venerdì 31 maggio 2013

Il castello di venerdì 31 maggio





SARNONICO (TN) – Castel Morenberg

A cavallo del Trecento furono presenti due castelli nel territorio di Sarnonico: quello di Seio, presto abbandonato, e quello sull'altura di Moremberg. I de Moris furono infeudati dal vescovo della fortificazione e dei territori annessi nel 1380, assumendo il nome tedesco di Moremberg, dando quindi il nome all'altura, perché era usanza redigere le investiture vescovili in lingua tedesca. Castel Morenberg è un’antica residenza fortificata situata nella parte alta del paese. È formata da due nuclei: il primo, costruito intorno al 1380 dal notaio Giovanni, capostipite della famiglia; il secondo, iniziato nel corso del XVI, poi rimaneggiato. Con l’estinzione dei Morenberg passò ai baroni di Cles. Gravemente danneggiato da un incendio (1888), divenne casa colonica. Sopra la porta d’ingresso tracce di una meridiana del 1663; sulla porta del secondo cortile esisteva fino ad alcuni anni fa lo stemma di famiglia dei Morenberg, un levriero rampante. Secondo un’antica leggenda, esisterebbe una galleria sotterranea che univa il castello e la chiesa di Santa Maria. Alla fine del 2012 è stato dato il via libera dalla Giunta provinciale al progetto di restauro delle facciate, nuova copertura e cambio di destinazione d’uso del castello.

mercoledì 29 maggio 2013

Il castello di giovedì 30 maggio






DEGO (SV) – Castello Del Carretto

E’ stato un edificio difensivo situato nella località di Cua in posizione dominante sul borgo di Dego, nell'alta Val Bormida. Un fortilizio militare, più che una vera e propria residenza, potrebbe esser stato edificato nel XIII secolo anche se non esistono documentazioni certe e verificabili. Il borgo di Dego fu ereditato nel 1142 dal marchese Ottone Del Carretto, signore di Cairo, alla morte del padre Enrico I Del Carretto, detto il Guercio. Nel 1214 il marchese Ottone I cedette le proprie terre alla Repubblica di Genova, consolidando il suo potere nella valle della Bormida, e ottenendo in cambio dai genovesi l'investitura ufficiale; l'atto di cessione venne firmato nel castello di Cairo Montenotte, residenza della corte carrettesca, e in un documento si viene a conoscenza del castrum quod vocatur Decus, il castello di Dego. Nel 1339 il feudo di Dego e relativo castello passarono alla famiglia astigiana degli Scarampi di Asti salvo poi ritornare nelle mani dei Del Carretto dal 1350 al 1419 quando divenne territorio del Marchesato del Monferrato. Il castello fu probabilmente sede della zecca del marchese di Ponzone che, fino al XV secolo, gestì anche il feudo di Giusvalla. Fatti d'armi interessarono il castello nel 1553 quando fu assediato dalle truppe francesi del maresciallo Carlo I di Cossé-Brissac, al servizio del re Enrico II di Francia; il fortilizio si arrese al nemico senza opporre resistenza. Occupato nel 1625 dai soldati di Amedeo I di Savoia, dopo la pace di Vienna del 1735 venne annesso al Regno di Sardegna. Altre battaglie furono combattute presso il castello di Dego come il saccheggio compiuto nel 1745 dalle truppe franco-spagnole e ancora nella seconda battaglia di Dego del 1796 dove a fronteggiarsi vittoriosamente furono i soldati napoleonici contro gli austriaci. Oltre alla perdita di quasi quattrocento persone del paese, danni si registrarono anche al locale castello che ne uscì allo stato di semi rudere. Solo una parte dell'alta cinta muraria, infatti, si è conservata fino ad oggi. Pare che ci sia l’intenzione di recuperare il castello, grazie ai finanziamenti regionali per la valorizzazione e il recupero dei beni culturali della Liguria, in base alle proposte elaborate dall’ente provinciale savonese che riguardano “I sistemi difensivi dei Del Carretto e dei Clavesana” e “Il sistema dei musei della Provincia di Savona”.

Il castello di mercoledì 29 maggio






BETTOLA (PC) – Castello di Rossoreggio

La frazione, che si anima soprattutto in estate, fu feudo dei Nicelli che provviderlo a dotarla di una fortezza. Non si hanno notizie di fatti d`arme che coinvolsero il borgo o il suo castello, del quale si dice che oltre a essere sede militare fosse anche dotato di una biblioteca dove si trovava una preziosa copia dell`Eneide stampata nel `500. Il castello, trasformato poi in villa, appartenne anche ai Sidoli, sono infatti originari di Rossoreggio i celebri pittori: Pacifico (che ebbe qui i natali), Nazzareno e Giuseppe. Del maniero oggi rimane una robusta torre rettangolare, dotata di una finestra a bifora, che testimonia i tracorsi militari dell'insediamento. Essa ha custodito per anni importanti e preziosi oggetti tra cui un violino Stradivari (ora esposto al British Museum) e una chitarra-liuto spagnola del 1600.

martedì 28 maggio 2013

Il castello di martedì 28 maggio









SOLZA (BG) – Castello Colleoni

Le sue origini sono ignote. Il fortilizio, inizialmente composto da una torre inglobata nella cinta muraria fu probabilmente costruito tra XIII e XIV secolo sul sedime di un insediamento militare romano. Edificato presumibilmente come torre di avvistamento, venne trasformato prima in castrum, poi in residenza e infine in cascinale, mantenendo - per ognuna delle funzioni svolte - molteplici caratteri tipologici. Il castello di Solza lega il proprio nome al fatto di avere visto la nascita, nel 1395, di Bartolomeo Colleoni, condottiero fra i maggiori dell'Italia del primo '400. Una lapide all'interno della fortezza ricorda l'importante evento. Il padre, Paolo, morì nel 1406 difendendo il castello di Trezzo dall'assalto dei ghibellini ai quali l'aveva tolto l'anno precedente. La moglie e il figlio, come è facile intuire, vissero momenti di estrema difficoltà nel castello di Solza, in attesa che il piccolo Bartolomeo crescesse e diventasse un uomo fra i più rispettati e temuti del suo tempo. Ai Colleoni il paese di Solza legò il suo maggior splendore e la sua fortuna. Nella sua storia, Solza conobbe lotte tra fazioni, distruzioni e saccheggi. La cronaca di questo periodo tormentato è un susseguirsi di faide sanguinose, con distruzioni continue degli abitati nemici. Solza, dominio dei Colleoni, patteggiò coi guelfi, e più volte fu oggetto di attacchi. Il più devastante fu quello del giugno 1377, quando i soldati pagati da Bernabò Visconti «svaligiarono e abbruciarono le terre di Medolago e di Solza», uccidendo sessanta persone tra uomini, donne e fanciulli; raccontano le cronache che quella sera le fiamme appiccate dai ghibellini le potevi vedere a chilometri di distanza. Da questo periodo Solza conobbe momenti difficili fino al 1427 quando divenne parte della Repubblica di Venezia, la quale emanò una serie di provvedimenti volti a migliorare la situazione sociale ed economica. Inoltre il borgo fu nuovamente infeudato dalla Serenissima alla famiglia Colleoni, che vi mantenne la residenza a lungo. Attualmente il castello non si presenta nel suo splendore iniziale, avendo subito interventi strutturali nel corso dei secoli, nonché vittima dell’incuria. Adibito a lungo ad abitazione rurale, è stato recentemente interessato da un’operazione di recupero, rendendolo sede di mostre ed eventi. La sua struttura attuale comprende i lati ovest e sud, costruiti in pietre squadrate e ciottoli, prevalentemente ricavate dall’alveo del fiume Adda. La torre originaria è ancora presenta ma notevolmente ridotta in dimensioni. Per approfondire, vi suggerisco questo sito web: www.castellocolleoni.it/

lunedì 27 maggio 2013

Il castello di lunedì 27 maggio





ANDRANO (LE) – Castello Spinola Caracciolo

Il primo schema costruttivo dell'edificio è quello di un "casale", un agglomerato di umili cellule abitative con il ricovero per gli animali, un recinto, la chiesetta, la torre di avvistamento; il tutto racchiuso entro mura. Successivamente, ingrandendosi, il caseggiato si trasformò in una masseria, dove vivevano insieme più nuclei familiari. Intorno al 1300 vennero effettuate opere di fortificazione per difendersi dagli assalti di pirati e quindi il casale divenne una masseria fortificata con un vasto terreno coltivabile e racchiusa da una cinta muraria. Un primo assetto architettonico di castello è verificabile intorno ai secoli XV e XVI in cui venne pianificato il sistema difensivo costiero ed urbano dell'intero Salento. La prima opera ha riguardato la torre cilindrica ed il fossato. Intorno al castello vi erano depositi di derrate agricole e cereali, le "fovee", ancora in parte visibili. Alcune di queste "fovee" sono state distrutte proprio in occasione della realizzazione del fossato, segno evidente della trasformazione da casale a masseria fortificata e successivamente a castello con relativo fossato (epoca in cui i Saraceno erano signori di Andrano, XV secolo). I lavori furono sicuramente accelerati in seguito all'invasione turca che interessò la vicina Otranto nel 1480, mettendo in allarme i centri limitrofi. Lo stesso Antonio Saraceno, accorso in aiuto ad Otranto con un suo esercito, vi perse la vita. Gran parte dei lavori proseguirono nel Cinquecento, per volontà di Giovan Tommaso Saraceno, che dispose di costruire una struttura ibrida tra la fortezza e il palazzo baronale. Dopo i Saraceno, il castello divenne dimora degli Spinola di Gallipoli (1606) e nel 1622 venne acquistato da Alessandro Gallone. Da quel momento cessò la sua funzione militare e venne trasformato in palazzo gentilizio. Risale a questo periodo la costruzione della loggiata interna, il balcone in stile barocco sulla piazza, le modanature delle finestre con motti in latino ed altre opere di ingentilimento. Un successore di Alessandro Gallone, Francesco Alessandro, vendette il feudo a Fulvio Gennaro dei Caracciolo di Merano nel 1734, famiglia che governò fino all'eversione della feudalità nel 1806. Successivamente, nel 1980 l'Amministrazione Comunale ha acquistato una prima quota del castello (appartenuta alla famiglia Bentivoglio) per completarne poi la restante quota (che era di proprietà delle suore maestre Pie Filippini) nel 1985. Il castello presenta una pianta quadrangolare, rinforzata agli spigoli del prospetto principale da torrioni a sezione quadrata. Un cornicione marcapiano divide il piano nobile da quello inferiore, mentre la facciata conserva una caditoia, perpendicolare al portale d'accesso. Al primo assetto architettonico corrisponde la torre cilindrica - ornata anch'essa da un cornicione marcapiano e, in alto, da archetti e beccatelli - il fossato, ormai visibile solo sul lato posteriore dell'edificio, e la torre sud occidentale. L'edificio è stato poi oggetto, nel corso dei secoli, di continui ampliamenti e rifacimenti. Il lato occidentale è databile al XVI secolo, come attestano le modanature cinquecentesche delle finestre e lo scalone, presenti nel cortile interno. La loggia barocca, sul fronte principale, segna invece la trasformazione del maniero in dimora gentilizia; così come il doppio ordine di arcate con pilastri e lesene, presente lungo il lato settentrionale, è in linea con il gusto architettonico settecentesco. Interessante il cortile, che presenta una scala interna, tre eleganti e raffinate finestre e una colombaia. Numerose le epigrafi che si possono leggere sui fregi delle finestre e delle porte sia all'interno che all'esterno del castello. Particolarmente belle sono le luci verso il lato posteriore, dove è il giardino, l’aparo; si tratta di diverse e bellissime finestre riccamente decorate con motivi vegetali e ghirlande. Verso il cortile, è una bifora tardogotica, manomessa, di gusto catalano. Il tetto del castello è percorso da un ballatoio con aperture per le cannoniere.

domenica 26 maggio 2013

Il castello di domenica 26 maggio






COLLOREDO DI MONTE ALBANO (UD) - Castello

Fatto costruire nel 1302 da Gugliemo di Mels, cavaliere di antica stirpe sveva, con l’autorizzazione del patriarca di Aquileia (Ottobono de’ Razzi), è un capolavoro di suggestione e cultura. Dopo la morte di Guglielmo venne completato dai suoi tre figli Asquino, Bernardo e Vicardo che per primi assunsero il cognome di Colloredo Mels Waldsee. Maniero tipicamente feudale, venne edificato per necessità difensive ma, nei secoli, ha poi assunto l'aspetto di una grande dimora nobiliare. Famose le lotte dei signori del castello, i Colloredo, contro i patriarchi, i conti di Gorizia, i Camineri, i Savorgnan, i Torriani. Nel 1420 il complesso cadde nelle mani dei Veneziani; nel 1511 subì il noto saccheggio del giovedì grasso. Cessate le lotte feudali che caratterizzano tutto il corso del XVI secolo, i proprietari si dedicarono ad abbellire l'ormai vetusta dimora con le fastose eleganze del Rinascimento. Fino al 6 maggio 1976 - quando fu colpito e pesantemente danneggiato dal terremoto - il castello era costituito da un nucleo centrale, tre torri e due ali. Una triplice cinta di mura con perimetro ellittico è ancora avvertibile. Il maniero aveva più di 360 stanze, 5 corpi di fabbrica, scalinate, centinaia di merli, tre corti, 7 giardini a terrazza, 1 palo della gogna, 1 riva scoscesa a nord, 3 muraglioni a sud, in parte affossati, quasi mezzo ettaro di tetti sotto cui uccelli e pipistrelli hanno nidificato per secoli. Oggi, tranne la parte restaurata, acquisita dalla Comunità Collinare, è abbandonato. Invaso da masnade e milizie d'ogni sorta - venete, cosacche, americane, tedesche, ma anche italiane - fu la casa di poeti, scrittori e pittori, motivo per cui è chiamato anche “il castello degli scrittori e dei cantastorie”. Qui Giovanni da Udine (sepolto nel Pantheon a Roma) verso la metà del 1500 decorò uno dei soffitti a volta della torre ovest ed eseguì numerosi fregi in varie stanze; Ermes di Colloredo - padre della lingua friulana – vi immaginò, nel XVII, secolo i suoi versi libertini; Ippolito Nievo vi scrisse Le Confessioni di un Italiano e il pronipote Stanislao Nievo vi completò Il prato in fondo al mare. Nel maniero furono coniate monete, amministrata la giustizia, eseguite sentenze capitali, composti spartiti musicali e tramati intrighi di curia e di corte. Un universo pulsante tra belle mura. La famiglia Nievo, proprietaria dell'ala cinquecentesca del castello, negli anni dopo il sisma, si è battuta - proponendo una progettazione anche per la Torre Porta - per ridare alla struttura un aspetto civile e culturalmente fecondo, ma il progetto non si è realizzato. Attualmente, procede l'imponente cantiere per la ricostruzione dello storico castello nieviano e nei prossimi mesi sarà possibile vederne sviluppi, prosecuzione e scoperte archeologiche, ma anche le novità che riemergono mentre si procede al recupero del maniero. Durante questi lavori sono stati ritrovati degli affreschi del '500, un tempo facenti parti dell'ala Nievo e ora ritrovati: «Facendo una piccola ricerca - spiega il commissario Vittorio Zanon - abbiamo visto che dopo il terremoto quegli affreschi, un tempo alla sommità delle pareti della sala, erano stati riposti in un magazzino. La famiglia Nievo ci ha fatto sapere di averli conservati, ma anche di essere disponibile a metterli a disposizione per il pubblico. Sono in ottimo stato di conservazione: ora stiamo valutando le modalità per la futura esposizione». Si tratta di "grottesche" del 1500 e ora lo staff che segue l'opera si prepara a inserirle negli eventi collaterali attorno al cantiere, a cominciare dalle telecamere che si vogliono sistemare affinché i visitatori possano seguire in tempo reale gli interventi di restauro del castello. Per approfondire consiglio il seguente link: http://www.terredimezzo.fvg.it/?id=2498
ma anche questo: http://www.mappafriuli.com/viaggi/1870/castello-di-colloredo-di-monte-albano/

sabato 25 maggio 2013

Il castello di sabato 25 maggio






ACQUASPARTA (TR) – Rocca di Montalbano in frazione Configni

Ubicata a pochi chilometri da Acquasparta, risale al XII secolo circa. La fortificazione, per la sua posizione strategica, nei secoli è stata al centro di violenti scontri, a partire dalle vicende dell’Abbazia di Farfa, che intorno al 1000 estendeva i suoi possedimenti sino a Configni, fino al Risorgimento. Nel marzo del 1831, nei pressi del castello, si combatté infatti una violenta battaglia tra le truppe pontificie e i militanti rivoluzionari al comando di Sercognani, ex ufficiale napoleonico. La rocca, che fu sottomessa a Narni (1277), a Bonifacio IX (1399), a Tommaso Martani (1438), agli Orsini (1629, che lo fortificarono) e infine di nuovo a Narni (1708, su ordine di Clemente XI), è oggi in buono stato di conservazione. Spiccano le due torri quadrangolari, una delle quali chiusa in alto da una cornice a beccatelli, unite da una costruzione con corte interna.

venerdì 24 maggio 2013

Il castello di venerdì 24 maggio





LISCIANO NICCONE (PG) – Castello di Reschio

E' ubicato al confine regionale, nel comune di Lisciano Niccone, a nord delimitato dal torrente Niccone, ad est lo bagna il fiume Marte che sfocia nel Niccone. Il castello è cinto da alte mura, all'interno delle quali si trovano il palazzo signorile e le torri. Sotto la torre principale sono visibili ancora le carceri e la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo. Il castello ha una sola grande porta d'ingresso. Fu costruito prima dell'anno 1000 ed appartenne nel 1200 ai marchesi del Monte. In epoca medievale fu oggetto di contesa tra i signori di Perugia, Firenze e Città di Castello per via della sua posizione strategica. Si ha notizia, infatti, che nel 1202 Uguccione e Guido, figli del marchese Raniero, concessero e sottomisero a Perugia, tra le altre, la zona di Reschio. Il Rossi ci dice che "nel 1313 questo castello fece lega con i comuni di Preggio, Tisciano e Lisciano per investire il castello Fiume nel vicino Piano di Marte e l'atterrarono, ma ciò assai dispiacque alla città di Perugia che furono costretti a rifarlo". Si legge pure che nel 1384 ne era padrone il Montemelini, e che nel 1500 vi viveva Francesco Montemelini. Sembra però che nel 1455 gli sia stato tolto da Mariotto da Montone, ma che Perugia abbia inviato soldati e lo abbia riconquistato. Con la morte di detto Mariotto fu ripreso dai Montemelini, ma per due anni solamente, perché fu preso da Braccio Fortebraccio di Montone. Chi riuscì a toglierlo a Fortebraccio è ignoto; è certo però, che vi furono riammessi i Montemelini, perché, come sopra si è scritto, nel 1500 ne erano i signori. Da una iscrizione sopra la gran porta risulta che questo castello nel 1601 era di proprietà della famiglia Cesi Romana, perché dal vescovo di Todi Angelo Cesi fu donato al pronipote Chiappino, ma non si sa se la donazione sia stata contemporanea alla compera o se la compera sia stata fatta antecedentemente. L'iscrizione è la seguente: "ANGELUS CAESIS ROMANUS EPISCOPUS-CASTRUM HOC RESCHII AERE SUO EMPTUM-COMITI CHIAPPINI FEDERICI CAESI F.-EIUSQUE PRONEPOTI DONAVIT.-ANNO SALUTIS 1601". In seguito passò ai Marchesi Bichi Ruspoli di Siena che nel 1880 circa, morto l'ultimo di loro senza discendenti, nominarono loro erede il marchese Forteguerri di Siena. Attualmente è di proprietà dei Conti Bolza, che ne hanno curato il restauro e la ristrutturazione. Sparse nella proprietà intorno al Castello, ci sono 50 case coloniche, antiche come il paesaggio che le circonda. Venti di queste sono state restaurate per una clientela internazionale in cerca di una casa privata da comprare o da affittare come stanza di un prestigioso boutique luxury hotel immersa nella vegetazione. Vi è un sito web per chi volesse saperne di più, ma è in inglese...

giovedì 23 maggio 2013

Il castello di giovedì 23 maggio





PORTO TORRES (SS) - Torre Aragonese

E' anche chiamata Torre del Porto, in virtù della sua collocazione quasi di fronte al molo dove ormeggiano i traghetti. Una delle prime attività della torre era quella di svolgere una funzione di controllo doganale e fiscale della zona, come risulta dai privilegi concessi dal re Alfonso il Magnanimo nel 1440. Nel XVII secolo, fino all'età sabauda compresa, essa ebbe funzioni di sorveglianza, di controllo e, durante le pestilenze, di profilassi delle imbarcazioni "sospette" che avrebbero potuto diffondere eventuali epidemie. Possiede la peculiarietà di essere l'unica torre aragonese ottagonale della Sardegna, mentre la maggior parte delle torri isolane ha la classica forma cilindrica. La sua forma prismatica denuncerebbe l'origine catalana e si ricondurrebbe al modello della torre di Porcuna (Jaén), risalente al 1435. È alta 16 m e larga 15; ogni lato misura 5,8 m; la base ha zoccolo a scarpa alto 1,8 m. Interamente realizzata in tufo, fuorché gli angoli, realizzati in trachite rossa (più resistente), e qualche merlatura. La torre del Porto si sviluppa su tre piani: cisterna, alloggio, a 7 mt dalla quota base, e terrazzo. L'alloggio ha un perimetro circolare con al centro un pilastro di sostegno e il soffitto risulta costituito dalla combinazione di una volta stellare con una crociera costolonata. Nella muratura di questo ambiente, si possono osservare due troniere, un caminetto e due rampe di scale. Superiormente, si trova la garitta e un sistema di nuclei murari sporgenti, retti da mensole. La torre fu costruita nel luglio 1325 dall'ammiraglio Francesco Carroz, che aveva occupato Porto Torres con la flotta aragonese. Dopo aver realizzato un primo accampamento, fece costruire una cinta di mura protetta da una torre e un fossato. Nella stessa epoca fu sistemata la nuova guarnigione nel vicino castello di Monteforte. Già nel 1407 l'Erario dovette chiedere un prestito per pagare le guardie della Torre del Porto. Nel 1423, il re d'Aragona, Alfonso V, promulgò la Carta Reale per la parziale riedificazione e riparazione del fortilizio. Successivamente la torre perse importanza, soprattutto in seguito all'ufficiale trasferimento del vescovo da Porto Torres a Sassari nel 1441. Nel 1487, per ordine del viceré venne comunque riarmata e dotata di soldati a spese della città di Sassari. Fra il 1538 e il 1553 si ebbe la maggior concentrazione di assalti di barbareschi contro Porto Torres e la relativa richiesta, da parte di Sassari, di un migliore sistema difensivo. Ancora nel 1583, in sede di parlamento, si lamentò la mancanza di riparazioni della torre. Solamente nel 1628 furono registrate opere di restauro. Nel 1637 furono eseguiti dei sopralluoghi che notarono il mancato completamento dei lavori: la piazza d'armi della torre era così ingombra di macerie che l'artigliere era impossibilitato nella manovra delle bocche di fuoco in caso di combattimento. Nello stesso anno, nonostante ci fossero ben 12 soldati, la torre fu occupata e danneggiata dai corsari di Biserta, che saccheggiarono anche la basilica di San Gavino. Finalmente nella seconda metà del 1637 furono eseguiti dei restauri a cura del mastro Cinquina; altri ancora nel 1682, nel 1694 e altri modesti lavori nel 1720. Nel 1761 fu nominato dalla città di Sassari l'ultimo "alcaide", cioè il capitano della torre, seguendo una consuetudine che risaliva al 1557, quando Sassari ebbe il privilegio di assegnare la carica, di contro alla designazione regia. Nel 1818 la carica di alcaide venne soppressa. In tempi più recenti è stata anche utilizzata come faro, ma ora è sovente sede di mostre. Per approfondire vi consiglio il seguente link: http://www.porto-torres.info/monumenti/torre-aragonese

Il castello di mercoledì 22 maggio





CAMPOLIETO (CB) - Palazzo Ducale di Capua

Campolieto già esisteva nel secolo XI, agli inizi della dominazione normanna, e suo Signore era a quel tempo Roberto de Russa, un nobile che nel 1096 partecipò alla prima crociata in Terra Santa. Tra il 1155 e il 1179 troviamo quale titolare del feudo di Campolieto Rainaldo Borrello, conte di Agnone, discendente della casa dei conti di Marsia. Successivamente Campolieto fu assegnato a Rainaldo di Pietrabbondante. Tra la fine del dominio dei Normanni e la dominazione sveva (1194-1266) Signore di Campolieto era un certo Ruggiero Bogardi (o Bozzardi). Con la dominazione degli Angioini (1266-1442) che ebbe inizio con Carlo I d' Angiò, investito dal Papa Clemente IV nel 1265 del Regno di Sicilia - comprendente anche il Mezzogiorno d'Italia, del quale si rese padrone, vincendo il re Manfredi a Benevento nel 1266. Il feudo passò al cavaliere "Narmoray di Tarascono" (1269). Nel secolo XV Campolieto passò alle dipendenze della contea di Montagano con Francesco di Montagano, conte della stessa borgata, cui successe il figlio Giacomo (1450). Nel 1477, morto Giacomo senza eredi, il re Ferdinando I d' Aragona investì dei feudi della contea, tra i quali Campolieto, devoluti al demanio, Gherardo Felice di Appiano d' Aragona, Signore di Piombino, per l'irrisoria somma di 22.00 ducati. Questi, però, non si mantenne fedele alla casa di Aragona; si ribellò al re Ferrante e si diede al conquistatore Carlo VIII. Fu privato, allora, dei beni e dei feudi, che il 23 novembre dello stesso anno 1495 passarono ad Andrea Di Capua, duca di Termoli, per concessione del re Ferrante II. I de Capua mantennero il feudo fino al 1584 e ristrutturarono il castello medievale trasformandolo in casa signorile. Della struttura originaria permangono solo l’elegante portale rinascimentale, datato 1551. Nel 1584 Campolieto fu acquistato, per ducati 14.50 da Fabio Carafa, conte di Montecalvo, il quale già possedeva i feudi boscosi di Martina e di Scannamatrea. I Carafa tennero così il fendo senza titolo fino al 1806. Il castello di Campolieto, che fu residenza dei vari "Signori" e Feudatari, fu venduto, diviso a più famiglie nel 1942, dopo la morte dell' ultimo baronem l'Avv. Francesco Jannucci, avvenuta nel 1940. Il palazzo attualmente si presenta profondamente manomesso dalle ristrutturazione che l'edificio ha subito in epoca moderna dopo tale frazionamento. Nel XVIII secolo però la residenza di Capua era considerata una delle case patrizie più belle e ricche della zona. L'area su cui sorge la struttura è quella dove si trovava il castello di cui rimangono alcuni tratti della cinta muraria e la cui costruzione risale al periodo normanno (XI secolo).

martedì 21 maggio 2013

Il castello di martedì 21 maggio





CERESARA (MN) – Torre Gonzaga

Il Castello di Ceresara è un'antica roccaforte risalente al XIII secolo situata nel centro storico del paese, che conserva inalterata la Torre Civica, nell'attuale Piazza Castello. Il maniero originario fu abbattuto ai tempi in cui apparteneva alla famiglia dei Bonacolsi (precisamente nel 1274 da Pinamonte), signori di Mantova fino al 1328, anno in cui furono cacciati da Luigi Gonzaga. Il castello fu probabilmente ricostruito agli inizi del Quattrocento da una nobile famiglia insediatasi nel luogo, i Ceresara, discendenti da un Lanfranco, calato dalla Germania nel XII secolo. A pianta quadrangolare, come attesta una mappa del 1629, con cinta muraria e fossato, il castello era munito della torre d'ingresso sopravvissuta fino ai nostri giorni. La torre, dotata di ponte levatoio con due entrate -pusterla e carraia con arco a sesto acuto - in origine era scudata, cioè aperta sul lato interno del castello e culminava con la merlatura. In epoca successiva ha subito un innalzamento ed è stata provvista di copertura. Forse vi era anche un canale a potenziamento del sistema difensivo. All'interno delle mura dovevano sorgere: la torre maggiore, il complesso castellano rapportabile alle odierne ragioni Atti, Froldi, Zoetti, Affini, Pancera. A nord un edificio al posto dell'attuale Municipio e, più in là, il nucleo urbano della "Parma vecchia" (area dell'Istituto Bettini-Morandi), a ovest la chiesa della Trinità e a nord-ovest casa Previdi.Uno scorcio del "castrum" medioevale compare in un affresco situato vicino al voltone della torre campanaria. I Gonzaga, nel XV secolo, elevarono l'importanza del borgo a difesa delle loro terre di confine e fecero abitare il castello da un loro vicario. Un importante membro della dinastia passò parte della sua vita nel maniero e vi morì a 27 anni: Gianlucido Gonzaga, figlio quartogenito di Gianfrancesco Gonzaga, primo marchese di Mantova. L'edificio fu anche abitato dal poeta e letterato Ascanio de’ Mori da Ceno che, dal 1578 al 1582, era al servizio di Guglielmo Gonzaga nel borgo. La torre ha subito un importante restauro conservativo nel 1981. Proprio nei giorni scorsi è stato approvato dalla Giunta comunale di Ceresara un progetto che prevede lavori di ristrutturazione e restauro della torre civica per una spesa complessiva di € 100.000.

lunedì 20 maggio 2013

Il castello di lunedì 20 maggio





CIORLANO (CE) – Castello

L'origine di Ciorlano non è nota e nel corso dei secoli ebbe diversi nomi: Cerolanum, Li Ciurlani, Torlano, Zurbanum,...ecc. Sotto il domino dei Longobardi fu un Pagus (569 d.C.) e prima dell'anno 1000 divenne Castello. Nel 1064 il Castello di Cerolanum, con un quarto delle terre di Torcino, fu donato dal conte Paldo di Venafro all'Abbazia Benedettina di Montecassino; successivamente appartenne al Monastero di San Vincenzo al Volturno e poi all'Abbazia cistercense della Ferrara di Vairano Patenora. Il Castello fu costruito a difesa del ducato di Benevento, su basi romano-sannite. L`originaria costruzione aveva forma circolare, con tre torri circolari e mastio centrale di forma pentagonale (ancora ben visibile); l`ingresso all`interno del Paese avveniva solo attraverso i due grandi portoni, di collocazione diametralmente opposta. Verso il 1500 fu signore di Ciorlano Giovanni Antonio De Gennaro, come risulta "nell'indulto" di Carlo V, imperatore di Spagna. Nel 1532 il castello di Ciorlano appartenne ad Isabella Mobel e, successivamente, ai Conti Gaetani di Laurenzana di Piedimonte.  Intorno al 1575 ne fu signore Ferrante Lannoy, duca di Boiano.
Dal 1645 al 1806 Ciorlano fece parte della famiglia Gaetani D'Aragona. Nel 1738 Ciorlano era una delle Università più ricche della zona, tanto che il duca di Laurenzana donò al re Carlo III la tenuta di Torcino, che divenne la riserva naturale di caccia più grande del tempo: Real Caccia di Torcina.  
Nel 1786 la tenuta fu ampliata con l'aggiunta di altri territori demaniali per volontà del re Ferdinando IV di Borbone.  

domenica 19 maggio 2013

Il castello di domenica 19 maggio







CAMPODORO (PD) – Torre Rossa in frazione Bevadoro

Anticamente chiamata Torre del Corso, venne edificata presumibilmente attorno al 1200 per ordine di Ezzelino II da Romano ed era posta a baluardo dei confini che corrispondevano al fiume Ceresone che scorre ancora a ovest della torre. Apparteneva ad una linea di difesa e avvistamento che correva tra i castelli di Carmignano di Brenata, Canfriolo (ora località di Grantorto), Torre del Corso appunto, Arlesega e San Martino della Vaneza, Montegalda. La Torre Rossa è uno dei rari esempi rimasti delle fortificazioni erette nei passaggi strategici delle rogge, fra gli attuali territori euganeo e berico. Nelle mappe del 1500 viene sempre raffigurata circondata dal Ceresone che probabilmente scorreva più a est dell'attuale corso. La Torre fu protagonista delle sanguinose battaglie tra Padova e Vicenza che si contendevano il territorio. Nel 1405 con l'espansione della Serenissima Repubblica di Venezia fu dismessa dal doge e divenne possedimento di nobili famiglie veneziane che la trasformarono in abitazione apportando delle modifiche che ne determinarono l’aspetto attuale: finestre laterali, poggioli e molto probabilmente anche il tetto al posto delle merlature. Secondo la tradizione orale del posto, dalla torre partivano dei passaggi sotterranei, ma ad oggi non se n'è trovata traccia. Verso la metà del secolo scorso la torre cadde in totale stato di abbandono. Il terremoto del 1976 che colpì la vicina regione friulana, provocò nell’edificio una grossa crepa che la rese pericolante. Il proprietario decise allora di dare avvio ad una profonda opera di restauro e recupero. Ecco una cronistoria dettagliata della torre: http://www.bevadoro.org/imgs/territorio/torrerossa/2009_Torre_opus_interno.JPG

sabato 18 maggio 2013

Il castello di sabato 18 maggio





BOLZANO – Castel Mareccio

Situato nel centro storico di Bolzano, per la sua posizione è da considerare una residenza, piuttosto che una costruzione di difesa. Il nucleo più antico, la torre principale, fu fatto costruire da Berthold von Bozen (Bertoldus Bauzanarius), capostipite della famiglia Maretsch, nel 1194. Il suo casato faceva parte dei vassalli dei Conti di Tirolo ed inoltre lui stesso era giudice di Bolzano. Nei secoli successivi si susseguirono diverse fasi di ampliamento, fra le quali la costruzione del muro di cinta. Inoltre, fino al 1650, il castello era dotato anche di un fossato perimetrale con acqua. Il ramo bolzanino dei Mareccio si estinse, passando al ramo di Naturno e di qui, per matrimonio, alla famiglia Reifer. Quando era di proprietà di Christofer Reifer, questi disobbedì al duca Sigismondo il Danaroso (conosciuto anche come Sigismondo il Ricco) e fu per questo imprigionato e costretto a pagare una multa che comprendeva la cessione al duca del castello e delle sue adiacenze. Sigismondo lo vendette ai Mezner (1476), che a loro volta lo vendettero ai Römer. L'ampliamento più sostanziale fu voluto proprio dalla famiglia Römer verso la metà del XVI secolo: le altre quattro torri e gli affreschi nella sala dei cavalieri, nelle torri e nella cappella risalgono a quel periodo, così come il fossato di cinta col ponte. Gli autori dei numerosi affreschi sono ignoti, ma sono senz'altro riferibili alla corte dell'Arciduca Sigismondo. I temi degli affreschi sono biblici, ma anche araldici. Anche come riconoscimento per questi lavori, ai Römer fu concesso il titolo di baroni dall'arciduca Ferdinando II d’Austria. Passato per matrimonio agli Hendl, il castello nel XVII secolo passò prima al convento di Stams, poi a Guidobaldo di Thun, arcivescovo di Salisburgo. I Thun lo possedettero fino al 1851, acquistato da Anna Sarnthein. Quest’ultima lo affittò all'erario e Castel Mareccio divenne per oltre mezzo secolo deposito d'armi. Dopo l'annessione all'Italia divenne sede dell'Archivio di Stato, ma la condizione della costruzione era tale che si rese necessaria una profonda ristrutturazione (1930-1931). Negli Anni Ottanta l'Archivio fu spostato altrove. Il maniero venne acquisito allora dall'Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano che lo destinò, dopo un attento ed impegnativo restauro sia delle strutture che degli affreschi, a sede di convegni, mostre ed eventi. Le sue antiche sale impreziosite da affreschi, adeguatamente ristrutturate e dotate di avanzate tecnologie congressuali, possono ospitare fino a 200 persone e sono sicuramente una delle strutture più interessanti ed esclusive per ospitare incontri aziendali, banchetti, seminari, conferenze, serate culturali, concerti e mostre. Su una parete al secondo piano della torre di Castel Mareccio è presente il Sator simbolo dell'Impero Romano, accessibile solo accompagnati dal personale. Si tratta di un gioco di parole che si possono leggere in tutte e quattro le direzioni, in entrambi i sensi. La traduzione letterale significa "il seminatore Arepo tiene con la sua opera le ruote" oppure "il seminatore col suo lavoro tiene (guida) le ruote (dell'aratro)" ma la frase risulta di difficile comprensione. La stessa formula la si trova due volte a Pompei nella zona sepolta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., sulla parete esterna del Duomo di Siena, in chiese, conventi, castelli dell'Alta Italia, in Francia, in Gran Bretagna, nella vecchi Buda (H) ed in Cappadocia. Le parole comprese nel quadrato magico potrebbero avere un significato di matrice cristiana, essendo contenute per ben due volte le parole Pater Noster A O, ovvero Pater Noster Alfa e Omega. Esso veniva anche portato al collo dai cristiani durante le persecuzioni nell'epoca classica quale segno di riconoscimento comune, nonchè a scopo protettivo ed a ricordo del fatto di essere figli del Padre nei cieli. La ragione per cui il quadrato "magico" o meglio "sacro" sia finito a resta un mistero. Si sa solo che fu collocato nella torre a seguito della ristrutturazione del castello effettuata nel 1550 da parte della famiglia nella stanza che si presume essere stato il locale destinato al soggiorno delle guardie o l'ufficio del comandante.
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Chi volesse approfondire, può visitare il seguente link: http://www.mareccio.info/mareccio_it/storia.asp

venerdì 17 maggio 2013

Il castello di venerdì 17 maggio





TRICARICO (MT) – Torre normanna

Nell'ambito del patrimonio architettonico della città costituisce, insieme con la cattedrale ed il palazzo ducale, uno degli elementi più importanti. Alta 27 metri, con pareti che superano, in diversi punti, i 5 metri di spessore, orlata di beccatelli, caditoie ed archetti di coronamento, si sviluppa su 4 livelli e svetta sulla parte sommitale di un costone roccioso sul quale è edificato il quartiere Monte. La torre costituiva il cosiddetto "maschio" del castello del quale faceva parte, la cui prima fortificazione risale al IX-X secolo e successiva riedificazione in epoca normanno-sveva. Il solo castello, posto all'estremo margine sud della città, venne donato alle Clarisse (suore di clausura) nel 1333 per farvi un convento, a seguito del trasferimento dei feudatari in un nuovo castello (oggi palazzo ducale) collocato al centro dell'abitato. La torre, invece, continuò ad avere una funzione militare fino al ‘600, in quanto inserita nel sistema difensivo della città fortificata. In epoca angioina venne costruita alla sua base una "scarpa" per rafforzarne le capacità di difesa. Fino al 1605 (epoca cui risale la celeberrima stampa di Tricarico inserita nella raccolta totius urbium praecipuarum mundi) vi era ancora buona parte della merlatura, in seguito eliminata. Dalla sua sommità si domina un territorio molto vasto che si spinge, verso nord-ovest, fino al monte Vulture e, verso nord-est, fino alla Puglia. Sulla sommità, sebbene non vi siano muri intorno e gli archetti di coronamento siano quasi allo stesso livello del pavimento, se ci si mette sulla pietra posta al centro della superficie, si sente la propria voce rimbombare come se si fosse in una caverna. Il monastero di suore di clausura precedentemente menzionato, fu fondato da Sveva, contessa di Tricarico e vedova di Tommaso Sanseverino. Dapprima sotto il titolo dei SS. Pietro e Paolo, poi di S. Chiara, questa comunità monastica, le cui suore provenivano dalle nobili famiglie di Tricarico e di altri centri regionali, ebbe sempre cospicue rendite dal suo ricco patrimonio immobiliare ed agrario e fu titolare del feudo di Gallipoli di Montagna. Soppresso il monastero nel 1860, la complessa struttura architettonica divenne, nel 1930, sede del Convento delle Discepole di Gesù Eucaristico che svolgono, a tutt’oggi, un’azione educativa attraverso le scuole che gestiscono. Contigui alla torre, è stata dichiarata monumento nazionale nel 1931sono, sul lato ovest, una torretta minore e tratti di spesse mura sotto le quali si stendono cantine ipogee.

mercoledì 15 maggio 2013

Il castello di giovedì 16 maggio






ASCOLI PICENO – Castello in frazione Montadamo

La tradizione vuole che sia stato costruito nel 990 da Adamo, Vescovo di Ascoli e Abate di Farfa. La tesi successivamente è stata ripresa da altri autori locali ma non risulta avvalorata, direttamente o indirettamente, da alcun documento dell’epoca. Sembrerebbe quindi più esatto affermare che il castello deve il suo nome al fatto di essere stato feudo di uno sconosciuto dinasta di nome Adamo. "Castrum Montis Adame", per oltre cinquecento anni, è stato la sede dei podestà inviati da Ascoli con giurisdizione sull'intero versante meridionale del Monte Ascensione. La prima attestazione scritta che lo riguarda,  qualificandolo appunto come feudo dinastico,  risale al 1350 (atto nel quale il notaio Ser Angelo Orbetani  annota che Donna Gualfredina Vinciguerra Giordani porta in dote al suo sposo – un Odoardi – il  “Castrum et Pagos Montis Ade”). Diventato proprietà del comune di Ascoli, nel 1377 fu dato al capitano Bartolomeo Smeducci di San Severino quale compenso per i servizi da questi resi alla città nella guerra detta degli “Otto Santi”. In considerazione della sua posizione strategica, venne riacquistato nel 1383, per la somma di 1000 fiorini d'oro. La proprietà in perpetuo fu ribadita con l'apposizione dello stemma del comune sulla porta d'ingresso al castello. Il paese conserva ancora intatta la struttura dell'antico castello con la doppia porta trecentesca, sormontata dallo stemma della città di Ascoli, e la torre di massirno avvistamento, munita di balestriere, bornbardiere e di una possente merlatura guelfa, i cui lavori di costruzione furono affidati ai maestri lombardi Andrea di Pietro e Stefano di Antonio.

Il castello di mercoledì 15 maggio





REGGIO CALABRIA – Castello Aragonese
 
Ubicato nelll'omonima piazza, sopra una lieve collina che nel passato era di certo più imponente, è considerato, insieme ai celeberrimi Bronzi di Riace, ed al ricco Museo Archeologico Nazionale, uno dei principali simboli storici della più grande città della Calabria. Anche se l'impianto attuale è quello tipico delle fortezze difensive aragonesi, il castello di Reggio ha in realtà origini molto più antiche, tracce di una fortificazione preesistente sono state rinvenute in tutta l'area adiacente l'edificio stesso. Storicamente si fa risalire la sua costruzione tra il 536 ed il 549 d.C. Sotto l'imperatore Giustiniano I, durante la guerra tra i Goti e i Bizantini, Belisario entrò a Reggio per liberarla dai barbari e trovò la città priva di fortificazioni, così il generale ordinò immediatamente il restauro della cinta muraria. Egli non poteva infatti permettere che la città fosse sguarnita visto l'importante ruolo che il porto di Reggio ricopriva nei collegamenti tra l'Italia e Costantinopoli. Si riprese dunque la parte inferiore delle mura che erano appoggiate al porto, la collina del castello divenne quindi il bastione angolare della cinta, rivolto verso la montagna. Tutto ciò creò un centro fortificato che proteggeva il porto di Reggio e tutta la Calabria meridionale. Nel 1059 la fortezza passò dai Bizantini ai Normanni di Roberto il Guiscardo, che vi stabilirono la corte e costruirono un donjon, in altre parole una torre-fortezza appoggiata alle mura della città e destinata alle truppe che difendevano Reggio. La costruzione del castello, invece, avvenne probabilmente in età sveva durante il lungo regno di Federico II di Svevia, quando l'autorità imperiale dovette provvedere ad un sistema difensivo statale del Regno di Sicilia. Ciò è desumibile dalla sua struttura originaria (ricostruibile da foto e rilievi dal momento che esso rimase in piedi fin dopo il terremoto del 1908) che richiama l'architettura militare di quell'epoca; si trattava, infatti, di un possente edificio a pianta quadrata, con lati di 60 m di lunghezza e con quattro torri angolari, anch'esse di forma quadrata. Nel 1266 il castello passò a Carlo I d'Angiò e da quel momento in poi fu modificato ed ampliato più volte, per meglio adattarlo alle esigenze dei regnanti. Furono certamente interventi importanti, se è vero che il maniero fu di volta in volta conosciuto come normanno, angioino ed infine aragonese. Si hanno infatti notizie di consistenti restauri voluti dal re Roberto d’Angiò, con lavori a più riprese, durati dal 1327 al 1381. Nel 1382 Carlo di Durazzo ordinò al capitano governatore di Reggio la restaurazione del castello ponendo scrupolosa attenzione affinché i lavori fossero adempiuti da tutti gli addetti. Concepito per resistere a catapulte e mangani, il castello di Reggio dovette ricevere, in epoca angioina, un cammino di ronda protetto da basse mura e torri angolari, che lo cingeva alla base. Questo apprestamento difensivo aveva il chiaro scopo di proteggere la base del castello dall'attacco di arieti e dallo scavo di gallerie per mine. Nel 1458 Ferdinando I d'Aragona fece apportare - sotto la direzione dei lavori di Baccio Pontelli (noto architetto e discepolo di Giorgio Martini) - consistenti modifiche con l'aggiunta delle due torri cilindriche, del fossato e dell'acquedotto. Originariamente, la merlatura (innalzata di quota durante il 1600) era più bassa e, quindi, più vicina alla sottostante fascia archeggiata. Ogni tre archi era presente una caditoia dalla quale era possibile lanciare sui nemici pietre; il basamento a scarpa garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato che la delimitava impediva la risalita degli eventuali nemici. Sul lato orientale della struttura venne aggiunto un revellino, cioè un corpo avanzato a cuneo che terminava in un torrione, che serviva a difendere il castello dal fuoco delle armi a lunga gittata che potevano posizionarsi sulle colline e, nello stesso tempo, ospitava le artiglierie. Ulteriori fortificazioni furono eseguite in epoca spagnola tra il 1540 ed il 1553 su preciso incarico del viceré Don Pedro di Toledo, il cui scopo era quello di arginare le continue devastazioni turche del XVI secolo, che fece aumentare la capienza interna del castello in modo da poter rifugiarvi quasi 1000 persone. Furono i Borbone, ai primi del XIX secolo, ad iniziare la decadenza del castello di Reggio, col riempimento del fossato e le prime demolizioni. Nel 1860, la città e il castello vennero espugnati da Giuseppe Garibaldi, quindi con l'unità d'Italia e il nuovo piano regolatore della città (redatto nel 1869), il bastione venne considerato un "corpo estraneo" nel nuovo assetto urbanistico, volendo al suo posto ricavarne una grande piazza. Ciò fece scoppiare delle diatribe tra chi voleva demolire il castello per fare scomparire l'ultima testimonianza del dominio spagnolo e chi ne voleva impedirne la demolizione perché monumento storico di tutte le antiche ed importanti memorie cittadine. All'idea del Comune di Reggio - che nel 1874 lo acquistò dal Governo per demolirlo - si oppose l'allora Ministro della Pubblica Istruzione, affermando che il castello era un monumento archeologico. Nel 1892 la Commissione provinciale dei beni archeologici decretò una parziale demolizione del castello ma con la conservazione delle due torri poiché "Monumento storico della città", e cinque anni dopo (nel 1897) il castello venne dichiarato monumento nazionale. Nei primi anni del '900 fu utilizzato da una brigata di artiglieria. Il terremoto del 1908 danneggiò i locali più antichi lasciando però illese le due torri; il danneggiamento, seppur minimo, della struttura fece sì che un decreto legge del Genio Civile del 1917 indicasse le modalità di demolizione, ma nello stesso anno l'edificio fu risparmiato poiché adibito a caserma. Probabilmente l'odio politico dei reggini verso ciò che aveva rappresentato negli ultimi anni, fece prevalere la decisione di abbattere il Castello Aragonese, che pur avendo resistito ai terremoti e ai decreti di demolizione, fu deliberatamente mutilato della sua parte più antica, anche in nome di una struttura urbanistica più razionale. La fortezza fu infatti in parte demolita per congiungere la via Aschenez alla via Cimino, secondo le indicazioni del piano regolatore redatto malvolentieri da Pietro De Nava, su consiglio dell'amministrazione. Vennero quindi demoliti i 9/10 della sua struttura in diverse occasioni, ma fu mantenuta la parte più significativa del bastione: quella con le due torri aragonesi, che ancora oggi si ergono maestose al centro della piazza. Solo di recente, grazie a lunghi e sapienti lavori di restauro che hanno coinvolto le amministrazioni locali e la Sovrintendenza della Calabria, il castello aragonese di Reggio Calabria è stato riaperto al pubblico nel 2004, divenendo un'importante sede espositiva. Al suo interno è ospitato sin dal 1956 l'Osservatorio dell'Istituto Nazionale di Geofisica, dotato di un centro sismico e di uno meteorologico.

martedì 14 maggio 2013

Il castello di martedì 14 maggio





CAPRAROLA (VT) – Palazzo Farnese

E' una delle molte dimore costruite dai Farnese nei propri domini. Inizialmente doveva avere caratteristiche difensive come era comune nelle residenze signorili del territorio laziale tra XV e XVI secolo. Il Cardinale Alessandro Farnese, futuro Papa Paolo III, ottenne nel 1504 da Francesco Maria Riario della Rovere la rinuncia al Vicariato di Caprarola e ne rilevò il possesso. L’obiettivo di riunire e consolidare i feudi ed i possedimenti che la famiglia Farnese deteneva nel viterbese, creando uno stato nello stato all’interno del Patrimonio di San Pietro, stava sempre più avvicinandosi. Era necessario individuare un’area che svolgesse le funzioni di caposaldo e di raccordo. Il futuro papa stabilì che proprio Caprarola dovesse assolvere a questo compito per la sua posizione strategica e la salubrità delle proprie condizioni climatiche, l’ideale insomma per una residenza che fosse in grado di garantire un idoneo soggiorno durante i frequenti spostamenti all’interno dei propri possedimenti e che potesse essere utilizzata come luogo di villeggiatura nel periodo estivo. Il progetto del palazzo venne inizialmente affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane, esperto in architettura militare, il quale immaginò una struttura che, dal punto più alto del paese, mostrasse la forte presenza dei Farnese sulla comunità locale e sul circostante territorio. L’imponente struttura, a pianta pentagonale, con cinque poderosi bastioni angolari difensivi ed un fossato perimetrale di difesa, avente la funzione di una vera fortezza. I lavori procedettero speditamente nei primi anni con la realizzazione delle fondamenta e l’innalzamento dei muri perimetrali fino al primo piano, poi vennero improvvisamente sospesi. Nel 1534 avvenne l’elezione al soglio pontificio di Alessandro Farnese col nome di Paolo III e le nuove incombenze ed i nuovi grandi interessi della famiglia portarono al disinteresse per Caprarola ed il suo Palazzo. Inoltre nel 1546 morì il Sangallo e questo bloccò ancora di più la situazione. Nel 1559, dieci anni dopo la morte di Paolo III, ripresero i lavori per volontà del nipote del pontefice, anch’egli di nome Alessandro, nato nel 1520 da Pierluigi Farnese e Gerolama Orsini, e Cardinale all’età di soli 15 anni. Alessandro il Giovane fu uno dei personaggi più illustri ed illuminati del suo tempo, fu Vicecancelliere della Chiesa ed ambasciatore personale del Papa, ricevette incarichi prestigiosi e delicati ed importanti onorificenze. L’incarico per la ripresa dei lavori fu affidato a Jacopo Barozzi detto il Vignola modificò radicalmente il progetto originale: la costruzione, pur mantenendo la pianta pentagonale dell'originaria fortificazione, venne trasformata in un imponente palazzo rinascimentale, che divenne poi la residenza estiva del cardinale e della sua corte. Al posto dei bastioni d'angolo l'architetto inserì delle ampie terrazze aperte sulla campagna circostante, mentre al centro della residenza fu realizzato un cortile circolare a due piani, con il superiore leggermente arretrato. Vignola fece tagliare la collina con scalinate in modo da isolare il palazzo e, allo stesso tempo, integrarlo armoniosamente col territorio circostante; inoltre fu aperta una strada rettilinea nel centro del paesino sottostante, così da collegare visivamente il palazzo alla cittadina ed esaltarne la posizione dominante su tutto l'abitato. All'interno della sontuosa dimora lavorarono i migliori pittori e architetti dell’epoca. I temi degli affreschi furono ispirati dal letterato Annibal Caro e realizzati da Taddeo Zuccari, poi sostituito, alla sua morte (1566), dal fratello Federico Zuccari, da Onofrio Panvinio e da Fulvio Orsini. Alla villa sono annessi gli "Orti farnesiani" (con lo stesso nome dei giardini della famiglia sul colle Palatino a Roma), uno splendido esempio di giardino tardo-rinascimentale realizzato attraverso un sistema di terrazzamenti alle spalle della villa, arroccati sul colle dal quale s'erge la costruzione e collegati dal Vignola con la residenza attraverso dei ponti. I lavori per il giardino furono iniziati nel 1565 da Giacomo Del Duca, utilizzando per i terrazzamenti la terra di scarico delle fondazioni della Chiesa del Gesù a Roma, e si conclusero solo nel 1630, sotto la direzione di Girolamo Rainaldi. Il parco si estende dietro al palazzo, in cui si trovano fontane, giochi d'acqua, statue, alberi secolari e due padiglioni divisi da una scalinata doppia, con al centro una lunga fontana formata da delfini e conchiglie. Ancora più sopra si trova l'emiciclo delle ninfee. Dopo la morte del Vignola nel 1573, i lavori furono portati avanti da Jacopo del Duca e Girolamo Rainaldi e completati in due anni circa. Dall’alto si può ammirare la forma pentagonale del palazzo con cortile circolare al centro. Originariamente tutt'intorno era circondato da un fossato. All'interno i vari ambienti sono suddivisi secondo uno schema ben preciso e moderno: la zona estiva a ovest, la zona invernale a est. Le zone della servitù erano separate dalla zona del cardinale e vennero addirittura ricavate dallo spessore dei muri di tufo. Annesse alle stanze della servitù erano le cucine ed i magazzini, al livello del fossato, sotto il cortile. In questa zona era alloggiata la scala del cartoccio, una rampa di forma elicoidale che permetteva di far scendere, mediante una guida scolpita nel corrimano, un cartoccio di carta, con all’interno sabbia o sassolini, in modo da far giungere velocemente ai piani inferiori messaggi riservati. Il piano rialzato viene chiamato Piano dei Prelati, accoglieva in realtà il presidio delle guardie e gli ospiti illustri del Palazzo. Vi si accede sia dalla scalinata esterna che dall'interna. In questo piano vi sono le stanze affrescate da Taddeo Zuccari, le stanze delle stagioni del Vignola e la stanza delle guardie. Il cortile, raggiungibile da questi ambienti, è di forma circolare e realizzato dallo stesso Vignola. Esso è composto da due porticati sovrapposti, con volte affrescate da Antonio Tempesta. Il Vignola fu pure autore degli affreschi della scala interna (la Scala Regia). Questa, di forma elicoidale, ruota intorno a 30 colonne di peperino, attraverso le quali, secondo la leggenda, il cardinale vi passava a cavallo per raggiungere il piano nobile. Celebre e più volte imitata, nella Scala Regia si riconosce una delle “invenzioni” più originali del Vignola. Sopra il piano rialzato si trova il piano nobile, la cui zona estiva fu affrescata da Taddeo Zuccari, mentre l'invernale fu dipinta da Jacopo Zanguidi (detto il Bertoja), da Raffaellino da Reggio e Giovanni de Vecchi. Qui sono collocate la camera da letto del cardinale, detta Camera dell’Aurora, e la camera delle celebrità, detta Stanza dei Fasti Farnesiani, con gli affreschi che riassumono la vita dei Farnese. Oltre è posta l’Anticamera del Concilio, che prende il nome dall’affresco del Concilio di Trento; nella stessa stanza vi è un affresco di Paolo III. Successivamente si apre la Sala di Ercole, che prende anch'essa il nome dagli affreschi presenti. Una delle stanze più rappresentative del palazzo è la Stanza delle Geografiche o del Mappamondo, la quale prende il nome dagli affreschi di Giovanni Antonio da Varese; non è noto il nome del pittore che realizzò l'opera più affascinante della stanza, ovvero l'originale rappresentazione dello Zodiaco nella volta del soffitto. Il quarto e quinto piano erano assegnati agli staffieri ed ai cavalieri, in camere numerate disposte ai lati di lunghi corridoi. Il complesso monumentale di Caprarola, passato in eredità ai Borbone nel 1731 dopo l’estinzione della famiglia Farnese, nel 1941 è stato acquisito dallo Stato Italiano e nel 1973 affidato in consegna alla Soprintendenza che attualmente ne cura la gestione.La piccola costruzione che si trova all'interno dei giardini fu scelta da Luigi Einaudi come residenza estiva nel settennio della sua Presidenza della Repubblica (1948-1955).

lunedì 13 maggio 2013

Il castello di lunedì 13 maggio






OLBIA (OT) – Castello di Pedres (pisano-aragonese)

Detto anche castello di Pedreso (si ipotizza che il nome del fortilizio sia derivato dalla presenza della vicina Villa Petresa, o Petrosa, piccolo nucleo demico medievale estintosi nel XIV-XV secolo), venne edificato su una ripida emergenza rocciosa alta 89 mt., dalla quale si sovrasta la parte meridionale della conca di Olbia, con scambio visivo con l’antica città e relativo porto. Si tratta di un forte, risalente al Medioevo, costruito in pietra fra il 1296 ed il 1388, dai Visconti, potente famiglia di Pisa che resse il Giudicato di Gallura fino al XIII secolo, e successivamente utilizzato dai Pisani per far fronte all'attacco da parte degli Aragonesi. Originariamente il castello era dotato di quattro torri e composto da due piazzali, uno superiore e uno inferiore, cintati da mura poligonali, raggiungibili attraverso scale costruite con grandi massi di granito. Gli interessanti ruderi comprendono una doppia recinzione: la prima, molto ampia di forma quadrilatera, ebbe la funzione di inglobare al suo interno un vasto ripiano del colle; la seconda, presenta una parte anteriore di circa 1000 mq. e una posteriore nella quale sorgono la torre e un edificio rettangolare adibito probabilmente ad abitazione. Sono ancora visibili, nel piazzale superiore, due stanze diroccate, di cui una con volta a crociera, una cisterna per la raccolta della acque piovane, ed il mastio, che in origine era suddiviso su quattro piani lignei, sostenuti da mensole granitiche e/o incassati direttamente negli alzati. Della torre, che in cima aveva un terrazzo pavimentato in cocciopesto, si conservano in alzato solo due lati, per un’altezza di oltre dieci metri. L'accesso al mastio era posto a circa 6 metri d'altezza e avveniva utilizzando scale di legno retrattili. Un edificio rettangolare si affianca al mastio ed anche questo presenta un’ampia cisterna sottopavimentale la cui volta è crollata. Un ulteriore vasto ambiente rettangolare si appoggia al lato meridionale della cortina, avendo potuto svolgere preferibilmente la funzione di alloggiamento per soldati di stanza e/o magazzino. Nel 1339 il castello venne affidato ai frati ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme. A partire dalla seconda metà del XIV secolo divenne di proprietà degli Aragonesi e quindi del Giudicato di Arborea. Con la pacificazione dell'isola il castello di Pedres perse di importanza ma, prima di venir abbandonato (all'inizio del XV secolo), alcuni rifacimenti specie alle finestre fanno pensare ad un suo utilizzo gentilizio. Molti dei danni sono riconducibili all'incuria e all'abbandono patito nei decenni più recenti, mentre altri sono attribuibili ai bombardamenti della II guerra mondiale. Negli anni dopo il conflitto è stato adibito anche a struttura funzionale alla gestione del vicino Aeroporto Vena Fiorita. L’accesso attuale al monumento è dal versante settentrionale, diversamente da quello originale, che si apre ancora ad occidente, verso la scomparsa Villa Petresa. La scalinata di restauro attualmente utilizzata ne ricalca una precedente, ricavata nel corso della seconda guerra mondiale, quando sulla cima del colle venne impiantata una postazione di contraerea. Il mastio è collocato all’estremità opposta dell’ingresso. Per molte sue caratteristiche il castello si avvicina ad altri esempi pisano-lucchesi del periodo, lasciando supporre progettisti e maestranze importate dalla Toscana durante il dominio della famiglia Visconti nel regno giudicale di Gallura.