mercoledì 30 settembre 2015

Il castello di mercoledì 30 settembre






SCHEGGINO (PG) - Torre

I caratteri ambientali e culturali del territorio del Comune di Scheggino sono comuni all’intera Valnerina. Una morfologia accidentata composta da valli anguste e vasti altipiani; una variegata copertura forestale governata “dal taglio, dal morso e dal fuoco” per ricavare campi e pascoli, insediamenti accentrati in forma di villaggi aperti, le “ville”, o fortificati, i “castelli”, per la duplice necessità di non sottrarre spazio vitale per l’agricoltura e di difendersi. Quest’assetto, che prende corpo fra il XIII e il XIV secolo, ha la sua matrice nella capillare distribuzione di edifici di culto che nella seconda metà del sec. XII colonizzano i luoghi anticipando la formazione degli insediamenti. L’organizzazione religiosa del territorio, promossa dall’emergente potere vescovile e fondata sul sistema delle pievi e delle chiese dipendenti, ha conferito all’intera Valnerina un’indelebile impronta sopravvissuta fino ai nostri giorni. L’organizzazione civile è stata segnata dal rapporto con il comune di Spoleto in perenne oscillazione fra insofferenza e obbedienza. Scheggino, in particolare, ha pagato la sua fedeltà con saccheggi (1391) e assedi (1522). L’economia, basata sul bosco e sul pascolo che fornivano a quel tempo le materie prime (legno in tutti gli assortimenti, lana, carne e latte), era arricchita a Scheggino da due importanti opifici: la “gualchiera” per il lavaggio e la tintura delle stoffe e la “ferriera” per la lavorazione del ferro estratto a Monteleone di Spoleto e a Gavelli. Un’altra attività esercitata dagli abitanti di Scheggino, attestata da autorevoli fonti, era quella del mestiere di “mularo”, favorito anche dalla presenza della ferriera che richiedeva il trasporto di legna e di ferro. L’importanza di Scheggino come centro di commercio è riconosciuta dal privilegio di tenere il mercato nel primo lunedì di ogni mese, concesso il 2 febbraio 1639 da papa Urbano VIII. In quella occasione si potevano commerciare ogni genere di merci e di bestiame con la franchigia da qualunque tassa. Scheggino è un castello di pendio a forma triangolare, con in cima un cassero e torre di avvistamento, sorto sulla riva sinistra del Nera, a guardia dell’antica strada e di uno dei pochi attraversamenti del fiume. Il suo nome si deve probabilmente alla conformazione del terreno su cui è sorto, con rocce a forma di schegge. Il suo nucleo originale si deve al sec. XIII, quando alla preesistente torre si cominciarono ad addossare le abitazione degli abitanti qui rifugiatisi dopo la distruzione del castello feudale di Pozzano, situato nelle vicinanze. Nell’abitato si può individuare la parte più antica, in alto, detta “Capo la terra”, cinta dalla prima cerchia di mura e per la maggior parte diruta, l’espansione dei sec. XIV e XV, più a valle, il borgo del sec. XVI, lungo il canale di adduzione del mulino, e l’espansione al di là del fiume dei secoli successivi. Tra le vestigia medievali sono ancora visibili la cerchia muraria, la torre di vedetta, le porte e numerosi baluardi di fortificazione. Il 23 luglio del 1522 il castello seppe difendersi da un assalto di ribelli e fuoriusciti della città di Spoleto, con l’ausilio delle donne e dei fanciulli, che dall’alto delle mura difesero animosamente le loro case, malgrado gli uomini validi fossero assenti per la mietitura. La torre del castello si aggrappa ad uno scoglio che per tre lati presenta dei burroni che scendono a picco, mentre il quarto è attaccato alla montagna; domina un lungo tratto della valle e anticamente comunicava con Grotti in direzione nord-ovest. Le mura di cinta sono del XIII e XIV sec. Attualmente si nota l'antica struttura primitiva dell'abitato, con il cassero al vertice del triangolo. La zona delle mura più a monte (sotto il cassero) è completamente in rovina, mentre quelle che raggiungono la torre sono state restaurate negli Anni Ottanta. La torre si è conservata in modo abbastanza buono e ancora si vedono i due tronconi rimanenti della cinta muraria che a questa facevano capo chiudendo il vertice del triangolo. E' costruita in pietra bianca e rosa e gli angoli sono ben squadrati . E' alta circa m. 20. La pianta è rettangolare e i lati misurano rispettivamente m. 3 e m. 3,70. Le pareti sono spesse m. 1. Nell'aggirarla si possono notare, sullo sperone di roccia a livello del terreno, i resti di un cunicolo nascosto tra l'erba e la vegetazione che probabilmente doveva essere un passaggio segreto sotterraneo per accedere, mediante un foro alla base, alla torre; non mancava comunque la pusterla , la cui struttura dall'interno si mostra ben conservata, sempre alta rispetto al piano di calpestio per ragioni di sicurezza. Internamente il tetto in pietra si mostra ben conservato e sulle pareti si intravedono i fori delle travi di legno che sostenevano i ballatoi (una sola trave permane che attraversa la struttura).

Fonti: http://www.umbriavalnerina.it/ita/Scheggino/, http://www.comunescheggino.it/index.php?option=com_content&view=article&id=53&Itemid=64&lang=it

Foto:entrambe di Emanuele Ubaldi su https://www.facebook.com/CASTELLI-ROCCHE-FORTEZZE-in-Italia-308856780344/timeline/

martedì 29 settembre 2015

Il castello di martedì 29 settembre






FAVIGNANA (TP) - Castello di Punta Troia in frazione Marettimo

Secondo la storiografia locale, sull’altopiano scosceso di Punta Troia, i Saraceni costruirono una torre di avvistamento, probabilmente coeva a quelle costruite a Favignana e a Levanzo. Successivamente tale torre di avvistamento fu convertita da Ruggero II, re normanno di Sicilia, in castello. Un altro autore che parla del castello di Punta Troia è Guglielmo Pepe, che vi fu recluso durante i primi anni dell’ 800. Egli descrive così la sua reclusione: “L’isola di Marittimo, collocata su vasto arido scoglio, è posta dirimpetto alla città di Trapani, dalla quale dista sol trenta miglia. Nella punta dell’isola, che forma una roccia isolata, fu costruito un piccolo castello per avvertire con segnali convenuti la presenza di quei legni barbareschi che da più secoli molestavano il mare e le spiagge delle Due Sicilie. Sulla piattaforma del castello, esposto a settentrione, erasi scavato nel vivo della roccia una cisterna, la quale verso la metà del XVII secolo fu votata dell’acqua che conteneva, e convertita in prigione affin di richiudervi un tristo giovine, il quale aveva ucciso barbaramente il padre… Nel 1799, sotto il governo del re Ferdinando, fu riputato ergastolo ben adatto a rei di stato… Quando noi tre vi giungemmo, trovammo dentro quella fossa due altri prigionieri… Scendemmo nella fossa per una scala mobile di legno. La fossa era larga sei piedi e lunga ventidue, ma di disuguale altezza, perché la volta era incurvata molto verso le due estremità, in modo che appena nel mezzo di essa potevasi stare in piedi. Era poi oscura da non potervisi leggere né pure in pieno meriggio, e facea mestieri tenervi sempre una lampada accesa. E siccome la bocca della fossa non si poteva chiudere con porta di legno, atteso che avemmo potuto morir soffocati per mancanza d’aria, così avveniva che la pioggia vi cadeva, e l’umidità vi produce tant’insetti”. Il castello di Punta Troia è sito sulla cima dell’omonimo promontorio (circa 116 metri), dell’isola di Marettimo e si trova a strapiombo sul mare, caratteristica che, dal punto di vista difensivo, costituiva un prezioso requisito. Nel 1600 circa gli spagnoli edificarono l'attuale fortificazione, dotandola di una grande cisterna per la raccolta dell'acqua e di una chiesetta che fu chiamata "Real Chiesa Parrocchiale" di Marettimo. Già alla fine del XVI secolo, la guarnigione spagnola di stanza a Marettimo era composta da un vice castellano, 1 artigliere, 15 soldati e 3 guardie. La cisterna venne successivamente adibita dagli stessi Spagnoli a prigione per i reati più gravi: il primo "ospite" fu un giovanissimo parricida. Dalla fine del '700 fu utilizzata come prigione per i reati politici: nel 1798, come già scritto, vi fu rinchiuso Guglielmo Pepe, il più famoso dei patrioti della Repubblica Partenopea che trovarono orrende sofferenze in questa fossa senza luce né aria. Dalla chiusura del carcere, nel 1844 (voluta dal re Ferdinando II in seguito ad una ispezione), la fortezza fu utilizzata a scopi militari fino all'ultima guerra. Il piano inferiore è costituito da un solo ambiente e da una scalinata che conduce al piano superiore a cui si accede tramite una sorta di androne e, attraverso un piccolo passaggio, chiuso da un cancello si arriva ad una piccola scalinata che porta ad un terrazzamento dove vi sono varie stanze. A differenza dei forti di Favignana, il castello di Punta Troia è stato recentemente ristrutturato ed è aperto al pubblico, grazie ad un finanziamento dell'Unione Europea. Al castello di Punta Troia si può arrivare percorrendo il sentiero realizzato dalla Forestale che, pur non essendo molto adatto per i bambini, è senz’altro l’ideale per chi ama le passeggiate nei sentieri di montagna. La via più facile e breve per raggiungere il castello è comunque in barca, con una delle guide locali. Intorno al castello di Punta Troia aleggiano tante leggende, tra cui quella celeberrima che narra la storia di due sorelle che dividevano, insieme al castello, l'amore per lo stesso principe, fino alla tragica fine, quando, una delle due, in preda ad un raptus di gelosia d'amore, spinse l'altra giù dalla rupe urlandole contro "l'appellativo" che poi divenne il nome della punta di Marittimo. Ecco un interessante video (di Vito Vaccaro), riguardante il castello di Punta Troia: https://www.youtube.com/watch?v=cdzr1QmlYgo. Ecco anche una pagina su Facebook, dedicata al monumento: https://www.facebook.com/Il-Castello-di-Marettimo-118112318270066/timeline/

Fonti: http://www.egadivacanze.it/marettimo/il-castello-di-punta-troia.html, http://www.trapaninostra.it/libri/Giuseppe_Romano/Carceri/Giuseppe_Romano_Carceri-005.htm (da visitare per approfondire), http://www.marettimoresidence.it/ita/storia.php, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/trapani/provincia000.htm#marett

Foto: da http://www.marettimoweb.it/images/trekking/big/marettimo_trekking_08.jpg e da http://www.leconchiglie.org/immagini-marettimo

lunedì 28 settembre 2015

Il castello di lunedì 28 settembre





MORCIANO DI LEUCA (LE) – Torre Capece in frazione Barbarano del Capo

Le radici di Barbarano del Capo sono da ricondurre alla distruzione della città di Vereto da parte dei saraceni nel IX secolo. Con l'arrivo dei Normanni verso la fine del XII secolo, il re Tancredi d’Altavilla donò il feudo a Lancellotto Capece la cui famiglia ha lasciato una rilevante impronta della loro presenza con la costruzione di una torre fortificata. Governato per un breve periodo da Scipione Ammirato, nel 1297 fu ceduto ai Natoli (Nantolio o Antoglietta), nel 1303 venne investito Enrico di Natoli come Signore di Barbano. Nel 1346 compare come Signore di Barbarano Filippo di Natoli (de Nantolio), Capitano Generale della Regina Giovanna I di Napoli, Gran Ciambellano, e familiare di Filippo II d’Angiò Imperatore di Costantinopoli e principe di Taranto. A Filippo subentrò suo figlio Giovanni († post 1383), Barone di Ruffano e Barbarano dal 1371 circa, che comprò anche il feudo di Francavilla dalla Camera Regia verso il 1368, si sposò con Beatrice de Noha. I Natoli rimasero come Signori feudali fino al 1350. Ad essi succedettero i d'Aquino e poi tornarono ancora i Natoli. Nel 1442, con il dominio aragonese, ritornarono i Capece che ne detennero il controllo sino al 1806, anno in cui finì la feudalità. La Torre baronale Capece, edificata probabilmente in epoca tardo medievale, costituisce ciò che rimane di un castello cinquecentesco eretto dalla nobile famiglia Capece. Presenta una pianta quadrata con due stanze e serviva come luogo di guardia e di avvistamento contro le incursioni saracene. Alta diciotto metri, possiede una base scarpata e un corpo superiore quadrangolare caratterizzato da caditoie, feritoie ed altri elementi che ne determinano il ruolo difensivo. Venti beccatelli per lato sorreggono la parte terminante della torre che ospita sette aperture per l'utilizzo dei cannoni. Ai piedi del torrione si distribuiscono i locali adibiti ad alloggi, depositi e scuderie. Il portale d'acceso è sormontato dallo scudo araldico dei Capece raffigurante un leone rampante d'oro, vestito di vajo, in campo rosso con la scritta “DEPOSE I POTENTI ED ESALTO’ GLI UMILI MDV (1505)”. La famiglia Capece, originaria di Bisanzio, giunse in Italia nel IX secolo; si insediarono a Napoli dove insieme alle potentissime famiglie dei Caracciolo e di Carafa, presero in mano la Città; dai registri angioini dell'anno 1294 è riscontrabile la presenza di un ramo cadetto dei Capece; verosimilmente Capece Minutolo, di cui uno si trasferì da Napoli in Sicilia e l'altro, diviso in diverse linee di discendenza si diffuse nelle Puglie e quindi in terra d'Otranto. La torre ha tre piani, di cui il primo era il posto di guardia con un’unica finestra e sotto a questa una botola nel pavimento, probabilmente una tomba o un semplice rifugio. Una stretta scaletta porta al secondo piano gradevolmente ampio, con quattro finestre per lato, la stessa scala porta al terrazzo il quale presenta sette aperture utilizzate per sistemarvi i cannoni. Al piano terra la corte consente l'ingresso agli alloggi e locali di servizio, a sinistra la scuderia e maneggio con volte a botte e l’originaria pavimentazione; probabilmente anche il mulino ed uno splendido giardino tutto a dimostrazione di una vita completa della corte. Presenti poi gli ambienti per le guardie e due pozzi utilizzati anche dalla popolazione, uno dei quali è oggi visitabile.


domenica 27 settembre 2015

Il castello di domenica 27 settembre






VALLEROTONDA (FR) – Castello Rossi Brigante

Vallerotonda è una grossa terra posta in una profonda valle, a 55,5 km da Sora e 20 da S. Germano (Cassino), fu costruita nel basso medioevo, sul fianco del monte Castello, nell’area meridionale delle Mainarde, dagli abitanti che cercavano luoghi difendibili dalle continue scorrerie delle onde longobarde. Il territorio si estende tra valli e monti. E’ fertile e viene specialmente coltivato a cereali, viti, olivi ed altri alberi da frutta, e non manca di pascoli, i quali permettono l’allevamento di una discreta quantità di bestiame. Una parte del territorio è coperta di boschi. Rimane memoria del paese in un documento dell’anno 853, che lo mostra soggetto all’Abbazia di Montecassino. In particolare nel corso del Duecento, la comunità fu riorganizzata dall’abate Bernardo Ayglerio che fissò prestazioni e obblighi degli abitanti del villaggio. Nel secolo successivo subì l’assalto dei Saraceni, che lo diedero alle fiamme. Ricostruito intorno al 1100, venne munito di castello; ebbe a sopportare le scorrerie dei Normanni, e nel 1349 i danni del terremoto. Nel 1460 venne occupato dalle truppe del Conte di Triverno che lo tenne per alcuni anni in nome degli Angioini. Nel 1487 Vallerotonda, comune del Napoletano, prov. di Terra di Lavoro, circond. di Sora, mandamento di Cervaro, venne amministrata dal funzionario regio, inviato dal re di Napoli Ferdinando I d’Aragona; venne occupata nel 1799 dalle truppe francesi, che all’atto di lasciare il paese, lo saccheggiarono. Nel 1815, dopo il congresso di Vienna, passò sotto il dominio dei Borbonici, fino al 1861, arrivo dei Savoia e dell’unità d’Italia. Il nucleo di Vallerotonda sorge sopra un colle, già fortificato e posto a sbarramento degli antichi sentieri di transumanza, e si distende verso il basso lungo il crinale; il castello è diventato un bel palazzo moderno che conserva qualche linea dell’antico edificio.


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di cl82 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/74781

sabato 26 settembre 2015

Il castello di sabato 26 settembre






CASTELVETRANO (TP) – Castello Bellumvider di Federico II di Svevia

E’ un castello della Sicilia occidentale annoverato nel 1239 nell’elenco dei castra exempta, dell’imperatore Federico II di Svevia. A causa delle note vicende storiche siciliane, a partire dal 1355, di esso non si ha alcun riscontro nelle fonti storiche ed archivistiche; ne è stata accertata l’esatta ubicazione. Nel palazzo Ducale della città di Castelvetrano, residenza delle famiglie Tagliavia e Pignatelli Aragona Cortes, sono stati individuati diversi resti di fabbrica riconducibili ad un castello del XIII secolo. Questo lavoro, supportato da un attento rilievo del palazzo Ducale e attraverso il confronto con architetture sveve coeve, identifica i resti medievali contenuti all’interno del palazzo Pignatelli con il castello federiciano di Bellumvider. Le caratteristiche architettoniche dell’edificio, pianta quadrilatera con torri ottagonali e l’uso del cubito salomonico, hanno permesso di ipotizzare che si tratta di un edificio del XIII secolo ideato da Riccardo da Lentini, noto architetto di corte. E’ stata infatti rilevata la presenza di diversi elementi architettonici di età sveva, quali: una torre angolare ottogonale con copertura a volta e costoloni; i resti di una torre mediana; il  fossato a scarpa, caratteristiche architettoniche riscontrate in molti edifici federiciani. L’edificio risulta ruotato di 23.5°, rispetto all’asse Est –Ovest, angolo di declinazione terrestre impianto analogo a molti edifici federiciani. La forma  rettangolare del nucleo centrale è ottenuta dall’accostamento di due rettangoli aurei, costruiti sul lato di 40 cubiti sacri, modulo riscontrato nel castello di Andria. Il castello di Bellumvider assieme al castello di Bellumreparum (Campobello) e la torre di Burgimilluso (Menfi), vennero realizzati dall’Imperatore a servizio della riserva di caccia di Birribaida e a controllo di un vasto territorio abitato da popolazioni musulmane. Il castello di Bellumvider costituisce, dunque, una sorta di anello di congiunzione tra il castello quadrilatero di Catania (Ursino) e il castello ottagonale di Andria. Questa ricerca, infine, arricchisce il panorama degli studi dedicati all’architettura sveva dell’isola, suggerendo una rivisitazione delle conoscenze storiche riguardanti la Sicilia durante il XIII secolo. L’edificio ducale, di epoca aragonese, venne assegnato prima a Tommaso Leontino e poi a Bartolo Tagliavia, cameriere della regina Eleonora (1296). Dopo alcuni secoli esso pervenne a Giovanni Vincenzo Tagliavia che nel 1538 ricevette il titolo di conte di Castelvetrano ed il cui nipote Carlo Tagliavia Aragona, che ereditò il castello, ebbe conferito da re Filippo I di Sicilia, il titolo di principe. Con Giovanna Tagliavia Aragona Cortes, che sposò Ettore Pignatelli, il castello passò a questa nobile famiglia la quale acquistò anche il titolo principesco di Castelvetrano. Dal 1912 al 1930 ne fu signore il principe Diego Pignatelli dal quale pervenne alla figlia principessa Anna Maria Pignatelli Cortes, attuale proprietaria. Nel 1613 grandi feste vi si tennero per il trionfale arrivo di Ottavio d'Aragona, reduce della vittoria contro i turchi. Qualche anno dopo, nel 1622, il castello nuovamente in festa si accinse ad accogliere il maestoso corteo di Don Giovanni Tagliavia Aragona, il quale tornava dalla Spagna con la sposa Giovanna Mendoza. Ma, con Maria Carolina, la famosa regina austriaca (sposa di Ferdinando I di Borbone re delle due Sicilie) che il castello divenne noto nei primi anni del sec. XIX, poichè la regina vi rimase confinata per 84 giorni che segnarono la fine della sua permanenza in Sicilia. In attesa del suo arrivo molti lavori si fecero al castello sotto la direzione dell'architetto Cardona e tutti i cittadini furono tassati per sopperire alla spesa. Finalmente nel 1813 la regina fece il suo ingresso al castello accompagnata dal figlio Leopoldo. Molti illustri personaggi si recarono a rendere omaggio alla regina durante la sua forzata permanenza e fra essi il principe Diego Pignatelli, il marchese Giacomo di Saint-Clair, Don Giuseppe Lanza Branciforti principe di Trabia il conte di Sommatino. Anche il re si recò al castello per trovarvi la moglie. Infine il 14 giugno del 1813 fu costretta a lasciare il castello partendo per l'Oriente insieme al figlio. Interamente cancellato il primitivo aspetto del castello dalle successive modifiche, esso, nella sua attuale struttura, non è più che un bel palazzo dalle linee severe. Per approfondimenti, Vi invito a visitare il sito ufficiale: http://www.bellumvider.it/.

Fonti: testo tratto da “Castelli di Sicilia" di Alba Drago Beltrandi e da "Bellumvider - La reggia di Federico II di Svevia a Castelvetrano" presentazione di Maurizio Oddo su http://www.insicilia.it/castello_bellumvider_castelvetrano_sicilia.htm, testo di P.Calamia, M. La Barbera, G. Salluzzo su http://www.stupormundi.it/Bellumvider1.htm.


venerdì 25 settembre 2015

Il castello di venerdì 25 settembre






PUGLIANELLO (BN) – Castello Baronale

Puglianello venne citato per la prima volta nel IX secolo. Il suo nome originario era quello di Pullianellu. Il borgo era in suffeudo già intorno al 1150: infatti, nel Catalogus Baronum risulta dato (con l'obbligo di un solo milite) a Johannes Garardus Camerarius, valvassore di Nicolaus Frascenellus, a sua volta vassallo di Roberto dei Sanseverino di Lauro, conte di Caserta e titolare del feudo. Appartenuto originariamente alla signoria dei Pugliano di Alife, il paese divenne poi un feudo autonomo (XV secolo) sotto i Celano, i Paolella ed i De Carles di Teano ,successivamente i Guercia di Napoli. Lo ebbero anche i Gaetani e i de Rinaldo (la famiglia capuana cui appartenne il letterato e storico Ottavio, nato proprio a Puglianello nel 1712 e morto nel 1773). Alla fine del Cinquecento contava circa cento abitanti e continuò a spopolarsi tanto che in un atto notarile del 1702 alcuni cittadini di Faicchio dichiaravano che «già prima del contagio del 1656 il detto Castello di Puglianello è stato disabitato dai cittadini, privo di abitanti, di case e di abitazioni». Nell'atto si continua scrivendo che, dato che il paese era disabitato, il tutto era diventato pieno di vegetazione ed erano rimasti in piedi solo pochi edifici: "la casa che si dice del Barone, anche se parte d'essa è sconcia e diruta, le chiese di Santa Maria e di San Giacomo, e la taverna di proprietà del Barone". Un altro documento che testimonia l'abbandono del paese risale al 1667 quando gli economi della cappella del SS.mo Corpo di Cristo di Puglianello chiesero al vescovo di Cerreto Sannita l'autorizzazione a vendere due campane di proprietà della cappella dato che detta cappella era cadente e che gli abitanti del paese si erano trasferiti altrove. I feudatari, negli anni successivi, vi chiamarono coloni da altrove che contribuirono a ripopolare il piccolo centro. Nel centro del piccolo borgo è sito l'antico Castello dei baroni di Puglianello, oggetto nel tempo di diverse ristrutturazioni e attualmente suddiviso in più unità abitative. La pianta è rettangolare (quasi quadrata) a corte chiusa, con quattro torri angolari a pianta circolare, con base troncoconica e alzato cilindrico, pareti verticali con base scarpata, ben conservata solo sui fronti verso NO e SE (doccioni). L’edificio è costruito in tufo giallo, materiale di cui è ricca la zona e possiede un antico porticato nel cortile interno. La trasformazione in villa rustica (avvenuta tra il XIX e il XX) ha pesantemente alterato la volumetria della struttura (soprattutto lungo le cortine) e gran parte delle facciate (in particolare quella è l'accesso principale). La torre principale, quella verso Nord, è anche la meglio conservata (redondone in piperno, tracce di saettere, doccione). Proprio il fronte verso Alife (NO) sembra conservare interessanti tracce della primitiva costruzione medievale: infatti, è possibile ipotizzare che l'accesso originario fosse su questo lato, in corrispondenza del rafforzamento della cortina costituito dalla bassa torre rettangolare difesa da cannoniere e feritoie.


giovedì 24 settembre 2015

Il castello di giovedì 24 settembre






TRANA (TO) - Castello Gromis

Trana vanta origini antiche, poiche il toponimo compare nei documenti fin dal secolo XI. Sull'origine del nome "Trana" vi sono diverse ipotesi: poichè in latino "tranare" significa "oltrepassare" riferito ad un corso d'acqua, si può pensare al paese come punto di attraversamento del torrente Sangone, un passaggio obbligato per andare verso i monti di Giaveno e verso la Valsusa. Il paese è dominato da un'antica torre costruita su una collina al fianco del torrente Sangone. Tale torre, alta 30 metri, restaurata nel 1952, è l'unico resto dell'antico castello fatto edificare dai duchi di Savoia nell'X secolo, bombardato e distrutto dalle truppe francesi del Catinat (agli ordini del Card. Richelieu, generalissimo del Re di Francia Luigi XIII) alla fine del XVII secolo. Esso venne in proprietà della famiglia Orsini, signori di Rivalta, che nel 1110 divennero padroni di Trana con il nome di Falconieri. Alla loro estinzione, nel 1703, il castello attraverso vari feudatari fu assegnato nel 1718 all'abbazia di S. Michele e successivamente ai marchesi Gromis di Trana. La famiglia Gromis fece costruire il palazzo Gromis (ora proprietà del comune), che per anni ha ospitato la scuola elementare, e la chiesetta dell'immacolata in borgata Colombè. Il Gruppo Storico "Conti Gromis di Trana", costituitosi di recente, vuole proprio ricordare la storia di Trana legata alla famiglia Gromis. Nel 1814 i Savoia tornarono in possesso del loro regno, la zona dei Mareschi venne bonificata con la costruzione di un canale e cominciò lo sfruttamento dei giacimenti di torba. Molte persone affermano che tra le rovine fatiscenti del castello si aggirino fantasmi dalle fattezze femminili e molto luminosi. Famosa, in particolare, è la figura di due donne che apparirebbero insieme: una delle due è descritta con lunghi capelli sciolti lungo le spalle.    


Fonti: http://www.comune.trana.to.it/elenco.aspx?c=1&sc=83, http://www.orientarsi.org/aagenerale/esoterismo/fantasmi.pdf, http://www.prolocotrana.it/Proloco_Trana/Storia.html

Foto: di brunoloi50 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/304315/view e di befed su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/334791

mercoledì 23 settembre 2015

Il castello di mercoledì 23 settembre







LONIGO (VI) - Castello

Il nome di Lonigo si è prestato a più interpretazioni fantasiose da parte degli storici locali. Alcuni lo fanno derivare da Lumi, toponimo estrusco, altri da Luna o da Leone, sia l'animale che il segno zodiacale. L'ipotesi più attendibile è che il nome derivi da una famiglia patrizia romana Leonicenae o Leonicenses. Nel passato spesso un luogo prendeva il nome da una famiglia nobile, con l'aggiunta del suffisso "-icus-", che indica una proprietà, come una villa o un fondo. Nei documenti storici il nome Lonigo compare nel X sec., ma nelle colline circostanti sono state trovate tracce di insediamenti preistorici, dell'età del bronzo. Il primo nucleo abitato fu nella frazione di Bagnolo. Soltanto nel IX sec., dopo un'invasione degli Ungari, la popolazione si raccolse nel centro di Lonigo, sulla collinetta che oggi ospita il Duomo, dove nacque il castello Calmano di cui a noi rimane il "mastio" detto Torron. L'area fortificata Leonicena era compresa fra l’ansa del Guà (Fiume Nuovo), ad Ovest e a Nord, e il Fiumicello ad Est. Entro detto perimetro erano situati due Fortilizi: il Castello Calmano o Castellaccio o Castello Maior e il Castel Giuncoli o Castel Minor. Il primo era situato sull’area corrispondente a quella dell'attuale Villa Mugna, mentre il secondo era situato su quella dell’attuale Duomo. Numerosi documenti ne attestano l'esistenza a partire dal X secolo e, a proposito del Borgo, affermano che esso si è arricchito, durante i primi anni del 2° millennio, di importanti e numerosi palazzi: il Palazzo della Curia Vicentina in cui si riscuotevano le Decime, il Palazzo del Podestà, il Palazzo dei conti Maltraversi, il Palazzo dei conti Nogarola, il Palazzo dei conti di Sarego, casati questi ultimi imparentati con i Signori della Scala, potenti per mezzi finanziari, milizie e cultura. Nel Medioevo Lonigo fu fondo dei duchi longobardi e dei conti Franchi di Vicenza e il Castello fu proprietà dei conti Malacapella di Vicenza dal 1067 al 1194. Nella lotta tra Guelfi di Padova e Ghibellini di Verona subì prima la tirannia di Ezzelino da Romano. Il Castello occupava una posizione strategica importante per cui fu conteso da varie Signorie, tra le quali è prevalso Cangrande della Scala che, verso la fine del 1200, annesse tutto il Vicentino, terra che non aveva mai avuto una Famiglia importante che la governasse e la difendesse. Cangrande potenziò il Castello inglobando e munendo di mura e torri il borgo, che sorgeva nella parte bassa, ad est; un piccolo ponte sul Fiumicello vicino all’attuale “Torrione”, assicurava la comunicazione fra le due realtà urbanistiche. Dopo lo sfaldamento della Signoria Scaligera, verso la fine del Trecento, Lonigo passò sotto i Visconti Signori di Milano, che nel 1392 ricostruirono e potenziarono le difese del Castello e del Borgo, con la supervisione dell'Ing. Marco Gambaretti di Verona. All' inizio del 1404, a seguito dell' indebolimento dei Visconti, l'ultimo dei della Scala, Guglielmo, si riappropriò di Verona e Vicenza con l’apporto determinante dei Nogarola e dei di Sarego. Di lì a poco, però, egli venne ucciso dai Carrara, Signori di Padova. Lonigo, con Cologna Veneta e Vicenza decise allora (era l’ 8 Maggio del 1404) di sottoscrivere un patto di dedizione alla Repubblica di Venezia con cui accettava la dominazione della Serenissima ma si garantiva dei privilegi economici già riconosciuti dall'Imperatore Federico I. In seguito a ciò, i Casati Nobili locali furono costretti a cedere il passo a quelli Veneziani, vere potenze economiche (ricordiamo i Pisani, i Mocenigo, i Soranzo, i Venier, i Contarini). Lonigo era cinta da mura, governata da un Podestà, aveva sgravi fiscali nei commerci di cereali, vini e biade, poiché era zona di confine tra Vicenza e Verona e aveva un mercato settimanale e delle fiere con cui l'alto Vicentino si riforniva di cereali che provenivano da Ferrara e Mantova. A fine Quattrocento il banditismo, le carestie, le incursioni di eserciti in lotta con Venezia portarono gravi violenze e distruzioni anche a Lonigo, che culminarono nell'eccidio del 1511 in cui il Castello fu raso al suolo. Oggi rimangono solo due torri, ben conservate: il mastio e la torre delle carceri. Visitando il seguente link potete trovare diverse valide foto delle torri superstiti: http://www.magicoveneto.it/Berici/Lonigo/Lonigo-1.htm

Fonti: http://www.prolonigo.it/index.php/storia, http://www.il1400leoniceno.com/storia_3.html

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda (Torre delle carceri) è di Flaviano Pellizzaro su http://it.worldmapz.com/photo/218267_ru.htm, la terza (mastio) è di yuna57 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/388408

martedì 22 settembre 2015

Il castello di martedì 22 settembre





ERCHIE (BR) - Palazzo Ducale o Laviano

Nel XVII secolo, Erchie entrò a far parte - come altri paesi vicini - del feudo degli Imperiali che, per ripopolarla, concessero le sue terre ai profughi di Candia, l'antico nome dell'isola di Creta oltre che della città di Heraklion, allorché la loro isola passò dalla dominazione veneziana a quella turca. Il palazzo ducale è un edificio la cui costruzione fu voluta da Pietro Laviano, duca di Satriano e barone di Erchie, si suppone, basandosi su di un progetto del noto architetto (e anche storico dell'architettura) Francesco Milizia, della vicina Oria, all'epoca soprintendente presso lo Stato Pontificio. Il palazzo, probabilmente, rientrava nell'ambito di un progetto più complesso di pianificazione urbanistica di Erchie che coinvolse l'attuale piazza Umberto I, il santuario di Santa Lucia e la chiesa della Natività di Maria Vergine. Quest'ultima, a seguito della nuova pianificazione, subì una rotazione di 90° portando la sua facciata di fronte a quella del santuario di Santa Lucia. Il palazzo, accettabilmente conservato, si erge su 1641 mq ed era composto dal pianoterra con 24 stanze più l’atrio e dal primo piano con 20 stanze più il terrazzo e scalinate. Attualmente al pianoterra ci sono 25 stanze in quanto all’origine, nel lato Sud, c’era una monumentale entrata simile a quella del lato Nord. Tale entrata fu chiusa durante il periodo fascista per ricavare la “Casa del Fascio”: privando così il centro urbano della magnifica galleria che permetteva d’intravedere via Calvario, la Villa e la chiesa di S. Lucia. Al suo interno c’erano una raccolta di quadri, un’antica pianta della città di Venezia risalente al 1729 ed una pianta della città di Padova del 1784. Non è stato possibile trovare notizie riguardanti la vita che nel corso dei secoli ha palpitato nel palazzo, tranne che nei primi anni del 1900 alcune stanze furono adibite ad aule scolastiche e che i relativi contratti di locazione erano firmati da Gennaro Lo Re, amministratore dei Panzera-Laviano”, ed ancora che alla fine della seconda Guerra Mondiale le sue 44 stanze dettero alloggio al contingente americano che si era stabilito a Erchie. L'edificio fu la residenza estiva dei feudatari e occupa un'intera isola urbana in corrispondenza della piazza centrale. La facciata, dalle linee barocche, è caratterizzata da un lungo balcone sopra al portale principale. Sul lato opposto l’edificio ha un aspetto e uno stile differente. Nel cortile interno si affaccia il corpo scala la cui composizione molto originale, presenta un corpo unico a tutta altezza. Di particolare pregio sono le porte interne sulle quali sono raffigurati personaggi in maschera dell'Ottocento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_ducale_di_Erchie, scheda di Domenico Basile su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/brindisi/erchie.htm, http://comune.erchie.gov.it/monumenti-e-chiese/121-il-palazzo-ducale.html, http://www.brindisiweb.it/provincia/erchie.asp, https://brundarte.wordpress.com/2015/01/31/erchie-br/

Foto: entrambe di Francesco Guadalupi, prese da https://brundarte.wordpress.com/2015/01/31/erchie-br/  

lunedì 21 settembre 2015

Il castello di lunedì 21 settembre






STRASSOLDO (UD) – Castello di Strassoldo di Sotto

Fu costruito intorno all’anno Mille insieme al Castello di Sopra a difesa della strada che da Aquileia conduceva alla Carinzia. Il nome è di origine germanica e si riallaccia ai termini “Strasse”, strada, e “Aue”, isola. Esso appare citato esplicitamente per la prima volta in un documento del 1188, in cui viene citato un Artuico de Strasho. È tuttavia probabile che fosse stato costruito nel 1035 da un Voldarico, proveniente da una regione germanica, probabilmente dalla Franconia o dalla Boemia, che ottenne l’autorizzazione imperiale a costruire un complesso in muratura ad uso abitativo e difensivo a protezione della strada che conduceva a nord tra i boschi e le acque. Il Castello di Sotto si sviluppò intorno ad una massiccia torre, esistente ancora alla fine del Settecento, che fungeva da luogo della giustizia. In sua prossimità venne costruita la “Domus Magna”, ancora oggi detta “Casa Grande”, difesa dalla cinta murata di cui ora rimane una sezione merlata, munita di un portale cuspidato costruito nella sua forma alla fine del Cinquecento, la cosiddetta “Pusterla”. Nel Duecento ad ovest del fiume Imburino sorse il “Borgo Nuovo”, difeso a sua volta da un giro di mura su cui si aprivano due Torri portaie, di cui una sopravvive ancora, sia pure privata del suo arco, tradizionalmente ma non correttamente chiamata “Porta Cisis”. Nel 1575 venne costruita la Chiesetta di San Marco, addossata alla “Domus Magna”. Culla di una potente famiglia feudale, fu coinvolto in tutte le principali vicende del Patriarcato d’Aquileia. Rovinato più volte, e in particolare nel 1381, quando venne investito dalle milizie del Patriarca Filippo d’Alençon, fu sempre riattato. I danni più gravi li subì ad opera delle armate dell’Imperatore Massimiliano nel 1509 e nel 1513. Con l’affermarsi delle armi da fuoco e con la costruzione della Fortezza di Palmanova, perdette le sue funzioni difensive. Nella prima metà del Settecento fu oggetto di un importante ciclo di restauri, che lo portò all’attuale configurazione. Strassoldo è uno dei pochi castelli friulani che è ancora posseduto e abitato dalla stessa famiglia che lo costruì. La famiglia è certamente di origine germanica, come risulta dalle storie tramandate nei secoli, secondo cui i capostipiti sarebbero un Rambaldo proveniente dalla Franconia, o un Voldarico proveniente dalla Boemia, o due fratelli scesi ancora dalla Boemia o dalla Pomerania. Giacché la sede originaria in terra del Friuli fu il castello di Lavariano, noto per essere il centro di una “fara” longobarda il cui territorio scendeva fino all’Ausa, è probabile che gli Strassoldo rappresentassero la confluenza di due famiglie, quella di origine bavaro-carinziana, e quella di origine longobarda. Furono certamente investiti dall’imperatore, sia perché portano nel loro stemma i colori imperiali (oro e nero), sia perché appartenevano alla feudalità “libera” e cioè, come il Patriarca, di diretta investitura imperiale, e quindi presenti in Friuli prima del 1077, quando fu costituito lo Stato patriarcale. Insediati sui confini tra i possedimenti del Patriarca e quelli dei Conti di Gorizia, servirono entrambi i potentati friulani, ricevendone investiture e sedendo nel Parlamento della Patria del Friuli e successivamente anche nella Dieta degli Stati Provinciali di Gorizia. Acquisirono importanti posizioni nell’ambito dello Stato patriarcale, e successivamente al servizio delle armate venete e soprattutto in ruoli di governo e militari nell’Impero. Furono investiti di numerose giurisdizioni e castelli in Friuli, ma anche in Carinzia e in Carniola. Dall’imperatore nel 1641 ricevettero il titolo di Conti del Sacro Romano Impero, sia nel ramo di Strassoldo Graffemberg, sia negli altri rami di Soffumbergo, Villanova e Chiasottis. La caratteristica porta secentesca cuspidata in cotto conduce al castello, che si compone di edifici rustici e della Chiesa di San Marco, la quale presenta una facciata arricchita da patere in marmo con raffigurazioni zoomorfiche, databili al periodo romanico. Le sale interne del castello sono impreziosite da soffitti lignei databili alla fine del Cinquecento. Nel settecentesco parco, uno dei più attrattivi in Friuli, si possono ammirare specie arboree rare ed antiche, due bellissime peschiere e numerose statue. Di pregevole importanza è la vicina Chiesetta di Santa Maria in Vineis, collocata esternamente alle mura del castello. All'interno vi è conservato un ciclo a fresco, databile al Trecento, che risulta essere tra i più rilevanti in regione. Altri link suggeriti: http://www.prolocostrassoldo.it/CastelloDiSotto.aspx, http://www.provincia.udine.it/terradeipatriarchi/poi/Pages/p2_strassoldo.aspx, http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=6755,0,0,1,0,0

Fonti: http://www.castellodistrassoldodisotto.it/storia/, http://www.turismofvg.it/Castelli/Castello-e-Borgo-di-Strassoldo-di-Sotto,

Foto: la prima è presa da http://www.irvv.net/nc/it/ville-aperte.html?villaId=2054, la seconda invece da http://www.scoprifvg.it/site/castello-di-strassoldo-di-sotto/

sabato 19 settembre 2015

Il castello di domenica 20 settembre






GATTEO (FC) – Castello Malatesta

Nei secoli precedenti l'anno Mille, il territorio di Gatteo era caratterizzato da grandi boscaglie e paludi malsane, a causa di particolari condizioni climatiche e meteorologiche quali inondazioni e inverni assai rigidi durante i secoli dal V all'VIII. Le prime opere di bonifica del territorio iniziarono verso il secolo IX a cura della Chiesa Ravennate e dei grandi monasteri e Abbazie che disponevano, grazie ai loro monaci, di valida manodopera. Alla fine del X secolo sorse una struttura di difesa l'"Aggero Gatthei" (Aggeres: tipo di fortificazione o accampamento, che prese il nome da Giulio Cesare, di forma quadrilatera delimitato da una staccionata e da un fossato), fortificato da un muro ad una testa, che cominciò a prendere le sembianze di "Castello". Nei secoli XIII - XIV Gatteo diventò Comune medievale, una forma politica autonoma di governo cittadino con poteri conferiti ai Consoli. Con l'avvento del dominio dei Malatesta di Verucchio proseguì dal 1311 il consolidamento del Castello di Gatteo che, come altri costruiti in quel tempo, aveva prevalentemente carattere abitativo-difensivo data l'esigenza di assicurare le dimore e difenderle da attacchi esterni e saccheggi. Nel 1353 "Castrum Gatthei", situato nella pianura tra la strada maestra e il mare Adriatico faceva parte del Vicariato di Santarcangelo, dopo essere stato sottratto come Comune alla giurisdizione del Malatesta e posto sotto il dominio del Papa. Verso il 1431-1432, comparve a Gatteo Erasmo da Narni detto Gattamelata, capitano di ventura agli ordini di Papa Eugenio IV. A questo personaggio venne erroneamente attribuito l'origine dello stemma comunale di Gatteo. Nel 1452 il Papa Niccolò V concesse tutto il territorio di Gatteo in feudo ai Conti Guidi di Bagno e nello stesso anno (il 19 agosto) vennero stabiliti i confini territoriali fra il Comune di Cesena e quello di Gatteo. A questo periodo risalgono l'Oratorio di San Rocco, costruito nel 1484, in seguito alla terribile pestilenza del 1458-1461 e la Chiesa di Sant'Antonio Abate con l'annesso ospedale in funzione già dal 1467. Agli inizi del Cinquecento Gatteo faceva parte del Ducato di Romagna, che ebbe vita breve in seguito all'invasione dei Veneziani, i quali spodestando il Duca Valentino nel 1505 permisero il ripristino del sistema feudale con il ritorno, nel 1516, dei Conti Guidi di Bagno, i quali, salvo brevi interruzioni, rimasero al potere fino al 1656, quando il Feudo di Gatteo tornò direttamente nelle mani del Pontefice. Da quel momento Gatteo ebbe un governo stabile e vide sorgere quella che è l'attuale struttura del paese, con l'ampliamento delle abitazioni attorno al castello. Nel 1541 la Chiesa di San Lorenzo divenne Parrocchia e nel 1554 venne tolta dalla dipendenza di San Giovanni in Compito ed ottenne un proprio Fonte battesimale. Nel 1576 il marchese Fabrizio Guidi Di Bagno, nell'area prospiciente il castello, edificò un oratorio o chiesa dedicata alla Madonna del Popolo nel luogo dove, già dal 1400, esisteva un sacello intitolato a Santa Maria in Lacrimis. Da qui ebbe origine poi l'attuale chiesa parrocchiale nel 1819. Nel 1610, il Consiglio della Comunità di Gatteo, su proposta del marchese Di Bagno, divise il territorio comunale in undici quartieri. Ad ogni quartiere veniva assegnato un capo-quartiere o balitore scelto - ad estrazione - fra tutti i residenti di un certo ceto di quel determinato quartiere. Tale carica durava quattro mesi. Giuseppe Garibaldi, diretto a dar man forte alla resistenza di Venezia, il 1º agosto 1849 attraversò il territorio passando per Gatteo con oltre duecento garibaldini; sostò nel borgo e proseguì per Sant'Angelo dove si fermò a riposare una notte in un'abitazione in via Fiume e si abbeverò nel vecchio pozzo davanti alla farmacia ora appena sotto il manto stradale per arrivare poi alle Due Bocche (Gatteo a Mare) e di qui giungere a sorpresa a Cesenatico, per salpare poi con tredici bragozzi chioggiotti alla volta di Venezia. Il castello di Gatteo sorge nel XIII secolo presumibilmente sul luogo di un preesistente accampamento romano. Nel corso dei secoli è stato soggetto a diverse trasformazioni. Ha una configurazione pressoché quadrangolare, è munito di una torre e cinque baluardi ed è circondato da una larga fossa, in origine piena d'acqua, oltrepassabile solo grazie ad un ponte levatoio. Nel lato orientale della cinta muraria si trova l'ingresso del castello, costituito da un arco a tutto sesto sormontato da una torre quadrata, il cassero, dove sono ancora oggi visibili le corsie per lo scorrimento delle travi che azionavano il ponte levatoio; sulla sommità del cassero vi è la seicentesca torre civica. Nella seconda metà del '700 le mura, ad eccezione del lato orientale che conserva resti dei beccatelli e della muratura, vennero abbassate e di conseguenza la fossa circondante il castello completamente riempita di terra ed il ponte levatoio, sostituito da un ponte in pietra. Il Castello è stato soggetto a un lungo restauro conclusosi nel 2003, grazie al quale è ora possibile effettuare un'insolita passeggiata sulle mura di cinta. In agosto la corte del castello viene utilizzata per l'allestimento di una parte della tradizionale Festa Patronale di San Lorenzo.


Foto: la prima è stata realizzata da me sul posto, la seconda è presa da http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/18/325

Il castello di sabato 19 settembre






STRASSOLDO (UD) – Castello di Strassoldo di Sopra

Secondo la tradizione, Strassoldo venne costruito in epoca ottoniana per contrastare le scorrerie degli Ungari ma è probabile che le origini del complesso siano langobarde, baluardo contro la pericolosa presenza bizantina proveniente dal litorale. La famiglia, discendente dai signori di Lavariano, apparteneva ai feudali liberi, cioè stanziati in Friuli prima del 1077, anno della formalizzazione del potere temporale del patriarca d'Aquileia, e in ogni epoca rivestì un ruolo di primo piano nella storia friulana. Attorno all'antichissimo torrione del secolo VI, scapezzato nell'Ottocento ma ancora alto 12 metri, si sviluppa il castello di sopra, al quale si accede attraverso l'antica porta Cistigna, con il palazzo signorile affacciato su un elegante giardino racchiuso da corsi d'acqua, vari fabbricati un tempo con funzione agricola ed amministrativa (posti a semicerchio dietro alla chiesa: le scuderie, le case degli artigiani, i granai e la cancelleria dove sono reimpiegate due stele romane) e al centro la chiesa di San Nicolò, antica cappella castellana ampliata nel Settecento, di bel disegno, con interessanti esempi dell'arte locale. Il castello superiore fu abbattuto nel 1381 dal patriarca Filippo d'Alencon per ribadire il dominio di Aquileia su quella terra, promessa dagli Strassoldo alla potestà della Serenissima. Ma l'impegno fu comunque soddisfatto di lì a pochi anni. Saccheggi e devastazioni rovinarono il complesso fortificato e le residenze per le lotte provocate dalla lega di Cambray (1509). Risale a quel tempo la ricostruzione degli edifici, protrattasi per ben tre secoli, con sovrapposizioni, aggiunte e demolizioni. L'interno del palazzo presenta ambienti ricchi di memorie familiari. Uno dei gioielli del castello è il suo parco, nel quale la temperatura del suolo non scende mai al di sotto dei 13 gradi, un fenomeno che influenza positivamente la natura e permette la crescita di molte specie esotiche, dalle palme alle rose cinesi. Nato alla fine del Seicento quando era venuta meno la funzione difensiva del complesso, è ricco di elementi decorativi, pozzi, statue ed una magnifica orangèrie con possenti colonne. La siepe di carpini neri, che, nel Settecento, delimitava il perimetro del giardino, si è oggi trasformata in un insieme di alberi secolari, con tronchi dalla profonde scanalature verticali, accanto ai quali si stagliano altissime altre piante contemporanee; un maestoso esemplare di magnolia grandiflora di trecento anni e numerose piante di taxus baccata. In anni più recenti sono poi stati piantati aceri campestri, tigli, ippocastani ed un singolare gazebo di palme, tutti di dimensioni ragguardevoli e, sulle sponde più lontane salici piangenti, dove regnano indisturbati germani reali, anatre e cigni. Le numerose aiuole dei giardini sono piene di rose antiche, tea ed inglesi, camelie ed ortensie. Il castello ha ospitato molti personaggi importanti. La visita dell’imperatore Federico IV nel 1489 è la dimostrazione dell’importanza della famiglia a cui apparteneva il maniero. Nel 1593 i provveditori della Serenissima si riunirono qui per firmare l’atto per la costruzione della vicina fortezza di Palmanova. Molti anche i rappresentanti della corte imperiale austriaca che soggiornarono nel castello, come il feldmaresciallo Radetzky, che sposò la contessina Francesca Romana Strassoldo nella cappella del maniero ed il feldmaresciallo, barone Kuhn von Kuhnenfeld, Consigliere e Ministro di Guerra dell’imperatore Francesco Giuseppe e Cancelliere dell’Ordine di Maria Teresa, la cui figlia sposò Giulio Cesare Strassoldo. In quest’atmosfera aleggiano molte leggende. La prima vuole che il nome abbia tratto origine da Rambaldo di Strassau, valoroso comandante del generale romano Flavio Ezio, che combattè contro Attila quando costui distrusse Aquileia; una più romantica, che trae origine da un fatto vero accaduto nel IV sec. e diede l’avvio a feroci lotte tra feudatari liberi e ministeriali, narra che la bellissima Ginevra Strassoldo fu rapita dal pretendente Federico di Cucagna, subito dopo le sue nozze con Odorico di Villalta e che si trasformò in pietra per resistere al pretendente, tornando in vita solamente quando l’amato sposo la trovò e la baciò, dopo mille peripezie. Il castello ha un sito ufficiale, di cui consiglio la visita per approfondire: http://castellodistrassoldo.it/


venerdì 18 settembre 2015

Il castello di venerdì 18 settembre






GROSSO CANAVESE (TO) - Castello

La fondazione di Grosso si colloca nel tardo medioevo, probabilmente sul finire del XII secolo: il primo documento storico che nomina la parrocchia di Grosso è del 1209. Sui territori paludosi della sponda sinistra della Stura di Lanzo vennero edificati quattro ricetti: Nole, Villanova, Liràmo e, Grosso. Il ricetto è struttura difensiva medievale tipica della parte orientale del Piemonte. I feudi delle terre che, dopo una bonifica dovuta a naturali cambiamenti climatici, divennero molto fertili furono affidati a vassalli imparentati con la schiatta dei marchesi del Monferrato. È probabile che non solo i signori, ma anche i primi coloni provenissero dal basso Monferrato o dal Vercellese, stanti alcune peculiari caratteristiche del dialetto. Insieme col ricetto, venne edificata una casa padronale, impropriamente chiamata "castello": di ambedue le costruzioni, rimangono alcuni tratti della cinta muraria originale. Della stessa epoca è anche la fondazione della Chiesa parrocchiale, dedicata a San Lorenzo: nonostante numerosi rimaneggiamenti e ampliamenti - a partire dal 1719 - che ne hanno resa poco leggibile la struttura e la storia, la navata centrale è ancora quella della sua fondazione duecentesca. Dopo l'incendio (1326) del ricetto di Liràmo, alla parrocchia di Grosso furono assegnate anche quelle terre: da quel giorno, la Chiesa parrocchiale è intitolata ai santi Lorenzo e Stefano (Stefano era il patrono di Liràmo). Verso la metà del XVII secolo, la signoria di Grosso venne acquisita dal conte Francesco Armano (o Armani), medico ciriacese d'origine umbra, il quale fece radere al suolo l'antico "castello", conservando tuttavia la cappella gentilizia presso la quale sostò, durante almeno una delle sue due traslazioni cinquecentesche da Chambéry a Torino, Sacra Sindone (alla quale la cappella è dedicata). In luogo dell'antica costruzione, l'Armano fece edificare una tipica dimora seicentesca, luogo di soggiorno e di delizie, memore forse di qualche ricordo mantovano che lo portò a far affrescare finanche una Sala delle Muse, destinata a performance liriche e musicali che probabilmente mai avvennero. Ad affrescare riccamente le sale di palazzo Armano, che domina la piazza principale, intervennero i Maestri Campionesi: rarissima testimonianza nel Piemonte occidentale della loro opera. Il palazzo Armano è di proprietà privata; dopo decenni d'incuria, è stato recentemente restaurato. Il fabbricato si compone essenzialmente di un grande braccio di fabbrica a tre piani, che prospetta verso la piazza principale del paese. A sinistra dell'edifìcio principale si innalza un braccio di soli due piani, terminato da una cappella gentilizia la cui facciata, sobria e corretta, prospetta anch'essa la piazza. Il profilo della facciata, interrotta dalle torricelle pensili e dal torrione centrale, è variato e interessante; la giudiziosa distribuzione delle masse, costante preoccupazione dei vari architetti, risulta movimentata dai grandi avancorpi, che, per la cornice sporgente, contribuiscono a segnare strisce e pezze di ombra sul prospetto dell'imponente edificio. A sinistra dell'androne è disposta la scala a quattro rampe, sostenute da volte a collo d'oca, mentre i pianerottoli poggiano su colonnette. Le pareti della gabbia in molti tratti presentavano forse delle pitture; rimane ancora vicino alla porta che, al piano nobile, da accesso al salone d'onore la figura di un alabardiere riccamente vestito, interessante saggio di costume secentesco. L'interno del castello, contrastante con la sobrietà esteriore, è fastoso e ricorda il lusso e lo splendore della vita seicentesca. Gli ambienti del pian terreno sono coperti da volte dipinte con motivi del Rinascimento e seicenteschi. Il grandioso salone al piano nobile, in posizione non centrale, impressiona per la sua fastosa decorazione. Esso è coperto da un soffitto in legno a cassettoni, adornati da rosoni. Il tono dell'ornamentazione è molto chiaro: travi, travicelli, rosoni in grigio con esili filetti oscuri che ne sottolineano le membrature, ciò avvantaggia la sala nell'effetto della sua altezza. La composizione e il disegno caratteristico del Seicento per la ricchezza delle cornici, medaglioni e per gli atteggiamenti contorti delle figure, appaiono talvolta non certo perfetti.
La pittura però in complesso è assai commendevole e adempie perfettamente al suo scopo decorativo, di cui nel Seicento ancora si preoccupava l'artista. Il salone adiacente è pure mirabile per il suo bellissimo soffitto a cassettoni e rosoni in chiaro e per un altro fregio dipinto che corre sotto di esso. Entro medaglioni bronzei sono effigiate varie figure di putti e cariatidi. Le cornici e i cartocci che li circondano, trattati con fare largo e disinvolto in tinta chiara, sono pure molto belli. Sono rappresentate le quattro età auree. Molti altri locali del castello sono adornati di pitture. Una lapide marmorea, conservata e murata nella cappella gentilizia dedicata alla S. Sindone, ci ricorda gli autori e la data della ricostruzione del castello: "I fratelli Giovanni, Giacomo e Bernardino Armano conti di Grosso e Villanova nel 1655 ricostruirono dalle fondamenta il Castello medioevale che era cadente per vetustà, rivendicando la potestà su Grosso che da tre secoli apparteneva ai loro maggiori e costrussero la Cappella intitolata alla S. Sindone".

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Grosso_(Italia), http://www.comune.grosso.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=2157

Foto: da https://piemontefantasma.files.wordpress.com/2014/08/8.jpg, mentre la seconda è una cartolina in vendita su Ebay (non è mia purtroppo....)  

giovedì 17 settembre 2015

Il castello di giovedì 17 settembre






SOVICILLE (SI) - Castello di Celsa

Si erge lungo la via secondaria della Francigena che da Colle Val d’Elsa porta a Siena e domina il panorama che si estende da Siena sino al Monte Amiata. Il castello, il cui nucleo originale risale al XIII secolo - sorto come baluardo difensivo della repubblica di Siena - fu trasformato nel Cinquecento in residenza per iniziativa del proprietario Mino Celsi. Il restauro cinquecentesco è attribuibile all'architetto Baldassarre Peruzzi, che sicuramente intervenne nella progettazione della cappella circolare e nella sistemazione esterna dei muri di terrazzamento. Nel maggio del 1554 il complesso fu distrutto dalle truppe imperiali Austro-Spagnole di Carlo V. Nel 1612 passò alla famiglia senese dei de Vecchi. Durante il XVII secolo, contemporaneamente al restauro del fabbricato, vennero realizzati in parte i meravigliosi giardini, espressione della cultura barocca. Nel 1802 la proprietà passò alla famiglia Chigi, i quali trasformarono la residenza in un maniero neogotico. Sul finire dell’Ottocento Maria Antinori Aldobrandini, figlia di Giulia De Vecchi e nonna dell’attuale proprietaria, incaricò l’Architetto Mariani di effettuare un’ulteriore trasformazione del castello, sopraelevando la torre est e coronandola di merli, fino a portare l’edificio alla sua forma attuale. Nonostante i numerosi interventi subiti nel corso dei secoli l'edificio conserva il suo carattere cinquecentesco mantenendo dell'antico castello originario soltanto la torre d'angolo sud. La villa include al centro un cortile di forma triangolare, chiuso a valle da un muro con tre portali, che immettono ad una serie di terrazzamenti in leggero pendio. L'accesso al complesso avviene attraverso un viale tangente alla villa che culmina nella cappella circolare del Peruzzi. Percorrendolo si può godere sulla destra della vista del giardino formale che si sviluppa su uno dei terrazzamenti, costituendo con il suo complicato disegno e apparato architettonico un insieme di grande effetto scenografico. Il giardino all'italiana, cui si accede tramite una cancellata inquadrata da colonne con alla sommità grandi vasi decorativi, è compreso tra un magazzino e una piccola limonaia in cui trovano riparo durante la stagione invernale le conche dei limoni. Otto geometriche aiuole di bosso, riproducenti lo stemma degli Aldobrandini composto da una stella e da un rastrello, sono evidenziate dal sapiente uso di terre colorate, con rame, che fanno risaltare il contrasto cromatico. Nel muro di fondo, in asse con la cancellata di ferro, è situata una grande peschiera semicircolare, circondata da una bassa balaustra, che funge anche da belvedere. Dalla vasca si può ammirare il panorama sulla valle incorniciato da due colonne laterali. A fianco della villa si apre un vasto prato attraversato da un percorso delimitato da siepi di cipresso potate e modellate a forma di parapetti ondulati. Questo sentiero, che culmina in una grande peschiera, costituisce l'unico episodio dell'incompiuto grandioso giardino barocco. La peschiera semicircolare è caratterizzata sul lato curvo da una cortina di muro a catena, la quale è scandita da balaustre a colonnine che si alternano a vasi. Questi segnano anche l'incontro delle volute sotto le quali, su uno sfondo di pietra spugnosa, sono poste statue a rilievo di divinità marine e draghi. Nell'area retrostante si sviluppa il bosco di lecci, percorso da viali rettilinei che si dipartono a ventaglio dalla peschiera e si ricongiungono attraverso altri due percorsi concentrici. Fa da sfondo ad uno dei due viali laterali una nicchia centinata, in pietra spugnosa, che contiene un bassorilievo in marmo raffigurante la nascita di Gesù. All'estremità del viale centrale si trova un'altra nicchia contenente una lastra con un'iscrizione. Il Castello di Celsa appartiene da circa quattro secoli alla famiglia dell’attuale proprietaria. Dal 1612 la proprietà si è spesso trasmessa per via femminile dalla famiglia de Vecchi, nobile famiglia senese, alla famiglia fiorentina degli Antinori agli Aldobrandini, romani; l’ attuale proprietaria è Livia Aldobrandini Pediconi. Altro link suggerito: http://dimorestoricheitaliane.it/vacanze-location/castello-celsa/,


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Celsa, http://www.castellodicelsa.com/castello-storia.html (sito ufficiale)

Foto: da http://www.sienafree.it/sovicille/71534-visite-guidate-al-castello-di-celsa-gli-appuntamenti-per-il-mese-di-maggio e di eugeniocini su http://rete.comuni-italiani.it/foto/contest/14720/view

mercoledì 16 settembre 2015

Il castello di mercoledì 16 settembre






CASTEL DI TORA (RI) - Castello Del Drago di Antuni

Questo borgo di grande fascino situato nell'omonima penisoletta prospiciente Castel di Tora ed a questa collegata da un sottile istmo, si protende nel lago. La storia è parallela a quella di Castel di Tora, dal 1092 di proprietà dell'Abbazia di Farfa poi rimase ai Brancaleoni di Romania sino al 1583, quindi dei Cesarini e poi dei Mattei sino al 1676. La proprietà passò quindi ai Lante della Rovere sino al 1720, poi al Marchese Filippo Gentili e nell'ottocento ai Del Drago e dal 1992 al Comune di Castel di Tora. Ma oramai Antuni e lo svettante castello con le sue 365 finestre, saloni affrescati, scalinate sontuose di pietra, giardini pensili era solo un cumulo di macerie e di rovine: bombardato nel 1944 e totalmente abbandonato dagli ultimi abitanti, di patronimico per lo più Franchi o Federici, in chiara memoria del caposaldo imperiale, nel 1945, dopo cinquanta anni di incuria, saccheggi ed azioni sismiche, il borgo era considerato ormai morto. La vita è ora ritornata: dal 1990 ad Antuni funziona un Centro spirituale della Comunità Incontro di Don Gelmini e dal 1996 ha preso avvio il restauro ed il recupero del castello Del Drago e della corte bassa, grazie all'intervento ed ai contributi, del Ministero dei Lavori Pubblici, Segretariato Generale del Comitato per L'Edilizia Residenziale, sotto l'alta sorveglianza del Provveditorato alle Opere Pubbliche per il Lazio e della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici del Lazio. Nel dicembre del 1999 sono stati completati i lavori di ricostruzione del "Palazzo Del Drago" e dei circostanti insediamenti abitativi con miglioramento della strada "mulattiera" di accesso all'antico borgo, grazie anche ad un contributo attinto ai fondi del Giubileo 2000. Successivamente sono state restaurate le mura di cinta nella parte destra, la torretta ed altri insediamenti abitativi. L'opera attraverso l'attento restauro dell'esistente e il ripristino "leggibile" degli spazi e delle forme perdute, mira al recupero e alla riappropriazione di un patrimonio importante per l'arricchimento civile e culturale della comunità locale. Tecniche antiche di muratura ed interventi aggiornati di consolidamento stanno ridando forma e resistenza ai ruderi divenuti nel tempo inaccessibili, rendendoli di nuovo spazi agibili e godibili. In più, gli studi elaborati, le ipotesi sperimentate e i lavori già eseguiti, hanno permesso di individuare un metodo specifico di lavoro che è anch'esso un patrimonio acquisito importante e tale da rendere praticabile, oltre che auspicabile, l'estensione degli interventi all'interno del borgo, così da giungere al recupero dell'intero insieme urbanistico del complesso. L'intero Monte è incluso nella Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia. Per accedere al castello è necessario percorrere una strada sterrata in salita, per almeno 15-20 minuti. Il percorso è molto panoramico e suggestivo. D'obbligo sono scarpe e vestiti comodi per poter affrontare il breve cammino. La storia del castello è legata da sempre a quella del borgo di Castel di Tora. L'archetto d'ingresso è uno degli elementi che è rimasto allo stato originale e non ha subito modifiche durante i lavori di ristrutturazione. E' possibile visitare l'esterno del castello, ammirando le mura e i panorami. Va tenuto conto, però, che l'aspetto odierno della struttura non corrisponde a quello originale, poiché durante i lavori di ristrutturazione sono state apportate numerose modifiche architettoniche. La particolarità di questo palazzo è rappresentata dalle 365 finestre, dagli affreschi nelle numerose sale e dai giardini belli ed eleganti. Il castello abbandonato divenne solo un rudere, finché non venne restaurato ed i lavori principali terminarono nel 1999. Il panorama che ammirano gli odierni visitatori, non è lo stesso spettacolo che poteva guardare chi ci viveva, nei secoli prima del 1939 circa, perché il lago del Turano è stato realizzato grazie ad una diga. Pertanto, prima di quegli anni, c'erano nella vallata pascoli e coltivazioni, che costituivano la principale fonte di vita per gli abitanti della zona. Altro link suggerito: http://divisare.com/projects/216393-spira-srl-borgo-di-monte-antuni
Fonti: http://www.comune.castelditora.ri.it/index.php?option=com_content&view=article&id=114&Itemid=115, http://www.sulletracce.it/sito/localita-del-lazio/il-castello-del-drago.html,

Foto: da http://iluoghidelcuore.it/luoghi/rieti/castel-di-tora/borgo-monte-antuni/20436 e di Spirasrl su http://divisare.com/projects/216393-spira-srl-borgo-di-monte-antuni