martedì 31 maggio 2011

Il castello di martedì 31 maggio



MARCIANA (LI) - Fortezza Pisana

Situata nella parte alta del paese, ha una struttura a pianta quadrangolare con ai lati quattro bastioni e lati tenagliati, con cordoli. I lati misurano circa 20 metri. I bastioni hanno mura a scarpa sotto il cordolo e in alcuni si aprono bocche da fuoco. Sul bastione sud-est spicca ancora la forma cilindrica di una garitta. I bastioni alti sono ancora in gran parte leggibili, tanto che nella parte superiore si notano le cannoniere. Per quanto rovinata nei parapetti superiori e in altre sue parti (soprattutto la cortina est è mancante di parte del cordolo), la fortezza è ancora sostanzialmente ben conservata e salvaguardata. A causa del dislivello, per quanto leggero, del suolo i bastioni sono tutti a quote diverse. Per la stessa ragione le mura sono in pendenza. L'inclinazione si fa più sensibile nelle cortine tra i bastioni settentrionali e quelli meridionali, posti su curve di livello diverse. Questa pendenza si nota anche all'interno. Per creare un piano di calpestio più livellato possibile è stato abbassato il suolo della parte sud, per terrapienare quella nord: così a meridione si nota perfettamente il punto di appoggio delle murature sulla roccia viva granitica, venuta alla luce dall'intervento suddetto.
L'ingresso principale si apre sul lato nord, di fronte alle case più alte del borgo. Vi si accede tramite una scala in muratura breve ma ripida. Un altro ingresso si trova sul lato opposto, verso monte, sul bastione angolare sud-ovest. più piccolo dell'altro, attualmente questo è sbarrato. Gli ambienti coperti sono tutti nel lato a monte. Fu costruita dalla Repubblica di Pisa nel XII secolo a difesa del territorio e gli abitanti della zona vi trovavano rifugio durante gli attacchi nemici, specialmente le incursioni piratesche saracene, molto frequenti all'epoca, oppure per occasionali conflitti con Genovesi, Catalani, Napoletani e Francesi. Con il declino della potenza pisana, passò di mano e venne rinforzata, tra il 1450 e il 1457, dalla famiglia pisana degli Appiani, signori dello Stato di Piombino (o Principato di Piombino), che proprio in virtù della sicurezza rappresentata dalla fortezza e della sua posizione, scelsero Marciana come luogo di rappresentanza dei loro interessi nel versante occidentale dell'Isola d'Elba. Ad oggi permangono dubbi sull'effettiva costruzione del maniero. Infatti, le sue caratteristiche architettoniche sono tipicamente rinascimentali: su tutte il cordolo. Molti, in base a questa mancanza totale di indizi, si sono spinti a negare le origini pisane, ponendo la fondazione all'epoca appianea. In effetti nei documenti medievali mai viene citata questa fortezza. Anche l'unica notizia storica relativa al castello, ha sollevato non poche perplessità. Nel 1290 i genovesi tentarono di impadronirsi dell'Elba, per strapparla agli invisi pisani. Partì così una flotta di sessanta navi, al comando di Niccolò Boccanegra, a cui i toscani non poterono opporre molta resistenza, fiaccati dalla recente sconfitta della Meloria. Gli elbani, sebbene carenti di fortificazioni e lasciati soli, organizzarono una strenua resistenza, proprio nel forte di Marciana. Secondo altri storici fu invece Capoliveri, anch'essa dotata di mura castellane, e peraltro vicinissima al luogo dello sbarco genovese (Longone), teatro di questa resistenza elbana. Sicuramente nel 1450 la fortezza fu interessata da lavori (di ristrutturazione o fondazione?) voluti dagli Appiani. I principi di Piombino tenevano in grande considerazione Marciana e fu soprattutto sotto l'impulso del principe Jacopo III che le difese dello stato si andarono rafforzando. Le fortificazioni già esistenti, come il Volterraio, furono rimodernate, mentre sicuramente un'altra fu edificata ex novo, Torre del Giove. Non si conoscono episodi bellici di rilievo che interessano la fortezza. Eppure gli assedi non dovettero mancare, specialmente alla metà del Cinquecento, l'epoca delle grandi scorrerie turchesche. Nel 1799 la fortezza, insieme al resto dell'isola, entrò a far parte della Repubblica francese. Questa poderosa costruzione è oggi visitabile, limitatamente alla sola stagione turistica. Il grande cortile interno è stato restaurato di recente e durante l'estate ospita spettacoli, incontri culturali ed eventi di vario genere. La visita permette, tramite passerelle metalliche, di ripercorrere il cammino di ronda almeno per buona parte del circuito murario, con una bella visuale sul paese e la verdeggiante vallata che degrada verso Marciana Marina.

lunedì 30 maggio 2011

Il castello di lunedì 30 maggio




SAN GAVINO MONREALE (VS) - Castello Giudici d'Arborea

Fu uno dei più importanti del giudicato di Arborea per la sua particolare posizione geografica,in prossimità della linea di confine che divideva il giudicato cagliaritano da quello Arborense, tra Sardara e San Gavino. Il castello fu costruito come fortezza in un periodo imprecisato ma antecedente al XII secolo, a causa dei conflitti esistenti tra i giudicati e i nuovi arrivati: Pisani e Genovesi. Durante i secoli ebbe varie trasformazioni e perciò oggi non è facile capire esattamente come fosse in origine. Il maniero si trova sul colle più elevato (387m sul livello del mare) e sovrasta con la sua mole pressoché quadrangolare il borgo cinto dalle mura difensive dotate di otto torri. Al suo interno si possono individuare tre cortili, a differenti quote. Una buona scorta d’acqua era garantita da varie cisterne. Per recarsi ai piani superiori si utilizzavano due scale esterne. Il primo documento che parla del castello è del 1309. Nel documento c'era scritto che il castello, assegnato precedentemente in concessione alla repubblica pisana, doveva essere restituito ai giudici d’Arborea. Nel 1324 si ha la prima attestazione dell'uso di Monreale quale residenza regale, come ci ricorda il documento relativo al soggiorno di Teresa d' Enteca, moglie dell'infante Alfonso d'Aragona, nel castello arborense dopo la fuga da villa di chiesa ( divenuta pericolosa sia per le attività belliche che per la diffusione rapida della malaria fra i soldati impegnati nell' assedio della città). A conferma della vocazione non solo militare ma anche residenziale del castello rimangono numerosi documenti che ricordano il soggiorno della famiglia giudicale arborense fra le sue mura, sia per scampare a pericolosi complotti sia per approfittare delle benefiche acque termali della Vicina villa Abbas ( erede delle Aque Neapolitanae ) ricordate dagli storici antichi, sfruttate tutt'oggi per fini terapeutici. Nel corso del secolo XIV Monreale costituì un punto cardinale della politica e della strategia attuata dai Giudici d'Arborea nella Guerra contro i catalano Aragonesi. Il complesso fortificato fu utilizzato per accumulare provviste alimentari da sottrarre alla mano del nemico invasore, successivamente come prigione del traditore Francesco Squinto, infine come rifugio delle truppe arborense guidate dal Visconte di Narbona sconfitte durante la battaglia di Sanluri dall'esercito di Martino il giovane. Agli inizi del 1400 vi furono ospitati temporaneamente vari personaggi importanti. Poi cadde nelle mani degli Aragonesi che lo amministrarono per circa sessant’anni. Nel 1470 il castello il castello venne riconquistato dall'erede degli Arborea, Leonardo di Alagon vincitore della battaglia di Uras, ma già otto anni dopo con la definitiva sconfitta di quest'ultimo presso Macomer, divenne di proprietà dei conti di Quirra. La Sardegna passò definitivamente sotto il domino del re d’ Aragona e il castello di Monreale insieme a tutti gli altri dell’isola cessò di avere la sua importanza.

domenica 29 maggio 2011

Il castello di domenica 29 maggio



GUIDONIA MONTECELIO (RM) – Rocca Crescenzi-Orsini

Una prima fortificazione venne realizzata alla fine del X secolo dalla famiglia Crescenzi nell’alto dell’abitato, sui resti di antiche mura ciclopiche e di strutture d’epoca romana. La rocca doveva già esistere alla metà dell’anno Mille se da alcuni documenti veniamo a conoscenza che nel 1047 fu distrutta da un incendio. Di proprietà del monastero di San Paolo fuori le mura, poco dopo venne restaurata e ospitò nel 1145 papa Eugenio III e la sua corte, in fuga da Roma. Altre trasformazioni avvennero nei secoli XIII e XIV. La posizione strategica del borgo, a metà tra Roma e l’Abruzzo, ne fece oggetto di contesa tra nobili famiglie romane, quali i Capocci, gli Anguillara e gli Orsini. Sotto il pontificato di Eugenio IV venne nuovamente ceduto ai monaci del monastero di San Paolo che a loro volta, nel 1436 lo vendettero per diecimila fiorini, insieme con Monte Albano a Giovanni Antonio Orsini conte di Tagliacozzo. Nel 1550 venne venduto ai Cesi, divenuti marchesi di Montecelio. La rocca è costituita da un ampio recinto di forma ellittica che segue il livello del terreno; ad un primo giro di mura si sovrappose alla fine del XV secolo un nuovo perimetro di rinforzo a "scarpa" largo alla base oltre tre metri, che ora è parzialmente crollato, eseguito per opera del cardinale Giovanni Battista Orsini. Sotto gli Orsini, infatti si cercò di adeguare il vecchio castello alle esigenze della moderna tattica, basata sulle armi. Notevole era la torre pentagonale a sorvegliare l’ingresso al fortilizio. L’ingresso alla rocca avveniva per mezzo di una lunga rampa che passava attraverso tre diverse porte prima di giungere all’interno del recinto.Nel versante meridionale prende posto un corpo di fabbrica costruito a ridosso di un primitivo oratorio poi divenuto cappella del castello, cui si affiancò il Maschio del castello, accessibile attraverso una rampa retrattile dall’interno. In questo corpo di fabbrica doveva essere la cosiddetta camera del papa, così chiamata dalla visita di papa Eugenio III. Da affreschi conservati a palazzo Cesi a Roma che raffigurano la rocca prima dell’abbandono, si vedono coronamenti a merlature guelfe, oggi del tutto scomparse. La rocca venne abbandonata probabilmente già ai primi del Seicento e dalle cronache veniamo a conoscenza che nel 1740 e nel 1798 i resti del palazzo castellare crollarono. Parte delle strutture castellari vennero inoltre volutamente abbattute alla fine del XVIII secolo per costruire grosse cisterne per il fabbisogno idrico del paese. Solo nel 1979 iniziò un restauro conservativo ad opera della Sovrintendenza ai monumenti del Lazio. Oggi il castello è purtroppo in una situazione di imbarazzante incuria, non essendo nemmeno illuminato al buio, unico tra tutti i castelli dei paesi vicini. Agli inizi del marzo di quest’anno le copiose piogge invernali hanno fatto addirittura crollare una grossa parte delle antiche costruzioni in pietra, la cui pericolosa instabilità era stata vanamente e più volte segnalata da Comitati locali.

venerdì 27 maggio 2011

Il castello di sabato 28 maggio



CASTEL DI TORA (RI) - CASTELLO

Dell’antico edificio si conserva solo la torre pentagonale, un tempo mastio della fortificazione. Nel 1035, è menzionato per la prima volta nei documenti dell’Abbazia di Farfa il Castrum Vetus de Oppiano, sorto all’epoca degli incastellamenti intorno al Mille. Il castello di Castelvecchio fu donato a Farfa nel 1092 dalla consorteria dei Guidoneschi, protagonisti dell'incastellamento in questo parte della valle del Turano. Esso fu però rapidamente alienato dall'abate Berardo II che lo concesse, insieme agli altri donati dai Guidoneschi, ai conti di Rieti, stringendo un patto con loro che il cronista farfense, il monaco Gregorio, definì in futurum legaliter damnabile, con i monaci che ancora nel 1116 ne rivendicavano il possesso. Non è chiaro fino a quando restò in possesso della famiglia comitale reatina. Probabilmente passò ai Mareri nel XIII secolo, al momento della massima espansione del potere della nobile famiglia cicolana che ne era sicuramente in possesso nel 1250, al momento in cui papa Innocenzo IV restituì a Tommaso Mareri i castelli confiscatigli dall'imperatore Federico II, per averlo tradito. Dopo le molto travagliate vicende dei Mareri, tornati nel partito degli Staufer, sotto il regno degli angioini, il castello fu trasmesso tra i vari rami della famiglia, finchè, il 20 aprile del 1440, fu confermata la donazione di metà di Castel di Tora compiuta da Giovanni Paolo Mareri a favore dei fratelli Giovann Antonio e Rinaldo Orsini, i quali in seguito entrarono in possesso anche dell'altra metà. Dopo essere stato scambiato tra i vari rami della famiglia Orsini, il feudo passò, per matrimonio, nel 1558 agli Estouteville, per tornare nuovamente in possesso degli Orsini nel 1570. La loro signoria sul castello cessò nel 1634, quando Maherbale Orsini lo vendette, insieme a Colle di Tora, al principe Marcantonio Borghese per la somma complessiva di 43 mila scudi. Castel di Tora restò in possesso dei Borghese fino al termine dell'ancien régime, quando il principe don Camillo Borghese, il 12 ottobre del 1816, pur essendo ancora in vita il cognato Napoleone Buonaparte e la moglie Paolina, rinunciò ai suoi diritti feudali su Castelvecchio. Accanto alla torre pentagonale vi è un antico palazzo che probabilmente è ancora in vendita, visto che ho trovato sul web diversi annunci di società immobiliari che lo trattavano…..Di fronte a Castel di Tora vi è un’alta montagna con un altro castello, Antuni, di cui parleremo a parte in futuro.

Il castello di venerdì 27 maggio



CORMONS (GO) - Castello di Monte Quarin

Le cronache lo ricordano fin dal 630 ma molto probabilmente è di origine più antica. Si pensa fosse un baluardo longobardo contro l'invasione degli Avari (610). Pare che una primissima fortificazione si trovasse sul monte Quarin, fin dalla Prestoria e che divenne poi centro celtico e quindi castrum romano. Successivamente residenza (per più di un secolo) dei patriarchi di Aquileia, nel Duecento passò ai Conti di Gorizia, sotto i quali la rocca fu fortificata con due cinte murarie, delle quali si ritrovano alcuni resti. I Conti di Gorizia lo tennero sino al 1497 quando passò alla Casa d'Austria e, nel 1511, fu conquistato dalle truppe veneziane che distrussero il castello e iniziarono poi la ricostruzione della rocca. L'abbandono del castello può essere datato al Seicento, con la conseguenza di un secolare, progressivo decadimento strutturale. I ruderi del castello sono visibili sulla cima del Monte Quarin (274 metri di altezza). Oltre a resti di murature, c'è una a dir poco curiosa struttura circolare con mura spesse fino a 5 m, di diverse epoche. Sono visibili anche i fossati e parte del mastio. Merita certamente una visita per il mistero che vi aleggia...

mercoledì 25 maggio 2011

Il castello di giovedì 26 marzo



BEVILACQUA (VR) – Castello dei Bevilacqua

Fu costruito nel 1336 da Guglielmo Bevilacqua e fu completato dal figlio Francesco per conto della Signoria Scaligera dell'epoca. Fu concepito come fortezza per difendersi dalle Signorie confinanti, i Carraresi e gli Estensi. I Bevilacqua erano originari del paese di Ala in provincia di Trento e lo dimostra il disegno di un'ala al centro dello stemma. Abile commerciante di legname Guglielmo Bevilacqua, alla corte del Can Grande Mastino della Scala, aveva consolidato la sua passione economica all'interno della città scaligera di Verona, tanto da ricevere regolare investitura di Vassallo del vescovo. Suo figlio Francesco fu protagonista della politica di difesa del confine scaligero e di espansione in qualità di abile ambasciatore ricevendo onorificenza dai Visconti, dai Carraresi, dagli Estensi e persino dal papa di allora, Clemente VI. Circondato da un ampio fossato e da tre ordini di mura fortificate, collegate con un ponte levatoio, il castello aveva sia funzione difensiva che di rappresentanza. Fu danneggiato per guerre e contese contro la Repubblica di Venezia, che se ne era impossessata. A partire dal 1532, Gianfrancesco Bevilacqua commissionò a Michele Sanmicheli il completo riammodernamento dell’edificio originario, di fattura medievale, che venne così trasformato in villa e dotato di nuovi e più comodi interni. Nel 1756 Gaetano Ippolito Bevilacqua riprese i lavori restaurando gran parte degli interni, ma ciò non evitò che fosse incendiato dalle truppe austriache durante le campagne napoleoniche. Per questo fu nuovamente rimesso a nuovo nel 1860 da Felicita Bevilacqua assieme al marito il generale Ferdinando La Masa, i quali conferirono all’intero complesso, attraverso la dotazione di un coronamento a merli, un’immagine neogotica intinta nel gusto romantico del tempo, che fornì un’idea altra di medioevo.
Il patrimonio del Castello dopo la morte dei coniugi, fu lasciato in beneficienza. Nacque, così, la fondazione "Bevilacqua - La Masa" che portò pochi anni più tardi, ad opera dell’ing. Mutto, alla trasformazione in "Asilo di Quiete Bevilacqua - La Masa", una sorta di residence per anziani e bisognosi. Durante la 2° guerra mondiale fu occupato dai tedeschi come Posto Comando. Dopo la fine del periodo bellico l'edificio divenne "Collegio San Davide" gestito dai salesiani che rimasero fino al 1966, quando, per lo scoppio di una caldaia, per la seconda volta nella sua storia il castello fu devastato dalle fiamme. Abbandonato da quest'ultimi fu ceduto a privati. Dal 1990 la famiglia Iseppi-Cerato ha avviato importanti opere di minuzioso restauro, che hanno contribuito a riportare gli interni cinquecenteschi del Sanmicheli al loro antico splendore. Oggi il castello Bevilacqua è diventato un Relais, con hotel, ristorante e location per eventi, meeting, congressi ecc.
Per approfondire si può visitare il sito www.castellodibevilacqua.com

Il castello di mercoledì 25 maggio



BRESIMO (TN) - Castello di Altaguardia

Il castello, che deve il proprio nome alla sua posizione strategica sulla costa ovest del “Monte Pin” da cui svolgeva una funzione di controllo sul fondo valle, fu edificato con la cinta muraria nel XIII secolo. Lo sperone su cui sorge il castello era occupato già in epoca preistorica come luogo di osservazione e di culto. Inizialmente appartenne alla famiglia Livo. Manlio di Altaguardia lo vendette nel 1407 ai signori di Thun, dai quali, nel corso dei secoli, venne utilizzato più come simbolo di prestigio che come vera e propria residenza. Era dimora estiva e di caccia dei nobili del tempo, che lo utilizzavano anche come presidio del territorio e per controllare meglio l'attività estrattiva di metalli preziosi nelle miniere della zona. Il castello era gestito da un capitano che, a nome del feudatario, aveva tra gli altri compiti quello di riscuotere "le decime", ovvero le tasse nella misura di un decimo di tutto quanto prodotto dagli abitanti dei villaggi sotto la sua giurisdizione. Nel 1639 venne distrutto da un furioso incendio, quindi ricostruito e utilizzato fino al 1780, quando iniziò l'abbandono che divenne totale nel 1801. Nella seconda metà dell'ottocento la famiglia Thun lo vendette al comune di Bresimo. I ruderi duecenteschi di Altaguarda sono stati recentemente consolidati e restaurati ad opera della Provincia Autonoma di Trento e la loro visita può rivelarsi interessante per comprendere la struttura della fortezza oltreché per ammirare uno straordinario panorama. Infatti il maniero è il più alto dei castelli trentini con i suoi 1280 m di altezza e per questo offre al visitatore una suggestivo e bellissima visuale sulla parte nord della Val di Non.

La seconda foto è presa da https://castlesintheworld.files.wordpress.com/2015/01/castello-di-altaguardia.jpg

martedì 24 maggio 2011

Il castello di martedì 24 maggio



REGGIOLO (RE) - Rocca Gonzaga

Sorge nel centro storico del paese e venne edificata nella prima metà del secolo XIII intorno all'antica torre medievale, detta mastio, datata 1242. Fu voluta dal Comune di Reggio per difendersi dai Mantovani che più volte assalirono, anche con successo, la fortificazione. Dal 1332 fino all’estinzione della casata, avvenuta a metà del Settecento, Reggiolo fu dominio dei Gonzaga. La fortificazione è a forma quadrata con i lati di 40 metri e quattro torri agli angoli: le due meridionali sono sporgenti mentre le due settentrionali sono a filo coi muri laterali. Le torri sono prive dei muri interni per poter essere meglio sorvegliate e per raccordarsi, con passerelle volanti, alla maestosa torre centrale, il mastio, che ancora oggi spicca isolata all’interno del cortile con i suoi 34 metri circa di altezza. Al suo interno vi sono sei piani, oltre al piano terra e all’ultimo piano a cielo scoperto, che possono essere risaliti mediante una scala a muro in marmo di 130 gradini. Torri e mura sono provvisti di merli, solo in parte discretamente conservati. All’interno del cortile, presso la torre di nord-est un piccolo vano mantiene nelle porte di ferro il ricordo dell’antica destinazione a prigione (nel periodo gonzaghesco, mentre precedentemente le prigioni si trovavano ai piedi del mastio). All’esterno, la Rocca era difesa da un profondo fossato che circondava anche la parte abitata a nord, denominata “castello”, anch’essa difesa da mura e collegata alla Rocca mediante un piccolo ponte levatoio; il fossato di difesa dunque, in cui scorreva l’acqua del vicino canale Tagliata, veniva così ad assumere la forma di un grande “otto” che circondava (e separava) in tutto il suo perimetro il complesso fortificato e quello abitato. Sotto i Gonzaga la rocca subì sostanziali modifiche, configurandosi più o meno come appare oggi. Il muro di cinta, detto "circhia”, venne innalzato fino a raggiungere i 14 metri e vennero aggiunte le 4 torri angolari alte circa 20 metri. Nel 1405 Gianfrancesco Gonzaga fece costruire nel mastio una scaletta per introdurvi munizioni, bombarde e colubrine. Nel 1472 all’architetto Luca Fancelli fu affidata dal marchese di Mantova Ludovico II Gonzaga la sistemazione del cosiddetto “palazzo in rocca”, con la creazione di tre sale stuccate e decorate delle quali però oggi, non rimane che un solo salone spoglio situato nella parte est della struttura. Malgrado questi lavori e la risistemazione della Rocca ad ambiente abitativo e residenziale per i Duchi, i Gonzaga, nei loro soggiorni in zona, preferirono sempre al Castello, la vicina Villa Aurelia e in generale la Rocca non ricoprì mai veramente una funzione residenziale bensì mantenne la sua tipologia militare. All’interno della Rocca, erano in genere ospitati tra i 10-15 soldati nei primi secoli, in periodo di pace. Quando la situazione si faceva critica, potevano essere una cinquantina i militari di guardia e, in caso di attacco imminente, si potevano accogliere anche 300 soldati per resistere ad un lungo assedio. Reggiolo fu costretto nel 1746 a giurare fedeltà a Maria Teresa d'Austria, duchessa di Milano e Mantova. In seguito alla Pace di Aquisgrana, le terre del piccolo stato gonzaghesco vennero annesse al Ducato di Parma e Piacenza. La stagione di riforme inaugurata dal primo ministro Du Tillot portò anche per Reggiolo lavori importanti di risanamento idrico, ed edilizio. Sotto il regime Napoleonico Reggiolo riceve l'incarico di curare gli argini della Tagliata. Dopo il Congresso di Vienna, Maria Luigia d'Austria, duchessa di Parma, rientrò in possesso delle vecchie pertinenze guastallesi. Infine Reggiolo insieme a Guastalla e Luzzara, passerono nel 1848 da Carlo II di Borbone al duca di Modena al quale rimasero fino al plebiscito del 1860. Il terremoto del 1985, benchè non avesse arrecato danni gravissimi, rese inagibile la Rocca per un periodo di circa dieci anni. La rocca è stata restaurata negli ultimi decenni a cura della Soprintendenza ai Monumenti e, soprattutto, del Comune di Reggiolo al quale, fra l’altro, si deve il recupero di un salone nel vecchio palazzo gonzaghesco oggi adibito a varie manifestazioni pubbliche.

lunedì 23 maggio 2011

Il castello di lunedì 23 maggio



MOLINA ATERNO (AQ) – Palazzo Piccolomini e torre castello

Si affaccia sulla piazza del paese:La sua parte più antica è quella incernierata sulla corte con loggiato quattrocentesco e grazioso pozzo centrale. Interessante anche l'ingresso secondario del Castello. Il portale che comporta un'imponente bugnatura, cordonata perimetralmente, è sormontato dallo stemma gentilizio in pietra. La torre, edificata tra il XIII e il XIV secolo, inizialmente fu destinata alla funzione di avvistamento e di controllo sul territorio. In un secondo momento fu inglobata tra gli edifici del borgo e il palazzo fortificato. L'intero apparato venne modificato nel XVIII secolo, pur conservando la porta d'ingresso originaria trasformata in finestra, costituita da un vano rettangolare incorniciato in blocchi di pietra concia sovrastata da un balconcino ottocentesco. La torre è sviluppata su tre piani ed è realizzata in pietrame di piccola pezzatura legata a malta con possenti ammorsature d'angolo. Già feudo della contea di Celano dal 1143, nel Catalogo dei Baroni, Molina venne assegnata nel 1182 a tal Rainaldo di Molina, vassallo dei conti di Celano; i Cantelmo, potenti signori di Popoli, ne entrarono in possesso nel 1309 ma furono costretti a cederlo ai Simeonibus di l'Aquila, che lo tennero saldamente fino all'estinzione del loro casato. Posseduto dai Pietropaoli dal 1650, fu tenuto fino alla eversione della feudalità nel 1806. Terra di confine, nel 1273 Molina apparteneva all'Abruzzo Citeriore, venne poi inglobata nel contado aquilano nel 1438. I secoli XVI e XVII furono momenti di grande impulso edilizio e di rinnovamento; anche l'antico castello venne ampliato con l'aggiunta dell'ala che affaccia sulla piazza, divenendo così Palazzo Piccolomini.

Il castello di domenica 22 maggio



SANT’ANGELO IN LIZZOLA (PU) – Castello Mamiani

Venne costruito a partire dal 1588 su disegno dell’architetto Giovanni Branca; dell’edificio originale, quasi completamente ricostruito dopo la II guerra mondiale, resta oggi solo la torre, alta 20 metri, che domina l’intero paese ed è visitabile, spingendosi fin sulla cima, da dove si gode lo splendido panorama delle valli circostanti. Durante il 1400 Sant'Angelo in Lizzola entrò nella sfera di influenza degli Sforza, signori di Pesaro; seguì poi le vicende del Ducato di Urbino, quando il Papa Giulio II cedette i territori sforzeschi al Duca Francesco Maria della Rovere nel 1513. Fu proprio il Duca di Urbino ad elevare a contea il castello di Sant'Angelo in Lizzola e a cederlo in feudo alla famiglia Mamiani. A questi ultimi furono legate a lungo le vicende del paese, fino al 1885, quando morì l'ultimo rappresentante della famiglia, il celebre Terenzio Mamiani. Altra nobile famiglia locale degna di essere ricordata è quella dei Perticari. Soprattutto tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del diciannovesimo, a Sant'Angelo, grazie all'opera del conte Giulio Perticari, convenivano i migliori ingegni dell'epoca: da Vincenzo Monti a Rossini, da Leopardi al Giordani al Cassi. Dal 1936, il castello è sede del Municipio. I locali della torre sono attualmente utilizzati per esposizioni d’arte e iniziative culturali, mentre il piano interrato del palazzo ospita l’Archivio comunale e la Biblioteca di Sant’Angelo in Lizzola e Monteciccardo, alla quale si accede attraverso un vialetto costellato di ulivi. Una volta varcata la porticina aperta nel torrione si può salire al belvedere, affacciato verso est, lasciando che lo sguardo arrivi fino al mare Adriatico. Per approfondire si può visitare il seguente sito: http://www.cortedeimamiani.com

venerdì 20 maggio 2011

Il castello di sabato 21 maggio


FIUMICINO (RM) - Castello di Torrimpietra

La frazione di Torrimpietra prende il nome dal castello. Si trova a circa 30 km da Roma non distante dalla via Aurelia. Anticamente Torrimpietra era un “castrum” attorniato da torri e da mura di cinta, costituito da una sorta di podere agricolo fortificato, secondo modelli assai diffusi nella campagna romana. In seguito diventò un borgo che sorgeva nei pressi dell'omonimo castello. Nel 1254 era proprietà della famiglia normanna degli Alberteschi, poi passò agli Anguillara, ai Massimo ed ai Peretti. Nel 1619 il principe Michele Peretti, nipote di Camilla, ideò una nuova costruzione da affiancare al vecchio fortilizio medievale. Il progetto venne affidato al prestigioso architetto romano Francesco Peparelli che ideò una moderna costruzione in forma palazziale, più consona alle esigenze di comodità di una famiglia aristocratica piuttosto che alla vita di campagna. Nel 1639 fu venduta ai principi Falconieri. Durante la loro proprietà, l'architetto fiorentino Ferdinando Fuga realizzò la chiesa e lo scalone del piano nobile del castello, mentre il pittore Pier Leone Ghezzi ne realizzò gli interni con gli affreschi che riguardano l'anno giubilare 1725. All’estinzione dei Falconieri il castello passò quindi nelle proprietà della famiglia dei Conti di Carpegna, loro eredi, che tennero Torre in Pietra fino alla metà del XX secolo. Ai Carpegna subentrò il Senatore Luigi Alberini che provvide ad un radicale restauro del castello, del borgo e soprattutto iniziò un importante processo di rinnovamento del fondo agricolo della grande tenuta. Il castello si compone oggi di due parti separate. La prima, più antica, è costituita dall’alta torre di origine medievale con merlature di restauro, che si apre al lato di un cortile di servizio con rimesse e ballatoi. La seconda, frutto delle trasformazioni del XVII e XVIII secolo, più propriamente residenziale, con una facciata che prospetta ininterrottamente su tutta la terrazza, adibita a giardino pensile con su un angolo una cappella. Il castello di Torrimpietra ha bellissimi giardini con aiole e pini, vicino vi è il cortile con porticato a colonne a sesto ribassato. Passando a visitare l'interno, al piano terra, entriamo nella "Sala Peretti", con un'ampiezza di 220 metri quadri. La sala non presenta dipinti e ha un soffitto a vela sostenuto da archi a tutto sesto. Oggi viene utilizzata per convegni, ricevimenti e matrimoni. Al piano nobile, si possono ammirare i bellissimi affreschi del pittore Ghezzi. Inoltre al piano nobile si trovano le salette Falconieri, la stanza del bosco, la sala verde, la galleria che è una sorta di corridoio con soffitto ad arco a tutto sesto che collega gli altri 4 ambienti i quali sono affrescati con dei panorami alberati. In alcuni locali vi sono delle cantine. Per approfondire si può visitare il seguente sito: www.castelloditorreinpietra.it

giovedì 19 maggio 2011

Il castello di venerdì 20 maggio



ALBENGA (SV) – Fortino Genovese

Questo bastione con struttura quadrata e rafforzato agli angoli da guardiole, comunemente noto come "Fortino", fu costruito entro il 1587 direttamente dalla Repubblica di Genova, da cui allora Albenga dipendeva, poiché la popolazione locale non si era mostrata disposta ad affrontare l'onere della fabbrica, peraltro indispensabile come misura difensiva contro le incursioni piratesche. Oggi è situato a circa 200 metri dalla costa, all’epoca della sua edificazione era invece sulla riva del mare. Circondato da edifici moderni, occorre un modesto sforzo della fantasia per immaginarlo solitaria vedetta a guardia della costa. A differenza della maggior parte delle difese costiere di quella zona, prevalentemente in forma di modesto torrione a base circolare, il "fortino" è massiccio e possente, con alto zoccolo a ripida scarpa, spigoli bugnati, cordolo di raccordo al piano rialzato, quattro guardiole pure quadrate agli angoli del coronamento, e lunga scala posteriore di accesso all'ingresso; quest'ultimo è molto alto rispetto al piano di campagna, secondo il consueto modulo difensivo delle fortificazioni antibarbaresche. Il Fortino fu donato nel 1953 all'ente morale "Ospedale Civile di Loano", per poi passare al Comune di Albenga nel 2006. Dopo anni di abbandono, che hanno provocato anche il crollo di una guardiola, sono iniziati i lavori di restauro e recupero nel 2007. Pochi mesi fa questi lavori sono stati completati e il fortino è stato inaugurato nella sua nuova veste di centro polivalente per attività sociali e culturali. Sul web non è difficile trovare, per chi volesse cercarne, foto del fortino completamente restaurato...tuttavia il sottoscritto preferisce immagini più "datate" come quella scelta nel blog :)

Il castello di giovedì 19 maggio


AIETA (CS) - Palazzo Cosentino-Spinelli

Maestoso edificio rinascimentale che sorge nell'antico centro abitato e domina, con la sua imponenza, le sottostanti costruzioni. Costruito come castello baronale nel sec. XIII da Riccardo di Loyra, rimase di sua proprietà fino al sec. XVI. Nel 1529 l'imperatore Carlo V confiscò a Francesco di Lorya, che si era schierato con i francesi, il feudo di Aieta e ne fece donazione a un non ben precisato Lonquingen e nel 1530 a un certo Stringhen. Dopo vari passaggi, il feudo con il maniero, fu venduto all'asta e aggiudicato a Giovanni Villani e di nuovo venduto per 15mila ducati nel 1534 a Giovanni Battista Martirano, e lo intestò al giglio Bernardino. I Martirano tennero il feudo fino al 1571. Per prestigio della famiglia e per adeguarsi alla concezione rinascimentale fecero ristrutturare e ampliare l'antico e mal ridotto castello baronale e crearono il nuovo palazzo con la meravigliosa facciata rinascimentale che è modello unico nell'Italia meridionale. Altri lavori di restauro, di modifiche nelle strutture
esterne e interne, di rifacimento e di sopraelevazione furono effettuati successivamente dai Cosentino che acquistarono il feudo di Aieta nel 1571 e lo tennero fino al 1767. I Cosentino continuarono ad
abitare nel Palazzo e mantenere il possesso anche dopo la vendita del feudo ad Antonio Spinelli, poiché quest'ultimo non versò l'intera somma pattuita per l'acquisto del feudo. Nel 1913 fu dichiarato monumento nazionale. Dopo un secolo d'inerzia ed abbandono, con sentenza del pretore di Scalea, il palazzo è diventato proprietà del Comune di Aieta per usucapione nel 1980. I lavori di restauro sono terminati nel 2000, restituendo l'importate bene culturale alla collettività. Il palazzo, dalla forma irregolare, è lungo circa 50 metri e largo 40 e ha strutture di notevole spessore (i muri perimetrali esterni misurano ben 1,75 m. e quelli di partimento 0,55 m.). Visto da ovest, nella sua struttura definitiva che si può ancora in parte osservare, presenta una facciata a tre piani che si conclude in alto con il meraviglioso cornicione in cui sono visibili nove mascheroni. Al centro della facciata il loggiato con colonne ed archi in pietra locale grigia scolpita circondato da balconi e finestre con stipiti e cornici realizzati con la medesima pietra. Nel piano dei sotterranei, a cui si scendeva con scalette, si trovavano le prigioni, le cantine e le cisterne dell'acqua illuminate da nove finestrini rettangolari munite di inferriate. Al primo piano, o piano terra rispetto all'entrata principale, vi era il corpo di guardia, le sale di vigilanza e di attesa, la Cappella, l'ufficio del Marchese e del vassallo, quello del Governatore, la sala di ricevimento, le sale di soggiorno, di musica e quelle di giuoco, i servizi igienici, la sala d'armi, le cucine e le dispense. Al secondo piano si trovavano tutte le camere da letto con nove balconi sulla facciata. Ad est erano le due torri di servizio e di sorveglianza. La prima, con volta a botte a sud-est a destra dell'ingresso, aveva al di sotto la cisterna per la raccolta delle acque piovane e il pozzo e sopra i locali per il personale di servizio e di vigilanza con sovrastante una terrazza da cui si vigilava l'ingresso al palazzo, il piazzale antistante e l'ampio territorio circostante; la torre era fornita di feritoie per la difesa. L'altra torre, ubicata a nord-est, a pianta quadrangolare e collegata alla prima dal cammino di ronda, nella parte bassa ospitava la cucina con tutte le masserizie ed i forni, la dispensa e la sala d'armi e nella parte alta il vano adibito a dimora del personale di servizio. A questa torre era attaccata la colombaia per allevare sia i colombi viaggiatori di cui ci si serviva per inviare messaggi e comunicazioni e sia per i comuni colombi domestici (il muro esterno presenta ancora una serie di fori simmetrici). Le torri e la colombaia con i sottostanti locali facevano certamente parte della primitiva struttura del Palazzo Feudale.

mercoledì 18 maggio 2011

Il castello di mercoledì 18 maggio



MARSICOVETERE (PZ) - Il castello

Con l’avvento dei Normanni nell' XI secolo il centro fu fortificato con castello e mura. Il suo primo feudatario risulta essere stato nel 1135 Adamo de Avenella. Successivamente esso fu assegnato a tale Goffredo, il cui figlio Alessandro, nel Maggio del 1151, donò all’Abbazia della Santa Trinità di Cava il monastero di S. Giovanni. In epoca sveva il Feudo fu concesso a Riccardo Filangieri e successivamente con l'avvento degli Angioini (1268) fu infeudato a Goffredo de Trizzarello. Sotto gli Aragonesi nel 1498 divenne Principe di Marsicovetere Giovanni Caracciolo i cui eredi, dopo una breve parentesi di Ferrante di Palma, lo tennero sino al 1777. In quell’anno Laura Caracciolo vendette Marsicovetere per 39.000 ducati al ricco esponente borghese del posto Bernardo Brussone. Nel 1778 le altre famiglie borghesi, impaurite dall’incombenza dei Brussone, proclamarono Marsicovetere Città Regia, chiedendo al sovrano di riconoscere Marsicovetere appartenente al Regio Demanio. Il 26 giugno 1782 la Regia Camera assecondò la richiesta, con il benestare di re Ferdinando IV di Borbone. Nel 1806 il Comune si ribellò all’occupazione dei Francesi e venne da questi incendiato e saccheggiato. Un sisma la danneggiò gravemente nel 1857. Il castello di Marsicovetere si trova nella parte più alta del paese, proprio all'estremità del dirupo. Questa meravigliosa fortezza, edificata in età medievale, impreziosisce il paese lucano fino all'epoca moderna. A partire da questo periodo, infatti, in data ignota, il castello viene abbattuto, e viene così costruito un mulino a vento. Oggi di tutto ciò rimangono soltanto pochi resti. Visibili sono parte delle mura, la torre del castello, e le due porte d'accesso principali. Una di queste due porte è percorsa da via Castello, su cui vi sono tre portali in pietra, rispettivamente del 1731, del 1806 e del 1811. Il castello è, oggi, di proprietà privata; di fatto appartiene alla famiglia Mazza.

martedì 17 maggio 2011

Il castello di martedì 17 maggio



BARANELLO (CB) - Castello Ruffo

Ben undici famiglie nobili che si avvicendarono col titolo di "Conti", "Marchesi" o "Duchi di Baranello". Il titolare del feudo, durante l'epoca normanna, fu Guidone di Gibelletto a cui successe la famiglia Gaetani. Dopo il 1467, Capece Galeota si impossessò del territorio di Baranello. Tra il 1490 e il 1532 il borgo finì nelle mani della nobile famiglia napoletana, ma di origine normanna, Sanfelice. Con un diploma del 1532, l’imperatore Carlo V concesse il feudo ad Alfonso D’Avalos. Dopo questi ultimi Baranello tornò ai Gaetani, anche se per poco tempo perché Camillo Gaetani vendette il feudo a Fabrizio De Gennaro. Giovan Vincenzo del Tufo, con l'intermediazione di Scipione Imperato si aggiudicò il feudo acquistandolo all'asta. In seguito oberato di debiti, cercò di conservare il feudo, ricorrendo ad una vendita simulata a favore della moglie Cornelia Carafa. Nel 1591, deceduta la Carafa, i creditori del marito ottennero la messa in vendita del feudo di Baranello. L'asta fu aggiudicata a Tommaso Marchese. Angelo Barone residente in Baranello, rilevò il feudo da Tommaso Marchese e, dopo poco tempo, a sua volta, cedette il feudo nel 1606 a Tommaso D'Aquino. Dai D'Aquino, Baranello passò ai Carafa-d'Aragona. Nella prima metà del secolo XVIII Baranello divenne dei Ruffo, grazie ai quali il titolo del feudo di Baranello non fu più marchesale ma diventò ducale. Il titolo di duca di Baranello è attualmente portato dai discendenti dei Ruffo di Bagnara Calabra. Il castello fu posseduto dalla famiglia Ruffo fino al XIX secolo. Fu costruito nel punto più alto del borgo antico svolgendo la sua funzione di difesa e di controllo dell'intero territorio. Esso è inserito all'interno di un complesso edilizio che lo mette in comunicazione con la torre che rappresenta la parte più alta dell'edificio. Essendo stato sottoposto a continue modifiche a livello strutturale è difficile ripristinare le fasi storiche. La presenza di diversi stili relativi a varie epoche rende faticoso analizzare il complesso architettonico.

lunedì 16 maggio 2011

Il castello di lunedì 16 maggio



PADENGHE SUL GARDA (BS) - Castello scaligero

Come molti altri paesi della Valtenesi, anche Padenghe è dominato da un castello posto su un colle, dal quale si può godere di una vista suggestiva, con il Lago di Garda e Sirmione in primo piano. Costruito tra il IX e il X secolo, su antichi ruderi di epoca romana, è forse il più antico castello fra tutti quelli della zona. Durante le invasioni ungare gli abitanti furono costretti ad abbandonare il villaggio cristiano, sorto in riva al lago e dipendente da Pieve di Desenzano, spingendosi sulle colline dove costruirono il castello. Anticamente esso era circondato da un fossato il cui riempimento è stato ultimato nel 1959. Nel Medioevo il castello divenne una roccaforte ghibellina, contesa tra Brescia e Verona. Nel 1330 Padenghe fu conquistato dagli scaligeri, che si contesero il castello tra i vari componenti della famiglia. Fu durante il loro dominio che il castello venne riutilizzato e potenziato con la creazione di un ponte levatoio e con l’innalzamento di torri. Alla fine del quattordicesimo secolo i paesi della riviera chiesero e ottennero l’autonomia dai Visconti. Nel 1414 il castello di Drugolo fu affidato a Padenghe da Pandolfo Malatesta. Dopo la pace di Lodi, nel 1454 la Repubblica Veneta tenne all’interno del castello una guarnigione. La gente di Padenghe fu definita "superba" da un poeta maccheronico che soggiornò nel convento di Maguzzano, durante il dominio francese. L’intervento del cardinale D’Amboise evitò la distruzione del castello che avrebbe portato un pericoloso malcontento nei cuori dei paesani. Padenghe dovette anche subire i saccheggi e le violenze dei soldati imperiali tedeschi provenienti da Verona nel 1532, mentre alla fine del sedicesimo secolo si vide minacciata da spietati banditi tra i quali il famoso Giacomo Dainese detto Giacomazzo da Padenghe. Il poderoso castello ha pianta rettangolare e le sue solide mura, realizzate con grossi ciottoli, presentano tre torri (quella centrale crollata) sul lato di nord-ovest. L’ingresso, che un tempo aveva il ponte levatoio, è sormontato da una torre alta mt. 21,5 circa. Entro le mura, lungo stradine ad acciottolato, si trovano ancora varie abitazioni, su tre file parallele costruite, si pensa, insieme alle mura. Alcune di queste case sono state restaurate di recente. Restano pochi ruderi invece del “castellino”, dove risiedevano il castellano e la guarnigione, eretto più tardi all'interno della cinta.

sabato 14 maggio 2011

Il castello di domenica 15 maggio



ROMA - Castello di Torrenova

Si trova nel quartiere romano di Giardinetti, lungo la Via Casilina ed è sorto nel sito di una villa di età romana appartenuta alla famiglia Pupinia. Lo stesso nome oggi utilizzato per il complesso e per la zona - Torrenova - fa ritenere che esistesse da tempo immemorabile una torre più antica, chiamata forse Torre Verde.
Fu anche detta Turris Iohannis Bovis, Rocca Cenci, Giostra; assunse il nome attuale probabilmente in occasione dei restauri ed ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) della famiglia Aldobrandini ed effettuati da G. Fontana tra il 1600 e il 1605. Il fondo appartenne agli inizi del XV secolo alla famiglia Palosci; nel corso del ‘400 alcune parti della tenuta furono assegnate a diversi proprietari e un disegno datato 1547 attesta la presenza sul fondo di un grande casale, di proprietà di Camillo Capranica, membro di una nota famiglia patrizia romana particolarmente influente nella gerarchia ecclesiastica. Nel 1562 passò ai Cristoforo Cenci, nipote della celebre Beatrice. A seguito di vicende giudiziarie che coinvolsero i Cenci il fondo fu acquistato nel 1600 dagli Aldobrandini; nel XVI secolo appartenne ai Borghese che lo tennero fino ai primi del ‘900. Il complesso è costituito da un palazzo con merlature di tipo ghibellino, che comprende la torre, e da una chiesa di epoca cinquecentesca. L’edificio è composto da due bracci che si incontrano ad angolo retto; lo spazio così delimitato è chiuso sugli altri due lati da una recinzione che nel tratto sud-est comprende l’ingresso e la torre. Il braccio orientato nord-est, ornato da finestre con eleganti incorniciature, doveva costituire il lato nobile, come anche suggerisce la decorazione del portico a cinque arcate che ne ritma il prospetto sulla corte. Attualmente non è visitabile, poiché adibito ad abitazioni private. Per approfondire http://giardinettis.altervista.org/wordpress/ e vi è anche il gruppo su Facebook..."Il Castello di Torrenova" !!

Il castello di sabato 14 maggio



MOROLO (FR) - Rocca dei Colonna

Si trova immersa nel verde nel punto più alto del centro storico dove si può godere di un panorama incantevole. Edificato all'epoca della dominazione longobarda, nei primi decenni del 1200, il castello venne cinto di mura, e nella parte piu' alta, venne costruita una vasta e munita Rocca. Nel 1216, Tommaso di Supino, sposato a Mabilia Colonna ed alleato di Ruggero Dell'Aquila, Conte di Campagna e Marittima, assalì e distrusse con altri vassalli morolani parte del territorio di Giovanni conte di Ceccano, devastandone campi ed incendiando mulini; quindi si ritiro' nel territorio di Castro Dei Volsci. Il castello, denominato la "Rocca", e gli abitanti nei pressi di quest'ultimo vennero assaliti dal Conte di Ceccano per vendetta. Da questo evento, forse il più tragico per il popolo di Morolo, si può ricavare che gli abitanti in quel momento erano intorno ai mille. Per entrare a Morolo l'esercito di Ceccano si dice che abbia fatto breccia nel Muro Rotto che dalla piazza scende mediante ripidi gradini. I pochi superstiti compresi i nobili che si trovavano nel castello furono fatti prigionieri ma ebbero salva la vita. In seguito le case si cominciarono ad estendere anche nella campagna. Nel 1385 Fabrizio Colonna allargò i possedimenti familiari, con i beni portati a lui in dote dalla moglie, Nanna di Supino. Salvo brevi intervalli, ossia delle confische volute dai Papi Alessandro VI, Paolo III e Paolo IV, dal 1422 la storia di Morolo rimase legata ai potenti Colonna.
La guerra tra il Papa Paolo IV ed il Re di Spagna Filippo II sconvolse negli anni 1556 - 1557 tutto il Lazio e di conseguenza anche Morolo che dovette subire la decadenza economica e sociale che afflisse l'intera regione. Nei secoli XVII e XVIII, cominciò il lento ed inesorabile declino della Rocca, ormai venuta meno al suo ruolo difensivo, mentre, i Principi Colonna a piu' riprese, allentarono i vincoli feudatari fino a quando, nel 1908, rinunciarono in modo definitivo a qualsiasi diritto ed anche alla proprieta', a favore del Comune di Morolo, dei resti della Rocca. Nel suo nucleo oggi in rovina si possono distinguere due edifici tra loro comunicanti posti su due livelli: il superiore con forma torreggiante era destinato a scopi difensivi mentre, l'inferiore, di forma rettangolare era destinato a residenza. Circondato da mura e torri circolari e quadrate, presenta 2 porte d'accesso Porta Castello e Porta Colonna. Altri due ingressi sul lato sud mettevano in comunicazione gli abitanti del tempo con la Chiesa di Santa Croce e con la campagna prospiciente il Castello. E' iniziato un lavoro di restauro del complesso medievale ma purtroppo, ed è notizia di qualche settimana fa, le ultime abbondanti piogge hanno provocato il crollo di una sua parte. Speriamo che chi può possa prendere i necessari provvedimenti per salvare e ridare lustro a questo importante castello dalla ricca storia.

venerdì 13 maggio 2011

Il castello di venerdì 13 maggio



PIANELLO (PG) – Castello di San Gregorio

Posto ai confini del contado assisano e vicino alla riva sinistra del Chiascio, è un tipico esempio di agglomerato rurale sorto nel tardo Medioevo, cinto successivamente da mura a scopo difensivo. Sorse nel X secolo e venne fortificato due secoli più tardi, data la sua funzione strategica, divenendo pertanto importante sentinella della valle e del borgo. La prima menzione che si abbia, nei documenti assisani, della località di S. Gregorio è del 1114 e proviene dall'Archivio della Cattedrale di Assisi, da cui si apprende che un certo Bonconte, figlio del fu Lupo, donò a Letone, priore di S. Rufino, in suffragio dell'anima del fratello, tre pezzi di terra situati in quel vocabolo. Fu una piccola cittadella autarchica con propria guarnigione militare, abitata da circa 150 persone nel 1232. Anticamente era circondato da un fossato e servito da un ponte levatoio. Il nome del castello e della chiesa presero origine da San Gregorio, martire di Spoleto morto durante la persecuzione degli imperatori Diocleziano e Massimiano( ca. 310 dc). Esistono soltanto pochi resti della chiesa a lui dedicata(consacrata nel 1120), che fu proprietà della cattedrale di S. Rufino. Alcuni pregevoli affreschi di Francesco Tartaglia sono oggi conservati nella pinacoteca comunale di Assisi. Per quanto concerne le vicende storiche del castello di S. Gregorio, si ricorda che esso, trovandosi nei pressi del Chiascio, lungo il confine tra i territori comunali di Assisi e Perugia, fu spesso al centro delle lotte tra queste due città. Nel 1320 troviamo il castello, insieme con Valfabbrica e la Torranca, disertare la parte assisana e passare a quella perugina. La stessa cosa si ripeté nel 1383, al tempo della signoria di Guglielmo di Carlo su Assisi e della lotta tra questi e Perugia. Ma sempre San Gregorio, con la forza o con le trattative, tornò agli Assisani. Un'altra notizia riguardante questo castello all'alba dell'età moderna è che nel 1479 esso viene ulteriormente fortificato, al pari di quelli di Rocca S. Angelo, Mora e Beviglie. Oggi il maniero si può ancora ammirare nella sua originaria struttura in pietra arenaria, ciottoli di fiume e cotto, in soddisfacente stato di conservazione, anche se in qualche punto si sono verificati dei crolli e su qualche lato le mura sono state trasformate e adattate ad abitazione. La porta d'accesso, con arco ogivale, sapientemente restaurata, appare come doveva essere un tempo. Al di sopra di essa, nel torrione, si notano ancora le fenditure delle calatoie del ponte levatoio. A poca distanza, in posizione dominante e suggestiva, si eleva un castello ottocentesco costruito dalla famiglia Bosco di Roveto. La fortificazione quadrilatera con alte torri angolari a merlatura guelfa, di forma circolare era l'antica residenza signorile tipica dell'epoca medievale; oggi è stata adibita a confortevole e suggestivo albergo ristorante.

mercoledì 11 maggio 2011

Il castello di mercoledì 11 maggio



ARTEGNA (UD) - Castello Savorgnan

Nel periodo longobardo l'arimannia di Artegna fu un baluardo di difesa di primaria importanza per la zona, ricordato anche da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum. Vi fu appunto costruito un complesso fortificato che era composto da un castello superiore, distrutto poi dai gemonesi nel 1381, e da un castello inferiore, che altro non è se non quello che ancor oggi si vede. Accanto al non più esistente castello superiore, nell'anno 1005, fu edificata la chiesetta di San Martino, eretta con molta probabilità sulle rovine di un tempio longobardo. Verso la fine del XIII secolo i signori d'Artegna si trasferirono nella nuova costruzione del castello inferiore, a causa delle cattive condizioni del vetusto castello superiore. Agli inizi del Trecento, Enrico II, conte di Gorizia, si impossessò del feudo, che venne poi occupato dalle truppe patriarcali di Gemona. Le lotte tra arteniesi e gemonesi per il possesso del castello continuarono e nel 1387 venne distrutto quasi del tutto. Riedificato nel 1410 e nel 1418, per ordine del patriarca Lodovico di Teck, passò ai Savorgnano della Bandiera, subendo nel 1499 l'assalto dei Turchi.
I Savorgnano mantennero il possesso del castello fino al XVIII secolo, quando cioè iniziarono le dominazioni straniere dei Francesi e degli Austro-ungarici. Questi ultimi contribuirono alla crescita socioculturale di Artegna con l''introduzione dell'obbligo scolastico, fatto singolare e determinante in quella regione. Per ciò che concerne le infrastrutture, quei tedeschi danubiani migliorano un po' tutta la rete dei collegamenti stradali, preparando così il futuro sviluppo dell'industria. Finalmente con l'annessione del Friuli e della Venezia Giulia al Regno d'Italia (1866, IV Guerra d'Indipendenza), anche Artegna seguì il corso della storia italiana. ll castello, ricostruito dopo il terremoto del 1976, è quanto resta del fortilizio che fino al XIV secolo occupava la sommità del colle, cingendolo con le sue mura. Appartiene al primitivo edificio – e forse al nucleo più antico – la torre, cosiddetta “longobarda”, che era posta in prossimità della porta d'ingresso. Per il resto, l'edificio ha subìto nel corso del tempo diversi rimaneggiamenti. Ha una pianta articolata composta da un corpo centrale, la domus, a cui si addossano le torri. Il maniero non è ancora pienamente recuperato e perciò non è visitabile.

martedì 10 maggio 2011

Il castello di martedì 10 maggio



CACCURI (KR) - Castello Barracco

E’ uno dei monumenti più importanti di tutta la Provincia di Crotone, un tempo residenza di nobili feudatari tra cui Ruffo, Cavalcanti e Barracco. Eretto, su una rupe da cui prende forma, nel VI secolo dai Bizantini per controllare i loro possedimenti nella valle del Neto, venne trasformato nel tempo modificato l’aspetto iniziale di fortino militare con quello di residenza feudale. I primi documenti storici sul castello risalgono ai Vespri Siciliani, sul finire del XIII secolo, e parlano della cessione del feudo di Caccuri ai messinesi Enrico e Matteo De Riso. Le successive cessioni furono molto complicate, almeno finché a guida del castello e del feudo non salirono i Ruffo, conti di Montalto. Con loro il castello cominciò ad essere noto anche oltre i confini del regno di Napoli. Infatti Polissena Ruffo, vedova del cavaliere francese Giacomo de Mailly, venne concessa in sposa dalla regina al diciassettenne figlio di Muzio Attendolo, Francesco Sforza. Dal matrimonio con il duca di Milano nacque una sola figlia, Antonia. L'unione però non durò molto, in quanto Polissena e sua figlia Antonia vennero assassinate, forse su mandato della zia Novella. Nonostante Francesco Sforza perse il diritto del feudo Ruffo, a Caccuri trovò i suoi più validi collaboratori nei Simonetta: Angelo, Giovanni e soprattutto Francesco, detto Cicco, che divenne suo reggente al momento della sua morte e venne assassinato a Pavia da Ludovico il Moro. Nel XVII il castello divenne proprietà dei Cavalcanti, che furono nominati Duchi di Caccuri, per due lunghi secoli. A don Antonio Cavalcanti si deve buona parte di quello che oggi è visibile nel castello. La Cappella Gentilizia del palazzo venne costruita proprio in questo periodo. Nel 1830 il castello fu venduto ai baroni Barracco tra i quali Guglielmo stabilì la sua dimora a Caccuri e fece costruire la splendida torre acquedotto sul rivellino del castello all'architetto Adolfo Mastrigli nel 1882. Essa è il simbolo dello stemma comunale di Caccuri e rende riconoscibile il borgo anche da lontano. Ai piedi del rivellino svettava, fino alla metà degli anni ’70, una stupenda formazione arenaria conosciuta col nome di “Mezzaluna”. Ciò perché il barone aveva fatto murale, nella parte più alta dello sperone, una bacinella metallica di colore celeste nella quale gocciolava l’acqua necessaria per dissetare gli uccelli e che da lontano appariva come una metà del disco lunare. Nello stesso periodo fu realizzato il parco che, negli anni ’60, divenne di proprietà del comune per realizzarvi il palazzo municipale ed un giardino pubblico. L'accesso al castello, superata la corte interna, è consentito da un portale seicentesco che immette in un ampio atrio ove, attraverso lo scalone monumentale a doppia rampa, è possibile raggiungere il ballatoio del piano nobile da cui si dipartono le varie ali dell'edificio. Raro esempio in Italia, il castello di Caccuri non solo è aperto alle visite turistiche guidate, ma su prenotazione offre al visitatore la possibilità di essere ospitato. E’ infatti possibile soggiornare all'interno del castello essendo state adibite a struttura ricettiva di lusso alcune tra le sue stanze meglio conservate (ala nord del castello) come la stanza della baronessa Giulia Barracco, la stanza di Polissena Ruffo (moglie di Francesco Sforza duca di Milano) e la stanza del Peccato, così chiamata per la volta affrescata che narra la storia di Adamo ed Eva che, mangiando del frutto dell'albero del bene e del male, furono scacciati da Dio dal giardino dell'Eden. Il castello è visitabile gratuitamente. Per approfondire si può visitare il seguente link: www.castellodicaccuri.it

lunedì 9 maggio 2011

Il castello di lunedì 9 maggio



VERNANTE (CN) - Castello Conti di Lascaris

Detto anche "La Tourusela", venne costruito tra il 1275 ed il 1280 dal Conte Pietro Balbo di Tenda con funzioni di controllo sulla strada Colle di Tenda e di riscossione delle imposte. Si tratta di un bell'esempio di castello recinto in cui spicca la torre a pianta esagonale. Fu rifugio di masnadieri che infestarono a lungo la valle. La sua distruzione fu operata dagli Spagnoli nel 1557 durante un assedio di Cuneo. Gli ultimi proprietari del Castello prima del dominio dei Savoia sulla Valle, furono i Conti di Lascaris di Tenda sotto il cui nome viene ancor oggi ricordato. Abbandonato dai Savoia, ora è di proprietà del Comune ed è facilmente raggiungibile attraverso una strada panoramica. Attualmente ne rimangono imponenti resti. Oggi il castello è usato tutto l’anno per mostre o eventi, ma è soprattutto, nella stagione estiva, la meta di una splendida passeggiata attraverso la natura: giunti alla radura che accoglie il torrione ci si trova davanti a un panorama speciale, che comprende il paese e la magnifica cornice delle Alpi Marittime.

sabato 7 maggio 2011

Il castello di domenica 8 maggio



SAN GREGORIO DA SASSOLA (RM) - Castello Brancaccio

E’ certamente il monumento più rappresentativo della località. Le sue origini risalgono intorno alla metà del X secolo, quando i monaci dell’abbazia benedettina di Subiaco lo riedificarono su costruzioni preesistenti, e la sua storia è legata a quella delle varie famiglie che ne furono proprietarie, dal Cardinale Prospero Publicola Santa Croce, Carlo Pio di Savoia, il principe Duca di Uceda, gli Orsini ed infine al Principe Salvatore Brancaccio di cui ne conserva il nome. Tra il XIII ed il XIV secolo il castello, divenuto importante e strategico fortilizio nell’ambito del controllo territoriale del bacino dell’Aniene, si ritrovò al centro di lotte per il suo possesso tra gli Orsini e i Colonna, fino a passare nel 1392 a questi ultimi. Nel 1434 il paese ed il castello furono cinti sotto assedio delle truppe del cardinal Vitelleschi che riuscirono ad impadronirsene. Il maniero venne concesso in vicariato nel 1458 a Pietro Ludovico Borgia. Nei secoli successivi, dopo numerosi passaggi di proprietà, esso venne trasformato in comoda residenza per volontà di due importanti esponenti di due famiglie romane. Prima il cardinale Prospero Publicola Santacroce e più tardi, alla metà del Seicento, il cardinale Carlo Pio di Savoia fecero eseguire numerose migliorie oltre a edificare ex novo, dopo la grande pestilenza del 1656, una parte del borgo oggi chiamato Borgo Pio. Alla metà dell’XIX secolo il castello venne acquistato dal duca di Uceda, Tirso Telles Gyron, e sottoposto ad un radicale restauro che lo riportò all’originaria bellezza. Nel 1889 passò ai Brancaccio, i quali a loro volta operarono altre trasformazioni con l’aggiunta di una nuova ala posta ad oriente. Dal 13 febbraio 1991 è diventato proprietà del Comune ed è attualmente gestito dalla Cooperativa Excalibur di Roma. Ammirando il castello oggi, possiamo affermare che della struttura originaria ben poco rimane a seguito dei rifacimenti del XV e del XVI secolo. La sua lunga facciata che prospetta verso la piazza è composta da due corpi separati da un ponte e terminanti alle estremità con tre torri, due quadrate e l’altra circolare. L’ edificio occidentale è il più antico mentre il secondo venne aggiunto, come detto prima, nel XIX secolo dai Brancaccio, i quali, oltre al cavalcavia, edificarono anche la seconda torre per dare simmetria alla facciata. La facciata si compone di un bel piano nobile con finestre crociate e bella serliana centrale con un piano ammezzato cieco e un secondo piano, culminanti con merlature di restauro. L’ingresso al cortile avviene per mezzo di un portone a bugne ancora preceduto da un ponte levatoio. La parte destra con le due torri segue le curve di livello dell’abitato con le fondamenta di queste poste ad un livello più basso e corrispondente a quello del fossato. Le maestose sale, tutte affrescate alcune delle quali da fratelli Taddeo e Federico Zuccari del primo Seicento e l'ampia terrazza all'interno costituiscono elementi da ammirare.

venerdì 6 maggio 2011

Il castello di sabato 7 maggio



ARDEA (RM) - Castello Sforza-Cesarini

Si ha notizia nel sito di Ardea di un castrum, con Rocca e torre, nel 1081 appartenente per metà al monastero di S. Paolo fuori le mura, che lo conservò per circa tre secoli: vi si rifugiò il papa Gelasio II quando, nel 1118, fu costretto ad abbandonare Roma. Dal XIII secolo Ardea fu contesa tra varie famiglie nobili e appartenne prima ai Savelli, poi agli Orsini. Nel 1378 il feudo fu dato in enfiteusi a Giordano Orsini, che lo rese poi al monastero S. Paolo. Gli Orsini se ne impadronirono al tempo di Martino V Colonna, che però lo recuperò nel 1420. Nel 1421 i Colonna vi edificarono un grande palazzo in cui fu ospite lo stesso Martino V: più tardi però dovettero lasciare Ardea, durante il pontificato di Alessandro VI Borgia, cacciati da Rodrigo Borgia, nipote del papa e figlio della famosa Lucrezia. I Colonna vi fecero ritorno alla morte di quel papa, ma nel 1564 Marcantonio Colonna vendette per debiti il feudo ai Cesarini per 105.000 fiorini d’oro. Il Castello al tempo dei Colonna era una vera e propria fortezza nella quale gli abitanti di Ardea avevano per statuto il diritto di rifugiarsi in caso di pericolo. I Cesarini lo trasformarono successivamente in residenza signorile a due piani e scarpata, dominata da una torricella cilindrica merlata, così come si può vedere in una tempera del Palazzo Sforza Cesarini di Genzano. Il Castello subì gravi danni per i bombardamenti dell'ultimo conflitto bellico e fu incautamente finito di demolire del piano superiore mentre sarebbe bastato poco per restaurarlo. Ciò che ne rimane è oggi allo stato di rudere ed è costituito da un corpo di fabbrica lineare che sorge su uno spuntone naturale di roccia a sud del paese. Vi si conservano pochi ambienti ricoperti da una volta a botte ed è rimasto piuttosto integro il portale d'ingresso. Tra gli elementi decorativi che vi si possono scorgere, qua e là tra le rovine, vi sono alcune cornici di finestre rettangolari di fattura cinquecentesca. Secondo una leggenda, si aggira nelle sue stanze il fantasma del condottiero Ludovico Colonna, pugnalato alla gola dal cognato nel 1436.

Il castello di venerdì 6 maggio



BURGUSIO (BZ) - Castello del Principe

E' un complesso fortificato costruito dal vescovo di Coira Konrad tra il 1272 e il 1282 ed è situato nei pressi di Malles Venosta, in val Venosta, in Alto Adige. Si trova in mezzo alla vallata, ad una quota di circa 1200 metri. Molto probabilmente il maniero fu costruito sulla base di edifici pre-esistenti. Esso era sede del capitano e del giudice nominati dal Vescovo. Ma nel corso della storia venne utilizzato come rifugio dagli stessi vescovi di Coira, quando erano minacciati dai tirolesi. I principi vescovi si trovarono ripetutamente in aperto contrasto con i signori locali e i principi, in quanto tentavano di rafforzare i diritti giudiziari e di signoria sui numerosi sudditi e sul clero della Val Venosta. Non c'é quindi da meravigliarsi che il castel del Principe sia caduto spesso in mano nemica piú di qualsiasi altro castello. Al termine di diverse lotte, infatti, i vescovi dovettero riconoscere ai principi del Tirolo dei diritti di comproprietà. Il castello svolse successivamente diverse funzioni: fu sede di un tribunale, fu anche utilizzato come ricovero di fortuna, caserma, prigione e come ultima follia, come fabbrica di birra.
Nel 1952 si decise di farlo rinascere e fu quindi utilizzato come sede della Scuola professionale per l’agricoltura di lingua tedesca, che prende il suo nome dal castello. Il fortilizio aveva però bisogno impellente di restauro, e soltanto il crollo nel 1996 dell'unica sua torre, di forma quadrata, diede un impulso all'inizio dei lavori di restauro. Nel vasto cortile interno e nella graziosa cappella del maniero sono conservati ricchi affreschi del XVI sec. Attualmente il castello appartiene all'Abbazia benedettina di Monte Maria che lo affitta alla Provincia Autonoma di Bolzano. Ospita l'Istituto professionale per l'agricoltura e viene utilizzato anche come sede congressuale. Purtroppo il castello non è accessibile al pubblico.

giovedì 5 maggio 2011

Il castello di giovedì 5 maggio



CAPPELLA MAGGIORE (TV) - Castelletto

Su di esso si hanno notizie scarse e nebulose. Si può tuttavia dedurre che tale fortificazione facesse parte di un sistema difensivo sorto tra il quarto ed il quinto secolo, a difesa dalle reiterate invasioni barbariche del tempo. All'epoca erano sorti sulle colline della zona numerosi castelli, ora non più esistenti: erano chiamati “Castello di Re Matrucco”, “Castello di Teodorico” e, nel caso di quello di Cappella Maggiore, “Castelletto”. Ognuno di questi edifici era collegato ad un altro attraverso l'antica strada panoramica Valeria, probabilmente paleoveneta. Altre tracce riportate recentemente alla luce dagli archeologi fanno supporre che dal Castelletto si diramassero dei collegamenti sotterranei per consentire la fuga e la comunicazione verso e con le altre due fortificazioni. Il Castelletto fungeva da posto di controllo e come rifugio dalle incursioni degli Ungari e dei Turchi. In particolare a seguito dei danni causati dagli Ungari fu ricostruito nel X sec. d.C.
Da allora al 1970 non si hanno notizie del castello. L'artista che verso la fine del XX secolo volle recuperarlo lo trovò in stato di totale abbandono, parzialmente crollato e coperto di terra ed arbusti fino all'altezza dell'odierna terrazza. Questo pittore è stato l'artefice del recupero della struttura attraverso un progetto di completo recupero. Negli ultimi anni la proprietà è passata di mano e nuovamente restaurata. Ne è visibile oggi un edificio che accosta materiali antichi e moderni. Oggi è luogo privilegiato per eventi di vario tipo: cene e presentazioni aziendali, matrimoni, battesimi, compleanni, ricevimenti e banchetti. Inoltre dispone di camere dove è possibile alloggiare. Per approfondire si può visitare il seguente link : http://www.castellettoeventi.it

mercoledì 4 maggio 2011

Il castello di mercoledì 4 maggio



GALTELLI' (NU) - Castello di Pontes

E' collocato all'estremità di un inespugnabile e panoramicissimo sperone calcareo di 175 metri, sulle falde settentrionali del Monte Tuttavista, a 2 chilometri a est del paese. Si hanno poche date relative alla sua storia: il 1070, in cui vengono citati i resti di una fortificazione di età romana inglobati nelle sue fondamenta, e il 1333, anno della sua caduta nelle mani dei catalano-aragonesi. Fu costruito da maestranze pisane forse nel XI secolo quando Galtellì ricopriva il ruolo di sede di Curatoria Giudicale per il Giudicato di Gallura e sede Vescovile. E' evidente allora che la città si trovasse al centro dei conflitti contro gli aragonesi, una volte delle forze pisane poi di quelle del Giudicato. La particolare collocazione geografica faceva assurgere Galtellì a centro chiave per il controllo della Sardegna centro orientale, in virtù del passaggio consentito dalla piana del Cedrino verso le zone più interne e verso. Non a caso in tale posizione venne eretto il castello di Pontes. Per la sua importanza strategica fu più volte ricostruito, per poi passare ai baroni Guiso nel 1449. La struttura fu abitata fino al XV secolo. Con l'abbandono iniziò il suo disfacimento; ancora nell'Ottocento erano visibili due torri, adesso alcune strutture basali consentono comunque una completa ricostruzione planimetrica dalla quale emerge un'opera militare di tutto rispetto. Tra le poche tracce materiali odierne del castello, rinvenute a seguito di una campagna di scavo iniziata nel 2006, troviamo: alcune parti di paramento murario diruto, che sembrerebbero indicare la presenza di una cinta antemurale più in basso e di una cerchia muraria ad un livello più alto, in corrispondenza del castello vero e proprio, oltre che resti di una torre angolare ed alcune cisterne interrate. Il rudere, oggetto di visite guidate anche notturne, conserva ancora intatto il fascino del luogo che custodisce un’intrigante storia del Medioevo.

martedì 3 maggio 2011

Il castello di martedì 3 maggio



TREZZO SULL'ADDA (MI) - Castello Visconti

Vera e propria fortezza inespugnabile, è situata su un promontorio in un'ansa del fiume Adda e da questa protetta sui due lati, mentre sul terzo lato era difesa via terra da imponenti mura e da una torre a pianta quadrata alta più di 40 metri. Il castello era costruito a difesa di un ponte e per la sua posizione strategica fu dapprima conteso fra Federico Barbarossa e la città di Milano e in seguito fra i Visconti e i Torriani. Venne più volte distrutto o incendiato ma sempre ricostruito. I resti attuali sono quelli della costruzione del 1370 di Bernabò Visconti di cui fu residenza e prigione fino alla morte ad opera del nipote Gian Galeazzo Visconti. Secondo la tradizione in quel punto sorgeva una rocca appartenuta alla regina Teodolinda e durante la sua discesa in Italia nel 1158 lo stesso imperatore Barbarossa ne sfruttò le qualità militari, costruendo qui la sua sede imperiale. Il castello disponeva di un vero e proprio capolavoro ingegneristico costituito da un ponte a campata unica di 72 metri, alto 25 metri sul pelo dell'acqua, fortificato e costruito su tre livelli per consentire il passaggio separato di carri e pedoni. Esso collegava le due sponde dell’Adda e per quei tempi era un'opera certamente grandiosa anche a livello mondiale. Oggi purtroppo sono visibili solo la spalla e l’attacco: il ponte infatti fu inutilmente distrutto dopo soli trent’anni dal Carmagnola durante un assedio nel 1416. Sono invece rimasti i sotterranei, la torre e il quattrocentesco pozzo del Vercellino. La storia del castello è strettamente legata alle vicende del suo costruttore, Barnabò Visconti. Signore crudelissimo, utilizzava la sua fortezza per i suoi maggiori piaceri: feste lussuriose che non raramente terminavano con la morte cruenta delle sue numerose amanti, e battute di caccia al cinghiale che coinvolgevano i suoi cinquemila cani (dalla sorte dei quali dipendeva la vita dei contadini di Trezzo). Fu proprio in questo castello che egli trovò la morte: imprigionato nelle sue stesse segrete, fu ucciso dal nipote e rivale Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano. Negli anni successivi il castello conservò il suo ruolo strategico, posto al confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Durante la dominazione spagnola furono adeguate le mura al progresso militare del tempo, così da rendere la fortezza impenetrabile anche di fronte ad un cannoneggiamento. Anche Napoleone Bonaparte ne riconobbe l’importanza militare, quando durante la sua campagna in Italia ordinò “di dar mano senza ritardo alla fortificazione di Trezzo sull’Adda”. Nella prima metà dell’Ottocento il castello divenne proprietà privata e svuotato del suo ruolo strategico subì una sistematica distruzione: i blocchi squadrati di ceppo furono smantellati e venduti per la costruzione dell’Arena di Milano, mentre alcuni frammenti decorativi furono impiegati negli edifici annessi alla Villa Reale di Monza. Nel 1891 il castello fu acquistato dall’industriale tessile Cristoforo Benigno Crespi: l’antica fortezza ormai in rovina divenne così parte integrante dell’imponente centrale idroelettrica Taccani. Il castello ebbe un ruolo non secondario anche durante la Seconda Guerra Mondiale: qui infatti si rifugiarono i trezzesi durante i bombardamenti, e proprio tra queste mura si svolsero drammatiche battaglie tra partigiani e truppe naziste. Non mancano anche per questo maniero storie di fantasmi. Alcuni militari tedeschi che durante l’ultima guerra si accamparono proprio sotto la torre, si risvegliarono al mattino all’interno delle mura, raccontando tutti il medesimo strano sogno: un cavaliere in armatura medievale li aveva invitati ad entrare per partecipare ad un sontuoso banchetto. Alcuni riferirono invece di aver visto tra le mura lo spettro di una fanciulla: sembra che una delle molte figlie di Barnabò, a causa del suo amore proibito per lo stalliere, fu gettata dal padre nel pozzo alla cui base erano state poste affilatissime lame. Oggi il castello è oggetto di visite guidate durante le quali si può anche accedere ad un museo archeologico (che conserva l’importante Tomba del Gigante, di età longobarda). Nei mesi estivi inoltre è possibile passeggiare tra i ruderi in una suggestiva visita notturna. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.croponline.org/trezzodadda.htm

lunedì 2 maggio 2011

Il castello di lunedì 2 maggio



AIROLA (BN) – Castello longobardo-Caracciolo

E’ collocato sulla collina di Monteoliveto a quasi 500 metri sul livello del mare, in una posizione incantevole. La sua topografia si distacca nettamente dalla valle sottostante e si configura come un'isola fortificata, un presidio inaccessibile, il luogo piú idoneo, per garantire la sicurezza contro gli attacchi nemici. Nonostante il tempo abbia distrutto molti elementi del castello, le strutture superstiti rimangono suggestive e rendono perfettamente l’idea della grandiosità del complesso medievale. La superficie fortificata, che occupa circa 12.000 mq, è composta dai resti del Castello e da due cinte murarie che, seguendo un'andamento concentrico intervallato da piccole torrette (alcune sono visibili sul lato Sud), racchiudono la parte alta della collina. Uno degli elementi architettonici più significativi del maniero è l'ingresso posto nel lato nord-est che conserva quasi intatte le caratteristiche originarie. Esso è caratterizzato da un portale in pietra bianca, ad arco ribassato, sul quale ancora si conserva lo stemma gentilizio Carafa-Della Leonessa e la configurazione architettonica del sistema di chiusura del ponte levatoio. L'ambiente superiore era caratterizzato da finestre e da feritoie tonde e a croce. Altro elemento caratteristico è la Cappella Palatina posta a destra del cortile. Si ipotizza l’esistenza del castello già nel X secolo ma è certamente il monumento più antico di Airola, costruito in epoca longobarda. Ospitò il conte Rainulfo, acerrimo nemico del Gran Conte delle Due Sicilie, Ruggiero I. Tra il XII e il XIII secolo venne ingrandito da Federico II. Nel 1276 il Feudo fu donato da Carlo I ai fratelli Ugone e Gugliemo Di Cortillon, nel 1277 nel Castello di Airola fu ospitato per tre giorni il Re di Napoli Carlo I D'Angiò. Venne ereditato dal conte Della Leonessa e nel 1437, durante la guerra tra Alfonso D'Aragona e Renato D'Angiò , Airola fu presa e saccheggiata dagli Aragonesi. Successivamente il feudo, comprensivo dei casali, fu venduto a Carlo Carafa che ne ottenne il titolo di conte nel 1490. Nel 1575 Airola fu venduta dai D'Avalos a Ferrante Caracciolo. Egli soggiornò nella fortezza fino ai primi del 1600, quando, fattosi costruire un nuovo edificio nella piana sottostante (Palazzo Ducale) abbandonò il Castello. La famiglia dei Caracciolo, rinnovò la vecchia fortificazione (che rese da castello a dimora signorile) e mantenne il feudo in suo possesso per oltre un secolo, cioè fino all'ultima erede Antonia, che morta nel 1732, lasciò tutti i beni, castello compreso, al nipote Bartolomeo Di Capua, principe della Riccia. Da quest'ultimo, morto senza discendenti, Airola passò al Regio Demanio e non fu più infeudata. Oggi la fortificazione è in mani private ed è chiusa al pubblico; versa da anni in stato di abbandono e di rovina senza che nessuno riesca a riportarlo agli antichi fasti: un vero peccato se si pensa che il Castello potrebbe essere una buona occasione per dare una spinta allo sviluppo e alla valorizzazione della città.

La seconda foto è presa da http://www.icastelli.it/uploaded/castelli/1298986004.jpg