lunedì 30 settembre 2013

Il castello di lunedì 30 settembre






MELAZZO (AL) – Castello di Moncrescente

Tra le colline impervie che dominano la valle dell'Erro è posto un grande castello in rovina dalla pianta ottagonale seminascosto dalla vegetazione, dalla forma simile ad un recipiente per il vino, che gli ha valso il nome dialettale di "tinassa", cioè "tinozza". Avvicinandosi a Moncrescente è inevitabile notare le sue imponenti torri che si stagliano contro il cielo, le arcate e le alte mura che fanno pensare alla maestosità che doveva possedere un tempo la costruzione, sita in un luogo strategico, dominante il bacino dell'Erro e della Bormida. La prima caratteristica interessante di questo edificio è certamente la pianta ottagonale, tipica delle costruzioni appartenenti ai Cavalieri Templari, il noto ordine di monaci guerrieri che aveva documentati possedimenti nei dintorni, come la mansione di Acqui Terme e di Ponzone. La costruzione del recinto di Moncrescente, sulla base dell'evidenza architettonica e delle più precoci attestazioni documentarie, risalirebbe alla prima metà del XIV secolo ma il sito venne già occupato in precedenza da una fortificazione, testimoniata dalla base in pietra di una torre quadrata databile al XII-XIII secolo. La destinazione di Moncrescente era prevalentemente militare: essa doveva ospitare un discreto contingente di armati, ma fu utilizzata per un breve periodo di tempo, risultando già in disuso alla metà del Cinquecento. Il precoce abbandono e la posizione isolata hanno permesso la conservazione della fortezza nelle sue fasi originali trecentesche, non alterate da modificazioni successive: sono ancora visibili vari dispositivi legati alle esigenze difensive del castello (feritoie e sistemi di chiusura dell'ingresso), ma anche alcuni elementi legati alla vita quotidiana di chi soggiornò in questo luogo (cisterne per l'acqua e ben cinque latrine). Il maniero funge da scenario per l'opera "La Leonora, ragionamento sulla vera bellezza", dell' umanista Giuseppe Betussi, dialogo conviviale dedicato ad Eleonora Croce, moglie del Conte Falletti, signore di Melazzo. Esso è ambientato nel 1552 tra i ruderi di Moncrescente e, perciò, sappiamo che a quell'epoca il maniero era già in rovina ("…questi quasi deserti luoghi, i quali mai più forse non si potranno gloriare di così aventurosa sorte…"). L'edificio, oggi in stato di abbandono, è comunque visitabile anche se a proprio rischio e pericolo, in quanto le mura presentano profonde crepe che, se non si provvederà presto ad un intervento di restauro e consolidamento, fanno supporre che la costruzione possa crollare prossimamente. La crepa più evidente, che taglia nettamente un'intera parete, però, non è dovuta al decadimento, ma ad un fulmine che colpì la costruzione durante un terribile temporale estivo. Dentro al recinto, il terreno è ancora più incolto: sterpaglie, terriccio, vegetazione sparsa. Si sente come un senso di ovattamento. Accanto al castello si trova una casa ora diroccata e dall'aspetto piuttosto tenebroso che fino a non molti anni fa era abitata da una famiglia di mezzadri. Alla forma del castello è legata questa leggenda: "Tanto tanto tempo fa gli uomini con uno sforzo immenso riuscirono a costruire un enorme tino, un’opera grandiosa ideata per contenere una straordinaria quantità di vino. Quest’opera, però, suscitò una grande rabbia da parte del Diavolo, che adirato dall’imponenza del grande tino ed invidioso, come sempre degli uomini, decise di distruggerlo, così lo capovolse, rendendolo inutilizzabile per la raccolta dei grappoli d’uva e la successiva vinificazione. Gli uomini delle nostre terre tuttavia continuarono, come ben sappiamo, a produrre il loro vino altrove divenendo famosi per la loro maestria ed anche la "Tinosa" o “Tinassa” continuò ad essere utilizzata: infatti, capovolta e privata del suo fondo forniva un ’ ottima protezione e divenne un imponente castello, conosciuto dai dotti come Moncrescente, ma ancora popolarmente noto come "Tinosa" in ricordo della sua primitiva funzione di grosso tino. Il diavolo, comunque, non rinunciò a ‘metterci la coda’: infatti, quando il castello perse le sue funzioni militari e fu ridotto a rovina, tra le sue antiche mura tornarono a riunirsi le adepte del diavolo, le streghe". Che il maniero continui ad essere prediletto da sedicenti maghi e teatro per culti neopagani è stato testimoniato da un ben informato e loquace signore del luogo: tempo fa ha dovuto segnalare all'attuale proprietario del bosco in cui sorge la Tinassa la presenza periodica e costante di parecchie persone, che non sembravano semplici turisti, visto che le loro visite erano principalmente notturne. Così, una notte, il proprietario ha deciso di andar a controllare che cosa stessero facendo, a quanto pare non intimorito dal possibile incontro con seguaci del diavolo. Ha così visto un gruppo di persone in cerchio che bruciavano un fantoccio di paglia: un rito pagano in piena regola, che potrebbe proprio essere ispirato a riti celtici: di purificazione, feste del Fuoco, come Beltene, poi diventata Calendimaggio.


Foto: entrambe dal sito http://www.itisacqui.it

domenica 29 settembre 2013

Il castello di domenica 29 settembre






TORTOLI’ (OG) – Torre saracena in frazione Arbatax

Si trova all’interno del borgo di Arbatax a 4 metri s.l.m. E’ facilmente raggiungibile percorrendo la panoramica S.S. 125 "Orientale sarda" , una volta lasciato il paese di Tortolì e proseguendo in direzione del porto di Arbatax. La torre è ben visibile a sinistra del lungomare. E’ anche detta di San Michele, dal cui nome (Arba a Tasciar che in arabo significa "Quattordicesima Torre") deriva quello del borgo, ed è una imponente fortificazione del Regno di Sardegna che domina, con la sua solida struttura di forma troncoconica, il bellissimo lungomare del borgo. Costruita alla fine del Cinquecento (probabilmente nel 1572) con funzioni difensive, costituiva la torre capitana e serviva come deposito munizioni per tutte le altre torri dell’Ogliastra. Composta da graniti e porfidi, presenta due piani, di cui il primo con volta a cupola ed il secondo con soffitto piano, entrambi con pilastro centrale. Il primo ed il secondo piano comunicano con una scala interna alla muratura, mentre il terrazzo è accessibile da una scala dell’aula sottostante. Altra scala, esterna ed aggiunta successivamente, per l’ingresso. La torre è stata completamente ristrutturata nel 2011 ed è oggi in dotazione alla Guardia di Finanza, adibita a sede di mostre fotografiche permanenti.

Foto: di Luigi Strano su http://www.flickriver.com/ e dal sito http://it.wikipedia.org

sabato 28 settembre 2013

Il castello di sabato 28 settembre



MONTI (OT) – Castello di Crasta (dei Doria)

In epoca medioevale il territorio appartenne al giudicato del Logudoro. La zona, ricca e trafficata, venne frequentata da mercanti pisani, che acquistarono pelli, grano, cereali e il legno dei boschi di cui era ricco il territorio. Nel 1255, dopo la morte di Adelasia di Torres, Monti fu sottoposto al dominio dei Doria, i quali vi fecero costruire il castello di Crasta, fortezza di importanza strategica durante le guerre tra la famiglia genovese ed i conti Pisani della Gherardesca, che lo espugnarono poche decine di anni dopo. Monti appartenne successivamente ai Malaspina, nel XIV secolo ai Giudici d'Arborea, ed infine agli Aragonesi, finché nel 1338 un accordo tra il giudicato d'Arborea e gli Aragonesi lo incluse nel territorio del Montacuto. In periodo aragonese, nel 1412 venne ceduto al sassarese Pietro Defenu, poi dai Defenu passò sotto la baronia dei Farina. Il nome del paese appare su documenti ufficiali nel 1603, quando contava solo 188 abitanti. Nel 1839, anno in cui venne abolito il feudalesimo, Monti fu riscattato al demanio dello stato. Del Castello di Crasta, posto su un'altura vicina all'abitato denominata “monte Casteddu”, oggi non restano che poche rovine difficilmente visitabili. Sono scarse le notizie e le fonti sul castello. Sicuramente su quella cima fu costruito un nuraghe, fortificato poi dai romani. Solo nel medioevo fu trasformato in castello. Fu aspramente conteso per la sua posizione stategica che permetteva di controllare il cosiddetto «corridoio di Monti» che collega l’interno con la marina di Olbia.

Purtroppo non ho trovato alcuna foto significativa di questi ruderi, se qualcuno potesse aiutarmi ad integrare l’articolo gliene sarei grato.

venerdì 27 settembre 2013

Il castello di venerdì 27 settembre






FIVIZZANO (MS) - Castello in frazione Viano

Viano si trova nella valle del Lucido e il suo castello fu molto probabilmente un antico pago romano, in seguito sede dell'antica pieve. Nel Medioevo assunse importanza con la corte degli Erberia, fu poi dei Vescovi Conti di Luni per poi diventare possesso dei Malaspina al tempo di Spinetta il Grande e seguire le sorti dei castelli della Lunigiana. Viano costituiva il cuore del dominio politico della famiglia longobarda dei Bianchi di Erberia cui si univa, dall'altra parte della valle, il borgo murato di Monte dei Bianchi, centro religioso della stessa famiglia. Il borgo si sviluppa attorno alla torre cilindrica che sorge alla sommità del colle, dalla quale si sviluppano in maniera concentrica le case del borgo. Rimangono elementi della cerchia muraria, come la porta e alcuni caratteristici vicoli chiusi da volte. Il borgo fortificato e incastellato, esalta la struttura costruttiva con archi a tutto sesto, stradine in arenaria, caratteristiche di molti luoghi lunigianesi. La torre cilindrica in sommità del borgo, l’altra alla fine, le strette strade, la vista sulle Apuane e sugli Appennini, lo rendono suggestivo.


Foto: prese dal sito http://www.amalaspezia.eu

giovedì 26 settembre 2013

Il castello di giovedì 26 settembre






SMERILLO (FM) - Castello

Smerillo sorge su un crinale roccioso a 806 metri s.l.m., è un balcone naturale di straordinaria bellezza che spazia a 360 gradi. Ad est domina tutto il fermano fino al mare, la vallata del Tenna e dell’Aso fino alle coste abruzzesi; ad ovest si contemplano le vette dei Monti Sibillini; a nord le colline maceratesi fino ad arrivare al Monte Conero; a sud lo sguardo arriva fino ai monti della Laga ed al Gran Sasso. Il nome Smerillo sembra derivare da un falco, lo Smeriglio (Falco columbarius), che popolava le numerose cavità presenti nella roccia dominata dal paese. Non si sa con sicurezza l’origine del castello di Smerillo, alcuni pensano che sia nato al tempo dei romani in quanto nel suo territorio sono state trovate numerose monete dell'epoca. Ma i primi documenti scritti arrivati fino a noi sono datati intorno al 1100 e riguardano soprattutto le vicende del casato che governò il castello. I signori di Smerillo discendevano dal conte Alberto (il più antico rappresentante del casato dei signori di Smerillo di cui si ha notizia) che alla fine del 1100 risulta livellario dell’abbazia sabina di Santa Maria di Farfa di Santa Vittoria in Matenano per cui pagava ai monaci un canone annuo per il Castello di Smerillo. I signori di Smerillo erano imparentati con il casato che dominava il castello di Montepassillo (Comunanza), inoltre possedevano la giurisdizione su un ampio territorio diviso attualmente tra i comuni di Comunanza, Amandola, Monte Monaco, Monte Fortino. Alla fine del 1200 la crisi economica che aveva colpito i signori di Smerillo, costrinse a vendere le loro quote del territorio al Comune di Fermo, in cambio dell’esenzione al pagamento delle imposte sui beni personali. Il Comune di Fermo si assicurò così la giurisdizione del castello di Smerillo e nel 1298 impose a Smerillo le istituzioni comunali dandogli la libertà e la cittadinanza fermana. In quell'anno Antonio Volientis, fermano, acquisto'  - dai feudatari Corrado di Bove, Anselmuccio di Brancaleone e Francesco di Alberico - il castello di Smerillo che, come gli altri comuni soggetti a Fermo, fu abbastanza autonomo in quanto il Comune di Fermo interveniva solo negli affari di maggiore importanza. Il 3 marzo 1396, Luzio e Antonio, custodi della rocca di Smerillo per conto del comune, tradirono Fermo e consegnarono la rocca a Gentile e Rodolfo da Varano, Duchi di Camerino, i quali volevano estendere il loro dominio nella vallata del Tenna e quindi fortemente interessati a quel centro che godeva di una posizione strategica per il loro scopo. I Fermani chiamarono alle armi gli uomini dei castelli dipendenti e mossero contro Smerillo. Il fatto che Fermo non venne a combattere da sola, fa pensare che i Da Varano l'avessero fortificato ben bene. Fermo riuscì a riprendere il controllo di Smerillo e del territorio circostante che, successivamente, furono annessi allo Stato della Chiesa prima e al regno d’Italia poi. Una incursione del duca di Carrara nel 1404 produsse seri danni alle fortificazioni. Fu fatta richiesta a Sisto V, nel Cinquecento, di poterle restaurare. Per permettere i lavori il Papa dispose l'esenzione dalle tasse per tre anni. A testimonianza del grandioso passato di Smerillo restano i ruderi delle mura di cinta del castello, la porta nord e il "cassero". Dal punto di vista architettonico Smerillo si doveva presentare con due strutture urbanistiche distinte ma complementari tra loro: la prima (l’attuale “rocca”) dove si trovavano le abitazioni dei signori e la seconda dove si trovavano le case del popolo. Lo spazio riservato ai signori era protetto su tre lati da una cinta muraria con delle torri, mentre il quarto lato era privo di fortificazioni in quanto era affacciato sulla rupe. La prima cinta muraria venne costruita nel XIV secolo, lungo le pendici del monte probabilmente, costituita da due terrapieni, uno interno e uno esterno con l'aggiunta di una palizzata difensiva. Il borgo dove si trovavano le case dei contadini era privo di fortificazioni e le case erano disposte lungo la via principale che portava alla dimora dei signori, (struttura architettonica ancora attuale). Successivamente fu costruita una cinta muraria anche intorno al borgo con due porte di ingresso ancora oggi ben visibili.

mercoledì 25 settembre 2013

Il castello di mercoledì 25 settembre






Melicuccà (RG) – Castello

Il Comune di Melicuccà è situato in una piccola valle formata dalle pendici settentrionali dell’Aspromonte, su un territorio di 17,15 Kmq., a 273 m. sul livello del mare. La mancanza di documenti fa realisticamente supporre che Melicuccà, fino al X secolo modesto aggregato di capanne di pastori, anche grazie alla presenza di abbondanti sorgenti presenti nella zona, sia diventato centro abitato di una certa consistenza grazie alla presenza del cenobio brasiliano di Sant’Elia Speleota. Con l’arrivo dei Normanni, nel 1057 la regione delle Saline venne assoggettata da Ruggero, conte di Calabria, e cominciò anche per Melicuccà la fase della latinizzazione e del feudalesimo. Tra il 1275 e il 1279 il Monastero dei Benedettini passò all’Ordine dei Cavalieri gerosolimitani (di Rodi, non ancora di Malta), e Melicuccà divenne automaticamente Grangia del Baliaggio di S. Eufemia del Golfo. Quando all’egemonia francese degli Angiò si sostituì quella spagnola, gli aragonesi inasprirono il carico fiscale, che divenne insopportabile soprattutto dopo l’occupazione del Regno di Napoli da parte di Alfonso V il Magnanimo di Aragona (1442). Non solo vennero frantumati i grandi feudi per contenere la riottosità dei baroni, propensi alla ribellione, ma furono imposti balzelli vari che inasprirono la popolazione povera. Tra il 1480 e il 1505, un certo Ugo da Mongada ottenne dagli Aragonesi, dietro il pagamento della somma di 400 ducati, privilegi su Sant’Eufemia, Melicuccà e Lucera. Lo scontro tra spagnoli e francesi che segnò la fine del dominio aragonese nell’Italia meridionale, avvenne il 25 giugno 1495 a pochi chilometri da Melicuccà (battaglia della Figurella territorio di Seminara). Nella parte alta del centro abitato sono ancora presenti i notevoli resti del diruto castello, costruito nel 951 d.C. da Costantino VII di Bisanzio, fra i quali spiccano i baluardi angolari e la torre quadrata. Visibili ancora le sue mura perimetrali e qualche accenno di cunicoli sotterranei che, un tempo, sembra conducessero sia sotto la Chiesa di San Giovanni, sia alla città della "Citateia". Nel XX secolo, gli amministratori locali del tempo, fecero costruire sui resti del castello dei Cavalieri di Malta una torre dove, nel 1918 venne inserito un orologio meccanico.


lunedì 23 settembre 2013

Il castello di martedì 24 settembre






DERUTA (PG) – Castello di Castelleone

“Castrum Leonis”, così si chiamava la fortificazione costruita dai perugini. Il leone come simbolo di forza, di sovranità e d’inespugnabilità. Castelleone è, infatti, interamente cinta da possenti mura, in parte diroccate, con feritoie e resti di torri dove cresce anche l’edera. Due le porte d’ingresso al piccolo borgo. I residenti ufficialmente sono alcune centinaia, ma in molti abitano nelle nuove case fuori le mura. A collegare le due porte Via della Libertà, forse in ricordo della brigata partigiana “Leoni”, che in queste campagne si batteva contro i tedeschi i quali durante la guerra avevano preso possesso dell’antico castello. Intorno, un reticolo di stretti vicoli dai nomi agresti: via dell’Olivo, dell’Elce, del Cerro, del Pino e simili. Le case sono in pietra e mattoni rossi, alcune con grandi orti dove spuntano anche tanti ulivi. La porta più suggestiva è quella a Sud, con tanto di ponte lavatoio, tra due archi, sopra a quello che anticamente doveva essere un fossato tutto intorno alle mura della fortezza. Sopra l’arco più interno una torre campanile con un grande orologio in ceramica. A fianco l’antica chiesa di San Donato, il patrono di Castelleone. Recentemente oggetto di importanti restauri conservativi di consolidamento strutturale e di recupero artistico, il Castello di Castelleone, con le sue tre torri e le mura possenti in pietra risalenti al XII sec., domina la media valle del Tevere. Nel maniero, sono rappresentate tre epoche: quella alto medievale (XII sec.) di cui restano ampie tracce nelle grande Torre Longobarda e nelle mura difensive in pietra, dotate di barbacane, che superano anche i tre metri di spessore; quella rinascimentale (XV-XVI sec.), con l’utilizzo di mattoni semi-crudi o cotti sul posto con fuochi di fascine e che include il Mastio o Torre degli Sposi collegato al nucleo principale del castello propriamente detto; quella neogotica (XIX sec.),caratterizzata da coloriti intonaci a calce e che, includendo la Torre Belvedere, si affaccia sul Borgo antico di Castelleone. Gli affreschi del piano nobile e delle torri, gli arredi di notevole importanza storico-artistica (nel castello furono ospiti per lungo tempo, fra gli altri, il Papa Alessandro VI Borgia, sul finire del XV sec. e il poeta Gabriele D’Annunzio, agli inizi del Novecento), testimoniano le origini feudali e nobiliari del complesso. A colpire è la Torre Longobarda, quadrata, in pietra, alta ben 35 metri, parte integrante del nucleo più antico del castello. Piccole finestre, barbacane e feritoie ne ricordano l’origine militare. Il rotondeggiante mastio principale, chiamato Torre degli Sposi, risale alla fine del XV secolo e sostituì il torrione originale danneggiato durante gli assedi e le incursioni delle truppe di Braccio Fortebraccio da Montone. Attualmente il maniero è di proprietà dei conti Morsiani. Ristrutturato completamente mediante un restauro conservativo volto esplicitamente a far rivivere le atmosfere dell'epoca medievale e rinascimentale, ha una superficie coperta di 2000 mq., oltre a 500 mq di "soffitte", suddivisi in un centinaio di stanze. Tutta la superficie del castello è in possesso della destinazione urbanistica Commerciale Terziaria e può quindi essere destinato ad attività turistico-ricettive, quale Relais di Prestigio, nonchè dell'Attestazione di Dimora Storica-Residenza d'Epoca. Oltre alle tre torri ed alle sale di vita comune (zona museale, Sala degli Armigeri, Biblioteca, Sala delle Armi, Cappella, ecc.) il castello comprende anche tre grandi cucine e sette suites, otto camere ed un appartamento, nonchè 18 bagni iper-tecnologici con vasche o docce idromassaggio, bagno turco, aromaterapia, cromoterapia. Un chiostro interno, con un elegante Porticato a L, racchiude l'antico cortile del castello. L'esterno è costituito da un parco, anch'esso ricco di vestigia storiche (statue in marmo di Leoni portascudi, quattro Putti Musicanti, tavolo dell'epoca dei Templari, ecc..), di circa 8.500 mq a terrazzamenti, dove trova posto, a ridosso delle antiche mura, la Piscina delle Quattro Stagioni. Vi è un sito internet completamente dedicato al castello: www.castellodicastelleone.com  

Fonti: http://www.umbriatouring.it, http://it.wikipedia.org, pagina Facebook del castello

La seconda delle due foto è di Giovanni Morsiani, presa su http://www.panoramio.com

Il castello di lunedì 23 settembre






BOJANO (CB) - Castello Pandone in frazione Civita Superiore

Come testimoniano i ritrovamenti di monete, di ceramiche a vernice nera e di alcuni frammenti di tegole, infatti, Civita costituiva il centro fortificato di un insediamento sannita di una certa importanza. La sua fortuna cessò con l’avvento dei romani, che preferirono insediare la loro colonia di Bovianum nella vallata sottostante. Dopo il 602 d.C. il Sannio, allora occupato dai Goti, subì l’invasione longobarda. Nel 667, i duchi longobardi di Benevento concessero le terre di Boiano e dintorni al guerriero mercenario bulgaro Altzeco (o Alczeco) che le acquisì come gastaldo (amministratore per conto del Re). Iniziò così la dominazione bulgara, pacifica e ben accetta dalla popolazione del luogo, che con la pace conobbe un periodo di crescita e prosperità che portò alla costruzione di abitazioni eleganti e chiese. Tutto il benessere raggiunto fu distrutto dalle violente incursioni saracene degli anni 860–882. Bojano fu tra i centri più danneggiati insieme con Venafro, Sepino e Isernia. La sua popolazione ricominciò l’esodo verso la rocca, dove era più facile difendersi. In quel periodo si costruì la cittadella fortificata. La cinta muraria del borgo fu allargata fino al castello, che mantenne la funzione di fortificazione-rifugio. Verso la metà del X secolo, con il declino del regno longobardo, il gastaldato si trasformò in contea e la dominazione passò ai Normanni. La contea di Bojano fu affidata al francese Rodolfo de Moulins e sotto la sua egemonia conobbe un periodo di forte sviluppo sociale, economico e culturale. Fu con Ugo I, detto Ugone, discendente di Rodolfo, che si riunirono le nove più importanti contee della regione nell’unica contea di Bojano o del Molise. In questo periodo il castello, pur rafforzando le sue funzioni difensive, fu trasformato in sede signorile. L’intero borgo iniziò a configurarsi come “centro abitato difeso”, comprendente all’interno sia la dimora del signore sia alcune abitazioni private.Nel 1128 il castello si trovò al centro delle battaglie tra Ugo II, nipote di Ugone, e Ruggiero II Re di Sicilia. Il conte, sconfitto, fu prima allontanato da Bojano poi reintegrato come “giustiziere” in gran parte dei suoi territori, probabilmente grazie al suo matrimonio con la figlia naturale di Ruggiero II. Nel 1142 il re di Sicilia affidò a Ugo II l’intera contea del Molise ma alla sua morte, non avendo eredi, la contea passò alla corona. Agli inizi del '200 la contea passò ai conti di Celano. Nel 1221 fu teatro di uno scontro tra il conte di Molise e l'Imperatore Federico II. Quest'ultimo, salito al trono l'anno precedente, aveva intrapreso una politica interna che mirava a spogliare i baroni, i conti ed i signori dei privilegi di cui godevano. La scintilla che diede inizio alle ostilità fu la promulgazione di un editto che aveva lo scopo di requisire molte rocche tra cui quella di Boiano, considerata fra i "castra exempta", cioè fra i castelli dipendenti direttamente dall'Imperatore. Tommaso da Celano non chinò il capo e si oppose al provvedimento. Lasciò la moglie Giuditta, figlia del Conte Ruggero, in difesa della Rocca Boiano e si recò a Rocca Mandolfi. Astutamente Federico II diede l'ordine ai suoi baroni di attaccare Rocca Boiano, a quel punto Giuditta non poté far altro che arrendersi. Venuto a sapere di ciò, Tommaso capeggiò verso Boiano, l'incendiò e tornò con la moglie nella fortezza di Rocca Mandolfi; qui fu raggiunto da Tommaso d'Aquino, Conte di Acerra, il quale aiutato dall'Imperatore mise alle strette il Conte di Molise. Nel 1223 ci fu un accordo tra Federico II e Giuditta, abile nelle mediazioni, che sancì l'affidamento della Contea a Tommaso da Celano, esclusa però, Rocca Boiano, ritenuta di grande importanza strategica. Negli anni a venire l'Imperatore affidò la Contea al figlio naturale Enzo, il quale se la fece soffiare dal fratellastro Corrado IV, che nel frattempo fu incoronato Imperatore. Questi si mostrò oltremodo interessato a Rocca Boiano, ed a spese di altri territori vicini (come Campobasso e Cantalupo) la fece restaurare. Successivamente con la caduta della Casa Sveva e la salita al potere di quella dei D'Angiò, la fortificazione fu affidata ad un certo Roczolino de Mandroles per una cifra di 200 once d'oro. Nel 1400 il possesso del castello passò alla famiglia Pandone, a cui rimase per circa 80 anni. Tra il 1489 e il 1519 il Vescovo Silvio Pandone, a capo della Diocesi di Bojano, costruì la nuova cattedrale di San Bartolomeo e migliorò la struttura della rocca adibendola a residenza estiva. Nella seconda metà del 1700, l'edificio visse un periodo d’abbandono e di povertà, destinato a perdurare e ad aggravarsi per la carenza d’acqua. Nel 1943 il castello fu bombardato e distrutto. Nel 1960 la parte nord del castello fu utilizzata per costruire un belvedere. I ruderi della fortificazione si trovano nella parte alta della Civita, isolati dal nucleo abitato medioevale. Lo studio delle caratteristiche planimetriche e strutturali non consentono di differenziare nettamente gli interventi longobardi da quelli normanni; la interpretazione è resa ancora più difficile da recenti interventi che hanno omogeneizzato parte delle murature. La struttura dell’edificio è rettangolare con una lunghezza di circa 116 mt. ed una larghezza di 30 mt. La struttura interna prevedeva tre zone: un primo recinto detto “Ricetto” che serviva da primo rifugio per la popolazione nei casi di massimo pericolo; una zona riservata a residenza del Signore e la “corte alta” che accoglieva i cortigiani. L’ingresso al borgo era situato sul lato est, ma oggi esso è andato quasi completamente distrutto. Di tale fronte è visibile, infatti, solo un tratto di mura.Sul lato nord vi era una torre-cisterna di forma circolare oggi sostituita dal belvedere, costruzione moderna che poggia in parte sulle antiche mura del castello. Nell’angolo ovest, invece, era collocata la torre mastio. Delle strutture della fortificazione sono ancora evidenti due ampi recinti separati da un fossato trasversale che sfrutta la naturale conformazione del sito. Su questo si affacciano i resti di un ampio vano di pianta rettangolare di cui rimane solo parte della copertura voltata (a sesto ribassato). Le aperture presentano una forte strombatura interna. Il cortile ha la funzione di piazza d’armi e di compartimentazione stagna (diateichisma). Vasti tratti di muratura della recinzione medievale con torri e porte sopravvivono pur se in parte inglobati nei più recenti edifici. Negli ultimi anni sono stati effettuati dei lavori che miravano ad una ricostruzione dell'antica costruzione, ma di certo l'opera effettuata, ad eccezione di una scalinata che rende più agevole il raggiungimento del sito da parte di coloro che volessero visitarlo, non sembra essere stato di molto aiuto.

Altri link suggeriti: http://it.scribd.com/doc/12984915/Il-Castello-Di-Civita-Di-Bojano

Fonti: http://www.morronedelsannio.com, http://www.matese.org, http://www.regione.molise.it
articolo di Beholder1972 su http://www.montidelmatese.it

Foto dai siti http://www.mondimedievali.net e http://www.matese.org

domenica 22 settembre 2013

Il castello di domenica 22 settembre





CAPRANICA (VT) – Castello Anguillara
I primi insediamenti sul territorio dell'attuale Capranica risalgono all'epoca etrusca, ma le prime notizie certe si collocano intorno al 1050. Fino al 1300 Capranica fu posta, come i comuni limitrofi, sotto la giurisdizione del convento sutrino dei SS. Cosma e Damiano. Nel 1305 fece la sua apparizione nel borgo la famiglia Anguillara, che lo rese uno dei più importanti dell'epoca. Nel 1337, sotto Orso degli Anguillara, soggiornò a Capranica Francesco Petrarca (1304-1374), all'epoca al servizio del Cardinale Giovanni Colonna nei pressi di Avignone. Il Petrarca era stato invitato a Roma nel dicembre del 1336 dal suo amico Vescovo Giacomo Colonna e - imbarcatosi a Marsiglia il 21 dicembre, era sbarcato a Civitavecchia nei primi giorni del gennaio 1337 ma, trovandosi in territorio nemico ai Colonna ed essendo tutte le strade verso Roma chiuse dai nemici della famiglia romana (come lui afferma in una lettera scritta dal castello di Capranica al Cardinale Giovanni Colonna ad Avignone) - giunse nel castro di Capranica dove trovò rifugio nel castello (per motivi di sicurezza vi rimase per oltre un mese e mezzo), ospite del Conte Orso degli Anguillara (nipote di Pandolfo II) e di sua moglie Agnese Colonna, sorella del Cardinale Giovanni. Verso la fine di febbraio, scortato dai due fratelli Giacomo e Stefano Colonna e dai loro soldati, il Petrarca riprese il viaggio per Roma. Orso, uno dei personaggi più notevoli della sua casata, fu l'unico conte a risiedere stabilmente nel castello. In questo periodo, venne ampliata la rocca da dove i conti pianificavano le loro scorribande. Infatti, in quel periodo e in seguito, soprattutto sotto il conte Everso, Capranica espanse la sua influenza sui territori circostanti e venne coinvolta nella guerra che i conti combatterono contro i Prefetti di Vico per tutto il XIV secolo. L'ultimo conte degno di nota fu appunto Everso che, nel 1435, combattè a fianco di Papa Eugenio IV per cacciare l'ultimo prefetto Giacomo di Vico ed i suoi due figli Menelao e Securanza. Nel 1465 i successori di Everso, Deifobo e Francesco, venuti alle armi con Papa Paolo II provocarono la sollevazione di Capranica e dei borghi controllati e, in seguito, la caduta degli Anguillara il 7 luglio 1465. Papa Paolo II ordinò che fosse distrutto il loro castello, di cui la parte più antica era stata innalzata su iniziativa del Conte Pandolfo II Anguillara intorno al 1285; inoltre il pontefice donò a Capranica un cardinale governatore che rese il borgo il capoluogo del governatorato. Scoppiata in Roma, nel 1484 una grave pestilenza sotto Innocenzo VIII, Capranica fù letteralmente invasa da prelati e laici per sfuggire al pericoloso contagio. La sua posizione ai piedi dei Monti Cimini, la salubrità dell'aria, la varietà e la bontà delle sue acque rinomate fin dai tempi antichi, la resero celebre e cara a tutta la corte pontificia. Nella notte tra il 6 ed il 7 dicembre del 1527 vi riparò Clemente VII, fuggito da Roma ed in viaggio verso Orvieto. Per un certo periodo di tempo il governatorato ebbe la stessa ampiezza territoriale dei domini anguillareschi. Sotto i cardinali-governatori il paese venne ampliato e, soprattutto prima del 1700, vi furono costruiti i palazzi più importanti. Nel 1831 Papa Leone XII tolse a Capranica il titolo di capoluogo. Pochi anni, durante alcune indagini di approfondimento inerenti a uno studio su un antico bassorilievo del Trecento che ricorda un matrimonio celebrato tra le famiglie dei Conti degli Anguillara di Capranica e gli Orsini Conti di Sovana e Pitigliano ( bassorilievo che presenta un'insolita iconografia di origine pagana ) è stata individuata parte dell'ala est del castello duecentesco degli Anguillara. Si tratta di un muro alto circa 17 metri e largo 8 che presenta una caratteristica muratura del XIII secolo, a "libretto", abbastanza diffusa nella provincia di Viterbo e che ritroviamo anche, in modo evidente, all'interno di Castel S. Angelo a Roma su un alto muro databile tra il 1260 e il 1270. La parete est individuata presenta tre livelli abitativi ed era molto probabilmente l'ala del castello destinata a caserma della guarnigione: un seminterrato, adibito a magazzini e deposito di armi, un piano terra, al livello della grande porta d'ingresso al paese, e un piano superiore; ogni piano doveva essere alto circa sei metri e, probabilmente, i soffiti erano realizzati con volte a crociera. In base a documenti notarili della seconda metà del Trecento, rintracciati e conservati nell' archivio di Stato di Viterbo, risulta che nell'ala del maniero destinata a quartiere residenziale della famiglia - maniero che copriva una superficie totale in pianta, compresi i cortili interni, di circa 2.000 metri quadrati - esisteva al piano nobile una loggia che doveva essere situata sul lato sud verso l'abitato, una sala maggiore di rappresentanza e una cappella privata; a questo aggiungiamo le camere da letto e i servizi privati della famiglia e sicuramente uno o due studioli che si ritiene dovessero essere affrescati così come la sala maggiore e la cappella; è molto probabile che anche il quartiere nobile dovesse svilupparsi su tre livelli abitativi. Di questo grande castello si era perduta ogni traccia, ritenendo che nel corso dei secoli non fosse rimasto nulla di esso a parte una piccola sala rinascimentale, databile intorno al 1450 e costruita su iniziativa del Conte Everso degli Anguillara ristrutturando una precedente ala trecentesca sul lato ovest del palazzo.
Foto di Croberto68 su http://it.wikipedia.org

Il castello di sabato 21 settembre






CICILIANO (RM) – Castello Theodoli

Sull’origine del toponimo gli studiosi sono discordi in quanto, secondo l’opinione prevalente esso è collegato alla gens Caecilia, un fundus Caecilianus o più brevemente Caecilianum, mentre secondo altri sul colle dell’attuale Ciciliano sorgeva invece Sicilon o Siciletum, un oppidum che avrebbe ricordato l’antica gente dei siculi. Quando nel V sec. iniziarono le invasioni barbariche, i Trebulani furono costretti a fortificarsi e salirono sul colle. Nel X secolo, dell’antica città si salvarono solo le mura poligonali dopo la distruzione avvenuta per mano dei saraceni, ma a causa della sua posizione strategica Ciciliano fu conteso fra l'abbazia di Subiaco e Tivoli. Grazie all'appoggio di Roma alla fine prevalsero i monaci benedettini del monastero sublacense che prontamente la ricostruirono. La prima citazione storica del paese si riscontra in una lapide, fatta apporre nel Chiostro di Santa Scolastica dall’abate Umberto, inviato da Leone IX a governare il Monastero di Subiaco. In essa, con il nome errato di Bicilianum, Ciciliano veniva incluso fra i possedimenti del monastero benedettino fin dal 1052. Nell'Alto Medioevo sul territorio troviamo varie comunità sopra i ruderi della stessa Trebula tra cui il Vicus Sancti Valerii. I contrasti tra Tivoli e Subiaco portarono alla nascita di rocche sui monti, tra cui Rocca d'Elci ed il Castrum Morellae, che sopravvissero al massimo fino al XV sec. In virtù del testamento di Pietro Colonna di Giordano, signore di Genazzano, il feudo venne ereditato nel 1373 dai Colonna insieme a Pisoniano e San Vito. Rimase ai Colonna fino alla fine del secolo XIV, quando fu reso ai Monaci. L’antipapa Giovanni XXIII (1410-15) lo diede in feudo ai Colonna, ai quali lo tolse Eugenio IV (1431-47). Nel 1457 lo riebbero i Colonna. Nel 1484 tornò ai Monaci, che però lo perdettero quasi subito. Tra il 1501 e il 1503 infatti fu confiscato dai Borgia (da Alessandro VI) in favore dei figli di Lucrezia Borgia e Alfonso d’Aragona ma, alla morte del Pontefice, i Colonna se ne appropriarono nuovamente. Nuovi contrasti sorsero nel 1541 per l’imposizione del dazio sul sale, tali da far inviare da Paolo III, contro i Colonna, Pier Luigi Farnese al comando di 10.000 uomini. Caduto nelle mani delle milizie pontificie, il castello venne restituito nel 1550 da Giulio III ai Colonna. Nel 1563 Marco Antonio Colonna, per assolvere ai debiti paterni e costituire la dote per le sorelle, vendette il feudo al principe Domenico Massimo. Divenuto contea, il feudo, nel 1572, fu acquistato da mons. Gerolamo Theodoli, vescovo di Cadice, per la somma di 30.000 scudi romani. Durante il dominio dei Theodoli, il 23 dicembre 1579, gli abitanti di Ciciliano ottennero un proprio statuto nel quale si stabilivano norme civili e penali che regolavano l’amministrazione della comunità. Copia manoscritta, ricavata dall’originale, è conservata presso l’Archivio di Stato di Roma (raccolta statuti 195). La famiglia Theodoli, che ancora possiede il castello, mantenne i diritti feudali fino al 1816. Il borgo medioevale del paese mantiene la struttura medievale con vie strette e ripide dove nella sua sommità si erge, il maniero, risalente al XII secolo ed in buono stato di conservazione. Nel corso del XV secolo, sotto il dominio dei Colonna, la struttura del castello venne modificata a scopo difensivo, secondo un modello diffuso in quel periodo: un corpo centrale quadrato con quattro bastioni angolari. L'unica torre cilindrica che si nota venne aggiunta circa un secolo dopo. Ulteriori modifiche, vennero apportate nel XVIII secolo per volere della famiglia Theodoli (il rinforzo delle fondamenta e il restauro delle quattro torri con merlatura guelfa). L’ingresso del castello ha un’alta scalea con una prospettiva sulla “piazza di corte”, con le due rampe di accesso a esedra, volute dall’architetto Gerolamo Theodoli; la facciata del maniero è munita di due torri angolari, quadrata quella di destra e cilindrica l’altra. Altre due torri di forma quadrangolare sono situate nella parte posteriore. La struttura muraria è in pietrame mal squadrato con inserti in mattoni. All'interno dell’edificio troviamo un corpo di guardia, una scalinata che con un portico conduce alle sale di rappresentanza al piano nobile, una cucina, un grande forno e un torchio per pigiare le uve con vasca di raccolta. E’ assai interessante notare che al centro della corte è collocata un'ara funeraria romana, proveniente dal territorio della vicina città di Trebula Suffenàs, antico Municipio Romano di origine equa che sorgeva sul passo della Fortuna (Ciciliano). Al piano nobile troviamo una serie di stanze compresa una cappella e uno stanzone con un camino sulla cui sommità è dipinto il blasone della famiglia Theodoli. Vi è inoltre un giardino pensile, oggi parco comunale che si estende per una superficie di 54.650 mq, in cui spiccano alcune piante secolari e con ai lati il camminamento di ronda. Infine, negli ambienti sotterranei del castello sono collocate le carceri (probabilmente risalenti alla fine del XVI secolo – 1579 - quando Theodolo Theodoli, con l’approvazione di uno statuto tra i più avanzati per l’epoca, regolamentò anche l’amministrazione della giustizia), in cui sono presenti suggestivi graffiti d’epoca lasciati dai detenuti che vi furono rinchiusi. Le attuali torri e merlature sono state rialzate e ristrutturate grazie a Francesco Maria Thedoli con lavori del 1913 che riguardarono anche la sistemazione interna degli ambienti e la ridefinizione strutturale della balaustra e delle rampe d’accesso. Il Castello Theodoli, posto a 618 metri s.l.m. e dominante il paese di Ciciliano e le valli circostanti, è oggi utilizzato come location per cerimonie, conferenze, mostre. Nella cappella di famiglia, situata all'interno del maniero, è inoltre possibile celebrare matrimoni.


Fonti: http://www.romaepiu.it, http://www.lazioturismo.it, http://ilbersagliodipaglia.blogspot.it, http://www.controluce.it, http://www.tesoridellazio.it
Foto: una è presa dal sito http://www.festeaziendali.it mentre l'altra è un fermo immagine di un video disponibile su youtube  

venerdì 20 settembre 2013

Il castello di venerdì 20 settembre






ARVIER (AO) - Castello La Mothe

Sorge su di un’altura rocciosa che domina il borgo di Arvier e sovrasta la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Sulpizio ed Antonio. I resti ancora visibili appartengono ad una cinta muraria, ancora in buone condizioni, ad una torre localizzata ad ovest, ad un corpo di fabbrica ad essa appoggiato e ad una seconda torre, a sud, nella quale era collocata una scala. La storia del castello di La Mothe è in gran parte oscura. Il complesso viene citato per la prima volta nei documenti dell'omaggio feudale del 1287, in cui giurò Aimone de Arviero. Per lo storico Jean-Baptiste de Tillier prenderebbe il nome dal nobile savoiardo Aymar de la Mothe, segretario del conte Filippo di Savoia, il quale alla fine del XIII secolo avrebbe sposato l'ereditiera della famiglia De Arverio. Il de La Mothe lo fece restaurare e gli attribuì il proprio nome, con il quale è noto nelle Udienze. Nel 1306 o nel 1409 passò ai d'Avise, che lo tennero come maison de plaisance. Fu quindi lasciato in consignoria alla nobile famiglia dei Sarriod de la Tour e a quella di minor nome dei Lostan. Per l'incuria di questi proprietari, che, non risiedendovi, non effettuarono più alcuna manutenzione, agli inizi del XVIII secolo il castello era già in rovina, utilizzato per fini agricoli o pastorali come fienile o stalla. Dopo essere stata acquistata dalla regione Valle d'Aosta, nel 2006 la struttura ha subito importanti interventi di restauro e messa in sicurezza. Si è provveduto a ricostruirne il tetto, a consolidarne le strutture murarie ed a risistemare l’area adiacente che, in varie occasioni, è stata utilizzata per la messa in scena di spettacoli musicali e teatrali. Tuttavia, nonostante il completamento dei lavori l'area è ancora oggi in stato di degrado, in attesa di una nuova destinazione d'uso. I restauratori hanno trovato tracce di affreschi che farebbero pensare alla presenza di una cappella. Dalle risultanze di un’indagine archeologica effettuata di recente, è emerso come il castello abbia subito diverse fasi di trasformazione. La prima fase costruttiva del castello è di difficile comprensione. A tutt'oggi poco o nulla è rimasto dell'edificio originale e questo viene citato per la prima volta in un documento del 1287 anche se le analisi dendrocronologiche hanno restituito una datazione addirittura al 1236-1237. I principali resti sono esigui e difficilmente riconoscibili: sono per lo più legni di sostegno che formano le centine delle finestre, gli architravi delle porte o oggetti simili. In generale gran parte dei materiali fu poi riutilizzata in successivi rimaneggiamenti. Il nucleo originario di tutto il complesso, ancora in buono stato di conservazione, risale, invece, alla seconda fase (XIV secolo - post 1376). Appartengono a questo periodo gran parte dei corpi di fabbrica oggi ancora visibili in quanto il loro stato di conservazione è migliore rispettto alle altre parti della struttura: gli interventi successivi non ne hanno praticamente modificato la forma originale. Il nuovo edificio (di ampiezza 13 per 8 mt) si basa direttamente sul substrato roccioso sottostante; riesce ad elevarsi per 14 mt di altezza e ad ospitare ben 4 piani al suo interno. Date le dimensioni e la posizione è intuibile la sua funzione più residenziale che difensiva; non a caso è l'unica parte del castello priva di feritoie. Per quanto riguarda l'impianto difensivo esterno non è possibile delineare, se non a grandi linee, lo sviluppo di quel periodo. La parte più cospicua della terza fase costruttiva è costituita dalle mura e dai loro resti che, oltre a delineare in gran parte il prospetto dello sperone roccioso sul quale poggia l'edificio e che probabilmente delimitano lo spazio identificabile come mastio. Sul lato nord est si può scorgere una parete sulla quale è ancora riconoscibile una finestra con sedile, verosimilmente resti di una torre. Dato lo stato di avanzato dirudimento, né gli scavi archeologici né le successive analisi, hanno consentito di capire l'altezza, la planimetria e la funzione originaria del corpo di fabbrica. Appartenente allo stesso periodo è un altro edificio, nell'area centrale, del quale rimane solo la parte sottostante del muro perimetrale. Non è da escludere che all'epoca i due edifici fossero collegati tramite passaggi coperti, lignei o in muratura anche se la definizione è molto difficile in quanto quasi tutta la struttura fu stravolta da una successiva ricostruzione del XVI secolo. Nel XVI secolo avvennero importanti riqualificazioni sia volumetriche dell'edificio sia di restauro di antichi dettagli decorativi di singoli elementi architettonici.Venne in particolare costruito un nuovo nucleo centrale con funzione di collegamento tra i vani già esistenti e che, di conseguenza, fu adattato nella planimetria a questi ultimi. Al contempo sul lato sud si rese necessaria la costruzione di una scala indipendente di forma elicoidale (oggi visibile solo sommariamente poiché diruita) avente funzione di collegamento tra piani alti e bassi e tra nuove e vecchie parti. Ulteriori analisi hanno consentito di stabilire che la nuova costruzione aveva uno svilppo principalmente verticale ed era suddivisa al suo interno in tre piani di cui rimangono solo scanalature lignee oggi restituite dalla dendrocronologia. Questi spazi appartenevano con ogni probabilità al piano nobile dati i resti di un camino (a tutt'oggi sospesi nel vuoto a causa del crollo del solaio) di elevata qualità decorativa. Al fine di collegare gli ambienti e attenuare i dislivelli, il pavimento fu abbassato di circa un metro nelle strutture precedenti e venne realizzata una nuova apertura sul lato della sala con il camino. Le travi del soffitto dovevano essere a vista: la dendrocronologia ha restituito una datazione per tutte prossima al 1514 ed esse risultano omogenee anche per la scelta del legno. Quelle dei pavimenti, invece, poiché dedite ad essere ricoperte da questi ultimi, utilizzano anche elementi di reimpiego preesistenti. Nel frattempo, mentre veniva ampliata della cinta muraria verso est, venne anche decisa la costruzione di un nuovo portare d'ingresso, riccamente scolpito, verso nord. I proprietari dell'epoca, i D'Avise, avrebbero avuto con ogni probabilità un elevato gusto artistico, testimoniato, oltre che dalle decorazioni scultoree già menzionate, anche da un ciclo di affreschi, ritraente soggetti naturalistici, che ci è pervenuto. Infine nella quinta fase, riconducibile al XIX secolo, gli ambienti del castello parzialmente abbandonato vennero ulteriormente parcellizzati con tramezzature o muri interni e destinati ad attività rurali: in particolare il piano terra del torrione fu trasformato in un ricovero per gli animali. A testimonianza di ciò, lì sono state ritrovate persino canaline o vasche di abbeveraggio. L’impronta ruralizzante, concentratasi prevalentemente sui piani terreni, ha in parte risparmiato invece quelli superiori. Il castello è tuttora chiuso al pubblico.

Altre notizie a questo link: http://www.cortelazzomauro.it/pubblicazioni/castelli/castello_la_mothe_arvier.pdf


Foto di Andrea Vallet (http://www.arvier.eu) e di zinaztli su http://www.panoramio.com


giovedì 19 settembre 2013

Il castello di giovedì 19 settembre






TESIMO (BZ) - Castel Fahlburg in frazione Prissiano

E' ubicato nel centro della frazione di Prissiano, al civico 83 dell'omonima località, sulla strada fra Merano (Meran) e Bolzano (Bozen). Eretto come rocca difensiva nel tredicesimo secolo e allora noto come “Turm zu Vall”, Castel Fahlburg nacque su progetto dei signori di Zobel. Finita la dinastia originaria, si ingaggiò una furibonda contesa da parte di numerosi eredi. Nel 1597 Jakob Andrä Von Brandis lo acquistò e lo trasformò, 47 anni più tardi, in un castello rinascimentale. Da allora in poi l'edificio servì come residenza estiva dei Conti von Brandis e fu inoltre sede del tribunale. Secondo una fonte mai ufficializzata, Oswald Von Wolkenstein, cantore e poeta, sarebbe stato rinchiuso nella torre dei prigionieri da Barbara Jäger. È qui che durante la prigionia Von Wolkenstein avrebbe composto quei canti di denuncia delle torture subite. All'interno del castello sono ben conservati i soffitti in legno, antiche stufe in maiolica e pitture dell'artista barocco Stefan Kessler. All'interno della struttura vi è anche una cappella privata che si estende su due diversi piani ed è dedicata alla festività di Ognissanti. Oggi del maniero originale non si può vedere quasi più niente tranne la torre abitativa. Castel Fahlburg è tuttora di proprietà di Jakob Von Brandis, diretto discendente dell'omonima dinastia altoatesina. Nell'edificio, che è stato dichiarato monumento nazionale, viene oggi esercitata un’attività di ristorazione per cerimonie, seminari, congressi e concerti. Le visite sono molto limitate, però permesse solo previo appuntamento telefonico. Vi è un sito dedicato al castello, che purtroppo non prevede la lingua italiana... http://www.fahlburg.com
Fonti: scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net, http://www.burggrafenamt.com, http://www.suedtirol-it.com
Foto di Gg60 su http://rete.comuni-italiani.it e dal sito www.mondimedievali.net

mercoledì 18 settembre 2013

Il castello di mercoledì 18 settembre





ERICE (TP) - Castello di Maurigi in frazione Ballata

Ballata è una piccola frazione del comune di Erice, posta ai piedi di una collina, a metri 237 s.l.m. e a 20 km dalla vetta di Erice. Il piccolo centro abitato nacque circa 350 anni addietro, all’ombra di un castello costruito tra il 1100 e il 1200, il cui nucleo più antico ed importante è una torre centrale normanna. Il “Baglio”, che chiude a difesa il castello, fu costruito nell’anno 1603, come dimostra una data incisa su una pietra dello stipite di una porta dell’interno. Subito dopo quella data, s’iniziò a formare il primo embrione di vita, con stanziamenti definitivi e progressivi con gli anni. La famiglia proprietaria del Castello e del Feudo limitrofo apparteneva al “nobile casato degli Staiti”, ai quali- con matrimoni ed eredità- si sono succeduti i “Platamone”, i “Maurigi” ed attualmente la famiglia “Zagarella” che ne tiene l’eredità per successione matrilineare. Un attento visitatore che arriva da Torretta, o da Tangi, o da Pianoneve non può sottrarsi dall’osservare questo antico edificio che sovrasta maestosamente l’abitato di Ballata. La parte centrale del Baglio ci evidenzia l’imponenza della grande “corte”, al centro della quale è situato un pozzo sorgivo e tutt’intorno si affacciano gli usci delle abitazioni e dei magazzini. Sul lato nord-ovest si può ammirare la parte padronale che sorge sulla torre normanna; sul muro di essa notiamo una insegna araldica in terracotta smaltata, nonché il blasone nobiliare della “famiglia”. Sul lato nord è riscontrabile una torretta cilindrica interamente ricostruita agli inizi degli anni sessanta; sul tetto uno stendardo di piccole dimensioni in ferro. La facciata principale del castello è esposta a nord-ovest. Nella prima sopraelevazione si affaccia un balcone che ci conferma il periodo di quella costruzione squisitamente spagnola; il balcone è in ferro battuto semplice, ma austero nella sua sobrietà. Una vecchia leggenda narra che per diventare immortale bisognava vendere l’anima al diavolo, tagliarsi le vene e conservare il sangue in una bottiglia e metterlo in una buca piena di letame, per la durata di nove mesi. Il Marchese Maurigi prima di morire cercò di realizzare l’incantesimo e così scrisse 12 lettere da spedire alla moglie trasferita in Germania. Mensilmente, il custode del castello in ordine di priorità doveva spedire una delle lettere, ma dopo alcuni mesi egli sbagliò, non rispettando l’ordine di spedizione. Insospettita la moglie del Marchese, venuta a Ballata scoprì il segreto del marito, estrasse la bottiglia con il sangue sotterrato e annullò il patto che l'uomo aveva stretto con il diavolo. Distaccata di circa 30 metri dal castello, riscontriamo una piccola cappella del “Santo Spirito”, che porta la data del 1676; in essa venivano celebrate le funzioni religiose della domenica e delle principali ricorrenze festive. La cappella testimonia la grandezza del castello e l’importanza che rivestiva nella comunità locale di allora; al suo interno, possiamo trovare qualche frammento di affresco antico (perduto dall’incuria dei predecessori e del tempo stesso), moderno ( realizzato da Fabrizio Zagarella) che raffigura la discesa dello Spirito Santo.

Fonti: http://www.comune.erice.tp.it e http://ballataerice.altervista.org

Foto dal sito www.ugo.cn

martedì 17 settembre 2013

Il castello di martedì 17 settembre






ILLASI (VR) – Castello

L'importanza strategica accordata ad Illasi è confermata dalla decisione di costruire il castello che ancora svetta sulla collina a dominare il paese. Un'opera decisamente notevole per le possibilità del tempo, e un interessante rompicapo per archeologi e studiosi. Infatti la struttura principale (un maschio affiancato ad un cassero, configurazione semplice ma massiccia quasi unica in Europa) è di epoca prescaligera, e non è chiaro quale potente possa avere realizzato un'opera così tecnologicamente avanzata (l'ampio arco romanico all'interno del maschio trova corrispondenti solo in simili manufatti, comunque più piccoli, in alcune case torri di nobili famiglie cittadine) senza lasciare tracce documentali. Se ne ha notizia certa dall'anno 971. Nel 1004 un documento lo indica proprietà privata del diacono Moisè; nel 1223 risulta in possesso della potente famiglia dei Montecchi, che dieci anni più tardi lo consegnò a frate Giovanni da Schio, il quale, pacificate le città venete in continua lotta, vi pose un presidio di truppe vicentine. Ciò allarmò le signorie vicine che cacciarono il frate. Il castello ritornò ai Montecchi, in particolare fu possesso di Alda Monticula, sposata con Giunio Pompei. Nel 1243 fu occupato da Ezzelino da Romano, quest'ultimo indicato da una bolla di papa Nicolò IV come ricostruttore del complesso, che allora si trovava in un non felice stato di conservazione. Usato come palatium da Ezzelino, fu proprietà privata dei Della Tavola nel corso del XIII secolo; nel 1269 il castello venne occupato da Pulcinella delle Carceri, in lotta con Mastino I della Scala, che lo adibì a proprio rifugio. Nel 1270 Umberto Della Tavola Maggiore, che aveva fatto parte della prima congiura contro Mastino e che aveva in consegna il castello di Illasi, per essere liberato dal bando offrì a Mastino il Castello: Mastino accettò, ma sul fortilizio vigevano i diritti del pontefice Nicolò III, a quel tempo impegnato a combattere l’eresia degli “apostolici”. Un documento datato 27 giugno 1289 attesta la donazione da parte del pontefice ad Alberto della Scala (padre di Cangrande) per i suoi meriti nella lotta agli Albigesi (Catari), dopo la conquista della roccaforte eretica di Sirmione, terminata col rogo in Arena dei prigionieri. Oggetto della donazione furono "la torre con il palazzo e le macerie che dal detto castello si dicono restare, con tutti i diritti e le sue pertinenze in quanto si conoscono appartenere alla Chiesa romana". Dagli scaligeri il complesso ricevette nuovo vigore ed interventi di consolidamento vari e fu inserito nello scacchiere difensivo della città, articolato ad Est sui castelli di Soave e Montorio. Più volte venne assediato dagli eserciti di vari signori: le truppe potevano facilmente praticare scorrerie fin sotto le mura di Verona. Solo i castelli offrivano con le loro guarnigioni fisse e i loro recinti fortificati un riparo alla popolazione degli indifesi villaggi circostanti. Particolarmente travagliato per il castello fu il periodo seguente alla caduta dei della Scala (1387): in pochi anni subì duri attacchi e colpi di mano fra milizie dei Carraresi di Padova, dei Visconti di Milano e della Serenissima. Più seri però furono i danni recatigli dal ritorno delle truppe veneziane (giugno 1405) inviatevi per strappare il castello ai Da Carrara, alleatesi con Guglielmo, ultimo dei figli illegittimi di Cangrande della Scala. Il capitano delle truppe carraresi, accortosi che gli Illasiani si dimostravano favorevoli alla riconsegna della rocca alla Dominanate, appiccò il fuoco al maniero che ne riportò gravi lesioni. Nella prima età veneziana l'evoluzione dell'arte guerresca rese il castello ben presto obsoleto e vulnerabile. Il maniero tornò ad essere teatro di guerra nel 1439. Il 28 marzo di quell'anno Nicolò Piccinino, celebre capitano di ventura al servizio di Filippo Maria Visconti, espugnò il castello e pose le tende ad Illasi, dopo aver inflitto una severa sconfitta alle truppe veneziane e occupato anche il castello di Soave. Spenta la stella viscontea e ritornato il vessillo di S. Marco, il castello andò via via perdendo importanza in campo militare, anche in conseguenza della politica di pace perseguita da Venezia. Nel 1509 la Serenissima lo consegnò alla famiglia Pompei, nominati feudatari di Illasi per i servigi resi. Infatti il Conte Girolamo Pompei, detto il Malanchino, si distinse con numerose operazioni quasi di guerriglia contro forze ben più numerose, capitanando squadre di contadini della zona. Azione clamorosa fu la cattura del Duca di Mantova, colto indifeso presso la sua amante. La maggior parte delle altre famiglie nobili veronesi guardò invece con simpatia alla calata dell'esercito asburgico: antica era la tradizione di legami con il mondo imperiale e germanico. Venezia non poteva allora non legare a sé le poche famiglie rimaste fedeli in quel drammatico periodo che l'aveva vista pressoché soccombente. Con la donazione ai Pompei, ebbe termine la funzione militare del castello, che divenne palazzo di residenza della famiglia (a dire il vero i Pompei entrarono veramente in possesso del feudo solo dieci anno dopo, una volta conclusa la guerra fra l'imperatore Massimiliano d'Austria e Venezia), ma l'adattamento non soddisfò i novelli conti, i quali si trasferirono dal XVII secolo ai piedi della collina, in una più agevole e lussuosa villa. Iniziarono così il lento abbandono del maniero e l'incuria che proseguono fino ai giorni nostri. Dal punto di vista edilizio il castello si articola secondo un modello di organizzazione distribuita (mastio ovvero residenza castellana affiancato dal cassero dormitorio delle milizie) che sarebbe in seguito stato applicato anche in molteplici altre fortificazioni scaligere. In esso predominano le forme dell'impostazione originaria altomedioevale, particolarmente evidente nella cinta ad andamento pressoché ellittico, per circoscrivere la sottostante collina ospitante, oggi, villa Perez Pompei Sagramoso ed il ristorante Le Cedrare. Ben curate sono, qui, le tecniche murarie di realizzazione delle strutture del mastio e del cassero, sia per la finitura dei paramenti esterni che per la qualità dell'apparecchio delle murature, tutte dello spessore medio di circa tre metri, realizzate con grandi conci rettangolari di tufo duro. Altro 32 metri, il mastio possiede una pianta quadrata di 10 metri di lato, con un alto zoccolo scarpato ( l'originaria inclinazione è stata modificata dalla riparazione cinquecentesca), destinato a cisterne, magazzino e servizi vari. Sembra preesistere alla trasformazione scaligera, cui probabilmente si deve, in particolare, il grande cassero che lo affianca. L'accesso si presenta a quota elevata; e le finestrelle sono numericamente scarse e arcuate a tutto sesto. Il cassero, costruito a poco più di 15 metri di distanza dalla torre, unito al mastio da una cortina che si distacca dall'altra all'altezza della torricella di sostegno, presenta anch'esso un accesso elevato su di uno zoccolo altro circa 8 metri, di base rettangolare (20x25 metri), con un'altezza di 26 metri, suddiviso su due piani. E' coronato con merlature attorno ad un terrazzo sommitale, praticabile. La cinta è contraddistinta anche da una sola porta d'accesso, sul lato meridionale, e non esibisce alcuna torricella di sostegno sporgente altre il filo del muro esterno. Al suo interno sono state trovate tracce della chiesetta di Santa Maria, citata in molti documenti, assieme a quelle di un cimitero. E' stata scoperta inoltre tutta un'area sotterranea rimasta intatta con i suoi saloni e i suoi cunicoli ancora da esplorare. L'interno del maniero, nonostante i soffitti completamente crollati, conserva il fascino di un imponente arco a tutto sesto che abbraccia l'intera ampiezza del cassero e di cui però non si conosce con certezza la data di costruzione: secondo alcuni risalirebbe al XIII secolo, quando al castello venne data l'impostazione attuale, secondo altri invece sarebbe stato aggiunto successivamente. Di proprietà della famiglia Sagramoso-Pompei, è visitabile solo all'esterno. Agli inizi dell'Ottocento, nel corso di alcuni lavori di restauro nel castello di Illasi, fu scoperto lo scheletro di una giovane donna, ancora in catene. Per tutti si trattò della rivelazione dell'epilogo della storia del conte Girolamo II Pompei e della sua sposa Ginevra, il cui fantasma vaga da sempre senza pace nel castello: le ossa minute, il piccolo teschio e le catene, raccontavano del terrore e della sofferenza patiti dalla donna in attesa della morte. Il matrimonio tra Girolamo e Ginevra Serego degli Alighieri, discendente diretta di Dante, era avvenuto nel 1591. Dal momento che il conte era uomo più uso alle armi che non ai salotti, la giovane sposa rimaneva troppo spesso sola: se ne accorse il podestà di Verona, Virginio Orsini, che fece breccia nel cuore della donna dando vita a una passione travolgente. Malgrado la complicità del servitore di lei, la tresca fu scoperta. Costretta a confessare, Ginevra consegnò al marito la spada, perché la trafiggesse per la sua infedeltà. A rimetterci la vita fu invece il servitore, ucciso a pugnalate dal conte. Ne nacque un processo scomodo, che la Serenissima insabbiò ben presto: d'altronde, Virginio Orsini era fuggito a Roma e qui, catturato dalle truppe pontificie, era stato decapitato. Tutto consigliava dunque il silenzio. Invece, tre anni dopo, Ginevra scomparve improvvisamente. Subito nei dintorni si iniziò a sussurrare come fosse stata murata viva in una segreta del castello. Le illazioni rimasero tali per secoli, fino alla scoperta dei poveri resti dietro la parete: vennero raccolte ossa e catene in un'urna di vetro e poste in una camera buia di Palazzo Pompei nel 1615. Poi, il colpo di scena: studi successivi hanno stabilito che quelle ossa non possono appartenere a Ginevra, ma a qualche altra infelice vissuta in epoca più recente. Chi era l'altra castellana condannata a una fine così tragica? Che ne è stato di Ginevra degli Alighieri? È davvero suo il fantasma che vaga nel castello, o della dama sconosciuta è stato scambiato anche lo spettro? Un mistero che si aggiunge al mistero.
Per approfondire consiglio di andare qui:
http://www.esoterismoemisteri.com/il_fantasma_di_illasi.html
Foto: dai siti www.larena.it e http://cavallimarini.wordpress.com

lunedì 16 settembre 2013

Il castello di lunedì 16 settembre




BARBARA (AN) - Castello

Dopo la disfatta longobarda ad opera dei Franchi nel 774, con l'istituzione del Sacro Romano Impero il territorio venne indemaniato. Successivamente, trasformato in feudo ecclesiastico, fu affidato all'abbazia benedettina di S. Maria di Sitria, fondata agli inizi del sec. XI sulle pendici del Monte Catria dal santo monaco riformatore Romualdo da Ravenna. Neanche il nuovo comune, costituitosi nel 1257 grazie al protettorato jesino, riuscì a sciogliere i vincoli vassallatici, che perdurarono fino alla costituzione del Regno d'Italia, per tutta l'età moderna, periodo nel quale il paese di Barbara divenne la sede amministrativa degli estesi possessi dell'abbazia, ormai trasformata in commenda ed affidata dal 1453 ai cardinali delle più importanti famiglie dello Stato Pontificio, come i Cesi, i Barberini, gli Albani. Il castello duecentesco, ristrutturato nel Quattrocento, è ancor oggi circondato da una muraglia con scarpa, munita di quattro fortificazioni d'angolo e culminante in un imponente mastio sopraelevato, attualmente definito "il Torrione". I due piccoli torrioni del lato Nord sono sostanzialmente integri e presentano ancora la postazione degli artiglieri, le merlature e le bocche da fuoco per colubrine o archibugi; l'alta torre di SO è stata invece ricostruita negli anni '60 in luogo di un precedente torrione quattrocentesco diroccato in seguito ai bombardamenti della Guerra di Liberazione; il basamento di una quarta casa-torre è ancor oggi in parte visibile in prossimità del vertice angolare del settore orientale delle mura. Il mastio o 'arce', come veniva definito nei documenti coevi, difendeva l'attigua sede del signore locale - normalmente l'abate - o dei suoi rappresentanti, ma sovrastava tutti i lati del castello e poteva battere la campagna circostante con i due mortai di cui era munito. Due ponti levatoi chiudevano gli accessi principali, costituiti a Sud dalla Porta Roma, presso il Palazzo Abbaziale, e a Nord dalla porta dell'arco di S.Barbara prospiciente un profondo fossato oggi colmato. Il castello, conteso da Guelfi e Ghibellini per la sua inviolabilità, fu teatro di due vincenti azioni difensive nel 1461 e nel 1517, rispettivamente di fronte alle truppe assedianti di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, e di Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino. Il palazzo abbaziale, attuale sede municipale, ristrutturato nel Settecento per ospitare il cardinale Annibale Albani nipote del papa e abate di Sitria, presenta ancor oggi nel piano nobile superiore le sale della residenza cardinalizia scandite da architravi, con inscritto il nome del prelato, e porte originali dalle eleganti serrature in ferro battuto. La prima e più grande sala d'aspetto presenta ancora affisso alla parete lo stemma degli Albani, dipinto in cotto. Altre interessanti curiosità attendono il visitatore: il soffitto cassonato in legno della cappella privata cardinalizia, la sala delle udienze, odierno ufficio del sindaco dove si custodisce altresì un'immagine di S.Barbara, opera seicentesca di Pietro Paolo Ubaldini, seguace della scuola romana di Pietro da Cortona; la cassapanca settecentesca decorata con un dipinto dello stemma degli Albani; la scala a chiocciola in pietra, che, addossata alle mura, costituiva un ulteriore collegamento interno con gli ambienti superiori ed il pianterreno. Percorrendo Via Castello, dopo essersi affacciati a destra dagli spalti dello "Spiazzo" - una graziosa piazzetta con fontana che si apre sugli imponenti cedri del giardino Mattei e su un panorama collinare che spazia ad Est fino al Monte Conero - si discendano le "scalette" ed in Via delle Mura ci si volga verso l'alto ad ammirare l'incombente mole poligonale del mastio; di fronte sono ancora visibili i ruderi delle fornaci dei ceramisti barbaresi ,"i vasari", documentate fin dal Cinquecento ed attive fino alla prima metà del Novecento; più in basso, aggirato il torrione merlato di NE, si osservi il passaggio pensile dal palazzo al giardino Mattei e la suggestiva volta gotica, già addossata al ponte levatoio.
Fonti: http://www.comune.barbara.an.it, http://www.lemarche.com

Foto: la seconda è presa dal sito www.senigallianotizie.it