lunedì 31 ottobre 2016

Il castello di lunedì 31 ottobre






COSTA DI MEZZATE (BG) - Castello Camozzi Vertova

L’abitato di Costa di Mezzate è dominato dal Castello Camozzi Vertova che, pur sorgendo a mezza costa del Colle Alto denominato Colle San Geminiano, costituisce l’elemento di maggior spicco del paese. Venne eretto dall'imperatore Ottone I (962) ma dopo la sconfitta definitiva del Barbarossa nella battaglia di Legnano (1176), le proprietà furono assegnate dal Comune di Bergamo, alle famiglie fedelissime dei capitani, gli Albertoni de Vertua (Vertova), i Rogerio de Scalve e alla nobile famiglia Del Zoppo di Bergamo. Intorno al 1160 Albertus Albertoni de Vertua sul luogo dell’antica rocca difese Bergamo nella guerra contro il Barbarossa (lega di Pontida). Alberto de Vertua, che partecipò anche alla pace di Costanza (1183), rimase insignito, e con lui i discendenti, del dominio del castello, divenendo il capostipite dei Conti Vertova, poi Camozzi Vertova, che ereditò la proprietà. Nei secoli seguenti il castello fu al centro delle mire espansionistiche di Bernabò Visconti, duca di Milano, che però non riuscì a violare la fortificazione. Nel periodo delle Signorie, il castello adempì il suo ruolo di difesa dei luoghi e degli abitanti e si trovò al centro di fatti d’armi durante le guerre tra Milano e Venezia. Dopo la pace di Lodi (1454), il castello perse la sua funzione militare e diventò una residenza rinascimentale. Nel 1433 fu emanato un decreto, della Repubblica di Venezia, che “esentava per cinque anni da ogni carico reale, personale et misto quei di Bagnatica et Mezzate in riconoscimento della loro fedeltà et in riconoscenza delle sciagure sofferte". Alla ripresa delle ostilità tra le due potenze, il castello s’impose quale temibile baluardo di difese e permise alle truppe della Serenissima di salvarsi dai milanesi. I conti Vertova si estinsero in linea maschile nella prima metà del 1800, ma la loro nobile stirpe continuò in linea femminile attraverso l’ultima epigona, contessa Elisabetta, nei Camozzi de Gherardi Vertova. Ora la storia e la vita del castello continuano con la contessa Maria Edvige nei Palma Camozzi de Gherardi Vertova. Il castello è un vasto complesso formato da edifici, sorti in diverse epoche (dal XII al XVII secolo), la parte nord è la più antica e mantiene, pur dopo un restauro ottocentesco, il carattere tipico dei manieri medioevali. Al di là di questo primo nucleo si protendono verso il sottostante villaggio vari corpi di fabbrica trasformati in attraente residenza di campagna, nella quale si apre un’elegante loggia del ‘500. Risale al XV secolo la sistemazione di un magnifico giardino all’italiana, tuttora esistente. Per tutto il Medioevo il paese visse di riflesso le vicende tormentate di tutta la penisola come le lotte tra comuni, tra guelfi e ghibellini, le dominazioni straniere con le conseguenti miserie, acuite dalla peste, che colpirono la popolazione e portarono alla nascita d’istituzioni importanti come il Pio Consorzio della Misericordia e l’Assistenza ai poveri. La posizione strategica spiega la presenza di fortificazioni fin dai tempi più antichi, ma niente conferma l’ipotesi di un’origine romana del “castrum” medioevale, attorno al quale si formò il primo “vico”, popolato da agricoltori che lavoravano la sottostante campagna. Una torre in vetta al colle, avanzo duecentesco di una scomparsa rocca medievale che fu degli Albertoni, svolgeva le funzioni di osservatorio verso la valle e la pianura ed era il punto forte per la difesa del luogo. Notevole fu il contributo dato dalla famiglia Camozzi alle lotte per l’Unità d’Italia, soprattutto attraverso i fratelli Gabriele e Giovan Battista, che fu sindaco di Bergamo nel 1860 e senatore del regno. Garibaldi fu più volte ospite del castello, dal quale una colonna di volontari, chiamata colonna Camozzi e comandata da Gabriele, mosse per soccorrere Brescia, che sosteneva un’eroica resistenza contro gli austriaci. Esternamente il castello si presenta con un grande giardino composto da alberi secolari. La cinta muraria possiede torri angolari che garantivano un’ottima visuale durante i combattimenti. In epoca rinascimentale l'edificio ha subito alcune modifiche. Lungo la cinta muraria si può trovare un secondo ingresso, su cui sono scolpite nella pietra le insegne araldiche della famiglia proprietaria, i Vertova. Un leopardo e un’aquila accompagnano il motto di tale casato: Honor et gloria. Gli ambienti interni, per lo più di gusto neoclassico, custodiscono una notevole raccolta d'armi, di oggetti d'arte e di tele, alcune assai pregevoli: Madonna di Lorenzo Lotto; due ritratti di G.B. Moroni; Autoritratto di Antonie van Dyck; Marina di Venezia di Francesco Guardi; Sacra famiglia e Ritratto del Tintoretto; tre Ritratti di Fra' Galgario; Ritratto del Romanino; ciclo pittorico di Luigi Deleidi. L'interno del castello, il suo "cuore", differisce nettamente dalla corazza che lo avvolge. Infatti, vi si trova un cortiletto cinquecentesco di forma rettangolare, delimitato su tre lati da un porticato, sorretto da archi romanici che si appoggiano su eleganti colonne di arenaria. Sul lato nord del cortiletto interno è stata murata un’epigrafe che reca le seguenti parole a ricordo del capostipite della famiglia Alberto degli Albertoni dei Capitani di Vertova: «ALBERTUS ALBERTONUS DE CAPITANEIS DE VERTULA AD PACEM COSTANTIAE ORATOR ANNO MCLXXXIII ANTIQUIOR FAMILIAE D.D. COMITUM ET EQUITUM VERTUAE AUCTOR REPERTUS ET PROPAGATOR BERGOMI». Gli interni sono tutti affrescati e ben conservati, in particolare si ricorda il salone delle armi che presenta una volta a padiglione e le pareti affrescate con motivi del genere mitologico, realizzate nel XVIII secolo a cura di uno sconosciuto artista. Il castello è proprietà privata, non è perciò visitabile. Ecco un video molto interessante (di Provincia di Bergamo) sul maniero: https://www.youtube.com/watch?v=ufqpSgsU3IE. Altri link suggeriti: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/BG020-00224/, http://mapio.net/o/14770/ (ricco di foto da vedere).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Costa_di_Mezzate, http://www.comune.costadimezzate.bg.it/IlComune/CenniStorici/CastelloCamozziVertova.aspx, http://www.touringclub.it/destinazione/210230/castello-camozzi-vertova

Foto: la prima è presa da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2d/Costa_di_Mezzate_castello_03.jpg, la seconda è di Solaxart 2012 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Costa-Mezzate_Camozzi-Vertova.htm

sabato 29 ottobre 2016

Il castello di domenica 30 ottobre






AVETRANA (TA) – Castello di Mudonato

L'origine del casale è molto dubbia e può pensarsi solo in funzione di quella antica via Salentina che passava nei suoi pressi. Il toponimo potrebbe essere di origine patronimica, in quanto si ritrova nei Liber Baptizatorum del 1584, come cognome di alcune famiglie avetranesi. Il Foscarini cita Modonato come casale già esistente nel XIII secolo quando venne ristrutturato da un certo Nicolò Adimari. Nel corso del XIII secolo il Casale appartenne alla famiglia D'Aquino, conti di Acerra. Nel 1303 fu donato a Coletta di Belloloco, riconfermata nei possedimenti dal principe di Taranto Filippo come dono di nozze. Nel corso del XIV secolo, per cause ancora ignote, non fu abitato. Nel XVI secolo, sotto gli Aragonesi, Ferdinando II affidò il feudo di Modonato al marchese di Oria Roberto Bonifacio. Il successore di quest'ultimo, il figlio Bernardino, lo ingrandì dei territori circostanti della masseria Frassanito. Tra il 1562 ed 1567 il feudo fu di proprietà dei Borromeo. Fino all'avvento degli Imperiali, Modonato fu infeudato a vari signori, ed è probabile che fosse feudo distaccato da quello di Avetrana. Mentre i Romano erano signori di Avetrana, contemporaneamente gli Imperiali nella persona di Michele III erano signori di Modonato. Attualmente il castello è di proprietà della famiglia Mannarini. All´interno del complesso trova posto anche un antico edificio religioso che documenti diocesani indicano intitolato alla "Visitazione". Era destinato al culto degli affittuari della omonima masseria che sorge nelle vicinanze. Oggi la storica costruzione ospita un agriturismo (http://www.castellodimudonato.it/it/castello-di-mudonato/). Ecco un video ad essa dedicato: https://www.youtube.com/watch?v=95P6X4KoFOg (di TurismoinPuglia).


venerdì 28 ottobre 2016

Il castello di sabato 29 ottobre






QUARTU SANT’ELENA (CA) – Torre di Foxi

La torre, costruita nell'omonima spiaggia del litorale di Quartu, fu eretta dagli Spagnoli, secondo Michele de Moncada, nel 1578. Essendo una torresillas, il suo scopo era quello di controllare le coste dagli sbarchi dei saraceni, era controllata da due soldati con armi leggere che intercomunicavano a ovest con la torre di Carcangiolas e a est con quella di S.Andrea, oggi distrutta. La torre si trova a 2 mt. sul livello del mare, costruita in materiale granitico, la sua struttura è troncoconica divisa in tre livelli. Nella parte bassa si trova la cisterna e il magazzino, in quella centrale, con ambiente voltato a cupola, vi era l'alloggio delle guardie e la parte alta è quella per l'avvistamento. Per accedere all'interno, serviva una scala mobile (in legno o di corda) perchè l'entrata è rialzata. La torre è in buono stato di conservazione anche se purtroppo è stata imbrattata, sia internamente che esternamente.


Il castello di venerdì 28 ottobre






CASTELLETTO SOPRA TICINO (NO) - Castello Torriani-Visconti

Nel Medioevo, in un atto notarile del 1145, apparve per la prima volta il nome di Castelletto, legato chiaramente al castello, appartenuto prima alla signoria dei Torriani e donato come feudo il 6 agosto 1329 dall'imperatore Ludovico il Bavaro ad Ottorino Visconti, i cui discendenti lo abitano tuttora. Pur essendo stato adattato alle nuove esigenze abitative, conserva ancora l'imponente torrione originale quadrato, a blocchi di pietra, testimone di plurime vicende storiche. Nel 1332 Giovanni Visconti, divenuto vescovo di Novara, incluse l'ampio territorio nel Ducato di Milano. A questo periodo storico risale la concessione imperiale delle peschiere, fissate prevalentemente nell'alveo del Ticino. Le più antiche erano quelle di Sambrasca, Novelliola e Piana situate prima dell'ansa del Motto del Castello. Al 1340 risalgono gli Statuti di Castelletto, insieme di leggi che governarono la vita del borgo, trascritti da Simone Gafforio, che testimoniano il prestigio di questo Comune. Lo si vede, infatti, dominare in quell'epoca il traffico mercantile tra i Cantoni transalpini, Milano, Pavia, Venezia coi suoi abili navaroli e paroni alla guida di burchielli, che scendevano le acque del Ticino e lo risalivano contro corrente dall'alzaia, al traino di coppie di cavalli. Tra gli edifici ecclesiastici che segnalano il diffondersi della religiosità si ricordano la Chiesa di Santa Maria d'Egro, ricostruita in età barocca, la chiesetta di Sant'Anna all'interno ancora decorata da affreschi e l'oratorio di Sant'Ippolito di Glisente con affreschi dei secoli XV e XVI. Incisiva fu la presenza del vescovo Carlo Bascapè, giunto a Novara nel 1593, sostenitore dei principi emanati dal Concilio di Trento. La sua fermezza nell'organizzazione e nel controllo della diocesi diede impulso ad una più profonda religiosità e favorì la fondazione delle Confraternite. Qui si costituirono quelle del S.S. Sacramento, del Rosario e del Suffragio. Seguirono gradualmente la ricostruzione della Chiesa di Santa Maria d'Egro, l'erezione dell'annessa Cappella Ossario, della nuova chiesa parrocchiale di Sant'Antonio Abate e dell'oratorio di San Carlo. Dopo il Trattato di Aquisgrana (1748) il possesso del centro di Castelletto passò ai Savoia. L'armistizio di Cherasco del 1796, a seguito delle vittorie napoleoniche sulle truppe sabaude, segnò l'occupazione del territorio da parte dei francesi. Inserito nella Repubblica Cisalpina, fu interessato all'apertura della nuova arteria del Sempione, inaugurata nel 1805. Per l’edificazione della fortezza di Castelletto Sopra Ticino fu scelta una posizione strategica in vicinanza del fiume, su un poggio digradante verso lo stesso. Verosimilmente venne inizialmente eretta una torre che controllava l’attraversamento del Ticino; anche sull’altra sponda, quella lombarda nel comune di Sesto Calende, era presente una fortificazione e la località era detta Torre. Una indicazione relativa alla possibile esistenza di una fortificazione viene fornita dallo storico locale don Giuseppe Arista (1663-1725) che così afferma: Castelletto [...] che si dice sopra Tesino [...] trasse l’origine sua dal picciolo Castello, posto di guardia al magnifico Ponte fabricato da Beloveso primo Re de Galli Cisalpini. Già posseduto dai da Castello, passò in seguito ai milanesi della Torre o Torriani. Nel 1275 i Visconti cercarono di impossessarsi del maniero, ottenendo il riconoscimento ufficiale solo nel 1329 quando l’imperatore Lodovico il Bavaro, in un diploma emesso a Pavia il 6 agosto, ne concesse il possesso a Ottorino Visconti, figlio di Uberto detto il Picco. Il sovrano si limitò a confermare ciò che Ottorino già amministrava, cioè […] il possesso del mero e misto imperio, della giurisdizione semplice e del castello e della terra di Castelletto, nonché dei pedaggi, dei dazi sulle merci e del diritto di pesca sul Ticino entro i confini del territorio. Nel 1358, per ordine del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, fu disposta la demolizione di alcune fortificazioni del novarese; tra di esse, secondo l’Arista, anche quella castellettese. Il castello ed il territorio comunale furono in seguito posseduti da Uberto che fece legittimare i figli Ermes e Lancillotto Visconti. Questi ultimi decisero di risiedere entrambi nel maniero e risolsero di dividerlo estraendo a sorte le due parti. Ancora oggi è presente un alto muro che divide il cortile interno: al primo spettò la parte settentrionale, al secondo quella meridionale. Di comune pertinenza rimanevano invece alcuni edifici esterni, quali la stalla, il fienile, l’orto e il terreno circostante. Entrambi gli eredi ebbero una numerosa discendenza, gran parte della quale si stabilì nel maniero castellettese. Per questo motivo vennero apportate numerose modifiche alla struttura esistente e realizzati nuovi locali in prossimità di quelli già presenti. Ermes nel 1413 fu nominato barone di Ornavasso, mentre nel 1464 un figlio di Lancillotto, Alberto, a titolo d’onore per i servigi resi al re Ferdinando d’Aragona, venne adottato da questi con il diritto di fregiarsi del cognome e dello stemma reale. Da Alberto, quindi, discese il ramo dei Visconti d’Aragona, con i Visconti d’Ornavasso consignori di Castelletto. Le due famiglie Visconti mantennero congiuntamente la proprietà del castello fino al 1896 quando si estinse il ramo d’Aragona con il marchese Alberto; l’altro casato ebbe invece a terminare con l’ultima discendente, baronessa Maria Teresa Visconti d’Ornavasso sposata a un conte Perrone di San Martino. Il maniero di Castelletto Sopra Ticino ha mantenuto l’antica struttura a pianta vagamente quadrangolare con quattro torri fortificate verso gli angoli: due di queste sono oggi inglobate nella facciata principale, mentre le altre, verso il fiume, nella parte del rustico, sono mozze e mutate nelle loro strutture. La torre più antica, che svolse funzioni di guardia, è quella situata a sud-est nel punto più prossimo al fiume. Oggi risulta mozza ed è databile all’XI-XII secolo. Ha pianta quadrata con possenti muri di ciottoli, rinforzati agli spigoli da conci in pietra; attualmente è coperta da un tetto a quattro falde con manto in coppi. Nel corso del XVI sec. l’edificio prese a trasformarsi in residenza secondo le necessità dei rispettivi proprietari. Buona parte del castello venne impiegata come abitazione, comprese le torri nord-ovest e sud-ovest; quella di sud-est e la parte orientale, invece, servirono per gli usi agricoli. La parte che ha subito più trasformazioni si identifica con l’ala occidentale. La torre nord-ovest, la cui ultima ristrutturazione è avvenuta nell’Ottocento, era coronata da una merlatura, oggi trasformata in altana, su cui venne realizzata una copertura a quattro spioventi. Sulla facciata principale è ancora visibile lo stemma dei Visconti d’Ornavasso, in pietra bianca d’Angera, mentre rimangono scolpiti sui pilastri del cancello d’ingresso i rispettivi stemmi nobiliari: quello del ramo dei Visconti d’Ornavasso e quello dei Visconti d’Aragona. Un ampio parco piantumato circonda l’intero edificio.
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelletto_sopra_Ticino, testo di Stefano Della Sala su http://www.100castellinovara.it/castle?filter=Y2FzdGVsbGV0dG9fc29wcmFfdGljaW5v
Foto: la prima è presa da http://www.ariarona.it/img/Castello%20Castelletto.jpg, la seconda è di Marco Ferrari su http://www.panoramio.com/photo/100031738

giovedì 27 ottobre 2016

Il castello di giovedì 27 ottobre






USSITA (MC) - Castello

L'origine del toponimo di Ussita non è chiara. Le ipotesi più plausibili lo riconducono al latino exitus, uscita, porta, valico, o alla tribù sannitica degli Ussiti che si rifugiò sugli Appennini, o ad un'espressione albanese che significa "acqua impetuosa". La storia di Ussita è legata a quella di Visso, di cui era la più importante delle cinque "guaite" che nel XIII secolo, svincolatesi dall'autorità dei feudatari, entrarono a far parte di questo comune, mantenendo tuttavia l'autonomia amministrativa. Risale al 1380 la costruzione del castello sul colle Fantellino, ad opera dei Vissani col consenso e l'aiuto di Rodolfo II Da Varano che aveva avuto dal papa il Vicariato su Visso nel 1356. Il castello costituiva la fortezza avanzata del comune contro attacchi provenienti da Montefortino, Amandola, Montemonaco e Acquacanina. Consisteva in una cinta muraria di forma trapezoidale, con parapetti e merli, difesa da cinque torri e da un fossato esterno. Dopo la battaglia del Pian Perduto (1522), che pose termine alle secolari contese tra Norcia e Visso, preceduta nel 1514 dalla mediazione del vescovo di Chiusi Niccolò Bonafede, che delimitò i confini con i Montefortinesi presso Castelmanardo, e nel 1521 dal lodo arbitrale di Giovanni Maria da Varano, che rese sicuri i confini il castello, venuta meno la funzione militare del castello, esso perse d'importanza avviandosi verso un periodo di decadenza. L'edificio fu demolito ad eccezione della torre del cassero, a base quadrata, attorno alla quale fu costruita una cappella inglobandone la base per circa quattro metri di altezza. I lavori furono ultimati nel 1914. In una planimetria del Catasto Gregoriano, risalente all`inizio del XIX secolo, conservata presso l'Archivio di Stato di Macerata, è riportato il perimetro del castello. Esso ha una forma trapezoidale: il lato più lungo (a nord-ovest) misura 150 m, quello più corto (a sud-est) 90 m e la larghezza è di 66 m. Si contano nove torri: quattro angolari e quattro intermedie, inglobate nel perimetro, mentre la nona torre potrebbe essere quella del cassero costruita vicina all'ingresso. All'interno del perimetro non è riportato alcun edificio. La chiesa del cimitero comunale di Ussita fu progettata dall`ingegnere F. Sneider di Roma e costruita dai fratelli Pettinelli di Matelica nel 1932. A ricordo dell'evento furono incisi i loro nomi sulla cancellata d'ingresso (sembra da escludersi l'ipotesi che l'iscrizione si riferisca alla sola cancellata). Nella chiesa venne sepolto il cardinal Pietro Gasparri (5 maggio 1846 - 18 novembre 1934) Segretario di Stato della Città del Vaticano, nativo di Ussita. Sulla sua tomba fu posta una lapide. Altre notizie storiche sono rintracciabili qui: http://www.ussita-frontignano.com/guida-turistica/storia-ussita/. Il centro abitato, purtroppo, è stato gravemente danneggiato dal terremoto del 26 ottobre 2016 con epicentro a Castelsantangelo sul Nera: la scossa ha demolito la facciata della Chiesa di Ussita. Al momento non so dirvi se la torre del castello abbia riportato danni e in che condizione si trovi.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ussita, http://www.sibillini.net/il_parco/cultura_territorio/Castelli/ussita.php, http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca.aspx?ids=72020

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-ussita-mc/

mercoledì 26 ottobre 2016

Il castello di mercoledì 26 ottobre






CORBETTA (MI) - Castelletto

Detto anche Castrum Sancti Ambrosii o Castello di Sant'Ambrogio o ancora Castello del Crociato, è il principale edificio difensivo di origine medievale situato a Corbetta. Il Castelletto rappresenta l'ultimo frammento murario di una costruzione risalente al secolo IX di cui troviamo traccia già in autori antichi. Probabilmente dall'XI secolo la struttura divenne di proprietà degli arcivescovi di Milano. L’importanza strategica del castello per la difesa del borgo e del territorio è testimoniata dalle occupazioni che si sono susseguite nei secoli. Nell'ambito della guerra tra papato ed impero, il 29 maggio 1037 il castello fu oggetto di un tentativo di assedio da parte dell'imperatore Corrado il Salico il quale si appressò al castello con le proprie truppe per combattere i difensori inviati dall'arcivescovo milanese Ariberto da Intimiano. Sin dai primi colpi dell'assedio, ad ogni modo, si scatenò un violento temporale ed apparve in cielo, secondo il racconto redatto dallo storico tedesco Wippone, la figura di Sant'Ambrogio che intimò al sovrano di abbandonare il luogo per non incorrere in amare sconfitte. Dopo questi presagi, l'imperatore tolse l'assedio al castello e si concentrò altrove, ma il luogo fu nuovamente oggetto di devastazioni ad opera di Federico Barbarossa nel 1154 e di Federico II nel 1239. Si perdono poi le tracce del fortilizio sino al 1270 quando Napo Torriani ne ordinò un primo ampliamento, proseguito poi sotto la guida di Matteo, Galeazzo, Gian Galeazzo e Filippo Maria durante le guerre del Monferrato. Il ruolo difensivo del castello venne mantenuto con tutta probabilità sino al XVII secolo quando, ormai obsoleto per le nuove tecniche di guerra e per la nuova situazione politica creatasi col dominio spagnolo, venne quasi completamente smantellato ed il materiale che lo costituiva venne reimpiegato come di solito accadeva, per la costruzione delle vicine Villa Frisiani Mereghetti e Villa Borri Manzoli. La struttura originaria, come lascia intuire la torre angolare, doveva avere la classica pianta quadrangolare terminante in ciascun angolo con un torrione difensivo di cui l'unico conservatosi è quello ancora oggi visibile. Il complesso odierno, di proprietà della famiglia Corbellini, situato in piazza Corbas, presenta solo alcune parti originarie ed è il frutto di un'opera di restauro dell'architetto Piero Portaluppi negli anni 1941-1942, alla quale si è aggiunta un'ulteriore serie di ampliamenti negli anni dal 1959 al 1963. Il colonnato interno al giardino e l'abside di una porta (lato est), provenienti da un monastero degli Stimmatini di Sezano (Verona) e risalenti al Cinquecento, sono stati donati dalle Cartiere di Fabriano. Il parco conserva ancora le vestigia delle antiche mura perimetrali del castrum romano di Curia Picta, nonché altri reperti dell'epoca (tra cui la tomba di un centurione) e di epoche successive (per esempio un angelo, oggetto di leggende, collocato un tempo sulla torre campanaria). Il giardino è ricco inoltre di numerose specie arboree, alcune delle quali pare acquistate dal rag. Guido Corbellini (che ne divenne proprietario durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale) che lo realizzò tra il 1950 ed il 1970, impostandolo su effetti scenografici tesi a valorizzare l'intero complesso architettonico. Nel giardino si può ancora vedere una filanda costruita nell’Ottocento. Oggi la costruzione è impiegata come location per matrimoni ed altri eventi speciali (http://www.residenzedepoca.it/matrimoni/s/location/castellettocorbetta/, https://www.facebook.com/liliana.mollese). Altro link suggerito: http://www.parcoagricolosudmilano.it/i-comuni-del-parco/37-corbetta.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelletto_(Corbetta), http://www.bibliocorbetta.it/index.php/banche-dati-risorse-88/18-corbetta/119-castello  

Foto: la prima è presa da http://www.alternativabanqueting.com/wp-content/uploads/2015/06/Castello-di-Corbetta.jpg, la seconda invece da http://www.comune.corbetta.mi.it/media/15018/santambrogiocastle.jpg

martedì 25 ottobre 2016

Il castello di martedì 25 ottobre






CAMPELLO SUL CLITUNNO (PG) - Castello di Acera

Posto all’incrocio di una fitta rete di itinerari secondari, che univano il territorio di Spoleto alla Valnerina, il castello di Acera sorge a 972 metri di altitudine, alle pendici dei monti Maggiore (m 1428) e Grande (m 1318) in posizione dominante (m 972) sulla valle dello Spina in una zona di montagna ricca di pascoli e di tartufaie. Nel 1296 il Comune di Spoleto faceva riedificare nei monti sopra Campello un castello, perché vi trovassero albergo le famiglie disperse di Acera e di Spina, e vi mandava un podestà. L’Acera e la Spina erano due vecchie ville, gli abitanti delle quali venivano allora da Spoleto riuniti in un solo luogo. Acera fu la prima villa del contado di Spoleto che divenne castello. Nel parlamento provinciale tenuto a Spoleto nel 1361, durante il quale si stabilirono alcune modalità per reperire la somma necessaria alla costruzione della rocca spoletiìna, fu votata un’imposta di 10 soldi per ogni persona che avesse più di sette anni: Castrum Acere contribuì con 15 fiorini. Nel secolo XIV ebbe un proprio castellano. Nel secolo XIV appartenne a Lanfranco Campello, signore anche di La Spina dove possedeva una rocca nella quale si ritirò a vivere nel 1417 . Il castello dell’Acera si dotò di uno Statuto, compilato nel 1505. Nel 1522 tanto Acera che Spina parteciparono alla ribellione dei castelli del distretto contro Spoleto. Una prima spedizione contro Acera fallì, perché Andrea Pianciani, che aveva lì presso le sue rocche, tagliò la strada alle milizie spoletine. Il castello resistette per alcuni giorni poi capitolò insieme a La Spina e i due fortilizi restarono, fino al 1860, sotto la giurisdizione di Spoleto. Dopo il 1860 vennero inclusi nel territorio del Comune di Campello sul Clitunno. L’abitato attuale si presenta in discreto stato di conservazione, e sono evidenti molte tracce della sua struttura medievale: la porta d'ingresso, alcune torri e tratti di mura. La viabilità e la disposizione del tessuto urbano seguono l’andamento del terreno lineare nella parte inferiore, circolare in quella più alta. Il nucleo più antico suddiviso abbastanza regolarmente e anche la Chiesa di S. Biagio, ha lo stesso orientamento. L’edificio conserva resti di murature, forse romaniche. Ben conservate sono anche alcune torri e tratti di mura. Accanto alla porta di ingresso al castello si trova una chiesa intitolata alla Madonna, decorata di affreschi, ma in cattivo stato di conservazione. Era proprietà della locale confraternita, che possedeva anche, al piano superiore, una grande stanza per le proprie riunioni e per le assemblee degli abitanti. Nei pressi sorgeva il forno pubblico. Molto interessante il complesso con torre poligonale, posto lungo la strada di accesso principale, residenza dei Prioreschi, una delle famiglie più importanti del piccolo centro. L’edificio risale in gran parte al sec. XVIII, quando ottenuto il permesso di costruire sopra le mura di cinta, la famiglia eresse la propria dimora inglobando due torri, l’uno trecentesca, di pianta rettangolare, e quella pentagonale, cinquecentesca. Altro link suggerito: http://www.ecomuseocampello.it/il-territorio/i-borghi-medioevali/acera/

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-acera-campello-sul-clitunno/ (con tante foto da vedere), https://it.wikipedia.org/wiki/Acera

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-acera-campello-sul-clitunno/, la seconda è presa da http://www.ecomuseocampello.it/wp-content/uploads/2015/02/9-acera.jpg

lunedì 24 ottobre 2016

Il castello di lunedì 24 ottobre






CAMPELLO SUL CLITUNNO (PG) - Castello di Campello Alto

L'antico nucleo dell'attuale comune si trova nella frazione di Campello Alto, un castello costruito secondo la tradizione nel 921 da Rovero di Champeaux, barone di Borgogna, sulla cima di un colle a 514 metri s.l.m. Da esso deriverebbe la famiglia dei conti Campello ed il nome del paese. Egli proveniva da Reims ed era al seguito del duca Guido di Spoleto: Lamberto, imperatore del Sacro Romano Impero, gli concedeva la facoltà di costruire una fortezza su un colle. Ad esso associava un feudo con otto villaggi, chiamato "Gualdi Rainieri". Seguaci di Federico II e nemici della Chiesa, essi vennero apostrofati da papa Onorio III, nel 1226, come figli del diavolo, "Tancredi filius beliàl". Federico I, Enrico VI e Federico II confermarono sempre la giurisdizione del castello ai conti di Campello perché favorivano gli Svevi contro la Chiesa. Nel 1247 il cardinal legato Capocci riconobbe il possesso di Campello al Comune di Spoleto. Alla metà del XIV secolo venne assalito dai mercenari eugubini del gonfaloniere spoletino Pietro Pianciani , ma l’animosità dei conti di Campello contro la Chiesa fece si che Argento dei conti di Campello raccolse le milizie per riprenderselo e gli abitanti di Spoleto rimborsarono i Campello dei danni subiti. Solamente nel 1390 i conti di Campello cedettero ai massari del luogo i loro diritti feudali sul castello. Da quel periodo e fino al XVIII secolo il castello rimase unito alla città di Spoleto; divenne poi comune autonomo. Infatti nel XVI secolo il feudo si dotò degli Statuti, redatti dai massari, dal conte e dal notaio Spineo. Attualmente, la frazione conta 57 abitanti (dati Istat, 2001). Il perimetro del ca­stello è di circa 500 mt. Le mura, una volta culminanti in merli guelfi, ebbero attorno dei fossati. Con visibili resti di cannonieri, beccatelli in pietra, numerosi archi e finestre, appartenuti alle case che si addossavano ad esse, si sono conservate nel loro circuito originario e permettono al complesso di serbare l'aspetto compatto, tipico del castello medievale, reso ancora più suggestivo dalla posizione isolata, sullo sfondo di uno scenario paesaggistico di incomparabile bellezza. Un tracciato pedemontano medie­vale, costituito da una strada a forma di spirale, collegava Campello Alto alla viabilità di pianu­ra, il cui asse principale era la via Flaminia. Il centro abitato del castello conserva in gran parte la struttura trecentesca, sia nei tratti superstiti delle alte e solidissime mura e torri, che nell'edilizia. En­trando, si aveva, a sinistra, la residenza dei feudatari (ora il torrione è detto le “Carceri”), a destra il palazzotto del corpo di guardia. Le case erano tutte dentro le mura, con la chiesa al centro; lungo la stretta via principale si trovavano anche due botteghe e un macello. Il palazzetto comunale di Campello era davanti la chiesa. All’interno del castello ci fu un monastero francescano, San Giovanni Battista, fondato nel 1332, e del quale resta solo il portale, utilizzato in una casa privata. Ben conservati sono la porta d'ingresso e l'appara­to difensivo ad essa congiunto, nonché l'edificio pubblico, e la chiesa parrocchiale, dedicata a S. Donato, vescovo e martire. L'edificio, più volte rimaneggiato, mantiene nella facciata e sul fianco sinistro i caratteri medievali (campanile di 25 metri ex torre medievale), mentre all'interno si presenta nell'aspetto conferi­togli nel corso del restauro del secolo scorso. Da segnalare la presenza di un altare ligneo in stile barocco e affreschi votivi del XV secolo. Altri link suggeriti: http://www.ecomuseocampello.it/il-territorio/i-castelli/il-castello-di-campello-alto/, https://www.youtube.com/watch?v=tzB7AsoE99E (video di Claudio Mortini), https://www.youtube.com/watch?v=xS73jFVu0Bs (video di Video Nair)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Campello_sul_Clitunno#Campello_Alto, scheda di Albina Contenti su http://www.icastelli.it/castle-1311679107-castello_di_campello_alto-it.php, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-campello-alto/ (con molte foto da vedere)

Foto: la prima è presa da http://www.ecomuseocampello.it/il-territorio/i-castelli/il-castello-di-campello-alto/, la seconda è presa da https://i.ytimg.com/vi/xS73jFVu0Bs/maxresdefault.jpg

domenica 23 ottobre 2016

Il castello di domenica 23 ottobre



 


ORINO (VA) – Rocca

In mezzo ai boschi, su un’altura ad una ventina di minuti di passeggiata dal centro ed a 525 metri sul livello del mare, sorge la Rocca di Orino, in posizione strategica, a controllo sia di gran parte della Valcuvia, sia del territorio verso il lago Maggiore e Laveno. Il primo nucleo della fortezza, situata a nord-est del paese, si suppone risalga al III secolo a.C., ma dell'insediamento originario non sono rimaste tracce. In base ai documenti ritrovati si datano le origini della rocca attorno al XII secolo, quando la Valcuvia faceva parte del Seprio. La sua costruzione fu necessaria nel contesto delle lotte che in quel XII secolo impegnarono i Comaschi e i Milanesi, infatti una fortezza situata in Valcuvia evitava che le truppe, superato il fiume Tresa, potessero, per la Valcuvia, raggiungere Besozzo e Varese. Si ritiene che la Rocca sia stata ampliata e rafforzata in epoca viscon­teo-sforzesca. Durante il Medioevo, venne usato per la costruzione il materiale ricavato da rocce calcaree presenti nella collina, la parte occidentale, più alta della collina, fu utilizzata per erigervi il mastio. La Valcuvia, nel 1513 venne occupata dagli Elvetici,che non riuscirono a demolirla tranne che una parte, poi, appena dopo la battaglia di Marignano del 1515, le truppe del capitano Mondragon li respinsero a valle. La rocca è citata anche in alcuni documenti del '600, per cui si pensa che in quel periodo il Castello avesse ancora un certo rilievo. La menzione di impieghi agricoli all'interno della proprietà della Rocca fanno dedurre che a quel tempo non aveva più alcuna funzione militare. Risulta con certezza che la Rocca fosse di proprietà dei Cotta nel 1722 perchè emerge mappa misurata nel 1722 dal geometra Valentino Mantovani, mappa poi utilizzata per il "Catasto Teresiano". I Cotta, feudatari di Valcuvia, risiedevano in genere a Milano, tranne qualche rara eccezione Certamente la Rocca non fu impiegata per gli usi legati ai compiti propri del feudatario quali l'esercizio della giustizia, la sede del bargello, quella della prigione: tali funzioni, come ricorda la relazione del 1644 più sopra citata, avevano la loro sede a Cuvio. Lo stemma della famiglia Cotta riportava un'aquila con in seno uno scudo di rosso in cui sta una cotta (tunica) bianca. La Rocca di Orino è localmente denominata "Roca di Arian"; la leggenda vuole che gli Ariani, cacciati da Milano dal Vescovo Sant'Ambrogio, in seguito alla condanna della loro dottrina da parte della Chiesa, si fossero rifugiati in cima al colle che attualmente ospita l'abitato di Santa Maria del Monte. Sempre secondo la leggenda, gli Ariani occuparono la Rocca di Orino e la presidiarono sino alla conquista del "Forte di Varese" avvenuta nel 389 d.C. da parte delle truppe milanesi. La tradizione locale vuole che gli Ariani furono messi in fuga, oltre che dal sopraggiungere dell'esercito ambrosiano, dall'apparizione della figura di San Lorenzo avvolta nelle fiamme. Gli abitanti, riconoscenti, chiamarono il luogo dell'apparizione San Lorenzo. Attualmente in questa località sorge la piccola chiesa di San Lorenzo con annesso il cimitero del Comune di Orino. La rocca consiste in un grande quadrilatero circondato da un mura e difeso da torretta sulla cinta muraria. All’interno dell’ampio ricetto si trovano la cisterna e, all’angolo nord – ovest, la Rocchetta, oggi ormai in rovina, con una torre a sud – ovest. Il muro di cinta all’ingresso principale presenta una merlatura frutto dei riadattamenti di inizio del secolo, così come la rettangolare torre all’angolo nord-est e la torretta a nord. All'inizio del secolo scorso è stata sottoposta a lavori di ristrutturazione dall'allora proprietario Mario Sangalli. La ristrutturazione continua tuttora grazie all'opera del nuovo proprietario, la Sig.ra Piera Vedani Mascioni, per preservare e valorizzare ciò che resta dell'antica fortificazione. Leggende locali asseriscono l'esistenza di un fantasma nella Rocca. Sicuramente la più nota è quella legata alla figura di Ada, la sposa di Marchione, capitano mercenario delle truppe svizzere che nel 1513 occuparono la Valcuvia. Narra la leggenda che Marchione, stanziato con la sua guarnigione presso la Rocca di Orino, per gelosia, precipitò in un trabocchetto mortale la giovane Ada e fece imprigionare nelle segrete del castello il fratello di Ada, Francesco, suo luogotenente. Successivamente lo stesso Marchione cadde vittima di una ribellione dei suoi stessi mercenari, che, minacciati dall'arrivo dell'esercito spagnolo, volevano fare ritorno alle proprie terre. Francesco, dopo la ritirata degli svizzeri, venne abbandonato nelle segrete della rocca, condannato a morire di fame. Si dice che il suo spirito inquieto stia vagabondando da allora, latore di presagi maligni, nei boschi della rocca e nei racconti della gente.


Foto: la prima è di Carlo Dell’Orto su https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/ca/Rocca_di_Orino_01,_foto_di_Carlo_Dell'Orto.jpg, la seconda è presa da http://annasemplicemente.blogspot.it/2012/08/castelli-la-rocca-di-orino-va.html

sabato 22 ottobre 2016

Il castello di sabato 22 ottobre






ARCOLE (VR) – Castello

E' opinione oramai consolidata che, nell'epoca medievale, Arcole ebbe scarsa importanza come centro di potere, poiché si presume che non fu mai sede di una signoria rurale. Nella prima pubblicazione di storia arcolese, Don Penzo affermò che “signorotti feudatari ad Arcole non ne furono mai, e il suo castello, che serviva ad usi agricoli, fu distrutto insieme con il castello di S. Bonifacio da cui dipendeva e cioè nell’anno 1242.” Dello stesso parere fu anche il Barbieri, il quale sostenne che nel castello di Arcole, “adibito ad ospitare le popolazioni in caso di pericolo, non albergò mai una corte feudale”. Più recentemente i fratelli Ballarin asseriscono che “l’appellativo castrum attribuito ad Arcole deve intendersi nel senso di luogo fortificato. Infatti  come centro amministrativo il paese non ebbe importanza tale da far assumere al termine il valore di nome qualificativo. Non fu mai sede d’una signoria”. Infine il Santi, nel suo recente contributo, ribadisce che “esisteva già nel X secolo un luogo fortificato ad Arcole ma di consistenza ridotta con funzioni prettamente difensive rispetto alle invasioni e alla custodia delle derrate alimentari altrimenti in balia delle scorribande barbariche”. Egli non accenna ad alcuna presenza di signoria rurale nel castello, ma afferma che le “vicende che legheranno la fortificazione ad alcuni episodi verificatesi a livello locale e regionale inducono a credere che avesse una discreta rilevanza in campo difensivo per i diversi eserciti che si succedettero tra il XII e il XIV secolo”. Poi conclude sostenendo che “questo fortilizio costituiva un sistema di difesa insieme a quello di S. Bonifacio. Infatti la distruzione avvenne contemporaneamente proprio per annientare la potenzialità difensiva di entrambi i castelli”. E’ tuttavia noto che la costruzione di un castello ha determinato spesso l’origine di una signoria rurale. Il fenomeno dell’incastellamento medievale, ossia il risultato di una lenta trasformazione dagli insediamenti sparsi, dei secoli antecedenti al X,  ad una nuova forma di habitat più compatta e organizzata attraverso i castra o villaggi fortificati, è collocabile tra la fine del IX  e il X secolo, quando l'Italia fu travolta dagli attacchi di tre diverse popolazioni: i saraceni, ossia dei pirati che, partendo dai porti controllati dagli arabi, compivano scorrerie nelle terre costiere; i Normanni, un feroce popolo nordico che invase il Sud Italia; gli Ungari (detti anche magiari) un popolo ugro-finnico  originario dai territori dei monti Urali, che si spostò verso le pianure della Russia meridionale, da dove partirono le varie incursioni nel Nord dell’Italia. Gli ungari, chiamati dall’imperatore Arnolfo in aiuto contro il re Berengario I, valicarono la prima volta i confini orientali dell’Italia, provenienti dalla regione del basso Volga, nell’estate del 899 e “devastata la marca friulana giunsero sino a Verona spogliando con inaudita ferocia tutto il paese e senza incontrare resistenza penetrarono anche dentro le più solide difese delle città e dei castelli murati”. Anche la pianura veronese fu teatro delle incursioni ungare ed i nostri paesi, posti lungo la strada Postumia, subirono la stessa sorte. Dopo essere giunti sino a Pavia, gli ungari inflissero una tremenda sconfitta a Berengario I°, il re d’Italia che li affrontò sul Brenta il 24 settembre dello stesso anno. Poi ripassarono le Alpi, per ritornare più o meno numerosi negli anni seguenti, fino al 958 circa, a ripetere le loro scorrerie. Con la situazione di insicurezza e di pericolo per la nuova ondata di invasioni e la progressiva dissoluzione dell’impero carolingio, con la conseguente degenerazione del sistema feudale e l’incapacità di fronteggiare questi nemici, si pose ben presto il problema della difesa. Considerato che sul terreno aperto gli ungari erano difficilmente battibili, l’unica difesa era quella passiva di rifugiarsi all’interno di aree fortificate. Sulla base di questa esigenza Berengario I concesse, a tutte le comunità rurali che ne fecero richiesta, l’autorizzazione per la costruzione di castelli e fortificazioni. La prima conseguenza evidente del fenomeno dell’incastellamento è la diffusione nel contado dei castelli, che lentamente si sostituiranno alla tipologia di insediamento che era stata tipica dell’alto-medioevo, la curtis. La pianura, quella veronese fra le prime, si ricoprì di castelli, all’inizio rudimentalmente muniti, spesso con opere fisse in legno, circondati da un fossato che, fra tutto l’apprestamento difensivo, era l’elemento più efficace. I primi castelli sorti nel nostro territorio sono quelli di Bionde (915), Tombazosana (920), Ronco all’Adige (929), Roverchiara (941), Illasi (970), Porcile (983), Cavalpone (990) ed altri a San Bonifacio, Cologna Veneta, Albaredo d’Adige, Soave e Caldiero. Fra i castelli più antichi vi è anche quello di Arcole, il cui nome compare in un atto di donazione dell'aprile 979, con il quale Mainfredo, un longobardo di Cologna Veneta, dona ad Ardeunga, abitante nel castello di Lonigo, una "terra casaliva cum casa super se habente quod est scandolata in/fra castro qui vocatur Arcula...". Il castello sorse molto probabilmente nei primi decenni del X secolo, a seguito delle prime devastanti scorrerie ungare, in un’area rialzata e protetta ad ovest dalla valle zerpana, dove scorrevano corsi d’acqua come l’Adige, l’Alpone, il Tramigna, il Masera, che da sempre hanno rappresentato una fonte di cibo e di sicurezza per le comunità che si insediarono nelle vicinanze.
Il centro abitato di Arcole si stende ai margini di un vasto terrazzo sabbioso, sopraelevato anche di 5-6 metri rispetto al piano dove scorrevano l'Alpone e gli altri corsi d'acqua e circoscritto da profonde scarpate semicircolari e a gradinate. In questo luogo esisteva un antico insediamento longobardo (VII-VIII secolo), favorito dalla posizione rilevata di quest’area situata nella pianura veronese, ai piedi delle colline lessinee, appena fuori dalle ampie zone paludose che un tempo la segnavano. Le opere di difesa del primitivo castello erano rappresentate  da un fossato che scorreva a nord, ovest e sud, alla base delle scarpate naturali, in parte coincidente con l’attuale scolo Palù (da palude), che ha origine a sud di San Bonifacio in località Fontanelle. Nello scolo Palù confluisce un corso d’acqua minore che ancora oggi viene chiamato “Fossa Ungara”. Questa ha origine dalla Togna (detto anche Fossa Rabbiosa), a nord di Santo Stefano di Zimella, dove segna il confine con la provincia di Vicenza, poi prosegue verso Volpino e Gazzolo, in cui coincide con il confine comunale, quindi piega in direzione sud-ovest e termina nello scolo Palù nei pressi della chiesa di Santa Maria dell’Alzana. E’ facile supporre che questa fossa sia stata realizzata per costituire una prima linea di difesa (dalle incursioni degli ungari) delle località appartenenti al distretto di Arcole e Cavalpone. La “Fossa Ungara” completava così le altre difese naturali del territorio: ad ovest la valle zerpana, con il Tramigna, l’Alpone e lo scolo Palù, ad est la Togna e a sud con l’antico corso dell’Adige, non ancora del tutto estinto. Un recinto, costituito da una palizzata in legno più o meno alta con interposti reinterri di pietrame e terra, doveva proteggere un’area di forma vagamente rettangolare, compresa tra le attuali vie Rosario e Abazzea.  All’interno doveva trovarsi il primitivo centro abitato, raccolto attorno all’antica pieve di San Giorgio, mentre nell’area circostante erano  situate le abitazioni dei contadini. L’antichità della pieve di San Giorgio è attestata da un atto di vendita del 15 maggio 1110, stipulato “in presentia archypresbiteri plebis S. Georgi de Arculis Bonaguri”, da cui si deduce che la chiesa ha la qualifica di arcipretale (e quindi antica pieve) in epoca anteriore a quella documentata per altre pievi vicine (San Bonifacio, Cavalpone, Cucca, ecc…). Lo schema costruttivo ed urbanistico della primitiva fortificazione di Arcole sembra corrispondere a quanto sostenuto dal Settia a riguardo del rapporto tra chiese, strade e fortezze nell’Italia medievale, secondo il quale nel X secolo, in conseguenza delle invasioni ungare, l’incastellamento dei nuclei abitati riguardò specialmente i villaggi pievani e non di rado l’incastellamento mirò a proteggere, insieme con la vita umana, la chiesa, cioè la pieve; ciò è spiegabile anche perchè molti di quei castelli appartenevano al Vescovo (e nel caso di Arcole e Cavalpone si trattò dapprima del Vescovo di Mantova, poi di Verona). Per il Settia, il castello primitivo doveva essere una modesta recinzione semipermanente di terra e di legno, in cui mancavano gli edifici elevati e la fortificazione si appoggiava, dove possibile e opportuno, alla chiesa proprio perché essa era l’unico edificio solido su cui impostare una difesa. L’estensione dell’area fortificata consentiva a tutta la popolazione della zona di riversarsi, con le provviste, il bestiame, gli averi, nel recinto-ricovero in caso di pericolo. Solo inizialmente dunque, durante il periodo delle invasioni ungare, doveva essere considerato un castello-deposito (in genere indicato come recepta, ricetto) finalizzato alla custodia dei beni e prodotti agricoli e per il rifugio temporaneo della popolazione. Tracce del castello sono visibili ancora nell’Arco dei Croati, una struttura di origine ghibellina e con evidenti le merlature, così chiamato in quanto qui vi sostarono le brigate croate dell’esercito austriaco nei giorni precedenti alla battaglia appunto di Arcole con protagonista Napoleone (1796). Il volto a tutto sesto in pietra e mattoni è inserito in breccia nella muratura preesistente caraterizzata da mattoni e ciotoli a spina di pesce. Altri link utili: http://www.alpone.it/territorioetradizione/arc.-storia.html, http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=22634
 

Foto: la prima è di ildikò k. su http://www.panoramio.com/photo/33685109, la seconda è di Jenifer su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/175740




venerdì 21 ottobre 2016

Il castello di venerdì 21 ottobre






ROCCASTRADA (GR) - Castello di Roccatederighi

Roccatederighi è un borgo-castello di circa 800 abitanti, uno dei siti medioevali più interessanti della Maremma: a 538 m sul livello del mare, nascosto tra le enormi pietre di riolite, chiamati "i massi", si staglia il suo profilo di torri e tetti, perfettamente integrato con la natura circostante. Si entra nell’antico borgo attraverso una porta ad arco tondo, che si apre tra massi e mura, che porta nel dedalo di vicoli, arcate e scalinate. Qui si resta stupiti da come le rocce di trachite siano state utilizzate dalle abitazioni come fondazioni o come baluardi difensivi. Arrivati in "piazzetta Senesi", si incontrano la torre dell’orologio e i resti del cassero. Nella direzione opposta si giunge alla chiesa di San Martino che si trova su uno sperone roccioso situato dove aveva sede il primitivo castello. Proseguendo fino sulla sommità dei massi si rimane incantati dalla vista che spazia su tutta la pianura grossetana fino ad arrivare al mare e alle isole dell’arcipelago toscano. Si consiglia di dare uno sguardo anche al "Tufolino" con la sua scalinata e alle case scavate nella roccia. Roccatederighi è l’antica Rocca Nossina citata in un documento del 29 agosto 1110 in cui compare un Rinaldo di Tederigo. Il nome di Roccatederighi, a partire dal 1239, sarebbe poi derivato dalla  famiglia dominante dei Tederigi. Nel 1294 i signori della Rocca iniziarono a vendere al Comune di Siena le loro quote di possedimenti e diritti su questo castello; l’ultima vendita risulta conclusa nel 1323, quando Tora di Bolgaruccio moglie di Boccio d’Inghiramo, conte di Biserno, vendette la residua parte del castello comprese le miniere. Nella prima metà del 1300 Roccatederighi apparteneva completamente a Siena che poi la donò nel 1369 alla famiglia Salimbeni. Qui Niccolò Salimbeni individuò il suo quartier generale giudicandola in posizione ideale al controllo della Val di Merse. Il dominio dei Salimbeni durò fino alla loro caduta, nel 1404, quando i rappresentanti del Comune della Rocca conclusero un patto di sottomissione a Siena che li liberava definitivamente dai Salimbeni. Espressione della ritrovata libertà fu poi la redazione del primo Statuto, nel 1406,  riformato e migliorato nel 1452. Il Palio storico dei ciuchi, tradizione ancora in auge e seguita ogni anno da migliaia di persone, fa riferimento a questo evento: la ritrovata libertà e l’approvazione dello Statuto, come segno per la comunità di partecipazione collettiva e autonomia nella gestione della cosa pubblica, del proprio territorio e delle proprie risorse. Autonomia che ovviamente aveva come limite la soggezione alla città dominante di Siena, a cui spettava, oltre che l’amministrazione della giustizia, la riscossione delle tasse, i censi, dettare alleanze politiche e militari Roccatederighi restò sotto Siena fino alla caduta della sua Repubblica, nel 1554. Per la cronaca durante la campagna militare del 1553 le armate del marchese di Maragliano distrussero completamente Roccatederighi lasciando giungere fino ai nostri giorni solo la porta di ingresso. Nel 1618 Cosimo II dei Medici la costituì in feudo, investendo Giovan Cristofano Malaspina di Mulazzo con il titolo di Marchese, analogamente al vicino castello di Montemassi. Successivamente i Malaspina vendettero il feudo a Giovan Domenico Cambiaso di Genova. Con le riforme leopoldine Il Granduca impose a tutti i feudatari il pagamento di una provvigione annua di mille lire. Il Marchese Cambiaso decise quindi di rinunciare al diritto feudale sulla Rocca. Con gli sconvolgimenti napoleonici, Sua Maestà la Regina Reggente Maria Luisa concesse di nuovo in feudo i castelli di Roccatederighi e Montemassi a Vincenzo Salucci di Livorno come attestato della riconoscenza per i servizi da lui resi a Lodovico I. Del primitivo castello non restano tracce, mentre oggi sono ancora visibili gli scarsi resti del cassero situati presso la torre dell'Orologio, ricostruita nel 1911, e diversi particolari decorativi e architettonici che sono sparsi un po' dappertutto. E' ancora parzialmente individuabile anche l'andamento delle antiche mura nel giro delle case che seguono il perimetro dello sperone roccioso.

Fonti: http://www.roccatederighi.info/roccatederighi.php, http://www.roccatederighi.it/page/3/roccatederighi-paese-nella-maremma-toscana-storia, http://www.castellitoscani.com/italian/roccatederighi.htm

Foto: la prima è una cartolina trovata sul sito www.delcampe.net, mentre la seconda è presa da http://www.fortezze.it/roccatederighi_it.html

giovedì 20 ottobre 2016

Il castello di giovedì 20 ottobre






MONTEBELLO DI BERTONA (PE) - Castello Ducale

Dai pochi documenti conosciuti si ricavano notizie piuttosto frammentarie sulle origini del paese. Sulla sommità del monte Bertona, dove secondo "molti storici antichi e moderni" pare che "iniziassero le operazioni militari della Seconda Guerra Sannitica" (C. Greco), sarebbero stati rinvenuti oggetti di epoca romana. Il paese viene citato per la prima volta in un documento del 1062 come "poio de Montebello". Esso in seguito continuò a essere chiamato Montebello, senza la specificazione "di Bertona", fino alla pubblicazione del Regio Decreto n° 1426 del 28/6/1863, con il quali si stabiliva la denominazione Montebello di Bertona. Nel 1290 a tenere il "Castrum Montisbelli" era il milite Giacomo di Malanotte, mentre per l'anno 1309 "le Rationes Decimarum non lo annoverano tra i castra del pennese" (C. Greco). Ma nel XV secolo, distrutto (o caduto in rovina) il castello di Bertona, il "Castrum" di Montebello acquistò la sua importanza. Il 4 Novembre del 1418, anno a partire dal quale venne sottoposto a Penne, ricevette tutti i privilegi della Città dalla regina Giovanna II. Nel 1475, dal re Ferdinando I d'Aragona, "si diedero alla città di Penne in premio della sua fedeltà i Castelli di Farindola, di Belmonte detto anche Montebello" (A. Trasmundi, La Fenice, Vestina - 1701). Su di essi alla città vennero concesse l'autorità militare e civile e l'amministrazione della giustizia criminale. Nel secolo XVI il paese entrò a far parte prima del Ducato di Penne, retto da Alessandro dei Medici dal 1522 al 1537; poi, dopo la tragica morte di questi, che nel 1536 aveva sposato Margherita d'Austria (1522-1586), figlia dell'imperatore Carlo V, passò a far parte dello Stato Farnesiano d'Abruzzo, essendo la vedova passata in seconde nozze (1586) con Ottavio Farnese, nipote del papa Paolo III e in seguito duca di Parma e Piacenza. In tal modo, quando i possessi margaritiani passarono ad Alessandro Farnese, figlio di Margherita e Ottavio, Montebello fu annesso al Ducato di Parma. Nel 1731, essendosi la linea maschile dei Farnese estinta con il duca Antonio, il piccolo centro vestino seguì la sorte di Penne e delle altre città farnesiane d'Abruzzo, che passarono ai Borboni di Napoli nella persona di Carlo III, primogenito di Elisabetta Farnese, la quale era andata in moglie al re di Spagna Filippo V.
Il lungo periodo borbonico iniziato con Carlo III si protrasse, salvo una breve interruzione determinata dall'invasione francese del Regno di Napoli e dalle vicende murattiane, fino all'unificazione dell'Italia sotto la casa Savoia (1860). Il 6 Dicembre 1926, il governo fascista deliberò l'istituzione della provincia di Pescara e Montebello, il 2 Gennaio 1927, fino a quel momento in provincia di Teramo, passò al nuovo capoluogo. Sulla sommità del colle dove si trova il paese sono ancora visibili elementi murari originali del castello e dell’abitato datati dal IX all’XI secolo. Nel XVI secolo il castello venne trasformato in Palazzo Ducale (di proprietà fino al 1925 della famiglia Gaudiosi, eredi dei feudatari medievali) come lo si vede oggi,  che conserva ancora tracce ed elementi di riutilizzo più antichi. Purtroppo il terremoto del 2009 ha provocato danni all'antico edificio, con il crollo di un'ala in cui abitavano tre famiglie.

Fonti: http://www.inabruzzo.it/montebello-di-bertona.html, http://www.gransassolagapark.it/paesi_dettaglio.php?id=68023, testo del Prof. Gabriele Falco su http://www.comune.montebellodibertona.pe.it/index.php?option=com_content&view=article&id=86&Itemid=289, http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2009/04/10/news/le-ferite-dell-abruzzo-1.4545574

Foto: la prima è presa dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/montebellodibertona/?fref=ts, la seconda è di Gabriele Falco su https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/b/bd/Il_Castello_di_Montebello_in_un%E2%80%99immagine_degli_anni_Cinquanta..jpg/260px-Il_Castello_di_Montebello_in_un%E2%80%99immagine_degli_anni_Cinquanta..jpg

mercoledì 19 ottobre 2016

Il castello di mercoledì 19 ottobre






CASTELDIDONE (CR) - Palazzo Mina della Scala

Casteldidone compare in documenti del 1010, quando la madre di Matilde di Canossa, Rachilde, acquistò delle curtes in Castello Didoni. Nel 1309 Casteldidone viene descritto come un borgo fortificato, con proprietari del forte Ruino Schizzi e Lanfranco Schizzi. Di questo vecchio castello rimangono alcune tracce quattrocentesche e addirittura trecentesche nella casa colonica Cavalca e Sanguanini, soprattutto nella sua struttura. Dal terreno all'intorno sono spesso affiorati, durante i lavori di aratura, cocci di ceramiche di uso domestico del secolo XII. Nel 1647 il Castello Mina della Scala fu attaccato dalle milizie Gallo Estensi del Duca di Modena, fu dato alle fiamme, ed il borgo di Casteldidone venne raso al suolo. Il Castello Schizzi, o Palazzo Mina, di Casteldidone è l'unico testimone rimasto delle vicende del Rinascimento in poi. Risale al 1596 come testimonia una lapide murata. Il suo committente è Ludovico Schizzi, mentre l'architetto è ignoto (si ipotizzano i cremonesi Francesco e Giuseppe Dattaro). E' una bella costruzione atipica, cioè unica perchè in essa viene armonizzato sia l'elemento abitativo, sia l'elemento sicurezza: non tutta rocca, non tutta casa gentilizia. Viene chiamato indistintamente dagli abitanti: o Palazzo o Castello. Le due torri fiancheggiatrici con le due gemelle al retro, oltre alle garitte sopraelevate per la difesa, formano un complesso armonico le cui ampie sale e i vestiboli lo rendono un elemento tipico se non esclusivo dell'architettura mista del Trecento e del Quattrocento. Il "mastio" è una costruzione residenziale vera e propria. Le tappe storiche della costruzione, della duplice ricostruzione, dell'ampliamento, restauro e riordino sono segnalate da date incise nelle lapidi murate: * 1596 Ludovico Schizzi fa costruire la villa castello; * 1648 viene bruciato dai Gallo-Estensi; * 1657 ricostruzione (6 luglio); * 1735 ampliamento e restauro: Ludovico Carlo capitano e conte. Dalle visite pastorali si ha la data dell'erezione dell'Oratorio di S.Antonio (Settala 1686): il visitatore annota: "costructa da 6 anni". L'armonica decorazione dei soffitti, delle ampie sale e dei vestiboli, i medaglioni, le rappresentazioni mitiche (putti e racconti mitologici, gli amorini) non sono tutti dovuti alla stessa mano, ma comunque appartengono alla medesima epoca: il Settecento. Degne di nota sono le rappresentazioni delle virtù care alla Casa Schizzi: prudenza-giustizia-temperenza-fortezza. Importante è anche la sala di rappresentanza (ora del bigliardo) per i suoi stemmi gentilizi accoppiati che rappresentano probabilmente le parentele contratte: Odescalchi - Visconti - Bertani - Bernardino della Massa. L’ampio giardino che circonda il Castello e la relativa corte d’accesso sono stati abilmente trasformati. Il Castello, o Villa, passato nell'Ottocento in proprietà dei Mina della Scala e loro eredi (che rinverdirono lo splendore di questa sontuosa dimora attraverso accurate fasi di restauro conservativo) è incluso nei beni architettonici tutelati dalla Sopraintendenza. Nel 1875, a seguito delle nozze di Augusto Mina con Francesca della Scala, il cognome dei suoi proprietari è dunque divenuto "Mina della Scala". Centro di interesse storico-artistico, l'edificio è meta di turisti e "teatro" di manifestazioni culturali. Nel gennaio di quest'anno l'associazione bresciana Hesperya ha condotto delle ricerche nel castello per trovare delle prove che confermino la presenza del fantasma della Contessina Schizzi. Uccisa dalla peste del diciassettesimo secolo, la leggenda narra che appaia solo alle discendenti femmine, nelle notti di plenilunio. Si presenta con il suono di una campana, ha una luce fluorescente attorno a sè, e scende la scaletta che porta alla torretta. L’ultima ad averlo incontrata è stata la contessa Anna Maria Douglas Scotti di Fombio, scomparsa tre anni fa. Anche lei era piuttosto scettica a credere a quella leggenda che le avevano raccontato la mamma e la nonna, ma poi aveva dovuto ricredersi. Sono state effettuate delle registrazioni, successivamente esaminate con la stessa tecnica usata anche a San Giovanni in Croce, quando gli acchiappafantasmi riuscirono a captare chiaramente la voce di un uomo, nel silenzio della notte. Nel corso di questi anni il gruppo ha lavorato spesso anche in residenze private, sollecitato dai proprietari che avevano notato cose strane e inspiegabili. Ecco un video (di Cremona1tv) che parla proprio di questa ricerca misteriosa: https://www.youtube.com/watch?v=WlLXlEmIeEM
Fonti: http://www.comune.casteldidone.cr.it/index.php?option=com_content&view=article&id=32:palazzo-mina-della-scala&catid=8:i-monumenti&Itemid=16, https://it.wikivoyage.org/wiki/Casteldidone, http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Casteldidone-Mina-della-Scala.htm, articolo di Giovanni Rossi su http://www.oglioponews.it/2016/01/21/casteldidone-al-castello-mina-arrivano-gli-acchiappafantasmi/

Foto: entrambe sono di Solaxart 2013, prese da http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Casteldidone-Mina-della-Scala.htm

martedì 18 ottobre 2016

Il castello di martedì 18 ottobre






RODDI - Castello

Il castello sorge massiccio sul centro cittadino. Nel Medioevo Roddi fu feudo dei Marchesi del Monferrato poi, nel 1524 passò come proprietà di Gaio Francesco della Mirandola - nipote del più noto filosofo e umanista Pico della Mirandola - che si installò nel castello che sovrasta il paese. La primitiva costruzione, risalente all'XI secolo, ha subito un notevole rimaneggiamento nel XV secolo. Suoi successivi proprietari furono i Della Chiesa di Saluzzo, che ne presero proprietà nel 1690. Dopo il 1814, data che segna il Congresso di Vienna, il castello passò ai Savoia, per divenire di proprietà del Comune nel 2001. Dal 2007 fa parte del circuito degli 8 castelli, meglio noto come Castelli Doc. La rete dei castelli include i manieri di Grinzane Cavour, Barolo, Serralunga d'Alba, Govone, Magliano Alfieri, Roddi d'Alba, Mango e Benevello. È inoltre inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. Alto ed imponente, è un significativo esempio di architettura fortificata medioevale in laterizio, con corpo centrale parallelepipedo a tre piani (coronato superiormente da apparato a sporgere) e due poderose torri; su di un angolo si erge la poderosa torre maestra, alta e snella, dal lato opposto, una più piccola e pensile. La tipologia è definita del "Dongione"; con questo termine viene definita la torre più alta di un astello, progettata per servire sia come punto di osservazione che da ultimo rifugio, nel caso in cui il resto della fortificazione dovesse essere occupata dal nemico. Una tipologia simile si può ritrovare nel Castello di Serralunga, piccolo comune poco distante da Roddi anche se le torri di quest’ultimo sono meno integrate alla struttura centrale del castello e più massiccie. Le soluzioni difensive realizzate nel Castello di Roddi sono, rispetto a quelle di Serralunga, più moderne; in particolare troviamo nell’ultimo piano le caditoie, buche a forma di feritoia che consentivano diverse tattiche militari. Non resta purtroppo traccia del ponte levatoio che proteggeva il Castello, allo stato attuale l’accesso avviene da un cortile esterno. L'edificio, ricco all'interno di preziose decorazioni, nonché di soffitti lignei a "cassettoni", è dotato di bellissime storiche cucine risalenti al Cinquecento. Allo stato attuale la struttura principale del Castello è parzialmente visitabile anche se in attesa di restauro mentre è stata oggetto di recente restauro la pertinenza: l’obiettivo è di realizzare all’interno di essa una Scuola Internazionale di Cucina del Tartufo Bianco d’Alba. Attualmente è stata realizzata una moderna cucina didattica fornita di 12 moderne postazioni in acciaio che saranno utili ai turisti per imparare i fondamenti della cucina delle Langhe. Ecco un video (di Primanews) dedicato al castello: https://www.youtube.com/watch?v=Epc4_w-tvC8

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Roddi, http://www.comune.roddi.cn.it/Home/Guidaalpaese/tabid/21313/Default.aspx?IDPagina=8652, http://www.castellodiroddi.it/dalle-origini-ad-oggi/ (sito web ufficiale), testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di www.minniti.info su http://www.panoramio.com/photo/5355461, la seconda è presa da http://www.castellodiroddi.it/wp-content/uploads/2013/12/DSC_4031Resized.jpg