giovedì 30 novembre 2023

Il castello di giovedì 30 novembre



SAN CESARIO SUL PANARO (MO) - Torre dell'Orologio

Nel corso dei secoli XII e XIII la corte di San Cesario venne coinvolta nelle lotte di confine fra i due comuni rivali di Modena ghibellina e filo-imperiale e Bologna guelfa e filo-papale. San Cesario era l’avamposto modenese e pertanto dall’anno 1190 diventò un “castello”, cioè un borgo fortificato racchiuso da un profondo fossato, circondato da terrapieni sormontati da palizzate di legno. I bolognesi dal canto loro fronteggiarono San Cesario con i “castelli” analoghi di Piumazzo e Castelfranco. Tutto il territorio, seguendo la sorte di altri centri di confine, fu teatro di sanguinose battaglie che lo resero di nuovo desolato e disabitato, tanto che si legge in una cronaca modenese che “omnes homines aut mortui sunt, aut inde aufugerunt” (tutti gli uomini erano morti o erano fuggiti da lì). Con la battaglia di Zappolino nel 1325, senza che ci sia stato un vero vincitore, si conclusero le guerre di confine poiché si andò affermando nella città una nuova istituzione: la signoria. Nel 1367 iniziò per San Cesario una nuova fase della storia; col permesso degli Estensi, signori di Modena e Ferrara, presero possesso del luogo il capitano Albertino Boschetti, distintosi come esperto soldato, che iniziò l’opera di ricostruzione. Non si trattava ancora di un’investitura ufficiale, che avvenne nell’anno 1404 per concessione ecclesiastica (il territorio infatti apparteneva ancora di diritto alla Chiesa e quindi al Papa), da parte del cardinale Cossa, ma i Boschetti sollecitarono un’investitura ufficiale anche da parte degli Estensi, a cui prestavano servizio come capitani, cosa che avvenne nell’anno 1446 quando il duca Leonello d’Este elevò a Contea San Cesario concedendone la giurisdizione ad Albertino III e ai suoi discendenti” con le ville e i terreni adiacenti”, con tutti i diritti e le facoltà proprie delle investiture dell’epoca. Forti di questa doppia investitura i Boschetti poterono affrontare il lungo contenzioso che nel frattempo si era aperto con i benedettini di San Pietro di Modena, i quali si ritenevano gli unici beneficiari del luogo e rivendicavano il possesso delle terre. Arrivarono comunque ad accordi abbastanza soddisfacenti per entrambi. I Boschetti mantennero la giurisdizione su San Cesario fino all’anno 1796, quando le nuove leggi napoleoniche abolirono tutti i diritti feudali. Continuarono tuttavia anche dopo a mantenere il possesso di molte terre e della loro residenza. Nel 1860 San Cesario divenne un Comune del Regno d’Italia. A partire dal 1368 San Cesario aveva assunto un nuovo e originale aspetto di cui rimangono ancora oggi le tracce. Tutto il paese è diviso in tre parti: la rocca, il castello, il borgo. La rocca, di forma rettangolare, era circondata da un muro dello spessore di un metro e da un ampio fossato. Aveva negli angoli una torre e una quinta torre più grande stava sulla porta d’ingresso a ovest. Di queste cinque torri è rimasta solo quella dell’orologio, mentre si può individuare la base della torre adiacente. Dentro la rocca c’erano la Chiesa, la Canonica, la residenza dei Boschetti (palazzo e rocca) e una caserma con una guarnigione di soldati. Si accedeva alla rocca tramite due porte: una verso est (Piumazzo), costituita da una semplice apertura nel muro chiusa da una grossa catena; l’altra a ovest, ben più importante, sormontata da un’alta torre sotto la quale si apriva un ampio voltone terminante con un ponte levatoio; in questa torre abitava il custode e veniva all’occorrenza adibita a prigione. Uscendo dal ponte levatoio si accedeva al “castello”, cioè il borgo con il perimetro tondeggiante e fortificato da terrapieni e da un parancato, circondato da un fossato; all’interno si ergevano le modeste case di legno. Il perimetro di questo “castello” medievale è ancora chiaramente percepibile nell’andamento dell’attuale via Marconi. Un edificio in muratura chiudeva il castello verso ovest e lo divideva dal borgo, cioè dalle abitazioni che via via venivano costruite sempre più fitte al di fuori della fortificazione. Altro link per approfondimento: https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0800241350,

Fonte: https://www.comune.sancesariosulpanaro.mo.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idSezione=16741&idArea=20889&idCat=8883&ID=16481&TipoElemento=categoria

Foto: la prima è di Paolo Bonassin su https://www.tourer.it/scheda?torre-dellorologio-san-cesario-sul-panaro, la seconda è di mirco su http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:San_Cesario_sul_Panaro_-_Torre_dell%27orologio.jpg

mercoledì 29 novembre 2023

Il castello di mercoledì 29 novembre



GRAMMICHELE (CT) - Castello di Occhiolà

L'abitato sorgeva quattro chilometri a sud-ovest di Grammichele nella località denominata Terravecchia, sulle sommità e nelle insellature di tre colline facenti parte di un sistema di formazione arenaria dai fianchi particolarmente ripidi. Dal sistema di colline alcuni rigagnoli alimentano il torrente Caltagirone. Dell'abitato è ancora possibile vedere i resti del castello, delle chiese e delle abitazioni e altre rovine che si estendono verso Santo Spirito. Negli scavi condotti dal 1890 l'archeologo Paolo Orsi (1859-1935) rilevava, dove terminano le rovine medievali, la presenza di ulteriori resti più antichi ma manomessi dalla riduzione in colture dei campi dove sorgevano e dall'asportazione di materiale per le successive ricostruzioni di Occhiolà. L'Orsi vedeva in quelle rovine l'esistenza certa di un precedente insediamento ellenistico o tardo-greco, particolarmente sviluppato in forma di acropoli sulla cima appiattita di una collina di 490 m. L'ipotesi avanzata è che si tratti del residuo di un insediamento siculo ellenizzato menzionato da Diodoro Siculo con il nome di Echetla in riferimento all'occupazione siracusana del 309 a.C.; tuttavia l'ipotesi non è condivisa da tutti gli studiosi, alcuni dei quali non concordano con quanto ipotizzato da Orsi (vedi Antonio Taramelli. I reperti archeologici sono conservati presso il locale museo comunale di Grammichele e presso il Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa. Domenica 11 gennaio 1693 verso le ore 14, mentre la popolazione cercava di sistemare le proprie case danneggiate dal terremoto avvenuto il venerdi 9 gennaio, una nuova fortissima scossa distrusse l'abitato. I superstiti abbandonarono l'abitato e si trasferirono verso l'eremitorio Madonna del Piano e verso le campagne di Margi e Camemi. Al momento del terremoto l'abitato di Occhiolà contava 2 910 abitanti: secondo alcune fonti (Mongitore) ne morirono 1 407; per altre (Gallo) 725, per altre (Boccone) ci furono circa 100 morti e 190 feriti. Il paese fu totalmente atterrato. Nel 1993, in occasione del 300º anniversario della distruzione a causa del terremoto, venne avviata la realizzazione del Parco Archeologico di Occhiolà, già interessato da frequenti campagne di scavo. Il monumento più importante del Parco è il castello, arroccato sulla parte più settentrionale dell’abitato, in diretto collegamento visivo con le colline di Caltagirone ad ovest e la rupe di Mineo ad est. Del maniero, utilizzato negli anni precedenti il sisma del 1693 come palazzo signorile, allo stato attuale restano in piedi i muri perimetrali del corpo centrale a pianta rettangolare che raggiungono in alcuni punti anche due metri di spessore. A ponente lungo il ripido fianco che volge verso il vallone delle Canne si conservano consistenti porzioni di un potente contrafforte realizzato con blocchi di pietra calcarea perfettamente squadrata. Del castello di Occhiolà, mai indagato in modo sistematico, si hanno poche notizie storiche e risale alla fine del XIII sec. il più antico documento, in cui ricorre per la prima volta il nome di “Alchila”, inviato da re Pietro d’Aragona al Giustiziere del Val di Noto . Nel 1398 il feudo ed il castrum di Occhiolà furono concessi ai Santapau, signori di Licodia, e rimasero proprietà della famiglia fino al 1591, quando divennero possedimenti di Fabrizio Branciforti, principe di Butera, nipote di Antonia, sorella di Francesco Santapau, deceduto senza figli. Altri link suggeriti: https://www.siciliafotografica.it/gallery/index.php?/category/230 (ricco di foto), https://www.youtube.com/watch?v=6vFLuNsGvW8 (video di Mirco Mannino), https://www.youtube.com/watch?v=GAylI8AQ1io (video di Angelo Coppoletta), https://www.youtube.com/watch?v=FsulTSdtq0Y (video di Grammichele EU)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Occhiol%C3%A0, https://www.sicilmedtv.it/castello-di-occhiol/

Foto: la prima è di Diego Barucco su https://www.siciliafotografica.it/gallery/index.php?/category/230, la seconda è presa da https://fondoambiente.it/luoghi/parco-archeologico-di-occhiola?ldc

martedì 28 novembre 2023

Il castello di martedì 28 novembre



NOCERA UMBRA (PG) - Castello di Salmaregia

Il castello di Salmaregia, fatto costruire da Rodolfo I, di stirpe longobarda e Conte di Nocera, era il principale e più importante della rete di fortilizi che dominava e proteggeva l'omonima valle e dei quali attualmente in territorio nocerino rimane il solo Giuggiano, l'odierna Casaluna. Al castello che, malgrado alcuni interventi discutibili, è ancora ben conservato si giunge principalmente attraverso la strada provinciale che passando per monte Alago si ricongiunge alla via Clementina al Passo del Termine. Anticamente alla valle di “Somaregia” si arrivava per mezzo del “diverticulum” della via Flaminia che da Nocera portava ad Ancona, tracciato modificato e migliorato da papa Clemente XII (da cui il nome della strada “Clementina”) nel 1734. Salmaregia è un castello di poggio posto su una piccola collina che ne garantisce almeno su tre lati una buona difesa. La sua pianta è ellissoidale e sia le abitazioni che le strade seguono questo andamento sfruttando le curve di livello. L'elemento principale che caratterizza l'insediamento e lo domina è il grande cassero di forma quadrangolare e alto attualmente circa 22 metri, il cui interno è purtroppo completamente diruto. Tra le altre costruzioni del castello di notevole c'é il palazzo dei signori, anche se fortemente rimaneggiato, mentre le mura sono leggibili solo nei tratti in cui coincidevano con le pareti esterne degli edifici. Fuori le mura e in epoca successiva al nucleo originale, si sviluppò un piccolo borgo forse anch'esso circondato da mura. Salmaregia aveva anche una “villa” (l'attuale Ville Santa lucia) caratteristica che l'accomuna all'altro dei due castelli più importanti del nocerino, Postignano. Secondo la leggenda il nome deriverebbe da Soma-Regia (corpo di re) poiché nei sotterranei della torre sarebbe stato sepolto col suo tesoro, il re Ottone III nell'anno 1002. E secondo i racconti popolari tramandati nei secoli, era costituito dalla statua del re con armatura e spada e una chioccia con pulcini, tutto in oro massiccio. Per anni il favoloso tesoro ha attirato ricercatori che però scavando sono rimasti a mani vuote. E tra storia e leggende di questo luogo misterioso e pittoresco del territorio nocerino ci soffermiamo, quasi due secoli dopo, sui testamenti di Monalduccio e Sebilia, personalità eminenti che vissero nel castello fra la prima e seconda metà del XIII secolo. Monalduccio, figlio primogenito di Namerio, aveva ricevuto dal padre il comando dei possedimenti e scrisse il proprio documento testamentario in data 28 Febbraio 1279. Da questo si possono estrapolare delle notizie essenziali per comprendere comportamenti, mentalità e vita dell'epoca. La sua prima parte del testamento riguarda lasciti in denaro che dovevano essere di una certa consistenza a chiese e autorità religiose con le quali egli aveva avuto stretti rapporti. Nell'ultima parte si arriva a stabilire l'eredità spettante ai propri figli che erano numerosi: risultano cinque figli maschi e tre figlie femmine: Meruzio, Fra Pelosino, Alberto, Rinaldo, Nerio, Zuccia, Dialtuccia e Floruccia. Riguardo al primogenito Meruzio si sospetta che fosse nato da un precedente matrimonio. Floruccia si ritrova invece col nome di suor Illuminata come un altro figlio è indicato come religioso, il già citato Fra Pelosino. La struttura del testamento di Sebilia è simile a quella del marito e appare proprietaria di un buon quantitativo di denari e beni frutto della dote di provenienza. Un aspetto importante è che i testamenti vennero stilati all'interno della casa dei signori stessi, nel castello di Salmaregia. Ciò avvenne alla presenza di numerosi testimoni. Monalduccio dettò le proprie volontà al notaio sotto gli occhi di tre religiosi che poi non sono altro che i reggenti di alcune delle chiese destinatarie dei suoi beni e alla presenza dei suoi fratelli e del primogenito nonché otto notabili che avevano l'esclusiva funzione di essere a conoscenza del contenuto testamentario. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=pMBipGO99x8 (video di Oltre sentiero), https://www.youtube.com/watch?v=s5hYHRIm-DM (video di Giardinoweb), https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-salmaregia/

Fonti: https://noceraumbraturismo.it/contenuti/190086/castello-salmaregia, https://oltreilsentiero.altervista.org/salmaregia/, https://www.facebook.com/profile/100064712974630/search/?q=longobarda

Foto: entrambe prese da http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/03_folignate-spoletino/00075/index.htm

lunedì 27 novembre 2023

Il castello di lunedì 27 novembre



PIZZIGHETTONE (CR) - Castello

Il Castello costituiva il nucleo della piazzaforte di Pizzighettone, eretta a partire dal XII secolo e utilizzata per scopi difensivi fino alla seconda metà dell’Ottocento. A iniziarne la costruzione fu il consignore di Milano Bernabò Visconti, fra il 1369 e il 1370: per controllare e difendere il basso córso dell’Adda e l’asse stradale fra Cremona, Lodi, Milano e Pavia, che valicava il fiume proprio a Pizzighettone. Probabilmente, la struttura andava a sostituire o a integrare una precedente «rocha», che nel 1342 era governata da un castellano: un ufficiale incaricato non soltanto di gestire e difendere la roccaforte, ma di sorvegliare il territorio circostante. Inglobato nel Ducato di Milano alla sua costituzione nel 1395, il Castello rivierasco acquisì grande importanza strategica nel XV secolo, durante le guerre che opposero lo stato milanese alla Repubblica di Venezia: soprattutto, dopo l’attestazione del confine con la Serenissima a meno di venti chilometri da Pizzighettone. Sottratto nel 1403 al dominio visconteo dal casato cremonese déi Cavalcabò e inglobato nella signoria di Cabrino Fondulo tre anni dopo, nel 1419 il Castello e il borgo di Pizzighettone furono recuperati al dominio dei Visconti a opera del condottiero Francesco Bussone, detto il Conte Carmagnola. Dal 1424 il duca di Milano Filippo Maria Visconti promosse lavori di ristrutturazione e ampliamento del Castello e della cerchia muraria pizzighettonese. Proseguite dai suoi successori Francesco Sforza Visconti e Galeazzo Maria Sforza, queste opere trasformarono l’intero abitato in una città da guerra. Nel 1450 le munizioni del presidio castellano comprendevano diversi tipi di armi (bombardelle, balestre, canonus unus a bombarda), proietti lapidei, scale da arrampicata ed equipaggiamenti navali (cime, alzaie, dardi incendiarî, remi da galeone, una grossa àncora in ferro). Come altre fortezze, anche quella pizzighettonese fungeva anche da prigione di stato, per detenuti politici e militari di notevole rilevanza. Per esempio, nel 1525 vi fu tenuto prigioniero il re di Francia Francesco I di Valois-Angoulême e nel 1707 l’ex viceré di Napoli Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena. Conteso tra la Repubblica di Venezia, il re di Francia e il casato Sforza nel primo trentennio del XVI secolo, dal 1535 il Castello rivierasco fu incluso ufficialmente nei dominî di casa Asburgo (fino al 1700 il ramo di Spagna, dal 1706 quello d’Austria) che andarono a costituire lo Stato di Milano asburgico. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo le sue funzioni difensive furono ridotte. Gli incarichi di castellano e di membro della guarnigione furono spesso assegnati a militari di lungo córso, ai quali la Corona spagnola concedeva di trascorrere in tranquillità gli ultimi anni del servizio o della vita. Nel 1782 l’impianto castellano fu messo in disarmo insieme a tutti i fortilizi pizzighettonesi e due anni più tardi divenne parte del carcere militare realizzato dall’esercito asburgico all’interno della cerchia muraria. In particolare, il Castello fu utilizzato per la detenzione e il lavoro forzato dei vagabondi. Le funzioni difensive del fortilizio furono ripristinate nel 1796, con la calata in Italia delle truppe francesi comandate da Napoleone Bonaparte: dapprima contro l’esercito rivoluzionario, poi come opera difensiva della Repubblica Cisalpina. Cinque anni dopo un incendio danneggiò alcune parti del Castello. Diverse strutture superstiti furono abbattute a più riprese: le ultime demolizioni furono compiute negli Anni Sessanta del Novecento. Alcune aree castellane furono impiegate per la costruzione di alcuni edifici: abitazioni, magazzini e impianti produttivi. Dell'imponente fortificazione sono rimaste, a seguito della suddetta demolizione, due Torri: la Torre del Guado (già adibita a museo delle armi), dove nel 1525 fu imprigionato il Re di Francia Francesco I di Valois, sconfitto nella battaglia di Pavia dalle truppe dell'imperatore spagnolo Carlo V, e la Torre mozza del Governatore, che nel XV sec. aveva la funzione di torre-porta. Altri link per approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=D-sSPWtnXRA (video di GVM Pizzighettone), https://www.prolocopizzighettone.it/content/la-cerchia-muraria, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Pizzighettone.htm, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Pizzighettone.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pizzighettone, https://www.comune.pizzighettone.cr.it/it/point-of-interest/704712, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Pizzighettone, https://www.davide.info/it/il-castello-di-pizzighettone.html (da visitare per trovare ulteriori notizia storiche)

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Pizzighettone.htm

venerdì 24 novembre 2023

Il castello di venerdì 24 novembre



SAN CASSIANO (LE) - Palazzo Ducale

E' il risultato di vari rimaneggiamenti avvenuti nel XVIII secolo di una costruzione fortificata del Cinquecento dotata di più torri di avvistamento, nel tempo tutte abbattute con eccezione di una sola che si affaccia sulla piazza. La costruzione dell'originario castello si fa risalire al tempo dei Guarini o dei Peschin; di certo non rimonta ad epoca posteriore alla prima metà del Cinquecento. Intorno al 1720 i Lubelli, feudatari in quel periodo, diedero inizio ai lavori di ristrutturazione del palazzo dandone l'attuale fisionomia. Acquistato dall'Amministrazione comunale nel marzo del 1982, il Palazzo Ducale è ora sede del Municipio. Il Palazzo, con la sua facciata, occupa tutto un lato della piazza Cito, la principale di San Cassiano. Vi si accede tramite un imponente portale,impreziosito da due colonne laterali, che sfocia in un ampio cortile, che era il centro vitale della costruzione e nel quale spicca una loggia a tre archi a tutto sesto che riportano tracce di decorazioni pittoriche.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Cassiano_(Italia), https://www.beniculturali.it/luogo/palazzo-ducale, http://web.tiscali.it/losing/ducale.htm, https://interregaismart.regione.puglia.it/-/palazzo-ducale-palazzi-storici-e-architetture-di-pregio-15

Foto: la prima è mia, realizzata molti anni fa durante una vacanza in Salento, la seconda è presa da https://www.salentobiketrail.com/il-sacco-otranto-ed-il-castello/

giovedì 23 novembre 2023

Il castello di giovedì 23 novembre



CHIVASSO (TO) - Torre

La torre ottagonale sorge all'inizio dell'attuale via Po ed è visibile anche da piazza della Repubblica. Non si sa con certezza quando la struttura sia stata eretta. Alcuni studiosi la datano addirittura all'ottavo secolo e la attribuiscono a maestranze longobarde. Tuttavia, per la sua tipologia architettonica, è preferibile collocare la torre in epoca posteriore, nell'XI o nel XII secolo. Lo storico settecentesco Giuseppe Borla (1773) scrive che la torre sarebbe più antica del 1019, anno in cui metà di Chivasso divenne feudo della vicina abbazia benedettina della Fruttuaria a S. Benigno Canavese. Lo stesso Borla annota inoltre che la costruzione fu in seguito inglobata nel poderoso castello eretto nel 1178 da Guglielmo IV Aleramico, detto il Vecchio, Marchese del Monferrato, nonché feudatario di Chivasso a partire dal 1164. Oggi essa rappresenta l'unica parte superstite del suddetto castello. A partire dal XV secolo essa venne ulteriormente innalzata di diversi metri con un'aggiunta in laterizi. Questa venne demolita nel secolo scorso contestualmente alla rimozione di alcune altre strutture residue del castello per permettere l'apertura dell'attuale via Po. La torre, situata in pieno centro cittadino, è oggi alta circa 20 metri. La copertura è frutto di una recente opera di restauro. La struttura presenta esternamente un rivestimento in blocchi di pietra calcarea e internamente un paramento murario in laterizi culminante in una volta a padiglione a otto spicchi. Sul lato settentrionale e su quello meridionale, a circa 8 metri d'altezza sul livello stradale due porte permettono l'accesso alla torre: anticamente queste erano accessibili grazie ad alte scale in legno che potevano essere rimosse per ragioni difensive. L'interno era invece suddiviso in almeno tre livelli pavimentati in legno, così come fanno ipotizzare i livelli delle mensole. La struttura della torre non comprende soltanto i venti metri che si innalzano da terra, ma anche la sottostante poderosa fondazione in massi e ciottoloni che affonda nel suolo e che ha garantito stabilità all’edificio per molti secoli. L’interno della Torre Ottagonale non è visitabile. Altri link suggeriti: https://archeocarta.org/chivasso-to-torre-ottagonale/, https://www.ilturista.info/ugc/immagini/chivasso/piemonte/71210/ (bella foto)

Fonti: https://www.parcopopiemontese.it/pun-dettaglio.php?id=952, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Ottagonale_(Chivasso), https://www.comune.chivasso.to.it/it/page/la-torre-ottagonale, https://www.turismotorino.org/it/torre-ottagonale

Foto: la prima è di pmk58 su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Torre_ottagonale_nel_centro_di_Chivasso.JPG, la seconda è presa da https://www.risvegliopopolare.it/chivasso-torre-ottagonale-danneggiata-dal-nubifragio/

mercoledì 22 novembre 2023

Il castello di mercoledì 22 novembre



PIETRASANTA (LU) - Rocca di Sala (o Ghibellina)

La Rocca di Sala venne edificata probabilmente dai Longobardi a difesa del piccolo villaggio di Sala, posto lungo l’antica via Francigena, che nel XIII secolo, alla fondazione di Pietrasanta, venne unito insieme alla sua rocca alla neonata cittadina versiliese. Nel 1324 la Rocca (detta Rocca superiore o anche Rocca ghibellina) fu fatta rafforzare da Castruccio Castracani, Signore di Lucca, per fortificare il caposaldo lucchese di Pietrasanta. Allo stesso scopo Castruccio fece costruire a valle anche la Rocchetta Arrighina (https://castelliere.blogspot.com/2020/07/il-castello-di-martedi-28-luglio.html). Secondo la "Narrativa di Pietrasanta" la Rocca venne invece iniziata da Arrigo Castracani degli Antelminelli, figlio di Castruccio Castracani. A conferma di questo sono presenti due targhe sopra la porta di tufo della rocca che riportano lo stemma dei Castracani e l'Aquila Imperiale. I lavori alle rocche vennero terminati entro il 1329. Il complesso fortificato, posto in posizione dominante su una collina, è di forma quadrata, con torri angolari e mastio centrale sviluppato su tre piani, con una campana e delle lanterne per le segnalazioni poste sulla sua sommità. Al piano terra del mastio vi era una grande stanza a volta sorretta da un pilastro e dalle scale si accedeva al primo piano, composto da tre stanze con le finestre verso est e un camino verso ovest. Con una scala in pietra e legno si accedeva all’ultimo piano. Il maschio ospitava anche una taverna e serviva anche come deposito per scorte, munizioni e dispensa per derrate alimentari. Alla Rocca si accedeva da un grande portone di grosse dimensioni. La struttura non presenta raccoglitori di acqua piovana anche se molto probabilmente ne era dotata. A dimostrazione di questo il fatto che sotto la collina ve ne sono due che senza dubbio erano usate per la Rocca. La fortificazione, visto che aveva funzione difensiva, era dotata di merli, ponti levatoi e fossati, come testimoniano stampe e disegni dell’epoca. Il suo lato frontale rivolto al mare e a Pietrasanta era fortificato da un ulteriore muro di recinzione difeso da altre tre torri, che ospitava la porta d’ingresso dell’intero complesso difensivo. Le torri e l’edificio centrale sono realizzati in prevalenza con tufo e molte stanze al loro interno erano anche adibite a prigioni. I torrioni erano denominati diversamente in base a chi apparteneva il dominio. Del complesso facevano parte anche la stalla, la fucina e una casetta per le guardie. Nel 1408 Paolo Guinigi, addossato alla Rocca, fece costruire un palazzo fra i più belli della Versilia. Numerosi i personaggi famosi che vi furono ospiti: oltre a Paolo Guinigi (1408), il Re di Napoli Ladislao e sua moglie Ilaria da Cipro (1409), Carlo V (1536), Papa Paolo III (1538), mentre nel Mastio centrale, nel secolo precedente, avevano soggiornato l’Imperatore Carlo IV di Boemia e la sua consorte. Dal 1400 al 1428 Pietrasanta visse anni piuttosto sereni sotto Paolo Guinigi, signore di Lucca. Nel 1430 Lucca era in guerra contro Firenze e si trovò costretta a chiedere aiuto a Genova: il patto prevedeva che, se entro tre anni i lucchesi non avessero restituito la somma di 15.000 fiorini d'oro, Pietrasanta ed il Porto di Motrone sarebbero entrati in possesso di a Genova. Allo scadere dei tre anni ci fu una sollevazione da parte dei pietrasantini che non volevano più far parte di Lucca; dopo anni di conflitti e numerose ribellioni passarono autonomamente sotto la Repubblica di Genova nel 1437. Firenze conquistò Pietrasanta sul finire del 1484. Da questo momento iniziò una serie di lavori di fortificazione della Rocca che era la parte più difficile di Pietrasanta da conquistare, infatti gli stessi fiorentini erano riusciti ad ottenerla durante la guerra poiché i soldati e i notabili che vi si erano ritirati si arresero, aprendo le porte. Una serie di lettere tra i Dieci di Balia, magistratura di Firenze, e Ristoro d'Antonio di Salvestro Serristori, priore fiorentino che abitò a Pietrasanta, testimonia quanto la Rocca fosse considerata importante per la difesa della città e del territorio. Da questi scambi epistolari si ricavano anche informazioni sulle condizioni della fortificazione che non risultava essere particolarmente danneggiata dopo la guerra. I lavori ufficiali iniziarono il primo maggio 1485 e furono affidati a Francesco di Giovanni di Francesco detto il Francione e a Francesco d'Agnolo detto La Cieccha. Questi due maestri fiorentini avevano già avuto come incarico la ristrutturazione di diversa mura; La Cieccha aveva anche partecipato alla conquista di Pietrasanta. I fiorentini vollero fare di Pietrasanta una fortezza degna della Repubblica. Per le mura tentarono di unire quelle vecchie a quelle nuove, fortificandole. Il Francione e la Checca vennero ben pagati però ebbero l'onere di finire il lavoro entro un anno, altrimenti avrebbero dovuto pagare una multa di 300 fiorini d'oro larghi. La Rocca venne conclusa in tempo. Ai lavori contribuirono operai provenienti da Firenze e da paesi vicini e lontani: scalpellini, vetturali, manovali e maestri di cazzuola. Le informazioni più precise su coloro che contribuirono a questi lavori sono depositate all'Opera di S. Maria del Fiore ma sono rimaste sommerse dall'alluvione del 1966 e quindi non sono ancora consultabili. Il Francione si lamentò con i Dieci di ritardi e di non riuscire a mantenere tutti gli operai, cosa che causò alcuni ritardi nei lavori. La Rocca di quegli anni ospitò dunque un gran numero di lavoratori e anche le loro bestie. Le torri vennero modificate secondo nuovi disegni, assegnando loro una forma tonda, più consona ai progressi militari fatti in quel tempo e alle nuove tecniche di assalto. Nel corso della Prima guerra italiana nel 1494 Pietrasanta venne consegnata al re di Francia Carlo VIII da Piero de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Successivamente la città e la sua Rocca vennero rivendute ai lucchesi per la somma di 29.000 ducati d'oro (cifra che oscilla leggermente a seconda delle fonti e documenti) dal duca d'Antragos, governatore in Italia per il Re di Francia. Nel periodo seguente la città ebbe diversi padroni. Infine nel 1513, con il lodo di Papa Leone X che era stato incaricato di risolvere le controversie tra Lucca e Firenze, il territorio venne assegnato a quest'ultima. Fu un periodo sereno per questo territorio, vennero riaperte le miniere di ferro e rame e le cave di marmo da Michelangelo Buonarroti. Inoltre vennero fatte ingenti opere di bonifica anche sulla costa grazie a Cosimo I dei Medici. Nel 1778 fu disarmata e venduta, visto che non serviva più dal punto di vista militare, per ordine di Leopoldo I Granduca di Toscana ai signori cav. Andrea e Gio. di Dio Luccetti, di Pietrasanta, per 950 scudi. Da allora la Rocca ha progressivamente subito uno stato di quasi completo abbandono che ha portato alla perdita di parte delle sue murature e del Palazzo Guinigi, la residenza signorile che era situata al suo interno. Dal 2017 il monumento è sotto restauro per riportarla al suo stato originario: sono stati investiti 500.000 euro dalla Provincia di Lucca. Nel 2012 il FAI ha organizzato delle visite per far conoscere il luogo e tutelarlo dal punto di vista artistico e storico. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=TZmC_xxD7XE (video con drone di m15alien), https://www.youtube.com/watch?v=wGh6rKVal-0 (video di NoiTv ReteVersilia), https://www.youtube.com/watch?v=ukpZDridPzw (video di Marco Pardini), https://www.youtube.com/watch?v=D5mQVatvemI (video di paolinhood)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Sala, https://www.versiliamo.com/pietrasanta/la-rocca-di-sala/

Foto: la prima è presa da https://www.noitv.it/2022/08/18-milioni-per-la-rocca-di-sala-462225/, la seconda è presa da https://www.versiliatoday.it/2019/05/17/progetto-recupero-della-rocca-sala/

martedì 21 novembre 2023

Il castello di martedì 21 novembre



CANOSSA (RE) - Castello di Canossa

I resti del Castello di Canossa si elevano nell'Appennino di Reggio Emilia sopra una rupe di arenaria bianca: sono ridotti ad una limitata porzione dell'area un tempo fortificata, a causa dei fenomeni di sfaldamento del terreno. La rocca fu costruita verso l'anno 940 da Adalberto Atto, figlio di Sigifredo di Lucca, principe di stirpe longobarda. Oltre alla casa dominicale, sulla sommità della rupe, il castello comprendeva un monastero nel quale risiedevano abitualmente dodici monaci dell'ordine dei benedettini cluniacensi e la chiesa di Sant'Apollonio. Era difesa da triplice giro di mura e fra il primo e il secondo, i più bassi, prendevano posto i fabbricati di ricovero per gli armati e i servi e i fabbricati che costituivano i borghi. Durante il Medioevo la rocca fu imprendibile e in essa ebbe rifugio sicuro la regina Adelaide, vedova di Lotario II re d'Italia, che nel 950 si riparò a Canossa per difendersi dal marchese d'Ivrea, Berengario II, che per oltre 3 anni assediò, senza risultato, la rocca. L'episodio principale per cui è famosa Canossa è lo storico incontro avvenuto il 27 gennaio 1077, quando Papa Gregorio VII assolse dalla scomunica l'imperatore Enrico IV alla presenza della contessa Matilde e dell'abate Ugo di Cluny, da cui deriva il detto andare a Canossa, diffuso in tutte le lingue europee. Dopo la morte della gran contessa Matilde di Canossa, avvenuta a Bondeno di Roncore il 24 luglio 1115, si accese una grande lotta per l'eredità del patrimonio matildico (di cui facevano parte anche il vicino castello di Rossena e la Rossenella) avendo questa in vita fatta solenne donazione di tutti i suoi beni alla Chiesa. Con alterne vicende il castello fu dei successori di Matilde, poi dei reggiani, che lo distrussero fino alle fondamenta nel 1255, poi di nuovo dei Canossa, indi di Giberto da Correggio, morto nel 1321. Sulla fine di quest'anno il castello ritornò al Comune di Reggio che lo tenne fino al 1402. Nel Trecento i Visconti, signori di Reggio Emilia dal 1371, dotarono il castello di armi da fuoco. Nel 1392 il castellano visconteo Pisanello de' Pisi trafugò dalla chiesa della fortificazione le reliquie di Sant'Apollonio, San Vittore e Santa Corona e le inviò a Ottone Mandelli, che le donò alla chiesa di San Francesco a Pavia. Nel 1402 Simone, Guido e Alberto Canossa ripresero possesso del castello; questi nell'anno 1409 cedettero la rocca definitivamente agli Estensi, che salvo qualche breve periodo contrastato (nel 1557 da Ottavio Farnese, duca di Parma) lo tennero fino al 1796. Nel 1502 Ercole I nominò capitano della rocca Ludovico Ariosto che vi risiedette per quasi sei mesi consecutivi, e nel 1593 il castello diventò feudo dei conti Rondinelli. Nel 1642 il duca Francesco I investì di Canossa la famiglia Valentini che tenne il feudo fino al 1796. In quell'anno gli abitanti di Canossa si ribellarono aggregandosi alla Repubblica di Reggio e Napoleone I, con decreto dell'8 giugno 1805, istituiva il Comune di Canossa che nel 1809 fu unito a quello di Quattro Castella. Nel 1815, dopo la Restaurazione, il Comune di Quattro Castella fece parte di quello di San Polo e nel 1819 i conti Valentini ottennero dal Duca di rientrare in possesso del feudo di Canossa. Ne restarono proprietari fino al 1878, anno in cui lo Stato acquistò la rocca, dichiarandola Monumento Nazionale. Il castello è stato oggetto di una serie di interventi di restauro e recupero. Questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96. Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale dell'Emilia-Romagna, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. Sul sito è allestito il Museo Naborre Campanini, che ospita reperti provenienti dagli scavi del castello eseguiti negli anni 1877 e 1893. Gli oggetti contenuti nel museo vertono su più temi: dalla figura di Matilde e la sua epoca, alla storia degli scavi archeologici, al percorso naturalistico. La lettura dei ruderi, delle planimetrie ottocentesche e il confronto con altri castelli contemporanei permettono di ipotizzare un impianto costruttivo realistico. La conformazione della cresta della rupe ha infatti condizionato notevolmente lo schema costruttivo dell’impianto: esso doveva poggiare su di un nucleo residenziale difeso collocato in sommità e separato dal centro monastico, posto più in basso, tramite un diaframma difensivo. Si otteneva così una compartimentazione per recinti paralleli, con specifiche funzioni e accessi indipendenti, che garantivano lo svolgimento di attività senza interferenze. Questa è una caratteristica peculiare che renderebbe questo castello l’unico nell’area dell’Appennino che presenta entrambe le tipologie architettoniche dei castelli medievali: quella fortificata e quella culturale. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=CZqABvVo-no (video di Gianluca Lul), https://www.youtube.com/watch?v=xFpnKfPOJ2M (video di BUNKER TV), https://www.appenninoreggiano.it/it/scheda/castello-di-canossa, https://www.youtube.com/watch?v=feS9bOW7XS8 (video di galmodena), https://www.youtube.com/watch?v=8U0nt1JZ704 (video con drone di Rino Peluso)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Canossa, https://castelliemiliaromagna.it/it/s/canossa/6057-castello_di_canossa, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-canossa?ldc

Foto: la prima è di Andrea Benelli su https://www.tourer.it/scheda?castello-di-canossa-canossa-castello-canossa, la seconda è una cartolina della mia collezione

lunedì 20 novembre 2023

Il castello di lunedì 20 novembre



CALVELLO (PZ) - Castello Carafa-Ruffo

I documenti lo citano come castellum in età normanna (1089), castrum in quella federiciana (1241-1245) e angioina, palazzo al tempo della famiglia ducale dei Carafa, subentrata nel XVI secolo ai Sanseverino. Ai Carafa subentrarono verso la fine del XVIII secolo i Ruffo di Calabria. Nel XIX secolo è stato teatro dell'evento, probabilmente più importante della storia del paese, relativo ai moti carbonari del 1820-21. Quivi si insediò la Corte Marziale che fece giustizia sommaria dei carbonari insorti contro il regime borbonico e guidati dal medico di Calvello Carlo Mazziotta. Negli anni Cinquanta del Novecento, il castello fu venduto a vari proprietari e suddiviso in diverse abitazioni. Il primo feudatario e proprietario del castello, di cui si conosce il nome, è un tale Matheus de Calvello (1147). All'epoca la rocca era costituita da un torrione quadrangolare, oggi in buona parte conservato, che in seguito venne affiancato da fabbriche che si sono succedute dal XIII secolo in poi. Il maniero si articola su tre livelli. A Nord del castello sorge un'antica costruzione lunga e stretta, il cui contorno esterno coincide con parte della cinta muraria. A valle dell'edificio vi era una stradina che rappresentava un percorso secondario attraverso cui si giungeva al Castello. Il complesso architettonico presenta una pianta dalla forma quadrangolare che si articola su due livelli a cui si aggiunge un terzo seminterrato sul lato sud. Le quinte murarie si interrompono allo spigolo NE, dove svetta una torre quadrata che conserva l'impianto di un mastio di origine normanna, nucleo fondatore della rocca. Sotto gli svevi (1220-50), il castello, viene ampliato articolandosi intorno ad un cortile. In età angioina l'impianto si ampliò con nuove torri, dalla forma circolare, e corpi di fabbrica realizzati sfruttando i muri perimetrali di cinta. Con i Carafa il castello perse la sua funzione di rocca militare divenendo un palazzo che subì varie modifiche nella distribuzione degli spazi, in particolare sul lato occidentale, e sulle facciate esterne e quelle prospicienti il cortile. A tal riguardo si citano la facciata sud caratterizzata da alti finestroni che si sovrappongano a finestre ad arco di epoca medievale e una loggia con archi a tutto sesto sul lato est del cortile dal chiaro stile rinascimentale (che collegava i saloni di rappresentanza con le camere da letto). Di epoca settecentesca, a cavallo tra i Carafa e i Ruffo, pare ascriversi la facciata ovest prospiciente il cortile, caratterizzata da alte semicolonne ed archi a sesto ribassato. L'ingresso principale alla parte abitabile del piano terra è di fronte all'arco d'entrata. Subito a destra, erano ubicate le scuderie e le stalle, da cui si poteva sia uscire attraverso la posterla, sia scendere, mediante una scala in pietra, ad alcuni vani sottostanti, coperti da volte e adibiti a depositi di grano, proveniente dalle masserie di proprietà del signore. Una descrizione del castello che risale agli inizi di questo secolo ci dice che due vani, probabilmente ubicati nell'ala occidentale e in un adiacente corpo di fabbrica, erano adibiti a "prigione". Dalla stessa descrizione, si apprende che al primo piano vi era una sala con un soffitto dipinto raffigurante Salomone e un ampio salone anch'esso affrescato, situato probabilmente nell'ala meridionale, dove esercitavano l'arte della scherma, i principi Fabrizio e Paolo Ruffo. Di questi dipinti, solo alcuni mostrano ancora delle tracce di pellicola pittorica altri sono andati perduti in seguito ai dissesti statici delle volte e delle pareti portanti generati dalle azioni telluriche del secolo scorso. Altre pitture non menzionate dal documento, ma rinvenute in varie parti dell'edificio rappresentano scene mitologiche, ambientazioni di quotidiana e battute di caccia che i Carafa, prima, ed i Ruffo effettuavano nei boschi del Farneto e della Difesa della Pincia in agro di Calvello. Nel corso della storia il castello è stato più volte danneggiato da terremoti, quali quelli del 1273, del 1826 che provocò il crollo della copertura e di gran parte della struttura muraria dell'ultimo piano, del 1857 che causò crollò del secondo piano del castello e infine del 1980. La costruzione è stata di recente oggetto di lavori di consolidamento e di restauro. Dopo oltre trent'anni di chiusura, nell'agosto 2016, è stato riaperto al pubblico. Al suo interno, nell’ ala occidentale, vi è il Museo multimediale della Ceramica, un viaggio alla riscoperta dell’artigianato e della maestria degli abili artigiani detti “faenzari”. Il Museo conserva una ricca esposizione permanente di vasi, piatti ed altri oggetti della ceramica calvellese. Inoltre la presenza di schermi interattivi e l’esperienza della visione cinematografica in 3D permettono di conoscere da vicino i segreti dell’ arte della ceramica. Accanto al Museo vi è un laboratorio didattico dedicato a questa sapienza antica. E’ possibile toccare con mano il mondo della lavorazione della ceramica guidati dalle sapienti mani dei maestri artigiani. Questo laboratorio è, senza dubbio, divenuto interessante attrattiva turistica dell'area della Camastra. Altri link suggeriti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Basilicata/potenza/calvello.htm, https://www.youtube.com/watch?v=3LLTeP8N8kk (video di PiccolaGrandeItalia.tv), https://kisskiss.it/saluti-da/calvello-borgo-lucano-in-provincia-di-potenza/ (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Calvello, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-carafa-ruffo-di-calvello?ldc, https://patrimonioculturale.regione.basilicata.it/rbc/form.jsp?bene=822&sec=5, https://visitcalvello.it/museo-della-ceramica/

Foto: la prima è di Castello Carafa su https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1933063-d12786427-i292556226-Castello_Carafa-Calvello_Province_of_Potenza_Basilicata.html, la seconda è di Lucan 56 su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Castello-di-Calvello.jpg

venerdì 17 novembre 2023

Il castello di venerdì 17 novembre



ARNARA (FR) - Castello Colonna

Il nome del paese deriva dalla natura arenaria del terreno. Le prime notizie che si hanno sul castrum riguardano la funzione militare del borgo. Nel 1121 resistette alle truppe Normanne ed a quelle di papa Calisto II, nel 1143 la Torre di “Arnara” fu espugnata, nel 1165 il Castello si difese con successo dalle truppe normanne, nel 1167, invece, fu incendiato. È evidente che la località, lungo la via Latina, unica strada praticabile da eserciti, assunse una funzione militare di notevole importanza. Fino al 1224 non conosciamo molto gli interessi che gravitavano attorno alla fortificazione, ma in quell’anno il conte Giovanni de Ceccano elenca Arnara nel suo testamento, quale suo possesso. Poi il feudo passò al figlio primogenito Landolfo. Secondo il Gregorovius ed il Sindaci, la contea di Ceccano, compresa Arnara, fu del Conte Giovanni, il primo dei figli di Landolfo fino al 1286 e poi passò al fratello Anibaldo fino al 1291. A lui subentrò suo figlio Giovanni, che parteggiò per la famiglia Colonna contro Bonifacio VIII. Suo figlio Riccardo fu il capo dei Ghibellini della Campania durante il pontificato di Clemente V, ma poi fu sconfitto nel 1313 dai Guelfi di Loffredo e Benedetto Caetani. Tutte queste guerre costrinsero probabilmente i Conti di Ceccano a vendere gran parte dei loro beni. All’archivio Colonna, risulta che nel 1344 Pietro Colonna di Agapito lasciò con testamento alcune proprietà in Arnara. Ultimo possessore di Arnara della famiglia di Ceccano fu, al tempo del papa Eugenio IV, un certo Antonio, il quale ebbe il possesso ed il titolo di Conte anche di Torrice e di S..Stefano, ma non di Ceccano. Nel 1470 il Castello compare nel testamento di Antonio Colonna, Principe del Salerno, assegnato a suo figlio naturale Gerolamo. Da allora fu tenuto dai Colonna. Poiché le notizie precedenti ci provengono dagli “Annales”, notoriamente elaborati nell’ambito della signoria ceccanese, si può dedurre che la Torre di Arnara apparteneva ai de Ceccano e costituiva la propaggine orientale del loro feudo, posta a controllo della via Latina e del fiume Sacco. Il Castello, di cui ancora si conservano le vestigia, è in gran parte diruto o manomesso. La più importante notizia che lo riguardi è quella annotata nella cronaca di Fossanova dell’anno 1143, in cui si dice, senza indicarne la ragione, che la Torre di Arnara cadde (forse tale caduta si può attribuire nell’anno 1125 al terremoto che devastò il ducato di Benevento e le zone limitrofe), come può far supporre la muratura del restauro, nella quale si apre una finestra arcuata romanica, ricostruita di maggior spessore rispetto alla muratura esterna. Secondo gli studiosi, l’attuale fortilizio è il prodotto di interventi fatti in epoche successive fino ad oggi. Nel lato settentrionale sorge il mastio, forse elevato fino ad oltre trenta metri dal piano della sottostante strada. Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale sono cadute le ultime merlature. A partire dal Duecento il paese cominciò con probabilità ad ampliarsi per dare vita ad un insediamento delimitato da un circuito murario, oggi riconoscibile soltanto in pianta. Si possono notare le torri, gli accessi (i principali sono fortificati) e il tipo d’insediamento che ruota intorno al Castello e utilizza le mura urbane quale appoggio per una serie di abitazioni di piccole dimensioni. Rimase feudo dei de Ceccano fino al Trecento e forse fino all’inizio del Quattrocento, quando apparvero i Caetani prima e i Colonna poi. A quest’ultima famiglia fu legato fino alla scomparsa del feudo, nel 1818. Il castello è composto da una serie di ambienti, appartenenti a diverse epoche, racchiusi da una cinta muraria ed è costruito in tufo su di uno sperone roccioso (anch'esso di tufo). L’ingresso al fortilizio è posto nel lato Nord-Est della cinta muraria ed alla sua destra, si innalza il mastio. Dell'antico torrione longobardo è rimasto poco o nulla; comunque si nota che nella parte sud-ovest del Castello, la più elevata nella roccia sul quale è costruito, c'è una muratura diversa dal resto del maniero, molto probabilmente la più antica. Il muro è formato da grossi mattoni di tufo squadrati, disposti in modo da formare una base scarpata. Il Mastio che è possibile vedere ora, è solo in parte formato con le strutture murarie originali a seguito dei vari cedimenti nel corso del tempo; il primo crollo è del 1143 (come attestano le "Cronache di Fossanova") e ci furono successivamente altri crolli in epoche imprecisate. Un'importante modifica che fu apportata nei secoli fu quella dello spostamento dell’ingresso dal lato settentrionale a quello orientale. I merli, in gran parte crollati nell’ultimo conflitto mondiale, di origine guelfa furono rifatti nel secolo XV. L’unica grave alterazione subita dopo il XV secolo riguarda il crollo parziale del mastio, che all’origine doveva avere il doppio dell’altezza di oggi. Lo spostamento del mastio a Nord ed è avvenuto molto probabilmente perchè questa nuova posizione era la migliore per sorvegliare la strada verso l'antica via Latina. I vari rimaneggiamenti cinquecenteschi comunque non hanno alterato l’aspetto medievale del castello. L'edificio versa da anni in stato di abbandono e di degrado ed inoltre due costruzioni deturpano il suo aspetto assieme al paesaggio della città: una costruzione in cemento armato a ridosso del castello ed un serbatoio idrico, costruito a forma di mastio con tanto di merlatura, nel vano tentativo di rievocare una costruzione storica. Altri link per approfondimento: https://www.ciociariaturismo.it/arnara-il-castello-colonna/, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=96408 (visita virtuale), https://www.youtube.com/watch?v=XdFonDB4NPw (video di TeleuniversoTV), https://www.youtube.com/watch?v=S0hj8TPtXOQ (video con riprese aeree di Emanuele Caruso), https://www.youtube.com/watch?v=f9CnpKYMkTc (video con drone di Agatino Lazzaro)

Fonti: https://www.icastelli.it/it/lazio/frosinone/arnara/castello-di-arnara, https://www.controluce.it/il-castello-colonna-di-arnara/

Foto: la prima è presa da https://ecomuseinet.it/percorso-del-cavaliere/, la seconda è una veduta aerea trovata sul web

giovedì 16 novembre 2023

Il castello di giovedì 16 novembre



BERNALDA (MT) - Castello Torre di Mare in frazione Metaponto

Torre di Mare nacque nell’XI secolo e venne edificata ai margini occidentali dell'antica città greca di Metaponto, le cui rovine servirono per recupero materiali utili alla costruzione del nuovo abitato. Nel 1119 il castrum Sanctae Trinitatis fu scelto dalla contessa Emma Maccabeo di Montescaglioso come residenza di famiglia e per volontà di Umfredo fu eretta una “torre fortificata” con chiare funzioni difensive lungo la linea di costa sia per l’area circostante sia per la stessa Montescaglioso ubicata a poca distanza nell’entroterra. Infatti grande rilievo rivestiva l’adiacente bacino retrodunale di Santa Pelagina munito di un approdo. Successivamente il castrum venne concesso al monastero benedettino di San Michele Arcangelo di Montescaglioso. L’insediamento fortificato viene citato nelle fonti come “Civitas”, “Castrum” e “Castellum” Sanctae Trinitatis. Il toponimo diventò ufficialmente TURRIS MARIS solo a partire dal XII secolo, quando compare così nominata in un documento bilingue in greco e latino e in un atto federiciano. Le fasi di vita dell’insediamento si datano a partire dall’XI sec. d. C. e registrano un momento di particolare fioritura tra XIII e XIV secolo. Dell’antico complesso sono noti, oltre che la torre e tratti di mura, anche una serie di costruzioni rivolte alla custodia di attrezzi e dimore dei contadini nonché strutture rivolte all’ospitalità dei viandanti che sceglievano Torre di Mare come punto di sosta lungo uno dei percorsi viari terrestri più importanti del tempo: il Tratturo Regio che univa la costa calabra a quella pugliese. Un decreto regio obbligava per il passaggio delle mandrie attraverso i propri confini al pagamento di un dazio per ogni capo di bestiame. Al secolo XIV risale il primo abbandono di Torre di Mare all’interno di un quadro insediativo molto desolante che registrava la presenza di numerosi “villaggi abbandonati” per cause molteplici e diverse. All’abbandono tardomedievale seguì una notevole ristrutturazione tra XV e XVI secolo, in linea con quanto accadeva nel resto del Regno di Napoli per il riassetto delle strutture difensive litoranee contro l’avanzata dei Turchi. Nel 1459, con altri casali della zona, divenne feudo dei Del Balzo, principi di Taranto. Nel 1497, re Federico vendette la terra di Torre di Mare al giovane Scriva Oratore, delli serenissimi Re di Spagna, per ducati 6.000. I contrasti fra l'impero d'Oriente e l'Occidente spesso ebbero i loro scontri nel Metapontino, per cui molto ne risentì anche Torre di Mare, “contaminata”, dalle diverse civiltà che si sono succedute nel corso dei secoli. Ma essendo distrutte le opere irrigue ed essendo i campi ormai incolti, si formarono acquitrini e paludi ove regnò la terribile zanzara portatrice di malaria e di morte. Oltre alla malaria endemica, era intervenuta la peste del 1656 per cancellare ogni presenza umana. La popolazione locale subì un alternarsi dell'incremento demografico. Un nuovo spopolamento si registraò a partire dal XVII secolo quando compare nelle cronache dei viaggiatori come ridotto a rudere e disabitato. Il complesso è caratterizzato attualmente da strutture post-medievali articolate in più corpi di fabbrica e da una chiesa dedicata a S. Leone Magno. Dell’antica Civitas rimane ciò che è stato risparmiato dall’utilizzo dei suoi resti per uso di costruzione di edifici a Bernalda e varie masserie. Ciò avveniva quando l’antica città era ormai semisommersa dagli acquitrini e dal terreno alluvionale del fiume Basento. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1869, con la creazione della ferrovia Jonica che univa le regioni del Sud riemerse l'antico nome di Metaponto che diventò cosi uno snodo importantissimo tra le regioni Puglia, Basilicata e Calabria. La scoperta del D.D.T., distrusse definitivamente l’anofele, e con le opere di bonifica, l’irrigazione, ebbe inizio negli anni ’50 la rinascita della fertilissima pianura e di Metaponto. Altri link di approfondimento: https://www.ceabernaldametaponto.it/index.php/musei-e-aree-archeologiche/70-necropoli-crucinia, https://patrimonioculturale.regione.basilicata.it/rbc/upload/file_1683020048095.pdf, http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Bernalda/Castello_normanno_Torre_Mare

Fonte: https://wikimapia.org/32252579/it/Castello-di-Torre-Mare

Foto: la prima è di Mizar su http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:Bernalda_-_Torre_Mare.jpg, la seconda è una mia foto scattata diversi anni fa e che ora appartiene alla mia collezione

martedì 14 novembre 2023

Il castello di martedì 14 novembre




RIVOLI (TO) - Castello Savoia

Il Castello di Rivoli, con la sua peculiare struttura che si staglia sulla collina dell’anfiteatro morenico di Rivoli- Avigliana è uno dei simboli più importanti della dinastia sabauda, parte integrante di un disegno che da fine ’500 porta alla realizzazione della cosiddetta Corona di Delizie, simboli e celebrazioni del potere assoluto. Una primitiva costruzione risale, con ogni probabilità, al IX secolo, posta a guardia sopra il piccolo rilievo collinare dietro il centro storico di Rivoli; un primo documento scritto è del 1159, in un diploma con il quale l'imperatore Federico I Barbarossa cedeva i territori rivolesi ai vescovi di Torino. La prima illustrazione è datata 1609 e mostra un torrione centrale attorniato da edifici di varia dimensione con, lungo le pendici della collina il giardino che ingentilisce l’aspetto militare del complesso. Tuttavia, sul finire del XII secolo, i Savoia ne presero possesso, in quanto posizione strategica tra Torino e la Val di Susa. Fu poi Amedeo IV di Savoia, intorno al 1245, a far costruire una vera struttura fortificata. Nel 1350 il castello venne scelto come cornice del matrimonio di Bianca di Savoia e di Galeazzo Visconti. Nel XV secolo, vi transitò qui la Sacra Sindone, per la prima volta in Piemonte. Già in possesso dei Savoia dal 1457, la Sacra reliquia fu spesso spostata a protezione da guerre e trafugatori. La duchessa Jolanda ne ordinò una breve ostensione rivolese, prima dell'ostensione presso Pinerolo, durante la Pasqua del 1478, e il rientro del Lenzuolo a Chambéry. Con il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559, venne stabilito che il duca Emanuele Filiberto I di Savoia non potesse abitare in Torino finché non avesse avuto un erede maschio. È proprio per questo motivo che la primitiva fortificazione venne modificata e ingrandita a residenza provvisoria del duca. Il progetto di ampliamento fu dato ad Ascanio Vitozzi. Emanuele Filiberto I si stabilì con la sua corte a Rivoli e il suo erede Carlo Emanuele nacque nel Castello il 12 di gennaio del 1559, sotto le cure e i buoni auspici di Nostradamus, convocato per seguire la gravidanza della duchessa Margherita di Valois. Per questo motivo l’edificio venne ammodernato dagli architetti Francesco Paciotto e Domenico Ponsello. Il nuovo duca Carlo Emanuele I incaricò gli architetti Castellamonte, padre e figlio di trasformare l’antico maniero medioevale in residenza di loisir, come lo vediamo nelle due tavole del Theatrum Sabaudiae, narrazione celebrativa per immagini delle città, le fortezze, le residenze e tutte le bellezze del Ducato. I lavori si dissero conclusi nel 1644. Tutto il complesso fu concepito a pianta rettangolare, quindi sviluppato in altezza, partendo da un piano rialzato rispetto alla base, a sua volta sovrastato da altri due piani. Nelle stesso periodo venne realizzata la cosiddetta Manica Lunga. Si tratta di un edificio più basso e distaccato dal castello, connesso soltanto da un passaggio pedonale, molto stretto e lungo 120 metri in direzione sud-ovest-ovest. La Manica serviva come luogo di rappresentanza, pinacoteca sabauda, scuderie e alloggi per la servitù. Il cantiere venne completato nel 1670, e il Castello ospitò altri eventi importanti come la celebrazione del compleanno di Cristina di Francia, seconda Madama Reale, tenutosi il 10 febbraio del 1645. Di quel periodo oggi ci rimane, unico esempio la sala di Amedeo VIII, al secondo piano, sola sopravvissuta dopo il passaggio delle truppe francesi del Maresciallo Catinat, che mise a ferro e a fuoco l’edificio nel 1690 e nel 1693. All'inizio del XVIII secolo, infatti, sia il castello sia la Manica vennero incendiati e saccheggiati dai francesi, a causa della guerra di successione spagnola. Dopo l'assedio del 1706, Vittorio Amedeo II di Savoia riprese il possesso dei territori e ordinò la ristrutturazione dei danni subiti. Passati i venti di guerra Rivoli doveva risorgere, vennero consultati gli architetti del Re Sole, i primi progetti furono redatti dall’architetto Michelangelo Garove, che tracciò lo Stradone del Re, oggi corso Francia, l’arteria scenografica che porta alla nuova Reggia. L’edificio venne ingrandito, si abbatterono le torri danneggiate e in quelle in testata venne creato il sistema di scale a doppie rampe, di leonardesca memoria, che ancora oggi porta dal piano terreno all’ultimo, senza entrare nelle sale. Fu con Filippo Juvarra, giunto a Torino nel 1715, a prendere forma, partendo dal lavoro del Garove, morto nel frattempo, il grandioso progetto di reggia, nuovo simbolo del potere assoluto di Vittorio Amedeo II, divenuto re di Sicilia. Un luogo in grado di rivaleggiare con le altre residenze europee, un sogno mai totalmente realizzato, da apprezzare nella sua interezza soltanto grazie al magnifico modello ligneo dell’Ugliengo, alle tele dipinte dai migliori vedutisti dell’epoca e ai progetti. Un edificio sontuoso, scenografico, senza la Manica Lunga, destinata ad essere demolita, dall’imponente corpo centrale attorniato da due ali speculari, il tutto coronato da balaustre e statue nel pieno stile juvarriano. All’interno raffinati appartamenti decorati da pittori provenienti da tutta Italia, con arredamenti preziosi, oggi completamente perduti. Mai realizzati, invece, l’elegante atrio, e al piano nobile l’imponente salone da ballo, causa dell’arresto dei lavori nel 1734, dovuti all’alto costo del cantiere, ma anche ai fatti tragici legati alla prigionia di Vittorio Amedeo II proprio qui. Quest'ultimo visse nel castello la sua pazzia: pur avendo abdicato in favore del figlio, non ne volle sapere di lasciar perdere gli affari, e cercò di spodestare Carlo Emanuele III il quale, di concerto con il suo ministro il marchese Ormea, decise di rinchiudere il padre nella residenza rivolese. Per l'occasione, l'edificio venne nuovamente modificato: furono aggiunte grate alle finestre e fu chiuso l'accesso alla Manica Lunga. E lo vediamo ancora oggi, il punto in cui si è arrestato il cantiere, nell’imponente atrio a cielo aperto dove i basamenti sono ancora in attesa delle colonne, rimaste nella cava della Valle di Susa, con la scalinata, oggi ad una sola rampa e qualche scalino, che arriva nel niente, sino al grande taglio ancora in mattoni, mai terminato. Si dovette attendere il 1793 perché a Rivoli riprendessero i lavori, ma i tempi grandiosi erano passati, il Castello e tutte le sue pertinenze divennero appannaggio del secondogenito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele duca d’Aosta, e della moglie Maria Teresa d’Austria-Este, arrivò un nuovo architetto, Carlo Randoni, che, nonostante tutto, nei suoi primi progetti immaginava di riprendere laddove Juvarra aveva interrotto. A questo periodo appartiene l’appartamento al secondo piano, dal gusto totalmente rinnovato, e alla moda, uno stile che guardava all’Inghilterra, in linea con le nuove idee portate in Piemonte da una certa aristocrazia illuminata, che fu il tramite dell’arrivo a Rivoli delle nuove maestranze. Di quel periodo è la scala, di cui oggi rimangono solo più i graffiti di cantiere, con gli scalini, sulle pareti dell’atrio interno, demolita nel corso dei lavori di restauro tra il 1979 e il 1984. Nel periodo napoleonico il Castello venne chiuso, come la maggior parte delle altre residenze, molti mobili non erano già più presenti, altro venne portato a Torino; l’Imperatore decise di donare il complesso al Maresciallo Ney, novello principe della Moscowa, in quanto comandante titolare di una coorte della Legion d’Onore. Con la Restaurazione vennero ripresi i lavori da parte del Randoni, ma ormai il Castello di Rivoli aveva perso importanza. L’atrio è la testimonianza diretta dello stato del cantiere juvarriano al momento della sua interruzione. Sebbene grazie alle vedute settecentesche di Marco Ricci e Massimo Teodoro Michela si conosce l’aspetto che avrebbe dovuto avere, il restauro di Andrea Bruno ne ha volutamente evitato ogni completamento. Sul lato settentrionale del Castello troneggiano i robusti pilastri juvarriani, mentre sulla pavimentazione di porfido, lastre di marmo e di pietra disegnano le posizioni dei ritti e l’andamento delle campate, mai realizzate. L’imponente parete del Castello presenta i supporti per le decorazioni non eseguite, le nicchie pensate per le statue e le grandi aperture tamponate che evocano i saloni immaginati dall’architetto messinese. In alto troneggia lo sporto panoramico in acciaio e cristallo inserzione contemporanea. Dall’altro lato la Manica Lunga, castellamontiano edificio nato per ospitare la pinacoteca di Carlo Emanuele I, che secondo i progetti settecenteschi, doveva essere abbattuto per cedere lo spazio ad una ala grande quanto quella già esistente. La Manica Lunga è stata al centro della campagna di restauro partita nel 1986, come si legge dalla data fissata nella parete. Nel 1863 il castello fu affittato all'amministrazione comunale rivolese, che ne fece una caserma militare, per la cifra di 2.000 lire al mese. Nel 1883 venne direttamente acquistato dal Comune di Rivoli, per la cifra di 100.000 lire. Venne qui trasferita la biblioteca civica, e vennero conservati alcuni mobili ai Savoia, mentre il resto dell'edificio rimase caserma. La seconda guerra mondiale distrusse buona parte degli edifici: i primi interventi architettonici post-bellici furono fatti con la semplice intenzione di non far crollare definitivamente la struttura. Nel 1946 il Castello fu adibito a Casinò Municipale. Assiduo frequentatore della roulette era Vittorio De Sica. Il Casinò chiuse dopo pochi mesi. L'edificio, incompiuto, è di interesse storico e Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Il castello ospita il Museo d'arte contemporanea del castello di Rivoli, che dispone di 38 Sale, e che ogni anno ospita importantissimi eventi e mostre. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=hSW66ZFLr4g (video di UMB21VIDEO50), https://www.youtube.com/watch?v=PA1U-4def58 (video di the.historytellers), https://www.youtube.com/watch?v=4r4vZF5uLLM (video di paoloslavazza), https://www.youtube.com/watch?v=9EtCwjYLmRI (video con drone di Fabio Zilio), https://siviaggia.it/idee-di-viaggio/castello-rivoli-piemonte-tra-storia-e-leggenda/220415/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Rivoli, https://www.castellodirivoli.org/, https://www.castellodirivoli.it/

Foto: la prima è presa da https://siviaggia.it/idee-di-viaggio/castello-rivoli-piemonte-tra-storia-e-leggenda/220415/, la seconda è di Davide Dusnasco su https://www.beniculturalionline.it/location-1741_Castello-di-Rivoli---Museo-d%E2%80%99Arte-Contemporanea---CRRI-Centro-di-Ricerca---Virtual-Tour-360%C2%B0.php. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione

lunedì 13 novembre 2023

Il castello di lunedì 13 novembre



GUARDEA (TR) - Castello di Frattuccia

Da una pergamena del 25 Aprile 1305 (Archivio Comunale di Amelia, carta n° 16) risulta che il Comune amerino concesse, in feudo, a 43 ex massari di Canale, il colle della Frattuccia per edificarvi un castello soggetto ad Amelia. Il castello non fu costruito dove lo vediamo ora ma sul poggio poco distante (S. Maria delle Castella), solo nella seconda metà dello stesso secolo, forse a causa della peste, gli abitanti si trasferirono nel sito attuale. Nel 1356 Giordano Orsini, Rettore del Patrimonio di San Pietro e Capitano Generale della Chiesa, chiese a Frattuccia, a Collicello e a Sambucetole il giuramento di fedeltà alla comunità di Amelia. Questo atto non comportava soltanto recarsi ad Amelia e giurare fedeltà agli Anziani, ma significava fornire milizie per la difesa del territorio, pagare le tasse e obbedire a tutte le disposizioni emanate da quel governo. Nel 1396 Papa Bonifacio IX concesse, pro tempore, il dominio di parte dei Monti Amerini al Nobil Uomo, Giovanni di Nallo, Frattuccia era tra le località nominate. Nel 1403 Giovanni di Bettona, mentre era a Collicello per la costruzione della torre, venne incaricato di fare una relazione sul sistema difensivo del castello di Frattuccia che aveva molto sofferto. Qualche anno dopo (1408) Pietro Mannucci e Marcuccio Ciccoloni, capimastri, eseguirono i lavori di fortificazione nelle mura del castello. Fu anche nominato un cittadino locale, tale Francesco, guardiano di Frattuccia. Nel 1411 Braccio Fortebraccio da Montone, al servizio di re Ladislao (1412) mentre era di passaggio e si recava con i suoi a Lugnano, impegnato a conquistare le terre della Chiesa, fece danni al castello di Frattuccia. Nel 1412 lo stesso capitano di ventura sottomise, con l’occupazione, Frattuccia e il suo territorio. Martino V recuperò il castello allo stato pontificio attraverso un breve del 22 novembre 1419, rilevandolo probabilmente da Todi. Il castello fece più volte le spese delle cruente lotte tra gli Atti (guelfi) e i Chiaravalle di Todi (ghibellini). Quando Pio II intimò ad Amelia e a Todi di conquistare il castello di Canale, roccaforte dei Chiaravalle, questi si mossero a più miti propositi e cedettero al Papa il castello di Frattuccia ed altri a patto che si sospendesse la guerra contro Canale. Durante il passaggio delle truppe di Boso e Jacopo Cotignola, alcuni abitanti di Colcello e Frattuccia furono fatti prigionieri. In seguito vennero liberati per intercessione degli Amerini. Nel 1415 a Frattuccia furono dislocate le truppe del capitano di ventura Tartaglia. In quegli anni castellano di Frattuccia era il prete Angelo Piccolelli che poi divenne priore del Duomo di Amelia. Nel 1418 il vice Rettore del Patrimonio di San Pietro, Pizzolpassis, chiese armati da Amelia, ne voleva ottanta, ma dopo trattative si accontentò di quaranta; due erano di Frattuccia. Nel 1461 in occasione della difesa del castello di Collicello ci furono due morti, uno era di Frattuccia, Graziano, colpito da una pallottola plumea ex ceraboctana (carabina) emessa (scagliata). A Frattuccia, come in tutta la zona, nell’agosto del 1468 comparve la peste che infierì anche nell’anno successivo. Si ha notizia di una nuova epidemia di peste negli anni 1478-1479,1481. Nel 1481 il castello di Frattuccia, nel mese di Gennaio, subì razzie da parte di Todi. Alla fine del secolo Frattuccia, come tutti i paesi limitrofi, tornò alle dipendenze dei Chiaravallesi che scelsero queste zone come base per tutte le loro folli imprese. Mentre Altobello di Chiaravalle si apprestava a sferrare l’attacco per la conquista di Todi, gli Amerini credettero opportuno inviare al castello di Frattuccia milizie per la protezione degli abitanti. Nel 1514 il castello era iscritto al contado di Amelia. Del primitivo impianto castellare rimane un breve tratto della cinta muraria collegato con una torre a base quadrata, oggi rudere, utilizzata al piano terreno come parte di abitazione.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frattuccia-guardea-tr/, http://www.giobbe.org/NORCIA-CULTURA/Contenuti/Umbria/Guardea/Frattuccia/Castello_nuovo_di_Frattuccia/Castello_nuovo_di_Frattuccia.html

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frattuccia-guardea-tr/

venerdì 10 novembre 2023

Il castello di venerdì 10 novembre



MARANO DI NAPOLI (NA) - Torre Caracciolo

Il maniero nacque a Marano nel XV secolo, sulle colline dei Camaldoli, per volere del sovrano Ferrante I D’Aragona, re di Napoli dal 1459 al 1494. Costruito come dimora-fortezza in realtà pare non sia mai stato coinvolto in eventi bellici. Tuttavia si riscontra nell'impianto planimetrico l'intento di creare un presidio stabile di difesa del territorio che fosse capace di resistere ad un eventuale attacco per un lasso di tempo breve ma tale da permettere l'arrivo di aiuto da presidi vicini quali i castelli Scilla e Monteleone, che insieme ad Aversa ospitavano guarnigioni; ancora bisogna tener conto della vicinanza alla città di Napoli e al castello di Baia. Alla caduta del regime aragonese e con l’avvento del vicereame spagnolo (1504), Torre Caracciolo divenne proprietà della famiglia Ricca, baroni di Ampollosa, con i quali il complesso fu adibito ad austera residenza di campagna. Dopo una lunga e travagliata successione nel settecento il castello passò alla famiglia Capace Piscicelli che si occupò di un rimaneggiamento senza però intaccare la struttura originaria. Dal 1860 al 1935 il luogo rimase abbandonato fin quando il conte Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo, dal quale deriva l’attuale denominazione, ne venne in possesso. Nell’ultimo periodo bellico in Italia, la Torre tornò alla sua originaria vocazione ospitando la sede del comando tedesco, che la utilizzò come punto d'avvistamento temendo uno sbarco degli Alleati sul litoraneo domizio. Il complesso di oltre 2400 mq si estende attorno ad un cortile rettangolare ed è composto da una torre costituente il mastio, da due corpi di fabbrica, di cui il primo ha sviluppo planimetrico a "L" e cinge il cortile a sud e ad ovest, mentre il secondo, a pianta quasi rettangolare, lo chiude a nord. Immancabile la cappella gentilizia a pianta quadrata impreziosita da un altare in marmo grigio. La torre costituente il mastio si eleva per tre livelli fuori terra, presenta una pianta rettangolare, interrotta da torrette in corrispondenza degli spigoli, ed è attualmente a copertura piana. La muratura perimetrale del mastio si innalza a scarpa sino all'estradosso del primo impalcato proseguendo, poi, verso il piano di copertura in perfetta verticalità. Le torrette, invece, presentano solo pareti a piombo. Parte dei materiali da costruzione utilizzati provengono dai vicinissimi Campi Flegrei, ma è interessante sottolineare che la maggior parte del tufo giallo adoperato è stato cavato direttamente in loco. Attualmente è di proprietà privata.

Fonti: testo di Roberta Zannella su https://www.visitquarto.it/2022/05/17/torre-caracciolo/, https://it.wikipedia.org/wiki/Marano_di_Napoli#Architetture_militari, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Campania/napoli/provincia000.htm#torrecaracc

Foto: la prima è presa da https://calvizzanoweb.blogspot.com/2020/10/marano-il-giovane-e-la-verginella.html, la seconda è presa da https://www.visitquarto.it/2022/05/17/torre-caracciolo/

giovedì 9 novembre 2023

Il castello di giovedì 9 novembre



ACERENZA (PZ) - Castello longobardo

Sul castello di Acerenza non esistono notizie precise e non esiste neanche una pianta completa. Le notizie storiche certe sono che con la caduta dell’Impero Romano, presa da Totila, Acerenza divenne una delle roccaforti dei Goti e più tardi fu occupata dai Longobardi che la fortificarono e costruirono un castello, ingrandito da Sicone dopo l’817. Il castello, più volte distrutto e ricostruito, oggi è in parte inglobato in diverse costruzioni e ciò che ne è rimasto modificato nel tempo, è oggi adibito a sede del Museo Diocesano d'arte sacra. Nella torretta del Castello è incastonato un quadrante di orologio in pietra bianca. Si tratta di un orologio meccanico con quadrante “alla romana” segnante l’ora italica. Dall’analisi della morfologia urbana di Acerenza, è possibile riconoscere un’ipotesi della forma e della posizione del Castello, nel tessuto edilizio attuale. Passeggiando per il borgo di Acerenza sono molti i dettagli che ci richiamano alla memoria alcuni dei tratti che in passato sono appartenuti all’antico maniero come il fusto della Torre Circolare che risale alle Fortificazioni Longobarde, in parte crollata ed in parte assorbita negli edifici adiacenti. Anche la Torre del castello per tipologia, i materiali della costruzione e la forma austera rispecchia i caratteri dell’architettura fortificata di epoca longobarda, presente nei vari centri medievali della Lucania. Il Museo Diocesano, che occupa gli antichi locali del Castello Longobardo di fine VIII secolo, venne ritoccato durante il periodo Normanno-Svevo e successivamente sotto la dominazione di Angioini ed Aragonesi. Divenuto Palazzo Ducale agli inizi del XVII secolo, fu donato alla Curia Vescovile che vi istituì il Seminario diocesano. Dal 2007 ospita il Museo Diocesano di Arte Sacra, costituito dalla collezione archeologica e dalle sale a carattere sacro, al cui interno sono esposte statue lignee, reliquiari, paramenti sacri ed oreficeria napoletana. Al suo interno, l’Archivio Diocesano conserva codici miniati e pergamene del XII al XVI secolo. L’esterno si presenta con un loggiato a doppio ordine di finestre intervallato da balconi. Restano poi i ruderi di una delle torri del primo circuito murario altomedievale di Acerenza. Vennero costruite verso la fine del VIII secolo sotto Grimoaldo III di Benevento, successivamente allo strategico incastellamento della città. Rimaneggiate nel corso dei secoli, le mura sopravvivono in incisioni e litografie del XVII e XVIII secolo. Altri link di approfondimento: http://comune.acerenza.pz.it/il-castello-di-acerenza/, https://www.raiplay.it/video/2018/10/Il-Borgo-dei-Borghi---Acerenza-PZ-in-Basilicata-58bd0443-898c-476d-b5a0-deff7fd9d82d.html (video)

Fonti: https://www.lucanista.com/visit/castelli/castello/165/, https://www.prolocoacerenza.it/castello-e-museo-diocesano-di-arte-sacra/, https://www.paesionline.it/italia/monumenti-ed-edifici-storici-acerenza/castello, https://www.prolocoacerenza.it/torre-longobarda/

Foto: la prima (museo diocesano) è presa da https://www.lucanista.com/visit/castelli/castello/165/, la seconda (torre longobarda) è presa da https://www.basilicataturistica.it/territori/acerenza/