sabato 30 aprile 2011

Il castello di domenica 1 maggio



CINETO ROMANO (RM) - Castello Orsini

Contro le scorribande dei Saraceni e degli Ungari nell' XI secolo furono costruiti ben tre castelli a Cineto: dei primi due sono rimaste solo le rovine; il terzo (chiamato 'Scarpa Feudale'), voluto dal conte Giovanni de Marso, ancora oggi sovrasta turrito il caseggiato e la vallata. Anche se trasformato in palazzo baronale, conserva un aspetto imponente e superbo ed è guarnito di feritoie sormontate da merli ghibellini. La Signoria di Scarpa rimase attribuita a Matteo, al figlio Oddone e ad Angelo di Oddone sino al 1390, quando Matteuccio Masi di Tivoli ne divenne Barone. A seguito, col matrimonio del 1418 tra Maria Masi di Matteuccio e Orsello di Orso degli Orsini, la baronia passò a questi ultimi. Gli Orsini tennero il castello fino al 1612, quando il possedimento fu ceduto ai Borghese. Nel maggio 1934, i Padri Oblati di Maria Immacolata acquistarono il castello e poi lo rivendettero trasformato in vari alloggi o appartamenti. Visitando il maniero, per un’ampia scalinata si giunge all’antico posto di guardia, che fu l’ingresso principale al castello e sulla cui torretta era stata posta la campana civica, la quale venne sostituita nel sec. XV dal grande orologio comunale, che si ammira ancora oggi. Vicino all'ingresso, una finestra di un cantina, protetta da una robusta inferriata, ci indica l'ubicazione delle prigioni, che la leggenda narra fosse anche il luogo in cui venne rinchiusa Beatrice Cenci, prima di essere giustiziata a Roma. Il torrione a pianta circolare, rafforzato in epoca successiva da una spessa cortina muraria, è da intendersi come il mastio medievale. Attualmente è in buono stato di conservazione e presenta merlature molto restaurate. Per approfondire vi invito a visitare il seguente link:
http://www.cineto.it/il-castello-orsini.html.

Il castello di sabato 30 aprile



ACUTO (FR) - Castello vescovile

Sorge proprio nel punto centrale del paese, in posizione dominante sulla porta d'ingresso e il borgo, rettilineo di circa duecento metri. La costruzione originale risale intorno all'anno Mille. Fu proprietà dei vescovi di Anagni fin dall'XI secolo a parte un breve periodo di nove anni verso il 1430, durante il quale appartenne ai conti di Segni. Nel 1507 era amministrato dal vescovo di Anagni. Nel 1551 il ramo gentilizio dei Caetani Palatini si impossessò con la forza del paese, in cui, forse, la famiglia aveva gìà avuto possedimenti dei Caetani; in ogni caso nel XV sec. Alto e Grato Conti di Anagni se ne impadronirono, provocando l’intervento del Pontefice Eugenio IV che ne restituì il possesso alla Chiesa. Ritornando così sotto la giurisdizione della Capitolo anagnino, il castello vi rimase, anche in seguito senza subire altre forzate espropriazioni, come risulta dagli atti del XVI sec. Va sottolineato, a questo proposito, che ancora fino ai nostri giorni il vescovo di Anagni è insignito del titolo di “Signore di Acuto”. La struttura attuale, in scura pietra grigia e dalla forma solida e robusta, è solo una parte dell'antico castrum. Come molti altri castelli laziali, trasformato in villa residenziale, ci appare molto manomesso tanto da non rendere possibile una valida lettura storica. Il portale d'ingresso, preceduto da doppia scalinata laterale, conduce a un atrio spazioso, da cui si accede ai due piani, abitati fino ad anni recenti (conti Giannuzzi Savelli). Un torrione rotondo di tre piani, anch'esso abitabile, chiude la facciata sul lato destro. Fissando un appuntamento, è possibile accedere all'interno del castello. Un balcone panoramico domina il paese.

venerdì 29 aprile 2011

Il castello di venerdì 29 aprile



MELDOLA (FC) - Rocca dei Malatesta

Questa poderosa fortificazione è posta su una roccia di calcare di origine marina da cui domina l'abitato e per i Meldolesi è il simbolo indiscusso della città. Il complesso architettonico, viste le sue diverse fasi di costruzione, in secoli diversi, è caratterizzato da stili differenti ben osservabili nelle murature, che ancora oggi si conservano perfettamente, alte ed imponenti. Al loro interno sono presenti vasti fabbricati e le corti. La rocca presenta da Via alla Rocca una rampa di accesso a gradoni larghi e bassi. Lungo il lato sud-est si sviluppano in successione: il cortile in cui svettano alcuni cipressi, la torre campanaria decorata da merli e beccatelli, la torre del mastio e il piccolo torrione adiacente. L'esatta epoca della costruzione non è nota, anche se si ritiene che il primo impianto risalga agli anni attorno al Mille. Le prime notizie certe della rocca si hanno solo nel 1158 quando Bonifacio, figlio del conte Lamberto di Castrocaro, la donò all'arcivescovo Anselmo, con il divieto di cederne il possesso ad altri a qualsiasi titolo. Da questo momento il poderoso fortilizio entrò dunque a far parte dei possedimenti della Chiesa ravennate sebbene contesa a lungo dai nobili locali. Nel 1283 passò sotto il diretto controllo della chiesa di Roma che la perse e la riconquistò più volte, sempre nel volgere di pochi anni. Nel 1350 gli Ordelaffi se ne impossessarono ma la persero 9 anni dopo, nel 1359 per opera del cardinale Albornoz. In quel periodo il castello era "custodito da 20 famiglie". Nel 1379 venne presa dai Malatesta che la tennero fino al '500. Malatesta Novello ampliò il nucleo originario e rafforzò le mura del lato est. Nel 1500 Pandolfo IV Malatesta vendette Meldola a Cesare Borgia. Fra il 1503 e il 1509, sotto il potere della Repubblica di Venezia, la fortezza subì alcuni restauri che ne permisero la trasformazione da presidio militare a residenza signorile. Intorno al 1535 i conti Pio da Carpi, e in particolare Leonello, ampliarono in maniera significativa l'intero complesso arricchendolo di opere d'arte. La rocca passò poi alle famiglie Aldobrandini e Doria Pamphilij. Nel 1797, durante l'occupazione napoleonica, fu saccheggiata dei suoi ricchi arredi. Il terremoto del 1870 danneggiò seriamente l'edificio e ne provocò il declino. Nel 1995 il Comune di Meldola é divenuto proprietario dell'immobile, nel 1996 ha dato inizio ai lavori di risanamento e ristrutturazione dell'intero complesso.

giovedì 28 aprile 2011

Il castello di giovedì 28 aprile



COLOBRARO (MT) - Castello Carafa

Il Castello fu edificato nel XII sec. e fu dimora di diversi feudatari. La prima fu Albereda di Chiaromonte (signora di Colobraro e Policoro, moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo), nel XIII secolo. Furono poi signori del feudo i Sanseverino, cui seguirono i Carafa, i Donnaperna e i Brancalasso. Il castello è posto sul punto più alto del borgo ed è raggiungibile da percorsi ripidissimi che tagliano verticalmente il lato sudovest della collina, su cui è arroccato Colobraro. Sul lato nord-orientale, praticamente irraggiungibile, vi è un muro di cinta, ormai in stato di rudere, munito di feritoie. A nord vi sono spezzoni di muro che testimoniano la presenza di un ponte levatoio. L'antica e probabile torre quadrilatera è stata abbattuta e gli ambienti sono stati utilizzati come stalle e deposito delle abitazioni prospicienti il castello. I Carafa, feudatari per circa due secoli a partire dal 1617, pur conservando il titolo di principi di Colo­braro ne cedettero il territorio, vendendolo, o affittan­dolo o dandolo in dote matrimoniale ai Donnaperna. Nel 1736 nella Relazione del Gaudioso si legge, infatti, che la terra di Colobraro era nelle mani dei marchesi Donnaperna, da cui passò in seguito ai Brancalasso di Tursi, per matrimonio di una di loro, Olimpia, con un Brancalasso. Fu allora che il castello venne abbando­nato definitivamente e mai più scelto come dimora. Oggi il maniero, ridotto allo stato di rudere anche per il terremoto del 1856, è stato da pochissimo oggetto di un intervento di restauro conservativo. Le uniche notizie attendibili riguardano i dati relativi alla struttura esterna e interna prima del­l’ampliamento del 1500 e quelli successivi a opera dei Carafa fornite dal Bretagna. Secondo questi nel castel­lo c’erano oltre quaranta vani al primo piano e grandi magazzini e antri al piano terra; successivamente con la costruzione di muraglioni si formò un altro piano per la costruzione di altre sei sale e di una grande scuderia. Una galleria sotterranea, oggi non più esistente, colle­gava il castello alla cappella gentilizia dell’Icona, co­munemente detta della “Cona” la cui costruzione sem­bra di poco anteriore al 1500.

mercoledì 27 aprile 2011

Il castello di mercoledì 27 aprile



ARAGONA (AG) - Palazzo Principe Naselli

Fondata dal conte Baldassare III Naselli nel 1606, la città divenne ben presto un principato e i Naselli, che mantennero il possesso del paese fino al 1812, fecero costruire l’imponente Palazzo Principe a suggello del loro prestigio agli inizi del ’700. Il poderoso edificio di mole rettangolare, con quattro loggette ai suoi angoli, si erge maestoso e domina tutto il tessuto urbano che a vari dislivelli occupa i pendii orientali del monte Belvedere. E' arricchito dai magnifici affreschi del pittore fiammingo Guglielmo Borremans, incaricato da Baldassare Naselli Branciforti, che aveva assunto il principato nel 1711. Furono affrescate le volte di molte sale e specialmente del gran salone del palazzo, le logge e la cappella con una grande varietà di soggetti sacri e profani e con una grande profusione di ornati. Ancora agli inizi del secolo si vedevano sopra due porte principali, due medaglioni dipinti con belle mezze figure del Redentore e della Vergine, e alla sommità delle pareti alcune storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. La ricca pinacoteca comprendeva due dipinti di Guido Reni, “Il ratto di Proserpina” e “Il ratto d’Europa”. Ma i quadri e la maggior parte degli affreschi andarono perduti nel corso del secolo scorso per l'incuria dei suoi proprietari, che nel 1875 restaurarono il palazzo distruggendo molte delle pitture. Esistevano ancora nel 1880 le storie del Giudizio di Salomone, di Rebecca al Pozzo, di Mosè con le Tavole e della Samaritana. Tutto fu manomesso quando furono rifatti la volta e il salone. Nel 1911 Gioacchino Di Marzo, venuto a visitare Aragona, ammetteva amaramente la scomparsa di gran parte degli affreschi. Il sacerdote Luigi Burgio Naselli, discendente dei fondatori di Aragona, con atto del 18 dicembre 1887 fondò il Pio Istituto Orfanotrofio Femminile Principe Aragona e alla sua morte gli lasciò in dote tutto il Palazzo con testamento fatto il 28 settembre 1889. Qualche anno dopo la fondazione dell'Opera Pia, metà del Palazzo venne prima dato in affitto e poi venduto per una somma pari a Lire 200.000 al Comune di Aragona. Nei nostri giorni il Palazzo è stato occupato per metà dal Municipio, dove trova sede la Biblioteca comunale e per l'altra metà è ancora sede dell'orfanotrofio Femminile. In questa seconda parte, si conservano ancora solamente gli affreschi di una loggia, deteriorati dai fenomeni atmosferici, rappresentanti la vittoria trionfante su un carro, e quelli, in buono stato di conservazione, della volta di un ampio salone, raffiguranti, al centro, in un rosone, la Gloria con al capo una corona turrita nell'atto di alzare con la mano destra una corona d'alloro e con la sinistra un nastro con la scritta del motto della famiglia Naselli " Non sine certamine".

martedì 26 aprile 2011

Il castello di martedì 26 aprile



PRIVERNO (LT) - Castello San Martino (o Palazzo Tolomeo Gallio)

Le sue origini non sono ancora del tutto conosciute, ma un intero fascicolo (conservato nell'ex Archivio della Curia Vescovile di Priverno) sui litigi insorti per la sua proprietà fornisce abbondanti informazioni che permettono di seguirne l'evoluzione fino ai tempi recenti. Prende il nome dal cardinale che lo fece costruire e lo scelse come sua residenza dopo aver ottenuto in enfiteusi perpetua dal vescovo F. Beltramini due appezzamenti di terreno appartenenti alla mensa vescovile di Terracina, siti nel territorio di Priverno. L'edificio venne eretto sulle rovine dell' antica chiesa di San Martino (da qui deriva il nome del castello) tra il 1565 e il 1569. Nel 1589 vi soggiornò Papa Sisto V, di passaggio per recarsi a Terracina dove doveva visitare i lavori del porto. Nel 1597 il Cardinale Tolomeo Gallio donò ai Camaldolesi l'edificio e la tenuta circostante, a condizione di realizzare nel palazzo una chiesa da dedicare a S. Martino ed un monastero dove avrebbero dovuto risiedere stabilmente dieci monaci. Ma i monaci ben presto ebbero problemi con il Comune di Priverno per alcuni usi civici goduti dai privernati in quei terreni acquistati dal Gallio. Nel 1652 il Pontefice Innocenzo X soppresse tutte le piccole comunità monastiche: fra queste vi fu quella di S. Martino che scomparve per sempre dal luogo. Il forzato abbandono di S. Martino da parte dei monaci provocò una lunga serie di controversie tra i duchi di Alvito (eredi del Gallio) ed il vescovo pro tempore della diocesi di Terracina, entrambi pretendenti alla tenuta di S. Martino. Dopo secoli di controversie, segnati da alternate vicende, sul finire del XIX secolo i principi Borghese, già proprietari della tenuta di Fossanova, giunsero in possesso di S. Martino. L'immensa proprietà dei Borghese si dileguò nel giro di pochi decenni e le tenute furono acquistate dalla famiglia Di Stefano nel 1914. Acquistato dal Comune e riportato all'antico splendore è oggi centro convegni e corsi di aggiornamento. Il parco circostante, di circa 33 ettari, è sempre aperto al pubblico anche per visite guidate. Esso è percorribile attraverso un sentiero naturalistico ed è attrezzato con aree di sosta e anche da un percorso ginnico in legno. La valenza artistica e paesaggistica, che l'insieme Castello-Parco rivestono nel loro contesto territoriale, è oggi arricchita dall'affascinante richiamo del Museo per la Matematica "Il giardino di Archimede" e dal Laboratorio Provinciale di Educazione Ambientale, aventi sede nell'edificio. Il palazzo ha pianta quadrata con ingresso nella facciata nord-ovest, con un portone in opera bagnata sormontato dallo stemma della famiglia Borghese e da un balcone, che introduce ad un vasto cortile aggraziato da un portico a tre campate. Ai quattro angoli si innalzano agili torri che superano i due piani dell'edificio con un attico avente una bifora ad archi a tutto sesto per ogni lato. Le torri, come i muri perimetrali dell'edificio, poggiano su basi con pareti fortemente rastremate, che insieme alla serie di poderosi contrafforti danno all'insieme quel carattere sancito con l'attuale denominazione di "castello". A sinistra dell'androne vi è la cappella dedicata a S. Martino. A destra del porticato si trova la scala che conduce al piano superiore e agli scantinati.

venerdì 22 aprile 2011

Buona Pasqua 2011



il blog castellano si ferma fino a Pasquetta....ci rivediamo il 26 aprile. Buona Pasqua a tutti !!

Il castello di venerdì 22 aprile



GAVORRANO (GR) - Castello

Presenta ancora oggi ben leggibile la cinta muraria di forma ellittica che delimita quasi interamente il borgo di origini medievali. All'interno di questa si trova un altro circuito murario concentrico al primo, con torri inglobate nell'apparato edilizio. Le mura furono innalzate durante il XII secolo, quando il controllo sul centro di Gavorrano era spartito tra i vescovi della nuova Diocesi di Grosseto e la famiglia Alberti di Mangona. Alla morte del Conte Rinaldo, figlio di Alberto di Mangona, subentrarono i Pannocchieschi del ramo d'Elci. Nel XIV secolo i Pannocchieschi sottomisero il castello all'autorità del Comune di Volterra nella persona del podestà Paganello Pannocchieschi. Nel 1320 essi cedettero al Comune di Massa la loro parte dei diritti sul castello. Dopo alcuni anni, nel 1331, durante la lotta tra i Comuni di Massa e Siena, Gavorrano venne conquistata da quest'ultima. La famiglia senese dei Malavolti, acquistò i diritti sul castello nel 1379 e lo tenne fino al 1465 con un'unica interruzione durante l'invasione di Alfonso d'Aragona, re di Napoli. Nel 1465, con atto di rinuncia i Malavolti cedettero Gavorrano alla Repubblica di Siena. Ripercorrendo la "storia architettonica" del castello, nel corso del Trecento la struttura difensiva fu ristrutturata dai Senesi che la rafforzarono con alcune torri di guardia. Nella seconda metà del Seicento parte della preesistente cinta muraria risultava degradata. Nella seconda metà del secolo scorso una serie di restauri ha permesso un discreto recupero della cerchia muraria medievale. L'accesso al borgo è possibile attraverso una caratteristica porta ad arco tondo. Si conservano diversi tratti di cortina muraria rivestiti prevalentemente in arenaria, che si caratterizzano per gli elementi stilistici tipici medievali; in alcuni punti si è venuta a trovare addossata a pareti di edifici. Nella parte meridionale si notano tracce di torri di avvistamento in filarotto con base a scarpa e sezione quadrangolare. Nella parte settentrionale le mura si appoggiano direttamente sul letto di roccia di macigno affiorante. Qui sono visibile tracce di una loggia tamponata, bastioni parzialmente ristrutturati con merlatura rifatte.

giovedì 21 aprile 2011

Il castello di giovedì 21 aprile



FAVARA (AG) – Castello Chiaramonte

Fu edificato secondo alcuni studiosi intorno al 1270 come dimora di caccia di Federico II di Svevia; a sostegno di questa teoria c’è la disposizione in quadrato dei corpi di fabbrica che richiamerebbe lo schema tipico dei castelli svevi sorti nella Sicilia orientale e che lo accosterebbe ai "palacia" o "solacia" fatti costruire dal re Federico II di Svevia (1194-1250) in Sicilia ed in Puglia circa 50 anni prima. Secondo altri studiosi, invece, il Castello sarebbe stato costruito dalla famiglia Chiaramonte nel XIV secolo. Ha forma quadrilatera, con lati di lunghezza di circa 31 metri. L’edificio è particolarmente interessante perché rappresenta la fase di transizione dalla tipologia del castello a quella del palazzo. Appartenne in seguito ai Moncada-Peralta, ai Perapertusa, ai De Marinis, ai Pignatelli e alla famiglia Cafisi. A testimonianza delle diverse proprietà avute nel tempo, al suo interno sono ancora ben visibili alcuni stemmi tra cui quello di Federico II, cioè l’aquila imperiale che con gli artigli ghermisce la lepre, quello della famiglia Chiaramonte che rappresenta 5 monti, e quelli dei Perapertusa-Castellar, dei Perapertusa-De Marinis e dei Tagliavia-Aragona. Il suo parziale uso a residenza non strettamente militare è diretta conseguenza dell'ubicazione poco elevata del maniero che si presenta con un primo ordine di facciata compatto ed un secondo traforato da bifore, alcune sostituite in età rinascimentale da finestre architravate. Il Castello ha mura alte e assai spesse, con numerose strette feritoie su tutti e quattro i lati. Vi si accede dal lato sud. Degno di nota è il portale ogivale, affiancato su ciascun lato da due colonnine e da un fregio marmoreo rifinito a bassorilievo con amorini alati. I motivi delle decorazioni riecheggiano chiaramente l'età normanna: in particolare i fusti e i capitelli ricordano quelli del chiostro del Duomo di Monreale. Il portale immette in un’ampia corte dove si affacciano le finestre dei due piani dell’edificio. Nell’androne d’ingresso si nota su una parete un affresco che raffigura San Giorgio protettore dei Chiaramonte. Il piano terra, i cui locali erano una volta adibiti a magazzini, scuderie e abitazioni della servitù, presenta dei soffitti con volte a botte, mentre il primo piano quello residenziale, presenta 7 stanze messe in comunicazione tra loro tramite un corridoio. Vi si trova pure la cappella con cupola intonacata nella sua parte esterna di colore rosso. Dopo un periodo di abbandono, qualche anno fa il Castello Chiaramonte è stato restaurato e attualmente è usato come sede di rappresentanza del Comune. Alcune sue sale ospitano eventi culturali e manifestazioni anche a carattere nazionale.

mercoledì 20 aprile 2011

Il castello di mercoledì 20 aprile



STELLATA DI BONDENO (FE) - Rocca Possente degli Este

E’ posta a nove km da Bondeno di Ferrara lungo la sponda destra del Po, di fronte all’abitato di Ficarolo che sorge sulla sponda opposta, in un luogo strategico per il controllo della navigazione fluviale e dei pedaggi, ancora oggi punto di confine tra Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il Po costituiva infatti la maggiore arteria di traffico di uomini e merci dell'intera Pianura Padana e fin dall’anno 1000 era stata innalzata una postazione con funzione di scalo o di porto, con le strutture e l´organizzazione per il controllo delle imbarcazioni e l´esazione daziaria. La Rocca Possente nel 1362 fu ampliata e potenziata da Nicolo' II d'Este anche allo scopo di respingere le navi nemiche. In diverse occasioni la fortificazione fu decisiva per l’esito di guerre e combattimenti, come nel 1482 in cui la sua resistenza consentì l´arrivo dell´esercito ferrarese e dei suoi alleati, capeggiato da Federico da Montefeltro, duca di Urbino, comandante della lega costituitasi per difendere Ferrara, che riuscì a rovesciare le sorti della guerra contro i Veneziani. Ancora nel 1509 Stellata riuscì ad agganciare delle schiere venete, impedendo loro di raggiungere Polesella, dove si svolse la battaglia decisiva, vinta dai Ferraresi: solo nel dicembre del 1510 i veneziani riusciranno ad occupare la Rocca che, stando a quanto riportato nelle pagine sulla storia di Ferrara del Frizzi, doveva essere munita di ulteriori difese, che venivano rinforzate in occasione di eventi bellici sia nel Po che attorno all'edificio e lungo gli argini. Il passaggio del fiume era poi regolato da un passacatena, che secondo i casi impediva o permetteva il passaggio delle navi. La rocca faceva parte quindi di un'organizzazione difensiva più ampia e complessa, strettamente correlata a quella di Ficarolo. Il quadro delle distruzioni e ricostruzioni di Rocca Possente è piuttosto complesso: fu distrutta dai veneziani agli inizi del Cinquecento; venne riedificata nel 1557 per volere di Ercole II d’Este; pare sia stata nuovamente distrutta nel 1587 per volontà di Alfonso II. Dopo la devoluzione del ducato estense allo stato pontificio, nel 1598 i papi continuarono a prestar attenzione a Stellata, in quanto oggettivamente era un sito strategico importante. Urbano VIII fece eseguire opere fortificatorie nel 1629. Nel 1708 gli Austriaci, durante la guerra di successione, conquistarono Stellata e nei patti con il Legato pontificio vincolarono la cessione del territorio alla demolizione dei bastioni, che fu condotta a termine il primo novembre dello stesso anno, mentre la Rocca, che non costituiva più alcun pericolo, non fu toccata. L’edificio, visto il tipo di costruzione a pianta poligonale, appartiene a quella fase dell’architettura militare “di transizione” che tra il 1500 ed il 1570 segna il passaggio dall’uso delle armi tradizionali all’introduzione dell’artiglieria da fuoco. Attualmente è in buone condizioni dopo gli ultimi restauri ed è sede di buona parte delle attività culturali del Comune di Bondeno. Presenta una pianta a stella a quattro punte inseribile in un quadrato ed e' presumibile che da questa configurazione "stellata" abbia preso il nome il paese in cui sorge.

martedì 19 aprile 2011

Il castello di martedì 19 aprile



AVETRANA (TA) - Castello Imperiali

Costituitosi in seguito all'aggregarsi di varie opere di carattere militare, il complesso fortificato di Avetrana è conosciuto anche come il "Torrione", nome che evidenzia la parte più antica ed imponente della fortificazione e sposta subito l'attenzione sulla Torre quadrata, che costituì il principale caposaldo del sistema difensivo di quei luoghi. Di costruzione anteriore al 1378, era circondata da un fossato e raggiungibile mediante una ripida rampa di scale, a sua volta collegata con la torre da un ponte levatoio, facilmente difendibile, e di cui restano visibili nei muri gli appoggi per le travi lignee. Realizzato in carparo locale ed alto circa 20 metri, il torrione ha le facciate regolari, pulite, ed una scala che permette l'accesso al primo piano dal lato sud della costruzione. La sommità, per circa 4 metri partendo dall'alto, è decorata con mattoni di carparo sporgenti in modo da formare bugne arrotondate, disposte in modo irregolare. Tra le bugne si aprono le feritoie delle balestriere che, presenti in gran numero permettevano una discreta difesa della struttura. Le originarie finestre erano monofore; pochissime, strette e solo ai piani superiori. Tutte le altre sono da ritenersi rimaneggiamenti successivi, o adeguamenti alle mutate esigenze difensive. La struttura regolare della torre lascia pensare alla torre normanna di Leverano, a circa 40 km a sud di qui: la somiglianza è veramente tanta. Tuttavia successivi studi hanno attribuito la torre al periodo angioino forse grazie alla politica operata da quel casato di raccogliere in pochi centri le popolazioni sparse per le campagne. Il mastio, databile intorno alla seconda metà del XIV sec., fu fatto edificare da Pietro del Tocco la cui signoria continuò con Guglielmo suo figlio. Il feudo di Avetrana, e dunque anche le sue difese, passò poi alla famiglia De Raho, e, dopo la morte di Teodora di Giacomo Raho, ritornò alla regina Giovanna II, che lo donò a Giovanni Dentice di Napoli, il quale a sua volta nel 1423 lo vendette a Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Tenuto per pochi anni da Francesco Montefuscoli, nel 1481, e quindi in epoca aragonese, passò alla famiglia Pagano, portato in dote da una Montefuscoli. Carlo Pagano lo cedette nel 1567 (o 1587) per la somma di 50.000 ducati a Giovanni Antonio Albrizzi, signore di Mesagne, insignito nel 1604 del titolo di principe di Avetrana. Proprio al periodo in cui i Pagano e poi gli Albrizzi stabilirono in Avetrana la propria dimora è databile la realizzazione della cinta bastionata, con torrione cilindrico angolare e bassa torretta quadrata, di incerta funzione, che sono altri elementi del castello "attuale". Dagli Albrizzi fu poi acquistato da Michele di Davide Imperiali, che nel 1691 iscriveva il proprio nome sul portale del piano nobile dell'adiacente e ricco palazzo. Nel '700 andò infine alla famiglia Romano, originaria di Brindisi. Col venir meno delle esigenze strettamente difensive, e quindi in epoche più recenti, il complesso venne dapprima adibito ad usi agricoli, connessi all'attività dei sottostanti trappeti, forse già all'epoca degli stessi Imperiali. Infine, all'inizio del nostro secolo, fu destinato a mattatoio comunale. A seguito di ciò vennero realizzate non poche superfetazioni e strutture, tutte intorno alla torre quadrata, e di cui restano ben visibili le tracce nelle murature esterne, mentre fossato e parte delle cortine esterne scomparvero definitivamente. Dopo la demolizione di tali superfetazioni ed il crollo di una parte della torre tonda e della doppia volta a piano terreno all'interno della torre maggiore, il Castello assunse la sua definitiva ed attuale fisionomia. Sino al 1986 poco più che un rudere, il "Torrione" è stato oggetto di un ottimo intervento di restauro conservativo e recupero da parte dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, con finanziamenti concessi dall'Assessorato alla Cultura della Regione Puglia ai sensi della Legge Regionale del 26/03/1979 n. 37. A seguito di questo intervento sono tornati alla luce ambienti ipogei corrispondenti a frantoi oleari che occupano molta parte delle fondamenta del castello.

lunedì 18 aprile 2011

Il castello di lunedì 18 aprile



JERAGO CON ORAGO (VA) - Castello Visconteo

Posto su un'altura della Valle dell'Arno, poco lontano dal paese, è collegato a Somma Lombardo attraverso le fortificate Arsago Seprio e Besnate. La sua costruzione risale probabilmente al XIII secolo, ma la presenza di affreschi risalenti al X secolo nell'attigua chiesetta di San Giacomo (ritenuta la cappella del castrum) fa pensare che il luogo fosse già fortificato in epoca precedente. Per la sua posizione strategica il castello faceva parte della linea di fortificazioni a Nord di Gallarate del Ducato di Milano. Nel 1248 il feudo di Jerago venne assegnato dall'arcivescovo di Milano Ottone Visconti al fratello Gaspare e al nipote Pietro, che diede vita al ramo dei Visconti di Jerago. Alcuni discendenti della famiglia ebbero stretti legami con i Visconti di Milano e si imparentarono con famosi personaggi. Antonia Visconti di Jerago sposò nel 1417 Francesco Bussone, detto il Carmagnola, capitano di ventura e Elisabetta fu moglie del segretario ducale degli Sforza Cicco Simonetta. Il castello, abitato soltanto nell'ala nord, si presenta come un edificio compatto e chiuso sui quattro lati, senza torri, con mura costituite da pietre intervallate a mattoni; intorno al 1500 gli venne aggiunta la parte dei rustici. Dal 1300 al 1700 appartenne alla famiglia Visconti di Jerago, come testimoniano anche gli affreschi quattrocenteschi all'interno di S. Giacomo in cui è rappresentata una figura di offerente inginocchiato davanti alla Madonna in trono, con a lato lo stemma visconteo e una poco leggibile dedica. Nel 1751, con l'estinsione dei Visconti a seguito della morte di Antonio, l'edificio passò di proprietà alle famiglie Bossi e Bianchi assumendo l'aspetto di vera e propria residenza grazie all'apertura di nuove e ampie finestre e con la decorazione affrescata dei soffitti a motivi naturalistici di Carlo Antonio Raineri. Verso Sud fu sistemato il giardino in due terrazze come è visibile attualmente. Nel secolo scorso, dopo essere stato acquistato e restaurato da una famiglia fiorentina, è stato venduto all'attuale proprietario che ha apportato nuovi miglioramenti negli anni '60. Oggi il castello è una dimora privata immersa nel verde in cui si possono organizzare matrimoni ed eventi. Per approfondire si può visitare il seguente sito: www.jerago.com

sabato 16 aprile 2011

Il castello di domenica 17 aprile



ANZIO (RM) - Castello nel Porto Innocenziano

Ad Anzio nel 1700 arrivò un'importante svolta, grazie al cardinale Antonio Pignatelli, eletto Papa Innocenzo XII, che invece di far ricostruire il porto neroniano, ne fece progettare uno nuovo, che oggi porta il suo nome. La città venne ribattezzata “Porto d’Anzio”. A tale scopo acquistò dal principe Giovanni Pamphili tutta la fascia adiacente e prospiciente il nascente porto per consentire ai nettunesi di risiedere in loco. Difatti furono subito costruiti alloggi per i funzionari e sorveglianti delle ciurme, (costituite da prigionieri turchi fatti schiavi e da condannati alle patrie galere), e per i soldati addetti alle torri d'avvistamento lungo il litorale e fu eretta una Cappella per l'assistenza spirituale dei fedeli. L'edificio di cui parliamo, di origine medievale, ma molto manomesso agli inizi dell'800, sorge sul molo che chiude a ovest il bacino del Porto Innocenziano; costruito nel sec. XVIII, divide Anzio in una riviera di Levante e una di Ponente. E' uno dei due fortini edificati a protezione del porto. Uno era collocato sull'estrema punta del molo sud e adibito a quartier generale della guarnigione di artiglieria e l'altro (quello nella foto) collocato all'inizio dello stesso molo sud ma in posizione più arretrata, quasi a terra, che custodiva i depositi e gli alloggiamenti militari. Una incursione di navi inglesi lungo la costa fra Nettuno e Tor San Lorenzo distrusse nel 1813 le due fortificazioni che non furono più ricostruite. Oggi per chi volesse visitare il porto e lo cercasse, vedrà un comune palazzetto, con alcuni elementi estetici che ne ricordano il passato...e niente più. Cercando notizie su di esso su internet, mi sono imbattuto su un annuncio di affitto di un appartamento ubicato in questo edificio (datato gennaio 2009) per cui deduco che sia proprietà privata e che anche al suo interno non vi sia più nulla di valore storico.

Il castello di sabato 16 aprile



COLONNA (RM) - Palazzo Baronale Colonna

Sorge sulle fondamenta del castello medievale del secolo XI, appartenuto alla potente famiglia dei Colonna e distrutto dalle armate di papa Bonifacio VIII alla fine del 1200. Edificato tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo il palazzo domina dall'alto tutto il paese. Di grande rilevanza è il portale bugnato, sormontato da una torretta con orologio, che ha avuto per secoli la fondamentale importanza di scandire i tempi della vita del paese. Nell'ingresso del palazzo si apre il cortile da cui è possibile vedere la facciata posteriore cinquecentesca del palazzo, con portico (secolo XVI) a cinque fornici e loggia. Nella seconda metà del 1500 l'edificio divenne sede carceraria per detenuti condannati o in attesa di giudizio; da qui il motivo per cui l'edificio fu anche detto "palazzaccio" . Una parte del palazzo principesco fu modificata nel lato sud-occidentale con la realizzazione della Chiesa di San Nicola di Bari nel secolo XVIII voluta dai Pallavicini. Nel 1815 al Comune di Colonna fu dato dal principe Luigi Pallavicini il salone principale del palazzo, utilizzato come sede del consiglio comunale. Negli anni fra il 1953 ed il 1956, in posizione di contiguità con quanto rimasto della corte interna del Palazzo, è stato costruito un serbatoio idrico, detto amichevolmente "il dindarolo" dagli abitanti di Colonna, che rende caratteristica l'immagine di questo paese da qualunque strada vi si arrivi. L’ immagine complessiva del palazzo doveva essere stupenda prima che l’ incuria, la burocrazia e le guerre ne facessero crollare i lati minori (rimangono a testimonianza di ciò frammenti delle arcate laterali ).I locali dell’ antico maniero sono ora frazionati in svariate cantine, rimesse ed abitazioni private; la bella scala che porta al loggiato superiore ed i locali comunali del Centro Anziani sito al piano terra del palazzo sono l’unica porzione che è possibile ammirare completamente e forse e meglio così, almeno finché un restauro radicale dell’ opera non la riporti agli antichi splendori.

venerdì 15 aprile 2011

Il castello di venerdì 15 aprile



FORLIMPOPOLI (FC) – Rocca Albornoziana

Si erge maestosa nel centro del paese in Piazza Garibaldi ed è una delle più belle rocche di Romagna. Fu edificata negli anni compresi fra il 1360 e il 1365, per un preciso piano strategico militare, su volere di Egidio Albornoz, il cardinale al quale il papa affidò la riconquista delle terre romagnole. Già prima del suo arrivo a Forlimpopoli, esisteva una fortificazione a guardia delle mura cittadine. Nel 1356 gli Ordelaffi provvidero a restaurare e rafforzare la città ma nel 1360 l’Albornoz, alla testa delle truppe pontificie, dopo un lungo assedio, la rase al suolo quasi interamente permettendo che le truppe saccheggiassero le abitazioni ed uccidessero gli abitanti. Il Palazzo Vescovile venne occupato ed il Vescovo allontanato. La rocca venne riedificata sulle basi della precedente e con i materiali recuperati dalle devastazioni della città, inglobando edifici preesistenti, come la vecchia Cattedrale di Santa Maria. Questa, probabilmente nel 1363, venne in gran parte abbattuta per far posto alla fortezza. Nei sotterranei, inoltre, sono rimasti i ruderi del presbiterio della chiesa. La struttura venne praticamente ultimata in pochi anni tanto che Anglico de Grimoard, nella sua Descriptio provinciæ Romandiolæ del 1371 la nomina rocca Salvaterra. In seguito al periodo albornoziano, la città ripassò sotto il dominio degli Ordelaffi ed uno di questi, Sinibaldo, fece rafforzare la struttura. Terminata la costruzione, Sinibaldo cedette la rocca al figlio Pino Ordelaffi il quale, morendo, la lasciò in eredità nel 1402 al fratello Francesco. L’edificio fu oggetto di diverse modifiche anche in seguito, a seconda delle esigenze dei vari proprietari: gli Sforza, il Valentino, i Rangone, gli Zampeschi, i Savelli, i Capponi e la Municipalità. La rocca è a pianta quadrangolare ed è munita di muri a scarpa e di 4 torrioni circolari posti a ciascuno degli angoli. La cortina meridionale è rafforzata dal mastio che custodisce l'ingresso sottostante dove una lapide del 1535 ricorda il soggiorno di Papa Paolo III Farnese. A tale scopo, per rafforzare le posizioni all'entrata, fu innalzato un rivellino che rafforzasse l'accesso alla rocca. Di esso però non rimane più traccia oggi. Le due torri che guardano ad est attualmente hanno forma circolare, ma gli scavi archeologici hanno messo in evidenza le primitive forme: erano a pianta poligonale e solo verso la metà del '400 assunsero l’aspetto attuale. Al centro della rocca vi è una corte, utilizzata un tempo come piazza d'armi e dal 1997 adibita ad arena cinematografica e di spettacoli vari nel periodo estivo. Nei locali disposti lungo il primo piano, sono visibili tracce di decorazioni rinascimentali sui soffitti a volta. Nell’ala est vi è una piccola cappella gentilizia, con affreschi del XVII secolo. Invece a sud, sopra alla porta è situata la più antica delle immagini in pietra con lo stemma del Comune che risale circa alla metà del ‘600. Nel lato a sud vi è il Teatro Verdi, edificato nei primi decenni del 1800. Esso presenta una cavea a ferro di cavallo con due gallerie sostenute da colonne in ghisa. Dall’esterno si nota l'ingresso formato da una successione di imponenti archi a tutto sesto che fungono quasi da filtro tra la piazza esterna e la corte della rocca. L’ala nord della rocca ospita gli uffici municipali. All'interno, l'ufficio del Sindaco é arredato coi mobili di Pellegrino Artusi, mentre nella Sala Giunta si può ammirare il quadro di A. Romagnoli, Tiziano che dipinge la Venere, anche questo ereditato dall'Artusi. Nell'ala est c'é il Museo Archeologico al piano terra e la Sala Consiliare al primo piano, con una piccola cappella gentilizia, dedicata all'Eucarestia, con pitture dell'inizio del XVII sec.: Il pane degli angeli nella volta, La caduta della manna e Il Profeta Elia che risentono dell'influenza dell'opera di Francesco Longhi.Nella parete sud é conservato il grande sipario del Teatro Verdi dipinto dal pittore forlimpopolese Bacchetti (sec. XIX), raffigurante la distruzione di Forlimpopoli ad opera dell' Albornoz. Per chi volesse approfondire, il mio invito a visitare il seguente sito: www.ungiornonellarocca.com

giovedì 14 aprile 2011

Il castello di giovedì 14 aprile



SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) - Torre dei Gualtieri

Più propriamente denominato "Mastio della Roccia" e più popolarmente noto come "Torrione" (lu Turriò o lu Campanò) rappresenta il simbolo della città, spiccando dall'altura del Paese Alto a dominio dell'intero abitato. Venne eretta nell'ultimo ventennio del XV secolo, a seguito di una ristrutturazione della cinta muraria dopo uno dei tanti conflitti tra Ascoli e Fermo, presumibilmente dai Gualtieri. Nell'anno 1145, il Vescovo di Fermo Liberto, sotto la cui giurisdizione era il territorio di San Benedetto in Albula, concesse loro terra sufficiente per costruire un castello con annessi orti e autorizzò la costruzione e forse la rinnovazione e il rafforzamento del torrione difensivo del Castro, affidandone la cura e la proprietà ai nobili Berardo ed Azzo figli di Gualtiero, già signori di terre d'oltre Tronto e della rocca di Acquaviva. Il castello fu terminato dopo circa tre secoli con la costruzione di questa insolita torre dalla particolare conformazione a pianta esagonale schiacciata. La sua altezza è infatti relativamente modesta (20 m), realizzata interamente in laterizio, presenta un orologio sulla faccia rivolta verso il mare che scandisce le ore della giornata e una merlatura superiore eseguita nel restauro del 1901 su progetto dell'architetto Giuseppe Sacconi. L'interno è suddiviso in quattro livelli forniti di copertura a volta (a botte cuspidata per i primi due livelli). Certamente il torrione d'avvistamento poteva sorvegliare un ampio spazio costiero che andava da oltre il Tronto sino ai confini di Cupra, tenuto conto che il mare era arretrato di oltre 500 metri e nel suo cono di osservazione non vi erano altre costruzioni che ne precludevano la visuale.

mercoledì 13 aprile 2011

Il castello di mercoledì 13 aprile



SAN MARCO LA CATOLA (FG) - Castello Pignatelli

Sito nella parte alta del paese, è uno dei più importanti fortilizi della valle ed è stato dichiarato monumento nazionale pur in mancanza di documentazione sulle sue origini. Per la sue alte mura e la sua elevata posizione, si pensa che questo fortilizio sia stato eretto quale vedetta avanzata nel periodo storico in cui la Daunia era contesa tra i Bizantini e i Longobardi di Benevento. Vi sono varie ipotesi sull'origine del Castello, una prevede che sia nato per volontà del Bogiano durante la sua presenza in Italia che va dal dicembre 1017 al 1028; un'altra ipotesi attribuisce la costruzione del maniero a Federico II di Svevia che era desideroso di ridurre la Capitanata in un potente campo trincerato. Sono circa 200 i castelli e fortilizi che Federico II fece costruire nel Meridione. Dei numerosi castelli federiciani in Capitanata rimangono scarse tracce e forse, per molti scettici, quello di San Marco potrebbe non essere addebitato all'imperatore svevo. Scarsa opera architettonica ( non si ha traccia di decorazioni artistiche né di oggetti d'arte conservati dai proprietari), per forma di costruzione e similari: castello militare o castello di svago e divertimento per il sovrano e i suoi ospiti? E' questa, uno dei tanti quesiti ancora oggi avvolti nel mistero. Nonostante le ingiurie del tempo, tra cui le numerose scosse sismiche, il possente edificio resta oggi uno delle più preziose tracce storiche. Ai piedi del castello viene rievocata ogni anno la Giostra della Jaletta: un caratteristico torneo medioevale a cavallo.
Il fortilizio, fornito di due torri che dominano la campagna circostante, alte mura, bastioni e triplice ingresso e una cappella dedicata a san Marco, doveva avere la forma di un rettangolo irregolare. Fu probabilmente ampliato in più fasi. Il Castello Ducale fu di proprietà della famiglia Pignatelli fino al 1821 quando Giovanni Pignatelli rinunciò al ducato vendendo i terreni alla famiglia Veredice di San Marco e l'antico palazzo ducale a Nicolangelo Cipriani, anch’egli di San Marco, per la somma di 1000 ducati. In seguito il palazzo fu acquistato dal geometra Francesco Ferrara, attuale proprietario, cui si devono numerosi interventi di consolidamento e restauro che hanno permesso alla struttura di conservarsi fino ad oggi.

martedì 12 aprile 2011

Il castello di martedì 12 aprile



PORANO (TR) - Castel Rubello

Millenario come le aspre rupi d'Orvieto, distanti solo sei chilometri, si trova morbidamente poggiato su un colle, nel Comune di Porano. Teatro d'antiche leggende, fu luogo sacro agli Etruschi, le cui pazienti mani, ferendo la rupe ne scavarono la parte più arcaica: le cantine, a vari livelli di profondità, da sempre chiamate: "l'inferno, il purgatorio ed il paradiso". In età consolare i Romani vi sovrapposero un accampamento militare fortificato (castrum bellum), da cui ereditò il nome, ancora oggi pronunciato dai nativi: Castrubbello. Le sue mura di tufo furono erette, intorno all'anno 1000, dai Monaldeschi della Vipera, un ramo della famiglia Trinci, medioevali Signori dell'Umbria, con la funzione tattica di presidiare una delle vie d'acqua che rifornivano la città di Orvieto. Sorto come guarnigione militare a pianta quadra, in origine era sormontato da quattro torri guelfe, delle quali, oggi, sopravvive solo il Maschio. Circondato da un profondo fossato, l'accesso alla corte interna ed al piccolo borgo era controllato da un ponte levatoio. La sua funzione di presidio tattico venne meno nei secoli successivi e, Castel Rubello, assecondando la moda dell'epoca, fu trasformata in sontuosa residenza rinascimentale. Il complesso fortificato è costituito dall’unione di diversi corpi di fabbrica, su cui si innalzano quattro torri. Un gruppo di edifici, che comprende anche un complesso chiesastico, è naturalmente difeso da un bastione roccioso e da un’imponente torre; un secondo nucleo è dato da una grossa costruzione cui si aggiungono una torre ed edifici di dimensioni più modeste, che formano una gradevole corte. Parte integrante del complesso è la Chiesa che, ristrutturata dalla famiglia Avveduti nel XVI secolo, si trova attualmente in cattivo stato di conservazione. Conteso fra le famiglie nobili della zona, per tutto il medioevo fu teatro d'aspre lotte. Nel XIV secolo tra i Malcorini e i Muffati, nel XV tra Ladislao e la vicina Orvieto, tanto che, per i danni delle guerre sopportate, fu esentato da papa Martino V dal pagamento delle tasse. In seguito fu conteso tra i Della Rovere, gli Avveduti ed i Valenti, che nel 1500 se ne aggiudicarono il dominio. Da allora il castello godette di serenità e prosperità e i proprietari arricchirono alcuni suoi ambienti di affreschi, ristrutturarono il piano nobile del palazzo ed affidarono allo Scalza (padre del celebre Ippolito Scalza, scultore del Duomo di Orvieto) la posa in opera di un imponente camino, datato 1541 e fitto di iscrizioni, che ancora troneggia nella monumentale cucina. Nel XVIII secolo il ponte levatoio venne sostituito da uno in pietra, il fossato venne trasformato in giardino e le sale del piano nobile furono colorate di tempere policrome e paesaggistiche. Ma è nel 1800, epoca romantica per eccellenza, che la storia del castello si tinse di rosa in quanto qui fu confinato il primogenito del ricchissimo Marino Marini, mecenate e finanziatore di Garibaldi, il quale nominato Senatore del Regno in seguito all'Unità d'Italia si era trasferito a Roma con la famiglia. La drastica decisione venne presa per proteggere il figlio, autentico dongiovanni, dai guai in cui si andava a cacciare per le sue turbolente relazioni con le signore dell'alta societài e i continui duelli cruenti con gli infuriati consorti. A testimonianza dei "corsi e ricorsi storici" nel 2000 è ritornato di proprietà di un'unica coppia: Fabrizio Serafini Degli Abbati Trinci e Maria Carolina Matranga di Manticaceme. Oggi è una prestigiosa location per eventi e cerimonie e vi sono appartamenti che possono ospitare turisti. Per approfondire si può visitare il sito: www.castelrubello.it

lunedì 11 aprile 2011

Il castello di lunedì 11 aprile



MARATEA (PZ) - Palazzo Baronale Labanchi

Si trova in località Secca di Castrocucco. Fu costruito nel XVI secolo e vi si stabilirono i baroni del luogo, una volta abbandonato il castello arroccato di Castrocucco. Si dice che nel 1860, abbia ospitato per una notte Giuseppe Garibaldi, di passaggio durante la spedizione dei Mille, ma questa notizia è priva di fondamento e non supportata da alcuna documentazione. L'edificio si distingue per la presenza di due massicce torri circolari, che rendono l'aspetto di una fortificazione. Il palazzo è sotto la tutela del Ministro dei Beni Culturali dal 1979.

sabato 9 aprile 2011

Il castello di domenica 10 aprile



MONTENERO IN SABINA (RI) - Castello Orsini

Secondo i più antichi documenti provenienti dall’Abbazia di Farfa, in cui viene menzionato il Castrum Montis Nigri, esso risale all’XI secolo quando venne edificato su un’altura a controllo dei transiti di fondo valle verso l’abbazia di Farfa. Così risulta Attorno a questo primo nucleo fortificato si vennero ben presto a costruire alcune abitazioni, raggruppate a ridosso delle mura. Successivamente vennero anch’esse cintate da una nuova struttura muraria difensiva con una porta d’accesso al piccolo borgo. Sia il paese che il castello divennero di proprietà dell’abbazia di Farfa, costituendo un autentico presidio a difesa dei possedimenti della potente abbazia. Il papa lo concesse in feudo a varie famiglie baronali, come i Lavi, gli Orsini, i Savelli e nel secolo XVII, per poco tempo, ai Mareri, i quali, nel 1623, insieme ai Conti, lo rivendettero agli Orsini. Passato ai Mattei, nel 1671 fu eretto a ducato. Nel 1755 fu venduto ai Vicentini di Rieti che rinunciarono ai diritti feudali su Montenero. Anticamente il paese e il castello erano divisi da un profondo fossato ora superabile per mezzo di due rampe in gradini di pietra. Quest'unico accesso è protetto da due torrioni a pianta circolare con base a scarpa e piccoli beccatelli a sporto (nella foto che accompagna le notizie del maniero). Sorto come Castello, fu trasformato in palazzo baronale nel Quattrocento, della costruzione originaria rimane il grande mastio pentagonale, mozzo nella parte più alta, all'interno del recinto murario. I resti della muratura del recinto preesistente, sono stati utilizzati nel XV secolo per la costruzione del Palazzo Baronale. Vi è poi un terzo torrione cilindrico posto verso la campagna, di dimensione maggiore rispetto ai due dell'ingresso. Probabilmente la sua funzione era quella di rifugio nei casi di assedio prolungato. Oggi risulta mozzato nella sua altezza e privo di finestre nella parte rivolta verso la campagna. Negli ultimi anni sono stati avviati ingenti lavori di restauro sul complesso fortificato che in futuro ospiterà una sede distaccata dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Dipartimento del Teatro Ateneo), per lo studio del Teatro-Arte-Spettacolo, in collegamento con le Università di Amsterdam e Berlino.

venerdì 8 aprile 2011

Il castello di sabato 9 aprile



POLI (RM) - Palazzo dei Conti

Poli dal 1081 passò sotto il dominio dell'Abbazia di San Paolo fuori le mura, donazione voluta da Gregorio VII. Da qui in poi si ebbero continue lotte per conquistarne il potere tra i monaci dell'abbazia e la famiglia degli Oddoni, i quali ne ottennero il dominio nel 1157, tenendola fino al 1200, anno in cui si accese una nuova disputa con la famiglia dei Conti, che strapparono il feudo agli Oddoni e lo governarono per ben sei secoli. Il Palazzo sorge all’ inizio di corso Umberto I. Di forma quadrangolare e su base tufacea, risale al principio del XII secolo ma fu rifatto completamente nel ’500. Esaminandone l'architettura, risulta formato da due costruzioni ben delineate e di diversa datazione: una più antica, posteriore, verso levante e l’ altra anteriore, verso ponente, più moderna, entrambe riunite ed aventi un unico accesso, con bel portale tardorinascimentale, probabilmente eretto verso il 1592. La parte più antica risale all'epoca degli Oddoni, ossia la fine del Mille, e conderva mura e finestre dell'antica rocca. La seconda parte del complesso è invece cinquecentesca e fu iniziata da Lotario II Conti per essere completata due secoli dopo. Il Palazzo appartenne ai Conti fino al 1808 in quanto, essendo morto senza eredi Michelangelo Conti, esso passò di proprietà al duca Francesco Sforza prima e a Giovanni Torlonia poi. Entrando nell’edificio si possono ammirare, in successione, un androne ornato di grottesche, un cortile decorato con pitture e con un fontanone della fine del XVI secolo, oggi non più in funzione ma davvero molto bello. Molto apprezzabile risulta la decorazione, operata verso la fine del Cinquecento, della loggia così come sono interessanti gli affreschi della cappella privata. Il palazzo è sede del Comune che occupa i locali del pianterreno mentre il resto del complesso è adibito ad abitazione privata, visitabile solo su richiesta. Tra le curiosità è bene ricordare che, proprio al piano nobile, nell'ala affrescata, nacque il futuro Papa Innocenzo XIII.

Il castello di venerdì 8 aprile



CIGLIE' (CN) - Castello Capris

Di costruzione tipicamente medioevale la cui solida imponenza è appena abbellita da un torrione massiccio ma nel contempo slanciato. Le origini del castello risalgono probabilmente al XII secolo, anche se la prima citazione è del 1275. Originariamente utilizzato come dimora dei signori e come caserma, ebbe diversi proprietari. Nel 1391 fu venduto al comune di Mondovì per poi passare, dopo alterne vicende, al monregalese Giacomo Torre. Nel 1522 fu acquistato dai Pensa. Divenne infine proprietà dei conti Capris, che lo tennero dal 1612 per circa tre secoli. L'edificio è a pianta irregolare e presenta ancora caratteristiche medioevali. Oggi è residenza privata. Per approfondire si può visitare la seguente pagina web:
http://www.fungoceva.it/vallate_paesi/CIGLIEcast.htm

giovedì 7 aprile 2011

Il castello di giovedì 7 aprile



SALIZZOLE (VR) - Palazzo-castello Campagna in frazione Bionde

Detto anche Corte Dominicale Campagna dal nome della famiglia che ne era proprietaria già prima del 1581, anno in cui Girolamo Campagna propose ai Provveditori sopra li Beni Inculti di irrigare un appezzamento di terra, situato di fronte alla sua corte sul lato destro della Chiesa Parrocchiale, utilizzando l'acqua proveniente dalla Sanuda. Nel 1653 vi abitava Laura Becelli, vedova di Perseo Campagna, figlio di Girolamo. Nel 1813, quando apparteneva a Gianbattista Campagna, l'antica casa padronale era classificata come "casa da massaro" e nel 1849, quando era intestata al conte Girolamo Campagna, figlio di Luigi, come "fabbricato per azienda rurale". Nel 1863 la corte e l'annesso fondo vennero trasferiti a nome di Girolamo e Paolina Campagna. Quest'ultima si unì in matrimonio con Giorgio Portalupi e portò la proprietà della tenuta nel patrimonio dei Portalupi. Con un testamento del 1873 Paolina nominò erede dei suoi beni il figlio conte Giulio Portalupi; tali beni passarono nel 1890 in proprietà alla contessa Maria Giustiniani Barbarigo, moglie di Giulio. Secondo una planimetria realizzata da Marco Cristofoli nel 1801, nella parte settentrionale della Corte, di fronte alla Chiesa Parrocchiale, sono compresi la casa padronale con torre colombara verso la strada e un piccolo edificio rustico, ambedue disposti sul lato nord, e la barchessa con un'altra torre colombara posizionata sull'angolo sud-ovest. La parte recintata meridionale è priva di fabbricati. Questa testimonianza cartografica, le definizioni contenute nei catasti Napoleonico e Austriaco e le osservazioni stilistiche che si possono fare oggi, suggeriscono l'ipotesi che l'antica casa padronale vada identificata con l'edificio di belle forme cinquecentesche e con il maestoso portale a bugnato, mentre il corpo dei fabbricati ad esso adiacente sormontato da merlature, con portali ogivali e includente un torrazzo di pianta circolare, sia il frutto di una ricostruzione in stile neogotico-castellano eseguita secondo il gusto imperante nella sesta e settima decade dell'Ottocento. Anche la torre prospiciente la strada, con il coronamento ad archetti e merlato, tradisce l'intervento di sopraelevazione di gusto neomedievale e comunque il complesso edilizio rappresenta un interessante e insolita trasformazione di un'antica "casa da paron" in una residenza di villeggiatura realizzata dai Portalupi nella seconda metà dell'Ottocento quando ne entrarono in possesso. Gli attuali proprietari della nobile residenza sono le famiglie Chiaramonte e Scipioni.

mercoledì 6 aprile 2011

Il castello di mercoledì 6 aprile



LORETO APRUTINO (PE) - Castelletto Amorotti

E' un palazzo storico di fine Ottocento che prende il nome da una famiglia proveniente da Notaresco, paese collinare situato nella valle del Vomano in provincia di Teramo. Venne fatto edificare da Raffaele Baldini Palladini ed è un originale esempio di abilità costruttiva e di versatile rilettura del linguaggio medievale. Elemento caratteristico dell' edificio è la torre, a pianta ottagonale, di cui sono visibili cinque lati; la sua posizione rappresenta il punto focale dell'insieme poiché ubicata in testata, occupando lo spigolo del corpo triangolare. La torre doveva servire per l'avvistamento di eventuali pericoli e per la comunicazione ottica con altre torri presenti nei territori limitrofi. Essa è testimonianza dell'antico sistema fortificato realizzato intorno a Loreto Aprutino per la difesa dell'abitato. Dal 14 maggio 2008 è sede del "Museo dell'Olio", che conserva uno dei primi opifici oleari di Loreto Aprutino. L'opificio naque alla fine del 1800 grazie alla volontà di Raffaele Baldini Paladini che con il suo olio vinse numerosi concorsi oleari in Italia e in Europa; il frantoio rimase attivo fino al XX secolo, quando ai macchinari a trazione animale vennero sostituite la mola e le presse idrauliche.

martedì 5 aprile 2011

Il castello di martedì 5 aprile



SAINT DENISE (AO) - Castello Challant-Savoia di Cly

Sorge su un promontorio roccioso, difficilmente accessibile da ogni lato all’eventuale assalitore, che controlla strategicamente il territorio sottostante praticamente da Aosta a Saint-Vincent.. Fa parte della tipologia di castelli valdostani di tipo primitivo, costituiti da un massiccio donjon centrale circondato da una vasta cinta muraria. Tale cinta, coronata da merli guelfi a due spioventi, racchiudeva al suo interno, oltre al mastio, anche una serie di altri edifici risalenti ad epoche diverse, tra XI e XIV secolo, in un'area di circa 2800 mq. La parte occidentale è sempre stata priva di edifici ed era costituita da una spianata dove la popolazione locale poteva rifugiarsi in caso di attacco nemico. L'area a sud est ospitava invece diverse costruzioni tra cui la massiccia torre centrale, la cappella, le cucine, le stalle, il corpo di guardia e l'abitazione del castellano. Il mastio era costituito da un donjon a pianta quadrata di circa 9,40 x 9 metri di lato e alta 18 metri, costruito sopra la roccia viva in modo da offrire una maggiore resistenza in caso di attacco tramite mine (che consistevano nello scavare un piccolo tunnel sotto le fondamenta della torre e nel farlo collassare all'improvviso). La torre era verticalmente divisa in tre piani sovrastanti, e l'accesso era posto ad alcuni metri di altezza dal suolo, una soluzione difensiva che è possibile notare anche nei donjon di molti altri castelli dell'epoca. Nel corso degli anni la torre deve avere subito alcuni rimaneggiamenti, come dimostrano una porta e alcune finestra murate. Addossato al mastio si trovano i resti della piccola cappella romanica dedicata a San Maurizio, risalente probabilmente all' XI secolo, a pianta rettangolare con abside; purtroppo sono quasi totalmente scomparse le pitture che ne ornavano le pareti e il catino. I fabbricati di abitazione si addossano al muro sud ma sono in rovina; si vedono ancora le canne e i fornelli di imponenti camini in una parete finestrata rivolta verso ovest. Da alcune analisi scientifiche si presume che il castello sia stato costruito intorno al 1027, tuttavia nelle documentazione storica di esso si parla alcuni secoli dopo ed in modo sporadico. La prima famiglia a risultarne come proprietaria fu quella degli Challant, dalla quale si divise una branca che prese il nome di Cly. I rappresentanti di quest' ultima ne conservarono il possesso, tra alterne vicende, sino al 1376. Solo da questo momento, in cui la fortificazione entrò a far parte del dominio diretto del conte di Savoia, risultano tracce sulla consistenza del castello e sugli interventi che furono eseguiti dai proprietari, in alcuni casi di grande portata perchè comportarono spese ingenti per riparazione di murature e rifacimenti di tetti. Tra le spese più frequenti sono da ricordare quelle per portare l'acqua corrente nella costruzione. Questa risorsa veniva prelevata nella collina a monte del castello e trasferita con condotte a pressione in legno direttamente all'interno della cinta. I Savoia tennero il castello sino al 1550. Nel XVII secolo l'edificio fu acquistato dai baroni Roncas che ne smantellarono molti materiali per la costruzione del loro palazzo di Chambave. Iniziò così un inesorabile declino, sino al completo abbandono. Solo all'inizio del ventesimo secolo lo storico valdostano Tancredi Tibaldi, allora sindaco di Saint-Denis, acquistò la costruzione per conto del comune che ne è ancora proprietario. Oggi, grazie soprattutto all’associazione culturale "Il maniero di Cly", il castello è diventato sede di importanti manifestazioni che ripropongono antiche atmosfere celtiche e medievali.

lunedì 4 aprile 2011

Il castello di lunedì 4 aprile



CHIARAMONTI (SS) - Castello Doria

Situato sul Colle di San Matteo, sul punto più alto del paese, venne eretto tra il XII e il XIII secolo dalla famiglia genovese dei Doria che assieme ad esso costruì anche: il castello " Castelgenovese " ora chiamato Castelsardo, Casteldoria a Santa Maria Coghinas e castello di Orvei. Tali castelli facevano parte della linea difensiva messa in atto dai liguri per proteggere i loro possedimenti in Anglona. Questi, nel XIV secolo, si opposero fieramente all'avanzata delle truppe catalano-aragonesi in Sardegna, intessendo una rete di fortificazioni atte a presidiare il territorio. Il momento storico nel quale venne costruito il castello fu alquanto travagliato dalle lotte volte al possesso della Sardegna da parte degli Aragonesi e dei vari Giudici dei Giudicati di Arborea. Anche i Doria vi presero parte attivamente, tanto che il castello venne occupato nel 1348 dal viceré Aragonese Rambaldo di Corbera. Dopo sanguinosi combattimenti si giunse ad un accordo tra i Doria e gli Aragonesi che comportò la cessione ai primi, tra gli altri del castello di Chiaramonti. La guerra tra Arborensi e Aragonesi, continuò più cruenta che mai, sino alla pace di Sanluri (1355), nella quale si decise di consegnare all'Arcivescovo di Oristano i castelli di Roccaforte, Chiaramonti e Castelgenovese - allora posseduti da Matteo Doria - nell'attesa della decisione papale sull'attribuzione degli stessi. Alla morte di Matteo Doria nel 1357 il castello passò nelle mani del fratello Brancaleone sposato allora con Eleonora D'Arborea il cui padre, Mariano IV, ambiva così tanto a possedere il maniero, da pretenderlo in dote per le nozze della figlia. Nel 1412 il castello fu tratto in assedio da Guglielmo di Narbona, che però non riuscì ad impossessarsene. Nel 1437 infatti il castello era ancora in mano ai Doria. Dopo ripetuti tracolli militari i nobili genovesi dovettero abbandonare la Sardegna (1448), e con la loro partenza iniziò anche il declino della rocca, che passò nelle mani di diversi proprietari, perdendo via via l'antico prestigio. Quello che fu per tanti anni simbolo di potere politico e militare assunse (intorno al 1500) le vesti di chiesa parrocchiale e venne dedicata a San Matteo, forse in ricordo del suo antico proprietario (Matteo Doria). La presenza degli ecclesiastici si intensificò ulteriormente, con l'edificazione - a spese del comune - nel 1587 di un convento di Carmelitani, del quale rimane ancora la cappella. Il complesso fu definitivamente abbandonato all'inizio dell'Ottocento, dopo il crollo delle strutture principali. Solo attualmente sono state realizzate delle opere di restauro da parte del Comune di Chiaramonti con finanziamenti regionali. In origine il castello doveva essere costituito da una torre a pianta quadrata inserita in una cinta di mura contenente un fabbricato atto ad ospitare milizie. Di questo non resta che la sagoma della torre, realizzata in blocchi squadrati di calcare e alta circa 10-12 metri, poiché tutto il resto è stato riconvertito in epoca aragonese in una chiesa. Questa oggi appare come un edificio mononavato, con otto cappelle che si aprono ai lati; nella zona absidale si intravedono i resti delle volte a crociera costolonate, mentre addossato ad uno dei fianchi della chiesa si trova quello che sembra un campanile, realizzato in conci di calcare bianco. Per approfondire si può visitare il seguente sito:
http://web.tiscali.it/castellochiaramonti/home.htm

sabato 2 aprile 2011

Il castello di domenica 3 aprile



Tolfa (RM) - Castello Frangipane

Vero e proprio simbolo del paese, venne edificato dai fratelli Ludovico e Pietro Frangipane nel XIV sec. Nel 1502 il nobile senese Agostino Chigi determinò lo smantellamento della rocca, trasferendone i pezzi di artiglieria a Porto Ercole. Nel 1570 Paolo II comprò tutto il territorio e il castello rimase quindi proprietà della Chiesa fino al 1779 quando nella zona scoppiò la rivolta contro la Repubblica Romana ed il paese venne invaso dalle truppe francesi. Saccheggiata e distrutta, anche la rocca subì identica sorte e ancora oggi ne rimangono solo ruderi che, seppure poco consistenti, nella loro disposizione permettono ancora di rendere una valida idea di quale doveva essere la mole e l'estensione del complesso. Osservando ciò che rimane della poderosa rocca, spiccano il il mastio cilindrico, in blocchetti squadrati di pietra locale, e parte del corpo centrale che doveva essere alto almeno tre piani e destinato a nucleo residenziale del signore. In posizione più bassa, scendendo verso il borgo vero e proprio ed in modo da lasciare scoperta la vista del mastio, erano disposti gli alloggi militari. Una singolarità nella storia del Castello è costituita dal fatto che per alcuni anni del XIX secolo fu utilizzato come cimitero del paese. Dall'alto della Rocca si può godere di un panorama favoloso.

venerdì 1 aprile 2011

Il castello di sabato 2 aprile



OLEVANO ROMANO (RM) - Castello Colonna

E' un esempio pregevolissimo di fortificazione medievale che conserva ancora oggi quasi tutta la struttura originaria. Olevano divenne "castrum" in pieno medioevo: compare con tale appellativo in un atto di vendita, stipulato nel 1232 fra Oddone Colonna, nuovo signore di Olevano e Papa Gregorio IX (1227-1241). Risale a questo periodo la costruzione del Castello, edificato sull'alto sperone di roccia calcarea a difesa del borgo. Dopo i Colonna il feudo passò prima al Comune di Roma che nel 1364 emanò gli Statuti della città e poi,agli Orsini per concessione di Papa Bonifacio IX. Visitando ciò che rimane del fortilizio,su cui spicca la possente torre detta anche "Picocco", troviamo un’ampia galleria, un tempo sede delle scuderie. Un passaggio aperto nella roccia è l’unica strada per accedere alla parte più antica della costruzione che accoglie una sala benedettina precedente all’anno mille. La recente ristrutturazione ha restituito alla sala il suo aspetto originario che comprende un suggestivo impianto ad archi ribassati che hanno dato il nome alla sala. C’è una sala che accoglie circa centocinquanta reperti riguardanti l’iconografia mariana nella devozione popolare. Risalendo dalla Sala degli Archi c’è un piano che nel corso del Rinascimento è divenuto il piano nobile del Castello. Il luogo più bello in assoluto è sicuramente la Sala degli Affreschi che accoglie scene allegoriche con motivi del mito alternate a figure con cartigli e frasi in latino. Di fronte al camino c’è lo stemma dei Colonna, mentre subito sotto l’aquila coronata di Carlo d’Asburgo I di Spagna, V imperatore del Sacro Romano Impero, tra le iberiche colonne d’Ercole e il motto “Plus Ultra”, che sembrano databili intorno al 1526-1527, il tempo dell’alleanza per il Sacco di Roma. Dopo essere stato possesso della famiglia Borghese dal 1614, venne acquistato nella metà degli anni ’70 dalla famiglia Marcucci. Versando in uno stato di abbandono e divenuto poco più di un rudere, è stato restaurato con l’intervento della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio. Ancora oggi conserva le originarie sette entrate dall’esterno per l’accesso ai vari piani, indice di come il Castello e la sua corte costituissero un unicum architettonico unico nel genere.

Il castello di venerdì 1 aprile



ACQUASPARTA (TR) - Castello di Casigliano

Casigliano è un piccolo borgo medievale nato intorno ad un maniero la cui struttura odierna risale intorno al 1500 quando Ludovico degli Atti, generale dell'esercito papale di ritorno dalle crociate, lo ebbe come premio della sua fedele servitù. Testimone di prepotenze e potenza non poteva essere concepito se non come una rocca militare, progettata dal Sangallo il Giovane, famoso architetto del tempo. Fu usato anche come dimora da Papa Paolo III di ritorno a Roma da un incontro nel 1543 con l'Imperatore Carlo V. Esattamente 10 anni dopo il Castello di Casigliano visse una brutta vicenda, quando fu sterminata la Famiglia degli Atti per mano dei Cesi ad essi imparentati. Quest'atto brutale, avvenuto al termine di un banchetto, fu l'epilogo di un faida cominciata molti anni prima per avere l'egemonia sul Comune di Todi. Nel 1605 il Principe Corsini di Firenze lo acquistò dalla Curia Pontificia per 495.000 scudi e tuttora la sua erede, Contessa Lucrezia Corsini ne gode il diritto e si è assunta l'onere storico di ristrutturarlo per consegnarlo ai posteri nel suo splendore. Oggi borgo e castello costituiscono un Country Inn davvero speciale. Anni fa vi ho soggiornato anche io e ho un ricordo molto bello di quella esperienza. Con la mia futura mogliettina trascorsi un bel weekend a Casigliano, la cui particolarità era di poter alloggiare in alcune case del borghetto fra la gente del posto in una cornice molto suggestiva. Inoltre fu possibile visitare alcuni ambienti del castello. Mi piacerebbe tornarci un giorno, chissà che non succeda !! Per approfondire vi sono ovviamente tanti siti su internet che parlano del castello per la sua funzione attuale. Quello ufficiale che consiglio di visitare è www.castellodicasigliano.com