giovedì 30 giugno 2011

Il castello di giovedì 30 giugno



GHILARZA (OR) - Torre Aragonese

Situata ai margini dell'abitato, poco distante dalla chiesa di San Palmerio e da quella di San Giorgio, risale probabilmente al XV secolo ed è stata realizzata in stile gotico catalano. Costruita a difesa dei confini del Giudicato di Arborea rispetto a quello di Torres, è uno dei pochi esempi di architettura militare gotico-aragonese, che secondo un disegno originario doveva essere la torre maestra di un più vasto complesso di difesa composto da altre torri e, forse, da una cinta muraria. La difesa poteva essere completata da un ponte levatoio infatti, sotto l'alto portale di ingresso al piano superiore si notano due mensole-cardine, che dovevano probabilmente azionare gli argani per un piccolo ponte o per una scala retrattile. Dopo la caduta del Giudicato di Arborea, Ghilarza seguì le sorti del marchesato di Oristano. La torre ha una struttura robusta, che si impone per la potenza delle murature realizzate con blocchi di vulcanite appena sbozzati e legati con malta, mentre gli angoli sono in blocchi di grande pezzatura, squadrati e posizionati con perfetto allineamento, tale da non richiedere legante. La pianta è quadrata e ogni lato è lungo circa 17 metri. La massiccia struttura è impostata su un ampio zoccolo a scarpa che corre lungo tutto il perimetro. La robustezza dell'edificio è legata alla sua funzione militare, che imponeva la necessità di sovrastare l'area circostante e di operare dalla torre in tutte le direzioni. Nel prospetto Sud/Est si apre il portale centinato a tutto sesto con centina gravante su stipiti non monolitici. L'attuale ingresso è frutto di modifica settecentesca, che ne ha ristretto la luce quando la torre fu trasformata in carcere. Le finestre sono di diverso tipo, lobate nei prospetti Nord/Est e Sud/Est e ad arco in quelli Sud/Est e Sud/Ovest. L'interno è uno spazio pensato come impiego militare, con volta e crociera sostenuta da archi trasversali. Il piano superiore ha interessanti elementi di arte catalana come i tipici sedili di pietra, detti festigiadors. Al XIX secolo risale la possente porta corazzata con chiavistelli, serrature e passanti, visibile nel prospetto principale, frutto degli adattamenti strutturali cui la torre venne sottoposta per essere utilizzata come carcere mandamentale. Oggi ospita manifestazioni culturali e convegni.

martedì 28 giugno 2011

Il castello di mercoledì 29 giugno



SPOTORNO (SV) – Castello Episcopale

Lontano dall’abitato, su un pendio collinare, si trovano i resti del castello costruito a protezione del borgo dalle invasioni e dalle guerre. Di antica origine, appartenne al Comitato di Noli fino al 1180 quando divenne possesso dei Vescovi di Savona e dei marchesi Del Carretto, i quali nel 1192 rinunciarono ad ogni diritto. Abbattuto agli inizi del XIII secolo e subito ricostruito nel 1218, fu nuovamente distrutto nel 1227 da Noli, alleata con Genova, che invase e saccheggiò il borgo. Riedificato nelle sue forme attuali tra il Duecento e il Trecento, nel 1333 fu acquistato dal Comune di Savona e nella seconda metà del Cinquecento passò al casato dei De Loterio che ne ebbero il possesso sino al 1916. Questi brevi cenni storici possono far ben intendere lo status di centro minore vissuto da Spotorno nei secoli trascorsi, aggredito da levante e ponente da cittadine più grandi e potenti, ceduta come merce di scambio, priva di autonomia. Nel 1933 il castello fu sottoposto a vincolo di tutela dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici. Oggi della fortezza non restano che le rovine dalle quali è possibile ammirare il panorama da un punto di osservazione ottimale. Essa si erge sulla nuda roccia che affiora in più punti. Ha la forma di un grande recinto, grosso modo rettangolare, ed è costruita in muratura mista di pietra e mattoni, con spigoli di pietre squadrate. Sui suoi spigoli spiccano delle guardiole pensili. La cortina di nord-ovest, con base leggermente scarpata, presenta strette feritoie al coronamento, dove correva il camminamento di ronda, in parte ancora praticabile. Evidenze di caditoie si trovano sulla cortina di sud-ovest, sopra la porta di ingresso centrale, e sulla cortina di nord-est davanti alla quale sono rimasti residui delle mura perimetrali del comprensorio; nella parte bassa delle cortine si aprono cannoniere per bocche da fuoco a lunga gittata, di epoca presumibilmente cinquecentesca. All'interno del castello restano tracce delle suddivisioni interne nella parte verso monte, mentre nella metà anteriore doveva esserci una piazza d'armi.

il castello di martedì 28 giugno



NARNI (TR) – Rocca Albornoz

Venne eretta nel 1367 per volere del cardinale Egidio Albornoz, poco prima che egli spirasse presso il castello di Bonriposo a Viterbo (24 agosto 1367) e sorse sui resti di un primitivo insediamento militare costruito da Federico Barbarossa. Nel 1371 vi si insediò il primo castellano, Giovanni de Novico. Nel 1378 vennero ultimati i lavori della fortezza che, completa e imponente, presentava sulla porta di accesso l'unione di quattro stemmi, probabilmente quelli dei papi Gregorio XI e Urbano V e dei cardinali Angelico Grimonard e Filippo d'Alençon. La potente struttura militare, nei secoli, ospitò papi, cardinali, condottieri e divenne la sede del governatore. Nel 1405 si trova la prima citazione del Bastione (bastiglia, bastigia), una ulteriore fortificazione della quale oggi rimane la base di una cisterna incorporata ma che aveva certamente anche una torre di avvistamento; la Rocca ebbe bisogno di un elemento aggiuntivo di sicurezza col quale era in comunicazione attraverso una via diretta sotterranea. E' errato accostare la Rocca alla potenza della città: al contrario ne segnò il declino di autonomia, libertà e forza del libero comune, della «civitas». Con la sua edificazione non si vollero certo accrescer le opere di difesa comunali, essa fu un elemento di quel «sistema» di fortezze che il papato, dopo Avignone, pose a presidio dello Stato. I Narnesi ben compresero questi significati: la Rocca fu a lungo estranea alla loro vita, ignorata, spesso detestata. Solo nel 1539 le chiavi del maniero arrivarono in mano ad un narnese, Girolamo Arca, anch'egli funzionario del potere papalino. Tra i papi che vi soggiornarono ricordiamo Bonifacio IX (1392), Niccolò V (1449), Sisto IV e Innocenzo VIII. Tra i vari castellani che si sono alternati alla sua difesa possiamo citare: Controsello Caracciolo di Napoli (1390), Giovanni Tomacelli (1393), Angelo Piccolomini (1464), Durante Duranti (1507), Ubertino degli Strozzi (1529), Eustachio Confidati di Assisi (1652), Federico Lolli e Pietro II Eroli di Narni (1762), GiuseppeJacobelli (1857). Nel 1568, con l'accusa di aver ucciso senza motivo un servitore, vi fu rinchiuso Francesco Cenci (1549-98), nobile romano di costumi crudeli e dissoluti, padre di Beatrice (1577-98), colei che sarà giustiziata a Ponte Sant'Angelo in Roma nel 1598 con l'accusa di aver assassinato il padre insieme al fratello Giacomo. Nel 1798, 14.000 francesi al comando del generale Alessandro Louis Berthier (1753-1815), dopo la proclamazione della Repubblica Romana e la fuga di Pio VI (1775-99), spogliarono la rocca di tutte le armi che furono portate a Perugia e fuse per fare cannoni. Dal 1834 al 1906 divenne carcere, arrivando ad ospitare anche 300 detenuti. Nel 1906 fu acquistata all'asta dal principe russo Mestschezsy per una somma irrisoria: 13.000 lire con pagamento rateale; la vendita venne fatta dal Demanio quasi in sordina. Il principe con un altro socio la tenne fino al 1972, quando passò ad una famiglia romana. La fortezza, a forma di quadrilatero, presenta quattro torri agli angoli, chiamate: di San Bernardo (nord-est), San Filippo (sud-est), San Giacomo (sud-ovest) e (a nord-ovest) il "Mastio" più alto e possente che risulta dall'unione di due torri. Immersa in un suggestivo paesaggio coronato da olivi su un colle a 332 metri a dominio della valle del Nera, circondata da un fossato e da una doppia cinta muraria, subì non pochi assalti, tra cui quello delle milizie lanzichenecche di ritorno dal Sacco di Roma (1527). ospita internamente una cappella e una cisterna in travertino che si apre sul cortile. Attualmente è patrimonio comunale e, dopo anni d'impegnativi restauri, è tornata all'antico splendore. Oltre ad essere sede di convegni, ospita interessanti mostre. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.briotti.com/index_rocca.htm

lunedì 27 giugno 2011

I castelli di lunedì 27 giugno





AUGUSTA (SR) - Forte Garcia e Forte Vittoria

Furono edificati nel 1567, durante la dominazione spagnola, sulle due isolette che si trovano all'interno del porto di Augusta, verso nord nelle vicinanze dell'area dell'idroscalo e del Parco dell'Hangar. Essi nacquero per volere del Vicerè di Sicilia Don F. Garcia de Toledo, che impose loro il suo nome e quello della consorte, al fine di dotare la città di un adeguato sistema difensivo, tale da poter fronteggiare la preoccupante minaccia delle incursioni Ottomane. Erano difficilmente raggiungibili dall’artiglieria di minor calibro posta sopra alle possibili navi attaccanti che erano, invece, alla portata della più efficace artiglieria fissa posta nei forti. Appare, pertanto, strana la capitolazione della città ad opera della flotta francese nel 1675 tanto da far pensare al tradimento del comandante della piazzaforte. Cessato il pericolo delle incursioni, i due Forti vennero adibiti a carceri quindi, a partire dal 1743, utilizzati come lazzaretto a causa del diffondersi dell’epidemia di peste prima, e di colera un secolo più tardi. A questa fase risalirebbero le tracce di forni crematori ancora visibili all’interno del Forte Vittoria. Nel 1878 le sorti del forte Garcia migliorarono, grazie al passaggio al demanio militare, che se ne servì per depositarvi il carbone impiegato per le navi da guerra. Il forte Vittoria invece, in questo periodo venne destinato a stazione sanitaria per la quarantena delle navi mercantili. A tale scopo esso fu sopraelevato di un piano e trasformato in vero e proprio ospedale. Agli inizi del Novecento, Augusta divenne “base passeggera” per le operazioni navali di conquista della Libia. In tale circostanza le vecchie fortificazioni trovarono un riutilizzo per scopi militari: forte Vittoria ospitò il Comando piazza, e forte Garcia servì come deposito. Dal 1950 vennero lasciati in un pietoso stato di abbandono pur facendo parte del demanio marittimo ed essendo testimonianza della grandezza e dell'importanza strategica di Augusta. Furono saccheggiati di tutto ciò che era stato lasciato dalla Marina Militare e che avrebbe potuto costituire documentazione per un uso successivo. Prima di essere abbandonati al degrado vi si organizzarono delle rappresentazioni teatrali tra cui "L'Amleto" di Shakespeare che fu un successo anche per l'ambientazione naturale della fortezza ,dove la scenografia ebbe un'importanza primaria per la realizzazione di una tragedia che si svolge appunto in un castello. Questi due esempi di architettura militare , se restaurate , potrebbero essere un'attrazione di indubbio valore turistico e inoltre potrebbero essere impiegati come museo o centro studi e serviti di un servizio di motobarche che li colleghi alla terraferma. Il maggiore dei due, il Garcia, situato sul lato Ovest, occupa una superficie di 3.100 mq. ma è anche il più basso in quanto costituito solo da spessi bastioni all’interno dei quali furono realizzati alloggiamenti bui umidi (con aperture solo sulla corte interna e non verso l’esterno per non aumentare la vulnerabilità della costruzione). Una scala interna conduce alle terrazze, articolate su due livelli per consentire l’impianto di un doppio ordine di fuochi. La copertura degli ambienti del forte Garcia fu realizzata sicuramente con robusti archi in pietra dimensionati per poter reggere il peso dei grossi pezzi d’artiglieria che, nelle epoche in cui il forte fu usato per gli scopi difensivi, erano posti dietro gli spessi spalti in apposite piazzole semicircolari ancora visibili. Il forte Vittoria, esteso 1.300 mq e di forma pressappoco quadrangolare, ha subito nel tempo vari rimaneggiamenti. Mostra ambienti sopraelevati con numerose finestre verso l’esterno. Vi si accede dal lato Ovest attraverso un istmo d’una cinquantina di metri che lo collega al forte Garcia. Su questa striscia di terra, dal lato del forte Vittoria, esiste un attracco per piccole imbarcazioni. Uno dei 21 vani del piano terreno, reca ancora visibili le strutture del forno crematorio, installatovi al tempo della stazione sanitaria. Come per l’altro fortilizio, anche qui una rampa di scale conduceva alle terrazze, articolate su due livelli, su cui erano inizialmente disposte le bocche di fuoco. Esse sono state del tutto obliterate dalla costruzione della stazione sanitaria. Forte Vittoria è stato recentemente restaurato, inaugurato alla presenza della Sovrintendenza e delle autorità civili e militari. Fa parte del patrimonio della Port Authority, nonostante il grande interesse storico e culturale continua ad essere tenuto chiuso al pubblico. Come pubblicato nel sito dell'ITIS di Augusta, a cura del dott. Luca Di Giacomo, (indirizzo: http://www.itisaugusta.it/corso/offarch/Vittoria_sito/accesso_vit.htm) i forti sono visitabili previa autorizzazione dell'Autorità Portuale di Augusta. Su richiesta, il servizio di traghettamento viene svolto dal gruppo barcaioli che ha sede presso la vecchia Darsena.

domenica 26 giugno 2011

Il castello di domenica 26 giugno



ORVINIO (RI) - Castello Malvezzi

Le sue fondamenta sembra siano poste su un antico tempio romano dedicato a Minerva intorno al XII secolo. La fondazione del castello di Canemorto, l'attuale Orvinio, è probabilmente abbastanza tarda ed appartiene all'ultima fase dell'incastellamento. Fu fondato probabilmente nel XII secolo dagli ultimi discendenti dei conti dei Marsi nei pressi della potente abbazia benedettina di S. Maria del Piano. Il dominio sul castello fu poi dei signori di Canemorto, esponenti minori della nobiltà rurale sabina, i quali mantennero il possesso dell'insediamento fortificato fin sullo scorcio del medioevo quando al loro posto subentrarono dapprima gli Orsini, che riunirono Orvinio ed i castelli colonnesi di Pozzaglia, Pietraforte, Montorio in Valle e Petescia, oggi Turania, in un unico feudo, successivamente ri¬frammentatosi. Agli Orsini seguirono poi gli Estoutville per matrimonio, i Muti e, dal 1632 in poi, i Borghese; la residua influenza di Farfa sul territorio fu del tutto abolita da Sisto V che, nel 1689, tolse all'Abbazia ogni giurisdizione su Canemorto. Il palazzo baronale, di origine tardorinascimentale, fu ampiamente restaurato e trasformato in una residenza signorile alterandone in parte le caratteristiche architettoniche. L'edificio, che mantiene ancora un'aspetto imponente, è circondato da un lungo muro di cinta ad ampia scarpa, coronato da merli, poggiato direttamente sulla roccia modellata artificialmente, intercalato da una serie di torri che ne scandiscono la cortina. Il monumentale portale con decorazioni a bugne dà accesso ad un vasto parco, mentre una poderosa torre cilindrica centrale domina l'intero complesso. Gli ambienti del pianterreno sono coperti con volte a crociera costolonate e a sesto ribassato, mentre nelle ampie sale superiori vi sono soffitti lignei a casettoni con affreschi tardo cinquecenteschi. All’interno vi sono diverse pareti affrescate da grandi quadri raffiguranti le varie gesta della dominazione dei Baroni Muti e questi riprodotti: sul trono, portati in trionfo con la portantina per le vittorie riportate nelle guerre contro abitati limitrofi ad Orvinio, quando muovevano in guerra contro i paesi vicinori e nemici, ecc. Nel castello esistono, ed anche bene conservate, le autentiche due portantine adoperate dai Baroni Muti. In seguito ad alcuni scavi furono rinvenute alcune lancie ed alabarde appartenenti certamente agli armigeri dei proprietari dell’epoca feudale; anch’esse come le portantine, sono attualmente conservate nel castello stesso. Al suo interno esistevano trabocchetti che funzionavano ed erano in esercizio all’epoca feudale e dell’oscurantismo del tempo dei tratti di corda e delle sonore nervate. Le pareti ed il pavimento dei locali sottostanti corrispondenti ai trabocchetti stessi, erano munite di spade taglienti e punte e pali di ferro acuminati affinché i miserandi predestinati dalla sinistra sorte, allorché sprofondavano nelle botole, rimanessero infilzati.Nel 1913 proprietario del Castello era il Comm.re Filippo Todini che ricavò una grande cantina utilizzando i sinistri locali sottostanti ai trabocchetti. Importante restauro e' quello effettato dall'architetto Remo Parodi Salvo intorno agli anni 1915-18. Ora è residenza privata dei marchesi Malvezzi.

venerdì 24 giugno 2011

Il castello di sabato 25 giugno



TORRICELLA IN SABINA (RI) – Castello Orsini di Ornaro

La frazione di Ornaro Reatino è il classo esempio di paese sviluppatosi attorno al suo castello. Le sue prime notizie storiche risalgono al 1254, anno in cui il "Castrum" di Ornaro risulta essere in possesso dei Brancaleoni di Romanea. Nel 1359 in occasione di una suddividione ereditaria di Francesco di Leone e di Napoleone de Romania il castello fu assegnato a Matteuccio di Teodino Brancaleoni che aveva sposato Giovanna de Romanea. I Brancaleoni ne furono signori almeno fino al 1466, passò subito dopo a Pierangelo Orsini del ramo di Monterotondo, che vi fece murare il proprio stemma (ben visibile sulla facciata di sud-est) e nel 1476 lo lasciò in eredità al figlio Pietro Francesco. Per un breve momen¬to, nel 1480-1481, signore del castello fu l’uomo d’arme Cecco Nardini, seguace degli Orsini, che aveva sposato una delle Bran¬caleoni. Il castello, però, tornò rapidamente agli Orsini. In questo stesso periodo l’abitato fu trasformato e costruita la possente rocca. Nel 1513 fu occupato con la violenza da Girolama Santacroce, vedova di Troilo Orsini, per conto delle figlie durante la già più volte citata aspra controversia, scoppiata per l’eredità di Pietro Francesco Orsini, finché, nel 1604, alla morte di Enrico Orsini fu devoluto alla camera apostolica, dando vita da una controver¬sia che durò fino al 1641, con gli eredi che rinunziarono, previa transazione, a proseguire la vertenza. Nel 1779 la camera aposto¬lica concesse il castello in “enfiteusi” a diverse famiglie ornaresi: i Lucantoni, i Costantini, i Maoli, i Salzeri, i Lattanzio. Questi ultimi estinsero l’enfiteusi ed il castello, che prima veniva classificato tra i beni del Demanio dello Stato, divenne privato. I Lattanzio lo vendettero alla sig.ra Sormani Elsa che ne è l’attuale proprietaria. La compatta mole del castello è una costruzione di origine medievale ristrutturata nel XV secolo con l’aggiunta di un corpo di fabbrica con base a scarpa e con la sopraelevazione di un piano su tutto il perimetro murario. Non vi sono delle torri emergenti dal complesso fortificato ma di certo non mancano i beccatelli a sporto.

Il castello di venerdì 24 giugno



ROCCA PIA (AQ) - Castello

La storia di Rocca Pia, fin dalle sue origini, è sempre stata strettamente collegata al vicino altipiano, zona di transito e collegamento all’interno tra il centro e il meridione. Ma le difficoltà legate alla morfologia dei luoghi (zona di montagna sopra ai 1000 m. s.l.m.) e al clima molto rigido non consentirono lo sviluppo, almeno fino al Medioevo, di veri e propri centri abitati. La prima attestazione storica di un sito abitato nella zona è riportata in un diploma del 876: Guido, duca di Spoleto, concesse la chiesa di S. Marcello in Florina, con tutte le sue pertinenze, ai monaci di S. Vincenzo al Volturno. Florina è il nome del primo nucleo sorto nel luogo dove è oggi Rocca Pia. Doveva trovarsi nella zona del vecchio cimitero, ai piedi di Macchialonga, dove sono ancora visibili i muri diruti della chiesa di S.Marcello, la più antica del paese. A conferma del ruolo strategico assunto dal paese abbiamo, nel corso del XII secolo, la costruzione del castello sull’altura a sud-est del paese attuale, utile ai signori dominanti di controllare il passaggio e, in caso di bisogno, di rinchiudersi con la popolazione entro la fortificazione. Nei secoli seguenti venne citata Rocca Valle Oscura, che mutò il suo nome in seguito alla costruzione del castello. Nel XIV secolo il feudo fu comprato da Restaino Cantelmo. I Cantelmo, provenienti dalla Provenza al seguito di Carlo I d’ Angiò, furono feudatari di Rocca Valle Oscura sino al 1724; solo piccole parti del feudo appartennero ad altre famiglie nobili. Nei primi decenni del XV secolo, in seguito alle lotte tra i feudatari della zona (Caldora e Cantelmo) e Braccio da Montone, il paese accolse gli abitanti dei tre villaggi del Piano: Casale di San Nicola, Casal Guidone e Roccaduno. Tali villaggi, sorti probabilmente già in epoca normanna, contribuirono ad ingrandire il paese, lasciando del tutto spopolato il Piano, dove rimase solo la chiesa della Madonna del Casale, nel sito dell’antico Casal Guidone. La signoria dei Cantelmo trascurò spesso il piccolo feudo di Rocca Valle Oscura, che nel corso dei secoli subì anche numerose catastrofi naturali, come la peste e i terremoti. Nel 1724 il feudo passò ai Tocco di Montemiletto, ai quali rimase sino all’ abolizione del sistema feudale nel 1806. Durante il breve regno di Gioacchino Murat venne istituita la " Via Napoleonica", sistemando il tratto di strada che conduceva da Pettorano a Rocca Pia e quello che dal paese giungeva all’ imbocco del Piano. Inoltre nel 1815 un decreto dello stesso Murat cambiò il nome del paese in Rocca Letizia, in onore di Letizia Bonaparte, madre di Napoleone. Ma nello stesso anno Ferdinando II annullò tale decreto e quindi il nome non fu mai realmente utilizzato. Nel 1860, durante una visita di passaggio di Vittorio Emanuele 11, gli abitanti pregarono il re di cambiare il nome così triste del loro paese. Il re decise di dedicarlo alla figlia Maria Pia e così, con un decreto del 1865, il nome fu definitivamente cambiato in Rocca Pia. Il castello di Rocca Pia, o meglio quello che ne rimane, si trova oggi nel più totale abbandono, prova ne è la sua triste condizione di rudere cadente. L'incuria, i secoli passati, le forti nevicate stanno distruggendo poco a poco quel che resta dell’antico bastione. L’antico edificio, che fu costruito nella seconda metà del XII secolo sull’altura a sud-est di Rocca Pia, conserva i resti di un torrione di avvistamento a base quadrata in collegamento visivo con i maggiori fortilizi della Valle Peligna. Nel lato nord rimangono scarsi resti di stanze, un muro, in parte ancora esistente, collega tali strutture con una torre di difesa tronco-conica, che ancora resiste agli anni. Il lato orientale non fu edificato perché naturalmente difeso dalla ripida scarpata. Il castello è inoltre quasi scomparso dalla vista a causa della folta vegetazione che lo ricopre, che non viene tagliata da anni, e che lo rende quasi un unico corpo con il boschetto circostante. Non è visitabile ma ne sono comunque ben visibili le strutture più importanti, anche dal paese sottostante.

giovedì 23 giugno 2011

Buon ascolto !!

Il castello di giovedì 23 giugno



CALOPEZZATI (CS) - Castello Giannone

Sorge maestoso nel centro del paese. Evolutosi da un primitivo impianto di rocca bizantina in fortilizio a pianta quadrangolare, con magazzini e depositi per le scorte in caso di assedio durante la dominazione normanna e angioina, si differenziò in castello vero e proprio sotto gli Svevi nel XIII sec. attraverso la costruzione delle mura di cinta con i bastioni lato mare, che diedero al borgo caratteristiche strategiche rimaste inalterate per tutto il periodo feudale. Il Castello fu sottoposto a rimaneggiamenti plurimi, sia per le mutate esigenze difensive che per il processo di evoluzione architettonica voluto dai suoi vari feudatari. Nonostante ciò, ha mantenuto inalterati i segni che caratterizzarono la sua architettura, come la severa volumetria e le quattro torri appena sporgenti sul corpo quadrangolare di base, propri della castellologia Sveva. Ancora esistente ed integro, il primitivo accesso sulla facciata di Nord-est, con la bellissima scala a torre e relativo passaggio mobile, che sintetizza tutta la essenzialità dell'architettura medioevale. A partire dal ‘500 divenne dimora principesca e si ridussero i corpi in altezza, si merlarono le torri, si spostò l'accesso di fronte al borgo, modificando il fossato. Saltuariamente fu abitato da tutti, dai Sanseverino agli Arenante, agli Spinelli, ai Mandatoriccio, ma solo i Sambiase, cosentini, nel ‘700 lo elessero a loro stabile dimora, lasciandovi testimonianza della loro liberalità e della loro cultura con l’impronta del secolo. Bellissima la biblioteca di raffinata fattura tarda barocca, degni di nota la bifora quattrocentesca collocata in una delle finestre del Salone sul cortile interno, alcuni soffitti intarsiati, camini monumentali, un cancelletto in ferro battuto al termine dello scalone, di delicata lavorazione ed altri episodi scultorei e decorativi. Lo posseggono oggi i Giannone di Acri, artefici alla fine degli anni ’30 di un colto restauro che lo ha sottratto al degrado, rendendolo uno dei castelli più suggestivi e ben conservati del Meridione.

mercoledì 22 giugno 2011

Il castello di mercoledì 22 giugno



VERCELLI - Castello Visconti

Venne edificato per ordine di Matteo Visconti attorno al 1290, probabilmente sulle rovine di edifici precedenti di epoca longobarda. Il Castello conserva l'impianto quadrangolare originario con torri quadrate agli angoli, nonostante i danneggiamenti subiti durante l'assedio spagnolo nel 1638, le riedificazioni dovute ai Savoia e i piú recenti restauri. Una notevole influenza sulla pianta del castello fu invece certamente esercitata dalle preesistenti mura comunali, alle quali la fortificazione venne addossata e collegata. La torre di nord est sorgeva sulla linea delle mura urbane e la torre piú esterna di sud est servì probabilmente a raccordare il castello all'esiguo spazio triangolare esistente fra le mura urbane e la struttura interna recintata. Lungo questo lato orientale era pure presente una bassa torre, ora non piú visibile. Gli ingressi erano tre, serviti da ponti levatoi, essendo il castello circondato su tre lati da un ampio fossato: uno, attualmente ancora in uso, sul lato meridionale, un altro, ora murato, sul lato di ponente, e da ultimo un piccolo ingresso nell'angolo sud orientale che dava con ogni probabilità accesso alla strettoia fra le mura urbane e il recinto del castello. Addossate al lato di ponente e a quello meridionale erano, prima delle ricostruzioni ed ampliamenti posteriori al XVII secolo, alcuni fabbricati, fra i quali una cappella castrense, un palatium ed un corpo di guardia, ancora distinguibili nella veduta cinquecentesca. Le vicende del monumento, che ospitò dapprima i podestà viscontei (tra cui Azzone, Luchino, Giovanni, Galeazzo, Galeazzo II e Gian Galeazzo) fino al 1427, anno in cui Filippo Maria Visconti cedette Vercelli ad Amedeo VIII di Savoia (e concordò il matrimonio con sua figlia) , poi gli stessi duchi, che ne fecero la loro residenza temporanea, ed infine i governatori della città, sono ampiamente analizzate negli studi locali. Durante la residenza sabauda vi mori' il Beato Duca Amedeo IX di Savoia. Fu caserma durante l'epoca napoleonica e carcere nel diciannovesimo secolo.
Il castello, in buono stato di conservazione, è oggi sede degli Uffici Giudiziari nonchè del Tribunale di Vercelli.

martedì 21 giugno 2011

Il castello di martedì 21 giugno



SAN MARTINO IN PENSILIS (CB) – Palazzo Baronale

Probabilmente una prima costruzione venne edificata durante la dominazione normanna, intorno ai secoli XI e XII.
Infatti, grazie a un registro dei Baroni tenuto da Guglielmo il Buono, morto nel 1189, è possibile risalire al nome del primo feudatario, che dimorò nel palazzo, un certo Domenico Amerio, contemporaneo di Roberto di Bassavilla, conte di Loretello, oggi Rotello. Interessante è poi la presenza, nelle sale del palazzo, detto anche “castello”, di archi gotici, risalenti all'epoca della sua presunta costruzione. La presenza del castello precedente di forma quadrata, e’ ribadita, oltre che dalla tradizione orale, anche dall’esistenza di alcuni elementi strutturali caratteristici dell’architettura difensiva; ne sono un esempio: il muro a scarpa, le feritoie, le finestre interne orientate verso il cortile e un arco che collega il castello con le abitazioni di fronte. Alla struttura si accedeva mediante una rampa che precedeva il ponte levatoio, e tutt’intorno vi era il fossato. Internamente il castello era caratterizzato da merli e merloni in pietra, che attualmente sono andati in rovina, nonche’ da una sala del trono, simbolo del potere feudale e infine da una torre adibita a residenza per il feudatario. Secondo una leggenda, si dice che un tal Barone o Conte, possibilmente vissuto in epoca medioevale, tenesse in uso questo diritto, che riusciva ovviamente più che molesto ai suoi sudditi. In una stanza del Castello vi aveva fatto costruire una larga botola dove era sta installata una ruota con lame affilatissime, che, se azionata, girava, tranciando chiunque vi fosse malauguratamente caduto dentro. Essa veniva mostrata soltanto ai riluttanti, i quali al solo pensiero di finirvi dentro, avrebbero di certo, almeno tacitamente, acconsentito alle turpi soddisfazioni del Signorotto. Il Palazzo di San Martino fu residenza di Ferdinando di Capua, duca di Termoli. Altri suoi proprietari sono stati il Conte Cattaneo e i signori Tozzi. Il vasto edificio si trova nei pressi dalla chiesa di S. Pietro, nel centro storico, definito dagli abitanti del luogo "mezzaterra", ossia cuore del villaggio. Oggi al palazzo e’ possibile accedere tramite una scalinata, che conduce nel cortile. Di particolare interesse, e’ il loggiato che affaccia sulla piazza del paese e dal quale e’ possibile ammirare il mare. Attualmente è impossibile riconoscerne l'antica fisionomia, sia per la divisione proprietaria (che per gli inadatti restauri successivi. Oggi l'esterno mostra una serie di finestroni ad arco che si affacciano su una gradevole terrazza.

lunedì 20 giugno 2011

Il castello di lunedì 20 giugno



DOVADOLA (FC) – Rocca dei Conti Guidi

Situata su uno sperone di roccia puddinga che domina il paese, fu costruita su avamposti longobardi e le prime notizie risalgono al 1021 sebbene l'edificio attuale si debba far risalire al XIII secolo ad opera di Marcoaldo Guidi. La parte più antica è costituita dal mastio, come attesta l'iscrizione che riporta la data 1339, nella lunetta della finestra del terzo piano. Ai primi del XII secolo la cittadella apparteneva agli arcivescovi di Ravenna. Passò poi ai conti Guidi di Modigliana intorno alla fine del 1100, quindi agli Ordelaffi (1334) e di nuovo ai Guidi che esercitarono la signoria fino al 1405, quando Malatesta Guidi la cedette alla Repubblica di Firenze, sotto cui Dovadola fu podesteria civile. Nel 1467 Bartolomeo Colleoni con le sue truppe di ventura espugnò la rocca e la dette alle fiamme. Dopo una brevissima dominazione veneziana, Dovadola tornò in possesso di Firenze e fino al 1928 fece parte geograficamente di quella provincia. E’ certamente uno degli esempi meglio conservati di fortificazione dei Conti Guidi, nonostante l’incuria degli ultimi secoli ne abbia danneggiato diversi punti. La rocca è intatta per quanto riguarda alcune strutture quali cortine, i bastioni ed il mastio, mentre le rimanenti versano in grave stato di abbandono. La fortificazione consta di tre piani o meglio di tre blocchi sovrapposti e concatenati da passaggi obbligati che collegano l'ingresso principale alla sommità del mastio. L'ingresso, che era munito di ponte levatoio di cui sono ancora visibili le corsie delle travi di sollevamento, conduce nel cortile interno circondato dal mastio e dalle cortine difensive. Il mastio, a sezione quadrata e alto 30 metri, è costruito su 5 piani, di cui due sotterranei, collegati da una scala a chiocciola. L'attuale aspetto quattrocentesco è dovuto alle modifiche a cui il castello fu sottoposto nel successivo periodo di dominazione fiorentina. Attualmente la rocca è di proprietà della famiglia Blanc Tassinari, il cui stemma spicca sul portale di ingresso.

sabato 18 giugno 2011

Il castello di domenica 19 giugno



FRASSO SABINO (RI) – Castello Sforza-Cesarini

La prima attestazione della sua esistenza è del 955, quando viene definito locus. Contrariamente a quanto ritenuto, il locus non esclude il castrum. Il castello è comunque sicuramente edificato nei primi decenni dell'XI secolo, a difesa dell’Abbazia di Farfa. Nel 1055 Alberto figlio di Gebbone donò la sua quota del castello all'abate Berardo I. Probabilmente la parte spettante a Farfa fu alienata o usurpata nei primi decenni del secolo XII, quando il monastero subì una crisi profonda, dato che nel privilegio di riconferma concesso da Innocenzo III nel 1198 nessuna quota risulta più in suo possesso. La signoria sul castello dovette essere esercitata dai Brancaleoni, anche se non si conoscono le modalità dell'affermazione della loro egemonia sull'area. Nel 1388, Giovanni e Francesco Brancaleoni ne furono i signori. Farfa non mancò di rivendicare agli inizi del Quattrocento i suoi diritti sul territorio ed in base ad un'ambigua interpretazione della donazione compiuta da Gebbone, che corrispondeva soltanto ad una quota di cosignoria, raggiunse una transazione con il comune rurale che aveva richiesto l'8 ottobre del 1426 la conferma della locazione perpetua secondo i confini delineati dalla già citata donazione. Nel 1441 il castello fu occupato da Battista Savelli ed i Brancaleoni donarono il maniero alla sorella Simodea, che era andata sposa ad Orso Cesarini. Il feudo fu recuperato, però, soltanto per l'intervento del cardinale Giuliano Cesarini che versò una somma di danaro al Savelli per lasciare libero il castello. Battista dal suo canto tentò nuovamente di occupare Frasso nel 1447, incontrando la ferma opposizione di papa Niccolò V. La controversia non si estinse, ma fu fonte di continui urti. Nel 1528, ad esempio, Giovanni Battista Savelli ed i suoi uomini attaccarono e misero a sacco Frasso e Ginestra asportandone derrate alimentari per un ammontare di 3.000 ducati. Nel 1573, infine, si raggiunse un accordo tra i Cesarini di Frasso ed i Savelli di Poggio Nativo, che videro considerevolmente ampliato il territorio spettante al loro castello. La signoria dei Cesarini su Frasso ebbe termine in un modo abbastanza complesso e movimentato in seguito al matrimonio di Livia Cesarini, oblata nel monastero romano dei Sette Dolori, con Federico Sforza celebrato nel 1573, suscitando scandalo, scalpore ed una lunga controversia durata parecchi decenni per definire con i Colonna i diritti di primogenitura tra Livia e Cleria Cesarini che si chiuse con un compromesso nel 1709. La famiglia Sforza Cesarini dominò Frasso Sabino fino alla soppressione dei feudi nel 1817. Dieci anni dopo il castello ebbe la sua autonomia. La forma complessiva dell’abitato di Frasso è dettata dalla conformazione stessa del supporto naturale e ne segue l’andamento fino ai bordi estremi. La dominante mole del castello, davvero notevole rispetto alla dimensione dell’abitato, conserva ancora un alto bastione cilindrico con basamento a scarpa e munito di beccatelli nella parte terminale. Il fortilizio e l’intera struttura dell’abitato, sono stati oggetto di continue modifiche che ne hanno cancellato la forma primitiva; anche la torre ha subito sorte analoga con l’abbattimento della parte più alta.

venerdì 17 giugno 2011

Il castello di sabato 18 giugno



CELLERE (VT) - Rocca Farnese

La storia di Cellere è caratterizzata dal dominio di vari Signori, sotto l'egemonia ora della Chiesa, ora dei vari Stati limitrofi, appartenne ai Prefetti di Vico e agli Orsini fino a che con i Farnese entrò a far parte del Ducato di Castro e ne seguì, come gli altri Comuni, tutte le vicende fino alla sua dissoluzione nel 1649. Come tanti altri borghi della Tuscia viterbese, anche il centro storico di Cellere sorge su di uno sperone tufaceo, stretto ed allungato, protetto da profonde gole scavate per millenni dalle acque; la sommità della rupe si distende per oltre un chilometro, a quota 342 m s.l.m. A ricordarci il dominio farnesiano si erge tuttora la rocca, anch'essa in tufo, un edificio dalla mole compatta che è situato all'estremità dell'abitato. Essa venne ampliata e trasformata in lussuosa residenza nobiliare nel corso dei secoli XVI e XVII, perdendo ogni traccia di torri e merlature. Molti anni fa visitai con i miei genitori questa località del Viterbese e vidi l'antico edificio che in quel tempo era adibito ad abitazione privata. Inoltre acquistai una cartolina in bianco e nero che ritraeva la rocca e nella quale non c'era quella sorta di torre che si vede nella foto di accompagnamento al post. Devo dedurre che negli ultimi 20 anni vi siano stati lavori di recupero e restauro e che la torre sia stata ricostruita per far riavvicinare il castello ad una sua configurazione precedente.

altro tuffo nel passato...

accipicchia..ho ritrovato pure questa !!!

Il castello di venerdì 17 giugno



TORCHIAROLO (BR) - Palazzo Baronale Caracciolo

Appartiene a quel gruppo di castelli della provincia brindisina che nel tempo sono stati trasformati in abitazioni fortificate o palazzi signorili. L’edificio, presente sulla piazza principale del paese e prospiciente la Chiesa Matrice, è stato costruito in più riprese ed è stato terminato nel 1698, come riportato sull’incisione visibile in alto al lato frontale della costruzione; il suo primo nucleo è rappresentato dall’imponente torrione angolare a pianta quadrata con coronamento superiore, unica testimonianza del suo antico sistema difensivo, originario del XVI secolo. Sulla facciata principale si apre un elegante portale di gusto catalano sormontato dall’araldica dei Caracciolo, principi del paese nel 1726, titolo ottenuto da Carlo VI. Dal portale si accede nel piccolo cortile interno, oggi ingresso di abitazioni private. Sulla facciata principale della torre è presente, al primo piano, un balcone con balaustra in pietra.

giovedì 16 giugno 2011

Il castello di giovedì 16 giugno



AOSTA - Torre del Lebbroso

Antico bastione romano, venne successivamente trasformata in residenza feudale dai nobili Friour, potente famiglia che la abitò tra l'XI e il XV secolo. Nel corso del ‘400 fu costruita la torre scalare sul lato nord per permettere un più comodo accesso ai piani, mediante una scala a chiocciola, e vennero aperte le finestre in pietra sul lato sud. L'edificio è conosciuto nella storia locale per una serie di curiosità che la riguardano: per molto tempo fu abbandonata e il suo nome da Friour divenne Frayeur (paura). Nel 1660 la costruzione venne acquistata da Bonifacio Festaz che nel 1682 la legò all’Hospice de Charité d’Aoste. Nel 1773 passò all’Ordine Mauriziano che vi ospitò fino al 1803 Pietro Bernardo Guasco da Oneglia, un lebbroso che vi fu rinchiuso fino alla morte per evitare il contagio della cittàe che lì vi morì. Pietro Bernardi Guasco, ultimo esponente di una ricca famiglia nobile che nei secoli aveva progressivamente perduto i suoi possedimenti, dopo aver perduto tutto, contrasse la lebbra, come a sancire definitivamente il declino della sua casata e, nonostante i nobili trascorsi, venne rinchiuso a passare i restanti anni della sua triste vita in questa famigerata torre. Un giorno, una leggiadra dama spinta dalla curiosità (e si sa che la curiosità è femmina), si affacciò all' uscio socchiuso della torre proibita e vi scorse quest' uomo, di affascinante aspetto, ma devastato dalla malattia, che continuava la sua vita nella fierezza e nella nobiltà d'animo. Da questo incontro nacque incredibilmente l' amore, che durò fino al termine dei giorni del povero Pietro, deceduto a 52 anni. Ogni giorno la fanciulla passava davanti alla prigione, prima scambiando sguardi e poi, vincendo la paura del contagio, portando doni e beni per rendere le pene del Guasco più sopportabili. La conoscenza dei due si strinse sempre più e quest'amore, apparentemente impossibile, divenne realtà, anche se solo a distanza, filtrato dalle sbarre del lazzaretto, superando ostacoli invalicabili. Dai momenti di intimità attraverso le sbarre, alle dolci e morbide parole, questo amore aveva tutto ciò che si sogna, tranne una cosa: un futuro. Pietro Bernardo peggiorava progressivamente rendendo sempre più rari gli incontri con la sua amata. La sofferenza di questa era senza fine, inconsolabile pregava affinchè Dio concedesse la salute al suo caro, ma ciò non avvenne. Quello che rimase fu solo la forza di un amore, che supera le barriere del pregiudizio e del tempo. Di questo amore, decadente e impossibile, venne a conoscenza lo scrittore della Savoia Xavier de Mastre, ufficiale al seguito dell'armata napoleonica, che la narrò nel suo racconto 'Le lepreux de la citè d' Aoste' rendendolo così immortale. La torre fu poi utilizzata come ricovero per i parenti delle vittime di colera e come osservatorio meteorologico. Il canonico Carrel comunicava ai giornali le temperature rilevate ai 600 m di altitudine della torre. Alla fine del XIX secolo l'edificio fu restaurato con fondi statali, e oggi appartiene alla Regione Autonoma Valle d'Aosta che ne ha fatto sede di importanti esposizioni d’arte. Nel 1963 in occasione del bicentenario della nascita di Xavier de Maistre una targa commemorativa fu apposta sul lato orientale.

mercoledì 15 giugno 2011

bella bella bella

ecco un brano che mette di buon umore

Il castello di mercoledì 15 giugno



FRASCAROLO (PV) - Castello Visconti

Frascarolo, per la sua vicinanza al Po (importantissimo confine naturale fra le terre lombarde e quelle piemontesi), aveva un interesse strategico rilevante. Ecco perchè fu teatro di numerose battaglie che durante quasi tutto il XIII secolo. Costruito nella metà del XIV sec., per volontà di Marco Visconti, nelle immediate vicinanze dei ruderi di due piccole fortezze, il castello venne incendiato nel 1404 da Facino Cane e irreparabilmente distrutto. Altra guerra di una certa importanza fu quella che intrapresero i duchi di Savoia per tentare di assoggettare tutta la Lomellina, ma alla fine essi dovettero sottostare ai voleri degli Sforza e il 30 agosto 1454 firmarono un trattato con il quale si impegnarono a desistere dalle loro mire e a riconoscere la supremazia dei Signori lombardi che durò fino al 1535.
Nel frattempo nel 1512 il castello fu riedificato nell'impianto attuale, su permesso accordato dal Duca Ludovico il Moro. Dopo la dominazione sforzesca, il paese passò di mano in mano tra le più importanti famiglie dell’epoca, e giunti alla metà dell’800, il castello e gli annessi possedimenti terrieri divennero proprietà della famiglia Vochieri cui rimase fino agli anni ’60 del XX secolo. L'aspetto attuale del maniero si deve al progetto dell'architetto Vendone di Vigevano, incaricato dei lavori nel 1882 da Giovanni Vochieri. L'originaria struttura prettamente militare del castello venne quindi radicalmente trasformata in una sorta di residenza signorile. Sostanzialmente il Vandone creò un complesso dall'elegante impatto scenografico e con un discreto gusto archittetonico. L'edificio è a pianta quadrata ai cui quattro angoli si innalzano altrettante torri cilindriche. Ammirando nella sua totalità la costruzione non si può fare a meno di notare gli evidenti rifacimenti ottocenteschi (anche nelle torri), soprattutto nelle parti superiori, sovrastanti le antiche strutture. L'edificio, in mattoni a vista, è una delle architetture più note della Lomellina. L'ingresso all'antico maniero è ricavato nel centro del fronte ovest, sovrastato da un massiccio torrione - in forma di rivellino - che supera di un piano l'altezza della cortina muraria. Un ponte in muratura - caratteristica comune alla maggior parte dei castelli lomellini - sostituisce l'antico ponte levatoio, le cui tracce (si vedano le sedi dei bolzoni) sono comunque ricostruite, e attraversa il fossato, trasformato in elegante giardino, conducendo a un semplice portale con arco a tutto sesto, vigilato da due leoni accucciati posti ai suoi lati; sopra l'arco sono visibili una targa marmorea e il biscione viconteo. L'edificio venne dichiarato monumento nazionale agli inizi del '900, e per merito dei Vochieri prima, e degli attuali proprietari ora - famiglia Danovi -, se ne può constatare la perfetta conservazione. Da un punto di vista architettonico la caratteristica più rilevante della costruzione è costituita dalla presenza di una serie ininterrotta di loggette poggianti su beccatelli tra i quali sono interposti balconcini su cui s'affacciano finestre - di cui alcune false, frescate sull'intonaco di fondo dei balconcini ciechi, chiusi nella parte alta da archivolti schiacciati - in linea con lo stile ottocentesco che domina l'opera di restauro. Il loggiato è uniformemente distribuito su tre lati dell'edificio; il lato posteriore, rivolto a oriente, in gran parte mancante in seguito alle antiche vicende belliche, è meno elaborato essendo il loggiato presente solo in una piccola porzione della parete che fa capo alla torre sud-est. Interessante è la triplice dentellatura dei torrioni. L'interno è completamente arredato. A fianco del castello sorge una chiesa che una volta era la Cappella del castello. Si dice che vi sia un tunnel nascosto che collegava le due costruzioni e che serviva come via di fuga in caso di attacchi o assedi (nel passato le chiese sono state spesso considerate dei porti franchi). Oggi il castello è anche sede del Museo del Contadino ed è visitabile nell'ala della rassegna. Per approfondire si può visitare il seguente sito web: http://www.museodelcontadino.it

martedì 14 giugno 2011

gran bel pezzo

che piacere rivederla e risentirla

Il castello di martedì 14 giugno



CASTELLUCCIO VALMAGGIORE (FG) - Torre bizantina

Anticamente l'abitato aveva forma di triangolo isoscele ed era chiuso da una cinta muraria costituita da abitazioni fortificate. Alla base del triangolo si aprivano le due porte, dette del Pozzo (a occidente) e del Piscero (a oriente). Al vertice del triangolo, più vulnerabile, fu edificato il castello bizantino, del quale resta solo la torre, eretta nel 1019 dal catalano Basilio Boioannes. Questa poderosa costruzione è attualmente alta 20 metri e consta di un fondamento pieno a forma poligonale e un cilindro alto 16 metri e di 6,20 metri di diametro. Lo spessore dei muri circolari è di 2,50 metri. L'intera costruzione venne realizzata in pietra locale legata con litocolla, ossia malta fatta con solo idrato di calce, senza sabbia. Dei tre piani originari della torre, ne sono rimasti solo due. Il terzo piano fu demolito ed i cornicioni furono usati per la grondaia del palazzo del principe, edificio situato di fronte alla Chiesa, nel cui portale vi sono vari segni araldici senza data, e aderenti al muro e ai fianchi del portone vi sono dei piloni per legare i cavalli. Al primo piano della torre si accedeva esclusivamente attraverso una finestra balcone, o saracinesca, con una scala esterna, mentre per scendere giù c’era una botola laterale a sud, con un grande anello di ferro a cui si legava una corda con cui si scendeva, o si conducevano i prigionieri. Per la luce e la circolazione dell’aria, c’erano piccoli spiragli, a forma di feritoie, molto alti dal suolo che, per la grossezza dei muri, ne somministravano una quantità appena sufficiente al mantenimento della vita. Mediante una scalinata in pietra a chiocciola incassata nel muro ovest, si sale dal secondo piano al terrazzo, che domina la campagna circostante e da cui si gode di una visuale meravigliosa e vastissima. Successivamente, Castelluccio fu feudo anche dei Normanni che, per la posizione a dominio della valle del Celone, vollero farne un centro fortificato e autonomo dalla diocesi di Troia. Subentrarono poi gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi, con i quali passò sotto la baronia di Valle Maggiore nel Quattrocento. Fu quindi infeudata ai Caldarola di Bari, ai Piccolomini di Amalfi, ai Caracciolo e ai Sanseverino.

lunedì 13 giugno 2011

Il castello di lunedì 13 giugno



CIRCELLO (BN) – Castello normanno-aragonese

Il poderoso maniero venne edificato durante la dominazione Normanna (XI sec.) e completato nel XIV sec. con l’aggiunta della torre quadrata di difesa apportata dagli Aragonesi. La parte meridionale del borgo aveva sette porte, sette camminamenti e sette cinte di difesa a semicerchio. Era praticamente inespugnabile. Al tempo di Guglielmo il Buono, Circello dipendeva dalla contea di Cisterna e Pietracatella ed era feudo della famiglia Alemagna. Non è noto come gli Alemagna persero il feudo né chi lo possedette fino al 1343, quando passò a Niccolò Scigliatis, la cui nipote Mafalda lo portò in casa della Leonessa. Nel 1457 venne in possesso dei Carafa, potentissima famiglia soprattutto al tempo di Alfonso I d'Aragona. Il 3 giugno 1496 si combatté la battaglia di Circello, nella quale il marchese di Mantova, Giovanni Sforza, signore di Pesaro ed i Veneziani, alleati di Ferdinando I d'Aragona, sconfissero i Francesi, gli Svizzeri e i Tedeschi comandati da Gilberto di Borbone, duca di Montpensier. Nel 1536 Niccolò Maria di Somma lo acquistò dal viceré Filiberto di Chalon, principe d'Orange, acquisto confermato solo più tardi da Carlo V. Nel 1548 il viceré Don Pietro di Toledo diede l'investitura di questo feudo a Scipione di Somma, figlio di Niccolò, insieme a Colle (attuale comune di Colle Sannita) e agli altri feudi di Casaldianni, Macchia e Forcellata. Nel 1581 fu concesso a Scipione di Somma il titolo di marchese di Circello ma questi lo rifiutò in favore del figlio Ferdinando, tenendo per sé solo il titolo di principe di Colle. La casa di Somma ha mantenuto il possesso del feudo ininterrottamente dal 1528 fino all'abolizione del feudalesimo. Il borgo, poi, fu protagonista della rivoluzione partenopea del 1799, quando si schierò con i giacobini di Napoli. Circello nel periodo feudale ospitò per lungo tempo la " Camera Marchesale" che amministrava la giustizia e " fu tra i primi Comuni a dare la propria adesione alla nascente provincia di Benevento inviando al generale Garibaldi, in Avellino una delegazione guidata dal dott. Nicola Tartaglia e da Luigi e Nicola Zaccari. Circello fece parte della Capitanata fino al 1809, quindi passò alla provincia di Campobasso e nel 1861 a quella di Benevento.

sabato 11 giugno 2011

Il castello di domenica 12 giugno



PETRELLA SALTO (RI) – Rocca Cenci

Domina il paese dalla sommità di una collina ed oggi ne rimangono scarsi ruderi, oggi ristrutturati. In questo castello si svolsero le tragiche vicende della nobildonna romana Beatrice Cenci. Le prime notizie sulla rocca risalgono alla metà del XII secolo quando era feudo in capite di Gentile Vetulo, che morì prima del 1170. Successivamente Petrella finì sotto il controllo dei Mareri, che divenne la più potente famiglia della nobiltà rurale dell'area. Nella seconda metà del XIII secolo Petrella, la cui rocca fu presidiata a lungo da una guarnigione regia, fu tolta ai Mareri e concessa in feudo al provenzale Guillaume Accrochemoure, al quale subentrò Pietro Colonna. Nel 1295 Carlo II d'Angiò fece restituire il castello a Tommaso Mareri ed ai suoi fratelli e da quel momento Petrella tornò nella loro baronia, divenendone il centro principale. Nella 1511 la Rocca fu protagonista di un grave fatto di sangue che riguardò il conte Gianfrancesco Mareri, il quale non aveva rispettato la promessa di dare in dote il castello di Staffoli a Giacomo Facchini, sposo della figlia. Per questo motivo il genero si vendicò con l’aiuto di un servitore a cui Gianfrancesco aveva fatto uccidere il fratello perché sospettato di essere l’amante della contessa e nottetempo, entrato nella Rocca con più di duecento armati, il Facchini strangolò nel letto il conte e la contessa e fece uccidere tutti i suoi figli ed i suoi ospiti. Dalla strage si salvò la sola figlia Maria Costanza, di pochi anni, che gettata dalla Rocca rimase fortunosamente impigliata con le vesti ad un ferro sporgente dalla stessa e recuperata successivamente dagli abitanti di Petrella. La signoria dei Mareri finì nel 1532. Marzio Colonna concesse in uso il castello di Petrella a Francesco Cenci nel 1595 a cui si deve l’aver reso tristemente famosa la rocca per le crudeltà del suo governo. Il Cenci venne tragicamente ucciso per opera di Olimpio Calvetti, castellano della Petrella, e di Marzio Catalano su istigazione della figlia Beatrice, amante del Calvetti. Il processo vide la condanna a morte di Beatrice, di Lucrezia e di Giacomo Cenci che furono crudelmente giustiziati a Roma, presso Castel Sant’Angelo, nel settembre del 1599. Attualmente, come già detto, della rocca rimane ben poco. Il già diruto edificio fu infatti ulteriormente danneggiato in seguito al terremoto che colpì la Marsica nel 1916, tanto che non rimane in piedi che un troncone di torre e miseri resti.

venerdì 10 giugno 2011

Il castello di sabato 11 giugno



TERELLE (FR) – Castello d’Aquino

Venne edificato intorno al 1117 dal conte d’Aquino Pandolfo, sotto forma di una torre, su una delle cime che fiancheggiano il lato orientale del Monte Cairo, con lo scopo di molestare, se non dominare, la potente Abbazia di Montecassino che, agli inizi del XII secolo, attraversava un periodo di difficoltà. Il castello di Pandolfo, dietro preghiera dei monaci di Montecassino, venne raso al suolo dall’imperatore del Sacro Romano Impero Lotario III di Supplimburgo, nel 1137. Ricostruito dagli aquinati, venne nuovamente distrutto dall’abate Roffredo, nel 1195. In seguito subì nuove ricostruzioni e altre distruzioni come certamente quella ordinata dall’imperatore Federico II di Svevia , il quale nel 1220 fece abbattere nel Regno di Sicilia tutte le fortezze sorte dopo il 1189, anno della morte di Guglielmo II il Buono, ultimo re normanno. L’aspetto attuale del maniero risale probabilmente alla ricostruzione del XIII secolo. La posizione geografica di Terelle, arretrata rispetto alle pianure, ai grandi corsi d’acqua e alle grosse vie di comunicazione, è stata per lo più una garanzia dalle occupazioni e traversie che hanno maggiormente interessato i comuni della Valle del Liri e della Terra Sancti Benedicti. Terelle ha perciò goduto di una relativa tranquillità, nel Medioevo, sufficientemente difesa dal suo castello peraltro non particolarmente munito di poderose opere di fortificazioni. Già verso la fine del sec. XVI veniva descritto come ‘un recinto d’un castellaccio con alcune stanze inabitabili‘ che gli ultimi signori, nella persona di Alfonso D’Avalos, nel 1583 vendettero ai Duchi di Sora, del cui casato seguì i destini, lieti e meno lieti, fino al 1796. In tale anno il duca Boncompagni-Ludovisi vendette al re Ferdinando IV di Borbone-Napoli oltre a Terelle anche Aquino, Arce, Roccadarce, Santopadre, Roccasecca, Colle S.Magno e Palazzolo (Castrocielo ). Nella fase di maggiore fortificazione, il castello era protetto da ben cinque torri, una con prevalente funzione di difesa e le altre quattro, una per ogni lato dell’intero complesso, a scopo di avvistamento e di comunicazione interna ed esterna. Oggi due di questi torrioni sono in discreto stato di conservazione, a vederli dall’esterno; degli altri non restano che scarse e incerte tracce, avanzi di crolli causati dai rovinosi e ripetuti terremoti che scossero la zona durante i tormentati secoli dell’ultimo Medio Evo. Opportuni restauri e riusi adeguati potrebbero far rinascere l’antica costruzione, oggi in stato di abbandono.

Il castello di venerdì 10 giugno



TERRANOVA DA SIBARI (CS) - Castello Spinelli

Posizionato al centro del paese, fu probabilmente edificato intorno al 1100 con scopi difensivi. Il primo principe che vi ebbe dimora fu Boimondo di Tarsia (1160). Appartenne poi ai Ruffo, a Maso Barrese, ai Sanseverino di Bisignano (sotto la titolarità del filoangioino Girolamo, che per aver partecipato alla congiura dei Baroni fu chiuso in un sacco e gettato in mare a Napoli). Nel castello il 21 novembre 1478, colto da malore per aver mangiato funghi rivelatisi velenosi, morì Enrico d'Aragona, figlio spurio di Ferrante d'Aragona e marchese di Gerace. Ultimi proprietari furono i Principi Spinelli di Tarsia. Il castello, di cui è rimasta soltanto la struttura esterna, è a pianta quadrangolare, con torre centrale a pianta quadrata. In origine era circondato da un fossato profondo e vi si accedeva per mezzo di un ponte levatoio. Gli Spinelli, nella prima metà del XVII secolo ingrandirono e arricchirono il maniero. Nel 1620, infatti, il principe Vespasiano diede inizio alla costruzione del “Palazzo del Principe”, adiacente al castello. Tale dimora ha conservato un loggiato, suggestivi giardini pensili e l'imponente portale d'accesso con motivi a bugne e una decorazione a ventaglio sotto l'arco a tutto sesto. Vi è anche un teatro di cui si può ancora ammirare la facciata monumentale in cui si apre un artistico portale, con arco a tutto sesto, impreziosito da colonne, capitelli corinzi, nicchie, mascheroni e trabeazioni di ispirazione rinascimentale. Nel teatro, che sorge tra il castello e il succitato palazzo (insieme formano un angolo), si davano rappresentazioni per allietare gli illustri ospiti del feudatario. Tra questi pare anche Carlo III di Spagna, noto come Carlo di Borbone, re di Napoli (Madrid, 1716 – Madrid, 1788), durante un suo soggiorno terranovese di tre giorni nell'anno 1735. L'edificio oggi è di proprietà privata ed è in parte abitato (al pianterreno ospita anche un pub-ristorante presente su Facebook e chiamato "Castello dei Principi").

giovedì 9 giugno 2011

Il castello di giovedì 9 giugno







VILLAPIANA (CS) - Castello normanno-Sanseverino

Fondato nel trecento in seguito alla ricostruzione di tutto l'abitato dopo le incursioni saracene, appartenne a diversi signori, tra i quali i Sanseverino e i Pignatelli di Monteleone. Nel XVI secolo subì notevoli rimaneggiamenti. Oggi ne rimangono solo alcuni ruderi delle mura merlate, di un cinquecentesco torrione a pianta cilindrica, messo a rinforzo della cortina esterna, e di una torre a pianta quadrata. Si intravedono inoltre alcune finestre e feritoie in tufo. Il rudere del castello domina la piana sottostante (piana di Sibari) e il mare Ionio. Racchiuso nelle sue antiche mura su piazza Dante, la piazza principale del paese, attorniata da vecchi palazzi, negozi, vie, piazzette, alberi e fontane. Il tutto offre ai visitatori un quadro pittoresco dove il passato si mescola al presente. Dopo decenni di abbandono e di incuria sono iniziati i lavori di restauro e messa in sicurezza del maniero. L’erosione degli eventi atmosferici e l’incuria umana lo avevano ridotto in uno stato di totale degrado, tanto che il suo torrione era diventato un pericolo pubblico a danno delle persone che giornalmente transitano sotto le sue mura. A prendere l’iniziativa è stata l’Amministrazione Comunale in carica che, mediante un’Ordinanza a firma del sindaco Luigi Bria, ha intimato ai proprietari di prendere le iniziative più opportune ed urgenti per scongiurare rischi all’incolumità pubblica. I lavori di restauro, iniziati di recente, interessano prioritariamente la parte esterna del Castello. Poi saranno estesi alle altre parti dell’antico manufatto. Il Castello, che rimane di proprietà privata, fa parte della lunga serie di castelli e di torri di guardia di cui almeno tre nel solo comune di Villapiana: Torre Cerchiara, Torre Tripaoli e Torre Saracena. Una volta restaurato e riportato alla sua antica possanza, il Castello potrà rappresentare un invidiabile biglietto da visita per i visitatori e per i turisti che d’estate affollano le spiagge sabbiose e assolate di Villapiana Lido e Villapiana Scalo.

mercoledì 8 giugno 2011

Il castello di mercoledì 8 giugno



SINIO (CN) – Castello Del Carretto

L’imponente costruzione, a pianta rettangolare allungata, venne fatta erigere, in sostituzione del maniero medioevale, dal marchese Franceschino Del Carretto dopo il 1448, in posizione dominante sull’abitato. Fu così realizzato un munito palazzo tardo-gotico nel quale svettava un preesistente torrione quadrangolare, purtroppo abbattuto più di un secolo fa, dopo la vendita da parte degli ultimi conti Vassallo di Castiglione, per adibirlo ad abitazione rurale. La facciata dell’edificio rivolta verso piazza Marconi è contraddistinta da pregevoli finestre bifore, dal grande arco ogivale d’ingresso, da un decorativo marcapiano in laterizio, da aperture monofore e da un dipinto. Tale affresco, recentemente restaurato, nel quale sono raffigurati Sant’Antonio Abate e San Sebastiano con al centro la Madonna col Bambino, sovrasta il ricercato portale con lo stemma dei Del Carretto. Non si conosce l’autore della pittura, tuttavia è ipotizzabile che costui appartenga alla cosiddetta “Scuola del monregalese” di affreschisti attivi nel Quattrocento. Soprattutto dopo il 1897, la casaforte subì notevoli trasformazioni, ma mantenne nel prospetto principale e nell’insieme volumetrico i caratteri distintivi della dimora signorile. Dal 1975 il muro esterno esibisce un altorilievo del celebre scultore Umberto Mastroianni che l’ha donato a Sinio, nel trentennale della Resistenza (1975). Sono terminati i lavori di restauro dell’edificio, condotti nel rispetto dell’originario impianto architettonico, conservando i materiali originali, dalle mura di pietra ai pavimenti in cotto autentico, dalle antiche travi di castagno alle rifiniture e gli arredi dei suoi spazi interni. Oggi l’edificio è sede di una importante struttura turistico-ricettiva. Per approfondire si può visitare il seguente sito: http://www.hotelcastellodisinio.com/

martedì 7 giugno 2011

Il castello di martedì 7 giugno



Cisano Bergamasco (BG) - Castello Vimercati Sozzi

Rappresenta il simbolo del paese, con la sua torre superstite svettante che domina il centro abitato dalla sua posizione sopraelevata. In documenti risalenti al 1021 viene citato il castello di Cisano, appartenente ai conti Visconti Sozzi de'Capitani, famiglia predominante che possedeva numerosi terreni, edifici (tra i quali il castello stesso) ed esigeva il pagamento di decime, tra cui anche un’imposta per l’attraversamento del fiume Adda che avveniva in località La Sosta mediante l’utilizzo di un barcone. Tra il XII e il XIII secolo Cisano fu teatro di scontri tra Guelfi e Ghibellini, che continuarono fino all'accordo di pace firmato a Ferrara nel 1433, nel quale venne sancito il passaggio di Cisano e dei borghi limitrofi alla Repubblica di Venezia. Da allora non si sono più verificati episodi di una certa rilevanza politica nel paese che, forte della ritrovata tranquillità, cominciò ad intraprendere attività economiche che risollevarono la condizione economica e sociale dei propri abitanti. Soltanto alcune carestie e ondate epidemiche di peste di manzoniana memoria misero in seria difficoltà la popolazione, che seppe sempre rialzarsi e riprendere le proprie attività. Nel 1797 Cisano, così come gran parte della provincia di Bergamo, venne annesso alla Repubblica Cisalpina, dominazione che durò fino al 1815 quando subentrarono gli austriaci che instaurarono il Regno Lombardo-Veneto; l’ultimo passaggio di consegne avvenne nel 1859 con l’ingresso nel neonato Regno d'Italia. Nel 1863 assunse la attuale denominazione Cisano Bergamasco.

lunedì 6 giugno 2011

Il castello di lunedì 6 giugno



TERAMO - Castello della Monica

E' una ricostruzione ottocentesca di un edificio medioevale. Si trova a Teramo, in posizione isolata sul piccolo colle di San Venanzio, poco distante da Piazza Garibaldi e sul sito di un'antica chiesa della quale furono riutilizzati materiali di costruzione ed elementi decorativi. Il pittore teramano Gennaro Della Monica, grande sognatore, seguendo la moda di fine secolo e ispirato forse dal borgo medioevale realizzato nel Parco del Valentino (da lui visto durante un suo viaggio a Torino), decise di costruire un vero e proprio castello nel quale avrebbe vissuto con la sua famiglia. L'inizio dell'edificazione avvenne nel 1889 e già un anno dopo risultavano erette le mura del corpo e coperto il tetto. Questo pittore, assai perfezionista, per rendere tutto più verosimile, fece costruire anche il borgo del castello e cercò di rendere il tutto un po' decadente, come corroso dal passare degli anni. Purtroppo l'interno del castello oggi non è visitabile perché pericolante, ma è ricco di passaggi, stanze, finestre, naturalmente tutto arricchito dalla mano del proprietario artista che ha dipinto ogni tipo di particolare. Il castello è stato anche luogo d'amori segreti, di leggende, fantasie e di morti crudeli. Della Monica abitò nel Castello e vi collocò il suo studio, dove raccolse una mole enorme di studi, appunti e disegni realizzati nel corso dei lavori di completamento degli interni e dell'intero complesso. Negli anni successivi infatti furono portati a termine anche altri due edifici secondari che, insieme al corpo principale, formarono un vero e proprio Borgo di sapore medioevale che, oltre al Castello e ai due edifici a valle, comprendeva una dipendenza di servizio e dei graziosi giardini a terrazzo. Un aneddoto racconta che una zingara di cui l'artista si era innamorato, gli predisse -sbagliando- di esser destinato a morire nel giorno stesso in cui la costruzione del castello fosse arrivata a termine;si spiegherebbe con tale motivo il continuo progettare di piani e padiglioni. Nel settembre del 1900, nel corso delle feste per l'inaugurazione e la riapertura al culto della chiesa della Madonna delle Grazie in Teramo, il "fuochista" Pietro Paolo Vallone ideò uno straordinario spettacolo di illusionismo pirotecnico che ebbe per tema proprio l'incendio del Castello Della Monica. Dopo la morte del Della Monica (1917) fu Vincenzo Bindi, lo storico dell'arte nativo di Giulianova, a proporne per primo l'acquisizione da parte del Comune per destinarlo a sede del Museo civico. La proposta però, criticata da più parti, fu subito accantonata. Ad eccezione di un solo edificio, che è rimasto abitazione privata, il resto del complesso è di proprietà del Comune di Teramo ed è attualmente in fase di restauro per essere poi riaperto al pubblico e riconsegnato alla Città. Purtroppo a tutt'oggi, 2011, il restauro non appare concluso e il castello, soprattutto l'interno con le ricche pitture murali, appare ormai avviato verso un degrado senza ritorno. Inoltre, a causa di una proliferazione edilizia incontrollata, però, a partire dal secondo dopoguerra il Castello fu via via sempre più circondato e soffocato da abitazioni e condomìni che hanno finito per occultarne completamente il profilo fino a renderlo quasi indistinguibile alla vista e a mortificarne ogni valenza paesaggistica. Per approfondire si può visionare il seguente filmato http://www.youtube.com/watch?v=01tToj8MLCo

sabato 4 giugno 2011

Il castello di domenica 5 giugno



VEJANO (VT) – Rocca dei Borgia-Santacroce

Si ha notizia di prime fortificazioni erette nell’VIII secolo, periodo in cui il controllo del territorio passò dal ducato romano alla Chiesa. Intorno al XIV secolo divenne feudo degli Anguillara ai quali si deve l’edificazione di una prima rocca a controllo della strada che giunge da Bracciano. Nel 1493 venne distrutta da Papa Alessandro VI e riedificata da Onofrio Santacroce nel 1518. La costruzione nelle sue forme attuali riprende i nuovi criteri dell'architettura militare del Cinquecento, voluti dai Borgia. Tra le altre famiglie che ne hanno avuto il possesso nel corso della storia ricordiamo gli Orsini e gli Altieri, a cui si devono alcune trasformazioni tra cui l'innalzamento di un piano di una torre. La rocca è a forma triangolare e munita di tre torrioni a scarpa, i quali, data la loro ampiezza e la continuità che si è venuta a creare fra essi ed il camminamento che corre lungo tutto il perimetro, anticipano il concetto di bastione. Si distingue da altri castelli della Tuscia in quanto le fondamenta sono scavate nel tufo. Il lato della fortezza prospiciente il paese è munito di un fossato di notevole larghezza e di un ponte ancora conservati, mentre l’esposizione verso la campagna ha la sua difesa nei tre torrioni che controllano con la loro disposizione l’intero arco di 180°. Il piano inferiore, la parte più antica, era adibita a stalle e cantine, gendarmeria e prigioni, mentre la parte superiore in muratura era la residenza dei signori di Viano (antico nome di Vejano). Attualmente il castello è di proprietà del Principe Francesco di Napoli Rampolla e alcuni ambienti sono visitabili solo su richiesta.

Il castello di sabato 4 giugno



SORIANO NEL CIMINO (VT) – Castello Orsini

La sua possente mole domina Soriano e il territorio circostante, quasi incombendo, con la sua ombra, sulle case strette e arroccate del vecchio borgo medievale. Papa Niccolò III Orsini, che aveva strappato il feudo di Soriano ai Guastapane accusati di eresia, intorno al 1279 lo fece costruire lì dove esisteva già un palazzo-torre alto circa 35 metri (che costituisce tuttora la parte più elevata del complesso architettonico) affiancandogli un massiccio cassero a forma di parallelepipedo, per quella che sarà la sua struttura più o meno definitiva. Il pontefice vi stabilì la propria dimora estiva, lo concesse in feudo al nipote, Orso Orsini, e vi morì improvvisamente nel 1280. La signoria degli Orsini si protrasse fino agli inizi del XV secolo quando papa Martino V diede il castello ai suoi familiari, i Colonna, e nel 1435 papa Eugenio IV affidò il feudo a Giovanni Vitelleschi. E’ a Soriano che ebbe fine la storia della potente famiglia dei prefetti Di Vico, guerrieri prepotenti e senza scrupoli, che da un piccolo castello in riva all’omonimo lago, arrivarono a diventare signori di Viterbo. Qui, nel 1433, il cardinale Vitelleschi fece decapitare Giacomo, l’ultimo rappresentante della famiglia che contasse qualcosa, preso prigioniero a Vetralla col favore di alcuni infiltrati. Con papa Nicolò V sia il castello che il feudo furono posti sotto il diretto controllo della chiesa e papa Innocenzo VIII diede in vicariato perpetuo la rocca a Rodrigo Borgia, detto il Valentino. Nel 1492 gli Orsini tornarono proprietari del vecchio maniero per poi cederlo ai della Rovere, ai Carafa, agli Altemps ed infine, dal 1715, agli Albani che lo tennero fino alla metà del XIX secolo. Alla morte del cardinale Giuseppe Clemente Albani la fortezza passò a Filippo Albani alla cui morte, nel 1852, il castello fu ceduto ai Chigi e da questi allo Stato della Chiesa. Nel corso del Novecento la struttura fu adibita a carcere (prima della Santa Sede e poi dal 1871 dello Stato Italiano), ruolo che ha mantenuto fino a pochi decenni fa e che ne ha compromesso e snaturato la funzione originaria. Nel 1989 venne definitivamente chiuso. L'intero complesso è sormontato da merli guelfi, poggianti su archetti pensili, a loro volta sostenuti da beccatelli, ed è circondato da un camminamento di ronda, delimitato da un massiccio bastione. Attraverso tale camminamento si giunge al cortile circondato da arcate a tutto sesto, aggiunte probabilmente nel corso del Quattrocento, che nascondono al loro interno una sala con pregevoli volte a crociera ed un pilastro di fattura gotica. Per mezzo di una scala seicentesca si giunge alla parte superiore, trasformata in piano nobile durante la signoria degli Albani, di cui si conservano pochi elementi decorativi, tra i quali residui di decorazioni ad affresco, probabilmente appartenuti alla cappella. All’interno del castello è conservato un prezioso altare in peperino, precedentemente collocato nella chiesa della SS. Trinità del Cimino. Nel Rinascimento la rocca sorianese fu sottoposta a varie aggiunte e modifiche. Il Castello Orsini, certamente uno degli esempi migliori tra i manieri medievali dell'intero Lazio, è giunto ai nostri giorni in buone condizioni ed è visitabile. Per approfondire si può visitare anche la seguente pagina: http://www.castellidelazio.com/castellodisorianonelcimino.htm

venerdì 3 giugno 2011

Il castello di venerdì 3 giugno



TREVI (PG) - Torre in frazione Matigge

A circa metà strada tra Foligno e Trevi, sulla via Flaminia (ad est di essa) sorge questo interessante monumento, in posizione pianeggiante (294 m s.l.m.). Nel Medioevo, durante le lotte comunali in cui Trevi era alleata di Foligno, la zona assunse una particolare importanza strategica e si pensò di dotarla di un'imponente torre quadrangolare di difesa. Il 28 settembre 1392 un tal Angelo del Medico propose al Consiglio che per difendersi dai malfattori, che giorno e notte si aggiravano in quei pressi, facendo ogni sorta di danni ,si facesse alle falde del monte di Matigge una vasta fossa con una torre bene bastita, incaricando di tal affare tres bonos et legales homines, con pieni poteri. E infatti il 29 decembre dello stesso anno si nominavano a tal fine Manente di Petruccio, Ser Angelo del Medico e Ser Andrea di Ser Nuccino. Nonostante diversi solleciti, l'opera venne iniziata però solamente nel 1395 e venne subito dotata di un custode, a disposizione del quale nella torre vi erano una cisterna, il forno ed un molino - forse a vento - e sulla cima di essa una campana di 300 libbre la quale doveva servire per chiamare aiuto in caso di bisogno. Uno dei misteri di questa torre, ancora in buono stato di conservazione, è che apparentemente non vi è una porta di ingresso nel basamento: secondo le specifiche originali di costruzione, l'ingresso era sotterraneo, ma nessuno ne ha mai trovato il punto esatto in tempi recenti. Nella torre vi era un deposito di armi e munizioni. La sua sommità era cinta da merli,alti tre piedi, e fabbricati nel 1427 da Giovanni Paluzzi. Si saliva fino in cima per mezzo di una scala di legno, più volte rifatta. Ai piedi della torre era una vasta fossa di difesa, che si varcava per mezzo di ponti ma tutte queste precauzioni non valsero a renderla inespugnabile. Essa venne infatti assaltata e conquistata dal capitano di ventura Franceschino Cybo, nel 1488. Fu in seguito a tale fatto che il Comune deliberò di fortificare maggiormente la torre, facendo proseguire e compire il rivellino che vi era stato fatto da tre lati fin dal 1486, per un circuito di dieci pertiche e 65 piedi con una spesa di 28 Fiorini, 8 Bolognini e 27 denari. Il compimento del rivellino ordinato nel 1489 costò 60 Fiorini. Nel 1539 si stabilì di costruire presso la torre una capanna coperta di coppi, per riparo degli uomini che ne erano incaricati della guardia. Però questa nuova costruzione fu demolita nel 1601, per utilizzarne i coppi nella copertura della torre, danneggiata dalle intemperie. I più anziani ricordano ancora le truculente storie di briganti che qui compivano le loro losche imprese. La solitudine del luogo, l'inquietante enigma già accennato della mancanza della porta di accesso hanno alimentato il nascere ed il perpetuarsi di tante storie paurose. Recentemente l'edificio è stato consolidato dopo il terremoto del 1997. Purtroppo le numerose costruzioni commerciali ed industriali sorte recentemente hanno tolto molto della minacciosa imponenza che la fortificazione aveva fin oltre la metà del secolo scorso. Sul lato ovest della torre, quello cioè prospiciente la via Flaminia si vedono quattro stemmi: dei Cybo, dei Trinci, di Perugia e di Trevi, abbastanza ben conservati.

giovedì 2 giugno 2011

Il castello di giovedì 2 giugno



CALTANISSETTA – Castello di Pietrarossa

Sorge in prossimità della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, nei pressi dell'antico quartiere arabo della città, da cui domina, dall'alto del burrone sul quale si erge, tutta la vallata fino al fiume Salso. Sulle sue origini c’è incertezza. Secondo la versione più accreditata, sarebbe stato fondato dai bizantini tra il 750 e l’800, ma vi sono studiosi che ne attribuiscono la costruzione ai greci, altri ai saraceni, altri ai romani, altri ai pregreci e infine vi è anche un ipotesi di origine gotica. Ancora oggi, nonostante gli studi, le uniche notizie certe sul castello riguardano il periodo successivo all'insediamento del normanno Ruggero d’Altavilla, che conquistò Caltanissetta nel 1086. Nel 1282 il castello venne saccheggiato durante la guerra del Vespro e nello stesso anno Pietro d'Aragona nominò Bernardo de Sarrià castellano di Caltanissetta dopo la rimozione di Ruggiero Barresi. Fu durante il periodo aragonese che raggiunse il massimo prestigio, essendo stato scelto come sede di tre Parlamenti generali siciliani: nel 1295, quando vi si svolse il convegno dei baroni di Sicilia; nel 1361, quando Federico III vi si rifugiò per sfuggire alla morsa dei baroni siciliani; nel 1378, quando, alla morte di Federico III, vi si riunirono i quattro Vicari per spartirsi il governo dell’Isola. Nel 1407 il castello venne concesso in feudo da re Martino a Matteo II Moncada. Iniziò il suo periodo di decadenza in quanto, adibito ormai alle sole funzioni militari, fu ritenuto inadatto come residenza nobiliare. Sul finire del XV secolo i suoi sotterranei vennero impiegati come carceri. I Moncada tennero il castello fino alla soppressione del Feudalesimo. Nella notte del 27 Febbraio 1567, forse per una scossa di terremoto, il maniero crollò. Rimasero in piedi solo un muro diroccato, una torre di guardia in pietra viva, terrapieni, bastioni ed un ponte di comunicazione. Nel 1591 vennero iniziati dei lavori di manutenzione, ma questi finirono per trasformare il castello in una cava di pietra da costruzione. In seguito a questo progressivo smantellamento, nel 1600 fu trovato il cadavere di Adelasia, nipote di Ruggero d'Altavilla, cinta da una corona di rame che ne indicava il nome e la progenie. Nel corso del XVII secolo continuò la demolizione del castello, parzialmente crollato. La pietra venne utilizzata per le principali costruzioni dell'epoca. Il castello deve il suo nome al tipo di pietra usata per la costruzione, parte della quale è ancora visibile, riutilizzata, nella muratura dell'attiguo convento dei padri Riformati. Planimetricamente articolato su vari livelli, risultava costituito da 3 torri collegate da cortine murarie, delle quali oggi risultano visibili resti di quella alta circa 25 metri, e della torre di vedetta nord. In cima alla torre è posizionata una cisterna per liquidi rivestita con intonaco che ingloba frammenti ceramici di invetriate piombifere verdi a decorazione solcata e invetriate a decorazione dipinta, databili tra la fine del XII secolo ed i primi del XIII. Ai piedi della torre, nell'area dello sperone, lo scavo delle murature parzialmente interrate ha portato alla luce un ambiente la cui esatta consistenza non è individuabile a causa del crollo della parete ovest, dovuto all'utilizzo della rocca come cava da costruzione. Lo scavo in tale area ha consentito il rinvenimento di ceramica da fuoco che testimonia una fase abitativa del XIII secolo. Il panorama che si può ammirare da questo castello è davvero spettacolare anche se oggi il castello, di proprietà comunale, si trova in uno stato di totale abbandono.

mercoledì 1 giugno 2011

Il castello di mercoledì 1 giugno



POSTIGLIONE (SA) – Castello Normanno

In origine rocca longobarda, fortificata alla fine del XII secolo da Guglielmo da Postiglione, barone normanno, passò ai feudi di Giovanni da Procida, subendo le prime radicali modifiche in epoca angioina. I vari proprietari succedutisi si resero protagonisti di occupazioni illecite a sfavore della popolazione locale. Successivimante, divenne proprietà dei Sanseverino. Carlo V del Sacro Romano Impero tolse a questa famiglia napoletana ogni diritto, per punire Michele, barone di Contursi e Postiglione di una presunta infedeltà durante la conquista del Regno sotto Odet de Foix, conte di Lautrec e Comminges. Questi due feudi passarono dunque al conte Girolamo Morone, sino al 1529, per rientare in casa Rizzo, e da questi per motivi ereditari ai Caracciolo di Martina (sempre nel Secolo XVI). Il Seicento fu caratterizzato da una particolare asprezza feudale. Tra gli ulteriori signori di Postiglione vi funo i patrizi napoletani Franco, ed i Garofolo. Il duca Domenico Garofolo comprò il feudo dal principe Antonio Giudice di Cellammare per una cifra di 30.000 ducati (31 luglio 1704) e lo cedette poi a Carlo III di Borbone nel 1759. Fu allora che il borgo di Postiglione entrò a far parte del Real Sito di Persano, destinato a durare fino alla caduta della dinastia borbonica. Il Castello postiglionese ebbe un’importanza strategica eccezionale nel 1943, quando i tedeschi lo prescelsero come postazione per controllare lo sbarco alleato. Dislocato sulla parte dominante della collina si può accedere ad esso attraverso i vicoli del centro storico. Si presenta come un sistema di fortificazione articolato intorno ad un corpo principale, recentemente utilizzato come carcere mandamentale. Il castello era munito di sei torri, due torri piene, una torre a nord di forma poligonale, utilizzate per le segnalazioni fra i vari fortilizi situati più a valle, una torre circolare situata sul lato nord-ovest, detta torre del duca e due torri sul lato sud sud-ovest del castelo, di cui la prima costituiva l'accesso al carcere. La seconda, che conteneva le scale per le parti interrate, costituiva probabilmente l'accesso principale del castello, dove accedevano le carrozze. Attualmente, dopo il restauro degli anni Ottanta, è stato dotato di due sale polifunzionali che accolgono importanti manifestazioni culturali.