lunedì 20 agosto 2018

Il castello di martedì 21 agosto



ALBIZZATE (VA) – Castello Visconti

Benché le prime notizie storiche scritte su Albizzate risalgano al XIII secolo (l'esistenza di una chiesa parrocchiale è citata nell'elenco del "liber notitiae sanctorum Mediolani"), il ritrovamento nel territorio di un ara votiva romana fa risalire a quell'epoca i primi insediamenti e forse l'origine del nome che potrebbe derivare da latino Villa Albuciatis. Probabilmente entrata a far parte del territorio del contado del Seprio, viene più tardi citata come in un documento datato 997 d.C. in cui Ottone III la concede al Conte di Angera divenendo poi uno dei primi possedimenti viscontei del sepriese (1142) e rimanendo possesso dei Visconti di Albizzate fino al XVII secolo. A testimonianza di questa signoria rimangono lo splendido Oratorio Visconteo, affrescato con scene della vita di San Ludovico di Tolosa e di San Giovanni Battista alla fine del XIV secolo, e il Castello, affacciato sul ciglione prospiciente la vallata dell'Arno in posizione strategica a controllo della vallata e in collegamento con le altre opere difensive viscontee della zona. Agli inizi del Seicento esso fu trasformato in residenza di villeggiatura per poi divenire, a metà del XIX secolo, centro di attività produttive legate all'allevamento del baco da seta e all'attività di una filanda. Rimase contemporaneamente centro produttivo e residenziale fino agli anni '40 del Novecento. La sua importanza all'interno del suo paese è confermata dall'espandersi del centro storico albizzatese con andamento radiale, mantenendo sempre al centro il castello, che venne continuamente ampliato e adeguato negli anni alle nuove esigenze. Le vicende relative al Castello di Albizzate, le sue modifiche e trasformazioni sono direttamente legate alla presenza della famiglia Visconti. Eletto feudo nel 1142, Albizzate restò loro possedimento sino alla fine del XVIII secolo, con l’estinzione del ramo nobiliare e la confluenza della discendenza rispettivamente nelle famiglie Archinto e Taverna. La scarsità delle fonti documentarie e la complicatezza delle sovrapposizioni di elementi architettonici cronologicamente disomogenei non consentono di datare o di formulare alcuna ipotesi per collocare con precisione il periodo di costruzione del manufatto. Le prime notizie certe sulla sua presenza risalgono al XVII secolo. Alla morte di Cesare Visconti (1633), in data 6 luglio è redatto un elenco completo dei beni immobili in suo possesso; in esso, fra “li beni immobili ... in Albizate”, compare il castello, descritto come “una casa da nobili d.a (detta) il Castello con suoi appartamenti giardini corte et torchio con un roncho avidato”. La descrizione è senza dubbio parca di informazioni tuttavia, da quanto riporta di seguito, si rileva la centralità della fabbrica rispetto all’antico borgo; infatti nel documento si legge che il castello è “circondato da case coherenti da tre parte strada e dalla altra strada da li beni del Sig. Cesare Visconti”. Risale al 1665 il primo intervento edilizio sull’edificio del quale siano giunte notizie. Una targa tuttora affissa al portico del castello precisa che ne furono artefici la marchesa Anna Stampa Visconti (discendente diretta di Cesare) e il marito, il marchese Geronimo Stampa. Le informazioni sono di nuovo poche ma precise: infatti il documento riporta che lo stato di conservazione era “fatiscens” e che i lavori erano finalizzati “ad avorum memoriam ed rusticationis commoda”, trattandosi di una casa di villeggiatura. Gli eventi che da allora interessarono il ramo albizzatese dei Visconti ebbero conseguenze anche sulle sorti del castello. Nel 1666 morì Geronimo Stampa; nonostante il suo testamento (rogato l’11 ottobre 1666 da Francesco Maria Purino) sia andato perduto, è certo che i suoi beni (castello incluso) furono ereditati dall’unica figlia Camilla Stampa, sposa del Conte Senatore Filippo Archinto. Successivamente, tramite testamento rogato in punto di morte da Giovanni Francesco Stellari il 21 gennaio 1715, Camilla nominò suoi eredi i figli Carlo e Gerolamo, monsignore Nunzio Apostolico. Non è certo a chi dei due passò l’edificio ma è sicuro che ne divenne erede Carlo Archinto, figlio di Filippo. Nel Catasto Teresiano, pubblicato nel 1722, il Castello è riportato a suo nome, con il numero di mappa 460, come “casa parte di proprio uso e parte da massaro. Quantità p. 5,17”. La mappa teresiana è il primo documento grafico dell’edificio; il perimetro è incerto, ma la collocazione è precisa e inconfondibile: dominante sulla valle del Torrente Arno, centripeta rispetto al borgo. I documenti d’archivio disponibili consentono di ricostruire, sino a circa metà del XIX secolo, i soli passaggi di proprietà avvenuti per via ereditaria all’interno della famiglia Archinto. Nuovi interventi sull’edificio risalgono agli anni tra il 1847 e il 1857; l’Annotatorio dell’estimatore riporta che in quel periodo vennero aggiunti 14 luoghi dei quali 4 furono ricavati da vani esistenti. Fra i documenti redatti per la formazione del nuovo Catasto si ricavano altre utili notizie dalle “Tavole per la descrizione e stima dei fabbricati”. L’edificio è riportato con il numero di mappa 62: di condizione mediocre, 42,1/4 luoghi di abitazione per un totale di 49 ambienti; la proprietà non è più la famiglia Archinto, ma il Consorzio dei Creditori del Conte Luigi Archinto. Molto importante è il cambio di destinazione a “fabbrica per azienda rurale”. Nel 1873, mantenendo la funzione rurale, subentrò nella proprietà, per acquisto di tutta la partita degli Archinto, Francesco Bruni, ingegnere attivo nel campo della produzione setiera. Una seconda targa affissa nel portico del Castello indica che questo passaggio di proprietà comportò modifiche all’edificio ed in particolare che “Bruni Franciscus aquirens / iterum concinnavit anno MDCCCLXXIII”. Nel 1880 la particella n. 62 venne frazionata nei numero 62 (casa rurale) e 989 (il castello), casa di abitazione, pertiche 2,00, due piani, 10 vani. La registrazione sulla mappa catastale, nel 1880, riporta la forma dell’edificio, invariata rispetto a come compariva nel Cessato Catasto Lombardo nel 1873. Una modifica sostanziale fu compiuta fra il 1880 e il 1890, riportata nella revisione generale del 1890; si tratta di un ampliamento mediante aggiunta di un volume verso il giardino. Contestualmente i registri catastali annotano un importante cambiamento di composizione (2 piani, 32 vani) e di destinazione d’uso, mediante l’introduzione della dizione “casa con filanda”. Nel 1915 al cambio di proprietà avvenuto tra gli eredi componenti della famiglia Bruni corrispose una divisione anche delle funzioni con l’introduzione di una nuova destinazione; l’edificio, passato nel 1904 al Catasto Urbano, venne frazionato in due proprietà, la n. 25 “casa e filanda” e la n. 1113 “casa e bottega”. Le notizie riguardanti interventi successivi che comportino modifiche alla fabbrica sono relative al secondo dopoguerra. E’ sicuramente importante la realizzazione di un “Progetto per l’attuazione di n. 6 appartamenti in un edificio esistente in Albizzate e di proprietà della Sig.ra Maria Bruni Fagnani”. La modifica, localizzata sopra la filanda, comportò notevoli trasformazioni con la demolizione di una volta al primo piano per realizzare una scala di accesso e con la divisione di un salone, al primo piano, in alloggi. Nel 1965 nel piano ammezzato del lato sud fu ricavato un alloggio mediante “trasformazione di una bigattiera in locali di abitazione”. Altro link suggerito: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00475/

Fonti: http://www.comune.albizzate.va.it/c012002/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20002

Foto: entrambe di Maria Marinella su http://www.ilvaresotto.it/Castelli/Albizzate_Castello.htm

domenica 19 agosto 2018

Il castello di lunedì 20 agosto



RAFFADALI (AG) – Palazzo del Principe

Il toponimo Raffadali è stato ipotizzato originario dall'arabo رحال افدال (Rahl-Afdal), che significa "villaggio eccellente". Sul finire dell'XI secolo con il castello di Monte Guastanella, il feudo fu concesso alla famiglia Montaperto. Nel 1177 compare per la prima volta nei registri della diocesi di Agrigento una comunità denominata "Cattà" e nel Trecento il villaggio aveva una parrocchia dedicata a San Leonardo, oggi scomparsa. Compare anche la denominazione di "Raafala" nei registri delle rendite ecclesiastiche della diocesi. Passata nel secolo XIII con gli Angioini alla famiglia Nigrell e poi a Bonmartino di Agrigento, tornò da questo per permuta nel 1289 ai Montaperto che la tennero con alterne vicende fino alla fine del secolo XIV; appartenne nel XIV secolo anche a Scaloro degli Uberti per eredità Montaperto. L'odierna cittadina venne fondata sulle rovine dell'antico casale nel 1481. Nel 1507 Pietro Montaperto ottenne dal re Ferdinando lo "ius populandi" per la espansione dell'agglomerato urbano, e iniziò i lavori di consolidamento del castello e di costruzione della chiesa madre. Nel 1649 Giuseppe Nicolò Montaperto, intervenne per reprimere una rivolta degli agrigentini contro il vescovo Trajna, accusato di costringere la popolazione alla fame. Per premiare il coraggio e la fedeltà dei Montaperto, Filippo IV di Spagna insignì la famiglia feudataria di Raffadali del titolo principesco. L'ultimo signore di Raffadali fu Salvatore Montaperto Valguarnera. Agli inizi dell'Ottocento Raffadali si trasformò da borgo del feudo a borgo rurale di piccoli e medi proprietari, rimanendo ai vecchi feudatari il diritto enfiteutico sulle frazioni del fondo. Il Palazzo del Principe, in passato residenza dei principi di Montaperto, originariamente era una fortezza e ciò si può desumere dalla torre di base, nel lato Sud-Ovest, che si presenta ancora oggi nella sua interezza. Successivamente venne trasformato, durante il Rinascimento, in residenza signorile. Nel corso dei secoli subì la distruzione di una delle torri e delle merlature. Nei suoi sotterranei si trovano antiche macchine di tortura utilizzate dai principi di Montaperto e un tunnel collegava la residenza alla chiesa madre. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=GTOOloO3p24 (video di PiccolaGrandeItalia.tv, dal minuto 9)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Raffadali, http://www.comune.raffadali.ag.it/public/pagine.asp?id=11

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.ialmo.it/identita/raffadali/

sabato 18 agosto 2018

Il castello di domenica 19 agosto




ASOLO (TV) – Castello della Regina Cornaro

E’ una fortezza situata nel centro dell'omonimo borgo, nella parte più elevata della zona abitata. Noto anche con il nome di Palazzo Pretorio, fino alla costruzione delle mura medioevali che lo congiungevano alla Rocca (già trattata qui nel blog https://castelliere.blogspot.com/2013/07/il-castello-di-lunedi-8-luglio.html), ebbe vita autonoma e, in parte, contrapposta rispetto a questa. La prima menzione del castrum di Asolo si trova in un atto dell'imperatore Ottone I del 969, ma la denominazione stessa del fortilizio indica che probabilmente esso risale all'epoca romana (poco distante passava tra l'altro la via Aurelia che collegava Patavium alla via Claudia Augusta Altinate). Certamente il castello, situato in una posizione strategica nell'alta pianura veneta, all'imbocco delle valli del Piave e del Brenta, ebbe vicende notevoli durante le dominazioni barbariche, con alterne distruzioni e ricostruzioni: già i Longobardi provvidero ad accerchiare il castello ed il paese con fossati, palizzate e muri a secco. Nel XIII secolo l'edificio fu dimora di Ezzelino III da Romano; alla caduta di costui passò ai Carraresi, signori di Padova, e dal 1261 alla città Comunale di Treviso. La dominazione Veneziana, dal 1393 fino alla caduta della Serenissima del 1797, fu il periodo di massimo splendore del castello e del borgo stesso: i veneziani ne fecero infatti un importante baluardo, migliorando la struttura difensiva della rocca, potenziando le mura di cinta dell'intero complesso e ristrutturando il castello. Dal 1489, il fortilizio fu affidato a Caterina Cornaro, già regina di Cipro, che assieme alla signoria del borgo ricevette dal doge Agostino Barbarigo, quale "indennizzo" per aver abdicato a favore della Repubblica di San Marco, diverse residenze (famoso è il complesso di Altivole, di cui oggi rimane solo una barchessa, meglio nota come Barco della Regina Cornaro). Il castello divenne dunque sede ufficiale della corte ed ospitò gli illustri ospiti della regina (tra gli altri l'umanista Pietro Bembo che qui ambientò Gli Asolani). Alla morte della Cornaro l'edificio divenne sede pretoria veneziana. Nel corso dei secoli il castello perdette di importanza fino a diventare deposito: la torre fu perfino utilizzata quale corpo per un mulino a vento. Nel 1797 vi si stanziarono i francesi e l’anno successivo la grande “Aula Pretoria”, dove i podestà veneziani amministravano la giustizia, venne trasformata in teatro. Un'intera ala dell’edificio, quella occidentale, venne demolita nel 1820. L'elegante struttura architettonica del teatro, smontato nel 1930 per far spazio ad una nuova sala cinematografica, fu venduta al collezionista veneziano Adolph Loewi ed è oggi stata rimontata a Sarasota, Florida. Attualmente all'interno del castello si trovano un nuovo teatro intitolato a Eleonora Duse ed un ristorante/bar. La struttura del castello è di epoca medioevale. Le mura cittadine vere e proprie, più tarde, congiungevano il castello alla rocca. Del complesso originario rimangono parte della cinta muraria, le mura esterne dell'attuale teatro, la Torre dell'Orologio (o civica) e la Torre mozza detta Reata (con funzione di carcere). Delle quattro torri che lo caratterizzavano ne rimane anche una terza, torre del Carro ora compresa nell’abitazione attigua denominata La Torricella. Permane oggi ben visibile da ogni parte della città la maestosa torre dell’orologio, riaperta al pubblico alla fine del 2017. Altri link per approfondire: https://www.informagiovani-italia.com/castello_di_asolo.htm, http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2016/12/29/news/il-castello-della-regina-restaurato-1.14636462, https://www.youtube.com/watch?v=xOJNk_iVxbQ (video del Comune di Asolo), https://www.youtube.com/watch?v=npWZD6M8xPI (video di Borghi d’Italia).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Asolo, https://www.magicoveneto.it/Trevisan/Asolo/Castello-Regina-Cornaro-Asolo.htm, http://www.asolo.it/cosa-vedere-asolo/il-castello-della-regina-cornaro/, http://www.trevisotoday.it/cronaca/asolo-torre-civica-apertura-7-dicembre-2017.html

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/veneto/treviso/asolo/castello-della-regina-cornaro-o-palazzo-pretorio, la seconda è di Stefan Lew su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Asolo#/media/File:Castello_della_Regina_Cornaro_Asolo.jpg. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione.

venerdì 17 agosto 2018

Il castello di venerdì 18 agosto



MONTECAROTTO (AN) – Mura e Torrione dell’Orologio

Il significato del nome Montecarotto ha dato vita a numerose ipotesi pittoresche, come quella per cui il toponimo originario sarebbe stato "Mons Iscariotae", cioè paese di Giuda Iscariota. Ironicamente si dice che in paese si conserva l'albero al quale il discepolo traditore si impiccò. In realtà il nome deriva dal latino "Mons Arcis Ruptae", cioè "Monte della rocca rotta", in riferimento ad una fortificazione posta a difesa di una località strategicamente importante, della cui esistenza attestano tuttora i resti su cui è costruita la chiesa collegiata, distrutta da un evento di guerra o da un terremoto. Non si hanno però notizie sull'epoca e a chi detta rocca debba attribuirsi, pertanto è impossibile avanzare ipotesi sull'esistenza di questo centro nel Basso Medioevo. Notizie più precise di Montecarotto si hanno, dopo il Mille, quando emerge la realtà delle sette Pievi esistenti nel territorio diocesano di Jesi, con i suoi castelli, le sue "ville" e le numerose chiese. La Pieve era un territorio su cui esercitava la giurisdizione ecclesiastica la chiesa più importante del territorio stesso, dotata di fonte battesimale, detta appunto "pieve", dalla quale dipendevano le altre chiese parrocchiali sparse nell'ambito della circoscrizione, che provvedevano alla cura spirituale delle popolazioni ivi residenti. La Pieve di Montecarotto, se non la più importante della Diocesi di Jesi, era certamente la più vasta, estendendosi per quasi 60 kmq, comprendente gli attuali territori comunali di Montecarotto, Poggio San Marcello, Castelplanio e Rosora. Il castello di Montecarotto dominava la sommità della collina, al cui centro era la rocca, mentre la chiesa plebana era ancora posta fuori della cerchia muraria castellana. Montecarotto entra a far parte della storia documentata a cominciare dai primi decenni del XIII secolo. Nel 1248 il cardinale Raniero, vicario del Papa, cedette il castello Turris Ruptae, arcaico tiponimo che si presume identifichi Montecarotto, appartenente in origine al comune di Senigallia, al comune di Jesi. Nell'ambito dell'antica Pieve si formarono i quattro Castelli di Montecarotto, Castelplanio, Poggio San Marcello e Rosora, con propri organi amministrativi e circoscrizione ecclesiastica autonoma. Il XIV secolo e la prima metà del XV furono segnati dalle drammatiche vicende delle Signorie e da tragiche calamità naturali; al termine di quel periodo però Montecarotto emerge come parrocchia e castello facente parte del Contado di Jesi, centro sempre più importante per numero di abitanti e per le sue istituzioni amministrative, religiose, culturali ed artistiche. In quello stesso periodo la nuova chiesa parrocchiale venne costruita entro le mura castellane e il suo campanile eretto sulle fondazioni della antica rocca distrutta. Li realizzò entrambi la comunità montecarottese, che pertanto rivendicò sempre il giuspatronato su detta chiesa. La cinta muraria venne edificata nel 1509; molte opere d'arte arricchirono le chiese del paese, tra cui notevoli quelle del Ramazzani ed Antonuccio da Jesi. Nel XVII secolo sorse il convento di San Francesco e il monastero femminile delle Carmelitane accanto alla chiesa della Madonna delle Grazie, ricostruita all'inizio del XVIII secolo. Molte altre chiese vennero costruite nel paese e nelle campagne attigue. Si svilupparono anche i due borghi fuori della cinta muraria. Al posto degli antichi patroni del paese San Filippo e San Giacomo, nel XVII secolo prese sopravvento il culto di San Placido; anche San Floriano riceveva nel luogo vasto culto, come attestano le ripetute immagini del Santo patrono dello "Stato di Jesi". Nel giorno della festa del Santo, il 4 maggio, anche Montecarotto inviava a Jesi il suo rappresentante per presentare il Palio del paese; mentre per Jesi questo indicava soggezione del Castello alla città egemone, per il paese significava solo un atto di culto al Santo e di fraternità con la comunità cittadina. Sul finire del XVII secolo lo "Stato" di Jesi assumeva una nuova forma istituzionale con il "Governo libero" retto da un Governatore dipendente direttamente da Roma, che condizionava sempre maggiormente le autonomie dei singoli Castelli e Montecarotto divenne uno dei castelli leader nella lotta contro la prepotenza cittadina. Il XVIII secolo, in conseguenza della intelligente politica granaria stabilita dai Pontefici, nuova ricchezza venne affluendo in tutta la Vallesina, e anche a Montecarotto. Ne sono testimonianza le grandi realizzazioni edilizie di quel secolo: la Chiesa Collegiata, la canonica, le chiese della Madonna delle Grazie e della Madonna del Popolo, ed altre ancora, come pure notevoli palazzi gentilizi. Il Comune contava 2537 abitanti. L'irruzione francese significò il globale rivolgimento del secolare assetto politico della Vallesina: Montecarotto venne elevato alla condizione di Cantone del dipartimento del Metauro, unico tra i Castelli della Vallesina. Nel 1808, con la costituzione del Regno d'Italia napoleonico, cessava definitivamente l'antico rapporto tra Jesi e i Castelli del Contado che acquistavano autonomia amministrativa, confermata anche nel momento del ritorno del Governo Pontificio. L'annessione delle Marche al Regno d'Italia nel 1860 significò ancora ulteriore riconoscimento dell'importanza di Montecarotto, che sul finire del secolo XIX superava i 3000 abitanti (di cui due terzi in campagna ove era dominante la mezzadria) divenendo capoluogo di Mandamento, nella cui giurisdizione erano i comuni di Serra dei Conti, Poggio San Marcello, Castelplanio, Mergo e Rosora. La cinta muraria, come detto, risale al 1509 su disegno dell'architetto Albertino Di Giacomo da Cremona che intese ampliare il vecchio impianto medievale. E' da considerarsi una delle più importanti fortificazioni della Vallesina. Le mura corrono per 625,50 m secondo una pianta a quadrilatero trapezoidale allungato nella direzione Est-Ovest, delimitando la parte più alta del colle dedicata alla chiesa Parrocchiale della S.S. Annunziata. Esse hanno subito negli anni numerosi interventi, il più marcato dei quali è stato l'allargamento dell'ingresso principale per agevolare il passaggio dei carri nei giorni del mercato, senza danneggiare dignità monumentale e valenza decorativa dell'intorno. Di questa parte, venne demolita la porzione che univa ortogonalmente il torrione dell'orologio (all'epoca meno ornato) al lato che volge a Mezzogiorno. Da questo tratto si accedeva al paese attraverso la porta d'ingresso (le altre due aperture, una a Nord e l'altra ad Ovest, sono frutto di interventi successivi) con la torre civica (su cui erano originariamente collocati l'orologio e le campane) e l'antico palazzo priorale. Della cinta muraria è ancora visibile la scarpata, mentre le cortine sono state coperte dalle abitazioni. Restano ancora visibili cinque torrioni, tra i quali spiccano per stato conservativo quelli del lato orientale: uno cilindrico, con base appena scarpata, doppio ordine di beccatelli e sporto merlato alla ghibellina e l'altro pentagonale, con scarpa evidente e sporto non merlato su robusti beccatelli. Non meno imponente è il torrione cilindrico dell'angolo nord-ovest con alta scarpa, doppio cordone e tracce di beccatelli. Ben conservata è la porta del lato Ovest; abbattuta invece quella del lato orientale che fiancheggiava a breve distanza verso Sud il torrione dell'orologio, visibile nel quadro del 1865 conservato in municipio del pittore cuprense Antonio Bonci. Il torrione dell'orologio resta il monumento più in vista del paese e, anche, sua immagine più ricorrente. Posta nel lato orientale della cinta muraria, la torre venne integralmente rivestita nel 1903, quando si decise di unire la piazza esterna (oggi Piazza della Vittoria) all'area interna (l'odierna Piazza del Teatro). Attraverso una porta posta sul camminamento di ronda, si può accedere al piano superiore, dove è custodito il quadrante dell'orologio, l'asta di collegamento, il pendolo e i pesi originali per la ricarica manuale delle lancette. Da questo primo locale, una scala in legno conduce al "cuore" dell'orologio, dove sono posti tutti i meccanismi e la ruota dentata. Progettato e costruito nel 1849 da Pietro Mei, come testimonia la scritta sulla matricola «P. Mei 1849 Montecarotto nº 22», l'orologio tuttora funzionante, viene ricaricato manualmente tutti i giorni da un addetto comunale. Continuando nella salita si arriva all'esterno della torre e alle campane, chiamate a ricevere l'urto del battente su comando dell'orologio ogni quindici minuti. Dopo la recente ristrutturazione, dal 2011 è consentito l'accesso ai visitatori, i quali, dall'alto della torrione, possono ammirare un panorama mozzafiato a 360°, che parte dall'Appennino, attraversa i tetti delle case del centro storico montecarottese e raggiunge l'Adriatico e il Conero, abbracciando la valle del Misa e dell'Esino. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=Zvud7nYOzeQ (video di Casse tatélé)

Fonti: http://www.comune.montecarotto.an.it/c042026/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/1, https://it.wikipedia.org/wiki/Montecarotto, http://www.comune.montecarotto.an.it/c042026/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/8, http://www.castellidelverdicchio.it/it/struttura/ric/472/

Foto: la prima, riguardante la cinta muraria, è di FAM1885 su https://it.wikipedia.org/wiki/Montecarotto#/media/File:Torrione_cilindrico_coperto_dell%27angolo_nord-ovest_delle_mura_castellane_di_Montecarotto.jpg; la seconda, relativa al torrione dell’Orologio, è del mio amico e “inviato speciale” Claudio Vagaggini, scattata proprio ieri 17 agosto.

giovedì 16 agosto 2018

Il castello di venerdì 17 agosto



MASSAFRA (TA) – Castello

Il primo riferimento documentario all'insediamento medievale di Massafra è contenuto in una pergamena risalente al 970 e conservata presso l'Archivio dell'Abbazia di Montecassino: si tratta di una controversia giudiziaria per il possesso di un terreno promossa dall'abate Ilario del monastero bizantino di San Pietro Imperiale contro Iocardo, cittadino di Massafra. Dopo la conquista della città da parte dei Normanni, Massafra, assieme a Mottola, Oria e Castellaneta, venne affidata a Riccardo Senescalco, figlio di Drogone, passando sotto la diocesi di Mottola. Questi fortificò il paese costruendo e restaurando il castello e nel 1080 donò la chiesa di Santa Lucia, con l'annesso monastero, e la terza parte della pesca che si faceva annualmente nel fiume Patemisco all'abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni. Nel 1155 Massafra fu conquistata dal generale bizantino Giovanni Ducas, agli ordini dell'Imperatore Manuele I Comneno, durante la campagna d'Italia. La città però, come il resto della Puglia preso dai Bizantini, tornò dopo pochi mesi nelle mani dei Normanni. Nel 1269, sotto gli Angioini, Massafra fu concessa a Oddone di Soliac da Carlo I d'Angiò, rimasto padrone assoluto dell'Italia meridionale, dopo aver sconfitto gli Svevi. Il nuovo feudatario governò in modo violento e brutale e nel 1296, il re Carlo II lo privò del feudo e lo bandì dal regno. Massafra venne unita quindi al Principato di Taranto in possesso del ramo Durazzo degli Angiò e vi rimase fino al 1463. Sotto questa dominazione la città (dal 1419) acquisì lo status di città libera o demaniale e fu prescelta come sede dell'allevamento delle cavalle regie. Nel 1484 Massafra venne occupata dall'esercito aragonese. In quello stesso anno il re Ferdinando I la donò ad Antonio Piscitello, che ne divenne barone. Un decennio dopo (1497) fu saccheggiata dai francesi di Carlo VIII di Francia venuto nel Regno di Napoli per far valere i suoi diritti dinastici, e il feudo passò ad Artusio Pappacoda, di una nobile famiglia napoletana, il cui dominio durò per circa un secolo e mezzo. Ad Artusio successe il figlio Francesco, che restaurò il castello e fece costruire la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Nel 1633 passò alla famiglia Carmignano, anch'essa originaria di Napoli, che l'acquistò per 110.000 ducati. Dopo circa cinquant'anni passò alla famiglia Imperiale, marchesi di Oria e di Francavilla che tennero il feudo dal 1661 al 1778. Un membro di questa famiglia, Michele II, nei primi del XVIII secolo promosse il riordinamento delle campagne, fece piantare uliveti, vigneti, mandorleti e frutteti, la ricostruzione e ammodernamento del Castello e la costruzione del monastero di San Benedetto e della Torre dell'Orologio. Per queste opere architettoniche si avvalse dei migliori artisti ed architetti del Salento fra i quali Mauro Manieri di Lecce e la sua scuola. Dopo la Rivoluzione napoletana del 1799 anche a Massafra terminò il feudalesimo. Il castello di Massafra si trova nel centro storico di Massafra, in località lo Pizzo e si affaccia sulla gravina San Marco. Le sue strutture e i suoi motivi architettonici sono comuni ad altri castelli pugliesi: fossato, rampa, archi ogivali, merlature, beccatelli ornati, stemmi in pietra nei due portali, un oratorio, diversi sotterranei, oscuri passaggi segreti, vecchie scuderie, prigioni, una stanza della tortura ed ampi camini. L’edificio è caratterizzato da quattro torrioni disposti a quadrilatero e legati da cinte murarie. Le torri più antiche sono a pianta circolare mentre il torrione a sud-est è ottagonale. Le prime notizie sicure del castello risalgono al 970. In un diploma del 1081 il castello risulta di proprietà di Riccardo Senescalco. Con il dominio angioino, il castello assunse l'aspetto di un fortezza con bastioni e torri merlati. Subì ulteriori trasformazioni sotto gli Aragonesi e, dopo il 1497, sotto il dominio dei Pappacoda, che furono i principali artefici dei lavori di ampliamento della struttura per ottenere la doppia funzione di dimora signorile e di opera fortificata. Nel XVIII secolo la famiglia degli Imperiali ricostruì la torre ottagonale e la facciata verso la gravina, opera dell'architetto leccese Mauro Manieri. La costruzione di questa torre diede al castello una fattura caratteristica ed estremamente originale. Qualche ipotesi fantasiosa ha azzardato che essa fosse stata voluta da Federico II (l'ottagono era infatti il suo simbolo) e fosse in realtà una fortezza lungo la via che va dalla Terra Santa a Castel del Monte; sempre secondo questa tesi il bastione avrebbe ospitato per breve tempo il Sacro Graal recuperato da Re Federico e destinato ad essere ospitato presso Castel del Monte. Naturalmente questa storia non può che far sorridere, la costruzione della torre ottagonale è certamente successiva al regno di Federico II. Il castello passò successivamente in possesso di diversi proprietari (storicamente si sa che il regio Demanio lo vendette a Michelangelo Zuccaretti e, alla morte di questi, nel 1859 passò per testamento ai Pellegrini di Napoli. Venne, infine, acquistato da privati) e fu infine acquistato dal Comune. L'ingresso principale, su via La Terra, è tramite un ampio portale da cui si accede all'atrio, con al centro un pozzo ed una rampa che portava al ponte levatoio, di cui sono ancora visibili le carrucole. Da una scala d'onore si accede agli ambienti della residenza signorile. Si conservano locali adibiti a diversi usi: scuderia, fienili, armeria, prigioni (corrispondenti alle torri su via La Terra e alla torre ottagonale), magazzini, neviere e pecerie (dove si conservava la pece per le fiaccole). Vi era anche una cappella dedicata a San Lorenzo. Secondo la tradizione popolare esistono passaggi segreti e una galleria che collega il castello al mare. Negli anni recenti sono stati eseguiti diversi restauri alla struttura. Nel 1965 venne riparata la torre a sud-ovest, che era crollata tre anni prima e nel 1985 il parapetto che era franato. Intorno al 2000 è stata consolidata la torre est e risistemato il piazzale antistante il Castello, i cui lavori sono stati co-diretti dell'arch. Francesco Coratella. È stato inoltre costruito un moderno ascensore. Gli ambienti del castello sono utilizzati come sede della "Biblioteca civica" e del "Civico museo storico-archeologico della civiltà dell'olio e del vino". Nel 2007 il castello è stato immortalato, come simbolo della città, in un francobollo dedicato a Massafra, emesso il 13 aprile 2007. Dal 23 marzo 2014, per concessione del Comune di Massafra, alcuni locali del castello ospitano la sede sociale della Delegazione provinciale di Taranto dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon, intitolata e dedicata alla memoria del M.llo C.C. Carlo De Trizio, caduto a Nassiriya il 27 aprile. Se di mistero si vuol parlare, scartando fantasie e leggende, è certo che nel castello vi siano numerose stanze inesplorate, chiuse da detriti e macerie. Si ipotizza, in base a racconti di provata affidabilità, che da esso si dipartano numerosi cunicoli che avrebbero avuto lo scopo di creare vie di fuga in seguito ad assedi. Anche la stanza delle torture è celata da un mistero, si suppone essere collocata nella torre ottagonale, ma la "sala del mutapensiero" (il nome con la quale era conosciuta nell'alto medioevo) di fatto non è mai stata trovata. Di recente, attorno ai primi anni '90, un squadriglia Scout, nell'ambito di alcune sue ricerche archeologiche, si è imbattuta in quello che probabilmente avrebbe potuto essere un cunicolo; la scarsa attrezzatura non ha permesso comunque di procedere più di tanto nelle viscere della terra. Una successiva opera di consolidamento ha bloccato parte degli accessi ed ha dato alla struttura l'assetto definitivo che oggi è possibile ammirare. Nel castello è prevista la sistemazione del Museo del Territorio e gli sforzi dell'Amministrazione sono attualmente rivolti in questa direzione. Altri link da consultare: https://www.youtube.com/watch?v=4_fcOZramkE (video di Vincenzo Gazzillo), https://www.iltarantino.it/turismo/massafra-castello/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Massafra, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Massafra, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/2146/it/Castello-di-Massafra, http://www.comunedimassafra.it/index.php?id=45&oggetto=5

Foto: la prima è presa da https://www.iltarantino.it/turismo/massafra-castello/, la seconda è una cartolina della mia collezione

mercoledì 15 agosto 2018

Il castello di giovedì 16 agosto



PIETRARUBBIA (PU) – Rocca dei Montefeltro

Arroccato su uno scoglio di pietra che domina la valle del torrente Apsa, alle pendici meridionali del Monte Carpegna, il borgo di Pietrarubbia è uno dei più antichi (se non il più antico in assoluto) dell’intero Montefeltro, con le sue origini che possono essere datate attorno all’anno 1000 (numerose fonti citano un documento, datato 962 d.C., con il quale l’Imperatore Ottone avrebbe concesso in feudo a Ulderico di Carpegna il borgo, ma da altre parti esso viene considerato un falso accertato; la tradizione popolare ne anticipa le origini addirittura al V secolo d.C). Quello che è sicuramente certo è che il borgo apparteneva ai Conti di Carpegna già nel 1137, ed era dotato di un’imponente castello che sorgeva su di una roccia di pietra rossa (da cui deriva il nome petra rubea, poi divenuto Pietrarubbia) a picco sulla vallata sottostante, caratterizzato da ottime difese naturali tanto da essere poi denominato “castrum inexpugnabile”. L’edificio era costituito da un castello-torre al quale si affiancava un recinto. L’impianto era caratterizzato dalla sua semplicità ed essenzialità. L’ingresso alla torre non è ormai più rintracciabile ma sembra che vi si accedesse tramite un ballatoio in legno posto a sbalzo sul dirupo. Proprio da un ramo della famiglia dei Conti di Carpegna ebbe origine la famiglia dei Montefeltro, che estese progressivamente la propria influenza su tutto il Ducato di Urbino, con Pietrarubbia che ricoprì il ruolo di importante baluardo difensivo anche a causa della propria strategica posizione su una delle più rilevanti vie di comunicazione dell’epoca. Nei secoli successivi Pietrarubbia fu teatro di sanguinose battaglie, dapprima tra le fazioni guelfe e ghibelline all’interno della casata dei Montefeltro, successivamente tra i Montefeltro ed i Malatesta che si contesero per lungo tempo il dominio sul castello, che passò di mano più volte. Verso la metà del 1400 Federico da Montefeltro riuscì a sconfiggere la casata riminese conquistando definitivamente tutti i castelli, tra cui Pietrarubbia, che entrarono a far parte del Ducato di Urbino. Il Castello di Pietrarubbia fu quindi oggetto di ristrutturazione, venendo inserito in un ampio piano di riorganizzazione di tutte le fortificazioni del Montefeltro, curato dal famoso architetto Francesco di Giorgio Martini. I secoli successivi furono sicuramente più tranquilli rispetto all’epoca di grandi battaglie appena concluse, tuttavia Pietrarubbia, proprio per la particolare conformazione che la trasformava in una fortezza quasi inespugnabile, andò incontro ad una fase di declino e progressivo abbandono, in quanto in periodo di pace la funzione difensiva del castello divenne oramai superflua, e gli abitanti si spostarono gradualmente ma inesorabilmente verso valle, in un luogo più adatto ad una economia commerciale che divenne importante per lo scambio di merci e bestiame (si tratta dell’attuale centro di Mercato Vecchio, oggi sede dell’amministrazione comunale di Pietrarubbia). Secondo lo storico Guerrieri (1604 – 1676) in tempi più antichi il castello era organizzato intorno ad una rocca imprendibile ed era doppiamente recintata, tanto che nel Seicento erano ancora ben visibili i doppi ponti levatoi, i resti dei due portali e dei baluardi. A testimonianza dell’antica rocca, oltre all’antica torre detta Torre del Falco, esistono ancora oggi, murate nelle pareti delle case del borgo, le pietre usate per le bocche da fuoco e provviste di tacca di mira. Al tempo di Guidobaldo da Montefeltro la rocca di Pietrarubbia venne abbandonata, come avvenne per altre fortificazioni dell’entroterra, perché giudicata ormai superflua. Non è comunque da sottovalutare l’intervento del cardinale Egidio Albornoz, che nell’intento di rafforzare i possedimenti della Chiesa, intraprese numerose battaglie per sottomettere i castelli del Montefeltro e, dopo averli distrutti, provvide alla ristrutturazione di quelli da lui giudicati maggiormente inespugnabili. Il territorio di Pietrarubbia ebbe successivamente un destino simile a quello delle località limitrofe, entrando a far parte dello Stato della Chiesa e quindi, con l’unificazione, del Regno d’Italia. Inizialmente al borgo non fu concesso lo status di comune autonomo, ricadendo dapprima nel territorio di Carpegna e successivamente in quello di Macerata Feltria, per conquistare quindi la definitiva indipendenza amministrativa soltanto nel 1947. L’antico borgo si è completamente spopolato attorno al 1960 andando incontro ad una fase di ulteriore declino, interrotta negli ultimi anni del secolo scorso grazie anche all’intervento del celebre scultore Arnaldo Pomodoro che, dopo aver acquisito la proprietà di alcuni dei più importanti edifici del paese, fondò nel 1990 il T.A.M., una scuola dedicata al trattamento dei metalli situata proprio all’interno del nucleo storico di Pietrarubbia. Al giorno d’oggi il borgo si presenta completamente ristrutturato e, pur non essendo abitato stabilmente, è molto frequentato da turisti o semplici curiosi attratti da questo luogo che si presenta come un vero e proprio museo a cielo aperto. Dell’originario castello e delle antiche fortificazioni, che interessavano quasi l’intero crinale, è sopravvissuta soltanto una piccola parte, rappresentata dalla rocca che svetta sul costone roccioso dominando il paesaggio circostante. La costruzione è raggiungibile dal borgo percorrendo un breve sentiero, abbastanza ripido, che risale i prati soprastanti le costruzioni fino a raggiungere la base del bastione. L’accesso all’interno della rocca non è consentito, anche a causa delle condizioni in cui si trova, ma è stato realizzato un camminamento esterno che permette di girarle attorno e di ammirare il superbo panorama che si può godere da questo punto su tutta la zona circostante. Il borgo, situato come già accennato ai piedi dell’antica fortezza, è costituito da una serie di fabbricati, realizzati per lo più con materiali provenienti dal crollo delle preesistenti fortificazioni, divisi da un’unica via principale che lo attraversa longitudinalmente. Altri link suggeriti: http://www.mondimedievali.net/castelli/marche/pesaro-urbino/pietrarubbia.htm, https://www.youtube.com/watch?v=ftEQPlmvE-U (video di marchenet.tv), https://www.youtube.com/watch?v=GR4rcEA9fhg (video di Borghi Viaggio Italiano), https://www.youtube.com/watch?v=HMXqisSQjRw (video di DroneMan), http://www.non-solo-calcio.it/il-fantasma-di-pietrarubbia/, http://coninfacciaunpodisole.it/aree-protette/122-luoghi-sassosimone/346-pietrarubbia-rinascita-borgo

Fonti: http://www.borghipesarourbino.it/castelli-e-rocche/pietrarubbia/, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-pietrarubbia-pu-2/, http://www.visitriminipesarourbino.it/castello-di-pietrarubbia/

Foto: la prima è presa da http://www.visitriminipesarourbino.it/pietrarubbia/, la seconda è presa da http://www.borghipesarourbino.it/castelli-e-rocche/pietrarubbia/

martedì 14 agosto 2018

Il castello di mercoledì 15 agosto



ROCCA SAN CASCIANO (FC) – Castellaccio

Probabilmente di origine romana, l'abitato risulta comunque documentato fin dagli anni 884 e 1031.
L'edificio più antico conosciuto risulta essere una Pieve romanica edificata probabilmente sui resti di un edificio pagano, attorno alla Pieve esistevano solo case sparse. Dal 1000 al 1382 fu sotto il dominio del Vescovo di Forlimpopoli che possedeva diversi poderi nei dintorni della Pieve. Il paese di Rocca San Casciano, fino al XII secolo, viene indicato come "Pieve di San Cassiano in Casatico", dove quest'ultimo termine indicava il fiume oggi denominato Montone. Solo nel 1197 in un documento si registra per la prima volta l'espressione Castrum Roche Sancti Cassiani in Casatico, ovviamente, ciò porta a presupporre l'esistenza di un castello riconducibile a quello attualmente riconosciuto come Castellaccio, edificato intorno all'anno mille (XI sec.) probabilmente per volere dei Conti Calboli di Calbola, che avevano il castello principale a Calboli (fra Rocca San Casciano, Dovadola e Predappio). Nel 1200 sorsero le prime abitazioni organizzate e i borghi. Dal 1278 venne integrata nella "provincia di Romagna vicariato delle fiumane" che comprende le vallate del Montone, Rabbi e Ronco. E' nel 1350 che fu posta sotto il dominio dei conti Guidi di Dovadola, e pochi anni dopo della potente famiglia dei Calboli che nel 1381 fecero atto di sottomissione a Firenze. Nel 1412 si dotò di propri statuti, e nel 1424 venne conquistata dai Visconti che la affidarono nel 1435 agli Ordelaffi. Riconquistata da Firenze nel 1436, a parte la breve dominazione Francese del 1800, nei secoli successivi la cittadina continuò a gravitare sotto Firenze, facendo poi parte di quella provincia anche con l'annessione al Regno d'Italia. Fu aggregata alla provincia di Forlì nel 1923. Dal 1600 ad oggi, il castello avendo perso i requisiti politici e sociali di un tempo, subì un lento ed inesorabile degrado fino ad essere oggetto di continui crolli che lo hanno ridotto drasticamente nelle dimensioni e nello sviluppo murario (in particolare quello dovuto al terremoto del 1661). Attualmente dell'ampia costruzione originaria rimangono solamente la sua robusta torre alta circa 15 metri (maschio del castello), simbolo del paese stesso, ed alcuni tratti della cinta muraria. La torre è stata restaurata parzialemnte nell'anno 2015 con un primo lotto di lavori di importo complessivo di euro 100.000. I vani adiacenti versano in uno stato di degrado, il solaio di copertura e le murature perimetrali risultano essere interessate da crolli parziali e da rilevanti fessurazioni. Il Castellaccio, divenuto pubblico in questi ultimi anni, non è al momento fruibile. Lo sarà al termine del secondo lotto di lavori di restauro. Ancora nei primi anni del dopoguerra i cunicoli sotterranei e le segrete della costruzione, in buona parte crollata a causa degli smottamenti circostanti, erano perfettamente percorribili. Altri link interessanti: http://www.forlitoday.it/cronaca/il-castellaccio-di-rocca-e-pubblico-il-tar-da-ragione-al-comune.html, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=7871&pagina=3, https://www.youtube.com/watch?v=GE3yhRij4bY (video di Gianfranco Pavonio sul paese di Rocca San Casciano con qualche immagine del Castellaccio)

Fonti: https://www.appenninoromagnolo.it/comuni/roccasc_storia.asp, http://artbonus.gov.it/116-9-il-castellaccio.html, http://www.turismoforlivese.it/servizi/menu/dinamica.aspx?ID=4627,

Foto: la prima è del mio amico e “inviato speciale” Claudio Vagaggini, scattata lo scorso 12 agosto, mentre la seconda è presa da http://www.hotel-r.net/it/il-castellaccio

lunedì 13 agosto 2018

Il castello di martedì 14 agosto



MASCALUCIA (CT) – Fortezza del Grifo in contrada Ombra

L’unica fonte che testimonia l’antichità dell’edificio è uno scritto sul monte Etna, “Il Mongibello”, opera di un tale Don Pietro Carrera, il quale, descrivendo dell’eruzione del 1573, narra di una colata lavica che giunse “infino alla Torre di Grifo”. "L'Undici di Maggio 1537 giorno di Venerdì fu fatta in Mongibello un'altra cruenta nel luogo dimandato le Fontanelle sotto il Monte, che dicono la schiena dell'Asino presso il Zaccano del Rizzo; vicino a quella si apersero più buchi; i quali tutti somministravan fuoco. Dall'una parte l'incendio trascorse infino a Santo Antonio, dall'altra infino alla torre di grifo". Il Mongibello (1636 pag. 123). Nessun altro elemento fornisce notizie utili al fine di poter datare con maggiore precisone i ruderi della piccola fortezza, certamente edificata prima della seconda metà del XVI secolo. I ruderi della fortezza del Grifo sorgono presso contrada “Ombra” (lungo la strada Pedara – Massannunziata), su uno fra i tanti affioramenti di roccia lavica presenti nelle plaghe etnee tra Trecastagni, Pedara e Mascalucia. Si tratta di un complesso edilizio composto da una masseria sette/ottocentesca che ingloba antiche strutture ormai in rovina. Limitano la fruizione della fortezza la vegetazione infestante e le numerose proprietà private che circondano per intero il vecchio complesso edilizio. Della struttura turrita oggi rimangono solo alcuni ruderi, la cui tecnica costruttiva si caratterizza per l’utilizzo di pietrame lavico non lavorato, disposto in assise vagamente regolari e legato con malta. La torre possedeva un pian terreno, un primo piano e, forse, un piano terrazzato merlato. Presumibilmente sia il pian terreno, che il secondo piano erano voltati a botte. Il pian terreno poteva svolgere funzioni legate a deposito di derrate alimentari frutto del lavoro agricolo e non lontano una cisterna doveva assicurare agli abitanti un approvvigionamento idrico costante. A causa di successivi stravolgimenti e distruzioni per opera di disastrosi terremoti, non è possibile avere una visione d’insieme più completa dell’intero complesso. In base allo stato attuale degli studi è possibile solo ipotizzare l’assimilazione del complesso di Torre dell’Ombra ad antica fortezza rurale, sorta soprattutto per il controllo della campagna circostante. Non si trascuri, comunque, il possibile contatto visivo tra questa torre e il “Forte del mulino a vento”, sito su di un poggio che domina il vicino paese di Trecastagni. E’ probabile che la Fortezza del Grifo fosse una torre granaio, edificata per stipare temporaneamente i prodotti agricoli e tenere sotto controllo le attività della zona, similmente alle torri dell’Acquafredda presso Mojo Alcantara e di Albospino, non lontano da Raddusa. Altri link suggeriti: https://www.etnanatura.it/sentieri.php?nome=Torre_del_Grifo (diverse foto dei ruderi rimasti), http://www.it9vce.it/images/IT9BUW/IT9BUW_CT044.jpg (foto), https://www.youtube.com/watch?v=4QdDATQbMww (video di ciuridda channel).

Fonti: http://www.medioevosicilia.eu/markIII/fortezza-del-grifo-o-torre-ombra/, testo di Salvo Nicotra su https://www.etnanatura.it/sentieri.php?nome=Torre_del_Grifo, testo di Giuseppe Tropea su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/catania/mascalucia.htm

Foto: la prima è di Salvo Nicotra su https://www.etnanatura.it/sentieri.php?nome=Torre_del_Grifo, la seconda è di Maria Regina Betti su https://mascaluciadoc.org/tag/torre-del-grifo/

domenica 12 agosto 2018

Il castello di lunedì 13 agosto




MODIGLIANA (FC) – Rocca dei Conti Guidi (o “Roccaccia”)

Si pensa che l'antico nome di "Castrum Mutilum" sia dovuto ad un sito romano posto sul monte Sion, dove ora sorge il convento dei frati Capuccini. Ancor oggi, all'interno del complesso, si trova un antico pozzo romano databile, probabilmente, all'epoca dei fatti. Parte da qui un lungo lasso di tempo in cui le fonti storiche non riportano notizie su Modigliana; si può comunque facilmente immaginare come il territorio sia stato coinvolto nelle invasioni ad opera delle popolazioni germaniche dell'Europa Centrale. Occorre arrivare al X secolo d.C. quando Modigliana è parte integrante dell'Esarcato di Ravenna, per ritrovare elementi. Nella rocca viveva in quel tempo la contessa Englarada, di origine franco-germanica, che, andando sposa al conte toscano Tigrino, diede origine alla dinastia dei Guidi. Questa divenne una delle più potenti famiglie della Romagna-Toscana, ed anche Dante, nella Divina Commedia, ne cita un esponente: Guido Guerra, che si era distinto, con i Guelfi, nella battaglia di Benevento. La famiglia vantava inoltre ottimi rapporti con l'imperatore Federico Barbarossa, tanto che il figlio di quest'ultimo, Corrado I, ebbe i natali, nel 1165, proprio nel castello modiglianese. Nel 1225 iniziò però il declino del casato a causa delle dispute interne allo stesso: i quattro nipoti di Guido Guerra si divisero infatti tra Guelfi e Ghibellini, ma fu solo nel 1337 che una sollevazione di popolo, capeggiata da Durante Doni, portò alla cacciata dei Guidi da Modigliana. La cittadina potè allora costituirsi in libero comune e successivamente darsi, in una sorta di protettorato, a Firenze. Se fino a questo punto la vita degli abitanti era stata segnata da innumerevoli campagne militari ciò non potè dirsi del periodo "fiorentino". Per la prima volta, nella ormai sua lunga storia, il comune visse un momento di relativa pace e sviluppo economico, principalmente con la lavorazione della seta, mentre fiorirono diverse associazioni filantropiche e culturali. Nei secoli successivi varie calamità naturali si abbatterono su Modigliana. Nel 1634 un'alluvione fece alzare il livello del fiume Ibola di diversi metri, causando ingenti danni. Al fine di evitare nuove e drammatiche piene, si procedette allora ad una poderosa opera di deviazione del letto del torrente che fu fatto confluire nel Tramazzo più a valle, tramite un enorme squarcio nel monte della Riva (chiamato la "Tagliata"). Originariamente infatti le acque passavano per l'odierna piazza antistante la chiesa di S.Domenico, chiamata tuttora, nel gergo dialettale, "piazza Ibola". Altre disastrose catastrofi furono i terremoti del 1661 e del 1781, i quali danneggiarono gravemente l'abitato. La popolazione riparò le case e la chiesa di S.Domenico anche con materiali prelevati dalla rocca: ciò contribuì poi, nel tempo, al crollo di quest'ultima, rendendola il caratteristico rudere che oggi possiamo vedere. Il nucleo originario della Rocca è da attribuirsi all’epoca in cui i Conti Guidi dominavano Modigliana nei secoli XII e XIII. Probabilmente, sorse su un preesistente edificio di epoca altomedievale, del quale non è possibile immaginare aspetto e consistenza, per l’esiguità degli elementi che ancora rimangono. Intorno al XII secolo insieme al mastio fu costruito il complesso delle mura e delle torri in ciotoli di fiume. Una prima cinta girava intorno alla Rocca seguendo i due versanti del monte. Questa era divisa in due corti interne separate da un muro nel quale si apriva una porta; esse contenevano le cisterne per l'acqua, le case dei soldati e la capella (dedicata a S.Barbara). Da questa prima cinta muraria ne partiva una seconda che circondava l'attuale piazza Pretorio (il cosiddetto "Borgo Vecchio"), ed alla quale fungeva da fossato il torrente Ibòla che (prima di essere deviato dai Modiglianesi a causa delle continue e rovinose piene) scorreva dove oggi sorge piazza Oberdan. Nel 1400 i Fiorentini (per mantenere quanto pattuito con la Comunità che si era data a loro in accomandigia) iniziarono la costruzione dell'ultima cerchia, adottando un tipo di muratura chiamata "a sacco". Queste ultime erano più basse e di maggior spessore di quelle precedenti, per essere più funzionali ed adeguate ai colpi di artiglieria, e chiudevano il cosiddetto "Borgo Nuovo" arrivando fino al torrente Tramazzo, che fungeva da fossato naturale. Delle mura più antiche restano ancora alcune parti: "le portacce" e la "porta del Borgo". La Rocca è un imponente manufatto che si presenta ancora abbastanza conservato sul lato est, ben visibile dalla strada che conduce a Dovadola attraverso il monte Trebbio. Da questo lato si nota una struttura di aspetto più antico (ora inglobata nel complesso della Rocca) a forma di parallelepipedo, la cui muratura di sassi di fiume è probabilmente il nucleo originario della Rocca. Si può interpretare come una torre quadrangolare da cui si dipartiva la cinta muraria (sempre costruita di ciottoli di fiume), più antica e più interna, che arrivava a inglobare, in basso, piazza Pretorio. Il grandioso torrione rotondo, che sovrasta in alto le altre parti di mura, e i torrioni minori sono invece costruiti con un tipo di muratura detta a sacco: tale sistema strutturale è rimasto in vigore fino al secolo XV e inizi del XVI. L’attuale strada di accesso alla Rocca fu costruita nel 1912, in sostituzione di quella antica che correva più a valle circa a metà costa tra la Rocca e il torrente Ibola, ora scomparsa, inghiottita dalle frane e dall’erosione del fiume. Dal lato ovest la Rocca si presenta come un enorme e suggestivo “spaccato”: mostra l’interno del colossale torrione, che risulta formato da quattro vani a cupola sovrapposti (il più basso non è visibile perché ancora intatto e sotterraneo). Dalla particolare tecnica muraria in uso nei secc. XV-XVI, si può desumere l’epoca di costruzione. Lo stato attuale di rovina è dovuto al crollo avvenuto nel 1918, che ha determinato il crollo parziale del torrione centrale che risulta sezionato verticalmente. Quale grande stagione abbia vissuto la Rocca di Modigliana durante il Medioevo è facilmente deducibile dalle vicende illustri in cui furono coinvolti i Conti Guidi. Con loro il maniero fu notevolmente ampliato e fortificato, divenendo il più importante della potente casata. Fu inoltre dotato di numerosi sotterranei, trabocchetti, pozzi e passaggi segreti. Certamente la vita della massa dei servi era più misera ed oscura, costretti com'erano a lavorare ogni "greppio" ed a seguire i Conti nelle numerose campagne militari condotte sotto la loro bandiera o sotto quella degli imperatori germanici del Sacro Romano Impero. Tuttavia non è privo di fascino e suggestione immaginare come poteva essere la Rocca, quando intorno a lei si svolgevano le caccie, le cavalcate, i tornei, i duelli dei cavalieri, le feste ed i mercati dei poveri. L'abbandono della rocca e dell'intero sistema di difesa iniziò quando Firenze, alla fine del 1500, iniziò la costruzione di nuove piazzaforti militari (come quella di Terra del Sole) ancora più capaci di resistere alle nuove armi. L'abbandono, il saccheggio di materiali, i terremoti del (1661, 1725, 1918) hanno gravemente danneggiato, nei secoli, il mastio, mentre lo scorrimento delle acque, l'azione erosiva dei torrenti e le frane hanno ingoiato gran parte della prima cinta muraria e danneggiato la piattaforma sulla quale poggia la Torre. Tuttavia il degrado del castello e del complesso delle fortificazioni non è stato immediato, visto che nel 1773 il Campadelli scriveva:"considerando l'ampia grossezza dei muri che la sublimano in alto, i forti smalti che la riempiono, il robusto massimo quadrato che serve di fondamento e di base al maschio, i profondi sotterranei che le serpeggiano d'intorno, l'estensione delle mura che discendono da quella, circondando il castello in lunghezza di un miglio, i baluardi, i torrioni che di quando in quando quasi con tanti nodi ed altre nuove robuste rocche la stringono all'intorno e la fiancheggiano, le vie segrete, le ritirate, i ponti levatoi, le scale, i passaggi, i pozzi, i trabocchetti, le mirule interne ed esterne e quante altre in essa si vedono fortificazioni...si ravvisa per un masso all'eternità edificato." Ma agli inizi del 1800 il castello risulta già in pessimo stato, come riportato da Emanuele Repetti nella sua opera "Dizionario Geografico della Toscana" edito nel 1836 che cita: alle falde del monte delle Forche, ultima diramazione del contrafforte che scende dalla schiena dell'Appennino fra i torrenti Ibola eTramazzo , sopra un di cui risalto risiede l'antico e semidiruto castello di Modigliana. La leggenda narra, almeno come la raccontano i modiglianesi, che il castello venne assediato e i Conti Guidi si murarono all’interno della Rocca con tutti i loro tesori, maledicendolo con un “anatema” che metteva in guardia chiunque avesse voluto impadronirsi del castello e delle loro ricchezze che chi avesse tentato di rimuovere l’enorme cerchio metallico che fasciava la torre rotonda, sarebbe morto immediatamente. Durante la I Guerra Mondiale, essendoci bisogno di ferro per fabbricare armi, si decise di togliere l’anello che decorava la Rocca. La stessa crollò immediatamente come profetizzato dai Guidi e seppellì gli operai, uccidendoli. Da allora nelle notti più buie e silenziose alcuni affermano di aver visto strane luci, come di fiaccola, e udito strani vocii nelle vicinanze e nelle stanze spaccate della torre, ormai non più accessibili. Cosa siano o chi siano quelle luci, nessuno lo sa, forse i Guidi che sorvegliano ancora il tesoro, o forse le anime dei morti in battaglia, resta il fatto che il tesoro risulti ancora disperso, forse nei vari cunicoli del sotterraneo che il crollo della torre ha sigillato, celandolo per sempre. Altri link suggeriti: http://www.modigliana.com/storia/index.html, https://www.youtube.com/watch?v=YQCPs2KBAks (video con drone di Bacco), https://www.youtube.com/watch?v=M7yHYSVpYD8 (video con drone di Andrea Betti), https://www.youtube.com/watch?v=lpTKfJ7W2cw (video di DIAPReM Research Centre), https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=Er18IqX0M3I (video di Borghi Viaggio Italiano), http://www.mondimedievali.net/castelli/emilia/forli/modigliana.htm

Fonti: http://www.comune.modigliana.fc.it/cenni-storici, http://www.comune.modigliana.fc.it/documents/973605/1028042/pb-191-file-modiglianaguidawebIT.pdf/bd805a5b-6684-4ec2-a8dc-4ba38d667605, http://www.comune.modigliana.fc.it/rocca-dei-conti-guidi, https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/modigliana.asp, http://mysterioustour.it/mistero/i-bagliori-della-roccaccia/

Foto: la prima è presa da https://www.eventa.it/eventi/modigliana/profumi-di-collina, la seconda è una cartolina della mia collezione, infine la terza è presa da https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/modigliana.asp

sabato 11 agosto 2018

Il castello di domenica 12 agosto




MONTELEONE SABINO (RI) – Torre in frazione Ginestra Sabina

Su di un colle, a 479 m s.l.m, si trova una piccola frazione di Monteleone Sabino denominata Ginestra (dal celtico "gen", piccolo cespuglio). Questo piccolo paese è circondato da secolari ulivi e verdi boschi e vi primeggiano anche bellissimi ciliegi. La leggenda vuole che Ginestra fosse sorta su di un colle dove abbondavano odorose piante di ginestre e dove una tribù di zingari, ivi fermatisi, fondasse le prime case del futuro paese. Queta leggenda, potrebbe avere anche un fondo di verità. Dopo la distruzione dell'antica città di Trebula Mutuesca da parte dei barbari, gli abitanti impauriti abbandonarono la loro patria e si rifugiarono in luoghi meno accessibili, costruendovi in primo tempo dei fortilizi per poi trasformarli in castelli. Anche Ginestra potrebbe essere nata in questo modo. Secondo il Silvestrelli, la prima citazione di Ginestra si ha in un atto di permuta tra l'Abbazia di Farfa e quella di San Salvatore Maggiore, datato 794, che ha per oggetto "terre in pede de Ginestreto". Ginestra Sabina appartenne per lungo tempo all'Abbazia di Farfa. Dai documenti farfensi si legge che nell'anno 1047 il castello di Ginestra venne acquistato, insieme ad altri castelli della Sabina dall'abate di Farfa Berardo I. Nell'anno 1083 Benedetta moglie di Berardo Berardi di Bonifacio concesse al monastero di Farfa la chiesa di San Giovanni in Ginestra e il suo casale. Nel 1086 i fratelli Gizo, Pallo, Azzo e Bonosono (detto anche Bonomo), figli del nobile Ilperino, concessero al monastero farfense le loro proprietà ed i loro castelli posti in terra Sabina, tra cui il castello di Ginestra. Sempre dai documenti di Farfa rileviamo che l'abate Berardo II (1090- 1099) concesse in enfiteusi ai figli del conte Rainaldo il castello di Ginestra ed altri castelli sabini. Il Chronicon farfense cita un diploma dell'imperatore Enrico V, datato 1118, che conferma all'Abbazia di Farfa la "Ecclesiam et curtem Sancti Johannis de Ginestra". Secondo il Silvestrelli nel XII secolo Ginestra faceva parte dell'Abbazia di Farfa e fu concessa in feudo (o in enfiteusi) ai Brancaleoni de Romànea, nobile famiglia originaria di Pesaro (che possedette numerosi altri feudi in Sabina). Il castrum di Ginestra viene ricordato anche in una Bolla di papa Urbano IV del 1262, ed il papa Benedetto XII ricorda Ginestra nel 1339, avendo ordinato alle sue milizie di recuperare alcuni feudi occupati dai signorotti locali. A Rieti sono conservati tre importanti documenti su Ginestra: il primo porta la data del 22 novembre 1268 col quale Pietro dei Brancaleoni concede in dote a sua figlia Margherita il castello di Ginestra; il secondo reca la notizia della vendita del castello di Ginestra da parte di Napoleone Orsini ai figli di Buzio di Romanea, Giovanni e Antonio, in data 19 giugno 1378 (la vendita avvenne per 2200 fiorini d'oro). Il terzo documento riguarda invece una sentenza emanata il 9 febbraio 1465 contro Pietro Angelo Orsini (signore di Monteleone) per aver illegalmente invaso il castello di Ginestra. La sentenza in oggetto assegna Ginestra ai Brancaleoni de Romànea e dichiara illegittima l'occupazione del castrum da parte degli Orsini. Sempre nel 1465 il castrum di Ginestra fu nuovamente occupato dalle soldataglie di Pietro Angelo Orsini, togliendolo ai fratelli Battista, Mariano, Cola, Francesco, Braccio, Giovanni e Antonio figli di Jacopo e Teresa Brancaleoni. Poco tempo dopo l'Orsini restituì il castello di Ginestra con tutte le sue pertinenze agli eredi Brancaleoni. Nel 1470 Ginestra (di proprietà dei fratelli Brancaleoni) passò in eredità a Gabriele Cesarini, figlio di Simodea Brancaleoni e Orso D'Andreozzo Cesarini. Successivamente vi furono dispute tra i Cesarini e gli Orsini sul possesso del paese. Nel 1474, dopo gravi dissidi, Pietro Angelo Orsini e Gabriele Cesarini giunsero ad un accordo sulle loro proprietà: il feudo di Monteleone all'Orsini, Ginestra al Cesarini. Gabriele Cesarini sposò Giulina (o Golina) Colonna e fu nel 1494 il primo della sua nobile famiglia ad essere eletto da Alessandro VI con la importante carica di Gonfaloniere del popolo romano. Nel 1499, con il consenso di papa Borgia, rassegnò il Gonfalonierato a suo figlio primogenito Gian Giorgio. Nel 1501 papa Alessandro VI Borgia prese sotto la sua speciale protezione Gabriele Cesarini e i suoi castelli. Il primo giugno 1528 gli uomini di Poggio Nativo ed altri vassalli comandati da Giovan Battista Savelli, misero a sacco i castelli di Frasso e Ginestra asportandone grano, vini ed altro, spettanti a Gian Giorgio ed a sua figlia Giulia, per una considerevole cifra di 3000 ducati. Dalla famiglia Cesarini, col matrimonio di Livia con Federico Sforza, avvenuto nell'anno 1673, Ginestra andò e rimase per lungo tempo agli Sforza-Cesarini. Nel 1817 Ginestra, 402 abitanti, era ancora un luogo baronale. Il 30 dicembre, però, la duchessa Geltrude Sforza Cesarini, come tutrice e curatrice del figlio don Salvatore Sforza Cesarini rinunciò ai suoi diritti feudali su Ginestra. Nel 1861 Ginestra passò dallo Stato Pontificio al Regno d'Italia. Si dice anche che Ginestra (eretta a Ducato nel 1599 da papa Clemente VIII) appartenne per breve tempo anche ai Marchesi Galletti, il cui stemma figura ancora oggi nell'abitazione che fu del Gen. Giacinto Duboin, ubicata nell'omonima piazza. Ginestra si riconosce per la sua bella torre quattrocentesca di forma pentagonale all' esterno e quadrangolare all' interno. Su un pannello informativo nel borgo di Ginestra ho letto che la sua costruzione sarebbe dovuta ai Cesarini. Altri link suggeriti: http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/393930/view, https://www.youtube.com/watch?v=Lhg50A6Fzz8 (video di stefano perrotta).

Fonti: http://www.gosabina.com/gallerie/ginestra-sabina/77/, testo di Andrea Del Vescovo su http://www.cmmontisabini.it/sito/sezioni.php?id_sezione=78&s_pr=29&id_articolo=52,

Foto: la prima è presa da http://www.gosabina.com/gallerie/ginestra-sabina/77/, la seconda è una cartolina della mia collezione, la terza è una mia foto datata 10/08/2018

venerdì 10 agosto 2018

Il castello di sabato 11 agosto



CONFIGNI (RI) – Castello Orsini

Il castello di Configni fu fondato, probabilmente nel X secolo, in un sito di confine, come attesta lo stesso toponimo, tra il comitato di Sabina e quello di Narni, nel quale era incluso. La prima notizia che lo riguarda compare nel 1027, quando Susanna, figlia di Landolfo, con il consenso del marito Attone, lo donò a Farfa. Dopo questa data il castello non compare più tra le carte farfensi, si deve ritenere pertanto che il monastero lo abbia alienato o locato non molto tempo dopo. Da notare che, nel 1036 nel territorio di Configni, Susanna, figlia del defunto Berlengario e nonna del monaco Gregorio da Catino, il ben noto cronista farfense, aveva acquistato un terreno vignato dal nobiluomo Guinizone. Nella seconda metà del XII secolo, Configni era soggetto allo stato della Chiesa e doveva corrispondere come censo annuo 50 soldi, più altri 6 da versare ai collettori. Agli inizi del Duecento il castello si era sottomesso al comune di Narni e doveva offrire per la festa di s. Giovenale, patrono della città, un cero del peso di due libbre, secondo quanto riporta un privilegio emanato da papa Gregorio IX nel 1227. Il 27 gennaio del 1277 nella loggia del palazzo comunale di Narni gli uomini del castello di Configni rinnovarono il loro giuramento di fedeltà e di vassallaggio, per loro e per i loro discendenti, al comune narnese. Nel 1401 papa Bonifacio IX scorporò dal contado di Narni Configni e ne nominò signore il fratello Andrea Tomacelli, che lo detenne per non molto tempo. Il 4 dicembre del 1411, papa Giovanni XXIII concesse in feudo a Francesco Orsini i castelli di Configni e di Lùgnola in cambio di un censo annuo di un falchetto da caccia. Nel 1433 i due castelli furono compresi in una riorganizzazione ed in una nuova suddivisione di tutti i beni che gli Orsini possedevano in Sabina. In questo stesso anno gli uomini del castello dovettero inviare sette soldati a piedi bene armati ad Otricoli per contribuire a formare l'esercito pontificio. I due castelli rimasero in possesso di Francesco Orsini che nel 1452 vide convertito il suo censo annuo di un astore in una libbra di argento, mentre nello stesso periodo scoppiò una controversia confinaria con Lùgnola. Alla morte di Francesco, i due castelli furono ereditati dall'arcivescovo di Taranto Marino e dai suoi fratelli, mentre il censo fu ancora convertito in 8 fiorini di camera. Nel 1481 il censo fu corrisposto da Raimondo Orsini, conte di Gravina, nel 1489 da Francesco Orsini, nel 1510 da Ferdinando Orsini, duca di Gravina, nel 1525 da Giovanni Antonio Orsini, duca di Gravina, che, nel 1538, aggiunse ai due castelli anche San Gemini. Per breve tempo, dal 1603 al 1609, Configni entrò in possesso di Paolo Emilio Cesi, marchese di Riano, per tornare nel 1609 sotto il dominio di Giovanni Antonio Orsini, conte di Nerola, duca di San Gemini e principe di Scandriglia. Agli inizi del Settecento passò sotto il governo di Spoleto, per tornare poi sotto il governo distrettuale di Poggio Mirteto nel 1817, governatorato di Calvi, al quale era appodiato, con una popolazione, insieme a Lùgnola, di 551 abitanti. Il governatorato di Calvi fu successivamente riorganizzato con la retrocessione di Calvi a comune compreso nella provincia di Spoleto e nel governo di Narni, mentre al suo posto fu Magliano a divenire sede di governo nel 1847. Del maniero oggi è possibile visitare solo i resti delle torri e delle mura di difesa. Altri link suggeriti: http://www.tesoridellazio.it/tesori/configni-ri-castello/, http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=8207

Fonti: http://www.comune.configni.ri.it/, http://lazionauta.it/2015/05/configni/

Foto: la prima l’ho scattata io ieri durante la gita in Sabina, mentre la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-configni-rieti/ (link da visitare per trovare altre interessanti vedute)

A caccia di castelli 2




Cari amici,
riprendo oggi a parlare di castelli italiani dopo aver partecipato ieri, venerdì 10 agosto, con il mio amico e fotografo Claudio ad un "tour" di castelli in Sabina.

E' stata la solita avventura piena di emozioni, vedute, conoscenze, curiosità che solo un "Castel tour" sa riservare :-)

Oltre a tante belle foto scattate e ad una cartolina nuova per la mia collezione (quella di Ginestra Sabina), abbiamo avuto la possibilità di consumare il nostro pranzo al sacco dentro il bellissimo borgo fantasma di Rocchettine, nel comune di Torri in Sabina (RI) (qui l'articolo pubblicato a suo tempo....
http://castelliere.blogspot.com/2013/03/il-castello-di-domenica-24-marzo.html).
Spettacolare !!!!

Salutoni
Valentino

giovedì 9 agosto 2018

Il castello di giovedì 9 agosto




MURELLO (CN) - Castello dei Templari (o dei Cavalieri di Gerusalemme)

Le più antiche notizie riguardanti Murello e il suo castello ci sono riferite da Giorgio Beltrutti nel testo dedicato allo studio dei castelli della Provincia di Cuneo; l'autore ne parla in relazione a una contesa avvenuta alla morte di Adelaide di Susa tra i suoi eredi. A quel punto suo nipote Bonifacio del Vasto riuscì ad avere quasi tutta la Provincia di Cuneo e quindi anche il territorio di Murello con quel modesto villaggio che stava sorgendo. Alla sua morte il controllo passò al figlio Guglielmo di Busca e di seguito al marchese Belengero nell'anno 1211. Quest'ultimo, secondo il Beltrutti, cedette una parte dei diritti su Murello all'ordine dei Cavalieri del Tempio i quali fecero erigere il Castello. La situazione cambiò nel 1312 in seguito alla soppressione dell'ordine dei templari, quando il controllo passò sotto il sovrano Ordine Gerosolimitano ( i Cavalieri di Malta ). Per quanto riguarda la costruzione il castello è stato edificato in tre fasi successive:
1) il torrione, il castello venne innalzato come casa-torre con schema classico a cameroni sovrapposti e scala interna;
2) il corpo posto ad est venne realizzato in un secondo tempo databile tra il 1417 e il 1449;
3) il terzo corpo fu edificato verso nord ed è databile agli anni precedenti il 1588 quando se ne trova descrizione nei cabrei figurati del XVIII secolo.
Il castello presenta una spiccata attitudine difensiva accentuata dalla presenza, in tempi antichi, di fossato, ponte levatoio e feritoie trovate all’ultimo piano del torrione (oggi murate) tipiche dell’architettura militare del XVIII secolo. Le due fasi di ampliamento corrispondono probabilmente ad altrettante fasi di incremento della popolazione. La sua storia continua con i Cavalieri di Malta fino al 1789, anno dell’abolizione dell’ordine con passaggio della proprietà al regio demanio. Nell’anno 1871 venne dismesso e adibito ad abitazione del Parroco, funzione che svolge ancora ai giorni nostri. Il Castello si trova nella piazza su cui sorge la parrocchiale, a poca distanza dalla casa dove risiedeva la famiglia delle scrittore Edoardo Calandra.
Non visitabile. Lo si incontra lungo l’itinerario della Strada del Sale del progetto Cyclo Monviso. Oggi si presenta come un corpo di fabbrica addossato alla torre rettangolare d'angolo, sulla cui cortina è ancora leggibile una fascia a dente di sega. Di Murello in questo blog si era già parlato per quest'altro castello: https://castelliere.blogspot.com/2012/03/il-castello-di-sabato-24-marzo.html. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=w8B1kXIqHtQ (video di enrico20087).

Fonti: http://www.comune.murello.cn.it/Home/Guidaalpaese/tabid/28244/Default.aspx?IDPagina=11051, http://www.visitterredeisavoia.it/it/guida/?IDR=746, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è presa da http://www.visitterredeisavoia.it/it/guida/?IDR=746, la seconda è di naldina47 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/225163

mercoledì 8 agosto 2018

Il castello di mercoledì 8 agosto




SERRA DE' CONTI (AN) - Cinta muraria

L’origine dell’insediamento sembra dovuto ai monaci benedettini dell’abbazia di Santa Croce di Sassoferrato, colonizzatori agrari dell’alta valle del Misa che amministravano la pieve di Santa Lucia di Serra nel secolo XIII che vi costruirono un castello, o borgo fortificato, fra il XII e il XIII secolo. Verso il 1230 la piccola nobiltà rurale si costituì in una sorta di comitato ispirato al Libero comune e la prima volta che compare in documenti l'appellazione di Serra de’ Conti risale al 1244. Tuttavia già nel 1248 la città stipulò con il Comune di Jesi un accordo e una specie di sottomissione, destinato a durare nel tempo, a testimonianza dell'importanza del potente vicino. Serra si trovò coinvolta nelle lotte fra Guelfi e Ghibellini, soggetta, come altri castelli della zona, alla vicina Respublica Æsina, che esercitava in questo periodo l'egemonia sul territorio circostante, ed era di parte ghibellina. Tra il 1250 e il 1260 crebbe e si sviluppò un ceto medio, tanto che nel 1254 venne istituita la figura del Capitano del popolo. Con l'estendersi del territorio comunale nacque una serie di conflitti con le comunità vicine, in materia di confini. In particolare sono attestati scontri con Rocca Contrada (Arcevia) e Jesi, che continuarono fino alla fine del XV secolo. La Santa Sede rivendicava comunque la propria autorità sulla città e sui castelli della Marca. Infatti il primo documento vaticano che ricorda Serra de'Conti risale al 1270-80 ponendola tra i centri immediate subjecte alla sede apostolica, amministrata dal governo della Curia provinciale della Marca. Se all'inizio, durante le alleanze promosse in funzione anti-imperiale, la Curia riconosceva una certa autonomia nell'elezione delle magistrature, dopo la sconfitta degli Svevi nel 1268, Roma rafforzò la propria egemonia controllando direttamente le nomine. Ne scaturì un periodo di grande instabilità politica in tutta la regione, con continue guerre e rivolte che videro Serra nuovamente legata a Jesi e in balia delle sue scelte strategiche. Così, nel corso del XIV secolo, la Chiesa mise in atto una grande operazione militare atta a sottomettere definitivamente i centri più ostili e a riorganizzare la regione. Durante la Riconquista della Marca Anconitana, guidata dal cardinale Egidio Albornoz, quest'ultimo redisse nel 1360 la Descriptio Marchiae dove confermava e poneva Serra de' Conti nel Presidiato di San Lorenzo in Campo, assieme a Jesi, Senigallia, Fano, Urbino e Cagli. Serra riconfermò i patti con Jesi per libera scelta di alleanza che in qualche modo risultava protetta. I nuovi podestà vennero inviati dalla Curia provinciale della Marca e scelti fra le famiglie nobili guelfe che avevano contribuito alla Riconquista. Dunque questo periodo, così instabile, si concluse con l’avvento delle signorie. Dapprima furono i Chiavelli, signori di Fabriano e Rocca Contrada, ai quali succedettero i conti Buscareto di Senigallia. Nel 1376 fu la volta degli Atti di Sassoferrato, che nel 1390 ottennero anche il riconoscimento da parte di papa Bonifacio IX dell'incarico di vicari pontifici, con giurisdizione civile e criminale di prima istanza, e la facoltà di riscuotere i tributi spettanti alla Camera apostolica. Il Vicariato di Serra passò a Pandolfo III Malatesta, tra il 1404 e il 1406, ma nel 1430 la Chiesa riprese possesso dei propri territori, e dopo la fine delle guerre delle grandi signorie, intorno al 1445, i comuni più piccoli, persero la loro autonomia e furono inglobati definitivamente nello Stato pontificio, per restarvi fino agli sconvolgimenti di fine Settecento legati all’invasione francese. Nel 1798 con la Repubblica Romana Serra venne slegata definitivamente dalla Repubblica Æsina, e legata al territorio di Rocca Contrada. Venne dunque inglobata nel Dipartimento del Metauro. Col decreto del 2 aprile 1808 le Marche furono annesse al Regno italico e Serra immessa nel Dipartimento del Musone con Rocca Contrada. Grazie al suo discreto stato di conservazione, Serra si propone tuttora come esempio abbastanza significativo di impianto urbano di origine duecentesca riadattato e trasformato in età tardomedievale e moderna sotto la spinta dei mutamenti economici e sociali. In molti casi l’immagine di città murata è andata perduta a seguito delle pesanti demolizioni succedutesi dall’inizio dell’Ottocento per facilitare più comodi accessi, espansioni extra muros di servizi e residenze. Tuttavia il perimetro murato della città storica è invece per buona parte ancora integro, formalmente e strutturalmente riconoscibile nella tipica forma a fuso allungato. Tale forma è data dalla principale direttrice di espansione della sommità della cresta collinare in direzione Nord-Sud, sul percorso della strada che collegava la valle del Misa (Senigallia) e quella dell’Esino (Jesi). Del sistema di torri e baluardetti oggi restano in evidenza ben undici torri, mentre delle tre porte restano solo quella di Santa Lucia e l’antica porta della Croce. L’espansione urbana avvenne nel periodo comunale (sec. XIII – XIV), che rappresenta il momento di maggior sviluppo economico e demografico. La presenza di un primo nucleo abitativo fortificato si accompagna alla nascita del comune e all’edificazione del castello (secc. XII-XIII), che concludono la lunga fase di colonizzazione della valle iniziata nel sec. XII. Durante tutte le vicende della prima metà del secolo XIII fino al 1244 il castello di Serra non è mai menzionato in maniera esplicita in alcuno dei documenti di cui disponiamo e non appare nemmeno coinvolto direttamente in nessuno degli avvenimenti riguardanti i comuni limitrofi; solo nel 1240 come sappiamo da documenti processuali successivi, erano stati fissati i primi confini territoriali fra Serra e Rocca Contrada (Arcevia) citando il territorio con la menzione di districtum Serre, poi nei secoli, quasi come sinonimi, vennero utilizzati Serra Comitum e Serra Comitis. Tra le più significative testimonianze dell’architettura militare tre-quattrocentesca, sono ancora in buono stato sia il possente torrione ottagonale (XV sec.) sia la Porta della Croce, in origine munita di ponte levatoio e protetta da due torrioni. Nel 1658, in occasione di rifacimenti e restauri, la lunetta dell’arco interno venne affrescata con una Deposizione , oggi trasferita per motivi conservativi nella sala consiliare del Palazzo Comunale e sostituita con un’opera contemporanea dal medesimo soggetto eseguita dal Maestro Bruno d’Arcevia. Il centro storico è strutturato su due vie parallele, dove si affacciano eleganti palazzi signorili e al suo interno si snodano piccole stradine e vicoli medievali. Il castello è costruito interamente in laterizio. Un link suggerito è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=n-ZwpZi74Hs (video di campanaroserrano).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Serra_de%27_Conti, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-serra-de-conti-an/, http://www.valmisa.com/serra-de-conti/serra-deconti-storia-ed-itinerario-artistico

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-serra-de-conti-an/, la seconda è presa da https://viaggiart.com/it/serra-de-conti_6835.html