sabato 31 maggio 2014

Il castello di domenica 1 giugno






COLLOBIANO (VC) – Castello

La prima attestazione del luogo di Colobianum è contenuta in un atto di donazione del 1023 (Avonto 1980, p. 165 ). Un diploma dell'imperatore Federico I Barbarossa del 1152 conferma il possesso della località a Guido di Biandrate. Il castello compare per la prima volta nell'atto del marzo 1170, con il quale i potenti conti di Biandrate (i fratelli Umberto, Guglielmo, Rainero e Ottone di Biandrate), la cui fortuna politica e materiale era in declino, cedettero i loro possessi, tra cui appunto Collobiano, ai fratelli Palatino e Bongiovanni Avogadro. Un ramo consortile Avogadro prese il nome di Collobiano. Questi ultimi tennero in feudo Collobiano fino al XVIII secolo. L'acquisto di Collobiano e di altri luoghi, come Casanova e Quinto, da parte degli Avogadro si spiega con la politica di espansione del Comune di Vercelli, nella seconda metà del XII secolo (Avonto 1980, p. 165; Panero 1985, p. 27). Il castello, situato in notevole posizione strategica a poca distanza da Vercelli lungo la strada per il Biellese, divenne roccaforte guelfa nel corso delle lunghe guerre fra le opposte fazioni politiche. Nel corso del secolo XII gli Avogadro di Collobiano divennero con il loro rappresentante piú famoso, Simone, i capi della fazione guelfa (Cenisio 1957, p. 85). Dopo la sconfitta dei guelfi nel 1321, il castello, divenuto rifugio degli ultimi esuli da Vercelli, subì danni e devastazioni. Nel 1325 i Visconti estesero la loro signorìa sul Vercellese e sotto la loro dominazione Collobiano attraversò un periodo di pace. Nella seconda metà del XIV secolo le lunghe guerre tra i signori di Milano e la lega anti viscontea, guidata dal marchese del Monferrato, coinvolsero nuovamente il Vercellese ed è quasi sicuramente in questi anni che il castello di Collobiano subì le maggiori devastazioni, in quanto presidio delle milizie viscontee. Nel 1404 tutti i rami della famiglia degli Avogadro, minacciati nei loro possedimenti, fecero atto di dedizione ad Amedeo VIII di Savoia. Solo dopo il 1427, anno della cessione del Vercellese ai Savoia da parte di Filippo Maria Visconti, si ebbe un periodo di pace, durato fino all'inizio del XVI secolo, che consentì la ricostruzione di Collobiano da parte dei suoi signori (Avonto 1980, p. 166 sgg.). Nel 1690 il castello passò a Ottavio Maria, Conte di Collobiano e della Motta. Attualmente il castello presenta i segni dei rifacimenti avvenuti in epoche diverse. Si possono distinguere due strutture, una trecentesca e una posteriore sopraelevazione avvenuta nel XV secolo. (Ordano 1966; Conti 1977, p. 75; Ordano 1985, p. 109). La parte piú antica ha la forma di castello-recinto con le torri d'angolo, tutte differenti e costruite posteriormente, e con la merlatura ghibellina a coda di rondine, che è ancora in gran parte visibile. Le aggiunte successive riguardano un secondo recinto e un generale rafforzamento, particolarmente della torre d'ingresso e del fossato. Sono tuttora ben conservate le torri: quella d'ingresso, aperta verso l'interno, che mostra ancora i beccatelli delle caditoie e le porte carraia e pusterla con le nicchie per i bolzoni, le due torri angolari e una rara torre ottagonale (Ordano 1985, p. 109). Il castello è oggi adibito in parte ad azienda agricola, in parte ad abitazioni private. Sono motivi di grande interesse storico e architettonico la cinta muraria, risalente al XIII secolo, la torre d’ingresso del XV secolo (priva del lato interno in modo che, nel caso in cui gli assedianti fossero riusciti ad impossessarsi della torre, non avrebbero avuto mura difensive verso il borgo) e la particolare torre ottagonale (forma poco diffusa nei castelli della zona). Alcuni autori sostengono che Napoleone dormì in questo castello prima del suo ingresso in Vercelli. Da un'apertura del lato nord è stato filmato un passaggio murato che si trova all'interno di una piccola cella. Che da lì si dipartisse un sotterraneo? O forse consentiva solamente l'accesso alle cantine?


Foto: di Marco Jokrah su http://www.panoramio.com e di alice/vu7ete5anta su http://fotoalbum.virgilio.it

venerdì 30 maggio 2014

Il castello di sabato 31 maggio






di Mimmo Ciurlia

GRAFFIGNANO (VT) – Castello Baglioni

Graffignano sorge nella parte orientale della provincia di Viterbo, a 187 metri d’altezza nel comprensorio della Valle Teverina, a pochi chilometri dal confine con l’Umbria. Il documento più antico in cui compare il suo nome è quello in cui vengono riportati i confini tra Orvieto e Viterbo nel 1274. Graffignano fu quindi, fin dalle origini, possedimento di Viterbo. L'atto di sottomissione a Viterbo, per il castello di Graffignano, fu rogato dal notaio Egidio Bono il 12 marzo 1282, al tempo del Pontificato di Martino IV. Fra i primi feudatari figurano i Conti Da Persano, di origine longobarda, come è scritto presso l’archivio Comunale di Viterbo, che dominavano sulle terre conosciute come Selva Pagana. Successivamente la zona passò dapprima sotto il dominio della famiglia Baglioni di Orvieto e quindi sotto quello di Viterbo, che tra il XIV e il XV secolo aveva consolidato una posizione di rango nelle lotte tra Papato e Impero. Per il feudo di Graffignano seguì un periodo di relativa tranquillità, consacrata anche dal matrimonio tra la viterbese Guitta Gatti (figlia di quel Raniero legato al conclave di Viterbo del 1270) e Simone Baglioni. Graffignano continuò a condividere, nel bene e nel male, le sorti del capoluogo della Tuscia. Coi Prefetti di Vico, padroni della città di Viterbo nella prima metà del XIV secolo, si registrarono frequenti episodi di intolleranza, resi ancor più incontrollati dal trasferimento della sede Papale ad Avignone. Dopo la restaurazione, favorita dal cardinale-guerriero Egidio Albornoz, cui si deve il ritorno del Pontefice a Roma, Graffignano tornò ai Baglioni che avevano offerto al Papa un aiuto determinate nella lotta contro i Di Vico. La nobile famiglia di origine orvietana tenne il castello, con alterne vicende, fino al XVII secolo, quando passò a Domitilla Cesi, vedova di Adriano Baglioni. Fu
grazie a questa donna illuminata che si diffuse il culto per san Filippo Neri, ancor oggi molto vivo.Alla fine del secolo XVII i territori passarono sotto la famiglia Borromeo. Eminenti personalità di questa famiglia figurano come signori del castello, fra cui lo stesso Cardinale Federico Borromeo. Nel 1741 il feudo venne eretto a principato da Benedetto XIV e venduto al principe romano Scipione Publicola di Santa Croce, che ridiede nuova vita ad un territorio lasciato da anni alla rovina. Il castello in origine aveva una funzione essenzialmente militare: a nord era difeso dalla naturale struttura del terreno, mentre a sud aveva una cortina muraria, a est essendo la parte più esposta, doveva avere una fortificazione con fossato e torri. Il maniero, con la sua forma rettangolare e torre cilindrica alta una ventina di metri (una seconda torre è attualmente un rudere), è uno dei simboli più significativi dell'architettura di castelli del Viterbese e al contrario di altre rocche, non è collocato in un luogo elevato, bensì sopra una rupe di tufo dalla quale non si ha una visione diretta del fiume Tevere. Tuttavia la sua funzione era determinante per il controllo delle strade che univano il fiume ai castelli dell'entroterra posti a difesa delle città di Viterbo e Montefiascone. Le finestre ad arco, la cornice dei beccatelli finemente decorata, i ricorsi scanalati delle mensole e, comunque, un certo gusto decorativo mostrano una ricerca stilistica influenzata sicuramente dal vicino ambiente toscano. Attualmente l'ingresso principale del castello è quello che dà sulla piazza Vittorio Emanuele II aperto verso la fine del Settecento dai Principi di Santa Croce. Varcata la soglia c'è un ampio cortile con pavimento a ciottoli disposti a ventaglio convergenti verso una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana. Intorno a questo, si aprono diversi ambienti, a sinistra un ingresso immette in un'ampia sala d'armi con volte a vela poggianti su capitelli in pietra. Queste volte sorreggono gli ambienti dei piani sovrastanti senza altro tipo di sostegno. Nella parte sinistra della sala, inglobata nel muro, vi è una scaletta segreta "a lumaca"  che conduce all'appartamento del piano superiore. A destra del cortile, una porticina conduce alla torre percorsa da una scala a chiocciola che permette l'accesso a cinque vani con volta a cupola. La torre, architettonicamente ragguardevole, venne tirata su in grossi pietroni e oggi risulta purtroppo privata della sua merlatura originale sacrificata, come quella di tutto il perimetro murario, per la costruzione del tetto in legno. Sempre nel cortile , troviamo la scala del Palazzo. Sul pianerottolo del primo caposcala vi è a destra l'ingresso della cappella privata. Proseguendo la scala, si giunge all'ingresso degli appartamenti nobili e poi al terzo piano della torre. Entrando al primo piano nobile, si apre il salone d'ingresso con una superficie di  mq. 71,5 ed un'altezza di mt. 4,30. Il soffitto è in legno cassonettato con travi portanti ed pavimento in terracotta. Nel salone è posto il cosiddetto "tronetto" un inginocchiatoio barocco in legno, con putto scolpito di notevole fattura. Nell'angolo di sinistra è collocata una portantina principesca della fine del XVI sec. completa di vetri. Un breve corridoio immette, a destra nella sala da pranzo, a sinistra in un salotto nel quale si trova un camino del Duecento, con inciso " A laude de IHS". Di fronte al camino vi è un doppio confessionale barocco che nella parte anteriore è stato trasformato in armadio. Dal salotto si accede allo studio in cui vi è un austero camino del Duecento. In fondo al corridoio si trova l'accesso agli ambienti di una palazzina settecentesca, chiamata anche "Casa Brenda", formata da diversi appartamenti. Sull'architrave in pietra dell'ingresso è stato posto lo stemma degli ultimi proprietari , i conti senesi Bulgarini d'Elci.Il secondo piano del castello è attualmente disabitato e da questo si accede al camminamento di guardia ed alla veletta sovrastante un antico orologio. Il castello presenta diversi piani sfalsati sotto il livello del terreno, un tempo usate come carbonaia, cantina e prigioni. Intorno all’edificio, si dispongono le cosiddette "case di dentro" con le caratteristiche scale esterne e le cantine, già adibite a stalla. Attualmente è gestito dall'amministrazione comunale di Graffignano ed è divenuto ormai sede regolare di manifestazioni culturali e artistiche. E' visitabile solo durante il fine settimana.
Fonti: testo su “Rocche e castelli del Lazio” di A.C. Cenciarini e M. Giaccaglia,

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è su www.viterbotv.eu

Il castello di venerdì 30 maggio






POLCENIGO (PN) – Castello

Sorge in cima ad una collina che, in posizione strategica, domina tutta la vallata. Una leggenda sostiene che nell'875 Carlo il Calvo assegnò, con incarico militare, questo prezioso posto di avvistamento ad un luogotenente del seguito, il conte di Blois di Francia. Nel 973 il Vescovo di Belluno, a cui era stato ceduto il territorio da Ottone I, riconfermò l'investitura militare conferendo il titolo di Conte di Polcenigo al capitano d'arme Fantuccio, il primo di un lungo e nobile casato. I Conti di Polcenigo diventarono poi vassalli del Patriarca di Aquileia e presero parte al Parlamento della Patria con la prerogativa di "nobili liberi". Da allora la fortezza diventò un vero e proprio castello medioevale con cinta merlate, torri e camminamenti; in seguito sorse il borgo, la cui prima menzione storica si trova in un atto del 1200 con il quale i Signori Aldrigo e Guarnerio di Polcenigo concedevano il permesso a chiunque di fabbricare una casa entro le mura del castello. Negli anni successivi il maniero fu spesso oggetto di contesa a causa della sua eccellente posizione sul corso del Livenza e poiché fu da sempre considerato punto nevralgico fra le principali vie di comunicazione. Il borgo si sviluppò sempre di più e si affermò anche economicamente, soprattutto dopo l'avvento della Repubblica di Venezia (1420). Forse distrutto da un incendio nel XVII secolo, il castello venne ricostruito nel sec. XVIII, nelle forme di una villa veneta, pare su progetto dell'architetto veneziano Matteo Lucchesi. La grandiosa costruzione, come ci informa il Nono, aveva dal lato ovest una impronta asimetrica alternandosi a varie altezze finestre centinate con altre rettangolari. Il portale centinato volto all'abitato sottostante è rigorosamente simmetrico. A piano terreno una teoria di otto finestre rettangolari è sovrastata dal piano nobile portante nove alte aperture centinate tre delle quali riunite al centro a mò di trifora con poggiolo e piccolo timpano centrale. Altre nove finestrelle ovate coronano in alto la costruzione. Larghe fasce bianche scandiscono orizzontalmente i piani e i davanzali e, verticalmente, a prolungamento degli stipiti delle aperture quasi disegnano una bianca scacchiera. Tutto è luminosamente monumentale nella chiarità della sua impostazione. Il fianco nord-est ripeteva nella sua regolarità su quattro aperture il motivo della facciata. Vi era addossata una piccola dipendenza. Ora, purtroppo, dell'antico splendore non restano che le pareti: sono scomparsi l'adiacente cappella di S. Pietro e le dipendenze, il tetto, il salone da ballo, i caminetti e la scalinata di 365 gradini che scendeva fino al borgo, ma la facciata del castello domina ancor oggi la piazza, come un tempo. Lavori di restauro ne hanno comunque conservato le mura perimetrali e tutto il suo fascino. Sono ora in corso lavori per il consolidamento dei muri di terrazzamento della collina al fine di renderla un parco pubblico. Molte sono le leggende che hanno come oggetto il castello; una di queste racconta che, alla fine del Quattrocento, in un periodo di lotte sociali che coinvolgevano da un lato contadini e dall’altro nobili e feudatari, un contadino trovò un tesoro costituito da pietre preziose e gioielli e lo nascose in una profonda buca scavata sulla sommità del colle, al di sopra della quale, secoli più tardi, fu costruito il castello. L’uomo morì e nel corso dei secoli, intorno al probabile bottino, nacquero numerosi racconti. Uno di questi narra come il tesoro sia stato ritrovato, durante i lavori di costruzione del maniero, da un operaio che divenne improvvisamente ricco e che, in seguito, si trasferì a Venezia, dove iniziò il commercio di legnami. Ancora oggi, secondo la leggenda, chi si trova nelle vicinanze del castello, può sentire un forte tintinnio di monete e se decide di mettersi a scavare, sarà investito da un forte vento, sentirà rumori cupi e vedrà la figura di un uomo che, a gesti, tenterà di allontanarlo. Un’altra leggenda riguarda gli antichi abitanti del castello: un cavaliere e sua moglie. Il cavaliere era molto innamorato della moglie, ma, allo stesso tempo era molto triste perché lei non ricambiava il suo amore. Un giorno, durante una battuta di caccia, fu sorpreso da un temporale e cercò rifugio nella casa di un boscaiolo. Questi aveva una bellissima figlia, dai capelli color dell’oro, di nome Mafalda di cui il cavaliere presto s’innamorò e da cui ebbe un bambino. La moglie del cavaliere, venuta a conoscenza della storia d’amore fra i due, decise di vendicarsi e chiese aiuto alla maga di Cercivento. Quest’ultima, diede alla castellana uno spillo d’oro e un unguento molto velenoso che lei stessa aveva preparato. La castellana entrata di soppiatto nella casa di Mafalda, punse il neonato con lo spillone infettato. Mafalda, rientrata in casa, trovò il bambino morto e il cavaliere, intuito chi fosse il colpevole, andò al castello e spinse la castellana lungo il colle dicendole: "Serpente che sei, che tu sia maledetta". La castellana, divenuta serpente, da quel momento, striscia fra l’erba del castello e fissate al collo ha un mazzo di chiavi, le chiavi dei forzieri che contengono i tesori murati da qualche parte nel castello. Su una delle chiavi vi è l’indicazione del luogo di sepoltura del tesoro. Ecco un video che si trova sul web: http://www.youtube.com/watch?v=XvYhqgR25g0


Foto: di pierangelo zaghet su http://www.panoramio.com e da www.castellipordenone.it

giovedì 29 maggio 2014

Il castello di giovedì 29 maggio








FICULLE (TR) – Castello della Sala

Sorge su un promontorio tufaceo dell'Appennino umbro (a 534 metri s.l.m.), a poca distanza dal confine con la Toscana e a circa 18 chilometri dalla storica città di Orvieto. E' bella fortezza medievale, circondata da antiche cittadine etrusche collinari, a metà strada tra il fiume Paglia e la vetta del Monte Nibbio. Notevole esempio di architettura militare medievale, venne costruito nel 1350 da Angelo Monaldeschi della Vipera, la cui famiglia era giunta in Italia al seguito di Carlo Magno nel IX secolo. Dal 1300 i membri della famiglia si osteggiarono per il controllo di Orvieto, e le lotte per la supremazia divennero così intense che nel 1337 Angelo e i suoi tre fratelli adottarono ciascuno un nome e crearono un clan feudale: il maggiore si chiamò della Cervara, un altro del Cane ed il terzo dell'Aquila; ed Angelo, che probabilmente era il più bellicoso, della Vipera. Gentile, nipote di Angelo Monaldeschi della Vipera, fu il primo a chiamarsi della Sala. Nel 1437 divenne dittatore di Orvieto per dieci anni e fu sempre in lotta con i della Cervara. In seguito, per 12 anni, combattè per il dominio dell'intera regione contro il cardinale veneziano Pietro Barbo, divenuto papa Paolo II, e contro le sue armate; alla fine fu vinto e mandato in Romania a comandare le truppe del papa. Nel 1480 la famiglia raggiunse finalmente una tregua, allorchè il figlio di Gentile, Pietro Antonio Monaldeschi della Vipera della Sala, sposò sua cugina Giovanna Monaldeschi della Cervara. Insieme restaurarono il castello che divenne simbolo di pace. Forse si deve a loro, in segno di riconoscenza, la piccola cappella rinascimentale che si trova sotto ai cancelli del castello, e che ha un grande affresco di scuola umbra del Quattrocento raffigurante la visita dei Re Magi a Betlemme. La coppia visse nel castello fino al 1518, fin quando Pietro Antonio morì e Giovanna assegnò la proprietà  all'Opera del Duomo di Orvieto, l'istituto di carità diretto dal Capitolo della Cattedrale. Il castello rimase nelle mani dell'Opera fino all'unificazione d'Italia nel 1861, quando lo stato si appropriò di tutte le proprietà ecclesiastiche. Passò attraverso parecchi proprietari, con poca manutenzione e riparazioni, fino al suo acquisto nel 1940 da parte degli Antinori. Oggi, conservato in maniera eccellente, grazie ai continui interventi di restauro effettuati durante gli anni, ospita le famose Cantine Conte Antinori. La tenuta si estende su una superficie totale di 500 ettari, di cui 140 ettari a vigna, piantati a 200 - 400 metri sul livello del mare, su un suolo argilloso e ricco di fossili del Pliocene di origine sedimentaria e vulcanica. Circa 8 ettari sono ricoperti da ulivi per la produzione, ad uso domestico, di olio extravergine di oliva. Fonti: http://www.comune.ficulle.tr.it, http://www.perugiaonline.it/note/article_26.html?lang=it, http://cantine.vinievino.com/castello-della-sala-5033.html, http://www.mondodelgusto.it/
Foto: la prima è stata realizzata da me in occasione di una vacanza in zona, la seconda è presa da www.mtvumbria.it

mercoledì 28 maggio 2014

Il castello di mercoledì 28 maggio






RIOMAGGIORE (SP) – Castello Genovese

E' un edificio storico situato su un rilievo che separa le scoscese e strette valli del rio Maggiore e del Rio Finale, in posizione elevata rispetto al vecchio centro storico, nella regione delle Cinque Terre. Secondo le fonti storiche un primo edificio difensivo fu edificato dai marchesi Turcotti nel 1260, questi ultimi signori del borgo di Ripalta presso Borghetto di Vara, sui ruderi di un preesistente sito (denominato "Castellazzo") presso il colle di Cerricò. Dopo la dominazione del conte Nicolò Fieschi, un nuovo castello, situato sul colle che divide la valle del Rio Maggiore da quella del Rio Finale, fu definitivamente portato a termine dalla Repubblica di Genova in un periodo tra il XV e XVI secolo. Con l'avvento della dominazione francese di Napoleone Bonaparte, e quindi con la Repubblica Ligure, l'area interna del fortilizio fu riempita di terra e destinata alla sepoltura dei defunti locali. Sul finire del XX secolo l'intero complesso è stato sottoposto ad un recupero generale, convertendo l'area a sala convegni e centro culturale. La struttura si presenta a forma quadrangolare, con i lati maggiori leggermente convergenti verso il mare, ed è dotata di due grosse e tozze torri circolari. Attualmente l'entrata allo spazio interno è posta fra le due torri, mentre una stretta scala esterna porta alla torre prospiciente il paese, sulla quale è situato un grande orologio. Il castello è raggiungibile dal paese, risalendo la via dal sagrato della Chiesa di San Giovanni Battista, oppure dalla stazione ferroviaria o anche scendendo i gradini che lo separano da piazzale Kennedy.

Foto: una cartolina della mia collezione, mentre la seconda l'ha realizzata la mia amica Romina Berretti

martedì 27 maggio 2014

Il castello di martedì 27 maggio




TIGGIANO (LE) – Palazzo Baronale Serafini-Sauli

L'origine di Tiggiano è da ricondurre al periodo della conquista romana del Salento, in seguito alla quale i territori furono ripartiti e assegnati ai centurioni romani. Successivamente accolse i superstiti del vicino casale di "Valiano", distrutto durante una incursione barbarica. I primi riferimenti scritti risalgono a un documento cartaceo del 1270 in cui Tiggiano entrò a far parte della Contea di Alessano e del Principato di Taranto. Con l'arrivo degli Angioini nell'Italia Meridionale, il re Roberto d'Angiò concesse il feudo di Tiggiano al nobile francese Rodolfo De Alneto, per il sostegno apportato all'esercito angioino. Nel 1309 passò sotto il controllo della nobile famiglia otrantina degli Arcella, che costruirono una propria dimora signorile stabile, edificando una corte fortificata con torri e mura merlate. Successivamente si succedettero gli Orsini del Balzo, i Gonzaga, i Brayda, i Trane e i Gallone di Tricase, i quali, nella persona del barone Don Stefano Gallone, nel 1640 vendettero il feudo al medico e filosofo Angelo Serafini da Morciano. I Serafini, che nel 1740 si legarono attraverso un matrimonio alla famiglia Pieve-Sauli di Gallipoli, ottennero nel 1641 il titolo di barone e governarono sino al 1806, anno di eversione della feudalità. A questa famiglia si deve la costruzione, su antiche strutture difensive, dell'omonimo palazzo seicentesco dotato di un giardino all'italiana e di un bosco di lecci. La sua edificazione si può far risalire alla metà del XVII secolo, allorquando Angelo Serafini, divenuto feudatario del Casale di Tiggiano nel 1640, ritenne opportuno costruirvi la propria dimora per seguire da vicino le sorti della sua proprietà. Non ci sono notizie certe né del progettista né di quanti anni furono necessari per il complemento dell'edifìcio. Sicuramente il manufatto ha subito diversi ampliamenti nel corso della storia della famiglia baronale Serafini-Sauli; se in principio l'ingresso principale si trovava sotto l'ornamentale balcone dal quale i feudatari si affacciavano per parlare ai sudditi, successivamente lo stesso venne spostato più a sud, quasi di fronte all'omonima piazza Castello. Il palazzo ha due ampi cortili interni: dal principale si accede, attraverso una scala, al primo piano, dove si trovano le stanze riservate alla nobiltà, mentre al piano terra si trovano i locali per la servitù, i magazzini e quelli per la custodia degli animali. La costruzione risente di uno stile tardo rinascimentale; la facciata non presenta particolari rilevanti, ad eccezione di un piccolo campanile al di sopra del coronamento, dove era sistemata una campana e un segnavento a forma di galletto. L'unico ornamento esterno è il balcone decorato da volti e fregi architettonici, un'iscrizione datata afferma: BEATI OMNES QUI TIMENT D. NI. A. D. MDCCXVI. Due caditoie in alto rappresentano le tracce dell'antico castello. Il piano terra è costituito da circa ventidue ambienti di diverse dimensioni, per una superfìcie coperta di 1770 mq. e circa 500 mq. di cortili. Il piano superiore è composto da diciannove vani di dimensioni diverse con una superficie di 1550 mq. Al termine della scala, a sinistra, si trova l'ampio salone che fungeva da sala per i ricevimenti e le cerimonie, all'interno del quale si trova la cappella. è documentato che vi si celebrava la messa ogni mattina, oltre a battesimi e matrimoni. Il salone era arricchito di tele e di arazzi di notevole pregio che sono stati asportati prima dell'acquisto da parte della municipalità. Adiacente al salone si trova il vano di rappresentanza, l'unico con due lunette affrescate con episodi di vita cavalieresca. Al centro della volta si trova poi lo stemma araldico della famiglia baronale: in campo azzurro quattro serafini a sinistra e un'aquila a destra. L'ala posta a nord è ancora oggi priva di qualsiasi impianto e il pavimento è ancora quello originario. Le ampie stanze del palazzo adibito a residenza signorile sono state pavimentate negli anni cinquanta con cotto porcellanato dipinto a mano. Le terrazze consentono percorsi lungo il perimetro del cortile principale e affacci su quello di servizio. Di grande suggestione è il cortile interno, delimitato da archi, che in primavera si impreziosisce di festoni di glicini. Un ampio giardino adibito a frutteto (avente una superficie di circa 6750 mq) con una torre colombaia e un parco di alberi di alto fusto arricchiscono la residenza dei baroni Serafìni-Sauli. Il giardino è strutturato in modo da essere accessibile e percorribile attraverso viali posizionati lungo l'asse verticale ed orizzontale dividendolo in quattro parti. Dal giardino si accede al bosco, vero e proprio museo di macchia mediterranea, ricca di alberi imponenti come pini, querce e lecci che custodiscono un tipico sottobosco, vivacizzato dagli odori caratteristici del timo, della salvia, della menta e del profumato rosmarino. Lungo i viali che lo suddividono in 4 zone quadrangolari, sono state sistemate delle palizzate e delle panchine per godersi il clima sereno e respirare aria ricca di ossigeno, al riparo dai rumori e dai pericoli. In questo stupendo polmone di verde si possono trascorrere dei momenti di quiete incantevole, allietati dal canto degli uccelli che volano di ramo in ramo sugli alberi ad alto fusto. Il sito è segnalato quale meta di itinerario turistico dal GAL, i cui periti hanno provveduto a classificare la flora e la fauna che convivono nell'ecosistema del bosco e che vengono esposte in pannelli illustrativi ben visibili al visitatore. Dal 1985 il Palazzo Baronale è divenuto di proprietà comunale: al piano superiore vi sono gli uffici comunali, al piano terra alcuni locali sono stati assegnati a varie associazioni locali.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.comune.tiggiano.le.it, http://www.nelsalento.com, http://www.frisella.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1167&Itemid=127, http://www.salentoviaggi.it/comuni/tiggiano/palazzo_baronale__183.htm

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione


Il castello di lunedì 26 maggio






ROSETO CAPO SPULICO (CS) – Castello svevo

In origine Roseto era una delle città satellite di Sibari, ai tempi della Magna Grecia. A Roseto erano coltivate le rose, i cui petali servivano per riempire i materassi su cui i sibariti dormivano. La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C. , il principe Roberto il Guiscardo vi costruì tra il 1058 e il 1085 il Castrum Roseti, mentre raggiunse il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (castello di Roseto), sul luogo di un monastero fondato da San Vitale da Castronuovo (sorto a sua volta un antico tempio pagano dedicato a Venere che nasce dal mare). Dal 1623 al 1671 fu feudo della famiglia Rende di Bisignano, in persona dei baroni Lucantonio e Carlo. Il Castrum Petrae Roseti (Castello della Pietra di Roseto) è un castello fortificato a difesa della costa dell'Alto Ionio Cosentino, a picco sul mare sul Promontorio di Cardone, risalente ad epoca normanna. Proprio di fronte, in mare, si innalza una roccia dalla forma singolare, chiamata fungo del castello o "pietra dell'incudine". A quel tempo il castello segnava il confine tra i possedimenti di Roberto il Guiscardo ed il fratello Ruggero II (1105-1154), padre di Costanza d'Altavilla, erede del Regno di Sicilia e madre di Federico II Hoheustaufen (1194-1250).Nel XIII secolo (1229), già Tempio dell'Ordine, fu requisito da Federico II ai Cavalieri Templari, per ritorsione al loro tradimento, durante la VI crociata in Terra Santa (1228). Fu restaurato e riadattato a fortilizio militare; infatti dai Registri angioini si conosce l'entità della guarnigione assegnata alla fortezza che nel 1275 era composta dal castellano, uno scudiero e da dodici guardie. Assunse notevole importanza strategico-difensiva poiche' segnava il confine tra le due capitanerie in cui l'imperatore aveva diviso il Regno delle Due Sicilie. Lo stesso Federico, a cui il castello stava molto a cuore, nel proprio testamento, come riportato nel "Da Monumenta Germaniae Historia, Legu, Sectio IV: Tomus II, n. 274" assegnò il territorio di Porta Roseti al figlio naturale Manfredi mentre tutti i castelli e soprattutto il "templare Petrae Roseti" ai figli legittimi". Come era solito, l’imperatore non scriveva della vita di corte e dei castelli che lo ospitavano ma se esprimeva e tramandava ai posteri attraverso segni lapidei, segni esoterici, che, se letti opportunamente, fanno comprendere il suo pensiero. Nel castello di Roseto lasciò i segni delle tre religioni monoteiste, significando che egli non faceva distinzione tra religioni, come non faceva distinzioni tra razze. Oggi, dopo accurate opere di restauro da parte della società proprietaria, risplende come classico esempio di architettura federiciana di derivazione templare. L'ampio cortile cinto da mura merlate è chiuso da un arco che porta stemmi alchemico-templari come la "Rosa", i "Gigli", il "Cerchio di Salomone" e lo stemma con grifone (emblema del casato Svevo) che fanno del "Castrum Petrae Roseti" un Tempio dell'Ordine. Il castello è di forma trapezoidale irregolare (simile al Tempio di Gerusalemme, che segue l’andamento dello strato litologico sottostante)  ed ha tre torri, di cui una merlata e più alta rispetto alle altre. L’architettura generale è apparentemente imperniata sulla mole di un mastio quadrangolare, a cui si addossa un corpo di fabbrica di fattura piuttosto articolata e complessa. L’ingresso è ricavato nella muratura di una cortina circolare con apparato a sporgere, mentre una torretta quadrata sul lato opposto e una cortina merlata sul versante del mare contribuiscono a completare l’insieme della costruzione. Proprio la presenza dell’apparato a sporgere denuncerebbe dei rimaneggiamenti successivi all’età federiciana, collocabili forse nel periodo della dominazione angioina. Di estremo interesse risultano le rifiniture in calcare ben sagomato delle finestre, che si aprono con i loro eleganti archetti a illuminare l’ombra scura della tessitura muraria. Vi sono ampi saloni di rappresentanza all'interno (visitabili), ed all'esterno si possono visitare cisterne e scuderie. La struttura attuale non è, però, interamente medioevale: numerosi sono stati i rifacimenti che hanno completato e modificato l' aspetto originale della fortezza. La struttura attuale non è antecedente al secolo XVI, pur conservando alcune antiche tracce rinvenute nei recenti restauri. Recenti studi ipotizzano che la torretta centrale del castello di Roseto abbia ospitato, nel periodo compreso tra il 1204 e il 1253, la Sacra Sindone. Sottoposto a lunghi interventi di restauro, il castello è stato dotato di un piccolo anfiteatro all'aperto, all'interno del quale nei mesi estivi vengono ospitate manifestazioni culturali. Attualmente vi si organizzano matrimoni e ricevimenti d’ogni genere. Anche su prenotazione. Il monumento è di proprietà privata

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.castellofedericiano.it, Scheda Compilata da: Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it, http://www.rosetocapospulico.info, http://www.calabriatours.org di Angelo Cerminara, scheda di Vito Bianchi su http://www.mondimedievali.net, scheda di Maria Lombardo su http://www.calabria.travel
Foto: su www.minniti.info e una cartolina della mia collezione   

sabato 24 maggio 2014

Il castello di domenica 25 maggio






PENNABILLI (RN) – Castello di Bascio

Il castello di Bascio dominava la gola in fondo alla quale scorre il Marecchia e si snoda la Marecchiese. Narra la tradizione che i pellegrini che si mettevano in viaggio, durante il medioevo, per questa via alla volta di Roma, giungendo a Bascio esclamassero "Andremo a Roma, se Dio vuole e quelli di Bascio!". Il castello di Bascio era già presente nel XIII secolo. Esso fu parte della Contea di Gattara, soggetta ai Conti Carpegna dal XIII secolo al primo ventennio del XIX. Nel 1685 l'imperatore Leopoldo I elevò il conte Gaspare Carpegna a dignità di principe col titolo di "Principe del Sacro Romano Impero e di Bascio". Chi non conosce questo borgo resta oggi travolto dalla sua medievale semplicità. Si tratta di un semplice castello: un abitato, cinto da avanzi di mura, una chiesa ed una torre, sulla sommità. Una via in pietra, con al centro il canale per il deflusso delle acque che la fende in due parti uguali taglia, a sua volta, l'abitato in linea quasi retta. Le abitazioni, in pietra arenaria, appaiono eleganti, dalle possenti e scarpate murature infondono un'atmosfera antica svelando portali romanici. Sopra a tutto incombe la mole della torre. Giunti in vetta all'abitato e superata la chiesa di San Lorenzo, si sale proprio al poggio che sorregge il torrione a pianta quadrata con accesso rialzato, perno difensivo del castello. Nel prato circostante (oltre ad alcune opere del poeta Tonino Guerra, qui recentemente collocate), sono ancora visibili allineamenti di murature, resti di abitazioni e di strutture difensive, oltre al fossato asciutto e al recinto di terra che lo conteneva. E' la parte più antica di Bascio, la più suggestiva, l'area scelta per l'apertura di importanti indagini archeologiche volte ad una più precisa definizione cronologica dell'area sommitale dell'abitato. Per approfondire: http://www.academia.edu/3430740/Il_castello_di_Bascio_nel_Montefeltro._Indagini_archeologiche

Foto: di man_giu su http://www.panoramio.com e di lancet su http://www.fotografare.com

venerdì 23 maggio 2014

Il castello di sabato 24 maggio






LAZISE (VR) – Castello Della Scala

E’ una rocca medievale di epoca scaligera posta a difesa dell'antico borgo lacustre di Lazise. Le sue origini risalgono al IX secolo, quando gli abitanti del borgo eressero delle prime difese per proteggersi dalle invasioni degli Ungari, e fu completato sul finire del secolo successivo, come dimostra il privilegio concesso nel 983 dall'imperatore del Sacro Romano Impero Ottone II, nel quale egli diede facoltà alla popolazione locale di completare le proprie difese, nonché diritti di pesca e di pedaggio. Nel 1193 il castello e l'abitato passarono sotto il governo del libero Comune di Verona e quindi, qualche anno più tardi, sotto la Signoria degli Scaligeri, che in città avevano ormai accentrato nelle loro mani il potere: Alberto II e Mastino II della Scala nel 1329 ristrutturarono le mura del borgo, intervallandole da una ventina di torri scudate, mentre la ricostruzione della rocca venne iniziata da Cansignorio nel 1375 e ultimata da Antonio e Bartolomeo II nel 1381; Lazise divenne così un caposaldo dello scacchiere fortificato occidentale veronese. Il castello subì, nel corso della storia, diversi assedi: nel 1387, quando ormai la vita della Signoria Scaligera era quasi giunta a conclusione, gli eserciti nemici di Gian Galeazzo Visconti, Francesco I Gonzaga e Francesco I da Carrara accerchiarono Lazise che, fedele agli Scaligeri, chiuse le porte cittadine e si preparò all'assedio, cedendo alle armi da fuoco nemiche il 13 ottobre. Nel 1439 le truppe della Serenissima, guidate da Francesco Sforza e dal Gattamelata, sfidarono quelle del visconteo Piccinino, asserragliate nella fortezza. Dopo averne ottenuto il controllo, la Serenissima stanziò in permanenza nel porto del borgo due piccole galee in completo assetto di guerra, ed a esse affidò il controllo della maggior parte del bacino meridionale del Benaco. Il centro fu una delle basi arretrate che sostenne la campagna militare condotta nel XV secolo contro i nobili di Castelbarco. In quella occasione le forze veneziane giunsero addirittura a trascinare alcune delle proprie imbarcazioni dal lago fino alla valle dell’Adige, nei pressi di Rovereto. La fine del borgo in quanto postazione militare si avviò nel primo Cinquecento, ai tempi della Lega di Cambrai contro la Serenissima. Si narra che i rivieraschi si mostrarono favorevoli ai nemici della Repubblica, tanto che il provveditore del Governo veneto Zaccaria Loredan decise di abbandonare la regione, non prima di aver bruciato in Lazise la galea e due fuste poste al suo comando, perché non cadessero nelle mani dei nemici. L'ultimo assedio avvenne nel 1528, quando il Duca di Brunswich attaccò il capitano veneto Nicolò Barbaro. Il borgo lacustre di Lazise è munito di buona parte della cinta muraria, di cui è stata perduta solamente la parte più a nord della cortina orientale e la parte della cortina occidentale che, partendo dal castello, proseguiva lungo il lago fino al porto antico, concludendosi nella scomparsa torre del Cadenon, eliminata nel 1939 per far posto al monumento ai caduti, ma la cui figura è rimasta nella memoria della comunità lacisiense tanto da continuare ad esistere nella festa popolare nota come Palio della Cuccagna del Cadenon, che si svolge ogni anno proprio laddove si ergeva la torre medievale. La cortina meridionale e settentrionale della cinta muraria urbana sono invece interamente conservate e intervallate, insieme alla porzione rimanente della cortina orientale, da tredici torri scudate e da tre porte cittadine: porta Nuova (o Cansignorio) a settentrione, realizzata tra il 1375 ed il 1376 ma murata nel 1701 per proteggere il borgo da alcune milizie che stavano depredando il territorio circostante, quindi riaperta nel 1955; porta Superiore (o San Zeno) a oriente, probabilmente coeva all'impianto altomedievale, l'unica destinata alla popolazione e ai transiti, nella cui nicchia esterna era dipinta in origine una Madonna col Bambino, poi sostituita dall'Aquila Imperiale e infine dall'immagine di San Marco, protettore della Repubblica di Venezia; porta Lion per l'accesso da meridione, così chiamata in quanto recava lo stemma della Serenissima o forse perché utilizzata dalle milizie venete, un tempo dotata di un rivellino a sua difesa. Le porte erano tutte munite di saracinesca e ponte levatoio su fossato, questo completamente scomparso per lunghi tratti. La fortezza vera e propria è costituita da due recinti affiancati: una cortina rettangolare più grande, adibita a porto militare, sul lato verso il lago, ed una rettangolare più piccola, la piazza d'armi, sul lato verso l'entroterra: entrambe le cortine sono intervallate da sei torri scudate, con volte murarie che sorreggono le terrazze merlate e strutture lignee che sostengono i piani intermedi; vi sono quattro torri angolari e due intermedie poste sul lato lungo, circondate sia verso la campagna che verso l'abitato da un ampio fossato acqueo dotato di controscarpa in muratura e, sul lato campagna, pure da una controfossa. Vi sono due accessi al castello, uno verso campagna ed uno verso città, entrambi protetti da un rivellino munito di porte a doppio battente e da un ponte levatoio su fossato. Inoltre, per offrire una maggiore difesa del castello, ai lati del rivellino verso campagna si dipanava una seconda cortina muraria, leggermente più bassa di quella principale. Particolarmente impontente il mastio del castello in mattoni di cotto, con un basamento alto due metri in pietra e un coronamento formato da una struttura pensile merlata, con caditoie su archeggiature che scaricano il proprio peso su una triplice mensola digradante in pietra. A questo elemento ultimo di difesa si poteva accedere dal cammino di ronda tramite un piccolo ponte levatoio: dal piano raggiunto si poteva quindi scendere tramite botole alle prigioni, oppure tramite scale salire ai piani soprastanti. Alla base del mastio, all'interno della piazza d'armi, si ergevano un tempo la residenza del castellano e le caserme della milizia, a ridosso della cinta muraria. Il castello appare ancora integro in un rilievo del 1756 realizzato dall'ingegnere militare Xaverio Avesani, ma purtroppo ad oggi importanti elementi della fortificazione sono andati perduti: la controfossa, la fossa e la controscarpa muraria sono completamente scomparse; lo stesso vale per la cortina muraria più esterna, che forniva un'ulteriore protezione nel lato verso campagna; il porto militare è stato quasi completamente interrato e sopravvivono pochi frammenti della relativa cinta muraria, completa solo nel lato verso il lago, e tre torri. Il castello si trova all'interno del grande giardino romantico ottocentesco di villa Buri-Bernini, sorto grazie all'opera di Gian Battista Buri, figlio del più noto conte Giovanni Danese Buri, uomo erudito dedito specialmente alla botanica e all'architettura del verde, figura di spicco nell'ambito veronese in quanto diffusore delle nuove teorie inglesi nell'arte dei giardini. Gian Battista acquistò nel 1871 il castello di Lazise e, una volta ristrutturata la villa, si diede alla costruzione del grande parco annesso, da cui ne derivarono radicali cambiamenti alle forme del castello. Utilizzando le pietre della cortina più esterna al castello, in quel periodo già in rovina, e le pietre ricavate dalla demolizione di parte delle mura e di alcune torri del porto militare, venne creato un promontorio artificiale a sud del maniero, detto la mara, e venne quasi completamente prosciugata la darsena militare: questa operazione generò opinioni contrastanti negli intellettuali dell'epoca, infatti vi furono molte critiche positive per i lavori di pulitura e recupero del castello, purtroppo non completati a causa della morte del conte, ma d'altro canto venne fortemente contestata la demolizione di parte delle mura medievali. Durante i lavori di realizzazione del parco venne lasciato comunque riconoscibile l'ingresso al porto, grazie al mantenimento delle mura e delle due torri che segnalavano l'ingresso dal lago, inoltre un altro breve tratto di cortina muraria, interrotta da una torre, è stato utilizzato come spalla di una serra dedicata alla specie più delicate del giardino. Il parco romantico progettato dal conte Buri si svolge come un percorso attorno al castello, unico grande episodio che segna il cammino, senza altri elementi di sorpresa. Delle essenze originali molte sopravvivvono ancora oggi: risultano particolarmente significative, per le loro dimensioni e bellezza, una wellingtonia, una sequoia e due esemplari di Magnolia grandiflora, le quali hanno una dimensione tale che le loro chiome si fondono, creando una galleria verde sotto la quale si svolge il percorso. Sui margini de la mara, nella porzione meridionale del giardino, crescono invece numerose piante a foglia caduca, come ippocastani, platani, tigli, carpini neri, olmi e querce, mentre nel sottobosco si trovano aceri, biancospini, pitosfori, allori, tassi e bossi, rinvigoriti dalle acque del ruscello che raccoglie le acque delle colline che circondano Lazise e che, proprio nel parco della villa, confluiscono nel lago. Altri link consigliati: scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net, http://www.comune.lazise.vr.it/Sezione.jsp?idSezione=664, http://www.benacusweb.com/localita/lazise/approfondimenti-lazise/castello-lazise/
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.scaligeri.com/index.php/lazise

Foto: da www.minniti.info e da www.veronaarte.it

Il castello di venerdì 23 maggio






di Mimmo Ciurlia

GAIOLE IN CHIANTI (SI) - Castello di Brolio 
  
E' di origine longobarda, sebbene dell'antico fortilizio non rimanga oggi alcuna traccia ad eccezione della locazione. Si trova in località Brolio, situato su un'alta e solitaria collina. La sua posizione strategica era fondamentale per il controllo di quella zona del Chianti ai margini dell'influenza fiorentina, ai confini con  il territorio senese. Si ha notizia del castello di Brolio fin dall’XI secolo. Nel 1009 Bonifacio, Marchese di Toscana e padre della Contessa Matilde, lo cedette  ai monaci della Badia Fiorentina insieme alla sottostante Chiesa di S. Regolo; donazione confermata alla stessa badia, dall'imperatore Enrico II nel 1012 e da Enrico IV nel 1074. La sua ubicazione pose il castello al centro delle molte guerre di frontiera conseguenti a partire dal '300 fino alla metà del XVI secolo. Nonostante la vicinanza a Siena, che dista circa 20 chilometri e il cui profilo può essere scorto all'orizzonte, Brolio è sempre stato legato a Firenze diventando un avamposto strategico nella difesa del territorio. Per questa ragione subì molti assedi e distruzioni e di conseguenza venne più volte ricostruito seguendo lo stile dell'epoca. Dal 1141 appartenne alla famiglia Ricasoli, come risulta dal primo atto pubblico rogato da questa casata che porta la data del febbraio 1141, col quale Rodolfino di Rolando con suo figlio Renuccino cedettero alcuni terreni alla Badia di Coltibuono.
Nel 1176, dopo la sconfitta di Legnano, i Fiorentini, approfittando del declinare della potenza del Barbarossa, alleato dei Senesi, ottennero da questi ultimi una parte del Chianti comprendente anche il Castello di Brolio e le sue terre fino all’Arbia. Da quel momento la famiglia Ricasoli rimase sempre fedele alleata di Firenze. Nel 1252 il maniero fu assalito e preso dai Senesi per essere restituito ai Ricasoli solo l'anno dopo, alla firma dell'armistizio tra Firenze e Siena. Ancora nel 1434 Antonio Petrucci di Siena vi penetrò con l'inganno e prese prigionieri i Ricasoli fino a che la Signoria di Firenze inviò in loro soccorso Neri Capponi che con i suoi uomini costrinse Petrucci alla resa. Nel 1452 gli Aragonesi, alleati di Siena, posero sotto assedio Brolio e Cacchiano ma non riuscirono ad espugnarle. Il 27 agosto 1478 il castello venne in gran parte distrutto a colpi di bombarda dagli eserciti di Papa Sisto IV e del re di Napoli Ferrante d’Aragona. Terminata la guerra e ritornato in mano ai fiorentini, valutando l’importanza di quella posizione come sentinella avanzata verso Siena, il Consiglio Generale del Popolo Fiorentino nella seduta del 23 aprile 1484, deliberò una profonda opera di ristrutturazione e potenziamento della roccaforte che trasformò Brolio in una delle prime fortezze bastionate italiane. I suoi bastioni in pietra, ancora oggi in perfetto stato, hanno una pianta a forma di pentagono irregolare sebbene con una struttura primitiva rispetto allo sviluppo che di lì a poco avrebbe avuto questa nuova forma di fortificazione. Alcune fonti attribuiscono l’opera all'architetto Giuliano da Sangallo, responsabile di molte fortificazioni medicee. Nel 1529, durante il celebre assedio di Firenze da parte dell’esercito spagnolo dell’Imperatore Carlo V, ancora una volta, il Castello di Brolio venne assalito dai senesi, preso, cacciati i Ricasoli e incendiato, ma i bastioni non subirono danni notevoli. Passata poi anche Siena sotto il dominio dei Medici, Brolio terminò di essere fortezza di confine e non subì altre notevoli traversie. Del castello vero e proprio si riconosce, come originale, soltanto il basamento del cassero, risalente ai primi anni del mille, mentre le mura ben conservate sono tipiche dell'architettura medievale rinascimentale. Le varie epoche sono facilmente distinguibili grazie al diverso uso dell'antico materiale costruttivo, la pietra serena e il mattone. Le poderose mura progettate da Giuliano da Sangallo, lunghe 450 metri e alte 14, racchiudono il grande palazzo padronale in mattoni rossi progettato nell’Ottocento dall’architetto Marchetti, ricco di merlature e culminante in una alta torre. Gli altri edifici in pietra sono più antichi: tra questi spiccano la cappella di San Jacopo del 1348, con i sepolcri dei Ricasoli, che conserva due importanti dipinti di artisti appartenuti alle due città rivali: un polittico di scuola fiorentina e l’altro di scuola senese, attribuito a un allievo di Duccio, ambedue del XIV secolo ed infine il grande cassero che con le sue torri era la parte più inespugnabile del castello. Nella metà del secolo XVI fu trasformato in una prestigiosa residenza signorile e in una imponente azienda agricola e soprattutto vinicola. A questo proposito, anche se documenti degli inizi del millennio attestano già a quei tempi la diffusione a Brolio della coltura della vite, è del 1696 un atto notarile che assicurava un carico di pregiati vini in partenza dal porto di Livorno con destinazione Amsterdam. Nel 1722 il duca di Norfolk scriveva ad un rappresentante di Brolio a Londra per assicurarsi ogni mese la consegna “di cinquanta o più casse del vero Chianti” di Brolio. Nel 1835 il barone Bettino Ricasoli incaricò l'architetto Marchetti di modificare il castello secondo il gusto del revival gotico, movimento romantico originato in Inghilterra. Questo fu trasformato da antica fortezza in maniero inglese, utilizzando il mattone come materiale principale, aprendo finestre in stile Tudor e inserendo torrette merlate estranee all'architettura locale. Anche nella sistemazione del verde di Brolio, così come nell'architettura del complesso, si distinguono due zone d'epoca diversa: il giardino cinquecentesco all'italiana, con siepi di bosso e vialetti e il parco romantico ottocentesco, voluto dal botanico Simone Ricasoli. Questi fece piantare, attorno al castello, varie essenze botaniche d'importazione, tra le quali alcuni esemplari d'abete che oggi hanno raggiunto l'altezza di 30-40 metri. Il Barone Bettino Ricasoli, secondo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia subito dopo la morte del Conte di Cavour (1861), venne chiamato il “Barone di ferro” per la sua inflessibilità, ma era rispettatissimo anche dai suoi avversari per la sua integrità morale. Il suo “siamo onesti!” è diventato proverbiale. Si racconta che Bettino fosse strabico e che avesse la fama di essere un bell’uomo, ma gelosissimo. Nel 1829 egli, appena ventenne, iniziò a seguire personalmente la proprietà di Brolio e per tutta la sua vita alternò gli impegni politici ad approfonditi studi in viticoltura. Il “Barone di Ferro”  pose particolare attenzione ai vitigni più rispondenti per quel vino ideale che voleva produrre sulle sue terre. Varie furono le uve coltivate a Brolio, dal Pinot al Cabernet, dal Grenache al Carignano, ma a dare i migliori risultati per Bettino Ricasoli furono senza dubbio i cloni del Sangiovese di Brolio, una varietà ancor oggi presente nelle vigne dell’azienda perché i successivi reimpianti hanno quasi sempre visto utilizzare materiale vegetale autoctono. Si arriva così al 1874, quando il Barone Bettino, dopo anni di ricerche e sperimentazioni, definì l’uvaggio per il Chianti Classico al quale, quasi un secolo più tardi, si è poi ispirato il disciplinare di produzione del più famoso vino italiano, rimasto in vigore fino ai giorni nostri. Nella prima quindicina del luglio 1944 durante la ritirata delle armate tedesche verso nord, il Castello di Brolio venne poderosamente investito per dodici giorni da formazioni inglesi e sud-africane e assoggettato a duri bombardamenti di artiglieria ed aerei. Il 15 luglio 1944, essendosi previamente ritirate le pattuglie tedesche di copertura, veniva occupato senza colpo ferire. Ma l'edificio subì gravi danni di cui si vedono tuttora i segni minori.Il castello sorge al centro di vasti vigneti, dai quali i baroni Ricasoli traggono il loro famoso vino, posto ad invecchiare nelle cantine adiacenti l'antico maniero. Pur essendo privato il castello è visitabile, ad eccezione del palazzo padronale. È possibile percorrere l'intero giro dei bastioni da dove si godono splendide vedute sulle colline del Chianti Classico. Il ‘900 ha visto il crescente affermarsi dei Ricasoli come produttori e vinificatori e non sono mancate mete straordinariamente lontane per le loro spedizioni: negli anni ‘40 del secolo passato, i vini di Brolio raggiungevano tutti i continenti, dalla Repubblica Dominicana all’India, dalla Cina all’Arabia Saudita, dal Sud Africa al Guatemala, dalla Costa Rica a quelle che allora si chiamavano Afriche Britanniche. Dal 1993 dirige l’azienda Francesco Ricasoli, 32º Barone di Brolio, artefice di una rinascita seguita ad un trentennio di proprietà straniera. Nel 1995 nella tenuta di Brolio fu girato il film "Io ballo da sola" di Bertolucci. Un contesto ambientale e storico unico: la quarta azienda più longeva al mondo, la bellezza delle terre del Chianti,la suggestiva imponenza del Castello di Brolio. Visitabili oggi i giardini, la cappella, e la Collezione Ricasoli inaugurata nel maggio 2009 e situata all'interno del cassero. Vi si possono ammirare l'armeria di famiglia oltre ad onorificenze e oggetti privati appartenuti al Barone di Ferro. Una leggenda locale vuole che nei dintorni del castello si aggiri il fantasma del "Barone di ferro". Già subito dopo la sua morte egli non si fece scrupoli nell''annunciare la sua presenza. Scrive, ad esempio, Alessandro Orlandini: "Ora poi, quando morì', nel castello lo rivedevano continuamente. Dice c'era una tavola apparecchiata che non ci stava apparecchiata. L'apparecchiavano e brumm! Gli buttava in terra ogni cosa." E non solo. Pare continuasse a dormire nel suo letto, che ogni mattina veniva trovato disfatto, dedicandosi al piacere del sigaro prima di distendersi, dal momento che sul comodino, spesso, veniva ritrovato qualche mozzicone. C'è chi dice di averlo visto nelle notti di luna piena, chi invece nelle notti di tempesta, fatto sta che, al calar delle tenebre, nelle campagne circostanti il castello, si aggira ancor oggi ancora il fantasma del cavaliere, in groppa al suo destriero, avvolto in un nero mantello e con al seguito una muta di cani da caccia. A volte corre al galoppo, sparendo tra i boschi o andando a dissolversi nei muri del castello. Il passo del suo cavallo echeggerebbe tutt'ora nelle stanze del castello. Altri ancora giurano di sentire un suono di flauto provenire dal castello. E chi potrebbere esserne l'esecutore, se non il barone?
  
Fonti:

giovedì 22 maggio 2014

Il castello di giovedì 22 maggio






LANUVIO (RM) – Torre medievale

Lanuvio nacque probabilmente come castrum già nel IX sec. d.C., con funzione di avvistamento e difesa dalle incursioni saracene. Il castello fu costruito riutilizzando molto materiale di età romana, reperibile in situ, come i blocchi di peperino in opera quadrata pertinenti al terzo terrazzamento dell'antica Lanuvium, disposti irregolarmente su almeno tre dei cinque lati del castello. È solo nell'XI sec., tuttavia, che il borgo medievale di Civita Lavinia, grazie all'impulso dei monaci benedettini, conobbe un notevole sviluppo, con la costruzione di quattro delle cinque torri, che ancora oggi si presentano nella loro quasi integrità, e di buona parte della cinta muraria, oggetto di un felice restauro negli anni Ottanta del secolo scorso. La pittoresca Torre Medievale, la Torre Maschia della cinta muraria, consiste in un massiccio corpo cilindrico con passeggiamento merlato esterno e rialzo sovrapposto di diametro inferiore. Detta torre di Porta Romana, con chiara funzione semaforica, presenta sul cilindro inferiore, riprodotto in marmo, lo stemma del pontefice Vittore III (1086-1087), a cui va probabilmente attribuita, secondo lo storico Alberto Galieti, la ricostituzione del paese.  Eretta sulle rovine di una torre Benedettina del XII sec, venne nel 1480 dal cardinale Guglielmo d’Estouteville, del quale campeggia lo stemma marmoreo. La torre, in buono stato di conservazione, fa parte della cinta muraria che venne eretta all'epoca dell' "incastellamento". Questa fase riguardò il territorio centromeridionale italiano (seconda metà del X sec. d.C.) sostanzialmente come opera difensiva contro le incursioni dei saraceni che imperversavano lungo le coste e nell'entroterra. Proprietà degli eredi Colonna di Palestrina fino al XV sec., passò nelle mani della famiglia Cesarini che dispose anche diversi interventi di restauro delle mura pericolanti, dei parapetti e delle merlature, danneggiate soprattutto dai vegetali che si erano radicati sulla struttura. Nel sec. XVII risulta adibito a carcere ed ospitò anche un cardinale nipote di papa PaoloIV nel 1559. Importanti lavori furono eseguiti a seguito del terremoto del 23 gennaio 1892, e dei bombardamenti dell'ultima guerra che causò gravi danni a tutto il paese. Il castello di Civita Lavinia fu oggetto di numerosi attacchi e incursioni nel corso dei secoli, tra i quali è degno di menzione quello del 1347 a opera dei Frangipane che distrussero la rocca, ricostruita pochi anni dopo secondo i canoni edilizi del XIV sec. La funzione difensiva del castello cessò nel 1564, anno in cui Giuliano Cesarini acquistò Civita Lavinia e Ardea. Oggi la Torre è aperta al pubblico e visitabile poichè adibita a sede dell’Enoteca del Consorzio dei Vini Colli Lanuvini. La riapertura è stata fortemente voluta dall'Amministrazione comunale dopo anni di chiusura e abbandono, valorizzando così una struttura unica ed intatta, patrimonio storico e archeologico, nonchè simbolo della città.


Foto: di Gianfry-Gulp su http://www.panoramio.com mentre la seconda è una cartolina della mia collezione

mercoledì 21 maggio 2014

Il castello di mercoledì 21 maggio





STANGHE (BZ) - Castel Reifenegg

Sopra un poggio boscoso a circa 1151 m s.l.m., sulla destra dello sbocco della Val di Racines, si trovano i resti di questo castello, completamente diroccato. La rocca fu eretta tra il 1210 e il 1242 dal vescovo di Bressanone (Brixen) e nel 1242 venne infeudata a Bertold Trautson. L’anno successivo la rocca fu ceduta ad Albert conte di Tirolo e i Trautson divennero suoi vassalli. Dopo vari avvenimenti il castello già nel XIV secolo cadde in disgrazia. Nel 1649 il suo sfacelo era già terminato. La costruzione del XII secolo non fu solo meta degli amanti dei castelli, ma anche dei cercatori di tesori in quanto una leggenda popolare racconta che sotto la torre vi sia nascosto una favolosa ricchezza. I ruderi si raggiungono partendo dal primo tornante della strada del Giovo, oppure in mezz'ora da Stanghe, in Val Ridanna. Si può combinarne la visita con l'escursione alla gola di Racines. Del castello non rimangono che delle rovine sparse e un imponente mastio alto più di 23 metri con in bella mostra lo stemma (col ferro di cavallo) della famiglia Trautson.

Fonti: http://www.inaltoadige.it/cultura/castel-reifenegg.html, scheda di Marta Tinor su http://www.mondimedievali.net,

Foto: da www.trivago.no

Il castello di martedì 20 maggio







di Mimmo Ciurlia

MONTESARCHIO (BN) - Castello

E' uno dei migliori esempi di architettura militare della Campania. Posto su un’altura rocciosa del Monte Taburno, è una struttura storica che domina la valle Caudina, ed ha rappresentato fin dall’Alto Medioevo una delle fortificazioni più importanti tra la pianura campana e l’entroterra appenninico. Eretto verso la fine dell'VIII secolo dai Longobardi su disposizione di Arechi II, principe di Benevento, venne occupato dai Normanni di Ruggiero II (1137) e fu ristrutturato in epoca sveva nel XIII secolo, come risulta dallo statuto di Federico II del 1241-1246 che lo arricchì di nuovi strumenti difensivi. Relativamente al suo precedente assetto, si ritiene che il castello fosse caratterizzato dai tipici elementi di difesa, tra cui una corona di torri cilindriche ed una triplice cinta muraria, elementi poi sviliti dagli interventi successivi. Nonostante la primitiva fabbrica sia stata quasi del tutto alterata, qualche traccia dell’opera originaria rimane nel basamento di grandi blocchi calcarei squadrati e allineati in tre ordini sovrapposti e nelle aperture a bocca di lupo ai piedi della muratura. Nel periodo aragonese il fortilizio ricevette la sistemazione che conserva anora oggi: due corpi di fabbrica, di cui uno a pianta trapezoidale e l'altro di forma irregolare corrispondente all'ingresso, situati ai lati di un cortile centrale e una monumentale torre cilindrica situata dalla parte opposta. La torre è a due volumi cilindrici concentrici. Il corpo cilindrico interno é più alto di un piano rispetto a quello esterno ed é costituito da un unico grande vano, da cui parte una scala che conduce alla copertura. Attraverso la scala era possibile l'accesso a due piccole celle, mentre una botola conduceva ad un cunicolo per il passaggio sotterraneo di collegamento al castello. Anche il sistema difensivo ci è pervenuto nel suo aspetto originario. L'accesso al castello avveniva attraverso un ponte levatoio, del quale si vedono ancora gli incavi delle catene. Nella muratura sopra il ponte
vi erano le caditoie dalle quali si versavano liquidi e pietre su coloro che riuscivano a superare il ponte. All’interno delle mura vi era un piazzale utilizzato come campo di addestramento delle guardie mentre un altro cortile era adibito a spazio d’aria per i reclusi. In relazione a questi ultimi é inoltre possibile notare, sui muri delle celle, scritte inneggianti alla libertà. A seguito della guerra tra Carlo V e Francesco, il castello fu confiscato e concesso al marchese del Vasto Alfonso II d’Avalos nel 1532. Per volontà di re Ferdinando II di Borbone il castello e la torre diventarono una delle più dure prigioni del Regno di Napoli. I d’Avalos mantennero il feudo di Montesarchio fino al 1802, data di eversione della feudalità. Nel 1830 il Castello, passato nuovamente al demanio regio, fu destinato a prigione di stato. In essa  furono rinchiusi illustri patrioti del Risorgimento italiano, tra cui Carlo Poerio, Nicola Prisco, Sigismondo Castromediano e Michele Pironti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il castello fu oggetto di restauro tra il 1947 e il 195 ed ha ospitato l'Istituto Mater Orphanorum per l'educazione degli orfani fino al 1990. Dal Marzo 1994 il complesso monumentale è stato dato in consegna dal Demanio dello Stato alla Soprintendenza Archeologica che, grazie a finanziamenti europei, ha eseguito una serie di interventi di restauro e di adeguamento funzionale

Foto: da www.ntr24.tv, di "di giambattista" su http://rete.comuni-italiani.it e, per terza, una cartolina della mia collezione