio bastione difensivo che si trova nella parte più alta di Barrea, edificato con la precisa funzione urbanistica di presidiare il sottostante borgo abitato, rendendolo praticamente inespugnabile. Il suo ingresso è raggiungibile dalla Porta di Sopra percorrendo Corso Duca degli Abruzzi per circa 50 metri, girando a destra per via Castello e continuando in salita fino al termine della via (altri 50 metri circa). Della struttura originaria rimangono un torrione a pianta quadrata e una torre a pianta circolare collegate da mura che nel complesso definiscono un perimetro fortificato avente pianta irregolare con terrazzamenti su vari livelli a seguire la morfologia del sito. Le origini e le vicende iniziali della struttura non sono del tutto note. È probabile che sia stata costruita dai primi feudatari di Barrea, appartenenti al casato dei Di Sangro. Le prime notizie certe provengono dal Catalogus Baronum che cita come feudatario di Barrea il conte Simone (di Sangro), vissuto tra il 1140 ed il 1160. Quindi, è verosimile che il castello sia stato costruito la prima volta tra l’XI° e il XII° secolo e che fosse limitato ad una struttura avente funzione difensiva e di avvistamento situata dove oggi si trova la torre “quadrata”, che costituisce la parte più antica del castello e occupa una posizione strategica sulla sommità dell’altura sulla quale si è sviluppato il nucleo storico del paese. È noto che intorno al 1230 il castello di Barrea fu distrutto dal cardinale Giovanni Colonna e Giovanni di Brienne che guidavano le truppe papali nell’ambito della guerra tra papa Gregorio IX e l’imperatore Federico II, nella quale i Di Sangro erano evidentemente rimasti fedeli all’imperatore. In seguito alla distruzione a opera dell'esercito pontificio, il castello fu riedificato, o solo ripristinato (non è nota l’entità dei danni), sulla stessa sede, probabilmente riutilizzando i resti della struttura precedente. A riedificare il castello furono forse ancora i Di Sangro. Nel XV° secolo, era feudatario di Barrea Giovanni Caldora, appartenente ad una famiglia di origine francese arrivata in Italia con gli Angioini. Il Caldora ampliò il castello aggiungendo la torre “rotonda” in posizione tale da controllare la Porta di Sopra, il principale dei due accessi al paese. Il castello, insieme alla cinta di case mura del paese, svolse la sua funzione difensiva fino alla seconda metà dell’ottocento e fu più volte restaurato, soprattutto quando la sicurezza del paese fu messa in pericolo da minacce esterne come invasioni e brigantaggio. Da un documento dell’archivio comunale, risulta che nel 1812 “[…] per essersi approssimati i briganti che minacciavano di invadere questo nostro paese…” l’allora sindaco Crescenzo Scarnecchia, a spese del comune, ne faceva restaurare le mura. Il complesso passò poi di mano in mano, resistendo a guerre, terremoti ed incuria fino ad essere acquistato nel 1864, ad Unità d’Italia avvenuta e con le lotte del brigantaggio al loro culmine, dalla famiglia Di Loreto, in quanto le finanze comunali non consentivano lavori di manutenzione o restauro. Negli anni seguenti la struttura degradò non poco se Emidio Agostinone, agli inizi del ‘900, così la descrisse: “[…] Ora è in gran parte rovina; ma i tronconi che ne restano ritti e gli arbusti che vi allignano donano una visione assai pittoresca.” Nel secondo dopoguerra, i proprietari restaurarono parzialmente il castello e lo aprirono al pubblico, soprattutto nel periodo estivo. Dalla fine degli anni sessanta fino al 1984 la struttura fu più volte utilizzata come sede di mostre e concerti. Il terremoto del 1984 danneggiò seriamente il maniero, reso inagibile per anni. Nel 2006, la struttura è stata finalmente acquisita dal Comune e destinata a ospitare eventi culturali secondo un progetto di recupero conclusosi nel 2010 con la riapertura al pubblico del Castello. Nel corso di una partecipatissima e solenne cerimonia pubblica, il 24 luglio 2010, il Sindaco ha riaperto le porte dell’imponente complesso che, da oltre un millennio, domina uno dei paesaggi montani più suggestivi dell’intero Appennino.

martedì 22 novembre 2011

Il castello di martedì 22 novembre



TEGLIO (SO) - Torre "de li beli miri"

Situata sul dosso a sud del paese, in posizione dominante, costituisce il simbolo stesso di Teglio. Rappresenta l'unico resto di un castello medievale distrutto da ripetuti attacchi e incendi ed eretto sul luogo in cui in precedenza si trovava un castello di fondazione romana. In posizione strategica, ebbe, forse, fin dal tempo delle invasioni barbariche, una funzione di avvistamento e segnalazione. Poggia su un naturale basamento di roccia, presenta una pianta quadrata ed è costituita nella parte inferiore da grossi massi le cui dimensioni diminuiscono man mano si procede verso l'alto. Le finestre sono incorniciate da tre grossi massi chiari. Da fonti letterarie e da una raffigurazione del maniero sullo sfondo del vicino oratorio di san Lorenzo, sappiamo però che il castello di Teglio era articolato in più corpi di fabbrica , che disponeva di cunicoli sotterranei di un pozzo per l’approvvigionamento idrico, di camminamenti, di una vasta piazza d’armi, di recinti di mura, di possenti bastioni quadrangolari e di una torre cilindrica. Dal promontorio roccioso su cui poggia, si domina un grande tratto di media e alta Valtellina e delle Prealpi Orobie. La torre è immersa nel verde della sua pineta dove è possibile fare delle belle passeggiate e sostare nel silenzio della natura. A est della torre è possibile ammirare anche la piccola chiesa di S. Stefano che era annessa al castello.

lunedì 21 novembre 2011

Il castello di lunedì 21 novembre



PALERMO - Torre della Tonnara in frazione Mondello

Le prime notizie certe sulla torre risalgono al 1455, anno del suo primo impianto. Ma la sua istituzione potrebbe risalire a qualche decennio precedente. La tonnara apparteneva alla Regia Corte che concedeva l’uso e lo sfruttamento in gabella a privati. Il luogo forte si rese necessario per difendere le maestranze artigiane, le abitazioni dei tonnaroti (marinai della tonnara), il complesso dei magazzini, le lunghe imbarcazioni e le attrezzature, costituite dalle reti, gomene, galleggianti e quanto altro potesse servire all’impianto della tonnara ed alla mattanza (uccisione e pesca). Già all’inizio del XV secolo il villaggio si concentrò attorno alla torre posta a sua difesa e ad una chiesetta per le funzioni religiose dedicata alla Madonna delle Grazie. La torre, di forma cilindrica, ha un diametro di base di poco più di 10 metri ed alta circa19 metri. I materiali utilizzati per costruirla sono: pietrame informe e conci di calcarenite. Si sviluppa su due elevazioni: il piano terreno costituito da una cisterna e da un magazzino, accessibili dalle loro relative botole, ed il piano superiore che è costituito da un unico vano circolare coperto da volta a “dammuso”. ll'interno della torre vi era una cucina rimossa in seguito dai recenti restauri. È possibile notare la presenza di quattro finestre rettangolari. Durante le ultime restaurazioni è stata costruita una scala in metallo. In alto è il terrazzo con sistema di coronamento quasi intatto. Grazie all’assessorato comunale al Turismo, la Torre ha recentemente riaperto le proprie porte al pubblico per essere visitata gratuitamente.

domenica 20 novembre 2011

Il castello di domenica 20 novembre



POGGIBONSI (SI) – Castello di Badia

L'attuale costruzione ottocentesca fa torto alla primitiva, formidabile costruzione di una delle Badie più antiche della Tuscia longobarda e franca, insieme a quella di S. Salvatore all'Amiata e all'insediamento della famiglia dei Cadolingi a Fucecchio e a S. Miniato. Prima di essere Castello e luogo di difesa fu centro attivo di attività economiche, sociali e culturali di grande importanza. Dopo alterne vicende delle diverse comunità monastiche che vi si susseguirono, la Badia pervenne a privati che la trasformarono nella struttura che si vede. La prima data certa della sua nascita, risalente al 25 luglio 998, è riportata su un documento del Conte Ugo di Toscana il quale cedette il castello ai frati benedettini perché vi costruissero un convento. Il motivo per il quale il Conte Ugo sia stato così generoso con i religiosi è da ricercarsi nella diceria popolare di quel tempo secondo la quale, allo scadere dell'anno Mille, ci sarebbe stata la fine del mondo. Verso la fine del 1400 però, la Badia di Poggio Marturi, impoverita a causa delle calamità, delle pesti, e delle guerre decadde e fu definitivamente abbandonata nel 1445. L’edificio divenne successivamente proprietà dell'Ospedale di San Bonifacio a Firenze ma poco dopo, finito in rovina, venne acquistato da Clemente Casini di Poggibonsi, che lo adibì ad usi agricoli. Nel 1886 la proprietà passò quindi a Marcello Galli-Dun che ne modificò le mura cadenti e le dette l'attuale forma. Il monastero era ricco di oggetti preziosissimi che purtroppo andarono dispersi nel tempo e oggi ci rimane soltanto, conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, un pregevole codice miniato conosciuto con il nome di "Breviario di Poggibonsi". Il volume di miniature, risalente all' XI secolo, contiene fra l'altro numerose orazioni e sentenze di concili, e una bellissima Madonna con Bambino. Un'altra minatura, miracolosamente giunta a noi, presenta invece uno stupendo Crocifisso circondato da varie figure di Santi. Dell'antico monastero però, fra il verde del colle di Borgo Marturi, non rimane oggi che il chiostro, la cui costruzione si ritiene sia avvenuta nei secoli X e XI. Per approfondire si può visitare il seguente sito: http://www.castellodibadia.com/ Il castello è anche su Facebook
http://it-it.facebook.com/pages/CASTELLO-DI-BADIA/352072370340

sabato 19 novembre 2011

Il castello di sabato 19 novembre





LEONESSA (RI) – Torre Angioina

La torre fu fatta edificare, sui ruderi di un’altra, nel 1278 da Carlo I d’Angiò, contestualmente al nucleo dell’attuale Leonessa. La costruzione fu voluta da sovrano francese, intorno al vecchio castello di Ripa di Corno (di cui rimane la Fonte), per rafforzare i confini del suo regno. Passata, nel XV secolo agli Aragonesi e nel secolo seguente agli Asburgo, Leonessa fu concessa, nel 1538, da Carlo V, in feudo alla figlia Margherita d’Austria (1520-1586). Sotto il suo accorto governo, la città conobbe il suo massimo splendore, testimoniato dai vari monumenti e palazzetti. L’antica torre, a dominio dell’abitato, è a pianta ottagonale e costituisce un terminale delle antiche mura di cinta.

venerdì 18 novembre 2011

Il castello di venerdì 18 novembre



LUSTRA (SA) – Castello di Rocca Cilento

Risale probabilmente alla fine del secolo IX, quando il gastaldato longobardo della Lucania cominciò a suddividersi in contee e signorie, date in vassallaggio a membri della dinastia salernitana. Questo periodo fu segnato dal fenomeno dell’incastellamento causato dalle ondate di invasioni ungare e saracene. Il castello divenne proprietà della famiglia Sanseverino alla fine dell'XI secolo e rimase a loro, pur se fra alterne vicende, fino al 1552. In un manoscritto del 1110 si riporta la decisione di Guglielmo I Sanseverino di spostare la sede della "Baronia del Cilento" dalla fortezza (la mitica città di Castellum Cilenti) posta sulla cima del Monte Stella alla collina di Rocca. In un altro documento del 1119 risulta inserita nella cinta fortificata del castello dei Sanseverino e nel 1185 l’insediamento di Rocca figurava come castrum, cioè abitato fortificato. I Sanseverino utilizzarono il castello come residenza e ufficio per esercitare l’attività giudiziaria e amministrativa. Dopo il 1552, anno in cui i Sanseverino furono costretti a rifugiarsi in Francia, il castello continuò a vivere anni di splendore e prestigio grazie agli Aragonesi, che lo fortificarono ulteriormente grazie all'intervento del Sangallo. In seguito il maniero passò per molte mani che vi lasciarono tracce trasformandolo a seconda delle esigenze del momento (abbassamento delle torri, apertura delle finestre, stucchi negli interni, etc.). Negli anni sessanta, Ruggero Moscati acquistò e sottopose a restauro il rudere del castello, da lui avvertito come luogo simbolico della storia del Cilento. L’edificio divenne punto di ritrovo di storici e sede di convegni, ma il rapporto con questa sua opera conobbe anche degli alti e bassi, funestato come fu da furti e vandalismi. Il castello fu usato a scopi difensivi durante i moti del 1799 quando fu teatro di duri combattimenti tra le masse borboniche ed i giacobini del Cilento. Rocca fu aggregata al comune di Lustra nel 1861. Il castello è un complesso a pianta pentagonale allungata in direzione nord-sud, che domina il borgo di Rocca Cilento ad una quota di 635 m sul versante sud-ovest della collina. La struttura attuale è circondata da mura di origine angioina, che presentano torri circolari sul lato sud-ovest. Lo stretto passaggio di ingresso segnato da un brusco cambiamento di direzione era un accorgimento difensivo dell'architettura militare normanna usata per evitare che gli assedianti potessero abbattere il portone con l'ariete. Il complesso difensivo è completato da un fossato che costeggia per un tratto limitato le mura. Il castello mostra i segni degli interventi fatti in epoca angioina, mentre rari sono quelli apportati in epoca normanna e sveva. Nei cortili resta ancora oggi traccia degli accorgimenti usati in epoche anteriori per l’approvvigionamento idrico. Oggi, grazie agli ultimi restauri, lo rivediamo nel suo antico splendore.

Il castello di giovedì 17 novembre



PESARO (PU) - Rocca Costanza

La sua massiccia mole si erge sul Piazzale Giacomo Matteotti e rappresenta un esempio, abbastanza ben conservato, di architettura militare del Quattrocento. Quadrata, con quattro poderosi torrioni cilindrici - scarpati agli angoli così come scarpate sono le cortine murarie di collegamento - varie feritoie e bocche da cannone, è la più importante opera di fortificazione della città, analoga, per tipologia, al forte di San Leo e alla Rocca Roveresca di Senigallia. In origine era dotata di un coronamento a beccatelli, così come risulta dal noto medaglione fatto coniare dal ricordato Costanzo Sforza in occasione della posa della prima pietra, ed era inoltre munita di ponte levatoio, tutelato da un rivellino carenato e coronato di merli. Al centro, rispetto al lato di fondo del cortile quadrilatero interno, sorgeva un imponente mastio a base scarpata e difesa piombante: emergenza oggi purtroppo scomparsa, già destinata all'estrema difesa e luogo di massimo avvistamento. La costruzione prese il nome da Costanzo Sforza, che la fece erigere tra il 1474 e il 1483. Il progetto iniziale fu di Giorgio Marchesi da Settignano, ma venne affidato poco dopo ad altro architetto, probabilmente il grande Luciano Laurana; i lavori proseguirono poi sotto la guida di Cherubino da Milano, ma lentamente, a causa della peste che imperversò a Pesaro. Quando Costanzo morì nel 1483, la moglie Camilla d'Aragona assunse la signoria insieme al figlio Giovanni, prima investito (con papa Innocenzo VIII) e successivamente destituito da Alessandro VI; la storia della rocca è infatti connessa alle vicende del dominio degli Sforza. Il 28 ottobre 1500 Cesare Borgia occupò la città, destituì Giovanni e, attorno alla Rocca, costruì il fossato in cui venne convogliata l’acqua del mare Adriatico, forse su consiglio di Leonardo da Vinci, suo ingegnere militare. Sempre il Borgia fu responsabile delle spoliazioni dei decori del cortile d'onore e della distruzione di parti interne ed esterne per rendere più efficare il tiro delle sue artiglierie. Ritornati al potere gli Sforza, Giovanni, figlio naturale di Costanzo, completò nel 1503 l’opera del fossato e fece eseguire un restauro complessivo dell'edificio. Nel 1513, la Rocca fu ceduta da Galeazzo Sforza a Francesco Maria I Della Rovere, già duca di Urbino e nuovo signore di Pesaro. Nata come costruzione di carattere militare e difensivo ma utilizzata dagli Sforza anche come sede residenziale, nel corso del tempo la rocca ha sostenuto diverse funzioni, fra cui quella di alloggio per le truppe pontificie. Nei suoi possenti volumi e nella proporzionata disposizione delle parti, la costruzione reca il segno della eccezionale attitudine architettonica del suo autore. L'interno conserva un loggiato sul cortile con le arcate a tutto sesto. L'arcata centrale è affiancata da due tondi a ghirlande marmoree, sotto le quali eleganti epigrafi ricordano i due principi costruttori della Rocca. Nuovamente restaurata nel 1657, la Rocca venne adibita a carcere nel 1864 e mantenne tale funzione fino al 1989, data di inizio di un intervento di restauro a cura della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali delle Marche. Recentemente il Comune ha provveduto a ripristinare il giro di ronda attorno al perimetro della rocca. Lo stato conservativo dei quattro torrioni appare diversificato. Fra gli elementi artisticamente più validi della rocca, è la cappella ottocentesca con volta ad ombrello affrescata che, ancora integra, si trova nel piano un tempo riservato ai detenuti. Attualmente è sede di eventi culturali, anche di quelli legati all’annuale Rossini Opera Festival.

giovedì 17 novembre 2011

Il castello di mercoledì 16 novembre



CASTRO (LE) - Castello angioino-aragonese-spagnolo

Le prime notizie certe di un castello a Castro risalgono al secolo XIII: nei registri della cancelleria regia di Carlo I d'Angiò un documento datato 1282 lo definisce fortezza di rilevanza strategica per la difesa del regno. Quasi certamente la struttura di età angioina fu edificata o rafforzata sui resti di un precedente edificio difensivo di età bizantina o normanna, che completava le difese del borgo fortificato, risalente all'età messapica e rafforzato in età romana e altomedievale, chiamato appunto Castrum (Castrum Minervae), di cui rimangono oggi, nella zona chiamata Palombella, alcuni resti della cinta muraria e delle torri. Nel 1480, l'anno della conquista di Otranto da parte dei Turchi, il castello già angioino, ora aragonese, venne semidistrutto: a tentare di difendere il borgo fortificato e il suo castello era stato inviato da re Ferdinando I d'Aragona il conte Giulio Antonio Acquaviva, al comando di 2.000 uomini; ma presso Giuggianello le truppe aragonesi furono intercettate, e negli scontri perse la vita lo stesso Acquaviva. Nel corso del Cinquecento il castello fu assaltato altre due volte dai Turchi; ricostruito dai Gattinara e rafforzato ulteriormente nel 1572, fu quindi potenziato ulteriormente dal viceré spagnolo don Pedro de Toledo. Alla fine del Settecento un documento lo definisce abbandonato e in stato di rovina. Visibili oggi una torre circolare, un bastione lanceolato, la Torre del Cavaliere, e alcuni tratti di cortine murarie. Negli anni scorsi, a partire dal 1982, è stato sottoposto a complessi lavori di restauro che proseguono ancora oggi. Il castello si sviluppa su 1.200 mq, di cui 900 occupati da un’imponente struttura muraria. Al Castello si accedeva unicamente dal lato sud tramite un piccolo portone munito di ponte levatoio, ormai rimosso. Da recenti scavi si è potuto accertare la presenza di un fossato a ridosso del varco. Sul lato verticale del passaggio è posizionata una larga caditoia a tre bocche e il foro per il passaggio della catena di ritiro del ponte levatoio. Alla difesa dell"ingresso era posto un camminamento superiore. Varcato il portone si accede al cortile interno che era il luogo destinato alla raccolta e alla custodia dei prodotti artigianali e agricoli che venivano commercializzati in tutti il Mediterraneo,composto da un unico spazio scoperto internamente, a forma rettangolare. Da un’ampia scala, a ridosso del cortile, si accede alle cortine superiori. Nel cortile sono presenti due cisterne di cui una è dotata di copertura in pietra e pilastro di sostegno centrale. Sul lato nord del cortile, si trovano una successione di stanze inframmezzate da archi. Sul lato di ponente, sulla marina, la sala del castellano, meno bisognosa di difese, è l’unica ad avere un autonomo accesso all’esterno, forse per eccedere agli orti sottostanti. Vi era una scala esterna con ampi gradini in pietra che faceva accedere al lastricato solare ed alla difesa dagli spalti del castello. Una scala a chiocciola, più piccola, era invece ricavata nell"ampia muratura e consentiva una efficace difesa anche da un solo uomo. La Sala di Levante, probabilmente, è stata addossata alla cinta muraria in epoca successiva. Il Bastione di contrafforte era di notevole importanza per l’avvistamento di un attacco dal lato nord-est dal quale operare un attacco sistematico di cannoneggiamento sulla porta di terra. La più alta e imponete torre dell"intero sistema difensivo, è la Torre Cavaliera, il risultato finale di una precedente torre di identica altezza. Si sviluppa su tre livelli occupati ognuno da tre vani con copertura a botte. La copertura solare è il punto panoramico e suggestivo del castello oltre che il punto più alto di Castro. A essa si accede mediante una stretta e scomoda scala ricavata nello spessore delle murature esterne. La torre è dotata di batterie e di caditoie su tutti i varchi di accesso. La Torre circolare invece risale al periodo aragonese. I tre vani che la compongono sono di forma rettangolare e con volta a botte, tranne quella superiore che con volta a forma di cupola. Le merlature sono dotate di evacuatori, caditoie e finestrature per l"impiego di balestre, poi sono state rinforzate per resistere al tiro di cannoneggiamento. Per approfondire si può visitare il seguente link : http://www.comunedicastro.it/castello.html

mercoledì 16 novembre 2011

Il castello di martedì 15 novembre



ARCIDOSSO (GR) – Rocca Aldobrandesca

Si trova nella parte più alta del centro storico del paese. Il termine rocca, anziché castello, è legittimato da una origine indubbiamnete militare delle prime costruzioni. Successivamente però la struttura è andata qualificandosi come castello, per essere stata utilizzata sempre più, dal medioevo ad oggi, in funzione civile e istituzionale. Venne costruita probabilmente intorno all'anno 950 dalla famiglia Aldobrandeschi su preesistenti costruzioni di epoca longobarda; passò successivamente nella Contea di Santa Fiora a seguito della spartizione dei beni tra i due rami della famiglia. Recenti studi archeologici hanno stabilito che, quando intorno al 1100 gli Aldobrandeschi decisero di costruire la torre maestra, la rocca possedeva già un palazzo in pietra di due piani fatto edificare molto probabilmente dal Marchese Ugo di Toscana tra il 970 e il 995. Quello di Arcidosso è il più antico palazzo extraurbano di governo statale in Italia e uno dei più antichi d'Europa. Qui risiedevano i Visconti del Monte Amiata nominati da Ugo. Gli Aldobrandeschi trasformarono e ampliarono la Rocca sopraelevando di due piani il palazzo, le torri e cinte murarie merlate. Nel corso del Trecento i Senesi cercarono più volte di espugnare il luogo, cosa che avvenne nel 1331 grazie all'assedio portato avanti da Guidoriccio da Fogliano per quattro mesi, con un esercito senese di 4000 fanti e 400 cavalieri. Da allora Arcidosso e la sua rocca entrarono a far parte della Repubblica di Siena divenendo un'importante roccaforte militare, estremo baluardo alla penetrazione senese nel territorio Amiatino. Gli ultimi interventi medievali sull'edificio furono eseguiti proprio sotto tale dominazione, dopo il 1332. Dopo la caduta della Repubblica di Siena, nel 1556 passò sotto lo stato Mediceo, Cosimo I stabilì ad Arcidosso molti uffici periferici, facendolo diventare un importante centro. In seguito alla riforma Leopoldina del 1786, che ridistribuì le terre demaniali ed ecclesiastiche, Arcidosso passò sotto i Lorena. Questo generò un cospicuo incremento demografico e il numero di abitanti si quintuplicò nel giro di cento anni. Arcidosso fu quindi storicamente il centro politico ed amministrativo più importante del Monte Amiata. Nel 1980, nel Palazzo Pubblico di Siena, è venuto alla luce un affresco di probabile attribuzione a Simone Martini, in cui appare il Castello di Arcidosso in un contesto di non facile interpretazione, ma che sembra riferibile alla conquista di Guidoriccio da Fogliano del 1331. La Rocca aldobrandesca è costituita da un imponente edificio a due corpi di fabbrica (uno dei quali più ribassato), caratterizzati, nell'insieme, da una sezione quadrangolare che poggia, a tratti, su imponenti basamenti a scarpa; le pareti esterne sono rivestite in filaretto. Il lato nord del complesso è caratterizzato dalla presenza di una torre (Mastio) che si eleva oltre il tetto del corpo di fabbrica più alto (Palazzo). La sommità della torre è coronata da una serie di archetti ciechi poggianti su mensole, che costituiscono la base della merlatura soprastante. La rocca, restaurata di recente, è oggi utilizzata come spazio destinato ad attività culturali. Dalla cima della torre (salita a pagamento) si gode uno splendido panorama sulla vetta del Monte Amiata. Della cinta muraria medioevale rimangono tre porte, di cui due originali: Porta di Castello e Porta Talassese (verso il mare). Da qui, scendendo verso Codaccio, si raggiunge la Porta dell'Orologio, costruita nel 1851 in sostituzione della Porta di Mezzo.

lunedì 14 novembre 2011

Il castello di lunedì 14 novembre



LUOGOSANTO (OT) – Castello di Balaiana

E’ tra le fortificazioni sarde di più antica attestazione. Il nome del castello deriva dalla zona in cui sorge: secondo la leggenda Balaiàna significhebbe terra dei Bàlari, riferito alla popolazione dei Balares, uno dei primi popoli colonizzatori della Gallura. Costruito nel 1050 dal giudice Costantino I insieme alla chiesetta di San Leonardo, se ne hanno sue notizie nel "Condaghe di Santa Maria di Bonarcado", dove risulta intorno al 1146 una disputa tra il sovrano di Gallura Costantino e i figli del suo predecessore, proprio per il possesso dell'edificio fortificato. Tra il XIII e il XIV secolo il castello seguì le sorti del Giudicato, ma nel 1422 venne fatto distruggere per ordine di Alfonso d'Aragona. I suoi ruderi, situati sulla collina di San Leonardo a 300 metri sul livello del mare, fanno ritenere che l’originaria fortezza occupassero interamente l’altura. Si individuano i resti di un ambiente rettangolare e di una torre, racchiusi dai resti di una cinta muraria che presumibilmente doveva recingere e difendere la fortificazione. Nulla si può dedurre circa gli ambienti interni alla cinta di mura, distrutti da crolli e frane. La chiesa di San Leonardo, collegata da un basso muraglione che doveva difendere un facile punto d'accesso e servire anche da camminamento, doveva svolgere funzione di cappella palatina. La peculiarità del castello è nella tecnica costruttiva, interamente in granito, messo in opera per mezzo di una serie di incastri che prescindono da malta o calce. Le mura sono a doppia cortina, realizzate con filari di conci squadrati sia internamente sia esternamente, con riempimento di pietrame minuto privo di qualunque tipo di legante. Gli spigoli sono rinforzati da grossi blocchi sagomati ad hoc. Un recente quanto pesante restauro di ricostruzione ha cambiato quasi completamente l'aspetto del complesso fortificato, impedendo di fatto lo studio della struttura originaria. La presenza di un serbatorio per l'acqua piovana, situato al di sotto del pavimento e a breve distanza dalle camere, fa pensare che questa zona fosse riservata alla guarnigione. Una leggenda vuole che Dante Alighieri sia stato nel castello ospite di Ugolino (Nino) Visconti, giudice di Gallura.

il castello di domenica 13 novembre



BORGONOVO VAL TIDONE (PC) - Castello di Castelnovo

Sorse in tempi anteriori al XIII secolo. Tra le prime notizie sulla sua esistenza viene citata una memoria del canonico Pietro Maria Campi in cui si testimonia il passaggio nell'anno 1155 dell'Imperatore Federico Barbarossa con il suo esercito diretto verso l'assedio di Piacenza proprio nei luoghi del "NOVUM CASTELLUM". Nell'anno 1215 le milizie dei Pavesi in guerra contro Piacenza, non riuscendo ad espugnare la città di Borgonovo, ben fortificata, si diressero verso Castelnovo attaccando il Castello distruggendolo quasi completamente dopo un sanguinoso combattimento. Nel 1242 il castello subì un nuovo attacco e saccheggio ad opera di Re Enzo, figlio naturale di Federico II di Svevia il quale, attraversato con l'esercito il Po, percorse la Valle del Tidone seminando terrore e devastazioni. Un nuovo castello fu ricostruito intorno al 1350 nelle vicinanze di quello precedente, a dominio della strada di accesso all'alta Val Tidone, assumendo le caratteristiche in buona parte visibili ancora oggi. Dopo quasi due secoli nel 1412 il duca Filippo Maria Visconti concesse a Bartolomeo e Filippo Arcelli vasti territori tra cui anche Castelnovo dando vita alla contea della Val Tidone. Nella seconda metà del 1500 il Castello di Castelnovo passò ai Conti Dal Pozzo, il cui arrivo fu collegato ai tragici fatti della congiura di Piacenza del 10 settembre del 1547. In quella data venne barbaramente ucciso il duca Pier Luigi Farnese (figlio del papa Paolo III Farnese) ed il suo corpo fu gettato nel fossato della fortezza di Piacenza. Barnaba Dal Pozzo intervenne pietosamente facendo recuperare il cadavere del povero Pier Luigi e dandogli decorosa sepoltura. Nel 1573 il Duca Ottavio Farnese, in riconoscenza delle benemerenze acquisite dalla casata, infeudò Castelnovo al Conte Emilio Dal Pozzo che nel 1575 aggiunse al proprio cognome quello di Farnese. Il castello rimase ai Dal Pozzo Farnese fino al 1800, quando passò ai Marazzani, i quali lo vendettero agli del secolo scorso, alla famiglia De Ferrari di Genova. Il grande parco alberato che circonda il castello fu risistemato nella seconda metà del 1800. In quel periodo in onore della Duchessa Maria Luigia, ex consorte di Napoleone, recatasi in visita al castello, venne ampliato l'antico viale di accesso carrabile che dalla piana risale dolcemente la collina per arrivare dopo oltre 1,3 Km. fino al castello. L'edificio, costruito quasi totalmente in mattoni e a schema trapezioidale, presenta tre sole torri circolari agli angoli, mancando inspiegabilmente quella dell'angolo meridionale; tanto le cortine che le torri si presentano con la linea di scarpa notevolmente rialzata rispetto al piano del fossato, attualmente privo di acqua. Sul lato maggiore del quadrilatero (a nordovest) si nota il ponte levatoio protetto da una bassa torre merlata. Nell’oratorio annesso al castello si trova un affresco che raffigura la Madonna con S. Rocco e S. Sebastiano, oggetto di profonda venerazione da parte della popolazione locale. In epoca tardo rinascimentale avvenne probabilmente il rifacimento dell’ala nord, sulla quale si aprono un loggiato a quattro fornici e lo scalone di accesso agli appartamenti nobiliari. Attualmente il castello, di proprietà privata, è adibito al ricevimento di meeting, cerimonie mostre d'arte. Per approfondire si può visitare il sito del castello http://www.castelnovo.it/

domenica 13 novembre 2011

Il castello di sabato 12 novembre



ADELFIA (BA) - Torre normanna di Canneto

Costruita da Alfonso Balbiano negli anni tra il 1147 e il 1153, è da ritenersi l’unico elemento superstite dell’originario castello. Tale torre doveva servire per la difesa e le segnalazioni a distanza in caso di assalti o di calamità richiedenti soccorsi. Una galleria di circa due chilometri la collegava con l’aperta campagna in direzione di Acquaviva. La torre seguì le sorti del Casale di Canneto passando in proprietà a diversi feudatari fino ai Marchesi Nicolai nel secolo XVIII. Alla torre ed al Castello vennero ad addossarsi, in tempi diversi, numerose costruzioni anche signorili. Con l’esilio del patriota Domenico Nicolai i beni della famiglia furono confiscati e venduti all’asta dallo stato borbonico. La torre, acquistata da diversi proprietari e adibita a vari usi (ultimo quello di sartoria), fu in parte modificata e subì un progressivo stato di degrado strutturale. Alta 19 metri, la costruzione è a pianta quadrata ed è composta da 4 piani. La torre termina in alto con un coronamento aggettante di archetti pensili su mensole, nei quali s’innestano caditoie su ciascuno dei lati, alcune con stemmi a rilievo. All’interno l’inserimento successivo di volte in muratura in sostituzione degli impalchi in legno originario e le manomissioni nelle aperture, hanno modificato, in parte il monumento. Mentre il collegamento fra i vari piani, era risolto con scale in legno, per il piano superiore e per quello di copertura, come già detto, era ricavato in spessore di muro. Il piano terra della torre è stato in un primo tempo adibito a prigione. È stata dichiarata monumento nazionale nel 1920, insieme all'adiacente palazzo marchesale di Canneto. I recenti restauri a cura della Sopraintendenza per i Beni Ambientali Architettonici e Artistici della Puglia hanno consolidato le sue strutture e l’hannoresa più fruibile. Attualmente è di proprietà del Comune di Adelfia.

venerdì 11 novembre 2011

Il castello di venerdì 11 novembre



SAMBUCA PISTOIESE (PT) - Castello

E’ arroccato su un'altura che fiancheggia la Statale 64 Porrettana, quella che unisce Pistoia a Bologna e che domina la vallata del Limentra, in origine ben protetto da mura merlate. Insieme alla corte di Pavana, faceva parte fin dal X° secolo dei domini del vescovado di Pistoia, come risulta da un diploma imperiale di Ottone III del 997, pur dipendendo dalla diocesi di Bologna. Posto a guardia della via Francesca della Collina, importante asse viario di collegamento tra Pistoia e la valle Padana, Sambuca fu a lungo un avamposto di notevole importanza strategica a difesa degli attacchi dei bolognesi, i quali nel 1204, approfittando della guerra tra fiorentini e pistoiesi, la occuparono. In epoca medievale, la storia del castello fu travagliata. Tornata in possesso del vescovado, Sambuca fu da questo ceduta in feudo ai conti di Panico (1223) e nel 1256 il vescovo Guidaloste Vergiolesi ne investì la propria famiglia. Nel 1309 fu venduta al comune di Pistoia per 11.000 lire. Dopo essere caduta in mano di Filippo Tedici (1324) e quindi di Castruccio Castracani, fu conquistata a metà del XIV secolo dai Visconti di Milano (signori anche di Bologna). L'occupazione viscontea durò fino al 1360, quando i pistoiesi con un colpo di mano ne tornarono in possesso. Dal 1375 vi risiedette comunque un contingente dello Stato fiorentino ed entrò a far parte definitivamente dopo l'annessione di Pistoia (seppure subendo ripetuti attacchi ed invasioni nei secoli seguenti) come centro dipendente dal capitanato della montagna pistoiese. Il castello di Sambuca Pistoiese è legato soprattutto al nome di Selvaggia Vergiolesi, la nobildonna amata dal celebre poeta pistoiese Cino Sinibaldi meglio noto come Cino da Pistoia, vissuto a cavallo dei secoli XIII e XIV. Poco rimane della duplice cinta muraria concentrica che avvolgeva l'abitato, scomparsi i due accessi, la Porta Pistoiese e la Porta Bolognese. Notevoli invece i resti della rocca, posta al vertice più elevato delle fortificazioni: avanzi del tracciato delle mura - quasi interamente conservato - e la svettante torre del cassero, conservata per un terzo della sua altezza originaria che superava i 20 metri, con pianta pentagonale, resti di una bifora e del sottostante vano ad arco acuto di accesso. Per approfondire si può visitare il seguente link:
http://www.comune.sambuca.pt.it/index.php?pagina=pagine&id=301

Il castello di giovedì 10 novembre



VENAFRO (IS) - Torre del Mercato o Palazzo Caracciolo

La Torre del Mercato rappresentava uno dei punti principali del sistema difensivo della città e ad essa era attaccata la porta principale per chi proveniva dal Sannio, ancora esistente nel XVII e XVIII secolo. Essa era protetta da un fossato, oggi interrato, di cui non si hanno tracce. Probabilmente la scomparsa del fossato si ebbe nel 1841, quando si costruì la Casa Comunale, posta di fronte alla torre, e la piazza ad essa antistante. Con il suo riempimento scomparvero le feritoie che essendo poste a sua difesa erano al disotto dell’attuale piano di calpestio. Esse sono però perfettamente conservate all’interno della torre e sono sei, anche se due sono state murate per la realizzazione di un forno. Alla torre si poteva accedere o dall’interno della città oppure direttamente dall’esterno mediante un piccolo ponte levatoio, eliminato e sostituito da una scala, di cui rimangono le guide in pietra. La torre era difendibile sui quattro lati mediante il lancio di proiettili attraverso serie di aperture collocate su diversi piani di lancio. Neel tempo l'edifico ha subito diverse modifiche, specialmente la variazione di altezza delle finestre ai piani superiori e l’aggiunta nel XIX secolo di due portali al piano terra, che le hanno fatto assumere l’aspetto di un palazzotto con una evidente merlatura . Tuttavia è rimasta ben conservata nei suoi caratteri architettonici anche se necessita di urgenti interventi di manutenzione. Probabilmente in essa abitava il Capitano del Popolo di cui si parla negli Statuti di Venafro. Successivamente, con l’acquisizione della città da parte di Francesco Caracciolo, duca di Miranda, la torre prese il nome di Palazzo Caracciolo, ma per i Venafrani è rimasta la “Torre del Mercato”. Per approfondire si può visitare il seguente link : http://www.francovalente.it/?p=388

mercoledì 9 novembre 2011

Il castello di mercoledì 9 novembre



PERLOZ (AO) – Castello Charles

Sito all'ingresso di Perloz, lungo l’antica mulattiera che saliva dal Pont-Saint-Martin, per la sua estensione, formava nel Medio Evo uno sbarramento di protezione al borgo stesso. Il castello venne costruito nel XVII secolo dalla famiglia Vallaise che lo abitò sino agli inizi del secolo successivo quando la proprietà passò ai Savoia. All'inizio del XVIII secolo il castello fu infeudato dal notaio e giudice reale Jean Charles noto per aver liberato nel 1706 il castello di Bard dall'assedio francese, impresa che gli valse la nobilitazione dal Duca Vittorio Amedeo II. La famiglia Charles venne espropriata dei propri terreni con l'avvento della Rivoluzione Francese e della Repubblica Subalpina: nel 1793, infatti, l’edificio venne locato a un tal Pierre-Francois con le clausole di un d'affitto di tipo agricolo. Edificato su un roccione a strapiombo di un piccolo torrente, il castello è formato da tre corpi fabbrica e presenta sulla facciata sud delle interessanti finestre appaiate: due a semplici archi acuti con robusto pilastrino quadrato e due ad archi trilobati a tutto sesto con un’elegante colonnina cilindrica. L'ingresso si trova a monte ed è protetto da una caditoia. Da questa porta si accede ad una scala a chiocciola realizzata in pietra risalente all' inizio del XVII secolo. Una porta che dà accesso alla parte oggi abitata è affiancata da un blocco di pietra con inciso uno stemma Challant-Vallaise, ricordo del matrimonio tra Pietro di Vallaise e Antonia di Guglielmo di Challant, avvenuto nel 1477. Da questa porta probabilmente dovevano entrare i Charles che non potevano usare l’altra perché i Vallaise si erano riservati l’uso di una parte dell’edificio. Nel 1603, in un atto notarile, il castello è descritto come un edificio di grandi dimensioni, con una cantina, una sala con caminetto al piano terreno e un’altra al piano superiore.

martedì 8 novembre 2011

Il castello di martedì 8 novembre





BARNI (CO) – Castello (o castelli ?)

Il paese, citato dopo il 1162 come Barnarum, passò poi in feudo, per diploma del Barbarossa, al suo fedele sostenitore Algiso, abate del Monastero di Civate. All'epoca medievale risale il castello che sorge verso il confine magregliese, del quale rimangono alcune testimonianze visibili, come la cinta muraria e una torre che la vegetazione sta gradatamente celando alla vista. Altri toponimi indicano come nel territorio vi furono presenze di torri e castelli, come ad esempio il sasso della guardia e le località di Castel Farieu, Castel Rott e Castel di Leves. Due cittadini barnesi, Beltramino ed Isidoro, divennero consiglieri dell'Imperatore Enrico VII nel 1300. Nel 1450 Rufaldo, capo di milizie sforzesche, assalito sui monti dai Vallassinesi, si rifugiò nel castello ma, assediato, dovette ben presto arrendersi alla forza nemica. Nel settembre del 1452 gli uomini di Barni ne presero solennemente possesso e ottennero il permesso di donarlo al nobile Cristoforo de Barni. Osservando attentamente si notano ancora alcune fortificazioni medioevali che chiudevano il valico, presidiato fino al 1578. Il paese fu feudo del Visconti, dei Dal Verme, degli Sforza, Tebaldi ed infine degli Sfondrati. Quando l'ultimo Sfondrati non lasciò discendenza, il paese, insieme con la valle, entrò a far parte del V distretto della provincia di Milano controllata dagli austriaci. Non sono riuscito a capire se le due foto di accompagnamento all’articolo si riferiscono allo stesso edificio o sono due castelli completamente diversi…..devo indagare meglio. Sull’ edificio più recente dei due ho trovato solamente che pare sia di origine cinquecentesca, che è stato recentemente restaurato, che è appartenuto anche a Berlusconi e che ricercando con Google scoprirete che è stato messo in vendita per 850.000 Euro. Se vi può interessare…

lunedì 7 novembre 2011

Il castello di lunedì 7 novembre



OLIVERI (ME) – Castello

Sorge su una bassa collina, poco lontana dalla spiaggia del Tirreno, ed è sovrastato dall’altissimo promontorio del Tindari ove sorge il Santuario della della miracolosa «Madonna nera» venerata in tutta l'isola e la cui antica leggenda affascina ancora la fantasia popolare. Di origine araba e ricordato da Edrisi al tempo dei normanni, epoca nella quale era chiamato Liviri, esso fu il centro attorno cui sì andò poi formando il borgo, quasi interamente abitato da pescatori specializzati nella cattura dei tonni. Nel 1088, per decreto del Gran Conte Ruggero, il territorio compreso tra i fiumi Elicona e Montagna fino a mare passò nelle mani dei monaci benedettini di Patti. Con gli aragonesi ne fu castellano Ferrano de Abbellis dal quale nel 1360, per concessione di Re Federico III pervenne a Vinciguerra di Aragona, cugino di Federico stesso. Al tempo di Re Martino ne fu signore Raimondo de Xamer che ne ebbe possesso assieme alla sottostante tonnara (1398). Nel 1414 Re Ferdinando di Castiglia ratificò uno scambio, avvenuto nel 1400, per cui il castello era passato a Federico Spadafora. A questi subentrò Perrono Gioieni alla cui famiglia rimase sino al 1600 circa, epoca nella quale venne venduto ai La Grua. Successivamente posseduto dalla famiglia Zappino fu da questa venduto a Giuseppe Accordino (1693). Nel 1724 venne acquistato da Ludovico Paratore Basilotta principe di Patti e dopo alcuni passaggi ereditari, nel 1803 divenne proprietà di Gaetano Paratore d'Amico principe di Patti. Da lui castello e titolo passarono alla sorella Eleonora e da questa al fratellastro Domenico Merlo, che, agli inizi del 900’, lasciò il castello alla figlia Elena dalla quale ereditò la pronipote e figlia adottiva, Caterina Martorana Bonaccorsi, attuale proprietaria, mentre il titolo dalla figlia primogenita di Domenico Merlo, Marianna, pervenne al di lei nipote generale Domenico Bonaccorsi, attuale principe di Patti. Secondo Goffredo da Viterbo il nome di Oliveri deriva da uno dei capitani di Carlo Magno chiamato Oliverio, che sarebbe sbarcato in quei pressi. Ma sembra assai più verosimile che sia dovuto ai grandi e ricchi uliveti di quella plaga. Ben poco rimane delle antiche strutture ma a differenza di molti altri è tuttavia riccamente arredato ed i suoi proprietari vi soggiornano buona parte dell'anno. Interessante un avanzo di vecchia torre, forse aragonese, e pittoresco il quadrato cortile interno. Oggi questa storica dimora è una ricercata “location” per ricevimenti nuziali, grazie al suo storico parco con alberi secolari e rare essenze esotiche, ai suoi saloni e alle terrazze da cui si hanno suggestive vedute.

domenica 6 novembre 2011

Il castello di domenica 6 novembre



ROCCHETTA VARA (SP) – Castello Malaspina in frazione Suvero

A dominio del borgo di Suvero si trova il castello, lungo la via che porta al Passo dei Casoni. Quando il Marchese Rinaldo Malaspina nel 1549, a seguito di alcune divisioni testamentarie, ricevette l'investitura come signore del feudo di Suvero, decise di ampliare e rinnovare, il precedente castello già vecchio di quattro secoli. L’opera venne portata a termine dai suoi discendenti. Intorno ad esso si sviluppò l'attuale borgo, che conobbe molti possessori: prima gli Estensi, in seguito i Signori di Vezzano e nel XIV secolo come già scritto passò sotto il dominio dei Malaspina. L'edificio presenta una forma trapezoidale con tre torri circolari. Data l'epoca, si era infatti in pieno Rinascimento, il castello pur mantenendo un aspetto massiccio, aveva ormai perso la sua originaria vocazione esclusivamente militare per diventare in primo luogo una dimora, nonostante la presenza delle infrastrutture necessarie al casermaggio di una piccola guarnigione. Fu quindi, per oltre due secoli, l'abitazione dei feudatari di Suvero e nonostante alcuni danni provocati da eventi bellici, peraltro piuttosto limitati e prontamente riparati, rimase praticamente intatto. Postazione difensiva e poi residenziale dei Malaspina, il castello fu da loro abbandonato dopo il 1797 con la fine della signorie imperiali decretata dalla nuova dominazione francese napoleonica. L'incuria che si prolungò per tutto l'ottocento e il terribile terremoto del 1921, provocarono il crollo di alcune parti dell'edificio, fra cui due delle tre torri d'angolo; ne è sopravvissuta solo una alta 18 metri. Oggi il castello di Suvero appartiene alla famiglia Romani che, dopo averlo acquistato, ha provveduto al totale ripristino con risultati eccellenti, come ad esempio la ricostruzione delle torri circolari andate distrutte in precedenza. Il castello è immerso in un parco meraviglioso, che è accessibile per gentile concessione del proprietario, il quale, in qualità di cicerone, fa rivivere al visitatore mezz'ora di autentica nobiltà. Attualmente il castello è a due piani: esistono tracce che dimostrano l'esistenza di un terzo piano, in cui era collocato anche un mulino a vento la cui macina è conservata nello storico edificio.

sabato 5 novembre 2011

Il castello di sabato 5 novembre



ALBOSAGGIA (SO) - Castello Paribelli

Venne costruito intorno al XI secolo dai Capitanei feudatari di Sondrio. La particolare disposizione delle sue stanze e la presenza di una torre centrale (Torre di Torzone) fanno supporre che la sua funzione principale fosse quella difensiva come molti altri edifici presenti sul territorio valtellinese. La torre, che prendeva il nome dal vicino torrente Torchione, insieme ad altri castelli e torri, faceva probabilmente parte di un sistema difensivo. In seguito l’edificio venne trasformato in dimora signorile e fu residenza stabile dei signori Carbonera che lo ampliarono. Solo nel 1584, in seguito al trasferimento a Sondrio dei Carbonera, venne acquistato dalla famiglia Paribelli, attuale proprietaria a da cui porta il nome. I Paribelli lo sottoposero ad ulteriori modifiche al fine di adattarlo alle esigenze della famiglia, come testimoniato dallo stemma che sovrasta il portale tardo cinquecentesco attraverso il quale si accede all'ampio porticato. Il fronte principale si affaccia sulla valle e, come denunciano con chiarezza le murature, corrisponde ad una delle parti più antiche del complesso. All'interno del palazzo sono stati rinvenuti importanti affreschi risalenti all'epoca medioevale ed un affresco del primissimo cinquecento raffigurante la "Madonna con Bambino e il Martirio di Beato Simonino" di Battista Malacrida di Musso; quest'ultimo è conservato nella Sede della Banca Popolare di Sondrio. I locali del Palazzo sono piuttosto spogli, tranne che per alcuni elementi di pregio tra i quali un grande camino in pietra posto al piano terreno in un grande salone a volta reticolare. E’ tuttavia salendo al primo piano che si raggiunge la stanza più bella e famosa del palazzo: la cinquecentesca stüa voluta per ragioni di rappresentanza da Giovanni Giacomo Paribelli che nel 1581 aveva ottenuto il diploma di nobiltà dall’imperatore Rodolfo II. Si tratta di una stanza completamente rivestita di legno, con le pareti e il soffitto riccamente intarsiati e intagliati forse ad opera di Arnold Thiefeld, presente a quel tempo in valle. Era certamente l’ambiente più signorile della residenza, dove non a caso figurano scolpiti nel legno gli stemmi dei Carbonera e dei Paribelli, e veniva riscaldato da una bella stufa “forata” da coppelle in pietra ollare che veniva alimentata tramite un'apertura ricavata in una stanza adiacente. Il castello è circondato da un grande giardino sui cui sorge l'oratorio dei Santi Nicola Tolentino e Vincenzo Ferrerio, costruito nella seconda metà del '400 dai Carbonera, ristrutturato nel 1558 e, successivamente, nel 1621 dai Paribelli che lo adibirono a cappella sepolcrale.

Il castello di venerdì 4 novembre



CASTIGLIONE OLONA (VA) – Castello di Monteruzzo

Situato su un'altura da cui è possibile ammirare l'abitato medioevale di Castiglione Olona ed immerso in un verde parco molto bello, questo edificio, edificato sulle rovine di un castello preesistente, appartenne alla nobile famiglia dei Castiglioni di Monteruzzo e ha ospitato, nel corso dei secoli, le famiglie aristocratiche milanesi, annoverando tra i suoi proprietari nomi illustri come quello di Carlo Imbonati al quale il Manzoni dedicò una celebre ode. Presenta i caratteri tipici del maniero medioevale con le sue le alte torri e le merlature in cotto che dominano tutto il bianco profilo. Nato originariamente come residenza agricola nel XVI sec., deve il suo aspetto odierno agli interventi apportati tra il '700 e l’800 quando furono inserite le due torrette, fu allungata l’ala nord e furono aggiunti i caratteri tipici del maniero medioevale (merli e caditoie) svuotati però di qualsiasi reale funzione. Nel 2005, dopo un lungo ed attento lavoro di restauro, è diventato sede della Biblioteca Civica di Castiglione Olona, di un Centro Congressi, ed è spesso utilizzato come sede per eventi e manifestazioni. L’edificio è infatti dotato di moderne e funzionali sale per convegni, congressi e mostre: un tempo rifugio per la nobiltà, oggi è finalmente accessibile a tutti, inoltre viene messo a disposizione per matrimoni, cresime, comunioni, feste di compleanno e di laurea. Per approfondire si può visitare il seguente link http://castellodimonteruzzo.blogspot.com/ inoltre il castello è presente anche su Facebook …http://it-it.facebook.com/castellodimonteruzzo

giovedì 3 novembre 2011

Il castello di giovedì 3 novembre



AGAZZANO (PC) - Castello di Boffalora

Situato nell'ambito del territorio comunale di Agazzano (PC), fra le vallate dei torrenti Luretta e Tidone, il Castello di Boffalora dista circa 30 km da Piacenza ed è raggiungibile dalla strada provinciale che da Agazzano conduce a Pianello Val Tidone. La storia di questo castello è stata tormentata, molti i passaggi di mano condizionati da fatti di sangue, truffe ed estinzioni delle famiglie per mancanza di eredi. Nel 1412 ne era proprietaria la famiglia Arcelli (cui si deve molto probabilmente la prima costruzione) che lo passò al ricchissimo Girardo Rustici, assassinato nelle sue stanze per rapina il 13 luglio 1555. Nonostante il tragico fatto, la famiglia Rustici lo resse fino al 1633, quando passò ai Barattieri. Nel 1672 i feudi furono ceduti ai fratelli Felice e Pierfrancesco Bonvini, famiglia mercantile di spezie, droghe e tessuti. Nel 1699 sia il feudo sia il fortilizio furono avocati dalla Ducale Camera che successivamente (1700) li cedette al marchese Francesco Casati e a suo figlio Bartolomeo. Questa signoria durò pochi anni. Infatti nel 1704 Bartolomeo Casati fu accusato di gravissimi reati e perdette tutti i beni. Tra l'altro venne incolpato di aver fatto battere moneta ad una lega carente; di aver rimodernato il castello di Boffalora usufruendo dell'opera forzata dei contadini; di averlo arredato riccamente con mobili della reggia, da lui in precedenza svenduti (avvalendosi della carica di maggiordomo del duca Francesco Farnese) e di averli poi ricomprati di nascosto, a basso prezzo. Il Casati sfuggì alla cattura rifugiandosi nella chiesa di S. Vincenzo in Piacenza. Fu condannato a versare all'erario, nel termine di dieci anni, la notevole somma di 12mila doppie. Nel 1773 il castello ospitò Maria Amalia di Borbone, moglie di don Ferdinando e, a ricordo del fatto, venne murata sopra la porta d'ingresso del fortilizio una lapide in marmo con le parole "Castrum hoc Boffalorae coeli temperie loci amoenitate aedium amplitudine elegantia et comoditate iam satis commentadatum Maria Amalia Augusta, ospite quarto nonas septembris". Nel 1802 i proprietari erano i fratelli Carlo e Alemanno Tredicini. Alemanno nel 1812 vendette il castello a Genesio Scarani che lo tenne per solo 9 anni: nel 1821 lo passsò alla famiglia Radini-Tedeschi che lo tennero fino al 1950, anno in cui venne acquistato dalla famiglia Anguissola-Scotti. Dal 1995 appartiene a un membro della famiglia Brichetto Orsi, tuttora proprietario. L’edificio ha pianta rettangolare con cinque torri, di cui quattro che si staccano dagli angoli e un dongione d'ingresso al centro della facciata nord-ovest. Le torri hanno forme differenti ma tutte quadrangolari, presentano beccatelli che reggono l'aggetto della parte terminale coperta da un tetto. La muratura è in pietra tranne che gli sporti delle torri che sono realizzati in mattoni. All'interno, nel cortile, vi sono un portico, al piano terra, e un loggiato di aspetto settecentesco al primo piano. Interessanti i grandi saloni del primo piano, con soffitto a cassettoni e la scalinata con la volta affrescata a motivi policromi. A poca distanza dal castello ci sono alcune strutture rurali di interesse, come la piccola chiesa costruita nel 1726 da Gaetano Maria Baldini sul luogo di una costruzione preesistente e dedicata a San Giuseppe.

Il castello di mercoledì 2 novembre





TOCCO A CASAURIA (PE) – Castello o Palazzo Ducale Caracciolo

Attualmente di proprietà comunale, l'edificio, che sorge nella parte più alta del paese, ha un'origine più che millenaria. Fatto erigere da Federico II tra il 1187 e il 1220, fu distrutto dal terremoto del 1456 - lo stesso Signore di Tocco, Giovanni De Tortis, morì sotto le sue macerie - e suo figlio Antonio ne iniziò subito la ri¬costruzione. La nuova residenza venne eretta in stile rinascimentale a forma rettangolare con un cortile interno e quattro torri quadrate agli angoli dotate di merli a quattro punte (ancora visibili nella torre rivolta a Sud) che consentivano alle guardie di nascondersi e proteggersi durante l'attacco dei nemici. Gli spigoli, come le superfici scarpate, presentano masselli grigi ben squadrati che contrastano con le pietre di colore scuro, utilizzate per le pareti; queste hanno aperture incorniciate in pietra. Come rivela un’iscrizione posta al suo interno, la ricostruzione avvenne senza fossato, probabilmente inutile dopo l'invenzione della polvere da sparo. In un ambiente coperto con ampie volte a crociera è sita l'impressionante prigione costruita in un punto "dove non batte mai il sole". In una parete interna del maniero c'e ancora una "caditoia", ossia una botola che serviva per lanciare pietre e sassi in caso il nemico fosse entrato. Le stanze poste a piano terra erano riservate alla servitù o adibite a dispense, stalle e carceri. Vi era anche la stanza del trabocchetto dove il pavimento di legno si alzava non appena il nemico vi poggiava i piedi. Nel piano superiore vi erano i locali riservati al Signore, come il Salone delle Armi. I De Tortis furono i duchi di Tocco sino alla fine del XV secolo. Successivamente furono signori della nostra cittadina Ferrante d'Afflitto e Francesco Pinelli: quest'ultimo governò Tocco fino all'unità d'Italia. Nel 1706 Tocco fu distrutta di nuovo dal terremoto. Caddero il castello e molte abitazioni. La famiglia Pinelli si preoccupò di ricostruirlo e di ristrutturare il resto della cittadina. Gli eredi furono poi i Duchi Caracciolo di Napoli che vi abitarono fino alla II Guerra Mondiale. Il castello presenta una struttura imponente e straordinariamente adattata alla conformazione morfologica del territorio. Attualmente è disabitato e, nonostante una serie di interventi di recupero e consolidamento effettuati dall'Amministrazione comunale, necessita di lavori di ristrutturazione ben più radicali per tornare allo splendore di un tempo. Non è visitabile per ragioni di sicurezza.

mercoledì 2 novembre 2011

Il castello di martedì 1 novembre



MARIANA MANTOVANA (MN) - Castello Gonzaga

La prima citazione di Mariana Mantovana si ha nell'anno 1111, quando il Conte Alberto di Mariana Mantovana fu testimone dell'investitura dell'abate Pietro del Monastero della Gironda. Per alcuni secoli le vicende del Borgo seguirono quelle di Brescia al cui territorio il contado apparteneva e della cui diocesi faceva parte la parrocchia. Dopo la scomparsa dei Conti di Mariana Mantovana il comune di Brescia concesse Mariana Mantovana in feudo alla famiglia Sali di Brescia, la quale conservò il feudo sino all'inizio del 1400 quando una parte venne concessa a Carlo, Conte di Prato dichiarato poi decaduto per aver parteggiato per Mantova nel corso di una delle tante guerre che investirono questa zona di confine tra i due stati. Non ci sono notizie certe di Mariana Mantovana per un lungo periodo, ma probabilmente le sue vicende furono strettamente legate a quelle di Brescia, contesa a lungo tra i Visconti di Milano e la Repubblica di Venezia. Nel 1427 Asola, il principale centro del territorio, passò sotto il dominio di Mantova, ma un' insurrezione popolare cacciò le milizie gonzaghesche e la comunità decise di darsi spontaneamente alla Repubblica veneta. I tentativi di Venezia di assoggettare anche i borghi limitrofi portarono a una lunga controversia con Mantova per la delimitazione dei confini. Dopo una serie di conflitti le parti affidarono il compito di arbitro a Francesco Sforza, che divise il territorio marianese in due settori: la Rocca di Mariana Mantovana, con parte della contrada, restò con i Gonzaga, il resto andò alla Repubblica di San Marco. E' da allora che si aggiunse a Mariana l'aggettivo Mantovana, per distinguerla dalla porzione presa dai veneziani. Essa divenne dunque terra di confine tra due Stati che, tranne in momenti particolari, conservarono buone relazioni e quindi non c'era bisogno di apparati difensivi rilevanti. Non per questo la rocca venne trascurata. Era un recinto di potenti mura, circondato da un ampio fossato, con un'alta torre di avvistamento di pianta quadrata coronata da tre merli per lato. A lato della torre si trovavano l'ingresso carraio con ponte levatoio e il passaggio pedonale; a destra dell'ingresso, sotto l'arco, una lapide in marmo con leone rampante e le scritte MCCCCLXVI e IACOBUS. D. E. FRAHONO ricorda un capitano del castello che smessa l'armatura si stabilì nel paese. La data del 1466 può essere collegata a Ludovico, secondo Marchese (1444-1478) che si avvalse dell'abilità di Giovanni da Padova per dotare la rocca di Mariana Mantovana di un sistema difensivo idoneo anche a sopportare i tiri delle bombarde. La zona di muratura non interessata dalla torre era coronata da merli ghibellini, alcuni dotati di feritoie verticali mentre nella torre all'altezza dei merli suddetti, verso sinistra, si apre una feritoia orizzontale. All'interno della rocca vi erano poche abitazioni, probabilmente la residenza del comandante della guarnigione ed i locali per ospitare soldati, cavalli e forse il deposito delle derrate. La popolazione abitava all'esterno e veniva ospitata all'interno della rocca solo in caso di pericolo. Notizie sulle strutture difensive di Mariana Mantovana appaiono anche nelle lettere inviate al Marchese da Giorgione di Guastalla, altro architetto militare al servizio dei Gonzaga, in cui si parla dei lavori iniziati per rafforzare la rocca che risultava dotata di rivellino, pilastri e sostegni. Attualmente della fortificazione si conservano solo la grande torre (che successivamente venne dotata di orologio) e l'ingresso con il relativo tratto di mura.

martedì 1 novembre 2011

Il castello di lunedì 31 ottobre



OPPIDO LUCANO (PZ) – Castello normanno

Il paese ha origini medioevali e mantiene il suo aspetto originale nel centro storico, dominato dai ruderi del Castello, noto nel periodo medioevale come "Magnum Castrum". Con la costruzione del castello di Oppido si voleva raggiungere un duplice scopo, da una parte presidiare le vie di comunicazione tra il Melfese e le zone interne della Basilicata e dall'altra sfruttare il territorio per la sopravvivenza. Infatti esso era destinato sia ad ospitare cavalieri sia ad attirare i coltivatori della terra e nello stesso tempo proteggere il fiume Bradano. Il castello venne costruito, molto probabilmente, tra il 1047 e il 1051, durante le lotte tra il conte di Acerenza Riccardo Quarel figlio di Asclittino, e Drogone uno dei figli di Tancredi d'Altavilla. Il conflitto fu vinto da Drogone i cui figli rimasero padroni di Oppido fino agli albori del secolo successivo, quando uno di essi, di nome Giovanni, uomo di notevole cultura, musicologo e musicista, affascinato dalla confessione ebraica, abbracciò la fede israelitica per concludere i suoi giorni in Egitto, dopo aver girovagato per quasi tutto il Mediterraneo. Il castello non fu mai stabile dimora per i baroni, forse perché appartenuto quasi sempre alla Corona. I primi padroni, comunque, risultano i francesi Pietro de Sonmerouse (1269), Roberto de Drois (1306) e Pietro de Glaix (1309); la fortezza fu quindi ceduta a principi angioini e durazzeschi, finché, sotto, il regno di Giovanna I d’Angiò (ivi uccisa nel 1382 per ordine di Carlo III di Durazzo) e sotto i primi re Aragonesi, venne in possesso della famiglia Zurlo, che ne fu proprietaria sino al 1480. Per più di due secoli, quindi (1500-1721) fu degli Orsini, principi di Taranto. L'abbandono definitivo del castello avvenne con l’estinzione della Casa Orsini, dovuta ai debiti assai ingenti prodotti dalla cattiva amministrazione di alcuni suoi membri, per cui il feudo venne sequestrato. Se si eccettua la permanenza saltuaria di alcuni Orsini, il castello non fu mai realmente abitato dai suoi padroni, spesso neanche dai loro amministratori. Certamente non fu abitato dai De Marinis, marchesi di Genzano, ultimi feudatari di Oppido. Gli eredi di costoro lo vendettero, intorno al 1880, all'avvocato Gaetano De Pilato il quale in parte lo demolì e in parte lo trasformò fino a rendere pressoché irriconoscibile la primitiva configurazione. Oggi l'ala est del castello, quella abitata dai signori, aggredita da deturpanti abitazioni, s'eleva ancora con la maestà delle sue muraglie. In origine la pianta del castello raffigurava quasi un trapezio, sul cui lato oblungo sorgeva il grandioso prospetto esterno, fronteggiato in origine da quattro torri merlate: due angolari, quadrate e due mediane, cilindriche, poste a guardia della grande porta d’ingresso.
Oggi, al suo interno, ci sono solo poche tracce dell’antica ed imponente struttura, di cui rimane il portale d'ingresso, sormontato dallo stemma degli Orsini. Delle due delle torri cilindriche una non esiste più, l'altra fa bella mostra di sé ancora in una foto del 1915. Vi è una sorta di leggenda sul castello di Oppido, secondo la quale un compratore, mentre faceva apportare delle modifiche edilizie, trovò un plico ancora suggellato, con lo stemma degli Orsini, principi di Taranto. Incuriosito subito lo aprì per leggerlo. Il documento, poiché era scritto in latino, non fu tradotto dall’ignorante compratore, che per l’occasione si recò da un vecchio prete pregandolo di tradurgli il contenuto del plico. Il prete tradusse: "Poiché lo hanno fatto a me, io lo farò anche a te. Non so chi sarai né quando leggerai, ma sono sicuro che ci cascherai. Te lo dico: è una bugia; ma se scavi per tre metri, dove ora c'è la stalla, qualche cosa troverai. Or vediam come la metti: sì o no. Cosa farai? Forse ci cascherai!". Il prete manifestò che era chiaro fosse una burla, ma il compratore la pensò diversamente, e comunque non avrebbe fatto nulla. La notte seguente invece, da solo, iniziò a scavare; solo che non riuscendo in una sola notte proseguì nelle successive. Ogni notte, il compratore si alzava dal letto per andare a scavare forsennatamente, sino a quando, dopo tanta fatica, una cassetta. La prese, ma era pesante, perciò prima di aprirla, volle aspettare dopo un piccolo riposo; intanto pensava a sè ricco e padrone di un castello meraviglioso, che avrebbe oscurato la fama del Magnum Castrum che aveva acquistato. La storia, accanto al nome, dei grandi feudatari di Oppido avrebbe ricordato anche il suo! Tremando, aprì la cassetta, ma niente, nè oro, né gemme; ma solo ancora un plico. Lo srotolò con mano febbrile e lesse soltanto una parola: "Blennus!". Non sapeva il latino, ma dovette certamente comprenderne il significato; anzi si arrabbiò così tanto che si allontanò per sempre da Oppido, dopo aver rivenduto il castello.