venerdì 30 settembre 2022

Il castello di venerdì 30 settembre

 



GUIDONIA MONTECELIO (RM) - Castell'Arcione

Questo castello, il più importante tra Tivoli e Roma per il controllo della via Tiburtina, sembra essere stato edificato nel secolo XIII dai Capocci, allora i più potenti baroni della zona, e il suo nome gli viene forse da un Arcione Capocci, attestato da documenti del 1255. Alla fine del XIII secolo il castello fu occupato dai Colonna di Riofreddo, che avevano parteggiato per Bonifacio VIII contro quelli di Palestrina, ma fu poi restituito ai Capocci. Nel 1406 Luigi Capocci, essendosi schierato con Ladislao di Napoli contro Innocenzo VII, si vide privato di tutti i suoi feudi e il castello fu preso da un capo delle bande di briganti al soldo del pontifice, Ceccolino, il quale se ne servì per proprio conto tiranneggiando i viandanti e il traffico sulla via Tiburtina. I Tiburtini, non potendo sopportare questa situazione, assalirono questa roccaforte, diventata covo di briganti, e dopo averla conquistata la demolirono parzialmente e nel 1435 Castell'Arcione fu assegnato dal Papa in feudo agli Orsini per meriti di guerra. Alla fine del secolo XV il castello cadde definitavamente in rovina e diventò il centro di una vasta proprietà rurale. Il suo territorio venne diviso in due parti, di cui una, verso Roma, nel cui perimetro si trovava Tor Pattume e la basilica di Santa Sinforosa, fu venduta dagli Orsini ad Agostino Maffei; l'altra parte, che comprendeva l'ex castello, passò nel XVI secolo alla famiglia del Cardinale Santacroce, poi ai Maffei e infine nel 1622 ai Borghese. Nel 1850 la parte dei Maffei venne venduta a Pio Grazioli, che dal matrimonio con Caterina Lante di Montefeltro Della Rovere, ebbe una figlia, Maria che convolò in nozze con Felice Borghese. La proprietà fu finalmente unita. Occorre giungere ai tempi del fascismo per trovare il castello di proprietà alla famiglia Bonatti di Tivoli e nel 1935 entrò in possesso di una famiglia legata al partito fascista: i Del Fante, che la detengono tuttora. I resti del castello furono restaurati da questi due ultimi proprietari secondo criteri che permettono di farsi un'idea delle dimensioni e linee generali di come doveva essere il castello medioevale nella Campagna Romana.

Fonti: Articolo di Ezio Curti su https://m.facebook.com/109681020715860/photos/a.121589529525009/178420040508624/, http://www.guidoniatimes.it/le-bellezze-di-guidonia-castellarcione/

Foto: la prima è presa da http://www.guidoniatimes.it/le-bellezze-di-guidonia-castellarcione/, la seconda è presa da http://www.fontenovesi.it/cultura/storia/4-giacimenti-di-cultura-a-fonte-nuova-corsa-per-tutelare-l-oro-dell-intelletto

giovedì 29 settembre 2022

Il castello di giovedì 29 settembre



FRONTINO (PU) - Castello

È l'Antico Castrum Frontini, forse di derivazione romana, che è ricordato nel diploma di Ottone IV del 7 Ottobre 1209. Subì diverse vicissitudini nella sua storia. Nel 1305 divenne dominio dei Brancaleoni di Castel Durante e quindi dei Della Fagiola, poi nel 1355 restituito alla Santa Sede quando i Frontinesi giurarono fedeltà nelle mani del cardinale E. Albornoz. Nel 1440 apparteneva ad Antonio di Montefeltro e in seguito a Federico, Conte, poi Duca di Urbino. Nel 1522 il Castello, sotto la guida del Capitano Vandini, sostenne vittoriosamente l'assedio dei Fiorentini al comando di Giovanni Delle Bande Nere. Frontino rimase poi sempre fedele al Ducato dei Montefeltro. Il castello che ha respinto i Malatesta e vinto l’assalto di Giovanni delle Bande Nere è arroccato su uno sperone che domina la valle del Mutino. Alte mura, torri, stradine e piazzette lastricate di ciottoli del torrente Mutino, fiori e piante lungo le case a schiera, gatti tranquilli accolgono il visitatore. Gli elementi più antichi ancora oggi visibili sono la torre civica, sentinella del palazzo comunale, il torrione che presidia le mura castellane, il nobile e quattrocentesco Palazzo dei Malatesta (conosciuto in passato come Palazzo Vandini e oggi adibito a struttura turistica, https://roccadeimalatesta.it/) che, in realtà, indossa lo stile dell’Umanesimo e del Rinascimento. La particolarità dell'edificio è che, in passato, le sue cantine con volte a crociera erano collegate attraverso un corridoio sotterraneo al Mulino di Ponte Vecchio, con la sua torre difensiva, che attualmente ospita il Museo del Pane in cui sono esposte attrezzature ed utensili artigianali e una sequenza di pannelli che spiegano la storia del pane e dell’arte molitoria. Di particolare interesse il locale in cui è ancora in funzione un antico impianto funzionante ad acqua. Elemento caratterizzante della cittadina è senz’altro la sua trecentesca Torre Civica. Essendo ricoperta d’edera ad ogni stagione cambia colore: dal verde brillante della primavera al rosso intenso dell’autunno. Proprio ai piedi della torre vi è una piazzetta con una targa che ricorda un evento storico fondamentale per il borgo: la Battaglia dei Coppi. Come suggerisce il nome gli abitanti del borgo pur di difenderlo dal nemico, ovvero l’esercito di Sigismondo Pandolfo Malatesta, hanno tirato di tutto, fino alle tegole delle proprie abitazioni. Il duca Federico da Montefeltro, fu così colpito dal coraggio e dalla fedeltà dimostrata da esentare il borgo dal pagamento delle tasse per dieci anni. Un’altra torre contraddistingue il piccolo centro storico di Frontino. Una torre poligonale edificata per scopi difensivi nel corso del XV secolo. Si trova nel Piazzale Leopardi, sulla punta opposta della città rispetto al suo municipio. Da qui, salendo le scale, si può ammirare la vista del panorama sul borgo e sulle zone circostanti. Altri link suggeriti: https://www.facebook.com/fabiofermi62/videos/frontino-borghi-pi%C3%B9-belli-ditalia-nelle-marche-comune-di-frontino-pu/272995860621976/ (video di Fabio Fermi), https://www.youtube.com/watch?v=kaZiMoCh4N4&t=21s (video di La Luna di Carta), https://www.youtube.com/watch?v=6OoqGJSYHtA (video di Piccola Italia), https://www.youtube.com/watch?v=pssHJtXS6WA (video di Nove Rocche), https://prolocopesarourbino.it/la-torre-civica-di-frontino/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Frontino_(Italia), https://borghipiubelliditalia.it/borgo/frontino/#1480496820077-2b27c1ff-e93b, https://www.borghistorici.it/marche/frontino/, https://trottoleinviaggio.com/visitare-frontino-cosa-fare-in-uno-dei-borghi-piu-belli-marche/, https://www.lemarche.com/comuni/frontino/

Foto: la prima è presa da https://www.appenninoromagnolo.it/comuni/frontino.asp, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frontino-pu/

mercoledì 28 settembre 2022

Il castello di mercoledì 28 settembre




LAURO (AV) – Castello Lancellotti

Durante le diverse vicende storiche della Campania, Lauro con il suo castello rappresentò un importante feudo marchesale, soprattutto per la sua posizione strategica al centro di importanti vie di comunicazione. Di origine longobarda-normanna, il castello è citato per la prima volta in un documento del 976, dove si parla di un “Castel Lauri”. Il suo primo proprietario fu un certo Raimondo, in seguito divenne proprietà di diverse nobili famiglie succedutesi nelle varie epoche. Nel periodo normanno il feudo divenne contea e fu poi donato nel 1115 al conte di Caserta Roberto Sanseverino. Nei registri della cancelleria Angioina nel repertorio del 1277, troviamo la prima testimonianza che allude con chiarezza all’esistenza del Castello. Nel documento si evince che esso fu concesso a Margherita de Toucy, cugina di re Carlo I d’Angiò. Il feudo restò ai Sanseverino fino al 1268, anno in cui divenne contea ad opera di Roberto d’Angiò e fu concesso a Guglielmo de Beaumont. Nel periodo svevo-angioino (XII-XIV sec.) precisamente nel 1278 il castello passò alla dinastia dei conti di Avellino, i Del Balzo. Nel periodo aragonese, il maniero passò agli Orsini conti di Nola (1352). Successivamente, la contessa Maria Sanseverino, vendette il Castello alla famiglia Pignatelli (per l’esattezza al capostipite Scipione I) nel periodo del vicereame spagnolo (XVI-XVIIsec.). Il periodo più fastoso del castello risale proprio al dominio dei Pignatelli. Scipione II nel 1583 diede avvio alla costruzione dei giardini del castello, con sfarzosi giochi d’acqua. Lo stesso realizzò il torrione con scalone che metteva in comunicazione l’intero castello con gli stessi giardini (l’attuale piazza Lancellotti). A partire dal 1632 il castello passò a Scipione II della famiglia romana dei Lancellotti, assumendone il nome e restando loro proprietà ancora oggi. Successivamente nel 1726 i marchesi Lancellotti ottennero il titolo di principi “ad honorem” dall’imperatore Carlo V. Nel 1799 fu incendiato dalle truppe francesi, giunte a Lauro per sedare i tumulti che seguirono all’instaurazione della Repubblica Partenopea. Fumante dalle ceneri, il castello fu abbandonato per oltre mezzo secolo. L'edificio, che appare oggi così come fu ricostruito nel 1872 dal principe Filippo Lancellotti (figlio adottivo di Orazio Maria III Lancellotti e di Giuseppina Massimo), fu inaugurato in quello stesso anno nel giorno della festa dei santi patroni il 25 agosto, e si presenta in uno stile architettonico composito gotico, rinascimentale, neoclassico e barocco. L’intero complesso si presenta a pianta trapezoidale dotato di un circuito di mura merlate e torri con finestre barocche, feritoie e altri elementi. A colpire lo sguardo è l’imponenza delle torri quadrangolari, fra cui spicca quella principale che supera i 16 metri di altezza e che svolgeva la funzione di primo luogo di difesa in caso di attacco. Al castello si accede attraverso un portale ad arco che immette in un ampio cortile. L’edificio si erge in un piccolo ed elegante giardino dell'Ottocento, con al centro una fontana circolare, che in precedenza faceva parte di un grande parco seicentesco poi distrutto durante gli eventi del 1799. Alla destra del portale ligneo rinascimentale, è la scuderia che conserva una notevole statua seicentesca. Sul fondo un piccolo portale introduce al giardino segreto, mentre alle spalle sono situati la cappella di famiglia e parte degli appartamenti privati. L’interno dell’edificio si distingue per la ricchezza degli ambienti, tra cui si segnalano anche la sala della musica, la sala d’armi, il salone rosso, la farmacia e la biblioteca (che può annoverare più di mille volumi, fra cui opere di Cicerone, Tacito, Seneca, Dante, Manzoni e i libri mastri della famiglia). Di fronte al viale un breve ponte unisce la corte alla dimora. In tempi più recenti, il maniero ha inoltre fatto da sfondo al film “Il Maestro di Don Giovanni” (1953) con due star internazionali come protagonisti: Gina Lollobrigida ed Errol Flynn. Oggi, il Castello Lancellotti è aperto al pubblico gran parte dell’anno, offrendo la possibilità di visite guidate ai giardini e agli ambienti nobiliari a turisti occasionali, gruppi organizzati e scolaresche. Si presta bene come palcoscenico per spettacoli teatrali e musicali, ma anche come set cinematografico e fotografico (spesso scelto da case di moda e altri che vogliono sponsorizzare i loro prodotti in maniera originale e suggestiva). Altri link sugg, https://ecampania.it/event/viaggio-nella-storia-al-castello-lancellotti-lauro/eriti: https://www.youtube.com/watch?v=dReBeGimY4s (video di Castelli d'Irpinia), https://www.tiportoanapoli.it/castello-lancellotti-lauro-visita-guidata/, http://www.prolauro.it/Home/monumenti/3-castello-lancellotti, https://www.youtube.com/watch?v=kkpUQ82aa-4 (video di Pio Stefanelli), https://www.youtube.com/watch?v=z2-xEIdcuoc (video di ProLauro), https://www.youtube.com/watch?v=JwiHVw0eK-k (video di Rossano Sergio Boglione)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lauro_%28Italia%29, https://www.museodeicastelli.it/castelli/lauro-castello-lancellotti/, testo di Tommaso Perna su https://lauroturismo.it/castello-lancellotti-lauro/, https://www.progettostoriadellarte.it/2017/03/15/il-castello-lancellotti-di-lauro/ (da visitare per approfondimento), https://www.dimorestoricheitaliane.it/dimora/castello-lancellotti/?lan=it

Foto: la prima è della mia amica Romina Berretti, mentre la seconda è di @freccia999 su http://www.paesaggiirpini.it/foto/lauro/castello-lancellotti/3275/

martedì 27 settembre 2022

Il castello di martedì 27 settembre




SCHEGGIA E PASCELUPO (PG) - Torre civica

Il paese di Scheggia sorge sulle sponde del torrente Sentino, alle pendici del Monte Calvario e Le Pianelle sulla strada Flaminia. Nella Tabula Peutingeriana degli inizi del III secolo, la località, situata sull'antica via Flaminia a 134 miglia da Roma nel punto in cui la strada valicava gli Appennini, è segnata come ad Ensem. Vi si trovava probabilmente una stazione per il cambio dei cavalli (mutatio). Nei pressi sorgeva il santuario oracolare di Giove Appennino. Dopo essere appartenuta, in età medievale, a Gubbio, passò ai Montefeltro per poi essere incorporata nello Stato Pontificio. Scheggia è ancora classificata provincia di Pesaro ed Urbino in data 1813 all'interno del catasto gregoriano. Il comune, già denominato Scheggia, assunse nel 1878 l'attuale nome in seguito all'aggregazione, nello stesso anno, del comune di Pascelupo. Il catasto gregoriano del 1813, conservato nell'archivio di stato di Roma, fornisce numerose informazioni riguardo alla struttura urbana del centro abitato, sulle destinazioni d'uso degli edifici e sull' utilizzo del suolo. Scheggia aveva sei torri, chiaramente rappresentate, seppure schematicamente, insieme alle mura ed alla porta dell’angolo sudorientale della cerchia muraria (quest’ultima anche nella carta della Diocesi di Gubbio del Giorgi, del secolo XVI), in una carta della Biblioteca Apostolica Vaticana (Codice Barberino Latino 4434, f. 66 r.). Una di esse (già nel secolo XVII adattata a torre campanaria) era corrispondente all’attuale campanile, in cui si vedono ancora due bocche da fuoco per archibugi, una seconda, ora mutila, si identificava, invece, con l’attuale sede della Croce Rossa, mentre, la terza, era, naturalmente, quella “maestra” (in pietra arenaria della Salita della Lama), altissima, bastionata e spettacolare, nella quale ha trovato degna quanto insolita collocazione la sede comunale: una delle più belle torri, con tanto di gogna, dell’intera fascia appenninica. La città aveva, poi, altre importanti torri sparse per il territorio castellano: una, trecentesca molto alta e tuttora presente, a difesa dell’abbazia di Sant’Emiliano, un’altra a guardia del lato meridionale del castello di Pascelupo (ora mutila e trasformata in abitazione civile) ed una terza, antichissima e poderosa, con tanto di barbacane, a difesa dell’eremo di Monte Cucco o di quanto ad esso preesisteva, forse un presidio militare dell’Ordine religioso e cavalleresco dei Templari. Una quarta torre di vedetta sorgeva, assai significativamente, nella località La Torretta. I suoi ruderi testimoniano come essa fosse costituita da pietra arenaria. Una tradizione popolare vuole che, dalle diverse torri della curia del castello di Scheggia, in caso d’allerta, fossero repentinamente scambiati segnali sonori (grida) e visivi (fumo) d’allarme. Il centro del paese (escludendo le adiacenti espansioni edilizie avvenute dal 1950 in poi) è costituito da un vero e proprio nucleo centrale, agglomerato e compatto (dentro le mura) e da una seconda zona esterna chiamata ancora oggi “Il Borgo” (fuori le mura) che si sviluppa lungo l’odierna via Sentino. Ancora intatto si trova “l’arco etrusco” così erroneamente e comunemente denominato, che rappresenta una delle antiche porte medievali di accesso dell’antico castello.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Scheggia_e_Pascelupo, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-scheggia-scheggia-pascelupo-pg/

Foto: la prima è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-scheggia-scheggia-pascelupo-pg/, la seconda e la terza (altra torre adattata a campanile) sono prese da http://www.galaltaumbria.it/project/scheggia-e-pascelupo/

Il castello di lunedì 26 settembre



GERENZAGO (PV) - Castello

Nel XII secolo appare come Gerençagus o Zerenzagus. È citato nel diploma del 1164 con cui l'imperatore Federico I assegna alla città di Pavia la giurisdizione sulla Lomellina, l'Oltrepò Pavese e anche alcune località del Pavese, come Gerenzago, che forse non appartenevano a Pavia dai tempi più remoti. Apparteneva alla Campagna Sottana pavese, fu signoria dei Capitani di Villanterio e dal XV secolo fece parte della squadra (podesteria) del Vicariato di Belgioioso (di cui era capoluogo Corteolona), infeudato dal 1475 a un ramo cadetto degli Estensi confluito per matrimonio nel 1757 nei principi Barbiano di Belgioioso. Il castello di Gerenzago è una massiccia costruzione quadrata che conserva ancora l’antica architettura feudale (secondo il De Bernardi e Mons. Gianani è stato completato nel 1400). Il portone d’accesso reca i segni del ponte levatoio, il cortile ha il pavimento di mattoni messi a costa. Una scala esterna porta ad un terrazzo con pregevole balaustra in legno. Si possono vedere alcune belle finestre del ‘500 e il cupo colore delle antiche muraglie. Due lati del castello conservano i resti di torricelle e qualche tratto della vecchia merlatura. Ancora nel secolo scorso, in autunno, i vecchi fossati che servivano da difesa del castello si riempivano d’acqua restituendo alla rocca il suo aspetto medievale. La prima edificazione di un castrum a Gerenzago è presumibilmente da farsi risalire al tempo delle terribili incursioni degli Ungari i Italia, e cioè alla prima metà del secolo decimo. Vescovi, signori feudali, ricchi possidenti si affrettarono a costruire castelli nelle loro terre. Il Vescovo di Pavia fortificò Cilavegna in Lomellina. Fortificazioni innalzarono la Badessa di Santa Maria Teodote di Pavia e la Badessa di Santa Giulia di Brescia, le cui possessioni nel 905 – 906 erano ancora del tutto sguarnite. Altrettanto fece l’Abate di san Pietro di Laus Pompeia (Lodivecchio). Castelli comparvero un po’ dappertutto ed anche le campagne si munirono di fortilizi. Il moltiplicarsi frenetico delle opere di difesa attesta come le popolazioni fossero profondamente turbate dall’immane realtà di saccheggi, di rovine, di massacri. L’esercito Ungaro comparve nel 924 sotto le mura di Pavia, la cinse d’assedio e la incendiò. Case private, palazzi, il Palazzo Regio, tutto andò distrutto. Perirono tra le fiamme migliaia di abitanti, fra i quali anche il Vescovo della città. Anche in successive incursioni gli invasori scorrazzarono quasi indisturbati per il Paese massacrando, devastando e incendiando con una furia tremenda. I monasteri subirono danni gravissimi. Pochi furono i monaci che poterono mettersi in salvo nei boschi e nascondere le Sacre Reliquie ed i Tesori della Chiesa. Molti di questi castelli sono scomparsi, altri sono ridotti a miseri resti; ma alcuni, come quello di Gerenzago, sono sopravvissuti all’opera dissolvitrice ed inesorabile dei secoli, sia pure attraverso molti rimaneggiamenti e trasformazioni che hanno profondamente modificato la loro fisionomia. Da alcune fonti risulta l’esistenza del Castello di Gerenzago già nel 1039. In un documento del 23 dicembre di quell’anno (Codice Diplomatico Laudense) si legge che Ildebrando da Comazzo e la consorte Rolenda fecero solenne donazione di molti beni al monastero di San Vito da loro fondato presso Castiglione d’Adda, nel lodigiano. San Vito ora è una piccola frazione di Camairago. Tra le terre donate è menzionata anche la Corte di Gerrenzago sita “…ultra fluvium Lambro, curte qui nominatur Gerentiaco tota cum omni conditione vel onore et medietatem ville qui dicitur Lanterii que est sibi proxima…”. Le terre di Gerenzago sono citate nel Privilegio Imperiale col quale Federico Barbarossa concesse alla città e contea di Pavia il potere di nominare i consoli che governavano la città e concesse alla stessa regalie sopra circa 90 terre situate nell’Oltrepò, in Lomellina e nella Lombardia ove è compresa anche la terra di Gerenzago (Carlo Dell’Acqua: Villanterio – Cenni storici e statistici, Pavia, Fusi, 1874, p. 77). Il 12 giugno dell’anno 1207 Gualtiero Corte, abate del Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, acquistò a nome e per interesse del medesimo, dai fratelli Albrigono, Ottobono, Ubertino e Lanterio Villa, figli di Robaldo, il castello della Villa Lanterio e tutto quanto essi possedevano in Villanterio, Borghetto, Gerenzago e Marmorolo (Carlo Dell’Acqua: Villanterio – Cenni storici e statistici – Pavia, Fusi, 1874, p.85). Il 6 ottobre dell’anno 1365 Bernabò de Canibus investì a fitto perpetuo Bendoardo de Morbiis di alcuni beni posti nel territorio di Gerenzago (Giuseppe Robolini – Notizie appartenenti alla storia di Pavia – Vol. V, parte I, Pavia, Fusi, 1834, Nel 1381 anche il Castello di Gerenzago fu coinvolto nell’assalto contro Bernabò Visconti nel castello di Villanterio. Un documento dell’Archivio Notarile di Pavia riporta la protesta del nobile Cristoforo de’ Capitani, signore di Gerenzago, all’Abate di San Pietro in Ciel d’Oro per i danni al Castello di Gerenzago rimasto danneggiato da assalti e devastazioni dei milanesi. Il 25.5.1440, infatti, truppe provenienti da Milano saccheggiarono Gerenzago distruggendo case e cascine, bruciando biade e danneggiando il Castello. In questo atto di protesta Cristoforo chiedeva che il Monastero provvedesse di gente armata Gerenzago per la difesa e la custodia del Castello. Di certo si sa che il feudo di Gerenzago era aggregato prima a Villanterio, poi al Vicariato di San Colombano e dopo il 1450 al Vicariato di Belgioioso; però rimase sempre soggetto all’Abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro, la quale, secondo l’antichissima consuetudine, lo concedeva in sub-feudo ai Capitani di Villanterio. Le ultime innovazioni di investitura si ebbero nel 1447 a favore di Don Cristoforo Villa il quale perdette il feudo per non averlo saputo difendere il 17 agosto 1451 dagli assalti delle truppe nemiche provenienti dalla città di Milano. Proprio nello stesso giorno l’Abate del Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, Stefano Giudici di Varese, investì per fitto i fratelli Domenico, Matteo e Giacomo Corbellini, figli del fu Magistro Giovanni di Lodi, ma abitanti a Pavia, della possessione del Castello di Gerenzago, per una locazione di anni nove a partire dall’11 novembre, giorno di San Martino dell’anno 1451. Il canone fittalizio annuo, stabilito in natura, era di moggia 200 di frumento, moggia 129 di segale a misura di Lodi, un maiale e 24 capponi. (Notaio rogante Rosomino Strada di Pavia). La possessione, come sopra affittata misurava, a quel tempo pertiche 580 circa. Alla scadenza della locazione i Corbellini furono costretti a lasciare in libertà il fondo a causa di una controversia insorta col monastero in merito alla liquidazione dell’indennizzo spettante agli stessi Corbellini per le migliorie apportate alla possessione nei terreni e negli edifici. L’abusivo abbattimento di piante da parte degli affittuari, per compensarsi della mancata corresponsione delle indennità, aggravò irrimediabilmente la vertenza. Nel corso della fittanza i Corbellini risiedettero nel castello della possessione. In seguito ebbero dimora in un caseggiato di Gerenzago, come ne sarebbe tenue indizio l’attuale nome di una via intitolata ai Corbellini. Una casa i signori Corbellini la tenevano pure in Pavia dove risiedevano di preferenza poiché amavano più le comodità della città che la vita di paese. Il castello e le terre annesse passarono dall’Abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro al Collegio Ghislieri all’indomani della morte dell’Abate di San Pietro. Infatti il Papa Pio V, della famiglia Ghislieri, avendo eretto in Pavia un collegio per studenti poveri dell’Università con Bolla del I settembre 1569 assegnò in dote al Collegio, per il mantenimento degli studenti, il Castello di Gerenzago e le terre annesse. Lo Stemma del Collegio Ghislieri è ancora visibile sopra gli ingressi principali del maniero medesimo. Dal 1632 si registrano, tra gli abitatori del Castello di Genzago i fratelli Gatti-Comini, i Griziotti, i Tibaldi, i Celari ed i Donati. Nel 1700 c’era un consorzio di fittabili ma non tutti abitarono il Castello. Questo diventò abitazione fissa del fittabile che conduceva il fondo solo verso la fine dell’800. I signori che condussero il fondo sono in ordine di tempo: i Rovida, gli Zucca, i Benzoni, i Maj, i Pasi, i Colombo ed i Cerri. La dott.ssa Maria Saronio alla fine degli anni Settanta del secolo scorso acquistò dal Collegio Ghislieri il castello e i terreni annessi. Il castello di Gerenzago si trova in Via Genzone, a sud del paese. Ha pianta quadrilatera con cortile centrale, con strutture sporgenti negli angoli nord ed ovest. Si articola su 2 piani (piano terreno e primo piano) con strutture di orizzontamento costituite da solai in legno. Il piano seminterrato è costituito da 2 ambienti coperti da volte a botte posti a metà dell'ala nord e da un terzo coperto da volta a vela posto al fianco dell'androne. L'ingresso è situato nell'ala est sporgente rispetto al quadrilatero. Il cortile interno ha pavimentazione a mattoni posti di coltello. L'accesso al primo piano avviene tramite una scala a rampa unica collocata in adiacenza della facciata ovest del cortile che porta a un ballatoio che corre lungo la facciata nord con parapetto in legno. Le coperture a falda hanno struttura in legno e manto in coppi. Il castello è destinato ad abitazioni e fa parte oggi di un complesso di edifici agricoli. Nel suo insieme, nonostante lo stato di degrado, presenta, con buona evidenza, i caratteri del fortilizio rurale di pianura, dotato su lato di un lungo balcone continuo munito da balaustre in legno. Le facciate sono, perlomeno attualmente, in mattoni a vista. Il suo stato di manutenzione è mediocre, ma proprio in considerazione del particolare interesse del suo organismo castellano, tutt'altro che frequente in zona, un restauro sarebbe auspicabile.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Gerenzago, https://www.comunegerenzago.it/m-vivere/m-infoutili/il-castello, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A130-00008/

Foto: la prima è presa da https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A130-00008/, la seconda è presa da https://www.comunegerenzago.it/m-vivere/m-infoutili/il-castello

venerdì 23 settembre 2022

Il castello di venerdì 23 settembre

 

SAN STINO DI LIVENZA (VE) - Castello

Intorno al X secolo d.C. iniziò il ripopolamento dell'entroterra, dopo le scorrerie dei barbari dei secoli precedenti; nei pressi di un antico insediamento romano, venne costruito dalla famiglia dei da Prata il Castello, attorno al quale in seguito sorse l'abitato di San Stino di Livenza. Poco dopo, sotto l'influenza dei monaci di Sesto al Reghena, ebbe origine la “Villa di Corbolone”, dotata anche di strutture di difesa. Con la Bolla del 1186 si notificò il passaggio dei territori comunali di San Stino di Livenza, alla diocesi di Concordia Sagittaria. Per un lungo periodo l'ubicazione di San Stino, lungo il fiume Livenza si dimostrò strategicamente importante, in quanto ai confini tra Venezia, il patriarcato di Aquileia, i domini trevigiani e quelli dei da Camino. Nel 1259 i da Prata cedettero ville e castelli, tra cui S. Stino e Corbolone, ai patriarchi di Aquileia. Questi non assunsero direttamente il potere, ma istituirono il capitanato di San Stino. Durante una delle numerose guerre tra il Patriarcato di Aquileia e la Repubblica di Venezia, nel 1387, il castello di San Stino fu affidato all'arcidiacono di Gorizia, Simone de' Gavardi, che compì diverse incursioni nei territori dei veneziani e si spinse fino a saccheggiare e incendiare il vicino paese di Caorle. La rappresaglia della Serenissima Repubblica fu altrettanto violenta e si concluse, nel 1388, con l'assalto e l'incendio del castello di San Stino. In seguito, con l'annessione del Friuli alla Repubblica di Venezia, nel 1420, San Stino non fu più terra di confine, venne a perdere la sua importanza strategica e le sue prerogative difensive per diventare una sontuosa dimora per le nobili famiglie veneziane che ricostruirono il tetto, i pavimenti e le pareti interne. Originariamente (la prima citazione del Castello di S. Stino appare nella bolla del 1186 di Papa Urbano III) il castello era una semplice fortezza campale posta su un'altura creata artificialmente in terra battuta, con il tempo acquistò le dimensioni e le caratteristiche proprie di una massiccia struttura difensiva con fossato, ponte levatoio, torri, avancorpi e merlature. La costruzione primitiva si ritiene risalga all'epoca feudale, quando i signori da Prata ampliarono e rafforzarono le antiche difese del Paese. Il lato nord era una parete nuda, con finestre ricavate molto più tardi. Si dice che ci fosse un passaggio segreto che portava al di fuori dell'antica città, che però tuttora non è stato ritrovato. Una interessante descrizione del castello è quella di Giuseppe di Ragogna che nel 1964 ne "I Castelli del Friuli" scriveva: "Il castello di S. Stino, come tutte le fortezze-abitazioni dell'epoca è in cotto ed ha muri doppi di mt. 2,25. La sua forma oggi è rettangolare: presenta, sul lato nord, una parete completamente nuda, con finestre ricavate molto, ma molto tardi; i suoi mattoni sono di due specie; i sottili che si riscontrano nel XIII-XIV secolo e gli anteriori, messi in opera, questi, non tutti interi. Era in origine più alto di oggi (e basta vedere l'interno, all'ultimo piano, dove il muro appare diroccato e sopraelevato con minor spessore) e rivela a mezzodì, sopra il tetto, una posteriore costruzione addossata, qualche finestra chiusa di stile romanico e, più in su, resti di merlatura incorporata, della forma del palazzo municipale di Portogruaro; questa merlatura non correva sullo stesso piano, bensì su linea a spiovente. Il Livenza che scorre vicinissimo un tempo lo sfiorava. Si dice esistettero due passaggi sotterranei e ne rimangono parte. Certo si è che questo castello si erge su un breve rialzo di terreno ...". Da segni che si possono ritrovare sui muri sembra che avesse delle torri, che furono abbattute dai locali alla caduta della Serenissima. All'inizio il castello era più alto di adesso e si estendeva fino al territorio occupato attualmente dall'oratorio, poi con un incendio il perimetro del castello si è ridotto notevolmente fino alla configurazione attuale. Oggi l'edificio, di proprietà della famiglia Tonini e che si trova fra via Fratelli Martina e via del Popolo, è quasi completamente nascosto da un'alta e folta vegetazione. Altri link suggeriti: http://irvv.regione.veneto.it/xw/lod/front/file/21168.pdf,https://www.youtube.com/watch?v=-lxLF_KkKtY (video di impREsa l'immobiliare accanto a te)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Stino_di_Livenza, https://www.sanstino.it/index.php?area=19&menu=100&page=261&lingua=4, https://www.bibione.com/it/dettagliopuntointeresse/87-il-castello-di-san-stino-di-livenza/, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Veneto/venezia/sanstino.htm

Foto: la prima è presa da https://www.sanstino.it/index.php?area=19&menu=100&page=261&lingua=4, la seconda è presa da https://veneziaorientaledistrettoturistico.it/territorio_dettagli/castello/

giovedì 22 settembre 2022

Il castello di giovedì 22 settembre



AMEGLIA (SP) - Torre in frazione Montemarcello

Situato sulla cima del promontorio del Caprione Montemarcello domina dall’alto sia il Golfo di La Spezia che la Val di Magra. Secondo la tradizione sembra che il nome risalga all’epoca romana, ricordando la vittoria riportata sui Liguri dal console Marco Claudio Marcello nel 155 a.C. L’influenza romana è ben visibile nella struttura urbanistica del paese con le sue vie che tagliano a angolo retto a ricordare un accampamento militare (“castrum”) dell’epoca, caratteristica unica tra i paesi della vallata. Importante centro del potere vescovile di Luni nella Pieve di Ameglia, il borgo di Montemarcello è citato per la prima volta nel 1286 - Mons Marcelli - in un documento del vescovo di Luni, Enrico, nel quale venne decisa l'edificazione di opere di difesa lungo il promontorio. Castruccio Castracani, Signore di Lucca e dal 1320 possessore del feudo di Ameglia, istituì nel 1327 la locale Podesteria di Ameglia aggregando il borgo di Montemarcello alla provincia di Luni; un successivo documento attesta, nel 1328, la presenza di cittadini di Montemarcello nel primo parlamento svoltosi all'aperto presso il paese di Zanego. Nel 1485, divenuto oramai possedimento della Repubblica di Genova e con la costruzione della locale chiesa, il paese cominciò ad espandersi e ad assumere l'odierna struttura di borgo fortificato dalle mura concesse direttamente dal senato genovese. Nel 1487, nella lotta tra Genova e Firenze, Montemarcello subì l'assedio fiorentino che l'incendiò e devastò. La Torre di Montemarcello si situa nel Castello omonimo e dà verso l'entrata nord del borgo. La struttura, di forma circolare, si presume risalga al 1286 per volere del vescovo di Luni Enrico da Fucecchio a scopo puramente difensivo. Oggi, si presenta in ottime condizioni ed è visitabile ed aperta al pubblico. Altri link suggeriti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Liguria/laspezia/montemarcello.htm, https://www.carraraonline.com/montemarcello.php

Fonti: https://www.vivereameglia.it/montemarcello-tra-i-borghi-piu-belli-in-italia/, https://it.wikipedia.org/wiki/Montemarcello, https://www.visititaly.it/info/952433-torre-di-montemarcello-ameglia.aspx,

Foto: la prima è presa da https://www.apathtolunch.com/2014/02/the-most-beautiful-villages-in-liguria_25.html, la seconda è presa da https://www.carraraonline.com/montemarcello.php

mercoledì 21 settembre 2022

Il castello di mercoledì 21 settembre

 



ARCIDOSSO (GR) - Cassero di Montelaterone

L'abitato di Montelaterone sorse poco dopo l'anno mille come possedimento dell'abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, per poi passare sotto il controllo senese già a partire dall'inizio del XIII secolo. Il paese rimase quasi ininterrottamente sotto l'egemonia di Siena fino alla metà del XVI secolo quando, a seguito della definitiva caduta della Repubblica senese, entrò a far parte del Granducato di Toscana, seguendone le sorti da quel momento in poi. Nel 1776 fu unito al comune di Arcidosso. Il Cassero, comunemente noto come la Roccaccia, sorge nella parte settentrionale e più elevata della frazione, facilmente raggiungibile dal bivio che si trova lungo la "Strada Provinciale di Arcidosso" circa 2 chilometri prima del capoluogo. Fu costruito dai Senesi nel XIII secolo, integrandolo nel preesistente sistema difensivo fino all'epoca costituito unicamente dalle mura di Montelaterone, caratterizzate da una doppia cinta muraria, della quale restano integre due porte, la Porta Senese e la Porta di Mezzo. Nei secoli successivi gran parte della cortina muraria è stata inglobata da altri edifici. Il complesso rivestì notevole importanza fino alla sua permanenza nel territorio della Repubblica di Siena. Una volta inglobato nel Granducato di Toscana alla metà del XVI secolo, il cassero non fu più ritenuto strategico dai Medici ed andò così incontro ad un lunghissimo ed inesorabile declino. Fino a pochi anni fa era totalmente inglobato in una rete metallica per impedire ulteriore caduta di pietre. Sul finire del primo decennio degli anni 2000 è stata intrapresa l'opera di restauro e messa in sicurezza dei ruderi, oggi terminata. Oggi rimangono imponenti rovine della struttura che si presenta a pianta esagonale irregolare in pietre di trachite e arenaria in filaretto a bozze. Sul lato orientale è addossata la torre principale, cuore della fortificazione, a sezione quadrangolare che utilizza come lato esterno il muro perimetrale sud della struttura, nelle pareti si aprono alcune finestre ad arco tondo, nella parte interna resti delle buche di sostegno dei solai e di un camino; la parte alta, molto compromessa, è munita di alcune mensole leggermente sporgenti che costituivano l'appoggio per il coronamento sommitale, totalmente scomparso. All’interno si trovano i resti di una cisterna per la raccolta delle acque. Altri link per approfondimento: https://www.lanazione.it/grosseto/cronaca/il-cassero-senese-di-montelaterone-rientra-nel-progetto-amiata-2024-1.7229198, file:///C:/Users/VP/Downloads/55-Texto%20del%20art%C3%ADculo-53-1-10-20090311.pdf, https://sketchfab.com/3d-models/cassero-senese-roccaccia-montelaterone-623c0ed3a8394ef283308e1d7d129711 (rappresentazione in 3D), https://www.youtube.com/watch?v=S-O59f5etr4 (video di Amiatavideo), https://www.youtube.com/watch?v=2E28-csNAPk (video con drone di Fabio Balocchi)

Fonti: https://montelaterone.blogspot.com/, https://it.wikipedia.org/wiki/Montelaterone, https://it.wikipedia.org/wiki/Cassero_Senese_(Montelaterone), https://castellitoscani.com/montelaterone-cassero-senese/

Foto: la prima è del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.10158236424455345/10155381729435345, la seconda è presa da https://www.luoghiromantici.com/in_toscana/montelaterone-_grosseto_.html

martedì 20 settembre 2022

Il castello di martedì 20 settembre

 


CASTELL'UMBERTO (ME) - Castello di Sollima

In epoca bizantina il borgo antico fu roccaforte contro le invasioni saracene. A quel periodo infatti risale l'antica torre che poi, nel XVI secolo, divenne castello della nobile famiglia Sollima per passare poi nel 1671 alla famiglia Galletti che fu feudataria della baronia di Castania. Precedentemente era appartenuto ad altri casati, fra cui quello dei Barresi. Una serie di pericolose frane avvenute a cavallo fra XIX e il XX secolo costrinsero i cittadini a evacuare. Iniziarono quindi i lavori per la costruzione del nuovo centro, rinominato in onore del principe ereditario Umberto I. Salendo su un’altura, a dominare la Valle del Fitalia, troviamo il "Castello", di cui rimangono il maschio e parte delle mura delle carceri sotterranee. I Bizantini, al tempo dell’invasione Saracena intorno all’800, per difendere il territorio, predisposero un sistema di fortificazioni che prevedeva la costruzione di torri dislocate in punti strategici. La torre centrale del “Castello”, con la sua struttura quadrata, caratteristicamente bizantina, è, probabilmente, da ricondurre a questo sistema di fortificazione. Questa tipologia architettonica, si può interpretare, anche, come una struttura di mezzo, detta di incastellamento cioè posta tra il casale ed il castello (l’incastellamento medievale è un fenomeno riconducibile al processo della mutazione feudale avvenuta tra X e XII secolo). Probabilmente, è stato, durante la signoria dei Sollima (1553), che il castello ha conosciuto momenti di grande vitalità. L’idea del castello medievale rimanda, facilmente, a luoghi comuni, che hanno influenzato l’ immaginario popolare. Si racconta, di sale di tortura, di sotterranei che nascondono segreti e tesori, di principi dispotici detentori sui propri sudditi del diritto di vita e di morte, di apparizioni notturne, di lamenti sommessi. Questo modo di immaginare la vita in un castello, ha influenzato, anche, Francesco Nicotra, che in "Castell’Umberto-Dizionario illustrato dei Comuni siciliani" scrive: «serviva di dimora ai dinasti, di difesa al paese, di carcere ai rei e di tortura agli imputati, i quali venivano tormentati o a cavalcioni ad una trave, in fondo alla torre con forti pesi pendenti ai piedi, o messi in una stanzetta come in un forno, ove da un buco s’immetteva il fumo e il fetore di escrementi bruciati e simili lordure, o innalzati con violenti scosse ad una carrucola, legati ad una lunga fune, che li tenea stretti per i polsi uniti di dietro. La strada vicina porta il nome di questo sotterraneo carcere, e chiamasi: sotto la currula. Ebbe nome di castel Castano...».

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castell%27Umberto, https://www.comune.castellumberto.me.it/wp-content/uploads/2013/01/guida-di-conoscenza.pdf, https://www.ttattago.com/cosa-vedere/castell-umberto/points/castello-di-castell-umberto, https://www.siciliainfesta.com/comuni/castellumberto.htm

Foto: la prima è di rob.lof su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/313123/view, la seconda è di Salvo Grillo su https://www.facebook.com/photo?fbid=1467129023791199&set=pcb.2024726391065755

lunedì 19 settembre 2022

Il castello di lunedì 19 settembre

 


PONZANO MONFERRATO (AL) - Castello in frazione Salabue

Nato come installazione militare e dimora dei feudatari di Salabue, è stato trasformato nel Seicento in dimora nobiliare ed è divenuto residenza di importanti famiglie ed illustri personaggi della storia e della cultura monferratese. L’origine del complesso, ascrivibile verso la fine del XIII, è documentata per la prima volta nel 1349 quando il marchese di Monferrato investì la figlia di Tommaso di Setaria del castro, villa e consorti di Ponzano e Salabue. Tra il Cinquecento e il Seicento il feudo con il castello, la cui proprietà era frazionata in due, sono passati (insieme al podere di Tomarengo) per la proprietà delle famiglie dei Natta, Fassati, Tizzoni e Nuvoloni. Sul finire del 1500 i Nuvoloni ospitarono nella loro metà i fratelli Tabacchetti, intenti a decorare il Sacro Monte di Crea. Nel 1665 Carlo II di Gonzaga-Nevers trasformò il feudo di Salabue in contea e ne assegnò il titolo a Carlo Francesco Cozio (1620-1693), signore di Montiglio e Terruggia, patrizio casalese che ne divenne conte nel 1665. Per la comprensione dell’evoluzione storica del complesso, il prezioso “Disegno del castello di Salabò”, redatto da Giovan Battista Scapitta il 22 ottobre 1683 costituisce un elemento fondamentale. Nel rilievo l’edificio denominato “palazzo del signor conte”, corrispondente all’attuale castello, appare affiancato da “case di diversi particolari”, corrispondenti a edifici raggruppati in tre minuscoli isolati ed una chiesa. Il complesso, circondato da un fossato, era raggiungibile per mezzo di una porta con ponte levatoio. Carlo Francesco Cozio unificò le due proprietà del castello e trasformò il fortilizio in residenza di campagna prosciugandone il fossato, che, innalzato con arcate progressive venne a ridisegnarsi nell'attuale viale di accesso, ed abbassando le tre torri al livello della copertura. Si presume che in questo periodo fu realizzato il giardino pensile posto a livello del piano nobile dal quale era possibile accedere al matroneo della chiesa per assistere alle messe e fu realizzato il parco paesaggistico disposto sul versante collinare che circonda il complesso. I Cozio risiedettero nel castello per cinque generazioni. L'erede di Carlo fu Giuseppe Maria Cozio, padre di Carlo Cozio (1715-1780). Assunto il titolo nel 1725, questi promulgò i Bandi Campestri nel 1744. Fu anche un celebre scacchista e trattatista di scacchi. La dimora passò in eredità da Carlo al figlio Ignazio Alessandro, grande collezionista di strumenti ad arco, critico di liuteria e studioso della storia del Monferrato. Alla sua morte rimase erede la figlia superstite Matilde (n. 1786), che nel 1843 donò tutti i suoi beni immobili ed il titolo al cugino Pietro Giovenale Davico di Quittengo, nipote della sorella di Cozio, Paola, sposata nel 1778 con Silvio Davico, conte di Quittengo e di Fossano. Nominato conte di Salabue da Carlo Alberto il 3 agosto 1841, suo nipote Pietro Giovenale fu l'ultimo conte di Salabue. Matilde si riservò per se stessa e per la sua servitù un appartamento nel castello, dove morì nel 1853. Pietro Giovenale morì nel 1851 e suo erede fu il padre, i cui discendenti vendettero in seguito il castello ai Guazzone-Bezzi, dai quali nel 1935 fu rivenduto ai conti Corrado ed Elena Davico di Quittengo. Il castello subì nuovi rifacimenti per adeguarlo ai canoni di comfort e piacevolezza della residenza di campagna attuale ad opera dell'architetto Gianni Ricci e dei decoratori Vittorio Accornero e Alfredo Parachini. Ne vennero ridistribuiti gli ambienti interni, decorati interni ed esterni, creato il giardino all'italiana e la loggia che ne illeggiadrisce l'ala est. Oggi vi risiedono i conti Davico che ne amministrano l'azienda agricola ed il b&b (https://www.facebook.com/profile.php?id=100047221557039). Dell'edificio originario rimangono pochi resti identificabili in tratti di cortina muraria. Superato il portone d’ingresso a cui giunge il lungo viale di ippocastani fiancheggiato da una siepe di bosso dal profilo ondulato, il piazzale su cui si affaccia il castello è un belvedere sostenuto da un alto muro di contenimento colonizzato da infinite graziosissime pianticelle spontanee, dai capperi vistosi alla delicata cymbalaria; il parapetto è colorato da annuali e profumato d’inverno da due chimonanthus, mentre una sofora pendula orna il fondale architettonico di fronte al portone. Splendide rose si arrampicano lungo i muri fino a ricoprirli per un buon tratto, ma in quanto a vigore non tentano neppure di competere con un glicine, spettacolare nella stagione della fioritura e per tutta l’estate, quando offre una verdeggiante frescura al terrazzo che unisce due ali della storica dimora. Ai piedi, lunghe pennellate di agerato che si dissemina spontaneamente riprendono il colore del glicine. Rose. Sono le protagoniste del delizioso giardino pensile racchiuso per tre lati tra alti muri di confine e una facciata della dimora con terrazzo sostenuto da colonne, e affacciato per il quarto lato sullo splendido paesaggio, dolce e riposante, perfettamente conservato nella sua organizzazione agraria non stravolta nel tempo. Un pozzo in pietra raccoglie l’acqua piovana e fa da centro ad un parterre formato da tante aiuole geometriche bordate di bosso nano ricolme di rose floribunda di vari colori e delimitate da camminamenti lastricati in mattoni a spina di pesce. Altre rose si arrampicano lungo il muro di recinzione in un grazioso susseguirsi di portamenti e colori, mentre scalano le colonne del porticato una Lady Hillingdon e una Rosa banksiae i cui lunghissimi rami si coprono a primavera di migliaia di roselline color burro. Una superba magnolia è un punto focale importante, cui fa da contraltare il campanile della chiesa, appena oltre il muro che racchiude come in uno scrigno questo prezioso angolo segreto. Altro link consigliato: https://www.youtube.com/watch?v=K3hslCtywzk (video di Proloco PonzanoMonferrato)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Salabue, https://web.archive.org/web/20140122104717/http://www.ilmonferrato.info/cs/ponzan/salabue1.htm, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), http://www.comune.ponzanomonferrato.al.it/Home/Guida-al-paese?IDDettaglio=31686

Foto: la prima è presa da http://www.comune.ponzanomonferrato.al.it/Home/Guida-al-paese?IDDettaglio=31686, la seconda è presa da https://artacadia.org/info/castello-di-salabue/

venerdì 16 settembre 2022

Il castello di venerdì 16 settembre


 
MONTICIANO (SI) - Fortezza di Petriolo 

La fortezza di Petriolo, posta sul confine di Civitella di Paganico e di Monticiano, è legata al nome degli Ardengheschi ed è famosa per le sue acque sulfuree dai poteri curativi, riconosciuto anche nell’antichità e celebrate da scrittori e poeti quali Folgore da San Gimignano. La fortezza di Petriolo, posta sul confine di Civitella di Paganico e di Monticiano, è legata al nome degli Ardengheschi ed è famosa per le sue acque sulfuree dai poteri curativi, riconosciuto anche nell’antichità e celebrate da scrittori e poeti quali Folgore da San Gimignano. La fortezza di Petriolo, posta sul confine di Civitella di Paganico e di Monticiano, è legata al nome degli Ardengheschi ed è famosa per le sue acque sulfuree dai poteri curativi, riconosciuto anche nell'antichità e celebrate da scrittori e poeti quali Folgore da San Gimignano. Le Terme di Petriolo erano già conosciute fin dall'epoca romana, tanto da essere citate in un'orazione di Cicerone e in un epigramma di Marziale; inoltre, nella zona sono stati rinvenuti alcuni resti di epoca etrusca e romana, sia nel versante grossetano che in quello senese. Il toponimo attuale è, tuttavia, di epoca duecentesca, essendo ricordate in documenti ufficiali a partire dal 1130. In epoca rinascimentale, e più precisamente all'inizio del Quattrocento, fu costruito il primo complesso termale in muratura, lungo la sponda settentrionale del fiume Farma, nel territorio comunale di Monticiano. Nel 1404 intorno alle Terme fu realizzata la cinta muraria, tanto che il luogo divenne conosciuto come Castello Termale di Petriolo, eretta a protezione della fonte termale stessa e per consentire alla Repubblica di Siena di far pagare una sorta di biglietto di ingresso ai visitatori. Ancora oggi di questo mirabile esempio di terme fortificate si possono ammirare gran parte delle mura quattrocentesche, alte mediamente sei metri, delle tre torri di avvistamento (Ovest, Sud-Ovest e Sud-Est), la Torre della Repubblica Senese (Nord), la porta detta "di Siena" e l'antica Locanda, appena fuori le mura. La cinta muraria è quasi integralmente conservata a parte circa venti metri abbattuti per permettere l’adeguamento della strada provinciale e il lato sul Fiume in cui, nei secoli, alcuni crolli connessi con le piene ne hanno modificato integralmente la conformazione. La Torre Nord è quella di maggiore dimensione. Composta da cinque livelli, fino a qualche decennio fa utilizzata come residenza da religiose, oggi versa in grave stato di compromissione. Delle vere terme antiche, che erano costituite da quattro locali con volte a crociera, resta un solo ambiente che si apre all'esterno verso il fiume con arcate a tutto sesto poggianti su pilastri ottagonali sopra il quale si trova la chiesetta di Santa Maria. Era questo il cosidetto "Bagno Nobile di Petriolo". Durante il Rinascimento le terme assunsero anche un notevole prestigio, tanto che vi si recarono alcuni personaggi della famiglia dei Medici e dei Gonzaga (tra cui Alessandro Gonzaga, che soffriva di rachitismo), oltre a Papa Pio II Piccolomini che vi si fermò più volte per curare la "podagra" di cui soffriva, da qui partirono anche importanti bolle papali. Dopo un periodo di decadenza, nel 1713 fu l'Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena a risollevare le sorti di Petriolo, in precedenza passato alla corona granducale di Toscana e da questa assegnato alla famiglia Cospi nel 1648, ma purtroppo furono demolite le mura pericolanti e le loro pietre usate per il restauro dello stabilimento. Un nuovo restauro, coordinato da Italia Nostra, è iniziato nel 2018 ed è in corso (a tal proposito guardare questo di video di italianostra_associazione: https://www.youtube.com/watch?v=8ELJIevRXfA&t=146s). La locanda è stata già completamente recuperata, attraverso una profonda ristrutturazione, sia edile che impiantistica e sarà destinata a punto di ristoro con camere. La torre Nord e le antiche mura sono state per gran parte accuratamente ripulite dalla vegetazione infestante, consolidate con il metodo del cuci-scuci, iniezioni di malte di calce consolidanti e l’inserimento di diatoni. L’interno della cinta muraria, già utilizzato per l’agricoltura, è oggi ricoperto da lecci e nella zona nord, dove le attività agricole sono state abbandonate più di recente, da robinie e rovi. Le sponde fluviali interne alla cinta sono interessate da tempo dal flusso delle acque solfuree che riempiono alcune piccole vasche scavate nella roccia e poi si versano nel fiume. Le indagini archeologiche svolte indicano la presenza di numerosi manufatti (essenzialmente murature) a testimonianza del compatto tessuto edilizio esistente fino al XVI secolo all’interno alle mura. Altri link per approfondimento: https://www.toscana.info/siena/provincia/bagni-di-petriolo/, https://www.youtube.com/watch?v=MAti_kGvVQ4 (video di italianostra_associazione), https://flore.unifi.it/retrieve/handle/2158/1123520/536544/PANCANI%20G.%20%282018%29%2C%20Il%20rilievo%20della%20fortezza%20dei%20Bagni%20di%20Petriolo.pdf, http://www.lamiaterradisiena.it/Bagni%20di%20Petriolo/bagnidipetriolo.htm, https://www.youtube.com/watch?v=G_5LEvftBbA (video de Gli Amici dei Bagni di Petriolo)

Fonti: https://castellitoscani.com/terme-di-petriolo/, https://www.bagnidipetriolo.it/bagni-di-petriolo/, https://www.valdimerse.si.it/it/page/bagni-di-petriolo

Foto: la prima è del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini, la seconda è presa da http://www.poderesantapia.com/album/valdimerse/termedipetriolo4.htm

giovedì 15 settembre 2022

Il castello di giovedì 15 settembre

 



CASTEL MORRONE (CE) - Castello normanno

Il monte Castello di Castel Morrone (che deve il suo nome, non ad un castello medioevale di cui sopravvivono alcuni ruderi, ma ad un'antichissima fortezza detta, appunto, "Castellum" del III-II secolo a.C.) è una collina di appena 420 m s.l.m. stracarica di storia. Deve le sue vicende plurimillenarie alla sua posizione di ineguagliabile osservatorio. La visuale, infatti, è a 360° ed ogni lato riserva panorami vastissimi a cominciare dal massiccio del Matese, alle più profondi valli che si incuneano verso il Sannio, mentre il Volturno scorre praticamente ai suoi piedi verso Capua in una valle sinuosa che ospita paesi e città che hanno vissuto la più grande battaglia conclusiva del risorgimento italiano. Verso sud, nei giorni chiari, lo sguardo arriva fino al golfo di Napoli. Un antico detto "Il Castello di Morrone (si vede) da ogni cantone", fotografa esattamente la posizione di questa collina. E proprio alla sua posizione di osservatorio privilegiato, si devono gli accadimenti storici. La sua storia ebbe inizio nel 313 a.C. quando in seguito alla distruzione di Plistica da parte dei Sanniti, i superstiti fuggirono all'interno della valle e dopo aver fondato diversi "Fundus" alla maniera Sannita, verso la fine del II secolo a.C. avvertirono la necessità di costruirsi una fortezza. Una volta costruito il grande muro di cinta, il luogo divenne anche sacro per la presenza di altari dedicati principalmente ad una Dea che nel corso dei millenni ha cambiato nome ma non la sua funzione, che è quella di proteggere i raccolti in generale e quello dei cereali particolarmente abbondanti nella valle: Patana-Pistia, Kerres, Cerere, per finire all'attuale protettrice, chiamata semplicemente Madonna del Castello alla quale fu dedicato un tempietto intorno all'XI secolo, la cui architettura orientaleggiante ne denuncia l'antichità. Infatti la chiesetta nel 1113 è già citata in una bolla del vescovo di Capua, Senne, come "SANTA MARIA DE MURRONE". Ancora oggi i riti dedicati alla Madonna riecheggiano quelli antichissimi che si svolgevano in onore degli dei i cui altari erano sul castello. Poco più tardi, per difendersi dalle scorribande di guerrieri e predoni, gli abitanti dei "Fundus" si ritirarono all'interno della fortificazione costruendovi piccole abitazioni, delle quali sopravvivono pochi ruderi, dando vita a Morrone. Il feudo di Castel Morrone, il quale è citato all’interno del Catalogus Baronum tra i possedimenti di Roberto di Lauro, nominato dai normanni Conte di Caserta nell’anno 1150. Il castello fu costruito sul colle più strategico del paese in un periodo di tempo compreso tra la nomina del già citato conte e il 1178, anno al quale risalgono alcuni documenti che citano proprio il castrum Morrone. Ad esempio è nominato in un documento angioino della seconda metà del 1200, in cui si parla della castellana Margherita De Tucziaco, cugina del re Carlo I d' Angiò, che venne ospitata per alcuni mesi nell'edificio. Ad oggi della fortezza normanna rimangono soltanto alcune porzioni del dongione, ossia della massiccia torre maestra a pianta quadrangolare. Questa, così come si evince dai ruderi, doveva essere composta da grossi conci in pietra calcarea (con elementi di riutilizzo, in tufo, tegole e laterizi) che costituivano i cantonali, mentre la restante muratura è composta da bozze più piccole e irregolari dello stesso materiale. Sempre all’interno della cerchia muraria del castello doveva sorgere un piccolo villaggio i cui resti, ormai completamente ricoperti dalla vegetazione, ci mostrano l’esistenza di piccole strutture in pietra. Di queste, alcuni esempi, si ritrovano anche fuori dalle mura, lungo le falde del Monte Castellone, poste su una serie di terrazzamenti. Il complesso fu abbandonato dopo il 1456, a seguito di un forte evento sismico che danneggiò il castello e le abitazioni e indusse gli abitanti a spostarsi verso valle, nell’attuale centro abitato di Castel Morrone. Poco distante dalla torre è collocato il Santuario di Maria SS. della Misericordia, sorto nel XVII secolo sui resti di una piccola cappella già esistente. L’edificio si presenta attualmente come un edificio in pietra a facciavista, ma tale veste esterna risale con buona probabilità a dei restauri avvenuti in epoca recente. A titolo di curiosità, va riferito che una vecchia tradizione vuole che, al di sotto della torre, esista un passaggio segreto, che avrebbe messo in collegamento il castello con il paese. La vetta del monte Castello, per il grande valore storico e ambientale, è sottoposta a tutela dal Ministero ai Beni Culturali. Altri link proposti: https://caserta.italiani.it/castello-di-castel-morrone/, https://www.youtube.com/watch?v=yqTDuzqnZEo (video di Giro_vagando), https://www.facebook.com/scabecspa/videos/campania-on-show-eremo-di-monte-castello/256204448865705/ (video con drone)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Morrone, https://www.italianostra.org/beni-culturali/complesso-di-monte-castello-a-castel-morrone-ce/, http://www.comune.castelmorrone.ce.it/index.php?action=index&p=270,

Foto: la prima è presa da https://casertaweb.com/notizie/castel-morrone-sindaco-della-valle-candida-leremo-monte-castello-al-bando-riqualificazione-turistica-dei-santuari-campani/, la seconda è presa da https://caserta.italiani.it/castello-di-castel-morrone/

mercoledì 14 settembre 2022

Il castello di mercoledì 14 settembre




GORIZIA - Castello

La villa "quae Sclavorum lingua vocatur Gorizia" compare per la prima volta nel documento datato 28 aprile 1001 con il quale l'imperatore Ottone III donava metà del castello e del territorio di Salcano con la villa Gorizia al patriarca Giovanni II e l'altra metà al conte Verihen del Friuli. Il feudo nel 1117 divenne possesso di Marquardo di Eppenstein avvocato della Chiesa d'Aquileia. In séguito il castello fu ampliato parallelamente al crescere del prestigio della famiglia. Le alterne vicende militari e familiari e le diverse alleanze portarono la contea nell'orbita dell'Impero così che nel 1500, alla morte di Leonardo ultimo conte di Gorizia, il feudo fu assunto da Massimiliano I d'Asburgo. Egli munì ulteriormente il castello e la città superiore posta sul versante del colle, non riuscendo però a fermare le milizie veneziane che lo occuparono, sia pur tenendolo per un breve periodo, nel 1508. Adibito a caserma e a carcere nel secolo XVII, perse gran parte dell'aspetto medievale, con la costruzione dei bastioni e delle torri polveriere a nord e nord – ovest. Agli inizi del Settecento fu eretto un nuovo bastione e alzato il lungo muraglione verso la Castagnevizza. Ulteriori opere difensive furono realizzate successivamente sotto la direzione del celebre ingegnere, astronomo e matematico Edmondo Halley, scopritore dell’omonima cometa. Bombardato durante la guerra 1915-18 fu ricostruito tra il 1934 ed il 1937 cercando di riportarlo alle strutture cinquecentesche. Al di sopra del maestoso portone di ingresso del castello vi è un leone posto dai Veneziani dopo la conquista del 1508 e ricollocato in quella sede nel 1919 dopo che era stato conservato in città per quattro secoli. Il castello è situato all’interno dell’antico borgo medioevale sulla collina (155 metri sul livello medio del mare) che sovrasta la città di Gorizia, da cui si ha una spettacolare vista panoramica della città e del territorio circostante. Il cuore del complesso è la Corte dei Lanzi, nella quale rimangono ancora evidenti le fondamenta dell'alta torre centrale che fu demolita nel corso del Cinquecento perché troppo vulnerabile alle artiglierie. Da qui sono visibili il duecentesco Palazzetto dei Conti e il Palazzo degli Stati Provinciali risalente al XV secolo mentre del XVI-XVII secolo è il cosiddetto Palazzetto Veneto che raccorda i due corpi principali. Il Castello di Gorizia si presenta quale affascinante dimora di principi: al piano terra trovano posto la piccola sala da pranzo e la cucina arredate con tavoli e credenze d'epoca completi di stoviglie tardomedievali; sempre al piano terra il suggestivo ambiente della sala dei Cavalieri ospita una bella collezione di armi in uso nella Contea di Gorizia dall'XI al XVI secolo, completata all'esterno da perfette (in scala 1 a 1) riproduzioni di macchine da guerra, come catapulte e "scorpioni" usate per gli assedi in epoca medievale. La Sala del Conte (24x8x5), situata al primo piano, è dotata di tre accessi: due indiretti, attraverso la Loggia degli Stemmi e le scale principali, e uno diretto attraverso la biglietteria del castello. L’ambiente può essere riscaldato a richiesta tramite termoconvettori. Il salone si presenta ricco di arredi (cofani, cassoni, un forziere e un’imponente cassapanca appartenuta alla famiglia Rucellai), di dipinti e con un grande camino. Il pavimento è in cocciopesto ed il soffitto è stato realizzato con travi decorate. L’ambiente è dotato di 100 posti a sedere con un’affluenza limitata a tale numero. La sala è disponibile tutto l’anno. Vi sono inoltre due ambienti contigui entrambi non riscaldati: la Loggia degli stemmi (11x4x3) con una capacità di circa 40 persone, non riscaldata, e l’antisala, (5x3x4) in cui l’affluenza è limitata a 20 persone. Inoltre, nell’ambito del vasto complesso castellano, si segnala l’esistenza di altre suggestive sale, alcune riccamente arredate con mobili originali. Sempre al primo piano, quello nobile, troviamo il Salone degli Stati Provinciali, certamente il più suggestivo ambiente del castello. Questa grande sala, sulla quale si affaccia un grazioso ballatoio in legno e che conserva uno spettacolare soffitto a cassettoni, ospita ogni anno importanti mostre. Sempre al primo piano, la Sala della musica, che contiene perfette riproduzioni di strumenti medievali, arricchita da un sistema didattico interattivo. Al secondo piano del Palazzetto dei Conti, oltre alla raccolta cappella palatina dedicata a San Bartolomeo nella quale sono conservate importanti tele di scuola veneta, si trova il cosiddetto Granaio, interessante sala didattica del Museo del medioevo goriziano, corredata dai quattro plastici che illustrano nell'ordine: la maggiore estensione della Contea di Gorizia; lo sviluppo della città di Gorizia; l'aspetto del castello intorno al 1300; la ricostruzione dell'assedio alla città da parte delle truppe del Patriarca Bertrando nel 1340. La sala è completata da una stazione multimediale. Il castello oggi ospita il Museo del Medioevo Goriziano, dove si trovano interessanti riproduzioni artigianali delle armi bianche usate nel periodo medioevale. Altri link suggeriti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Gorizia, https://www.youtube.com/watch?v=jnneSPPJIDs (video di yamaha2746), https://www.youtube.com/watch?v=bnJL9wSVhkA (video di Roberto Tosolini), https://www.youtube.com/watch?v=riO7FGhz_M0 (video di Le Puntine del Mondo), https://www.youtube.com/watch?v=urBl1fDwvmQ (video di ETT S.p.A.),https://friuli.vimado.it/piazze-palazzi-castelli-dimore/il-castello-di-gorizia-e-il-suo-borgo-medievale/

Fonti: https://consorziocastelli.it/icastelli/gorizia/gorizia, https://consorziocastelli.it/visitare/itinerari-tematici/sale/gorizia, https://www.turismofvg.it/castelli/castello-di-gorizia, https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/gorizia-il-castello/, https://www.icastelli.it/it/friuli-venezia-giulia/gorizia/gorizia/castello-di-gorizia, https://letsgo.gorizia.it/it/punti-di-interesse/castello-di-gorizia/

Foto: la prima è presa da http://www.originalitaly.it/it/editoriali/a-castello-di-gorizia, la seconda è una cartolina della mia collezione. Infine, la terza è di Marco Milani su https://www.podiumnetwork.com/propostediviaggio/index.php/2017/09/19/visite-guidate-friuli-gorizia-hd-ca-3-ore/

martedì 13 settembre 2022

Il castello di martedì 13 settembre



SAN CASCIANO IN VAL DI PESA (FI) - Castello di Montefiridolfi

Le prime testimonianze, secondo cui apparteneva alla famiglia Buondelmonti sin dall'origine, risalgono al maggio 1015 quando è citato in un atto di donazione. Il toponimo appare anche in un altro documento della Badia a Passignano del giugno 1065 ed in un documento della Badia a Coltibuono dove viene chiamato Montis filiorum Ridolfi; il documento risale al 9 novembre 1210. Citato ancora come deposito di munizioni nel marzo 1480 in un documento dell'Archivio Ricasoli di Brolio, perse poi definitivamente ogni importanza strategico-militare. La parziale trasformazione in villa fu voluta dalla famiglia Buondelmonti, i quali nel XVI secolo lo ridussero a centro della loro fattoria e lo possedettero fino al 1624, anno della morte senza eredi del cavaliere gerosolimitano frà Andrea di Battista Buondelmonti. Successivamente, per acquisto fattone in data 27 marzo 1639 da Cristofano Baldovinetti, appartenne ai Baldovinetti-Gambereschi "nel quale castello e villa vi è due colombaie, fattoio da olio, tinaia, più stale, due orti, due pozzi d'acqua pulita, prati attorno, et ogni altra comodità", poi ai loro eredi, conti Gabellotti di Faenza, fino a quando, nel 1824, fu acquistato dalla famiglia Tempestini, che lo possedette fino al 1907 e da cui passò ai Kennedy Lawrie per via del matrimonio di Giulia Tempestini con un membro di quella famiglia. Dal 1908 al 1934 appartenne a don Lorenzo dei Principi Corsini marchese di Giovagallo. Oggi il corpo principale appartiene alla famiglia Rosselli Del Turco. Situato fuori dall'attuale abitato di Montefiridolfi, vi si accede al termine di un piccolo viale di cipressi. Si presenta come una massiccia costruzione con gli angoli contraffortati. Il castello, a pianta trapezoidale, è dotato all'interno di due cortili, oltre a quello della canonica parrocchiale, muniti ciascuno di un pozzo artesiano (che hanno dato origine ad una vecchia filastrocca popolare dal sapore di leggenda: "Monte montoro, entro tre pozzi un vitello d'oro"). I cortili inferiori furono realizzati quando la struttura cambiò di uso, da presidio militare a villa e fattoria. Sul cortile superiore è impostata la torre, probabilmente in origine isolata, che con i corpi circostanti aveva la funzione di cassero. La sua altezza fu notevolmente ridotta e la parte terminale venne intonacata. Nel corpo dell'edificio si aprono pochissime aperture per lo più localizzate a livello del piano terra, quelle esterne realizzate quasi tutte in epoca moderna, dacché due lati del cassero costituivano parte della più ampia cinta muraria, che racchiudeva anche la parte destinata a villa, la chiesa di Santa Cristina e la canonica parrocchiale, oltre vari edifici minori.Link per approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=_yspdfnu5dg (video di Alberto Viani)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Montefiridolfi, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/firenze/provincia002.htm#montefiridolf

Foto: la prima è di Virgixx su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Montefiridolfi#/media/File:Montefiridolfi_castello_1449.jpg, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/firenze/montefiridolf02.jpg

lunedì 12 settembre 2022

Il castello di lunedì 12 settembre



CUASSO AL MONTE (VA) - Castello

Si arriva al Castello di Cuasso, il Castelasc (così chiamato in dialetto lombardo occidentale), percorrendo la strada che da Cuasso al Piano conduce a Cuasso al Monte. Prima del campo sportivo di Borgnana si imbocca la strada di accesso alle Cave Bonomi e sulla destra, su un rilievo, si vedono i ruderi del la costruzione. Il castello aveva una posizione chiave nel sistema difensivo del Ceresio essendo in comunicazione con quello di Morcote a nord e a sud con Pogliana e Sant'Elia. Per la frammentarietà di fonti scritte la sua storia è ancora avvolta in gran parte dal mistero. Si ipotizza sia stato cruciale nello scontro tra guelfi e ghibellini nel XIII secolo quando fu probabilmente possedimendo della famiglia dei da Besozzo come caposaldo orientale dei loro possedimenti al confine con quelli dei Torriani. Al termine di tali conflitti, in cui trionfarono i Visconti, con la costituzione di un unico Stato che poi sarebbe diventato il ducato di Milano, il castello perse progressivamente di importanza tanto da finire nella lista di un'ordinanza di Francesco Sforza in cui si ordinava di abbattere un determinato numero di fortificazioni. In quel tempo tuttavia già versava in stato di abbandono tanto che tale ordinanza non fu portata a termine per mancanza di una funzione esercitata. Di certo dai pochi scavi e studi condotti in loco hanno appurato che si trattava di un castello posto sull'antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo. La sua edificazione al vertice di una gola in forte pendenza lo rendeva di fatto inespugnabile e chiave dell'intera viabilità dell'epoca romana e medievale. La sua prossimità al fiume Cavallizza, nelle cui vicinanze si trovavano miniere di argento, di piombo e, in misura molto minore, d'oro fanno supporre anche una sua importanza economico nel controllo delle risorse telluriche. . Il complesso occupa per intero la collina di Cuasso, seguendo la direttrice nord-sud, e occupa un'area di circa 3500 metri quadri, con un perimetro che si sviluppa su circa 400 metri. Il mastio, in posizione di controllo della gola proveniente dalla valle, risulta visibile, per chi proviene da sud, anche da una decina di chilometri, pur essendo localizzato in una posizione defilata: questo ne attesta l'importanza strategica. Il castello era in origine composto da quattro piani distinti con un tetto merlato, alla guelfa, mentre sulla parete ovest si appoggiava una piccola torre al cui interno correvano le scale per raggiungere tutti i piani. Il mastio si presentava come la prora di una nave e probabilmente sulla scomparsa parete sud non vi erano accessi, ma solo finestre. Da quel punto poteva facilmente controllare la sottostante strada con un indubbio vantaggio strategico dovuto alla maggiore altezza. Alle spalle del mastio in direzione nord il castello si apriva a ventaglio, con un angolo di circa 15°, con un cortile pianeggiante nel cui interno in successione si ergeva ad ovest la Chiesa di San Dionigi, santo di origine franca attuale patrono di Parigi, e a est forse la chiesa di Sant'Ambrogio, i cui ruderi non permettono una chiara identificazione. La chiesa di San Dionigi aveva due accessi, uno, quello ovest principale, che si apriva all'esterno del castello ed un altro sulla parete sud che dava nel cortile. Questo fa supporre che la tale chiesa fosse la parrocchiale di un villaggio di legno, oramai scomparso, che sorgeva intorno e ai piedi della collina. La parte ovest era anche quella meglio difendibile. Sulla parete sud-est poco più a nord della presunta chiesa di Sant'Ambrogio, si apriva invece la porta carraia principale il cui ingresso era probabilmente accompagnato da una rampa di legno fissa o mobile, in considerazione del dislivello di parecchi metri che la separava dalla antica strada. Proseguendo verso nord si trovano ruderi di edifici non meglio identificati, forse magazzini o botteghe. Il culmine del poggio è interamente occupato dalla poderosa rocca di nord-est. Essa è la parte più antica del castello, sicuramente di epoca romana faceva parte del sistema delle torri di segnalazione di cui era disseminato l'Impero. L'altimetria va dai 430 metri s.l.m del mastio ai 455 della rocca di nord-est. I Longobardi non fecero che ampliarla in seguito. Dalla parte più alta del poggio è possibile osservare tutta la porzione meridionale del Lago di Lugano, operazione non fattibile dal mastio. L'accesso alla rocca di Nord Est rimane difficoltoso per il dislivello e per la presenza di una fitta vegetazione che ne ostacola il cammino. La rocca fungeva da privilegiato punto di osservazione, tanto da essere utilizzata anche nel corso della prima guerra mondiale, inserendola nella linea Cadorna e di una virtuale imprendibilità. La parte occidentale invece rimane al livello del mastio, con un ulteriore cortile protetto da mura da quale si accede poi a settentrione a Porta Nord, sicuramente munita di ponte levatoio. Tra il cortile nordoccidentale e la rocca di nord-est si sviluppavano una serie di terrazzamenti, in parte ancora presenti, sui cui pavimenti sorgevano probabilmente costruzione di legno ed anche di pietra. Di certo dai pochi scavi e studi condotti in loco hanno appurato che si trattava di un castello posto sull'antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo. La sua edificazione al vertice di una gola in forte pendenza lo rendeva di fatto inespugnabile e chiave dell'intera viabilità dell'epoca romana e medievale. La sua prossimità al fiume Cavallizza, nelle cui vicinanze si trovavano miniere di argento, di piombo e, in misura molto minore, d'oro fanno supporre anche una sua importanza economico nel controllo delle risorse telluriche. La torre più antica di epoca gallo-romana venne ampliata in epoca longobarda secondo una insolita pianta, i cui unici raffronti si possono trovare nel Castello di Warkworth in Northumberland (Regno Unito) e nell'oramai scomparso Castello di Trecate. Si sa per certo che l'attuale castello inglese sorge su un preesistente insediamento sassone ricalcandone la forma. Per tale motivo, è stata ipotizzata una edificazione da parte di maestranze sassoni. Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum narra di circa 20.000 sassoni discesi insieme ad Alboino nella primavera del 568. Si sa poi che nel 588 d.C. venne combattuta una battaglia tra Longobardi e Franchi e che i Longobardi vennero "sulle rive della palude o stagno Ceresio". I Sassoni vantavano una comune ascendenza con i Longobardi, avendo risieduto entrambi nel I secolo d.C. nella zona estrema settentrionale della Germania romanizzata, lungo il corso del fiume Elba. Nel 734 una parte di ventimila arimanni, a causa di disaccordi con il potere centrale longobardo, si allontanarono dall'Italia. Il Castello fu sicuramente un presidio militare della via che conduceva da Como al Gottardo in quanto, prima della costruzione del ponte di Melide la strada principale passava attraverso di esso. Fu parte poi del Contado del Seprio per essere poi abbandonato definitivamente verso il XIII secolo. Le cappelle esistenti furono utilizzate fino al sec. XVI, quando venne costruita la nuova parrocchiale di Sant'Ambrogio a Cuasso al Monte. Le due chiese del castello vennero allora abbandonate e si trasportarono a Cuasso i morti che riposavano nel cimitero annesso alla cappella di San Dionigi. Ebbe nuovamente funzione di punto di osservazione e di stalla all'epoca della costruzione della Linea Cadorna. Altri link per approfondimento:https://vareseabbandonata.altervista.org/castello-di-cuasso/, https://www.youtube.com/watch?v=0gA93uLqjbg (video di fotophoro), https://www.youtube.com/watch?v=NJ4beCK-WaQ (video di Explore Insubria), https://www.proloco-cuasso.it/2021/03/02/cuassoland/ (video), https://www.youtube.com/watch?v=-kXxsJubqSk (video di AISU)

Fonti: testo di Matteo Colaone su http://www.ilvaresotto.it/castelli_home.htm#gsc.tab=0, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Cuasso, https://upel.va.it/2021/06/21/castello-di-cuasso-o-castelasc/

Foto: la prima è presa da https://www.cavebonomi.it/IT-ITA/Heritage-e22d3300, la seconda è presa da https://www.varesenews.it/photogallery/cuasso-al-monte-luoghi/