sabato 30 marzo 2013

Buona Pasqua 2013



Il blog si ferma per Pasqua e "Pasquetta"....ci rivediamo martedì 2 aprile con un nuovo castello.
I miei migliori auguri di una serena festa pasquale a tutti voi :-)

Il castello di sabato 30 marzo






PESCHE (IS) – Castello

Castrum Pescharum, Pesclis, Pescla, sono i nomi del borgo posto sul fianco del monte San Bernardo e indicano, provenendo dalla matrice latina pesclum, un luogo ricco di pietra buona per costruzioni. Pesche è un significativo esempio di castello-recinto con ridotto di difesa riferibile al modelli dell’Abruzzo (per esempio S.Pio delle Camere) più che a quelli diffusi negli altri centri molisani. Il paese è ben conservato, racchiuso dalla cinta muraria; gli edifici in pietra, risalenti al secolo scorso, sono per l’elevata pendenza slanciati in altezza e raggiungono anche i cinque piani, dando vita ad una serie di vedute pittoresche. Il castello di Pesche rispetta la regola secondo la quale il nucleo abitato rappresenta per l’assediante il primo ostacolo. In caso di pericolo la popolazione poteva facilmente abbandonare le proprie case per trovare un rifugio più sicuro all'interno della cinta murata. Ancora oggi è possibile individuare due delle porte che consentivano l'accesso al recinto di cui una conduceva al paese, l'altra verso la montagna. In forte pendenza lungo la falda della montagna, il recinto con torri cilindriche di cortina (rompitratta ed angolari) chiude il borgo che rende impossibile il trasporto di macchine da guerra. Una serie di installazioni assicurano una efficace difesa ad un attacco sul lato a monte: un ridotto che ha i caratteri di un piccolo dongione rialzato su uno zoccolo a scarpa, un buon sistema di fiancheggiamento attrezzato con numerose feritoie e apparati per la difesa piombante. In alcuni punti sono ancora ben evidenti le tracce delle strutture lignee (solai e barre di rinforzo) nelle cortine murarie in pietrame misto locale a pezzatura variabile ma comunque apparecchiate con buona cura. Sull'esistenza del maniero si hanno notizie a partire dall'età normanna. Un accenno viene riportato nel Catalogo Borrelliano, in cui si legge che tale Guglielmo di Pesclo, nella seconda metà del XII secolo, possedeva Pesclum et Cantalupum. In seguito passò all’ dell’Abbazia di Montecassino cui appartenne fino al XV secolo. Nel 1456 Pesche fu raso al suolo da un violentissimo terremoto. Gli anni che seguirono furono dedicati alla lenta ricostruzione sia del villaggio che delle chiese e monasteri, compreso la chiesa della Madonna del SS Rosario, attuale chiesa parrocchiale ricostruita nel 1593. E’ probabile, quindi, che molte delle attuali costruzioni risalgano ad epoca successiva al terremoto. Durante tale periodo si successero numerosi feudatari con il titolo di baroni o duchi: Di Sangro nel secolo XV, Spinelli inizio secolo XVII, nella metà del XVII secolo De Regina, alla fine del XVII secolo Pisanelli, XVIII secolo e inizio XIX secolo Ceva Grimaldi. Il castello-recinto è stato abitato per secoli e quindi si è mantenuto in uno stato alquanto buono, ma in questo ultimo secolo, per vari motivi, ne è iniziata la decadenza. È stato infatti, anche se in modo graduale, completamente abbandonato, per cui, con il trascorrere del tempo, l’abbandono e soprattutto l’incuria generale, lo hanno portato a diventare, in breve tempo, un rudere coperto di edera, erbacce e rovi. Oggi di questo "monumento morto" restano le case diroccate senza tetto e senza solai; la cortina muraria è un po’ meglio conservata quella nella parte di Nord-Est, forse perché è stretta e, quindi, più protetta da due torri rotonde: quella a Nord è ancora coronata da merli, quella verso Est invece è cimata, tanto che è più alta della cinta muraria. Molto rovinato è il muro che parte dalla suddetta torre a Est e scende fino alla torre inferiore del lato Sud-Est. Questa torre, ben conservata, è pure rotonda, ma di fattura diversa e presenta un coronamento piano; la struttura della parte superiore fa dedurre che venisse adibita a colombaia. Ancora ben conservata è la porta d’ingresso con i merli. Attualmente il Comune di Pesche è proprietario dell'intero complesso fortificato. Negli ultimissimi anni è stato preparato un progetto per ristrutturare la parte esistente e completarla di parti nuove per ottenere un complesso non solo vivibile perennemente, ma anche da poter ospitare turisti e offrire loro vari conforts. Naturalmente con tale progetto si riporterebbe in vita un patrimonio storico di inestimabile valore. Altre notizie e foto sono disponibili al seguente link:
Una delle due foto che accompagnano questo “articolo” è presa dal sito www.archart.it, sempre ricco di belle e suggestive inquadrature dei castelli molisani

Il castello di venerdì 29 marzo





MARRADI (FI) – Castello di Castiglionchio (o Castellaccio)

Il territorio risulta abitato fin dai tempi più antichi, probabilmente dai popoli Liguri, Etruschi e dai Galli. La costruzione della direttrice che collega Faenza a Firenze e Lucca risale probabilmente all'epoca Romana (circa 59 a.c.). In epoca Romana Marradi fu chiamato "Castello" (Castellum), e serviva da appoggio per i viandanti. Un podere posto alla destra del fiume Lamone, era chiamato "Marrato" cioè zappato. Da questo forse la derivazione del nome Marradi. Dopo le invasioni barbariche, principalmente Goti e Longobardi, il territorio passò sotto il dominio della Chiesa. Nell'epoca feudale furono fondate le Abbazie vallombrosiane di Santa Reparata e di Santa Maria di Crespino, e l'Eremo camaldolese di S. Giovanni di Valle Acerrata (oggi abbazia della valle). Appartenne poi dal 1164 ai conti Guidi di Modigliana, fino al 1312 quando, dopo una lunga contesa, passò sotto il dominio dei Manfredi di Faenza. Sopra l’abitato di Biforco, in posizione dominante, sono i resti del castello di Castiglionchio, chiamato anticamente “Castrum leonis”. Il fortilizio, di cui si parla in un documento del 1123, apparteneva ai Pagani, signori della Valle del Senio. Distrutto dai faentini in lotta con quella famiglia, il castello risorse e per la sua importanza strategica i Pagani lo posero sotto la protezione della Repubblica di Firenze che ne auspicava il possesso. Nel 1279 subì gravi danni per uno spaventoso terremoto che colpì il territorio di Marradi. Alla morte di Maghinardo Pagano (avvenuta nel castello di Benclaro a SantAdriano nel 1302) la rocca passò al nipote Bandino, priore di Popolano e attraverso i suoi eredi nelle mani di un Manfredi. Giovanni Manfredi, in lotta con i suoi parenti, signori di Faenza, continuò la politica di alleanza con i fiorentini, ma questi desideravano impossessarsi del suo territorio e lo imprigionarono. Nel 1428 inviarono le loro truppe ad assediare Castiglionchio, difeso dai fratelli del povero Giovanni, ma in breve fu conquistato con conseguente annessione di Marradi e degli altri suoi possedimenti a Firenze. L'antico maniero di Marradi, viene descritto dal Machiavelli come punto nevralgico per il controllo delle vie di accesso a Firenze: le strade del sale che dal mare Adriatico si innalzavano fino a raggiungere la località ALPE ( ora passo della Colla 912 slm) dovevano sottostare al controllo di diversi punti di dogana sotto la super visione del Castello di Marradi. Il maniero, negli anni seguenti, seguì dunque le sorti di Firenze e dei suoi Signori, i Medici, che cacciati dalla città nel 1494 cercarono di riconquistarne il dominio con l’aiuto dei Veneziani. Invadendo parte della Romagna, le truppe giunsero a Marradi e posero l’assedio a Castiglionchio. I difensori del castello, stremati per mancanza di viveri e di acqua, riuscirono a sopravvivere con l’aiuto di alcuni valligiani e di un’abbondante pioggia che riempì le cisterne del fortilizio. Alla fine i veneziani, non riuscendo ad espugnarlo, si ritirarono. Quando Cosimo de’ Medici venne eletto duca, concesse ai Fabbroni di Marradi, suoi fedeli sostenitori, il controllo della rocca di Castiglionchio, che successivamente venne disarmata perché non se ne servissero i nemici dei Medici. Così cominciò la lenta agonia del castello che un po' alla volta venne spogliato delle armi e degli arredi: si ricordi ad esempio la supplica da parte degli operai della fabbrica del Monastero di Marradi al Granduca, perché facesse loro grazia delle due campane che si trovavano nella rocca (1565). Il tempo e i terremoti hanno ridotto il Castellone (così chiamato popolarmente) in un rudere; sono rimasti attualmente: un torrione quadrangolare sbrecciato (da poco restaurato), resti di un edificio rettangolare, resti di una base della cinta muraria e le uscite del camminamento sotterraneo, anche se interrate. Il luogo è meta di numerose escursioni. Altre informazioni ed immagini si possono trovare al seguente link: http://ilkiblog.blogspot.it/2011/11/dieci-anni.html

mercoledì 27 marzo 2013

Il castello di giovedì 28 marzo






DELICETO (FG) – Castello Normanno-Svevo-Angioino
(di Mimmo Ciurlia)

Costeggiando il Monte Salecchia (931 m) e percorrendo, nel verde, strade silenziose e tortuose, si arriva al castello normanno di Deliceto. Posto sopra una collina fiancheggiata da due valli, domina il paesaggio del subappenino Dauno meridionale. La sua costruzione iniziò nel X secolo ad opera dei Bizantini, ma la fortezza venne eretta dal normanno Tristianus nel 1073 circa, sotto Roberto il Guiscardo, con la funzione di luogo di difesa contro le incursioni esterne dei saraceni. Solo con l'imperatore Federico II di Svevia il castello, forse consistente nella sola torre e poco altro, divenne fortezza. Edificato sulla roccia, ha forma trapezoidale con due torri cilindriche e una quadrata. Non mancarono successivi interventi degli angioini e dei successivi proprietari feudali che si fregiavano del titolo di marchesi. Un castello ben progettato e solidamente costruito, dotato di pozzo in grado di resistere a lungo ad un assedio. Sul cortile pavimentato con mattoni disposti a spina di pesce e ciottoli irregolari, si affacciano gli alloggi all’epoca riservati al signore, alla sua corte, ai militi e alla servitù. La struttura presenta quattro piani sovrapposti, di cui due con volta a sesto acuto e due ricavati da un rialzo, la cui pavimentazione è in legno. La parte superiore era destinata al signore del castello ed era accessibile tramite un unico ingresso, chiuso dall'interno tramite argani o funi in caso di pericolo. Le stanze più grandi sono quelle della residenza regia e feudale, con volte a crociera e aperte direttamente sulle cortine con finestre aperte sulla rupe sottostante. Sempre dal cortile vi è l'accesso alle scuderie del castello, dove dei fori attraversano il soffitto della scuderia e collegano questo ambiente con il piano superiore. In questo modo il calore emanato dai cavalli poteva riscaldare gli ambienti sovrastanti. Dal cortile, una scalinata conduce a grandi e lugubri sotterranei di servizio. Certamente il luogo più interessante è la torre quadrata, costruita appositamente per la difesa della struttura e del paese. Anticamente era circondata da un fossato e da un ponte levatoio che impediva l'attacco nemico. Questa torre è conosciuta con il nome di "torre Normanna" o anche "Torrione". Un camminamento percorribile la unisce alle due torri di forma tronco-conica: Torre Molo (all'epoca ingresso principale del castello) e Torre Parasinno (dal'arabo parasin - ladrone), adibita a luogo di detenzione e tortura. La tradizione racconta che in questa torre si trovava uno strumento di tortura a lame di rasoio, utilizzato contro i saraceni colpevoli di reati. Sul portone di ingresso del castello ancora oggi si trova lo stemma della famiglia Piccolomini. Nel corso dei secoli il Castello di Deliceto ha ospitato signori normanni, svevi, angioini, aragonesi. Oggi l’edificio si presenta in ottime condizioni, grazie ai restauri compiuti già a partire dal 1948 e si appresta a divenire un fervido centro culturale; gli antichi alloggi sono la sede del C. P. Club UNESCO di Deliceto che qui sta allestendo il nucleo originario di una Biblioteca civica. Nelle scuderie si susseguono mostre e spettacoli, mentre la Sala Magna è impiegata per convegni e concerti.

Il castello di mercoledì 27 marzo




SANGUINETTO (VR) – Castello Della Scala

Situato nel cuore del paese, con la sua notevole mole richiama i fasti e le memorie di avvenimenti storici che dal Medioevo lo videro protagonista fino al XIX sec. Innalzato per volere degli Scaligeri nel XIV secolo, il maniero fu donato nel 1376 da Antonio e Bartolomeo Della Scala al luogotenente Jacopo dal Verme, che lo passò al figlio Alvise, il quale nel 1416 ricevette da Sigismondo il titolo comitale. Il titolo fu confermato dal Senato della Repubblica di Venezia nel 1430. I Dal Verme provvidero ad eseguire vari lavori, soprattutto dopo la caduta della signoria scaligera, mutando il castello da edificio militare a residenza signorile. è quindi databile agli inizi del 1400 la prima trasformazione con la realizzazione di una loggia terrena, retta da colonne marmoree, posta di fronte all'ingresso principale. Oltre alla loggia, al pian terreno sono visibili dei locali voltati a crociera mentre, al piano superiore, si può ammirare una gran sala con belle finestre adornate da formelle in cotto, rivolte tanto all'interno come sull'esterno del castello. Nel 1452 il Castello venne confiscato ai discendenti Dal Verme accusati di tradimento e ceduto al Capitano della Serenissima, Gentile Della Lionessa. Alla sua morte gli succedettero le tre figlie: Nilla, Tirsa e Battistina sposate rispettivamente a Francesco Lion di Padova, Alessandro Venier di Venezia e Leonardo Martinengo di Brescia. In conseguenza di ciò il castello fu frazionato in "carati" e trasmesso ai discendenti. Negli anni seguenti il monumento conobbe diverse vicissitudini. Il 15 novembre del 1509 alcune truppe della Lega di Cambrai si impadronirono della fortezza e la misero a ferro e fuoco. Nel 1520 Federico Gonzaga giunge a Sanguinetto scortato da 200 cavalieri. Per l’occasione venne fatto sfoggio di drappi e tappezzerie pregiate. Il castello è costituito da un imponente complesso a pianta quadrata di circa 55 metri di lato ed è giunto fino a noi nello stato attuale di configurazione perimetrale, dagli ultimi anni della dominazione scaligera, intorno al 1375, quando il maniero rappresentò una delle opere di difesa rivolte verso i mantovani. In origine esso era costituito da un grande cortile difeso da mura merlate con accesso al centro del lato ovest del quadrato. Le mura erano a loro volta protette da un fossato tuttora esistente, alimentato dalle acque che provenivano dal Tregnon e si scaricavano poi nella fossa Sanuda. Quattro torri angolari ed altre quattro intermedie ancora oggi esistenti, testimoniano l'importanza del manufatto che è impreziosito anche da una torre d'ingresso ed una casa-torre merlata, contemporanea alla costruzione del castello e da qualificarsi quindi come torre delle milizie. La torre posta sull'angolo sud-ovest ha invece caratteristiche diverse dalle altre che erano in origine scudate, ossia aperte all'interno ed era una torre vera e propria con una pianta più larga delle altre e forse destinata ad essere il mastio. Nel corso dei secoli all'edificio originario venne aggiunto, nella prima metà del secolo XV, un altro manufatto al quale si poteva accedere tramite una scala a doppia rampa che, nel corso dei restauri effettuati prima del conflitto mondiale, si voleva distruggere. Risulta però difficile seguire le tante trasformazioni che si sono succedute nel tempo e che hanno portato ad abbattimenti, sopraelevazioni, alterazioni ed altro. Osservando il castello, sulla torre sono visibili tre stemmi gentilizi, oltre alle feritoie, testimonianza della presenza di un ponte levatoio. Sulla destra si colloca il passaggio pedonale. Tra il portale a tutto sesto del ponte e la porta per i passaggi ordinari è presente la "bocca di leone" per le denunce segrete. Nel giro di quattro secoli il castello venne diviso in tante proprietà, ciascuna con differenti esigenze abitative. Persa la funzione militare, non trovandosi più in una posizione strategica, la costruzione divenne residenza prima dei vari discendenti di Gentile Da Leonessa (Avogadro, Banda, Lion, Martinengo, Venier, Malaspina, Aleardi, Benaglio, Della Torre, Cappello, Medin) e poi di altri. A testimonianza dei rapporti con la Lombardia che i signori ebbero, sono visibili dei motivi decorativi floreali nella ghiera delle monofore nella piazza d'armi e nei beccatelli di coronamento della cornice marcapiano, esempio unico in territorio scaligero. Alla fine dell'Ottocento il complesso era ancora diviso fra numerosissimi proprietari: successivamente il Comune di Sanguinetto riuscì via via ad entrare in possesso di quasi tutto il complesso, destinandolo a sede municipale. Nel 1962 purtroppo, un furioso incendio ha causato gravissimi danni distruggendo tutti gli interni. L'antico mastio invece è ancora privato (dei Zuppini) e al suo interno, nel salone d'acceso, è presente un bellissimo camino in stucco del XVII secolo, con arabeschi, zampe leonine e zampilli d'acqua; al di sopra lo sguardo protettore del leone di S. Marco e di Erasmo Da Narni (il Gattamelata). Legate al Castello sono tre leggende: la prima secondo cui esso era collegato alle altre fortificazioni presenti nella zone tramite dei passaggi segreti, la seconda che riconduce ad alcuni episodi di sangue avvenuti al suo interno tra il 1300 e il 1400 ad opera di Jacopo Dal Verme, e la terza legata a Goldoni, fermatosi a nel XVIII secolo a Sanguinetto, e alla sua commedia "Il feudatario" il cui spunto e la cui ambientazione è legata a vicende accadute proprio nel paese veronese. Oltre al Municipio, nel complesso (che è visitabile anche da persone diversamente abili) sono ubicate le sedi di Associazioni locali e il teatro "Gaetano Zinetti", integralmente rinnovato nel 2009. Altre informazioni si possono trovare al seguente link : http://www.verona.com/it/guide/verona/sanguinetto-il-castello/

martedì 26 marzo 2013

Il castello di martedì 26 marzo






BIVONA (VV) – Castello Pignatelli

L'antico edificio, oggi in condizione di rudere e circondato da insediamenti industriali, si trova nell'omonima località, frazione del Comune di Vibo Valentia, a poca distanza dal mare. La prima notizia sul castello è contenuta nei regesti della cancelleria aragonese del 1490, dove viene citato indirettamente in relazione ad alcune vicende collegate a dei pagamenti. Viene menzionato successivamente nell'elenco dei castelli da restaurare tra il 1490 ed il 1491 insieme a quelli di Reggio, Crotone e Pizzo. Anche Vito Capialbi, studioso monteleonese dell'Ottocento, menziona il castello così come aveva fatto in precedenza Giuseppe Bisogni de Gatti. Quest'ultimo, ispirandosi ad un'opera più antica redatta da Giuseppe Capialbi vissuto nel 1600, asserisce che il castello fu costruito allo scopo di proteggere il porto dalle incursioni dei pirati, sotto il governatorato del marchese Bucanico della famiglia Orsini e successore del conte D'Apice. L'epoca della sua costruzione dovrebbe risalire al 1400, esattamente alla prima metà, anche se sono state proposte altre date come XII-XIV secolo. Il complesso, all'interno della cortina, nel 1400 doveva essere destinato a residenza per la guarnigione. Nel 1500 furono apportate delle modifiche alla struttura in funzione di una diversa destinazione d'uso. La storia più recente del castello è collegata alla lavorazione della cannamele (canna da zucchero). Infatti ai primi del '500 il fortilizio divenne proprietà dei Pignatelli, nuovi feudatari di Monteleone (memorabile è la causa intentata da numerosi cittadini con in testa i Baroni Lombardi Satriani di Porto Salvo che fino alla eversione della feudalità contestarono, a ragione, nei più alti tribunali del Regno il possesso della città così come del territorio) che lo ristrutturarono per utilizzarlo come fabbrica di zucchero. Questa nuova attività era probabilmente molto redditizia tenuto conto del fatto che il territorio circostante, oltre a dedicarsi alla coltura ed alla trasformazione del prodotto, comprendeva anche il porto, con la conseguente possibilità di movimentazione delle merci. Nel 1710 il Bisogni asserisce che dopo il 1645 intorno al castello si era formato un lago di acqua stagnante che aveva reso l'area poco salubre e praticabile. Si ritiene, pertanto, che dopo questa data l'area venne abbandonata. Il castello è a pianta regolare con il perimetro esterno lievemente trapezoidale e torri cilindriche prive di scarpa sporgenti agli angoli. I muri di cortina sono dotati di scarpa, sopra la quale si aprono aperture di diverso tipo poste anche ad altezza differente. Le torri si conservano in buono stato eccetto quella Nord quasi del tutto crollata. All'interno si eleva un fabbricato rettangolare a due piani di cui rimangono solo alcune parti. Il rifornimento idrico era forse, in origine, assicurato da cisterne. L'edificio interno fu modificato: nel piano terra vennero aggiunte sul lato breve aperture più ampie. Presso la torre Est vennero ubicati gli ambienti con le macine per il trappeto. Degli ambienti molitori è superstite presso la torre solo la saetta verso cui veniva canalizzata l'acqua sulla macina. Il castello dopo un lungo periodo di abbandono e qualche intervento urgente a salvaguardia della struttura (nel 1969 è stato tamponato il muro di cortina di Sud-Ovest; inoltre è stato consolidato l'angolo Sud dell'edificio interno) ha visto di recente l'inizio di una serie di lavori di restauro che dovrebbero consentirne la valorizzazione a livello turistico. Ecco alcuni siti he parlano del castello e dei lavori previsti:
http://europaconcorsi.com/projects/153850-RESTAURO-DEL-CASTELLO-DI-BIVONA
http://comuneportosantavenere.blogspot.it/2011/08/castello-di-bivona-si-rinvia-al.html

lunedì 25 marzo 2013

Il castello di lunedì 25 marzo





SIENA – Fortezza dei Medici

Nota anche come Forte di Santa Barbara venne eretta tra il 1561 e il 1563, su ordine del duca di Firenze Cosimo I de' Medici. La fortezza sorge in prossimità del quartiere senese di San Prospero, a fianco dello Stadio Artemio Franchi, sul luogo ove sorgeva precedentemente un forte (chiamato "Cittadella") fatto ivi edificare dall'imperatore, nonché re di Spagna, Carlo V nel 1548, dopo che la città era stata assoggettata al governo iberico sotto il comando dell'ambasciatore Diego Hurtado de Mendoza. Il 26 luglio 1552, tuttavia, i senesi insorsero contro gli spagnoli, scacciandoli dalla città e radendo al suolo la cittadella. Circa tre anni dopo, il 21 aprile 1555, Siena, cinta d'assedio da oltre un anno dalle truppe spagnole e medicee, si arrese stremata ai nemici. Mentre la Repubblica senese, sostenuta dagli alleati francesi, continuava riparata in Montalcino, gli spagnoli presero nuovamente possesso della città. La Pace di Cateau-Cambrésis (2- aprile 1559) tra la Francia e gli Asburgo condusse la Repubblica di Siena, rimasta priva di alleati, alla resa definitiva e al suo assegnamento a Cosimo I. Al fine di soffocare qualsiasi tentativo da parte dei senesi di riconquistare l'indipendenza, il duca ordinò la costruzione dell'attuale Fortezza Medicea. L'edificio fu progettato dall'architetto urbinate Baldassarre Lanci e i lavori ebbero inizio nel 1561. Due anni dopo la fortificazione fu completata. Sui fianchi del complesso furono aperte le cosiddette "piazze basse", per tirare al coperto i pezzi di artiglieria. La Fortezza Medicea senese fu smilitarizzata solo sul finire del XVIII secolo, dal granduca Pietro Leopoldo. Da quel momento, entrò a far parte dei luoghi della vita pubblica senese. Nel 1937, a seguito di lavori di restauro, la fortezza fu trasformata in giardino pubblico, come è ancora oggi. Essa ospita, altresì, un'enoteca permanente, mostre, nonché manifestazioni di vario tipo, tra cui i concerti organizzati dall'associazione Sien Jazz, nata nel 1977, che ha nella fortezza la propria sede operativa, ove sono organizzati corsi di formazione per musicisti e laboratori di ricerca musicale. Edificata in origine con una forma a "L", la Fortezza Medicea fu successivamente trasformata nella struttura a quadrilatero attuale. Su ogni angolo del forte, costruito in laterizi, si ergono imponenti bastioni cuneiformi, su tre dei quali è affisso lo stemma mediceo in travertino, sovrastante una testa di leone; sul bastione rivolto a sud, invece, è rimasta la sola testa di leone. A questo periodo risalgono gli strumenti topografici costruiti dal Lanci per la collezione del Granduca e conservati oggi all'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze. La fortezza presenta notevoli dimensioni: il quadrilatero interno è lungo circa 180 metri e largo 125, mentre gli spigoli più esterni dei bastioni descrivono un quadrilatero esterno di circa 200 metri di larghezza e 270 di lunghezza. L'intero perimetro esterno della fortezza misura circa 1.500 metri. L'ingresso è posto sul lato di nord-est, in prossimità dei giardini della Lizza. All'interno, lungo la sommità delle mura, corrono ampi passaggi, muniti di alberi e panchine. Al centro, nella spianata, è stata realizzata una struttura a forma di anfiteatro, al fine di ospitare gli spettacoli estivi all'aperto. Al suo esterno, a fianco del lato di sud-est, rivolto verso il centro storico cittadino, è stata eretta una statua raffigurante santa Caterina da Siena.

sabato 23 marzo 2013

Il castello di domenica 24 marzo






TORRI IN SABINA (RI) – Castello di Rocchettine (anche dei Savelli)

Nel cuore della Sabina si trovano le fortezze gemelle di Rocchette e Rocchettine, nei pressi dei comuni di Montebuono, Vacone e Torri in Sabina, a pochi chilometri dal confine con l'Umbria. Le fortezze sovrastano la gola del fiume Laia, affluente del Torrente Imelle che, a sua volta, confluisce nel Tevere. Non si hanno notizie precise sui fondatori di queste due rocche e sulle famiglie alle quali appartennero prima di passare alla giurisdizione del comune di Torri in Sabina. Anticamente erano chiamate Rocca Guidonesca (Rocchettine, forse legata alla consorteria dei Guidoneschi che edificò vari castelli nella zona) e Rocca Bertalda (Rocchette) ed il loro scopo era quello di sorvegliare e difendere l'arteria di comunicazione tra Rieti e la valle del Tevere. Da nord vi si giungeva dal Passo di Fontecerro e il paese di Cottanello, mentre da sud i traffici provenivano da Montebuono e Magliano. Le due rocche furono, inizialmente, possedimenti del vescovo della Sabina per poi passare sotto il dominio diretto della Chiesa. Alla fine del XIV secolo furono occupate dalla famiglia Savelli che le tenne per un lungo periodo di tempo. Agli inizi del '500, unitamente ad altre torri, erano feudo degli Orsini che le tennero fin quando non si estinse il casato. Nel 1728, quindi, passarono alla Camera Apostolica. All'epoca Rocchettine era già abbandonata. Con il tempo Rocchette finì per decadere da centro fortificato a centro rurale, pur conservando il tessuto originario con i muraglioni che cadevano a strapiombo sulla valle sottostante e la via d’accesso principale che entrava nell’abitato tramite una porta d’ingresso. Rocchettine, invece, mantenne pressocché inalterate le fortificazioni originarie pur nell'abbandono totale. Da questo periodo in poi le già scarse notizie sulle vicende di Rocchettine diventano praticamente nulle, come se la fortezza fosse scomparsa dal novero sia storico che geografico. Dobbiamo fare un consistente balzo temporale e giungere all’età moderna per ritrovare documenti che ci informano delle sorti di questo affascinante luogo. Così, nel novembre 1817, a seguito della riorganizzazione della Sabina, il cardinal Consalvi con un decreto assegnò al comune di Torri in Sabina il territorio in cui sorgono Rocchette e Rocchettine. Attorno alle mura di Rocchettine è possibile tuttora individuare i resti di alcune case relative all'abitato che vi sorse dopo la decadenza della fortezza. Una di queste case sembra risalire alla fine del XVII secolo e la buona fattura della costruzione, nonché la presenza di un bel portico al suo ingresso, ha portato gli studiosi a ritenere che fosse abitata da una famiglia abbiente. La fortezza, che si contraddistingue per una struttura che per due lati strapiomba sulla gola del Torrente Leia, presenta una grande torre circolare, sul lato sud, probabilmente edificata durante il periodo di dominazione dei Savelli, ai quali furono dovute anche le modifiche apportate alle mura (mensole, feritoie e beccatelli a scopo difensivo). Nel lato che da verso nord è possibile notare una torre a base quadrata risalente alla prima fase di costruzione del fortilizio. Questa torre si presenta inglobata alla successiva cinta muraria ma ci fa ben capire quale fosse la struttura del primitivo “castrum” al tempo della sua fondazione. Della struttura originaria, comunque, ad esclusione della torre quadrata, è rimasto ben poco; risale infatti al periodo dei Savelli anche la porta d’ingresso al borgo (su cui campeggia lo stemma di famiglia) e la costruzione adiacente il muraglione del lato occidentale. Vicino al complesso fortificato si trova la chiesa di San Lorenzo, trasformata completamente in seguito ai lavori di ricostruzione eseguiti nel corso del '700. Escludendo la chiesa, tutto il complesso fortificato è stato edificato ricorrendo a materiali reperiti in loco, come la pietra calcarea, tipica dell’area Sabina e di tutto l’Appennino Centrale.

Il castello di sabato 23 marzo






TASSULLO (TN) – Castel Valer

Situato in posizione panoramica e circondato da colline e frutteti, presenta la torre più alta della Provincia di Trento, con i suoi 40 metri d’altezza. La pianta di questa torre, costruita in granito, è ottagonale, altro elemento molto particolare nella zona. Le origini del maniero risalgono al 1211, sotto la proprietà dei Conti di Appiano (quando questi vivevano e regnavano in Val di Cembra) e con la funzione di guardia militare, su un preesistente fortilizio romano. Il suo nome deriva probabilmente dal culto per S. Valerio, a cui è anche dedicata la cappella all’interno del castello nella quale vi è un importante ciclo di affreschi dei fratelli bergamaschi Giovanni e Battista Baschenis, del XV secolo. Di grande vivacità cromatica, tali affreschi rappresentano San Valerio in trono affiancato dai Santi Fabiano e Sebastiano. Il castello passò ai conti di Tirolo, di Coredo, ai Greifenstein e, dopo la metà del 1300, a Pietro Sporo, ritenuto capostipite degli Spaur della Valle di Non, famiglia a cui appartiene anche oggi. Gli Spaur facevano parte della grande nobiltà della Valle di Non e del Tirolo e svolsero un ruolo di primo piano in tutti gli eventi del paese. Le serie successive di cinte murarie seguono il modello ottagonale della torre principale e racchiudono al loro interno il Castel di sotto, edificio più antico risalente al XIV secolo (realizzato da maestranze comacine), e il Castel di sopra, del XVI secolo, voluto dagli Spaur e che ospitava uno dei due diversi nuclei familiari. Il complesso, aggregando edifici di varie epoche, richiama un borgo medievale in cui elementi romanici e gotici si alternano a quelli di impronta cinquecentesca (doppio ordine di bifore ed elegante loggia a trifore). All'interno si possono notare la corte con la cisterna profonda 25 metri , la sala degli stemmi (con decorazioni settecentesche) e gli altri appartamenti privati arricchiti di meravigliose stufe ad olle secentesche. Fra le numerose sale del castello, più di ottanta son solo quelle destinate ad abitazione. Merita un cenno particolare il salone detto d'Ulrico, nell'ala orientale del castello vecchio: l'ambiente, di impronta medioevale, è arricchito dal cinquecentesco soffitto a grosse travi dipinte, e dalla collezione di antichi ritratti di famiglia. Dal salone di Ulrico si può accedere poi al famoso appartamento “madruzziano”, scelto dal vescovo Carlo Emanuele per la residenza nel periodo estivo: le pareti delle tre stanze sono dipinte ed ornate con fascioni. Sempre al secondo piano dell'ala orientale, nel cuore del castello, si trova il passaggio che collega la zona residenziale al poderoso mastio, suddiviso all'interno in ben cinque piani. Oggi Castel Valer è residenza privata dei conti di Spaur, pertanto è chiuso al pubblico tranne in casi particolari nei quali, il proprietario Conte Ulrico Spaur e il Comune di Tassullo, organizzano delle manifestazioni. Ad esempio, di recente le sale del castello hanno ospitato una giornata di studi dedicata alla storia della famiglia Spaur e di Castel Valer, evento cui hanno partecipato ben 14 studiosi. Nei mesi scorsi ha avuto una conclusione anche l'acquisto, da parte della Provincia autonoma di Trento, dell'archivio dei conti Spaur di Castel Valer, con l'acquisizione di fondi documentali che vanno dal XIII al XX secolo, per una somma complessiva di 290.000 euro. Un importante patrimonio culturale è entrato così in proprietà della Provincia, essenziale per lo studio della storia del Trentino e della Val di Non. Già nel novembre scorso il conte Ulrico Spaur aveva manifestato alla Soprintendenza per i beni librari e archivistici la disponibilità a negoziare con la Provincia di Trento la cessione dell'archivio di famiglia, allo scopo di garantirne attraverso la conservazione in un pubblico istituto, una migliore valorizzazione e pubblica fruizione.

venerdì 22 marzo 2013

Il castello di venerdì 22 marzo







GINOSA (TA) - Castello normanno-Doria

Quello di Ginosa è un villaggio concepito e strutturato come borgo medievale, ma scavato nella roccia dei pendii tufacei della gravina, dove abitazioni, chiese, cappelle, laboratori e molini testimoniano un ricco intreccio di arte, spiritualità e praticità. I secoli successivi furono caratterizzati dal continuo succedersi di feudatari, da Manfredi, a Filippo d´Acaia (1296), Stefano Sanseverino (1399), Ugone di Moliterno (1412), Pirro del Balzo (1459) principe di Altamura e Duca di Montescaglioso coinvolto nella congiura dei baroni ed infine al saggio e generoso Federico d´Aragona che, divenuto re di Napoli, nel 1496, fece dono del feudo ad Antonio Grisone Sanseverino, accusato poi di tradimento. Nel 1556, l´Imperatore Carlo V nominò barone della città il fedelissimo ammiraglio Antonio Doria, dal quale i ginosini ebbero diversi benefici, confermati successivamente da Giambattista, suo figlio, che legò il proprio nome a numerosi interventi quali il miglioramento delle campagne, l´innesto nel bosco di una qualità di olivastri tale da rendere l´oliveto di Girifalco uno dei più estesi della regione e la trasformazione del castello in grande e comodo palazzo. Situato sopra un pianoro murato, l’edificio domina tre lati della gravina ed è collegato alla via principale del paese mediante un ponte a quattro arcate (un tempo levatoio al posto dell´attuale terza arcata), a tutto sesto, che si eleva su un largo e profondo fossato. Il castello venne fatto costruire verso il 1080 da Roberto il Guiscardo per difendersi dalle possibili incursioni saracene. Fu realizzato da Riccardo d’Altavilla, detto il Senescalco. Ad avallare tale ipotesi ci sono documenti attestanti la fortificazione del castrum Genusium, tra cui il catalogus Baronum riflettente la situazione amministrativa ordinata da Ruggero II dopo il 1144. Esso, quindi, costituiva la difesa del paese ed era allo stesso tempo l´abitazione del conte, e lo stesso stemma del castello rappresentava lo stemma del paese. Originariamente la costruzione era costituita dal solo mastio rettangolare su tre livelli (la torre posta a nord-est) al quale si aggiunsero poi altre strutture compresa la facciata principale attualmente visibile. Infatti, tra il 1496 e il 1515 l’impianto viene ampliato dal barone Antonio Grisone che fece realizzare gli ambienti a nord della torre. Nel XVI secolo vennero demolite le tre torri merlate (oggi incorporate nel complesso ormai ristrutturato) ed il ponte levatoio per essere trasformato in palazzo nobiliare di tipo rinascimentale della famiglia Doria. Solo la parte posteriore del Castello, quella a strapiombo sulla gravina, non subì modifiche, almeno nella parte esterna, mantenendo così lo stile normanno che ancora oggi possiamo ammirare. Il sottosuolo del castello comprende antri e caverne, e al di sotto ancora erano state scavate tre profonde fosse coniche, larghe al fondo e restringentisi in alto, adibite più tardi a cisterne, ma dapprima orride carceri scavate nella pietra, con una grata di ferro per consentire il passaggio dell´aria. Nel Settecento il Castello, divenuto di proprietà della famiglia Spinola – Alcanice de los Balbases, fu oggetto di lavori di restauro e conservazione che, però, non alterarono l’impianto rinascimentale. L’aspetto attuale del castello è frutto di ulteriori aggiunte di corpi di fabbrica operate tra il XVII e il XIX secolo fra cui, per ultima, la costruzione della facciata principale per opera del feudatario Ferdinando Ferretti. L’accesso al palazzo avviene, come sopra detto, attraverso un ponte su arcate a tutto sesto che immette, superato il portale d’ingresso ed un corridoio voltato a botte, nell’irregolare corte centrale su sui si impostano due scale di distribuzione. Il prestigioso monumento solo da poco è entrato appieno nel patrimonio comunale. La sua acquisizione per il Comune di Ginosa non è stata semplice poiché era abitato fino agli anni ’80 da privati.

giovedì 21 marzo 2013

Il castello di giovedì 21 marzo






CESSAPALOMBO (MC) – Castello da Varano in frazione Montalto

Il Castello di Montalto è una delle fortezze nei pressi di Caldarola, e (come tale), lo troviamo spesso catalogato all'interno di questo comune. Invece, geograficamente si trova nel comune di Cessapalombo e rappresenta una delle sue diverse frazioni sparse sul territorio. Tutto il territorio di Montalto, come quello di Cessapalombo, apparteneva all’Abbazia Benedettina di Casauria già prima del 1000; la fortezza si sviluppò da una Corte Benedettina preesistente. Nel 1259, in seguito all’abbandono del territorio da parte dei monaci, il castello risulta appartenente al feudo della famiglia Paganelli, prima vassalli dei Brunforte di Roccacolonnalta poi dei Varano da Camerino. Nel 1264 alcuni documenti lo citano sotto il dominio di Gentile da Varano, che forse, in quel periodo, vi fece aggiungere la rocca, mentre nel 1502 venne incluso tra i possedimenti dei Borgia. La fortezza appare dal colle, in alto, sopra il paese, con i ruderi della torre quadrata e delle mura. Il Castello di Montalto è dotato di tre cinte murarie; quella più esterna, aggiunta in un secondo momento (ne resta uno scorcio e la torre), entro queste mura vivevano i castellani e la servitù. Eretta a protezione dei soldati e in generale di tutti gli addetti alla difesa era la seconda cinta muraria; la terza, la più interna, difendeva invece i vassalli e i signori di turno. Sono ancora visibili la robusta cisterna idrica con volta a botte, pur se riempita, ed il pozzo quadrangolare che serviva ad attingere acqua dalla sorgente. In questo modo era assicurata un'importante riserva d'acqua a tutta la comunità. Le torri, a base circolare e quadrata, testimoniano le numerose edificazioni subite nel corso degli anni. Il castello è stato restaurato di recente ed è liberamente visitabile.

mercoledì 20 marzo 2013

Il castello di mercoledì 20 marzo




TRESCORE BALNEARIO (BG) – Castello del Niardo

Se è vero che il toponimo avrebbe il significato di guardia controllo, il colle Niardo si presenta come una sentinella che controlla l’imbocco della valle Cavallina e lo sbocco nella pianura. Esso si innalza tra paese di Trescore e la valle del Cherio. Una prima fortificazione, di cui sono conservate le fondamenta, fu edificata sullo sperone settentrionale; successivamente, nel periodo compreso fra i secoli XIII e XIV, venne costruito l’attuale maniero, di cui spicca il massiccio mastio. I due edifici erano collegati probabilmente da un cunicolo sotterraneo. La torre è a pianta quadrata con ogni lato lungo sette metri, costruita con blocchi di pietra dalle dimensioni e dal peso inconsueti. I muri sono spessi oltre due metri e trenta.  Il mastio è inserito obliquamente all’interno della corte e certamente era alto il doppio, prima del decreto veneto del 1455. La porticina di accesso alla torre si trova all’altezza di sette metri ed è coperta da un architrave monolitico a forma triangolare, che si ripete anche nelle altre torri superstiti di Trescore. Una bella porta ogivale, con scanalatura per la saracinesca, tre locali coperti da volta a botte, resti di antiche muraglie sono inseriti in un complesso trasformato in residenza di uno dei rami della nobile famiglia Suardi. La torre è monumento nazionale.

martedì 19 marzo 2013

Il castello di martedì 19 marzo




SAN SALVATORE TELESINO (BN) – Rocca dei Sanframondo

E' una architettura militare sita su di un colle che domina l'abitato e della quale restano oggi alcuni ruderi. Venne costruita nel XIII secolo per volere dei conti Sanframondo (diretti discendenti degli antichi Normanni) in una posizione strategica a controllo della Valle Telesina. Nel medioevo attorno alla Rocca si formò un borgo dal nome di "Massa Superiore" per contraddistinguerlo da quello di "Massa Inferiore", attuale Massa di Faicchio. La rocca ebbe in origine funzioni di avvistamento e di difesa dei possedimenti dei Sanframondo che erano i feudatari di gran parte dei comuni della zona. In seguito al terremoto del 1349 che provocò la distruzione della vicina Telesia e la fuoriuscita di vapori sulfurei, i vescovi della diocesi, tra cui Clemente, sostarono per diversi anni nella fortezza che in quegli anni venne chiamata "Rocca De Episcopio". In tale periodo venne costruito all'interno delle mura un palazzo poi detto Castelluccio. I Sanframondo nella costruzione del castello prescelsero una forma rettangolare con quattro torri agli spigoli e con una imponente cinta muraria che contornava tutto il castello. Nel 1479 la Rocca cambiò padrone infatti, dopo oltre duecento anni, con l’avvento del re Aragonese Ferdinando I, alla famiglia Sanframondo vennero tolti tutti i privilegi. La proprietà della Rocca, passò nelle mani di Giovanni Monsorio figlio di Rinaldo e maggiordomo del re Ferdinando. All'interno delle mura era posta anche la chiesa parrocchiale di Sant'Andrea che nel 1596 fu trovata da Mons. Savino semicadente con un altare maggiore ornato da tre sculture lignee e quattro altari laterali. Il trasferimento dei vescovi a Cerreto Sannita, l'acquisto del feudo da parte dei Carafa che non frequentavano queste terre perché abitavano a Napoli, e la costruzione dell'attuale borgo di San Salvatore Telesino, furono le cause dell'abbandono della rocca nel 1611 e del borgo di "Massa Superiore". I resti della fortezza sono ben visibili anche in lontananza e sono costituiti da due torri delle quali una garantiva il controllo dell’area in direzione dell’attuale Telese e l’altra dell’attuale Pugliano. Nel corso dei secoli la Rocca venne frequentata raramente tanto che nella metà del XVII secolo essa venne infestata da briganti e malviventi per i quali rappresentava un facile rifugio ed un naturale nascondiglio. Nel secolo XVIII la Rocca venne frequentata solo da qualche isolato cacciatore o da qualche carbonaio, mentre tutta la popolazione aveva ormai preso dimora definitiva nel sottostante Casale oggi noto come San Salvatore Telesino. La fortificazione è tuttora in stato di abbandono.

lunedì 18 marzo 2013

Il castello di lunedì 18 marzo





ZUMAGLIA (BI) - Castello Fieschi

Si trova sulla cima del Brich di Zumaglia (669 m s.l.m.), un poggio dal quale è possibile ammirare gran parte della pianura piemontese, sino a Novara, Vercelli e - con un po’ di fortuna - il Monviso. L'edificio risale al 1291 e fu edificato su una precedente costruzione. La fortezza fu potenziata intorno al 1329 su disposizione del vescovo di Vercelli Lombardo della Torre, signore della zona. Il castello, appartenuto a lungo ai Fieschi, venne poi smantellato e distrutto nel 1556 a causa di un bombardamento delle truppe di Enrico II di Francia e ricostruito solo quattro secoli dopo, nel 1937, per opera del conte Vittorio Buratti della Malpenga. Della costruzione originaria restano oggi solo alcune tracce, fra cui la cisterna e la cella nella quale fu rinchiuso per vent’anni il capitano Pecchio (di cui parleremo più avanti). Nel 1880, poi, il marchese Cantono Ceva fece innalzare una torre sui ruderi, dando così vita ad una costruzione che consentì di distinguere a distanza il Brich dal vicino Brich Preve. Attorno all'edificio fu allestito un parco e sono tuttora presenti alberi di specie rare o esotiche anche di notevoli dimensioni. E' dunque una zona di sicuro interesse botanico, per la presenza di specie forestali autoctone che si mescolano con specie ornamentali introdotte allo scopo di trasformare il preesistente bosco in un parco “romantico”. Il castello, facilmante raggiungibile a piedi per un viottolo acciottolato, viene utilizzato per iniziative culturali tra cui una rassegna estiva di teatro itinerante della compagnia A.R.S. Teatrando. Le leggende al maniero, che vide tra i suoi abitanti il crudele vescovo Giovanni Fieschi (1348-1384) e l'ancor più crudele Filiberto Ferrero Fieschi (XVI secolo), sono davvero tante. Alla morte di Filiberto Ferrero Fieschi un diavolo, nascosto da giorni accanto al letto in attesa che spirasse, ne fece scomparire il corpo e l'anima in una voragine di fuoco che si era aperta all'improvviso. Si racconta che, nelle notti di plenilunio, al viandante che dalla strada sottostante guarda in alto, appare una capra dalle lunghe corna, che saltabecca paurosamente fra i ruderi e i rovi: che sia l'anima senza pace di uno dei due crudeli abitanti del castello? Si narra anche di una diabolica lavandaia che, durante i temporali, apparirebbe per stendere il suo interminabile bucato, quasi a voler significare come la pioggia debba lavare il sangue fatto spargere dai crudeli abitanti del castello. Non mancano, ovviamente, le macabre danze notturne delle "masche", con i loro riti terribili e crudeli. Unica nota "allegra", gli gnomi che durante la notte si divertono a tagliare le chiome alle ragazze di Zumaglia. Si racconta che nel 1537 Filiberto Ferrero Fieschi fece rapire e rinchiudere in una cella dalla porta murata il gentiluomo Giovanni Pecchio, catturato mentre si recava a cavallo da Vercelli alla sua tenuta di Asigliano. Si trattava di una vendetta del Ferrero contro il Pecchio, che aveva fatto eseguire, in qualità di pubblico ufficiale, una sentenza di carattere finanziario. Venne sparsa la voce che il gentiluomo fosse stato ucciso dai ladri dopo l'aggressione e la conseguente rapina, e il marchese non esitò ad accusare come colpevoli due poveracci, strappando loro una confessione con la tortura, e facendoli impiccare nonostante fossero innocenti. Giovanni Pecchio, dopo quasi 18 anni di prigionia, venne liberato nel 1554 dai Francesi, giunti a Zumaglia per cacciare il Ferrero. Le milizie visitarono il castello da cima a fondo, quando ad un tratto udirono un lamento provenire da un sotterraneo. Abbattuta una porta murata, trovarono il Pecchio, ridotto ormai ad una larva, seminudo e magrissimo. I Francesi riuscirono a fatica, dalle poche parole sconnesse del prigioniero, a ricostruire la sua storia. Purtroppo Giovanni Pecchio non sopravvisse a lungo a tante sofferenze. La leggenda dice che i suoi familiari non lo vollero più riconoscere, anche perché la moglie si era nel frattempo risposata. In realtà la moglie era morta durante la sua prigionia e il Pecchio dovette lottare per poter riavere il proprio patrimonio, che nel frattempo i figli avevano venduto o sperperato.

domenica 17 marzo 2013

Il castello di domenica 17 marzo






GALLICANO (LU) – Rocca degli Este in frazione Trassilico

Trassilico, a sud della Garfagnana, segna la zona di confine più meridionale degli antichi Stati estensi. Se ne ha notizia fin dal 749, quando un certo chierico longobardo, Gundualdo, vi acquistò un piccolo appezzamento di terreno, forse coltivabile, da un certo Baroncio di Camporio, al prezzo di un paio di monete d’oro. In posizione strategica, a controllo della media valle del Serchio, su una collina a 732 mt. sopra il livello del mare, la rocca di Trassilico occupa la porzione più elevata dell´omonimo paese. Il borgo che la circonda, percorso da strette strade confluenti in direzione della fortificazione, testimonia, con la ricchezza dei palazzi e degli edifici religiosi, l´importanza del sito durante la dominazione degli Este, iniziata nel 1430, anno in cui esso fu posto a capo della vicaria omonima, avamposto meridionale del ducato, e sede di podesteria, interna proprio alla rocca. L'importanza della rocca era notevole anche per il fatto che da qui si poteva controllare un vasto territorio (comprendente le frazioni di Fabbrice, Gragliana, Vagli di Sopra e Vagli di Sotto) ricco di giacimenti minerari, utilizzati per rifornire fonderie militari della zona, e corsi d'acqua dai quali trarre la forza motrice che alimentava diversi opifici (soprattutto mulini per la produzione di farina di castagne). Il colle fu comunque incastellato almeno dal XII secolo, al tempo in cui fu feudo della famiglia dei Porcaresi, i quali si pensa che abbiano costruito l’originaria rocca; scavi archeologici hanno riportato alla luce resti di un recinto murato longobardo che ne racchiudeva la sommità. Su questo fu poi eretto un mastio di forma esagonale, risalente forse al XIII secolo, del quale oggi si riconosce la base, al centro del cortile interno. Infatti alla fine del XV secolo il complesso era in decadenza. Da segnalare che fra il 1522 e il 1524 Ludovico Ariosto, commissario di Alfonso I d’Este per la Garfagnana e residente nel capoluogo Castelnuovo, rivolse un certo interesse a Trassilico, non mancando di deplorare al duca lo stato di abbandono del fortilizio, chiedendogli altresì di rinforzarlo per migliorarne ulteriormente l’esclusiva posizione strategica e di confine. Quando poi nel 1557 Ercole III d'Este divenne, ovviamente per nomina, generale di Francia, la vicaria di cui Trassilico era capitale dovette scontrarsi con quella di Barga, dove Firenze, alleata della Spagna, aveva dominio e presidio. L’anno seguente gli abitanti del borgo di Trassilico respinsero persino un attacco mosso dai barghigiani per conto di Firenze. Per la sua posizione inaccessibile, o comunque difficile all’impiego delle prime armi da fuoco, Trassilico si mantenne al riparo dalla guerra che gli Estensi e la Repubblica di Lucca ingaggiarono, più che altro a valle, fra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento. Nonostante ciò, si rese necessaria una ristrutturazione delle mura e la realizzazione di nuove fortificazioni idonee a ospitare armi da fuoco di grosso calibro. L’architetto Pasi, impegnato al servizio degli Estensi in vari cantieri garfagnini, disegnò la nuova pianta ponendo una torre circolare nell'angolo più protetto del rilievo e collegandola tramite un lungo corridoio ad un recinto murario occupante l'intera sommità del colle (aggirando l'antico torrione esagonale, in seguito demolito per recuperarne le pietre). A pace fatta (1618) subentrò una fase piuttosto lunga di relativa tranquillità fino cioè alle campagne napoleoniche. Nel XVIII secolo tutti gli uffici pubblici e residenze degli amministratori ospitati dal fortilizio furono trasferiti all'interno del paese, questo causò il definitivo declino e successivamente abbandono della rocca, determinato dai fulmini e forti venti che la sferzavano, non da cause belliche. Il 1789 segnò la fine del castello, in parte demolito e riutilizzato per fini agricoli. Il complesso è stato oggetto di recenti interventi di consolidamento e restauro.

sabato 16 marzo 2013

Il castello di sabato 16 marzo





CORIANO (RN) – Castello Malatesta

La data della sua edificazione non è conosciuta, anche se si può ragionevolmente far risalire al 1300 circa. Di certo il castrum Coriliani fu ceduto nel 1356 dall'allora proprietario, la Curia di Ravenna, alla famiglia dei Malatesta, signori di Rimini che mantennero il complesso per tutto il Quattrocento, escludendo una breve parentesi Feltresca fra il 1463 e il 1469. è ad opera di questa potente famiglia, e più in particolare di Sigismondo Malatesta, la ristrutturazione e l’ampliamento della fortezza, con la costruzione di una nuova cinta muraria (esterna a quella trecentesca), delle torri e degli spalti, oltre alla realizzazione di un grande fossato. Il castello aveva allora il compito di vigilare sul territorio e fungeva da luogo di ricovero-rifugio durante le varie incursioni militari del periodo. Fu sotto il controllo dei Veneziani nel periodo fra 1504 e il 1509, anno in cui venne annesso allo Stato della Chiesa. L'esercito spagnolo di passaggio, guidato da Giovanni Rovina, assalto il castello e ne bruciò la porta nel 1512. Fu donato da Papa Clemente VII ai Sassatelli di Imola che lo riedificarono e lo detennero dal 1528 al 1580, anno in cui il complesso diviene possesso della Camera Apostolica. Lo stemma di questa famiglia (tre monti d'argento accostati in campo azzurro) è tuttora incastonato sopra la porta di accesso, e rappresenta anche l'attuale stemma cittadino. Cessata nel 1500 la sua funzione di controllo del territorio e di ricovero-rifugio, per l'edificio iniziò un lento ma costante degrado, culminato con i notevoli danni riportati durante il secondo conflitto mondiale. Negli ultimi decenni il castello è stato oggetto di importanti lavori di restauro e risanamento sotto il patrocinio della Soprintendenza e dellle Belle Arti. Si è recentemente conclusa una campagna di scavi durata due anni (1999/2000) che ha portato alla luce manufatti, antiche fondamenta e il fossato. Dell'antico nucleo restano imponenti ruderi del recinto fortificato, di forma poligonale, con mura a scarpa e cortine con beccatelli. Nei pressi della porta di accesso è stato realizzato un Antiquarium che raccoglie reperti, oggetti e frammenti di ceramica, ritrovati durante il restauro. Varcata la porta principale si accede all'interno del sito attraversando una ulteriore porta posta ai piedi di una torre. Il nucleo centrale è costituito da diversi edifici, in parte pesantemente rimaneggiati, ed utilizzati nel recente passato per usi diversi, ma sempre di pubblica utilità. Giunti all'interno delle mura, di particolare interesse alcuni ruderi con portali ad arco, e una grande ghiacciaia-neviera risalente alla fine del XVIII secolo. Di rilievo le ben visibili e particolari aperture a varie altezze, utilizzate per facilitare lo scarico della neve e delle merci. La Rocca è collocata lungo l'itinerario "Strada dei vini e dei sapori dei Colli di Rimini".

venerdì 15 marzo 2013

Il castello di venerdì 15 marzo




LIVINALLONGO DEL COL DI LANA (BL) – Castello di Andraz

Arroccato su uno sperone (un enorme masso staccatosi dal gruppo dolomitico del Settsass), al confine tra il Patriarcato di Aquileia e la Diocesi di Bressanone, dominava le vie che passavano per il Falzarego, in particolare quelle da sud (Belluno e Agordo), da ovest (Bressanone e Val Badia) e da nord (Ampezzano). In stretta comunicazione con altri fortilizi (Rocca Pietore, Selva di Cadore, Avoscan), faceva parte di un sistema che garantiva quindi il totale controllo sui traffici tra Agordino e Val Pusteria. Era posto a difesa, tra l'altro, anche delle fonderie e della strada dove transitava il ferro scavato nelle miniere del Monte Pore. Il materiale subiva una prima lavorazione presso il castello, per poi essere trasportato in tutta Europa. La qualità del ferro era ottima e permetteva di produrre spade molto pregiate. Furono utilizzate perfino in Scozia nelle ribellioni del XIII secolo narrate nel film "Braveheart" di Mel Gibson. I primi riferimenti storici sul maniero sono successivi all'anno 1000. Con ragionevole certezza una costruzione esisteva già prima del 1027 quando Corrado II il Salico donò ai Vescovi di Bressanone un vasto territorio tra Livinallongo e Colle Santa Lucia (nome recente raggruppante alcuni paesotti a sede comunale), ma non il castello e le sue pertinenze. Si ipotizza un castelliere o un mansio di fattura tardo-romana e la riedificazione, poco prima del 1000 (dopo le successive ondate barbariche che sicuramente distrussero il preesistente manufatto), ad opera di una potente famiglia locale, i Pouchenstein, per contrastare le dispute con i confinanti arroccati sui castelli di Avoscan e Rocca Pietore. Un erede di questa potente famiglia, nel 1200, vendette il castello con le pertinenze ed il territorio circostante al Principe-Vescovo di Bressanone Conrad Von Rodenegg, ma solo nelle documentazioni relative al 1221 troviamo delle notizie più precise. In quell'anno, il vescovo di Bressanone lo diede alla famiglia feudataria Schoneck (italianizzata in Colbello). Paul e Nicolaus Schoneck, nipoti del vescovo, compirono atti indicibili ed orrendi delitti e tiranneggiarono la popolazione locale. Fu costretto all'intervento armato pure il Conte del Tirolo che deferì i due 'bravi' e li costrinse all'esilio e confiscò tutti i loro beni nelle circostanti valli, ma non il castello che rimase comunque a disposizione della famiglia Schoneck che di fatto si impossessò dei diritti dell'illustre vescovo. Probabilmente per necessità economiche nel 1331 i diritti d'uso, ma non la proprietà, che nominalmente apparteneva ancora ai Vescovi di Bressanone, vennero ceduti alla famiglia Passò e poi agli Avoscano, sempre vassalli dei vescovi-conti. Nel 1350 il castello venne assediato ed assaltato con successo da Corrado Gobel che mise in fuga gli Avoscano e consegnò castello e diritti al legittimo proprietario, il Vescovo. Seguì un periodo in cui il feudo venne concesso ad alcune nobili famiglie, tra cui gli Stuck, i Wolkenstein ed i Villander, che lo usarono più come 'residenza di villeggiatura' e per il controllo delle attività agricolo-pastorali locali che per veri e propri fini militari. Dal 1416 il vescovo si riservò la gestione 'diretta' del manufatto e del feudo circostante, ed insediò una propria guarnigione militare con un capitano alla proprie dipendenze. Il castello venne usato regolarmente dai Vescovi per 'villeggiatura' ma serviva, e abbastanza spesso, come sicuro rifugio in caso di situazioni di pericolo nelle numerose contese con gli scomodi vicini, primo tra tutti il Conte del Tirolo, o durante le numerose guerre come nella 'guerra dei contadini' del 1525. Nei periodi tranquilli invece, venivano ospitati illustri personaggi e serviva da dimora di rappresentanza (il vescovo-filosofo Nicola Cusano, ad esempio, scelse il sicuro castello per passare lunghi soggiorni). Nel XVI secolo l'importanza della fortezza crebbe ulteriormente, vista l'apprensione dei vescovi nei confronti della politica espansionistica della Serenissima, che volgeva ora gli interessi verso l'entroterra. La zona dolomitica era infatti particolarmente ricca di risorse naturali, specialmente di legname e minerali, in parte estratti proprio a pochissima distanza dal castello. Con la chiusura delle miniere nel 1755 il castello perse molto potere. Dopo l'uragano napoleonico, nel 1803 l´ultimo Capitano Johann Lindner di Bressanone lasciò il castello, il Principato dei Vescovi di Bressanone venne soppresso, le proprietà secolarizzate ed assoggettata definitivamente l'intera regione. Il castello divenne proprietà del governo austriaco. Privo di qualsiasi altra funzione strategica e relativamente in cattivo stato di manutenzione, nel 1808 fu venduto ad un privato locale che lo vide più come una specie di 'miniera' per ricavarne materiali da costruzione e legname piuttosto che un 'bene culturale'. Il castello poco dopo il 1850 venne in parte demolito, le travature usate come materiale da costruzione per le case o addirittura come legna da ardere e così pure trovò miserevole fine la grandissima, e probabilmente preziosissima, mole di suppellettili, mobilia, quadri e la notevole dotazione di materiale storico e cartaceo, serviti per anni ad accendere i fuochi delle stufe e dei caminetti delle case circostanti, come raccontano leggende locali. L'edificio, ormai abbandonato, venne gravemente danneggiato durante la prima guerra mondiale; fu infatti bombardato dagli Austriaci poiché era divenuto accasermamento di truppe italiane. Davvero caratteristica la sua struttura architettonica, dovuta al fatto che sorge appunto su uno sperone roccioso. Alla rocca si accedeva solo da una rampa di pietra (oggi in parte recuperata) che metteva in comunicazione i vari piani sovrapposti. Per i rifornimenti, si ricorreva per questo all'uso di un argano. Attorno allo sperone si trovava una cinta muraria la quale, oltre alle chiare funzioni difensive, permetteva di ricavare anche uno spazio per le stalle. Sui resti delle mura, sono ancora visibili le mensole su cui poggiava il ballatoio utile alle ronde. Presso l'ingresso principale si trovava infine una cappella cinquecentesca (dedicata a San Raffaele), il cui prezioso altare ligneo è oggi conservato presso la chiesa della vicina Andraz. Il castello fu più volte restaurato. L'intervento più rilevante fu il recupero del 1484-1488 seguito ad un incendio. In tale occasione, a scapito delle funzioni militari, sempre meno utili, furono potenziate quelle amministrative, curando in particolare gli aspetti ad uso residenziale. Altri interventi furono quelli del 1516, in seguito ad un ulteriore rogo, e del 1599. La Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Veneto Orientale ha recentemente condotto un'imponente e avanguardistica opera di restauro dei resti del monumento, che si integra straordinariamente con il paesaggio circostante, arricchendo l'atmosfera con echi di un passato lontano. L'inaugurazione ufficiale si è tenuta nel giugno 2012, con la presenza di numerose autorità. Vi è sito dedicato al maniero: http://www.castellodiandraz.it/