sabato 29 giugno 2013

Il castello di sabato 29 giugno






POLINO (TR) – Rocca

Di fisionomia rinascimentale, sorge sulla riva sinistra del Nera, alle falde del monte Pentano (835 metri s.l.m.). Fa parte del territorio comunale di Polino, il più piccolo comune dell’Umbria che conta circa 310 abitanti. Dell’originario sistema difensivo a doppia cinta muraria, di cui quella più interna racchiude le dimore signorili, rimane evidente solo la rocca a pianta poligonale arricchita da due gruppi di torri di forma cilindrica diametralmente opposte. La torre principale fu adibita ad ufficio doganale ed è caratterizzata dall'avere aderenti ai lati due torri più piccole, sempre di forma cilindrica. Imponente castello di confine tra il ducato longobardo e la Sabina, Polino deriva il suo nome dai Polini, famiglia di feudatari che la edificò nel XII secolo a scopo difensivo. Nel 1248 Innocenzo IV concesse la proprietà della rocca a Spoleto e nel 1333 fu occupata dalle milizie di Roberto d’Angiò, re di Napoli, comandante generale dello Stato della Chiesa. Nel 1381 ne era signore Ornello Polini. Nel 1416 la Rocca fu acquistata da Nicolò VIII, Bartolomeo IV e Corrado XV Trinci (che nel frattempo erano diventati signori di Foligno) che vi misero a difesa un castellano con tre soldati. Nel 1417 ne erano signori Tommaso e Gianpaolo di Chiodo con le rispettive famiglie. Dopo la morte di Nicolò VIII e Bartolomeo IV (1421, Nocera Umbra), la Rocca fu assegnata al fratello Corrado XV Trinci. Ritornato ai Polini, nel 1527 una rivolta popolare uccise il nobile Andrea dè Domo, accusato di violenza contro una fanciulla. Per evitare un inutile spargimento di sangue, Polino tornò sotto Spoleto. Nel 1528 si insediarono nel castello le milizie di Sciarra II Colonna, alleate dei Lanzichenecchi, che imperversavano su tutto il territorio umbro. Nel '500 iniziò il governo della famiglia Castelli di Terni, che grazie all'eccellente posizione lo utilizzava come roccaforte. Nelle vicinanze della Rocca si trova ancora una pubblica fonte costruita nel 1615 dal marchese Giambattista I Castelli, conte di Polino, Collestatte e Torre Orsina. E' a facciata tripartita e alla sua base si trovano tre vasche di raccolta sormontate da teste leonine, dalle cui cannelle sgorga l'acqua delle sorgenti montane. Gianbattista II Castelli, patrizio di Terni, signore di Polino e marchese del Sacro Romano Impero, fece sposare la figlia Maria Clelia con il marchese Alessandro Baldassini, signore di Pesaro, Gubbio e Senigallia. Dall'unione nacque Francesco Maria Baldassini Castelli che però non lasciò eredi diretti. Verso la fine del '700 vi si stabilì la famiglia Albergotti di Arezzo. Nella piazza di fronte al castello il 10 gennaio 1944 i partigiani del battaglione Spartaco giustiziarono due fascisti e distribuirono alla popolazione due quintali di lana e 400 quintali di grano sottratti agli ammassi e destinati ai tedeschi. Oggi, di proprietà comunale, la rocca è sede del Museo Laboratorio dell’Appennino Umbro, allestimento didattico e interattivo che si prefigge di fornire informazioni e approfondimenti sulla flora e sulla fauna della zona appenninica umbra, dai primordi ai giorni nostri.

venerdì 28 giugno 2013

Il castello di venerdì 28 giugno





MEZZOCORONA (TN) – Castel Firmian

In posizione privilegiata, alla base di imponenti pareti di roccia e affacciato sui verdi vigneti del Piano Rotaliano, fu costruito nel 1480 da Nicolò I di Firmian, energico capitano della Valle di Non e delle Giudicarie che aveva sposato Dorotea, l’ultima dei Kronmetz; egli decise di abbandonare il sovrastante castello nella roccia (San Gottardo), in favore di una residenza più comoda e più in linea con i gusti e gli stili abitativi del tempo, oltre che meno complicata da raggiungere. Nicolò abbatté la vecchia casa murata, presso la “via romana”, forse una volta canipa vescovile e costruì la torre quadrata di mezzodì ( detta anche Torre di Mezzo) adornandola dell’agile sporto; sul lato nord-est vi appoggiò una piccola quanto comoda dimora. Tutto attorno innalzò una cinta merlata protetta verso il monte e verso il paese da profondi fossati. Dal complesso si dipartiva un rivellino murato: controllava la sottostante strada pubblica, detta “romana”, certamente strada antica in comunicazione con la Valle di Non e col vicino guado sul Noce. Così Nicolò poteva, da vicino e a suo piacimento, controllare il traffico. Fece murare sulla torre di guardia, ben visibile sopra l’arco acuto del portale, una grande pietra con l’arma del suo casato accoppiata a quella dei Kronmetz. I Conti Firmian, signori guerrieri e mecenati delle arti, svolsero un ruolo di primo piano nelle relazioni di potere tra mondo mediterraneo e germanico, ed esercitarono fino al 1824 il diritto di giurisdizione (tirolese) sul territorio circostante. Il castello fu oggetto di modifiche nei secoli successivi: nella seconda metà del Settecento fu innalzato di un piano, le quattrocentesche finestre furono sostituite da più ampi vani, sulla cortina sud-est fu costruita la nuova ala che unì la torre dello sporto alla torre di guardia, fu aperto il salone a due piani e furono colmati i fossati. Nel secolo seguente venne costruita la scuderia usufruendo della cortina verso il monte, presso la torre di guardia, e furono eseguite altre aggiunte, quali la “Casa del servo”. L’ingresso originario della residenza è il bel portale fregiato dallo stemma primitivo dei Firmian. L’androne serve la scala dei piani nobili e il portico, un suggestivo ambiente a volte, sostenuto dal massiccio pilastro. Nel salone principale del maniero, oltre la cappella di S. Giovanni Nepomuceno che custodisce l’antica statua lignea di San Gottardo proveniente dal castello nella rupe, si ammira una interessante collezione di ritratti di personaggi celebri del casato, che a grandi linee può riassumere la storia della potente famiglia, che svolse un ruolo di primo piano nelle relazioni di potere tra mondo mediterraneo e germanico. Il capostipite dei Firmian potrebbe essere il cavaliere Leopoldo, cui è dedicato un dipinto che recita: "fu mandato l'anno 933 con 400 uomini a cavallo contro li pagani dall'imperatore Henrico I”. Oltre a lui, si distinguono due opere raffiguranti Corrado I de Formigaro (1135) e Corrado II (seconda metà del XII secolo). Il personaggio più famoso della casata fu tuttavia Carlo G. Firmian, nato nel 1716 († 1782): egli fu governatore austriaco della Lombardia, mecenate di letterati, artisti poeti e uno dei valorizzatori del giovane Mozart, che fu suo ospite a Milano. Il castello, che ha mantenuto immutati i camminamenti di ronda e i muri merlati, è adibito ad abitazione privata e pertanto non è visitabile. Anche al suo interno è possibile notare i cambiamenti da stile tardo gotico a tardo barocco: testimonianza di ciò è l’ampio ballatoio che contorna il vasto salone centrale.

giovedì 27 giugno 2013

Il castello di giovedì 27 giugno






AVIANO (PN) – Castel d’Aviano

Nell'Alto Medioevo Aviano era composta da pievi e villaggi in corrispondenza delle attuali frazioni. Attorno all'XI secolo su una collina che dominava la pianura circostante venne edificato dal Patriarcato di Aquileia, forse su un sito già fortificato in età romana, un castello che venne dato a feudatari locali. L'11 Settembre 1161 l'imperatore Federico di Hoenstaufen (Barbarossa) concesse al Vescovo di Belluno il castello d'Aviano, quindi la nascita del fortilizio si deve ascrivere a prima di tale anno. Il maniero nel 1328 fu infeudato a Pietro de Rubeis e quindi, nell'aprile del 1334, a Morando, Odorico e Nanfosio di Porcia contro pagamento d'una forte somma di denaro. Dal 1337 il castello, passato ai Savorgnan, venne coivolto nelle guerre che opposero i da Camino al patriarcato. L'11 Settembre 1387, durante la guerra scoppiata in séguito alla nomina del patriarca commendatario Filippo d'Alencon, il fortilizio fu conquistato dai Carraresi signori di Padova e alleati di Filippo. Un ulteriore evento bellico si verificò nell'anno 1411 quando Pippo Spano, capitano generale di re Sigismondo, con 14 mila cavalieri ungheresi occupò il castello. Distrutto nel 1420 dalle milizie venete, fu successivamente ricostruito nel 1432 per merito della Serenissima e poi nuovamente devastato durante le incursioni turche nel 1477 e nel 1499, in cui gran parte della popolazione di Aviano e dei paesi limitrofi fu uccisa o fatta prigioniera. Oggi del castello rimangono due torri (delle sette merlate originarie), resti del mastio e parte della cinta muraria entro la quale si trovano la chiesa di Santa Maria e Giuliana ed alcune abitazioni (un tempo il maniero era munito di una doppia cerchia). Degna di nota è la porta fortificata goticheggiante inalberante il lupo araldico.

mercoledì 26 giugno 2013

Il castello di mercoledì 26 giugno






CASALGRANDE (RE) – Castello

Una targa marmorea staccatasi dalla torre nel 1704, che reca incise queste parole: “Liutprando rege felicissimo”, ha fatto avanzare l’ipotesi che la rocca fosse stata fondata dal re longobardo Liutprando nella prima metà del VII secolo. Una relazione sui castelli del territorio scandianese conservata nell’Archivio Estense di Modena, forse stesa dal Governatore di Sassuolo Paolo Brusantini, così lo descrive: “Il terzo Castello di Casalgrande ove si trova una Rocca antica sita molto opportunamente per tirare innanzi una deliziosa abitazione per avere luogo capace di questo, di bellissima vista et buonissima aria, …”. Per la data di costruzione si può fare riferimento a quanto riporta il Pagliani nella sua Storia di Aceto e ville limitrofe, nella quale afferma: “convien dire che siccome questo castello è ricordato in documenti del 1335, 1339, 1341, 1373, sorgesse un secolo e più dopo il mille”. Il castello vide come primi padroni, se non anche fabbricatori, i Guidelli mentre dal 1335 gravitò nell’orbita della potente famiglia Fogliani che, nonostante i dissidi interni, mantenne il dominio di Casalgrande fino al 1409. In quell’anno Nicolò III d’Este, intenzionato a punire l’alleanza di Carlo Fogliani con il proprio avversario Otto Terzi, espugnò e conquistò la fortezza di Casalgrande. Questa, insieme a Dinazzano, Salvaterra e Montebabbio, venne donata quattro anni dopo dal Marchese d’Este ad Alberto della Sala, nobile ferrarese. Nel 1444 gli Estensi si riappropriarono di Casalgrande e, nel 1452, lo cedettero in feudo a Feltrino Boiardo, signore di Scandiano. Le rivalità tra gli Este e Ottavio Farnese nel corso del XVI secolo ebbero ripercussioni negative sulla sorte di Casalgrande. Il castello venne infatti assediato nel 1557 dalle truppe spagnole capeggiate dal Farnese che, favorito da un casuale incendio scoppiato tra le munizioni interne, riuscì ad espugnare ed incendiare l’ormai indifesa fortificazione. Nonostante la violenza dell’attacco, memorabile fu la tenace resistenza opposta dai castellani, che riuscirono a resistere per giorni agli assalti nemici. Dopo questo grave avvenimento, il committente della nuova fortificazione, rispettosa dei canoni costruttivi precedenti, fu il Conte Ottavio Thiene, la cui famiglia tenne il castello fino al 1622. Negli anni seguenti si avvicendarono a Casalgrande le signorie dei Marchesi Enzo e Corrado Bentivoglio, fino al 1643, degli Estensi, del Marchese Giambattista de Mari, che governò dal 1750 al 1777. Alla sua morte il feudo di Casalgrande ritornò alla Camera Ducale. Acquistato, nel 1782, da Giovanni Grulli venne da questi ceduto a Taddeo Croci per la metà del prezzo pagato. Gli ultimi proprietari delle costruzioni appartenenti al castello ed al borgo di Casalgrande sono i membri della famiglia Grimaldi, mentre il Comune possiede la porta a Levante ed il Torrione del Pretorio. Ciò che resta del castello di Casalgrande Alto è una corte rurale quattrocentesca, di forma ellittica, organizzata intorno alla residenza fortificata e munita di due torri quadrate con piombatoi (collegate da un corpo centrale), nonchè il torrione di ingresso, con resti di merlature e portale provvisto di fenditure per il ponte levatoio. Il torrione era anticamente dotato di campana, ora posta sulla torre della chiesa parrocchiale, che aveva il compito di avvisare gli abitanti del “castrum” dei pericoli imminenti. Da esso si accede all'ampio cortile con il pozzo. All’esterno, lungo l’antico sentiero di accesso al borgo sottostante, si trova l’Oratorio di San Sebastiano, innalzato nel 1479 ed ora adibito a fienile. La costruzione presenta un semplice impianto con fronte a capanna e copertura a due falde impostate su una cornice di gronda in laterizio a dente di sega. L’interno, a travature lignee a vista, conserva un’interessante ancona con putti.  Tradizione vuole che in una villa non molto distante dal maniero, la cosiddetta “casa del conte”, Matteo Maria Bojardo abbia dato vita a parte del suo Orlando Innamorato. Nel 2003 il castello è stato oggetto di un importante restauro curato dagli architetti Walter Baricchi e Paolo Soragni destinandolo a spazi per pubbliche istituzioni e iniziative.

lunedì 24 giugno 2013

Il castello di martedì 25 giugno





BELVEDERE MARITTIMO (CS) – Castello Angioino-Aragonese

Tra i castelli più belli e meglio conservati della Calabria, oltre che magnifico esempio di architettura militare nella regione, fu costruito nella seconda metà del XI secolo per volere di Ruggero il Normanno. In origine la sua dimensione doveva essere limitata e, probabilmente si sviluppò intorno ad un preesistente castrum bizantino. Solo successivamente il castello venne adibito a dimora stabile dei signori locali succedutisi nel feudo di Belvedere Marittimo. Divenuto e adibito quindi a residenza, prese il nome di castello del Principe. Nel corso dei secoli molte famiglie nobili si successero nel possesso del maniero. Nel 1269 passò da Carlo I d'Angiò a Giovanni di Montfort. La baronia continuò con Simone di Bellovidere e con il feudatario Ruggero di Sangineto, fedele agli Angioini, che restaurò la struttura sia nel 1287 che nel 1289. Rimase proprietà dei Sangineto fino al 1376. Seguirono i Sanseverino fino al 1382, gli Orsini del Balzo fino al 1405, i Cutrario fino al 1426 e nuovamente i Sanseverino. Quando il regno di Napoli fu conquistato dagli aragonesi nel 1426, molti feudi vennero confiscati, e tra questi anche quello di Belvedere Marittimo. Ferdinando I d'Aragona infatti, raggiunse la Calabria per sedare l'infausta congiura dei Baroni ordita contro di lui. Fece quindi potenziare i castelli di Castrovillari, Corigliano e Belvedere Marittimo, oltre a edificare quello di Pizzo. Nel 1490 il castello venne munito di ponte levatoio e ampliato con mura e dotato di due torri circolari, una delle quali, più alta della cortina di cinta, è resa più leggiadra da beccatelli con archetto sovrapposto, che sostengono la coronatura di merli. Con gli Aragonesi tutto il centro subì numerose modifiche tra cui la ristrutturazione delle mura con l’apertura di porte. Sono ancora visibili i bastioni e le torri di stile medioevale. Ancora oggi l'ingresso del castello è sormontato da una lapide con stemma aragonese retta da due putti. Nel 1494 il feudo ritornò ai Sanseverino fino al 1595, tempo intervallato da un breve dominio dei Giustiniani. Nel 1622 il comune di Belvedere Marittimo fu scisso dalla baronia dei Sangineto e divenne proprietà della famiglia feudataria dei Carafa, ai quali rimase fino alla confisca. Il castello di Belvedere Maraittimo è una struttura a pianta quadrata con le due torri esposte a sud. Sia queste ultime che le mura presentano accorgimenti di carattere difensivo tipicamente aragonesi, come il redondone e base scarpata. A sud e a ovest si vedono i ruderi del fossato e i piccoli spazi in cui erano legate le catene del ponte levatoio. Il castello del Principe di Belvedere Marittimo è stato dichiarato monumento nazionale e il modello in plastica è riprodotto ne "L'Italia in miniatura" a Rimini. Passato nelle mani degli Spinelli, fino a pochi anni fa il 43% era di proprietà di Maria Luigia Spinelli, mentre il restante 57% era del gruppo che faceva riferimento ai Rotondaro, Nicola e Vito, imprenditori edili, che tra l’altro avevano acquisito anche il pacchetto della ex clinica Spinelli. Il castello è stato a lungo in vendita (tanto da comparire in siti di gruppi specializzati nella vendita di immobili), senza che le amministrazioni comunali che si sono succedute, si siano mai accollate il gravoso impegno di acquistarlo. Attualmente non so quale sia la situazione, non avendo trovato notizie recentissime. Per ulteriori approfondimenti sulla storia del castello vi segnalo il link: http://www.belvederemarittimo.com/link6.htm

Il castello di lunedì 24 giugno







OCRE (AQ) – Castello

Il castello, o meglio l'impianto fortificato di Ocre, sorge su di un'altura (m. 933) di straordinaria bellezza per il suo panorama che spazia verso la Catena del Gran Sasso, quella della Maiella e la conca aquilana. Il sito costituisce un esempio unico nel genere sia per il contesto paesaggistico in cui si trova sia per la sopravvivenza della perimetrazione del piccolo impianto urbano all'interno della cinta muraria. Le poderose mura formano planimetricamente una sorta di triangolo rinforzato da numerose torri, per un perimetro di circa 470 metri: il lato nord-ovest, quello maggiormente munito, annovera tre torri disposte parallelamente, di cui due ravvicinate sul vertice settentrionale ed una posizionata sull’angolo opposto. Il fianco nord-est invece appare meno difeso e presenta un'altezza ridotta della cortina muraria, perché protetto naturalmente dallo strapiombo roccioso; è munito infatti di un'unica torre rompitratta nella parte mediana ed è concluso, in corrispondenza dello spigolo nord, da una torre angolare quadrata. L'ultima, la torre-puntone, sorge isolata in corrispondenza del vertice meridionale, là dove le mura si restringono. Questa apparente casualità della disposizione delle torri, era in realtà determinata dall’andamento orografico del terreno, e la stessa ubicazione a ridosso del ciglio della dolina del Monte Circolo favoriva il controllo dei territori a valle, configurando – rispetto al fattore ubicativo – un “insediamento di dolina”. Sul fianco ovest, presso la torre d'angolo, è presente l'unico ingresso al castello, consistente in una porta ogivale databile al XIII secolo e protetta da un sistema di difesa a tiro incrociato nonché dall' archibugiera ancora visibile sulla torre adiacente. Per quanto riguarda l'analisi tipologica dell'intero complesso non si può parlare esattamente di castello-recinto ma piuttosto di "borgo fortificato" o "cerchia-urbana", di cui il castello di Ocre rappresenta sicuramente uno dei casi meglio leggibili al di là dello stato di rudere delle strutture. All'interno del perimetro sono ancora visibili infatti le principali emergenze dell'abitato come le antiche abitazioni, le case-torri e i tracciati viari. La vocazione urbana dell’impianto planimetrico prevedeva anche la presenza della chiesa, di cui sono ancora leggibili le tre navate e l’abside nella punta meridionale in cui le mura convergono. Si tratta della chiesa di San Salvatore “inter castrum Ocre”, così come è documentata nelle Decime pagate nel 1449, e di cui si ha notizia fino al 1581 allorché risulta completamente diruta. Essa doveva tuttavia preesistere per la presenza di un importante resto di affresco, oggi al Museo Nazionale dell’Aquila, databile a cavallo fra la prima e la seconda metà dell’XII secolo; raffigura una Madonna in trono col Bambino tra due figure, dove quella di sinistra è identificabile come un Santo vescovo, quella di destra probabilmente come un angelo. Il complesso di Ocre svolse nel corso del basso Medioevo un ruolo decisivo nella generale strategia difensiva della città dell’Aquila e vuole la tradizione che dalla cresta su cui ora si affaccia sia stato scaraventato nel 210 San Massimo levita di Aveia, perseguitato da Decio, poi divenuto patrono dell’Aquila. Il sito, dopo essere stato un insediamento fortificato d’altura preromano, subì una fase di abbandono in età romana, durante la quale si preferì trasferire a valle le strutture insediative e produttive. Il luogo venne poi utilizzato dai normanni con finalità insediative di difesa e di controllo del territorio. "Questa popolazione impiantò un fortilizio con la tipica tipologia della motte-and-Bailey importata dalla Normandia» spiega l'archeologo Alfonso Forgione. "La fortezza venne modificata in epoca sveva (XIII secolo) e ampliata dagli angioini nel XIV secolo, assumendo la struttura attuale». Non sono precisate le sue origini, ma la prima data certa dell’esistenza di un castello nel feudo di Ocre è quella del 1178, relativa ad una Bolla di papa Alessandro III in cui il fortilizio è citato tra i possedimenti del vescovo di Forcona Pagano. Ribadito nel 1204 il possesso da parte della diocesi forconese, il complesso è ricordato nel 1254 col nome di “Cassari Castro” allorché fu preservato dalla distruzione stabilita per tutti i castelli che avevano contribuito alla fondazione della città dell’Aquila. Con l’avvento di Carlo I d’Angiò il possesso del castello passò nel 1266 alla Regia Corte; nel frattempo il re francese aveva concesso la riedificazione dell’Aquila distrutta precedentemente da Manfredi alleato coi baroni dei castelli del circondario: per reazione alla distruzione della città, nel 1266 gli aquilani si erano vendicati dei baroni attaccandone i castelli, tra cui Ocre che fu saccheggiato ma non dovette essere distrutto. In conseguenza poi dell’appoggio dato a Corradino di Svevia da parte di alcuni baroni, l’angioino ne confiscò i castelli, i quali furono affidati ad uno scudiero francese (“scutifer”) particolarmente fedele al re; per Ocre fu nominato nel 1269 Morel de Saours, ricordato spesso anche come Morello o Mauriello de Saurgio. Nel 1283 il castello, divenuto “demaniale” ossia di possesso diretto della Regia Corte, venne assegnato al “miles” Giovanni di Bissone.Un altro saccheggio sempre ad opera degli aquilani, comandati da Cola dell’Isola, fu subìto nel 1293 e alla ricostruzione fu incaricato un “Magister” Silvestro; ma l’attacco più grave fu sferrato oltre un secolo più tardi – nel 1423 - dal capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone. Il castello, perso definitivamente il ruolo strategico nella gestione difensiva della città dell’Aquila, andò progressivamente decadendo, e già all’inizio del XVI secolo Ocre non venne più menzionato come “castrum” ma come “villa”, circostanza significativa del fatto che la popolazione residente dentro il borgo fortificato andava sempre più scemando, fino al definitivo abbandono. Il castello è stato gravemente danneggiato dal sisma del 6 aprile 2009 ed è attualmente inagibile. Per approfondire:
http://www.academia.edu/650902/il_caso_emblematico_del_castello_di_Ocre_fra_tecniche_di_difesa_normanno-sveve_e_innovazioni_angioine
Vi suggerisco inoltre questo video che ho trovto su youtube, posteriore al terremoto del 2009
http://www.youtube.com/watch?v=XAGvoFfqc9Y

sabato 22 giugno 2013

Il castello di domenica 23 giugno


GIOIA DEL COLLE (BA) - Castello Normanno-Svevo
(di Mimmo Ciurlia)
Il Castello Normanno-Svevo di Gioia del Colle, il meglio conservato dei castelli di Puglia, si eleva al centro dell'insellatura che divide le Murge orientali da quelle occidentali, a difesa e controllo del territorio e delle direttrici di comunicazione tra l'Adriatico (Bari) e lo Jonio (Taranto) ed è il risultato di almeno tre interventi costruttivi: uno risalente al periodo bizantino, un altro a quello normanno e l'ultimo a quello svevo. Fu edificato intorno al 1100 dal normanno Riccardo Siniscalco, fratello del più noto Roberto il Guiscardo su un primo nucleo costruito dai bizantini verso la fine del IX sec., costituito da un recinto fortificato in conci lapidei e concepito come castello rifugio, cioè un luogo in cui la popolazione locale trovava riparo contro le scorrerie nemiche. Successivamente la fortificazione fu modificata da Ruggero II e poi dall'imperatore Federico II di Svevia intorno al 1230, al suo ritorno dalla Crociata in Terra Santa,  epoca in cui si presenta con un cortile quadrangolare, saloni e stanze che si affacciano su di esso, ed è delimitato da quattro torri angolari, rivolte ai quattro punti cardinali. Delle quattro torri angolari originarie, di cui si parla nell'apprezzo della Terra di Gioia, sia dell'architetto e tabulario Honofrio Tangho del 1640 che di Gennaro Pinto del 1653, oggi possiamo ammirarne solo due: quella De' Rossi  e quella dell'Imperatrice. Le cortine e le torri presentano all'esterno bugne a bauletto. La cinta muraria è caratterizzata da un paramento fortemente bugnato sulla quale si aprono numerose monofore, oculi e feritoie, disposti in maniera disordinata, confermando le diverse fasi costruttive. Con tale struttura il castello di Gioia si inseriva in quel sistema di fortificazioni che, partendo da Lucera e giungendo fino ad Enna, rispondeva al disegno di Federico II, ossia il controllo e la difesa militare delle terre più importanti del suo regno in Italia Meridionale. La leggenda vuole che nel castello di Gioia nacque Manfredi, da Federico II e Bianca Lancia, che il sovrano fece uccidere perché rea di tradimento.Il castello fu proprietà dei Principi di Taranto fino al 400, dei Conti di Conversano fino al 600 e dei Principi di Acquaviva fino agli inizi dell' 800. Nel '600 venne trasformato da costruzione militare in dimora residenziale ed adattato alle nuove esigenze abitative, con apertura di monofore, bifore e trifore sia nel cortile interno che sulle cortine esterne, mantenendo intatto il suo impianto strutturale. Nel 1884 fu acquistato dal canonico Daniele Eramo e, in seguito a numerose trasformazioni, fu adibito come sede di abitazioni e di depositi. Il castello possiede due ingressi: uno principale a ponente, l'altro al centro del lato sud, entrambi caratterizzati da una corona di elementi bugnati a raggiera. Varcato il portone d'ingresso con il suo arco ogivale si accede ad un vasto cortile dalla forma trapezoidale dove si aprono eleganti monofore, bifore e trifore. Di grande prestigio è la scalinata che porta agli ambienti del piano superiore, che presenta dei bassorilievi rappresentanti  animali e scene di caccia. Al centro del cortile c'è una capiente cisterna per la raccolta di acqua. Dal cortile si accede ai locali a piano terra, un tempo adibiti a depositi, scuderie e dimora dei domestici ed oggi utilizzati come sede del  Museo  Archeologico  Nazionale. Da un ingresso posto sul lato sud del cortile si accede alla sala del forno, così chiamata per la presenza di un grande forno, sulla cui struttura è poggiata una delle torri superstiti, quella detta dell'Imperatrice. Sotto il forno c'è un piccolo sotterraneo, utilizzato un tempo come prigione. Sulla parete est della prigione sono scolpite due protuberanze a forma di seni. La leggenda vuole siano i seni che ricordano il martirio di Bianca Lancia. La leggenda narra che qui sia stata rinchiusa, per sospetto adulterio lei, l'amante prediletta di Federico. Durante la prigionia, dette alla luce Manfredi colui che, pur se figlio illegittimo, fu il prediletto dell'imperatore e divenne il suo successore come sovrano dell'Italia meridionale, divenendo l'ultimo re svevo del Mezzogiorno. Ma la sensibile principessa non poté resistere all'umiliazione dell'accusa e vinta dal dolore, dopo il parto, si recise i seni e li inviò all'imperatore su di un vassoio assieme al neonato, indi si lasciò morire. Al termine della scalinata del cortile si accede alla sala del trono, così chiamata perchè in fondo alla parete sud è appoggiato un trono in pietra, ricostruzione del Pantaleo. L'arco posto verso la parte terminale della sala,  aveva il compito di creare una divisione tra la zona "riservata", quella del trono, dall'ambiente destinato alle udienze, ai sudditi, come è dimostrato anche dalla presenza di sedili in pietra presenti in quest'ultimo ambiente. Nella sala sono presenti anche un camino e un'apertura che conduce in cima alla torre De' Rossi. Dalla sala del trono si accede alla sala del caminetto, così chiamata per la presenza di un camino di dimensioni più ridotte rispetto a quello della sala precedente e di minor pregio dal punto di vista architettonico. Questa sala, di dimensioni ridotte rispetto alla sala del trono, presenta delle aperture anche sulla cortina esterna e, a differenza della prima, prende luce quasi esclusivamente dalle bifore e trifore che si affacciano sul cortile interno. Era sicuramente utilizzata dalla regina e dalle cortigiane, che trascorrevano in quell'ambiente gran parte della giornata. Da questa sala si accede, attraverso una scala interna a quella che era utilizzata probabilmente come stanza da letto dei sovrani. Attraverso questa sala si accede all'altra torre che è rimasta in piedi, quella detta dell'Imperatrice, meno alta della torre De' Rossi, che si trova sulla proiezione verticale della prigione e del forno. Agli inizi del 900 il castello fu acquistato dal marchese di Noci, Orazio De Luca Resta,che successivamente ne propose la donazione al Comune di Gioia del Colle. Sempre agli inizi del 900 subì un pesante restauro che interessò particolarmente la scalinata, le trifore e il trono. Nel 1955 il Ministero della P. I. acquistò il castello, assai malridotto, e lo dichiarò Monumento Nazionale. Alla fine degli anni '60 furono ripulite le pareti esterne ed interne, contribuendo a rendere vivibile il maniero, sia come monumento da visitare sia come luogo fruibile per attività culturali e sociali a favore della cittadinanza.

venerdì 21 giugno 2013

Il castello di sabato 22 giugno






MIGLIONICO (MT) – Castello Pirro del Balzo e Torre di Fino

(fonte: sito http://www.miglionicoweb.it/torchia.htm) 

Nei pressi di "F'ntanedd" vi è un vecchio portale appartenente, nel passato, alla famiglia Grande e poi a quella degli Onorati. Un componente di questi ultimi divenne vescovo e fece apporre su di esso il suo stemma, un tempo ben conservato oggi asportato da mani ignote. Avendo alle spalle il vecchio portale, salendo, a destra, c’è un arco facente parte di un altro castello di Miglionico, abitato da Pirro del Balzo, il traditore della Congiura dei Baroni (1485), signore di Altamura, originario di Andria e promotore del tradimento. Sotto l’arco vi sono le stalle e i locali dove venivano sistemate le carrozze; si notano ancora le camere abitate dal vescovo Onorati, distinte dalle altre per la presenza di un archetto. Proseguendo verso il Torchiano, si notano le pareti esterne delle case con la base più larga del tetto, costruite in questo modo per renderle più stabili e antisismiche. Questo sistema di costruzione normanno è detto a "mucchio di fieno". Percorrendo la stradina che passa nei pressi della casa dei Petito, prima di giungere in Largo Torchiano, sulla sinistra, vi è la Strada dei traditori. Quando un signore aveva combinato qualcosa di grave contro gli abitanti, il popolo lo aspettava lì e lo aggrediva. Attraverso questa strada potevano passare, per la Porta del Signore (nei presi della vecchia casa del comune del 1796), solo i signori a cavallo per andare, seguendo la valle del Bradano, a Matera o in Puglia. Giunti nella piazzetta del Torchiano, si nota la diroccata chiesa della Materdomini. I Turchi arrivavano in paese attraverso una galleria sotterranea, provenienti dal Bradano; giungevano finanche in chiesa, depredando, razziando tutto ciò che trovavano nel paese, portandosi via anche le ragazze del luogo. Continuando il cammino per andare al castello, attraverso stradine medioevali, si arriva nei pressi dei bagni pubblici, dove ci sono i resti delle mura del paese. La prima che si vede era una torre melaniana, la seconda, in mezzo, in parte caduta, una romana e, dietro, una medioevale, visibile nella nostra foto, sulla destra.

Torre di Fino è chiamata così, perché qui aveva termine il paese. Era una torre di guardia dalla quale si vedevano le torri del castello medioevale e quelle del castello di Santa Sofia. Nello spazio adiacente la torre, dopo la seconda guerra mondiale, furono abbattute  le vecchie mura di cinta per far posto ad un prefabbricato adibito a scuola elementare. L’alluvione del 19 settembre 1976 provocò una frana che interessò l’area della torre e svelò l’esistenza di una necropoli con arredi vascolari, oggetti di bronzo, ornamenti militari, muliebri e infantili del VI secolo a.C. che si trovano, attualmente, nel Museo "Ridola" di Matera.

giovedì 20 giugno 2013

Il castello di venerdì 21 giugno






CHIAVARI (GE) – Castello

E’ un edificio difensivo sito in salita al Castello a Chiavari, nel Tigullio in provincia di Genova. Era il 1147 quando i Consoli di Genova Enrico Malocello, Oberto Spinola, Lanfranco Pevere decretavano la costruzione del castello: il Castrum Clavari, opera terminata nel 1167. Con il completamento della cinta muraria si giunse al Lodo del 19 ottobre 1178, il documento indicava le modalità per edificare il territorio compreso tra il castrum e il mare, nacque così il burgus clavari. Col titolo di castrum, Chiavari non ottenne solamente la realizzazione della fortificazione, ma vide anche la realizzazione di un'area giurisdizionale e d'influenza, i residenti acquistarono uno status che li pose sotto l'autorità di governo genovese. Questi eventi determineranno nuovi assetti del territorio e dei domini: la giurisdizione del distritus, che fino a quel momento era posta sul confine di San Pietro di Rovereto, si portò più a Levante. Le grandi famiglie feudali, in particolare Fieschi e Malaspina, scesero a patti e rinunce col comune di Genova. Nel 1172 il castello subì il suo primo assedio da parte di Opizzino Spinola, mentre nel 1278 si registrò la sua caduta – seppure per soli otto giorni - nelle mani di Moruello Malaspina e Alberto Fieschi, alleati nella conquista del maniero. Nella prima metà del XIV secolo dovette essere più volte ricostruito a causa delle violente lotte tra le fazioni guelfe e ghibelline; in questo secolo il borgo fu ulteriormente fortificato grazie alla presenza di una possente cinta muraria accessibile mediante sette porte e difese da ben quattordici torrette di avvistamento. Ancora oggi sono ben visibili i resti delle antiche mura costituenti l'antica "Cittadella di Chiavari" del Medioevo. La fine del castello fu decisa direttamente dalla Repubblica di Genova, la quale avviò un notevole potenziamento e ampliamento della cittadella medievale adiacente il mare, scoraggiando così eventuali attacchi via mare da parte dei pirati barbareschi. La costruzione fu decisa dal maresciallo di Francia Jean Le Meingre - detto Boucicault - luogotenente e governatore della repubblica genovese per l'imperatore Carlo IV di Francia, nel 1404 e il progetto fu affidato al chiavarese Martino della Torre. Il castello, non più usato a scopo difensivo, fu lentamente abbandonato a se stesso e demolito nelle sue parti a partire dal 1575 e ad oggi conserva intatto il torrione a monte e sul lato opposto una piazza d'armi fortificata; della cinta muraria eretta fino alla cittadella rimangono solo alcune tracce lungo il percorso. Sono invece ancora ben visibili le due cisterne d'acqua di fronte al torrione utili per garantire la sopravvivenza in caso di assedi. Dal 1993 l’edificio è di proprietà privata, non visitabile internamente. Tra il 2007 e il 2008 il castello è stato sottoposto ad una verifica alla struttura per presunte oscillazioni del terreno causate, tra i vari fattori di rischio, anche da un vicino sbancamento per la costruzione di un'unità abitativa. I rilievi, richiesti dal proprietario del castello e quindi effettuati dal Comune di Chiavari e dalla Soprintendenza per i Beni architettonici e per il Paesaggio della Liguria, hanno evidenziato una millimetrica oscillazione dall'ottobre 2007 al giugno 2008 di un millimetro al mese verso valle per un totale complessivo di nove millimetri. Dopo un periodo di assestamento nell'estate del 2008, gli appositi vetrini sistemati nelle fessure delle piastrelle hanno cominciato ad evidenziare una nuova oscillazione, sempre al ritmo di un millimetro al mese, questa volta in senso contrario verso monte. Il castello è stato posto sotto monitoraggio con una registrazione dei dati aggiornati automaticamente ogni sei ore al Dipartimento di Ingegneria delle Costruzioni, dell'Ambiente e del Territorio della facoltà di Ingegneria dell'Università di Genova. La notizia sul curioso "dondolio del castello" è stata riportata con evidenza dal quotidiano ligure Il Secolo XIX. Per approfondire vi segnalo il seguente link: http://castellodichiavari.ilsasso.it/

mercoledì 19 giugno 2013

Il castello di giovedì 20 giugno






CASALFIUMANESE (BO) – Torre Pedriaga in frazione Ca’ Pedriaghe

A levante di Pieve di Sant'Andrea, risalendo la strada che da Ponticelli fiancheggia il rio omonimo, si trova la località Ca' Pedriaghe, anticamente denominata 'Valpithriaga' (valle a calanchi) già menzionata negli atti notarili del XII e XIII secolo. Il territorio in cui si colloca la Torre di Pedriaga è sempre stato, sin dal Medioevo, zona di confine tra i possedimenti di Bologna, di Ravenna e di Firenze. In tale fascia preappenninica imolese, solcata dalle valli del Sillaro, del Santerno e del Senio, erano presenti numerosissime rocche e castelli con torri e fortificazioni, alcune delle quali si sono conservate perfettamente fino ai nostri giorni. Il piccolo nucleo abitativo di Pedriaga conserva ancora intatta la sua maestosa torre, eretta dai Bolognesi nel XIV secolo e proseguita dagli Alidosi nel secolo successivo, che presenta alcuni elementi difensivi come le numerose fuciliere. Si tratta di una imponente costruzione a base quasi quadrata, internamente ad ambiente unico. I lati misurano rispettivamente rn. 8,50 e m. 7 e raggiunge l'altezza di quattordici metri, suddivisi in più piani. I paramenti murari in sasso a vista, sono forati solo dalle rare aperture che presentano però una ricerca di simmetrie attestante la connessione tra la funzione di difesa e la funzione abitativa. Un doppio coronamento di mattoni, disposti a più fasce, con elementi a t ed elementi a dente di sega, contribuisce ad ingentilire la possente architettura della casa-torre. Si innestano alla torre alcuni corpi di fabbricati più bassi, aggiunti probabilmente in un secondo tempo quando le diminuite necessità di difesa portarono ad un maggior sviluppo della funzione abitativa. Si viene così a definire attualmente, un aggregato con distribuzione planimetrica quasi a croce, dove un braccio è costituito dalla grande torre, e gli altri tre dai restanti fabbricati, i quali presentano in parte murature di sasso a vista ed in parte paramenti intonacati. Tutti i manti di copertura sono in coppi, le strutture di solaio e del tetto sono in legno ed in parte conservano ancora le pianelle di mattoni. Per l'antichità dell'impianto delle pregevoli costruzioni e le caratteristiche costruttive che ancora si conservano, legate all'uso predominante dì materiali locali quali il sasso a vista, il complesso dei fabbricati della torre di Pedriaga si segnala come documento di notevole interesse per la storia dell'architettura appenninica medioevale di tipo abitativo-fortifìcato. Vi è un sito web ad essa dedicato:
http://torrepedriaga.magix.net/website

Il castello di mercoledì 19 giugno






CISTERNA D’ASTI (AT) – Castello

Il complesso si erge sul colle più alto del paese e domina tutto il circondario. Fin dalla prima metà del XII secolo si hanno notizie del feudo di Cisterna, ma la costruzione del nucleo più antico del castello risale all'incirca al 1200, ad opera della famiglia dei Gorzano, i quali nel tentativo di sottrarsi all'egemonia astese segnarono irrimediabilmente la loro sconfitta. Prima del 1311 (data del primo documento in cui è citato), esisteva una doppia cerchia di recinti anche se non ancora fortificati con bastioni in mattoni, risalente al XI-XII sec. Il primo recinto racchiudeva una vasta area non accessibile e con pareti strapiombanti (ora si accede attraverso la torre porta); il secondo di forma pressochè quadrata occupava la sommità del colle e al suo interno venne ricavata una cisterna di raccolta dell'acqua. La torre quadrata che si eleva per circa 30 metri sullo spigolo orientale del terrapieno del castello fu costruita in epoca successiva, intorno al XIII sec. In origine doveva svolgere la funzione di avvistamento, di segnalazione ed ultimo rifugio durante le incursioni ed avere lo scopo simbolico di manifestare il potere ed il prestigio della famiglia feudale che la eresse. Del XV- XVI secolo o forse anteriore è la torre porta di accesso al recinto fortificato. Di particolare interesse è la sua cornice decorativa, costituita da più fasce di mattoni interposte a cornici di losanghe, sormontata da merli a coda di rondine, ora tamponati e coperti dal tetto. Il feudo, dalla metà del Trecento fino al Seicento, fu largamente conteso e nel suo possesso si avvicendarono numerose famiglie nobiliari ed esponenti del clero; le sue vicende furono tali da interessare la Santa Sede e il duca di Savoia. A segnare il destino del feudo fu, nel 1476, l'intervento di papa Sisto IV, che lo assegnò al nipote Antonio della Rovere d'Aragona. Nel 1650 Cisterna passò per vendita a Francesco Dal Pozzo, marchese di Voghera, per il cui figlio Giacomo papa Clemente X trasformò il feudo in principato, concedendo anche, nel 1673, il privilegio di battere moneta. Il castello venne ampliato con la costruzione dello scalone e del loggiato: si sistemò l'alloggio padronale al primo piano nobile, dove alcuni soffitti sono tuttora arricchiti da stucchi; la servitù venne alloggiata nel sottotetto. Sul finire del XVII sec. si assistette ad una imponente mole di lavori e miglioramenti con ampliamento del castello verso nord-ovest e sistemazione al piano terra della zecca. L'edificio in questa epoca raggiunse il suo pressochè totale completamento: negli anni 1687 e seguenti vennero ancora eseguiti lavori di miglioramento dell'edificio e di riparazione dei bastioni; il giardino del castello, fino ad allora staccato dal recinto principale, fu delimitato con bastioni in muratura. Nel 1791 il salone della cisterna venne coperto con la creazione della falsa volta in centine di legno. Acquisito il suo carattere definitivo, il castello, già a partire dal XVIII sec., perse gradualmente d'importanza. La coniatura delle monete fu revocata con decreto della Camera dei Conti sabauda nel 1790 e la famiglia Dal Pozzo si stabilì regolarmente a Torino o nell'altra residenza di campagna di Reano. Il 23 febbraio 1887 un terremoto di discreta intensità provocò la caduta di alcune volte e l'apertura di numerosissime crepe nelle murature. Dal 1912 è di proprietà del Comune, donato dai duchi d'Aosta cui era pervenuto in eredità dalla madre, Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna; è stato per oltre mezzo secolo municipio e scuola; e dagli anni Ottanta, restaurato in più riprese con finanziamenti regionali, ospita il Museo Arti e Mestieri di un tempo, importante istituzione culturale e giusto orgoglio dei cisternesi che hanno dato l'anima per realizzarlo. Vi sono esposti all'incirca 6000 oggetti databili tra il 1600 e il 1900 che rappresentano la cultura materiale del Piemonte. Il piano nobile è il primo piano del castello. Il percorso di visita inizia dal salone centrale in cui si trova una grande cisterna, che poggia sulle volte delle cantine e che forse ha dato il nome al paese. Un’opera mirabile che poggia sulla volta delle cantine e che oggi appare protetta da un vetro. Sul salone si affacciano 21 ambienti che ricostruiscono le attività artigiane e gli stili di vita di un tempo tra cui ricordiamo la ricostruzione della casa medio-borghese e di quella contadina. Tra i reperti più significativi si distingue una macchina a stampa del primo Ottocento, a duemila caratteri in legno, ancora funzionante. Sotto al complesso sono stati rinvenuti alcuni cunicoli, scavati nell’arenaria, che collegano il Castello al Pozzo e al Giardino inferiore. Di pregevole fattura è il cunicolo sotto il Cortile, ad arco slanciato, con sei nicchie laterali quasi tutte decorate da uno zoccolo con bassorilievi. Il maniero fa parte del sistema dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte.

il castello di martedì 18 giugno







TERNI – Castello in frazione Battiferro I Santi

Antichissimo castello tra Spoleto e Terni, sul quale il comune di Spoleto pare avesse diritti fino dal secolo XI. Le fonti medievali che fino al XII secolo lo citano, concordano sull’importanza strategica del sito occupato dall’abitato fortificato che era preposto al controllo della valle del Serra e della valle di Strettura, e conseguentemente alle due principali vie di collegamento fra Terni e Spoleto. Nel 1190 Transarico di Rustico di Arrone donò al comune di Spoleto la sua parte del castello, confermando le donazioni già fatte dall'avo e dal proavo al tempo di Tiberto (Minervio, XIII). Una parte del castello però apparteneva al duomo di Spoleto, che, nel 1190, tentò di vendere, ma, non riuscendo, desistette. Nel 1241 Federico II, e nel 1247 il cardinale Capocci, confermarono al comune di Spoleto il possesso di Battiferro. Nel 1296 tutti gli abitanti del paese lo abbandonarono, ma il comune di Spoleto ve li riportò con forza. Nel 1325 i signori di Battiferro, i Santi, filii domini Petri da Spoleto, si ribellarono alla curia del ducato, che confiscò per la Chiesa la rocca di quel castello. Nel 1410, dopo un assalto dato a Terni da milizie spoletine, la torre di Battiferro fu ampliata e il luogo meglio fortificato (Santi 111/23). Nel 1445 Nicolò V lo fece restaurare e divenne sede di un monastero di cistercensi. I ripetuti attacchi delle popolazioni avversarie di Spoleto, in particolare dei ternani, provocarono il lento abbandono del sito: la popolazione rifluì lentamente verso la zona occupata dal paese attuale e verso Cecalocco. Le strutture del castello ancora conservate (cinta muraria, porta d’ingresso, alcuni muri perimetrali delle abitazioni ed una cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua) risalgono alla fase di ricostruzionedell’insediamento, voluta da Spoleto alla fine del XIII secolo. Quella di Battiferro, posta a 800 metri slm, fu una delle cinque fortezze più potenti del comune di Terni.

lunedì 17 giugno 2013

Il castello di lunedì 17 giugno






GALTELLI’ (NU) – Castello Guzzetti

Fu fatto costruire all'inizio del 1900 dal conte Paolo Guzzetti. L'uomo, di origini milanesi, in seguito ad un suo viaggio in Sardegna, si innamorò del territorio selvaggio della zona e della fauna, così da decidere di costruirvi questa residenza estiva e palazzina di caccia con annesso un parco di 2,5 ettari. Situato su una roccia basaltica l’edificio è stato progettato ispirandosi nelle forme ad un castello medievale, tanto da avere sui merli delle terrazze due cannoncini decorativi (inoffensivi) posizionati con la bocca verso l’esterno. Il conte Guzzetti, conosciuto in paese come persona di buon cuore che ha aiutato tanta gente, per le vicissitudini della vita finì i suoi giorni in povertà. Il castello fino al 1963-1965 era ancora in buon stato di conservazione avendo ancora tutti gli infissi esterni ed interni e l’arredamento completo delle stanze. Il terreno su ci sorge il piccolo maniero ha una superficie di mq. 20.500 (di cui un porzione utilizzata per l’esecuzione della attuale scuola media) e risultava intestato, fino all’acquisizione al Comune, avvenuta intorno al 1986, alla figlia del conte, Antonietta Guzzetti. All’interno del castello c’è una domus de janas presumibilmente usata come granaio o ripostiglio e altre sono presenti nella roccia su cui esso sorge. In seguito agli ultimi lavori di restauro, l’edificio è stato adibito ad albergo comunale “Castello Malicas”, dotato di sette camere doppie con bagno, due sale comuni e un locale di ristorazione.

sabato 15 giugno 2013

Il castello di domenica 16 giugno


 
 
TRANI (BT) - Castello di Federico II 
(di Mimmo Ciurlia)
 
La fama di Federico II di Svevia è legata soprattutto alla costruzione dei castelli, dislocati sulla base di un razionale programma di difesa militare e di gestione territoriale. Sebbene nella maggior parte dei casi non si sia trattato di fondazioni ex novo ma di interventi di ristrutturazione di insediamenti normanni, il rigore dell'impostazione planimetrica ha impresso un'impronta così marcata alle strutture preesistenti da annullarle quasi completamente. Il castello dì Trani è uno dei più importanti e dei meglio leggibili tra quelli fatti erigere dall'imperatore svevo. Sorge a breve distanza dalla celebre Cattedrale, in riva al mare, al centro di una rada i cui bassi fondali costituirono sempre un'ottima difesa sia dalla furia delle onde che da eventuali attacchi su quel fronte; la sua posizione a margine della città e la spettacolare altezza delle sue torri gli consentivano di sorvegliare l'ingresso del porto e le vie di a ccesso all'abitato. Su modello dei castelli crociati di Terra Santa, ha un semplice e funzionale impianto quadrangolare con vasto cortile centrale, quattro torri quadrate agli spigoli, rivestimento a bugne rilevate, merlatura piana; fu cinto da un antemurale - un muro fortificato, un tempo internamente percorribile e munito di freccere - che ne ribadisce ancora il perimetro, determinando tre cortili minori, e da fossato acqueo inondato dal mare. Due iscrizioni marmoree sovrastano gli antichi ingressi, aperti entrambi nel fronte occidentale, rispettivamente nella cortina del castello e nell'antemurale, datandone la costruzione, nel mese di giugno del 1233; la seconda afferma che, per ordine imperiale nel 1249, furono realizzati, il muro di cinta ed una fortificazione avanzata. Ad una delle due torri sul mare, nel 1240, Federico II fece impiccare, a vista delle navi veneziane, ree di aver devastato le coste pugliesi, Pietro Tiepolo, podestà di Milano e figlio del Doge di Venezia, catturato durante la battaglia di Cortenuova. Nel castello di Trani Manfredi, figlio di Federico II, il 2 giugno del 1259 vi sposò la seconda moglie Elena d'Epiro e fu ancora in questo maniero che, nel 1266, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi a Benevento, la giovane regina venne catturata con i suoi figli da Carlo I d'Angiò. Nozze fastose vi furono celebrate anche in età angioina, quelle dello stesso Carlo con Margherita di Nevers, nel 1268, e del principe Filippo con Isabella Comneno, nel 1271. Qui fu tenuta prigioniera, dal 1268 alla morte (1279), Siffridina, contessa di Caserta, che aveva favorito la sfortunata discesa di Corradino dì Svevia e taciuto fino alla fine i nomi dei congiurati. Conservando inalterata la valenza strategica della posizione, nel XVI secolo, con l'avvento delle armi da fuoco, il castello venne adeguato alle nuove tecniche difensive.Ferdinando de Alarcon, fortificò nel 1533 l'ala sud del castello, cimando le due torri contigue, sostituendo la merlatura balistica a quella piana medievale, costituendo a ridosso dell' antica cortina un cospicuo terrapieno attraversato da una doppia fila di cannoniere, dopo aver demolito le strutture medievali preesistenti ed una loggia federiciana sul fronte opposto del cortile centrale. La trasformazione della cortina meridionale del castello in un massiccio fronte di fuoco comportò la distruzione dell' insediamento francescano di S.Pietro, ricadente nel raggio di azione delle artiglierie; parte del materiale proveniente dalle demolizioni attuate all'interno e all'esterno del castello fu riversata nel terrapieno o impiegata nello stesso edificio come materiale da costruzione; esemplare è la lunga scala a chiocciola che percorre l'intera ala sud, realizzata con lastre funerarie opportunamente sagomate, che tradiscono la provenienza dal pavimento della chiesa distrutta. Poco più tardi (1540 -1541), la costruzione di due bastioni, uno a bec d'aperon e l'altro a pianta quadra, rafforzò a sud-ovest e a nord-est gli opposti spigoli del complesso castellare, proteggendone a fuoco radente tutti i lati; nello stesso tempo determinò la scomparsa delle difese agli antichi portali nei fronti ovest e sud dell'antemurale, consistenti in due rivellini, il secondo dei quali realizzato nel 1495, nonché, l'inversione dell'accesso al castello. Il fortilizio coprì ininterrottamente il suo ruolo di presidio militare, ad eccezione degli anni 1586-1677, quando fu sede della Sacra Regia Udienza della provincia di Terra di Bari. Nel 1799 vi furono rinchiusi e trucidati i nobili idealisti tranesi, i cui corpi vennero gettati in mare. Nel 1831, per ordine di Ferdinando II di Borbone, sgombrato delle artiglierie, il castello passava dal Ministero di Guerra e Marina al Ministero degli Interni. Nel 1842 fu eretta al centro del cortile centrale una cappella esagona; tra il 1842 ed 1843 furono realizzati i camminamenti su arconi e pilastri che percorrono tre lati del cortile centrale ed il fronte nord del castello, sul mare; al 1848 risalgono l'orologio e la piccola torre che lo contiene, innalzata sul prospetto orientale per essere trasformato in Carcere Centrale Provinciale. Cessata nel 1974 la funzione detentiva, nel 1976 l’edificio venne consegnato alla Soprintendenza per i Beni AAAS della Puglia che nel 1979 ne avviò i restauri per poi aprirlo finalmente al pubblico il 5 giugno 1998. Si racconta nel castello viva da tempo il fantasma di Armida, una bella donna dai fluenti capelli scuri e da profondi occhi azzurri. La storia narra che Armida si innamorò di un cavaliere, ma venne scoperta da suo marito che dopo aver pugnalato il suo giovane amato, in preda alla follia, rinchiuse Armida in una cella nei sotterranei del castello e lì la povera e bella donna si lasciò morire. Da allora il suo fantasma vaga per i l castello alla ricerca di quell' amore. Apparendo agli ignari turisti e per nulla paurosa della loro presenza sembra che Armida si lasci avvicinare e farsi sfiorare e agli occhi di questi appare sempre con i suoi meravigliosi occhi azzurri e con un vestito grigio chiaro dalla stoffa impalpabile quale seta. Questa storia non è diversa da tante altre dello stesso genere, ma sembra che a questa si sia ispirato Eduardo De Filippo per costruire la trama di una delle sue più famose commedie, "Questi fantasmi". Anche qui la vittima è murata viva, ed anche qui la donna si chiama Armida.
 

Il castello di sabato 15 giugno





ATINA (FR) – Palazzo Cantelmo

Detto anche Palazzo Ducale, fu costruito dopo il terremoto del 1349, nello stesso luogo dove era posta la rocca dei d’Aquino. L’edificio malgrado le asimmetrie, certamente dovute ad una fabbrica preesistente che ne condizionò la totale armonia, è dotato di una sua organicità e notevole monumentalità, accentuata dalla tessitura muraria, con l’uso di blocchetti ben squadrati ed evidenti, che danno un’impressione quasi di  bugnato. La costruzione, a pianta quadrangolare, è scandita da due torri laterali aggettanti, anch’esse a base quadrangolare, di cui una incompiuta, che ne ingentiliscono il suo aspetto potente e ascensionale. I dettagli della facciata principale (bifore e rosoni strombati), posta su piazza Saturno, ci fanno capire immediatamente lo stile gotico del tempo nel quale fu costruito. Al centro c’é un portale d’ingresso alto 5 m. racchiuso in un caratteristico arco acuto realizzato in blocchi di travertino. Al di sopra dell’arco è posto un fregio romano del periodo imperiale. Ai lati si notano una statua di togato con testa non pertinente databile al II sec. d.C. e una iscrizione romana con fregio dorico. Detto bassorilievo rappresenta, probabilmente, un’offerta votiva. Le tre bifore al piano nobile sono originali dell’epoca di costruzione del palazzo; sotto ognuna di esse è posta una piccola feritoia. Il palazzo, che ha avuto nel corso del tempo diversi restauri e che oggi è monumento nazionale e sede municipale, custodisce al suo interno alcuni ambienti rimasti quasi intatti, come ad esempio la cappella dedicata a Sant’Onofrio. Quest’ultima, di forma rettangolare absidata, conserva decorazioni pittoriche parietali del XIV secolo raffiguranti la Madonna col Bambino e san Giovanni Battista, Cristo in gloria e i santi Onofrio, Giovanni evangelista e Michele arcangelo. All’interno del salone di rappresentanza, si può contemplare un imponente mosaico a tessere bianche e nere rinvenuto in una domus scoperta (e solo parzialmente scavata) in Via Virilassi nel 1946 e databile intorno al II sec. d. C, rappresentante oltre a motivi geometrici, un guerriero sannita in quattro posizioni di assalto. Il palazzo, abitato in maniera saltuaria dai duchi fino al 1458, dopo aver conosciuto i fasti della potenza medievale era decaduto sotto il principe di Maddaloni Diomede Carafa che lo aveva spogliato delle sue opere più belle. Così deturpato servì da abitazione per maestri da campo, luogotenenti e capitani della casa ducale. Successivamente passò ai d’Aquino, ai  Borgia, ai duchi di Montecalmo e nell’Ottocento ai signori Paniccia di Vicalvi, che nel 1870 lo vendettero al Comune di Atina. In seguito fu adibito a carcere mandamentale, mentre il salone fu restaurato, agli inizi del 1900, dal “primo magistrato cittadino” Giuseppe Visocchi e trasformato in teatro e sala conferenze. Ancora oggi esso è sede di mostre, conferenze e manifestazioni varie. Al centro dell’edificio è posto il cortile interno, oggetto dell’ultimo restauro del 2009, caratterizzato dalla presenza della pavimentazione antica e della scala modificata nel dopo guerra, oltre a diverse epigrafi e resti di colonne.

venerdì 14 giugno 2013

Il castello di venerdì 14 giugno






MONSELICE (PD) – Castello di Lispida

Si trova nel cuore del Parco Naturale dei Colli Euganei. Papa Eugenio III nel 1150 confermò all’ordine monastico di Sant’Agostino il possesso del colle e di una chiesa dedicata a S. Maria di Ispida. Il monastero di Lispida, sorto in posizione isolata e tranquilla, fu sempre un luogo ricco di fascino, oltre che un ambiente ideale per la coltivazione della vite e dell’olivo. Nel 1485 il Doge della Repubblica di Venezia Giovanni Mocenigo confiscò ai monaci la proprietà con questa finalità: “affinché le vigne, gli olivi e i campi non siano abbandonati, siano seminati e coltivati nella giusta stagione, e la pietra del colle ci venga mandata con regolarità”. La storia monastica di Lispida si interrompe nel 1792. La proprietà venne in seguito acquistata dai conti Corinaldi, i quali sui resti del vetusto monastero edificarono le costruzioni che oggi vediamo, le dotarono di cantine imponenti e iniziarono la produzione di vini rinomati in tutta Europa. Durante la prima guerra mondiale il Castello di Lispida ospitò il quartier generale del re Vittorio Emanuele III. In seguito la proprietà passa alla famiglia Sgaravatti, che avviò un importante centro per la produzione di sementi. Una scelta che venne mantenuta fino agli inizi degli anni '60 quando l'attuale proprietà procedette con l’impianto di nuovi vigneti e con programmi di vinificazione legati ai tradizionali processi produttivi preindustriali; l’azienda riprese dunque la sua vocazione vitivinicola. Il castello al suo interno conserva preziosi arredi (mobili, tappeti e stampe antichi, marmi e legni pregiati) e opere d’arte. L'ospitalità è offerta sia all'interno della villa principale che nei numerosi edifici annessi alla villa, come la Torretta, il Portico, l'ex granaio. La tenuta si estende per 90 ettari e comprende un lago termale con sorgenti calde da cui viene estratto fango terapeutico. Vi è un sito dedicato al castello, che è il seguente: www.lispida.com

giovedì 13 giugno 2013

Il castello di giovedì 13 giugno







PORTOPALO DI CAPO PASSERO (SR) – Fortezza di Carlo V

Tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1563 giunse a Capo Passero il corsaro ottomano Dragut, con una flotta costituta da trenta vascelli e circa tremila uomini a bordo. Contrariamente a quanto affermano molti storici, Dragut non distrusse la fortezza spagnola dell'Isola di Capo Passero (che non era stata ancora costruita) ma una piccola torre d'avvistamento chiamata Torre di Capo Passaro (oggi Torre Fano), costruita probabilmente al tempo del dominio aragonese in Sicilia nel XIV secolo, per volontà di Carlo V di Germania e Re di Spagna. Sul finire del XVI secolo si decise la costruzione di una fortezza, presidiata da una guarnigione di soldati ed armata con pezzi di artiglieria. Capo Passero era diventato, infatti, un consueto punto d'approdo per pirati e corsari, che qui si rifornivano d’acqua e si abbandonavano a saccheggi e razzie, catturando spesso poveri sventurati da condurre in schiavitù in terra d’Africa o a Costantinopoli. Nell’aprile del 1583 la Deputazione del Regno, presieduta dal Vicerè Marcantonio Colonna, ordinò all'ingegnere Giovanni Antonio del Nobile di recarsi a Capo Passero "a riconoscer diligentemente le torri et forti che vi bisognino, per scoprimento di cale, corrispondenza de’ segni et maggior sicurezza di quella parte". Ma è solo tredici anni più tardi, nel 1596, che la Deputazione espresse la ferma volontà di "metter in esecutione l’opera lungamente procurata d’un forte designato a Capo Passero", preventivando una spesa di 18.000 scudi. I lavori di costruzione veri e propri iniziarono nella primavera del 1599, sotto la direzione tecnica dell'ingegnere regio Diego Sanchez, ma si interruppero l'anno seguente, per mancanza di fondi. Nel luglio del 1600, per "fortificare il Capo Passero", il Parlamento siciliano offrì al Re Filippo III un donativo di 21.000 scudi, imponendo una tassa a tutte le città e terre del Regno di Sicilia. I lavori di costruzione ripresero nel 1603 e furono completati nel settembre del 1607, sotto la direzione dell'ingegnere Giulio Lasso. Gli ultimi interventi riguardarono la posa in opera dello stemma reale, scolpito nella pietra arenaria, che fu collocato sopra il portale d’ingresso della fortezza. Il 2 ottobre 1607, pochi giorni dopo il completamento dei lavori, giunse in visita al forte il Vicerè Giovanni Ferdinando Paceco, marchese di Vigliena, insieme a tutta la sua famiglia e ad un numeroso stuolo di notabili, ministri, ufficiali, soldati e personale di corte. Il Vicerè, molto probabilmente, era atteso per presiedere alla cerimonia di inaugurazione. Nel corso del '700 il forte servì anche da prigione e luogo di confino per i soldati che avevano avuto noie con la giustizia, e fino al 1830 continuò a svolgere un'importante funzione difensiva contro le scorrerie dei predoni provenienti dalla vicina Africa. Nel 1871, con la costruzione di un piccolo faro sulla terrazza, il forte fu abitato da personale della Marina Militare, che provvedeva all'accensione notturna dell'impianto. Solo alla fine degli anni '50 del Novecento, quando il faro fu provvisto di un congegno di accensione automatico, il servizio di guardianìa terminò e il forte non costituì più presidio militare. L'edificio, che si erge maestoso sul punto più alto dell'Isola di Capo Passero, poggia con il suo imponente "massiccio" sulla tenace roccia calcarea che affiora diffusamente sull'isola e che, nel tempo, ha garantito stabilità alla struttura. La costruzione ha perimetro quadrato, con lati di 35 metri. Il basamento, scarpato e privo di aperture, si innalza fino alla quota di 4 metri dal piano campagna; da detta quota si snoda il primo livello, raggiungibile dall'esterno attraverso una rampa di scale a forma di L. L' accesso alla fortezza, il cui ingresso è rivolto verso oriente, era regolato da un ponte levatoio. Sopra il portale d'ingresso si staglia un grande stemma costituito da un'aquila che regge uno scudo con insegne araldiche. Lo stemma appartiene al Re Filippo III, salito al trono di Spagna e di Sicilia nel 1598. I muri esterni del forte sono costituiti da blocchi regolari di arenaria ai quattro angoli e, per il resto, da muratura di pietrame calcareo rivestita di intonaco. Tutta la costruzione è concepita attorno ad una corte quadrata, con lato di 12 metri circa. Al centro si trova una grande cisterna dove veniva convogliata l’acqua piovana proveniente dalla terrazza attraverso un sistema di grondaie. Gli ambienti del primo livello, quindici in tutto, non hanno aperture verso l'esterno e prendono luce ed aria unicamente dalla corte. Ai quattro angoli le stanze sono quadrate e con volte a vela, in muratura di laterizi; le altre, invece, sono rettangolari e con volte a botte. Subito a sinistra del vano d'ingresso si trovava una piccola cappella per le funzioni religiose, all'interno della quale sono ancora visibili i resti della tomba, ormai vuota e profanata da tempo, di un capitano spagnolo, ivi sepolto nel 1631; gli altri vani del primo livello costituivano invece gli alloggi del cappellano e dei soldati. All'entrata di uno di questi, su un'architrave, è scolpito il seguente motto: "Melius est invidia urgeri quam commiseratione deplorari, 1701", che dovrebbe significare "meglio sbrigarsi (agire, darsi da fare) che deplorare con commiserazione gli eventi (stando a guardare, rassegnandosi)". Anche le sedici stanze del piano superiore sono per lo più prive di aperture verso l'esterno, fatta eccezione per otto piccole finestre disposte sui quattro lati del forte, senza un apparente criterio di simmetria. La disposizione e le dimensioni delle stanze riflettono per lo più quelle del piano inferiore, con lievi differenze. Un ballatoio, sostenuto da grandi mensole, contorna il perimetro della corte, disimpegnando le stanze di questo livello. Qui si trovavano gli appartamenti del comandante e degli ufficiali. Sull'ampia terrazza di copertura era piazzata l'artiglieria. In corrispondenza dello spigolo di nord-est spicca ora il faro della Marina Militare, la cui portata luminosa è di 10,8 miglia nautiche. All'angolo adiacente si riconosce un antico posto d'osservazione. Forse proprio da qui, nel lontano 11 agosto 1718, fu possibile seguire il drammatico epilogo della grande battaglia navale che vide la flotta inglese comandata dall'ammiraglio Binghs inseguire, distruggere e catturare in queste acque le ventisei navi della flotta "Angiovina" del vice-ammiraglio Castagneto. Recentemente il forte è stato restaurato (i lavori sono terminati nel 2007, dopo 3 anni di interventi) e recuperato dall'oblio in cui era sprofondato da molti anni grazie al Progetto Integrato Territoriale (PIT) "Ecomuseo del Mediterraneo", volto alla riqualificazione e valorizzazione delle risorse storiche, architettoniche e naturalistiche del territorio siracusano. Determinante è risultata la collaborazione tra la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Siracusa, la Provincia Regionale di Siracusa e il Comune di Portopalo di Capo Passero, il cui intento è quello di rendere fruibile questo importante monumento e consentirne l’utilizzo per eventi e manifestazioni di carattere culturale. Il progetto di "Restauro del Forte Spagnolo di Capo Passero", inserito nel POR Sicilia 2000-2006, è stato redatto dalla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Siracusa. Il finanziamento principale proviene da fondi FESR (Fondo Europeo Sviluppo Regionale). L'8 settembre 2009 si è svolta la cerimonia ufficiale di inaugurazione del forte. Si era detto che la struttura sarebbe stata resa fruibile ai turisti ed utilizzata per manifestazioni culturali. Ma purtroppo le belle intenzioni sono rimaste solo parole. Nel 2010 la fortezza è stata aperta probabilmente un paio di volte, mentre è rimasta assolutamente chiusa nel 2011 e pare che continuerà ad esserlo per un tempo al momento indefinito.