venerdì 31 maggio 2019

Il castello di venerdì 31 maggio




SANT'AGATA FELTRIA (RN) - Rocca Fregoso

E' una costruzione fortificata che si trova nel borgo di Sant'Agata Feltria, in provincia di Rimini, sul cosiddetto Sasso del Lupo. Dal 1474 al 1660 vi risiedettero i Fregoso, originari della repubblica di Genova e strettamente imparentati con i da Montefeltro, duchi di Urbino. La sua definitiva realizzazione, pur in mancanza di documenti, è attribuita al famoso architetto Francesco di Giorgio Martini. Papa Onorio II, con declaratoria del 1125, fra tutte le chiese poste sotto la Diocesi di Montefeltro, ricorda anche quella di Sant'Agata Feltria "Cappellam S. Agathae cum Castello, quod vocatur Petra Anellaria". Se consideriamo che nella bolla papale vengono citati solamente cinque castelli, dobbiamo supporre che quello di Sant'Agata Feltria (denominato appunto Pietra Anellaria ovvero Pietra Circolare) doveva essere, all'epoca, assurto a notevole importanza. Pur essendo incerta la data di costruzione della Rocca, è documentabile che i Conti di Bertinoro (e in particolare Raniero Cavalca) fecero eseguire importanti lavori di ristrutturazione ed ampliamento nella seconda metà del Secolo XI. Estinti i Conti di Bertinoro, nel 1177 ritornò sotto il dominio degli Arcivescovi ravennati. In seguito appartenne ai Faggiolani, ai Guidi, ai Tarlati, ai Brancaleoni, ai Malatesta ed ai Montefeltro. Nel 1474 Federico da Montefeltro venne nominato, dal Papa Sisto IV, Duca e Gonfaloniere di S. Chiesa per cui innalzò le proprie insegne in tutti i suoi possedimenti e quindi anche nella Rocca di Sant'Agata Feltria. Federico concesse alla figlia naturale Gentile dodici feudi tra cui il più importante era la contea di Sant'Agata Feltria, situata nel suo territorio, con una superficie di circa 80 km². Gentile da Montefeltro (1448-1513) sposò Agostino Fregoso (1442-1486), figlio del doge della repubblica di Genova Lodovico con il quale inaugurò la linea di Sant'Agata della casata genovese con i figli Federigo (1480-1541, futuro cardinale), Ottaviano, Margherita e Costanza. Il castello domina tuttora il borgo su un colle di pietra arenaria. Fu ristrutturato e trasformato in residenza gentilizia rinascimentale nel 1474 con il presumibile intervento di Francesco di Giorgio Martini, coautore, tra le altre opere, del Palazzo Ducale di Urbino, su commissione di Federico. Caratterizzato dalla torre poligonale, detta di Simonetto Fregoso, ospitò fino al 1660 la piccola corte dei Fregoso, che lasciarono una significativa impronta nel paese e incaricarono artisti locali di eseguire gli affreschi della cappella palatina di forme esagonali. Con l'avvento dei Fregoso nel 1506, la rocca venne ampliata e abbellita con opere d'arte, come i bei soffitti a cassettoni del primo piano, i monumentali camini rinascimentali, la cappella esagonale con affreschi cinquecenteschi, le cinque lunette e gli spicchi del soffitto. Il secondo piano fu destinato ad abitazione del castellano e in seguito del comandante della guarnigione. Sotto la rocca sono scavati sotterranei nei quali è collocato un antico presepe, mentre sul primo piano si possono notare i fori per la conservazione delle riserve granarie. Nel 1501 si rifugiò nella rocca il sovrano di Urbino Guidobaldo I da Montefeltro, fratellastro della contessa Gentile, scacciato dal ducato dalle truppe di Cesare Borgia. Ottaviano difese Sant'Agata, di cui fu investito dal papa Leone X nel 1513. Nel 1515 fu eletto doge di Genova e, alla sua morte nel 1524, governarono la contea il fratello Federigo e il figlio Aurelio che dimorarono nel castello e nel palazzo del borgo. Nel 1631 il maniero ospitò i cardinali Antonio e Taddeo Barberini, con il loro numeroso seguito, che si recavano a prendere possesso del ducato di Urbino in nome del papa Urbano VIII, loro zio, in seguito alla scomparsa senza eredi maschi di Francesco Maria II, ultimo dei Della Rovere. Nel 1660 la contea dei Fregoso fu incorporata nello Stato Pontificio e venne annessa alla Legazione di Urbino. Nel 1715, come ci ricorda l'epigafre incisa su un portale, la rocca venne restaurata a spese della Reverenda Camera Apostolica per interessamento di Pietro e Marino Severi, santagatesi di nascita, allora Camerieri di camera e crucifieri del Papa Clemente XI. Con l'estinzione del feudo ebbe inizio la decadenza della fortezza che venne adibita a varie destinazioni. Dal 1781 al 1820 fu sede di un convento di francescani, per poi essere abbandonata. Quando nel 1781 i Minori Conventuali di San Francesco ottennero dalla Municipalità l'uso della Rocca, si impegnarono a costruirvi una chiesa nel termine di due anni, il patto fu rispettato e così, accanto alla Rocca, sorse la Chiesa intitolata a San Francesco della Rosa.
Venne costruita con i materiali di risulta dell'ormai abbandonato convento di San Francesco ai Piani. All'interno una Bella acquasantiera del XVI Secolo. Il 18 gennaio 1835 un fulmine fece crollare la parte alta del mastio mentre nel 1877 furono attuati decisivi interventi consolidativi dell'arenaria su cui si reggevano le fondamenta. Carcere militare e scuola superiore di ginnasio, poi anche Pretura e abitazione civile, la rocca è stata oggetto, negli ultimi decenni, di una radicale e mirata risistemazione. Accoglie, oggi, il museo permanente Rocca delle Fiabe (http://www.roccadellefiabe.it), con una collaborazione speciale dello stilista Salvatore Ferragamo. Quattro sono le stanze dedicate in cui si sviluppano quattro tematiche principali. Sono popolate di libri, video, estratti, scritte, animazioni a tema, anche multimediali. Accanto alle realizzazioni artigianali sono state utilizzate modernissime tecnologie che creano un piacevole equilibrio tra tradizione ed innovazione. Altri link suggeriti: https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/fregoso.asp, http://www.lavalmarecchia.it/visita/sant-agata-feltria/rocca-fregoso.html, https://www.youtube.com/watch?v=F4VvlytqLWk (video di Pediaclips com), https://www.youtube.com/watch?v=ZuNHIL8Eawc (video di houseofglam.it),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Fregoso, http://www.riviera.rimini.it/situr/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/rocca-fregoso.html, http://www.santagatainfiera.com/rocca_fregoso.asp, http://www.comune.santagatafeltria.rn.it/index.php?id=12221

Foto: la prima è presa da http://bimbiarimini.it/rocca-fiabe-santagata-feltria-cenerentola/, la seconda è presa da https://www.altarimini.it/News109954-la-magica-rocca-delle-fiabe-di-santagata-feltria-si-amplia-con-i-fanciulli-della-foresta.php

giovedì 30 maggio 2019

Il castello di giovedì 30 maggio




MONTELUPO FIORENTINO (FI) - Villa Medicea dell'Ambrogiana

L'edificio si trova sulla riva sinistra dell'Arno, nel punto in cui vi confluisce la Pesa, in una posizione scenografica nei pressi della cittadina di Montelupo Fiorentino. Il suo nome deriva dalla famiglia degli Ambrogi, antichi possessori di un edificio con due torri e tenuta circostante. La proprietà fu acquistata da Ferdinando I de' Medici nel 1573, prima dell'ascesa al trono, da tal Giuseppe Gafoni. Dal 1574 esiste una documentazione di lavori di riadattamento eseguiti da Giovanni Antonio Dosio. Ferdinando, divenuto granduca nel 1587 dopo la morte del fratello Francesco, decise di trasformare radicalmente l'edificio regolarizzandolo e raddoppiando le torri. La direzione dei lavori fu affidata all'architetto Raffaele Pagni, già collaboratore di Buontalenti. Da molti è stato supposto l'intervento progettuale di Bartolomeo Ammannati e soprattutto del Buontalenti, a causa di affinità stilistiche, tuttavia non esistono risultanze documentali, che attestino la presenza dell'architetto, peraltro, all'epoca, già gravemente ammalato. Nel corso del XVII secolo la villa fu rialzata di un piano. Pur non essendo tra le residenze medicee più conosciute, l'Ambrogiana presenta aspetti originali, soprattutto per quel che riguarda il suo rapporto con il fiume, trovandosi affacciata sull'Arno. L'aspetto della villa è uno dei più maestosi tra tutte le ville medicee: quattro solide torri con una loggia su ciascuna sommità, rialzate nel Settecento, sporgono dagli angoli del corpo principale, formato da quattro grandi ali che cingono un ampio cortile centrale quadrato. Il rivestimento a intonaco bianco è tipico delle ville toscane, così come i profili, le finestre e i portali inquadrati da cornici in pietra arenaria. L'impianto con le quattro torri angolari, condizionato dalle preesistenze, non rappresenta comunque un carattere di particolare originalità in quanto era stato adottato nella villa Niccolini a Camugliano di Pisa (1568) e nella villa Bernardi e Caselli nei pressi di Lucca (1540). Lontano da altri edifici, la villa domina tutto il paesaggio circostante e, con il suo profilo inconfondibile, si può vedere da tutte le colline della piana circostante, con il suo aspetto di villa-fortilizio a rappresentare fisicamente il dominio del principe sul territorio. L'ubicazione della villa era stata suggerita probabilmente da vari motivi tra cui la vicinanza alle vie di comunicazione tra Firenze e Pisa, sia per via fluviale (l'Arno all'epoca era navigabile) sia per via terrestre (la strada Firenze-Empoli-Pisa passa nei pressi della villa). Inoltre aveva il vantaggio di essere prossima ad altre residenze granducali e vicina ad una amplissima tenuta di caccia (Barco reale) che comprendeva, subito al di là dell'Arno, una grande area del Monte Albano e sui cui margini si trovavano altre ville (Artimino, Poggio a Caiano, La Magia e Montevettolini). Fu quindi spesso usata per i soggiorni di svago, per le attività venatorie, e anche come luogo di sosta nei frequenti spostamenti tra Firenze e Pisa. Il giardino, oggi scomparso, ci è stato tramandato dalla lunetta di Giusto Utens, creata per un salone della Villa di Artimino e oggi nella Villa La Petraia (in precedenza esposta al Museo Topografico di Firenze com'era di Firenze). Esso era situato davanti alla villa ed arrivava fino ad un "porticciolo" dove attraccavano i navicelli. Il giardino era composto da quattro riquadri geometrici delimitati da aiuole di sempreverdi, e comprendeva anche una grotta artificiale, ricavata nel dislivello verso l'Arno e realizzata da Giovan Battista Ferrucci del Tadda. L'Ambrogiana fu la dimora prediletta di Cosimo III, che vi raccolse alcune delle sue collezioni di dipinti, di esemplari botanici e naturalistici, facendo abbellire gli ambienti da Ferdinando Tacca. Nel 1677 fece costruire una loggia per ospitare il Gabinetto di storia naturale, dove il medico granducale Francesco Redi eseguì alcuni esperimenti e incroci su animali rari che pervenivano appositamente alla villa, come l'uccello indiano "caracos", ritrovato sulla spiaggia di Grosseto, il pappagallo bianco delle Indie e grande come un gallina, o la cicogna nera. Non mancavano le aberrazioni della natura, puntualmente descritte e ritratte da Bartolomeo Bimbi, ma forse esagerate dal gusto per i capriccio grottesco del Seicento: come la vitella e la pecora bicefale, cioè con due teste ciascuna (i dipinti di questi animali sono oggi conservati al Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano). Inoltre, essendo Cosimo profondamente religioso (alcuni direbbero "bigottamente" religioso), fece costruire nei pressi del complesso un convento dedicato a san Pietro d'Alcantara, dove face stabilire dei monaci giunti appositamente dalla Spagna. La villa fu alterata nel Settecento con la creazione di un ulteriore piano rialzato che la rese ancora più spettacolare, ma nell'Ottocento, su iniziativa di Leopoldo II venne trasformata in una casa di cura per le malattie mentali. Questa triste sorte era la conseguenza dell'idea utilitaristica che gli ultimi granduchi ebbero del sistema delle ville, che spoliarono e alienarono a privati salvo pochissime eccezioni. A questo periodo risale infatti un radicale progetto di trasformazione curato dall'architetto Giuseppe Cappellini, che tuttavia non fu attuato. La villa è divenuta negli ultimi anni dell'epoca lorenese, Manicomio criminale e tale destinazione venne confermata dallo stato unitario. Il manicomio negli anni ha ospitato anche personaggi noti come gli anarchici Giovanni Passannante e Pietro Acciarito, accusati, in epoche diverse, di tentato regicidio e il bandito sardo Graziano Mesina. Dagli anni '70 l'istituzione ha preso il nome di Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Per un periodo è stato parzialmente visitabile su appuntamento in gruppi guidati, una volta alla settimana, o in occasione di eventi. L'ultimo paziente lasciò la struttura di Montelupo Fiorentino nella prima decade di febbraio 2017, nonostante la Legge prevedesse la chiusura degli OPG dall'aprile 2015. Nei mesi successivi il complesso è tornato dal Ministero di Grazia e Giustizia in disponibilità dell'Agenzia del Demanio. Sabato 9 settembre 2017 circa 3000 persone hanno simbolicamente abbracciato il complesso dell'Ambrogiana costruendo una catena umana esterna alle mura carcerarie. Due chiavi in ceramica, con la decorazione del piatto cinquecentesco detto "Rosso di Montelupo" e dello stemma della famiglia Medici, sono passate di mano in mano fino a giungere alla porta dell'ex OPG, ove il Sindaco Paolo Masetti, insieme ad alcuni bambini, ha aperto il portone e consentito, dopo oltre un secolo e mezzo, il libero accesso al pubblico ai giardini della villa. L'evento filmato da alcuni droni è stato trasmesso in diretta Facebook. Nella stessa data è stato pubblicato un avviso pubblico per uno studio di valorizzazione dell'immobile. Altri link per approfondimenti: http://artesalva.isti.cnr.it/it/ambrogiana-montelupo, https://www.fondoambiente.it/luoghi/villa-medicea-ambriogiana?ldc, https://www.youtube.com/watch?v=oHJVCFUZSB8 (video di Mario Pantuso), http://www.empolese-valdelsa.turismo.toscana.it/i/3B6D27DA.htm, https://www.youtube.com/watch?v=mVARLT2vJiQ (video di Florence TV - Città Metropolitana di Firenze)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_medicea_dell%27Ambrogiana

Foto: la prima è presa da http://www.agenziademanio.it/opencms/it/gare-aste/forniture-e-servizi/gara/Servizio-di-studio-di-fattibilita-per-la-valorizzazione-del-complesso-Villa-Medicea-dell-Ambrogiana-sito-nel-Comune-di-Montelupo-Fiorentino-FI, la seconda è presa da https://iltirreno.gelocal.it/empoli/cronaca/2018/09/18/news/ex-opg-pronto-lo-studio-per-riconvertire-la-villa-medicea-di-montelupo-1.17258511

mercoledì 29 maggio 2019

Il castello di mercoledì 29 maggio



CASSANO MAGNAGO (VA) - Castello Visconti Dal Pozzo

Documenti antichi che parlano di Cassano risalgono poi al 1152. Alla fine del Duecento, nel "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" del Canonico Goffredo da Bussero, si apprende che già allora esistevano le seguenti chiese: Chiesa di San Giulio, Chiesa di Santa Maria del Cerro, Chiesa di San Martino, Chiesa di San Maurizio, Chiesa di San Pietro, oltre a due Monasteri femminili (quello delle Umiliate sino al 1567). Nel 1287 l'arcivescovo Ottone Visconti fece distruggere la roccaforte di Castelseprio e fece erigere un castello in Cassano Magnago tuttora esistente, al fine di stabilire un presidio nel contado del Seprio, dopo aver sconfitto i Della Torre. Un'effigie marmorea di Ottone Visconti era inserita nelle mura del castello: probabilmente è scomparsa quando il castello fu rifatto nel 1808 per volere dei Marchesi Del Pozzo, che già dall'inizio del Seicento erano subentrati nella proprietà del castello. Della costruzione ottoniana è rimasto infatti intatto solo l'ingresso settentrionale. Il bellicoso Arcivescovo forse non fece altro che rimaneggiare delle opere militari preesistenti. Nel 1531 a Cassano vi erano 234 abitanti, ma già allora il borgo era considerato popoloso. Nel 1578, nota era la famiglia Agazzini, alla quale era legata la chiesa di S. Rocco, poi subentrarono gli Oliva, quindi la famiglia Cagnola ed i Bossi. Nota era anche la famiglia Crespi, legata alla Parrocchia di S. Giulio. Uno dei sacerdoti della famiglia, Prete Gaspare, vissuto nel XVI secolo, fondò a Cassano la prima scuola elementare per i bambini poveri, come appare dalle "Ordinationi" di San Carlo nel 1570. Alla Signoria di Visconti fece seguito quella di Sforza, ex Capitano di Ventura che sposò Bianca Maria Visconti e divenne Duca. Nel 1622 arrivò a Cassano in visita pastorale San Carlo Borromeo, dormì nel Castello ospite del fu Gaspare Visconti. Sotto il dominio spagnolo, sul territorio milanese ed anche a Cassano, dominò il Principe Antonio de Leyva. Nel 1630 da Milano sopraggiunse la peste. In tale occasione morì anche il parroco di Santa Maria, Francesco Pellegatta. Eretto sulla collina che domina il paese, il castello era sino a qualche tempo fa affiancato unicamente dalla chiesa di Santa Maria del Cerro, isolato dal resto dell'abitato. Nel 1400 il duca Francesco Sforza investì del feudo di Cassano Pietro Visconti, da cui discesero i Visconti di Cassano Magnago. Il fortilizio lega il suo nome a uno dei rami più floridi e potenti del casato. Grandi proprietari fondiari, titolari dei diritti signorili sul villaggio e del patronato sulla chiesa di Santa Maria, i Visconti cassanesi facevano del castello il punto di raccordo dei molteplici interessi da essi vantati nell'area. In questo senso è significativo che documenti risalenti al XV secolo descrivano ancora il castello come un complesso racchiuso da una sorta di “ricetto” o perimetro fortificato, dove accanto alle residenze signorili trovavano spazio numerosi edifici di servizio legati alle attività produttive che gravitavano intorno al castello. Ciò che resta del fortilizio originale sono gli edifici che si trovano sulla piazza antistante, dove si trova la Chiesa di Santa Maria, un tempo dei Visconti e probabilmente antica cappella del castrum. Essi sono una torre d'ingresso con loggetta superiore e una torretta quadrata in mattoni con motivi decorativi. Oggi non più esistente, ma ancora visibile in una tela settecentesca, la torre detta «del Biscione» affiancava l'edificio principale. Lungo via Santa Maria e via Vallazza sono invece osservabili resti delle torri e degli edifici – uno dei quali ornato da bella loggetta rinascimentale – che correvano lungo i lati nord e ovest del ricetto. Da notare, murato nel campanile della chiesa di Santa Maria del Cerro, uno stemma marmoreo medievale con insegne viscontee.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cassano_Magnago, http://www.cassano-magnago.it/Viverelacittà/Storia.aspx, http://www.ilvaresotto.it/Castelli/CassanoMagnago_Castello.htm

Foto: la prima è di davidem64 su https://mapio.net/pic/p-37288575/, la seconda è presa da http://www.ilvaresotto.it/castelli_home.htm

martedì 28 maggio 2019

Il castello di martedì 28 maggio




VALLO DI NERA (PG) - Castello di Megiano

Meggiano sorge lungo l’antica via montana, a 769 m s.l.m. La struttura del paese si compone di tre elementi: un castello ellittico di pendio risalente al XIII – XIV secolo, del quale rimane la porta d’ingresso con visibili le feritoie (al tempo utilizzate per azionare il ponte levatoio), il borgo allineato lungo l’antica via d’ingresso al castello e l’area dove sorge la Chiesa di San Michele Arcangelo oggi attraversata dalla strada provinciale. Antico castello del comune di Spoleto, Meggiano figura negli elenchi soggetti alla città da Federico II nel 1241, poi confermati dal Cardinal Capocci nel 1247. Nel tardo Medioevo il “Castrum Meggiane” e il “Castrum Paterni” divennero un’unica comunità amministrativa, dipendente politicamente dal Governatore di Spoleto e comprendente numerose ville. Partecipò alla rivolta dei castelli della Valnerina contro il comune di Spoleto nel 1522 ma, dopo tali eventi, rimase sottoposto politicamente al potere del governatore spoletino quasi ininterrottamente fino all’Unità d’Italia. Nel periodo 1789-1799 fece parte del Cantone di Spoleto nel Dipartimento del Clitunno; dal 1809 al 1814 del Dipartimento del Trasimeno.Dopo la restaurazione divenne appodiato di Spoleto e dal 1833 comunità autonoma. Con atto di delibera del 25 febbraio 1881 si sancì l’unificazione del Comune di Meggiano e Paterno con quello di Vallo di Nera. L’aggregazione di fatto avvenne nel mese di maggio. Attualmente conta meno di 100 abitanti. Altri link suggeriti: https://www.umbriatua.it/scopri-borgo-meggiano-valnerina/, https://castellodipostignano.it/it/dintorni/meggiano

Fonti: http://www.lavalnerina.it/dett_luogo.php?id_item=205, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-meggiano-vallo-di-nera-pg/,

Foto: la prima è presa da https://www.pinterest.it/pin/377528381256496841/?lp=true, la seconda è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/01_valnerina/00052/index.htm

venerdì 24 maggio 2019

Il castello di venerdì 24 maggio



LONGONE SABINO (RI) - Castello in frazione Roccaranieri

La piccola frazione di Longone Sabino occupava anticamente una posizione particolarmente strategica sul territorio, fatto di strette vallate e crinali. Di questo si accorse anche Federico Barbarossa che nel tentativo di rafforzare la potenza imperiale nella regione (siamo nel XII secolo) attuò una serie di iniziative di rafforzamento delle fortificazioni della zona e di costruzione di nuovi insediamenti militari. Tra questi molto probabilmente Roccaranieri, per la cui fondazione si servì dell’appoggio di famiglie nobiliari romagnole, fedeli all’imperatore. A partire dalla metà del XII secolo, la famiglia dei Conti diCunio si stabilì quindi nella Sabina e nel Reatino, dove prese possesso del Castrum Plagiarum, situato nella bassa valle delTurano e fondò con ogni probabilità il nucleo di Roccaranieri nella Valle del Salto,che occupava come detto una posizione strategica nella regione di confine con il territorio normanno situato a sud. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=wz3iGOdcrTs (video di Stefano Perrotta)

Fonti: http://www.tesoridellazio.it/tesori/longone-sabino-ri-roccaranieri/

Foto: è presa da http://italia.indettaglio.it/ita/lazio/rieti_longonesabino_roccaranieri.html

Il castello di giovedì 23 maggio




ROCCA SINIBALDA (RI) - Torre in frazione Vallecupola

Le prime notizie sul castello non sono antecedenti al XIII secolo, quando appare ormai stabilmente inserito nella signoria territoriale dell'abbazia di S. Salvatore Maggiore. Nel 1252 è ricordata la chiesa di S. Valenti­no, che nel 1253 era retta dal presbitero Berardo. Di Vallecupola erano originari Sinibaldo, importante vassal­lo degli angioini ed il fratello Gentile abate di S. Salvatore Maggiore nella seconda metà del XIII secolo. A dimostrazione di questo periodo di fortune l'attuale centro storico conserva ancora alcuni esempi di fortificazioni, come parte della torre, alcuni palazzi di notevole interesse architettonico ed alcuni capitelli romanici sparsi sulla piazza principale. Durante la parentesi del dominio francese il comune fu ascritto dapprima al dipartimento del Clitunno, cantone di Castelvecchio (1798-1799) per passare poi al dipartimento di Roma, circondario di Rieti, cantone di Castel Vecchio come comunità dipendente da Poggio Vittiano (1810-1814). Con la Restaurazione e la riforma del 1816 Vallecupola fu annesso alla provincia di Sabina, delegazione e distretto di Rieti, appodiato a Longone (1816), poi a Collevecchio (1817) ed infine a Rocca Sinibalda, di cui seguì le successive vicende: dopo l'annessione al Regno d'Italia, avvenuta nel 1860, appartenne alla provincia di Perugia fino al 1923, poi a quella di Roma ed infine, dal 1927, fu annesso alla neoistituita provincia di Rieti. E' tuttora frazione di Rocca Sinibalda. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=h6pMOq2wS7w (video di Max Chiacchiararelli), https://www.youtube.com/watch?v=pNm3IEJ5lyw (video di Maria Grazia Di Mario), https://vallecupola.wordpress.com/#jp-carousel-636 (foto di Mattia Andrao)

Fonti: http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=8054

Foto: la prima è di giampatv su https://insta-stalker.com/tag/vallecupola/, la seconda è di Mario Aielli su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/246306/view

NB sto cercando di ottenere maggiori informazioni storiche su questo monumento, appena possibile conto di aggiornare questo testo....

mercoledì 22 maggio 2019

Il castello di mercoledì 22 maggio



SANTA SOFIA (FC) - Castello di Corniolo o Corniolino

La storia di Corniolo ha un inizio incerto anche se sembra sia stato creato da una nobile famiglia di Galeata durante il Medioevo. Nel XVI secolo il borgo ha ereditato il definitivo nome da quello del castello. Del castello, uno dei monumenti più belli dall'area, restano ormai pochi ruderi, l'antica porta ad arco, alta 5 metri e sormontata da uno stemma non più "leggibile" e un tratto della cinta muraria. Nel 1785 il suo territorio, insieme a quello dell'abbazia di Galeata, venne aggregato alla Diocesi di Sansepolcro; nella organizzazione diocesana la chiesa di San Pietro di Corniolo assunse le funzioni di sede di vicariato foraneo per le parrocchie di San Paolo in Alpe, Ridracoli, Berleta, Celle. Il borgo è stato costruito nuovamente dopo il terremoto del 1918 insieme alla chiesa e all'oratorio. Il castello si trova su un colle a circa 763 metri ed è rivolto verso il massiccio del Monte Falterona, il quale si può facilmente ammirare. Incerte sono le origine della costruzione, che sicuramente appartenne ai conti Guidi, tanto che un ramo degli stessi fu detto "del Corniolo".
Abbandonato nel corso del XV secolo, lontano da centri abitati, nonostante le possenti mura, andò ben presto in rovina. Dalla relazione del Card. Anglico (1371) " E' sulle alpi in una valle, sopra un alto inespugnabile monte. Ha una rocca ed una torre fortissima. C'è un'altra torre a un tiro di balestra, che si chiama la Rovere. Questo castello è molto adatto alla guerra e conta 100 focolari. Ha una strada maestra che va da Galeata in Toscana, passa fra il castello e la torre della Rovere, e rimane così circondata che non è possibile transitarvi senza il permesso degli uomini del castello, i quali ogni mese ricavano per provvigione della camera apostolica 30 fiorini. Appartiene al conte Enrico del Corniolo.". Altri link suggeriti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Emilia/forli/corniolo.htm, http://www.popolidelparco.it/corniolo/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Corniolo_(Santa_Sofia), https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/corniolo.asp

Foto: la prima è presa da https://www.vecchievie.it/foto/170_Castello-di-Corniolo, la seconda è presa da https://dalloscarponealleciaspole.blogspot.com/2012/09/le-ripe-di-toscana-anello-di-corniolo.html

martedì 21 maggio 2019

Il castello di martedì 21 maggio



LONGONE SABINO (RI) - Rocca di Capoterra

Il primo accampamento militare (chiamato Fara) occupato dai Longobardi, fu Vallufara (Valle di fara), che iniziando dalle pendici del promontorio di Longone, si dispiega fino al Turano. La Cronaca Farfense si è interessata più volte di quel complesso abitativo, che, nel 989, quando l’abate Ugo di Farfa promise di cedere a Landuino di S. Salvatore il castrum Longoni era già una fortezza strutturata e definita, munita di torri e mura, e di una milizia addestrata per la sicurezza degli abati. Longone fu dunque eretto insieme all’Imperiale Abbazia di S. Salvatore dallo stesso popolo longobardo, il quale già da tempo aveva abbandonata la disagevole Vallufara per la tranquilla e confortevole Rocca. Longone era abitato da gente operosa e geniale: muratori, carpentieri, falegnami, fabbriferrai, Mastri Comacini, Mastri Liguri (artisti venuti dal nord), che lavoravano per la costruzione di S. Salvatore, inaugurato nel 735. Le mura del castello di Longone delimitano una circonferenza ellittica di tre chilometri che racchiude una superficie, a fuso di acropoli, di circa tre ettari. Quella Rocca fu rifugio di monaci e abati durante le invasioni saracene e pi tardi, nel XIV e XV secolo, residenza degli Abati-Conti Mareri. Con l' introduzione dei Commendatari venne sconvolto l’assetto amministrativo, per cui le maggiori entrate dei castelli passarono dalla mensa abbaziale cui erano destinate, alla mensa del nepotismo pontificio. Nel palazzo che era residenza degli abati, chiamato Palazzo Apostolico, venne inserito il Governatore con la sua corte, la milizia, le carceri, il Monte frumentario, la Curia, l’archivista, il tribunale amministrativo e criminale. Nel rione La Contrada erano presenti macellai, osti, un forno comunitario del pan venale, sarti e barbitonsori. I preti ed i notai abitavano in Rione Borgo, la zona più protetta e sicura del castello. Si accede alla cittadella oltrepassando due porte separate da un ampio spazio; la seconda porta andava serrata ogni notte, stando in luogo di confine col Regno. Nel 1863 il consiglio comunale ottenne, per Regio Decreto, il titolo di Longone di S. Salvatore Maggiore. Quando nel 1927 venne costituita la Provincia Reatina, al termine Longone si aggiunse il generico Sabino, per distinguerlo da quel Longone al Segrino (Como), appartenente anch'esso alla gloriosa stirpe longobarda. Dunque il castello di Longone, il monastero di S. Salvatore Maggiore e la chiesa di S. Michele Arcangelo di Colle Pasciano sono state edificate dai longobardi venuti da Spoleto i quali dotarono la loro città di una basilica per il Salvatore e una chiesa per S. Michele Arcangelo. Sono contesti che ritroviamo nel territorio di Longone con l’edificazione del Castrum Longonis, del monastero di S. Salvatore Maggiore e della chiesa di S. Michele a Colle Pasciano. I castelli sulla valle del Salto, Roccaranieri, Cenciara e Concerviano sorsero molto più tardi, intorno al 1160 quando l’imperatore Federico Barbarossa, d’accordo con gli abati di Farfa fece erigere le fortezze dai Buzzi di Romagna per proteggere l’altipiano dalle invasioni dei Normanni di Sicilia. Il papa Giulio II, grande mecenate dello stato Pontificio, nel 1506 pose Longone a Capo dei Castelli dell’Abbazia, dando i poteri di controllo a un Camerarius o Governatore. A ricordo dell’evento il papa Giulio II volle che si realizzasse un nuovo portone in legno per la basilica del Monastero composto da formelle tante quante erano i castelli sottomessi all’abate del Monastero. Sulla prima di esse fu ritratto il castello e inciso il nome Castrum Longoni. C’è una enigmatica frase latina che compare sul nuovo portale d’ingresso, definita dallo storico Paolo Desantis “una iscrizione di barbaro latino!”. Dalla fondazione longobarda, fino al declino dello Stato Pontificio, Longone è stato sempre considerato Centro Amministrativo, Giudiziario e finanziario di tutto il territorio. Ancora oggi è possibile riconoscere la Piazza del Governo, il Palazzo Governativo con lo stemma episcopale sul portone d’ingresso, gli appartamenti, compresa la Sala per il Ballo, la Curia per il Notaio e l’Archivio. Nel Rione Mandria appare massiccio e turrito il palazzo Giudiziario e vicino la sede del Bargello (il Maresciallo di oggi), e degli Sbirri, le carceri maschili e femminili e nei pressi il forno del pan venale. Nel Rione Piazzetta sono visibili gli antichi magazzini del Monte Frumentario, hostaria entro le mura, macello, vendita di pan venale (pane prezzato). Il castello popolare ha una doppia porta d’ingresso, con in mezzo la Dogana. La seconda porta è in pietra squadrata con la data 1668, l’effige dei Santi Protettori e la scritta Comunità di Longone. Nella richiesta di rifacimento della porta si diceva che doveva essere “di pietra con porte di bone ferrate e serrature perché occorre serrar la notte stando in luogo di confine col Regno e dove risiede la Corte…” Le due ante vennero tolte nel 1840, per essere rifatte, ma non abbiamo prove che ne attestino il ripristino; restano ora solo i cardini di bbona fattura, forgiati dai fabbri ferrai di Vallecupola.

Fonti: http://www.prolocolongone.it/storia/, https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino

Foto: è di Giovanni Rampazzi su https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino#/media/File:RoccaCapoterra.jpg

lunedì 20 maggio 2019

Il castello di lunedì 20 maggio




SAMBUCA DI SICILIA (AG) - Torre di Pandolfina

Pandolfina è una località nota come masseria nel comune di Sambuca di Sicilia, in contrada Adragna nella Val di Mazara. Guglielmo Peralta nel 1397 circa la concesse in feudo alla famiglia Perollo di Sciacca con titolo di baronia, i quali nel secolo XV vi edificarono una torre ancora esistente; da questi nella metà del secolo XVII passò in matrimonio alla famiglia Monroy che ne ebbe il privilegio di costruirvi una terra e di godervi il mero e misto impero, ottenendovi il titolo di principe nel 1733. A questa famiglia rimase fino all'eversione della feudalità e i suoi eredi ne portano ancora il titolo. Il valico di Pandolfina fu strategicamente vitale per l'intera Valle di Zabut (odierna Sambuca di Sicilia). In questo luogo trovarono un'agguerrita resistenza le truppe di Cabrera negli ultimi giorni della guerra di successione al Trono di Sicilia. La Torre, munita di feritoie e di merli classici, domina l'angolo del massiccio muraglione quadrangolare nel quale si entra attraverso un portone guarnito da un portale medievale. All'interno del quadrilatero adibito, in seguito, ad azienda agricola, furono costruite stalle e fienili.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pandolfina_(Sambuca_di_Sicilia), http://www.virtualsicily.it/Monumento--AG-1060

Foto: la prima è presa da https://borghipiubelliditalia.it/borgo/sambuca-di-sicilia/, la seconda è di Francesco Alloro su http://www.francoalloro.it/terra-di-zabut/Immagini/Torre-Pandolfina.jpg

venerdì 17 maggio 2019

Il castello di venerdì 17 maggio




ANACAPRI (NA) - Torre medievale di Villa Damecuta

Villa Damecuta è una delle dodici ville imperiali romane volute dall'imperatore Tiberio e si trova ad Anacapri. Di essa restano pochi ruderi: come le altre ville dell'imperatore a Capri fu danneggiata dall'esplosione del Vesuvio del 79 d.C., dalle successive incursioni dei pirati e dalle fortificazioni militari. Le poche tracce che restano permettono di risalire alla struttura di una lunga loggia porticata, aperta verso il Golfo di Napoli e lunga 80 metri, che terminava con un ampio belvedere semicircolare. Al di sotto si trova un'alcova con un terrazzino affacciato sul mare. Sulle rovine della dimora romana, nel Medioevo, fu costruita una torre di vedetta che affaccia sul mare e nel XIX secolo fu fortificata la zona circostante. Motivo della costruzione della torre ? La difesa della costa dalle invasioni saracene. In seguito, divenne un fortino usato dagli inglesi nella guerra contro i francesi. Proprio sotto la torre di avvistamento si cela una delle aree più interessanti. Questa parte del sito archeologico, oggi inaccessibile, comprende ambienti di soggiorno e un cubicolo. In questa stanza fu scoperto il torso maschile di una statua. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=VPtrRC1OPUg (video di Giuseppe Esposito), https://www.youtube.com/watch?v=mClaMa265qI (video di Aniello Langella), https://www.youtube.com/watch?v=sNzI0tr3Xi8 (video di Giuseppe Ciaramella).

Fonti: https://www.capri.it/it/s/villa-damecuta-2, https://www.ioviaggio.it/passeggiata-a-damecuta

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/sorrentina/Capri%20Damecuta.htm, la seconda è presa da https://files.salsacdn.com/article/3555_Villa_Damecuta/image/2_d.20170804193257.jpg

Il castello di giovedì 16 maggio





VARAZZE (SV) - Cinta muraria

La prima citazione ufficiale del nome, indicata sulla Tavola Peutingeriana, è risalente al X secolo con il toponimo medievale Varagine ("luogo dove vengono varate le navi"). E proprio le fiorenti attività legate alla costruzione di navi e imbarcazioni furono i presupposti per una continua lotta, in epoca medievale, tra i comuni di Savona e Genova per il controllo del feudo e del territorio varazzino. Già appartenente alla Marca aleramica, dal XII secolo divenne feudo della famiglia di Bosco e di Ponzone (nei domini dell'omonimo marchesato); nel 1227 si costituì in comune autonomo e quindi ereditato dalla famiglia Malocello (o Malocelli). Rientrato nell'orbita genovese, dopo la stesura e gli accordi della pace di Varazze del 1251 sulla divisione dei possedimenti territoriali savonesi e genovesi, il feudo venne venduto nel 1290 dai Malocello alla Repubblica di Genova che elevò il borgo di Varazze a sede dell'omonima podesteria avente come giurisdizione territoriale i borghi odierni di Cogoleto, Celle Ligure, Albissola Marina, Albisola Superiore e Stella. Nel 1525, durante una battaglia navale, Ugo di Moncada, comandante della flotta di Carlo V, qui vi fu sconfitto e fatto prigioniero. Seguì quindi le sorti di Genova e della sua repubblica marinara, ottenendo propri statuti. Con la caduta della Repubblica di Genova (1797), sull'onda della rivoluzione francese e a seguito della prima campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, la municipalità varazzina rientrò dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento del Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, rientrò nell'XI Cantone, come capoluogo, della Giurisdizione di Colombo e dal 1803 centro principale del II Cantone di Varazze nella Giurisdizione di Colombo. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte. Nel 1815 fu inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Dal 1859 al 1927 il territorio fu compreso nel V mandamento omonimo del circondario di Savona facente parte della provincia di Genova; nel 1927 anche il territorio comunale varazzino passò sotto la neo costituita provincia di Savona. Nel 1864 ottenne il titolo di città. La cinta muraria, realizzata nel XIII e XIV secolo, è molto importante nella storia di Varazze ed ha avuto un ruolo determinante nella sua evoluzione urbana. La planimetria, redatta da Matteo Vinzoni nel 1770, riporta il tracciato delle mura ancora perfettamente intatto e divise in due cinte ben distinte: la cinta del Borgo e la cinta del Borghetto. La prima circondava l'abitato più antico, definito come “il borgo”, ed era lunga circa 800 metri e comprendeva una superficie di 30900 mq. All'interno di questa cinta erano racchiuse le contrade: Campane, S.Ambrogio, Macelli e la cosiddetta Platea Communis dove il Vinzoni colloca l'annona ed il palazzo comunale. A nord, al termine del borgo formava un angolo retto continuando verso nord, dietro la nuova chiesa parrocchiale per unirsi al tratto iniziale nel punto in cui sorgeva l'antica pieve di S.Ambrogio la cui facciata è stata inglobata nelle mura stesse. Alcuni studiosi, come Mario Garea e Giorgio Costa, collocano la cinta più antica del Borgo prima del 1200. La seconda cinta racchiudeva il Borghetto, un insediamento sviluppatosi al di fuori delle mura più antiche. Queste seconde fortificazioni racchiudevano uno spazio rettangolare, si estendevano per circa 600 metri e contenevano una superficie di 14800 mq. In esse si apriva la porta di ponente. Rimane ancora da stabilire con esattezza la datazione di questa cinta fortificata. L'unico riferimento sicuro è la data dell'ampliamento delle mura per inglobare il Borghetto riportata in una lapide esistente sulla porta di ponente (nell'attuale via Coda) che fa risalire al podestà Cicala, nel 1370, il compimento dell'opera in questione. Per l'esecuzione dei lavori per la linea ferroviaria, negli anni che vanno dal 1860 in poi, Varazze venne interessata della suddetta opera pubblica che, attraversando l'abitato, provocò l'abbattimento di una torre e di buon tratto di mura ad essa adiacenti. Nel 1863 cadde l'antico ponte sul Teiro e nel 1864 si demolì fino al primo piano la torre del mercato. Si distrusse buona parte delle delle mura lasciando intatta il tratto presso l'antica Pieve. Da quegli anni altre distruzioni iniziarono sino ai giorni nostri. Altro link suggerito, dove trovare diverse illustrazioni, è il seguente: https://www.varagine.it/index.php?/categories/flat/start-7995

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Varazze#Storia, testo di Giovanni Damele su https://associazione-culturale-ligys.it/_files/200000260-500d651075/vecchie%20mura%20di%20Varazze.doc

Foto: la prima è presa da http://www.parliamodivarazze.com/2016/10/30/wi-fi-pagamento/, la seconda è di maspozz su https://www.flickr.com/photos/63647073@N07/14005830530. Infine, la terza è presa da http://www.ponentevarazzino.com/gallery/Angoli_Varazze/MuraMedioevali.jpg.php

mercoledì 15 maggio 2019

Il castello di mercoledì 15 maggio




SAINT PIERRE (AO) - Castello Sarriod de La Tour

L’esistenza della nobile famiglia Sarriod, legata politicamente ma non da vincoli di parentela ai signori di Bard, è attestata fin dal XII secolo. Rimangono comunque oscure le origini del castello, situato a Saint-Pierre in una zona pianeggiante a poca distanza dalla strada statale. L’impianto più antico comprendeva la cappella e la torre centrale a pianta quadrata (donjon) circondata da una cinta muraria, configurazione tipica dei castelli valdostani risalenti al X-XII secolo. Il donjon di Sarriod de La Tour si colloca ad un livello intermedio tra le torri più antiche con funzione prevalentemente difensiva, come quelle dei castelli di Cly, Graines o Saint-Germain, e le torri più grandi e comode e con funzione più residenziale dell'epoca immediatamente successiva, come la tour Colin a Villeneuve o la tour des Cours a La Salle. Le pareti della cappella, situata nella parte più a sud del recinto murario, in prossimità dello strapiombo a picco sulla Dora, che alcune indagini dendrologiche hanno permesso di datare intorno alla metà del XIII secolo, erano decorate da affreschi, frammenti dei quali sono ancora visibili. Nel 1420 i fratelli Yblet e Jean de Sarriod divisero i loro possedimenti in due signorie distinte, separando la famiglia nei rami rispettivamente Sarriod d'Introd, con sede nel castello di Introd, e Sarriod de La Tour, a cui toccò il castello che ne prese il nome. Jean de Sarriod fece costruire, dove già esisteva la torre denominata fin dal XIV secolo “turris Sariodorum”, un vero e proprio castello con funzioni di rappresentanza mediante l’aggiunta di una serie di corpi al donjon preesistente. A questo intervento risalgono la realizzazione della scala a chiocciola della torre (viret) e l’inserimento delle finestre crociate in pietra da taglio caratteristiche del Quattrocento valdostano. Nel 1478 il figlio di Jean, Antoine Sarriod de la Tour, trasformò la cappella intitolata alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, occasione in cui furono realizzati gli affreschi esterni con la Crocifissione e San Cristoforo e fu elevato il piccolo campanile. Nell’ala nord, al piano terreno, si apre un vasto locale di servizio con copertura in legno; al primo piano è situata la cosiddetta "sala delle teste", che prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo. Nel tardo XV secolo la cinta muraria venne munita di torri difensive a pianta circolare e semicircolare e fu aperto sul lato orientale il nuovo ingresso al castello con portale a sesto acuto e archivolto scolpito recante lo stemma dei Sarriod. La discontinuità fra le quote di livello nei vari ambienti attesta i diversi interventi succedutisi nei secoli successivi. Nel XVI secolo sorse l’ala che oggi costituisce il prospetto orientale e fu aggiunta la torre piccionaia, mentre alcuni frammenti di pitture murarie e un camino in stucco sono della prima metà del ‘700. Il castello rimase di proprietà dei Sarriod de la Tour fino al 1923 quindi passò alla famiglia Bensa di Genova. Dal 1970 appartiene alla Regione autonoma Valle d’Aosta, che lo ha aperto al pubblico nel 2003. Guardandolo dall'alto del castello di Saint-Pierre, il castello Sarriod de La Tour appare come un insieme irregolare di edifici circondati da una cinta muraria. Portandosi alla destra del fiume Dora Baltea è possibile notare come la posizione del castello non sia così priva di difese naturali, e che i lati di sud est poggiano su uno sperone roccioso a strapiombo sulla Dora. Per entrare nel castello bisogna innanzitutto superare la cinta muraria esterna. Il nuovo ingresso, realizzato intorno al 1470 e da cui si accede ancora oggi, è costituito da un elegante portale a sesto acuto, sopra il quale è scolpito lo stemma dei Sarriod de la Tour, sormontato da una caditoia merlata sorretta da un doppio ordine di beccatelli. All'interno, gli edifici più notevoli sono il massiccio donjon con le sue finestre crociate, la cappella e la cosiddetta "sala delle teste". La struttura originale della cappella era probabilmente sormontata da un soffitto ligneo, i cui resti sono stati datati intorno al 1250, e sono ancora visibili su tre pareti alcuni frammenti di un antico ciclo pittorico risalente allo stesso periodo raffigurante episodi religiosi come l'Adorazione dei Magi, l'ingresso di Cristo a Gerusalemme e la Crocifissione. La cappella è ora sormontata da una volta barocca aggiunta nel 1700, che taglia a metà gli antichi affreschi. L'antico ingresso della cappella fu invece decorato tra 1478 e 1483 durante i lavori voluti, come detto, da Antoine de Sarriod de La Tour. La "sala delle teste", situata al primo piano dell'ala settentrionale, era il salone di rappresentanza del castello e prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo, sorretto da una serie di mensole intagliate realizzate nel XV secolo.
Le mensole intagliate sono in tutto 171 e raffigurano una varietà di soggetti, da volti di nobildonne e gentiluomini con copricapi all'ultima moda del tempo a figure carnevalesche, dagli animali domestici e selvatici come cani, anatre, lupi e cinghiali e creature fantastiche tra cui la sirena, l'unicorno, il drago e una serie di mostri di aspetto diabolico. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour, https://www.youtube.com/watch?v=0dHkdoxVdJI (video di Pino Meola).

Fonti: http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour/901, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Sarriod_de_la_Tour

Foto: la prima è presa da https://www.itinari.com/it/location/castello-sarriod-de-la-tour, la seconda è presa da http://www.guideaostawelcome.it/visite-guidate/castelli/castello-sarriod-de-la-tour

martedì 14 maggio 2019

Il castello di martedì 14 maggio



PORTOFINO (GE) - Castello Brown

Il castello Brown, precedentemente denominato di San Giorgio, è un'antica fortezza situata sopra il porto di Portofino. Si evince dagli scavi e dalla storia che in passato il castello fu concepito come un riparo difensivo. Anni fa venne rifondato il resto della torre romana di avvistamento che risaliva ai due secoli II-III. Le prime notizie ufficiali sull'odierna struttura risalgono invece al 1425 quando Tomaso Fregoso, doge della Repubblica di Genova fino al 1421, occupò il borgo di Portofino e la sua fortezza in opposizione a Filippo Maria Visconti duca di Milano. All'epoca il castello era costruito da una torretta che fungeva da abitazione, da una cisterna e dal muro di cinta merlato. Nel 1430 ritornò ad essere dominio di Genova grazie a Francesco Spinola di Ottobono. Il castello, situato in una posizione strategica poiché si poteva avere un'ampia visuale sul borgo e del Golfo tigullino, fu più volte oggetto di continui tentativi di occupazione e assedi fino ai primi anni del XIV secolo. Divenuto infine possedimento militare della repubblica genovese, quest'ultima avviò nel XVI secolo diversi lavori di restauro e ampliamento per una maggiore difesa del borgo marinaro e dello specchio acqueo antistante. Fra il 1554 e il 1557, su progetto dell'ingegnere Giovanni Maria Olgiato (progettista di fiducia del re Carlo V di Spagna), il castello fu allungato mediante una nuova piattaforma verso il porto e per costituire una maggiore difesa militare in caso di improvvisi attacchi pirateschi saraceni - frequenti in Liguria e già avvenuti negli anni precedenti a Camogli, Recco e Rapallo - fu munito di munizioni e armi nonché nuovi alloggi per il presidio. Le nuove opere difensive permisero, negli anni a seguire, di sventare diversi attacchi per la conquista del borgo tra cui quelli effettuati dall'ammiraglio di Oneglia Andrea Doria; l'ammiraglio, che avrà poi il controllo dell'intera Repubblica di Genova, riuscì infatti a conquistare e sottomettere quasi tutti i forti della Riviera di Levante tranne appunto la fortezza di Portofino ben difesa e armata dalla stessa repubblica anni prima. Nuovi lavori nel 1624 rafforzarono ancora il castello, detto "di San Giorgio", riuscendo così a sventare nel 1664 un nuovo attacco; altri lavori furono eseguiti nel 1728 arricchendo l'armamento e sistemando gli interni della fortezza, entrata 120 anni prima (1608) nei territori del Capitanato di Rapallo (Sestiere di Pescino nella quale fu compresa anche Santa Margherita Ligure e frazioni) sotto la repubblica genovese. La fortezza passò sotto il dominio francese dal 1797 quando Napoleone Bonaparte conquistò la Liguria e la sua Repubblica, compiendo altri lavori nel castello e del porto sottostante. Caduto Napoleone e dopo il passaggio della Repubblica Ligure nei territori del Regno di Sardegna dapprima e nel neo costituito Regno d'Italia, la fortezza militare venne completamente dismessa e disarmata a partire dal 1867. Nello stesso anno, fu acquistata dal console del Regno Unito a Genova sir Montague Yeats Brown e nuovi lavori di ampliamento, affidati all'architetto Alfredo d'Andrade, modificarono l'originale struttura secondo i canoni architettonici e il corredo interno di quell'epoca; tra le modifiche più significative, oltreché l'innalzamento delle torri, la trasformazione dell'antica piazza d'armi in un giardino pensile: è in questo periodo che furono piantati i due pini marittimi (in occasione delle nozze del proprietario). Gli ultimi proprietari inglesi dell'ex fortezza militare furono John e Jocelyn Baber che raccolsero nei loro anni di residenza le notizie storiche ad oggi pervenute. Dal 1961 è di proprietà del Comune di Portofino che utilizza il castello come sede di eventi ed esposizioni culturali. Oltre l'importanza della sua storia il castello conserva un aspetto meraviglioso. All'esterno vi è un grande giardino mediterraneo ricco di fiori, roseti e pergolati da cui i turisti possono ammirare lo spettacolare golfo di Tigullio. Entrati nel castello si possono osservare numerosi bassorilievi e arredi architettonici in marmo o in ardesia. Nella prima sala vi sono alcuni mobili originali, arredi architettonici e una parete con finestre in stile gotico. Da qui si accede al terrazzo dove un tempo erano alloggiate le artiglieri. Il console Brown, da cui prende il nome il castello , trasformò questa area in uno splendido giardino. Per salire al piano superiore si attraversa una scala ricoperta da “laggioni”: l’uso delle maioliche per rivestire le pareti era molto diffuso in Liguria, deriva dallo stile proveniente dalle aree del Mediterraneo e dal mondo arabo. Nella scala del Castello è posta una maiolica raffigurante un presente, copia della Adorazione dei Magi attribuita a Gagini (secolo XV), l’originale si trova a Genova in Via Orefici 47r. Nel vano scale è possibile ammirare una copertura medievale in legno a cassettoni dipite con immagini di santi, martiri e regnanti. La sala al primo piano è coperta da volte a crociera di tipo lombardo. Al centro della sala campeggia un grande trittico (di Raffaellino e Giulio de' Rossi che risale al 1550) e sulla destra una stufa in maiolica. La sala circolare della torre è stata profondamente ristrutturata. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=yJkK76exgdw (video di CastelloBrown), http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/TgrInTour-Liguria-castello-Brown-a-Portofino-6dfe13c6-6a00-4fde-9eb9-cb01263e2e30.html (video di Lorenzo Orsini), http://www.comune.portofino.genova.it/area-turista/punti-di-interesse/castello-brown, https://www.youtube.com/watch?v=zq8oBfAk_d0 (video di Teleradiopace TV).

Fonti: http://www.aboutliguria.com/it/castelli-e-fortezze-in-liguria.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Brown, http://www.castellobrown.com/castello.php, http://www.castellobrown.com/visita.php

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/portofino/CastellodiPortofino.htm, la seconda è di Hans1967 su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Portofino_Castello_Brown.jpg

lunedì 13 maggio 2019

Il castello di lunedì 13 maggio





NARNI (TR) - Castello in frazione San Vito

San Vito è una frazione del comune di Narni, posta a 267 m s.l.m., su un colle che poi digrada verso la valle solcata dal fiume Tevere. In epoca storica, più precisamente nell'XI secolo, San Vito risulta essere fatto a mo' di corte, cioè una serie di fondi rurali chiusi da recinzioni. In un documento del Regesto Farfense del 1036, un tal Pietro, Abate di San Angelo in Massa e suo nipote Adriano, cedono all’abbazia dei terreni di loro proprietà, tra i quali: “La curti Sancti Viti de Colle de Maclae“. Nel 1227 San Vito e Striano erano gli unici castelli che dovevano fare solo atto di onore e reverenza per la festa di San Giovenale a Narni, gli altri offrivano alcune libbre di cera. Nel 1279, Pietro di Ottaviano Scotti acquistò il castello dalla famiglia degli Annibaldi. Nel 1350, come tutti i feudi del territorio, doveva denunciare al vicario di Narni tutti i delitti commessi. Data la sua posizione, che lo rendeva accessibile facilmente dalla pianura tiberina, esso è sempre stato oggetto di preda di molte truppe di passaggio, tanto che nel 1371 gli Scotti offrirono a Narni ingenti quantità di frumento ed altre materie per assicurarsi la protezione contro questi nemici. Nell’anno 1454, agli Scotti fu data l’investitura del titolo comitale sul castello di San Vito. Nel 1591-1592, soffrì la carestia e la terribile pestilenza, che spopolarono anche altri contadi tra i quali Bufone, Marinata e Striano. Sicuramente, nel 1593 risulta essere totalmente assoggettato a Narni e posto sotto la sua giurisdizione. In un tomo del ‘600, conservato all’Archivio segreto Vaticano, è presente una causa “per questioni di confini” tra i Montini di Guadamello e gli Scotti di San Vito, durata 39 anni tra il 1651 e il 1690. Sappiamo che in questo periodo il castello e tutte le terre circostanti erano divise tra tre proprietari: un terzo agli Scotti, un terzo all’abbazia dei Santi Andrea e Gregorio al Celio e un terzo all’abbazia di San Vittore in Otricoli, nella persona di cardinali commendatari. Erano, però, solo gli Scotti che ufficialmente gestivano il potere, come veri e propri feudatari. Nel 1703, morì Marta Scotti, senza lasciare eredi diretti, se non un nipote, Giovanni Mancinelli di Narni, figlio di Pirro, suo cugino di secondo grado, che per atto testamentario, divenne suo erede universale. Alla memoria della defunta Marta, i successori avrebbero dovuto far celebrare nella chiesa parrocchiale di san Vito 56 messe annue (legato Marta Scotti), insieme ad altri obblighi. Tra il 1790 e il 1816, poco a poco diminuì in San Vito, dopo tanti secoli, il potere degli Scotti e dei successori (Mancinelli-Scotti). Il feudo venne diviso fra nuovi possidenti: gli Stinchelli, i conti Casali, il canonico don Paolo Petrignani di Amelia. Dopo il “motu proprio” pontificio del cardinal Consalvi del 06/07/1816, i Mancinelli Scotti, gravati da pesanti oneri per le spese di mantenimento amministrativo della giustizia ed altri servizi pubblici, in data 06/12/1816 rinunciarono alla “baronia” su San Vito, mantenendo, però, nella persona del conte Ferdinando, alcune proprietà, per un certo periodo. Tra il 1824 e il 1828, attraverso un’oculata opera di acquisizioni, tra i vari proprietari di San Vito, subentrò, la potente famiglia romana, di origini spagnole, dei conti Ruiz De Cardenas, nella persona di Luigi; questi in data 29/09/1828, divenne ufficialmente il nuovo “signore” di San Vito. I suoi discendenti, i conti Marcello e Francesco (quest’ultimo primo sindaco di Otricoli dopo l’unità d’Italia nel 1861), furono coloro, che portarono avanti il nome del casato, fino alla fine dell’800. Con la morte, nel 1956, della contessa Maria Luisa (figlia di Francesco) e moglie del cavaliere Quirino Pellizza, è da considerarsi estinto il nome del casato. I successori continuarono ad avere delle proprietà fino agli inizi degli anni ’70, quando la tenuta venne definitivamente venduta a vari piccoli imprenditori agricoli locali. La Torre quadrata svetta al centro del castello, una fortezza circolare con due porte di accesso, in posizione dominante e da sempre funge da “sentinella” per il controllo del territorio circostante, fin dall’epoca romana. I suoi spigoli sono rinforzati da conci squadrati in pietra ed è ottimamente conservata. L’antica chiesa parrocchiale, sita nel borgo antico, sotto la torre quadrata, di piccole dimensioni, ora non esiste più.
La nuova chiesa parrocchiale, di magnifica imponenza, con campanile cuspidato, è una struttura che sorge in posizione dominante su un poggio. Vi si accede da una scenografica scalinata in mattoni e fu costruita a cavallo della prima guerra mondiale, grazie alla tenacia e alla volontà di un parroco indimenticato e indimenticabile: il toscano don Carlo Checcucci di San Casciano Val di Pesa, che ora riposa dal 1963 all’interno dell’edificio. La torre fu testimone, nel Medioevo, delle scorrerie dei pirati saraceni, che risalivano il Tevere con le loro agili barche per razziare il territorio e di quelle di vari capitani di ventura, tra i quali Di Vico e Braccio da Montone. Altri link suggeriti: http://www.turismonarni.it/ita/19/territorio/, https://www.zankyou.it/f/castello-del-tempovita-599979, https://www.youtube.com/watch?v=aqchUhyB4-4 (video di Selene Corrù)

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/, https://it.wikipedia.org/wiki/San_Vito_(Narni)

Foto: la prima è presa da https://www.residenzedepoca.it/en/weddings/s/luxury_location/castello_del_tempovita/, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/

venerdì 10 maggio 2019

Il castello di venerdì 10 maggio



MULAZZO (MS) - Castello Malaspina di Lusuolo

E' una fortezza di epoca altomedievale che si trova nella frazione di Lusuolo, nella zona della Lunigiana. Il complesso è noto per la sua posizione strategica in quanto si erge su di una collina che domina un antico guado del fiume Magra e nell'antichità consentì il controllo del fondo valle e della via Francigena. Fu proprio per questa ottima posizione che il castello e il relativo borgo fortificato ebbero vita turbolenta fra disordini interni e continui attacchi dalle potenze che si contendevano il potere in Lunigiana. Il castello nel XII secolo apparteneva a Corrado Malaspina l'Antico e verso la metà del Trecento passò al suo pronipote Azzone Malaspina insieme ad altri possedimenti della zona. La mancanza di figli maschi nella famiglia causò il frazionamento del feudo e la perdita d'importanza dell'imponente rocca rendendola così un facile bersaglio per i nemici. Il Quattrocento fu un secolo particolarmente violento caratterizzato dalle bramosie di potere degli stati di Firenze, Genova e Milano. Il castello, scampato agli attacchi di Genova di inizio secolo, grazie alla protezione dei toscani, nulla poté durante l'invasione genovese della Lunigiana del 1449 e fu distrutto in seguito ad un lungo assedio dalla famiglia ligure di Campofregoso. Giovanni Antonio da Faie, cronista lunigianese del Quattrocento, scrive: “Del mexe de setenbre de 1450 vengono li maestri edifichatori per parte del duxe de Zenoa chi era meser Lodovico de Canpo Fruxghoso audemars piguet replica per inzegnare de fare derochare el castelo de Loxolo el quale per asedio l’avea avuto e nota che era un di beli casteli de Val de Magra”. Nel 1467 con l'aiuto del marchese di Fosdinovo e del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza i Malaspina ripresero il loro danneggiato e impoverito castello. Questo non ebbe più tregua fra lotte interne e continue dispute familiari per divisioni e diritti e soprattutto pressanti intromissioni di Milano e di Firenze. Nella seconda metà del XVI secolo Ercole Malaspina in seguito a ripetute sommosse dei sudditi si mise sotto la protezione del Granduca di Toscana Francesco I de' Medici e nel 1575 gli donò l'intera signoria. Annesso definitivamente alla stato di Firenze il castello venne ricostruito e ampliato e nei primi anni del Seicento venne trasformato in una fortezza adatta a resistere alle artiglierie. Già a fine secolo iniziò un graduale smantellamento dovuto all'annessione di Pontremoli al Granducato di Toscana e quindi alla perdita dell'importanza strategica di Lusuolo per i fiorentini. Oggi la struttura è stata restaurata e ospita il Museo dell'Emigrazione della gente di Toscana (http://www.museogenteditoscana.it/). Il castello e il suo borgo fortificato sono facilmente visibili percorrendo l'autostrada della Cisa A15 nel tratto fra le uscite di Aulla e Pontremoli. L'assenza di documentazioni scritte e i frequenti rifacimenti della struttura rendono difficile una definizione storica delle fasi costruttive e imprecisa la destinazione d'uso dei siti all'interno della cortina muraria. Le strutture murarie più antiche sono individuabili nel prospetto nord, in corrispondenza di una torre inglobata nella muratura. Il borgo è dotato di imponenti mura con forma triangolare e di una porta meridionale che è l'ingresso principale. L'interno è caratterizzato da un grande cortile trapezoidale con un pozzo centrale. Le strutture verticali sono quasi interamente realizzate in pietra macigno di fiume, mentre, per le volte a crociera e a botte, si è preferito l’uso della pietra tufacea. La zona nord del cortile presenta una struttura con interni spaziosi e grandi camini ed ampie volte. Questa è ipotizzabile che in passato potesse essere la residenza del marchese mentre il lato sud del cortile, parzialmente crollato, sembrerebbe una caserma. Dotato di un unica strada che unisce le due porte d’ingresso, il borgo fortificato posto all'esterno delle mura castellane, seppur piccolo, nasconde alcune sorprese come ad esempio la presenza di un ospedale che doveva servire a curare oltre agli abitanti, anche i pellegrini che transitavano sulla via Francigena (dal borgo ancora oggi passa il tracciato della via francigena pedonale). Una volta entrati nel castello ed oltrepassato l’ingresso, modificato dai Medici per poter far salire al primo piano le bombarde, ci si ritrova in una graziosa corte interna con al centro un pozzo. Sulla corte si affacciano con camminamenti e terrazzini le stanze del primo piano, in cui si può entrare liberamente. Si può osservare la presenza di un camino, dei servizi igienici, a caduta, del Marchese, oltre che delle sedute in pietra ricavate nei vani finestra per ammirare il panorama. Dalle stanze del primo piano si accede anche al giardino della marchesa e ad una bella terrazza da cui il panorama è unico. Sulla terrazza si affaccia una piccola cappella. A piano terra si trova il fantastico camino della cucina, enorme e ben conservato e il suddetto Museo, piccolo ma con enormi potenzialità. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=RD0VB2RoM-A (video con drone di m15alien https://www.youtube.com/watch?v=iVVHqBiAuN8 (video di riomorione) https://www.youtube.com/watch?v=MrxOvQSYaTU (video di Musei Massa Carrara), http://www.adrianaghollett.it/site/books/lusuolo.pdf, https://ecodellalunigiana.it/2017/05/31/lusuolo-castello-riapre/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Lusuolo, https://www.terredilunigiana.com/castelli/castellolusuolo.php, http://www.museogenteditoscana.it/Default.asp?idPage=174&funzione=, https://irintronauti.altervista.org/castello-di-lusuolo/ (pagina ricca di foto interessanti)

Foto: la prima è presa da http://www.amalaspezia.eu/fotografie/ABC_7349.jpg, la seconda è presa da https://www.istitutovalorizzazionecastelli.it/castellomalaspinadilusuolo/

giovedì 9 maggio 2019

Il castello di giovedì 9 maggio





ERICE (TP) - Torri del Balio

Le torri del Balio di Erice un tempo erano collegate al castello di Venere (https://castelliere.blogspot.com/2019/04/il-castello-di-giovedi-11-aprile.html) tramite un ponte levatoio e costituivano fin dal medioevo, quando sono state edificate, un avamposto della fortezza militare. Erano la sede del Bajulo, per l'appunto, un'autorità che sul posto rappresentava l'autorità del sovrano, svolgendo le funzioni di giudice civile e di esattore delle imposte. Nel XVII secolo una delle tre torri del Balio di Erice di forma pentagonale fu abbattuta per ordine di un funzionario regio, temendo che dall'alto di questa costruzione fosse possibile violare l'interno della piazza con armi da fuoco. E' possibile accedere alle torri del Balio di Erice attraverso una scalinata d'accesso, dalla quale si giunge ad un portale con un arco sul quale si trova una lapide che riporta lo stemma della dinastia degli Asburgo di Spagna. Quando il castello come fortezza cadde in rovina, anche le torri del Balio di Erice seguirono le sue stessi sorti conoscendo il più completo stato di abbandono, finché nel 1872 un ricco mecenate trapanese, il Conte Agostino Sieri Pepoli, concluse con l'amministrazione comunale di Erice, alla quale era passata la proprietà del Castello con le torri del Balio di Erice annesse, un accordo, che prevedeva la concessione al conte di un diritto di enfiteusi, che gli permise a proprie spese di provvedere alla manutenzione del castello e delle torri del Balio. In particolare fece ricostruire, sulla torre centrale, la preesistente torre pentagonale, demolita nel XVII secolo, nelle sue caratteristiche originarie. L'accordo prevedeva anche che il Conte Pepoli avesse pure la proprietà delle tre torri del Balio di Erice. I giardini circostanti vennero sistemati in stile inglese, infine venne edificata la sottostante “Torretta Pepoli”, manierosa costruzione d’ispirazione moresca. Altri link suggeriti: http://www.prolocoerice.it/index.asp?pag=informazioni&cat=3&sotcat=26&art=91 (con varie foto interessanti), https://www.youtube.com/watch?time_continue=78&v=ZaQH60_IuFs (video di Mike Anuci), https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=C_C3dglulkY (video di Trapani Tourism Service), https://www.vivasicilia.com/itinerari-viaggi-vacanze-sicilia/torri-in-sicilia/torri-del-balio-erice.html

Fonti: https://www.hotel-trapani.com/cosa_fare/erice/torri_del_balio.asp, http://www.turismo.trapani.it/it/1337/torri-del-balio.html

Foto: la prima è di Aldo Giovannini su https://turistipercaso.it/erice/image/114652/, la seconda è presa da https://www.appartamentitrapani.eu/

mercoledì 8 maggio 2019

Il castello di mercoledì 8 maggio



ALESSANO (LE) - Castello in frazione Montesardo

L'abitato di Montesardo appare oggi caratterizzato dai criteri costruttivi tipici dell'architettura civile del primo Cinquecento, ma la particolare posizione del luogo in cui sorge, che con i suoi oltre 180 metri sul livello del mare domina il territorio circostante, permette di ipotizzare la presenza di resti di un abitato antico. La notizia più datata di un abitato si ha nel XVI secolo, quando il Galateo, nel De situ Japigiae, descrive un "oppidum mediocris magnitudinis", del quale erano ancora visibili resti un ampio circuito murario e ruderi di antiche abitazioni, situato su un colle denominato "Mons Arduus", a circa sette miglia di distanza dal Capo di Leuca. Egli ricorda inoltre che, secondo una tradizione popolare, quella città era stata denominata dai Greci "Tracheion oros", nome che in latino può essere interpretato "Mons asper" o "arduus". Infatti quella città era in "aspro monte et lapidoso sita". Nel XIX secolo lo storico Luigi Tasselli, in Antichità di Leuca, ipotizza sulla scorta del Galateo, un'origine greca della città; l'Arditi, invece, in La corografia fisica e storica di Terra d'Otranto, ritiene che Montesardo sia di origine latina e che i Greci bizantini avrebbero poi tradotto il nome latino in "Trachina", ossia il "Tracheion oros" riferito dal Galateo. Col tempo il luogo avrebbe ripreso nome "Monsarduus" da cui sarebbe derivato l'attuale Montesardo. La ricerca archeologica ha individuato tracce che confermano l'esistenza di tale insediamento. Nel 1997 è stato effettuato il primo scavo sistematico che ha portato alla luce i resti di un grande edificio costruito con blocchi di pietra calcarenitica (tufo) squadrati. Indizi di una frequentazione molto ampia del luogo, tra il IX e il I secolo a.C., erano stati raccolti nella seconda metà degli anni ottanta col recupero di materiale ceramico emerso durante alcuni scavi edili in prossimità del castello Romasi. Precedentemente, un'indicazione della presenza di un abitato antico era stata data da una tomba scavata nel banco roccioso rinvenuta nel 1953 ad Alessano. Una prima ipotesi sull'estensione dell'abitato antico è stata formulata in base alle analisi delle foto aeree e alla ricognizione del terreno che hanno permesso di individuare tratti di un tracciato difensivo, la cui lunghezza totale potrebbe aggirarsi intorno ai 3,6 km. Il tratto di muro ancora visibile, alla base del castello Romasi, è realizzato con blocchi di pietra locale squadrati e messi in opera senza uso di malta, secondo una tecnica utilizzata anche nel vicino centro di Vereto. Sono conservati al massimo quattro filari. Fu costruito probabilmente tra IV e III secolo a.C. Non si hanno notizie per l'età romano-imperiale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente fu sempre utilizzata come fortezza, grazie ai suoi possenti bastioni e ad una solida cerchia di mura, intervallate da torri, nelle quali si aprivano quattro porte: Porta la Terra, Porta Nova, Porta Castello e Porta Lo Chiuso. Le mura e le torri furono abbattute nel 1867. La frequentazione dell'area in età bizantina è invece testimoniata dall'insediamento rupestre di Macurano e da un'epigrafe funeraria, oggi nel Museo Provinciale "S. Castromediano" di Lecce, databile al 1130. Per i secoli successivi le notizie sono riportate da studiosi locali tra cui 'Arditi e Cosimo De Giorgi. Secondo l'Arditi Montesardo "dopo aver resistito bravamente all'assalto dei Goti in guerra coi Greci, dei Greci contro i Saraceni, dei Normanni contro gli uni e contro gli altri, nel 1429 soffrì la peste; nel 1460 gli attacchi dei Tarantini per la congiura dei Baroni contro Ferdinando I d'Aragona; altre sciagure dappoi, sicché la sua popolazione era scesa a 63 fuochi (nuclei familiari); e poscia a poco a poco andiede risollevandosi a 93 nel 1545, a 114 nel 1561, a 143 nel 1593". In epoca medievale, munito del suo castello fortificato e delle numerose torri lungo le mura, si presentava come una fortezza inespugnabile. Il castello è ubicato nella parte più elevata del centro antico del paese. La fortezza, di cui oggi sopravvivono i resti del nucleo principale, fu voluta secondo alcuni dai Caracciolo di Marano, da altri messo in relazione con la signoria dei Del Balzo-Orsini, fu costruita tra il XV e il XVI secolo. Subì profonde trasformazioni nel corso dei secoli che cambiarono, in misura considerevole, l'impianto originario. La parte più antica dell'edificio a pianta quadrata, presenta quattro torrioni agli angoli anch'essi quadrati. Tutt'intorno corre un recinto. Tra le mura di cinta ed il corpo dell'edificio si apre la piazza d'armi su cui affacciano tutte le stanze del castello. La piazza era collegata con l'esterno da un ponte levatoio, oggi sostituito con un collegamento in muratura. Le mura sono concluse dal parapetto poco aggettante e decorato con beccatelli. Nel secolo scorso fu acquistato dai baroni Romasi. Durante la seconda guerra mondiale il castello venne occupato dalle truppe tedesche, depauperandolo di tutte le sue ricchezze. In seguito, passò ai Padri Vocazionisti, che oggi vi gestiscono una casa di riposo per anziani. Altri link suggeriti: https://www.guidedocartis.it/?page_id=6861, https://www.quisalento.it/salento-da-scoprire/item/montesardo.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montesardo, http://www.365giorninelsalento.it/it/w/attr/345/castello_di_montesardo, http://www.prolocoalessano.it/sito/2018/05/24/castello-di-montesardo/

Foto: la prima è presa da http://www.prolocoalessano.it/sito/2018/05/24/castello-di-montesardo/, la seconda è presa da http://www.365giorninelsalento.it/it/w/attr/345/castello_di_montesardo