mercoledì 31 agosto 2011

Il castello di mercoledì 31 agosto





PENNABILLI (RN) - Rocca Malatesta

Nel 1004 un discendente della famiglia Carpegna, Gianni della Penna, soprannominato “Malatesta” per le intemperanze del carattere, edificò il castello della Penna e diede inizio all’omonimo casato, che nel corso degli anni, dopo aver fatto tappa a Verucchio, si insediò a Rimini. Comunque il primo Malatesta di cui si hanno notizie certe, è sicuramente un Giovanni primo, detto Malatesta della Penna, che visse nella prima metà dell’anno mille; fu il padre del dantesco Mastin Vecchio da Verucchio e nonno quindi degli altrettanto celebri Gianciotto, Paolo e Malatestino dall’occhio.
I due castelli di Penna e di Billi costituirono due comunità distinte per molti anni, finché, nel 1350 divenuti liberi comuni, per volontà popolare, decisero di fondersi. Il patto fu sancito presso quella che fu poi denominata “pietra della pace” interrata nei pressi dell’attuale fontana della piazza principale del paese. Lo stemma di Pennabilli così costituitosi, è rappresentato, infatti, da un’aquila appollaiata su due rocche. Il nuovo comune passò più volte sotto l'influenza dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici e dello Stato Pontificio. Nel 1572, con il trasferimento della sede vescovile da San Leo, papa Gregorio XIII lo insignì del titolo di "Città". Pennabilli è tuttora sede della diocesi di San Marino-Montefeltro. Della rocca rimangono ruderi quasi informi, con tracce di cisterne, a coronamento del Roccione e della Rupe (così si chiamano le due cime, a cui facevano capo due distinti abitati, Penna e Billi, unificati nel XIV secolo). Sul Roccione sono visibili anche i resti di un bastione poligonale mentre ai ruderi della fortificazione della Rupe si appoggia in parte il monastero delle suore Agostiniane, costruito all'inizio del XVI secolo con le pietre della rocca distrutta. Nell'abitato esistono ancora avanzi delle mura di cinta e due porte rimaneggiate, con stemmi malatestiani e feltreschi: testimonianza del passaggio del luogo dai Malatesti ai Montefeltro, avvenuto definitivamente nel 1462, l'anno precedente la disfatta di Sigismondo Malatesta ad opera delle milizie papali comandate da Federico da Montefeltro.

martedì 30 agosto 2011

Il castello di martedì 30 agosto



SERMIDE (MN) - Torrione Gonzaga

La Torre gonzaghesca situata nel cuore del paese è l’unica rimasta della cittadella costruita dal Comune di Mantova verso il Mille e fortificata da Ludovico Gonzaga dopo il 1370. Questa possente struttura merlata, che si innalza alla destra dell`edificio municipale ottocentesco, si presenta fregiata di un elegante stemma dei Gonzaga in terracotta restaurato di recente. Fu pesantemente rimaneggiata negli anni ’30 e mettendo a confronto le fotografie di prima e dopo i lavori di restauro si rivelano subito gli interventi vistosi: chiusura di feritoie e finestrelle, scomparsa di antiche inferiate e di un orologio murale, aggiunta del grande stemma dei Gonzaga tra le incassature delle travi dell’antico ponte levatoio, sistematica sostituzione di mattoni, farinosi di salnitro e di vecchiaia. Le finestre, di dimensioni ridotte come si conviene a un torrione, continuano a sovrapporsi appaiate fino ai grandi finestroni terminali: due a nord e tre sugli altri lati.
Grazie a questi interventi, preceduti nei secoli dall’aggiunta di speroni di consolidamento (rispettivamente nel 1781 e nel 1932-3) è scomparso quel velo rossiccio di mattoni sfarinati che sottolineava la vetusta nobiltà del fortilizio gonzaghesco. All’interno dell’androne passante sono state collocate lapidi ai caduti di tutte le guerre e stemmi di alcune famiglie nobili del territorio mantovano: Castellani, Magnaguti, Bardini, Gonzaga, Gioppi, Bonacolsi. Ad una parete della scala che conduce alla cella campanaria con i grandi campanoni civici è infissa una lapide con il seguente testo: INVITTA CONTRO IL TEMPO IL FIUME GLI EVENTI UNICA SUPERSTITE DELLE OTTO TORRI CHE CORONAVANO IL FORTE E BEL CASTELLO CONOBBE LO SPLENDORE DEI GONZAGA E TRA I BAGLIORI DELLE FIAMME GLORIOSE SCORSE LA NUOVA AURORA DEI FULGIDI DESTINI DELLA PATRIA OR RESA INCROLLABILE LI ATTENDE CERTA IMAPAVIDA E SECURA A. XIII E.F. Non esistono elementi per confermare l’esistenza “delle otto torri che coronavano il forte e bel castello” di Sermide. I documenti e l’iconografia oggi disponibili consentono al massimo di confermare l’esistenza di cinque.

lunedì 29 agosto 2011

Il castello di lunedì 29 agosto



TORRIGLIA (GE) - Castello Fieschi-Doria

Non esiste una data certa riguardante la sua costruzione, che presumibilmente avvenne immediatamente dopo l'anno Mille, sui resti di una fortificazione precedente, nata per controllare la zona di transito tra la Val Trebbia e la Valle Scrivia. Le prime notizie che ci sono giunte risalgono ad una bolla papale del 1153 del pontefice Anastasio IV. Nel 1180, il castello apparteneva ai Malaspina che lo mantennero fino al 1250 con l'approvazione dell'imperatore Federico II del Sacro Romano Impero. In seguito, nella seconda metà del XIII secolo, il castello fu acquisito dai Fieschi conti di Lavagna. Nel 1392, la fortezza subì un primo serio tentativo di assedio da parte delle forze di Raffaele Adorno. Nel 1430, le truppe inviate da Filippo Maria Visconti riuscirono nell'impresa, ma il castello tornò nelle mani dei Fieschi dopo meno di due anni. Tranne che per brevi periodi, infatti, Torriglia rimase possedimento della famiglia genovese fino al 1547, anno della ben nota congiura ai loro danni, in seguito alla quale il castello insieme ad altri beni di loro proprietà, vennero confiscati e passarono ad Andrea Doria. Sotto quest'altra grande famiglia genovese, il cui dominio durò ben oltre due secoli, il maniero cambiò profondamente aspetto. Vi si amministrava la giustizia dell'intero Feudo, si giudicavano tutti i reati, provvedendo agli interrogatori, alla tortura ed all'esecuzione delle pene corporali previste dallo Statuto. Era pertanto provvisto di carceri e di ambienti destinati alla tortura, collocati nella torre, da come si apprende dai documenti dove, tra gli altri, vengono documentati inoltre numerosi tentativi di evasione. C'erano poi i locali ove i notai del Borgo rogavano gli atti e si registravano le licenze, numerose stanze, cucine, magazzini e una Cappella dedicata a N.S. Signora della Neve. Nel 1799, due anni dopo la fine dei Feudi Imperiali, il castello venne assalito e distrutto dalla stessa popolazione di Torriglia, in quanto simbolo di asservimento. Il castello cadde in una inesorabile rovina che lo portò ben presto allo stato di rudere; il maniero fu tuttavia protagonista nella seconda guerra mondiale in quanto fu utilizzato come rifugio e punto di osservazione dalle bande partigiane nella lotta di Resistenza. L'opera di distruzione, insieme con i rifacimenti cui fu sottoposto nel corso dei secoli, rende purtroppo molto difficile risalire alla struttura originaria del castello. Senza dubbio, la torre a pianta quadrata e alta in origine almeno 19 metri, da cui forse Torriglia prende nome, è l'elemento di maggior rilevanza del complesso. Le numerose indagini effettuate dalla metà dell'Ottocento in poi hanno consentito di individuare tre fasi essenziali, dalla costruzione, al periodo medievale, alla trasformazione rinascimentale. Al primo periodo risale la torre attuale con le sue immediate adiacenze, assegnata all'inizio del Duecento. Fino ad un'altezza di circa sette metri la torre è costruita con grosse pietre regolari e rettificate, solidamente incernierate agli spigoli, che si sono infatti conservati. La parte superiore ha invece un tessuto più grossolano e fragile ed è andata quasi totalmente perduta. Interventi successivi comportarono l'aggiunta di baluardi a protezione della base della torre, con passaggi dalla copertura a volta. A sud della torre si sviluppa l'area residenziale, allungata sullo sperone di roccia che sovrasta il paese, per una lunghezza di circa venti metri. Con l'insediamento dei Fieschi sono ipotizzabili interventi atti a migliorare le caratteristiche abitative del complesso, ma è sicuramente successiva, con l'evoluzione delle armi da fuoco, la trasformazione dell'area meridionale: fu aggiunto a sud il possente bastione dalla caratteristica forma di prora, che conferisce al castello l'aspetto di una nave, e furono rinforzati i lati lunghi con due ulteriori bastioni semicircolari, ad assicurare la completa copertura dei due versanti. Durante il domino dei Doria, il castello assunse una spiccata funzione residenziale e gli spazi interni vennero nuovamente ridistribuiti secondo le nuove necessità. Interessato da lavori per il recupero dell'intero complesso, finanziati con fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Regione Liguria, il castello è nuovamente accessibile al pubblico dal 2009.

sabato 27 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 10



TREPPO GRANDE (UD) – Castello di Zegliacco

Sorge su una modesta altura nei pressi dell’abitato di Zegliacco, frazione di Treppo Grande, dove anticamente si ritiene esistesse una postazione di vedetta sulla via consolare Julia Augusta, strada di collegamento tra Concordia e Norico. Non si conosce la data in cui esso fu costruito, ma possiamo risalire alla sua storia intrecciandola con quella dei suoi signori, i Nobili di Zegliacco. I primi di questa famiglia, di cui abbiamo notizia, sono Hainderico de Zelaco che troviamo citato nel 1171 e Variendo (o Garnendo o Uvariente), che aveva giurisdizione sul castello nel 1203. Un documento ci informa che nel 1252 il Patriarca Gregorio da Montelongo concesse l’investitura del castello con le sue pertinenze al figlio di Variendo, Corrado di Zegliacco. I Signori di Zegliacco vantavano per altri ragioni diritti sul castello di Socchieve e parti del Castello di Preone e altri beni a Colza, a Gracco a Collina e Invillino. Avevano diritto di partecipare al Parlamento del Friuli. Nel 1309 si misero contro il Patriarca Ottobono de’ Razzi, che li dichiarò felloni e fece incendiare il loro castello. In seguito, di quanto rimaneva divennero padroni i Savorgnan. Per qualche tempo gli spodestati perdettero la qualità di nobili e per un ventennio divennero servi di masnada dei di Prampero. Ma in seguito gli Zegliacco riuscirono a riconquistare la posizione antica e nel 1373, con Rizzardo, ritornarono in possesso del castello. Strinsero nodi di parentela con una delle famiglie più in vista del Friuli, sposando la figlia Bartolomea a Domenico Cossio, il quale aveva ottenuto il feudo di Castelnuovo (1461) e in seguito acquistò quello di Codroipo (1468-1476). L’unico rappresentante maschio della famiglia fu Boemo, notaio, che mori a Roma nel 1477. Di conseguenza la Repubblica di Venezia mise all’asta il castello e i beni annessi. Seguirono altri abitatori fino a che Nicolò Savorgnano acquistò per 950 ducati una parte del castello assicurandosi anche un seggio nel Parlamento Friulano. Vennero pure infeudati della contea di Codroipo e di Sella. Nicolò Savorgnano cedette in seguito il maniero a Daniele del fu Domenico Cossio, signore di Codroipo. Con l’andare dei secoli e la perdita della funzione militare dei castelli, i Cossio, che erano molto ricchi, preferirono come residenza un comodo palazzo a Codroipo e, inoltre possedettero una casa padronale a Cividale. Zegliacco rimase come tenuta, nei pressi della quale si organizzarono parecchie battute di caccia. Essi rimasero nel castello fino al 1881, quando passò ad altri proprietari. Il complesso castellano, oggi in buono stato di conservazione, nel tempo ha subito numerosi rifacimenti e ristrutturazioni che hanno sconvolto l’assetto originario trasformandolo in residenza di campagna. Nella torre portaia, risalente al XVII secolo, rimangono le tracce di un muro contraffortato della torre medioevale e accanto i residui del fossato. Negli ultimi anni è stato acquistato e restaurato da una multiproprietà privata, rimediando a notevoli danni arrecati dal sisma che colpì il Friuli nel 1976 (crollo della torre ovest, della copertura e dei solai del lato ovest e di parte di quelli del lato nord).

venerdì 26 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 9



RIVE D’ARCANO (UD) – Castello di Arcano

Situato nella zona collinare a nord ovest di Udine, è un castello solido e maestoso. L'attuale castello è sorto su una precedente costruzione fortificata, forse antecedente il X secolo. Le origini si fanno risalire a Leonardo da Cornu, il cui figlio Ropretto (o Rioretto) diede origine alla famiglia dei Tricano, divenuta in seguito d'Arcano. Il nome Tricano della famiglia prende origine dallo stemma, su cui erano rappresentati tre cani neri, per simboleggiare la fedeltà all'Imperatore e al Patriarca di Aquileia. Tale fedeltà fu premiata con la carica ereditaria di marescialli e vessilliferi della Chiesa Aquileiense. Unico superstite dei due o forse tre castelli che via via furono costruiti nel feudo della famiglia Tricano il castello si trova nella frazione di Arcano Superiore. I Tricano furono coinvolti in tutte le lotte feudali che sconvolsero il Patriarcato tra il XIV ed il XV secolo. Nel 1420 il castello passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia e nel 1511 fu danneggiato durante la rivolta contadina del giovedì grasso. Nonostante la perdita della torre, mozzata probabilmente alla fine del secolo XVI, il castello conserva la sua suggestiva fisionomia medievale, con le cortine merlate alla guelfa, la caratteristica doppia torre portaia, camminamenti e torri di vedetta e il possente mastio (tra i più grandi del Friuli) alla cui sommità troviamo un'elegante fila di bifore tardo romaniche. Il maniero al suo interno cela invece i caratteri di una residenza di campagna, con una saletta affrescata da Andrea Urbani e un'infilata di sale con camini e portali in marmi policromi opera del lapicida secentesco Raffaello de' Raffaelli. All’interno del complesso vi è anche la chiesetta dedicata alla Madonna della Neve con abside del XIV secolo. Ad oggi il castello si presenta in ottimo stato di conservazione. Ad esso è legata la misteriosa vicenda di Francesco d'Arcano che nel 1635 sposò Todeschina di Prampero, la quale fu poi uccisa a pugnalate per gelosia. Todeschina prima di morire scrisse con sangue le proprie iniziali su un muro del castello. Tale scritta rimase visibile fino al terremoto del 1976. Francesco fece murare il cadavere, che fu ritrovato durante i lavori di restauro nei primi del Novecento. Di proprietà privata, il castello è sede di un’azienda agricola con cantina.

giovedì 25 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 8



MONTEU ROERO (CN) – Castello Roero

Il castello dei Roero, in posizione dominante l'abitato, è stato rimaneggiato più volte ma conserva all'interno capitelli trecenteschi in armeria e affreschi e decorazioni del Seicento raffiguranti il mito di Dedalo e Icaro, il mito di Fetente, il mito delle Ore, le allegorie del Giorno e della Notte. Nel salottino adiacente al salone centrale è raffigurata la protezione della Vergine nella liberazione di Bonifacio Roero dalla prigionia durante le Crociate. Secondo alcune fonti venne edificato intorno al X secolo, ma la prima menzione della struttura difensiva risale al XII secolo. La storia di Monteu è legata a quella di due famiglie che vi regnarono a lungo: i Biandrate, che lo ottennero nel 1153 da Federico Barbarossa il quale, così vuole la tradizione, vi lasciò una sbalorditiva somma di denaro – chi dice 9.000 e chi 48.000 fiorini – agli stessi Biandrate per averne il feudo. I Roero giunsero a possedere diversi feudi ma Monteu restò sempre il più frazionato: tutti i rami della famiglia vi vollero conservare quote di possesso. Con il tempo i due terzi del feudo si accentrarono nella seconda linea dei Monteu che si estinse nel 1747 con Baldassarre Michele. I Roero aggiunsero il loro nome alla denominazione del luogo: così Monte Acuto diventò Monteu Roero. Il castello, antica roccaforte dei Biandrate, venne in parte ricostruito dai Roero nel 1570 che lo trasformarono in villa residenziale. Il maniero fu ulteriormente ristrutturato dopo i danni del terremoto del 1887. Oggi si presenta come un massiccio parallelepipedo in laterizio con le cortine aperte da finestre e dominato da una torricella centrale. Al castello è legato un curioso episodio, raccontato nel libro "Storia e leggenda dei tesori nascosti nei castelli piemontesi" di Albero Fenoglio. Vi si racconta che, non molti anni fa, il bibliotecario del barone di Winterman, riordinando dei libri, constatava come la parte superiore della rilegatura di un volume fosse circa il doppio della parte inferiore. Tagliata la pelle, dal nascondiglio uscì fuori un foglio di pergamena, che il tempo aveva ingiallito, e su cui erano annotati dei segni incomprensibili. Col permesso del Barone e con l'aiuto di un professore universitario di appurò che si potevano decifrare con le indicazioni provenienti dai testi delle filosofie occulte. Saltò fuori la vicenda di alcuni Spagnoli che, mentre si ritiravano dal Monferrato, dovettero, arrivati su una collinetta in vista del Po, cercare rifugio nei boschi e nascondere il bottino che portavano con loro. Si trattava di un vero e proprio tesoro (sacchetti di monete d'oro, forzieri di monete d'argento, collane, braccialetti, tavolette d'oro e d'argento con intrecci d'angeli lavorati a sbalzo) che sarebbe stato sepolto tra quattro querce, una vecchia torre ed antiche mura su una collinetta prospiciente un paesino. Bisognava dunque, sulla scorta di queste sommarie e piuttosto generiche indicazioni, determinare il luogo. Studiando il possibile percorso degli Spagnoli, considerando che alcuni oggetti presenti nell'elenco del bottino erano sacri, di concluse che non poteva che arrivare da una abbazia del Monferrato; seguendo poi le colline ed il percorso del Po, i ricercatori scorsero la torre di Monteu che si richiamava a quella citata nel documento. Si iniziarono gli scavi che furono presto interrotti perché il Barone dovette trasferirsi per affari e vennero a mancare i mezzi per finanziare una così difficile impresa.

martedì 23 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 7



LAURENZANA (PZ) – Castello longobardo-Normanno

E’ stato per lungo tempo l'estremo e sicuro baluardo del vecchio borgo che ancora oggi si aggrappa ai suoi piedi ed a quelli della vicina Chiesa Madre. Lo schema del castrum tradisce non una istituzione che progetta l'attacco, ma un borgo che ha in mente la sola difesa. E la concezione difensivistica dell'epoca viene qui interpretata e tradotta alla lettera: controllo visivo inappuntabile delle vie d'accesso per un tempestivo avvistamento del pericolo, (quello grosso era costituito dalle bande piratesche risalenti il Serrapotamo e provenienti dal Camastra); utilizzazioni al massimo ed al meglio degli sbarramenti naturali; pratiche toni circolari nella cinta muraria a protezione ordinaria del nucleo abitato. Il Castrum, infatti, sfruttava alle sue spalle un lato naturalmente e praticamente inaccessibile, per cui l'attenzione delle guarnigioni e degli abitanti era rivolta nella sola direzione Nord Ovest. Il castello garantiva il perfetto controllo di tutto il territorio circostante, grazie alla posizione dominante ed alle torri circolari. Il complesso architettonico, successivo alla nascita del centro urbano, risale ai secoli XII e XIII. Nei secoli successivi vennero effettuati molti interventi, anche radicali. All'interno della cinta muraria erano presenti altre forme di difesa, che rendeva la roccaforte praticamente inespugnabile. Secondo alcuni esperti, andrebbero individuate nella cinta muraria e nella torretta circolare semicrollata gli elementi di più antica datazione. Tutto il resto sarebbe ristrutturazione, se non proprio fabbrica successiva, prevalentemente del XVI e XVII secolo. La realizzazione del maniero fu dovuta ai Normanni probabilmente lo edificarono su un precedente castello Longobardo. Passata agli Svevi nel XIII secolo, Laurenzana partecipò alla rivolta ghibellina contro gli Angioini (1268), pagandone successivamente le conseguenze. Carlo I d’Angiò la infeudò ad Annibaldo Trasmundo. Con l'avvento aragonese sul trono di Napoli (1442) Laurenzana conobbe diversi feudatari tra i quali gli Orsini del Balzo, i Poderico (fine del XV sec.), i Loffredo, i Filangieri, i De Ruggiero, i Quarto di Vaglio e i Belgioioso. Per approfondire si possono visitare i seguenti link: http://www.old.consiglio.basilicata.it/basilicata_regione_notizie/brn3_4-1995-pdf/16%20Castello%20Laurenzana.pdf
Oppure su Facebook
http://it-it.facebook.com/note.php?note_id=177982445565393&id=180994771916393

lunedì 22 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 6



SORA (FR) – Rocca Sorella o Castello dei Santi Casto e Cassio

Collocata sulla vetta piramidale naturale del Monte San Casto che domina la città, la rocca è posizionata a 500 metri di altezza e si raggiunge facilmente da vari percorsi pedestri. Dell’antico castello dei Volsci, situato in posizione strategica, facilmente difendibile e difficilmente attaccabile, quasi al confine tra la Marsica ed il Lazio, si conservano le massicce mura perimetrali ed alcuni torrioni romani e medievali oltre a molti ruderi accatastati dopo la Rivoluzione Napoletana del 1799. Dapprima dominio volsco, poi romano, longobardo, papale, borbonico, durante il periodo ducale vide le schiere armate dei Cantelmi, dei Della Rovere e dei Boncompagni contro i conquistatori stranieri. La gran parte della città volsca IV-V secolo a.C. centro fortificato dominato da un'acropoli, si trovava sul colle tra la piana dove scorre il Liri ed il castello, cioè sul piano dove ora sorge la chiesa della Madonna delle Grazie. L'acropoli era collegata all'abitato da una stradina in salita difficile e tortuosa. L'agglomerato in collina fu abbandonato gradualmente per le mutate condizioni politiche e con la definitiva conquista romana cominciò il trasferimento a valle da parte degli abitanti. La rocca nella sua attuale sistemazione fu realizzata nel XVI secolo dall' architetto orobico Evangelista Carrara di Bergamo, per l’esattezza nel 1520. Nel perimetro murario di forma pressochè rettangolare della roccaforte, secolare sentinella della città, possiamo ammirare sei torri, di cui quattro angolari. Le due meridionali, più recenti sono a base quadrata, quelle settentrionali sono una a base circolare e l’altra poligonale. Le rimanenti due sono a metà delle cortine lunghe e chiudono il quadrilatero del mastio. Nell'interno si trova un grande cortile con cisterna, utilissimo rifugio in caso di attacco nemico, il mastio per l'avvistamento e la piccola cappella votiva dedicata ai Santi Casto e Cassio con un antico affresco. Nei suoi sotterranei restano tracce del preesistente castello romano (l'arx sorana è citata da Tito Livio), poi medievale al tempo di Federico II e Carlo d'Angiò che lo restaurarono. Esso faceva parte di un complesso di fortificazioni di cui sono testimonianza i ruderi delle due torri semicircolari di avvistamento che si incontrano nel salire al castello. Una seconda linea difensiva inglobò, nel secolo XV, la Torre aragonese presso la cattedrale di Santa Maria. Nel secolo scorso, per la simbolica cifra di 140 lire, la roccaforte e la circostante area del Monte "Santi Casto e Cassio", furono cedute dal demanio al comune di Sora. Ai giorni nostri, negli anni Cinquanta, il propugnacolo è stato restaurato. Il 3 aprile di ogni anno vi si tiene la manifestazione sportiva San Casto Bike (gara ciclistica aperta agli amanti della mountain bike).

venerdì 19 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 5



MORCONE (BN) – Castello Normanno

Sito sulla sommità del centro abitato, difeso naturalmente dai salti di quota, domina strategicamente il paesaggio circostante. Venne eretto probabilmente nel X secolo su delle massicce mura megalitiche di età osco-sannita che ancora oggi si notano nel basamento. Tuttavia la prima notizia documentata del castello risale al 1122, quando il Conte Giordano di Ariano vi trovò rifugio per oltre un anno, dopo la sconfitta subita da Guglielmo il Normanno. I suoi ruderi sono costituiti prevalentemente da tronconi di mura perimetrali. La parte inferiore del basamento è costituita da blocchi di pietra calcarea in opera poligonale, comuni a tutte le strutture fortificate sannite. Si conserva ancora quasi intatto l'ingresso della fortezza, costituito da un portale con arcata a sesto acuto, in conci di pietra intagliati, secondo il gusto saraceno. Sono inoltre visibili un torrione diroccato, alcuni elementi della merlatura ed alcune feritoie. La fortezza, ben difesa e quasi inespugnabile, fu scelta come dimora della Regina Margherita di Durazzo, che vi risiedette per circa un anno nel 1381, organizzando da qui le sue truppe impegnate nella la guerra tra la casa Durazzo e la dinastia degli Angioini, sul cui trono risiedeva la regina Giovanna d'Angiò. Tra queste mura, la regina ricevette la delegazione dell’Universitas di Morcone alla quale concesse la conferma di privilegi e immunità approvando gli Statuti contenuti nelle Antique Assisie. Nel XVI secolo il castello, già in rovina, ospitò le carceri penali. Poi la costruzione si rimaneggiò in modo decisivo nei secoli successivi fino ad arrivare allo stato di rudere attuale.

mercoledì 17 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 4



SOLIERA (MO) – Castello Este-Campori

Della presenza di un castello a Soliera si ha notizia intorno all'anno 1370, quando gli Este costruirono a scopo difensivo la prima pianta del castello che la famiglia Pio di Savoia contribuì in seguito a fortificare. All'interno del perimetro del castello a metà del quattrocento venne costruita una rocca, una sorta di castello nel castello. Le mura difensive che cingevano al loro interno il borgo e la rocca erano a loro volta circondate da un fossato e la unica via d'accesso era posta a sud, munita di ponte levatoio. La vicinanza a sud con Modena e a nordest con Carpi ne fecero un obiettivo desiderabile tanto dagli Estensi quanto dai Pio: a lungo venne contesa dalle due case, quando nel 1635 venne elevata a marchesato e concessa a Pietro Campori, esponente di una nobile famiglia originaria della Garfagnana che, trasferitasi nel palazzo solierese, gli diede il proprio nome e ampliò l'edificio facendo costruire il portico antistante il borgo, ornando le sale interne con statue e sontuosi dipinti andati in gran parte perduti. Nel 1976 il castello fu venduto dalla ultima erede dei marchesi Campori alla parrocchia di Soliera, successivamente, nel 1990 fu acquistato dal Comune di Soliera allo scopo di ristrutturarlo e trasferirvi la sede comunale e la biblioteca civica. Completamente restaurato, il Castello è stato di nuovo inaugurato il 21 giugno del 2007. Notevole è il valore artistico dell’edificio. Insieme ai due torrioni quattrocenteschi e agli stemmi araldici della famiglia Campori dipinti sul voltone d’ingresso, i pavimenti settecenteschi alla veneziana e una galleria elegantemente decorata da stucchi rappresentanti scene di vita mitologica, risalenti al ‘700, ne rappresentano gli elementi decorativi di maggior pregio.

sabato 13 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 3



LAVELLO (PZ) - Castello

Fu fondato molto probabilmente in epoca Normanna dal signore del posto, Arnolino, feudatario di Guglielmo Braccio di Ferro. Secondo alcune fonti però, il responsabile dell’edificazione del fortilizio sarebbe stato invece il Conte normanno Umfredo. In ogni caso i primi documenti storici che vi fanno riferimento sono gli Statuta Officiorum federiciani (risalenti agli anni 1241-46) che lo menzionano come domus. Fu infatti ristrutturato e ingrandito da Federico II che ne fece residenza per il periodo di caccia. Il castello venne saccheggiato nell'agosto del 1268 ad opera di Ruggero Sanseverino per punire la rivolta antiangioina del Giustizierato di Basilicata, che aveva aderito all'avventura di Corradino di Svevia. Una violenza maggiore fu esercitata dagli Angioini a fine secolo (1298) quando Carlo II ordinò l'incendio della città. I danni riportati dalla fortezza furono gravi. L'aspetto odierno del castello evidenzia le trasformazioni tardo-quattrocentesche volute dalla famiglia Del Balzo-Orsini, di cui si conserva lo stemma sul portale durazzesco d'ingresso, collegato alla strada adiacente da una rampa, indispensabile per il superamento del dislivello di circa tre metri. In particolare vennero realizzati un loggiato dalle classiche forme durazzesche con archi (in un primo momento tre e poi cinque) ed una torre, mentre le ventidue finestre originali furono sostituite da balconi. L'impianto originale del castello ha pianta pressoché quadrata, con ingressi a settentrione (in seguito chiuso) e a occidente, che immette nel cortile centrale dove fa bella mostra un monumentale pozzo di pietra con abbeveratoio (su cui troneggia lo stemma dei Del Tufo, feudatari nel '500) e dove affacciano ampi ambienti destinati a magazzini, stalle, alloggi del corpo di guardia e depositi. Al primo piano con l'appartamento del feudatario vi sono il salone della corte, un giardino pensile e una loggia interna, nonché le residenze dei cortigiani e dei servi. Il castello è munito di due gallerie sotterranee: una per scopi militari, per condurre gli abitanti del castello fuori dall'abitato, l'altra collegata a una chiesa per garantire al feudatario un tranquillo esercizio dello jus primae noctis. Particolare curioso è l’esistenza di una stanza senza porta e con una piccola finestra, di cui non si è mai scoperta la destinazione d’uso e che ha fatto sbizzarrire l’immaginazione con la creazione di tante storielle fantastiche al riguardo. Il carattere difensivo dell’edificio, espresso in particolare dalle torri, non sembra essere stato interessato da interventi di consolidamento in epoca successiva a quella normanno-sveva, come si evince dalle dimensioni di una semitorre a sinistra della cortina principale, denominata Torre normanna. Il castello ricostruito nel 1600 è attualmente sede del Municipio e ospita in alcune sale l'Antiquario, in cui si possono ammirare vasi di epoca greca, reperti dell' età del ferro, provenienti dalla zona, ceramiche indigene e italo-greche e varie iscrizioni in lingua latina ed ebraica.

martedì 9 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 2



MOGLIANO MARCHE (MC) – Rocca

Di essa rimangono solo i bastioni. Non ho trovato notizie di essa su internet. Mogliano è appartenuto per lungo tempo a Fermo e alla Chiesa per cui è facile immaginare che la storia sia legata ad entrambe queste dominazioni. Vi sono poi delle fonti storiche che accennano a questa costruzione e la relazionano ai Bonifanti, una delle più rilevanti casate moglianesi. Risale al 21 aprile 1366 un atto di vendita con il quale Giovanni di Martino di Claudio, sindaco e procuratore del Castello di Mogliano, vende ad Angeluccio Boninfanti di detto Castello, un modiolo e mezzo di terra sodiva posta nel territorio di Mogliano in contrada Moliarum. Nella premessa del rogito è detto che il Comune è costretto a vendere per pagare i propri debiti. Un’altra fonte di informazioni ci è data da un manoscritto del 1666, gli Annales Terrae Moliani di fra Pietro Carnili (1619? - 1688) che dedica il trentunesimo capitolo a questa famiglia. Qui viene nominato Giovanni Angeluccio, definito Cives Nobilis Firmi, che viene inviato dalla sua patria, Mogliano, quale ambasciatore presso il generale dei Galli, allora in Italia, perché non la saccheggiasse. Menziona poi Giovanni Domenico che, unitamente a Giovanni Conte, si reca dal Governatore della Marca anconetana, conte Giovanni Gerolamo Albani, per chiedere l’esecuzione della demolizione della rocca di Mogliano, in osservanza al Breve di Pio V del 23 marzo 1569. I Boninfanti ebbero sepolture in diverse chiese moglianesi, una in quella di S. Gregorio Magno e precisamente il terzius sepulcrum come è riportato in una antica planimetria della chiesa allegata al terzo volume dello Stato delle Anime ed un’altra nella chiesa di S. Maria da Piedi, davanti l’altare della Maddalena. Lo stemma, scolpito in arenaria, è ancora visibile al di sopra di una porta della loro casa, nelle mura castellane che guardano verso nord. Raffigura un monte di tre cime all’italiana sormontato da un crescente (mezzaluna) montante (con le punte rivolte in alto).

domenica 7 agosto 2011

I castelli delle vacanze - 1



CANTALUPO LIGURE (AL) – Castello Spinola Adorno di Borgo Adorno

Situato in una frazione di Cantalupo che ha lo stesso nome, venne edificato intorno al 1100 dalla famiglia degli Spinola, che ne mantenne la proprietà fino al 1518 quando passò nelle mani di Antoniotto Adorno per donazione di Tolomeo Spinola, rimasto senza figli legittimi. Questa vicenda è rappresentata in un quadro che ancora oggi si trova all’interno della costruzione, nel Salone di Giustizia. Un secolo dopo, la dinastia degli Adorno si estinse e la proprietà passò ai parenti Botta Adorno che, a loro volta, la dovettero cedere ai Cusani Visconti. Negli anni successivi altri nobili entrarono in possesso del maniero; tra questi i Litta Modigliani ed i Parrocchetti Piantanida. Va infine ricordato che, durante la resistenza, il castello ospitò un ospedale in cui venivano ricoverati i partigiani feriti. Verso la fine del secolo XVII il castello subì danni a causa di una frana. Il marchese Luigi Botta Adorno fece allora parzialmente abbattere l'antico castello e costruì l'attuale palazzo signorile, un edificio che si presenta in buono stato di conservazione, nonostante un incendio che in passato arrecò parecchi danni alla struttura. Il suo aspetto è di un parallelepipedo massiccio e imponente, tipico delle fortezze medioevali, malgrado i rimaneggiamenti subiti nel corso del tempo e dovuti alla trasformazione in residenza. Sul lato che si affaccia sul cortile vi è una grossa torre cilindrica circondata, nella parte superiore, da una serie di beccatelli che ne ingentiliscono l’aspetto, ed a fianco si trova un elegante portone sormontato da uno stemma ed altre decorazioni. Nella parte che si affaccia sulla valle è ancora visibile una parte delle antiche mura che difendevano in passato la struttura ed il borgo vicino.

Anche il blog va in ferie....

Cari amici e lettori del mio blog, da oggi e fino al 28 agosto non potrò garantire la pubblicazione quotidiana di un castello poichè mi trovo in ferie e, paradossalmente, ho meno tempo ora che normalmente !! Se riuscirò a pubblicare qualche castello intitolerò la rubrica "i castelli delle vacanze" proprio perchè considero impossibile una frequenza giornaliera. Buone vacanze a tutti !!!

sabato 6 agosto 2011

Il castello di domenica 7 agosto



ROMA – Castello Chigi di Castel Fusano

E’ situato all’interno del parco di Castel Fusano, un’area fitta di vegetazione, di pini e di macchia mediterranea che si estende lungo il litorale romano per circa 1.100 ettari ed è considerata il polmone verde di Roma. Il nome deriva dai suoi antichi proprietari, la nobile famiglia romana Fusius, a cui apparteneva l’intera contrada. La sua storia è segnata dal passaggio a diversi proprietari, fino a che nel 1933 la zona fu acquistata dal Comune di Roma che vincolò l’area a qualsiasi tipo di costruzione. Il Castello Chigi è una massiccia e severa costruzione quadrilatera di tre piani, con quattro basse torrette angolari munite di feritoie e troniere e coronata da un sopralzo ornato agli angoli da torricciole-belvedere. Il cardinale Giulio Sacchetti, proprietario della tenuta di Castel Fusano dal 1620, affidò al pittore ed architetto Pietro da Cortona la costruzione dell’edificio, la cui mole, compatta e poco articolata, somiglia più ad una casa di campagna fortificata che ad una villa signorile, e certamente non consentì all’artista, forse alla sua prima esperienza da architetto, di esprimere liberamente il proprio gusto scenografico e barocco. L’artista toscano si era cimentato con rara perizia nel disporre le sale al pianterreno con temi religiosi ( Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, Lavoro dei Progenitori, l’Eterno e Abele, Ebrezza di Noè, Sacrificio di Caino e Abele) e, mitologici (Officina di Vulcano, l’Allegoria di Roma, Carri del Sole e della Luna, Trionfo di Cerere e di Bacco), nel piano superiore. In un gioco di rimandi intellettuali e semantici, tra sacro e profano, aveva costruito le sue narrazioni barocche intessendo le volte di un trionfo scintillante di figure e colore, compensando in tal modo le aspirazioni celebrative del suo raffinato committente e quelle dei loro amici Barberini. Forte è comunque la suggestione di questo imponente maschio turrito, che si erge solitario in mezzo ad una radura ricavata in una zona allora selvaggia e incontaminata. L’edificio fu concepito fortificato dato che all’epoca il litorale risultava ancora esposto alle incursioni piratesche. La facciata dove è posta l’entrata è diversa da quella posteriore, per quanto similissima. La differenza forse più visibile consta nell’assenza del balcone, che invece si vede al centro della facciata con vista sulla fontana, e in uno sterrato posto davanti e che indica l’accesso alla tenuta. Nel 1755 la tenuta e il palazzo dei Sacchetti vennero acquistati dalla famiglia Chigi, attuali proprietari del castello mentre la tenuta, dopo essere stata affittata alla Casa Reale come tenuta di caccia, dal 1933 è di proprietà dello Stato. L’edificio è stato utilizzato dal cinema italiano in una serie non indifferente di pellicole. La visita al Castello permette, anche se solo per un’ora, di fare un vero salto a ritroso nel paesaggio e nella storia di quattro secoli orsono.

Il castello di sabato 6 agosto



CASAPE (RM) – Castello Baronale

Situato nella piazza principale di Casape, ha planimetria a quadrilatero, è aperto a sud, vicino all’ingresso del paese, in una scala nobile e, sul lato opposto, in una scala di servizio. Inizialmente di proprietà del Monastero di San Gregorio al Celio, fu ceduto ai Colonna (1300), mentre era abate Bernardo da Montenero che per le sue malefatte fu imprigionato dai monaci con l’approvazione di Giovanni XXII. Dopo i Colonna fu dei Barberini (1632), quindi dei Pio da Carpi (1655), e per oltre un secolo si alternarono alla proprietà diverse famiglie spagnole, tra cui i Perez-Pastor (1755). Infine passò ai Brancaccio, già proprietari del vicino castello di San Gregorio da Sassola. Con il 1817 cessarono i diritti feudali e il paese elesse un Podestà e si dotò di un sigillo. Il Castello di Casape ha pagato con l’alterazione delle strutture originarie, l’essere rimasto escluso dalle trasformazioni operate dalle nobili famiglie romane nel periodo rinascimentale-barocco in molti paesi dell’area prenestina. Semplice torre all’inizio, costruita impiegando pietra locale e legno, venne ampliata e trasformata in una costruzione fortificata che, col tempo, divenne Palazzo Baronale, perdendo elementi originari quali merlature e finestre. Diviso in pianterreno e piano nobile, ingloba la cappella (ex chiesa di San Pietro) nel primo piano, mentre nel secondo è collocato l’appartamento residenziale. Sul lato est, a pianterreno, è situato un ambiente coperto da volta a botte a tutto sesto e sovrastato da una serie di altri ambienti, di modesta altezza, coperti da volte a padiglione. A sud, sopra la porta d’ingresso, si trovano un corridoio e un locale. Il Palazzo è completato da vani laterali di servizio. Poiché nessun documento in proposito è stato mai trovato, non è dato sapere il nome dell’architetto, la data di fondazione e le fasi dei successivi ampliamenti e modifiche. Non rimane quindi molto delle decorazioni pittoriche originarie. Poiché in alcuni punti, infatti, si notano tracce di colorazione si suppone che le pareti dovevano essere affrescate. In alcune parti, tuttavia, rimangono ancora dei soffitti a cassettoni in legno dipinto del secolo XVIII. Nel 1989 la Provincia di Roma ha promosso un "Progetto di Restauro del Palazzo Baronale", nel corso del quale sono state studiate, insieme alla storia dell’insediamento di Casape e alle vicende del territorio, le varie fasi di costruzione del Palazzo e la sua tipologia architettonica; il tutto finalizzato ad un progetto di restauro dell’intero edificio e al recupero dei vari ambienti. Una parte dell’edificio è ora declassata a condominio, mentre alcuni locali al piano terra ospitano un ristorante (www.ilbaronale.it).

venerdì 5 agosto 2011

Il castello di venerdì 5 agosto



SAVIGNANO SUL RUBICONE (FC) - Castello di Ribano

Si trova sulle prime colline verso Sogliano al Rubicone. Si pensa che il toponimo di Ribano derivi dal latino robinus, nome di una pianta da cui si ricavavano colori per la tintura. Le prime notizie che citano un Castrum Gaii o Gabii, risalgono al 1037. In quell'anno Corrado I fece dono della primitiva costruzione al Monastero di S. Apollinare in Classe. Fino ai primi anni del '500 in quel luogo, dove nel frattempo era stata eliminata la costruzione fortificata, sappiamo dell'esistenza di un piccolo oratorio di competenza riminese. I monaci di Classe tornarono in possesso del luogo, e verso il 1580 eressero una costruzione per metà fortezza e per l'altra metà convento, ove erano soliti passare alcuni periodi dell'anno in virtù dell'aria più salubre delle colline. Oltre che alla vita spirituale, essi erano dediti anche ad attività agricole, in particolare alla coltivazione della vite, negli oltre trenta poderi (circa 300 ettari) nei territori limitrofi alla città di Savignano e producevano, nella bellissima grotta con soffitto “a volta”, un vino che divenne ben presto famoso per la sua qualità. Le alterne vicende, che hanno segnato la storia del castello negli anni a seguire, raccontano di una confisca delle autorità italiane, della cessione ad un intermediario dell’Armata Francese, del passaggio alla famiglia savignanese Vallicelli, il cui ultimo esponente lasciò erede il Conte Gioacchino Rasponi, nipote del Re di Napoli e una delle figure più illustri del patriziato liberale di Ravenna di cui fu sindaco nel 1865. Dai Rasponi il Castello di Ribano passò ai Conti Spalletti e all’attuale proprietario il Principe Giovanni Colonna di Paliano. La misteriosa origine del castello ha alimentato una serie di racconti, a metà tra storia e leggenda. Si dice, infatti, che gli abitanti delle zone circostanti chiudessero le figlie femmine in casa, quando avevano certezza dell'arrivo dei frati da queste parti. A quanto pare i frati, comunque, non hanno mai cessato di frequentare queste generose terre e continuano ad apparire di notte, forse proprio per sorprendere i coloni delle campagne circostanti. Il Castello oggi è sede dell'importante azienda vitivinicola Spalletti, che produce e vende vini tipici della Romagna e olio. Recentemente è stata costruita una moderna cantina, che affianca l'imponente mole del castello, la cui corte viene anche utilizzata per ricevimenti e feste. Nel 2005 si è conclusa un’importante opera di restauro, nel rispetto delle strutture antiche, che ha riguardato il maschio centrale, le corti, le sale interne e la ristrutturazione della cucina. Tra le strutture attualmente visibili, le più antiche sono attribuibili alla totale ristrutturazione operata dai monaci camaldolesi nel XVI secolo. Per approfondire si può visitare il seguente link: www.spalletticolonnadipaliano.com

giovedì 4 agosto 2011

Il castello di giovedì 4 agosto



VILLASOR (CA) – Castello Siviller o Casa forte degli Alagon

Fu costruito nel 1415 dal nobile aragonese Giovanni Siviller (doganiere del Castello di Cagliari e procuratore reale, nominato feudatario del paese il 27 ottobre 1414), su autorizzazione dell'arcivescovo di Cagliari, Pietro III Spinola, sulle rovine della chiesa parrocchiale di Santa Maria, al fine di proteggere la zona dalle incursioni dei ribelli arborensi, superstiti della guerra tra gli Arborea e gli Aragona durata oltre cinquanta anni. L'edificio passò in mano agli Alagon, in seguito al matrimonio di un rappresentante di questa famiglia con Isabella, figlia di Giovanni Siviller. Nel XVIII secolo il casato Alagon si fuse con il casato De Silva, tramite il matrimonio tra Manuela Alagon Arborea, marchesa di Villasor, e Giuseppe de Silva, formando il casato Alagon Arborea de Silva, il cui stemma campeggia sopra l'ingresso principale del castello. Di forma circolare e sormontato dalla corona marchionale, esso raffigura, nella metà di sinistra, sei palle, arma della famiglia dei Da Silva, sovrapposte all'albero sradicato simbolo del Giudicato Arborense, e, nella metà di destra, i pali, stemma del regno di Aragona, e una torre alata rappresentante la famiglia Alagon. Il castello è il simbolo della rinascita del paese, il fulcro del ripopolamento di questi luoghi nel Quattrocento dopo le guerre giudicali. Si presenta come un palazzetto fortificato, intatto nelle strutture originarie, di impronta gotico-aragonese; notevoli sono le finestre a cortina con architravi traforati e scolpiti che ingentiliscono il severo edificio sul prospetto. La struttura presenta una pianta a forma di "U", ma sembra che originariamente fosse presente un'altra ala simile a quella odierna e ad essa affiancata. Le mura sono coronate da merlature guelfe. Gli spigoli sono sopraelevati in forma di torrette. Sul cortile interno si affacciano una serie di ambienti e un salone al piano terra. Al primo piano invece dovevano trovarsi le camere per i residenti. Si narra di un sotterraneo che lo collega alla chiesa parrocchiale e che sboccherebbe alla sinistra dell'altare maggiore, ma anche durante gli ultimi lavori di ristrutturazione non è stata trovata alcuna traccia. Nel corso della storia, a seguito dell'abolizione del feudalesimo, l'edificio è stato adibito a diversi usi: caserma e prigione durante il regno sardo-piemontese, sede scolastica, per essere infine abbandonato e destinato a semplice rimessa agricola da parte dei proprietari. La fortezza è stata acquisita al patrimonio comunale solo nel 1991 e da quel momento, sottoposta a diverse opere di restauro, è stata oggetto di rivalutazione da parte degli amministratori locali. Il cortile esterno e quello interno all'edificio vengono spesso utilizzati per ospitare manifestazioni culturali (concerti, rappresentazioni). Sono possibili visite guidate. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.comune.villasor.ca.it/info/cfv.pdf

mercoledì 3 agosto 2011

Il castello di mercoledì 3 agosto



AVELLINO – Castello Longobardo

I suoi ruderi sorgono sulla piazza omonima, nella parte meno elevata della città, in una posizione anomala perché situati in una valle piuttosto che su un’altura. E’ quanto resta dell’edificio costruito in epoca longobarda, forse a cavallo fra il IX e il X secolo. Si ignora quando e da chi venne edificato ma oggi si può affermare che fu costruito intelligentemente in quel sito perché nella sua parte centrale, ad una quota di circa m 335 s.l.m. ,esiste, nei tufi colonnari,una sorgente d’acqua pura di risalita con un pozzo circolare di tufo ancora oggi ben visibile, derivante da una favorevole conformazione geologica del sottosuolo. Infatti, le acque sotterranee site alla base dei tufi di Avellino, fluenti in quella zona da Ovest verso Est, vanno ad incontrarsi in quel punto con la più antica formazione impermeabile delle argille messiniane. Il castello fu dimora dei feudatari che governarono Avellino e, nel corso dei secoli, subì numerosi assedi – famoso quello delle truppe di Alfonso d’Aragona, nel 1436 – e ospitò gastaldi e imperatori, tra cui Lotario ed Enrico VI, sovrani di Napoli, di casa d’Angiò e Aragonesi. Nel 1130 qui l’antipapa Anacleto II incoronò il normanno Ruggiero II, nominandolo re di Sicilia e di Puglia. Successivamente, Papa Innocenzo II e l'Imperatore Lotario si fermarono un mese nel castello per privare Ruggiero del Ducato di Puglia ed investirne Rainulfo, Conte di Avellino. Ciò indusse Ruggiero a muovere le sue truppe verso il castello, che venne messo "a ferro e fuoco", nel 1137, e ridotto ad un ammasso di ruderi. Venne rifatto nel XV secolo, su ordine di Alfonso I d'Aragona. Nel Cinquecento il castello ospitò letterati famosi, quali Bernardo Tasso, Luigi Tansillo e Ortensio Lando. Dopo i feudatari Filangieri, che lo usarono come maniero, l’edificio nel Seicento fu trasformato in reggia e divenne dimora del principe Camillo Caracciolo e dalla celebre Maria De Cadorna: in particolare, furono abbattute le torri e le merlature e fu creato il meraviglioso parco, tuttra esistente, dotato di un lago artificiale e di una riserva di caccia. Esso era considerato una delle meraviglie del Regno di Napoli. Sempre nel Seicento, il principe Marino II Caracciolo istituì nel castello l’Accademia dei Dogliosi. Il periodo di splendore passò e la struttura decadde. Tale fu il degrado, che per volere della moglie del feudatario Marino III Caracciolo, Antonia Spinola, il malandato castello venne abbandonato, in quanto non più degno di accogliere una delle famiglie più importanti del Reame napoletano. Tale decisione, e la costruzione conseguente del Palazzo Caracciolo, spostarono il baricentro cittadino, determinando la progressiva marginalizzazione dell'antico borgo medioevale, il nucleo originario di Avellino. La sontuosa dimora fu demolita all’inizio del Settecento, nel corso della guerra di successione spagnola. Attualmente il castello è sottoposto a lavori di restauro e conservazione. Il terremoto del 23 novembre 1980 non arrecò grossi danni alla struttura, semplicemente perchè era già ridotta allo stato di rudere, anche se le mura perimetrali restavano in piedi ed ispezioni nella parte superiore del castello lasciavano intravedere buca da cui era possibile scendere all'interno, area sicuramente esplorata nel corso dei secoli dai "tombaroli", che sicuramente fecero incetta dei residui reperti. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.torrelenocelle.com/storia/castello.htm

martedì 2 agosto 2011

Il castello di martedì 2 agosto



SAVA (TA) - Castello baronale

In un documento del 1417 della regina Giovanna I D'Angiò troviamo la prima menzione del casale di Sava facente parte del Principato di Taranto. I feudatari di Sava sono stati almeno sei: il primo fu Giacomo del Tufo. A lui seguì, nel 1434, Connestabile di Aversa. Sava fu poi infeudata anche dai Mayoro di Nardò nel 1454, dai Prato di Lecce nel 1520. Nel 1741, poi, fu la volta dei Gesuiti. L’ultimo feudatario, infine, fu Giuseppe De Sinno dal 1804 al 1812. Nel 1520 il feudo di Sava, che comprendeva gli antichi casali di Aliano e Pasano, passò dunque alla famiglia Prato di Lecce (di origine toscane) che tenne la Baronia sino al 1630. Nicola Prato, negli anni in cui ebbe la Baronia di Sava, dimorandovi solo nei mesi estivi ed autunnali, abitava un antico fabbricato della masseria che sorgeva nella stessa area dove ora è ubicato il castello. Egli pensò di edificare una dimora baronale ma la precaria situazione politica gli impedì di portare a compimento tale progetto che invece fu realizzato dal figlio Pompeo tra il 1533 e il 1575. Il castello di Sava, dall'aspetto severo e realizzato in tufo locale, era dotato solo di un piccolo recinto con fossato, ed era privo di un maschio. Aveva la forma di un quadrilatero, con nel sottopiano il frantoio, il mulino, i granai ed i magazzini, nel piano terreno grandi vani con volte a botte, dimora del castellano e rimessa. Le camere del primo piano sono grandi e spaziose, piene di luce e di aria, con larghe finestre dalla profonda strombatura che guardavano intorno al castello oltre la muraglia del fossato. In ciò si discosta dai castelli cinquecenteschi, che, essendo ordinati più a fortezza che a dimora, aprivano le finestre sugli spazi compresi dalle varie cinte. Successivamente al 1743, anno in cui fu assegnato ai Padri della Compagnia di Gesù, il castello fu trasformato in convento divenendo così un austero luogo di preghiera. Nel 1884, l'edificio fu acquistato dal Comune che lo destinò a sede municipale, scuola ed altri uffici pubblici, subendo notevoli trasformazioni ma conservando ad esempio il bel portale bugnato. Nelle fondamenta del palazzo è visitabile un antichissimo frantoio ipogeo. Fa parte del palazzo baronale quella che a Sava è nota a tutti come la "chiazza cuperta" luogo dove i frequentatori di piazza San Giovanni si rifugiano quando le condizioni del tempo sono avverse.

lunedì 1 agosto 2011

Il castello di lunedì 1 agosto



GALLARATE (VA) - Castello Visconti di Crenna

Posto sulla cima della collina dominante la valle dell’Arno, fu eretto nell’alto medioevo e citato per la prima volta nel 1160. Dominava tutta la piana di Gallarate dalla stupenda posizione sullo sperone della collina. Nel Medioevo, Gallarate appartenne al Contado del Seprio e ne seguì le vicende. Quando alla fine, Milano passò ai Visconti, questi nominarono un Capitano, con funzioni di polizia, e un Vicario, con funzioni giurisdizionali, a Gallarate. Nel Trecento, il Seprio venne assegnato a Lodrisio Visconti che si stabilì nel castello di Crenna e da qui tramò per impadronirsi del potere a Milano. Nel 1336 il cugino Azzone fece abbattere il castello e nel 1339 lo sconfisse definitivamente a Parabiago. Il castello di Crenna venne riedificato e assegnato a Esterolo, figlio di Lodrisio, da cui ebbe origine il ramo della famiglia Visconti che qui regnò sino al 1722. Durante il dominio visconteo Crenna non fu più protagonista di alcun fatto degno di nota. Con i sec. XVI e XVII il castello subì trasformazioni e adattamenti a seguito delle divisioni famigliari. Oggi è difficile distinguere le diverse fasi costruttive dei vari edifici che si affacciano sul terrazzo di Crenna, pesantemente trasformati durante la fine del secolo scorso e il primo trentennio del nostro. Attualmente si distinguono tre costruzioni che si susseguono sull’antico sito del castello, il palazzo più antico, la torre e un rosso edificio a foggia di castello, riadattamenti moderni dovuti ai De Rizzoli.