lunedì 31 luglio 2023

Il castello di lunedì 31 luglio



ZIANO PIACENTINO (PC) - Castello in frazione Vicobarone

La località di Vicobarone, di origine romana, fu, dal IX secolo e fino al 1100 soggetta all'abbazia di San Colombano di Bobbio, così come le non distanti Nibbiano e Zavattarello. Nel 1314 il castello di Vicobarone, rifugio, così come altre fortificazioni della zona, dei guelfi esuli da Piacenza, fu attaccato per ordine di Galeazzo I Visconti da parte delle truppe comandate da Oberto del Cairo e Nello di Massa, che riuscirono ad espugnarlo l'8 maggio di quell'anno, ottenendo un cospicuo bottino che includeva 600 bovini, nonché pecore e suini. A differenza di altre fortificazioni vicine, il castello non fu mai oggetto di attacchi da parte delle truppe provenienti dal Pavese, probabilmente grazie alla sua specifica dislocazione geografica. A partire dal 1376 il castello fu possesso della famiglia Malvicini, le cui origini discendevano dal consorzio nobiliare dei Fonatnesi. Nel 1408 Francesco e Antonino Malvicini ottennero da parte del duca di Milano Giovanni Maria Visconti l'investitura a marchesi del feudo di Vicobarone. L'investitura fu di nuovo confermata nel 1467 da parte del nuovo duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, il quale concesse Vicobarone, insieme alle limitrofe Genepreto, Nibbiano, Stadera e Tassara, ai fratelli Dondazio, Bartolomeo e Franceso Malvicini Fontana, assegnandogli il titoli di marchesi. Intorno alla metà del XVIII secolo alla famiglia Malvicini subentrò la famiglia Serafini, a seguito di un matrimonio tra un'erede della famiglia Malvicini con un Serafini. Nel 1803 il marchese Orazio Serafini Malvicini Fontana fece costruire un nuovo palazzo nel luogo in cui anticamente era un castello tutto diroccato. Il castello nel corso dei secoli ha subito molti rimaneggiamenti e rifacimenti, venendo poi inglobato nel palazzo residenza dei Malvicini Fontana. Dopo la ricostruzione dei primi del XIX secolo il palazzo prevedeva le cucine, la dispensa e la cantina al piano basso, un salone interamente dipinto dotato di loggiato posto verso l'esterno sul lato orientale dell'edificio e tre appartamenti e ulteriori camere cubicolari, anch'essi affrescati al piano nobile, mentre al piano più alto si trovavano il granaio e alcune stanze da letto. A poca distanza dal castello, si trova palazzo Malvicini Fontana, complesso a forma di U costruito nel XVII secolo addossato ad una torre risalente all'anno Mille e originariamente dotata di un pozzo delle lame. Ristrutturato, ospita la sede di un'azienda agrituristica. Ancora oggi sono poi visibili i resti di un presunto passaggio segreto sotterraneo che in passato avrebbe collegato il Castello di Vicobarone con il palazzo dei Malvicini Fontana. Gli abitanti del borgo, nel passato, hanno su questo misterioso condotto a lungo fantasticato. Oggi ne rimane un cunicolo ben concepito, alto più di due metri, largo un metro e mezzo, con pavimento e pareti in cotto, che dal castello conduce verso l’Oratorio di San Rocco, ma per soli quattro metri. Giunti in fondo risulta chiuso da una parete di recente costruzione. Altri link proposti: http://www.turismoapiacenza.it/castello_di_vicobarone.html, https://www.altavaltrebbia.net/2020/11/19/castello-di-vicobarone/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Vicobarone, https://www.poderecasale.com/vicobarone/#Il%20Castello%20ed%20il%20Palazzo%20Malvicini%20Fontana

Foto: la prima è di Massimo Antoniotti su https://www.tourer.it/scheda?castello-di-vicobarone-vicobarone-ziano-piacentino, la seconda è di Mattia94raggio su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Castello_Vicobarone.jpg

venerdì 28 luglio 2023

Il castello di venerdì 28 luglio



VALFABBRICA (PG) - Castello di Casacastalda

Il nucleo originario di Casacastalda è quasi certamente di origini umbre: molti la identificano con la città umbra di Casmentillana (X secolo a.C.), citata da Plinio il Vecchio. Nelle vicinanze sono state trovate tracce di necropoli pagane. Il castello attuale fu costruito sulle rovine preesistenti nel 763, ad opera di Ernero Castaldo (da cui il nome Casa del Castaldo), un longobardo discendente da Totila, ed ebbe una certa importanza nell'alto Medioevo. Vicende alterne interessarono Casacastalda: il dominio dei conti Rainiero e Pietro di Serra che lo cedettero ai Suppolini Reali di Gubbio, nel 1217, i quali a loro volta, lo vendettero a Perugia nel 1237; la distruzione, prima totale, nel 1319 a causa della guerra tra la stessa Perugia ed Assisi, poi parziale, delle mura nel 1433, ad opera di Perugia, come vendetta per un delitto. Nel 1435 iniziarono i lavori di ricostruzione e fortificazione della rocca che si protrassero fino al 1496. I Perugini nel 1528 gli donarono lo status di Libero Comune. Lo stemma comunale, ancora oggi scolpito in diversi punti del centro storico, è composto da una torre sovrastante un torrione, con il grifone rampante di Perugia. Successivamente, nel 1798, grazie alle truppe napoleoniche e alla sconfitta dello Stato Pontificio, il Comune di Casa Castalda passò al cantone di Gualdo Tadino (dipendente da Perugia), nella Repubblica Romana. Con la fine dell'Impero Napoleonico (1815), il Comune di Casa Castalda fu soppresso, ed il suo territorio fu annesso al Comune di Valfabbrica. Il castello conserva buona parte di mura, poste in forma quasi circolare “a diamante“, con il diametro maggiore di circa 100 metri, munito di opere di difesa, tra cui 3 torrioni di sicurezza che formano anche le tre porte del castello: porta Perugina quella ad ovest, porta del Giglio quella ad est, porta Eugubina quella a nord. Per quanto riguarda il suo ridimensionamento compiuto dai Perugini nel 1433 restano tracce di un camminamento di fuga sotto il perimetro delle primitive mura ora sotto il fabbricato esterno che si affaccia sulla strada e che in origine era un edificio ecclesiastico il quale conserva ancora al suo interno lo stemma della famiglia cardinalizia e all’esterno dalla parte opposta alla strada lo stemma in pietra del sole con il monogramma IHS di San Bernardino. Sempre all’interno delle mura, in Piazza XXIV maggio, troviamo il mastio del castello posto alla destra della chiesa e a sinistra il palazzo che un tempo fu sede del monastero benedettino di S. Lucia dove si può ammirare l’edicola con una Madonna con Bambino, opera del maestro Nello Bocci. Lo stemma della famiglia Montesperelli si trova su una campana datata 1508, del campanile della chiesa plebana conservata all’interno della stessa nonché lo ritroviamo ai margini di alcune pitture votive dell’antica cappella della Madonna dell’Olmo. All’interno delle mura si conservano due pozzi di vena uno adiacente il muro sinistro della chiesa parrocchiale, l’altro in una piazzetta adiacente ed un terzo denominato pozzo della Madonna, situato nei pressi della chiesa della Madonna dell’Olmo appena fuori le mura. Un altro piccolo pozzo ad uso privato è interno ad un edificio adiacente la rocca. Adiacenti alle mura insistono i Lavatoi. Altro link suggerito: https://www.procasacastalda.it/storia/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Casacastalda, https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=30726, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-casacastalda-valfabbrica-pg/

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-casacastalda-valfabbrica-pg/

giovedì 27 luglio 2023

Il castello di giovedì 27 luglio



SESTO CAMPANO (IS) - Castello Spinola

Per antica tradizione storica il nucleo alto di Sesto sarebbe collegato alla presenza di un conte longobardo di cui non si ha traccia nei documenti. Nel X secolo pare che Sesto sia stata capoluogo di una delle 34 Contee del ducato di Benevento. La notizia certa è che all’inizio della dominazione normanna Sesto già aveva un castello. Si ricava dalla donazione del conte Paldone di Venafro all’abate Desiderio nel 1064 di una parte dei suoi possedimenti. Del castello di Sesto abbiamo una successiva notizia quando nel 1247 papa Innocenzo IV, mentre risiedeva a Lione, restituì ai fratelli Ruggero, Riccardo e Malgerio Sorello quei territori che erano stati sottratti dal Federico II durante il suo dominio. Nel 1465 Re Ferrante I d’Aragona concesse Sesto in feudo a Diomede Carafa della Stadera che nel 1569 vendettero il castello a Isabella di Lannoy, moglie di Filippo di Lannoy principe di Sulmona e conte di Venafro. Il figlio Orazio vendette Sesto a Filippo Spinola nel 1582 la cui famiglia conservò il feudo fino alla fine della feudalità. Una fortificazione longobarda comunque doveva esistere e traccia di un castello dovrebbe ritrovarsi nel poderoso mastio quadrato, violentato dalle moderne manie di trasformazione, che rimane nella parte sud-occidentale della cinta medioevale del paese vecchio. Se però sulla cortina esterna nulla rimane di esteticamente pregevole dell’antico castello, il cui volume è però perfettamente riconoscibile nonostante gli scempi degli uomini, all’interno sopravvive un complicato portale del XVI secolo che un certo Nicola Brescia da Serino fece fare nel 1596 quando Errico Albano da Procida era capitano del popolo di Sesto. Di questi due personaggi oggi non si saprebbe nulla se essi non avessero deciso di far scolpire il loro nome sotto una strana composizione regionale di insegne militari associate a simboli di arti e commercio. Una serie di compassi, squadre, bilance, stadere, attrezzi per stendere le pelli, some per il trasporto, insieme a gambali, scudi militari, elmi, spade e lance, formano la decorazione a rilievo di questo portale. Lo stemma centrale, in uno scudo a testa di cavallo con fascia scaccata di tre, è sovrapposto ad una fettuccia i cui estremi formano due S contrapposte. Sul tutto un cappello vescovile con 5 fiocchi. Rimane, entrando nella corte interna, la gradonata che portava al piano nobile, probabilmente rifatta alla fine del 500, con tre testine di putti in stucco sul ballatoio. Sopravvive, inoltre, la grande cisterna con porta di accesso direttamente dal cortile. Appare evidente dalla conformazione complessiva del centro abitato che il Castello abbia rappresentato fin dall’alto medioevo il polo attorno al quale in varie fasi si é sviluppato il nucleo delle case. D’altra parte ne é conferma diretta la elevazione a capoluogo di contea intorno al X secolo, nel periodo di dominio longobardo nell’ambito del ducato di Benevento. In analogia con altri castelli il cui impianto può essere fatto risalire al X secolo (come quelli di Venafro e Cerro a Volturno), anche il castello di Sesto si caratterizza con un possente mastio quadrangolare in funzione di estrema difesa al limite di un recinto fortificato ad andamento trapezoidale sul quale si impianta un sistema un po’ più complesso nei tempi successivi. Per determinare la cronologia delle murature poche e di nessuna utilità sono le notizie sui signori che l’hanno posseduto; tuttavia é possibile ritenere, sulla base dell’analisi tipologica delle torri circolari della cinta urbana, che una trasformazione sostanziale, o perlomeno un adattamento dovette essere operato intorno ai secoli XIII e XIV. Da questo punto si sviluppa la linea muraria meridionale, sulla quale si apriva, come si apre tutt’ora, una porta esterna minore cui si perviene da valle attraverso un ripido sentiero extramurale che ancora porta un nome, via Borgoforte, che con molta evidenza deriva dalla funzione difensiva del sistema. Rimangono evidenti di queste torri soltanto tre sul lato meridionale e almeno quattro su quello nord-orientale, ma una più attenta analisi del tessuto urbano potrebbe rivelarne altre inglobate nelle case che si sono sovrapposte, inglobandola, alla originaria cinta muraria. Della prima , a pochissima distanza dal Castello, si riconosce solo l’impianto semicircolare in una casa (part. 244 del catasto) che le si é sovrapposta. Da questo punto si sviluppa la linea muraria meridionale, sulla quale si sovrappone la casa Manselli, fino a ricongiungersi con la seconda torre (part. 257), rimasta libera da sovrapposizioni anche se troncata nella parte alta. In questo tratto, proprio al disotto della casa Manselli, con molta probabilità si apriva, come si apre tutt’ora, una porta esterna minore cui si perviene da valle attraverso un ripido sentiero extramurale che ancora porta un nome, via Borgoforte, che con molta evidenza deriva dalla funzione difensiva del sistema. La terza torre, ugualmente molto rovinata, é tuttavia integra nella parte basamentale (part. 261). Una quarta torre dovrebbe essere inglobata nella casa allo spigolo del sistema (part.240 del catasto) a formare la cerniera nel punto di variazione sostanziale della cinta muraria per allinearsi in qualche modo (seguendo comunque il suggerimento naturale della conformazione rocciosa su cui si impianta) con la torre successiva che, completamente deturpata, come quelle successive, é inglobata nella casa riportata in catasto nella part. 196. La sesta (part. 193 del catasto) costituisce l’inizio del lungo tratto pressoché rettilineo (stravolto da una serie impressionante di superfetazioni di squallore impressionante) su cui resistono gli impianti della settima (part. 185 del catasto) e dell’ottava torre di casa Forte (part. 177 del catasto). All’interno di questo ampio cerchio di mura munite di torri circolari é possibile con una certa approssimazione riconoscere un nucleo più interno e più antico che occupa, assumendo una forma castrense sostanzialmente quadrangolare, la piattaforma apicale il cui punto più alto é difeso dalla grande torre quadrata del castello. L’edificio è dotato di torri, di un fossato per la difesa esterna e di un ponte levatoio. Si sviluppa su tre livelli con un’ampia corte interna. Elementi dell’età longobarda sono le torri angolari quadrate e sobrie ed il fossato colmato. Con i lavori di restauro del piano terra, l’ampia corte è stata sgombrata da alcuni edifici costruiti al suo interno, per essere utilizzata come teatro all’aperto. Quest’ultimo comprende anche i locali posti nell’ala dell’edificio che si affaccia su Largo Montebello. Il primo piano è stato ristrutturato al fine di accogliere il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari del Comune di Sesto Campano, mentre il secondo piano è stato destinato ad ospitare tre “raccolte museali”: archeologica, storica e scientifica. Ecco un video di Sesto Campano (di La bella Italia) dove si può vedere, ripreso dall'alto, anche il Castello: https://www.youtube.com/watch?v=VZLPSEi_Z4Q

Fonti: testo di Franco Valente su https://www.francovalente.it/2007/10/09/sesto-campano-2/, https://www.spinola.it/repertori/castello-spinola-di-sesto-campano-isernia/, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Molise/isernia/provincia000.htm#sestocamp, https://it.wikipedia.org/wiki/Sesto_Campano#Castello_Spinola

Foto: la prima è di Augusto Giammatteo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/731/view, la seconda è presa da https://www.turismoinmolise.com/sesto-campano/

mercoledì 26 luglio 2023

Il castello di mercoledì 26 luglio



CORLEONE (PA) - Castello Soprano

Il nome Corleone è attestato come Corilioni in un atto notarile del 1326 scritto in latino medievale. Nel 1080 veniva fondata dai Normanni e nel 1095 fu annessa alla diocesi di Palermo. Circa cento anni dopo fu annessa alla nuova diocesi di Monreale. La città già infeudata nel 1180 alla chiesa di Monreale, venne ripopolata nel 1237 da una colonia di ghibellini Lombardi guidata da Oddone de Camerana, per concessione fatta a Brescia dallo stesso imperatore. Tuttavia nel 1249 Federico, revocando il precedente privilegio, assegnava la città al regio demanio, anche se il flusso migratorio degli abitanti della Pianura Padana continuò fino alle soglie dei Vespri siciliani. Il che è dimostrato da un documento edito da Iris Mirazita, con il quale “il nobilis Corrado de Camerana, su incarico della curia di Corleone assegna agli uomini che verranno ad abitare a Corleone casalinis pro faciendis dominibus”, i cui nomi lasciano supporre l'origine settentrionale e latina. Un altro Camerana, di nome Bonifacio, si distinse nella rivoluzione dei Vespri siciliani capitanando l'insurrezione antiangioina di circa tremila corleonesi, accorrendo per primo in soccorso alla città di Palermo, tanto che il senato palermitano definì Corleone “soror mea”. Durante il regno di Federico IV di Sicilia, detto il semplice, la città si ribellava alla corona ma veniva riconquistata nel 1355. Nuovamente perduta veniva assediata dal Ventimiglia nel 1358. Durante il governo dei quattro vicari la città entrò nell'area di influenza della potentissima famiglia Chiaramonte ma nel 1391 fu donata dalla regina Maria di Sicilia a Berardo di Queralt, canonico di Lerida, senza che tuttavia questi ne prendesse mai possesso. In questa fase varie terre del Corleonese risultano di proprietà della famiglia de Mohac (Modica de Mohac). Quindi fu occupata da Nicola Peralta figlio del vicario Guglielmo, ma il re Martino il Giovane la restituì al regio demanio, confermandone i privilegi nel 1397 e concedendo alcuni sgravi fiscali. Nel marzo del 1434 il re Alfonso il Magnanimo si recò di persona a Corleone e nell'occasione concedette alcune gabelle al beneficio della città con lo scopo di restaurare le mura e fare fronte alle necessità, promettendo altresì l'inalienabilità della città alla quale concedeva il titolo di “Animosa Civitas”. Tuttavia Corleone nel 1440 fu venduta a Federico Ventimiglia per 19000 fiorini, con riserva di riscatto in qualsiasi momento. La concessione veniva revocata nel maggio 1447 dallo stesso re Alfonso per essere rifatta nello stesso anno ad un certo Giovanni di Bologna. Nel 1452 la città veniva infine concessa all'avvocato Giacomo Pilaya. Nel 1516 Corleone aderì ai moti rivoluzionari della città di Palermo contro il viceré Moncada. La rivolta Corleonese, capitanata da un certo Fabio La Porta, assunse caratteri prettamente popolari ed ebbe come scopo la richiesta di sgravi fiscali. Venne tuttavia repressa nel sangue dalle truppe del viceré guidate dal vicario generale Gerardo Bonanno. Verso la fine dello stesso secolo le condizioni sociali della città si aggravarono ulteriormente. La peste del 1575-77 e la carestia del 1592 furono infatti causa di lutti e di desolazione. Il 3 giugno del 1625 Corleone fu venduta, assieme ad altre città demaniali come Agira, Calascibetta ecc., ad alcuni mercanti genovesi, dai quali si riscattò dietro pagamento di 15200 once. Le condizioni di vendita erano state tuttavia assai gravi perché prevedevano la facoltà di “poterla vendere in feudo coi suoi uomini, vassalli, feudi e sub-feudi con la giurisdizione di prima, seconda e terza istanza civile, criminale e mista, mero e misto impero”. Nel 1649 la città veniva ancora una volta messa in vendita dalla corona in cerca di denaro per il riassestamento della flotta spagnola. Fu quindi acquistata per 16400 once dal giurisperito corleonese Giuseppe Sgarlata, il quale poi accettò il riscatto dietro il pagamento di una rendita di 820 once a ragione del 5% sul capitale impegnato e ricevendo il titolo di Marchese di Chiosi al posto di quello di Marchese di Corleone. Su un’alta rupe isolata (861 m), che sovrasta il centro abitato, si ergeva il castrum superius. Esso nacque verosimilmente per difendere e controllare il nuovo insediamento creatosi con l’arrivo dei lombardi, in età federiciana. E’ probabile che, nella seconda metà del XIII secolo, Corleone fosse già munita di almeno uno dei due castra demaniali, ma non sappiamo se si tratta di quello superiore o di quello inferiore. Del castello superiore, già in rovina nel XVIII secolo, sussiste una semplice torre circolare costruita con pezzame di calcare di piccole dimensioni, legato con malta. Il pessimo stato di conservazione della torre non consente di proporre una datazione sicura. Altri link per approfondimento: https://www.enjoysicilia.it/it/palermo-area/corleone/castello-soprano-corleone/, https://www.tiktok.com/@siciliaorg/video/7145516324071017734 (video di SiciliaOrg)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Corleone, https://www.icastelli.it/it/sicilia/palermo/corleone/castello-soprano-di-corleone

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/sicilia/palermo/corleone/castello-soprano-di-corleone, la seconda è presa da http://www.ilbevaiodicorleone.it/wp-content/uploads/Corleone-Castello-Soprano.jpg

martedì 25 luglio 2023

Il castello di martedì 25 luglio



MONTALCINO (SI) - Fortezza senese

La costruzione della fortezza, voluta dai Senesi, fu iniziata nel 1361 sotto la direzione degli architetti senesi Mino Foresi e Domenico di Feo: al suo completamento nel 1368 furono insediati dei castellani, il primo dei quali fu Francesco Sozzini. Precedentemente alla sua costruzione sul sito dell'attuale fortezza vi erano strutture del Duecento e un'antica basilica dedicata a San Egidio: queste strutture, tra cui il mastio di San Martino, il torrione di San Giovanni assieme alla sola navata sinistra della basilica furono incorporate nella costruzione della fortezza. Durante la sua esistenza la fortezza vide numerose fatti d'armi il più importante dei quali fu l'ultimo, alla fine della guerra di Siena. Nel corso della guerra di Siena i Senesi furono sconfitti il 2 agosto 1554 nella battaglia di Scannagallo (conosciuta anche come la battaglia di Marciano), la sconfitta fu seguita dall'assedio di Siena che si arrese il 17 aprile 1555: una parte dei Senesi per preservare l'esistenza della Repubblica di Siena si rifugiò a Montalcino, il cui centro abitato era munito di una completa cintura di mura e dotato di una notevole opera difensiva, la fortezza, dando vita alla Repubblica di Siena riparata in Montalcino. Nonostante tutti gli sforzi anche Montalcino e la sua fortezza dovette arrendersi il 31 luglio 1559. La fortificazione presenta una struttura inedita per l'epoca della sua costruzione in quanto aveva una pianta pentagonale al contrario della pianta quadrata adottata dalle costruzioni di epoca precedente. La fortezza è dotata di una snella torre ad ogni angolo. Le torri sono coronate da archetti ed ancora è presente buona parte della merlatura. Solo lo sperone è di epoca medicea così come lo stemma mediceo posto sulle mura esterne. L'ingresso all'edificio avviene per mezzo di una rampa che arriva alla porta della fortezza. Alla base del muro a scarpa e delle torri si trovano numerose feritoie: lungo il cammino di ronda sono presenti molte caditoie da cui durante gli attacchi venivano fatte cadere pietre che raggiungendo per forza di gravità una notevole velocità al momento di toccare la scarpa (base) del muro cambiavano la loro traiettoria in un moto orizzontale falciando gli attaccanti che si trovavano lungo la loro traiettoria. La fortezza comprende, in senso orario:
La Porta, affiancata alla torre di Nord-Ovest , che consente l’accesso alla rocca per mezzo di una rampa.
La cappella, addossata alle mura sul lato Nord.
La torre di Nord-Est.
La torre Est.
La torre di Sud-Est affiancata dal mastio di San Martino
il mastio o cassero di San Martino situato nella parte Sud: dal mastio si accede ad un camminamento di ronda che si snoda lungo tutto il perimetro delle mura della fortezza.
il bastione di San Giovanni, posto ad Sud-Ovest della fortezza è esterno alla fortezza e con essa collegato da una porta: venne edificato dopo la resa della fortezza il 31 luglio del 1559 da Cosimo I de' Medici; oggi sul bastione è situato un piccolo parco costituito da un giardino dei lecci, albero che probabilmente è all'origine del nome di Montalcino.
il torrione di San Giovanni situato ad Ovest.

Secondo una leggenda ancora viva a metà del Novecento, dai sotterranei del torrione di San Giovanni partiva una galleria percorribile anche con carri trainati da muli che conduceva ad un casolare dall'altra parte della vallata prospiciente la fortezza, in questo modo sarebbero arrivate le vettovaglie che permisero ai difensori della fortezza di resistere a lungo in varie occasioni, a seguito di un terremoto il tunnel sarebbe crollato parzialmente divenendo non più agibile. Il castello è ancora oggi praticamente intatto. L'ampio cortile interno della fortezza è usato oggi come teatro per spettacoli ed iniziative culturali. Altri link suggeriti: http://www.lamiaterradisiena.it/Rocca%20di%20Montalcino/roccadimontalcino.htm, https://www.youtube.com/watch?v=2ZXqKp-AX44 (video di Luigi Manfredi), https://www.youtube.com/watch?v=Xr0TRnCjU-U (video di Epic Life Flashes)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_di_Montalcino, https://www.fortezze.it/fortezza_montalcino_it.html, https://castellitoscani.com/montalcino/,

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/toscana/siena/montalcino/rocca-di-montalcino, la seconda è una cartolina della mia collezione

lunedì 24 luglio 2023

Il castello di lunedì 24 luglio



CARPEGNA (PU) - Palazzo dei Principi di Carpegna Falconieri

Si erge imponente al centro del paese. La casata dei conti di Carpegna che regnò su questo territorio fin dall'anno mille, ebbe il suo periodo di maggior espansione attorno al 1200. Fedeli all'imperatore Federico II, schierati dalla parte dei Ghibellini, rimase sempre fedele a questa fazione. Diversi i castelli conquistati o edificati nei secoli, fra cui la rocca nel paese di Carpegna, edificata su uno sperone roccioso posto al di sopra dell'attuale palazzo, e dimora abituale della casata. Il 30 aprile1674 ebbero inizio gli scavi per gettare le fondamenta del grandioso edificio. Fino ad allora i Conti e le loro famiglie avevano sempre abitato, come detto, nella vecchia Rocca, di cui oggi non rimane più traccia, che comprendeva, oltre al castello dei Conti, anche le abitazioni dei pochi abitanti del paese. L'esigenza di una dimora più comoda e facile a raggiungersi e nello stesso tempo dotata di più moderni mezzi di difesa e che fosse degna della nobiltà della famiglia, portò alla costruzione del nuovo palazzo signorile. Con ogni probabilità molto materiale fu recuperato smontando parzialmente la vecchia rocca ormai fatiscente ed usato per la costruzione del nuovo edificio. Il progetto fu affidato dal Conte Gaspare di Carpegna (una delle figure di maggior spicco della famiglia, canonico di S. Pietro, nominato Cardinale nel 1370 e Vescovo nel 1698) ad uno dei migliori architetti del tempo: Giovanni Antonio De' Rossi di Roma. Nei primi quattro anni i lavori procedettero piuttosto a rilento, datasi la necessità di drenare le numerose falde acquifere con la costruzione di canali sotterranei a "volta di mattoni" che convogliassero e facessero defluire l'acqua. Nel 1683 si legge dalle cronache: "Si è alzata la muraglia verso la fabrica vecchia (la ex Rocca) in altezza di piedi nove, et alzati li pilastri e li portoni e li capitelli, et alzato il cantone per l'altezza di tre bugne et posta su la finestra tra il detto cantone ed il portone". Nel 1689 fu commissionata allo scalpellino Biagio Vantaggi la fornitura delle pietre quadrate per i pilastri, gli archi dei sotterranei, gli stipiti delle porte interne ed esterne, le cornici delle finestre e gli zoccoli esterni. Tutta la pietra arenaria che occorreva fu cavata a Pietrarubbia e Miratoio, trasportata a Carpegna e lavorata sul posto. I lavori e le rifiniture del primo piano possono considerarsi ultimati nel 1690. Nel 1695 la direzione dei lavori passò ad Antonio Bufalini, a causa della morte di Giovanni Antonio De' Rossi. Nel 1696, ad oltre vent'anni dall'inizio dei lavori, lo splendido Palazzo poteva considerarsi ultimato. Pur inquadrabile nello stile delle ville dell'epoca, il palazzo, iniziato nel 1675 e terminato dopo oltre venti anni, è ispirato alle ville fortificate di matrice fiorentina e alle grandi residenze signorili della campagna romana. Di forma squadrata, con risalti ai fianchi che ne aumentano l'imponenza, è dotato di due ingressi nobili, uno sul retro sopravanzato da un ponticello e quello frontale sopravanzato da una doppia scalinata con balconcino. Sul retro ampio parco/giardino circondato da alte mura. È tuttora abitato dai discendenti della millenaria famiglia ed è rimasto pressoché intatto dopo oltre 300 anni, un incendio e qualche forte scossa di terremoto (1781). Al suo interno sono oggi custoditi importanti arredamenti d'epoca, la biblioteca, ricca di carte e documenti originali del periodo rinascimentale, numerosi reperti archeologici della zona e la cappella di famiglia. Memorabile è la battaglia che avvenne nel 1786, all'interno del Palazzo, tra la banda di "Mason dla Blona" (Tommaso Rinaldini detto dell'Isabellona) e le guardie pontificie giunte per arrestarlo. Mason dla Blona era un famigerato brigante che, avendo raccolto una pericolosissima banda di malviventi, infestava tutto il Montefeltro. Braccato dalle guardie, era riuscito a far perdere le sue tracce e giungere a Carpegna, dove, grazie ad uno dei propri sotterfugi, irruppe nel Palazzo dei Conti e vi s'installò assieme alla sua banda sequestrandone i proprietari. Il suo proposito era inizialmente quello di usare Carpegna come transito per arrivare in Toscana e da lì a Genova, ove poi imbarcarsi verso paesi lontani. Evidentemente dovette però considerare Carpegna un luogo piacevole e sicuro, tanto che decise di rimanervi. Ovviamente, da bravo brigante qual era, non poté astenersi dall'esercitare anche qui la sua professione. Almeno fino a quando, durante un tentativo di rapina ai danni di un pastore, questo si ribellò alla sottrazione delle sue pecore, il bandito estrasse la pistola e gliela scaricò contro. Ora, vuoi perché le pistole di quel tempo non brillavano in precisione, o perché la successione dei colpi non era davvero all'altezza di un mitra moderno, aggiungiamo che forse il bandito non era propriamente un campione quanto a mira, specie dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, sta di fatto che il malcapitato, terrorizzato ma indenne, riuscì a fuggire attraverso i boschi, giunse a Pennabilli e denunciò l'aggressione. Informate dell'accaduto, le Guardie Pontificie marciarono verso Carpegna per arrestare il brigante. Ispezionata l'osteria di fronte al palazzo e setacciato il convento senza trovare nulla, circondarono il Palazzo. Dopo aver intimato agli occupanti di aprire e arrendersi e aver naturalmente ottenuto qualche risata come risposta, le guardie abbatterono il pesante portone delle scuderie e irruppero nel palazzo attraverso la scala a chiocciola. Il brigante e la sua banda, scoperti e braccati di stanza in stanza, spinti e incalzati verso i piani superiori, si rifugiarono nel sottotetto sparando all'impazzata. Vista la poderosa barricata di fuoco e la posizione ben arroccata dei banditi, le guardie, per evitare uno scontro diretto che le trovava in posizione d'inferiorità, fecero portare paglia e fascine nei mezzanini e vi appiccarono il fuoco. I briganti calarono una grossa corda dal tetto sperando di fuggire col favore delle tenebre ma, scoperta la manovra, la zona fu illuminata da una gran quantità di fiaccole. Nacque un'altra violenta sparatoria. Ricacciati sul tetto in fiamme, il fuorilegge e la sua banda tentarono di calarsi attraverso le canne fumarie dei camini che scendevano giù fino alle cucine nel seminterrato. Ma anche quest'altro tentativo di fuga fu scoperto dai soldati di guardia, e Il comandante ordinò di accendere nei camini dei grossi mucchi di paglia bagnata. Mason dla Blona tentò il tutto per tutto: tornato sul tetto in fiamme, lanciò un accorato appello ai cittadini di Carpegna affinché si unissero a lui e scacciassero le guardie pontificie fuori della contea. Naturalmente, vista la preziosa occasione di liberarsi di quel pericoloso individuo, nessuno mosse un dito. Fallito ogni tentativo di fuga, pur conoscendo la loro sorte, i banditi trattarono la resa, chiedendo di non essere uccisi sul posto dai soldati. Posti in catene, furono trasferiti nel carcere di Pesaro, quindi a Ravenna, dove furono giustiziati. A seguito della battaglia con i briganti, il palazzo subì gravi danni: tutto il tetto era bruciato e in parte crollato, ugualmente bruciate erano le porte e finestre dei mezzanini, gli intonaci rovinati e affumicati da fiamme e colpi d'archibugio, così i quadri e gli arredi. D'altronde il palazzo doveva aver già subìto dei danni in seguito al forte terremoto che colpì questa zona nel 1781 ed altri se ne aggiunsero quando un altro violentissimo movimento tellurico, nella notte del 24 dicembre 1786, devastò Rimini e tutto l'entroterra. I lavori di ristrutturazione, e le riparazioni, furono eseguiti tra il 1787 e il 1790, con il contributo economico del governo pontificio che si era assunto l'obbligo di ripagare i danni derivati dalla battaglia avvenuta all'interno del palazzo. Nel 1819 il palazzo fu ceduto alla Santa Sede. Nel 1851 il Conte Luigi Carpegna-Falconieri riacquistò il Palazzo Dei Conti; da questa data e fino ai giorni nostri è rimasto sempre possesso dei Principi di Carpegna-Falconieri che tuttora lo abitano. Altri link consigliati: https://www.ilborghista.it/dettaglio-da-fare-palazzo-dei-principi-carpegna-pu-23563, https://www.otiumnelmontefeltro.com/palazzo-principi-carpegna, https://www.youtube.com/watch?v=JHaYp63tdlE (video di Officina Creativa Montefeltro), https://www.youtube.com/watch?v=ylb073TY5rU (video di Fondazione Cassa di RIsparmio di Pesaro)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Carpegna, https://www.comune.carpegna.pu.it/vivere-carpegna/conoscere-carpegna/palazzo-carpegna, https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/carpegna.asp

Foto: la prima è presa da http://www.comune.pesaro.pu.it/fileadmin/_processed_/a/4/csm_Palazzo_dei_Principi_di_Carpegna_bfe3880bd6.jpg, la seconda è presa da https://www.trcarpegna.net/notizie/attualita/2015/07/11/oggi-la-rai-torna-a-carpegna-con-la-tappa-del-tg-itinerante/

venerdì 21 luglio 2023

Il castello di venerdì 21 luglio



CERVARA DI ROMA (RM) - Rocca La Prugna in frazione Prataglia

Sulle solitarie alture in località Prataglia, sui Monti Simbruini, si trovano i pochi resti di una rocca medievale, detta de La Prugna, circondati dalla vegetazione. Posto a controllo di antiche strade commerciali fra Lazio e Abruzzo, il fortilizio è avvolto da un alone di mistero. Nei dintorni si apre uno straordinario panorama sulla Valle dell’Aniene. L' antica roccaforte venne distrutta nel 1600 dal brigante Marco Sciarra; da allora fu abbandonata e rimangono a tutt'oggi i resti di qualche basamento. L'unico documento in cui appare l'antica rocca nelle sue fattezze originali è un dipinto ad olio dell'800. In questo video (di CIVITA CASTELLANA TREKKING) si vede come raggiungere a piedi i ruderi della fortificazione e si può osservare ciò che ne resta visibile: https://www.youtube.com/watch?v=CmnbhQfzOPc

Fonti: https://illaziodeimisteri.wordpress.com/tag/ruderi/, https://www.parchilazio.it/parcomontisimbruini-schede-788-la_prugna

Foto: la prima è presa da http://www.anienewilderness.it/la-prugna/, la seconda è presa da https://www.parchilazio.it/parcomontisimbruini-schede-788-la_prugna

giovedì 20 luglio 2023

Il castello di giovedì 20 luglio



CIVIDATE AL PIANO (BG) - Rocca

Percorrendo il centro storico di Cividate attraversando strette viuzze medievali, si passa sotto archi che portano i segni e il peso di secoli e si costeggiano mura di ciottoli irregolari e aperti da piccole feritoie. Si è nel castello, l’edificio più caratteristico dell'abitato, risalente all’XI o al XII secolo. Di questa fortificazione si conservano oggi ancora numerose vestigia dell'epoca medievale, tra cui alcuni tratti di muro in ciottoli fluviali disposti a spina di pesce, tracce di fossati, la base di una torre e resti del portale d’ingresso. Il complesso un tempo era però grandioso: possedeva molto probabilmente un impianto quadrangolare con doppia cinta muraria; quella esterna aveva forse quattro torri d’angolo e un ingresso, munito di ponte levatoio, che si apriva sul lato meridionale. La sua elevata posizione permetteva il controllo delle vie della pianura bresciana. Un bel gioco di immaginazione è figurarselo come doveva apparire nei secoli medievali mentre si percorre l’antico tracciato, ancora suggestivo. La Rocca attorno ai secoli XI-XII passò dai vescovi al Comune di Bergamo che vi collocò famiglie di fede ghibellina: i Pensamigola, i Vegii, i Bellebono, i Terzi e i Balestra. Durante le guerre tra Bergamo e Brescia per la giurisdizione su alcuni castelli di confine, Cividate si trovò al centro delle operazioni militari. Nel 1156 i bergamaschi furono sconfitti una prima volta nei campi Grumore tra Cividate e Palosco; qualche decennio dopo, nel 1191, subirono un’altra pesantissima sconfitta proprio sotto la rocca, lasciando sul campo circa duemila morti. Lo scontro passò alla storia come la Battaglia della Malamorte. Il castello fu ancora tra i protagonisti di un altro storico scontro: la Battaglia di Cortenuova, combattuta il 27 novembre 1237 dall’imperatore Federico II contro l’esercito della seconda Lega Lombarda. Avendo scelto la strategia dell’attacco a sorpresa, l’imperatore aveva finto di ripiegare verso Cremona, spingendo così le truppe della Lega a smobilitare a loro volta. In realtà si accampò 18 km a sud di Cortenuova aspettando che il nemico attraversasse l’Oglio. Per il successo era essenziale calcolare i tempi dell’azione: a tal fine dispose che la guarnigione bergamasca di stanza a Cividate al Piano, appena a est di Cortenova, gli comunicasse con segnali di fumo il passaggio del fiume da parte della Lega sui ponti di Pontoglio e Palazzolo. I segnali partirono proprio dal castello, anche se, per maggiore sicurezza, si incendiò anche la chiesa di San Nicolò in modo da produrre fumo sufficiente ad allertare Federico II. Dopo la vittoria imperiale, le terre della contea guelfa di Cortenuova furono confiscate dal Comune di Bergamo e date in affitto a varie famiglie ghibelline. Gli affittuari di queste terre, non potendo collocare i propri contadini nel territorio di Cortenuova, li stanziarono nei vicini comuni di Martinengo e Cividate. Iniziò così il ripopolamento del paese che si estese al di fuori del castello, occupando ben presto il sito della civitas romana. Il castello venne distrutto nel 1404 quando i lodigiani guelfi misero a ferro e fuoco il borgo. La rocca venne ricostruita qualche anno più tardi, quando il paese, come buona parte della bergamasca, venne conquistato della Repubblica di Venezia (1428). Oggi il castello è in fase di restauro e riqualificazione (al riguardo vi è questo video da guardare: https://www.bergamotv.it/bgtv/bergamo-tg/cividate-nuovi-lavori-per-il-castello/EBD_1662227/). Altro link suggerito: https://www.ecodibergamo.it/videos/Homepage/andiamo-alla-scoperta-del-castello-di-cividate-al-piano_8084_44/ (video),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cividate_al_Piano, https://bassabergamascaorientale.it/punti-di-interesse/castelli/castello-cividate/, https://www.bergamonews.it/2022/09/18/il-castello-di-cividate-al-piano-una-rocca-al-centro-delle-dispute-fra-bergamo-e-brescia/546212/, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00059/, https://www.pianuradascoprire.com/destinations/castello-di-cividate-al-piano/

Foto: la prima è presa da https://primatreviglio.it/cronaca/il-castello-medievale-torna-vivere-con-la-nuova-piazzetta/#gallery-1-foto-1, la seconda è presa da https://bassabergamascaorientale.it/punti-di-interesse/castelli/castello-cividate/

mercoledì 19 luglio 2023

Il castello di mercoledì 19 luglio



FIUMEDINISI (ME) - Castello Belvedere

E' un castello in rovina che risale al XII secolo; dalla fortificazione, posta su una rupe rocciosa ad un'altezza di circa 750 metri s.l.m., si può osservare il comprensorio della riviera che si affaccia sullo Stretto di Messina da Scaletta Zanclea a Sant'Alessio Siculo. Venne edificato con l'arrivo dei Normanni e la nascita del Regno di Sicilia. Non si esclude che presso lo stesso sito, in epoca antecedente, esistesse l'antica acropoli dell'abitato siceliota originario di Fiumedinisi. Nonostante una numerosa porzione delle mura risulti interrata, a tutt'oggi, nessuna indagine archeologica è stata effettuata per approfondire tale ipotesi. Non esistono attestazioni documentarie che rendano nota la data di fondazione del castello. Il 28 settembre 1197, Enrico VI, padre di Federico II, morì a Fiumedinisi in seguito ad una tragica fatalità. Nel 1271 l'abitato é attestato come casale e nel 1296 é ricordato come feudo del miles Ruggero de Vallone da Messina. Nel 1354 casale e castello, del quale si ricorda l'esistenza, vennero conquistati dal miles Giovanni Saccamo e l'anno seguente riconquistati dal conte di Aidone. Re Federico IV, nel 1357, concesse Fiumedinisi, casale e la fortezza, e Limina a Giovanni Mangiavacca capitano e castellano di Francavilla. Ancora, in questo interminabile passaggio di consegne, Tommaso Romano Colonna ricevette l'abitato dal re Martino e dalla regina Maria nel 1392. L'abitato di Fiumedinisi ed il castello rimasero in mano ai Colonna Romano sino all'abolizione del feudalesimo ( nel 1900 circa), periodo in cui il Duca Giovanni Antonio Colonna Romano Sonnino lo donò al Comune di Fiumedinisi. Fra il 2006 ed il 2007 sono stati effettuati interventi di restauro conservativo della struttura e del sito. Purtroppo parte di questi interventi, in particolare la staccionata di legno lungo il sentiero lastricato che conduce al castello e i cartelli illustrativi, già dopo pochi anni risultava vanificata a causa di atti di vandalismo. Se non si fosse intervenuto prontamente con i suddetti lavori, di esso non sarebbero rimaste che poche macerie. Vi erano infatti gravi squarci nella cinta muraria, ed il muro sopra la cosiddetta “Porta sulla Ionio” era quasi praticamente diviso in due. Oggi il maniero si presenta ridotto a un rudere. Si sviluppa su una planimetria pentagonale irregolare, rimangono solo i resti dei muri esterni, qualche muro divisorio interno e l’imponente mastio. All’interno del Castello, dove è presente anche una cisterna profonda 5 metri, si possono ammirare le mura di cinta con i resti di alcuni camminamenti di ronda ed alcune feritoie, che gli arcieri sfruttavano per scagliare le frecce a difesa della fortezza. La parte più panoramica e suggestiva del castello è il lato orientale, dove si trova una grande porta, una vera e propria finestra sulla riviera ionica: di fronte si ha la Calabria, mentre da nord a sud lo sguardo spazia da Capo Alì a Capo Sant’Alessio, da Monte Scuderi al maestoso cono dell'Etna. Altri link di approfondimento: https://www.vivasicilia.com/castello-di-fiumedinisi/, https://www.youtube.com/watch?v=tN74vSROmZI (video di Etna Natura), https://www.typicalsicily.it/listing/castello-a-fiumedinisi-belvedere/, https://www.youtube.com/watch?v=aZabXbMUTkk (video di Tempostretto TV Messina), https://www.facebook.com/anellodelnisi/videos/castello-belvedere/2536109269824903/ (video con drone di Anello del Nisi), https://www.youtube.com/watch?v=srmEqIXuTrI (video di Pasquale d'Andrea)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Belvedere, https://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/fiumedinisi/castello-di-fiumedinisi, https://www.etnanatura.it/paginasentiero.php?nome=Castello_Fiumedinisi

Foto: la prima è presa da https://castlesintheworld.wordpress.com/2015/10/02/castello-belvedere-di-fiumedinisi/, la seconda è presa da https://etnaportal.it/fiumedinisi/castello_belvedere

martedì 18 luglio 2023

Il castello di martedì 18 luglio


BELFORTE MONFERRATO (AL) - Castello

Venne edificato tra il '400 e il '600 attorno alla massiccia ed alta torre a pianta quadrata, fatta erigere dalla Repubblica Genovese, attorno al 1100, per il controllo del confine con il Monferrato ed a difesa di una delle strade altomedievali, che da Genova via Capanne di Marcarolo, scendeva a Ovada e proseguiva verso Acqui Terme. Nei pressi nel sito venne a costituirsi il primo borgo, la località Pastori, residenza dei feudatari che si sono succeduti nel possesso del feudo: Obertenghi, Malaspina, Spinola, Grimaldi, Cattaneo della Volta. L'edificio nacque dai resti di un antico convento benedettino, voluto dal monaco irlandese Colombano, che visse tra il 540 e il 615. All’esterno del Convento fu edificata una chiesa dedicata a San Benedetto, edificio tuttora esistente. La costruzione del castello si presenta come un blocco a pianta quadrilatera con un cortile rettangolare all’interno ed un imponente portone, ubicato lungo la facciata rivolta a settentrione, che immette al cortile interno. A sinistra dell’atrio inizia il salone a giorno che conduce al piano di abitazione e di rappresentanza. Il corpo di fabbrica sul lato rivolto a levante ingloba murature più antiche ed è dominato da un’alta torre quadrata in pietra. La torre, in base alla tipologia costruttiva, potrebbe in effetti risalire al tardo medioevo (secolo XIV-XV). L’arrivo in Belforte della famiglia Cattaneo della Volta, dalla quale discendono gli attuali proprietari del Castello, è datata 1652. Il 9 Dicembre del 1925, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, dichiarò di spettare a Giannotto Cattaneo della Volta, di Vincenzo Carlo, i titoli di Marchese di Belforte e di Marchese trasmissibili ai discendenti legittimi e naturali, maschi da maschi, in linea retta e per ordine di primogenitura e di Patrizio Genovese trasmissibile ai discendenti legittimi e naturali, maschi da maschi». Il Castello si presenta oggi quasi nascosto nella bella vegetazione del suo vasto parco, voluto dal marchese Carlo, pittore dilettante di buon livello, che nella seconda metà dell’Ottocento lo fece realizzare dotandolo anche di piante esotiche. La facciata principale del castello è rivolta a nord ed in essa si trova il portone che immette, attraverso l’atrio, al cortile. Alla destra dell’atrio è situata la cappella, piuttosto semplice e disadorna; alla sinistra invece inizia lo scalone a giorno che porta al piano di abitazione e rappresentanza del castello. Il corpo di fabbrica del lato est è quello che ingloba la torre e che si fonda sulle murature più antiche visibili nel piano terreno occupato in parte da cantine che si sviluppano anche in locali sottostanti al cortile. esse sono molto ampie dato che il Castello è il centro di una notevole azienda agricola con terre prevalentemente vignate. Il piano primo sopra il terreno è quello di abitazione, così come il parziale piano secondo. tutto questo insieme risale, come sistemazione o costruzione ex novo, al sec. XVII. Anche il corpo di fabbrica verso Sud ingloba la muratura perimetrale ed altri locali di antica origine, compreso un avanzo di torre angolare a pianta semicircolare; questo insieme è però di risistemazione ottocentesca e consta di due piani (terreno e superiore) non molto alti ed adibiti a servizi. Gli altri due lati del quadrilatero sono anch’essi formati da costruzioni, su due piani, non molto antiche. La cappella sopra menzionata si trova nel lato nord. Altri link di approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=zrSq6sF-Gag (video di Droni e Volo Remoto), https://www.oltregiogo.org/belforte-monferrato/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Belforte_Monferrato, https://www.visitovada.com/belforte-monferrato/, https://storiediterritori.com/2019/03/25/belforte-monferrato-ed-il-suo-castello/

Foto: la prima è presa da https://www.facebook.com/visitovada/photos/a.1788698744679683/2878702285679318/?type=3, la seconda è di marcofederico su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/39002

venerdì 14 luglio 2023

A breve il blog riparte

Per problemi tecnici indipendenti dalla volontà del sottoscritto non sono stati pubblicati nuovi articoli in questi ultimi giorni. La prossima settimana riprenderà la consueta attività. Saluti

Valentino

 

martedì 11 luglio 2023

Il castello di martedì 11 luglio



SAGRADO (GO) - Torre di Castelvecchio

La torre di Castelvecchio, tuttora visibile a Sagrado vicino al sottopasso ferroviario in località Fornaci, secondo Tito Miotti non apparteneva all’antico castello, ma faceva parte del complesso difensivo organizzato dai Veneziani a difesa dei Turchi. Nonostante questo, non vi è dubbio che la denominazione Castelvecchio risalga a tempi anteriori, molto probabilmente longobardi, come lascerebbe presumere un documento del XVI secolo che identificherebbe la località con il toponimo Agris (dall’antico arx o da arimannia). Infatti, Sagrado assieme a Farra e ad altre località vicine a Cormons rientrava nel novero degli apprestamenti attuati in questo settore dai Longobardi a protezione dei confini orientali.

Fonti: https://consorziocastelli.it/icastelli/gorizia/sagrado, https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/sagrado-go-loc-fornaci-torre-castelvecchio/

Foto: la prima è di Monica R su www.tripadvisor.com, la seconda è presa da https://consorziocastelli.it/icastelli/gorizia/sagrado

lunedì 10 luglio 2023

Il castello di lunedì 10 luglio



MONCRIVELLO (VC) - Castello

Nel XIII secolo Moncrivello già disponeva di una rocca fortificata e, pur essendo stato venduto al comune di Vercelli, rimaneva sotto le giurisdizione della diocesi vercellese. Nel 1394 il Vescovo di Vercelli, Lodovico Fieschi, dell'omonima famiglia genovese, ottenne che Moncrivello, assieme a Masserano e Crevacuore, venisse infeudata a suo fratello Antonio da papa Bonifacio IX. L'egemonia di Antonio Fieschi fu infelice, al punto da provocare l'insorgenza della gente del borgo, che nel 1399 si sottrasse al suo dominio facendo atto di dedizione ai Savoia, nella persona di Amedeo VIII. In quel periodo la roccaforte manteneva essenzialmente un ruolo militare. Di tale epoca si è conservato il grande torrione quadrangolare, con finestre quattrocentesche ornate in cotto e caditoie, che, attraversato da un passo carraio, immette nel cortile del castello. Fu l'energica Iolanda di Francia, detta anche Jolanda di Savoia (1436 – 1478), moglie di Amedeo IX di Savoia e figlia di Carlo VII di Francia, a trasformare la roccaforte in una vera e propria residenza signorile. Il castello di Moncrivello divenne la residenza preferita di Jolanda; qui la duchessa si spense nel 1478. Derivano da tale trasformazione i muri di cinta ornati da merli a coda di rondine, e, all'interno, lo scalone elicoidale, i soffitti a cassettoni, i camini in cotto, pavimenti, finestre e cornici in cotto. Inoltre, all’esterno, venne realizzato il Naviglio di Ivrea, prima via d’acqua navigabile per Vercelli. La storia del Castello è particolarmente legata ad alcune nobildonne divenute spose dei duchi di Savoia. La ristrutturazione del castello voluta da Jolanda era appena terminata quando vi furono celebrate le nozze tra Carlo I di Savoia e Bianca di Monferrato (1472–1519) che, rimasta vedova nel 1490 a soli diciotto anni, fu poi reggente dello Stato Sabaudo. Carlo III di Savoia detto il Buono (1504-1553) fece dono del maniero alla sua sposa, Beatrice del Portogallo. Con lei terminò il periodo di massimo splendore del castello: le lotte tra Francia e Spagna causarono il suo passaggio nelle mani di uomini d'arme; fu poi a lungo conteso nel corso del XVII secolo tra varie famiglie nobiliari piemontesi. Passato definitivamente nel 1692 ai Del Carretto, vi rimase sino al 1817 (o al 1825) quando il castello subì un incendio devastante, che ne provocò una parziale distruzione. Il maniero all’epoca possedeva ancora il muro di cinta, con tre porte dotate di ponti levatoi. Ora delle due cerchia di mura rimangono solo i resti. Cominciò allora un lungo periodo di degrado. Fu una data importante per il castello il 1972, perché coincise con l’acquisto del castello da parte del moncrivellese Giovanni De Francisco e famiglia, il quale intraprese una lunga e meritoria opera di restauro, salvando la costruzione dal decadimento, che lo riportò all’antico decoro, e permise l’instaurarsi di una moderna e vivace vita castellana. Dichiarato monumento nazionale nel 1908, da 15 anni è sede di attività culturali, eventi “della memoria”, sulla storia del castello e sui personaggi illustri del territorio, appuntamenti letterari oppure artistici quali mostre o concerti organizzati dall’Associazione culturale Duchessa Jolanda, con il patrocinio del Comune di Moncrivello, Provincia di Vercelli e Regione Piemonte. Sul lato ovest si staglia una singolare torretta semicircolare, coronata da merli alla ghibellina e provvista di un forno. Il castello, a due piani collegati da una scala elicoidale, conserva un’ampia sala al piano terreno e alcune camere al piano sovrastante, quasi tutte con soffitto a cassettoni. Altri link suggeriti: https://www.histouring.com/strutture/castello-di-moncrivello/, https://visitcanavese.it/attrazioni-in-canavese/il-castello-di-moncrivello/, https://www.youtube.com/watch?v=FWr6A-ARKRI (video di Free Life Magazine)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Moncrivello, https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/castelli/castello-di-moncrivello#, https://www.beniculturali.it/luogo/castello-di-moncrivello

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/piemonte/vercelli/moncrivello/castello-di-moncrivello, la seconda è presa da https://www.beniculturali.it/luogo/castello-di-moncrivello

giovedì 6 luglio 2023

Il castello di giovedì 6 luglio



ROMA - Castello di Lunghezza

Si trova tra via Collatina e via Tiburtina. Il castello è legato alla nascita della repubblica romana. Il primo nucleo venne costruito sui resti di un insediamento paleolitico e di una struttura fortificata detta Collazia, successivamente alla cacciata di Tarquinio il Superbo da parte di Bruto Collatino, proprietario della cittadella. Le notizie più antiche del maniero risalgono al 752 d.c. quando la Badia si trasformò in monastero fortificato abitato dai monaci Benedettini. Questo feudo fu protetto dal 1242 dalla potente famiglia Conti di Poli, alleata con la chiesa. Questa alleanza però terminò traumaticamente nel 1297 quando i Conti, alleatisi con i Colonna, decisero di appropriarsi di tutta la terra. Nella disputa si inserì Papa Bonifacio VIII con il suo alleato Raimondo Orsini. Tutto terminò ad Anagni nel 1303 quando Sciarra Colonna offese il Papa con il famoso schiaffo. La guerra si accese e gli Orsini, insieme al Papa scacciarono i Conti da Lunghezza. Il feudo rimase di loro proprietà fino a quando non fu dato in dote ad Alfonsina Orsini sposa di Piero de’Medici. Nel XVI secolo il feudo fece parte della dote di Clarice Medici, zia di Caterina, futura regina di Francia, e protettrice del grande Michelangelo Buonarroti, che sposò Filippo Strozzi. La fortezza subì grandi trasformazioni affinché diventasse una lussuosa dimora nobiliare nel cuore della campagna romana. Nel 1881 si inserì nella storia il giovane medico e scrittore svedese Axel Munthe, il quale, con la sorella dell’ultimo erede del castello Piero Strozzi, trasformò l’ala più medievale del castello in una clinica di convalescenza. In seguito Munthe sposò una nobile scozzese di nome Hilda Pennington Mellor, che dal padre ebbe in dono il castello di Lunghezza. Poco prima della seconda guerra mondiale Hilda dovette abbandonare il castello che divenne Comando Generale dell’esercito tedesco. Il resto è storia recente; triste pensando al lento e costante degrado della struttura; curiosa ricordando episodi come la festa in onore di Carlo di Inghilterra negli anni novanta; positiva pensando che il vero, grande recupero del castello sta avvenendo grazie all’iniziativa de Il Fantastico Mondo del Fantastico. Il castello è stato finalmente riaperto al pubblico e specialmente ai bambini; è tornato a vivere, per tutti, e non per pochi; giorno dopo giorno ritrova il suo antico splendore. Attualmente è sede del parco dell’Immaginario. Nei secoli il castello è stato più volte rimaneggiato e restaurato nella forma attuale dalla famiglia dei Trivulzio nel 1500. Ha una pianta a U, con fronte lungo valle e muro di cinta lato monte, a racchiudere un cortile interno con giardino, 4 piani, di cui uno interrato e un sottotetto, e due torri – Torre est (con terrazza merlata) e Torre ovest (detta di Michelangelo) – per un totale di 127 vani catastali e una cubatura complessiva di circa 6000 metri quadrati a cui si aggiunge un parco di 2,5 ettari. Il primo piano comprende una corte interna, giardini, saloni nobili e la sala del trono, il secondo saloni storici, la residenza nobiliare e gli appartamenti di Caterina de’ Medici. Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Lunghezza, https://www.castellodilunghezza.it/, https://www.retedimorestorichelazio.it/dimora/rm/lunghezza/castello-di-lunghezza/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Mike1 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/45603/view

mercoledì 5 luglio 2023

Il castello di mercoledì 5 luglio



TEANO (CE) - Fortezza

Alla fine del VI secolo, i Longobardi giunsero nel territorio campano, impoverito e spopolato da un susseguirsi di carestie e pestilenze (547, 560, 576, 590) che causarono l’involuzione demografica e, di conseguenza, quella delle forze sociali e produttive. Nuove invasioni, contrasti politico-religiosi, fra il papato e i nuovi dominatori di fede ariana, provocarono da parte di Gregorio Magno la soppressione di sedi vescovili come Teano, retta da Domnino (555). Tra il 593/594 la città di Teano fu espugnata da Arechi I che vi costituì un insediamento a carattere militare antibizantino, a difesa dei confini occidentali del territorio da lui conquistato. Si venne a costituire una sorta di “Wardò”, zona di guardia che ebbe uno schema topografico fedele alla tradizione germanica, rimasta in vigore fino all’VIII secolo. Tale schema mostra un insediamento a carattere autonomo ed analogo a recetti militari simili a “motte” o castra con esclusione di dispiegamento della città costruita con mura, torri, piazze, campanile, chiese, monasteri e palazzi loggiati. La generale povertà dei mezzi e la scarsità delle conoscenze tecnologiche impedivano di realizzare edifici di questa portata. Impiantare un castello, allora significava innanzitutto scavare un fossato, impiegare la terra di scavo per erigere un terrapieno e fortificarlo, con una palizzata. Documenti e scavi archeologici dimostrano comunque che la parte essenziale dell’apparato difensivo era apprestata con terra e legname sicché l’aspetto complessivo del manufatto doveva ricordare più un accampamento fortificato che non l’edificio poderoso, merlato e turrito, da noi chiamato castello. Il quartiere militare fu accentrato sul punto più alto dell’abitato e per ragioni difensive e nel rispetto della tradizione germanica suddetta che favoriva e fissava la dimora o castrum sulle alture, rendendola poco accessibile. Di conseguenza la scelta cadde sull’area N-E dell’Arx preromana dove fu ubicato, da parte dei longobardi il “castrum”, dando avvio al processo di arroccamento. Con l’avvento di Arechi II (787) e la sue conquista del Mezzogiorno, i dominatori longobardi, si posero il problema di dare un assetto politico-amministrativo ai propri domini. Tra la fine dell’VIII ed il IX secolo Teano continuava ad essere una città che ancora occupava una posizione strategica sia come nodo stradale sia come limes o posto di frontiera. Arechi II vi “acquartierò” grossi contingenti di milizie longobarde e tale situazione favorì un ulteriore sviluppo dell’abitato ed anche un cambiamento strutturale del castrum. Infatti lo stesso Arechi II volle che il semplice fortilizio si trasformasse in fortezza. Si sa che là dove queste erano costituite per ordine diretto del principe, potevano comparire anche elementi fortificati più complessi come torri in muratura. Questi denotavano un centro giuridico e territoriale dotato di fisionomia propria, circoscritta in una determinata area con cinta fortificata ed una torre con annessi edifici d’abitazioni in legno per le forze armate, ricoveri per il bestiame e per i rustici. Così la rocca voluta da Arechi II fu ad una singola torre in muratura, sede del signore, posta nell’area orientale montana, circondata da strutture murarie preromane e a guardia di uno sporadico nucleo abitativo. Sorse il primo nucleo del “Castello” che può essere individuato nella torre imponente, a pianta quadrangolare, prospiciente piazza della Vittoria. Per caratteristiche tecniche-strutturali ed architettoniche la torre può essere posta in analogia con la torre a base quadrangolare della cinta muraria della città di Benevento voluta da Arechi II, eretta nel basamento con tecnica semplice, ma efficace. È solida e nell’edificazione è stato seguito un criterio: disporre grossi blocchi di spoglio su filari più bassi per un’evidente precauzione statica, e poi disporre pesanti elementi lapidei su livelli medi ed alti e blocchi tufacei per completamento. Rappresenta un’esperienza costruttiva essenzialmente alto medioevale. Ma confronti possono essere fatti con le torri della cinta fortificata di Avella in provincia di Avellino o con il torrione di Pandolfo Capodiferro che presenta la base costituita da grossi massi calcarei sulla quale si sviluppa la verticalità della poderosa struttura con contrafforti realizzati con materiali omogenei, in corrispondenza di ciascuno spigolo in coppie ortogonali. Ma se l’impianto originario del castello risale alla fine dell’VIII secolo, esso venne ampliato nel IX secolo sotto il gastaldo Landenolfo e dovette subire restauri e rifacimenti a seguito della conquista da parte dei Normanni nel 1063. Nell'area del castello venne edificato dalla famiglia Marzano nel XIV secolo il complesso detto del "Loggione cavallerizzo", con grande sala a due navate coperta da volte a crociera, utilizzata come tribunale o sala d'armi. I piani superiori, ancora visibili nel XVII secolo crollarono in seguito ad un terremoto, lasciando oggi un ampio terrazzo panoramico. Il grande salone del loggione ospita oggi il Museo archeologico di Teanum Sidicinum, aperto al pubblico nel marzo 2001, mentre sulla terrazza panoramica ogni anno si svolge la manifestazione musicale Teano Jazz. Altri link suggeriti: https://www.secretvillage.it/segreti/teano/castello-di-teano, https://www.youtube.com/watch?v=vsDfx0YmDVc (video di McDAGOS)

Fonti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Campania/caserta/provincia000.htm#teancav, https://it.wikipedia.org/wiki/Teano

Foto: la prima è presa da http://www.prolocoteanoeborghi.com/?page_id=48, la seconda è di pafascit su https://mapio.net/pic/p-14625518/

martedì 4 luglio 2023

Il castello di martedì 4 luglio



ISERA (TN) - Castel Corno

Il Castel Corno sorge sul monte Biaena, a 846 m s.m. d'altezza e ha una superficie totale di 2300 mq. L'edificio, grazie alla sua struttura, è perfettamente integrato all'ambiente morfologico circostante nel quale si trova. Dispersivo ad una prima occhiata, in realtà il complesso è unitario e compatto. Il maniero prende nome dalla forma della rupe chiamata "Corno". Già nel X secolo si parla dei Signori di Castelcorno, imparentati con i Signori di Lizzana e di Brentonico, che si erano stabiliti in questa zona. Dal 1234 al 1242 il signore ricordato nelle cronache del tempo fu Aldrighetto di Toblino. Vennero poi i Castelbarco, che ottennero il feudo dal Principe Vescovo Mainardo di Neuhaus (1349-1360). Marco da Caderzone tentò di conquistare il castello per conto dei Lodron che nel 1456 erano giunti in Val Lagarina ed erano riusciti a scacciare i Castelbarco da Noarna e da Castellano, creando il Feudo di Castellano-Castelnuovo. I Lodron lo espugnarono nello stesso anno, motivando la loro azione col rifiuto dei Castelbarco di riconoscere il Principe‑Vescovo di Trento. Nel 1487 sulla piana ad ovest di Castel Pradaglia si svolse una singolar tenzone tra Antonio Maria Sanseverino figlio del condottiero Roberto di San Severino ed il Conte tirolese Giovanni di Sonnenburg che ne uscì vittorioso. Con l'estinzione della famiglia Castelbarco‑Castelcorno, nel 1499, il principe vescovo di Trento Udalrico Lichtenstein diede il castello a suo fratello Paolo, la cui famiglia (da non confondere con il Casato di Liechtenstein) ne mantenne il controllo sino al 1762. Col 1700 il castello tornò nelle mani del Principe Vescovo e cominciò la sua decadenza. Nel 1897 fu venduto al Comune di Lenzima, attualmente frazione del Comune di Isera, e durante la prima guerra mondiale divenne postazione di osservazione e d'artiglieria austriaca, subendo vari danni. Nel 1928 diventò proprietà del Comune di Isera. Attualmente parte del castello è stata restaurata ed è visitabile in primavera ed in estate. Il Museo Civico di Rovereto a partire dal 1987 e sino ai primi anni del 2000 condusse sul sito approfondite ricerche storiche. Venne ricostruita l'esatta planimetria e i locali furono classificati in base alla loro funzione. Il castello è composto da diverse parti: il castello superiore (1450 mq), ossia il più antico e il castello inferiore (850 mq), che è il più recente. Il castello superiore è composto dalla cucina, dal forno situato di fronte alla "cucina", costituito da una cupola originaria in mattoni, oggi quasi del tutto perduta e da una base circolare; da un pozzo/cisterna in ottimo stato di conservazione, databile al '300- '400; da un palazzo sommitale-avvolto inferiore-magazzini affacciato sullo stesso piazzale dove si trova il pozzo, utilizzato come magazzino per il deposito di scorte alimentari e altri beni; dalla torre rotonda/mulino, struttura a pianta circolare con un'apertura verso il piazzale pensata come una possibile torre di avvistamento o come un mulino; dalle mura di cinta nella parte alta del castello che avevano uno scopo difensivo; dall'avvoltoio superiore- palazzo sommitale; da una cappella in cui sarebbero stati ritrovati alcuni candelieri e una campanella. Il complesso, durante la sua storia plurisecolare, fu usato soprattutto come appostamento difensivo di un capitano e di piccole guarnigioni. Gli ambienti a funzione residenziale erano infatti ridotti al minimo a favore di strutture di uso militare. La natura isolata del luogo, gli spazi interni piuttosto limitati e le notizie che ci provengono da alcuni documenti e dagli inventari (che parlano di qualche panca, di una tavola e poco altro) inducono a pensare che in origine e per molto tempo gli abitanti del castello abbiano condotto una vita semplice e priva di sfarzi. Castel Corno divenne infatti una residenza nobiliare di un certo pregio solo durante il "periodo Liechtenstein" e cioè nel XVI secolo. Il castello inferiore era caratterizzato da una prima porta, più esterna, situata in corrispondenza all'attuale cancello in ferro posizionato all'ingresso del castello; da una scuderia/locale di servizio, edificio a pianta grossomodo rettangolare (oggi sede di un punto di ristoro) che la tradizione identifica come una scuderia, ma vista la mancanza di un'evidenza archeologica sicura, appare più opportuno ipotizzare che questo fabbricato fosse un locale di servizio; dalla strada, sentiero in salita che costituisce la prosecuzione della via d'accesso al castello; da una seconda porta situata sulla destra del palazzo Liechtenstein; dal palazzo Liechtenstein (sede dell'attuale biglietteria) costruito nell'angolo sud-ovest del complesso e sviluppato su almeno due piani; tra la seconda e la terza porta vi è il sistema di difesa del castello; da una cisterna situata nella parte alta del castello, dopo la scala di legno che aveva la funzione di raccogliere e conservare l'acqua; da un piazzale/corte; da una polveriera/torre: nella parte centrale dell'impianto architettonico vi è un edificio definito "polveriera" dove venivano depositate le armi. Alcuni studiosi ritengono invece che questo edificio fosse una residenza a più piani, da far rientrare nella più comune tipologia della torre. La rocca fungeva solo come vedetta e non sono presenti forme di difesa come fossati o ponti levatoi. Nonostante ciò, il castello era comunque difeso in modo adeguato: bisognava oltrepassare tre portoni in salita per accedervi; rendendolo in tale maniera complicato da conquistare. Alla difesa della rocca vi era ulteriormente una passerella di ronda. Nel mezzo del cortile vi è una torre costruita nel 1500. Castel Corno aveva anche due terrazzamenti rivolti verso la Valle dell'Adige, quindi poteva controllare le due importanti vie di comunicazioni presenti al tempo dello splendore del castello: il fiume Adige e la strada che passava accanto a questo. Nelle vicinanze del castello non ebbero luogo molte battaglie perché il maniero non era facilmente visibile dalla valle e la sua posizione giustificava solo eventuali assedi. Nel XV secolo, la Vallagarina venne occupata dalla Repubblica di Venezia, e Castel Corno, poco interessante per gli interessi veneziani, fu uno dei rari luoghi che in tale occasione non vennero attaccati. Una leggenda racconta la vicenda tragica di Corrado e Berta. Il cavaliere Corrado di Seiano fu ospite in questo castello e vi incontrò la bella castellana Berta. I due si innamorarono e decisero di sposarsi ma, mentre venivano celebrate le loro nozze, Berta venne trasformata in statua di pietra mentre si udivano le parole: "Questo castello sarà maledetto per sempre". Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=jkW_IzEolAE (video di Sergio Cappelli), https://www.facebook.com/Castelcorno/?locale=it_IT, http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castel-Corno, https://www.youtube.com/watch?v=8gZX-LVmMEU (video di Max Ghezzi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Corno, https://web.archive.org/web/20160528010747/http://comune.isera.tn.it/castel-corno

Foto: la prima è presa da https://www.visitrovereto.it/scopri/castelli/castel-corno/, la seconda è presa da http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castel-Corno

lunedì 3 luglio 2023

Il castello di lunedì 3 luglio



CASTIGLION FIORENTINO (AR) - Castello di Montecchio Vesponi

Il castello di Montecchio Vesponi fu eretto su un colle, alla confluenza della Val di Chio con la Valdichiana, a controllo dell’antico tracciato tra Arezzo e Cortona e dell’intera valle ormai divenuta un immenso lago navigabile. Il suo inconfondibile profilo, immortalato negli sfondi di alcuni dipinti del Beato Angelico, e il suo ottimo stato di conservazione ne fanno uno dei fortilizi più suggestivi di tutta la Toscana. I primi insediamenti sul colle di Montecchio risalgono all'epoca etrusco-romana e forse qui sorgeva un santuario pagano. Intorno al IX secolo vi sorse il castello, che in origine fu feudo dei Marchiones e con interessi dell'Abbazia di Farneta. Vi ebbero diritti anche altri feudatari, come gli Orselli e i Panzoni di Cortona o i Da Vitiano. Il nome "Vesponi" pare sia dovuto alla contrazione del cognome "Guasconi", famiglia aretina che lo possedeva nel XI secolo, periodo del primo insediamento fortificato sul luogo del castello. Nei primi anni del XIII secolo Montecchio Vesponi si alleò con il Comune di Arezzo assieme agli altri castelli di Mammi e Monticello. Intorno al 1234 fu acquistato dal Comune di Arezzo che lo ripopolò, lo trasformò in un comune "semilibero" e ne fece una piazzaforte contro Castiglion Fiorentino e Cortona. Nel 1281 il Comune di Arezzo attuò un ampliamento delle mura castellane, dando luogo all'attuale fortilizio - simile a circuiti coevi, come Montecolognola (PG) o Monteriggioni (SI) - e inserendo nuovi nuclei familiari al suo interno. Nel 1289, dopo la sconfitta subita da Arezzo da parte di Firenze nella battaglia di Campaldino, nella quale combatté anche Dante Alighieri, Montecchio divenne possesso fiorentino. Ritornò ad Arezzo nel 1303 e nella prima metà del XIV secolo fu utilizzato quale piazzaforte nelle frequenti guerre contro Perugia. Venne infatti assediato dai Cortonesi guidati da Pier Saccone Tarlati (ex signore di Arezzo) e da Bartolomeo Casali nel 1352, tuttavia i Montecchiesi resistettero ai primi assalti e il Tarlati, probabilmente per evitare che i Cortonesi si tenessero la rocca, tradì la sua causa e svelò ai Perugini e ai Montecchiesi di resistere ancora qualche giorno perché il signore di Cortona avrebbe tolto l'assedio in breve tempo per mandare rinforzi in Umbria per combattere Perugia. La roccaforte di Montecchio Vesponi non fu dunque presa e i Tarlati si ritirarono perdendo trecento uomini tra morti e prigionieri. I Cortonesi furono costretti a ritirarsi e Pier Saccone Tarlati, tornato ad Arezzo non riuscì a riconquistare il potere sulla sua città. Verso il 1383, approfittando delle drammatiche condizioni di Arezzo - ormai impossibilitata a difendere i propri territori - il castello di Montecchio fu occupato dal celebre capitano di ventura inglese John Hawkwood, conosciuto in Italia col nome di Giovanni Acuto, che vi realizzò una sua residenza. Paolo Uccello lo ha immortalato nell’imponente affresco in Santa Maria del Fiore a Firenze. Abile stratega in battaglia, genero del signore di Milano Bernabò Visconti e fiduciario del re Riccardo II d’Inghilterra, l’Acuto fu un potente e temuto signore della guerra. Ne fa un efficace ritratto il novelliere fiorentino Sacchetti che narra di due fraticelli che, venuti per chiedere la questua al castello, lo salutarono con un "Dio vi dia pace" il condottiero rispose seccamente: "Dio vi tolga l'elemosina", sottolineando che era proprio la guerra che gli dava da vivere. Alla morte dell'Acuto (1394) Montecchio passo prima a Ludovico Racaniello e successivamente divenne proprietà del Comune di Firenze e fu sede di funzionari fiorentini che amministravano la Giustizia nel suo Comune. Con la riforma delle autonomie, realizzata sul finire del XVIII secolo dal granduca Pietro Leopoldo, nel 1774 fu soppresso il Comune di Montecchio e unito a Castiglion Fiorentino. Nel XIX secolo il Castello di Montecchio, suddiviso fra numerosi piccoli proprietari di povere abitazioni, fu pian piano acquistato dal banchiere Servadio che ne iniziò i restauri. Alla sua morte fu venduto dagli eredi alle famiglie Budini e Gattai che per successivi imparentamenti divennero i famosi Budini-Gattai, proprietari di varie fattorie toscane e di pregevoli palazzi fiorentini. I Budini-Gattai ne restaurarono la torre e ne continuarono i lavori di consolidamento. Oramai abbandonato ed in rovina, nel 1979 Montecchio è passato di proprietà della contessa Orietta Floridi che lo ha ristrutturato. Il castello, posto sulla vetta del colle, domina la Val di Chiana. Il suo severo profilo e la sua agile torre (circa 30 metri) sono visibili anche a chilometri di distanza. Le sue mura, intervallate da 8 torricelle, si sviluppano per un perimetro di 263 metri, entro cui svetta il mastio, attualmente residenza privata. Il castello contava ben due chiese, San Biagio e la Compagnia del SS. Sacramento. Le mura, dai merli guelfi, presentano ancor oggi al loro interno i segni delle abitazioni contadine e, tra gli oliveti circostanti, sorgono i resti di alcune casupole del "Borgo", nei secoli passati abitate da poveri agricoltori in epoca medievale. Negli anni 80, le Poste Italiane dedicarono al castello un francobollo da 650 lire, facente parte della raccolta nota come "Castelli d’Italia". Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=f0xE_uMjBGA (video di Luigi Livi), https://www.youtube.com/watch?v=HII5zE9gtFU (video di IcaroCortona), https://www.youtube.com/watch?v=1oOOH_9G0RA (video di Tomaseo Ligas), https://www.youtube.com/watch?v=efUQaMsbG34 (video di LaboratorioGeCo), https://irintronauti.altervista.org/castello-montecchio-vesponi-capitano-john-hawkwood/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montecchio_Vesponi, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Montecchio_Vesponi, https://castellitoscani.com/montecchio-vesponi/, https://turismo.comune.castiglionfiorentino.ar.it/contenuti/237511/castello-montecchio-vesponi

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://viaggianza.com/castello-montecchio-vesponi/