martedì 30 settembre 2014

Il castello di martedì 30 settembre






LANGHIRANO (PR) - Castello Rossi di Torrechiara (di Mimmo Ciurlia)

E' senz'altro il castello più spettacolare, più strutturato e anche più frequentato della provincia parmense. Sorge sulle colline di Torrechiara a 278 m. di altezza, vicino a Langhirano, a circa 18 km da Parma. La sua posizione elevata gli permette di  dominare perfettamente la vallata dove scorre il torrente Parma, punto di incontro tra la città e la montagna poco distante. È considerato un esempio tra i meglio conservati di architettura dei castelli in Italia poiché unisce elementi del medioevo a quelli del  Rinascimento italiano. Il castello fu fatto costruire dal conte Pier Maria II de' Rossi fra il 1448 e il 1460, sulle rovine di una precedente casaforte del 1259, di cui rimane una sezione del portico nel lato ovest del cortile interno. Fin dall'inizio doveva servire non solo come struttura difensiva ma anche come dimora isolata del Conte e della sua amante, Bianca Pellegrini di Arluno. Pier Maria II, a soli 15 anni, fu obbligato a sposare Antonia Torelli, figlia dei Signori di Montechiarugolo, per legare le due famiglie confinanti e istituire così un accordo di non belligeranza. Tuttavia a Milano si innamorò perdutamente di Bianca Pellegrini, una dama di corte della duchessa Visconti. Dopo diversi anni di matrimonio e dopo aver avuto dieci figli da Antonia Torelli, quest'ultima si ritirò nel convento di San Paolo a Parma, lasciando la possibilità a Pier Maria di avvicinare Bianca a San Secondo, precisamente a Roccabianca, dove lo stesso cavaliere le fece  costruire un castello e nel 1448 edificò per l'amata anche il castello di Torrechiara. Il maniero, a pianta rettangolare, era originariamente difeso da tre cerchia di mura: la prima circondava la collina su cui sorge, la seconda proteggeva il borgo e la terza riparava il castello vero e proprio. Per superare ogni cerchio di mura era necessario passare attraverso un ponte levatoio, di cui è possibile intuire la presenza dalle scanalature sul muro sotto cui si passa per accedere al castello. Vi erano in origine anche due fossati, uno a protezione del borgo, l'altro del castello, l'unico visibile ancora oggi. Il fossato è sempre stato asciutto per specifica richiesta di Pier Maria II de' Rossi affinché chiunque avesse tentato la scalata al castello potesse costituire un facile bersaglio delle guardie e non si potesse nascondere nell'acqua. Le mura erano inoltre costruite su alte scarpate in modo da rendere difficile la scalata ai nemici e resistere meglio ai proiettili delle prime armi da fuoco in dotazione ai soldati. Altro sistema di sicurezza perfettamente conservatosi è costituito dalle quattro torri quadrate collegate fra di loro da una doppia cinta di mura un tempo merlate e poi coperte dal tetto, che circoscrivono il cortile interno o Corte d'Onore. La torre di San Nicomede si trova sopra l'omonima cappella dove pare vi siano le tombe di Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini. Da qui si può osservare tutta la valle del Parma verso Langhirano. A Ovest guarda invece la torre del Giglio, così chiamata perché vi si trova lo stemma di Bianca Pellegrini. La torre che guarda ad est è invece detta torre della Camera d'Oro perché lì è situata la stanza omonima. A Nord si trova la torre più alta, il mastio, detta torre del Leone, dallo stemma nobiliare della famiglia dei Rossi. Da queste torri, grazie a feritoie e caditoie, potevano essere lanciati detriti e acqua bollente. Inoltre, sembra che le altezze delle torri e delle cortine murarie nascondano relazioni proporzionali, rapportabili alle armonie musicali, ispirate alla geometria pitagorica e ai concetti filosofici che influenzarono l'arte del Rinascimento. Dopo il 1575 gli Sforza di Santa Fiora trasformarono la geometria del maniero: fecero costruire le due ampie logge panoramiche affacciate sul torrente Parma, abbassarono le mura difensive, allargarono porte e finestre, trasformarono gli spalti in frutteti e giardini pensili, accentuando la funzione residenziale del castello. Lasciato l'esterno rivestito di mattoni, tipico dell'architettura castellare dell'Italia centrale, si raggiunge l'interno, ricchissimo di sale affrescate a grottesche (stile divenuto poi in uso comune tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo), principalmente a temi naturalistici, fantastici. I nomi delle sale richiamano il tema principale dell'affresco. Al piano terreno si trova l'Oratorio di San Nicomede, costruito in un ambiente a pianta quadrata; occupa il pianterreno dell'omonima torre a cui si accede dal portico della corte attraverso un portone di legno. La volta dell'oratorio fu affrescata da Cesare Baglione (1525-1590) con immagini simili a quelle della stanza del Vespro, del Meriggio e dell'Aurora. Secondo le cronache Bianca Pellegrini e Pier Maria Rossi, che qui si sarebbero fatti seppellire, assistevano alle funzioni da una piccola tribuna lignea (ora al Museo del Castello Sforzesco di Milano). Gli unici arredi risalenti al '400 provengono dall'oratorio stesso e sono custoditi all'interno del Museo del Castello Sforzesco di Milano. All'interno quindi troviamo:
- Sala di Giove. Affrescata da Cesare Baglione (fine XVI sec.) con la figura del padre degli dei sulla volta e motivi a grottesche, putti, cartigli, architetture fantastiche. Alle pareti, altre decorazioni naturalistiche del XVIII sec.
- Sala del pergolato. Cesare Baglione affrescò nella volta un pergolato e alle pareti figure femminili, a cui si sono sovrapposti paesaggi con uccelli del XVIII sec.
- Sala dei paesaggi. Decorazioni paesaggistiche entro ovati, con raffigurazioni di castelli, e grottesche alle pareti.
- Sala della Vittoria. Una Vittoria vola al centro della volta in uno squarcio di cielo. Le altre raffigurazioni sono strutturate entro motivi architettonici collegati da festoni.
- Sala degli Angeli. Al centro della volta, l'arma degli Sforza, e alle vele angeli che si affacciano da balaustre. Nelle lunette, uccelli con stemmi degli Sforza di S.Fiora e famiglie collegate.
- Sala del Velario. Un velario dipinto nella volta si raccorda con i peducci angolari a filari di serti. Nelle vele e nelle pareti, altri motivi a grottesche.
- Salone degli Stemmi. Volte e lunette a grottesche e stemmi di papi, sovrani e nobili legati ai Rossi e agli Sforza di S.Fiora. Nella volta,riquadri con angeli.
- Salone dei Giocolieri. Così detta dall'affresco di Baglione nel quale dei nudi su leoni si prodigano in acrobatici esercizi fino a formare una specie di piramide umana. Fregio con scene di battaglia e figure femminili. Monocromi con architetture e grottesche su tutte le pareti.
- La Camera d'Oro. La più famosa stanza all'interno del castello, occupa l'intero primo piano della torre omonima, quella di nord-est. Era la camera da  letto di Pier Maria Rossi, che la fece affrescare dal pittore Benedetto Bembo (1420 ca.-1495) nel 1452. La stanza doveva avere anche funzioni di studiolo privato come sembrerebbe essere dimostrato dalla diversa decorazione presente nella parte   dell'angolo a nord- est. Sulle pareti sono dipinte figure storiche e mitologiche con cui Pier Maria condivideva valori e virtù: Sansone ed Ercole, simboli della forza fisica, e Virgilio e Terenzio, simboli dell'importanza della cultura e dell'intelletto. La camera era così chiamata in virtù della decorazione a foglie d'oro che ricopriva le formelle in cotto che rivestono interamente la stanza. La decorazione non è oggi più presente perché all'inizio del XX secolo l'allora proprietario, Pietro Cacciaguerra, asportò l'oro e disperse tutti gli arredi originali. Sulle formelle sono presenti cinque motivi diversi: arabeschi intrecciati su uno sfondo di tralci di mirto, pianta sacra a Venere, dea dell'amore, creano un disegno a scacchiera lungo le pareti. A questi vengono alternati gli stemmi di Pier Maria (il leone rampante) e di Bianca (un castello sull'acqua tra due bordoni da pellegrino),   una formella con due cuori sovrapposti sormontati dal motto in latino "digne et in aeternum" e un'altra dov'è rappresentata una M in stile gotico (lettera che per la grafica può ricordare le lettere M e B sovrapposte) con un nastro con la scritta "nunc et semper", a celebrazione dell'amore di Bianca e Pier Maria. La decorazione della volta è considerata una delle più eleganti e complete rappresentazioni quattrocentesche dell'amor cortese ed è  piuttosto insolita, poiché nelle stanze da letto dell'epoca si trovano quasi esclusivamente decorazioni di tipo religioso. Nelle quattro vele della volta a crociera è raffigurata Bianca, identificabile per la veste, il bastone, la conchiglia e le chiavi da pellegrina, per creare un gioco allusivo con il suo cognome, che attraversa uno ad uno tutti i luoghi in cui sorgono castelli del feudo rossiano in cerca dell'amato. Ognuna delle rocche e dei borghi è identificata con il nome, e ricreata con particolari realistici sia per quanto riguarda le strutture sia per l'ambientazione geografica. Nelle lunette laterali viene celebrato l'incontro dei due amanti attraverso quattro scene: nella lunetta est i due si ritrovano colpiti dai dardi di un Cupido bendato, simbolo dell'amore cieco; nella lunetta sud, secondo un rituale cavalleresco, Pier Maria dona la sua spada a Bianca, in segno di assoluta sottomissione; nella lunetta ovest Bianca fa dono all'amato di una corona d'alloro, simbolo di fedeltà e di elevazione morale. Nella lunetta nord, l'ultima del ciclo, vengono rappresentati Bianca e Pier Maria affiancati dai rispettivi castelli di Roccabianca e San  Secondo, con al centro il Castello di Torrechiara, il loro nido d'amore. Dalla stanza si accede ad una loggia panoramica, realizzata fra il XVI e il XVII secolo, aperta sulla valle sottostante. La leggenda vuole che nel castello di Torrechiara, durante le notti di plenilunio, in cui la nebbia avvolge l'edificio, appaia il fantasma di una bellissima duchessa, murata viva dal marito, che vaga nella torre del maniero offrendo baci appassionati agli uomini che la incontrano. La bellissima duchessa non smetterà di andare al castello finché non ritroverà suo marito. Il castello inoltre, è stato location nel 1937 degli esterni del film storico "Condottieri" di Luis Trenker ispirato alla figura del soldato di ventura e condottiero Giovanni dalle Bande Nere e usato come set cinematografico di film come "Ladyhawke" di Richard Donner interpretato da Michelle Pfeiffer. Dal 1911 il castello di Torrechiara è un monumento nazionale tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è aperto al pubblico ed è inserito nel circuito dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza. Il maniero ha riportato danni in seguito al sisma del 23 dicembre 2008. Dopo una parziale chiusura al pubblico è stato completamente  riaperto il 27 febbraio 2010.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Torrechiara
http://turismo.parma.it/page.asp?IDCategoria=260&IDSezione=1094&ID=34643
http://www.icastelli.it/castle-1235754714-castello_di_torrechiara-it.php

Foto: una cartolina della mia collezione, oltre ad una immagine di Claudio Pedrazzi presa da http://www.panoramio.com

lunedì 29 settembre 2014

Il castello di lunedì 29 settembre






LAJATICO (PI) - Rocca di Pietracassia

Posta a 532 metri di altitudine, tra i boschi della Valdera, venne innalzata intorno a un grosso masso calcareo la cui caratteristica fenditura sembra abbia dato origine al nome della struttura: pietra cassa significa infatti "pietra spaccata". Un'altra ipotesi sul toponimo la collega al triumviro romano Crasso, in quanto alcuni autori, sottolineando la presenza etrusca nel territorio, ipotizzano un interesse romano alla zona, dedicata all'estrazione di rame. Proprio per sorvegliare il tratto commerciale che portava a Montecatini pare che sia nata l'esigenza di erigere una struttura difensiva, posta in comunicazione visiva con le torri circostanti: Montevaso, Chianni, Terricciola, Lajatico, Orciatico, Peccioli, Miemo. La data precisa di costruzione è ignota, ma per alcuni autori è risalente all'epoca longobarda. Le prime notizie risalgono, comunque, al 1028 quando viene citata in alcuni documenti come importante punto di confine tra la diocesi di Volterra e il territorio pisano. Agli inizi del XII secolo di proprietà dei conti Cadolingi di Fucecchio, costruttori della Badia di Morrona, venne acquistata il 26 gennaio 1115 dal vescovo Ruggieri di Volterra per 50 lire, insieme alla metà dei possedimenti del conte Uguccione, oberato dai debiti. Seppur di proprietà ecclesiastica, il fortilizio venne gestito da Pisa fino al secolo successivo. A seguito della sconfitta della Repubblica Pisana nella battaglia della Meloria, avvenuta il 6 agosto 1284, i Lucchesi e Fiorentini ottennero il controllo della rocca e di altri 22 castelli della Valdera. Nel 1305 la rocca era tenuta da Jacopo Gaetani, un pisano favorito dai Volterrani: nonostante ciò, nell'aprile del 1307, gli Anziani di Pisa decretarono che Volterra non potesse in alcun modo sostenere il castello. Grazie all'influenza dell'Imperatore Carlo IV la struttura tornò in possesso della diocesi volterrana nel 1355, ma solo per mezzo secolo: nel 1405, infatti, dopo un assedio da parte del Comune di Pisa, il capitano Pietro Gaetani la consegnò a Firenze per tornaconto personale, insieme alle comunità di Orciatico e Lajatico. Ribellatasi al dominio fiorentino nel 1431, la rocca venne riconquistata dopo tre anni e smantellata per rappresaglia. Da allora si trova in stato di abbandono. Il complesso fortificato è composto da due strutture distinte: la rocca e il castello vero e proprio. La prima, di epoca più recente, è una cinta muraria posta lungo i confini del colle ad avvolgere il secondo, molto più antico. La struttura si interrompe bruscamente sul lato nord, formato da uno strapiombo roccioso. Formata da conci di pietra calcarea estratta dalle cave vicine e abilmente lavorata, le mura emergono tra le rocce circostanti senza discrepanze cromatiche, integrandosi perfettamente con il paesaggio. La rocca, risalente al XIII secolo, è formata da grandi blocchi di pietra legati con malta. Sembra che questa seconda cinta sia stata eretta per trasformare Pietracassia in un borgo murato, inglobando gli edifici civili sorti a ridosso del castello, ma è plausibile che la cinta sia stata costruita semplicemente per rafforzare il castello sul suo versante più esposto sfruttando al massimo la morfologia del terreno. Le mura sono costruite con la tecnica atta a permettere il tiro difensivo fiancheggiante: due corpi simmetrici protesi in avanti separati da un tratto di muraglia. Il castello ha una massiccia forma squadrata con la facciata principale rivolta a sud, priva di aperture e di merlature, con feritoie di epoca posteriore. Oltre al mastio, dispone di due torri collegate da possenti mura: una occidentale a pianta quadrata e una orientale a pianta eptagonale. Solo la seconda risulta essere ai giorni nostri in buono stato e accessibile, mostrando ai visitatori una pregevole volta a botte. Al castello si accede tramite un ingresso sopraelevato posto vicino alla torre di ponente e oggi gravemente danneggiato. Nulla rimane degli edifici interni, solamente il mastio conserva parte della sua struttura, per il resto crollata. Di fronte all'ingresso sono ancora identificabili alcuni scalini scolpiti nella roccia. La lontananza da centri abitati importanti ha permesso alla Rocca di giungere fino a noi senza sostanziali modifiche strutturali se non quelle provocate dall'usura del tempo. Nel 2010 sono stati avviati dei lavori di recupero e conservazione. Il cantiere ha unito agli scavi archeologici, diretti dalla Soprintendenza archeologica per la Toscana, i lavori di restauro, consentendo l’acquisizione di essenziali informazioni storiche, archeologiche ed architettoniche. Tutti i lavori di restauro sono stati eseguiti sotto la supervisione esperta dei funzionari della Soprintendenza per i beni architettonici di Pisa e Livorno per un investimento complessivo 653.450 euro che è stato possibile grazie ad un accordo sottoscritto tra la proprietà privata e il Comune di Lajatico, che in cambio ne ha ricevuto il diritto d’uso per quarant’anni. Al finanziamento hanno partecipato la Regione Toscana, il Comune di Lajatico e Banca popolare di Lajatico. Si tratta in realtà di un primo lotto di lavori, che ha permesso il recupero della parte più alta del castello consentendo così di poterlo aprire al pubblico in condizioni di sicurezza. Altri link consigliati: http://www.fototoscana.it/mostra-gallery.asp?nomegallery=pietracassia, http://www.turismo.intoscana.it/site/it/elemento-di-interesse/La-Rocca-di-Pietracassia/, http://www.stilepisano.it/immagini22/index1.htm, http://www.quadricottero.com/2014/05/la-rocca-di-pietracassia-lajatico-vista.html.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.castellitoscani.com/italian/pietracassia.htm, http://iltirreno.gelocal.it/pontedera/cronaca/2014/05/05/news/rocca-di-pietracassia-dopo-il-restauro-apre-ai-visitatori-1.9159454

Foto: da www.quadricottero.com e di mariasole su http://it.fotolia.com/id/36267334

sabato 27 settembre 2014

Il castello di domenica 28 settembre






MATERA - Castello Tramontano (di Mimmo Ciurlia)

Il castello Tramontano è situato su una collinetta, chiamata collina di Lapillo, sovrastante il centro storico della città. La vicenda che ruota attorno alla sua edificazione rappresenta una pagina amara nella storia di Matera. Il nuovo Re di Napoli, Ferdinando II, aveva promesso ai Materani di non cedere più la città ad alcun feudatario, dopo che questa si era già liberata più volte dal giogo feudale pagando diversi riscatti per restare città libera ad autonomo reggimento, cioè dipendente direttamente dalla Corona Reale. Invece il 1° ottobre del 1497 egli concesse la Contea di Matera al conte Gian Carlo Tramontano, già maestro della Regia Zecca aragonese, nato a Santa Anastasia (NA), che vantava crediti nei confronti dell'Erario Reale. Grande uomo d'affari, cercò di impadronirsi dei commerci della lana che venivano dalla Calabria e delle saline nel metapontino gestite dalle famiglie nobili del territorio. Il conte si rese presto inviso ai materani in quanto con il passare del tempo si riempì di debiti, per far fronte ai quali tassava la popolazione con gravose imposte. Si circondò quindi di nemici non solo tra le famiglie nobili, ma anche tra il popolo, visto che le fonti tramandano che avesse imposto molte tasse e che esercitasse lo "ius primae noctis". Nel 1501 per evidenziare il suo dominio a Matera, iniziò la costruzione del castello, situato su una collina dominante la città, al di fuori delle mura cittadine, con lo scopo di controllo "feudale" dei terreni circostanti più che di difesa della città stessa. Per la costruzione del castello furono spesi ben 25.000 ducati e ciò andò a gravare ancor di più sulla popolazione. Fu così che alcuni cittadini, stanchi dei continui soprusi, si riunirono nascosti dietro un masso, che da allora fu chiamato "u pizzon' du mal consigghj" cioè la pietra del mal consiglio, ed organizzarono l'assassinio. Il 29 dicembre 1514 il Conte, appena uscito dalla Cattedrale, fu assassinato in una via laterale della stessa, che fu successivamente chiamata in modo eloquente Via del Riscatto. La città, dopo che fu commesso un fatto tanto grave, l'uccisione del feudatario, rischiava di essere rasa al suolo e cosparsa di sale, ma ciò non accadde, poichè i nobili si presentarono alla corte del re di Napoli, chiedendo l'indulto in cambio di un sacco di monete d'oro. Il Quadro della concessione dell'indulto da parte del re di Napoli è esposto negli uffici del Sindaco di Matera. Il castello restò dunque incompiuto e mai abitato. In stile aragonese, con un maschio centrale e due torri laterali rotonde, smerlate e dotate di feritoie, ha mantenuto il fossato e l'imbocco del ponte levatoio. Benché incompiuto, appartiene a una tipologia caratteristica dell’architettura castellana tardo-medievale. Alla fine del XV secolo, la preponderanza delle bombarde e in genere delle armi da fuoco aveva apportato dei sostanziali mutamenti agli impianti castellari. Per resistere ai proiettili dei cannoni avversari, come anche per assorbire il rinculo dei pezzi difensivi e favorirne gli spostamenti, non servivano più le torri mastodontiche e quadrate, o le mura alte e le merlature spiccate, che anzi offrivano un bersaglio più agevole alle cannonate. Era piuttosto necessario ridurre lo specchio murario, ispessire le fabbriche, conferire un’altezza uniforme alle diverse parti della fortificazione e accentuarne la scarpatura, apprestando dei rinforzi cilindrici casamattati, più bassi e grossi del solito. L’uso delle «rondelle» tondeggianti o delle torri profilate «a mandorla» diminuiva in effetti le superfici rettilinee dei castelli, che quindi potevano schivare meglio le palle in pietra o in ferro sparate dalle artiglierie nemiche. Pare che poi la costruzione avesse dovuto comprendere altre torri di difesa, una delle quali è stata rinvenuta sotto la centrale piazza Vittorio Veneto di Matera insieme ad altri ambienti ipogei. Dal 2008 al 2011, il castello è stato interessato, insieme al parco circostante, da lavori di restauro e non è visitabile internamente.


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da www.sassiland.com

Il castello di sabato 27 settembre






SAN FLORIANO DEL COLLIO (GO) – Castello Tacco

Non è dato saperne con certezza le origini, la storiografia locale attribuisce la proprietà ai Dornberg che ebbero nel 1570 la giurisdizione. Alcuni documenti provano però che nella seconda metà del '600 Carlo Tacco di Cormons, notaio, lo acquistò con le terre annesse. Questo antenato, doveva essere molto ricco e stimato se nello stesso periodo si fece costruire a Cormons un palazzo, tuttora esistente, e nel 1699 ottenne il titolo baronale del Sacro Romano Impero (S.R.I.) con il predicato di S. Floriano e l’investitura nella giurisdizione di quel Feudo che era dei Dornberg, nonché l’ampliamento dello stemma con l’inserimento dell’effige del Santo. Alcuni ruderi, riportati recentemente alla luce, confermano l'origine quattro-cinquecentesca del fabbricato: grosse mura in pietra dello spessore di oltre il metro contornano le ex cantine sotterranee del castello. Anche il “Belvedere” posto a sud del complesso edilizio risale probabilmente al ‘500, mentre una casa colonica tuttora appartenente all’Azienda Tacco presenta evidenti tracce seicentesche. Infine le mura di cinta del cortile del castello, evidenziate nelle vecchie mappe sono certamente da attribuire a tale periodo. Dal 1811 abbiamo a disposizione l’esatta posizione, la forma in pianta e la dimensione del complesso castellano. Esaminando la planimetria del 1812, che appare la più chiara, la sottozona di S. Floriano dove è collocato l’edificio che ci interessa è denominata “Doro” ed indica con precisione la forma irregolare del castello, che conglobava anche la cappella segnata con il simbolo della croce; si legge anche chiaramente il perimetro delle mura a sud del maniero, che avevano una altezza di circa tre metri e contenevano il terrapieno sul quale si ergeva il maniero. A valle delle mura vi era poi una ripida scarpata di oltre cinque metri; ciò costringeva, come era in uso a quei tempi, gli eventuali aggressori a superare in salita un dislivello di otto metri allo scoperto, a tutto vantaggio dei difensori che si trovavano nella parte superiore. Appendice importante di questo sistema difensivo medioevale era la torre di avvistamento circolare posta su un promontorio in prossimità del percorso di accesso al villaggio di San Floriano, che con la visibilità a quasi 360° e ben collegata alla fortificazione principale con tragitto rettilineo indicato che costituiva il principale controllo all'accesso a sud del paese. Al centro di questo complesso, in posizione dominante, stava il castello con tre torri rettangolari, posizionate ai bordi del corpo centrale, verso ovest, sud ed est. A nord vi era una corte chiusa verso la strada da altri fabbricati. Non si è a conoscenza di stampe o disegni di epoche precedenti (che erano frequenti per le opere fortificate), probabilmente distrutte durante la prima guerra mondiale, quando San Floriano fu oggetto di numerosi bombardamenti da parte austriaca in quanto situato in posizione strategica rispetto al fronte dell’Isonzo (Oslavia, Podgora, ecc.). Anche il castello in quel conflitto subì gravi danni, tanto che non fu più ricostruito, fatta eccezione del recente recupero della cantina della torre ovest. L’edificio custodiva pregevoli quadri (più di duecento, alcuni di notevole valore), una fornita biblioteca e mobili d'epoca. Tutto ciò è andato perduto. Naturalmente nel corso dei secoli il castello subì molteplici trasformazioni quando, caduta l'esigenza difensiva, si trasformò in residenza signorile, di sicuro venne aggiunto un corpo verso il cortile interno per collocarvi una scala ed alcuni servizi igienici che culminava con una terrazza dalla quale la vista spaziava sulle colline del collio; venne anche costruita una recinzione verso la nuova strada comunale con un portone in ferro tutt'ora esistente sul quale vi si legge la data: 1907. Si sa con certezza che nell’Ottocento e fino al primo conflitto mondiale il castello era l’abituale dimora della famiglia Tacco di San Floriano ed i fabbricati attigui erano di supporto alla circostante azienda agricola. Le dimensioni dei due piani fuori terra erano considerevoli e formavano una elle, verso il cortile situato a nord. Oggi il complesso non è più un rudere ma una splendida location dove organizzare feste, banchetti e matrimoni all’aperto sul belvedere dalla vista mozzafiato, o all’interno, nelle sale arredate in stile, a testimoniare 600 anni di storia.
Fonti: http://www.imagazine.it/news/1160#.VCXL-VeTC5I, http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=3270,0,0,1,0,0, http://www.consorziocastelli.it/icastelli/gorizia/documento.2009-06-09.3793789023
Foto: da http://www.agriturismocollio.com e da www.mondimedievali.net

venerdì 26 settembre 2014

Il castello di venerdì 26 settembre





MONTORO INFERIORE (AV) - Castello longobardo in frazione Borgo

Situato a circa 320 metri sul livello del mare, nei pressi della chiesa di San Pantaleone, è forse il monumento più importante di Montoro. Di esso ci restano oggi solamente dei ruderi, sufficienti però a svelarci tutta la maestosità e la bellezza che caratterizzava l'edificio feudale. Si tratta di un'imponente fortificazione costruita dai Longobardi per proteggere i confini dei Principati di Salerno e di Benevento, nominata per la prima volta in un documento del 1022, ma la cui esistenza è accertata già secoli prima. Abitato nell'867 da Guaiferio, il castello passò nel 987 nelle mani del conte Malefrat e di altri conti longobardi. Appartenne poi ai normanni, in particolare alla famiglia Sanseverino, e successivamente alla famiglia Zurlo. Fra il 1150 ed il 1160, sappiamo che Guglielmo Sanseverino da qui inviò trenta armigeri alla spedizione in Terra Santa. Nel 1461 il castello fu assediato dalle truppe della regina Giovanna d'Angiò guidate da Giacomo Piccinino, che non riuscirono a espugnare il maniero. Con l'introduzione della polvere da sparo, il maniero non si rivelò più adatto alle esigenze difensive, perse così la sua importanza e fu abbandonato durante il XV secolo. Dal 1555 fino alla seconda metà del XVIII secolo appartenne ai Di Capua, fino ll'abolizione dei diritti feudali nel 1806. Il castello sorge nel punto più alto della collina su un banco di roccia, ha un impianto rettangolare con un cortile quadrato e torri angolari. Gli ambienti del lato est, probabilmente la parte residenziale, sono quelli meglio conservati. Attualmente sono ancora visibili una torretta a pianta quadrangolare, una torre alta circa sei metri e il mastio che si eleva per oltre 15 metri, oltre a parti di cortine murarie e ad un torrione cilindrico. Segni degli incassi delle travature lignee dei piani superiori e delle finestre, prive ormai di ornamenti lapidei, si rilevano entrando all'interno dell'edificio. Si narra che nel maniero ci fosse un antico tesoro, abbandonato dai signorotti in fuga: gemme, gioielli, monete che appartengono alla fantasia popolare e che non sono mai stati trovati. Un'altra leggenda tra le più raccontate è quella ispirata alla millenaria tradizione orale e scritta della tragedia della famiglia Ragno, scoppiata presso l’antico castello dove c’era il Vescovato di Montoro intorno all’anno Mille. La tradizione ci tramanda che Montoro, investita della dignità episcopale, fu in breve privata dal grande privilegio per la scelleratezza dell’omicidio commesso nella persona del Vescovo di Cenamo. Di esso è ripetuto persino il cognome dei colpevoli ritenuti appartenenti alla famiglia di un tal Melchiorre Ragno, della Contrada Borgo. Essi, secondo la tradizione, uccisero il Vescovo, che vestito dei Sacri paramenti celebrava la S. Messa nel giorno di Pasqua e consumato l’assassinio, precipitarono il cadavere in una botte per le rupe del castello. All’omicidio seguì un orrendo massacro tra i parenti dell’assassino e i dipendenti del vescovo al rione Mercatello alle porte del paese. La fantasia popolare designava il luogo dove nei giorni di tempesta, “sotto l’acqua e sott’ò viento”, si celebravano gli incontri delle streghe di Montoro. Il casale Mercatello oggi è tutt’uno con il casale di Borgo. Il castello longobardo rappresenta una ricchezza inestimabile di Montoro, un patrimonio storico e artistico che vive in uno stato di abbandono e di precarietà, ma che deve essere senz'altro riportato al suo antico splendore. Ruderi che ci parlano di un mondo lontano, ma che non possono essere visitati tranquillamente perché pericolosi e malridotti. Oltre ad una valenza più propriamente culturale, i ruderi longobardi rappresentano per tutti gli abitanti delle due Montoro il simbolo dell'unità dei due comuni, il luogo da cui partire per costruire un solo paese, per rimettere insieme quindici frazioni, due comuni, che condividono le stesse tradizioni e la stessa storia. E il castello è proprio a metà. Da un lato Borgo di Montoro Inferiore, dall'altro Banzano, di Montoro Superiore. Il punto d'incontro, dove storia e tradizione hanno bisogno di rinascere. Ecco un video che documenta il triste presente di questo antico edificio: http://www.dentrolanotizia.tv/index.php?Itemid=6&option=com_hwdvideoshare&task=viewvideo&video_id=68

Fonti: http://www.montorocrea.it/montoroinvolo/castello.php, http://www.terredicampania.it/terre-di-castelli/i-castelli/120-montoro-inferiore.html, http://www.icastelli.it/castle-1236960417-castello_di_montoro_inferiore-it.php, http://www.borgocarnevale.altervista.org/borgo.htm

Foto: da http://www.montorosuperiore.com/montoro/montoro_14-7-02/P1010004.jpg e da http://campaniachetipassa.myblog.it/media/02/01/184894830.jpg

giovedì 25 settembre 2014

Il castello di giovedì 25 settembre






CAROSINO (TA) - Castello ducale dei d'Ayala Valva

Le prime fonti storiche certe derivano dai registri Angioini e risalgono al 1348, data in cui il feudo di Carosino fu venduto dai Capitignano ai Palmerio di Capua. Decaduta durante la guerra greco-gotica, si frazionò in casali e casegrotte; l'agricoltura e la pastorizia rimasero le uniche attività economiche. È noto che nel XV secolo le armate albanesi al seguito di Skanderberg, rasero al suolo il piccolo ed antico casale il cui feudatario Raimondo De Noha fu alleato dell'Orsini di Taranto nella sua rivolta contro il Re di Napoli nel 1462. Il casale restò pressoché disabitato per quasi mezzo secolo, come feudo delle famiglie nobili della zona. Nel 1471 fu acquistato dagli Antoglietta e da questa famiglia nuovamente ricolonizzato, con autorizzazione del Viceré di Napoli del 1522. Nel 1517 il feudo divenuto Baronia passò alla famiglia dei Simonetta e poi ancora ai Muscettola nel 1524. La baronia passò ancora di mano agli Albertini e poi agli Imperiali. Nel 1806, abolita la feudalità nel Regno di Napoli, il Ducato di Carosino fu proprietà della famiglia Berio - Marulli. Nel 1875, con Carosino già comune del Regno d'Italia in seguito ad un plebiscito, i Marulli vendettero le loro proprietà terriere a Roberto d'Ayala Valva, insieme al Palazzo Ducale. Questo antico edificio, costruito nel 1400 dalla famiglia Simonetta come residenza gentilizia, presenta delle trasformazioni che risalgono al XVII secolo mentre la merlatura è invece molto più recente. Nel 1894, la famiglia D'Ayala-Valva ne iniziò la ristrutturazione che le ha dato la configurazione attuale. Sulla facciata radicalmente trasformata, furono apposte due lastre di marmo che spiegano i motivi della ristrutturazione e le origini della famiglia. Appena un anno dopo, il palazzo merlato venne donato al Comune con la precisa clausola di adibirlo a scopi culturali e di pubblica utilità. Purtroppo per le precarie condizioni di stabilità, confermate da un crollo parziale di alcuni ambienti, non fu possibile utilizzarlo in nessun modo. Attualmente il palazzo é in restauro nel tentativo di ridare al paese uno dei suoi monumenti più importanti. L'edificio, in cui spiccano due torri merlate, che recano in sommità tre stemmi di marmo con figure araldiche, si articola intorno ad una corte quadrata da cui si dipartono due scale che portano ad un lungo corridoio del piano nobile, sul quale si affacciano ampie stanze voltate a botte, a crociera, a cassonetto, alcune dotate di affreschi e soffitti decorati. Il piano terra è arricchito da un paramento a bugne a punta di diamante che incorniciano ampie e profonde archeggiature sulle quali si imposta il lungo loggiato del primo piano dalla ricca balaustra a colonnine di carparo. Fra i due ordini di finestre dei piani superiori ritroviamo un grande stemma a forma di scudo con figure araldiche. L'interno conserva quasi intatta l'originaria configurazione cinquecentesca, non priva di una sobria eleganza nelle cornici marcapiano e negli ornati ed è affiancato da un grande giardino, una volta parco del centralissimo Palazzo Ducale, dagli anni '80 divenuto parco cittadino. Nel 1984 il Ministero per i Beni culturali ed ambientali lo ha dichiarato monumento nazionale, e vincolato. Ecco un video in cui si parla anche del Castello Ducale di Carosino.... http://www.youtube.com/watch?v=3yerBLI5sik

Fonti: scheda di Gianluca Lovreglio su http://www.mondimedievali.net, http://it.wikipedia.org, http://www.carosino.net/web/conoscere-carosino/monumenti, http://www.guidamica.com/GuidAmicA-Sud/Puglia/ProvinciaTaranto/Carosino.htm, http://www.cittamontedoro.it/cosa-vedere/palazzo-ducale/
 
 Foto: da http://digilander.libero.it/annysea/carosino/castello-carosino.jpg e di Amiu su http://rete.comuni-italiani.it

mercoledì 24 settembre 2014

Il castello di mercoledì 24 settembre







STELLANELLO (SV) - Castello Clavesana

Stellanello, insediamento composto da numerose frazioni, sorge nell'alto bacino del torrente Merula, immerso nel silenzio e nel verde degli ulivi. Il primo documento ufficiale nel quale viene riportato espressamente il nome di Stellanello risale al 1170, periodo in cui il borgo era feudo dei Clavesana, nobile famiglia che vi fece edificare un castello del quale restano solo alcune rovine in località San Gregorio. A seguire gli archivi presentano Stellanello come un feudo prima dei Marchesi del Carretto poi, dal XIII, dei Doria per essere ceduto, nel 1252, alla Repubblica di Genova. All'inizio del Trecento ottenne maggiore autonomia avendo statuti propri ed un governo basato su un sistema di cinque Consoli, pari al numero delle Parrocchie del paese. Ancora oggi la stella a cinque punte presente nello stemma allude proprio a questa antica suddivisione. In località San Gregorio, come già detto, sono ancor oggi visibili i maestosi resti di un antico castellario o castelliere. Tale termine indica un tipo di abitato di età preistorica o protostorica situato su un'altura e difeso da una cinta muraria, spesso riutilizzato nelle epoche successive. Tale struttura è infatti collocata su di un piccolo poggio sovrastante il corso del torrente Merula, là dove in epoca medievale doveva aver inizio il nucleo abitato. Di tale struttura leggiamo un primo nucleo di murature, le più antiche, bassomedievali ( probabilmente databili attorno al 1200 ) le quali furono successivamente rivestite da una muratura più tarda allo scopo di rafforzare o forse ampliare l'originario abitato. Un terzo nucleo laterale è assai più tardo, di epoca ormai settecentesca. Lungo un fianco della possente muratura sono tuttora visibili numerose aperture la cui funzione era quella di scoli per l'acqua, e pertanto parte di tale struttura doveva accogliere una grande cisterna (lo stesso termine castellaro latino indicava infatti il custode delle acque, il che è davvero significativo). Il grande spessore di alcuni mattoni di cui sono composti tali bocchettoni li identifica come bassomedievali. Secondo delle ricerche condotte dall’Associazione Ligure per lo Sviluppo degi Studi Archeoastronomici sul Monte di Mezzogiorno a Stellanello, era risultato che sulla linea meridiana della cima principale non ricadeva alcun insediamento di rilievo. A quel punto l’indagine si è spostata sull’anticima più bassa dove, tracciando l’asse meridiano, si incontrano i ruderi del castello dei Clavesana del XII-XIII secolo. Il castello potrebbe rappresentare il luogo da cui si utilizzava come meridiana l’anticima, ed allo stesso tempo, il sito dove si è originato il nome del Monte. Quanto sopra è già statto riscontrato nei territori rurali appenninici, alpini e prealpini (Codebò 1994, 1997, 2006; Codebò - De Santis 2003, 2009; De Santis 2005). Allo scopo di verificare l’ipotesi, è stato effettuato un nuovo sopralluogo al mezzogiorno vero del 10 aprile 2010 (ore 13:29:04), ponendosi sulla linea meridiana che congiunge la predetta anticima ai ruderi del castello. Effettivamente si è potuto riscontrare il passaggio del sole, al suo culmine, sulla verticale del cocuzzolo. La verifica sperimentale sul campo ha consentito di dimostrare, con buona probabilità, che l’insediamento “colto” da cui si utilizzava il Monte quale meridiana era proprio il castello.

Fonti:
http://www.archaeoastronomy.it/nuove_indagini_stellanello.htm, http://www.prolocostellanello.it/Pro_Loco_Stellanello/documentazione_files/STRATIF.pdf, http://www.comune.stellanello.sv.it/Default.aspx?pageid=page609

martedì 23 settembre 2014

Il castello di martedì 23 settembre





LA SPEZIA - Castello di Coderone in frazione Biassa

Biassa, borgo di circa 650 anime, situato a 323 metri sul livello del mare nel comune di La Spezia, è una zona ricca di tradizioni storiche e racconti dimenticati. La vita dei suoi abitanti fu scandita nei secoli da tre vere e proprie fasi migratorie che spinsero i biassei a spostare la loro casa di volta in volta e una di queste fasi fu caratterizzata proprio dalla nascita e morte del castello di Coderone con il suo piccolo centro abitato. La storia della popolazione, in seguito rinominata biassei, inizia in tempi antichi, prima dell’anno mille, quando questa gente risiedeva sul monte Parodi e alla base del Verugoli, in una località chiamata Roccanera. Il nome molto probabilmente derivava dalla presenza di cave di arenaria che erano anche la principale fonte di lavoro per i biassei. Si racconta che da questo luogo, nascosto fra i rigogliosi boschi spezzini, passarono molti santi, tra i quali San Rocco, San Bernardo e anche il santo al quale fu dedicata la chiesa al centro del paese: San Martino. Della cappella oggi rimangono solo pochi resti, e, oltre a questa, sembra che nel XIV secolo ne fu costruita un’altra dedicata a Santa Caterina da Siena, di cui però non vi è più traccia. Nel 1300 la “Comunitas Blaxiae”, nuovo nome degli abitanti di Roccanera, iniziò il suo declino successivamente al distaccamento della vicina borgata di Carpena dalla sua Parrocchia di San Martino. Nel XIII secolo, sotto la spinta della Repubblica di Genova, gli abitanti emigrarono sullo sperone roccioso dove costruirono il Castello di Coderone e il piccolo borgo che lo circondava. Il nome “Castrum Coderonis” (Castello di Coderone) deriva dalla voce “codem”, che significava “sperone di costa montuosa”. Il luogo è elevato e l'orografia è stata mutata sia da estrazioni di cava, sia da frane. Attorno allo sperone montuoso scorrono due canali, chiamati in dialetto “canao de’ foestri”, cioè canale dei forestieri, e “canao do diao”, cioè canale del diavolo. La Repubblica di Genova aveva scelto questo colle come avamposto difensivo, per la sua posizione geografica, atto a impedire l’invasione della zona da parte delle truppe della Repubblica di Pisa insediatesi già nella vicina Carpena. Gli abitanti trasferitisi qui da Roccanera iniziarono a prestare servizio come mezzadri e soldati alle dipendenze dei Conti di Genova. Secondo alcuni documenti storici la costruzione del castello fu iniziata nel 1251. Il borgo di Biassa sorse lentamente addossato alle mura del castello e intorno alla chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena. Fra il XV e XVI secolo il castello perse la sua funzione militare e venne in gran parte riqualificato e trasformato, fino a diventare un vero e proprio palazzo signorile. Molte famiglie abitarono nel castello fra le quali i Biassa, famiglia rimasta celebre nella storia della Spezia e negli annali marinari di Genova e d'Italia.
Con i Conti Malaspina della Lunigiana i Biassa avevano rapporti di amicizia e parentela. Poco si sa di questa famiglia che verso la fine del XV secolo, quando il castello perse la sua importanza militare, si stabilì alla Spezia portando con sé parte dei dipendenti; gli abitanti rimasti si spostarono nella più comoda vallata vicina costituendo così, assieme ad altri che già da tempo vi abitavano, la definitiva residenza che risponde all'odierno paese di Biassa. Nella dimora dei Biassa, la storia dice, furono ospitati illustri personaggi come Caterina de Medici, in viaggio per andare in sposa al figlio del re di Francia; papa Clemente VII, che raggiungeva la suddetta nipote a Marsiglia per le nozze; papa Paolo III, di ritorno da Nizza; l'Imperatore Carlo V, che proprio dal golfo della Spezia partì per la sfortunata impresa in Algeria. Il Castello di Coderone cadde in miseria e fu successivamente utilizzato anche come cimitero, fino ad essere abbandonato del tutto. Il castello è raggiungibile percorrendo uno stretto sentiero che parte dal paese di Biassa e si snoda nel bosco sottostante, il sentiero in salita conduce a un piccolo spiazzo, forse un tempo utilizzato come piazza del paese, le antiche case sono state tutte inghiottite dalla fitta vegetazione e solo le mura del castello sono ancora visibili. Il suo interno è invaso dagli alberi e dai rampicanti, una grata fa intravedere quelli che un tempo erano i sotterranei. La costruzione a pianta quadrata fa pensare a un’opera di confraternite di muratori legate ai Templari e inoltre la vicina chiesa dedicata Santa Maria Maddalena, oggi scomparsa, getta altre ombre sulla reale importanza del luogo. Si pensa che inoltre il sito fosse già nella preistoria considerato sacro e oggi molte teorie si sono sprecate per spiegare le caratteristiche energetiche della rocca. Alcuni studi, condotti utilizzando l’osservazione satellitare, dimostrano che lo sperone di Coderone è uno di quei particolari siti della superficie terrestre in cui le emissioni di energia sono sempre costanti e non variano, come accade normalmente, né con il cambio delle stagioni, né con le variazioni di temperatura, né con il passaggio dal giorno alla notte. Secondo il Prof. Calzolari e il Dott. Di Benedetto nei pressi del castello, in un tratto di strada in discesa, è presente una roccia in parte scavata dall’uomo, dal tratto simile ad una scala, con alla sommità una zona piana sulla quale è posizionata una pietra lunga in direzione della Costa Paradiso (Sella di Carpena), forse un rudimentale strumento per controllare il moto delle costellazioni. Ma il cuore energetico dell'edificio si troverebbe sul muro esterno della Rocca, in una fessura quadrata. A prima vista sembra come se mancasse un mattone, ma poi si capisce che è stata costruita così; da questo buco si dice che esca una potente energia che già all’epoca dei templari era utilizzata per gli scopi più disparati. Alcuni esperimenti realizzati dai Prof. Calzolari, Dott. Di Benedetto con il supporto dell’Ing. Berti, studioso di radiogeoestesia, hanno rilevato flussi di energia: “Da questo buco esce una energia che ha la funzione di aumentare la capacità decisionale, e trasmettere messaggi chiari, ufficiali, indiscutibili.” hanno dichiarato . Chiamato anche “flusso di purificazione” ha potuto coinvolgere anche altri visitatori che, trovandosi dinnanzi a questo punto preciso, hanno avvertito qualcosa di anomalo e difficile da spiegare. E' stato avvertito che nel "buco" la mano si spostasse da sola, inoltre persone particolarmente sensibili hanno dichiarato di sussultare e avvertire forti giramenti nei pressi del masso in prossimità della discesa. Non abbiamo tra le mani risultati scientifici che possano rendere ufficiale l’energia di questo luogo alquanto misterioso, certo è che, nonostante sia in rovina e abbandonato nelle braccia di Madre Natura, continua ad attirare da sempre studiosi o semplici appassionati che spesso affermano di avvertire un’energia particolare. Il castello oggi è in rovina e nessun intervento di manutenzione e conservazione sembra in programma, la vista che offre la rocca è meravigliosa e il luogo, popolato da millenni, meriterebbe più considerazione. Altri link da visitare al riguardo, sono: http://www.cittadellaspezia.com/La-Spezia/Attualita/Biassa-dei-misteri-la-Rocca-di-Coderone-156909.aspx, http://www.liberamenteservo.it/modules.php?name=News&file=print&sid=2252, http://digilander.iol.it/tramonti/coderone_storia.htm

Fonti: http://ontanomagico.altervista.org/templari-5terre.htm, articolo di Maggy Bettolla su http://www.paesifantasma.com/website/biassa-vecchia-e-il-castello-di-coderone/, http://www.terredilunigiana.com/golfodeipoeti/castellocoderone.php, http://it.wikipedia.org

Foto: di pmarse su http://www.panoramio.com e da  www.amalaspezia.eu

lunedì 22 settembre 2014

Il castello di lunedì 22 settembre







ORATINO (CB) - Palazzo Ducale Giordano e Torre

Nel secolo XII il suo nome era "Loretinum" come si legge nel Catalogo dei Borrelli (244); nel secolo XV "Ratino" o "Rateni" che poi divenne "Loratino" ed in ultimo Oratino. Probabilmente un "laureato" originario avrà potuto determinarlo. Lo stemma del Comune, invece, porta nel campo un olmo sormontato dalla mezzaluna e da due stelle, e nel basso le lettere O. R. Esso è scolpito nella facciata del palazzo ducale, e dipinto nell'interno della parrocchiale. La successione feudale di Oratino fu alquanto complessa nel corso delle varie epoche, e non è caratterizzata dalla costante presenza di una sola famiglia, come avvenne in altri borghi. Uno dei primi titolari fu Eustachio d'Ardicourt (1268), cui gli successe il figlio Adamo. I d'Ardicourt vennero probabilmente privati con la violenza di Oratino, in quanto nel corso della revisione feudale del 1279 indetta da Carlo I d'Angiò, risultarono non rintracciabili. Sotto Carlo II d'Angiò, sul finire del Duecento, abbiamo come feudatario tal “Giovanni di Lando”. Fu poi la volta di Pietro di Sus, ciambellano di Re Roberto, e Capitano Generale delle milizie del Regno (1326), la cui unica figlia, Tommasa, moglie di Berardo d'Aquino, non venne mai investita del luogo. La notizia dell'appartenenza di Oratino ai potenti d'Aquino, citata dal Candido Gonzaga non è corretta, in quanto Tommasa di Sus non fu intestataria del feudo. Nell'anno 1333 Oratino apparteneva al demanio per cause ignote. Il 6 giugno del medesimo anno, re Roberto d'Angiò lo conferì alla moglie Sancha d'Aragona, la quale lo conservò sino al decesso (1345). Nel Quattrocento Oratino fu dei d'Evoli, indi dei conti Gambatesa (sino al 1495). Tra detto anno ed il 1507 fu dei di Capua. Ferrante di Capua lo vendette ai baroni Rizzo di Napoli, da cui passò per eredità ai Caracciolo. Successivamente, la famiglia Coscia tenne in dominio Oratino, forse meno di un ventennio. Anteriormente al 1586 il feudo - per vendita fattane da loro - era già da tempo passato a Fabbrizio di Silva. La famiglia di Silva, venuta di recente dalla Spagna, faceva parte del patriziato regnicolo, e trovavasi ascritta al Seggio di Capuana. L'arme: un leone rampante di rosso, coronato, posto in campo d'oro.Non sappiamo se per vendita fattane dai di Silva, o dalla R. Corte in seguito a devoluzione per mancanza di successori, Oratino fu comprata nel 1630 da Ottavio Vitaliano. Nel 1639 - recandosi da Oratino alla fiera di Campobasso del 29 giugno, venne ucciso lungo la via con due colpi d'archibugio tiratigli da dietro una siepe. Il Perrella assegna al delitto la data dell'otto settembre 1651: erronea del tutto (251). Ottavio Vitaliano aveva avuto tre figli dalla Brancia: Ottavio, Girolamo, Antonio. Ottavio ebbe Oratino col titolo ducale che il padre aveva regolarmente ottenuto nel 1638: Girolamo, come utilista, Ferrazzano: Antonio, la terra di S. Croce del Sannio (allora di Morcone): la madre loro Campobasso. Ottavio Vitaliano junior, fece aspro governo del feudo. Nelle gravi perturbazioni del regno negli anni 1647-1648 temendo egli della vita, lasciò Oratino. Il generale del popolo napoletano, Nicolò Manara (253), occupata Oratino, v'istituì gli ordini republicani; ma appena la reazione vicereale prese il sopravvento il duca di Oratino ritornò nel feudo, e vi restaurò i propri poteri. Ottavio non ebbe prole da Francesca Selgato; onde alla morte di lui - avvenuta verso il 1667 - il fratello Girolamo conseguì l'eredità del feudo e del titolo annesso. Il duca Girolamo Vitaliano morì nel 1684, lasciando erede il figlio Antonio procreatogli da Candida Moccia, consorte. Antonio fu il quarto ed ultimo titolare, ed era in vita nel 1699. Egli, dopo pochi mesi di possesso, si disfece del feudo vendendolo a Marcantonio Giordano il quale ebbe ad erede nel feudo il figlio Nicolò. Nicolò a sua volta lasciò successore del feudo il figlio Giovanni Girolamo il quale, con diploma 10 agosto 1729, conseguì il titolo ducale sul feudo. Erede di Giovanni Girolamo fu il nipote Giuseppe, figliuolo del di lui Germano Marcantonio. Giuseppe Giordano ascese a grande notorietà per mecenatismo, per carattere bizzarro e per l'insuperabile stoicità. Morì in Oratino nel 1814. Il titolo di duca di Oratino fu riconosciuto al di lui Germano Antonio, Presidente del Consiglio Generale del Molise nel 1830; ed al costui figlio Federico con R.R. due ottobre 1844. Uno sguardo merita il Palazzo Ducale, nato come castello fortificato nel XIV secolo, trasformato in residenza gentilizia nel XVIII. A testimoniare l'origine quattrocentesca del maniero, e la sua appartenenza ai precedenti feudatari di Oratino, vi è il ricordo del fossato e la presenza di quattro torri angolari, caratterizzate da merli, demolite dal duca Giuseppe Giordano per ammodernare il palazzo secondo il gusto settecentesco. Nel 1805 un terremoto distrusse la dimora: la porzione nord orientale venne riedificata ex novo. Sovrastante l'entrata principale vi è la volta in pietra del luogo “a crociera”: l'archivolto è abbellito da foglie d'acanto scolpite. Attualmente si presenta come una vera e propria residenza signorile; ha una pianta quadrata e presenta un tetto a falde. All'interno vi è un cortile, caratterizzato da un porticato di pregevole fattura, dove s'incontra una cisterna e un lavabo di pietra con uno stemma della famiglia dei Giordano. Sui lati sono presenti altri ingressi e sulle facciate sono presenti diverse finestre. Il soffitto ligneo del loggiato era stato dipinto da Ciriaco Brunetti, opera quasi totalmente distrutta. L'edificio è di proprietà privata. Nei pressi del paese, su di uno sperone roccioso, denominato per l'appunto “La Rocca”, è ubicata un'antica torre, ciò che rimane di un castello e di un borgo annesso medievali, crollati per il terremoto del 1456. La Torre, a pianta quadrata, è alta 12 metri circa, e presenta l'usuale porta elevata rispetto al suolo. Risalente al XII secolo, serviva per controllare la vallata del Biferno. Il torrione e’ caratterizzato da pietre calcaree distribuite in modo irregolare. L’ingresso, come già detto, era sopraelevato rispetto al pavimento per cui l’accesso era consentito solo mediante un ponte levatoio oppure una scala retrattile. L’architrave della porta d’ingresso è contraddistinto da un bassorilievo che rappresenta un gallo inserito in un cerchio. Oltrepassata la porta vi era un corridoio. Internamente la struttura è ripartita in quattro livelli: il basamento con cisterna, il pianterreno e due piani superiori. Il primo piano è illuminato da quattro finestre di forma quadrata. Altre foto della torre al seguente link: http://www.archart.it/italia/Molise/Oratino/index.html

Fonti: http://www.comune.oratino.cb.it/opencms/opencms/StoriaTradizioniCultura/,
http://www.borghitalia.it/pg.base.php?id=5&cod_borgo=776, http://turismo.provincia.campobasso.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/432,  
http://www.amicomol.com/oratino.html, http://it.wikipedia.org

Foto: le prime due, relative al Palazzo Ducale, sono prese dai siti www.simolise.com e http://www.panoramio.com (di Michele Monteleone). La terza, relativa alla Torre, è presa dal sito www.mondodelgusto.it

sabato 20 settembre 2014

Il castello di domenica 21 settembre






PRATO ALLO STELVIO (BZ) - Castel Montechiaro (di Mimmo Ciurlia)

Montechiaro, frazione di Prato allo Stelvio, è dominata dalle imponenti rovine del castello, un tempo baluardo dei Conti di Tirolo contro i principi vescovi di Coira, presenti sul versante opposto della valle. La presenza del castello di Montechiaro viene documentata per la prima volta nel 1228, ma la sua costruzione dev'essere fatta risalire per lo più alla fine del XII secolo. La cinta muraria oggi visibile è quella originaria. Altri edifici in pietra documentati sono la Torre di Ilprando (in tedesco Hiltprandsturm) e la Torre Sud, ridotte a rovine. Durante il XIV secolo, la struttura venne ampliata con un grande palazzo e un edificio secondario (denominato "piccolo palazzo") in stile gotico, ricco di affreschi con tematiche cavalleresche, oggi conservati presso il Tiroler Landesmusuem Fedinandeum di Innsbruck. Dopo la battaglia di Calven (1499), venne ulteriormente rafforzato mediante la costruzione di una nuova cinta muraria merlata e una nuova torre circolare. Allora il castello era infeudato ai signori di Spaur, di cui si conserva a Praga il più antico registro dei beni proprietari del castello, risalente agli anni 1477-1483. Nel 1513 il maniero passò alla famiglia Khuen-Belasi (alla quale appartiene ancora oggi) che, con l'aiuto dell'arcivescovo Johann Jakob Khuen-Belasi, durante il XVI secolo, portò a termine diversi lavori strutturali: al palazzo grande venne aggiunto un ulteriore piano e venne costruita una torre scalare. È sempre di questo periodo la creazione di una cappella sovrastante il portone d'ingresso. I cronisti parlano ancora di una struttura intatta all'inizio dell' Ottocento. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, il fortilizio subì un lento decadimento, al punto che, nel 1908 le opere murali gotiche vennero staccate e portate al Ferdinandeum di Innsbruck, oltreconfine, per poter essere conservate. Nel 1925 il castello, di proprietà privata, veniva descritto in condizione precarie per lo scivolamento a valle dei muri del castello. Un progetto di restauro e consolidamento fu elaborato nel 1950, ma venne in seguito abbandonato dopo averlo semplicemente sgomberato dalle macerie. Nel 1961, sempre a causa del pericolo di uno scivolamento a valle delle murature, il sindaco di Prato allo Stelvio richiese l'esecuzione di opere urgenti e tra il 1962 e il 1965 si avviarono le urgenti opere di consolidamento per le mura di cinta. Altri restauri furono eseguiti tra il 1982 e il 1984 da un'associazione locale e dalla locale soprintendenza. All'interno della costruzione è oggi presente solamente una minima porzione di muratura romanica e le rovine sono caratterizzate dal palazzo rialzato e dal bastione circolare ancora ben conservato. Il castello è visitabile dall’esterno, compatibilmente con le limitazioni dovute ai lavori.

Fonti:  http://it.wikipedia.org e scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net

Foto: di Llorenzi su http://it.wikipedia.org e da www.sentres.com

Il castello di sabato 20 settembre






MILANO – Castello Sforzesco (di Mimmo Ciurlia)

E’, con il Duomo, il monumento più imponente di Milano. Il castello che ammiriamo oggi è il risultato di molti  interventi, dal Trecento ad oggi. La costruzione di una fortificazione con funzioni prettamente difensive fu avviata nella seconda metà del Trecento dalla dinastia viscontea, che deteneva la signoria di Milano da quasi un secolo, da quando, cioè, nel 1277 l'arcivescovo Ottone Visconti aveva sconfitto nella battaglia di Desio e cacciato da Milano il precedente Signore, Francesco Mucillo. Nel 1354 l'arcivescovo Giovanni Visconti, morendo, lasciò in eredità il ducato ai tre nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. L’antico fortilizio venne edificato come rocca difensiva negli anni fra il 1360 e il 1370 da Galeazzo II Visconti, ed è chiamato "di Porta Giovia", dal nome dell'antico ingresso della cinta delle mura romane dedicato a Giove, perché costruito lungo le mura medievali di Milano, delle quali ingloba l'omonima porta. I lavori vennero proseguiti dai successori Gian Galeazzo e Filippo Maria che ampliarono l'edificio. Il risultato è un castello a pianta quadrata, con i lati lunghi 200 m, e quattro torri agli angoli, di cui le due rivolte verso la città particolarmente imponenti, con muri perimetrali spessi 7 m. La costruzione divenne così dimora permanente della dinastia viscontea, per essere poi distrutta nel 1447 dalla neonata Aurea Repubblica Ambrosiana, fondata dai nobili milanesi dopo l'estinzione della dinastia viscontea avvenuta con la morte senza eredi legittimi del duca Filippo Maria. Tre anni più tardi, nel 1450, Milano accolse come nuovo Signore della città il condottiero Francesco Sforza, grande generale e consorte dell'ultima Visconti, Bianca Maria, unica figlia, illegittima, di Filippo Maria. Iniziò così la riedificazione del castello, fortezza che risorse sulle fondamenta viscontee, “ingentilita” verso la città. Nel 1452 fu affidato all'architetto fiorentino Antonio Averlino detto il Filarete, il compito di realizzare la spettacolare torre mediana  dell'orologio che  tuttora viene chiamata Torre del Filarete. Alla morte di Francesco Sforza, gli successe il figlio Galeazzo Maria che fece continuare i lavori dall'architetto Benedetto Ferrini. In questi anni fu avviata una grande campagna di affreschi delle sale della corte ducale, affidata a vari pittori, di cui l'esempio più pregevole è la cappella ducale cui lavorò Bonifacio Bembo. Fu così che una parte interna del castello, rivolta verso il parco, assunse l'aspetto di una residenza signorile: è la Corte Ducale, affiancata dal complesso fortificato quadrato della Rocchetta. Quest'ultima, vera e propria rocca nella rocca, è dotata di un'alta torre, detta "di Bona" costruita nel 1476, da Bona di Savoia, vedova di Galeazzo Maria Sforza. Nel 1494 salì al potere Ludovico il Moro e il castello divenne sede di una delle corti più ricche e fastose d'Europa, alla realizzazione della quale furono chiamati a lavorare artisti come Leonardo da Vinci (che affrescò diverse sale dell'appartamento ducale, insieme a Bernardino Zenale e Bernardino Butinone) e il Bramante (forse per una ponticella per collegare il castello alla cosiddetta strada coperta), mentre molti pittori affrescarono la sala della balla illustrando le gesta di Francesco Sforza. Di Leonardo resta in particolare la pittura di intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce nella Sala delle Asse, del 1498, mentre nulla rimane del colossale monumento equestre a Francesco Sforza, distrutto dai Francesi prima di essere completato. Alla caduta del Moro e all'arrivo dei nuovi dominatori francesi, nel 1499, seguirono anni di battaglie, assedi e occupazioni del castello, che subì saccheggi e distruzioni. In questo periodo convulso, nel giugno 1521, la Torre del Filarete, utilizzata come deposito di munizioni, esplose a causa di un fulmine, provocando morti e danneggiando l'intera struttura. Ritornato al potere e al castello, Francesco II Sforza ristrutturò e ampliò la fortezza, adibendone una parte a sontuosa dimora della moglie Cristina di Danimarca. Nel 1526, Milano fu definitivamente sottomessa al dominio spagnolo e con esso anche il castello che nel 1535 (governatore Antonio de Leyva) perse il ruolo di dimora signorile, che passò al Palazzo Ducale, e divenne il fulcro della nuova cittadella, sede delle truppe militari iberiche: la guarnigione era una delle più grandi d'Europa, variabile da 1000 a 3000 uomini, con a capo un castellano spagnolo. Nel 1550 cominciarono i lavori per il potenziamento delle fortificazioni, con l'aiuto di Vincenzo Seregni: fu costruito un nuovo sistema difensivo di pianta prima pentagonale e poi esagonale (tipica della fortificazione alla moderna): una stella a sei punte portate poi a 12 con l'aggiunta di apposite mezzelune. Le difese esterne raggiunsero così la lunghezza complessiva di 3 km, e coprivano un'area di circa 25,9  ettari. Le antiche sale affrescate furono adibite a falegnameria e a dispense, mentre nei cortili furono costruiti pollai in muratura. All'inizio del Seicento l'opera fu completata con fossati, che separarono completamente il castello dalla città, e la "strada coperta". Dopo la conquista austriaca del 1706, per mano del grande generale Eugenio di Savoia, l'edificio mantenne, per circa un secolo, funzione rigorosamente militare, a più riprese restaurato fino all'arrivo delle truppe napoleoniche nel 1796, durante le quali l'antica fortezza  subì gravi danni. Già nello stesso 1796 era stata presentata una prima petizione popolare, che richiedeva l'abbattimento del castello, interpretato quale simbolo dell'antica tirannide. I cittadini ne mutilarono i torrioni e ne scalpellarono gli stemmi sforzeschi. Con decreto del 23 giugno 1800 Napoleone ne ordinò, in effetti, la totale demolizione. Essa venne realizzata a partire dal 1801, solo in parte per le torri laterali e in toto per i bastioni spagnoli, esterni al palazzo sforzesco, di fronte alla popolazione esultante e l'antico castello fu destinato ad alloggio per le truppe: le sale affrescate al piano terreno della Corte Ducale vennero addirittura adibite a stalle. Non migliorarono le condizioni dell'edificio all'epoca della Restaurazione (1815-1859): sede della guarnigione austriaca durante le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848), il castello fu saccheggiato dal popolo, in rivolta contro gli odiati dominatori. Milano e il Regno Lombardo-Veneto furono annessi nell'Impero d'Austria, sotto il dominio dagli austriaci del Bellegarde e il castello venne arricchito di cortine, passaggi, prigioni e fossati, diventando tristemente famoso perché durante la rivolta dei milanesi nel 1848 (le cosiddette Cinque giornate di Milano), il maresciallo Radetzky diede ordine di bombardare la città proprio con suoi cannoni. Durante i tragici avvenimenti delle guerre d'indipendenza italiane, gli austriaci si ritirarono per qualche tempo e i milanesi ne approfittarono per smantellare parte delle difese rivolte verso la città. Quando nel 1859 Milano fu definitivamente in mano sabauda e dal 1861 parte del Regno d'Italia la popolazione invase il castello, derubando e saccheggiando in segno di rivalsa. Circa 20 anni dopo, il castello fu oggetto di dibattito: molti milanesi proposero di abbatterlo per dimenticare i secoli di giogo militare e soprattutto per costruire un quartiere residenziale estremamente lucroso. Tuttavia prevalse la cultura storica e l'architetto Luca Beltrami lo sottopose a un restauro massiccio, quasi una ricostruzione, che ebbe come scopo far tornare il castello alle forme della signoria degli Sforza. Il restauro terminò nel 1905, quando venne inaugurata la Torre del Filarete, ricostruita in base a disegni del XVI secolo e dedicata a re Umberto I di Savoia, assassinato pochi anni prima. La torre costituiva anche il fondale prospettico della nuova via Dante. Nella vecchia piazza d'armi vennero inoltre messe a dimora centinaia di piante nel nuovo polmone verde cittadino, il Parco del Sempione, giardino paesaggistico in stile inglese. Il Foro Bonaparte venne ricostruito a scopo residenziale anteriormente al castello. Nel corso del XX secolo il castello venne danneggiato e ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale; negli anni Novanta fu costruita in Piazza Castello una grande fontana ispirata ad una precedentemente installata sul posto che era stata smantellata negli anni Sessanta durante i lavori per la costruzione della prima linea della metropolitana e non più rimessa dopo il termine dei lavori. Nel 2005 si è concluso l'ultimo restauro di cortili e sale. Il quadrilatero attuale del castello racchiude l'ampia piazza d'armi, il corpo dell'edificio che fronteggia l'ingresso principale e la torre mediana è interrotto dalla torre di Bona di Savoia. Antistante vi è il fossato morto, parte dell'antico fossato medievale in corrispondenza del quale sono le fondazioni del castello di porta Giovia. Una porta introduce al cortile della Corte Ducale, di forma rettangolare e con un porticato sui tre lati. La facciata posteriore è la più antica, trovandosi in corrispondenza dei fabbricati di epoca trecentesca innalzati da Galeazzo Visconti. È divisa in due dalla Porta del Barco, come era detta la zona boschiva situata nell'area dell'attuale corso Sempione, adibita a riserva di caccia. Sul fianco destro del Castello si apre la Porta dei Carmini, mentre più indietro si trova la cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro, una struttura a ponte che collegava gli appartamenti ducali alle mura esterne oggi scomparse. Le sue linee esterne, di purezza  geometrica e grazia rinascimentale, si staccano nettamente dal resto della costruzione. Il suo progetto è infatti attribuito, pur senza riscontri certi, a Donato Bramante, che fu alla corte del Moro dalla fine degli anni settanta del Quattrocento. La sua fronte principale è costituita da una lunga loggia che ne occupa l'intera lunghezza, con un'alta trabeazione retta da esili colonnette in pietra liscia. Nelle salette di questo ponte, come narrano le cronache dell'epoca, si rinchiuse Ludovico a seguito del lutto per l'amatissima moglie Beatrice d'Este, (per questo motivo deriva la loro denominazione "Salette Nere"). Sul fianco sinistro, oltre la Porta di Santo Spirito, si trovano invece i resti di un rivellino che apparteneva alle fortificazioni della Ghirlanda, i cui resti sono in parte visibili anche nel lato prospettante su Parco Sempione. La rocchetta è difesa da due torri: la torre di Bona di Savoia, fra la rocchetta e la piazza d'armi, e la torre del tesoro o della Castellana, all'angolo ovest del castello. La torre detta di Bona fu costruita nel 1477, durante la reggenza della duchessa piemontese rimasta vedova a seguito dell'assassinio del marito avvenuto il 26 dicembre dell'anno precedente, come è ricordato sul grande stemma in marmo apposto sulla torre. Essa appartiene alle opere di difesa costruite nel periodo di incertezza politica coincidente con il governo di Cicco Simonetta e della duchessa Bona, per conto del figlio Gian Galeazzo di soli sette anni. All'angolo opposto, la torre della Castellana fu detta anche del Tesoro in quanto nelle sale al piano terreno veniva appunto custodito il tesoro del ducato, consistente in monete e metalli preziosi, opere di oreficeria e gioielli descritti dagli ambasciatori dell'epoca che ne erano ammessi alla visita. A custodire la sala è un affresco con la figura di Argo, mitologico guardiano che non dormiva mai, chiudendo solo due alla volta dei suoi cento occhi. L'opera rinascimentale, che ha purtroppo perso la testa durante un rifacimento della volta della sala, risale alla fine del quattrocento ed è stata variamente attribuita a Bramante o al suo allievo Bramantino. Gli appartamenti dei Duchi ed il fulcro della vita di corte in epoca rinascimentale erano situati in quella che oggi è detta Corte Ducale. La corte ha forma a U, e occupano l'area nord del castello. Essa fu edificata e decorata nella seconda metà del Quattrocento principalmente ad opera di Galeazzo Maria Sforza, che qui venne a risiedere a seguito del suo matrimonio con Bona nel 1468 fino alla sua morte, e di Ludovico il Moro che vi risiedette durante tutto il ventennio del suo ducato. Benché danneggiata e alterata nei quattro secoli successivi in cui fu trasformata in caserma, i restauri ottocenteschi ne hanno ricostruito l'aspetto e le decorazioni rinascimentali. i due lati più lunghi del cortile si presentano ricoperti da intonaco chiaro con decorazioni a graffio, su cui si aprono sui due piani monofore a ogiva con cornici in cotto decorate, restaurate sulla base dei calchi delle cornici meglio conservate. La parete di fondo è occupata dal cosiddetto Portico dell'Elefante, un armonioso porticato retto da colonne in pietra che ospita uno sbiadito affresco raffigurante animali esotici fra cui un leone e, appunto, un elefante. Sotto il portico è oggi posta la lapide, in caratteri latini, che sorgeva di fronte alla "Colonna infame" nell'odierna piazza Vetra, costruita nel 1630 e demolita nel 1778. La colonna fu eretta sul luogo della casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente accusato di avere diffuso la peste come "untore", e per questo torturato e giustiziato, come fu descritto da Alessandro Manzoni nella sua “Storia della colonna infame”. L'accesso al secondo piano avviene attraverso una scalinata posta a fianco della porta del Barco, costruita a piccole rampe in modo da poter essere percorsa anche a cavallo, che conduce alla Loggia di Galeazzo Maria, un elegante loggiato retto da eleganti ed esili colonnine, aperto sulla corte. Sul muraglione che divide la corte ducale dalla Rocchetta, è una piccola fontanella di gusto rinascimentale decorata con le imprese sforzesche e Viscontee. Un'atra fontana, a doppia vasca, in cotto, si trova nel cortiletto omonimo, scolpita su modello di un'acquasantiera della collegiata di Bellinzona. La parte del castello più inespugnabile è invece la Rocchetta, nella quale gli Sforza si rifugiavano in caso di attacco. È costituita da una corte quadrata, con quattro lati dell'altezza di cinque piani. Originariamente aveva un solo ingresso, costituito da un ponte levatoio che scavalca il fossato morto permettendo l'accesso dalla piazza d'armi. Lo stretto passaggio verso la corte ducale fu aperto solo successivamente. I quattro lati della corte non sono uniformi né per stile e decorazione, né per epoca di costruzione. Le prime due cortine a sorgere furono quelle verso l'esterno del castello, e presentano un prospetto omogeneo. Un ampio portico corre a pian terreno sostenuto da colonne in pietra che reggono arcate a tutto sesto, mentre al di sopra si elevano tre ordini di finestre: una prima fascia di piccole aperture rettangolari, seguita da una fascia di ampie monofore ad ogiva ed un'ultima di monofore in scala minore, entrambe con cornici in cotto. Le ultime due ali, aggiunte all'epoca del Moro, presentano prospetti differenti: il lato verso la corte ducale è anch'esso porticato, presenta un quarto ordine di aperture, mentre il lato verso la piazza d'armi, non porticato, è caratterizzato da una fascia di archetti sostenuti da mensole in pietra. I recenti restauri hanno portato alla luce le originali decorazioni a graffio dell'intonaco delle facciate, e le cornici ad affresco delle aperture che simulano decorazioni in cotto. Di particolare bellezza sono gli affreschi a motivi decorativi sulle volte, ed i capitelli in pietra. Il Castello Sforzesco ospita le Civiche Raccolte d’Arte con la Pinacoteca del Castello Sforzesco che custodisce capolavori del Canaletto, del Mantegna, del Bellotto e molte altre opere, il Museo d'Arte Antica che raccoglie 12 secoli di scultura, lombarda e non, dal IV al XVI secolo. Qui è possibile ammirare la "La Pietà Rondinini" di Michelangelo (1475-1564); le Civiche Raccolte d’Arte Applicata con il Museo degli Strumenti Musicali che custodisce strumenti realizzati tra il XV e il XX secolo, quello delle Arti Decorative, il Museo della Preistoria e Protostoria e il Museo Egizio dove si rimane incantati alla vista del "Libro dei morti", dei sarcofagi e delle mummie. All'interno del Castello Sforzesco è conservata anche un'altra importante opera di Leonardo, in genere non visibile al pubblico: il Codice Trivulziano, nella Biblioteca Trivulziana, che tratta specialmente di architettura militare e religiosa.


Foto: entrambe sono cartoline della mia collezione