sabato 30 maggio 2015

Il castello di domenica 31 maggio






VERNATE (MI) – Castello Visconti in frazione Coazzano

Nella frazione di Coazzano, è conservato il più importante monumento di Vernate, un castello rurale visconteo edificato a metà del XIV secolo, che sorge su un lieve rialzo naturale dove prima c'era un fortilizio. E’ un edificio d'impianto quadrangolare con cortile porticato e con loggiato aperto verso sud. Il nucleo originario del complesso è la torre trecentesca, posta sul lato nord, la cui facciata è caratterizzata da un arco cieco a sesto acuto e dalle tracce del ponte levatoio, utilizzato per superare il fossato che circondava il castello. Oggi l'accesso al bene avviene attraverso un ponte in pietra a due arcate. La facciata est presenta due finestre a sesto acuto con intonaco decorato. All'interno si conservano la scala in pietra, di collegamento tra i piani della torre, due camini in pietra lavorati e la copertura con capriate in legno. Fanno parte del complesso il mulino fortificato, un edificio ad L adibito a residenza dei contadini, con una sua corte agricola, un altro edificio ad L, ad uso stalla e fienile, ed una costruzione con tracce di affresco annessa alla residenza, resti di una cappella intitolata al Crocifisso fatta erigere da Bianca di Savoia. I recenti restauri ne hanno valorizzato le caratteristiche originarie, per cui può essere considerato un esempio tra i più interessanti di castello rurale visconteo. Dopo essere stato adibito a convento delle Clarisse di Pavia, oggi è in uso come azienda agricola. Purtroppo nel 2008 un incendio di vaste proporzioni si è sviluppato nel castello di Coazzano. Le fiamme, divampate con tutta probabilità all' interno della canna fumaria, hanno lambito circa 200 metri quadrati del tetto dell'edificio, facendo crollare parte della copertura del palazzo visconteo.


venerdì 29 maggio 2015

Il castello di sabato 30 maggio






MAZARA DEL VALLO (TP) – Castello normanno

L'Arco normanno di Mazara del Vallo, era la porta di accesso a forma di arco ogivale del castello fatto costruire da Ruggero I d’Altavilla, dopo la liberazione nel 1072 della città dalla dominazione araba, e demolito nel 1880 per la costruzione di un giardino pubblico, l'attuale villa Jolanda. L'Arco normanno domina l'antistante piazza Mokarta (così chiamata in onore del guerriero musulmano Mokarta, nipote del re di Tunisi che nel 1075 tentò la riconquista della città) ed è considerato il simbolo più significativo di Mazara. La principale fortificazione normanna a Mazara fu il castello, ubicato sul lato sud-orientale della città. Il complesso presentava torri per l'avvistamento e bastioni difensivi, e si estendeva per l'intera superficie dell'attuale Villa Jolanda. Fu dimora di diversi potenti e nobili: Ruggero I, Ruggero II, Federico III di Aragona, la regina Eleonora d’Angiò nel 1318, Pietro II di Sicilia, Martino I di Sicilia fino al re re Alfonso II di Napoli nel 1495. Nel 1513, le sale e i sotterranei del castello ormai cadente ed in rovina, vennero adibite a carcere. Per ordine del conte Ruggero, la città venne circondata da mura alte, spesse e robuste, che inglobarono però solo una porzione del centro abitato. Descritte da Idrisi per la prima volta nel 1154, erano composte da tufo, argilla e malta di calce. All'angolo sud-orientale delle mura si trovava il Castello stesso, ai restanti tre angoli vennero costruite grandi torri di difesa: Torre di San Francesco (angolo nord-occidentale), Torre Bianca (angolo nord-orientale), Torre delle Armi (o Torre del Fiume, angolo sud-occidentale). Il toponimo Torre Bianca (Turri Bianca in siciliano) è rimasto tutt'oggi ad indicare il luogo della vecchia torre, l'odierna Piazza Matteotti. Come il castello, anche le mura vennero demolite in epoca recente (1852) dall'allora amministrazione comunale. Altre notizie potete trovarle cliccando sui seguenti link: http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=126, http://www.primapaginamazara.it/index.php/attualita/1779-mazara-sara-ricostruito-il-castello-normanno-cosi-decollera-il-turismo (dove si parla di un progetto di ricostruzione del maniero!), http://www.mazara.altervista.org/arconormanno.html

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Arco_normanno_%28Mazara_del_Vallo%29, http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Mazara_del_Vallo#Fortificazioni

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è una foto di Angela Trapani su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/61819

Il castello di venerdì 29 maggio






VETRALLA (VT) – Rocca Di Vico

La posizione di Vetralla, dominante e facilmente fortificabile, nel cuore del territorio degli Etruschi è stata occupata con continuità a partire dall'Alto Medioevo. In epoca romana sulla via Cassia a circa due km dagli insediamenti medioevali era presente una stazione della posta; tuttora nei pressi di S.Maria di Forcassi sono presenti alcuni muri e parte della pavimentazione del Forum Cassii romano. Nel tardo impero la popolazione, ridotta numericamente, si spostò nell'attuale posizione più facilmente difendibile. La piccola fortezza venne incorporata nei possedimenti papali fin dalla loro origine storica grazie alla Donazione di Sutri (728) effettuata dal re longobardo Liutprando a favore del papa Gregorio II; tra gli anni 1110 e 1134 fu sotto il dominio dei signori di Viterbo. Dal 1145 il papa Eugenio III si installò a Vetralla per sfuggire alla violenza e alle lotte intestine di Roma; da qui indisse la Seconda Crociata con la bolla Quantum praedecessores. Nel 1188 i Viterbesi misero a ferro e fuoco il borgo poiché Giusso e Borgognone, signori del luogo, vi avevano eretto una rocca la quale venne subito demolita. Il territorio fu a lungo conteso tra i papi e i signori di Viterbo e, ancora oggi a titolo commemorativo il sindaco di Vetralla nella cerimonia dello Sposalizio dell’albero riafferma i diritti del comune sul controllo di Monte Fogliano. Questo feudo fu assegnato nei secoli a varie famiglie nobiliari legate al papato: per primi gli Orsini, poi i prefetti Di Vico. Questo fu il periodo di maggiore sviluppo della cittadina; i prefetti infatti lo scelsero quale presidio fortificato sulla Cassia per vigilare sui confini meridionali dei loro possedimenti. Nel 1432 Giovanni Di Vico fu però costretto dalle truppe pontificie a rifugiarsi in Toscana. I Di Vico ritornarono temporaneamente a Vetralla ma nel 1435 essi furono definitivamente sconfitti dal cardinale Giovanni Vitelleschi e l'ultimo signore, Giacomo di Vico, fu imprigionato nella fortezza di Soriano e decapitato. Vetralla passò poi al cardinale Giovanni Borgia (1474), a Lorenzo Cybo (1529), e al cardinale Alessandro Farnese nel 1534. Della Rocca dei prefetti Di Vico, distrutta da un bombardamento aereo durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi resta un grande torrione cilindrico merlato, visibile nella Piazza della Rocca. Sul lato meridionale del paese, a ridosso della cinta muraria, sono visibili altri resti del fortilizio.

Fonti: testo “Rocche e castelli del Lazio” di A.C. Cenciarini e M. Giaccaglia, http://it.wikipedia.org/wiki/Vetralla, http://www.viefrancigene.org/it/resource/poi/vetralla-1/, http://www.calino.it/Turismo/Lazio/Vetralla.pdf

Foto: di Croberto68 su http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rocca_di_Vico_%28Vetralla%29.JPG e da http://www.eventuscia.it/portale/images/eventlist/venues/piazza_della_rocca_vetralla_1339513452.jpg

giovedì 28 maggio 2015

Il castello di giovedì 28 maggio






OTRICOLI (TR) - Castello in frazione Poggio

Poggio si trova a 314 mt s.l.m., sul fianco di monte San Pancrazio (1.028 m), ed è abitato da 388 residenti. Noto nel passato come Castrum Podii Medii oppure Poggium Moggii, viene nominato per la prima volta in un documento del 1237, un atto di vendita del castello ivi esistente ai narnesi Tebalduccio Dorgani e Piergentile. Nel 1277 Narni accettò la sottomissione dei Poggiani, cosa riconfermata in documenti del 1371. Ancora nel XVI secolo risulta soggetto a Narni e al comune deve pagare delle tasse in occasione della festività del patrono San Giovenale, nonché inviare i suoi uomini in occasione di attività militari. Vi furono poi delle contese con il comune di Calvi, che cessarono nel 1764 con un atto di transazione ufficiale. Infine, nel 1815, il castello fu appodiato ad Otricoli per poter continuare ad esistere. Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, vi si svolse un'importante battaglia. Il castello di Poggio è caratterizzato da un dongione quadrangolare posto lungo le mura. La rocca, del secolo XIV, è posta alla sommità del paese e domina la distesa di colline fino ad Otricoli, Magliano e alla valle del Tevere fino al Monte Soratte. Essa è cinta da un circuito murario con una serie di torri (7, di piccole dimensioni), recentemente restaurate, che servivano per la difesa del castello e dei suoi abitanti. Nella parte bassa della cinta muraria è da segnalare quella che, probabilmente, costituiva l’antica porta d’ingresso al paese, detta comunemente “Trasanda”, la quale presenta un’apertura sovrastante che serviva per la difesa. Di particolare rilievo è la torre ovest, a pianta rettangolare, con volta “a botte” all’interno, e riutilizzata come edicola. La torre est invece si caratterizza per la pianta quadrata e per una serie di feritoie usate per la difesa, tramite l’utilizzo di archi e balestre, tipiche armi medievali. La torre sud, discretamente conservata nelle sue pareti esterne, doveva servire sia per l’avvistamento e la segnalazione, sia per la rapida comunicazione con il contado sottostante. Oltre alla funzione difensiva è importante anche la valenza religiosa: al di fuori di esso si trova infatti il pomerio, ossia un terreno dove era vietato edificare e coltivare. Al centro del complesso del Castello si trova la Chiesa di San Nicola, edificata tra il Quattrocento e il Cinquecento. La facciata presenta un portale ad arco ornato da un bassorilievo rappresentante il Santo e sormontato da una finestra. La facciata culmina con un campanile a vela. All'interno sono conservati dipinti seicenteschi, altari e un fonte battesimale del Cinquecento. Altro link suggeriti: http://www.giornatemedioevali.it/castello-di-poggio

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_(Otricoli), http://www.benedettigiuseppe.com/il-mio-paese-1/le-mura/

Foto: di Rita e Beatrice su https://www.airbnb.it/rooms/5388762 e da http://www.giornatemedioevali.it/wp-content/uploads/2010/10/rocca_mura.jpg

mercoledì 27 maggio 2015

Il castello di mercoledì 27 maggio






ISOLA DELLA SCALA (VR) - Torre scaligera

I primi insediamenti risalgono all'età del Bronzo e si sono ampliati durante la dominazione romana e con la costruzione della via Claudia Augusta. Nel periodo medievale si registra l'insediamento di monasteri benedettini, che lavorarono alla bonifica del territorio agricolo. In epoca comunale il territorio appartenne quasi interamente ai conti Bonifacio di Verona e fu chiamato "Isola dei Conti". Nel XIII secolo il paese venne assoggettato dagli Scaligeri, i quali rafforzarono le difese sul fiume Tartaro. A testimonianza della loro presenza, resta oggi una Torre mozzata chiamata, appunto, "Scaligera", fatta erigere da Mastino II della Scala nel 1136, come difesa contro le incursioni dell'allora nemica Mantova, e facente parte di un complesso difensivo molto più esteso, che partiva dal lago di Garda ed andava fino ad Ostiglia: il cosiddetto Serraglio Veronese. La Torre Scaligera sorge in riva al Tartaro, sulla strada per Vigasio. Unico resto di un preesistente castello, serviva a controllare l'accesso al paese ed era costituita da tanti pianerottoli in cui alloggiavano i soldati, affiancata da un rivellino munito di due ponti levatoi, dal momento che un tempo il Tartaro circondava completamente la costruzione. Nonostante le esigue dimensioni della torre, la fortificazione di Isola della Scala era sufficiente per frenare le offensive provenienti dal mantovano in quanto era collocata nell’unico punto di guado tra le acque del fiume e la zona a quei tempi paludosa. Un esercito avrebbe dovuto passare proprio sotto le mura della torre e non avrebbe avuto scampo. La torre era costituita da cinque livelli ed aveva poche finestre. Solo il primo piano e l’ultimo avevano un soffitto a volta, mentre gli altri erano soppalcati in legno. La cosa interessante è che le scale di comunicazione tra un piano e l’altro erano esterne e retrattili e poggiavano su grossi mensoloni di pietra, ancor oggi visibili, ciò permetteva di impedire agli assalitori di raggiungere i piani più alti. E’ da notare la costruzione degli angoli esterni della torre: una serie di mattoni in cotto e ciotoli disposti a “dente di sega”, uno stratagemma architettonico tipico degli scaligeri che dava maggior solidità alle pareti angolari. Altra caratteristica singolare è data dalla forma dei merli presenti in cima alla torre che erano a coda di rondine (ghibellini). L'attuale struttura muraria in cotto è stata in gran parte restaurata nel 1839, ed una lapide murata sopra il lato ovest del rivellino ci ricorda quell'intervento (MDCCCXXXIX hoc collabefacturo renovatum comunitatis aere). Con gli Scaligeri il territorio assunse il nome definitivo di "Isola della Scala". Con la conquista della Serenissima Repubblica di Venezia ci fu l'insediamento di molte famiglie veneziane, che provvidero alla costruzione di opere di idraulica e d'arte. Lo stesso nome fu mutato in "Isola di San Marco", ma non ebbe molta sorte nell'uso perché gli abitanti della cittadina rimasero sempre legati all'antico nome sin da ripristinarlo al tramonto della dominazione. Durante il periodo napoleonico, Isola della Scala perse la sua autonomia, a favore del distretto di Villafranca, ma tornò ad un ruolo di primo piano con la dominazione Austriaca. Per approfondire, suggerisco la lettura della seguente pagina: http://www.scaligeri.com/index.php/isola-della-scala

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_della_Scala, http://torrescaligera.it/service/la-torre-scaligera/, http://www.comune.isoladellascala.vr.it/index.jsp?code=100, http://www.tourism.verona.it/it/cosa-fare/arte-e-cultura/forti-rocche-e-castelli/torre-scaligera-di-isola-della-scala

Foto: di Fabio Carlo Sansoni su http://www.scaligeri.com/index.php/isola-della-scala e da http://www.lamescaligere.it/foto/Ricerca/Isola%20della%20Scala/Torre%20scaligera.jpeg

martedì 26 maggio 2015

Il castello di martedì 26 maggio







SAN VALENTINO IN ABRUZZO CITERIORE (PE) – Castello Farnese

Ciò che affascina del Palazzo Farnese di San Valentino è l’eterogeneità della sua struttura che assume, a seconda del punto di vista dal quale il visitatore la osservi, la veste di castello medievale, cinta fortificata, palazzo nobiliare nonché casa rurale. La fabbrica odierna è il frutto di numerose stratificazioni succedutesi nel corso dei secoli, specchio della vita del manufatto, ma non tutte databili con certezza. Se, infatti, risulta abbastanza agevole delineare la storia di San Valentino dall’epoca della sua fondazione ad oggi, sono invece scarsi i dati documentari strettamente riferiti all’edificio. Le notizie relative alla sua costruzione sono note grazie alla cronaca di Casauria secondo la quale Giselberto, abate di Casauria, concesse ai figli di Lupone 400 mogge di terra a titolo di concessione beneficiale. In uno di questi siti i figli di Lupone costruirono un castello. Le fonti testimoniano quindi che l'edificazione del castello di San Valentino era già avvenuta nel 1074. Legato alla vicina Abbazia di San Clemente a Casauria, nell’orbita della quale il paese rimarrà fino all’avvento dei normanni nell’XI sec., San Valentino passò per le alterne fortune dei feudatari locali, Acquaviva, Orsini e Della Tolfa, di  fede ora angioina, ora aragonese, fino all’elevazione a feudo farnesiano per mano di Margherita d’Austria (1583) e in seguito borbonico dalla prima metà del XVIII sec. all’unità d’Italia. L’unica data, 1507, che attesta con certezza l’evoluzione sostanziale del manufatto compare nell’epigrafe commemorativa ubicata nell’androne del palazzo: “Giacomo proprietario di Tolfa, proveniente da Roma, traente origine da Penatibus Frigiis, conte di San Valentino e Pianella, fece costruire questo edificio nell’anno del Signore 1507”. A questo periodo è forse ascrivibile la rivisitazione del castello in veste rinascimentale, lo smantellamento degli apparati difensivi e la costruzione di nuovi corpi di fabbrica che restituirono l’immagine di un organismo multiplo destinato ad espandersi e modificarsi ulteriormente nei secoli successivi. Una struttura atta ad ospitare gli Inviati e i Funzionari dei Duchi di Parma prima e del governo borbonico poi; così viene infatti descritta nel Catasto de beni Gentileschi di S.A. Serenissima il Duca di Parma del 1682 conservato presso l’Archivio Storico di Napoli: “Una Rocca nel Palazzo e diverse stanze, dove risiedono li Governatori, che pro tempore sono, come anco li Ministri di Sua Altezza Serenissima nel tempo che vengono”. Le cronache riferiscono della cessione nel 1784 a censo perpetuo a Giuseppe Andrea Franchi e lo descrivono nel corso del XIX secolo come “orrido carcere” citato anche da d’Annunzio nel Trionfo della Morte: “La mattina dopo Giorgio stava seduto sotto la quercia ascoltando il vecchio Cola che raccontava come a Tocco Casauria in quei giorni il Novello Messia fosse stato preso dai gendarmi e condotto nelle carceri di San Valentino con alcuni suoi seguaci” (Libro V, Tempus destruendi, par. VIII). Al declino del Regno di Napoli si affianca la scarsità di notizie e documenti che potrebbero far luce sull’attuale partizione del palazzo in tre unità distinte, di proprietà della Curia, del Comune e di privati. Proprio alla frammentarietà della proprietà vanno imputati gli interventi più recenti, i più impropri, che hanno portato alla perdita di alcuni caratteri identitari della struttura; il sistema archi diaframma-solaio ligneo del primo livello è stato sostituito da telai in latero-cemento nei volumi sud-est e sud-ovest interessati anche dall’inserimento di  scale interne ed esterne in cemento armato, infissi in alluminio e dalla sopraelevazione del corpo sud-ovest coronata da copertura in eternit. Al degrado antropico si aggiungono i danni seguiti al sisma del 6 aprile che hanno interessato tutta la fabbrica, colpendo in particolare i volumi superiori del fronte prospiciente Piazza Duomo. Un auspicabile intervento di restauro dovrebbe mirare ad una corretta rilettura del manufatto che metta in luce, chiarendole, le varie fasi evolutive, coadiuvando la ricerca storica con l’indagine diretta della fabbrica condotta tramite lo studio dei suoi caratteri costruttivi e stilistici. Una volta restituitagli l’integrità formale e storica e il giusto rapporto con le pertinenze, il castello-palazzo di San Valentino potrà valersi della sua vocazione turistico-ricettiva alla quale mostra di essere votato anche per la felice posizione tra mare ed entroterra, incastonato tra il Parco Nazionale della Majella e la Riserva di Bolognano. E’ localizzato nella parte alta del paese e, anche dopo vari crolli e rimaneggiamenti, lascia ancora intendere l’antico e maestoso splendore. Tutto il complesso è formato da un insieme di edifici costruito nel recinto delle mura costituenti il primitivo castello, di origini medioevali e databile al XIII sec. L’ attuale configurazione della struttura si deve ad un imponente intervento operato nei primissimi anni del ‘500 dai conti Perigiis della Tolfa. Con l’acquisto, nel 1583, del Castello da parte di Margherita D’Austria, moglie del nobile ortonese Ottavio Farnese, il complesso divenne parte integrante dello Stato Farnesiano e assunse l’attuale denominazione. La costruzione ha un contorno che oggi si presenta aperto in più parti verso l’esterno, mentre l’originario unico ingresso, posizionato sul fronte nord-est, rialzato sulla piazza, è raggiungibile da una scalinata a doppia rampa. La muratura in pietra e malta ha grossi cantonali in pietra squadrata e lascia intravedere i segni di vari interventi di tagli e ricuciture. All’interno l’androne si apre sulla Corte in cui si affacciano i vari edifici costituenti il complesso, di cui il più antico e quello di fronte all’ingresso, a due piani. All’edifico ad esso accostato, sulla sinistra, è accostata la scalinata d’onore che raggiunge il portale della loggetta quadrata, scolpito con decorazioni cinquecentesche, mentre nei prospetti estreni si possono vedere ancora oggi i corpi aggiunti nel corso del tempo.
Fonti: http://www.abruzzovacanze.net/vr.php/it/3550,  http://www.comune.sanvalentino.gov.it/index.php?option=com_content&view=article&id=117:palazzo-farnese&catid=12:luoghi-da-visitare&Itemid=14, http://visitabruzzo.altervista.org/it/2013/01/castello-farnese-san-valentino-in-abruzzo-citeriore/
Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.viaggioinabruzzo.it/pe/images/San%20Valentino%20in%20A.C/Sanvalentino_photogallery/slides/06-P7093202%2B.jpg, infine la terza è da http://www.comune.sanvalentino.gov.it/images/phocagallery/Foto/fotosanvalentino/panoramica%20castello%20farnese.jpg

lunedì 25 maggio 2015

Il castello di lunedì 25 maggio






DUGENTA (BN) - Castello

Dugenta venne citata per la prima volta nell'823 d.C. Nel XIII secolo fu donata da Carlo I d'Angiò a Guglielmo di Belmonte dopo essere stata valutata poco più di quarantadue once. Nel primo cedolario redatto dagli angioini risultavano ventitré famiglie proprietarie tassate. Dai Belmonte passò prima a Rofredo Gaetani, fratello di papa Bonifacio VIII, e poi ai Sanframondo. Posta in una posizione strategica, nel 1439 fu teatro di una feroce battaglia fra re Alfonso I d'Aragona e Jacopo Caldora. Quest'ultimo fu sconfitto. Nel XVI secolo divenne possedimento dei De Capua, dei Monsorio, dei Loffredo e dei Cossa. Dal 1648 fu feudo del duca di Guisa e nel 1734 vi passò Carlo III di Borbone, nella sua avanzata alla conquista del Regno di Napoli. Inserito all’interno del suggestivo centro storico di Dugenta si erge il castello, di impianto bassomedievale, ricco di storia e di racconti leggendari che lo vedono protagonista di alcuni avvenimenti bellici e strategici fondamentali per la formazione del Regno napoletano. Fu donato da Carlo I d’Angiò a Guglielmo di Belmonte nel 1268, rientrando in tal modo nel cosiddetto feudum in demanium, ovvero in capite, cioè feudo concesso direttamente dal Re o dalla Curia. Fu anche registrato nei quaderni della Curia, donde l’appellativo di feudum quaternatum. Al tempo di Belmonte dipendeva dalla Contea di  Caserta. Passò successivamente ad un certo Adam de Vasis e da questi a Roberto D’Erville, come si legge nei registri della Cancelleria Angioina, il quale lo tenne fino al 1282. Nel 1287 passò a Bertrando Artus. Dal 1289 al 1293 ne fu possessore Ludovico de Roheriis. In seguito il castello subì le sorti della Contea di Caserta, passando poi alla famiglia Caetani nel 1308. Nel 1310 passò a Diego de la Rath e poi al conte Francesco, il I° giugno del 1329. Il 30 giugno 1459 re Ferdinando confermò a Giovanni della Ratta i feudi di Caserta, Limatola e Dugenta, i castelli di Valle, Frasso Telesino e Melizzano. Nel 1648 vi fu rinchiuso il duca di Guisa catturato mentre fuggiva da Napoli. Il castello di Dugenta sorse in posizione baricentrica, come fabbrica difensiva della Valle, nei pressi della confluenza del Calore con il Volturno. Il complesso della struttura può essere definito come espressione dell’architettura militare, con alte mura merlate e cortile interno: per il gioco dei volumi, l’articolazione degli spazi interni, la scelta del sito, che presenta una massiccia parete tufacea, sorgente dal torrente S. Giorgio, su cui si innesta la cinta muraria rivolta a Sud Est. Il castello di Dugenta dovette essere collegato mediante “ideali ponti aerei” con altre fortezze che si scambiavano segnali con fumate di giorno e fuochi di notte, secondo veri e propri codici per la teletrasmissione delle notizie, in particolare degli allarmi. Nelle lunghe notti invernali venivano, inoltre, praticati numerosi giochi. Non è mai stato esplorato in tutte le sue parti, il che lo rende ancora più misterioso con i suoi trabocchetti e i sotterranei che secondo la leggenda, lo mettevano in collegamento con i vicini castelli di Limatola e Maddaloni. Oggi dell’antico maniero restano pochi ruderi, anche a causa delle demolizioni apportate nei decenni scorsi. Si possono apprezzare, tuttavia, ancora i tratti originari delle cortine murarie, in conci quasi regolari di tufo giallo e soprattutto l’alto basamento a scarpa, che, una volta, girava intorno alla fabbrica e rendeva i due piani nobili praticamente irraggiungibili dall’esterno. Attualmente è ancora visibile anche una delle quattro torri angolari cilindriche. All’ingresso del castello medievale di Dugenta, sino al 1980, doveva essere visibile una lastra con epigrafe sepolcrale reimpiegata, murata affianco alla porta. L’epigrafe, nel febbraio del 1980, è andata perduta durante il crollo di parte del castello. Altri link per approfondire: http://www.dugenta.com/DocuDugenta/storia%20dugenta.htm, http://xoomer.virgilio.it/alfdrs/Dugenta/DocuDugenta/dugenta_in_pillole.htm.
Ecco un brevissimo video che riprende ciò che resta del castello, dopo la frana del 1980: https://www.youtube.com/watch?v=8R7OxxOnaiY (di Gennaro Sellitto).
Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Dugenta#Monumenti_e_luoghi_di_interesse, http://www.comune.dugenta.bn.it/castello.pdf
Foto: di livison su www.panoramio.com e da http://www.ternioggi.it/le-prelibatezze-dautunno-girando-il-centro-sud-italia

domenica 24 maggio 2015

Il castello di domenica 24 maggio






ROCCABIANCA (PR) – Rocca dei Rossi

La Rocca dei Rossi è un castello costruito per volere di Pier Maria Rossi tra il 1446 e il 1463, dedicato all'amante Bianca Pellegrini, dal cui nome derivò il toponimo del paese. Dopo la scomparsa di Pier Maria Rossi il feudo passò a Giovanfrancesco Pallavicino e nel 1524 ai Rangoni di Modena. Nel 1831 il castello venne avocato da Maria Luigia alla Camera Ducale. Nel 1901 fu ceduto alla famiglia Facchi di Brescia e da questa al cavalier Mario Scaltriti, che ne ha fatto la sede per l'invecchiamento dei distillati dell'azienda di famiglia e ne ha promosso il restauro e l'apertura al pubblico dopo anni di abbandono. Il maniero si sviluppa in senso orizzontale e presenta l'impianto geometrico regolare tipico dei castelli di pianura: cortile centrale con torrioni sporgenti agli angoli di sinistra in facciata e nel retro e un alto mastio centrale. La torre principale è analoga a quella di Torrechiara, Noceto, Varano de’ Melegari e Castelguelfo. Gli elementi architettonici del complesso rivelano comunque le composizioni in epoche diverse e i rimaneggiamenti. La struttura, di forma quadrangolare, viene anticipata da alcuni resti di mura della prima cinta muraria originaria e da un ponte levatoio. Nel cortile, nella parte opposta all'ingresso, è presente un mastio, costruito su due livelli. All'interno dell'edificio si trovavano affreschi come la Storie di Griselda (centesima storia del Decamerone del Boccaccio) di Niccolò da Varallo e il Ciclo astrologico, voluti da Pier Maria Rossi, e nel 1897 staccati e trasferiti nel Museo del Castello Sforzesco a Milano. Gli interventi di restauro condotti di recente nelle sale dei Feudi, dei Paesaggi, dei Quattro Elementi e nella sala Rangoni, hanno messo in evidenza un notevole apparato di decorazioni. Il soffitto della sala del primo piano dove erano ospitati gli affreschi conserva ancora un fondo azzurro-firmamento forse allusivo alle gesta rossiane. Il Castello ospita il Museo della Distilleria ed è anche impiegato come location per convegni e congressi. Presso il castello, su prenotazione, è possibile fare degustazione di prodotti tipici della Strada del Culatello e dei liquori di produzione propria. Per i più piccoli Il villaggio delle Fiabe dove sono ambientate le vicende più amate e affascinanti delle favole. Aperto su prenotazione. Ecco un video sul web, dedicato al castello: https://www.youtube.com/watch?v=6LCvBFYXzHI

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_dei_Rossi_%28Roccabianca%29, http://www.castellidelducato.it/castellidelducato/castello.asp?el=castello-di-roccabianca, http://turismo.comune.parma.it/it/canali-tematici/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/castello-di-roccabianca, http://turismo.parma.it/page.asp?IDCategoria=260&IDSezione=1163&ID=34670


venerdì 22 maggio 2015

Il castello di sabato 23 maggio






GAIOLE IN CHIANTI (SI) – Castello di Spaltenna

A circa un chilometro da Gaiole in Chianti c'è l'antico Castello di Spaltenna. A dire il vero occorre parlare, più che di un castello, di un antico borgo medioevale costituito dall'antica Pieve di Santa Maria con torre campanaria del 1000 d.C. e dal contiguo monastero fortificato e da alcuni casali adiacenti, esempio di architettura spontanea medioevale. Il Castello e la Pieve si presentano con il severo aspetto di una fortezza. Il Castello, più antico della Pieve, ricco di storia e leggende, è impreziosito all'interno da soffitti ad architrave ed eleganti portali. Nella chiesa, con tetto a capanna ed a tre navate, si può ammirare la “Leggenda del Crocifisso”. Nei due angoli della grossa mole della pieve, verso valle, sono presenti due torrioni e ad ogni lato é ancora presente un arciera. La località di Spaltenna é ricordata dal 1060 in numerose pergamene della Badia di Coltibuono mentre la Pieve di Santa Maria a Spaltenna, che sostituì quella di San Pietro in Avenano, é ricordata a partire dal 1115. La famiglia Ricasoli ebbe fin dall'origine il patronato su questa ricca pieve di cui nel 1110 fu pievano Azzo Firidolfi. Nel Medioevo la Pieve di Spaltenna aveva sette chiese suffraganee, di cui cinque in località legate all'influenza Ricasoli. Nel 1400, divenuta giuspatronato dei Ricasoli, accrebbe il suo potere su altre chiese, Nel 1708 perse la funzione di pieve ed il fonte battesimale su trasferito nella chiesa di San Sigismondo a Gaiole. Per approfondire, suggerisco questi link: http://www.ecomuseochianti.org/mappa/paesaggio/castello-e-pieve-di-spaltenna, http://www.icastelli.it/castle-1264466165-castello_di_spaltenna-it.php. Oggi il Castello di Spaltenna è stato trasformato in un hotel di lusso, con un sito web ufficiale: http://www.spaltenna.it/it/index.html


Il castello di venerdì 22 maggio






TIVOLI (RM) – Rocca Pia

E’ una fortezza del XV secolo situata in quello che oggi è il cuore della città di Tivoli. La costruzione della rocca nel 1461 metteva fine ad un periodo caratterizzato da forti conflittualità di vario genere per la città di Tivoli; lacerata dai contrasti tra partito guelfo e partito ghibellino, nonché dalle lotte intestine tra i discendenti della casa Colonna e della casa Orsini, la città si trovò costretta a metà del XV secolo a sopire le sue secolari aspirazioni d’indipendenza comunale e ad assoggettarsi infine al potere papale. Nel luglio 1461 papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), per la prima volta in visita alla città di Tivoli, per assicurarsene la fedeltà dava l’avvio alla costruzione, affidandone probabilmente il progetto agli architetti Niccolò e Varrone, entrambi allievi del Filarete. Soprastante della fabbrica fu Giovanni Stefano da Landriano, lombardo; esecutori dei lavori mastro Manfredino e soci; responsabile finanziario fra Giacomo da Gaeta. A perenne memoria della capitolazione della “Tibur Superbum” (Virgilio), sul portale d’ingresso alla rocca campeggia ancora l’iscrizione: “Grata bonis, invisa malis, inimica superbis sum tibi Tibure: enim sic Pius instituit” (grata ai buoni, invisa ai malvagi, nemica ai superbi, sono per te a Tivoli, poiché così volle Pio). La posizione strategica scelta per la costruzione, suggerita forse dalle preesistenze risalenti al periodo di papa Callisto III Borgia, poco fuori l’abitato storico e la cinta muraria, ma prominente rispetto al resto della città, garantiva la sicurezza dall’esterno, attraverso la stretta vigilanza cui consentiva di sottoporre le vie d’accesso e la via Tiburtina, ma allo stesso tempo scongiurava la possibilità di nuovi disordini interni. La Rocca inoltre andava ad innestarsi in un’area urbanisticamente assai complessa: l’area ad est (l’attuale piazzale Matteotti) accoglieva i resti di una necropoli dell’Età del Ferro (IX – VI secolo a.C.), attribuibile alle prime popolazioni sabine che s’insediarono nel territorio; l’area a Nord invece era dominata da un anfiteatro di età romana (il cosiddetto Anfiteatro di Bleso), le cui eminenze furono completamente rase al suolo, per impedire che potessero offrire riparo ai nemici. La realizzazione della fortezza fu molto lenta, tant’è che i Lanzichenecchi (che qui vennero dopo il Sacco di Roma, nel 1527) entrarono facilmente nel Castello non ancora completato. La costruzione fu ultimata nel corso del secolo (1560 circa), con Sisto IV della Rovere o più verosimilmente con Alessandro VI Borgia (i due torrioni minori), mentre lievi modifiche furono apportate nei primi anni del Cinquecento con Giulio II. L’edificio andò ad assolvere il ruolo strategico-militare con il cui intento fu costruito parzialmente e comunque solo dopo la metà del XVI secolo, ovvero con la nomina del cardinale Ippolito d’Este a governatore della città, mentre con la conseguente realizzazione della Villa d’Este fu coinvolto nel monumentale progetto residenziale che si profilava per la città. Nel Settecento fu occupata dalle truppe francesi ed austriache, quindi divenne prima caserma e poi fu adattata a carcere in età napoleonica, tramite l’addossamento all’interno del cortile di un corpo di fabbrica, ruolo che andò a ricoprire fino al 1960. Recentemente sono stati recuperati e aperti al pubblico i resti dell’antico anfiteatro ai piedi del complesso, la Rocca invece nonostante i restauri non ha ancora, incredibilmente, una precisa destinazione d’uso, né è visitabile, ma conserva ancora intatta la sua imponente monumentalità. L’edificio realizzato in tufo locale è costituito da: 4 torrioni di forma circolare di diverse dimensioni, uniti da alti muraglioni, che delimitano lo spazio di un cortile interno. Il torrione maggiore, che dava verso l’esterno della città e fungeva da vero e proprio mastio, è alto 36,50 m e contiene sei stanze sovrapposte; il secondo, alto 25,50 m, ne contiene 5, mentre i due minori, collocati verso la città, ma aperti sul cortile, sono alti 18 m e contengono solo 3 stanze sovrapposte ciascuno. Il portale d’ingresso, che reca le insegne della famiglia Piccolomini, era difeso da un avancorpo d’ingresso con due torrioni di forma quadrata. Gli alti muraglioni e i torrioni svettano sopra un’alta base a scarpa e sono coronati da profondi archetti pensili di sapore medievaleggiante; le torri conservano ancora intatta l’originale merlatura guelfa (persa nei muraglioni). Dal lato orientale è ancora ben visibile, benché murata, l’apertura posta a mezza altezza cui era associato il ponte levatoio. Le forme ancora molto medievali fanno da contrappunto al tentativo di Pio II di realizzare uno strumento dotato della più innovativa tecnologia dell’epoca; la diffusione delle armi da fuoco comportò quindi un massiccio ispessimento delle mura, cosparse da numerose aperture per le bocche di fuoco. Nonostante questi tentativi però ben presto la fortezza risultò largamente inadeguata rispetto alle moderne teorie architettoniche e così finì per assolvere funzioni estranee alla sua natura. La Rocca Pia in costruzione viene rappresentata da Andrea Mantegna negli affreschi della Camera degli Sposi del Castello di San Giorgio di Mantova (1465-1474).


Foto: di Karelj su http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tivoli_Italy_Rocca_Pia_2011_7.jpg e di Adriano Di Benedetto su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/189214/view

giovedì 21 maggio 2015

Il castello di giovedì 21 maggio






PARCINES (BZ) - Castello Gaudententurm

Questa residenza nobiliare è stata costruita nel 1348 da Meinhard, nobile di Gaudenz. In ogni caso, la torre è stata originariamente costruita nel XII secolo. Nel corso del tempo, soprattutto durante il periodo barocco, ha subito diverse ristrutturazioni. L’aspetto odierno con l’Erker, le finestre ovali, la meridiana e lo stemma d’alleanza, risale al XVII secolo. Di seguito la sequenza dei suoi proprietari:

1348-1402: Edle von Gaudenz;
1402-1586: Edle von Hendl;
1586-1600: Herren von Stachlburg;
1600-1619: Cyriac von Waltenhofen;
1619-1638: Edle von Roladin;
1638-1657: Edle Aichner von Aichberg;
1657-1680: Johann Edler von Kreutzer di Innsbruck;
1680-1730: Edle von Bauer;
1740-1794: Edle von Wiesenegg.

Nel 1794 la residenza venne acquistata dal cronista meranese Anton Isser, che nel 1798 è diventato nobile con il nome di "von Gaudententurm“. Attraverso il nipote, il medico e neurologo viennese Dr. Friedrich von Sölder und zu Prackenstein (1767-1843), la residenza è passata agli eredi che la abitano ancora oggi. Fin da quasi due decenni ormai, Christine Schönweger coltiva con estrema cura e passione le terre che le appartenengono. Grazie alla dedizione verso la frutticoltura e la viticoltura, Christine ha potuto scoprire il suo estro per i distillati e, infatti, nel 2007 ha fondato all'interno della tenuta Gaudententurm, la distilleria artigianale Gaudenz, ovvero la distilleria del podere, col beneficio soprattutto di effettuare innesti di numerose varietà di frutta e di viti che crescono nelle terre del podere. Alla distilleria fu dato il nome di Gaudenz (dal latino: gioire, godere) e proprio l'appagamento dei sensi e la soddisfazione di poter innestare i frutti della terra offerti da una natura autentica, sono il fulcro della filosofia della distilleria Gaudenz.

Fonti: http://www.partschins.com/it/da-vedere/tenute-storiche/tenuta-gaudententurm.html, https://www.sentres.com/it/residenza-gaudententurm-a-parcines

Foto: da https://www.sentres.com/it/residenza-gaudententurm-a-parcines e da http://schoenaussicht.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/01/Ansitz-Gaudententurm1.jpg

mercoledì 20 maggio 2015

Il castello di mercoledì 20 maggio






PIEGARO (PG) - Castello di Macereto

A 300 metri di altezza, lungo la via Pievaiola, che collega Piegaro a Città della Pieve, si staglia il piccolo borgo di Macereto. Immerso nel verde dei boschi circostanti, Macereto è un modesto castello di poggio, frazione del comune di Piegaro. Le notizie storiche reperite sono scarse e riguardano principalmente la trasformazione da villa – ovvero centro urbano non protetto da sistemi difensivi-, a castrum. Tale processo avvenne nella prima metà del Quattrocento. Macereto compare infatti nell’elenco delle ville di Perugia dell’anno 1282 e quindi in quello del 1370. Nella seconda metà del Quattrocento però esso è annoverato tra i castelli del contado perugino. Fu sicuramente costruito per proteggere il vicino paese di Piegaro dalle incursioni nemiche. Probabilmente le sue mura difensive sono sorte attorno al Castello già nella seconda metà del Quattrocento, quando il luogotenente Ciarpellone saccheggiò il vicino borgo di Piegaro e il castello. A seguito delle battaglie nella prima metà del XV secolo, la comunità ottenne da papa Eugenio IV (anno 1444) l’estinzione di un grosso debito che gli abitanti, insieme a quelli di Piegaro, avevano contratto con la Curia, nonché esenzione per tre anni da ogni tassa. Ancora nel 1452, Macereto chiese ed ottenne dal pontefice Niccolo V alcuni privilegi volti a risollevare l’economia del borgo. Questo insediamento torna ad essere nominato nella revisione territoriale del 1817 da parte dell’amministrazione pontificia: esso è indicato come appodiato del Comune di Piegaro. La chiesa parrocchiale si trovava fuori le mura, in cima al colle denominato Petroso e oggi indicato con il toponimo Sant' Angelo. Essa, che aveva pure il titolo di pievania (possedeva una fonte battesimale), era intitolata a San Michele Arcangelo. All’interno delle mura di Macereto si trovava in precedenza un altro edificio religioso, dedicato a San Pietro. Il locale di questa che è oggi una ex chiesa, è utilizzato per incontri aperti a tutta la comunità. Vale la pena visitare anche la vicina chiesa della Madonna delle Grondici. Sul castello di Macereto si racconta che sia infestato da una schiera di antichi uomini d’arme: in fila per due, come un plotone, scendono una scalinata. Questa discesa è caratterizzata da elementi molto particolari che fanno diventare questa apparizione molto tenebrosa e paurosa. Si dice che queste figure “umane” abbiano occhiaie vuote e immagini scheletriche. Si hanno pareri discordi  su che tipo di uomini di guerra siano questi spettri; i resoconti sono poco precisi e nessuno ci fornisce una spiegazione “certa” sulla loro identità. Ci sono infatti due opinioni avverse: da una parte ci vengono descritti come guerrieri medievali, dall’altra come militari di un tempo a noi più vicino. Il fascino misterioso di questi fantasmi deriva anche dal nome della zona dove fanno le loro apparizioni: Poggio delle Forche. Forse questo riferimento si imputa ad eccidi o esecuzioni di giustizia che però non hanno conferme storiche. Sono fantasmi di tali omicidi? Non è dato saperlo. Però questo luogo è molto vicino a Città della Pieve, dove si trova la rocca in cui Cesare Borgia scannò Vitellozzo Vitelli. Tale omicidio accadde durante una cena organizzata dallo stesso Cesare in cui invitò Vitellozzo allo scopo specifico di ucciderlo. Lo stesso Niccolò Macchiavelli ci racconta che Cesare diede del veleno a Vitellozzo, che però non voleva morire. Dato che il veleno non gli faceva nessun effetto l’impaziente padrone di casa, Cesare, aggredì l’ospite, Vitellozzo, pensandoci lui stesso ad ucciderlo scannandolo. Difatti questa zona ha sempre un vago riferimento alle funeste imprese del famosissimo Duca Valentino, Cesare Borgia. Che sia questa l’origine delle apparizioni dei misteriosi cavalieri? Purtroppo di certezze (se di certezze in un ambito così controverso delle menzioni umane si può parlare) ce ne sono davvero poche o quasi niente, sta di fatto che l’apparizione di tali uomini armati ha alimentato la fantasia di molti appassionati di questo genere. A tale proposito un gruppo di persone coinvolte da questo genere di apparizioni ha fatto un resoconto in cui si descrive la discesa di questo plotone dalla scalinata principale del castello con immagini scheletriche e occhiaie vuote. Purtroppo questo antico maniero ora è nascosto all’occhio dei curiosi in quanto la famiglia attualmente proprietaria dello stesso si è rinchiusa nella sua privacy. Verso la fine degli anni ’70 il castello è stato centro di moltissime apparizioni spettrali. In alcune di esse appariva in maniera chiarissima una soldatesca in abiti medievali che scendeva le scale principali: un punto a favore di chi sostiene l’antichità di tali soldati spettrali. Non si hanno prove scritte di apparizioni che vanno molto al di là col tempo ma c’è chi dice che tali visioni risalgono ad epoche post-medievali. Nonostante le poche “prove” su questi fantasmi il fascino del luogo dove è posto questo castello ha reso tale leggenda molto più forte e ha attirato gente curiosa del genere. E’ un peccato non poterlo visitare ma con gli occhi della immaginazione possiamo anche noi rivivere questa apparizione.

Fonti: http://www.umbria.ws/content/macereto-piegaro, http://www.comune.piegaro.pg.it/turismo-e-cultura/luoghi-di-interesse/macereto, http://www.diarionet.info/il-castello-di-macereto-fantasmi-in-umbria/, http://www.alcastellodeicavalieri.it/home/un-po-di-storia

Foto: entrambe da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-macereto-piegaro-pg/

martedì 19 maggio 2015

Il castello di martedì 19 maggio






MONTEMONACO (AP) - Castello

Montemonaco è annoverato fra le città che fecero parte sin dall’ inizio del Presidiato Farfense e viene nominato in un catasto dei possedimenti della celebre abbazia redatto alla fine del 900. Verso la fine del X secolo, quindi, Montemonaco molto probabilmente esisteva e costituiva un aggregato di case dove sotto la guida spirituale e morale dei monaci vivevano suoi abitanti. Al monaco rettore spettava il compito di mantenere la pace nella comunità risolvendo ogni questione privata tant'è che i suoi insegnamenti divennero norma di vita e furono codificati. Ad essi fa riferimento la prefazione dello Statuto Municipale stampato nel 1547 ad Amandola e nel 1628 a Macerata. Secondo un documento dell’ Archivio del Buon Governo di Roma, Montemonaco come cittadella fortificata fu fondata nel XII sec. dalla famiglia Nobili di Montepassillo; una delle famiglie più ricche e potenti della Marca Meridionale, proprietaria del castello di Montepassillo che era posto nei pressi di Comunanza. Fin dal XII secolo le comunità marchigiane pagavano alla Camera Apostolica, cioè all’ufficio curiale che sovrintendeva alle finanze pontificie, il “census” cioè una somma fissa annua dovuta sia come forma di sottomissione alla sovranità papale, che come corrispettivo di concessioni ricevute. Da una ricevuta di pagamento del 1164 notiamo che Montemonaco aveva già assunto il nome attuale e dalla potestà farfense era passato sotto l’alta sovranità pontificia. E intorno alla metà del XIII secolo si costituì il libero comune di Montemonaco vincendo le resistenze dei feudatari proprietari dei sette castelli che secondo la tradizione esistevano nel suo territorio. La costituzione del libero comune significò l’abolizione dei privilegi feudali nonché faticose conquiste sociali ed economiche. Il primo obiettivo del libero comune fu quello di garantire i diritti fondamentali per mezzo dello statuto comunale e l’uguaglianza tributaria per mezzo del catasto. Il secondo impegno fu quello di estendere il proprio dominio sul contado costringendo le comunità rurali e i dinasti feudali delle campagne a sottomettersi alla sovranità comunale. La conquista del contado fu perseguita da Montemonaco con sacrifici economici e militari. Secondo un altro documento dell’Archivio del Buon Governo di Roma, Montemonaco acquistò ventitré castelli nei dintorni  per dilatare il suo territorio comunale. Il Vescovo di Fermo in genere non si oppose mai alle pretese del Comune il quale si dichiarava sempre fedele al Papa continuando a corrispondere il censo annuo alla Santa Sede. I feudatari all’inizio invece si opposero anche con le armi alla espansione del comune ma a lungo andare dovettero cedere alle istanze di libertà della popolazione montemonachese. Dallo Statuto Municipale di Montemonaco riformato nel 1545, riprendendo quelli più antichi, e stampato nel 1547 si deduce che il comune era retto a forme democratiche con la presenza di due consigli: il Consiglio delle Credenze che insieme ai Priori preparava gli ordinamenti da portarsi all’approvazione del Consiglio Generale. Il Consiglio Generale, formato da cittadini eletti dai Quartieri, governava effettivamente esercitando il potere amministrativo per mezzo dei Priori e quello giudiziario per mezzo del Podestà. Il Podestà era scelto tra i dottori in legge forestieri. In una pergamena dell’ Archivio Diplomatico di Fermo del 1289 è fissato lo stipendio del podestà di Montemonaco, pari a quello del podestà di Montelparo. Almeno ogni anno doveva poi essere convocato il Parlamento Generale, al quale per la validità della decisione doveva intervenire la maggioranza dei padri di famiglia. Sempre dallo Statuto municipale risulta che il Comune era diviso in quattro quartieri: S.Biagio, S.Giorgio, S.Lorenzo, S.Maria. Ogni quartiere aveva un Capitano sotto i cui ordini si sottoponevano i cittadini armati in caso di bisogno. Nello Statuto Municipale si trovano inoltre libri che si occupano delle cause civili e delle cause penali, delle feste di precetto, della regolamentazione delle attività commerciali, della manutenzione del paese e delle opere civili e della chiese. Le mura castellane che circondano interamente Montemonaco inglobando ampi spazi verdi sono intervallate da ampi e robusti torrioni ed interrotte solo da 3 porte: Porta S.Giorgio, Porta S.Biagio, Porta S.Lorenzo. Tali mura furono edificate a partire dal XIII secolo grazie al lavoro di numerosi maestri lombardi attivi nell’area che secondo la tradizione raggiunsero queste zone dopo la distruzione di Milano da parte del Barbarossa nel 1162. Durante tutta l’epoca del libero Comune vi furono continue lotte coi paesi confinanti: Arquata, Comunanza, Montefortino e Norcia. Da documenti storici risulterebbe un risarcimento di 300 fiorini alla comunità di Arquata per scorrerie e predazioni operate da alcuni montemonachesi. Nel 1341 e 1428 le comunità di Montemonaco e di Arquata, ancora in lotta, dovettero ricorrere alle vie legali. Anche con Montefortino ci furono continue guerre e liti di cui risultano tracce nell’ Archivio Comunale. Nel 1337 Montemonaco partecipò ad una incursione contro Montalto Marche saccheggiando gravemente quella terra insieme agli uomini di Montegallo, Arquata, Force, Montelparo, Rotella ma fu pronto a sottostare ai patti di pace conclusi grazie all’intervento del Rettore della Marca, Corrado Sabelliano. Secondo la tradizione, in epoca molto remota, Norcia possedeva il castello di Rocca, valico obbligato nel versante orientale dei Sibillini per l’Umbria. E quando Montemonaco diventò libero Comune assoggettò subito il castello di Rocca per proteggere i propri confini. Molto probabilmente le relazioni tra i due Comuni si sono svolte in un continuo alternarsi di tregue e di discordie per tutto il XIV secolo; non a caso le fortificazioni di Montemonaco rivolte verso occidente sono molto possenti e alte. La diffidenza dei montemonachesi verso Norcia è testimoniata anche dalla usanza codificata negli Statuti Municipali della armata di tutto il popolo in occasione della festa di S.Bartolomeo. Ogni anno in quella data i Capitani dei quattro quartieri coi rispettivi armati ed il Gonfalone Comunale in testa dovevano recarsi a pregare nella Chiesa di S.Bartolomeo a Foce, procedere alla ricognizione dei confini con Norcia ed il giorno dopo presentarsi nel capoluogo per essere passati in rivista nella piazza comunale.  A conclusione di una delle tante liti di frontiera il Consiglio Generale della Terra di Norcia il 17 Giugno del 1399 venne finalmente ad amichevoli trattati con Montemonaco stabilendo delle norme precise sulla “strada imperiale” di Pizzo Borghese che tanto interessava i due paesi. Montemonaco fu più volte costretto a difendere con le armi le proprie scelte ideologiche contro le signorie oppure l’ integrità dei propri confini dalle pretese di Ascoli, Fermo e Visso. Nel 1405 aiutò Amandola e Montefortino contro l’esercito dei Varano signori di Camerino. Anche se poi per ordine del Rettore della Marca questi ultimi dovettero sottomettersi alla signoria dei Varano, sembra comunque che fra le terre date a questi in vicaria non ci fosse Montemonaco. Così pure, esso non figura fra le terre e le città sottoposte nel 1410 al dominio degli ambiziosi Malatesta di Rimini nominati vicari per la Santa Sede da Gregorio XII. Ciò prova quell’antica autonomia che quassù si conservava sotto l’alta protezione pontificia che si opponeva alla sottomissioni di tali libero comune da parte di nobili o altri in quanto dannoso per la Chiesa anche per motivi fiscali. A quanto risulta dai documenti dell’Archivio Comunale sembra che Montemonaco non si sottomise nemmeno a Francesco Sforza il quale pose contro di esso un assedio economico molto lungo. Montemonaco continuò a rifiutarsi di versare le taglie imposte dagli Sforza anche quando questi fu nominato dal papa Eugenio IV vicario della Marca Anconetana. In quel periodo per ribadire la disapprovazione per la politica del papato  sospese anche i pagamenti per la Santa Sede. Montemonaco incorse così nelle sanzioni contro i popoli ribelli ma i suoi abitanti restando arroccati dentro le sue fortificazioni respingevano ogni sentenza emanata dal giudice di Fermo. Per resistere all’assedio economico e morale a cui erano sottoposti, i montemonachesi si trovarono nel bisogno di compiere scorrerie contro Norcia, Arquata e Montefortino sempre nel timore di scontrarsi contro le armate degli Sforza. Quando nel 1442, al posto di Francesco Sforza, venne nominato Nicolò Piccinino come Gonfaloniere della Marca questi conquistò Camerino, Sarnano, Montefortino. I montemonachesi ancora arroccati in armi all’ interno delle fortificazioni vennero a patti col Piccinino senza subire saccheggi o invasioni. Finita l’epoca delle signorie iniziò la fase più florida del libero comune. Nella seconda metà del 400’ a Montemonaco vennero rifatti torrioni, ponti e mulini e nuovo impulso ricevettero le attività tradizionali come l’agricoltura e l’allevamento del bestiame che alimentarono nuovi commerci e traffici. Dopo tale periodo di prosperità Montemonaco, a partire dalla metà del XVI secolo, fu investito da una crisi politica e economica. Dal 1530 il papato incrementò di continuo il carico tributario sulle comunità dello Stato della Chiesa. Ciò consolidò l’autorità politica del pontificie all’interno del suo dominio temporale a scapito della autonomia dei liberi comuni ma a lungo andare provocò il ristagno delle attività economiche. Nel 1592 Clemente VIII istituì la Congregazione del Buon Governo col compito di controllare ed approvare i bilanci preventivi delle comunità dello Stato Pontificio; cosicché controllando la gestione finanziaria del Comune di fatto lo controllava anche politicamente. Il castello di Montemonaco fu eretto come sistema di fortificazione a difesa dell'insediamento abitato. Il sistema di protezione realizzato sin dal XIII secolo era articolato con mura di arenaria ed una rocca. Alcune porzioni delle mura di difesa sono divenute parte di edificazioni mentre la rocca, realizzata nella parte alta dell'abitato, è ancora presente con resti di murature e torri quadrangolari d'angolo. Parte delle finiture sono scomparse, mentre sono ancora visibili le feritoie usate anticamente per la difesa. La cinta originaria fu costruita, sembra, nel X secolo, in pietra arenaria, e, successivamente, munita di torri in occasione dell’erezione del Castello, che nel 1190 era sotto la signoria dei nobili di Montepassillo, e che viene menzionato come Castrum Mons Monaci nel 1283. Nel XIV sec. le mura furono ulteriormente ampliate. Dagli Statuti del 1545 si deduce che esse avevano tre porte: porta San Biagio (ancora ben conservata) posta vicino alla chiesa di S. Benedetto, porta San Lorenzo (completamente demolita) posta nei pressi del "Palazzaccio" già dei Conti Garulli e porta San Giorgio all'ingresso del paese verso Amandola (oggi demolita). Quando persero la loro funzione difensiva, in parte vennero smantellate per costruire civili abitazioni, attualmente sono visibili alcuni tratti della cinta muraria, intercalati da robusti torrioni, anch’essi in arenaria, parzialmente degradati dal corso dei secoli. Altre notizie su http://it.wikipedia.org/wiki/Montemonaco

Fonti: testo di Filippo Massimi (Presidente ProLoco di Montemonaco) su http://www.montemonaco.com/paese/storia.htm, http://www.terredelpiceno.it/ita/montemonaco

Foto: entrambe da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montemonaco-ap/  (dove ve ne sono diverse altre, per cui consiglio la visita del link)

domenica 17 maggio 2015

Il castello di lunedì 18 maggio






CASTELLARO (IM) – Castello

Il nome del paese deriva da “Castellaro”, una fortificazione primitiva degli antichi Liguri Montani, tipicamente costruita sulla cima di un colle, dove appunto si trova il borgo castellarese. Le prime citazioni ufficiali di Castellaro risalgono al 1153, tramite antichi documenti rinvenuti. In particolare, in tali scritti fu sottoscritto l'atto di concessione del feudo di Castellaro dai marchesi di Clavesana, signori feudali della valle e del basso Piemonte, verso Anselmo Quaranta - o Quadraginta - un loro parente. Nel 1228 Bonifacio de Linguilia - o Lengueglia - firmò l'atto di sottomissione verso la Repubblica di Genova, ricevendo in cambio da essa l'investitura ufficiale del feudo castellarese e del territorio circostante. Nel 1472 i signori di Linguilia divisero ii feudo in due parti e vendettero Castellaro ai fratelli Luca e Tommaso Anfreone, parenti della famiglia Spinola. Il 28 giugno del 1561, così come altre località liguri del ponente ligure, anche il borgo subì l'attacco improvviso dei pirati saraceni - comandati dal pirata Ulug Alì - che saccheggiarono a lungo il paese, uccidendo tre persone e rapendone una ventina. Nonostante il borgo fosse sotto il controllo feudale degli Spinola - residenti a Genova - non furono mandate truppe o soldati per la difesa del feudo, lasciando in pratica libero passaggio ai pirati che ovviamente ne approfittarono. Nei secoli successivi il feudo scatenò accese guerre politiche tra gli eredi degli Spinola sulla corretta eredità e supremazia del paese fino al 1695 quando divenne territorio di Maria Brigida Spinola, moglie del marchese Marc'Antonio Gentile. Dai nuovi signori feudatari gli abitanti ottennero numerosi vantaggi, al contrario delle presunte prepotenze degli Spinola, arrivando in pratica ad una indipendente gestione del borgo. I Gentile rimasero proprietari del feudo fino all'invasione di Napoleone Bonaparte nel 1797, anno in cui tutti i feudi liguri furono aboliti dal nuovo governo della Repubblica Ligure (1805). Dell’antico castello che sorgeva nel cuore del borgo, in posizione rialzata, rimane solo una torre a pianta semicircolare corredata di caditoie, restaurata nel 1999. Sullo spiazzo rialzato che la demolizione del castello aveva lasciato libero furono costruiti, in epoca barocca, la parrocchiale di San Pietro in Vincoli e l'oratorio dell'Assunta. Di fronte alla torre è il palazzo dei marchesi Gentile, mentre il merlato castello Arnaldi che domina piazza Ruffini è un tipico esempio di neogotico e risale al XIX secolo. Consiglio, al riguardo, di visitare anche questo link: http://www.mondimedievali.net/castelli/Liguria/imperia/provincia000.htm#castellar

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Castellaro_%28Italia%29, http://www.rivieraligure.it/IT/castellaro.k3c1173.htm,

Foto: da https://latopinadellavalleargentina.files.wordpress.com/2013/02/torre.jpg e da https://latopinadellavalleargentina.files.wordpress.com/2013/02/torre1.jpg

Il castello di domenica 17 maggio






VENZONE (UD) – Fortilizio di Portis

Tra la fine del XVIII secolo e il 1814 la cittadina di Portis costituiva comune indipendente, successivamente accorpato al comune di Venzone. L'11 aprile 1809 la cittadina di Portis è stata luogo di una battaglia napoleonica dei francesi contro gli austriaci, conosciuta come la "battaglia di Venzone" in cui gli austriaci persero 2.000 uomini. Il paese venne completamente distrutto dal terremoto che colpì il Friuli nel 1976: l'intera popolazione fu evacuata e trasferita un po' più a monte, dove venne fondato il 28 novembre 1981 il borgo di Portis Nuova, oggi nuovo centro della frazione. Il centro storico, invece, ora noto con il nome di Portis Vecchia, conserva ancora i ruderi dell'antica chiesa ed è considerato come un "paese fantasma", in quanto gli edifici sono rimasti esattamente com'erano nel momento del definitivo abbandono. Attualmente il paese viene utilizzato dalla protezione civile e dai vigili de fuoco come luogo di esercitazione per calamità naturali. In località Portis, un chilometro e mezzo circa a nord di Venzone, sui due lati della superstrada per Stazione Carnia, a difesa della strettoia fra il Tagliamento e le pendici del monte Plauris, sotto la chiesa di San Bartolomeo, sopravvivono due bastioni murati. Sono le parti superstiti di un antico sistema difensivo che in modo efficace chiudeva e controllava la strada pontebbana, che un tempo conduceva al Norico, biforcandosi a Carnia verso il Canai del Ferro e Tarvisio da una parte e verso Tolmezzo, Zuglio e la Carnia, dall'altra. Forse iniziate nel XV secolo, queste due strutture sono oggi isolate in un contesto che comunque vede sparsi in questa fascia di territorio altri reperti murari antichi, quali il Rivellino Veneziano situato sul colle della Nave, datato 1617; alcuni tratti di muraglia a Campo Castello; il fortilizio di Satimberch, posto su un dosso roccioso, sopra l'abitato di Portis, nei pressi del monte Plauris; il fortilizio di Pragel, a un chilometro circa a est di Venzone; gli Spalti di Santa Caterina, lungo il colle omonimo, nei pressi della chiesa di Santa Caterina, poco in alto rispetto a Venzone.