giovedì 28 febbraio 2013

Il castello di giovedì 28 febbraio





MONTAGANO (CB) - Palazzo Marchesale Janigro

Montagano fu centro molto importante in passato, si attesta infatti che nel periodo longobardo fosse capoluogo di una delle contee facenti parte del ducato di Benevento. Durante il periodo normanno il feudo fu sotto il controllo di Ugo da Castropignano, poi, nel periodo svevo, divenuto parte integrante della Contea di Molise, feudatario fu Simone di Santangelo. In seguito si avvicendarono diverse famiglie nel controllo del feudo sino all'eversione della feudalità. Situato nel cuore del centro storico, poco distante dalla chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, il Palazzo Marchesale un tempo ospitava i signori del paese, mentre attualmente una parte di esso è andato distrutto. Nel XV secolo l’edificio si componeva di una rocca a carattere difensivo, voluta dai Conti di Montagano, proprietari del feudo. Si suppone che uno dei titolari del feudo fosse Francesco di Montagano, capitano d’armi che combattè al fianco del maestro Giacomo Caldora. A Francesco successe il fratello Giacomo, abile cavaliere al seguito di Alfonso d’Aragona che mise fine alla famiglia dei Montagano. Il feudo e annesso castello furono ceduti a Gherardo Felice Appiano, che nel 1495 appoggiò Carlo VIII nella spedizione contro la casa d'Aragona. Purtroppo le sorti gli furono avverse e il suo favore verso i francesi gli costò il titolo e molti suoi possedimenti, tra i quali Montagano. A cavallo del secolo successivo la contea passò ad Andrea de Capua, che cominciò a smembrarla. I titolari successivi del feudo furono: i Pignatelli, i Capece e infine la famiglia Vespoli. Quest ultimi commissionarono i lavori di ampliamento dell’edificio al fine di migliorarne l’abitabilità. Alla fine del 1700, la famiglia Vespoli vendette il palazzo alla famiglia Janigro, che attualmente ne è ancora titolare. Uno dei proprietari del palazzo, Costantino Janigro, decise di apportare l’ultimo intervento di restauro, creando nella zona posteriore alla struttura un vasto giardino pensile ricco di alberi, mentre nella parte sottostante sono stati ricavati degli ambienti utilizzati come depositi. Il palazzo si eleva su tre livelli, che nella zona ovest si trasformano in quattro. Le facciate sono ricche di finestre e balconi; uno di questi è collocato al centro della facciata principale, al di sopra dell’ingresso in pietra caratterizzato da un arco a tutto sesto. Tale arco conduce ad un passaggio coperto da volta a botte che permette l’accesso al cortile interno, il cui soffitto presenta tuttora alcuni affreschi. All’interno del cortile vi è un portale in pietra, il cui architrave e’ caratterizzato da ornamenti in pietra. La parte sinistra è attualmente abitata mentre quella sul versante opposto presenta solo la struttura esterna mentre l’interno è completamente distrutto ed è pericolante. A testimonianza della sua funzione difensiva originaria sono ancora visibili alcune feritoie su un angolo delle mura perimetrali. Se qualcuno ha delle belle foto del palazzo mi contatti, in modo da poterle aggiungere o magari sostituire a quelle trovate sul web.....poca cosa per i miei gusti !

mercoledì 27 febbraio 2013

Il castello di mercoledì 27 febbraio





OFFIDA (AP) - Rocca

Secondo alcuni storici, Offida già nel VII secolo era un centro di una certa importanza, sede di un Gastaldato. Dello stesso ci sarebbero tracce in epoca carolingia e sotto il Sacro Romano Impero quando la città assunse grande rilevanza. Al 1039 risale la prima testimonianza storica certa, quando Longino d'Azone cedette all'Abbazia di Farfa il castello di Ophida. Nel 1261 una bolla di Papa Urbano IV confermò i poteri dell'Abbazia di Farfa istituendo il Presidato Farfense, una sorta di governatorato distaccato da Farfa e indipendente da qualsiasi diocesi. Nel 1292 Papa Niccolò IV concesse ai comuni marchigiani la facoltà di eleggere podestà, consoli e priori. Per Offida e per altri grandi centri marchigiani dell'epoca si trattò di un riconoscimento ufficiale per delle istituzioni già operanti e "collaudate". Analogamente a tutto il territorio piceno, il periodo compreso tra il XIII e il XVI secolo è caratterizzato dalle guerre tra Ascoli e Fermo con gli offidani che presero le parti di quest'ultimi. Risalgono alla prima metà del Cinquecento le terribili lotte interne tra Guelfi e Ghibellini sfociate in numerosi fatti di sangue. Alla metà del XVI secolo Offida stipulò una tregua con Ascoli e negli stessi anni tutto quello che sottostava al Presidato di Farfa passò sotto la giurisdizione dello Stato della Chiesa. Dopo un secolo sotto la diocesi di Montalto, Offida passò sotto la diocesi di Ascoli. Nel 1831 fu elevata da papa Gregorio XVI al rango di città. La cinta muraria fu sostanzialmente costruita in due fasi. La prima tra il XII e XIII secolo con l'accesso principale sul lato nord-est mediante un torrione quadrato sormontato da un ordine di caditoie su cui poggiava un parapetto adorno di merli guelfi. La porta di accesso alla città era tagliata da un arco a sesto acuto ancora visibile e chiusa a due battenti ferrati dietro i quali scorreva una saracinesca; dalla porta doveva far capo un ponte levatoio che sormontava il fossato. Le mura, dal torrione suddetto, si dilungano verso ovest e verso sud facendo angolo e chiudendo Offida entro una cinta presso a poco rettangolare interrompendosi laddove i calanchi costituivano una difesa naturale. Altre due porte, oggi non visibili, si aprivano a ponente fornite anch'esse di solidi battenti e di saracinesche: quella di S. Giovanni e quella della fontana. Esse erano usate principalmente dagli agricoltori ed abitanti del circondario per rifugiarsi all'interno della città durante le numerose incursioni dei nemici. Da questa parte sorgeva il castello di Longino di Azone, oggi Chiesa di S.Maria della Rocca. Dalla pianta delineata nel 1694 da Ferdinando Fabiani, si scorge bene la cinta muraria con le relative porte, così come sopra descritte. Successivamente, generalizzandosi il nuovo mezzo di distruzione (polvere da sparo e relativa artiglieria), si dovette introdurre un radicale mutamento nelle forme e dimensioni delle fortificazioni. Negli ultimi decenni del secolo XV venne dunque costruita una nuova rocca. Il progetto di tale opera è stato per diverso tempo attribuito a Giuliano da Sangallo (1445-1516) ma, da studi effettuati da Pietro Gianuizzi e pubblicati nell’Archivio Storico dell’Arte nel 1890 a Roma, è risultato che la rocca debba ritenersi opera dell’architetto fiorentino Baccio Pontelli (1450-1492), familiare e mazziere di Papa Innocenzo VIII (1432-1492), del quale è ancora visibile uno stemma in travertino posto sull’alto della rocca. Essa fu fatta erigere, come già detto, dal pontefice, in occasione dei continui scontri tra Ascolani ed Offidani. Il lavoro del Pontelli consistette, oltre a consolidare le cortine esistenti, nel dare una forma circolare all’antico torrione che difendeva l’entrata della Terra di Offida con un solido rivestimento di mattoni per ottenere che i proiettili nemici sgusciassero più facilmente sui fianchi. Il Pontelli, in tale occasione, ebbe la qualifica di ingegnere generale e ricevette dal tesoriere della Provincia Niccolò Calcagni 25 fiorini al mese, a partire dal 23 Novembre 1487. L’opera fu realizzata dal maestro Lucchini di Como e fu portata a termine nel 1494. Il costo totale ammontò a 6.555 ducati. L’Arduini a tale proposito ci riferisce che il legato della Marca di Ancona “ripartì un carlino a fuoco (a famiglia) a tutti i luoghi della Marca per supplire alle spese mentre l’Allevi sostiene che il denaro fu ricavato dal pagamento delle pene di condanna effettuate nella Provincia della Marca. Risulta ancora che il papa Innocenzo VIII nominò, come revisori dei conti della fabbrica della Rocca, Marino da Montalto, notaio della Camera Apostolica (Per la Camera Apostolica, vedere Statuto di Offida, libro Il, cap. 2) e Antonio Genovese, commissario dello stesso Pontefice. Nel 1493 la Rocca fu munita, come ci riferisce sempre l’Allevi, di artiglieria per rendere inattaccabili i tre capisaldi della costruzione stessa. Il lavoro fu affidato da Raffaele Riario (1460-1527), cardinale di S. Giorgio, a Luigi Giovanni da Milano, fabbro, abitante in Osimo. La tradizione sostiene che tale artiglieria, in seguito, fu tolta per guarnire i fortilizi della S. Casa di Loreto e, in seguito, finì nelle mani dei Francesi, durante l’occupazione napoleonica. Si conservano ancora l’antico torrione che difendeva l’entrata della città, una torre quadrata ed ancora un altro torrione, di forma cilindrica, tutti del sec. XV. Ben poco è rimasto delle antiche mura castellane che cingevano Offida. Il terremoto del 1943 contribuì a rovinare quanto ancora rimaneva delle fortificazioni cittadine ed in seguito anche il vecchio muraglione, presente nei pressi dell’attuale torrione principale, fu inopportunamente demolito e venne inserita una balaustra in travertino. Di sicuro sappiamo che, anticamente, tali mura erano cinte, dalla parte settentrionale, da un fossato pieno d’acqua, chiamato Carbonara, immesso a protezione del luogo ove, secondo lo Statuto dell’epoca (vedere Statuto di Offida del 1524), era proibito mettere a macerare il lino. Cortine di mura a scarpata concatenano l'insieme delle fortificazioni. Delle caditoie contornano il torrione più grande che era fornito di un parapetto munito di merli guelfi. La rocca dalla parte dell'abitato rimane aperta per due grandi voltoni a sesto acuto sovrapposti l'uno all'altro; con molta probabilità attraverso la botola ancora visibile e di una scala in legno non più esistente, si discendeva dal più alto a quello di sotto.

martedì 26 febbraio 2013

Il castello di martedì 26 febbraio





OSILO (SS) – Castello Malaspina

Posto sulla sommità del "Monte Tuffudesu", a circa 650 m.s.l., a guardia del centro abitato che si estende ai piedi della rocca, venne edificato dalla potente famiglia dei marchesi Malaspina, presumibilmente sul finire del 1100, anche se non si ha notizia certa sulla data. I Malaspina, originari della Lunigiana, giunsero per la prima volta in Sardegna in occasione della "crociata" bandita nel 1016, con l'appoggio dei Comuni di Pisa e di Genova, dal Pontefice Benedetto VIII, che aveva promesso grosse investiture a chi avesse contribuito a liberare la Sardegna dalla dominazione araba capitanata da Museto. La spedizione ebbe successo, e alla famiglia Malaspina, nella persona del marchese Obizzo, furono assegnate in premio le montagne della Barbagia e la piana del Temo. Qui i discendenti di Obizzo edificarono, intorno al 1121, il munitissimo castello di Serravalle, a Bosa. Successivamente, l'influenza della famiglia si estese al nord dell'isola e, sul finire del 1100, o agli inizi del 1200, venne fatto costruire il castello di Osilo, a presidio delle frontiere fra l'Anglona, la Gallura e la Nurra. Il possesso del castello da parte dei Malaspina è comunque storicamente accertato, per la prima volta, nel 1272, anno della morte di Enzo Hohenstaufen di Svevia e della conseguente fine del giudicato di Logudoro. Nel 1297 Papa Bonifacio VIII concesse l'investitura della Sardegna al re aragonese Giacomo II, e i Malaspina avviarono intense trattative per raggiungere accordi con quest'ultimo. Nel 1308, il cittadini del Libero Comune di Sassari, forti di un esercito di mercenari catalani, occuparono e devastarono le terre dei Malaspina, non riuscendo, però, ad espugnare le fortezze. Riconfermata, inizialmente, dagli Aragonesi la sua appartenenza ai Malaspina nel 1323 e nel 1324, il castello di Osilo divenne, però, l'oggetto di pretese aragonesi, che provocarono la ribellione dei Malaspina, alleati con altre forze isolane, ma la rocca viene assediata ed il suo territorio saccheggiato, fino a venire conquistato. Sconfitti, i Malaspina furono costretti a cedere il castello di Osilo a tale Gerardo Alòs, rappresentante regio. Il castello rimase in possesso del regno d'Aragona fino al 1345, quando Azzone e Federico Malaspina, dopo essere rimasti esclusi dalla sucessione al loro fratello deceduto, Giovanni, si posero a capo di un grosso esercito assoldato nei loro possedimenti in Lunigiana, e riconquistarono il castello e le sue competenze. Venne, però, subito dopo espugnato dai Doria, e riconsegnato a Pietro IV d'Aragona, detto il Cerimonioso, che nel 1352 lo riconsegnò ai fratelli Malaspina. Nel 1354 ritornò in possesso di Pietro IV d'Aragona, che lo consegnò al governatore di Sassari e lo fece rafforzare. Nel 1365 fu espugnato dal giudice Mariano d'Arborea. La rocca di Osilo fu ancora al centro di aspre contese, fin verso la metà del 1400, quando iniziò il suo lento declino. Nel 1528 essa tornò, però, al centro di azioni militari, in seguito all'invasione dei francesi, e nel 1720 passò, con tutta la Sardegna, sotto Casa Savoia. Il castello fece ancora parlare di sé sul finire del XVIII secolo (e inizio XIX secolo), quando venne eletto a propria fortezza da uno dei contendenti in una sanguinosa guerra fra le famiglie dei Serra e dei Fadda. Assolta anche questa funzione, l'edificio venne definitivamente abbandonato, e andò in quasi totale rovina, finché nei primi anni '60 del '900 non subì un parziale restauro. Pur trovandosi in una importantissima posizione strategica, il castello non era di grandi dimensioni, racchiudendo, entro un recinto di forma ovale allungata, una superficie interna di circa mille metri quadri. Esso comprende, oltre che alla cinta muraria, due torri, una circolare (più antica) realizzata con conci di basalto scuro, e una quadrata fatta con blocchi di tufo, ben più alta e rifinita rispetto all'altra. Da un disegno aragonese del 1358 risulta anche una terza torre, mai però accertata realmente. Per quanto riguarda gli edifici interni, pur non restandone attualmente che delle modeste tracce, sulla base della documentazione disponibile, si deduce che vi dovevano essere: una cucina, una camera da letto (presumibilmente riservata al castellano), un locale per le provviste, un deposito di armi, una officina-falegnameria, un deposito per la legna, un deposito-cantina per vini e altri generi di prima necessità. Tutto in linea con la funzione principale del complesso, che era quella di fortezza armata, a presidio di una importante postazione strategica. Gli armati posti a difesa del castello pare dovessero essere mediamente una trentina. Della originaria fortezza restano oggi le due torri e la cinta muraria. L'escursione al castello è sempre di grande suggestione, sia perché essa si compie attraverso le strette viuzze del centro storico di Osilo, ancora in acciottolato, talora con volte a botte; sia per il mistero dei luoghi; sia per la straordinaria vista su larga parte della Sardegna Nord-Occidentale, che dall'alto della sua sommità si gode. Ho trovato in rete questo interessante video dedicato al castello di Osilo: http://www.youtube.com/watch?v=6g6A0JLZN4U

lunedì 25 febbraio 2013

Il castello di lunedì 25 febbraio





BUCCINASCO (MI) – Castello Visconti in frazione Buccinasco Castello

L’edificio, che dà il nome alla frazione, venne costruito verso la fine del Trecento e fu risistemato nel Quattrocento-Cinquecento assumendo le caratteristiche odierne: una massiccio monoblocco a pianta quadrata in mattoni a vista, ornato all'ingresso da un elegante colonnato a cinque campate al piano terra, sormontato da un loggiato a dieci campate al primo piano. I tre lati privi di colonnati, in virtù dell'irregolarità nella collocazione delle numerose finestre (di foggia e proporzioni anche molto diverse tra loro), mostrano i segni delle numerose trasformazioni subite nel tempo dalla fortezza. Privo di strutture difensive propriamente dette, il castello è assimilabile più ad una residenza nobiliare di campagna che ad una struttura militare. Fino a non molti decenni fa esisteva un passaggio segreto, che conduceva dai sotterranei del castello ad una vicina villa, da tempo abbattuta. Attualmente, l'edificio si presenta all'esterno ben solido e integro in tutte le sue parti, ancorché appaia alquanto trascurato; il porticato al pianterreno è utilizzato come deposito di materiali agricoli, mentre l'aia antistante è un parcheggio per trattori. Risultano documentate almeno due visite in loco di Ludovico Visconti (il Moro), la prima delle quali nel 1463, ed è probabilmente il periodo in cui va datata la trasformazione del castello da fortilizio (caposaldo di difesa della città di Milano in epoca viscontea) a residenza nobiliare di campagna per battute di caccia nel vasto bosco che la circondava. Attualmente la Provincia sta pensando di valorizzare il monumento, in stato di degrado, adibendolo in vista della manifestazione Expo 2015 a sede di rappresentanza, impiegandolo per iniziative e manifestazioni che riguardino il Parco Sud. Verrebbero dunque finanziati dei lavori di restauro e il castello potrebbe tornare al centro dell’attenzione generale….staremo a vedere come andrà a finire. Ho trovato sul web un breve ma interessante video sul castello visconteo: http://www.mybaggy.com/it/video/visualizzavideo/788/arte-e-cultura/castello-visconteo-buccinasco.html

domenica 24 febbraio 2013

Il castello di domenica 24 febbraio






CRECCHIO (CH) – Castello Ducale De Riseis-D’Aragona

Le notizie del castello sono frammentarie, soprattutto sulla sua origine e sulle sue sistemazioni. Tuttavia è certo che si sia sviluppato attorno ad una preesistente torre normanna. Nel 1279 si fa riferimento a Crecchio e al suo castello nella "Rassegna dei feudatari d'Abruzzo" ordinata da Carlo I d'Angiò; a quell'epoca il feudo di Crecchio era sotto la giurisdizione di Guglielmo Morello, che risiedeva nel castello. L'intero feudo formava un sistema difensivo perpendicolare alla costa adriatica, con una postazione di avvistamento sul mare necessaria a causa delle frequenti scorrerie piratesche (Turchi, Saraceni ecc.). Si narra che nel '300 il castello ed il feudo fossero retti da un feroce signore, che esercitava il privilegio, in uso a quell'epoca, della "jus primae noctis", e per maggiormente soggiogare la popolazione faceva eseguire le decapitazione di malviventi e dei suoi nemici, proprio sulla sommità della torre normanna. Pertanto nei secoli la torre rappresentò il simbolo del potere feudale e della repressione. Negli anni 1352-1367 Crecchio subì saccheggi e devastazioni ad opera del conte Lando; nel 1406 fu devoluto alla comunità di Lanciano, dopo essere appartenuto agli Orsini. Acquistato nel 1627 da Giovanni Bonanni de L’Aquila, nel 1636 fu ceduto ad Andrea Brancaccio di Napoli. Nei primi anni del 1700 il feudo e la fortezza appartennero ai D'Ambrosio dei principi Marzano, alla fine dello stesso secolo i De Riseis acquisirono il titolo di baroni di Crecchio mantenendo il possesso del borgo fino all'ultimo dopoguerra. Proprio con i De Riseis il castello cambiò forma da struttura difensiva ad architettura abitativa. Le aggiunte si divisero in due stadi di cui il primo comprendente l'edificazione del loggiato meridionale ed il corpo di fabbrica occidentale, mentre il secondo comprendente il loggiato superiore ed il piano nobile della fabbrica adiacente. L'aggiunta di un livello superiore nei corpi di fabbrica eliminò la merlatura preesistente. Sul finire del XVIII secolo i De Riseis in segno di riconciliazione con la popolazione locale piantarono un ulivo, da sempre simbolo e sinonimo di pace, sulla sommità della torre. Da allora la torre fu chiamata "dell'ulivo". Sempre i De Riseis arricchirono il castello di uno splendido parco, con tipica vegetazione mediterranea ed un'estensione di sei ettari, i cui viali erano adornati da busti e statue in marmo bianco cristallino. Il castello è sito su di un colle tra i due fiumi Arielli e Rifago. L’edificio è a pianta quadrangolare regolare con quattro torri angolari, che racchiudono altrettanti corpi di fabbrica. La muratura è realizzata in pietrame squadrato su una sola faccia, impilata, con blocchi di arenaria compatta ben squadrata agli angoli. Gli spessori delle mura variano da circa 1,80 a 0,80 metri. La torre originaria di nord-est è la più grande in assoluto ed è suddivisa in tre livelli, di cui il pianterreno è rialzato. Era accessibile solo dal primo piano attraverso un portellone levatoio che veniva ritirato all’interno. Al piano superiore si accedeva e si accede per una stretta scala a chiocciola in pietra che costringeva i nemici all’attacco a salire con le armi nella mano sinistra. Il piano inferiore era adibito a deposito per i viveri e vi si accedeva attraverso una botola. Le altre torri, costruite successivamente nel XIII e XIV secolo, presentano delle finestre che oggi si affacciano su ambienti interni del castello. Il piano terra del castello è costituito da stanze con volte a botte, tipicamente romaniche, con grossi muri esterni atti a reggere la spinta e con volte alleggerite. Il maniero è cinto da un perimetro di mura che racchiudono anche il suddetto parco ottocentesco e vi si accede tramite un ponte. La quarta torre del castello venne distrutta nel 1881 in seguito ad terremoto e fu ricostruita nel 1904, in stile gotico. Il 9 settembre 1943, qui sostarono il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto II e tutto lo Stato Maggiore, in fuga da Roma dopo l'armistizio, e diretti verso Brindisi. Il Principe Umberto di Savoia era stato altre volte ospite al castello di Crecchio: nel settembre 1926 in vista ufficiale, nel 1928 e nell' agosto del 1932 in compagnia della Principessa Maria Josè. In quell'occasione vennero accolti, secondo l'usanza del posto, dalla gente che, a sera, fuori dal castello portò fiori alla Principessa, e la banda del paese organizzò una serenata. In quell'occasione festosa Umberto e Maria Josè, si affacciarono al balcone del castello che dà sulla piazza ed invitarono, nel rispetto della tradizione, la gente a salire per fare un brindisi con dell'ottimo vino conservato nelle grandi botti castellane. Tra la fine del 1943 e l'estate del 1944, il castello fu pesantemente bombardato, subendo gravi danni. Negli anni Settanta, fu restaurato minuziosamente ed  oggi è sede del Museo dell'Abruzzo Bizantino ed Altomedievale.

venerdì 22 febbraio 2013

Il castello di sabato 23 febbraio






GROSSETO – Forte di San Rocco dei Lorena in frazione Marina di Grosseto

E’ una fortificazione costiera costiera situata nel territorio comunale di Grosseto, in prossimità del porto turistico, che deve la sua denominazione al canale, rispetto al quale si trova sulla riva destra. L'attuale complesso venne fatto costruire dai Lorena (inizio lavori con Leopoldo I e completamento con suo figlio, il Granduca Ferdinando III) nella seconda metà del Settecento, nel luogo in cui sorgeva una preesistente struttura con funzioni di avvistamento. La nuova fortezza doveva continuare a svolgere un ruolo importante nel controllo della costa e divenire, allo stesso tempo, una base logistica per le opere di bonifica idraulica della zona dirette da Leonardo Ximenes. Studiandone la struttura ed i documenti rinvenuti al suo interno, si deduce che il forte non avesse unicamente uno scopo militare, ma controllasse gli sbarchi onde evitare la diffusione di epidemie, e racchiudesse anche un centro tecnico ed amministrativo per i progetti del Granducato di Toscana. Fino a tutto l'Ottocento, questa zona era disabitata, ed i militari di guardia nel forte erano gli unici abitanti di quella che poi sarebbe divenuta Marina di Grosseto. Con il completamento delle opere di canalizzazione che portarono al prosciugamento delle antiche paludi dell'entroterra e dello storico Lago Prile, il fabbricato venne dismesso e trasformato in distretto militare. Dal 1872, per decreto della Direzione delle Gabelle del Ministero delle Finanze, divenne sede di Dogana. Soltanto negli ultimi decenni del secolo scorso è stato suddiviso in abitazioni private. Il forte, interamente rivestito in mattoni, è protetto da una serie di cortine murarie a scarpa che delimitano un cortile interno; l'accesso all'area interna avviene sul lato orientale, attraverso una porta ad arco ribassato rivestita in travertino e sovrastata dallo stemma dei Lorena. Il fabbricato principale si presenta come una torre a sezione rettangolare disposta su tre livelli, con il lato occidentale rivolto verso il mare ulteriormente protetto da un bastione con possente basamento a scarpa e terrazza sommitale che ospitava le artiglierie.

Il castello di venerdì 22 febbraio




ROSE (CS) - Castello Feudale

Edificato nel XIII secolo dalla famiglia De Rose, costretta a fuggire da Parma e rifugiatasi nel Regno di Napoli, l'edificio si presenta privo di torri e bastioni. Nel 1199, l'imperatore Federico II dichiarò Riccardo I de Rose Barone della Val di Crati. Lo stemma della famiglia De Rose è un leone rampante in campo azzurro. I Castelli di Rose, Luzzi e di Tarsia nel periodo di Ruggero il Normanno costituivano un punto strategico per il controllo del territorio tra la valle del Crati e la piana di Sibari. Il castello sorge sulla parte più alta del centro storico, sopra un fossato che costituiva una protezione naturale dalle incursioni nemiche. Nei secoli l'edificio ha ospitato varie illustri famiglie (tra cui i Sanseverino, i Salerno, i Firrao) che ne hanno fatto gli usi più disparati. Una notizia certa (probabile ampliamento) si ha verso la metà del XVI secolo quando Rose, sottoposto alla giurisdizione dei principi di Bisignano, venne inserito in un progetto che prevedeva, in ogni possesso dei Sanseverino, la costruzione di un luogo fortificato per ospitare gli uomini destinati al controllo del feudo. Qui, infatti (manoscritto Archivio di Stato di Napoli) nel 1572 risiedevano tre “persone fidate” del Principe, ossia “Lo Ererio, Lo Camperlengo, Il Conservatore” (organico dell’ Amministrazione del Principe di Bisignano 1572 - 73 in Archivio privato di Sanseverino di Bisignano). Ancora, nel 1595 (protocolli notaio Giò Andrea Barcelli) il castello era abitato dal magnifico Domenico Peiorella che, con pubblico testamento datato il 18 agosto “palazzo della baronale Corte di codesta terra di Rose” istituì suo erede lo zio. Se le notizie storiche risalenti al XVI secolo, al momento sono scarne e frammentarie, molto particolareggiate sono quelle che rimostrano al XVII secolo, quando il castello e la gente di Rose si trovarono coinvolti nella famosa rivolta di "Masaniello". L' edificio nel 1647, allora abitato da Giacomo Salerno, nuovo feudatario di Rose, fu saccheggiato da Fabio Alimena, capo di un gruppo venuto da Cosenza. Giacomo Salerno riuscì a salvarsi ed a raggiungere Cosenza. I Salerno, divenuti nel 1610 Baroni di Rose, si stabilirono, personalmente, con i loro congiunti nel feudo dimorando stabilmente nel castello che, benché, continuamente, sottoposto ad assalti e terremoti (1638) che arrecarono danni alle sue strutture, visse un periodo di grande splendore. Dai rogiti notarili di Orcucci da Cosenza (1610 – 1622) ricaviamo, infatti che l’edificio fu abitato nel 1610 al 1643 da Orazio Salerno. Dimora che viene ulteriormente testimoniata da un documento del 28 marzo 1643 quando l’ edificio fu visitato da un Commissario precettore, inviato dalla Regia Corte di Napoli. Ancora più accogliente e splendida doveva essere questa dimora agli inizi del 1700. Un antico manoscritto conservato nella Biblioteca Civica di Cosenza ricorda, infatti che Tommaso Firrao, IV Principe di S. Agata e Luzzi, comperò (1729) la terra di Rose e vi si trasferì con la famiglia. La vendita venne fatta dai Salerno per 14.700 ducati. Nelle memorie cronologiche della famiglia Firrao – in un manoscritto che si conserva nella Biblioteca Civica di Cosenza, si legge: “… poco dopo fattone l’ acquisto, ritorno in Calabria, facendo dimora nel feudo di Rose, dove la Principessa Giustiniana Carrafa si ammalò gravemente nei primi giorni settembre e di febbre acuta e maligna pagò il tributo alla natura nell’ anno 1729 – quarantacinquesimo della sua età". La morte della Principessa Giustiniana allontanò definitivamente la famiglia feudale da questa dimora. Il castello subì modifiche nel tempo ed a tal proposito non si può non riportare la dicitura di una lapide, posta in un muro esterno e che riporta quanto segue: “Cesare Firrao de figli di Raone principe di S. Agata Barone di Fagnano signore delli Luzzi enoce portolano nella città di Napoli suoi borghi e casali montiero maggiore per sua maestà nel regno rettore perpetuo di Grazzanisi Cancello Arnone e Santa Maria della fossa e di questa villa per diporto dagli amici ampliatore “. Negli anni successivi il Castello divenne la residenza dei governatori dei Firrao. Terminato il periodo feudale (1806) l’ antico castello conosce un periodo di decadenza. Abbandonato dall’ uomo e sottoposto ad una serie di calamità naturali, conobbe la demolizione parziale ed il disfacimento. Durante il terremoto del 1783 subì notevoli dannii ed il 14 febbraio 1804 venne colpito da un fulmine che rovinò, notevolmente, una cantoniera posta nell’ angolo dove si trova il carcere; ancora nel terremoto del 12 febbraio 1854 “… restava il magnifico castello del Principe, sconquassato da capo a fondo e reso inabitabile …” (F. Kostner – terremoti in Calabria). Questi eventi segnarono per sempre le sue strutture, facendo disperdere quegli elementi caratteristici che, in ogni epoca lo distinsero e lo resero famoso; testimonianze di epoche passate e di antichi splendori. Il castello ha un ampio cortile dove era posta una cisterna e dal quale tra l’altro partono due scale che portano al piano superiore. Al piano terra vi era il carcere. In un locale vi erano gli ingressi per accedere ai passaggi sotterranei, da cui forse, si poteva raggiungere l’orto del Convento dei Padri Riformati (o forse la fucina dell’armiere Francesco De Bonis al centro del paese). Sulla facciata vi era un grosso portone e, al di sopra di questodue bifore ed un affresco di S. Francesco di Paola. Il castello, in seguito, riattato, è stato la sede del municipio e della scuola elementare. Subì un incendio, ad opera di ignoti, il 12 aprile 1945.
(testo tratto dal sito www.comune.rose.cs.it)

giovedì 21 febbraio 2013

Il castello di giovedì 21 febbraio





CASTORANO (AP) - Torre civica

Nel 1283 il Castrum Casturanum, all' epoca di proprietà del signore Rinaldo di Monsampolo, venne venduto ad Ascoli per una somma molto rilevante. Da questo momento la storia di Castorano s'intrecciò strettamente con quella dello Stato Ascolano: in qualità di castello di secondo grado venne, infatti, retto da un suo Vicario e dovette annualmente versare la somma di 58 Ducati come garanzia di difesa. Per tutto il '400 ed il '500 rimase coinvolto nella secolare guerra contro Fermo ed i suoi alleati di Offida ed Acquaviva. Dovette, pertanto, fronteggiare assalti e distruzioni (si ricorda, in particolare, l'assalto dei Fermani nel 1534, a seguito del quale rimase a malapena in piedi la rocca). In questo stesso periodo un sovrintendente del Castello, Astolfo Guiderocchi, dopo aver creato una propria milizia, vi fece partire le sue scorribande per la Vallata. Tale fase storica, per quanto tormentata, appare la più importante della storia di Castorano, che allora vantava un ampio territorio, un ospedale, un carcere e costituiva anche il crocevia d'obbligo per chiunque volesse raggiungere il confinante Regno di Napoli. Passato, nel '500, sotto il dominio pontificio, ne subì, conseguentemente, la sorte e gli oppressivi metodi di governo fino all'Unità d'Italia. Dopo l'accurato restauro è tornata a giganteggiare con il suo nuovo splendore la torre civica del Comune, uno dei monumenti che testimoniano il glorioso passato, Di forma pentagonale, fu costruita nel 1471, probabilmente sui resti di un'antica torre, difatti si sono evidenziati resti e porte chiuse. Impiegata con funzioni di massimo avvistamento, nel corso dei secoli venne più volte restaurata. Con gli ultimi lavori si è cercato di dare un assetto definitivo a tale importante testimonianza storica. Il restauro ha consolidato la struttura in elevazione fortificando il basamento con una specie di "piede" non avendo le fondazioni, e la copertura delle voltate ai diversi livelli, migliorando le caratteristiche meccaniche e ripristinati tratti di muratura lesionati e degradati dalle piogge e dal sisma del 1997. Per una totale fruibilità è stata ripristinata l'antica rampa di accesso al piano di copertura, murato nell'intervento precedente e la conseguente rimozione dei tiranti che ne impedivano il passaggio. Nella bella torre civica c'è un grande orologio. Il primo orologio originale risale al 1884, un vero gioiello d'arte, installato con sistema pendolo, con tre grosse pietre come carica, è stato restaurato in concomitanza del restauro della torre stessa eseguito dall' architetto Fabrizia Severini che ha curato tutti i minimi particolari. Costruito dal genovese sig. A. Galli nel 1884 che ne fabbricò solo 35 (e quello di Castorano è il 34°), nel 1955 l'orologio si fermò e rimase bloccato per quattro anni, fino a quando ne 1959 fu commissionata la manutenzione ad una ditta di Corinaldo che lo fece ripartire per la gioia dei cittadini castoranesi.

martedì 19 febbraio 2013

Il castello di mercoledì 20 febbraio







CALICE AL CORNOVIGLIO (SP) – Castello Malaspina in frazione Madrignano

Posto a circa 400 mt s.l.m., a difesa del borgo di Madrignano, domina dall'alto, col suo aspetto tetro e imponente, l'ampia piana del fiume Vara fino al suo naturale sbocco nella zona costiera. Una prima citazione del castello malaspiniano è presente in un diploma imperiale di Federico Barbarossa, risalente al 1164, nel quale espressamente viene concesso il castrum Madrognani ad Obizzo Malaspina. Probabilmente il maniero, o un suo primario impianto, fu edificato in un tempo anteriore a quel documento, forse durante la dominazione degli Estensi o dei conti-vescovi di Luni. Dal 1206 la proprietà sul feudo di Madrignano - e quindi del relativo castello - fu esclusivamente dei Malaspina che ne mantennero il dominio fino al 1416 (appartenne a diversi rami della famiglia: da Azzone di Lusuolo nel 1355, a Corrado e Azzone di Mulazzo nel 1446), anno dell'assalto e distruzione operata dalla Repubblica di Genova negli scontri che interessarono tutto il territorio feudale dei Malaspina. Madrignano passò dunque ai conti Fieschi. Conquistato poco tempo dopo dai conti di Mulazzo e ancora ripreso dalla famiglia fliscana per un breve periodo, solamente nel 1469 il castello ritornò nelle mani dei Malaspina per circa tre secoli. Da ricordare per le sue malefatte, Giulio Cesare Malaspina, fratello di Bonifazio II, ucciso nel 1592 da alcuni madrignanesi. Preso il controllo nel 1600, provocò la reazione del governatore spagnolo di Pontremoli che invase Madrignano provocando ingenti danni al castello. Tornato al potere, Giulio Cesare morì senza eredi, lasciando Madrignano al marchese Rinaldo di Suvero, che però dovette successivamente cederlo ai marchesi di Mulazzo. Una seconda distruzione il castello di Madrignano la subì tra il 1705 e il 1706 durante gli scontri tra gli eserciti franco-spagnoli con gli imperiali austriaci (guerra di successione spagnola). Il maniero fu assediato per ben dodici giorni prima di essere espugnato. Data la posizione strategica della rocca, si decise di demolirla e per velocizzare la cosa, furono utilizzate mine di polvere da sparo. Ma la costruzione era solida e nonostante le esplosioni, il castello crollò solo parzialmente, con danni tuttora visibili. Il conflitto terminò con la sconfitta degli spagnoli e i Malaspina poterono tornare a Madrignano. Tuttavia il marchese Azzo Giacinto non riuscì a ricostruire l'intero maniero; si limitò a riadattare a dimora le parti che erano sopravvissute alla furia degli spagnoli. Fra l'altro fu ricostruita la Torre Nuova, quella delle due tuttora esistenti che guarda verso il borgo. Dal 1772, così come il castello di Calice al Cornoviglio e i possedimenti viciniori, la proprietà rientrò nei confini del Granducato di Toscana seguendone le sorti. Con il Regno d’Italia il maniero fu adibito a prigione e a caserma. Subì danni dal sisma che colpì la Garfagnana e la Lunigiana nel 1920, ma ancora di più dai diversi bombardamenti aerei alleati nella Seconda guerra mondiale. Solamente nel 1980 - dopo decenni di abbandono - furono intrapresi mirati interventi di recupero e consolidamento della facciata, lavori però che nel suo intero complesso non furono completamente portati a termine per mancanza di fondi. Attualmente il sito è in fase di restauro.

Il castello di martedì 19 febbraio





BASCHI (TR) – Castello in frazione Morruzze

Morruzze, come la vicina Morre, era una villa fortificata (villa Morrutiarum) costruita tra il 1147 ed il 1149; sebbene il nome la faccia sembrare più piccola della seconda, nel censimento del 1290 era più popolosa e contava 75 abitanti. I Morruzzesi erano montanari forti e laboriosi, conducevano una vita dura e la loro risorsa erano i boschi, che sfruttavano con il commercio di legna; dipendevano da Todi e parteciparono così alla ricostruzione del castello di Montemarte. Nel 1348 parecchie famiglie subirono lutti a causa dell'epidemia di peste; in seguito, le truppe di Carlo VIII taglieggiarono gli abitanti. Anche il condottiero ghibellino Altobello Chiaravalle depredò il borgo. I possidenti locali venivano scelti per rappresentare Morruzze a Todi (erano i sergenti): alla fine del mandato essi entravano in pianta stabile entro la nobiltà. Col passare dei secoli il paese si spopolò, tanto che la parrocchia venne unita a quella di Morre nel 1571. Il palazzo di Morruzze venne acquistato nel XVII secolo dai Paparini, che lo ampliarono e vi crearono l'oratorio di S. Ambrogio. Durante l'occupazione napoleonica faceva parte della Comune di Civitella e del Cantone di Baschi. Il castello, caratterizzato da una bella torre merlata quadrangolare, è circondato da un vasto parco di piante secolari. Tale complesso, parte essenziale della frazione di Moruzze, è composto da più corpi di fabbrica in aderenza, ristrutturati in epoche differenti, comunque bene armonizzati dal punto di vista architettonico. Si affaccia, con il prospetto sud, sulla piazza Cesare Paparini e perimetralmente è percorso da strade asfaltate (V. Giannini e V. della Fontana), e protetto da un muro di cinta in pietrame misto. Il materiale di costruzione è eterogeneo, prevalentemente pietra squadrata e mattoni pieni, la copertura è in coppi. Esternamente si possono riconoscere tre corpi di fabbrica: la torre in pietra alta tre piani; il fabbricato antistante su tre piani, sviluppato lungo il lato maggiore con accesso diretto sulla piazza Cesare Paparini; il fabbricato retrostante, in comunicazione interna con i precedenti, su tre piani e soffitta, cui si accede anche dall'esterno, tramite accesso frontale, carrabile. Internamente si hanno scale principali e secondarie che consentono i collegamenti fra i vari piani.

lunedì 18 febbraio 2013

Il castello di lunedì 18 febbraio






CAPUA (CE) – Castello di Carlo V

Importante presidio militare durante il viceregno spagnolo e il Regno delle Due Sicilie, fu costruito nel 1542, su progetto dell’architetto Gian Giacomo dell'Acaya, barone di Segine, al quale collaborò il capuano Ambrogio Attendolo. Sorge su di un’ansa sinistra del fiume Volturno, a controllo della Via Appia, e faceva parte del vasto progetto di rafforzamento delle difese militari, voluto da Carlo V (da cui prende il nome) al rientro in Italia dalla sua fortunata spedizione a Tunisi. Durante il lungo percorso di visita alle città italiane (1535-1536) - dalla Sicilia ai confini con la Francia con tappe a numerosi centri urbani - il sovrano, il 23 e 24 marzo del 1536, si fermò a Capua, "piccola capitale" della Terra di Lavoro che, peraltro, insieme con Cosenza e Lecce costituiva una delle tre vice capitali del Viceregno, certo la più prestigiosa. Egli, in quest'occasione, sollecitò gli amministratori locali ed il baronato ad intraprendere i lavori necessari per adeguare le fortificazioni, interne e costiere, alle nuove esigenze belliche e difensive. L'opera fu ancora più toscaneggiante nel risultato in quanto vi lavorarono maestranze appositamente richieste ai Medici, Granduchi di Toscana. Una terza fase di lavori (1552-89) si rese necessaria dopo la decisione del viceré Pedro di Toledo di potenziare il controllo sociale e militare sulle città. C'erano state delle insurrezioni popolari (contro il tentativo di introdurre l'Inquisizione) e le fortezze erano risultate insicure. La cinta del D'Acaja appena compiuta sembrava già antiquata. Pedro di Toledo incaricò dei lavori lo spagnolo Ferdinando Manlio (già attivo per le mura napoletane). Furono modificati i bastioni e si creò, abbattendo le torri federiciane, il  bastione cavaliere a Borgo Casilino. Esecutore dei lavori fu ancora l'Attendolo (morto nel 1585) cui successe  Benvenuto Tortelli. L'ultima fase dei lavori (1586-95) fu ordinata dal viceré conte di Miranda su progetto del Marchese di Grottola e di Carlo di Loffredo. Gli interventi portarono la cinta bastionata da 3 a 5 fronti realizzando, tra i primi due già esistenti, i bastioni Conte ed Olivares. Su questa cinta, dai cui spalti si potevano tenere sotto tiro dei cannoni i due accessi principali alla città ( Porta Roma e Porta Napoli) si inserirono le opere settecentesche tutt’ora visibili. Durante la dominazione spagnola, il forte mantenne la sua peculiare funzione di centro ossidionale dell'intera fortificazione di Capua, ma la sua guarnigione, composta nel 1707 di 300 militari, tra soldati ed ufficiali, dovette, il 4 luglio, capitolare di fronte alle soverchianti truppe austriache che , dopo aver conquistato Capua, avanzavano vittoriose verso la capitale del regno. Il forte ha mantenuto la sua funzione di ospitare soldati ed armi durante la successiva dominazione borbonica e nella decennale parentesi di occupazione francese. L’importanza militare e strategica di Capua e di tale fortezza si accrebbe nel 1734, con l'incoronazione di Carlo di Borbone a Re delle Due Sicilie. Quest’ultimo, infatti, mise Capua al centro di un sistema militare, in Terra di Lavoro, formato dai Quartieri Militari di Casagiove e Marcianise, dal castello di Aversa e dal Collegio Militare di Maddaloni. La possente struttura ha funzionato come forte e presidio militare fino al 1848, quando fu convertita in prigione, per ospitare i rivoluzionari. Nel 1852, placatisi i furori controrivoluzionari, la fortezza divenne Laboratorio Pirotecnico del Regno delle Due Sicilie, ovvero luogo di confezionamento delle cartucce da fucile per l'artiglieria e per l’esercito. Paradossalmente, tale attività iniziò solamente nel 1865, quando il regno era già caduto. Con i Savoia, Capua continuò a ricoprire un’importante funzione militare. Fra il Laboratorio pirotecnico e le altre strutture, nel 1875, qui erano stanziati circa 4.600 soldati. In occasione della II Guerra Mondiale, nel 1943, la fortezza subì gravi danni a causa del bombardamento alleato, in particolare nella cortina rivolta a sud-est e nei bastioni lanceolati rivolti verso la campagna. La struttura, parzialmente da recuperare, è tuttora occupata dallo "Stabilimento Militare Pirotecnico" di Capua che è una fabbrica di cartucce e di altri materiali bellici. Il castello è di impianto quadrato, con quattro bastioni di forma pentagonale ai vertici, e occupa una superficie di circa 8480 mq, con ben 1700 mq di piazza d’armi. I quattro bastioni presentano le pareti inclinate e ciascuno di essi è munito di coppie di "orecchioni" cilindrici con sovrastanti garitte semicilindriche. E' interessante notare che l'inclinazione della muratura serviva a smorzare l'energia cinetica delle palle di cannone. Era infatti noto ai progettisti militari che tanto più si allontanava la traiettoria d'impatto balistico dalla normale, tanto meno la percussione risultava devastante. L’ingresso principale del castello è preceduto da un ponte su archi e pilastri. Alla sinistra dell’entrata, vi era la cappella che e' stata attiva fino al 1856 quando, durante la riorganizzazione dei locali destinati al laboratorio pirotecnico, fu spogliata degli arredi fissi e mobili per destinarla a sala delle macchine a vapore per gli impianti necessari alla lavorazione delle cartucce. Dal 1982 ad oggi, grazie agli interventi di tutela attuati dai direttori dello stabilimento militare, il forte è stato recuperato e risanato in molte sue parti. Gli ultimi lavori di consolidamento risalgono al 2000. Attualmente è sede di una caserma e di un'accademia degli Artificieri dell'Esercito.E’ fruibile solo in occasione di particolari eventi e ricorrenze o mediante «visite a pacchetti», in cui i visitatori sono identificabili a priori. Recentemente è stata avviata la procedura per il passaggio del Castello di Carlo V dal Demanio militare al Comune, dunque in futuro il monumento sarà finalmente restituito alla cittadinanza ed aperto ai turisti, con notevoli benefici non solo dal punto di vista del rilancio turistico della città, ma anche di sviluppo economico.

domenica 17 febbraio 2013

Il castello di domenica 17 febbraio





NUS (AO) – Castello di Pilato

Si trova lungo l'antica via Francigena nel borgo di Nus, una delle più remote signorie feudali della Valle d'Aosta. E’ un edificio a pianta rettangolare, con muratura in pietra nuda, del quale restano solamente tre degli spessi muri perimetrali ed alcuni stipiti di finestra in pietra lavorata. Il lato nord è sormontato da due torrette angolari cilindriche pensili. I muri perimetrali sono caratterizzati dalla presenza di ampie luci ad arco ribassato e si innalzano per una altezza di quattro piani, mancando tuttavia della struttura di copertura. Sul prospetto esposto ad ovest si rileva la presenza di una finestra a crociera di pregevole fattura e più tarda rispetto al resto dell'edificio. È da segnalare inoltre come su questa facciata si aprisse una bifora, come testimoniano gli schizzi del D'Andrade e le immagini dell'epoca, come le foto del Nigra; attualmente, questa bifora è stata asportata. Negli interni non sono più visibili le suddivisioni e i tramezzi, distrutti dall'incuria, e ormai le uniche tracce rimaste della vita di un tempo sono i bei sedili in pietra a ridosso delle ampie finestre ed il segno della cappa del grande camino addossato al lato nord. Fu fatto edificare dai Signori di Nus e la data della costruzione è incerta: l'edificio per alcune fonti risale al XIV secolo, mentre secondo altre sarebbe databile intorno al XII – XIII secolo, o ancora alla metà del XII secolo. Il nome "Castello di Pilato" deriva da una leggenda secondo la quale l'ex-procuratore romano Ponzio Pilato avrebbe soggiornato nella casa-forte in mezzo al borgo di Nus nel suo viaggio verso Vienne - in Francia - dopo l'esilio inflittogli dall'imperatore Caligola. In realtà, all'epoca nel borgo sorgeva solo una mansio romana, ma l'appiglio fantasioso per suffragare la leggenda fu dato dal rinvenimento nel 1846, riportato da Edouard Aubert, di alcune monete antiche e medaglie romane tra i ruderi del castello di Pilato. E la leggenda appare verosimile soltanto se si immagina che a Nus potesse già esistere, da quelle parti, una casa, tredici secoli prima, poiché questo castello, appartenuto alla famiglia dei Baroni di Nus, viene citato, per la prima volta, nell'omaggio feudale prestato nel 1337 da Alessandro e Giovanni di Nus. In effetti l'edificio in principio sorgeva isolato proprio all'inizio del paese, mentre ora ne è al centro dal momento che il nucleo abitato si è allargato proprio in direzione est-ovest, giungendo quasi a soffocare la costruzione. In seguito ad un incendio scoppiato verso la fine del XVI secolo i nobili "de Nus", oltreché perdere molti dei loro documenti feudali, dovettero abbandonare questo castello e ripararsi nell'altro (castello di Nus), edificato sulla collina, del quale si è già parlato in questo blog. Il muro meridionale mancante, sul quale si apriva il portone d'ingresso, venne demolito per ampliare la strada tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, e con esso andarono perdute anche le torrette che dovevano difendere l'accesso e gli angoli; il muro fu in seguito ricostruito, ma venne nuovamente distrutto accidentalmente da un pesante automezzo verso la fine degli anni '60. Il restauro, effettuato in anni recenti, ha portato alla costruzione ex novo di alcuni elementi architettonici scomparsi, in un'ottica di conservazione del sito, come la copertura in vetro e acciaio del tetto e la scala in acciaio celata da una struttura lignea sul lato sud dell'edificio, dove un tempo sorgeva la parete perimetrale oggi mancante. La scala, di libero accesso, permette di arrivare al camminamento di guardia e alle due torrette di guardia cilindriche, ottimamemente conservate. L'interno, liberamente visitabile, è stato corredato da numerosi pannelli informativi sul paese e le bellezze del territorio.

sabato 16 febbraio 2013

Il castello di sabato 16 febbraio





SANTA MARIA DEL CEDRO (CS) – Castello di San Michele in frazione Abatemarco

I ruderi del castello di San Michele, nome che deriva dall'Abbazia annessa, rappresentano una delle principali attrattive del piccolo paese dell'Alto-Tirreno Cosentino. Infatti è proprio dal feudo dell'Abatemarco, costituito attorno al castello, che nacque l'attuale cittadina di Santa Maria del Cedro. La rocca su cui sorge il castello fu conquistata dai Normanni nel 1060; in seguito a questo insediamento i monaci basiliani vi vollero edificare un'abbazia che fosse un'importante sede del loro ordine. Col passaggio dal Monachesimo Basiliano al Monachesimo Benedettino, l'abbazia rappresentò un importante punto di contatto con le altre abbazie, tra cui quella di Montecassino. Si riferiscono a questo periodo gli affreschi ritrovati nel castello, forse eseguiti da monaci che giungevano da altri monasteri; due di tali affreschi sono oggi situati nella casa comunale. Raffigurano uno San Sebastiano Martire e l'altro un trittico, la Madonna col Bambino tra un Santo Vescovo e San Leonardo. Sorse dunque prima l'Abbazia – e forse per questo il nome Abatemarco (o Abbatemarco o anche Batomarco), dal nome di un abate - che fu testimone del passaggio dall'influenza bizantina al monachesimo benedettino, e poi il feudo che dalla dominazione Angioina e Aragonese diventò proprietà delle più grandi famiglie del tempo. Secondo fonti storiche il feudo dell'Abatemarco comprendeva le torri di guardia, dette “la Bruca” , “Torre di sant'Andrea” , e Impresa, detta poi "Carcere dell' Impresa", che costituì un importante opificio, per la lavorazione dei prodotti del luogo, soprattutto della canna da zucchero. Nel 1275 Aba-Marcus apparteneva al giustizierato di Val di Acri e nel 1305 ne era signore il famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria. Nel 1414 il feudo fu acquistato da Arturo Pappacoda di Napoli, siniscalco del re Ladislao, al quale si deve anche la statua in legno d'ulivo di San Michele ritrovata nella chiesetta annessa al Castello - per questo definito dagli abitanti del luogo “Castello di San Michele”. Una prima svolta avvenne nel 1511, quando divenne feudo della casata dei Brancaccio. In quel periodo la terra di Abatemarco contava 114 anime. Dopo numerosi passaggi sotto vari feudatari, tra cui i D’Allitto, i Carafa (1509) e i Sanseverino (1548-1549), e soprattutto dopo vari periodi di carestie, il castello passò nel 1727 nelle mani di Angelo Perez de Nueros, che amministrava così i feudi di Abatemarco e di Orsomarso, in qualità di tutore e parente di Antonio Brancati. I Brancati tennero il feudo fino al 1806, quando l'ultimo feudatario di famiglia, Francesco Maria, abbandonò il paese e si trasferì a Diamante. Nello stesso anno il maniero fu smantellato dai francesi. Un’altra bella foto del castello da vedere è al seguente link:
http://www.flickr.com/photos/terzocchio/6852331106/in/set-72157629259000718/

venerdì 15 febbraio 2013

Il castello di venerdì 15 febbraio





MONTALBANO ELICONA (ME) – Castello Svevo-Aragonese

Edificato e fortificato con scopi puramente difensivo-militari dall’Imperatore Federico II di Svevia intorno all’anno 1210 su preesistenti costruzioni bizantine ed arabe (all’interno del suo progetto di dare alla Sicilia dei “punti forti” per difendere il territorio), raso al suolo a seguito di una rivolta popolare nel 1233, venne ricostruito tra il 1302 e 1308 dal re Federico II d’Aragona (1296-1337), col quale raggiunse il massimo splendore. Egli trasformò il corpo svevo da fortezza a residenza reale (per i soggiorni estivi), donandogli quell’imponenza elegante e composta che ne fanno un unicum nel suo genere. Nel XIX secolo avvennero ulteriori lavori di adattamento. Nel 1358 pare che esistesse, all'interno del castello, un edificio sacro dedicato alla SS. Trinità. Alla fine del XIV secolo il feudo, tramite confisca, da Artale Alagona, passò in mano a Berengario de Cruilles, per volontà di re Martino I. Ai Cruilles successe, nel 1408, Tommaso Romano, il cui omonimo erede, però, nel 1463 perse il possesso dell'abitato e della fortezza per un'accusa di omicidio; tuttavia la regia corte gli restituì tutti i diritti di possesso, previo pagamento di una salata multa di onze 400. Nel 1623 Giacomo Bonanno Colonna fu il primo ad essere nominato duca di Montalbano. Il destino del castello fu comunque triste: l'ultimo duca, Giuseppe Bonanno Branciforti, nel 1805 cedette, causa debiti, l'intero maniero ai Gesuiti, i quali lo modificarono secondo i loro bisogni. La fortezza sorge su di un poggio a circa 900 mt s.l.m., che sovrasta e domina l'abitato, il quale, in relazione al nucleo più antico, occupa i fianchi e le pendici dell'altura. Per quanto la posizione sia prominente e il castello svolga l'importante funzione di controllare i passi che dai Nebrodi conducono ai Peloritani e viceversa, in direzione di Tripi, Novara di Sicilia e Roccella Valdemone, l'altura su cui sorge la fortezza, non domina l'ambiente circostante. In relazione alla pianta del castello, è possibile distinguere due corpi di fabbrica: il più antico, normanno-svevo, si compone di un rettangolo, protetto al centro dei lati corti da due imponenti torri merlate a pianta quadrata quella meridionale e a pianta pentagonale, tipicamente sveva, quella settentrionale. Si tratta del mastio, oggi per metà diroccato e ricoperto da vegetazione. Di questo primo nucleo fortificato esistono due ingressi: uno ad ovest, che immette direttamente sulla corte, l'altro ad est, che è sormontato da un arco a sesto acuto. Il secondo nucleo, posto più in basso rispetto al primo, è rappresentato da un recinto, che, nella forma geometrica di un quadrangolo, si adatta al resto dello spazio offerto dalla rupe. Si possono qui cogliere similitudini concettuali costruttive con il castello di Calatabiano. Del recinto quadrangolare, relativamente al periodo svevo, si distingue un primo ordine composto da una serie di grandi feritoie o saettiere alte più di due metri e larghe sette o otto cm. in pietra d'intaglio (l'esempio più importante e meglio conservato della Sicilia); un secondo ordine, aragonese, formato da 18 finestre e due portali. Complessivamente la muratura si compone di blocchi di arenaria di varie dimensioni, pietrame non lavorato, laterizi, il tutto legato da malta di buona qualità. Della fase angioina ci rimane la data del 1270 incisa nel rivestimento idraulico della cisterna grande. Al solito i cantonali e le aperture sono rinforzati con blocchi ben squadrati. Alla fortifcazione aragonese si può accede tramite due ingressi: uno ad ovest, l'ingresso principale da via Castello, che immette direttamente sulla corte grande, l'altro ad est, che è sormontato da un arco a sesto acuto. Entrati dall'ingresso principale ci si ritrova nella corte grande, dove si possono ammirare oltre alla già citata cisterna, la quattrocentesca scala esterna ed, al centro della porzione meridionale del recinto, appoggiata alla parete interna, la cappella “reale” o palatina a pianta quadrata e cupola ottagona, riconoscibile come “tricora” o “cuba” di epoca bizantina, caratterizzata da tre absidi, di cui le due laterali ricavate direttamente nello spessore delle mura e da tracce di affreschi. Questa importante costruzione custodirebbe, secondo alcuni studiosi, le spoglie di Arnaldo da Villanova, una delle figure più importanti del suo tempo, medico, alchimista e riformatore religioso in odore di eresia, morto nel 1310 e del quale sono attestate numerose presenze a Montalbano insieme al re Federico. Continuando il percorso che cinge la rupe (su cui sorge il mastio normanno) si raggiunge la corte piccola, dove è stato realizzato negli ultimi lavori di restauro e consolidamento (2004-2006) un piano terrazzato. Tornando in prossimità dell'ingresso entriamo a visitare gli ambienti interni. Nell'ala occidentale, dove oggi sorge la reception ed il salone auditorium vi erano le carceri. Nell'ala orientale troviamo oggi il Museo delle Armi, mentre, in prossimità dell'angolo di sud-est, è possibile vedere un vano interrato. L'ala nord è invece formata da 3 stanze che vengono attualmente utilizzate per mostre. Questa parte del castello finisce con una stanza a cielo aperto visitabile anche dalla corte piccola. Sul lato ovest e sud sono presenti camminamenti di ronda, non percorribili dai visitatori. Dalla corte diparte infine una scala in pietra con inferriata (costruita anch'essa ex novo) che conduce al fortilizio in cima la rupe. Giunti alla torre quadrata si può godere di un panorama mozzafiato sul maniero aragonese, sul borgo di Montalbano e sui monti che proteggono l'intera parte meridionale. La visita alla parte normanna del maniero finisce qui, in quanto l'accesso alla corte superiore è precluso da un cancello chiuso. Dopo oltre un secolo di declino, negli anni ’80 lavori di restauro hanno restituito il Castello alla sua antica bellezza, ma con un imperdonabile errore: i merli, originariamente a coda di rondine, sono diventati rettangolari, qualificando così come guelfo un edificio che, essendo svevo aragonese, non potrebbe essere più ghibellino! Dal 1921 al 1967 il castello è stato sede del Comune di Montalbano. In seguito ai restauri già citati (1982-85, 2004-2006) l’edificio è stato destinato a sede museale e centro nevralgico per lo sviluppo turistico del borgo medievale.

giovedì 14 febbraio 2013

Il castello di giovedì 14 febbraio




TORINO - Castello del Valentino (dei Savoia)

E' un edificio storico della città, situato nell'omonimo parco sulle rive del fiume Po. L'origine del suo nome è incerta. Il primo documento in cui compare il nome Valentinium è del 1275; qualcuno fa risalire il suo nome a San Valentino perché le reliquie di questo santo, martire giovinetto del '200, sono conservate dal 1700 in una teca di cristallo nella chiesa di San Vito (sulla collina prospiciente al Parco del Valentino) qui trasferite in seguito alla distruzione di una chiesetta vicina all'attuale parco. Alcuni studiosi affermano che, in un singolare intreccio di memoria religiosa e mondanità, si soleva un tempo celebrare nel parco fluviale torinese, proprio il 14 febbraio (ora festa degli innamorati) una festa galante in cui ogni dama chiamava Valentino il proprio cavaliere. Il castello venne edificato a partire dal XVI secolo come dimora suburbana di “delizia”. La residenza, divenuta proprietà di Casa Savoia, venne ampliata ed arricchita con interventi voluti dal duca Emanuele Filiberto, il duca Testa di Ferro (1528-1580) e dal suo successore Carlo Emanuele I (1562-1630). Questa struttura ospitò nobili famiglie come i Saintmerane, i Cicogna, i Pacelli ed i Calvi, che comprarono sei stanze nel castello. L'edificio deve la sua forma attuale ad una Madama Reale, la giovanissima Maria Cristina di Borbone (sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia e figlia di Enrico IV, primo re di Francia, di ramo borbonico), cui venne donato presumibilmente nel 1620. Proprio alla Francia guarda lo stile di questo splendido palazzo: quattro torri angolari cingono l'edificio a forma di ferro di cavallo, con un'ampia corte a pavimento marmoreo. I tetti con due piani mansardati (solo dei falsi piani) sono tipicamente transalpini e tutto lo stile architettonico riflette i gusti della giovane principessa. I lavori durarono quasi 30 anni, dal 1633 al 1660 su progetti di Carlo e Amedeo di Castellamonte: la duchessa Maria Cristina vi abitò fin dal 1630, anno della salita al trono del marito. La prima campagna decorativa del Valentino riguardò l’appartamento del primo piano verso Moncalieri, costituito dalle stanze “Verde”, “delle Rose”, “dello Zodiaco”, “della Nascita dei Fiori”, “dei Gigli” e dal gabinetto “dei Fiori indorato”. I fregi e le volte di questi ambienti vennero ornati da affreschi e stucchi realizzati da artisti di origine luganese, come Isidoro Bianchi (1581-1662) e i suoi figli Francesco e Pompeo, Tommaso Carlone e Carlo Solaro. Questi maestri diedero vita alle invenzioni poetiche, incentrate su temi alchemici e floreali, ideate dal conte Filippo San Martino d’Agliè (1604-1667). Il Salone centrale venne affrescato da Isidoro Bianchi con temi storici che sottolinearono lo stretto rapporto della corte sabauda con il regno di Francia. I lavori di decorazione del castello del Valentino vennero ripresi nel 1642, al termine del drammatico conflitto tra la reggente del ducato sabaudo, Madama Reale Cristina di Francia, e i cognati filo-spagnoli, il principe di Carignano Tommaso Francesco di Savoia e il cardinale Maurizio. All’inizio del sesto decennio del Seicento l’esterno della reggia verso la corte venne modificato con l’aggiunta di un finto secondo piano, utilizzato per celare parzialmente il ripido tetto a spiovente “alla francese” e sul nuovo frontone venne istallata una lapide commemorativa dettata dal retore di corte Emanuele Tesauro (1592-1675). L’intellettuale delineò anche i temi retorici che caratterizzarono le decorazioni delle sale dell’appartamento del primo piano verso Torino, ovvero le stanze “della Guerra”, “del Negozio”, “delle Magnificenze”, “della Caccia”, “delle Feste” e il gabinetto “delle Fatiche d’Ercole”. Per l’occasione vennero richiamati a Torino gli artisti luganesi della famiglia Bianchi che realizzarono le ricche partiture in stucco, nelle quali ebbero una parte determinante anche Alessandro e Carlo Casella, Bernardino Quadri, Elia Castelli e Giovan Luca Corbellino, e si affidarono le pitture ad artisti come Giovanni Paolo e Giovanni Antonio Recchi. Sempre a Maria Cristina si deve lo scenico arco di ingresso sulla facciata con lo stemma sabaudo. Sulla figura della nobildonna francese circolavano voci maligne, che narravano di un Castello del Valentino luogo di incontri amorosi con gentiluomini e servitù che finivano in fondo ad un pozzo gettati dalla nobile amante, la quale sembra che si fece costruire anche un passaggio sotterraneo, vera e propria galleria che attraversava anche il letto del Po, per collegare il Castello alla Vigna Reale, teatro d'incontri amorosi tra lei e il suo consigliere Filippo d'Agliè. Decaduta a partire dalla morte di Cristina di Francia, la residenza ebbe successive destinazioni d'uso. Il 19 dicembre 1805, infatti, il governo francese stabiliva che il complesso fosse assegnato all’esercito e vi fosse insediata una scuola di Veterinaria. Resta traccia di questa pur breve destinazione d’uso nelle decorazioni delle aperture del padiglione sud-orientale che, in origine, consentivano l’accesso alla terrazza di collegamento con il padiglione occidentale. Con la Restaurazione, i Savoia sostanzialmente confermavano l’utilizzo militare della residenza: nel 1824 vi furono insediate due compagnie di Artiglieria leggera, mentre a partire dal 1831 fu sede del neonato corpo Pontieri del Genio, che divideva l’uso degli ex appartamenti reali con la Regia Camera di Agricoltura e Commercio, la quale poteva disporne per organizzare periodiche esposizioni industriali. L’uso militare, ribadito in qualche modo anche dal passaggio della proprietà dell’edificio dalla Corona al demanio dello Stato nel 1850, perdurò sino al 1857, quando, in previsione della VI Esposizione Nazionale dei Prodotti per l’Industria dell’anno successivo, il Ministero delle Finanze, dopo averne approvato il progetto, assegnò l’incarico a Luigi Tonta e Domenico Ferri della complessiva trasformazione del castello, il quale, nell’occasione, acquisì la forma che tuttora mostra, con l'ampliamento delle maniche di collegamento tra le torri. Nel 1859 ospitò la scuola di applicazione per gli ingegneri. L'abbandono del castello, però, ne è stato paradossalmente la sua fortuna: alcune infiltrazioni d'acqua hanno rovinato alcuni affreschi ma nel complesso il disinteresse per il palazzo ne ha conservato intatto il patrimonio di fregi e affreschi delle sale, tutti originali del '600. Oggetto di restauri in questi ultimi anni, il Castello sta ritrovando l'antico splendore. Le sale del primo piano vengono riaperte una ad una e ospitano uffici di rappresentanza della Facoltà di Architettura. Il 12 maggio 2007 ha riaperto la splendida sala dello Zodiaco, col suo affresco centrale che raffigura mitologicamente il Fiume Po con le fattezze di Poseidone. Oggi è sede distaccata del Politecnico di Torino. Un'area di 27.000 metri quadrati a sinistra del Castello è occupata dall'Orto Botanico, fondato da Vittorio Amedeo II nel 1729, che comprende numerose piante rare ed è fornito di ampie serre, un erbario e di una Biblioteca, dove sono conservate preziose tavole botaniche del XVIII secolo.

martedì 12 febbraio 2013

Il castello di mercoledì 13 febbraio





MONTECCHIO MAGGIORE (VI) – Castello della Villa dei della Scala

Sorge a 234 metri s.l.m. ed è chiamato anche "Castello di Romeo" in quanto attribuito alla famiglia dei Montecchi. Infatti, secondo la tradizione popolare, la gestione delle due rocche (Villa e Bellaguardia) edificato per volere di Cangrande II della Scala nel 1354 fu proprio da quest’ultimo affidata alle due famiglie dei Montecchi e Capuleti, acerrime nemiche, affinchè si riavvicinassero nella comune missione di difesa del territorio. L'intento fu vano ma ne nacque invece l'ostacolato amore tra i due giovani che avrà nella città di Verona il suo tragico epilogo. E' tuttavia accertato che la fortificazione del colle ebbe origini molto più antiche: forse non risalente al tempo dei romani, come ipotizza qualche studioso, ma quantomeno all'XI secolo. A quest'epoca risalgono, infatti, le prime notizie sicure sull'incastellamento del colle: secondo alcuni studiosi esso fu opera della famiglia dei Bongiudeo cui sarebbero succeduti nel secolo successivo i Pileo. Quest'ultima famiglia fu poi impegnata nelle lotte con Alberico ed Ezzelino da Romano, e ne uscì sconfitta (1243), motivo per cui il suo castello venne quasi completamente distrutto. Nonostante la mole imponente, che costrinse anche ad un notevole impegno finanziario, i due castelli non furono mai teatro di eventi bellici di particolare rilievo, e passarono pressoché indenni nelle mani dei Visconti prima e dei Veneziani poi. La loro decadenza prese il via all'epoca della guerra di Cambrai, quando, infatti, il generale veneziano Bartolomeo d'Alviano dispose lo smantellamento di tutte le opere fortificate della regione, nel timore che i nemici potessero trovarvi riparo. L'opera di demolizione fu avviata nel luglio 1514 e, finita la guerra, non si pensò più al loro restauro, dato che la loro funzione difensiva svolta fino a quel momento era venuta a cadere: sia perché Montecchio non si collocava più in terra di confine ma veniva a trovarsi ben protetto all’interno del dominio veneziano, sia perché simili fortificazioni, nate nel Medioevo, non erano più adeguate a svolgere i loro compiti, date le notevoli innovazioni in campo militare. Furono pertanto lasciati per secoli allo stato di rovine, soggetti ad un degrado continuo ed inesorabile. Tuttavia i due manieri non dovettero subire danni irreparabili, come testimonia il loro acquisto per la somma di 200 ducati da parte della comunità di Montecchio, nel 1742, e la particolare attenzione di cui essi divennero oggetto nei primi decenni del 1900. Nel 1939 le autorità locali ne provvidero, infatti, alla ricostruzione, nel sostanziale rispetto della loro struttura originaria. Il castello della Villa conserva ancora il perimetro delle mura e la torre del mastio. Questo maniero, che è più grande di quello di Bellaguardia, ha una forma trapezoidale (circa 60 x 50 mt), seppur con adattamenti dovuti alla necessità di seguire il profilo orografico del colle: lo caratterizzano tre sporgenze, in origine probabilmente turrite. Delle tre torri originarie rimane solo quella di sud-est, posta a protezione dell'ingresso, costituito da una porta priva di ponte levatoio. Tale torre, sporgente dalle mura, è munita di beccatelli e caditoie alla sua sommità, ancor oggi visibili. Le cortine dovevano originariamente essere provviste di merlatura guelfa e di un camminamento di ronda, attraverso al quale si accedeva forse anche al mastio, posizionato sul lato opposto, a nord-ovest. Questa torre, alta circa 25 metri, come la sua "gemella" di Bellaguardia, ha base in pietra a tronco di piramide e alzata in mattoni. Il suo ingresso è posto alcuni metri più in alto rispetto al livello del suolo sottostante, ciò fa pensare alla presenza non più riscontrabile di alcune strutture che dovevano appoggiarsi alla torre e alle stesse mura perimetrali all’interno del castello. Ora al mastio si accede tramite una gradinata realizzata durante i lavori di restauro. Si sviluppa su cinque piani e dalla sua sommità si dominano le vallate circostanti. La fortezza presenta nella tecnica costruttiva tutti i caratteri peculiari delle maestranze scaligere, il più evidente dei quali è il tipico disegno “a dente di sega” secondo cui sono disposti i mattoni agli angoli delle torri. Poco si conosce dell’originaria articolazione degli spazi interni; i restauri condotti come già scritto nel 1939, hanno riportato in luce i resti di una cisterna per l’approvvigionamento idrico. Il Castello della Villa viene ora impiegato solamente nella stagione estiva per eventi e spettacoli all’aperto.