venerdì 30 settembre 2011

Il castello di venerdì 30 settembre



MONTE DI LEVA (RM) - Castello

Sorge su un pianoro alto 500 metri, sulla sinistra della pianura pontina, circondato da una folta vegetazione. Il nome deriva dal termine olibanum, che significa incenso; infatti, di proprietà ecclesiastica dall'alto medioevo, i proventi di questa tenuta erano destinati a comperare l'incenso per tutte le chiese di Roma. La menzione più antica del castello si ha in un documento del 1330, dove viene citato appunto un Castrum Montis Olibani. Nel 1541 il complesso era di proprietà della famiglia Della Valle che lo cedette successivamente ai Palosci; nel 1552 passò invece al Cardinale Federico Cesi. Il fortilizio, complemente restaurato nei secoli XVII e XVIII con la trasformazione in casale e la conseguente costruzione di una stalla, un porcile ed un forno, che sono ancora visibili, era difeso da una torre di guardia, denominata in età moderna “VII Torre”. Malgrado i rifacimenti, ancora in un disegno del Catasto Alessandrino (1660) appaiono ben visibili gli elementi del fortilizio medievale, con il casale-torre circondato da un antemurale che inglobava piccole torrette. Le trasformazioni dei secoli passati, ma ancora più i meno nobili interventi moderni, hanno reso quasi irriconoscibile il sito dell’antico castello, mentre circa 500 metri a nord la “VII Torre” conserva ancora la sua connotazione rurale, svettando su una collina in completa armonia con l’ambiente naturale che la circonda. Oggi appare mozzata e dotata di tetto; nei fori delle sue antiche impalcature nidifica una folta comunità di uccelli.

giovedì 29 settembre 2011

il castello di giovedì 29 settembre



ORIOLO DEI FICHI (RA) - Torrione

Nel 1057 fu costruito, per volontà dell’Arcivescovo di Ravenna, il castello. Alla Chiesa di Ravenna appartenne formalmente con discontinuità fino al 1474. Successivamente Carlo II Manfredi acquistò la rocca esistente e la ristrutturò, costruendo la possente torre esagonale "a doppio puntone", unica in Italia e alta 18 metri, che ancora oggi ammiriamo e che da allora è il simbolo di Oriolo. Conquistato e saccheggiato da Cesare Borgia, il castello venne restaurato dai Veneziani; nel 1509 la rocca, unitamente alla città di Faenza, divenne definitivo dominio dello Stato Pontificio perdendo importanza militare vera e propria. Fin dal XIV secolo al territorio di Oriolo fu riservata un'ampia autonomia amministrativa che garantì sicurezza e prosperità ai suoi abitanti. Il Comune di Oriolo continuò ad esistere anche sotto il governo pontificio ed ebbe i propri Statuti nel 1518. Il Consiglio del Castello, formato da dodici tra i maggiori possidenti residenti in zona, nominava alcuni pubblici ufficiali e gestiva i proventi delle imposte locali sui terreni, sotto la sorveglianza del castellano nominato dal Consiglio Generale di Faenza. L'acquisizione di vaste estensioni di terreno da parte del clero cittadino portò alla scomparsa quasi totale dei piccoli coltivatori locali, causando un generale impoverimento della località e la crisi del Comune di Oriolo, che fu soppresso nel 1689. Nel 1753 la Rocca, ormai in rovina, venne ceduta in enfiteusi a Sebastiano Orioli; nel 1771 passò a Vincenzo Caldesi. Nel 1983 Carlo Caldesi la donò al Comune di Faenza, insieme all'area verde circostante, di grande valore paesaggistico. Dopo essere stata in parte restaurata, attualmente è sede di manifestazioni enogastronomiche ed è gestita dall'associazione "Torre di Oriolo".

mercoledì 28 settembre 2011

il castello di mercoledì 28 settembre



CASTELL'ALFERO (AT) - Castello Conti Amico

La più antica costruzione da cui ebbe origine l'attuale impianto del Castello, fu realizzata a partire dall'anno 1290 per opera del libero Comune di Asti e consisteva in una struttura fortificata dotata di una solida cinta muraria (la stessa esistente oggi, almeno nel tracciato). E' possibile che l'origine del castello sia ancora più remota, in quanto già a metà del XII secolo sulla collina del Paese, sorgeva una fortezza denominata "Castrum Alferii" che passò sotto il dominio di Asti a partire dal 1189, come attesta il Codice Astese. Negli anni successivi gli scontri tra Asti e il Marchesato si intensificarono ed ebbero come scenario proprio questi luoghi, i quali spesso furono saccheggiati e devastati, come avvenne nel 1290 per l'abitato di fondo valle di Castell'Alfero. Per un breve periodo Castell'Alfero fu proprietà del Marchesato, ma ritornò a far parte del territorio astigiano grazie alla mediazione di papa Urbano V nella disputa tra Galeazzo Visconti e Giovanni di Monferrato, e in seguito fu inserito tra le terre dotali di Valentina Visconti. Nelle carte dei documenti dotali si rileva che Castell'Alfero godeva di particolari prerogative in quanto aveva una sua amministrazione comunale e i suoi cittadini erano equiparati a quelli di Asti, con cui spesso erano in disaccordo, grazie ad una solenne dichiarazione del 1333. Nel 1616, durante la guerra di successione del Monferrato, Castell'Alfero venne distrutto e saccheggiato dal duca di Mantova e nel 1619 Carlo Emanuele I Savoia, ormai signore anche del comune di Asti, lo infeudò a Gerolamo Germonio. Qualche anno dopo il feudo fu venduto ad Alessandro Amico, controllore delle finanze dei Savoia, che fece del castello la propria residenza. Gli interventi che permisero di passare dalla primitiva struttura medievale alla configurazione attuale del Castello, sono dovuti proprio alla famiglia Amico. Una prima fase di lavori fu condotta nel XVII secolo, con il semplice restauro e l'ampliamento della fortificazione esistente. Una mappa dell'epoca indica come la casaforte realizzata nel '600 dai Conti Amico fosse un edificio semplice, composto da un blocco abitativo a tre piani fuori terra, con facciata principale a sud-est, e da una lunga manica a forma di C che racchiudeva al suo interno un piccolo cortile. Soltanto nei primi anni del '700 avvenne la trasformazione decisiva, dopo la quale mutò completamente la struttura architettonica del castello, trasformanto da semplice edificio militare ad elegante residenza barocca. Sono rimaste poche tracce del castello preesistente, riscontrabili nei bastioni e in un tratto di cortina sul lato sud. La conversione funzionale della costruzione seicentesca fu merito del genio e della fantasia di Benedetto Alfieri, zio del più famoso Vittorio. Verso ovest, addossato alla manica del vecchio edificio, egli realizzò un nuovo blocco abitativo, che raccordò con quello già esistente mediante un avancorpo contenente due nicchie sovrapposte, dal quale si dipartivano due serie simmetriche di portici ad archi ribassati; esse sostengono una terrazza al livello del primo piano, a cui si accede esternamente da una singolare scala a chiocciola sul lato ovest del castello. In sostituzione della vecchia facciata venne a definirsi quella attuale, molto più articolata della precedente, nonchè esteticamente più efficace: al centro vi è una grande imponente nicchia alta come l'intero edificio, che ricorda il Palazzo Mazzetti ad Asti ed il Palazzo Ghilini ad Alessandria, entrambi realizzati dall'Alfieri. Estintasi la famiglia Amico nel 1832 la proprietà passò ad Arborio Mella, in seguito agli Ottolenghi di Asti, e nel 1905 il palazzo fu acquistato per 64.000 Lire dal Comune per farne la propria sede. Il Salone Verde, così denominato per il colore predominante nel suo arredo, è senza dubbio l'ambiente più prestigioso realizzato da Benedetto Alfieri in occasione del suo intervento sul Castello. Con la sua grazia e la sua eleganza, esso sostituì nella funzione di Salone delle feste, l'austero ed imponente Salone Rosso, antico locale di rappresentanza della casaforte. Il pavimento fu realizzato in piastrelle di ceramica di Vietri. Ai giorni nostri il Salone Verde ospita occasionalmente mostre, rassegne, convegni e concerti da camera mentre il Salone Rosso è la sede del Consiglio Comunale.

martedì 27 settembre 2011

Il castello di martedì 27 settembre



LICATA (AG) - Castello Sant'Angelo

E' un forte di avvistamento spagnolo risalente alla fine del XVI secolo dal quale è visibile gran parte del litorale e della Piana di Licata. Sorge sull’estrema propaggine orientale della montagna di Licata, a 130 metri s.l.m. e domina il porto a meridione, la città e la pianta e settentrione. La costruzione venne iniziata da Hernando Petigno, comandante generale della cavalleria del Regno di Sicilia e Governatore della Piazza militare di Siracusa, nel 1615 a fianco di una preesistente torre di avvistamento a base quadrangolare, realizzata tra il 1583 ed il 1585 su progetto dell’ingegnere Camillo Camillani. I lavori, affidati insieme alla cura dell'armamento a Serpione Cottone, Marchese d’Altamura, subirono un'interruzione e ripresero dopo il 1636. Il forte fu completato ed inaugurato nel 1640. Ha forma approssimativamente triangolare e mostra rigide e continue forme sottolineate all’esterno dalla robusta compattezza dei muri a scarpa e dalle merlature continue; all’interno gli ambienti, diversi per altezza, riescono ad articolare uno spazio più vario, seppure attorno ad un nucleo centrale planimetricamente rigido. Le mura molto spesse e cordonate all’esterno, all’altezza dei merli, si uniscono al possente torrione quadrato per metà interamente riempito. Ad est, ovest e nord stavano, a cavallo degli spigoli delle cantoniere, su robusti mensoloni, alcune torrette di guardia. Gli alloggiamenti dei soldati, le stalle ed i magazzini furono costruiti lungo tutto il perimetro murario interno. L’accesso era consentito solamente da mezzogiorno, attraverso un ponte levatoio che si gettava su un fossato, che isolava dalla campagna soltanto la grande torre. Di fronte all’ingresso, in fondo al cortile, ad ovest, sotto una grande arcata, era la cappella del castello, ora non più esistente. Restano appena i segni delle cornici, che probabilmente includevano qualche affresco o dipinto. Il castello non fu mai attaccato e, una volta smilitarizzato, fu adibito a telegrafo ad asta, per servizio di Stato, dal 1849 al 1856. Ai primi del’900 vi fu impiantato un “semaforo” con un presidio dell’Aeronautica Militare, che continuò a funzionare fino al 1965, anno in cui il Castello fu definitivamente abbandonato. Nel 1969 è stato dichiarato di particolare interesse artistico e storico. Negli anni ’80 è stato oggetto di un intervento di restauro dalla Sopraintendenza BB.CC.AA. di Agrigento rivolto essenzialmente al recupero della torre e di alcuni ambienti che prospettano sulla corte. Il suo collocarsi al centro di una zona archeologica di eccezione interesse, al centro cioè della città ellenistica che si estende sulla sommità del Monte Sant'Angelo, ne fa il naturale punto di riferimento per i visitatori dell’area archeologica circostante. Per approfondire si può visitare il seguente link:
http://www.sicilie.it/sicilia/Licata%20-%20Castello%20Sant%27Angelo

lunedì 26 settembre 2011

Il castello di lunedì 26 settembre



MARINEO (PA) - Castello Beccadelli Bologna

Si erge su una parete rocciosa a strapiombo sulla valle. Con certezza sappiamo che la prima e più importante costruzione avvenne subito dopo l’epilogo vittorioso che Carlo D’Angio sostenne contro la casa Sveva per la conquista della Sicilia e dell’Italia Meridionale. Poiché il suo potere e la sua fortuna si basava sulla sua forza militare egli coprì i suoi territori di castelli innalzati nei punti di notevole interesse strategico. Al tramonto della potenza Angioina, scacciata dalla Sicilia in seguito al moto popolare dei Vespri, seguì il dominio della casa D’Aragona, un periodo buio caratterizzato dall’anarchia baronale e dalla lotta fraticida. Il Castello Angioino e il vicino centro urbano, per l’importanza strategica, parteciparono attivamente a questa lotta tra famiglie nobili contro il potere centrale, fino a riportarne danni tali che il nucleo abitato venne cancellato. Nel XVI secolo l’imperatore Carlo V investì del feudo di Marineo Francesco Beccatelli Bologna, questore dell’isola e signore di Cefalà e Capaci, il quale nel 1553 diede origine all’attuale Marineo con la costruzione di cento dimore, seguite presto da altre duecento, per opera del figlio Gilberto, che nello stesso tempo diede inizio ai lavori di ricostruzione e riparazione dei resti del castello, che venne trasformato in un palazzo residenziale. L'edificio non era circondato da possenti mura difensive, bensì da capaci granai e da un muro coperto di feritoie sulla rampa di accesso al piano nobile, forma di difesa, non da agguerriti eserciti ma da briganti di strada. Attualmente ospita il Museo Archeologico Regionale della Valle dell'Eleuterio di recentissima istituzione.

sabato 24 settembre 2011

Il castello di domenica 25 settembre



FORMIA (LT) – Torre Angioina di Mola

Il borgo di Mola venne fortificato dagli Angioini con la costruzione di un piccolo fortilizio sul mare voluto da Carlo II d'Angiò sul finire del XIII secolo ed intorno al 1460 dato in signoria, dagli Aragonesi, a Nicola Caetani capostipite del ramo della famiglia Caetani denominato "di Castelmola". L’imponente torre cilindrica, alta 27 metri, è ciò che resta del complesso, gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Essa è racchiusa da mura di cinta di circa 200 metri a strapiombo sul mare con camminamento di ronda. Caratteristico il portale di accesso, del periodo aragonese, che ripropone il gusto architettonico degli archi trionfali di epoca romana. In occasione della Celebrazione del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia, l'Amministrazione Provinciale di Latina d'intesa con il Comune di Formia ha predisposto l'apertura straordinaria al pubblico - nelle giornate del 16 e 17 marzo 2011 - del complesso monumentale La Torre di Mola. Per l'occasione all'interno della Torre è stato possibile visitare la mostra sull'Unità d'Italia con documenti riguardanti la Battaglia di Mola di Gaeta.

venerdì 23 settembre 2011

Il castello di sabato 24 settembre





CASTELNUOVO PARANO (FR) - Castello

Nel 1059 l'Abate di Montecassino Desiderio, a difesa delle continue scorribande degli oppidani Frattenses, abitanti dell'odierna Ausonia, e dei minturnesi, con l'appoggio del duca Adenolfo V di Gaeta eresse un castello a scopo difensivo ma anche con l’intento di controllare la viabilità sottostante al monte Perano, di estrema importanza per il collegamento tra Cassino e l'area marittima. Possesso quasi sempre dell'abbazia, Castrum Novum è indicato nella porta bronzea della basilica, fatta realizzare dall'abate Desiderio per riportarvi tutti i possedimenti. Le vicende storiche del sito furono tali da renderlo sino al terzo decennio del XV secolo legato alla Terra di San Benedetto ad esclusione di brevi periodi, soprattutto nel corso del XIII sec. Si ricordano le occupazioni da parte di Adenolfo di Spigno nel terzo decennio e del conte Diopoldo verso la fine del secolo stesso. In epoca federiciana, nel 1229, l'imperatore diede Castrum Novum in possesso ai signori di Aquino, ma questi, nell'anno successivo, per mutate condizioni politiche lo restituirono all'Abbazia. Nel 1421 Braccio da Montone, in appoggio alla regina Giovanna II con l'aiuto di Ruggero Gaetani occupò Castelnuovo. Dopo sei anni la vertenza con l'abate Pirro Tomacelli si chiuse con l'acquisizione del paese al Gaetani e con l'assegnazione della giurisdizione spirituale all'abbazia. Del castello attualmente non si conservano molte strutture. È comunque possibile una lettura dell'insediamento, anche se probabilmente l'aspetto attuale potrebbe non essere più quello originale, vista la sicura necessità di interventi soprattutto per l'evento sismico del 1349, riconoscibili in una piccola torre laterale circolare con scarpata alla base. L’edificio, ormai diroccato, sorge al centro del paese. La sua planimetria si sviluppa a spirale intorno ad una torre a pianta quadrata, di cui si è conservato in alzato un lato, circondata da una cinta muraria che assume forma allungata in modo da sfruttare le caratteristiche del terreno e creare all'interno la possibilità di una residenzialità non esclusivamente militare. Si tratta di una tipica rocca con recinto allungato e corpo residenziale. Osservando gli avanzi castellani, si nota la quasi totale assenza di finestre e feritoie.

Il castello di venerdì 23 settembre



Acquaviva d'Isernia (IS) - Castello Carmignano

Tra il 1045 e il 1053 tutto la zona dell’alto Volturno di proprietà dell'Abbazia di San Vincenzo, compreso il territorio di Acquaviva, fu usurpata dai Borrello, famiglia di origini longobarde. I monaci invocarono la mediazione del Papa Alessandro II che fu costretto a recarsi di persona a San Vincenzo al Volturno. La sua mediazione garantì che ai monaci fosse riconosciuto il possesso su alcuni feudi usurpati tra i quali si ritiene anche quello di Acquaviva. Fu durante l’usurpazione che i Borrello costruirono il castello, costituito da un mastio di forma quadrangolare. L’edificio fu collocato su un’altura ben arroccata, adatta alle esigenze militari e posta di fronte alla chiesa di Sant’Anastasio, intorno alla quale si era sviluppato il nucleo abitativo originario, quasi in senso di sfida all’Abbazia proprietaria della chiesa. In epoca angioina, il borgo acquistò una certa omogeneità. Finiti gli scontri tra papato e impero, infatti, il castello, simbolo del potere feudale e laico, e la chiesa, simbolo del potere religioso, vennero racchiusi da una cinta fortificata che inglobando il centro storico sanciva la pace fatta. Il borgo fortificato fu dotato di quattro torri di controllo e di una porta di accesso. Molti furono i possessori del feudo. Nel 1269 Carlo d’Angiò concesse il castello al cavaliere francese Filippo d’Angosa che non lasciò eredi. Successivamente il castello venne ceduto ad un altro cavaliere francese, Matteo Rossiaco. Nel XIV secolo Iacovella di Ceccano, moglie di Roberto d’Isernia ottenne il feudo e successivamente Jacopo Cantelmo conte di Popoli divenne feudatario di Acquaviva per volontà della regina Giovanna I e la sua famiglia governò per 200 anni. La famiglia De Santo acquisì il feudo nel 1648 fino al XVIII secolo quando venne affidato ad Andrea Carmignano, da cui il castello prende il nome, che lo tenne fino all’abolizione del feudalesimo. Furono i Carmignano ad effettuare importanti lavori di ristrutturazione sul castello adattandolo ad abitazione signorile. Le finestre vennero ampliate e fu creato un ingresso sul lato del piazzale Carbonari che, in seguito e più volte, fu rielaborato nelle sue forme. In passato l’ingresso al castello si trovava nella facciata opposta alla piazza per una migliore difesa. Durante la seconda guerra mondiale il castello subì gravi danni. Vennero rimosse le travi in legno che sostenevano i solai e questi, inevitabilmente, crollarono. Nel dopoguerra furono approntati dei lavori di restauro abbastanza approssimativi che non bastarono ad arrestare il degrado della struttura, che subì un ulteriore colpo con il terremoto del 1984. Con i lavori di ricostruzione e di restauro successivi a tale evento sono state abbattute le parti pericolanti dell’edificio, ma ad oggi l’operato risulta incompleto e ben lontano dal permettere che il castello torni al suo originario splendore. L'edificio ha la forma quadrangolare molto simile a quella delle fortezze medioevali ed è sviluppato su tre livelli. Le finestre sfalsate lungo la facciata nonché l' uso variopinto di tecniche e materiali costruttivi sono prova di diverse trasformazioni cui fu soggetto nei secoli. Con l' avvento della polvere da sparo il castello venne preparato per affrontare le guerre rinforzando non solo l' interno ma anche l' esterno. Sul piazzale è possibile osservare il portale della facciata principale, al quale si accede tramite una scalinata a due rampe, caratterizzato da un arco a tutto sesto che permette di accedere ad una scalinata che conduce al secondo piano. Attualmente il castello è di proprietà di diverse famiglie.

giovedì 22 settembre 2011

Il castello di giovedì 22 settembre



STERNATIA (LE) – Castello Granafei

L’edificio è stato costruito nel 1750 (e rimaneggiato nel XIX secolo) sul luogo del trecentesco castello degli Orsini del Balzo, andato distrutto. L’antico maniero fu il fulcro politico-amministrativo dei possedimenti delle numerose famiglie nobiliari che ne ebbero la proprietà. Nel 1480 fu saccheggiato dai Turchi durante la presa di Otranto. Più tardi divenne il quartier generale delle truppe di Giulio Antonio Acquaviva, che morì nel tentativo di riconquistare Otranto. Nel 1734 il castello fu ceduto dalla famiglia dei Cicala a quella dei Granafei, e da questi fu eretto il palazzo baronale. La ristrutturazione, attribuita all'architetto leccese Mauro Manieri, ne nobilitò il carattere artistico, trasformandolo in una delle più grandi espressioni del barocco leccese. La facciata principale del castello, rivolta verso il paese è decorata ed è architettonicamente di gran rilievo. Il grandioso portale d'ingresso è sormontato dallo stemma della famiglia Granafei, i proprietari storici della residenza. Al contrario, il lato posteriore del complesso non ha nessun richiamo barocco e presenta una forma austera, priva di qualsiasi armonia decorativa, ma con la peculiarità del basamento scarpato. Gli ambienti, articolati su tre livelli, comprendevano l'abitazione per la famiglia nobiliare, locali di servizio, un carcere ed un'ala di giustizia. Al primo piano alcune stanze sono ornate da affreschi rococò, raffiguranti scene mitologiche e divinità. Tra le opere d'arte conservate è rilevante una tela del Fracanzano. Attualmente il piano terra ospita, in una ampia sala a volta, il Centro Studi Chora-ma, che ha curato una raccolta di materiale lapideo decorato, e di antichi attrezzi ed oggetti di uso quotidiano. In un ampio spazio antistante al palazzo sono state rinvenute numerose fosse frumentarie, in parte ripulite, consolidate e dotate di impianto di illuminazione.

mercoledì 21 settembre 2011

Il castello di mercoledì 21 settembre






SALA BAGANZA (PR) - Castello Rossi in frazione San Vitale Baganza

Denominato anche "Torrione", è un imponente edificio situato nel borgo di San Vitale Baganza, costruito in pietra locale e impreziosito da una magnifica finestra a bifora con il Leone rampante della famiglia Rossi, dalla quale si gode di una magnifica vista sul Torrente Baganza. La costruzione ancora osservabile rappresenta la parte rimanente di uno dei prestigiosi castelli appartenuti alla famiglia Rossi nella provincia di Parma. Su una delle pareti del maniero è visibile una Madonna, forse del 600' o del 700'. Purtroppo l'edificio, già in cattive condizioni, ha subito ulteriori danni durante il terremoto del 23/12/2008. Cercando immagini del castello sul web vi potrete imbattere facilmente in siti nei quali vi è un annuncio di vendita dell'antica costruzione...speriamo bene !! A quanto pare senza interventi a breve di recupero e restauro, si rischia di perdere definitivamente questa preziosa testimonianza della storia parmense.

martedì 20 settembre 2011

Il castello di martedì 20 settembre



MONTEREALE VALCELLINA (PN) - Castello

Posto a controllo della Valle Cellina, venne costruito col nome di Calaresio a difesa dalle invasioni degli Ungari. E’ ricordato per la prima volta in un documento del 1213. In quell'anno infatti il patriarca Wolkero investì i tre fratelli Varnero, Albertino e Odorico della parte di feudo che tenevano nel castello dai conti di Prata e della signoria di Madrisio. In seguito il fortilizio fu quasi certamente assediato poichè il 6 luglio 1241 il conte Mainardo di Gorizia, avvocato della Chiesa d'Aquileia, condonò a Olvrandino di Maniago i danni che questi aveva procurato al maniero attaccandolo. Nel 1290, poi, il patriarca Raimondo della Torre, investiti di feudo e castello Pietro e Sibello nell'anno 1276, lo fece assediare. Tra il 1313 e il 1318 i membri della famiglia Montereale, di provenienza francese, furono protagonisti di innumerevoli fatti d'arme scontrandosi con i Pinzano, i Toppo e i Maniago. Il 24 settembre 1346 Bianchino di Porcia assalì e saccheggiò il maniero che successivamente a tali eventi cadde in rovina.I nobili si trasferirono nel centro sottostante. Nel 1420 passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia. Ceduto all'Austria nel 1797, nel 1805 entrò a far parte del Regno d'Italia napoleonico (Dipartimento del Tagliamento, Distretto e Cantone di Pordenone), per poi ritornare sotto il dominio Austriaco nel 1814. Del castello rimangono alcune rovine in posizione panoramica.

lunedì 19 settembre 2011

Il castello di lunedì 19 settembre



ARENA (VV) - Castello Normanno

Fu edificato in epoca anteriore al 1130 molto probabilmente da Ruggero I il Normanno a difesa di Mileto, in luogo strategico e inespugnabile, posto su un possente sperone di roccia a metà strada fra Monteleone e Stilo, a difesa del passo Berra, che, aprendo un varco fra le montagne delle Serre meridionali, metteva in collegamento i due mari. Per controllare il territorio da possibili attacchi provenienti dalla costa orientale, venne insediato quale primo conte d’Arena un figlio naturale del Normanno, anch’egli di nome Ruggero, più spesso indicato con il cognome della madre, ossia Ruggero Conclubet. I discendenti di quest’ultimo per ben 600 anni dominarono su Arena, vivendo in prima persona i più importanti eventi storici: dalla transizione normanno-sveva all’avvento degli Angioini, dalla congiura dei baroni alla rivoluzione di Tommaso Campanella. Testimone di questi importi fatti di storia fu il castello, che, già ricostruito in seguito al terremoto del 1753, non sopportò la violenta forza devastatrice del sisma del 1783, lo stesso che distrusse Mileto. Dell’età di Ruggero il castello conserva l’impostazione architettonica propria di tutti i castelli normanni. Il corpo di fabbrica ricalca un quadrilatero perfettamente adattato alla natura del luogo, con mura perimetrali robuste e possenti. L’accesso al castello era permesso dalla sola facciata orientale mentre le altre tre erano circondate da dirupi imprendibili e vertiginosi. Agli angoli del quadrilatero sorgevano quattro torri, oggi parzialmente conservate e che appartengono a epoche diverse, frutto dei vari adattamenti tecnico - difensivi effettuati sul castello. Due di esse sono angioine a base circolare sul lato orientale del maniero, mentre le altre due sono a base quadrata e d’epoca aragonese. Nel corso dei secoli la pesante costruzione normanna venne alleggerita, e la modifica principale fu fatta alle torri: le torri quadrangolari, piene e robuste con scarpa liscia, vennero sostituite da torri alte, leggere a base circolare con scarpa scanalata. Quest’ultimo accorgimento aumentava la difesa piombante, praticata dalla merlatura, aumentandone la gittata e garantendo effetti devastanti sui nemici. Le due torri a base scanalata conservate in Arena sono forse unici esempi in Calabria di questo originale modo di costruzione. Infatti, va precisato che generalmente le torri angioine avevano una scarpa circolare liscia e non scanalata, benché uguali esempi della stessa tecnica costruttiva debbano essere ricercati in Campania. Queste modifiche dell’iniziale struttura normanna non furono estese alle torri occidentali che guardano verso Monteleone, per due ragioni: in primo luogo il pericolo continuava a provenire da oriente, in secondo luogo il castello risultava inespugnabile dagli altri tre lati. Col tempo però le cose cambiarono e in epoca aragonese età caratterizzata dall’introduzione delle armi da fuoco. Le torri occidentali furono ribassate ed opportunamente modificate per assorbire i colpi dell’artiglieria nemica e i pesanti rinculi delle bocche da fuoco in esse ospitate. Il castello non assolse solo un ruolo difensivo, ma era anche il luogo in cui si amministrava la giustizia, dove il marchese aveva la sua dimora e dove si svolgevano le attività economiche più importanti. Sono ancora visibili i sotterranei dove erano ospitate le carceri; e, nella gola sottostante in cui scorre il Petrace, sono stati recentemente recuperati dall’abbandono, i resti del frantoio e del mulino su cui il marchese vantava, come su tutte le altre macchine ad acqua del feudo, i suoi numerosi “iura proibendi”. Sono ancora visibili poi tratti di muraglie perimetrali e avanzi di un grandioso acquedotto, realizzato per l'approvigionamento idrico del castello. Recentemente ristrutturato, sta ora subendo un intervento finalizzato alla costruzione di un parco naturalistico.

sabato 17 settembre 2011

Il castello di domenica 18 settembre





ACQUAPENDENTE (VT) – Torre del Barbarossa e Torre Julia de’ Jacopo

Torre del Barbarossa – Secondo la tradizione essa non è altro che l'ultima parte dell'antico castello di Federico I Barbarossa, eretto nella parte più alta del paese, in cui risiedeva il suo governatore Guelfo VI, scaricato dalla popolazione in seguito alla ribellione del 1166. La torre, localmente detta anche “L’Orologione”, compare fin dalla prima stampa della città (1572) mentre è assente sulla stampa a volo d'uccello del Guicciardi (1582), per poi ricomparire con tanto di orologio nella riedizione del De Rossi (1686). Orologio che già esisteva nel 1588 come annota lo storico locale P. P. Biondi . La forma attuale della torre è dovuta ai rifacimenti dell’Ottocento che hanno aggiunto la cella campanaria ed i merli. Il parco che si sviluppa tutto intorno alla torre si è venuto formando nel secondo dopoguerra dopo esser stato per tutto l'ottocento coltivato ad orto, a seminativo ed a vigneto da parte di vari proprietari tra cui i frati di S. Francesco e S. Agostino, la confraternita della Buona Morte, del S. Sacramento ed altri enti e privati cittadini.

Torre Julia de’ Jacopo - già Porta S. Sepolcro, fu così chiamata in onore della fanciulla aquesiana, che il 18 gennaio 1550, con la sua prontezza, riuscì a bloccare l'ingresso ai soldati nemici. Prima del 1198, data della storica e disastrosa guerra contro il Comune di Orvieto, Acquapendente era dotata di forti e solidissime mura, in alcuni tratti raddoppiate e dotate di ben sei porte, anch'esse doppie. Esse erano state più volte danneggiate, a causa della posizione strategica in cui il paese si trovava (era divenuta una pericolosa zona cuscinetto sottoposta alle mire espansionistiche di Siena ed Orvieto), ma mai completamente distrutte. Dopo quella data, però, i Consoli Senesi, assurti ad arbitri di pace, ordinarono un loro notevole ridimensionamento, attraverso l'abbattimento di tutta la fascia superiore. Solo le porte furono salvate e fu dato l'ordine categorico di non ricostruirle senza il permesso dei Consoli d'Orvieto. Nel Rinascimento le mura vennero nuovamente fortificate attraverso l'edificazione di torri e bastioni ma purtroppo, nei secoli successivi, esse andarono incontro ad un lento ma inesorabile deterioramento fino a quando, nel XIX secolo, non ne rimasero che pochi ruderi. In questo periodo esse furono nuovamente ristrutturate e sfruttate a scopo abitativo. La Torre Julia è proprio il resto principale di questa cinta muraria e ancora oggi sembra posta a guardia del paese. Attualmente ospita al piano terra il centro visite della Riserva Naturale Monte Rufeno, un punto informativo e un punto vendita di prodotti tipici e dell'artigianato locale.
Al piano superiore si trovano dei locali in cui sono stati raccolti ed esposti reperti di ceramica medievale frutto degli scavi condotti nel centro storico di Acquapendente dalla sede locale dell'Archeoclub d'Italia. Gli scavi effettuati nel centro storico, hanno portato alla luce reperti che testimoniano quella che fu l’antica tradizione ceramica aquesiana, sin dal XIII secolo. Il museo ospita gli importanti, e tipologicamente vari, reperti di maiolica arcaica, dipinti in ramina e manganese con stemmi araldici, figure umane e antropomorfe, motivi vegetali e geometrici, che sono stati rinvenuti negli scavi dell’ex convento di S. Agostino in Acquapendente.

venerdì 16 settembre 2011

Il castello di sabato 17 settembre



MARTA (VT) – Torre dell’Orologio

Situata nel centro storico del paese, di cui è certamente il simbolo, è alta circa 21 metri e ha forma ottagonale. La torre è antichissima e potrebbe ben risalire ad epoca anteriore al XII secolo: ne abbiamo conferma dalle fonti storiche e in particolare dal Bussi che, nella sua storia di Viterbo, racconta che i viterbesi se ne impadronirono nel 1197, dopo averla espugnata uccidendo in battaglia Janni Macaro, che ne era il signore. Dalle vicende belliche la torre uscì probabilmente distrutta o alquanto malconcia: abbiamo infatti notizia dall'Annibali di una sua ricostruzione avvenuta nel 1323, sotto papa Giovanni XXII. Non trascorse un decennio che la torre fu nuovamente riedificata, nell'ambito dei lavori di ristrutturazione e consolidamento difensivo della rocca: dal che si deduce che nel frattempo era rovinata o era stata demolita. Quando in questa zona arrivarono i Farnese, nel quindicesimo secolo, la torre fu quasi certamente restaurata. Ciò è testimoniato dal fatto che Pierluigi Farnese vi appose il suo stemma: il liocorno sovrastante un cimiero piumato e uno scudo con gigli seminati. Invero lo stemma, praticamente identico a quelli che adornano il monumento funebre di Ranuccio il Vecchio sull'isola Bisentina, potrebbe essere stato apposto sulla torre dallo stesso Ranuccio anteriormente al 1450, anno della sua morte. Le due lettere che sono scolpite negli angoli superiori dell'arme, essendo di incerta lettura, non ci aiutano molto: potrebbe trattarsi di una R e di una A o più probabilmente di due P poste specularmente. Potrebbero quindi riferirsi sia al nome "Ranuccio" che a "Pierluigi". La torre è stata restaurata negli ultimi anni e nel periodo estivo è possibile entrarvi e godere del meraviglioso panorama del lago di Bolsena da quella altezza.

Il castello di venerdì 16 settembre



CAVERNAGO (BG) - Castello Martinengo-Colleoni

Situato a pochi chilometri da Bergamo, rappresenta un tipico e prezioso esempio di castello di epoca barocca, la cui funzione principale era quella di assicurare protezione a chi vi dimorava, costituendo un'importante residenza familiare. I canonici della cattedrale di Bergamo erano entrati in possesso di un'antica costruzione nella stessa località e nel 1470 il celebre condottiero Bartolomeo Colleoni aveva acquistato con atto pubblico la struttura e le relative dipendenze. Alla sua morte il feudo di Cavernago passò nelle mani di Gherardo Martinengo-Colleoni marito di Ursina, una delle figlie del condottiero, che incominciò la vera e propria costruzione del castello. L'edificio attuale, che risale al Seicento, è a pianta quadrata ed è circondato da un profondo e ampio fossato dove ora non c'è più acqua. Vi era un ponte levatoio in legno che vi permetteva l'accesso, successivamente sostituito da un'arcata in muratura. L'ingresso è formato da un arco a tutto sesto di notevole raggio e di pregevole fattura. Il maniero è privo di merlatura e di camminamenti di ronda: questi elementi lasciano intuire che non si trattasse di una fortezza militare, come lo è, per esempio, il vicino castello di Malpaga. Nell' ingresso sono presenti numerosi segni che richiamano il vecchio ponte levatoio. Questo castello presenta sulla facciata principale il simbolo in marmo del casato Martinengo: la grande aquila circondata dal collare dell'Annunziata. Ogni facciata presenta numerose finestre, mentre ai lati ha quattro torri, poco alte e poco sporgenti dalla struttura del castello. Alcune di queste torri terminano in cima con delle logge circondate da archi sostenuti da sottili colonne. Nella parte mediana della facciata sud sporge dalle mura una bassa torre che ha un ponte in pietra che supera il fossato. Questa torre rappresenta il secondo ingresso che dava sulla campagna. Il castello dopo esser stato acquistato dai conti Giovannelli prima e dal conte Mazzotti Biancinelli poi, ora è di proprietà di un erede del principe Gonzaga di Vescovato. Superando l'ingresso del castello, ci troviamo di fronte un cortile a forma di "U" che ai lati presenta dei porticati sia al primo che al secondo piano. I porticati hanno colonne con capitelli di stile tuscanico al pian terreno e colonne con capitelli di stile ionico al secondo piano. Le colonne sostengono archi a tutto sesto ricchi di affreschi che decorano tutti i porticati, in particolare in quello sud si apre un salone dove è riprodotta una gigante figura di Bartolomeo Colleoni. L'ampio cortile presenta nella sua parte più larga un pozzo, ora chiuso da una grossa grata. Le sale interne sono fastose e impreziosite da numerosi affreschi e all'epoca contenevano una ricchezza di mobilia non indifferente. Quale fosse la fama che ben presto acquistò il castello di Martinengo e quanto fossero tenuti in considerazione i signori che l'abitavano ci è reso noto nel 1602 in occasione delle nozze della figlia del Martinengo, Caterina, con il Marchese Bentivoglio di Ferrara. Per tale occasione il Podestà di Bergamo, preoccupato che l'ordine pubblico potesse venire turbato dalle migliaia di persone che sarebbero convenute per i festeggiamenti e per il programmato torneo d'armi e in considerazione anche del periodo di carestia che stava attraversando la popolazione della zona, fece una relazione al Senato Veneto per informarlo dell'eccezionale avvenimento. Ulteriori notizie sul link http://www.letteraturaalfemminile.it/castello_di_cavernago.htm

giovedì 15 settembre 2011

Il castello di giovedì 15 settembre



BAZZANO (BO) – Rocca dei Bentivoglio

Le sue origini, a dispetto della leggenda che la vuole costruita da Matilde di Canossa, sono incerte ma risalgono sicuramente a una data anteriore al Mille, quando in tutta l’area padana vennero eretti castelli a difesa dalle invasioni barbariche. Agli inizi era configurata come un edificio probabilmente fortificato con strutture leggere (si pensa, ad esempio, a una semplice palizzata). Il "castrum di Bazzano" viene così menzionato per la prima volta nel 1038, quando il vescovo di Modena Guiberto lo concesse in enfiteusi - insieme alla curtis di Santo Stefano – al marchese Bonifacio di Canossa, padre della celebre Matilde, che lo ereditò a sua volta a soli 9 anni e che ebbe in possesso fino alla sua morte, nel 1115. Per questo il fortilizio è noto anche come Rocca Matildea. Dopo la morte di Matilde, priva di eredi, il castello cadde sotto la podestà della città di Modena e nel 1180, quando Bazzano era già un comune rurale, i consoli modenesi si impegnarono a edificare due torri all’interno del castello. Passato nel 1204 con un lodo del Podestà di Bologna al contado bolognese, Bazzano divenne a quel punto oggetto di contrasto tra i due comuni. Le prime mura della fortezza vennero costruite nel 1218. Nel corso del Duecento la Rocca venne assediata dai Bolognesi per ben due volte: nel 1228 con esito negativo mentre nel 1247 essi riuscirono a espugnarla (pare per un tradimento) e diedero ordine di demolirla completamente facendo trasportare le pietre a Monteveglio, al fine di utilizzarle per una casa torre destinata ai funzionari di quel borgo. Il castello venne ricostruito una prima volta per volere di Azzo VIII d’Este tra il 1296 e il 1311: al 1304 risale il termine dei lavori per le mura perimetrali e nel 1310, oltre alla torre – affacciata sul cortile – vennero edificati due casseri, uno dei quali è la Torre dell’Orologio tuttora esistente. Dopo il 1371 i marchesi d’Este ampliarono inoltre le mura della Rocca (la porta d’ingresso di queste nuove mura è da identificarsi probabilmente con l’arco posto alcuni metri più in basso del cassero scendendo verso il paese). Durante la metà del ‘400, con l’avvento delle nuove tecniche di assedio e soprattutto dell’utilizzo delle armi da fuoco, le strutture della Rocca di Bazzano risultarono obsolete, e così la fortificazione andò incontro a rapido decadimento. Fu allora, nel 1473, che i Sedici Riformatori dello stato bolognese decisero di donare l’edificio a Giovanni II Bentivoglio, signore della città fino al 1507. È a lui che la Rocca deve la sua trasformazione in "delizia" signorile, destinata alle vacanze in campagna, e l’aspetto attuale. Con i Bentivoglio, l'edificio divenne per qualche tempo la residenza della famiglia: il 3 ottobre 1486 il figlio di Giovanni II, Anton Galeazzo, lasciò la sua firma al pianterreno, vicino alla torre in seguito "mozzata". E fu in questa torre che nel 1799, sotto il nome di Lorenzo Alighieri, venne tenuto prigioniero il poeta Ugo Foscolo. La Rocca divenne successivamente sede del Capitanato della Montagna (notevoli i documenti dell’Archivio dei Capitani e dei Vicari, conservati in Comune) e, nei secoli seguenti, ospitò nei suoi ambienti le più svariate funzioni: da carcere (come già detto, nel caso di Foscolo) a teatro (nella Sala dei Giganti), da caserma a scuola, fino addirittura ad abitazioni private (ancora fino agli anni ‘60). Oggi il castello si presenta in buono stato grazie ad importanti opere di restauro che sono state effettuate. Dell’antico nucleo rimangono solo la torre sul lato sud e l’ala attigua. Al corpo trecentesco vennero aggiunte tre ali a creare un cortile interno e la facciata del castello venne ingentilita da affreschi ora non più conservati, mentre è ancora in più punti visibile la struttura muraria costituita da filari alternati di ciottoli e mattoni. Anche i merli a coda di rondine, posti al di sotto della copertura, costituirono un richiamo alla passata funzione di fortezza del palatium. Di notevole interesse risulta invece quanto rimane delle pitture parietali delle sale, in buona parte restaurate. Nei locali al piano terra si possono osservare alcuni stemmi a tempera, con gli emblemi dei Bentivoglio (la sega rossa a sette denti) e della celebre dinastia milanese degli Sforza (l`onda bianca e azzurra e il drago con un uomo in bocca), che ricordano il matrimonio di Giovanni Bentivoglio con Ginevra Sforza. Le iniziali Ms Zo rinviano allo stesso Giovanni Bentivoglio ("Messer Zoane"). Oggi gli ambienti della Rocca ospitano il locale Centro Musica (ovvero la Mediateca Intercomunale) ed è sede della Fondazione Rocca dei Bentivoglio. Nella Cantina invece (ove sono visibili le antichissime fondazioni del castello) è allestito il Punto informativo dei prodotti della Strada dei Vini e dei Sapori “Città Castelli Ciliegi”. All'interno della Rocca, inoltre, trova spazio anche il Museo Civico “Arsenio Crespellani”. Quest'ultimo, nato nell'ultimo quarto del XIX secolo, è sede della Fondazione Rocca dei Bentivoglio e comprende una sezione preprotostorica con materiali dell'età del bronzo e del ferro delle necropoli bazzanesi, una sezione romana e altomedievale con raccolte di ceramiche e una sezione contemporanea contenente armi e divise risorgimentali. Per approfondire si può visitare il seguente sito: http://www.roccadeibentivoglio.it

mercoledì 14 settembre 2011

Il castello di mercoledì 14 settembre



BISACCIA (AV) - Castello Ducale

I primi documenti che attestano la sua esistenza sono di epoca normanna, anche se già i Longobardi intorno alla seconda metà dell'VIII secolo avevano costruito una primitiva fortezza. Sotto i Normanni Bisaccia divenne un feudo governato da un feudatario e vi fu praticato il pastinato, che diede tra l'altro il nome a una frazione di Bisaccia, Pastina. Il pastinato fece sì che il castello di Bisaccia divenisse un centro di popolamento intorno al quale sorgevano nuove abitazioni, favorendo tra l'altro la diffusione della piccola proprietà contadina. Nel 1198 un potente sisma distrusse il castello. In seguito al matrimonio tra la regina dei normanni Costanza d'Altavilla e l'imperatore Enrico VI, le corone di Sicilia e del Sacro Romano Impero vennero unificate nelle mani di Federico II, re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore. Nel 1246 il Signore di Bisaccia Riccardo I venne privato del suo feudo dall'Imperatore Federico II in quanto reo di congiura. Federico II ricostruì il castello, usato come personale dimora di caccia ma anche come luogo di incontro dei protagonisti della scuola poetica siciliana, da lui istituita. Alcuni elementi dell'edificio sono infatti di architettura tipicamente sveva, come la torre quadrata (che raggiunge i 12 metri di altezza e 8 di larghezza) e il grande loggiato che rifinisce il poderoso bastione difensivo. In questo castello soggiornò Torquato Tasso nel 1588, ospite dell'allora feudatario Giovan Battista Manso, letterato rinascimentale che animava le sale del castello con banchetti culturali. La struttura, persa la sua funzione militare e difensiva e divenuta residenza gentilizia, ospitò nel XVII secolo anche il primo Duca di Bisaccia, Ascanio Pignatelli. A testimonianza di ciò sul portone è conservato lo stemma della famiglia Pignatelli d'Egurant che tenne il castello dalla fine del XVI agli inizi del XIX secolo. Fu gravemente danneggiato dai terremoti del 1300, del 1694, del 1930 e del1980. La sua struttura muraria è costituita da grossi ciottoli fluviali misti a blocchi di calcare squadrati e malta durissima. Nel castello sono presenti una cisterna con depuratore e tubi fittili, per il deflusso delle acque e le rovine di una piccola chiesa absidata. Oggi è stato completamente restaurato. Di proprietà comunale, ospita il Museo Civico Archeologico che, per qualità ed importanza dei materiali esposti, è ritenuto uno dei più importanti del Mezzogiorno d’Italia. In esso sono custoditi i resti della Principessa di Bisaccia risalenti all’età del ferro.

martedì 13 settembre 2011

Il castello di martedì 13 settembre



ANGRI (SA) - Castello Doria

Di epoca medievale, il maniero domina la valle del Sarno in posizione strategica, anche se in una zona pianeggiante, ed è certamente tra i principali monumenti cittadini. L' edificio ha subito numerose modifiche ed adattamenti a seconda dei vari stili architettonici delle epoche passate. Dalle testimonianze pervenute, si considera il 1290 come l' anno di edificazione del castello, allorquando il re Carlo II d' Angiò, detto "lo zoppo", affidò il feudo di Angri a Pietro Braherio o De Braheriis, milite e familiare regio. Durante la lotta per la successione al trono di Napoli tra angioini ed aragonesi, subì vari assedi, tra cui quello del 1421 - guidato da Braccio da Montone - durante il quale fu dato alle fiamme. Resistette anche all' invasione del 1438 dell' esercito di Alfonso d' Aragona. Dello stesso periodo è la grande torre munita che si eleva a destra del complesso, e che conserva il fossato originario ed è circondata da un ampio anello su due piani che cinge e difende il corpo della torre. La torre, detta anche "mastio", è anche l' unico elemento superstite dell' assetto antico della rocca, in cui forse fu ospitato Carlo V nel 1535 dal feudatario del tempo, Alfonso d' Avalos. Essa potrebbe infatti risalire all'epoca romana e ciò si può desumere sia dal vario materiale di risulta di piccole dimensioni, e sia dal materiale alluvionale di superficie, nel quale predomina la pietra locale, il tufo duro e dolce, cocci di cotto, la selce e la sarnide; materiali cementati con abbondanza di calce senza malta di copertura all'esterno, trattandosi infatti di un'opera di guerra (opus militare); sia poi dalla imponente forma architettonica ampia, circolare ed altissima, tipica delle torri romane, suddivisa all'interno in più piani. Il feudo fu poi della famiglia Carafa. I Doria, famiglia nobile di origini genovesi, acquisì grandi latifondi nell' Agro-Nocerino, masserie, case coloniche, palazzi e venne in possesso del feudo di Angri, e quindi del suo castello, nel 1613 che mantenne fino al 1806, quando fu abolito il feudalesimo. Nel 1756 i Doria, per volontà del principe Marcantonio, incaricarono l' architetto Francescani, genero del Vanvitelli, di restaurare il complesso, trasformandolo in palazzo signorile, con logge sovrapposte a scale a tenaglia in pietra nera. La torre principale fu ricoperta di merli, mentre quelli minori furono compresi nel vasto edificio a tre piani, con la particolare scala aperta che collega la torre al palazzo. Oltre allo scalone, meritano una visita la sala affrescata, le celle e all’esterno la torre, il fossato e il ponte levatoio. Di fronte al palazzo fu annesso un incantevole Parco caratterizzato da ampie e ricche aiuole con alberi secolari. Il maestoso ingresso presenta motivi neoclassici e al centro vi è una collinetta artificiale, che racchiude all' interno una grotta. Nel 1908 l' Amministrazione Comunale acquistò il castello, per novantamila lire, trasformandolo nella sede del Municipio e carcere mandamentale. Il Parco è stato adibito a Villa Comunale. La depandance di fronte al castello è diventata sede del Casino Sociale. L' aia della Corte, che era stata utilizzata dagli zappatori per stendervi il grano d' india ad asciugare dopo il raccolto, è stata messa a disposizione per la costruzione del Monumento ai Caduti. Durante la seconda guerra mondiale venne colpito da una ventina di proiettili d' artiglieria e mortai, mentre il terremoto del 1980 rese l'edificio inagibile. Dopo quattro anni di restauro, nel 1988, è tornato ad ospitare il Municipio.

lunedì 12 settembre 2011

Il castello di lunedì 12 settembre



MONTECCHIO (TR) - Castello Ancajani di Tenaglie

Antico fortilizio (sex. XIII) appartenente ai Conti de' Baschi, fu trasformato in Villa, poi in Castello dai Baroni Ancajani di Spoleto, che ne divennero proprietari nel sec. XVI, a causa dei misfatti attribuiti ad Attilio e Flaminio di Carnano de' Baschi. Atalanta Baschi sorella dei due facinorosi, prese come sposo l'Ancajani che salvò la proprietà. Gli Ancajani dominarono fino al 1896, anno in cui morì il barone Decio, poi il castello passò in mano a diverse altre nobili famiglie (Conte Marini Dettina, Morichetti, Pacini). Dal 1986 è di proprietà Giachini. Il castello domina il suggestivo borgo medioevale di Tenaglie. Il castello è stato sapientemente restaurato dagli attuali proprietari, che hanno provveduto al mantenimento architettonico originale. Sottoposto a vincolo di tutela dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, attualmente ospita una mostra sulla civiltà contadina. Per approfondire si può visitare il sito www.palazzettoancajani.it

sabato 10 settembre 2011

Il castello di domenica 11 settembre



SANTA MARINELLA (RM) – Castello di Santa Severa e Torre Saracena

Dalla via Aurelia, al Km 52,500, percorrendo un suggestivo viale alberato in direzione del mare, si giunge al Castello di Santa Severa. Il complesso è una delle più importanti aree di interesse storico-archeologico sulla costa tirrenica a nord di Roma. Esso sorge sul sito etrusco di Pyrgi, la città portuale collegata all’antica Caere, attuale Cerveteri fondata tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. Durante il corso del III secolo a.C. con la romanizzazione del territorio costiero, su parte dell’abitato etrusco venne fondato il castrum romano di Pyrgi, circondato da possenti mura in opera poligonale. Il sito fu probabilmente abitato senza interruzioni fino alla tarda antichità (IV – V sec. d.C.) ed è proprio grazie alla continuità di vita sui resti del castrum romano che in epoca medievale si formò il borgo conosciuto come Castellum Sanctae Severae. La prima citazione storica riguardante il Castello di Santa Severa risale al 1068, anno in cui il normanno Gerardo Conte di Galeria lo donò ai monaci dell'Abbazia di Farfa. In seguito il castello appartenne ai Monaci di San Paolo e ad alcune famiglie nobili romane tra le quali i Tiniosi, i Bonaventura-Venturini e gli Anguillara. Nel 1482 il Papa Sisto IV concesse la Rocca al Pio Istituto del Santo Spirito, il quale ne fece, a sua volta, per cinque secoli, (1482-1980), il cuore di un'azienda agricola estremamente vasta, visitata da diversi Papi del Rinascimento e dei secoli successivi, tra cui Leone X, Paolo III, Gregorio XIII (1580), Sisto V (1588) e Urbano VIII (1633). L’intero borgo è delimitato da una cerchia muraria turrita, di probabile edificazione da parte dello Stato Pontificio e vi si accede al borgo attraverso il portale monumentale aperto nel 1633 in occasione della visita di Papa Urbano VIII. La cosiddetta Via del Castello, lungo la quale si aprono luoghi suggestivi come il Grande Giardino, allestito sempre in occasione della visita di Urbano VIII, o il Piazzale delle due Chiese, con il Battistero e la Chiesa dell’Assunta e S.Severa, taglia quasi a metà il borgo e conduce il visitatore direttamente nella Piazza del castello. Da qui, oltre che dal mare, sono ben visibili sia la Torre Saracena che il castello. La torre, di forma cilindrica, venne costruita nel XII secolo probabilmente inglobando una struttura voluta già nel IX secolo da Leone III con funzione di controllo della costa dalle incursioni saracene. Il castello, a pianta rettangolare, ha le due torri meridionali, visibili dalla Piazza del Castello, cilindriche, come la Torre Saracena; quadrangolari sono invece le due torri affacciate sul mare. La struttura, anche in questo caso sorta su un nucleo più antico, risale al XIV secolo e viene completata tra XV e XVI secolo. Oggi la proprietà del complesso monumentale appartiene alla Regione Lazio che ne ha affidato la gestione al Comune di Santa Marinella. Grazie ai recenti lavori di restauro finanziati dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio il Castello di Santa Severa si avvia a diventare uno dei più importanti poli culturali sul litorale a nord di Roma; infatti è stato creato un polo museale che comprende i già esistenti Museo Nazionale Antiquarium di Pyrgi, Museo del Mare e della Navigazione Antica e il nuovo Museo della Rocca, attraverso il quale ripercorrere le vicende storiche del sito.

venerdì 9 settembre 2011

Il castello di sabato 10 settembre



VARCO SABINO (RI) – Castello di Rigatti

Rigatti dal 1968 è frazione di Varco Sabino. Il suo castello fu fondato probabilmente nel XII secolo, collegato con la comparsa nel 1153 della pieve di Santa Maria in Rivogatti, ed appartenne ai Mareri, pur essendo collocato al di là della frontiera normanna. Nel 1271 il castello, che faceva parte della baronia di Filippo Mareri, fu sequestrato insieme agli altri e concesso al milite provenzale Guglielmo di Accrochemoure, che lo restituì alla curia regia nel 1279. Tornò poi ai Mareri cui restò finché Muzio, subentrato al fratello nel governo del feudo, fu arrestato insieme al figlio Lelio nel 1612 e nel 1615 fu condannato a morte dal tribunale del governatore di Roma e giustiziato per aver offerto ospitalità e concesso protezione ai banditi della zona, mentre i suoi feudi, Ascrea, Bulgaretta, Marcetelli e Rigatti, furono confiscati fino al 1623 quando ne furono nuovamente investiti i figli del fratello Cesare che aveva sposato Eleonora Orsini. Nel 1633 Rigatti fu venduto a Matteo Sacchetti, fratello del cardinale Giulio, ed eretto a marchesato. Nel 1715 Clemente XI, con un suo chirografo, autorizzò la vendita ai marchesi Vitelleschi. Successivi proprietari furono anche i Caprioli. L’attuale palazzo baronale, che sorge sul luogo del castello, ha forma trapezoidale ed un torrione centrale. Il suo ingresso è tuttora sormontato dallo stemma dei Mareri, mentre le stanze nei piani interni conservano pavimenti in cotto e soffitti lignei.

Il castello di venerdì 9 settembre



GUARDIA PIEMONTESE (CS) - Torre dei Valdesi

Il toponimo Guardia Piemontese deriva dalla torre di avvistamento che venne costruita in cima al borgo attorno all’anno mille. A quel tempo i nemici provenivano soprattutto dal mare: i più temuti erano i pirati saraceni che non solo rendevano rischiosa la navigazione nel Mediterraneo, ma di frequente attaccavano le coste saccheggiando tutti i centri che incontravano. Quella di Guardia Piemontese, infatti, non è che una delle tante torri presenti lungo la costa tirrenica, certamente tra le meglio conservate. In origine da ogni torre era possibile vedere le altre vicine, così da avere un maggiore controllo sul territorio. In caso di pericolo, nelle giornate di cielo limpido, si facevano dei veri e propri segnali di fumo tramite le feritoie laterali, mentre nelle giornate di maltempo o nelle ore di buio si appiccavano alti roghi. In tal modo tutto il circondario sapeva dell’attacco e poteva localizzarlo rapidamente. Quando parlano della loro torre, i guardioti la chiamano “ou Castelle”, il castello: pur non essendo stata mai dimora di nobili o valorosi cavalieri, questa denominazione mostra tutto l’affetto della gente per una costruzione dalla quale, grazie alle sue mura alte venti metri e spesse due, è dipesa per secoli la sopravvivenza dell’intero paese. La struttura, del diametro di circa 20 mt., ha una volta ottagonale ed era forse suddivisa in due piani: il primo adibito a carcere e magazzino e il secondo ad uffici giurisdizionali del marchese e a quartiere nobile. I quattro lati esterni del castello, cui apparteneva la torre, erano forse adibiti ciascuno ad una precisa funzione: di guardia, di ricevimento, di comando militare ecc. Il territorio di Guardia venne concesso ai Valdesi dal marchese Salvatore Spinelli di Fuscaldo e oggi è l'unico posto in cui si è conservata l'antica lingua occitana e, fino a non molto tempo fa, anche l'uso del costume tradizionale. Il luogo fu scelto probabilmente per la sua posizione elevata (circa 514 metri sul livello del mare) e fu cinto da mura a scopo difensivo, inglobando l'antica torre d'avvistamento. Il dominio valdese durò fino ai tempi dell’Inquisizione e cessò solo nel 1561 con il noto e tragico eccidio cui gli abitanti di Guardia sono devoti e per i quali l’anno 2008 è stata istituita la “Giornata della Memoria”.

giovedì 8 settembre 2011

Il castello di giovedì 8 settembre



ASTI - Torre Rossa o di San Secondo

E' una torre di origine romana, uno dei monumenti più antichi della città astigiana. E' stata costruita in due periodi diversi. La prima parte, di forma poligonale a sedici lati poggianti su una base quadrata, risale all’epoca augustea e faceva forse parte dell'antica cinta muraria, costituendo – con un’altra torre collegata, ora scomparsa – la cosiddetta “porta urbica” occidentale. La seconda parte, in tufo e mattoni, risale al secolo XI circa. Gli ultimi due piani sono ornati da archetti e colonnine. In passato (XII secolo), la struttura fu usata come campanile per la chiesa romanica di Santa Caterina, funzione che mantiene tuttora. Il nome di Torre Rossa deriva dalla famiglia De Rubeis che in epoca medioevale possedeva le case attorno ad essa. La denominazione che richiama San Secondo si collega poi alla tradizione popolare per cui, nella torre stessa sarebbe stato imprigionato il santo, protettore della città, prima del martirio. In principio la torre terminava con una guglia in rame dorato molto appuntita, che venne abbattuta nel 1777 perché pericolante. Nel 1851, i Frati Minori osservanti collocarono una campana donata dal Vescovo Mons. Faà di Bruno, poi levata nel 1936, quando tutte le campane vennero sostituite. A metà degli anni trenta del XX secolo, vennero abbattute le case addossate alla torre, che ne nascondevano la parte inferiore. Secondo il progetto di restauro e riaddobbo, la piazzetta formatasi dalla demolizione delle case doveva ospitare la statua di Augusto a ricordare i trascorsi romani della città ma questo progetto non venne mai intrapreso. Entrando nella torre si può notare un piccolo altare con una statua marmorea di San Secondo, loricato alla romana con in mano la città. Questa statua era prima nella cella sotterranea, oggi murata e "piena", per favorire maggiore stabilità alla costruzione. Dice la tradizione che in quella cella si potevano ammirare due sorgenti miracolose fatte scaturire da Gesù Cristo nella sua visita di conforto al Martire astigiano. A lato della statua vi è una lapide marmorea datata 1618, con stemma del Cav. D. Domenico Coardo, Conte di Quarto e di Portacomaro.

mercoledì 7 settembre 2011

Il castello di mercoledì 7 settembre





UGENTO (LE) - Castello d'Amore

Sono scarse le notizie che possono farci risalire al periodo della sua costruzione. Alcuni sostengono che il piano terra risalga all'epoca romana per la sua struttura architettonica rozza, mentre il piano superiore presenti una fisionomia più coerente con l'arte delle fortificazioni normanne. Più che un vero castello quello di Ugento fu una dimora fortezza-residenza di tutti i signori feudatari che si succedettero nel feudo. Sotto la dinastia Angioina fu incluso fra i castelli Regi ed in seguito al soggiorno che vi fece nel 1273, ospite del Conte Adenolfo XI d’Aquino, Carlo I d'Angiò resosi conto che necessitava di interventi, lo fece riparare nel 1275 a spese della Corona con un ulteriore finanziamento di 40 once d'oro nell'anno seguente. Nel 1484, il castello apparteneva al feudatario Conte Angilberto de Bautio, mentre nel 1534 fu donato dalla “Cesarea Maestà” al “magnifico e fedele Marzio Colonna”. Il maniero venne gravemente danneggiato nell'invasione dei barbari del 1537 con la distruzione di due torri e di parte dell'ala occidentale. Rimasero in piedi la torre di vedetta ed il torrione di tramontana che è sopravvissuto fino al 1914 quando crollò. Il complesso mantiene tuttora una pianta trapezoidale irregolare con torrioni angolari. Riedificato nel 1642 ad opera del conte Vaaz De Andrada, il maniero venne acquistato da Pietro Giacomo d’Amore – insieme al feudo – il 31 gennaio 1643. La trasformazione più radicale del maniero – oggetto di numerosi interventi di restauro nel corso dei secoli – si colloca tra la fine del Seicento e l’ultimo quarto del secolo successivo quando, con l’insediamento dei d’Amore, furono ridimensionate le caratteristiche difensive dell'edificio che, soprattutto all’interno, assunse l’aspetto di un palazzo gentilizio. Pur risiedendo saltuariamente a Ugento, i marchesi si prodigarono non poco per rendere fastosa questa residenza, adeguando l’antica struttura militare alle proprie esigenze e ampliando le fabbriche preesistenti con ambienti dotati di moderna funzionalità e con nuovi spazi di rappresentanza, opportunamente decorati da cicli pittorici di soggetto mitologico. Promotori degli interventi tardo-seicenteschi furono verosimilmente i fratelli Nicola e Francesco d’Amore, che ottennero il feudo di Ugento in seguito alla morte senza eredi maschi di Giuseppe d’Amore. Lo stemma dei d'Amore è riprodotto sulla porta di ingresso del primo piano insieme a quelli dei Pandone, Basurto e Capasso. Ancora fino ai primi decenni dell'800, vicino alla cisterna e ad una scaletta di pietra esisteva una camera adibita a carcere con grata in ferro, che si affacciava sulla strada. Nell'atrio, fra le altre camere adibite a cucina e rimessa, vi era anche una cappella. E' tramandato da storici locali, che nei sotterranei esistesse un lungo cunicolo che in caso di necessità permetteva di fuggire all'esterno del paese. Al piano superiore si accede mediante una scalinata che attraverso un ballatoio conduce ad un ampio salone pregevolmente affrescato con immagini mitologiche riproducenti Ercole, Cupido, Mercurio e molti altri. L’Amministrazione Comunale di Ugento ha attivato, in collaborazione con i proprietari del maniero, una procedura per la richiesta di finanziamenti rivolti al restauro e alla fruibilità del bene che dal luglio 2005 ha aperto le sue porte agli ugentini ed ai tanti turisti desiderosi di ammirarne le splendide sale e non più solo l’eccezionale architettura esterna.

Fonti: bibliografia/sitografia sul castello di Ugento:

- F. Corvaglia, Ugento e il suo territorio, Galatina 1986.
- L. Antonazzo, Guida di Ugento: storia e arte di una città millenaria, a cura di M. Cazzato, Galatina 2005.
- D. De Lorenzis, Forme di potere e dimensione spaziale: i d’Amore a Ugento e la ristrutturazione del castrum in palatium, in Atlante tematico del Barocco in Italia. Il sistema delle residenze nobiliari. Italia meridionale, a cura di M. Fagiolo, De Luca Editori d’Arte, Roma 2010, pp. 227-236.
- D. De Lorenzis, La “sciarada estetica” dei d’Amore nel salone del castello di Ugento, in “Spicilegia Sallentina”, n. 7, anno 2010, pp. 113-121.
- http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/20/il-castello-di-ugento-e-le-decorazioni-pittoriche-che-ornano-le-sue-volte/
- http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/21/il-castello-di-ugento-e-le-decorazioni-pittoriche-che-ornano-le-sue-volte-seconda-parte/

martedì 6 settembre 2011

Il castello di martedì 6 settembre



RACALMUTO (AG) - Castelluccio svevo (o Gibillina)

Situato a circa 7 km dal paese sul monte Castelluccio , a 720 m s.l.m., è raggiungibile percorrendo in parte la strada comunale ed in parte una stradella selciata. E' in contatto visivo con i castelli di Caltanissetta, Enna, Mazzarino, Naro, Favara, Agrigento, Caltabellotta, Torre del Salto, Muxaru, Rocca Motta, Cammarata, Monte Conca, Sutera, Mussomeli, ecc.. Esso deve avere avuto origini arabe (X secolo). Probabilmente i musulmani costruirono l'attuale fortezza al posto di una preesistente torretta bizantina.Verso il XIII secolo i Chiaramonte lo abbellirono nella sua forma attuale. Nel XIV secolo subì delle trasformazioni. Nel 1358, Federico IV concesse a Bernardo de Puigvert (de Podioviridi) e ai suoi eredi il castello di Gibillini, posto vicino il casale di Racalmuto, già appartenuto al defunto conte Simone Chiaramonte - Cosentino. Confiscato da Re Martino nel 1392, assieme ad altri domini chiaramontani fu devoluto a Guglielmo Raimondo Moncada conte di Caltanissetta ed in seguito, per la fellonia di questi, assegnato a Filippo De Marinis signore di Favara. Nel 1568 il castello e la baronia vennero ceduti per due terzi a Maria de Marinis, mentre il restante terzo della baronia formò il feudo della Balatazza dove nel 1635 venne fondato il comune di Montedoro. Nel 1615 Beatrice de Marinis e Sanchez de Luna vendettero il feudo e la fortezza a Luigi Arias Giardina, principe di Santa Ninfa e Ficarazzi. Nel 1798 - Giulio Giardina Grimaldi principe di Ficarazzi, concesse in enfiteusi 1'intero feudo al sacerdote Niccolò Tulumello che trasformò il Castelluccio in masseria. Infine nel 1812 Diego Giardina Naselli si investì della baronia e del Castelluccio. Nel 1860 vi si asserragliarono quattrocento rivoltosi filoborbonici. Durante l’ultima guerra fu saccheggiato degli infissi e del tetto. Uno dei fittavoli cedette la campana alla chiesa rurale del Serrone ed asportò dall’alloggiamento, visibile sopra l’ingresso principale, uno stemma ormai illeggibile. Nel XIX sec. nell'androne principale venne inserita una copertura a volta a botte sorretta da quattro piloni, al fine di realizzare alcuni vani abitabili (diruti) nel piano superiore ed, inoltre, fu aggiunto al piano sottostante un corpo di fabbrica, adibito a stalle, sul lato nord-ovest. Il Castelluccio possiede impianto un planivolumetrico di prisma a base rettangolare (m 29,40 x 18,70) ancorato saldamente allo sperone di roccia su cui sorge. La configurazione e molto semplice, priva di torri e rientranze.Il castello si eleva su due livelli aventi una differenza di quota di m 2,00 circa. Attraverso un ampio ingresso si accede al cortile interno dove si aprono i vasti ambienti del pianoterra. L'ingresso principale è costituito da una corte fiancheggiata da tre vani tra loro comunicanti, coperti da volte a botte e illuminati da finestre strombate. Al livello piu alto del piano terra si accede attraverso una scaletta diruta. Salendo una seconda scaletta si perviene al piano superiore, che presenta muri cadenti ed una finestra con sedili laterali in pietra bianca e due feritoie. In questo piano si trova una passerella utilizzata probabilmente come cammino di ronda che si sviluppa lungo 1'intero perimetro delle mura esterne. Lo stato di conservazione del castello è mediocre, poichè non si è provveduto nel tempo a salvaguardarlo con interventi conservativi e restauri, tuttavia il complesso architettonico è conservato nelle parti principali. E' di proprietà comunale e sulle sue mura si può godere di una incomparabile vista, dalle Madonie al Mare Africano, dall’Etna ai Monti Sicani. Una leggenda narra della presenza di cosiddetti 'Signureddi', spiriti dispettosi delle anime vaganti dei vecchi proprietari del castello. Secondo i racconti di alcuni anziani e di abitanti delle campagne circostanti, nel sito, durante le notti estive era possibile sentire strani rumori di ferro contro ferro e lamenti provenire dal pianoro antistante il Castelluccio. Sembra infatti che durante l'avanzata dell'esercito invasore saraceno, verso la fine dell' 877, le uniche schermaglie siano avvenute proprio nei pressi del castelluccio che era un 'Pirizin', cioè fungeva da torre di avvistamento che con l'ausilio del fuoco segnalava la presenza di invasori o intrusi. Messa a tacere questa torre, i difensori non poterono ricevere aiuto soccombendo velocemente. Le loro urla echeggiano ancora nelle notti d'estate a ricordo di feroci combattimenti contro l'invasore moro. Per altre notizie si può visitare il seguente link: http://www.prolocoracalmuto.it/racalmuto/castelluccio.html

lunedì 5 settembre 2011

Il castello di lunedì 5 settembre



MONTEVEGLIO (BO) - Castello

Le sue origini risalgono intorno all'anno Mille, ma non molto è rimasto dell'antico maniero. La rocca della Cucherla è totalmente scomparsa e del castello vero e proprio è rimasto il portale, sormontato dal cammino di ronda con merli a coda di rondine (cosiddetti ghibellini), oltre al grande torrione merlato che difendeva il portale. Delle altre torri, mura e costruzioni fortificate restano solo poche tracce. Durante il Medioevo Monteveglio insieme ad altri centri faceva parte di un sistema di fortificazioni che, realizzatosi tra i corsi del Samoggia e del Panaro, avrebbe contribuito a trattenere i Longobardi al di là dei confini dell'Esarcato di Ravenna fino alla definitiva conquista di Liutprando del 727. Feudo dei Canossa, Monteveglio fu fondamentale per la disperata resistenza che la contessa Matilde oppose all' imperatore Enrico IV, disceso in Italia per vendicarsi della celebre umiliazione inflittagli sotto le mura del castello di Canossa dal papa Gregorio VII. Fu proprio alle porte di Monteveglio che in uno scontro alla Cuccherla, l'imperatore vide morire un figlio in combattimento e probabilmente incrinarsi per la prima volta la speranza di sottomettere il papato alla sua politica. Poco dopo infatti Enrico IV, il cui esercito era stato messo in difficoltà dalle sortite dei montevegliesi asserragliati nel castello, con l'inverno che ormai si avvicinava, tolse l' assedio. Per alcuni secoli poi Monteveglio seguì le alterne vicende delle lotte tra Bologna, a cui si era consegnata una prima volta nel 1157 (la contessa Matilde era morta senza eredi da quasi mezzo secolo ) e Modena e tra guelfi e ghibellini. Il suo castello periodicamente conquistato, riconquistato, distrutto e ricostruito da Bolognesi, Modenesi, signorotti locali, compagnie di ventura, subì l' ultimo terribile assedio nella primavera del 1527. I Lanzichenecchi di Carlo V, che avrebbero poco dopo partecipato al "sacco di Roma", non riuscirono però a conquistare Monteveglio per un improvviso peggioramento delle condizioni atmosferiche. La neve caduta in abbondanza nella notte precedente l'assalto, unita alla scarsa agibilità del territorio circostante e forse alle preghiere e ai voti degli abitanti asserragliatisi quasi senza speranza nella rocca ottennero il miracolo di veder partire gli invasori.

domenica 4 settembre 2011

Il castello di domenica 4 settembre



PIGLIO (FR) – Castello Colonna-Orsini

Attorno ad esso nacque e si ampliò il Borgo Medioevale. La posizione del castello e del borgo con la scelta del luogo, la rete stradale esterna ed urbana costituiscono un interessante esempio di architettura militare ed urbanistica. Fu fondato presumibilmente verso l'anno Mille, visto che è menzionato tra i possessi del Vescovato di Anagni in una bolla di Urbano II del 18 settembre 1088, confermata da Onorio III nel 1217 ad un B. de Pileo ed ai condomini della Rocca di Paliano. E’ importante il periodo sotto la giurisdizione di una famiglia locale, i de Pileo, legati alla città di Anagni e facenti parte della consorteria che reggeva il castello di Paliano, la più munita fortezza papale della zona, ed infine alleati dei Caetani. Al periodo della loro signoria va attribuito l’ordinamento urbanistico del paese con due palazzi-castelli. Fra il 1348 ed il 1359, forse perché i de Pileo abitavano sempre più frequentemente in Anagni e a causa di legami matrimoniali, si determinò il passaggio del feudo ai de Antiochia, discendenti, per un ramo bastardo, da Federico Il e signori di un piccolo stato a cavallo dei monti Simbruini comprendente pochi feudi. Ribelli più volte alla Chiesa romana ed ai papi, i de Antiochia si allearono con i Colonna, partecipando a diverse guerre feudali. Dopo che l'ultimo degli Antiochia subì la decapitazione in Campidoglio, insieme ad altri baroni ribelli, nel 1430 il castello venne consegnato alla famiglia Colonna. A tale periodo appartiene la bolla di Elenio IV, del 15 marzo 1435 con la quale prende sotto la sua protezione il Cardinale Prospero Colonna ed i suoi fratelli, nonché il loro difensore e aderente il nobile Corradino de Antiochia de Pileo e con essi i loro castelli ed i loro possessi. Nel 1453 si ha l'ultimo documento relativo al dominio dei de Antiochia sul castello del Piglio con la vendita, il 25 di aprile, della terza parte del castello suddetto a favore di Odoardo Colonna dai Signori, Mattia e Gian Francesco fratelli de Antiochia, integrando così la precedente vendita delle altre due parti. Da questo momento i Colonna mantennero il feudo pigliese fino al 1816 con tutte le vicissitudini connesse ai contrasti con di versi papi, i quali confiscarono in più occasioni la proprietà. Il castello è costituito da due parti differenti costruite in epoche diverse: una parte più alta (Palatium superiore) ed una parte più bassa (Palatium inferiore) con un dislivello, fra l'una e l'altra, di circa 25 metri. Il Palatium superiore con la "Rocca" era il centro maggiore fortificato. Della Rocca si ricorda una "Loggia Rocce", una "cisterna" e la "Platea Curie", la piazza d'armi, e un "Palatium Rocche" cioè il Palazzo Baronale con una "Sala Palatii" dove nel 1332 e nel 1348 si celebrarono solenni investiture da parte del Signore feudale. Il Palatium inferius o Castellutium aveva una corte (Platea) su cui prospettavano edifici di cui uno caratterizzato da "Camere pinte", cioè decorate di pitture. Il "castello alto", conservato allo stato parziale di rudere, è costituito da un torrione a sperone verso la montagna; da una cortina con torri lungo il lato Nord sovrastante l'accesso alla porta; da un ripiano centrale sopraelevato; da una fila di ambienti sul lato Sud, scende ad ambienti sottostanti, in una parte interrati e nell'altra assai sollevati sul suolo a causa della grande pendenza della collina. Ubicata nella piazza d'armi, sotto il mastio, si trovano i ruderi della chiesa di S. Pietro in Castrovetere. Il "castello basso", risalente probabilmente agli inizi del XIV secolo, è situato nel punto di inizio della via Maggiore, si trova quindi a guardia del principale accesso al paese che doveva avvenire mediante una porta qui situata, dove oggi si vede un arco la cui costruzione risale ad epoca recente. La costruzione si compone di un piano terreno, situato alla stessa quota della via Maggiore, un primo piano e un ammezzato costruiti nell'Ottocento e che nascondono le antiche strutture, sul lato che affaccia sulla strada, mentre sul lato opposto, quello esterno, ha altri ambienti a quota più bassa, essendo addossato allo sperone di roccia che delimita l'abitato. L'edificio, che ha subito parziali modifiche, conserva ancora l'aspetto originario anche se le sale del piano terreno, coperte da crociere sorrette da pilastri, sono attualmente utilizzate come magazzino di vendita di capi di abbigliamento.

venerdì 2 settembre 2011

Il castello di sabato 3 settembre



AUSONIA (FR) – Castello

Sorto agli inizi del secolo XI, Fratte o Castrum Fractarum, venne costruito storicamente in una delicata posizione geografica, al confine fra i domini dei Longobardi e dei Bizantini prima e successivamente tra il Ducato di Gaeta e i domini dell’Abbazia di Montecassino. Appartenne al ducato di Traetto fino al 1065, quando venne donato dai principi di Capua al Monastero di Montecassino, di cui fece parte con alterne vicende fino al 1421, quando fu definitivamente preso da Braccio da Montone ed affidato a Ruggero Caetani che lo tenne fino alla morte. Nel 1482 il castello fu acquistato da Onorato Il Caetani, conte di Fondi e di Traetto, per duemila ducati. Ma tale possesso non durò a lungo, perché gli eventi politici determinati dalla calata nel regno di Napoli di Carlo VIII e la conseguente guerra tra Spagnoli e Francesi spodestarono i Caetani e portarono nuovi padroni: i Colonna, i Gonzaga e i Carafa che la tennero fino al 1806. Nel 1862 il Comune ottenne il cambiamento del nome in Ausonia, per la supposizione che nel suo territorio fosse situata l'antica città di Ausona. Il Castello è costruzione militare (utilizzato a tale scopo fino al 1500) ma anche residenziale ed è stato più volte ristrutturato. Originariamente la cinta era sormontata da torri, quadrate e cilindriche, con camminamenti che costeggiavano le mura, orti e giardini che assicuravano la sopravvivenza in caso di assedio. La fortificazione attualmente porta i segni delle modifiche subite, ma l'usura del tempo non ha intaccato l'immagine maestosa dell'insieme, con la sagoma quadrata del maschio e la torre dell'orologio. Vi è poi una seconda torre superstite oltre al muro di cinta che si sviluppa con le case-torri fino alla Porta di Sopra. Alcuni elementi come finestre e bifore possono attribuirsi ad epoca normanna. Nel 1491 un inventario redatto alla morte di Onorato II descrive lo stato del castello, che appare in decadenza. Il capitano Andrea De Nardillo di Fondi e cinque suoi compagni vivevano e presidiavano il forte con poche e scarse risorse innalzando la bandiera dei Caetani (usata e vecchia), e difendendo il paese dai nemici. Un altro inventario del 1690 documenta come il castello apparisse con stanze dirute, cortile scoperto, cisterna, scalinata che accede alla loggia scoperta, sopra la torre con due stanze accessibili con scala a mano, in testa la loggia, nei quattro angoli che circondano la torre centrale quattro torrette di difesa esterna, una con orologio a campana. Nell’800 il maniero andò degradandosi sempre più e dal 1842 venne adibito a cimitero, dotato di cappella mortuaria. Alla fine della II Guerra mondiale esso subì ulteriori danni. Nei primi tempi della ricostruzione postbellica venne utilizzato come discarica di materiali edili e, in un vano ricavato da una torre crollata venne ricavata un’aula scolastica. Nell'area è stato ricavato un Museo della pietra, un percorso espositivo sull'uso della pietra in tutte le civiltà.

Il castello di venerdì 2 settembre



MALVITO (CS) - Castello Longobardo-Normanno

Di origini Longobarde, è stato ampliato e modificato dai Normanni di Roberto d'Altavilla detto "Il Guiscardo". Dalla documentazione esistente si può stabilire che Malvito, il cui nome sembra derivare dal latino malvetum, ovvero “luogo di malve”, ebbe origine tra la fine del VII secolo e gli inizi del successivo, questo grazie al cronista longobardo Paolo Diacono che indica il centro dell' Esaro come una delle più importanti città dell'Italia meridionale. In età longobarda fu sede di gastaldato e durante il pontificato di Benedetto VII (anno 983), la chiesa di Malvito fu elevata a diocesi fino a quando, nel 1160, fu accorpata a quella di San Marco Argentano. Nel 1057 subì conquista Normanna di Roberto d'Altavilla chiamato il Guiscardo (furbo). Durante il periodo Normanno venne elevata a contea, come attesta il diploma (che si sottoscrisse nel 1083) di Roberto di Scalea, conte di Malvito, detto Scalone, terzogenito del Guiscardo e della principessa Longobarda Sikelgaita. I caratteri di fortezza medievali sono ancora oggi visibili: le case sovrapposte in un caratteristico groviglio di viuzze strette che, di tanto in tanto si aprono su improvvisi larghi dove si trovano antichi palazzi con artistici portali in tufo. Le origini del castello
sono da collocare nel IX - X secolo. E' composto dal Mastio normanno (torre principale) di forma cilindrica cui si può accedere tramite una scaletta elicoidale. Si può anche entrare dal cortile centrale attraverso una scala che comunica alla cortina. Nel cortile vi è anche l'ingresso ad una sala interrata a forma di cripta. Con la dominazione sveva Malvito godette del titolo di città demaniale, come attesta il diploma di Federico II del luglio 1224 dato a Siracusa. Ma un cambiamento decisivo si ebbe nel 1266 quando Carlo I d’Angiò strappò il trono alla Casa di Svevia e affidò Malvito nel 1269 a Nicola de Orta che ne divenne il primo feudatario, dopo un lungo periodo in cui Malvito godette della demanialità regia. Nel 1497 i malvitani ottennero, dai principi Sanseverino, gli statuti civici, cioè le prime concessioni scritte in ordine ai diritti dei cittadini: una vera e propria conquista, dal momento che il Popolo poteva appellarsi a queste regole e norme per limitare i soprusi e la protervia dei Signori locali.

giovedì 1 settembre 2011

Il castello di giovedì 1 settembre



ROCCALUMERA (ME) - Torre Saracena

Indicata anche come Torre di Sollima, dal nome della nobile famiglia messinese proprietaria della costruzione nel XVI secolo oppure Torre Ficara, dalla contrada in cui è situata (toponimo che potrebbe avere origine dall’arabo “Fakhar” che significa potente, importante), è anche chiamata saracena sebbene non esistano notizie documentate sulle origini arabe dell'edificio. La costruzione, a forma cilindrica e alta circa tredici metri, presentava il tetto conico, due lucernari e una piccola porta d'ingresso al di sopra della zoccolatura e, di fianco, alla stalla dei cavalli, visibile ancora oggi. Con molta probabilità risale agli inizi del Quattrocento anche se non mancano gli storici che collocano la sua costruzione al secolo XI. Essa faceva parte del sistema di guardia e di difesa della riviera ionica contro il pericolo di invasioni nemiche. E' l'unica superstite di una serie di torri costiere ed era in costante contatto con il Castello di Pentefur a Savoca. Gli avamposti comunicavano tra loro attraverso segnalazioni col fumo di giorno e col fuoco di notte. Nei casi di estrema emergenza si suonavano contemporaneamente le campane d'allarme: la popolazione era così avvertita e cominciava la fuga tra le alture vicine. La torre di Roccalumera era considerata dagli architetti militari di allora la migliore della zona come posizione strategica e come solidità della struttura. Dopo la fine delle incursioni arabe la costruzione subì varie modifiche: le finestre e la porta diventarono molto più ampie e fu edificata una larga terrazza, corredata di merli, che sostituì il precedente tetto conico. Agli inizi del XIX secolo l'edificio divenne "Torre Telegrafo", mettendo in comunicazione il paese di Roccalumera con Barcellona Pozzo di Gotto. Nel 1830 furono aperte, nella parte superiore, due finestre a sesto acuto in pietra bianca; il tetto venne impreziosito con una notevole merlatura guelfa che fungeva da terrazzo. La “Torre Ficara” è divenuta nel tempo il simbolo di Roccalumera. Salvatore Quasimodo le fu particolarmente legato, dedicandole la poesia “Vicino ad una Torre Saracena per il fratello morto”, riprodotta su una lapide di marmo posta alla base della torre. Oggi restaurata a cura della Associazione Internazionale Impegno Civile guidata da Carlo e Sergio Mastroeni, nell'ambito del Progetto Parco Letterario "Salvatore Quasimodo " è stata affidata al Club Amici di Quasimodo di Roccalumera. E' visitabile.