venerdì 23 dicembre 2011

Buone feste e arrivederci al 2012 !!



Cari amici e appassionati di castelli, penso vi sarete accorti che ultimamente per il sottoscritto è stato difficile mantenere il ritmo di un castello al giorno di cui trattare. Più volte sono rimasto indietro e ho dovuto affannosamente recuperare con le date :) Ciò perchè è complicato trovare il tempo per curare questo blog, troppi impegni, troppe cose da fare in famiglia e al lavoro. Avevo chiesto in passato se qualcuno voleva collaborare con me preparando degli articoletti come faccio io (mi diverto a fondere le notizie che trovo su più siti web e, se poi queste sono troppe da riportare allora aggiungo il relativo link in modo che chi è interessato all'argomento possa approfondirlo autonomamente) e rinnovo l'appello-invito. Mi farebbe piacere, non sono affatto geloso :)
Nel mio blog mi piacerebbe anche inserire video musicali e scene di film, "sfoghi" personali sull'attualità ma davvero.....mi manca il tempo (la voglia ci sarebbe eccome !!). Con le imminenti festività natalizie la sezione sui castelli si fermerà e riprenderà probabilmente dopo l'Epifania. Se avrò tempo mi porterò avanti un po' con i prossimi articoli da postare, vedremo. Ne approfitto per augurare a tutti Voi e ai Vostri cari un ottimo Natale e un 2012 ricco di belle emozioni. A presto

Valentino

Il castello di venerdì 23 dicembre



VILLAR DORA (TO) – Castello Provana

E' una residenza feudale medioevale, fra le meglio conservate della Valle di Susa, situato su una piccola collina rocciosa, nel centro del paese, che costituiva già un insediamento nei primi secoli dell'Era volgare, come testimoniato da alcuni reperti romani, qui rinvenuti nel XIX secolo. A partire dall'anno 1287, grazie ad alcuni documenti, si può dedurre la struttura dell'edificio detto "Castrum Villaris Almexii", costituito da tre torrioni collegati da una cinta muraria costruita con tecnica a "lisca di pesce", visibile ancora oggi nella parte bassa dei muri perimetrali. I tre torrioni erano abitati dai Montvernier, dai de Thouvet-De Sala e dagli Aiguebelle, tutte famiglie feudali titolari di un terzo del feudo. La sua importanza strategica fu teatro di rilevanti episodi storici. Si narra fra l'altro che ai suoi piedi si svolse una delle battaglie decisive tra Costantino e Massenzio per il possesso della città di Susa. In seguito si ebbe anche lo scontro tra i Franchi e i Longobardi. Tra la metà del XIV secolo e la metà del XV secolo, la famiglia Provana, feudataria del Villar, ebbe affidato il complesso dai Savoia e procedette ad una ristrutturazione secondo lo stile gotico, sfruttando alcune costruzioni preesistenti e realizzandone di nuove. Ai Provana è da attribuirsi anche la costruzione della torre tonda e merlata, nella cui parte terminale erano situati 15 bacini ornamentali (oggi ne rimangono solo più 8). La zona verso sud-ovest divenne il corpo centrale del castello, costituito da tre unità consecutive: il Palacium (il vecchio torrione meridionale), la torre cilindrica e l'ala di Margaretha De Rotariis. Nel corso del XVII secolo fu realizzato l'edificio detto Ca'Bianca nel luogo ove sorgeva il torrione settentrionale. Questo fu danneggiato, assieme alla "sala d'armi", nel 1691 ad opera delle truppe francesi del maresciallo Catinat per la presa di Avigliana. I giardini furono realizzati nel XIX secolo, sostenuti da una serie di possenti arcate. Agli inizi del XX secolo il Conte Antonielli d'Oulx, che aveva ricevuto in dote il castello dai Provana a fine Ottocento e i cui eredi sono ancora proprietari del complesso, effettuò lavori di restauro che restituirono al corpo centrale del castello il suo aspetto medievale originale. Fra le opere eseguite si ricordano l'asportazione degli intonaci settecenteschi e ottocenteschi, la riapertura delle bifore e la fedele ricostruzione degli elementi architettonici andati perduti nel tempo. Attualmente il castello è utilizzato come residenza privata. E' circondato da un bel parco panoramico dove saltuariamente vengono organizzate feste.

Il castello di giovedì 22 dicembre



TORRI DEL BENACO (VR) – Castello scaligero

Consta di tre torri (che danno il nome al comune che le ospita) ed un mastio. Tali torri facevano parte della cinta muraria che circondava e proteggeva il paese da eventuali attacchi. Dal castello si diramavano dei sotterranei, in parte ancora esistenti, utili per la fuga in caso di assedio. Secondo gli storici, Torri del Benaco - posta a mezza via fra Peschiera del Garda e Riva del Garda - potrebbe essere stato un castrum romano e, come tale, venne difeso e forticato dalle legioni romane insediatesi sulla sponda orientale del lago di Garda (Benaco) (15 a.C., tempo del consolato di Tiberio e Druso maggiore). A testimoniarlo sarebbe la torre ovest del castello, sicuramente antecedente e nettamente diversa, sul piano architettonico, rispetto alle altre due tuttora visibili. Tuttavia la costruzione di questa torre potrebbe anche essere collegata alla presenza a Torri di Berengario I, re d'Italia, nel X secolo. Costui, allo scopo di difendere gli abitanti dalle scorrerie degli Ungari, che in quei tempi funestavano la Pianura Padana, fece restaurare il maniero e costruire le mura, delle quali sono ancoro visibili alcuni resti tra la strada Gardesana e il centro storico; a Berengario è pure attribuita la torre che porta il suo nome, in piazza della Chiesa. Il castello venne quindi ristrutturato da Antonio della Scala, figlio di Cansignorio e ultimo signore scaligero, il quale nel 1383 affidò i lavori a un certo Bonaventura Prendilacqua, come si legge su una lapide murata nel lato ovest dello torre «romana». L'intento era di rafforzare le difese del porto creando una darsena fortificata, baricentrica a Malcesine e a Lazise, ritenuta indispensabile per il controllo del medio lago. Ma le nuove fortificazioni non impedirono che anche Torri fosse investita dalle truppe dei Visconti di Milano, che la espugnarono nel 1387 dopo solo sei giorni di assedio: ormai le artiglierie avevano reso inutili le vecchie mura a cortina. I Visconti dominarono per tre lustri, quindi vi fu la brevissima parentesi dei padovani Carraresi, conclusasi nel 1405 con la donazione alla Serenissima Repubblica di Venezia. Il castello, che durante la dominazione veneziana fu eletto a sede dell'autorità chiamata del Capitano del Lago, si avviò verso un lento ma inarrestabile declino, che culminò nel sec. XVIII con l'abbattimento della cinta muraria più esterna per far posto ad un agrumeto con tanto di limonara. Esaurito il suo ruolo di fortezza militare, il castello divenne proprietà dei conti Nuvolari e successivamente della signora Giuseppina Arduini. Fino al 1980 il castello è rimasto in totale degrado. Un gruppo di volonterosi diede un'occhiata all'interno dell' area del castello, lo spettacolo che si offrì loro era desolante: macerie dappertutto, infissi cadenti e la limonàra quasi in abbandono. Da qui partì l'idea di riportarlo o nuova vita, avviando un'opera di pulizia e quindi di restauro, che venne affidato all'architetto Arrigo Rudi. Grazie poi alla collaborazione dell'amministrazione comunale e all'entusiastica partecipazione della popolazione, nel 1983 venne inaugurato il Museo del Castello Scaligero. La maggiore attrazione, oltre ai camminamenti dai quali è possibile ammirare il magnifico panorama del porticciolo e del centro storico di Torri, è certamente la serra di agrumi, risalente al 1760 e praticamente l'unica aperta al pubblico su tutto il lago. Nelle sale sono illustrati aspetti della cultura materiale di Torri e di tutto l'Alto Garda in generale: vi è una sezione dedicata all'olivicoltura con la ricostruzione, con le parti in pietra originali, di un torchio per olive; una è riservata alla pesca, con ben tre sale; un intero piano dell'edificio museale è dedicato alle incisioni rupestri del lago di Garda; in una sala poi possiamo ammirare un pregevole plastico del centro storico di Torri, come doveva presentarsi fino agli inizi del nostro secolo, mentre due grandi mappe settecentesche ne illustrano il territorio; infine, un piccolo orto botanico ospita tutte le principali piante della costa e dell'entroterra gardesano. Per approfondire si può visitare il seguente link:
http://www.berengario.com/2004/Museo%20del%20castello.asp

giovedì 22 dicembre 2011

Il castello di mercoledì 21 dicembre





NOVA SIRI (MT) – Castello Sandoval De Castro

E’ un poderoso edificio situato nel centro storico di Nova Siri, nel punto più alto del paese, dal quale si gode il vasto stupendo panorama della marina fino a Taranto. Venne edificato nel 1100 all'interno di un territorio che allora si chiamava Bollita. Per questo motivo il maniero oggi è anche noto col nome di Castello di Bollita. La costruzione del castello è da attribuirsi ai nuovi insediamenti bizantini nel Mezzogiorno caratterizzati dai kastra, cioè luoghi fortificati. La singolarità della fortezza è data dal fatto che la sua pianta, simile ad un triangolo, racchiude al centro la piazza Mazzini della cittadina, con quindi il centro vitale del paese racchiuso tra le sue mura. Il territorio fu dominio dei normanni a cui successe la dinastia sveva che fu soppiantata da quella angioina. In seguito il centro fu donato dal principe Carlo d’Angiò al suo parente ed assistente Giovanni Monfort e nel 1319 si ha notizia che appartenne a Filippo di Sangineto. Bollita nel 1408 divenne baronia di Pietro Acciapaccia e nel 1447 fu dominio di Filippo Sanseverino a cui successe Agostino Montenegro. Nel 1505 fu feudo di Pedro Sandoval de Castro - un capitano d'armi di Ferdinando il Cattolico - a cui successe, nel 1520, ancora minorenne, il figlio Diego che ebbe come tutrice Caterina Saracina fino al 1534. Diego Sandoval de Castro è noto per aver indirizzato numerose lettere e versi alla poetessa Isabella Morra figlia di Gian Michele Morra feudatario di Favale (l’attuale Valsinni) con la quale sembra aver avuto anche una relazione sentimentale motivo che portò all’uccisione di entrambi da parte dei fratelli Morra. Bollita dopo essere stata a lungo sotto il dominio dei de Castro, passò al barone Francesco Antonio Asprella di Montalbano a cui successe la figlia Lavinia che nel 1596 vendette il feudo ad Alessandro Raimondi di Savona. Dopo i Raimondi, la terra di Bollita passò a Pietro Reviglione ed infine nel 1717 ad Alfonso Crivelli a cui successe il figlio Francesco fino all’abolizione della feudalità nel 1806. E proprio l'ultimo feudatario è ricordato da una lapide marmorea addossata alla destra del portale sulla quale è inciso, in latino, l'impegno del duca Francesco a far giungere periodicamente da Bari, a sue spese, alcuni missionari per funzioni sacre. Il castello è un palazzo massiccio eretto su fondazioni naturali, con un vasto atrio senza portale ed un alto muro con feritoie sul davanti. Attualmente è adibito ad abitazioni private (ostello della gioventù) che hanno modificato l'originario aspetto dell'atrio. Restano solo le balconate settecentesche in ferro battuto. Sono inoltre rimasti intatti il portale sormontato da feritoie, i muri perimetrali e un torrione.

mercoledì 21 dicembre 2011

Il castello di martedì 20 dicembre



APRICALE (IM) – Castello della Lucertola (Conti di Ventimiglia-Doria)

Trovandosi nella piazza principale del paese non si può non notare immediatamente questa imponente fortificazione. Edificata su uno sperone di roccia, molto probabilmente nel X secolo, dai Conti di Ventimiglia, appartenne dal 1270 in poi alla nobile famiglia dei Doria. Anticamente la struttura era dotata di due torri quadrate, molto simile al castello di Dolceacqua, finché in seguito una delle due torri rimasta in piedi fu trasformata nel campanile della vicina chiesa della Purificazione di Maria Vergine. Nei secoli successivi il borgo seguì le vicissitudini del feudo di Dolceacqua negli alti e bassi e nelle lotte anche fratricide che la potente famiglia genovese dei Doria ebbe con i nemici di turno: dalle malefatte di Imperiale Doria che causarono vendette da parte dei paesi confinanti, alle lotte tra Guelfi e Ghibellini che li opposero alla Contea di Ventimiglia. Tutta questa instabilità contribuì a trasformare il castello in una vera e propria fortezza ritenuta inespugnabile. Di particolare rilievo storico è la dominazione, durata solo qualche anno, dei Grimaldi di Monaco, gli antenati del principe Ranieri. Si era in un periodo di relativo benessere agli inizi del XVI secolo quando Bartolomeo Doria, figlio di Enrichetto, pensò di potersi impossessare del territorio monegasco uccidendo il proprio zio, fratello di sua madre, Luciano Grimaldi, signore del luogo. La partecipazione complice di Andrea Doria che, con la sua potente flotta, stava davanti al porto, diede all'avvenimento un'importanza notevole. Ma, quando il 22 agosto 1523 Bartolomeo uccise lo zio a pugnalate, i genovesi non intervennero e l'assassinio non ottenne i risultati sperati, anzi....la vendetta di Agostino Grimaldi, fratello dell'ucciso e vescovo di Grasse fu terribile.
Egli fece invadere tutto il territorio e cinse d'assedio Apricale e il suo castello dove si era rifugiato Bartolomeo per la sua posizione strategica quale ultimo baluardo difensivo. Le operazioni militari si protrassero e gli abitanti ne subirono le conseguenze maggiori. Alla fine il maniero e il borgo capitolarono e vennero parzialmente distrutti, e la popolazione ebbe l'onere di rimediare con gabelle e diritti feudali nei confronti dei Grimaldi. Il castello dovette pertanto essere nuovamente ricostruito, ma con funzioni militari ridotte rispetto all'uso precedente. Nel 1634 il castello divenne di proprietà del Ducato di Savoia per poi ritornare, nel 1652, a Francesco Doria; nel 1806 fu venduto dalla famiglia a Stefano Cassini, per la cifra di 3.400 lire genovesi, che trasformò il castello nella sua residenza privata. Nel Novecento il nuovo erede del castello, Fruttuoso Cassini, chirurgo, ricavò all'interno dell'edificio due appartamenti che fece in seguito affrescare dal pittore Leonida Martini e realizzò inoltre un giardino pensile con un nuovo muraglione verso la chiesa. Oggi, dopo un periodo di abbandono, è di proprietà del Comune di Apricale che lo utilizza per mostre e convegni culturali. In un corridoio, ricavato tra le mura storiche del castello, è stata allestita la "Galleria del teatro" dove vengono esposte le varie locandine, a partire dal 1990, degli eventi culturali che si svolgono nel borgo. Sono inoltre conservate le sagome dei Tarocchi dell'artista genovese Emanuele Luzzati. Il castello è altresì sede del "Museo della storia di Apricale" dove, tra importanti documenti e reperti storici, sono conservati i celebri statuti apricalesi medievali del 1267. Per approfondire si può visitare il seguente link:
http://www.apricale.org/it/ilturismo_cosavedere_ilcastello.asp

martedì 20 dicembre 2011

Il castello di lunedì 19 dicembre



SISSA (PR) - Rocca Terzi

Il nome di Sissa deriva dal termine latino "sixia" ossia scisso, cioè il distacco del suo territorio da quello di Palasone, al quale in origine era unito, a causa delle alluvioni del torrente Taro. Nel 1084 fu feudo del Capitolo della Cattedrale di Parma e venne poi concesso dal figlio del Barbarossa, Enrico VI, in signoria alla Curia nel 1195. Incominciò così per il borgo un periodo ricco di gesta medievali che lo portarono ad un alto grado di potenza. I nuovi feudatari abbatterono la torre quadrangolare, eretta a difesa dai tempi del Capitolo, e costruirono una rocca difensiva imponente, munita di randelli e salienti. Con il dominio di Ottobono Terzi, gran capitano di Gian Galeazzo Visconti, Sissa conobbe il periodo di maggiore splendore e dovette sostenere innumerevoli, sanguinosi attacchi, specialmente da parte dei Rossi di San Secondo. Ottobono ebbe successo in diversi assalti sino alla morte avvenuta nel 1409, ucciso a tradimento da Attendolo Sforza. Per la sua vicinanza al Po, Sissa fu oggetto di contesa tra la Repubblica di Venezia e il ducato milanese. I Veneziani si impossessarono di Sissa nel 1440 e rasero al suolo la Rocca, già molto danneggiata: le cronache del tempo dicono che il restauro fu ritenuto troppo costoso... Tornati i Terzi in possesso della Rocca, la ricostruirono in proporzioni modeste e, col passare degli anni, la città perse sempre più importanza. Della costruzione primitiva venne mantenuto solo il mastio che conserva ancora l'aspetto antico, con caditoie e beccatelli, seppur privato del ponte levatoio. La rocca subì un nuovo saccheggio nel 1551 durante nuovi scontri fra Rossi e Terzi, che videro la prevalenza ancora una volta di questi ultimi. Nella prima metà del XVIII secolo, l'ultimo conte Terzi diede in sposa la figlia Corona al marchese Bonifacio II Rangoni che assunse anche il nome di Terzi. Nel medesimo periodo, venne chiamato Sebastiano Galeotti ad affrescare le stanze della Rocca. Gran parte dell'aspetto attuale della rocca è frutto di una ristrutturazione settecentesca che ha collegato l'antico torrione-mastio cinquecentesco con i corpi residenziali laterali facendogli assumere l'aspetto di un palazzo signorile. Nelle parti settecentesche si notano degli inserimenti in cotto (finestre, fasce marcapiano, scalette, bugnati). La storia prosegue fino al 1805 quando furono sopressi i feudi e al conte di Sissa rimasero terreni, case e il castello. A metà Ottocento tutti i beni dei Terzi passarono in mano ai Raimondi. Per tutto il secolo la Rocca era accessibile frontalmente per mezzo di uno stretto ponticello in muratura. Dalla “piazzola” un altro ponticello, ortogonale al precedente, congiungeva l’abitato con la sede del dazio comunale, isolato da un muretto che insieme alle spallette dei ponti formava un quadrilatero nettamente staccato dalla parte occidentale del paese. Una serie di abbattimenti successivi ha portato, agli inizi del Novecento, alla costruzione di un monumentale scalone in muratura, cemento e marmaglia, posto dirimpetto alla strada ritagliata nel verde della vecchia ortaglia. Gli interventi più recenti riguardano la scala laterale, posta nella facciata orientale, ricostruita in cotto e cemento negli anni Cinquanta, e lo scalone d’ingresso sorto nel 1986, previo abbattimento del precedente. I Raimondi nel 1900 vendettero la rocca per 45 mila lire al Comune di Sissa, il quale la fece diventare sede degli Uffici Municipali, funzione che mantiene tuttora. All'interno si trovano vaste aule settecentesche con volte a vela e a crociera (una delle quali, con l'affresco del Giorno che scaccia la notte di Sebastiano Galeotti) funge da sala consiliare. Medaglioni ovali a soggetto mitologico corrono lungo le pareti dello scalone rifatto in marmo. Al primo piano si trova l'atrio con un Ganimede rapito sul soffitto. In una stanza è custodito un orologio esemplare di indiscusso valore, in ferro forgiato a due treni, restaurato e perfettamente funzionante: al tempo fu posto sulla torre e, poiché a carica manuale, richiedeva la presenza costante di un addetto. La campana dove batteva le ore è datata 1548 ma l'orologio è senza dubbio di parecchi anni più vecchio. Di grande effetto sono i bui sotterranei, illuminati da piccole “bocche di lupo”, con i loro soffitti a volta e le pareti in mattoncini faccia a vista.

domenica 18 dicembre 2011

Il castello di domenica 18 dicembre







BASSIANO (LT) – Cinta muraria e Palazzo Caetani

Le origini di Bassiano si perdono nel periodo di dominazione romana dell'area lepina. Una convizione supportata dall'analisi etimologica del suo nome che potrebbe essere legato all'esistenza di un "Fundus Bassi" (possedimento di tale Bussus), divenuto poi "Bassianus" con l'aggiunta del suffisso indicante il possesso o la proprietà. I primi insiediamenti accertati risalgono al X secolo D.C., ma furono completamente distrutti nel 1159 dal passaggio delle truppe di Federico Barbarossa. Per questo motivo intorno all'XII-XIII gli abitanti e i monaci benedettini, scampati all'invasione, decisero di rifugiarsi nella parte superiore (la "Majùra"), dove attualmente sorge il paese, e di realizzare una cinta muraria di fortificazione con nove case-torri per l'avvistamento di eventuali truppe nemiche. Nel 1240, Gregorio IX nominò Signore dei Castelli di Sermoneta e Bassiano Trasmondo Annibaldi, per ringraziarlo dell’aiuto ricevuto contro i tentativi di invasione di Federico II. Gli Annibaldi governarono il paese fino al 1297 anno in cui il castello passò in possesso dei Caetani che lo governarono fino alla soppressione dei feudi, fatta eccezione che per un decennio (1492 - 1502) in cui si insediarono i Borgia. Furono i Caetani, che si fregiarono del titolo di "Principi di Bassiano", a realizzare il castello ed una seconda cinta muraria, più esterna rispetto alla prima e dotata di tre porte d’accesso al borgo. Le maestose mura castellane, fatte costruire nel XIII secolo, costituiscono la struttura a spirale del paese, una serie di scalette crea un gioco tra i vicoli e passaggi nascosti che culminano verso la collina in cui troneggia la chiesa di S. Erasmo e la piazza della Torre Civica. Bonifacio Caetani nel 1554 fece poi costruire un importante palazzo, quale rifugio delle insidie della palude e luogo di cura per la sua salute malferma. Il palazzo inglobava nel suo interno case e botteghe medievali che i Caetani nel corso del XV secolo avevano acquistato in località “Porta salamandra” che era la principale via di accesso al Castrum. Nel 1541 Camillo Caetani promulgò gli statuti di Bassiano. Palazzo Caetani, di cui è difficile trovare immagini sul web, è attualmente sede del Municipio.

sabato 17 dicembre 2011

Il castello di sabato 17 dicembre



TORRITA TIBERINA (RM) – Castello Savelli

Sorge nella parte più alta del paese a circa 650 metri di altezza a dominio della valle del Tevere e della Sabina e risale nel suo nucleo più antico alla seconda metà del Duecento, momento in cui il borgo passò nelle mani dei Savelli. Ancora prima, nel 700, a Torrita fu eretta una torre di segnalazione che da quel momento assunse la sua funzione emblematica e nei secoli successivi venne probabilmente inglobata nel castello. Nel medioevo la storia di Torrita (che diventerà Tiberina soltanto sul finire del 1800) è infatti indissolubilmente legata alla nobile famiglia Savelli. Il loro interesse per Torrita Tiberina si materializzò nel 1285 quando Giacomo Savelli, figlio di Luca e nipote di Papa Onorio III, salì al soglio pontificio con il nome di Onorio IV. Due papi in una generazione garantirono al casato diversi beni tra cui estesi possedimenti a Roma e nel Lazio. Torrita è parte dei beni lasciati da Onorio IV al fratello Pandolfo e al nipote Luca che porta lo stesso nome del padre del papa. Il testamento venne inutilmente contestato dai Benedettini di Sant’Andrea in Flumine in quanto li privò di una consistente porzione di terre assegnate in passato all’abbazia. Appianato il dissidio con i monaci, i feudatari diedero impulso alla fortificazione del borgo munendo il castello di una nuova cinta muraria e di due torri circolari. In seguito per i Savelli di Torrita ebbe inizio una lenta e progressiva decadenza che li costrinse a vendere il feudo agli Orsini, i quali lo detennero per circa due secoli. Nel 1586 l’abate di Fossanova Valerio Orsini, per esigenze economiche, lo vendette a Tommaso Melchiorri dei marchesi di Recanati. Si devono ai cospicui interventi di queste due ultime signorie, le forme attuali della fortezza. I marchesi di Recanati, nel 1819, vendettero il feudo di Torrita alla principessa Cristina di Sassonia che lo mantenne sotto la sua giurisdizione per circa trenta anni durante i quali si effettuò il restauro del Palazzo Baronale. Nel 1853 la principessa lo cedette al principe Alessandro Torlonia. Il castello era posto a difesa dell’ingresso al borgo, che avveniva per mezzo di un fossato e di un ponte levatoio. La struttura oggi si presenta a pianta quadrangolare con due massicce torri angolari circolari su base a scarpa. Numerose sono state le trasformazioni subite dal complesso durante i vari passaggi di proprietà , tra le quali quella che interessò una delle torri del castello, impiegata nella costruzione della chiesa di San Tommaso. Di proprietà comunale, è oggi divenuto albergo e ristorante, gestito dalla cooperativa sociale "Le Mille e una notte - onlus". La finalità della cooperativa è quella di creare un posto nuovo che differisca da qualsiasi altro ristorante non solo per la qualità del servizio ma soprattutto per le motivazioni e gli ideali che l'hanno fatto nascere e crescere. L’edificio si compone di 5 piani e 44 vani comprensivi di "casa, corte, molino, tinello e grotta".

venerdì 16 dicembre 2011

Il castello di venerdì 16 dicembre



OYACE (AO) – La Tornalla

Si tratta di una torre a pianta ottagonale, unico esempio in Valle d'Aosta, che secondo una leggenda sarebbe stata edificata da un gruppo di Saraceni, rifugiatisi in Valpelline forse intorno al 1000 d.C. Posta sopra un cucuzzolo quasi isolato tra il torrente e la montagna, essa ha un diametro interno di mt. 3,50 ed i muri dello spessore di quasi 2 metri onde il diametro esterno raggiunge m. 7.50. La torre è alta m. 11.70 e la sua porta d'ingresso è situata a notevole altezza dal terreno circostante. Già citata in un documento del 1197 nel quale si legge che un certo Ricalmo regalò alla chiesa di sant'Orso un allodio ad Ayacy, la Tornalla appartenne prima a dei non meglio precisati signori di Oyace. Amedeo IV conte di Savoia, figlio di Tommaso I, fece smantellare il castello per presunta iniquità del signore di Oyace. Lo smantellamento avvenne all'incirca tra il 1233 e il 1253. Tra questa data e il 1287 i baroni di Quart estesero la loro giurisdizione sull'alta Valpelline, prendendo possesso del fortilizio. Il fatto viene menzionato nelle udienze generali tenute in Valle d'Aosta da AmedeoV, nel 1287.

Il castello di giovedì 15 dicembre



ETROUBLES (AO) – Torre di Vachéry

Ubicata nella frazione Vachéry, da cui ha preso nome la famiglia proprietaria della torre, è un massiccio parallelepipedo a pianta quadrata, con mura in pietra spesse quasi due metri e aperture caratterizzate da particolari architettonici degni di nota. La torre, costruita nel XII secolo, su fondamenta romane, appartenne ai nobili De La Tour d'Etroublese e ai De Vacheria. Nata in origine come torre per le segnalazioni, assunse poi funzioni residenziali come provano i rimaneggiamenti delle aperture. Sul fronte occidentale conserva il profilo dell’accesso, ora murato, a notevole altezza dal suolo, con stipite e architrave monolitici e arco di scarico a tre conci. Durante la guerra la frazione di Vachéry fu bruciata a seguito di una rappresaglia nazista e la torre venne donata alla popolazione per ricavarne materiale per la ricostruzione; le operazioni di demolizione risultarono però troppo complesse e la struttura fu salvata. Narra la leggenda che un conte di Savoia, venuto ad Aosta per le Udienze Generali, stava ritornando a Chambéry per la strada del Gran San Bernardo, quando, sorpreso da una bufera, fu costretto a chiedere asilo per la notte al vassallo della torre. Sembrandogli di non essere stato trattato con conveniente riguardo, il mattino seguente, lasciando il paese senza neppure salutare i castellani, diede ordine che si abbattesse l'edificio in cui aveva malamente dormito: il che, senza indugio, si cominciò a fare. Appena si rese conto della situazione, la nobile dama di Vachéry, che ben conosceva la generosità del suo signore, lo raggiunse e, gettatasi ai suoi piedi, chiese pietà per i suoi figli. Il Savoia, commosso, ordinò di sospendere la demolizione e reintegrò nei suoi diritti il vassallo. Ma, a ricordargli l'impegno di sudditanza nei suoi confronti, ordinò che non venisse mai restaurata l'ampia breccia che già era aperta nelle solide mura della torre e che ancor oggi induce chi la vede a chiedersi in quali circostanze abbia potuto prodursi.

giovedì 15 dicembre 2011

Il castello di mercoledì 14 dicembre





MONTECCHIO (TR) – Castello di Melezzole e Torre Errighi

Il castello di Melezzole è stato costruito nel XII secolo. Esso è costituito da tre cerchie concentriche di case e culmina in una piazzetta centrale. Nel 1495 Melezzole, assieme a Toscolano e Santa Restituta (con cui costituiva una "castellania" governativa con scopi quasi esclusivamente militari), fu presa in ostaggio dal re di Francia Carlo VIII, che ottenne un riscatto per la restituzione a Todi. Nel 1557 il borgo divenne dominio stabile di Todi, come testimoniato dallo stemma in forma di aquila tuderte che si trova sul torrione che domina la porta di ingresso, il quale conserva anche un affresco del XVI secolo raffigurante la "Madonna Protettrice". Nella storia di Melezzole ben s'inserisce quella di Torre Errighi, situata a circa 2 km dal borgo. Questa altro non era che un fortilizio ghibellino, feudo della famiglia Errighi-Brandolini, originariamente nobili di Guardea, trasferitisi nel comitato tudertino (Tuder era l'antico nome di Todi) nel 1302. La fortezza, sovrastata da un'alta torre di guardia, la Torre Errighi appunto, venne edificata nel punto strategico determinato dall'incrocio della strada da Todi a Melezzole e da qui alla montagna e quindi al Tevere. Il castello era caratterizzato dalla torre maestra, con scala in pietra, dalla chiesuola di Santa Barbara al lato meridionale della sua base (tuttora integralmente conservata) e dalle mura, intervallate da torrette aggettanti con merlature. Le comunicazioni con l'esterno erano assicurate da un'unica porta, munita di ponte levatoio. Nel 1500 questo maniero fu trasmesso per via dotale alla famiglia Alvi, che lo fece restaurare, come si legge in una iscrizione sormontata dallo stemma di famiglia che ancora oggi si trova sopra la porta d'ingresso. Per l'occasione vennero eliminate tutte le apparecchiature di guerra e forse le mura castellane, trasformando il luogo in una tranquilla ed ampia residenza di campagna come, in genere, avveniva nel Rinascimento per questo tipo di edifici. Nell'800 Torre Errighi passò agli antenati dell'ultimo proprietario, che ha contribuito oggi a realizzare l'Health Center Marc Mességué, un modernissimo centro benessere dotato di albergo.

mercoledì 14 dicembre 2011

Il castello di martedì 13 dicembre



SALEMI (TP) - Castello Normanno-Svevo

Sorge in posizione elevata e strategicamente dominante, eretto sulla base di un'antica fortezza greco-romana poi utilizzata dagli arabi e dai normanni. Ai piedi del complesso monumentale di carattere spiccatamente arabo si incrociano gli antichi percorsi che da Palermo conducevano a Marsala, e da Mazara del Vallo a Trapani. Interessante per la datazione dell’opera è l’incisione "I. C. N. C. R. I." -I(esus) C(ristus) N(azarenus) C(rucifixus) R(ex) I(udeorum)-, posta sulla faccia esterna dell’architrave della finestrella della torre cilindrica, che colloca l’edificazione del Castello dopo la sottomissione degli Arabi da parte dei Normanni nel 1070. I caratteri stilistici arabi della costruzione, fanno comunque supporre che i Normanni conquistatori si avvalsero delle maestranze arabe per la costruzione del castello. Altri elementi quali l’arco a sesto acuto, il notevole spessore murario, l’impianto tendenzialmente regolare e simmetrico, le volte a crociera con chiavi scultoree e costoloni modanati, le coperture dei vani con volte ad ombrello, la commistione geometrica del poligono-cerchio e nel caso specifico ottagono-cerchio, sono invece caratteristici dei castelli federiciani in Sicilia. Il castello di Salemi, nella forma unitaria e articolata giunta fino a noi, ha una corte quasi rettangolare cinta da muri su tre lati (nord-ovest, nord-est e sud-ovest) e da un edificio abitativo lungo il lato sud-est, un salone originariamente rettangolare tripartito in un secondo tempo; l'angolo nord è occupato da un corpo edificato ad un solo piano fuori terra, realizzato negli anni '30: il serbatoio idrico comunale. Il castello possiede tre torri angolari, una tonda (ovest) e due quadre (est, sud); una quarta torre (quadra?) esistente nell'angolo nord è probabilmente crollata nel secolo XVII. Nell'angolo tra la torre quadra maggiore (est) in pietra concia ed il muro esterno sud-est in opera incerta, si individua un tessuto murario che per la tecnica usata rimanda ad edifici di eta normanna o islamica, pur non escludendo l'età bizantina. La configurazione è semplice ed unitaria, nonostante le sopraelevazioni dei due vani laterali del salone rettangolare abbiano sminuito la forza svettante delle due torri quadre che, in origine, superavano in altezza tutte le fabbriche vicine. In età aragonese, furono quasi certamente edificate le sopraelevazioni viste in precedenza ed almeno altre due, oggi scomparse, e cioè un corpo a due elevazioni lungo il muro nord-est ed un corpo di guardia aggiunto all'esterno del recinto. Le torri quadre sono dei veri e propri prismi sovrapposti a sezione decrescente in pietra concia per circa metà dell'altezza e ad opera incerta nella parte superiore. La torre cilindrica, figurativamente composta da tre cilindri sovrapposti a sezione decrescente, è di opera incerta con due cinture in pietra concia che sottolineano i passaggi da una sezione all'altra, bucata solo da strette feritoie e da finestre rettangolari, a volte con feritoie nel davanzale. In sommita delle torri è un coronamento di merli rettangolari (in gran parte di restauro) con feritoie assiali. L'ingresso al castello è costituito da due archi acuti di diversa ampiezza, posti sullo stesso asse, separati da due fenditure entro cui scorreva la saracinesca; l'ingresso era difeso all'esterno da un corpo di guardia aggiunto nel XIV secolo, un vano rettangolare (m 7,30 x 3,30) con copertura lignea su mensole scultoree (restano in sito alcuni esemplari), demolito negli anni '60 nel corso dei lavori di restauro. Nel 1359 Riccardo Abbate, signore di Trapani, fedele ai Ventimiglia e a Federico III d'Aragona, chiamato da alcuni notabili, occupò la città di Salemi nel nome del re. Durante la notte, la città che lo aveva accolto al grido di "viva Federico!", a seguito di un equivoco e seguendo il partito chiaramontano, inneggiò al re Luigi di Napoli. Nel corso del tumulto che ne seguì, l'Abbate perse la vita mentre il partito dei Ventimiglia scacciò i chiaramontani; la citta "nel corso di poche ore, accolse e caccio 1'uno e 1'altro re". Nel 1392 la regina Maria e i due Martini, soggiornarono nel castello nel corso del viaggio da Trapani a Palermo. Nel 1629, con una solenne cerimonia svoltasi sembra nelle sale del castello, la citta inviò al re Filippo III di Spagna alcuni delegati incaricati di offrire 14.000 scudi in cambio della promessa di salvaguardia della propria demanialità. Nel 1653 il castello fu acquisito dal sacerdote Bruno, quale garanzia di un prestito fatto all' universitas di Salemi. E' in questo periodo che venne realizzato il balcone a petto con balaustra nella torre quadra sud ampliando il vano di una feritoia. Nel XIX secolo l'edificio subì un lento decadimento giacchè proprietà privata passata ai Mazzarese-Fardella ed ai conti Pepoli di Trapani, troppo lontani per avere qualunque tipo di interesse verso il castello. La comunità locale, intentò un processo di rivendica del suo possesso che si concluse agli inizi dell'attuale secolo con il pagamento di un risarcimento ai privati proprietari. Nel corso dei secoli, il Castello di Salemi venne adibito agli usi più disparati: da vera e propria inespugnabile cittadella (secc. XII-XVI) a semplice punto di osservazione e di avvistamento (secc. XV-XVI); da deposito di paglia ed attrezzature agricole (secc. XVII-XIX) a sede della Biblioteca Comunale (1934-1968). Nel 1968 le strutture del castello furono gravemente danneggiate dal terremoto. Oggi dopo una lunga opera di restauro, è di nuovo perfettamente fruibile.

martedì 13 dicembre 2011

Il castello di lunedì 12 dicembre



CISLAGO (VA) - Castello Visconti Castelbarco

E' certamente uno dei monumenti architettonici di maggior rilievo di Cislago, contornato da numerose corti rurali, dimore dei massari e dei contadini che costituiscono un organico tessuto urbanistico del paese. Le fonti storiche tradizionali fanno risalire la primitiva rocca feudale addirittura a prima dell'anno mille, più certi i dati che riferiscono della presenza del castello di Cislago all'epoca dei Visconti quando nel 1258, Uberto, fratello dell'arcivescovo Ottone, acquistò i beni di Cislago. Di quei secoli lontani l'edificio attuale conserva assai poco perchè durante l'invasione delle truppe svizzere di Matteo Schiner, cardinale di Sion, nel 1510 il castello fu quasi completamente demolito. Sopravvisse al cumulo di macerie soltanto una porzione significativa, in alzato, della torre nord (dietro il monumento ai Caduti). Un momento significativo della secolare vicenda del maniero fu quello della sua ricostruzione da parte di un altro Visconti, precisamente Cesare II, marchese di Cislago, nel 1620. I lavori si protrassero in verità per tutto il XVII secolo e continuarono anche sotto il figlio Teobaldo e il nipote Cesare III. Fu questo il periodo più intenso durante il quale sui ruderi del vecchio maniero medievale si ricostruì un palazzo signorile dalle forme più consone a una residenza di campagna con i tre corpi che chiudono a levante il grande cortile d'onore e il portico a colonne binate, mentre a ponente le due torri contengono la poderosa facciata che si apre sul giardino privato chiuso da una splendida cancellata in ferro battuto del XVIII secolo aperta sulla via principale. Un asse ideale trapassa tutta la costruzione dal giardino alla corte d'onore, distribuendo con un sapiente gioco di simmetrie i volumi dell'edificio e gli spazi che contornano il castello determinando un risultato architettonico di sicuro interesse tanto da evocare, per alcuni studiosi echi progettuali che rimandano ai grandi architetti del barocco lombardo. Il ' 700 è il secolo che vide il trapasso dai Visconti ai Castelbarco. La storia di questo casato vide i suoi discendenti occupare posti di rilievo e il castello arricchirsi di collezioni di quadri, oggetti antichi e libri rari. In quest'epoca, che vide diversi personaggi illustri come Pietro Verri ospitati nel castello, venne realizzata una parte delle trasformazioni degli appartamenti interni dell'edificio, mentre sono nel secolo successivo gli interventi furono per lo più esterni, come il riempimento dei fossati e in particolare sul fronte del giardino dove la facciata di mattoni a vista è stata ricoperta da intonaco per alterare con una decorazione a finto bugnato la fronte del castello. Nello stesso periodo furono rifatti i coronamenti delle due torri di facciata con merlature e beccatelli di gusto neomedievale tutti elementi caratteristici di certi rifacimenti ottocenteschi. Oggi il castello è abitato dagli attuali proprietari che appartengono alla nobile famiglia dei Conti Castelbarco.

sabato 10 dicembre 2011

Il castello di domenica 11 dicembre





BELMONTE CASTELLO (FR) – Castello

Belmonte Castello e' situato tra la Valle di Comino e il Cassinate ed ha un caratteristico centro storico posto sulla sommità di un rilievo ai cui pendii sorgono le prime abitazioni. Il nome ha origine dal latino Bellus Mons a cui fu aggiunto, nel 1862, il termine Castello. Sappiamo che il territorio nel 990 apparteneva al ducato di Capua per passare poi ai d’Aquino signori di Atina. Nel 1350 passò ai Cantelmo e nel 1464 ai Carafa; nel 1496 ai Borgia, e poi ai Navarro, ai Cardona, ai Laudato ed ai Gallio. Alla fine del Settecento passò al demanio regio e nel 1806 con le leggi sulla feudalità venne definitivamente liberato dai gravami feudali. Belmonte Castello ha sempre avuto una solida fortificazione ed ancor oggi sono' visibili non soltanto l'alta Torre ma anche la cinta muraria, con le sue tre porte principali ed il luogo dove sorgeva il castello, distrutto nei bombardamenti dell'ultima guerra. Dell'edificio, probabilmente fatto costruire dai Cantelmo conti di Alvito, rimangono in piedi oggi soltanto le due colonne in pietra dell'ingresso.

Il castello di sabato 10 dicembre



PALO LAZIALE (RM) – Castello Odescalchi

I primi documenti in cui si menziona un 'Castellum' e un 'Castrum' Pali risalgono al 1254 e al 1330 quando Palo appare, rispettivamente, come proprietà prima dei Normanni e poi dei Monaci di S. Saba. Costruito molto probabilmente sotto il Pontificato di Pio II Piccolomini, nominato Papa il 19 Agosto 1458, il Castello, in seguito alle lotte baronali del XV sec. che videro implicata la casata Orsini, fu diroccato. Il maniero è “dirutum” quando, nel 1509, Prospero D’ Acquasparta lo vendette in nome di Giulio Orsini a Donna Felice Orsini della Rovere. Notevoli restauri furono eseguiti, tra il 1513 e il 1521, per volere di Leone X Medici che ne fece luogo di soggiorno per sè e per la corte pontificia durante le numerose battute di caccia. Pochi anni dopo il castello venne nuovamente rimaneggiato con una nuova fronte fortificata, realizzata nell'ottica del rafforzamento delle struttura di difesa costiere del Lazio. Nel 1573 Paolo Giordano I Orsini vendette il castello al cardinale Alessandro Farnese per 25.000 scudi. L’edificio venne acquistato nel 1693 dagli Odescalchi; passò quindi per vendita al duca Grillo di Genova e al marchese Carlo Loffredo di Treviso, per tornare ancora agli Odescalchi nel 1870. Nel 1884 Livio Odescalchi fece donazione del possedimento di Palo al figlio secondogenito, Ladislao, che prese residenza nel castello. Intorno a questo era cresciuto un piccolo borgo e per allontanarne gli abitanti e i villeggianti, il principe Odescalchi fondò nel 1888 la cittadina che da lui prese il nome, in una striscia di terreno tra i torrenti Vaccina e Sanguinara. Il tracciato fu opera dell'ingegnere Vittorio Cantoni. L’edificio fortificato è articolato secondo una pianta che rispetta i canoni fondamentali della tipologia castellana: è composto da quattro corpi di fabbrica in schema quadrangolare atti a formare una corte interna. Si tratta di un esempio originale per quanto riguarda il Lazio: è infatti un vero e proprio palazzo baronale in posizione costiera che si sostituisce alle consuete rocche o torri che la norma difensiva voleva a guardia delle coste. Le difese sono sottilineate, a parte il lato che prospetta il mare, da un ampio fossato e da una cinta di mura che corre tutto intorno. Anche l’accesso è guardato da un piccolo impianto difensivo formato da due torri. Sulle quattro facciate si aprono ampie finestre disposte su tre piani. Il castello, che continua ad essere abitato dalla famiglia Odescalchi, è una delle più belle ed affascinanti strutture della regione. Per approfondire si può visitare il seguente sito:
http://www.castelloodescalchi.com

Il castello di venerdì 9 dicembre



NANNO (TN) – Castello

Del suo nucleo originario, costruito in epoca medievale dalla famiglia Nanno e distrutto poi dai Tono rimane solo una torretta diroccata a ridosso della facciata nord-est. Infatti la ricostruzione attuata a metà Cinquecento dalla famiglia dei principi vescovi Madruzzo, e in particolare da da Giovanni Gaudenzio di Nanno-Madruzzo, trasformò il castello in un'elegante residenza estiva il cui aspetto, più di ogni altro castello della Val di Non, si avvicina ai canoni rinascimentali italiani. La struttura quadrata, di forti echi palladiani, è caratterizzata dalla robusta torre centrale e dalla cinta merlata, rafforzata agli angoli da quattro torrette di controllo. I diversi piani del castello, le cui stanze ricordano per i soffitti lignei e per gli affreschi l’elegante e fastosa vita d’un tempo, sono collegati tra loro da una scala in pietra con parapetto a colonnine. Castel Nanno è anche cornice di una leggendaria e tragica storia d’amore: quella di Melisenda, figlia del padrone del maniero, e Ludovico, giovane rampollo della famiglia Sporo, antica avversaria dei nobili di Nanno. La leggenda narra di come i due giovani continuassero ad amarsi all’insaputa dei genitori fino a quando non furono scoperti dal padre della giovane che furibondo ordinò di far murare vivi i due amanti in due piccole nicchie poste sotto la scala maggiore del maniero. Era la sera del 2 maggio di moltissimo tempo fa e da quel giorno, si dice, che ogni anno, durante le fresche notti di maggio, il lamento dei due giovani sfortunati riecheggi tra le mura dell’antico castello. Il castello fu testimone di un altro drammatico evento. Il 16 giugno 1615 vi ebbe luogo un processo per stregoneria a carico di Vigilio e Maria Rosati di Romeno, e nel XVIII secolo vennero processate e condannate al rogo tre giovani donne accusate di stregoneria: in una stanza al pianterreno del castello è visibile una pietra con tre croci incise, testimonianza del tragico evento che vi ebbe luogo. Oggi Castel Nanno è chiuso al pubblico essendo una residenza privata, appartenente alla nobildonna Carla Pazzi del Rio. Salendo verso il colle su cui svetta l’antico edificio è possibile avere una bella panoramica sulla valle sottostante e sul gruppo delle Maddalene, ad autunno inoltrato già incappucciate di neve.

giovedì 8 dicembre 2011

Il castello di giovedì 8 dicembre



BOSA (OR) – Torre Aragonese di Bosa Marina

Detta anche torre dell'isola Rossa, è la più antica e importante della zona, una delle più imponenti di tutta la Sardegna. Venne edificata intorno al 1572 ed era in stretto collegamento visivo con la Torre di Columbargia a sud e la Torre Argentina a Nord in quanto, ovviamente, venne costruita con scopi di difesa dalle invasioni saracene. Si articola in forme massicce con una base troncoconica sovrastata da un cilindro di circa 20 m di diametro. La volta a cupola è sorretta da nervature e da un pilastro centrale. Secondo gli studiosi di architettura militare essa presenta caratteristiche ascrivibili al XV secolo. Il riempimento e la scarpatura della base, separata dalla parte superiore, cava ed appiombata da un toro (redendone), con la funzione di deviare eventuali schegge di proiettili, assieme alla bertesca caditoia e protezione del boccaporto), rispettano le teorie del Martini, architetto della fine del '400. Altrettanto dicono le troniere poste all'interno. L'arma che campeggia sopra l'ingresso (quattro pali verticali) potrebbe appartenere ai Villamarì, signori della città fino al 1556, che accrebbero notevolmente i diritti di commercio del porto. Nel Parlamento del 1586, il sindaco della città chiedeva che “si perfezionasse il lavoro della torre perchè, da alcuni anni, i barbareschi erano più frequenti in questi mari giacchè la città ed i paesi vicini avevano fatto assai per costruirla nella maggior parte”. Il Parlamento del 1643 accordò al consiglio cittadino di “sistemare la cisterna” con “l'apertura all'interno” della torre stessa. Il provvedimento non fu mai attuato, come dimostra un'identica richiesta, anch’essa inevasa, del 1773. Nel 1796 vi furono imprigionati i fratelli Areddu di Mores e don Massidda di Busachi, implicati nei moti angioini. La torre rimase attiva fino al 1843. I cannoni collocati come bitte nel porto sottostante sono probabilmente precedenti a quelli in uso al momento dello smantellamento. Oltre che come difesa contro i barbareschi, assolse a funzioni doganali, sanitarie e di guardia del porto, con autorizzazione alla riscossione dei diritti di ancoraggio.Considerata la sua importanza, fu sempre presidiata da un contingente di uomini superiore alle altre torri e passò molto presto a carico del Regio Erario. Agli inizi del 1700 richiedeva una delle spese più alte dell'isola: costava, tra manutenzione e personale, 883 lire (relazione Remy). Nello stesso secolo era difesa, secondo il resoconto di varie ispezioni, da otto uomini: un alcaide, un artigliere e sei soldati. Alla torre erano anche assegnati sei forzati, adibiti probabilmente a lavori domestici (relazione Davisto). Armata sicuramente, nel 1500, di petrieri che sparavano dalle troniere, aveva nel 1600, quattro cannoni e, nel 1700, sei cannoni, due petrieri, quattro mortai, un consistente corredo di granate e di bocce da fuoco. Vi era anche un grande numero di pietre da lanciare dagli spalti. Si accedeva all'interno tramite una scala di legno che veniva calata all'alba e ritirata al tramonto.L'ingresso era protetto da un boccaporto di legno rivestito di lamine di ferro. A protezione del corridoio d'ingresso calava una serraglia che, nel 1773 dovette essere bruciata perchè, troncatasi la catena, aveva inprigionato gli stessi torrieri. L'interno, tramezzato, ospitava le camere dell'alcaide e dell'artigliere. C'era ancora una piccola prigione, mentre la nicchia di una troniera era adibita a casamatta. Sulla piazza d'armi, alla destra della garitta delle scale, una tettoia in canne e coppi (mezzaluna) riparava i soldati e le munizioni. In posizione opposta alle scale era la garitta della latrina, che scaricava all'esterno. Talvolta la Torre Aragonese viene utilizzata per l'allestimento di mostre. Normalmente essa è visitabile la domenica dalle 16 alle 19.

Il castello di mercoledì 7 dicembre



LAMEZIA TERME (CZ) – Bastione dei Cavalieri di Malta a Sant’Eufemia

E’ una torre a pianta quadrangolare situata nel territorio del comune di Lamezia Terme, nei pressi di Gizzeria Lido. Si differenzia dalla maggior parte delle torri costiere sparse nel Sud Italia, già Regno di Napoli o Regno delle due Sicilie, per lo spessore dei muri che è di qualche metro e che ne permetteva la difesa da attacchi con armi da fuoco. È notevole il fatto che sia in completo stato di conservazione a differenza della maggior parte delle torri costiere che sono in forma di ruderi o andate completamente distrutte. Ciò è dovuto alla solidità della struttura stessa ed alle opere di manutenzione dei vari proprietari. Il Bastione apparteneva ai Gerosolomitani ed era detto così perchè sorgeva appunto nel feudo dei nostri Cavalieri di Malta. Fu costruito intorno al 1550 dal vicerè di Napoli, Pedro di Toledo, per difendere il regno dalle frequenti incursioni dei Turchi. Esso rappresentava il punto forte del sistema formato dalle contigue Torri di S. Caterina e di Capo Suvero, raccordate con quelle di Amantea a Nord e di Curinga Mezza Praia a Sud. Il Bastione dista pochissimi minuti dai ruderi dell'Abbazia Benedettina fatta costruire da Roberto il Guiscardo. Sotto il Baliato di Fra Signorino Gattinara, la torre fu modificata nella copertura e munita di macchine belliche nel 1650. Ce lo testimonia il marmo sotto la sua merlatura, sul lato destro dell'entrata. Sulla facciata est, dov'è la porta d'ingresso, in alto, si conserva tuttora lo stemma dei Gattinara, quello stesso che vediamo sulla chiesa di S.Eufemia del Golfo (Vetere) fatta costruire dal Gattinara: un'aquila coronata, con le ali aperte, nella metà superiore; una croce di S.Andrea accantonata da quattro gigli, in quella inferiore. Agli inizi del XIX secolo, in seguito alla scomparsa dei Cavalieri di Malta la torre fu ceduta a enti statali e infine a dei privati. Il Bastione di Malta compare nello stemma del comune di Lamezia Terme, in una forma stilizzata. Qui si può visitare "virtualmente" il bastione: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=95807

mercoledì 7 dicembre 2011

Il castello di martedì 6 dicembre



ROSIGNANO MARITTIMO (LI) – Castello

Ha origini molto antiche e si presume che il suo nucleo centrale sia stato eretto addirittura in epoca etrusca o romana. E' invece certo che in età medievale venne fatta costruire la fortezza vera e propria. Il castello medioevale di Rosignano Marittimo è sempre stato oggetto di controversie di potere e di assedi, legati alla sua strategica posizione di dominio rispetto al territorio circostante. Cosimo I de Medici, nel 1562, fece completamente restaurare il forte, distrutto in seguito agli attacchi da parte dei corsari turchi. Oggi si possono ancora ammirare le due torri circolari medicee di ponente e di levante, costruite con la pietra calcarea "travertino di Rosignano". Nel XVIII secolo, la torre di levante, che ha conservato in buono stato i caratteri costruttivi ed architettonici, fu adibita a prigione, mentre quella di ponente divenne terrazza della Fattoria Arcivescovile. La cattedrale del castello dedicata ai Santi Ilario e Giovanni Battista, oggi chiesa parrocchiale consacrata nel 1848, fonda le sue origini nell’anno 1704, anche se quasi certamente fu eretta su un antico edificio preesistente. Al 1700 risale anche l’arco di accesso al castello, sormontato dallo stemma Mediceo. La cisterna ubicata nei pressi di Palazzo Bombardieri, un tempo usata per l’approvvigionamento idrico del paese, è invece di origine rinascimentale. Oggi il castello è prevalentemente costituito da importanti edifici comunali quali il Palazzo Bombardieri, la Podesteria, il Palazzo della Fattoria Arcivescovile, il Palazzo Marini, il Palazzo Vestrini, la chiesa dei Santi Ilario Giovanni Battista e l’adiacente struttura che in passato custodiva la canonica. Il complesso si presenta in ottimo stato di conservazione grazie a recenti e sapienti lavori di restauro: proprio nel settembre 2008, nell'ambito di questo importante restauro, vi è stata l'inaugurazione del Palazzo della Fattoria Arcivescovile di Rosignano Marittimo, uno degli edifici più significativi del castello e che tornerà ad ospitare, tra l'altro, gli uffici di rappresentanza del Comune. Di notevole interesse è il Museo Civico archeologico allestito nelle sale del Palazzo Bombardieri in cui, tra l’altro sono conservate testimonianze degli insediamenti estrusco-romani nel territorio.

martedì 6 dicembre 2011

Il castello di lunedì 5 dicembre



PIANDIMELETO (PU) - Castello dei conti Oliva

L'edificio fu, in origine, residenza dei Conti Oliva, casata nobiliare il cui capostipite - un capitano agli ordini dell'imperatore Ottone III - ricevette in dono queste terre (assieme al titolo di conte) dallo stesso imperatore, nel momento in cui questi, nel 984 d.C., scese in Italia alla testa del suo esercito. Le sorti di Piandimeleto e del suo castello sono inscindibilmente legate alla famiglia dei conti Oliva, che dal piccolo possedimento di Piagnano si espansero nella zona divenendo una delle famiglie tra le più importanti, in grado di stabilire fortunati rapporti con i Malatesta, i Montefeltro, i Bentivoglio, i Gonzaga e perfino con i Medici. La loro astuta politica li portò ad ottenere una certa indipendenza, testimoniata proprio dalla presenza del nobile castello. Ottenuta l'investitura feudale del luogo da Papa Gregorio IX, gli Oliva continuarono, seppure con alcune brevi interruzioni, a mantenere il possesso del palazzo e a governare i territori circostanti per diversi secoli. Nel 1445, in uno di tali momenti di interruzione del potere degli Oliva, il castello fu quasi completamente distrutto da Francesco Sforza. Immediatamente dopo, però, venne ricostruito dal conte Carlo Oliva, colto personaggio rinascimentale che aveva maturato la sua preparazione culturale nell’ambito sia della corte di Sigismondo Malatesta che della corte urbinate di Federico da Montefeltro. Per il suo progetto egli infatti si servì di alcuni degli artisti del Duca, fra i quali Francesco di Simone Ferrucci: quest’artista fiesolano realizzò per Carlo le tombe dei genitori nella cappella di famiglia del convento di Montefiorentino. In realtà, però, i lavori del XV° secolo al castello Oliva consistettero nella ristrutturazione di un fortilizio già esistente ma di origini sconosciute. Esso doveva sorgere a picco sul fiume Foglia, come attestavano i ruderi visibili fino agli anni ’50. Il castello non appare come l’opera di una personalità ben definita ed ha quindi una fisionomia un po’anonima e lontana dalle moderne costruzioni fortificate fatte erigere dal duca Federico. Di pianta quadrangolare, somma in esso sia le caratteristiche del fortilizio che del palazzo signorile: ad attestare la sua funzione di fortilizio concorre la presenza di merli ghibellini, di beccatelli, del cammino di ronda e la presenza di poche e piccole aperture; elemento a testimonianza, invece, della sua funzione di dimora signorile è la facciata sud verso la piazza, caratterizzata dalla presenza di due ordini di finestre abbastanza ampie, il primo costituito da monofore ed il secondo da finestre con soglia e trabeazione in arenaria. Il conte Carlo cercò di dare alle stanze del castello un tono più che mai dignitoso, ispirandosi al palazzo dei duchi di Urbino da poco costruito: le numerose decorazioni riecheggianti quelle del palazzo dei duchi ed i soffitti voltati trasformarono una semplice dimora in un vero e proprio palazzo. Poco lontano dal palazzo dei conti Oliva si erge una spettacolare torre circolare sicuramente rinascimentale: il suo impianto circolare è da ricollegare alle architetture martiniane, presenti nell’urbinate in esempi numerosi. Il castello merita una visita per il severo cortile con portico ad arcate e ballatoi sostenuti da pilastri, per il salone d'onore dalla grande volta a vela e per gli interessanti elementi decorativi (peducci, lavabi a muro, camini), testimonianza di una ricca vita di corte. Terminata la signoria degli Oliva il Castello è comunque sempre rimasto alla comunità ed è stato nel tempo sempre sede della vita pubblica del paese.Oggi ospita il Museo di Scienza della terra, il Museo di Arte contadina, il Museo dell'Araldica einoltre conserva il suo valore di simbolo di Piandimeleto e si offre per importanti manifestazioni pubbliche.

domenica 4 dicembre 2011

Il castello di domenica 4 dicembre





LAGNASCO (CN) – Castelli Tapparelli

Il centro di Lagnasco probabilmente deve la sua origine ad una donazione di Adelaide ai monaci dell’ordine di San Benedetto. Infatti, agli inizi del XI secolo una comunità monastica proveniente da Pinerolo occupò queste terre con l’intento di dissodarle; in breve tempo accanto al centro religioso si formò il primo nucleo abitativo. Pressappoco nello stesso periodo fu costruito un fortilizio difensivo, per volere dei marchesi di Busca, che costituì la parte più antica del castello vero e proprio, il quale nel Trecento, in un’epoca di continue lotte che ebbero come protagonisti anche gli Angiò venne ampliato e riorganizzato da Manfredo IV di Saluzzo. Il 4 maggio del 1341 Tommaso II di Saluzzo vendette il castello e il feudo di Lagnasco a Goffredo Tapparelli e Petrino di Falletti di Alba, ma questa decisione fu causa di un’aspra contesa tra le due famiglie; vi si mise fine solo con l’intervento di Amedeo VI di Savoia, il "Conte Verde", e con l’assegnazione della proprietà ai Tapparelli, in cambio di transazioni finanziarie a favore dei Falletti. Nel 1349 la famiglia Tapparelli stabilì nel luogo la propria residenza, all’interno di una grande torre detta “torrazza”, abbattuta nel 1581. Col tempo i membri della famiglia prosperarono e le esigenze di vita fecero si che l’edificio originale subisse ampliamenti e modifiche. Nel Quattrocento Benedetto Tapparelli procedette ai lavori di ristrutturazione e di abbellimento del complesso, che strutturalmente risulta composto da quattro parti sempre gestite in comproprietà tra le varie discendenze della famiglia principale. A questo proposito è interessante segnalare una piccola curiosità: presso Casa Cavassa (Saluzzo) si può ammirare l’intricato albero genealogico della casata nobiliare. Nello specifico la parte rivolta a levante del castello apparteneva ai Tapparelli di Lagnasco e vi fu ospitato nel 1630 il duca sabaudo Carlo Emanuele I; quella a nord era dei conti Vacca di Piozzo; la parte situata al centro, si sa che fu proprietà, fino nella seconda metà dell’Ottocento, del marchese Carlo Pilo Boyl di Putifigari (dotata di una preziosa porta in legno di vite del 1570 che dava accesso al castello); la parte posta ad ovest appartenne fino al 1850 al conte Giannazzo di Pamparato. Le tre torri angolari del complesso architettonico furono edificate tra il 1455 e il 1477 unite da maniche che furono elevate tra il 1500 e il 1530. Gli interventi di ristrutturazione del 500’ rimodellarono l’edificio conferendogli un aspetto di dimora residenziale e in quanto tale esso venne arricchito di un apparato decorativo che oggi risulta essere una delle testimonianze più importanti dell’arte rinascimentale in Piemonte. Entrando nell’edificio, al primo piano troviamo il salone degli scudi, che conserva un fregio araldico con 167 scudi ripartiti tra le travi del soffitto e le pareti. Di notevole rilevanza storica risulta essere l’affresco della parte nord, in cui sono raffigurati i castelli di Lagnasco e in lontananza, sullo sfondo, quelli di Manta, Saluzzo e Verzuolo. Sulla parete opposta trova posto un affresco con raffigurazioni paesaggistiche e personaggi mitici, probabile opera di Pietro Dolce, artista che lavorò in questa zona nella seconda parte del 1500, o della sua scuola. Nell’ala di ponente è degna di rilievo la sala di rappresentanza, detta anche sala della giustizia, da tempo oggetto di analisi da parte degli studiosi in quanto fornisce un esempio del fasto e della ricchezza delle dimore signorili sul finire del ‘500. L’ambiente rettangolare ,di vaste proporzioni e molto luminoso, con un ricco soffitto cassettonato e stucchi, presenta cinque grandi decori pittorici aventi per oggetto il tema della giustizia. Il castello di Lagnasco è stato definito il più importante monumento rinascimentale del Piemonte ed è stato oggetto di un'importante processo di restauro e di riqualificazione, conclusosi nel 2008, allo scopo di restituirlo alla godibilità collettiva. Il personaggio più noto della famiglia Tapparelli fu lo scrittore e ministro di Carlo Alberto, Massimo d'Azeglio. Per approfondire si possono visitare i seguenti siti: http://www.castellidilagnasco.it/ e http://www.castellilagnasco.blogspot.com/

Il castello di sabato 3 dicembre



RIGNANO SULL’ARNO (FI) – Castello di Volognano

Posto è posto sulla cresta di una delle ultime colline che dal Poggio di Firenze degradano sull’Arno, domina da una posizione strategica e panoramica la confluenza tra quest'ultimo e la Sieve, i territori di Pontassieve, Vallombrosa, Pratomagno e Valdarno. L'origine dell'insediamento sembra risalire all'epoca Romana, resti di una costruzione di questo periodo sono stati rilevati a podere Bertinga, sulla pendice ovest del castello. Si tratta delle fondamenta di un muro – dello spessore di 60 cm – in opus coementicium, affiorate durante i lavori agricoli, mentre sulla superficie del terreno furono rilevati detriti di laterizio e di ceramiche del periodo classico, pezzi di anfore e colaticci di piombo. La località è ricordata per la prima volta nel 1214 in documenti riguardanti la chiesa di San Michele a Volognano, mentre il castello viene nominato in una carta del monastero di Vallombrosa del 1220 ed in un atto del 1299 stipulato in 'castro de Volognano'. Nel Medioevo il castello è stato residenza della famiglia da Quona, signori del castello omonimo sopra a Remole, dopo la distruzione dello stesso da parte dei fiorentini (1143). Stabiliti a Volognano ne adottarono il nome per distinguersi da altri rami della famiglia. I Da Quona da Volognano furono coinvolti nell’incendio doloso del centro di Firenze, durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, per questo nel 1304 il governo Guelfo fece occupare e disfare il castello, incamerandone i beni. Nel secolo XV il castello era posseduto in parte dai Da Volognano (che adottarono il nome Del Rosso Da Volognano) e per il resto dai Martellini della Cerva. I contrasti fra le due famiglie erano forti e i Del Rosso continuarono ad affermare anche più tardi i loro diritti sulla chiesa di San Michele della quale mantennero il patronato. I Martellini della Cerva diventarono poi proprietari di tutto il castello, che poi passò alla famiglia Anforti o attraverso una vendita oppure per vie ereditarie attraverso il matrimonio (1788) di Teresa Arnaldi (morta nel 1793), figlia di Giuseppe Arnaldi e di Gostanza Verginia Martellini (ultima discendente della sua famiglia), con Luigi di Francesco Anforti (1764-1806). Dagli Anforti il castello passò ai Della Ripa e poi in eredità alla famiglia D’Ancona. Il torrione cimato, tratti di muratura costituiti da pietre di alberese di disposte in corsi regolari e paralleli, un portale tamponato con arco a sesto acuto, la finitura delle pietre ancora visibile su un lato della torre, rendono plausibile una datazione della struttura originaria alla seconda metà del XIII secolo. L’aspetto attuale è quello di una villa-fattoria di gusto spiccatamente neo-gotico, dominato ancora dalla possente torre merlata del mastio. La chiesa di San Michele è ubicata all'interno del castello, al centro di una piazzetta. L’insieme è circondato da una cinta muraria dalla forma ellittica attraversata da un'unica strada alla quale si accede attraverso due porte con arco a tutto sesto, parzialmente conservate. All’interno sono sorte nel corso dei secoli abitazioni e infrastrutture. Il borgo ha un suo sito internet che è il seguente: http://www.volognano.it/

sabato 3 dicembre 2011

Il castello di venerdì 2 dicembre



AREZZO – Fortezza Medicea

Eretta sul colle di San Donato (viale B. Buozzi) ad Arezzo, sull'area dell'antica cittadella medioevale risalente al IX o X secolo e più volte demolita e ricostruita, costituisce un importante esempio di architettura militare difensiva cinquecentesca. L'edificio, perfettamente inserito nella cinta muraria e dall'impianto pentagonale irregolare, per adattarsi al terreno, con bastioni di differente impostazione e scarpa di notevole altezza in confronto alla parete a piombo, sorge alla sommità della spianata del Prato (305 m). La Fortezza venne costruita, rispettando in parte i disegni originali di Giuliano e di Antonio da Sangallo, tra il 1538 e il 1560 per ordine di Cosimo I de' Medici. I lavori furono diretti da Antonio da Sangallo il Giovane e Nanni Unghero e assorbirono parte dell'edificio precedente, di forma trapezoidale: la nuova costruzione, su cui si aprivano tre porte, era circondata da un ampio fossato, e comprendeva i bastioni del Belvedere, della Spina, della Diacciaia sul fianco occidentale e gli ambienti interni, costituiti da un intricato reticolo di stanze, galle¬rie, pozzi e prese d’aria, dislocati a diversi livelli ed in gran parte non praticabili. Originariamente dotata di tre porte e circondata da un ampio fossato, la Fortezza rimase in efficienza fino al tardo Settecento. Nell'Ottocento l'edificio venne in parte demolito dai Francesi per poi essere ristrutturato più volte a partire dal 1868. Il Comune di Arezzo divenne proprietario della Fortezza a fine Ottocento, in seguito al lascito del conte Enrico Falciai Fossombroni. Fu adattata a giardino e passeggio per il pubblico con diversi lavori eseguiti nel periodo 1896-1904. All'interno di uno dei bastioni è stata rinvenuta una porta della fortezza trecentesca, adorna di una notevolissima statua di San Michele Arcangelo, ora conservata nei musei della città. Gli spalti della Fortezza costituiscono un punto panoramico sulla città, la valle dell'Arno, il massiccio del Pratomagno e l'alpe di Catenaia. Attualmente la Fortezza è in restauro e tornerà al suo splendore originario nell'Estate del 2012. Per leggere maggiori informazioni sui lavori di restauro si può visitare il seguente link: http://eccolatoscana.myblog.it/archive/2010/11/15/arezzo-il-restauro-della-fortezza-medicea.html

giovedì 1 dicembre 2011

Il castello di giovedì 1 dicembre



LATIANO (BR) – Palazzo Imperiali (o Castello)

E’ il monumento simbolo di Latiano. Edificato nel XII secolo come fortezza, l’edificio originariamente era circondata da un fossato. Subì numerose trasformazioni col passare dei secoli, in particolare alla fine del ‘600 durante il governo di Carlo Imperiali III, marchese di Oria e Francavilla. In questo periodo perse i connotati di struttura difensiva per rientrare nel gusto dell'architettura salentina dell'epoca, come dimostrano i motti latini e la grande iscrizione dell'arco ribassato che inquadra l'apertura sopra il portone di accesso. Del 1724, così com'è inciso sui frontespizio del Palazzo, è l'ultimo e più importante intervento su questa struttura. Nel 1753 il Palazzo compare nel Catasto Onciario. Le sue torri quadrate su via Spinelli conservano l’originale struttura cinquecentesca. La famiglia Imperiali rimase proprietaria del palazzo sino al 1909, quando il marchese Guglielmo Imperiali, ultimo discendente della casata francavillese, lo cedette al Comune che vi insediò i suoi uffici. Oggi il palazzo ospita inoltre la biblioteca, la mediateca e il Museo del Sottosuolo, suddiviso in quattro sezioni (Biologia del Sottosuolo, Geologia, Paleontologia gen. e Paleontologia umana). Il palazzo presenta una pianta squadrata con un loggiato sulla facciata sormontato da un grande arco, entro il quale è inserito lo stemma degli Imperiali. All’esterno inoltre, un portale bugnato e finestre riccamente decorate. A destra vi è la chiesetta dell’Immacolata, nata come cappella gentilizia degli Imperiali, all’epoca collegata direttamente al palazzo. Molto interessante, all’interno dell’edificio, è il Salone di rappresentanza, con decorazioni e pitture dell'artista latianese Agesilao Flora (1863-1952): in tre riquadri sono rappresentati “Roma”, “Il Salento” e “L’Italia” mentre sulla parte centrale del soffitto è dipinta una allegoria. Sempre nel Palazzo è stata sistemata una raccolta di quadri di scuola napoletana e veneta del’600 e ‘700.

mercoledì 30 novembre 2011

Il castello di mercoledì 30 novembre



SERRACAPRIOLA (FG) – Castello D’Avalos-Maresca

Il primo documento storico in cui si hanno notizie del castello risale al 1045 ed è un atto di donazione con cui Tesselgardo, conte di Larino, cedeva al monastero di Tremiti la città di Gaudia o Civita a Mare. La donazione fu fatta proprio "intus in Castello de Serra". Il castello appartenne per lungo tempo ai Benedettini dell’abbazia di Tremiti. Divenne in seguito feudo di diverse potenti famiglie: gli Sforza, i Guevara, i Gonzaga, i D’Avalos e i Maresca, i cui discendenti sono gli attuali proprietari. Prima di pervenire a quest'ultima famiglia, però, Serracapriola venne attaccata e distrutta dai Turchi nel 1566. Il castello era munito di un ampio e profondo fossato (oggi esistente solo sul lato occidentale) e di un ponte levatoio di legno. Ai quattro angoli presenta torrioni cilindrici decorati con archetti e beccatelli di origine lombarda, che furono edificati nel corso del secolo XVII. Retaggio della oscura epoca baronale, il castello ha origini molto più antiche, essendosi man mano sviluppato attorno al corpo della torre ottagonale con pianta a stella, sorta come postazione di vedetta militare (Federico II ne fece uno degli elementi del suo sistema difensivo nell'asse Termoli-Serracapriola-Lucera) e databile intorno al 1019. Alla sommità della torre si accede per una scala a chiocciola di magnifica fattura, con gradini in immarcescibile legno, che resiste da secoli all'acqua e alle intemperie e così stretta da potervi salire una persona per volta. La torre venne poi inglobata in un edificio risalente alla prima metà del secolo XVI, al quale, nel secolo XVIII, se ne aggiunsero altri destinati al corpo di guardia e alla servitù. Il piano inferiore, tuttora abitato e in buone condizioni di mantenimento, è ricco di ampi saloni (notevole è la cosiddetta "Sala del Trono") e camminamenti che scorrono lungo il perimetro del castello e che danno all'esterno su panorami che si estendono a perdita d'occhio e all'interno su un bel cortile in pietra, pulito e luminoso. Sul corridoio meridionale, in corrispondenza di una finestra murata ben visibile dall'esterno, si apre una cappella con un piccolo altare, la cui creazione è legata ad un triste fatto di cronaca accaduto intorno al 1716, quando padrone del castello e del feudo di Serrracapriola era un signorotto di nome Giovanbattista, figlio naturale di Cesare Michelangelo D'Avalos-D'Aragona. All'interno del cortile, cui si può accedere per due porte poste una a nord e l'altra a sud, si trova un'ampia e profonda apertura che la fantasia popolare ha definito "il Trabocchetto" e che a tutt'oggi non ha trovato la sua ragion d'essere, non essendo mai stato esplorato per via della scarsa circolazione dell'aria, molto rarefatta e malsana. Anche il castello, come tutti gli edifici del paese, subì la furia del disastroso terremoto del 1627 e fu perciò ricostruito in più parti.

Il castello di martedì 29 novembre



SPECCHIA (LE) – Castello Protonobilissimo-Risolo

Situato nel centro storico del paese, è un bell’esempio di struttura fortificata tardo-medievale costruita in tufo, impasto di calce e terra rossa locale (vogli), e trasformata, nel corso del Seicento e del Settecento, in palazzo gentilizio. La sua possente struttura quadrangolare delimita su un lato la Piazza del Popolo, il centro della città salentina, dichiarato alcuni anni fa come uno dei cento borghi antichi più belli d’Italia. Il castello venne costruito sul luogo di un precedente fortilizio, distrutto assieme alle mura tra il 1434 e 1435 ad opera di truppe alleate di Luigi III d'Angiò e guidate da Giacomo Caldora contro il barone locale Giacomo del Balzo. Proprio i Del Balzo provvidero al nuovo incastellamento di Specchia. Inizialmente, il Castello Risolo era una struttura isolata, successivamente fu poi congiunta ad altre costruzioni. In seguito fu possesso dei Di Capua, dei Gonzaga, dei Branda e dei Trani. Nonostante i numerosi rimaneggiamenti, solo nel corso del XVIII secolo, la famiglia Protonobilissimo, che in quel periodo deteneva il possesso del castello, trasformò definitivamente la struttura in palazzo, nonostante siano ancora visibili almeno due torrioni quadrati. Proprio Desiderio Protonobilissimo, principe di Muro Leccese, e la moglie Margherita Trane, detentrice del feudo di Specchia dopo la morte del padre Ottavio, sono rappresentati nelle due statue che, assieme allo stemma nobiliare della famiglia, sovrastano il bel portale in bugnato dal quale si accede alla corte interna del castello. Un attento restauro ha garantito la fruizione e conservazione del palazzo, che oggi in parte ospita una struttura alberghiera. Per approfondire, consiglio la visita al seguente link : http://www.specchia.it/Testo-1.asp?Progr=1433

lunedì 28 novembre 2011

Il castello di lunedì 28 novembre



SAN GIOVANNI IN CROCE (CR) – Villa Medici del Vascello

Un primo castello a San Giovanni è segnalato nel 1264, quando la famiglia Ermenzoni lo vendette a Buoso da Dovara. Il maniero fu rinforzato nel 1341-45 da Bernabò Visconti e poi distrutto nel 1406 da Cabrino Fondulo, Signore di Cremona, il quale fece subito erigere da Maffeo Moro un più grande castello, completato nel 1407, probabilmente riutilizzando il basamento, e forse anche parte delle strutture, delle torri dell'edificio più antico. Lo scopo di tale fortilizio era di garantire il controllo sulla Provincia Inferiore del Cremonese in un luogo a metà strada tra Cremona e Mantova, all’incrocio tra le strade che portano a Parma, Mantova, Brescia e Cremona. In origine il maniero aveva forma quadrangolare con una torre ad ogni angolo, e le torri, quadrate, erano fornite di merlatura ghibellina a coda di rondine per garantire il riparo dei soldati. Nella seconda metà del '400, dopo il passaggio al ducato di Milano, venne meno la sua vocazione difensiva, e cominciò il processo di trasformazione in villa, al termine del quale l’edificio assunse le forme attuali. Ciò avvenne a partire dal periodo in cui fu la dimora di Cecilia Gallerani, la celebre Dama con l'ermellino ritratta da Leonardo da Vinci (dipinto conservato a Cracovia presso il Museo Czartoryski), amante di Ludovico il Moro e moglie del Conte di San Giovanni in Croce Ludovico Carminati, al quale era stato concesso il castello dagli Sforza. La vasta loggia a serliane sul lato meridionale risale al tardo XVII secolo, voluta dal Marchese Francesco Cesare Soresina Vidoni, mentre l’ampliamento del fronte settentrionale della rocca mediante l’inserimento di due grandi ali rettangolari che inglobano le torri difensive, e di un’ampia corte con una scalinata che conduce al giardino, è documentata in una mappa del 1782, periodo in cui apparteneva ancora ai Marchesi Soresina Vidoni, che furono dunque i principali artefici della trasformazione dell’edificio. Dell’originario fortilizio quattrocentesco si conservano la scarpa di base e le torri angolari merlate nel fronte meridionale. Nel XX secolo la villa vide il susseguirsi di varie proprietà nobiliari fino ai Medici del Vascello, e non fu più stata abitata dal 1945. Dal 2002 è di proprietà del Comune di San Giovanni in Croce, che lo ha acquistato ad una cifra vicina ai 3 miliardi di lire. La villa ha un favoloso parco nella parte retrostante, la cui realizzazione è attribuita a Giuseppe Antonio Vidoni-Soresina, principe nel 1817 per volontà di Francesco I d'Austria. Si tratta di un tipico esempio di giardino romantico all’inglese, di cui non si conosce il progettista, anche se le attribuzioni parlano dell’architetto Luigi Voghera, e con maggiore probabilità, del pittore Cremonese Giovanni Motta, per quanto riguarda le decorazioni. Nel parco, esteso per circa 105.000 m2, trovano collocazione, oltre che essenze vegetali di alto pregio, edifici e paesaggi esotici e storici: un lago dove si svolgevano memorabili regate, rovine gotiche, una pagoda cinese, un tempio indiano, una capanna olandese e un tempietto dorico con pronao tuscanico tetrastilo, oltre a “rovine” di gusto neogotico, un padiglione giapponese e un padiglione rinascimentale. Degna di nota è anche la garzaia (unica nella provincia di Cremona e una delle rare garzaie urbane d’Italia) abitata da circa 50 coppie, tra airone cenerino, garzetta e nitticora.

sabato 26 novembre 2011

Il castello di domenica 27 novembre



VIAREGGIO (LU) – Torre Matilde dei Lucchesi

E’ di origine cinquecentesca ed è impropriamente detta "Matilde" perché erroneamente attribuita alla duchessa Matilde di Canossa, morta a Mantova nel 1115. Situata sulla sponda destra del porto-canale Burlamacca, è stata il fulcro della vita mercantile e cantieristica locale ed è uno dei pochi edifici di rilevanza storica presenti nella città. Venne costruita tra il 1534 e il 1542 dal governo lucchese per proteggere l’unico sbocco al mare dei suoi territori e per difendere il nascente borgo e i magazzini portuali. Furono impiegate per la sua costruzione bozze di pietra squadrata che si potevano ricavare dalla parziale demolizione del vecchio castello costruito nel 1172. Per finanziare i lavori fu stabilito di tassare, per sei anni, con alcune gabelle straordinarie, le merci che giungevano a Viareggio. Dalla sua sommità si salutò con colpi a salve l'arrivo dell'imperatore Carlo V, che sbarcava a Viareggio per incontrare a Lucca un emissario di papa Paolo III tra il 12 e il 18 settembre del 1541. La costruzione era terminata nel 1542 e nel 1544 vi si aggiunse un muro di fortificazione del borgo di Viareggio, sorto intorno all'approdo. Vi fu insediata una guarnigione di quindici uomini. Nel 1546-1549 vi fu costruita accanto la residenza del "commissario di spiaggia", incaricato del controllo sul borgo e sul movimento delle merci. La residenza era collegata alla torre per mezzo di un loggiato. All'inizio del Seicento la torre fu soprelevata con l'aggiunta di un campanile - rimosso nel dopoguerra - che ospitava due campane. Dopo il 1703 sulla sommità della torre fu installato anche l'orologio pubblico già collocato sulla facciata del palazzo del Commissario, per il funzionamento del quale ogni famiglia viareggina era assoggettata al pagamento di una tassa annua. Nel 1748 fu disposto che tale servizio pubblico fosse assicurato dai soldati di stanza nella torre. Frattanto la linea di costa era ulteriormente avanzata e la torre aveva perso la sua efficacia di difesa portuale, cosicché nel 1788 fu costruito un secondo fortilizio alla foce del canale. Il 15 aprile del 1780, durante una bufera molto violenta, la torre venne colpita da un fulmine, che uccise un soldato di guardia, ma risparmiò il vicino deposito della polvere da sparo. In ringraziamento per lo scampato pericolo venne istituita la festa del "Voto del comune", soppressa nel 1808 e ripristinata nel 1821, che si tiene proprio il 15 aprile di ogni anno. Persa la sua rilevanza difensiva, la torre fu adibita a funzioni di allerta - mediante il suono delle campane, colpi di cannone, fumate o l'innalzamento di una bandiera giallo-nera - in caso di avvistamento di navi nemiche o di segnalazione di incendi, oppure di adunata della popolazione in occasioni di pubblico interesse come le vaccinazioni di massa. Dall'inizio dell'Ottocento in poi fu impiegata come carcere e, dal 1810, ospitò un telegrafo. Nel 1813, gli inglesi sbarcarono a Viareggio e occuparono Lucca per ritirarsi nuovamente sulle navi in seguito all'arrivo dei francesi, senza che la guarnigione della torre potesse opporre alcuna resistenza. Il comandante Ippolito Zibibbi fu condannato a morte, con pena poi tramutata nel carcere a vita, a causa della mancata difesa. L'episodio evidenziò la scarsa efficacia della torre quale presidio militare e rimase infatti solo come carcere. Con l'elevazione di Viareggio al rango di città per iniziativa della duchessa Maria Luisa di Borbone, fu costruita la "darsena vecchia" e si dette avvio a un intenso sviluppo edilizio, che impiegava non solo i detenuti della torre, ma anche forzati esterni che nella torre trovavano alloggio. La torre rimase luogo di detenzione sino alla seconda guerra mondiale. Oggi, riaperta al pubblico dopo i restauri avvenuti tra il 1970 e il 1980, è un contenitore culturale, prevalentemente destinato ad ospitare eventi ed esposizioni temporanee. L’edificio si articola su tre piani costituiti da vani voltati, con sottostante cisterna interrata e terrazza di copertura. I vani - di misure variabili tra i 7,70 m e i 8,90 m per un altezza di circa sei metri al culmine della volta - sono collegati da una scala in ferro e da pozzetti centrali per il rapido trasferimento di materiali.

Il castello di sabato 26 novembre



MONTELIBRETTI (RM) – Castello Barberini

Sorge alle propaggini dei Monti Sabini, alla sinistra del Tevere; castello medioevale, oggi palazzo baronale, difeso da quattro bastioni, sorto sul posto di un antico fortilizio detto dapprima Mons Brictorum, poi Mons Aliperti, ed infine Monte Libretti. Inserita nel ducato Longobardo di Spoleto, dal VII secolo passò sotto l’amministrazione dell’abbazia di Farfa; dal Mille fu feudo della famiglia romana dei Crescenzi ma forti furono i contrasti con Farfa, così che intorno al 1058 il loro castello venne attaccato e distrutto dalle truppe normanne, accorse dall’Italia meridionale in aiuto di papa Niccolò II che era sceso in guerra con i Crescenzi, contrari alle alleanze tra le abbazie di Farfa e Montecassino. Due anni dopo, nel 1060, lo stesso papa confiscò il castello di Montelibretti alla famiglia Crescenzi per donare l’intero feudo ai più fedeli Conti D’Aquino, famiglia di origine longobarda. A seguito delle complesse vicende seguite ai patti stabiliti nel concordato di Worms del 1125 tra l’imperatore ed il papa, le sorti del paese e del castello si trovarono al centro di dispute militari e rivendicazioni di possesso della potente abbazia benedettina di Farfa. Nel 1156 il castello venne cinto d’assedio dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa. Nel Duecento la Chiesa, tornata in possesso del feudo di Montelibretti, vendette il castello alla famiglia romana dei Margani che a loro volta nel 1337 lo cedettero agli Orsini, che lo unirono ad altri 6 feudi formando un vero stato. Nel 1400 nella rocca papa Bonifacio IX creò abate commendatario dell’abbazia il nipote, cardinale Carbone Tomacelli, insediandolo, d’accordo con gli Orsini, nella Rocca di Montelibretti. Il Quattrocento vide nuovamente legati indissolubilmente gli Orsini, Signori del castello, con le sorti dell’abbazia di Farfa. Il predominio degli Orsini terminò solamente nel 1503 con lo sterminio da parte di Cesare Borgia, poi divenuto papa Alessandro VI, degli Orsini di Gravina e conseguente confisca dei loro beni. Soltanto con la morte dei Borgia gli Orsini poterono tornare in possesso dei loro feudi, solo a patto di acconsentire, nel 1504, al volere di Papa Giulio II riguardo la nomina di un Della Rovere (la famiglia del Pontefice) ad abate di Farfa. Nel 1559 ebbe la nomina cardinalizia il signore di Montelibretti Flavio Orsini, che, qualche anno dopo, sarà il promotore della fondazione del paese vicino a Monteflavio (1565). Nel 1644 l’intero feudo fu venduto al nipote di papa Urbano VIII, Taddeo Barberini, che però dovette fuggire in esilio in Francia fino al 1656 per scampare agli arresti decretati da papa Innocenzo X Pamphilj. Il cardinale Taddeo, tornato in Italia, prese possesso del feudo nel 1657 e poco dopo iniziò la radicale trasformazione del vecchio castello medievale in un più comodo e confortevole palazzo residenziale. Tale ristrutturazione interessò soprattutto alcuni degli ambienti interni del castello, lasciando invece quasi del tutto inalterata la struttura esterna, dove ancora oggi sono chiaramente visibili le vecchie murature di difesa con torrioni, sormontate da arcatelle pensili su beccatelli. Fu innalzato il muro a scarpa del lato ovest del recinto, racchiudendo due delle torri perimetrali e lasciando libero lo sperone esterno. Con l’estinzione della linea maschile dei Barberini, Montelibretti passò prima a Urbano Colonna, poi agli Sciarpa, fino all’ultimo principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarpa. Nel 1900, dopo lo scandalo della Banca Romana, il Castello fu venduto ad una famiglia del luogo, mentre l’annessa tenuta fu acquistata dallo stato ed altri 1300 ettari di terreno ceduti ad acquirenti privati. Il castello si presenta oggi al visitatore come una struttura compatta, alta e priva di aggetti. Emergente dal lato nord della cinta, la più importante delle torri perimetrali, appare in buono stato di conservazione soprattutto per i recenti restauri che ne hanno ripristinato la copertura a falde. Alla fine del XVI sec. fu infatti aggiunto in altezza un blocco a pianta rettangolare che dava la possibilità di controllare dalla torre anche i camminamenti interni.