venerdì 31 luglio 2015

Il castello di venerdì 31 luglio







INTROBIO (LC) – Torre

Situato al centro della Valsassina, ai piedi del gruppo montuoso delle Grigne, il comune di Introbio è sempre stato considerato il capoluogo produttivo della Valsassina sin dal XIV secolo, quando Introbio era la sede del Collegio dei Notai e del Governo valsassinese. Crocevia di passaggi e centro nevralgico della valle, Introbio è sempre stato il comune “capofila” delle iniziative di maggior fermento, sinonimo di laboriosità, produttività, scambio di merci e ricco di storia e tradizione. La Valsassina aveva un governo proprio. Il podestà o pretore, nominato dal governatore di Milano, vi durava in carica due anni, potendo però essere confermato per un altro biennio. Anticamente sedeva a Primaluna, in seguito ad Introbio nel palazzo detto ancora oggi il Pretorio (dalle «Vicende della Brianza» di Ignazio Cantù). E dal «Larius» di Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico apprendiamo che il villaggio di Introbio, «inter Saxinates nobilior», «ferreis celebratur fucinis». Raccontando poi del passaggio delle truppe del Rohan, nel 1636, Anton Gioseffo dice che allora a Introbio questi apprezzatissimi forni per la fabbricazione delle palle d’artiglieria furono rovinati dal suddetto capitano «admiranda celeritate». La Guida del Fermo Magni annota che «nel mezzo del paese sorge ancora ben solida l’antichissima torre, che pare si debba far risalire all’undicesimo o al dodicesimo secolo; intorno a questa si stringeva nei momenti di pericolo la difesa del paese. La si ammira nel centro del paese". Costruita verso il secolo XI, 900 anni fa, la torre è testimone dell'unione antica degli introbiesi contro i barbari che, spesso, invadevano in quei tempi l'Italia, passando proprio per Introbio. Memorabile è l'assalto di 6000 Grigioni, calati dalla Val della Troggia, sostenuto e respinto eroicamente dagli Introbiesi, riuniti nella Torre, nel 1531. Nella travatura del tetto vi sono ancora i proiettili che i Grigioni vi lanciarono. Da qualche decennio la Torre è di proprietà dell'Ing. Giulio Amigoni che vedendola pericolante provvide ad intelligenti restauri. Ecco un interessante video trovato sul web: http://www.video.mediaset.it/video/adam_kadmon_revelation/ugc_adamkadmoncercate/488951/la-torre-di-introbio.html

Fonti: http://www.comune.introbio.lc.it/index.php/la-storia/i-monumenti, http://www.valsassinacultura.it/scheda.php?idcontent=94&id=8, http://www.lakecomo.it/territorio/comuni/introbio, http://www.introbio.info/da_vedere.html

Foto: di Pessah Michele su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/260392/view e di L'Eu Genio su http://it.worldmapz.com/photo/69839_en.htm

giovedì 30 luglio 2015

Il castello di giovedì 30 luglio






CHIAVERANO (TO) - Castel San Giuseppe

Il castello di San Giuseppe a Chiaverano, ebbe una notevole importanza storica quale punto di osservazione militare - dalla sommità del monte Albagna che prospetta sul lago Sirio - degli antichi romani impegnati nella guerra contro i salassi. La zona in cui si erge è ritenuta uno dei più antichi luoghi di insediamento umano. L'omonimo convento di San Giuseppe - ha ospitato per lungo tempo diversi ordini religiosi. Trasformato in dimora signorile fra il XVII secolo ed il XVIII secolo, fu fortificato da Napoleone Bonaparte e nell'Ottocento è divenuto luogo di ritrovo per artisti e letterati quali Arrigo Boito, Eleonora Duse e Giuseppe Giacosa, nativo della vicina Colleretto Parella oggi Colleretto Giacosa. Del complesso si notano ancora la torre e tratti di cortina. E' attualmente un albergo sulla sommità della collina, al centro dell'arco morenico ed in una straordinaria posizione paesaggistica. Il castello ha un sito web ufficiale: http://www.castellosangiuseppe.it/. Altri link suggeriti: http://www.comune.chiaverano.to.it/website/turismo-cultura-e-sport/da-visitare/124-il-castello-di-san-giuseppe,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Chiaverano, testo da "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: entrambe di Laurom su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Chiaverano_Castello_Santo_Stefano.JPG e su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Chiaverano#/media/File:Chiaverano_Castello_San_Giuseppe_03.JPG

martedì 28 luglio 2015

Il castello di mercoledì 29 luglio






TURBIGO (MI) – Castello Visconti

Citata nei documenti a partire dal 1150, la località ha importanza storica come luogo strategico per l'attraversamento del Ticino tra Como e Novara. Nel 1164 Federico I ricompensò il suo cancelliere con un feudo comprendente tutti i paesi della pieve di Dairago, divenendo così il primo feudatario del borgo. L'escavazione del Naviglio iniziata dai milanesi nel 1179, fu importante per la nascita di quella parte della città denominata Turbigh in giò, con la nascita di rogge, ponti e nuove strade. Il basso Medioevo fu caratterizzato dall'insediarsi nel territorio turbighese della famiglia Piatti che tese a porsi come guida materiale e spirituale del borgo. Già feudo dei d'Adda, passò in seguito ai Gallarati nel 1599 e ai Doria Landi, che lo tennero fino alla fine del Settecento. La vita di Turbigo nei due secoli successivi fu segnata dalla presenza delle famiglie Tatti e De Cristoforis, di cui rimangono i rispettivi palazzi, oggi di proprietà comunale. Definito nei secoli come un vero paradiso terrestre, per l'eccezionalità del paesaggio e la ricchezza faunistica dei suoi boschi, il borgo di Turbigo vide sorgere numerose dimore gentilizie. In età napoleonica il comune si espanse molto, annettendo dapprima Robecchetto e poi Nosate. Il 3 giugno 1859 il paese fu teatro dello scontro tra franco-piemontesi e austriaci nella famosa Battaglia di Turbigo che si concluse il giorno seguente a Magenta. Le prime notizie in merito all'esistenza del castello risalgono al IX secolo. La struttura, a pianta quadrangolare, è in ciottoli di fiume, pietra squadrata e mattoni; edificato intorno a una torre presumibilmente romana, porta lo stemma dei Visconti. Costruito su di una collina alluvionale, a dominio del Ticino del borgo sottostante, faceva parte, con quello di Legnano, dello scacchiere visconteo. Conquistato e parzialmente demolito nel Duecento, poi nuovamente ricostruito, nel 1569 passò alla famiglia Gallarati, con la giurisdizione di tutto il territorio, e nel 1591 arrivò il casato piacentino dei Landi. Il complesso si struttura attorno a un'ampia corte quadrata con ala porticata sullo sfondo, che presenta un cornicione a sguscio con oculi, dovuto ad interventi cinque-secenteschi atti a trasformare il castello in residenza signorile. Attualmente si presenta in forme trecentesche grazie all'intervento di restauro attuato nel 1922 dall'architetto Carlo Bonomi di Turbigo. Il maniero è attualmente una residenza privata e non è visitabile. Per accedervi si può salire la ripida via della Chiesa, oppure la scenografica scalinata che da via Vittorio Veneto porta direttamente al terrazzamento. Da qui si gode un bel panorama su tutto il paese e il suo circondario. Notevole è il parco circostante, che con una dura battaglia legale è stato risparmiato dai piani di lottizzazione di alcune amministrazioni del passato. Oggi è l'unica area verde al centro del paese e ospita una notevole fauna di animali selvatici (fagiani, rapaci di varie specie, ghiri, lepri, picchi rossi e verdi e molti altri). Altri link suggeriti, dove trovare diverse immagini: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI100-07551/, http://www.castellidelducato.eu/struttura.php?id=63



Il castello di martedì 28 luglio





TORRENOVA (ME) - Castello di Pietra di Roma (o Fondaco)

Un insediamento, una statio romana o meglio una stazione di posta romana trasformata poi, nei secoli, in un castello. “... V’erano sino ai giorni nostri due altissime torri, una rotonda, l’atra quadrata, ...delle quali v’esiste ancora parte di fabbrica...furono le suddette già in questo secolo rovinate come stanche di stare più in piedi pella loro antichità... Collaterale alla torre rotonda v’esiste una gisterna, seu fossa dove passa fama che quei Gentili avessero rinserrato non pochi martiri cristiani seppure non volessimo credere che sia stata fatta per conservarvi l’acque piovane....nel giro delle stanze, ponente, una mezzana se ne vedeva pitturata ma alla mosaica o si fosse stata alla greca, con molte finiture e molte iscrizioni, starei per dire simili a quelle di San Pietro di Deca.” Le altre notizie certe a noi pervenute risalgono alla dominazione araba (901) di cui era presidio militare sotto Ibrahim mentre sotto i normanni divenne posta di controllo per l’attività cantieristica. Nel 1389 la località è citata come castrum sive fortilitium ai piedi di San Marco. Federico di Aragona, barone di San Marco, si ribellò a re Martino, e questi assegnò il castrum a Peralton de Labaur. Nel 1498 il castello necessitava di una prima ristrutturazione; nel 1557 Giulio Filoteo degli Omodei lo descrive come fortezza con fossato. Nel 1578 Spanocchi dice che nel castello vi è un arbitrio di cannamelle e lo dipinge come un forte con tre torri di cui primeggia la circolare ed a cui si affianca l’antico acquedotto. Al contempo il Camilliani sostiene che solo nella prima metà del XVI secolo si impiantò uno zuccherificio e lo dipinge come una fortezza turrita “con un maschio circolare”. Infine Vito Amico lo definisce come fortezza egregiamente munita di artiglierie con Chiese e cisterne. L’impianto planimetrico presenta una pianta irregolare dovuta soprattutto alle superfetazioni aggiunte nel corso dei secoli. Infatti si pensa che ad una parte iniziale che si elevava su un costone roccioso, sul lato orientale, si siano aggiunti negli anni corpi di fabbrica lineari con orientamento Est-Ovest. L’intero sito, elevato sopra una leggera altura, un tempo dominava la pianura circostante nella quale l’impianto di cannamele (canna da zucchero), risaie ed agrumeti, con i relativi opifici industriali, quali trappeti da zucchero e mulini, era alimentato da acquedotti di cui sopravvivono tracce. Sopra un trovante di roccia, nell’estremità occidentale del sito, sopravvivono i resti di una torre a pianta circolare. Dalla parte orientale sono cresciuti nel tempo edifici che, nelle parti più evidenti sopravvissute, mostrano di appartenere al tardo XVII secolo, oggi tutti allo stato di rudere. Sull’insieme così altamente stratificato, durante gli ultimi decenni, sono state elevate strutture in cemento armato.

Fonti: http://www.emmegiischia.com/wordpress/arte/luoghi/comune-torrenova-provincia-messina/, scheda del Dr Francesco Cimino su http://www.icastelli.it/castle-1234883516-castello_di_pietra_di_roma-it.php, http://www.comune.torrenova.me.it/2012/index.php/it/component/content/article/78-icetheme/icetabs/68-il-castello-di-pietra-di-roma-il-fondaco

Foto: da http://www.emmegiischia.com/wordpress/wp-content/uploads/2014/03/IL-FONDACO-O-PIETRA-DI-ROMA.jpg

lunedì 27 luglio 2015

Il castello di lunedì 27 luglio






ACQUARICA DEL CAPO (LE) - Masseria di Celsorizzo (o Gelsorizzo)

Poco distante dalla Chiesa Madonna dei Panetti e dal Frantoio Ipogeo, situati nella immediata periferia di Acquarica del Capo, lungo la strada che porta a Torre Mozza, si estende la monumentale Masseria fortificata di Celsorizzo, che è databile, almeno per il primo nucleo dell'impianto, alla prima metà del XVI secolo. La masseria è caratterizzata da un'alta torre a pianta quadrata con feritoie e caditoie, che con i suoi tre piani domina su tutto l’abitato di Acquarica, e da altri vani aggiunti nell'Ottocento come deducibile dalla data 1807 incisa sull'architrave del portale di accesso. Due sono le caratteristiche peculiari che fanno di questa torre una struttura unica nel suo genere: in primo luogo il piano terra che, fortemente a scarpata e somigliante ad una rampa di lancio per i piani superiori, ingloba al suo interno una preesistente chiesetta basiliana del sec. XIII, dedicata a S. Nicola di Mira, che era interamente affrescata: ancora oggi si possono ammirare scene raffiguranti il Cristo Pantocratore e San Giovanni Crisostomo, ma molto belli sono anche gli affreschi dell'Ultima Cena e dei Santi Cosma e Damiano. La seconda caratteristica è data dalla parte sommitale dell’ultimo piano, diventato per metà un ballatoio funzionale ad una sovrastante torretta le cui mensole richiamano pari pari quelle della torre. Dette mensole sono bellissime, a tre bombature, e sostengono un parapetto aggettante munito anche di feritoie: tra il parapetto e le fiancate della torre si è formata una caditoia continua. A trenta metri dal fortilizio, in direzione nord, c’è una bella torre colombaia cilindrica divisa esternamente in due livelli da un cordolo a superficie piatta. Un toro marcapiano cinge la torre a mezzo metro dal piano della campagna: a questa altezza nasce l’accesso all’interno della colombaia, interno realizzato con le buche per i colombi e le scalette con i gradini sporgenti dalle fiancate. Nella parte alta, incise su di una lastra di pietra, sono conservate la data di fondazione -1550- e la scritta dedicatoria della nobile famiglia dei Guarino, nella quale è anche indicato l’utilizzo della struttura per la caccia. L’iscrizione, rozzamente incisa ed in parte erosa, recita: “FABRICIUS GUARINUS COLUMBARIUM HOC FRUCTUS AUCUPANDIQUE CAUSS CONSTRUXIT SIBI SUIS AMICISQUE ANNO DOMINI MDL” – “Fabrizio Guarino fece costruire questa colombaia per sé e per i suoi amici per diletto di caccia. Anno 1550″. La masseria, che appartiene alla famiglia Arditi di Presicce, è in totale stato di abbandono, anzi sono stati recentemente murati tutti gli accessi ai locali di servizio nonché alla scaletta esterna in muratura che conduce al primo piano della torre, particolarmente critiche si presentano le condizioni statiche della parte più alta del fortilizio. Suggestiva la corte interna, che è tutta un incrociarsi di archi sospesi nell’aria, miracolosamente salvi pur nella loro ardita esilità. La masseria può essere ammirata percorrendo la Superstrada Leuca-Gallipoli. Altri link consigliati: http://www.pugliaturistica.it/info.php?user=&pw=&luogo=PGLLECQR00000&cod_luogo=PGLLECQR00000&cod_pe=5, http://www.piazzasalento.it/celsorizzo-sede-darte-e-dartisti-si-aspetta-il-parere-della-regione-41149. Ecco un interessante video di "salentovacanze74" in cui il complesso è ripreso con un drone: https://www.youtube.com/watch?v=T8Id0GDvxlU

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Acquarica_del_Capo#Masseria_di_Celsorizzo,  http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=95321, http://www.sagradelgrano.it/2013/mappa/

Foto: da http://www.piazzasalento.it/celsorizzo-sede-darte-e-dartisti-si-aspetta-il-parere-della-regione-41149 e di Gianfry-Gulp su http://www.panoramio.com/photo/85950811

domenica 26 luglio 2015

Il castello di domenica 26 luglio






MALLES VENOSTA (BZ) - Torre Fröhlich

L’imponente torre "Fröhlich" si trova nelle adiacenze della chiesa decanale di Malles Venosta. E’ una costruzione romana risalente all'anno 1247 ed è alta 33,5 metri. Il paese ne va fiero. Rotonda, alta e robusta (circonferenza di 32 metri con mura di 2 metri di spessore), non può passare inosservata. È quanto rimane di un castello medievale, le cui mura sorgevano intorno in forma quadrata e di cui oggi si possono ammirare pochi ruderi. Di recente restauro (2004), la torre è facilmente visitabile salendo lungo i 164 gradini. Utilizzata inizialmente quale sede di "Pretura" dai Vescovi di Coira per i sudditi venostani, passò più tardi alla famiglia Fröhlich, della quale ancora oggi porta il nome.


Foto: entrambe di Romina Berretti dal gruppo Facebook https://www.facebook.com/pages/CASTELLI-ROCCHE-FORTEZZE-in-Italia/308856780344?fref=photo

venerdì 24 luglio 2015

Il castello di sabato 25 luglio






ISOLA CAPO RIZZUTO (KR) – Torre di S.Pietro in Tripani 

Situata ai confini del territorio di Isola con quello di Cutro, la località fu abitata fin dai tempi più remoti. Numerosi sono i resti di insediamenti accertati lungo la vallata di Tripani e sono riferibili al periodo neolitico e all’età del ferro. Tombe e ritrovamenti vari di epoca romana fanno ritenere quasi certa la presenza di una villa romana in età imperiale. (Sabbione C., Crotone, in Atti del XVI Convegno di Taranto 1976, p. 937). All’alto medioevo sembra risalire la chiesa di San Pietro, costruita in località Tripani. Il casale di Santo Pietro di Tripani era situato al limite della difesa regia di Isola. Di natura sua demaniale e come tale ricadente nell’amministrazione regia, la difesa o foresta di Isola  compare nei primi documenti angioini. Da questi atti si desume che già in precedenza durante la dominazione normanno –sveva, essa era stata soggetta alla tutela dei funzionari regi detti forestarii, che avevano il compito di sorvegliare le foreste del demanio regio. L’assalto alla foresta iniziato intorno al Mille con l’aumento della popolazione ebbe per protagonisti i vescovi ed i feudatari i quali fondarono casali al limitare della foresta, erodendola col fuoco e mettendone a coltura alcune parti. Protagonisti di questo primo disboscamento furono i vescovi isolani, i quali ottennero prima dal duca Ruggero e poi dal re Ruggero II ampi privilegi sia a favore della chiesa, che per coloro che fossero andati a popolare la città ed i nuovi casali, fondati sulle proprietà del vescovo. Originariamente demanio all’interno del territorio crotonese, con lo smembramento del territorio di Crotone, quando il casale di Torre di Isola fu dato in feudo a Giovanni Pou nel 1483, “il Bosco” andò a far parte del territorio isolano ma sempre in quell’anno vennero riconosciuti i diritti dei Crotonesi di potervi pascolare e tagliar legna franchi di fida e di qualsiasi altro pagamento. Confiscati i beni del Pou, a causa della sua ribellione,il feudo fu amministrato dalla Regia Corte e concesso a Enrico d’Aragona. E’ del 1487 la riassunzione fatta dal vescovo Bonadeo della convenzione stipulata a suo tempo tra Enrico de Aragona, figlio naturale di re Ferrante e “Dominus Civitatis Insulae”, ed il vescovo di Isola per il pagamento di quindici ducati per il tenimento di Tripani e le terre di Pilacca. La chiesa isolana rimase pienamente in possesso delle terre e del casale finché nel 1538 il procuratore del vescovo Cesare Lambertino non li concesse in enfiteusi a Joanne Antonio Ricca, feudatario di Isola, per 16 ducati annui, riservandosi tre tomolate di terra ed i mulini di Scipione Sancto Crucis e del crotonese Melcione Barbamaiore. L’atto di concessione fu stipulato due anni dopo con l’approvazione regia tra il vescovo ed il figlio del barone. Il feudatario ripopolò il casale con “greci e schiauni”; nel 1541 furono censiti ben 27 fuochi (Maone P., Gli Albanesi a Cotronei, Historica 4/1972, p. 191). Il casale mantenne la sua popolazione anche nei primi decenni della metà del Cinquecento. Nella rilevazione del 1564/1565 “Santo Petro del Isola” fu tassato per 45 fuochi, secondo la vecchia numerazione, ma dal terzo di Natale del 1565 i fuochi furono ridotti a 35. Per la forte tassazione e per il pericolo turco molti abitanti cominciarono a lasciare il casale. Quel che è certo è che durante la baronia di Cesare Ricca (1555-1580) il casale spopolò: nella tassazione del 1578 infatti non risulta più in quanto “casale dishabitato”. Cercando di contenere le usurpazioni del barone il vescovo Caracciolo tentò di ripristinare per quanto gli fu possibile i diritti della chiesa isolana sia sul corso che sulla baronia di san Pietro di Tripani dapprima con un accordo col barone Cesare Ricca, stipulato nel 1567, poi con una nuova convenzione fatta nel 1579 nella quale si dichiarava che la baronia era stata concessa dai vescovi passati ai baroni di Isola ma la concessione era imperfetta essendo priva dell’assenso e beneplacito apostolico, da richiedersi a spese del barone, come era richiesto per simili atti. Il 12 dicembre 1594, dopo aver visitato la chiesa della SS.ma Annunziata del casale di Massanova, il decano Nicola Tiriolo con il suo seguito si recò a visitare la chiesa del casale di Santo Pietro de Tripano, casale da più anni spopolato e senza abitanti. Trovò la chiesa non solo scoperchiata e senza porte ma piena di sterchi di pecore, di sterpi e di rovi, talmente che non vi si poteva entrare. Pertanto ordinò di prendere informazioni e vietò di celebrarvi nel frattempo fece chiudere le porte con pietre affinché non vi potessero entrare animali. Morto nel maggio 1599 il barone Gaspare Ricca subentrò nel feudo di Isola il figlio Antonio, al quale si deve la costruzione della torre, che così è descritta nell’apprezzo del 1633: “Dentro questo territorio detto San Pietro è una torre quadrata grande, fatta con molta spesa, forte per ogni assalto inimico, have habitationi superiori, et inferiori, e s’entra in essa per ponte, et anco in detto territorio un molino, il quale con alcuni territorii baronali s’affitta e se porta compensamente in docati dieci” (Carnì M, Isola di Capo Rizzuto in età moderna. Nuove prospettive da un apprezzo inedito del 1633, in Quaderni Siberinensi, a. 2009, p. 60). Colpito dalla malaria e dai debiti, Antonio Ricca, barone di Isola, fu costretto a mettere all’asta il feudo nel Sacro Regio Consilio, che comprendeva la città di Isola con tutti i suoi diritti e membri, compreso Santo Pietro, che è comprato nel 1634 da Francesco Catalano, figlio di GiovanLoise e di Isabella Ricca. Alla sua morte seguì l’anno dopo il figlio Loise. Il nuovo barone Loise Catalano Sorrentino si impossessò allora direttamente del baronato di Santo Pietro di Tripani, non riconoscendo alcun diritto alla chiesa isolana sull’investitura del feudo. La baronia che era stata data a suo tempo ai Ricca ed ai loro eredi in enfiteusi come cittadini privati e non come baroni di Isola, con la condizione che se non fosse stata rispettata questa clausola, doveva ricadere di nuovo in possesso della chiesa, era passata in proprietà del barone senza il consenso del vescovo, che lo richiedeva, tanto più che come baronia era da ritenersi feudo nobile, come lo dimostrava la prima investitura fatta dal vescovo Cesare Lambertino ad Antonio Ricca, e non quindi un qualsiasi bene feudale. Il territorio di Santo Pietro seguì le vicende del feudo di Isola. Alla morte di Loise Catalano seguì Giulia Catalano (1672) e quindi passò ai Caracciolo, duchi di Montesardo, con Giuseppe Antonio (1690), Fulvio Gennaro (1722), Maria Diodata(1745), Ippolita (1749), Fulvio Gennaro (1788) e quindi Ignazio Friozzi (1798). Così la gabella di S. Pietro andò a far parte integrante della Camera Baronale della città di Isola, mentre rimase alla mensa vescovile una “gabelluzza S. Pietro di tt.a 40” ed un censo annuo. Nella zona rimase solo la torre del barone, la chiesa, i ruderi dell’abitato e qualche mulino. Nell’aprile 1749 F. di Bona, essendo morta Maria Diodata Caracciolo, duchessa di Montesardo e principessa di Isola, su ordine dell’erede, la figlia Ippolita Caracciolo, prese possesso del feudo che comprendeva tra l’altro un territorio chiamato S. Pietro “ove si attrova una torre con una chiesa” (ANC. 1063, 1749, 1–10). Nel 1806 il barone Alfonso Barracco comperò dal feudatario Ignazio Friozzi i diritti feudali su San Pietro e cercò di staccare la gabella dal Bosco nel tentativo di ridurla a difesa restringendo cioè la possibilità da parte dei cittadini di accedervi solo da ottobre ad aprile di ciascun anno, cercando così di sopprimerne lo stato di demanio comunale. Ma l’operazione non andò in porto per i tempi, infatti nel 1810 venne riconosciuto “luogo demaniale aggregato al Bosco la gabella di S. Pietro” e l’anno dopo una disposizione del Masci ribadì che “è aperta in tutti i tempi dell’anno la vasta tenuta ex feudale detta Bosco co’ suoi vari membri chiamati S. Barbara, Vermica, Finocchiara, Acquafredda e gabella S. Pietro, considerando che la gabella di S. Pietro è corpo burgensatico” (Angelo Masci, Catanzaro 6 marzo 1811). In questi anni la vecchia torre del casale venne restaurata, ampliata e fortificata con la costruzione di quattro torrette angolari, come evidenzia ancora la data 1815. Attivo fu Luigi Barracco, figlio di Alfonso e di Emanuela Vercillo, il quale l’anno dopo pose le premesse per completare il possesso di Santo Pietro di Tripani, prendendo in affitto per cinque anni dal demanio la gabella di Santo Pietro di tomolate 40 della mensa vescovile di Isola. La località riprese vita soprattutto quando nel 1837 Luigi Barracco vi costruì un concio per la lavorazione della liquirizia. Nel 1854 Alfonso Barracco, figlio ed erede di Luigi e di Chiara Lucifero, vi fece costruire una moderna fabbrica, che nel 1865 fu potenziata con l’introduzione di una potente macchina a vapore. Nel 1909 lo stabilimento fu ampliato. Accanto allo stabilimento, al palazzo baronale e alla chiesa sorse un vero e proprio insediamento di famiglie operaie, che vitalizzarono il luogo. Negli anni Cinquanta la fabbrica diede lavoro a circa un centinaio operai ed esportò il prodotto soprattutto negli Stati Uniti D’America ma, con il cambiare dei gusti e con la Riforma agraria, lo stabilimento chiuse e il luogo detto “Il Concio” fu temporaneamente utilizzato come sede di attività agricola. Altri link utili: http://www.laprovinciakr.it/attualita/isola-capo-rizzuto-molti-beni-storici-risultano-deturpati

Fonti: testo di Andrea Pesavento su http://www.archiviostoricocrotone.it/urbanistica-e-societa/storia-di-un-casale-scomparso-san-pietro-di-tripani-in-territorio-di-isola/
Foto: da http://www.archiviostoricocrotone.it/sito/wp-content/uploads/2015/03/torri-60.jpg e da http://www.archiviostoricocrotone.it/sito/wp-content/uploads/2015/03/Crot-1016.jpg

Il castello di venerdì 24 luglio






ISOLA CAPO RIZZUTO (KR) - Torre Nuova (spagnola)

In prossimità del mare, sorge la “Torre Nuova”, tipico esempio di torre vicereale, di notevoli dimensioni e a pianta quadrata con scarpa segnata da toro marcapiano sul quale si eleva il corpo parallelepipedo delimitato da una ulteriore cornice. La torre, costruita sul finire del XVI secolo, si distribuisce su tre piani. Sul lato nord vi è la scala esterna di accesso al primo piano che conduce ad un torrino coperto posto sull’angolo ad est della copertura a terrazzo. Dal coronamento aggettava su ogni facciata una caditoia sorretta da beccatelli, ai cui lati erano ricavati due merloni. Le facciate sono caratterizzate da un unico ordine di aperture e l’intera struttura della torre è in muratura in pietrame misto, mentre le parti in pietra sono solo quelle relative al toro di separazione e alla cornice. Oggi la torre è ben tenuta in quanto sede dalla Guardia di Finanza. Per vederla....da vicino, andate qui: http://virtualglobetrotting.com/map/torre-nuova-di-capo-rizzuto/view/google/

Fonti: http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=115, http://www.crotoneturismo.it/luogo.asp?id=21

Foto: di Mario Migliarese su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/193636/view e da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/crotone/isolacaptornuov01.jpg

giovedì 23 luglio 2015

il castello di giovedì 23 luglio






FIUMICINO (RM) - Castello di Porto (o Episcopio)

Lo si incontra sulla via Portuense all'altezza della zona archeologica dei porti di Claudio e Traiano. Si presenta come un vero e proprio borgo medioevale, di cui si conserva la cinta muraria merlata e la porta originale su cui è posto lo stemma di papa Sisto IV che, nel 1483, fece restaurare le mura. Le prime notizie del borgo pare risalgano al 1018 con una bolla di Papa Benedetto III, il quale ne fece un presidio militare. Quasi sempre sotto il controllo ecclesiale, fortificato da papa Callisto II nel 1200 e da papa Sisto IV nel 1500 (assumendo l’aspetto che mantiene tuttora), nel Medioevo svolse importante ruolo di difesa. Nel suo interno la bella chiesetta con le reliquie di Sant'Ippolito, martirizzato in epoca romana e patrono della città di Fiumicino. Porto fu un importante centro spirituale tanto da ospitare molti cardinali e futuri Papi: Rodrigo Borgia (1476) futuro papa Alessandro VI; Gian Pietro Carafa (1553) futuro papa Paolo IV; Alessandro Farnese il giovane (1578); Fulvio Giulio della Corgna (1580); Ulderico Carpegna (1675) che lasciò un’eredità per sostenere le spese delle missioni popolari da tenersi ogni quattro anni; Pietro Ottoboni (1687), futuro Papa Alessandro VIII; Flavio Chigi (1693) che ampliò ed abbellì la cattedrale; Vicenzo Maria Orsini (1715), futuro papa Benedetto XIII; Bartolomeo Pacca (1821).Ulteriori notizie si possono trovare qui: http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=I+tesori+del+Lazio&cat=Castelli+e+fortezze&pag=Fiumicino+(RM)+-+loc.+Isola+Sacra+-+Episcopio+di+Porto+o+Castello+di+Porto

Fonti: testo di Salvatore Cariello su http://www.portalidiroma.net/fiumicino/fiumicino/castellodiporto.htm, http://www.fiumicino-hotels.com/cat/musei-e-basiliche/castello-di-porto_20.asp, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=96662, http://www.visitfiumicino.com/?tour=entra-in-una-santa-cittadina-fortificata

Foto: di u0086mg su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/318777/view e di gidemirg46 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/166127/view


mercoledì 22 luglio 2015

Il castello di mercoledì 22 luglio






RIOLO TERME (RA) - Rocca Sforza

La Rocca di Riolo, antica roccaforte della Valle del Senio, sorse insieme al suo borgo sul finire del XIV secolo, come presidio per opera della città di Bologna. Nel 1388 infatti i Bolognesi, per rafforzare il proprio dominio, decisero di ampliare un “torrione” già esistente costruendo la Rocca. È una costruzione a pianta quadrangolare, la quale assieme alla parte vecchia del paese è delimitata dalle mura. La merlatura a coda di rondine identifica chiaramente che la rocca era di parte ghibellina. Il complesso dotato di quattro torri angolari (fra le quali il mastio a base quadrata che è alto m. 22) si sviluppa su quattro livelli: un piano interrato, uno a livello della corte, uno all'altezza dei merli e un sottotetto. Il lavori per la sua costruzione terminarono nella primavera del 1392: essi crearono condizioni di sviluppo economico e concentrazione urbana. La Rocca doveva soddisfare anche esigenze di sicurezza in considerazione delle frequenti scorrerie di bande armate e di truppe; la sua costruzione, oltre a creare prosperità e protezione, determinò una situazione di grande armonia popolare. La Rocca fin dal 1472, sotto il dominio di Carlo II Manfredi, subì molte ristrutturazioni e rimaneggiamenti, conservando comunque una sua bellezza grandiosa e di sicuro effetto. Ad est della Rocca, sopra l'entrata della torre quadrata è collocato tuttora, in bella evidenza, uno stemma manfrediano ed in una stanza vi è esposta una bombarda restaurata, con il marchio "Karolus S. de Manfredis - 1474". All'interno della Rocca vi è una stanza intitolata la "bombarda della Rocca". L'arma da fuoco, cimelio per antonomasia del paese, come risulta dal marchio impresso sopra, è datata 1474 e apparteneva a Carlo Il Manfredi. Si tratta probabilmente dell'allora modernissimo pezzo di artiglieria utilizzata nel 1474 per respingere l'assalto di Lanzichenecchi spagnoli. Nel 1481 la Rocca passò a Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. La Contessa resse la signoria alla morte del marito avvenuta nel 1488. Ella morì poi in esilio a Firenze, quarantaseienne il 28 maggio 1509. La grande fedeltà e simpatia verso Caterina Sforza è testimoniata, per secoli dalla denominazione "Rocca Sforzesca" attribuita alla fortezza. Mantenendo nel tempo la sua funzione difensiva è un magnifico esempio di fortificazione militare che segue l’evoluzione delle tecniche offensive tardomedievali. Al primo nucleo, ancora abbastanza integro e ben visibile, furono infatti apportate modifiche e aggiunte, in particolare a seguito dell’avvento delle artiglierie da fuoco. La Rocca appartiene alla tipologia detta della "transizione", in cui si assommano caratteristiche architettoniche medievali e rinascimentali come il fossato e le caditoie per il tiro piombante, le camere di manovra con le bocche di fuoco per il tiro radente fiancheggiante. È stata Sede Municipale fino al settembre 1985. Per l’intero edificio venne elaborato, nel 1981, un progetto di ristrutturazioni e di recupero. Gli interventi hanno investito il complesso architettonico in modo radicale, interessando non solo la Rocca ma anche l’area circostante per il recupero pressoché integrale del fossato. La Rocca ospita diversi momenti della programmazione culturale e museale: il Centro Documentazione della Vena del Gesso, le mostre d’arte di importanza nazionale ed europee, programmi musicali e proiezioni cinematografiche, incontri storici – culturali - gastronomici. Il percorso museale si snoda su vari livelli. Dai sotterranei ai piani alti, passando attraverso stretti cunicoli, ci si cala nelle avventure dei cavalieri medievali indossando e impugnando gli strumenti utilizzati in battaglia, si scopre il funzionamento delle macchine da guerra e si ascoltano i racconti di Caterina Sforza. Nella sala del pozzo l'allestimento permanente "I misteri di Caterina", dedicato alle gesta e agli amori di Caterina Sforza, trasporta il visitatore in una realtà interattiva, chiamandolo a interagire con la Leonessa delle Romagne in persona! Nel Mastio si trova la sezione archeologica, che ospita reperti databili dall'età del ferro all'epoca romana. La sezione del Museo del paesaggio dell'Appennino faentino offre un'ampia visione del paesaggio collinare circostante, con i calanchi e gli affioramenti di gesso, osservabili grazie ai binocoli e un visore 3D. Essendo Centro di Documentazione del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, la Rocca è un importante centro di studi, scoperte e attività, un museo del territorio in evoluzione continua. Ecco un link consigliato per approfondimenti: http://www.rioloweb.it/arte-scuola/rocca.htm

Fonti: http://www.comune.rioloterme.ra.it/Turismo/La-Rocca-sforzesca, http://www.atlantide.net/jsps/296/MenuSX/356/Rocca_di_Riolo.jsp, http://www.terredifaenza.it/scoprire_territorio/arte_cultura/ter_castelli/pagina25-081.html, http://www.appenninoromagnolo.it/castelli/riolo.asp

Foto: da http://www.rioloweb.it/arte-scuola/rocca/riolo-aerea-rocca.jpg e da http://rioloterme.racine.ra.it/var/uploads/riolo/14e15cd2135676968218892

martedì 21 luglio 2015

Il castello di martedì 21 luglio






VENEZIA - Castello di Mestre (Torre dell'Orologio)

Con castello di Mestre si possono intendere due fortezze distinte, meglio note come Castelvecchio e Castelnuovo, erette a difesa del borgo e del porto di Mestre e oggi scomparsi. Eretto nell'XI secolo dai Vescovi di Treviso, signori del luogo, già feudo dei conti trevisani e poi della famiglia Collalto, Castelvecchio si ergeva la dove si separavano i due rami del fiume Marzenego, ad occidente del borgo di San Lorenzo, pressappoco dove oggi sorge l'ex ospedale Umberto I (l'accesso dal Terraglio era l'attuale via Castelvecchio). La funzione della fortezza era di controllare la zona in cui sorgeva l'importante porto di Cavergnago, lo scalo fluviale che garantiva gli scambi tra Treviso e Venezia e tra questa e l'intera terraferma. L'esistenza del castello in questo periodo è testimoniata anche dalla bolla pontificia "Justis fratrum" del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Già assalito nel 1237, il castello venne conquistato da Ezzelino da Romano verso il 1245 che lo occupò sino al 1250. Nel 1257, infine, il vescovo Adalberto III Ricco venne costretto a cederne la signoria al fratello di Ezzelino, Alberico da Romano, podestà di Treviso. Il comune trevisano prese allora ad inviare un capitano per il governo della fortezza e del borgo. Nel 1274 il vecchio castello venne quasi completamente distrutto da un furioso incendio. Nel 1317 Cangrande della Scala incominciò a minacciare Treviso, che come contromisure rinforzò tra l'altro il castello di Mestre. Nel 1318 gli Scaligeri tentarono a più riprese di conquistare la piazzaforte, che però resistette contro ogni aspettativa. Nel 1323, però, il castello passò, assieme a Treviso, sotto il dominio veronese. La signoria scaligera fu però breve, minacciata dalla crescente potenza dei veronesi sulla terraferma, Venezia reagì infatti avviando una fase di conquista destinata a renderla in breve tempo padrona dell'intero Veneto. Nel 1337, dunque, il castello venne conquistato corrompendone la guarnigione e, il 29 settembre, passò sotto il controllo della Repubblica di Venezia, che avviò la costruzione del Castelnuovo. Ancora nel 1380 i Carraresi chiedevano a Venezia la concessione, assieme al Castelnuovo, dell'ancora esistente Castelvecchio. Questo venne comunque progressivamente abbandonato, fino a risultare completamente disabitato nel 1453, quando il doge Francesco Foscari concesse ai frati veneziani di San Salvador di costruire al suo posto un monastero, realizzato tra il 1468 e il 1470. Il Castelnuovo, cioè il nucleo primitivo dell'attuale città di Mestre, era caratterizzato dalla diramazione di tre grandi vie di terra: la strada Padovana (oggi Via Miranese) verso Padova, il Terraglio verso Treviso e la Castellana (oggi Strada statale 245 Castellana) verso Trento e il Tirolo. Dopo la conquista veneziana del 1337, le nuove necessità strategiche, dettate anche dalla creazione di un nuovo canale artificiale, la Fossa Gradeniga, che - congiungendo direttamente il borgo di Mestre alla laguna di Venezia - accresceva l'importanza della cittadina rispetto al vecchio porto di Cavergnago e al corso del Marzenego, spinsero a realizzare una nuova e più ampia fortezza. Il nuovo complesso difensivo sorse più a est del Castelvecchio (che era sul sito del Castrum romano) e a nord del borgo, la dove già esistevano precedenti torri difensive, delle case-torri appartenenti alle famiglie signorili della zona. Nel 1108 i Conti di Collalto eressero la Torre di Mestre dando così origine al nuovo sito (castello) della città. Il nuovo castello comprendeva in complesso undici torri (ma forse addirittura quindici o diciassette), con tre porte, costituite appunto dalle preesistenti torri: la Porta Altino o dei Molini, ad est, la Porta Belfredo, ad ovest, e la Porta di Borgo o della Loza ("della loggia"), a sud. Queste porte erano anche dette torri daziarie, giacché qui si riscuotevano i dazi dovuti sui commerci. La pianta era a forma di scudo ed il perimetro misurava più di un chilometro. Al centro si ergeva il Mastio, dove in seguito venne realizzata la Provvederia. Di fronte si trovava il Palazzo del Capitano, dove risiedeva il rettore veneziano, con titolo di Podestà e Capitano. Le torri principali erano poste all'estremità settentrionale, accogliendo alloggiamenti e depositi di armi. Il tutto era circondato da un fossato, alimentato con le acque del Marzenego. Nel 1509, durante la Guerra della Lega di Cambrai, le forze veneziane in ritirata dopo la sconfitta nella battaglia di Agnadello, si asserragliarono al comando del Pitigliano nel castello di Mestre, che divenne l'estremo baluardo sulla terraferma e da dove partirono le spedizioni in soccorso di Treviso, assediata, e alla riconquista di Padova, occupata dagli Imperiali. Nel 1513, però, il castello dovette nuovamente affrontare l'assalto nemico, questa volta da parte dei Francesi, che riuscirono a darlo alle fiamme, venendo però ugualmente respinti. A onore dell'eroica resistenza la città ricevette dalla Serenissima il titolo di Mestre Fidelissima. Nel Settecento, ormai gravemente indebolite e rese inutili dalle nuove tecniche belliche, le mura del castello furono demolite: di esse restarono solo la Torre dell'Orologio (l'antica Porta di Borgo) e la gemella Torre Belfredo. Quest'ultima venne poi a sua volta abbattuta nel XIX secolo. Nella via Torre Belfredo la pavimentazione stradale riporta i segni delle fondazioni nel sito dell'antica torre. I pochi resti del Castelnuovo attualmente visibili sono (dalla Torre Civica, in "senso orario" nella pianta del castello): lacerto di mura all'interno del cortile della "Cassa di Risparmio"; i giardini di Via Torre Belfredo (nell'ex alveo del fossato del castello) dove appaiono circa 150 mt. della Murata ed anche un "torricino" (successivamente modificato ad abitazione); i segni sulla pavimentazione della demolita Torre Belfredo nell'omonima via; la "Torre angolare" di via Spalti (all'interno dello spazio dell'autorimessa comunale), anch'essa nel 700 modificata ad abitazione; il disegno (nella pavimentazione stradale) del ponte prospiciente la "Torre Altinate" (la terza porta del Castello di Mestre, quella sulla strada per Altino, oggi "via Caneve") e le fondazioni di un torricino intermedio riscoperte ai primi anni 2000 e situate "proprio all'angolo" nell'odierno piazzale Parco Ponci. Alla fine del Cinquecento la torre civica fu dotata di un orologio che guardava verso Via Palazzo. All'inizio del XVII secolo l'edificio veniva rappresentato parzialmente diroccato, tuttavia in una mappa del 1614 appare già restaurato e parzialmente modificato con la costruzione al suo fianco di un'altra porta, che permetteva di transitare dalla Piazza Maggiore verso il borgo Mestre. Sempre in questo periodo alla torre furono addossate anche delle case e infine si realizzò un altro orologio per far vedere le ore anche dalla Piazza. Prima del 1796 fu abbattuto il muro di cinta del Castelnuovo di cui rimane traccia anche sul muro esterno del lato ovest della torre. Tra l'Ottocento e il Novecento l'edificio subì due interventi di restauro. Con il primo furono aperti tre passaggi al piano terra, per realizzare un porticato, e due piccole finestrelle sul lato ovest; si demolì la torricella che conteneva la campana collocata sul tetto, si costruirono i merli e fu installato un nuovo meccanismo per l'orologio. Chi si occupava di farlo funzionare poteva usare i locali della torre a suo piacimento; fu così che per un lungo periodo venne utilizzata come magazzino, bottega da caffè e abitazione privata. Tra il 1848 e il 1849 fu torre di avvistamento per l'esercito austriaco. Durante il secondo restauro furono asportati i resti degli affreschi antichi che ricoprivano le murature esterne e per l'ennesima volta fu sistemato il tetto e sostituito nuovamente l'orologio che non funzionava. All'inizio del XX secolo vennero aperte due finestrelle a fianco del quadrante dell'orologio rivolto alla Piazza, che dovevano indicare le ore, come quelle della torre di Piazza san Marco. Pochi anni dopo si avanzò l'ipotesi di trasformare la torre in acquedotto. Durante il Ventennio fascista si riunivano tra le sue mura le brigate nere della cui propaganda politica rimane traccia negli affreschi parzialmente visibili al piano terra. Fino al 1950 ripresero le affittanze e in seguito il Comune di Venezia adibì la torre a deposito dell'Archivio cittadino. Nel 1976 un forte terremoto mise a dura prova le strutture e per questo venne svuotata dagli incartamenti in attesa dell'ennesimo intervento di restauro. Nell'aprile 2009 sono cominciati i lavori per "liberare" la Torre dell'Orologio dagli edifici costruiti a ridosso della stessa durante l'espansione edilizia del secondo dopoguerra. La campana della torre dell'orologio o castello di Mestre è fissa ed è di nota La3. La campana viene percossa da un elettrobattente situato all'interno di quest'ultima. È da tanto che essa non suona più e non si sa il perché di ciò.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Mestre, http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9228

Foto: di rsvisual su http://wikimapia.org/10219486/it/Torre-dell-orologio e da http://www.steden.net/italie/mestre/torre-dellorologio/

lunedì 20 luglio 2015

Il castello di lunedì 20 luglio






ARQUATA SCRIVIA (AL) - Castello

Dal secolo XI è citato nelle fonti come castrum, ossia come luogo fortificato, divenne proprietà del ramo estense degli Obertenghi, che, a sua volta lo concesse nel 1003 a Pietro I vescovo di Tortona. Negli anni successivi fu oggetto di contesa tra la Repubblica di Genova e i Comuni di Tortona, Alessandria e Alba. Dopo le guerre del 1199 e del 1217 e del 1224, i contendenti, stipulata la pace nel 1228, grazie alla mediazione del comune di Milano decisero lo smantellamento del castello di Arquata, ma questo non bastò a ristabilire la quiete che avvenne solo nel 1231 grazie ad un collegio di tre arbitri, presieduto dal vescovo di Alba, assegnando infine Arquata a Tortona. Ricostruita dai tortonesi a partire dal 1244, con la riedificazione del castello e del borgo nuovo ai piedi di questo, nel 1278, fu concessa, in feudo, al capitano tortonese Guglielmo VII del Monferrato. Nel 1310 il paese venne venduto, per necessità finanziarie ad Opicino Spinola di Genova. Il 1313 è l'anno in cui Arquata fu elevata al rango di Feudo imperiale ligure dall'imperatore Enrico VII e concessa alla famiglia genovese degli Spinola di Luccoli. Arquata divenne quindi una entità politica autonoma con il suo governo, il suo tribunale e le sue leggi (lo statuto della città sarà redatto nel 1486). Nel 1641, Filippo Spinola divenne marchese di Arquata, marchese del Sacro Romano Impero, mentre il figlio fu insignito del titolo di conte di Vocemola, dall'Imperatore del Sacro Romano Impero, Ferdinando III, oltreché la facoltà di battere moneta, legittimare bastardi e laureare poeti. Nel 1644 viene inaugurata la zecca di Arquata che iniziò la propria attività con la battitura del quarto di scudo di lira genovese. Durante l’invasione napoleonica il 5 maggio 1796, dopo che un gruppo di contadini arquatesi, tese un'imboscata ai soldati francesi, venne, per ordine di Napoleone, saccheggiata e incendiata. L'anno successivo i francesi abolirono i feudi imperiali liguri: ebbe quindi termine la lunga signoria degli Spinola e l’autonomia della città. La nuova amministrazione comunale decise l’annessione alla Repubblica Ligure, che a sua volta era incorporata al Primo Impero francese. Sovrasta Arquata la torre, diventata simbolo del paese, con i ruderi delle mura del castello risalenti alla metà del XII secolo, ma di origine più antica. Il castello appartenne al Monastero Ambrosiano, fu assediato da Federico I e successivamente passò più volte di mano tra le città di Tortona e Genova. Del complesso rimane l'imponente torre parallelepipeda, coronata superiormente da una triplice fascia laterizia di archetti ciechi.    

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Arquata_Scrivia, http://www.comune.arquatascrivia.al.it/?page_id=1476, testo su libro "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (ed. 1999)

Foto: di Germana Bellotti su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/329196/view e di Davide Papalini su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Arquata_Scrivia-torre2.jpg

sabato 18 luglio 2015

Il castello di domenica 19 luglio






TORGIANO (PG) – Torre Baglioni

Alla caduta dell'impero romano, Torgiano rimase alla mercè delle invasioni barbariche, subendo così l'occupazione del popolo Goto e Longobardo per poi divenire possedimento del comune di Perugia. Proprio sotto questa dominazione, nel 1276, si provvide ed edificare, ex novo, il castello del borgo che sorse così sopra gli antichi ruderi romani, ormai distrutti dai Goti. Il punto in cui venne eretta la roccaforte conferì, negli anni successivi, una certa importanza a Torgiano grazie alla sua posizione dominante su uno dei maggiori ponti sul Tevere: qui sorgeva una torre di controllo che andò però distrutta nel corso della seconda guerra mondiale. L'arrivo delle armate di Cesare Borgia costituì un vero problema per Torgiano che, nel 1500, venne saccheggiata dalle milizie spagnole proprio pochi anni prima che il territorio divenisse feudo dei Baglioni. Nel 1540 però, la guerra del sale vide Torgiano cadere nelle mani del papato dopo un lungo assedio, per poi essere quindi annessa ai domini della Chiesa. Successivamente, il territorio venne conquistato dai francesi (1797) e venne annesso al cantone di Deruta al quale, dopo una breve annessione a Perugia, tornò sotto il dominio Napoleonico, nel 1809. Chiamata anche "Torre di Giano", da cui il nome del paese, la Torre Baglioni è ubicata esternamente alla cinta muraria, appena fuori il centro storico di Torgiano in direzione di Perugia. Costruita nel corso del XIII secolo è stata recentemente restaurata e riportata all'antico splendore. L'edificio in pietra di base rettangolare, termina con una merlatura guelfa sorretta da beccatelli; su di essa è collocato lo stemma comunale ad indicare la funzione di emblema della città. La torre, insieme ai vecchi camminamenti che si aprono lungo le mura, ricorda il potente castello del XIII secolo. Di recente l’edificio ha ospitato una mostra d’arte e in futuro si prevede che possa essere adibita ad osservatorio astronomico. Ecco un video, trovato sul web, che parla anche della torre: https://www.youtube.com/watch?v=7u-W2ykEgDQ,

Foto: la prima è stata realizzata da me durante una visita a Torgiano, la seconda è di Francesco su https://www.flickr.com/photos/francesco_43/3538723850

venerdì 17 luglio 2015

Il castello di sabato 18 luglio






CAGLIARI – Torre di Mezza Spiaggia

Nota anche come Torre Spagnola, è una torre costiera che sorge sulla spiaggia del Poetto, poco distante dalla struttura dell'ex Ospedale Marino. La torre è citata dallo storico Giovanni Francesco Fara e dunque edificata prima del 1591, anno della sua morte. La struttura, in pietra calcarea, è a forma tronco-conica, con una camera interna, voltata a cupola, in cui si trova l'accesso al terrazzino soprastante. L'interno della torre non è praticabile, in quanto l'ingresso è attualmente murato. L'edificio è alto quasi otto metri, per un diametro alla base di circa sei metri e si presenta in buone condizioni, grazie ai numerosi restauri effettuati. Pur edificata a 0 metri sul livello del mare, dalla postazione della torre di Mezza Spiaggia si possono avvistare la vicina torre del Poetto, quella di Carcangiolas, che sorge sulla spiaggia di Quartu Sant’Elena, fino a quelle più distanti di Foxi, di Cala Regina e di Su Fenugu. L’edificio fu costruito per sorvegliare questo tratto di costa ed eventualmente per segnalare alle torri vicine la presenza di nemici. Non si conosce con precisione il numero dei soldati che stavano di pattuglia all’interno della torre e nemmeno il quantitativo degli armamenti a loro disposizione.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Mezza_Spiaggia, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Sardegna/cagliari/provincia000.htm#mezza, http://ospitiweb.indire.it/~camm0001/furat_2i_99_00/10torre.htm

Foto: da http://www.traccedisardegna.it/storia-e-cultura/torre-di-mezza-spiaggia e di Pierlo su http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/6712257.jpg

Il castello di venerdì 17 luglio




GENGA (AN) – Castello in frazione Pierosara

Sorge su un colle a 394 m s.l.m., che domina a sud-ovest la Gola di Frasassi dove scorre il fiume Sentino e a nord-est la Gola della Rossa attraversata dal fiume Esino. Fu un importante castello medievale che ebbe vasta sovranità sul territorio circostante. Le origini di Castrum Petrosum, questo l’antico nome volgarizzato con il passare dei secoli in Plarosara, Plerosaria, Perosara e poi nell’attuale Pierosara, sono difficilmente ricostruibili. Vista la posizione strategica su di un colle a ridosso di due gole, da cui era facile il controllo delle vallate del Sentino e dell’Esino, non è da escludere che gli abitanti di Tuficum (una delle quattro città di epoca romana  dell’alta valle dell’Esino, situata nei pressi della frazione Albacina di Fabriano), cominciarono a costruirvi le prime strutture difensive e di avvistamento. Dopo la colonizzazione romana e il periodo buio delle invasioni barbariche, i Longobardi con la costituzione del Ducato di Spoleto posero come punto nevralgico di confine il Castello di Pierosara. Le prima memoria certa si ricava da un diploma imperiale di Ottone II del 3 febbraio 981, che concesse al castello  sovranità feudale su un ampio  territorio circostante comprendente anche il fabrianese. Nuova memoria ne fa il figlio Ottone III con diploma del 996. I feudatari longobardi, convertiti al cristianesimo favoriscono, fin da prima dell'anno 1000, l'insediamento dei Benedettini e lo sviluppo delle abbazie. I feudatari del Castello di Pierosara, che sono chiamati  "milites longobardi" e che si attengono alle leggi longobarde fino al XII secolo, si appoggiarono alla Chiesa nella persona degli abati dell’importante abbazia di San Vittore delle Chiuse. Grazie a questa politica, riuscirono a conservare autonomia e privilegi sino all'avvento dell'età comunale. L’abbazia di San Vittore, non riuscendo più ad opporsi all’ormai fiorente Comune di Fabriano, per una pacifica convivenza, nel 1212 assogettò ad esso il castello. Fabriano assunse così il diritto "di fare la pace e la guerra usando il castrum, le terre ed il borgo". Lo stesso Comune di Fabriano, interessato evidentemente alla posizione strategica e con la volontà di creare confini più sicuri verso la Vallesina,  nel 1298 acquisterà definitivamente il castello e nei secoli successivi ne conserverà con cura le mura, il "palatium" del feudatario e la torre. La successiva decadenza del potere comunale, nonchè dell’Abbazia di San Vittore, provocò un forte indebolimento della struttura sociale ed economica. Nel XVII secolo era uno dei castelli più poveri di Fabriano. Tuttavia Pierosara conservò una propria autonomia fino all’avvento del Regno d’Italia, ciò confermato anche dall’uso di un proprio sigillo: una croce latina che si eleva su una linea orrizzontale con sotto scritto S.P.S. (Sebastianus Protector Sanctus). Lo statuto del Castello doveva essere ratificato ogni tre anni dalla magistratura fabrianese e il governo era affidato ai  "Capoquattro", quattro uomini eletti ogni due mesi per estrazione dal bussolo. Con la costituzione del Regno d’Italia Pierosara venne accorpata al Comune di Genga, perdendo ogni autonomia amministrativa. Si narra che il Conte di Rovellone, feudatario del Castello di Rotorscio, conobbe una fanciulla di nome Sara abitante a Castel Petroso. Affascinato dalla bellezza della giovane, s'innamorò di lei, ma decise di rapirla poiché era promessa sposa ad un altro castellano di nome Piero. Una notte, il feudatario s'introdusse all'interno del castello e riuscì nel suo intento. Tuttavia gli abitanti del luogo si accorsero subito del misfatto e per evitare il peggio chiusero le porte di accesso e iniziarono una violenta battaglia contro i cavalieri seguaci del conte di Rovellone. Durante la rissa, il conte, vistosi alla resa, uccise la bella Sara che teneva fra le braccia. Piero piombò addosso al crudele conte, il quale con una spada colpì anche lo sfortunato giovane che cadde morente vicino alla sua giovane amata e con un ultimo abbraccio le spirò accanto. Per ricordare questo triste avvenimento, Castel Petroso, da quel giorno, assunse il nome di  Pierosara. Dell'antico "Castrum Petrosum"  rimangono oggi le due cinte murarie con le relative porte e la torre di difesa. Si giunge all’interno del borgo murato attraverso una porta,  iauna castri, che conduce all’unica stradina che aggira il cassero sovrastante. La porta è costituita da un arco a tutto sesto, voltata a botte, in pietra arenaria. Su uno sperone di roccia calcarea sorge la torre che domina il paese e che doveva avere funzione di torre di avvistamento, ma anche di difesa. Costruita con conci ben squadrati, è alta 15 metri, presenta sul lato nord un’apertura a poco più di 6 metri da terra che doveva costituire l’ingresso ed a cui si accedeva per mezzo di una scala a pioli che veniva ritratta in caso di pericolo. Sul lato occidentale si evidenzia una feritoia di cui è difficile ipotizzare la funzione. Munita in passato di merlature (come testimoniato da una foto del 1945), viene fatta risalire ad un periodo che va dal X all’XI secolo. Se il piccolo borgo conserva ancora intatto il suo fascino antico, dall’alto del castello in un incantevole panorama è possibile distinguere la Gola della Rossa, la Gola di Frasassi e l’alta Valle dell’Esino. Per approfondire, segnalo il seguente link: http://www.federarcheo.it/wp-content/uploads/Il-Gastaldato-di-Pierosara.pdf .


Foto: di Turismomarche su https://www.flickr.com/photos/turismomarche/14978187434 e da http://www.iluoghidelsilenzio.it/wp-content/uploads/2015/05/pierosara_18-332x249.jpg

giovedì 16 luglio 2015

Il castello di giovedì 16 luglio






MARIGLIANO (NA) - Castello Ducale

Il palazzo ducale è la trasformazione di un antico castello – fortezza la cui esistenza è attestata nei documenti almeno dal XII secolo. La costruzione si eleva a mt 30 slm al centro dell’abitato in una zona completamente pianeggiante. Essa si estende su un’area di 5.600 metri quadrati circa, racchiusa da un perimetro di 300 metri circa. La prima notizia riguardante il castello di Marigliano è riportata dal Di Meo nel quale si legge che “il Duca di Napoli, il Principe ed il conte Rainulfo, adunate genti quante ne potevano, andarono ad accamparsi non lungi da Nola, a Marigliano, castello di Roberto di Medania” che lo fece costruire nel 1134. Nel Cronicon di Falcone Beneventano è riportato che “... et ei sita congrebatis apud Castellum Marilianum exercitus ipse Castramentus est”. Dal Catalogus Baronum si evince che: “Comes Robertus de Bono Herbergo dixit quod tenet in Principatu Capue in demanio Suessulam Pantani que feudum est viij militum, et de parte sua de Lacerra quod est feudum v militum, et Marellanum quo est feudum vij militum”. Nel 1200 fu signore di Marigliano Ruggero de Anguillone, il quale, morto senza eredi, lasciò il castello alla figlia Adelizia, andata in sposa a Nicola Griffo che, avendo contratto numerosi debiti, vendette il feudo ad Antonio Alapa, da cui passò a Giacomo d’Alessandro. Nel 1239 si ha notizia che era signore di Marigliano Tommaso I d’Aquino, conte di Acerra che, al ritorno dall’ambasceria in Ungheria, fece una donazione all’ospedale di San Giovanni dei Cavalieri Gerosolimitani, gravandola sulla bagliva della terra di Marigliano. Lo "Iamsilla in De rebus gestis Frederici II", racconta che una notte tra il 26 ed il 30 ottobre del 1254 il re Manfredi ed il conte di Acerra, Tommaso II, fuggirono da Acerra e, dopo aver pernottato nel castello di Marigliano, proseguirono per Nusco. Prima della conquista angioina del Regno di Napoli si ha notizia di un Pietro di Sangermano, signore di Marigliano e Lauro. Nello stesso periodo compare tra i castelli appartenenti al Regio Demanio ed era custodito da un castellano. Altre fonti riportano che Marigliano ed Acerra furono concesse a Roberto di Alveto, conte di Bova. Il feudo di Marigliano ed il castello furono restituiti nel 1284 ad Adenolfo d’Aquino poiché erano stati confiscati al padre Tommaso II. Nel 1294 il feudo di Marigliano e la contea di Acerra furono concessi da Carlo II d’Angiò al figlio Filippo, principe di Taranto. Nel 1320 Marigliano fece parte della dote di Margherita, moglie di Filippo d’Angiò, insieme a tutte le terre limitrofe. Durante la guerra tra Angioini e Durazzeschi, il castello di Marigliano con molta probabilità fu distrutto dagli Ungheri guidati dal re Luigi che, per vendicare la morte del fratello Andrea, fece mettere a ferro e fuoco tutta la zona. All’inizio del XV secolo, il castello fu concesso dal re Ladislao di Durazzo ad Annecchino Mormile che, ribellatosi a Giovanna II, fu assediato nel 1421 da Braccio da Montone. Successivamente Marigliano fu concesso a Giovanni Antonio del Balzo Orsini. Nel 1479 il feudo fu acquistato da Alberico Carafa e denominato “terra di Marigliano cum castro seu fortellicio”. Nel 1482 il Carafa ottenne definitivamente il possesso del feudo, con il titolo di conte, iniziando la ristrutturazione dei monumenti più importanti della città, tra cui il castello. Nel 1512 era conte di Marigliano G. Francesco Carafa che aveva per castellano Santo Borso; a questo conte si deve anche la concessione degli statuti. Durante la discesa in Italia di Carlo VIII, il castello di Marigliano fu al centro di operazioni militari e subì saccheggi e distruzioni. Nel 1532, a seguito del ritorno della pace nel regno di Napoli, fu concesso da Carlo V a Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta. Nel 1574 il feudo di Marigliano fu acquistato per 50.050 ducati da Geronimo Montenegro il quale, nell’anno successivo, ottenne il titolo di marchese. Nel 1583 a seguito di violente piogge che si protrassero per giorni interi, il territorio di Marigliano fu inondato in più parti tanto “che si allagò la strada de la corte da la banna de la Cappella penta parea tucto quillo paese marina d’acqua, et nelli fossoli del castiello di Marigliano ci averia possuto navigare una galera...”. Un documento del 1627 riporta che le carceri sono vicino al castello e sono tenute da Cesare Zattera, lo stesso che, nel 1638, vendette il feudo con il castello a Giulio Mastrilli per 136.800 ducati, il quale, pochi anni dopo (1644), ottenne il titolo di duca di Marigliano. In occasione del censimento dei fuochi del 1642 la fortificazione è descritta come: “Un castello grande cinto di fosse per dove se ci entra per dui ponti il primo di fabbrica et l’altro di taule per il quale ponte si entra poi in un Cortiglio scoverto et in piano di detto cortiglio vi sono più camere per abitazioni di criati, dispensa et cucina, et di sopra vi sono dui appartamenti con diverse Camere dissero essere del Barone di detta terra, ch’è oggi il consigliere Giulio Mastrillo e servirsene per su uso per sua abitazione nella quale ci sole venire spesso”. Durante la rivolta di Masaniello, nel 1647, il duca di Marigliano fu costretto a lasciare il castello fino all’intervento del duca d’Andria e di Ettore Carafa che sedarono la rivolta. Nei diversi secoli di possesso del castello, la famiglia Mastrilli intervenne sulla fortificazione con vari lavori di ristrutturazione. Quelli eseguiti dal duca Giovanni nel 1728 vengono così descritti: “Ristaurò la fabbrica del castello di Marigliano riducendolo non solamente in migliore forma, ma aumentandola di altre fabbriche e di logge che consecutivamente da tre lati lo circondano; e di tutto lo specioso appartamento superiore ove prima era tetto, onde delizioso oggigiorno apparisce e maestoso”. Nel 1751, il castello fu interessato da ulteriori lavori di restauro che furono fatti eseguire dal duca Mario con suo progetto e direzione; i diversi lavori vengono descritti come di seguito riportato: “Oltre di un piccolo Casino da lui edificato nel recinto del castello per uso della sua corte, vedesi l’aggiunta alli due lati con gallerie ed altri comodi sì dalla parte di levante che dalla parte di ponente, ed altresì uno assai vago e nobile boschetto che è tutto cinto di muro ed ornatolo di dentro con molti pezzi di architettura, marmi e giuochi di acqua con bella e ben intensa combinazione di strade carrozzabili e profilate di bossi che vanno a trovare con artificioso intrigo i loro punti come nei disegni da Mario stesso fatti e che sono esposti in quadrelli di una delle stanze di riposo del medesimo boschetto, che terminato fu, non senza l’impiego di molte migliaia di scudi, nel 1751, ove si tien chiusa copiosa caccia di lepri”. L'edificio, trasformato in palazzo ducale, dal 1935 ospita una casa di riposo dell’Ordine delle Suore Vincenziane della Carità, che lo acquistarono dall’ultimo duca, Giulio Mastrilli, morto senza eredi diretti. Dopo il terremoto del 23 novembre 1980, il castello, avendo subìto dei danni, soprattutto alle strutture interne al palazzo, è stato sottoposto ad interventi di restauro terminati alla fine degli anni Ottanta. L’impianto ha una forma trapezoidale e presenta quattro torri circolari agli angoli mentre al centro è posizionato un corpo rettangolare, con base scarpata, circondato dal fossato. L’immagine attuale è frutto degli interventi successivi, in particolare di quelli voluti dalla famiglia Mastrilli tra il XVII e il XVIII sec. Dell’antica fortezza la costruzione conserva la pianta quadrata con torri angolari, le feritoie ed i ponti sopra il doppio fossato che la circonda, mentre le ampie logge porticate, le eleganti finestre e gli altri elementi decorativi della facciata sono frutto della trasformazione settecentesca della fabbrica militare in dimora gentilizia. Nella torre a nord ovest vi è ancora la barriera daziale con lo stemma marmoreo dei Carafa e la grande bascuglia. Annesso al Palazzo vi è un grande parco in cui si rinvengono ancora le tracce del disegno della sistemazione settecentesca che dovette essere eseguito in base alle più raffinate teorie paesaggistiche dell’epoca, con viali decorati in stile neoclassico, fontane ed un laghetto artificiale. Inoltre, è diffusa fra il popolo mariglianese una sorta di leggenda secondo la quale esisterebbe un cunicolo sotterraneo che dovrebbe collegare il Castello Ducale al Complesso Monastico di San Vito.

Fonti: http://www.comunemarigliano.it/Citta/HomePageMainFrameCittaCastelloDucale.htm, https://it.wikipedia.org/wiki/Marigliano#Il_Castello_Ducale, http://archivio.saperincampania.it/il-castello-di-marigliano-palazzo-ducale

Foto: da http://www.culturalclassic.it/public/archivio_img/culturalclassic/palazzo%20ducale.jpg e da http://www.museodeicastelli.it/esposizioni-e-presentazioni/100-marigliano-na-castello-ducale.html