venerdì 29 giugno 2018

Il castello di sabato 30 giugno






ESTE (PD) – Castello Da Carrara

All'inizio dell'Alto Medioevo, Este era inclusa nel regno degli Ostrogoti (secc. V-VI d. C.). In seguito il villaggio fu annesso all'Impero Bizantino, il quale detenne il potere sui territori veneti soltanto per pochi decenni, poiché già alla fine del VI secolo fu soppiantato in loco dai Longobardi; tale popolazione istituì un regno che sopravvisse per due secoli, e fu infine sconfitto dal Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Nell'XI secolo la casata degli Este s'impossessò dell'area e contribuì alla sua rinascita: dopo l'anno Mille, infatti, la città si ripopolò attorno al castello fatto costruire dal marchese Alberto Azzo II d'Este nel 1056 circa. Anche Este fu una delle località interessate dalle travagliate vicende umane e storiche che si svolsero in Veneto tra l'XI e il XIII secolo. Dapprima essa divenne una delle numerose proprietà dei vari componenti della famiglia degli Ezzelini, tra cui il più celebre fu Ezzelino III da Romano; proprietà che furono certosinamente accertate, censite e documentate dopo la loro definitiva sconfitta avvenuta nel 1259, per mano di Azzo VII d'Este, nella battaglia di Cassano d'Adda. Ezzelino III da Romano, alleato di Federico II di Svevia, conquistò per ben due volte Este (1238 e 1249), e nel farlo danneggiò fortemente il castello marchionale; la famiglia d'Este frattanto aveva trasferito la sua residenza a Ferrara (1239), città che sarebbe divenuta la loro nuova capitale. Dopo la morte di Ezzelino, in un panorama regionale che vedeva contrapposti Scaligeri, Carraresi e Visconti, apparve sulla scena atestina Cangrande della Scala (sempre ghibellino), il quale distrusse il castello nel 1317. Nel 1339, Ubertino da Carrara, signore di Padova, fece ricostruire il castello così com'è tuttora. Nel 1405 Este si sottomise spontaneamente alla Repubblica Veneziana per sfuggire al controllo dei padovani e agli scontri di questi con i veronesi. Sotto il dominio veneziano, Este conobbe un periodo di grande prosperità, fiorendo nell'ambito dell'economia, della cultura e dell'arte, in un processo che venne interrotto solo dalla peste del 1630. Sotto il dominio veneziano (1405-1797), Este divenne una città prospera. In seguito la Repubblica venne conquistata da Napoleone Bonaparte, che cedette tutti i suoi territori all'Impero Asburgico divenendo quindi parte del regno Lombardo Veneto. Dal 1850 al 1853 fu sede di una commissione militare avente lo scopo di debellare il brigantaggio diffusosi nel territorio dopo i moti del 1848-49. Nel 1866 Este con il Veneto fu annessa al Regno d'Italia. Dopo l'annessione, ad Este, come in tutta la regione, crebbe considerevolmente l'emigrazione. Tra il Settecento e l'Ottocento, molti poeti fecero visita alla città atestina: tra loro spiccano i nomi di George Byron, Percy Shelley e Ugo Foscolo. La principale attrattiva cittadina è il Castello Carrarese, costruito attorno al 1339 sulle ceneri di quello estense; in cima al colle si trova il mastio, da cui partono le mura, fino a formare un poligono contornato a intervalli regolari da 12 torresini e dal restaurato castelletto del Soccorso. La cinta muraria è lunga circa un chilometro. Il mastio, in posizione di controllo sull’intero abitato, culmina con una torre quadrata e presenta a nord-est un castelletto o Rocca del Soccorso, che originariamente costituiva l’accesso alla fortezza. Questo possente castello testimonia il ruolo di primaria importanza che il territorio estense rivestì in epoca medievale. Il nucleo più antico della fortificazione si trova sul lato sopraelevato e consiste in una cerchia di mura con i resti di una chiesetta e le fondamenta di una piccola torre, risalenti probabilmente al VI secolo d.C. La prima attestazione di un vero e proprio castrum in questo luogo risale al 1115, e si collega al potere giurisdizionale e di difesa del territorio di cui era stata investita la famiglia feudataria che da Este prese il nome. Durante il XII e l'inizio del XIII secolo, i marchesi d'Este ampliarono il fortilizio costruendo una serie di cortine murarie e di fabbricati residenziali. Il castello marchionale raggiunse il massimo splendore con Azzo VI, che lo trasformò in un importante centro di cultura trobadorica. Poeti, artisti e giullari venivano ospitati nella sua corte, dove cantavano le lodi del marchese e della bellissima figlia Beatrice. Le sorti del castello cambiarono repentinamente a causa delle violente guerre tra la fazione guelfa (a cui facevano capo gli Estensi) e i ghibellini, che assediarono e danneggiarono più volte la fortificazione. Nel 1249 il castello venne distrutto da Ezzelino III da Romano, che provvide poi a restaurarlo, ma nel 1294 i padovani, ormai padroni incontrastati del territorio, lo demolirono nuovamente. La configurazione attuale del castello risale al 1339, anno in cui Ubertino da Carrara, signore di Padova, decise di riedificarlo nelle forme che ancor oggi vediamo. All'inizio del XV secolo, dopo la spontanea dedizione della città alla Repubblica di Venezia, venne eretta un'ulteriore cinta muraria che inglobava tutto il nuovo centro urbano di Este, già delimitato dal canale Bisatto. Persa la sua valenza militare, nel 1570 circa, il castello venne acquistato dalla ricca e potente famiglia veneziana dei Mocenigo, che iniziarono i lavori di costruzione del proprio palazzo sul lato meridionale della fortificazione carrarese. Originariamente il grandioso palazzo era composto da due edifici speculari, che richiesero la demolizione di un paio delle torri medievali. Sempre sotto la proprietà dei Mocenigo, venne realizzato un vasto giardino, esteso fino alle propaggini della collina, ai lati di una scenografica scalinata. A questo periodo risalgono le sculture ancora oggi visibili verso il lato meridionale del castello. Un devastante incendio nel 1785 provocò la distruzione dell’ala est del palazzo dei Mocenigo; nella prima metà del XIX secolo l’intero complesso venne acquistato dalla famiglia Trieste, per poi passare ai fratelli Da Zara, che nel 1887 lo cedettero al Comune. Da questo momento gli spazi verdi all'interno della cinta muraria e l'ala superstite del palazzo Mocenigo furono destinati ad un uso pubblico. Attualmente il castello carrarese funge da maestosa cornice dei curatissimi giardini pubblici, inaugurati nel 1915, ricchi di essenze arboree e piante secolari (le più notevoli sono il glicine monumentale (che sovrasta la porta secondaria nel lato sud delle mura) e alcuni esemplari di cedri del Libano e dell’Himalaya), mentre le sale di palazzo Mocenigo ospitano le prestigiose collezioni del Museo Archeologico Atestino. Altri link suggeriti: http://www.atestino.beniculturali.it/index.php?it/127/il-castello-carrarese, https://www.magicoveneto.it/euganei/Este/Este.htm, http://www.villevenetecastelli.com/ville-castelli-palazzi-e-dimorestoriche-del-veneto/index.php/it/servizi/visite-museali/provincia-di-padova/924-castello-este-2, https://www.youtube.com/watch?v=X1gyAU2x9M0 (video di teno40), https://www.youtube.com/watch?v=hyBiQE1r7dQ (video di Franco Beato).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Este_(Italia), http://www.collieuganei.it/castelli/castello-carrarese-este/, http://www.padovamedievale.it/info/castello/este/it, https://www.euganeamente.it/il-castello-carrarese-di-este/ (testo di Pietro Antoniazzi)

Foto: le prime due sono cartoline della mia collezione, la terza è di daniele1357 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/218650/view, infine la quarta è presa da https://www.alicorno.com/2017/02/26/apertura-straordinaria-monumenti-a-este-pd/

giovedì 28 giugno 2018

Il castello di venerdì 29 giugno



PIOZZANO (PC) – Torre Rizzi

E’ un complesso fortificato posto sulle prime colline dell'Appennino piacentino nella val Luretta, posto a 350 m. s.l.m. in un punto dove gode un'ampia vista della Pianura Padana. Circondato da querce secolari, si trova lungo la strada che collega Piozzano con Rezzanello. Come arrivarci: da Piacenza (34 km) si raggiunge Agazzano, e da qui si prosegue per Piozzano sulla Provinciale 7 bis. Arrivati al paese, seguire sulla sinistra le indicazioni per Rezzanello: il fortilizio si trova 1 km più avanti. Nel 1385 appartenne a Giovanni e Marco Dolzani, passò per le mani degli Anguissola e nel 1431 in quelle di Gian Francesco della Veggiola, beneficiario delle concessioni che Filippo Maria Visconti assegnò alle famiglie locali che avevano appoggiato le politiche viscontee. Ottenuta in quell'anno anche l'investitura del feudo di Piozzano, Gian Francesco della Veggiola ampliò il fortilizio trasformandolo in una elegante residenza come testimonia l'epigrafe presente in facciata: Haec sibi posterisque Johannes Franciscus Vigiola comes aedificavit aedes. Dopo l'impiccagione per sospetto tradimento nel 1447, la torre passò ai Paveri-Fontana e verso la fine del '700 ai Rizzi. Divenne proprietà del ministero dell'Istruzione, per lungo tempo in stato di abbandono e completamente spoliata degli arredi e delle decorazioni, dopo una parziale risistemazione è stata messa in vendita. I racconti locali narrano dell'esistenza di un passaggio sotterraneo che collegava Torre Rizzi con il castello di Canova, sito un chilometro circa ad ovest. I toponimi che contrassegnano il sito, prima La Torre e poi il Palazzo, ne richiamano l’evoluzione. La torre primigenia svetta infatti, nel complesso strutturale, in posizione asimmetrica rispetto al perimetro regolare della costruzione fortificata, sorta intorno molto probabilmente tra il 1430 e il 1440, ad opera dei Da Veggiola, come già detto. All’interno numerose decorazioni e affreschi; da notare l’antico portale sovrastato dagli incastri del ponte levatoio.La corte interna è circondata da pregevoli porticati ornati con formelle in terracotta. Recentemente un importante intervento di restauro ha consolidato e risanato tutta la struttura, che è proprietà privata. Il fortilizio, sorto quando la storia ormai non passava più per i castelli, almeno quelli periferici, non fu teatro di eventi significativi. Altri link suggeriti: http://www.naniimmobiliare.it/scheda/ita/234/ (con video aereo del castello ), https://www.mondimedievali.net/castelli/Emilia/piacenza/torrerizzi.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Rizzi, http://www.turismoapiacenza.it/torre_rizzi_di_piozzano.html, http://www.thecolumbanway.eu/it/archives/2954

Foto: la prima è un fermo immagine del video su http://www.naniimmobiliare.it/scheda/ita/234/, la seconda è presa da http://www.turismoapiacenza.it/torre_rizzi_di_piozzano.html

mercoledì 27 giugno 2018

Il castello di giovedì 28 giugno



TERZORIO (IM) – Torre antibarbaresca

Secondo le fonti locali il paese ebbe origine nell'Alto Medioevo, forse dovuto alla presenza dei Longobardi in queste terre. Il suo territorio circostante, tra cui anche Terzorio, fu nel 1049 donato ai monaci benedettini del monastero di Santo Stefano di Genova dalla contessa Adelaide di Susa. Successivamente fu possedimento feudale dei conti di Ventimiglia divenendone parte integrante del Principato di Villaregia, e nel 1228 venduto al conte Bonifacio di Linguilia. Già nel 1277 coniò propri statuti locali che applicò all'interno del suo territorio comunale. Nel XIV secolo i monaci cedettero i diritti locali ai Doria di Genova, che li passarono al capoluogo ligure nel 1353. Terzorio, dunque, da quel momento seguì le alterne vicende storiche della Repubblica di Genova. Durante il XVI secolo, oltre a varie segnalazioni della peste, subì pesanti incursioni dei corsari barbareschi. Così come altri paesi e villaggi montani nel 1561 e nel 1563 venne sottoposto alla furia razzia del corsaro Uluch Alì Pascià, che prelevò diversi giovani abitanti del luogo per farne in seguito schiavi ad Algeri, paese d'origine del corsaro. Fu quindi inglobato nel Regno di Sardegna e successivamente nel neo costituito Regno d'Italia dal 1861. Nel corso del tremendo terremoto del 23 febbraio 1887, che sconvolse le terre della riviera di Ponente, subì lievi danni ad alcuni edifici, grazie soprattutto all'efficace resistenza del sistema di archi di contro spinta esistenti fra le case. Dal 1947 è stato costituito comune autonomo. Il monumento di maggior rilievo storico di Terzorio è la casa – torre medievale a pianta quadrangolare. Costruita nel XVI secolo (come attesta la targa), grazie alla generosità degli abitanti, la torre si presenta mozzata obliquamente nella parte superiore. La struttura fu eretta a seguito dell'invasione dei corsari barbareschi nel XVI secolo (inoltre l’abitato venne ampliato in forma chiusa sul pendio) e ad oggi si conserva ancora in ottimo stato. E’ in allineamento con la torre di Pompeiana. Ecco un suggerimento per approfondire: https://www.youtube.com/watch?v=Xr8eyvK1y3E (video di Angelo Giglia – dal minuto 3:40 immagini e commenti sulla torre).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Terzorio, http://www.comune.terzorio.im.it/GuidaDettagli/tabid/7406/Default.aspx, http://www.terrediriviera.it/contenuto/comuni/terzorio.ashx, https://www.mondimedievali.net/castelli/Liguria/imperia/provincia000.htm

Foto: la prima è presa da https://www.homeaway.it/affitto-vacanze/p1134450, la seconda è di Davide Papalini su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Terzorio-torre4.jpg

Il castello di mercoledì 27 giugno




MONTECATINI VAL DI CECINA (PI) - Torre in frazione La Sassa

Il borgo è situato alla sinistra dello Sterza, un affluente del fiume Cecina, sulle propaggini orientali del Poggio al Pruno, dalle quali si può ammirare anche un ampio tratto di mare, comprese alcune isole dell'Arcipelago Toscano. Il primo documento che nomina il sito risale al 1128, quando Tebaldo, abate del monastero di San Pietro in Palazzuolo, presso Monteverdi Marittimo, richiese la restituzione, da parte di un certo Ansaldo, cui in precedenza erano stati dati in affitto, di alcuni terreni ubicati in corti e castelli della val di Cecina e della limitrofa val di Sterza, ove si trova Sassa. Il castello figura nel 1158 tra i possedimenti del vescovo di Massa Marittima, ma la questione non è ben chiara, dal momento che sul castello sembrano esercitare i diritti di signoria i monaci di Monteverdi ed alcune famiglie note successivamente nella documentazione scritta come Lambardi di Sassa, imparentati con i signori di Querceto, altro castello della zona. Le vicende del castello hanno seguito la storia di Volterra per tutti i secoli XIII e XIV fino al sacco perpetuato a danno della città nel 1472 per opera di Lorenzo il Magnifico. Il comune di Volterra, ad un certo punto, mirò a sostituirsi, nella gestione del territorio, al vescovo di Volterra, che fin dall'età di Carlo Magno aveva goduto di ampi privilegi con i quali aveva gettato la base e consolidato il proprio potere signorile nel territorio. Lo scontro tra comune e vescovo raggiunse livelli molto elevati, soprattutto quando a sedere sulla cattedra episcopale ci furono gli appartenenti alla famiglia dei Pannocchieschi. Una volta che il comune volterrano si rafforzò iniziò l'occupazione e l'annessione dei comunelli del territorio; tale sorte toccò pure alla Sassa, per la quale si ricordano ben quattro atti di sottomissione a vantaggio di Volterra: nel 1208, nel 1248, nel 1255 ed infine nel 1262, segno evidente della difficoltà da parte del comune di affermare in maniera definitiva la propria supremazia territoriale. Una leggenda collega la Sassa ai primi anni del Cristianesimo, quando nei boschi di Montalpruno sarebbe avvenuto l'incontro tra san Pietro e Cristo Redentore. Presso il Botro della Canonica, in località "La Chiesa", dove oggi sono visibili alcune rovine parzialmente coperte dalla vegetazione, Pietro avrebbe trovato rifugio dalle persecuzioni dei Romani e lì gli sarebbe apparso il Signore al quale si sarebbe rivolto con la famosa frase "Quo vadis?". Ricevuto l'invito di seguirlo a Roma e di accettare il martirio, Pietro avrebbe lasciato questi luoghi dove, a conferma dell'incontro, sarebbe rimasta l'impronta del piede di Cristo su una pietra, al margine della strada. La leggenda spiega il particolare culto per il Cristo Redentore che da secoli è radicato alla Sassa. Dell'antico castello di Sassa rimane una torre, forse il resto dell’antico mastio e una chiesa dedicata a San Martino, che fu pesantemente restaurata dopo il terremoto del 1846. Il castello di Sassa ebbe una storia molto simile a quella degli altri castelli che si trovano in Val di Cecina:in origine, erano formati da una semplice torre in pietra circondata da un fossato o da una palizzata in legno. All’interno di questa protezione si potevano trovare altri edifici in legno che erano usati come stalle, magazzini, dormitori, cucine. Nel corso dei secoli il legno venne sostituito dalla pietra e le torri, trasformata in palazzo, ospitavano i personaggi che governavano il territorio. Quando i castelli, dal XV secolo, persero la loro importanza militare, furono abbandonati ma sopravvissero i borghi. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=odp6fbNbGB8 (video con drone di TheDarkhunter1982), https://www.borgodellasassa.it/, https://www.youtube.com/watch?v=GlMejK6u9lE (video di Maremma), http://irintronauti.altervista.org/borghi-in-val-cecina/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/La_Sassa, http://www.settemuse.it/viaggi_italia_toscana/pisa_montecatini_la_sassa.htm

Foto: la prima è di Paladini Franco su https://www.ilmeteo.it/foto/Montecatini%20Val%20di%20Cecina/id/14123741219, la seconda è un fermo immagine del video di TheDarkhunter1982 (https://www.youtube.com/watch?v=odp6fbNbGB8)

martedì 26 giugno 2018

Il castello di martedì 26 giugno



SONNINO (LT) - Torre in località La Sassa

La costruzione, chiamata anche "Torretta", è una struttura militare di origine medievale, posta a guardia della vallata percorsa dal fiume Amaseno, nei pressi del Monastero di S.Maria delle Canne. Essa è nata per una duplice funzione: torre di avvistamento e torre di difesa. Attualmente si erge isolata su di un grande banco di roccia calcarea, risparmiata dalla distruzione dell'adiacente cava. La torretta, a sezione quadrangolare, ha tre piani alti, ma è priva di copertura. Il parato murario è molto curato. La porticina per accedere alla torre presenta una singolarità: rispetto al piano di calpestio si apre a circa 3 metri di altezza e vi si poteva accedere esclusivamente mediante una scala lignea, che, in caso di pericolo, veniva ritirata all'interno della fortificazione.

Fonti: https://www.fondoambiente.it/luoghi/la-torretta

Foto: la prima è presa da http://www.comune.sonnino.latina.it/allegati/image/2012/02/13318.jpg, la seconda è presa da http://associazionemoly.wixsite.com/moly/single-post/2014/08/20/LA-TORRE-SULLA-ROCCIA-MONTICCHIO

lunedì 25 giugno 2018

Il castello di lunedì 25 giugno




TRIGGIANO (BA) - Masseria di Torre Reddito

Sulle origini del toponimo "Triggiano" sono state formulate almeno tre ipotesi, nessuna delle quali è peraltro suffragata da prove documentali. La prima lo fa derivare da quello dell'imperatore Traiano, che promosse la realizzazione della via consolare Traiana che attraversava la Puglia da Benevento a Brindisi, lambendo il territorio triggianese. Una seconda congettura è quella secondo cui Trivianus sta ad indicare il trivio formato dall'intersezione di via Ponte, principale asse viaria interna all'abitato, con le attuali via Carlo Alberto e via della Marina Vecchia, strade dirette rispettivamente verso Bari e verso la costa. La prevalenza ora dell'una ora dell'altra ipotesi ha determinato per lo stemma comunale l'alternanza fra effigie dell'imperatore romano e la stilizzazione di tre strade intersecantesi. La storiografia recente ritiene tuttavia più plausibile una terza ipotesi, che attribuirebbe l'origine del toponimo al nome di qualche possidente di epoca romana (forse chiamato Trebius) che aveva ampi possedimenti nella località. Nel 1466, la costituzione dell'universitas triggianese sanciva l'ottenimento di una certa autonomia amministrativa da Bari, ufficializzata poi con lo statuto concesso nel 1543 dalla duchessa di Bari Bona Sforza. Nel 1557 Bona Sforza donò Triggiano ai Pappacoda, che la ressero in qualità di principi fino al 1768. A partire dal XVI secolo fu avviato lo sviluppo di un borgo in muratura, esterno alle mura col fossato che delimitavano il castrum originario. Secondo lo storico locale Battista,] questa rinascita urbanistica avvenne in concomitanza con l'insediamento a Triggiano di una colonia greco-albanese attirata dalle terre che l'universitas concedeva per favorire il popolamento del centro abitato. Dopo il 1768 il titolo di principi di Triggiano passò alle famiglia Filomarino e poi ai Brancaccio. La masseria, detta "Villa del Reddito", è risalente al XVI secolo, con torri e mura di precedente costruzione medioevale. Fu voluta dai Conti Tanzi di Blevio, di origine lombarda, fiduciari della Duchessa di Bari, che donò loro la tenuta al margine dei confini tra Bari e Triggiano. Rilevanti i residui affreschi delle sale al piano nobile ed il portale stemmato con motto. Dai Tanzi prese il nome un famoso e particolare prodotto locale, appunto la "Pera Tanzi", ottenuta con vari innesti ed elaborati incroci per un frutto piccolo ma saporito nelle particolari condizioni della zona. La costruzione è così imponente da essere soprannominata "il castello" e nasconde al suo interno anche un ipogeo e una chiesetta. E' chiusa al pubblico. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=HOnnTWMRe3I (video di Barinedita Bari), https://www.youtube.com/watch?v=PnvsUBSULxY (video con drone di Rino Peluso), http://www.barinedita.it/storie-e-curiosita/n3071-ipogei-chiese-e-affreschi--e-la-grande-antica-e-dimenticata-masseria-torre-reddito

Fonti: http://www.barinedita.it/gallery/triggiano-la-masseria-torre-reddito_f1664

Foto: la prima è di antonio71 su http://it.geoview.info/masseria_torre_reddito,15079665p, la seconda è di Gennaro Gargiulo su http://www.barinedita.it/gallery/triggiano-la-masseria-torre-reddito_f1664

domenica 24 giugno 2018

Il castello di domenica 24 giugno




SACROFANO (RM) – Rocca

Nel 780, sotto papa Adriano I, venne fondata nell'ager Veientanus la domusculta Capracorum, nella quale erano ricompresifundi, massae et casales ("fondi agricoli, masserie e casali"), e in quest'epoca è citato anche un fundus Scrofanum. Il fondo dal 775 fece parte dei possessi della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Il fenomeno dell'incastellamento, con la costruzione di fortificazioni a difesa degli insediamenti, sembra essersi verificato nella zona a partire dal X e XI secolo: nel territorio dell'attuale comune esistono tracce di piccoli siti fortificati (in località Pian di Lalla e sul Monte Musino, in origine all'incrocio della strada per Capena). Nel 1027 il centro fortificato di Sacrofano, sorto sul percorso secondario tra Cassia e Flaminia, apparteneva alla diocesi di Selvacandida e sono menzionate per quest'epoca diverse chiese poste in Scrofano. Nella seconda metà del XIII secolo il castello fu in possesso dei prefetti di Vico, da cui passò quindi ai Savelli e ai Nardoni. Gli Orsini presero possesso del feudo di Sacrofano sotto il pontificato di Gregorio XI (1370-1377) e lo mantennero per quasi tre secoli, ad eccezione di una breve parentesi sotto i Borgia (1503-1516). Nel 1560 fu compreso nel ducato di Bracciano. Nel 1662 Lelio, Flavio e Virginio Orsini lo vendettero con Campagnano, Cesano e Formello al cardinale Flavio, a Mario ed Agostino Chigi.. L'originaria rocca, situata nella parte alta dell'attuale paese, ebbe un impianto trapezoidale, con cortile interno che in origine doveva essere dotato di un torrione, con fossato difensivo verso monte, dove sorgeva il borgo, ugualmente fortificato. Alla fine del XIV secolo appartiene un torrione adiacente alla chiesa di San Giovanni, residenza degli Orsini al momento della presa di possesso del feudo dove nel suo interno è presente un rilievo raffigurante lo stemma della nobile famiglia. Nella prima metà del XV secolo vennero sistemate le strutture difensive, rivolte questa volta verso Roma e la via Flaminia: due torri rotonde furono costruite a difesa della "Porta Romana" e venne aggiunta una scarpata contro le mura preesistenti con un antistante fossato. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=HRYsItFrRa0 (video di Antonio Continanza).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Sacrofano, http://www.comunedisacrofano.gov.it/index.php/paese2.html

Foto: tutte realizzate oggi da me sul posto.

venerdì 22 giugno 2018

Il castello di sabato 23 giugno


ARIELLI (CH) – Castello

Il primo documento che riporta notizie riferibili ad Arielli risale al XII secolo. Nel periodo carolingio, quando in Italia si fece strada il feudalesimo, Arielli fu racchiuso entro mura più sicure dalla costruzione di un castello che per stile, architettura ed uso si può riferire al periodo fra l'800 e il 1000. Non sappiamo chi l'abbia costruito. Abbiamo notizie affidabili solo sul suo possessore nel 1145, il conte Boemondo di Manoppello che per la sovvenzione delle Crociate per il suo feudo di Argello fu tassato di un soldato a cavallo. È probabile che nel 1173 ne fosse proprietario Loritello Normanno e nel 1395 la famiglia della nobildonna Benvenuta d’Ariello. Dal 1401 al 1528 fu concesso alla città di Lanciano. Durante tale periodo sono meritevoli di ricordo due date particolarmente importanti: l’11 luglio 1442 quando si accampò in Arielli re Alfonso V d’Aragona nella sua marcia verso Napoli che conquistò nel novembre dello stesso anno, acquisendo il nome di Alfonso I di Napoli, ed il 1496 quando Arielli ed il suo castello furono saccheggiati ed incendiati per aver resistito alla soldatesca degli Orsini e dei Vitelleschi che passavano da queste parti diretti verso la Puglia. Quest’ultimo episodio fu particolarmente sanguinoso e doloroso: basti pensare che Arielli, che già nel 1145 contava 24 famiglie, nel 1528, ben trentadue anni dopo l’eccidio, avena appena 8 “fuochi”. Dopo che la proprietà del feudo di Arielli fu tolta nel 1528 alla città di Lanciano si susseguirono diversi proprietari. Dopo che la proprietà del feudo di Arielli fu tolta nel 1528 alla città di Lanciano, il barone Luca Andrea Arcuzio Resio nel 1561 fece restaurare il castello e lo rinforzò. Nel 1904 il castello di Arielli, dopo circa due secoli di totale abbandono (l’ultima che lo aveva stabilmente abitato era stata la duchessa Angelica Monte, morta nel 1720) crollò e, passata la proprietà al Comune cui era stato donato dagli eredi dei Crognali, ultimi proprietari, ne furono rimossi i ruderi con la realizzazione dell’odierna Piazza Crognali e del palazzo municipale. Nel Santuario della Madonna delle Grazie è possibile ammirare una statua lignea policroma raffigurante una Madonna con bambino, inoltre nell'abitato sono presenti i resti del castello medievale, e la chiesa di San Rocco e San Michele risalenti al XIII secolo. Duramente colpita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che hanno distrutto gran parte del centro abitato, è stata ricostruita nel dopoguerra. Rimane parte di un bastione arroccato sulla collina, su cui è stato ricavato, nella parte che si affaccia sulla piazza, un edificio civile con torretta civica, orologio e campane. Ospita alcuni uffici comunali e la sagrestia della chiesa di San Michele Arcangelo.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Arielli, http://www.comune.arielli.ch.it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=2&Itemid=26

Foto: è di Giovanni Lattanzi su https://www.mondimedievali.net/castelli/Abruzzo/chieti/ariel02.jpg

Il castello di venerdì 22 giugno



ACRI (CS) – Castello

Noto anche come Rocca dei Bruzii, era un'opera difensiva, eretta probabilmente in epoca bruzia, della quale rimane a tutt'oggi solo più una splendida torre, che è il simbolo della città. È situato a controllo del territorio, al limite del territorio controllato ai tempi della Magna Grecia dalla potente Sibari. L'ipotesi dell'edificazione bruzia sembra ora del tutto avvalorata dagli svariati ritrovamenti archeologici datati dall'Eneolitico al età del Bronzo finale, rinvenuti tutt'intorno alla città vecchia di Acri. In seguito fu fortilizio romano, come descritto dallo storico Capalbo in una lapide marmorea in lingua latina (rinvenuta nel 1890), con l'iscrizione "XII LEGIO", ed inoltre un altro frammento di lapide con iscritto "Sacellum Dedicatam ad Veneri", e piccole porzioni di mosaico, probabilmente greche, rinvenute nelle vicinanze del castello. I testi storici fin qui pervenuti lo descrivono come "Castel Vetere", ossia molto antico. Nel 1190 fu descritto da una prima Platea della diocesi di Bisignano, con annessa la chiesa di Sante Nicola ante ad Castillum: questa chiesa una volta si trovava nelle mura di cinta del castello, mentre ora è invece poco al di fuori. La chiesa possiede svariati elementi stilistici ed è stata classificata al X - XI secolo d.C. Il Pontano nella sua opera scrive che "Acri, summo in monte posita, rupibus undique ferme cincta", mentre il Barrio scrive "Intus est Acrae oppidum: ab effectutice situm sit, cuius meminit Stefanus Bisantinus. Acrae inquit urbis Iapigiae, altera Italiae dicta Idrusiaem". Il Marafioti ed il Barrio di nuovo scrivono: "Acra oppidum ab effectu, Acra enim summitate significat quod in montis vertice situ fit" (tradotto: "Acri fortezza gagliarda, Acri infatti significa posta in alto, poiché costruita all'apice di un monte"). Davide Andreotti Loria scrive su Acri: "Acri è l'antica Aciris, che si declinava come metabo e vale a dire: Aciris, Aceruntis, Acherontis..." e precisa che "..il suo no è nome di origine greca, ma nazionale, chi crede che sia greco, si è ingannato dal suo nome ch'e greco". Stefano di Bisanzio V secolo d.C. scrive: "Acrae, urbis Japigiae, altera Italia dicta etiam Idrusiae, quod Muconius Fluvias paeter fuit, in quem si morbide oves immiserunt curabitur..". La forma del castello in origine era trapezoidale con tre torri poste nella parte più alta, e la quarta posta nel livello più basso delle mura difensive a controllo del ponte levatoio o della porta a caditoia. Le mura difensive cingevano tutta la cittadella del quartiere Pàdia compresa la chiesa matrice Santa Maria Maggiore. Nella chiesa, che fino al 1290 dalla Platea del vescovo Ruffino da Bisignano veniva descritta come "Sancta Mariae de Padiae", sono state rinvenute durante alcuni recenti lavori di restauro, tracce di un tempio paleocristiano. Le mura di cinta del castello hanno un diametro di circa due metri nella parte più alta del perimetro, mentre le mura del livello inferiore erano descritte aventi un diametro di circa quattro metri. Visibile fino ai primi del Novecento, la cisterna per l'approvvigionamento dell'acqua in caso di assedio era posta a nord della torre esistente: era alta circa due piani (cioè sei metri di altezza) e larga venti. Nel 1999 furono rinvenute nelle mura del castello parecchie monete di origine greca, tra cui alcune di Sibari, altre di Thurii, ed una sola di Crotone, ora in possesso della Soprintendenza Archeologica della Sibaritide. Il poeta Vincenzo Julia (1838 - 1894) dedicò al castello di Acri un poema (vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Acri). Unica superstite della fortezza innalzata ad opera dei normanni e distrutta nella guerra Angioina aragonese (del IX secolo circa), la torre di Padia, che fu trasformata in campanaria, custodisce un orologio a pendolo opera di artigiani francesi del 700, tuttora funzionante. Il meccanismo è composto da tre settori: il primo serve per il funzionamento che, con il pendolo, regola il tempo, il secondo scandisce i quarti d'ora, il terzo scandisce le ore. Purtroppo l'orologio non è sempre visitabile (aperto al pubblico solo in occasioni particolari), i pochi che hanno avuto la fortuna di vederlo ne sono rimasti affascinati. Purtroppo qualche anno fa è stata soggetta a vandalismi che hanno deturpato le antiche pietre della torre con bombolette spray, anche se di recente è stata "pulita" ma purtroppo non è tornata com'era un tempo. Oggi è comunque uno dei simboli della città di Acri, posizionata sulla collina di Padia sembra dominare la città, visto il ruolo che ha ricoperto in passato meriterebbe certamente di essere valorizzata di più. Altri link suggeriti: testo di Francesco Foggia su http://www.acrinrete.info/Articolo.asp?id=10767, https://www.youtube.com/watch?v=BuVgRzhojDQ (video di Miki Mancuso), http://www.ilbelpaesecalabria.com/COMUNI/ACRI/Acri%20medievale.pdf, https://www.youtube.com/watch?v=pRJBKLi8gH8 (video con drone di vistodalcielo).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Acri, commento di giosiciliano su https://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g1673148-d4697059-r171721109-Castello_Di_Acri-Acri_Province_of_Cosenza_Calabria.html#

Foto: la prima è di Renzo Garabini su http://mapio.net/pic/p-72687874/, la seconda è di Milizia Acri su
Questa foto di Basilica Santo Angelo d'Acri è offerta da TripAdvisor.

giovedì 21 giugno 2018

Il castello di giovedì 21 giugno



COLLE DI VAL D’ELSA (SI) – Porta Nova

Pur presentando il territorio di Colle grandi ritrovamenti archeologici, risalenti addirittura al IV millennio avanti Cristo, i primi documenti, dove si nomina Colle di Val d'Elsa, risalgono al X secolo, ma è dalla fine del XII secolo che la cittadina acquistò progressivamente autonomia e identità politica: i primi statuti comunali documentati risalgono al 1307. Il tessuto urbano occupava, già nel Medioevo, un'area molto ampia che comprendeva, oltre alla parte alta, il Piano disposto lungo il tracciato delle antiche gore. Quest'ultime sono le canalizzazioni artificiali del fiume Elsa, costruite nel corso dei secoli a partire dai primi del 200, con la presenza di numerosi edifici andanti ad acqua, come mulini, cartiere e gualchiere. Le gore in questo senso furono quindi un fattore decisivo per l'economica della città, favorendo lo sviluppo delle attività industriali.
Nella sua storia Colle di Val d'Elsa fu teatro di frequenti episodi bellici. Tra i più famosi ricordiamo la battaglia del 1269 tra guelfi e ghibellini, che ebbe notevoli ripercussioni sull'assetto politico della Toscana e l'assedio delle truppe del Duca di Calabria subìto nel 1479 a difesa del territorio fiorentino, che portò prima a gravi distruzioni, poi a nuovi potenziamenti del sistema delle fortificazioni. Nel corso del Cinquecento, Colle di Val d'Elsa gravitò ancora nell'orbita fiorentina, acquistando potere progressivo, soprattutto grazie alla famiglia dei Medici ed agli illustri colligiani che curarono l'amministrazione del Principe. Dopo la guerra di Siena e la costituzione del Granducato di Toscana, nel 1592 con la Bolla di Clemente VIII, Colle divenne la sede di una nuova diocesi. Nel XVI secolo con la famiglia Usimbardi si aprì il nuovo capitolo della storia moderna di Colle di Val d'Elsa. Alle porte dell'era contemporanea la produzione cartaria fu soppiantata dalle nuove industrie del ferro e del vetro. Fu soprattutto la produzione del vetro prima e del cristallo poi, a caratterizzare l'attività industriale di Colle di Val d'Elsa che già dall'Ottocento fu definita "la Boemia d'Italia", mentre oggi è diventata vera "Città del Cristallo" con il 15% di tutta la produzione mondiale ed oltre il 95% di quella italiana. Le fortificazioni di Colle di Val d'Elsa sono una pietra miliare dello sviluppo dell'architettura fortificata Medicea, considerate come importanza seconde solo alla fortezza di Volterra. Detta anche porta Salis o Solis o, ancora, Volterrana, la Porta Nova è una delle porte che consentivano l'accesso al borgo medievale di Colle di Val d'Elsa (il caposaldo occidentale della cinta muraria) ed è di per sé una piccola fortezza Fu costruita in pietra e cotto in sostituzione della porta Selva (distrutta durante l'assedio alla città del 1479), con il contributo dei più grandi architetti militari dell'epoca (il Francione e il suo allievo Giuliano da Sangallo, Francesco d'Angelo e Paolo di Francesco). Un breve tratto delle mura è racchiuso da due possenti torrioni circolari, più simili a quelli riscontrabili nelle rocche che non in mura urbiche. Al centro della cortina, orientata nord-sud, si pare la porta con arco a tutto sesto. Il complesso, quasi tutto in mattoni, a prima vista può sembrare il fronte di una rocca, è infatti dotato di forte scarpatura, doppio redondone a delimitare il tratto verticale, apparato difensivo a sporgere continuo su beccatelli triangolari in pietra e archetti in mattoni, parapetto con merlatura e troniere (incorniciate dal redondone): tutti elementi che da qui in avanti ritroveremo nelle 'nuove' fortificazioni, le rocche. Colle fu il primo esempio di applicazione detti principi ad una porta urbana. La Porta, che era dotata di un fossato nella parte anteriore (solo recentemente riportato alla luce) si presenta oggi completamente restaurata, sia nella parte interna che in quella esterna, grazie all’intervento promosso dall’amministrazione comunale di Colle di Val d’Elsa agli inizi del Duemila, con il contributo della Fondazione Mps, e diretto dall’architetto Luca Cellerai. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=BJZvO3RRHmQ (video di Baghymau).

Fonti: http://www.comune.colle-di-val-d-elsa.si.it/it/eventi-e-turismo/profilo-storico-della-citta, https://it.wikipedia.org/wiki/Porta_Nova_(Colle_di_Val_d%27Elsa), http://www.castellitoscani.com/italian/colle.htm, https://www.valdelsa.net/notizia/riapre-la-porta-nuova-patrimonio-storico-di-colle

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Fador su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2012/22545/view

mercoledì 20 giugno 2018

Il castello di mercoledì 20 giugno




BEINASCO (TO) - Castello e Torre

Una volta costituitosi Torino come libero comune tra il XII e il XIII secolo, il 2 giugno 1239, Federico Piossasco faceva formale donazione del castello , villa, territori e uomini di Beinasco a Gionata di Lucento, allora Capitano imperiale della città di Torino. La famiglia dei Piossaschi, una delle più influenti del Piemonte medioevale, non rinunciava comunque al controllo sul comune, dato che ne fu immediatamente reinfeudata. Nello stesso periodo vennero costituiti i confini territoriali, come risulta da un decreto del Vescovo di Torino, Ugo Cagnola del 1236, nuovamente confermato nel 1288. La definizione dei confini testimonia come anche Beinasco si fosse eretto in comune già nella prima metà del XIII secolo. Incuneato tra Torino e Orbassano, le sue dimensioni non furono mai considerevoli, ma la sua importanza andava al di là della sua estensione: infatti il territorio della sua parrocchia, sin dal Medioevo, è sempre stato più esteso di quello del comune. Tale superiorità rispetto ad altri centri della zona fu riconosciuta a suo tempo anche dalle autorità ecclesiastiche. Nel corso del Medioevo, Beinasco abbracciò fermamente la parte guelfa. Fu più volte alla mercé delle scorrerie delle truppe imperiali. Nel 1501, a riprova della capitale e del borgo sorto per difenderla, la città di Torino fu investita dal titolo di Signora di Beinasco. Il periodo più difficile del borgo fu il Seicento, quando Beinasco fu più volte distrutto, arrivando vicino alla sua totale estinzione. Una prima volta fu nel 1630. In Piemonte regnava il duca Carlo Emanuele I di Savoia, figlio di Emanuele Filiberto. Aveva tentato un'abile politica di espansione alleandosi prima con i francesi e poi con gli spagnoli. Nel 1627 aveva cercato di annettersi il Ducato del Monferrato, sul quale vantava notevoli diritti ereditari. Tali diritti non erano stati sostenuti dalla Francia, per cui il ducato era stato assegnato al Duca di Mantova, proposto da Luigi XIII. Allo scoppio della guerra, nel 1630 le truppe francesi misero a ferro e fuoco il Piemonte. Fra i vari paesi distrutti vi era anche Beinasco: venne distrutta la parrocchiale, e uccisa la maggior parte della popolazione. Contemporaneamente il paese venne colpito dalla peste, così come venne colpita anche Torino, raggiungendo quell'anno il suo apice. Il Cibrario, celebre per la sua Storia di Torino, sostiene che di cento capi famiglia censiti a Beinasco prima del 1630, dopo il contagio della peste ne rimanevano solo otto. Il paese venne devastato quasi completamente. Praticamente sterminata l'intera popolazione, Beinasco non esistette più, perdendo persino il diritto di formare un corpo di comunità. Carlo Emanuele II concesse nuovamente al paese il diritto di formarsi a comune. Verso il 1680 il paese sembrava finalmente essersi ripreso, quando altre due guerre lo devastarono nuovamente, anche se in maniera meno drammatica. Nel 1690 il giovane Vittorio Amedeo II, da poco salito al trono dopo la lunga reggenza della madre Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, rovesciando la precedente alleanza, dichiarò guerra alla Francia. Il Piemonte, era facilmente esposto all'esercito di Luigi XIV. A comandare le truppe invasori che dal Delfinato si erano portate in Piemonte era il comandante Nicola Catinat. Questo combatté con le sue armate una guerra spietata contro le popolazioni inermi: villaggi distrutti, campi bruciati, stragi di uomini. Mai la terra piemontese venne altrettanto devastata da un nemico. Non potendo attaccare Torino, i francesi adottarono la strategia della "terra bruciata", per indebolire la capitale e terrorizzare la popolazione e spingere il re alla battaglia decisiva in campo aperto. Anche Beinasco fece le spese di questa crudeltà. Le case appena costruite furono nuovamente bruciate. Il 4 ottobre 1693, nei pressi di Marsaglia, un piccolo villaggio sulla strada per Orbassano, si combatté una delle più aspre battaglie del conflitto, risoltasi in una memorabile sconfitta per Vittorio Amedeo II. Raggiunta la pace nel 1696, di li a poco Beinasco fu nuovamente coinvolta in un conflitto: la Guerra di successione spagnola dal 1701 al 1713 e ancora una volta contro i francesi. Beinasco fu nuovamente saccheggiata. Dopo un secolo di tali devastazioni e rovine, la storia di Beinasco subì una svolta. Quasi completamente distrutta, cessò la funzione di difesa di Torino, per diventare un semplice borgo agricolo ai confini della capitale. Nel 1768 parve giunto il momento di affrontare il problema della viabilità, per cui una petizione per la costruzione di un ponte fu inviata alla Gran Cancelleria. Vi era descritta la necessità, per esempio da parte del parroco, di raggiungere quelle famiglie situate sulla sponda opposta del torrente. Si dovette aspettare solo il 1839, quando, su decreto di Carlo Alberto, fu costruita la nuova strada comunale che univa Piossasco a Torino. La costruzione del castello di Beinasco risale al XIII secolo. Nel corso dei secoli il castello, originariamente di architettura guelfa, subì incendi, devastazioni e rimaneggiamenti. Attualmente sono ancora presenti alcune bifore (tipo di finestra ripartita in due aperture) ad arco a tutto sesto ripartite da colonnine con sovrastante arco acuto con decorazioni in terracotta. Sulla facciata verso Piazza Alfieri si può notare un medaglione con ritratto in terracotta raffigurante, secondo la leggenda, l'Imperatore Nerone. Oggi l'edificio è di proprietà privata. Della cinta muraria del castello si è conservata solo una porta d’ingresso, posta sull’attuale Corso Cavour, detta “Torre”, che anticamente era cinta da fossato ed aveva un ponte levatoio. Costruita in laterizio, con apertura ad arco a tutto sesto, conserva le grandi caditoie. Un affresco del XV secolo, deteriorato in molte sue parti, raffigurava presumibilmente la Fuga in Egitto, la Crocifissione di Cristo e il Martirio di S. Sebastiano. Un tempo era parte integrante del Castello, oggi è sull’attuale muro fiancheggiante Via Trucchi. Altri link: http://www2.comune.beinasco.to.it/Ilcastello, https://www.geoplan.it/luoghi-interesse-italia/monumenti-provincia-torino/cartina-monumenti-beinasco/monumenti-beinasco-castello-e-torre.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Beinasco, http://www.comune.beinasco.to.it/turismo, http://archeocarta.org/beinasco-to-castello-e-torre/, http://www.parallelo45.com/p45gallery_display.asp?Foto=1032&Cat=5001

Foto: la prima, relativa al castello, è di Giuseppe1950 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/308760/view; la seconda, relativa alla torre, è di ancora di Giuseppe1950 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/308750/view

martedì 19 giugno 2018

Il castello di martedì 19 giugno





MORGEX (AO) - Castello Pascal de la Ruine in frazione La Ruine

Il castello è situato nel comune di Morgex, in località La Ruine, strategicamente sopraelevata rispetto all'abitato e attraversata da un torrente. Il castello, secondo lo storico valdostano Jean-Baptiste de Tillier, sarebbe stato fatto costruire dal notaio Jean Pascal de la Ruine attorno al 1450, ipotesi supportata dalla presenza all'interno di una serratura in ferro battuto rappresentante una cicogna e datata 1457. Il castello è un complesso composto da vari edifici: sul lato est si trova l'edificio più antico, ovvero una casaforte con finestre in pietra lavorata e architravi lignei. Per approfondire l'argomento, consiglio di leggere il file PDF che si trova al seguente link http://www.regione.vda.it/allegato.aspx?pk=32517 (se non riuscite ad aprilo, cercatelo su Google inserendo come chiave di ricerca "Morgex castello Pascal").

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Pascal_de_la_Ruine, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/morgex/castello-pascal-di-la-ruine/927

Foto: la prima è di Rollopack su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Pascal_de_la_Ruine#/media/File:Castello_Pascal_di_la_Ruine_2.JPG, la seconda è presa da http://territoriomorgex.laser-group.com/castello-pascal-de-la-ruine. Infine, la terza è presa da http://www.eneafiorentini.it/ivda/Esc_Derby_Morgex_2015.html

lunedì 18 giugno 2018

Il castello di lunedì 18 giugno




BELLA (PZ) - Castello aragonese

Il centro storico di Bella, caratterizzato da urbanizzazione a cinte concentriche servite da numerose porte, ha origine medioevale. Il territorio dell’attuale Comune, abitato anticamente da gente osca, nel XII secolo comprendeva il vasto feudo di Santa Sofia, quello più piccolo delle Caldane e altri 16 minuscoli feudi, unificati, sotto Federico 20, in unico feudo denominato di Bella. C’era allora, alle falde del monte Castelluccio, un piccolo villaggio, detto, appunto, Castelluccio, scomparso, poi, nel XVI secolo. Passando da feudatario, la popolazione di Bella non patì in quei tempi vicende di rilievo. Nel 1405 Re Ladislao di Napoli le abbonò parte delle imposte dovute, commiserando i danni subiti per la guerra allora in atto. Nel 1560 il popolo, stanco dell’oppressione feudale, deliberò in pubblico parlamento di passare sotto il diretto dominio del Re. Ottenne l’assenso regio nel 1562 e pagò 14.700 ducati. In quell’occasione il Re approvò, su richiesta dell’Università bellese, uno Statuto in 26 Capitoli per garanzie autonomistiche in relazione ad un buon governo comunale. Nel 1564, però, il popolo, prostrato dal dominio regio, deliberò di riportarsi sotto il dominio feudale. Si offrì al barone Agostino Rondone di Melfi e gli prestò anche i 14.700 ducati necessari per il deliberato riscatto. Nel 1591 Saba Rondone vendette Bella, insieme a Santa Sofia, Caldane, Platano e Baragiano, a Camillo Caracciolo per 110.000 ducati. Da quel tempo i Caracciolo di Torella, che nel 1598 ottennero il titolo di “Marchesi di Bella”, tennero questo feudo fino all’eversione della feudalità (primo decennio del XIX secolo). La peste del 1656 mietè molte vittime fra i Bellesi e il disastroso terremoto del 1694 apportò loro gravissimi danni e numerosi morti. Nel 1799, sotto l’impulso ed il pretesto delle idee della Rivoluzione francese, scoppiarono in Bella feroci lotte tra famiglie, gruppi sociali e attacchi di popolazioni circonvicine, e culminarono nell’uccisione violenta e feroce di 28 cittadini. I successivi moti risorgimentali registrarono la presenza attiva di molti Bellesi per la causa della liberazione del Sud dai Borboni. Nel 1861 il paese subì l’obbrobrio e i danni dell’invasione di un’armata di 700 briganti circa, comandati da Crocco. Nel 1846 i Caracciolo vendettero al Principe di Sant’Antimo le vaste proprietà terriere che ancora tenevano in Bella, nelle vaste contrade rurali di San Cataldo, Sant’Antonio Casalini e Castelluccio del Principe. Esse, dopo la seconda guerra mondiale, furono requisite da un apposito Ente governativo di Riforma Fondiaria e distribuite in quote a centinaia di contadini delle contrade citate. Il Comune comprò dal Principe di Sant’Antimo, verso gli inizi del secolo scorso, il vecchio castello feudale e lo trasformò in edificio scolastico. Attualmente lo si sta riportando quasi al suo stato originario. Nell'XI secolo, un'orda di barbari invase l'Italia meridionale e nuove guerre si scatenarono in questo territorio tra Normanni e Saraceni, finchè questi ultimi furono cacciati dalla Lucania e da tutta l'Italia meridionale. I Normanni non furono meno barbari e saccheggiatori dei Saraceni: essi percorsero in lungo e in largo l'attuale tenimento di Bella, seminando ovunque terrore ed impossessandosi degli averi dei cittadini indifesi. Secondo la leggenda, la distruzione del paese fu impedita dal coraggio della bellissima Isabella, una fanciulla che decise di sacrificare la sua vita piuttosto che assistere alla distruzione del proprio paese. Indossato l'abito bianco da sposa, ella andò incontro agli invasori per di fermarli. Il capo normanno, sorpreso nel vedere quella fanciulla bellissima che, da sola e senza alcuna difesa, avanzava verso morte sicura, le promise che non sarebbe entrato in paese, le cinse il fianco con la sua spada e la nominò capitano del popolo. Da allora il paese fu conosciuto con il nome della fanciulla anche se il popolo, comunemente, lo chiamò "il paese della bella", in ossequio alla sua bellezza. Dopo la morte di Isabella fu stabilito che il paese si chiamasse Bella. Tra le memorie artistiche ed architettoniche del paese, figura il castello aragonese risalente all'anno 1000, ma completato nel 1567. Dopo varie modifiche e opere di restauro, della struttura originale rimangono oggi solo il portale e due delle quattro torri.Altri link suggeriti: http://lucania1.altervista.org/paesi_taddeo/t_612/p_monum/612_08.htm, http://www.aptbasilicata.it/Galleria-Immagini.1328+M5823abf7483.0.html#gallery

Fonti: testo del prof. Mario Martone su http://lucania1.altervista.org/bella/, https://patrimonioculturale.regione.basilicata.it/rbc/form.jsp?bene=132&sec=5, http://www.vacanzeinbasilicata.it/Basilicata/Potenza/Comuni/Bella/

Foto: la prima è presa da https://www.premioceleste.it/ita_artista_news/idu:39356/idn:4039/, la seconda è presa da http://www.bellabasilicata.it/

domenica 17 giugno 2018

Il castello di domenica 17 giugno



BARAGIANO (PZ) – Palazzo baronale

Sono gli innumerevoli ritrovamenti archeologici a testimoniare le antiche origini del paese, i quali affiorano già a partire dal nome del paese, Baragiano. Per alcuni studiosi potrebbe derivare da “Ara Jani”, ara di Giano, il tempio scoperto proprio nei pressi dell’attuale paese, e successivamente divenuto “Barajanum” da cui Baragiano. Un documento del 1124 indica che il comune del Marmo Platano, nell’area nord occidentale della Basilicata, sia appartenuto a Landolfo, principe longobardo, mentre in un altro testo scritto (1150-1168) risulta feudo di Riccardo di Santa Sofia. In seguito Baragiano è appartenuto a numerose famiglie dai De Sangri agli Alagno, dai De Frisco ai Caracciolo, quindi ai Rendone, poi ai Caracciolo di Avellino, agli Arcella Caracciolo e, infine, ai Caracciolo di Torella. Sulla salita che porta alla chiesa Madre sorge un grande palazzo a forma rettangolare che viene chiamato dai baragianesi “castello”. Anche per la costruzione di questo edificio sono stati utilizzati grossi massi di pietra arenaria con incise delle lettere dell’alfabeto greco che provenivano dall’antico muro di cinta. Dell’esistenza di un castello farebbero supporre anche le strade adiacenti a questo edificio che hanno lo stesso nome. Attualmente non esistono torri o mura merlate. Il palazzo baronale viene nominato nel catasto onciario del 1741, risultava di proprietà del principe di Torella ed era già in cattive condizioni perché veniva descritto vacante e diruto. Era circondato da un giardino. Inoltre si trovano elencati lavori da realizzare per la sistemazione del soffitto delle camere del palazzo, la sistemazione di solai ecc. Sembrerebbe comunque che fungesse da magazzino per derrate alimentari. Tutto questo fa supporre che quello che rimane oggi potrebbe essere parte di un castello medievale, caduto in rovina nei secoli passati per incuria dei suoi proprietari e che in seguito abbia subito dei lavori di restauro che ne hanno modificato l’aspetto originale. Recentemente è stato oggetto di nuovi lavori di restauro a causa dei danni riportati nel terremoto del 1980. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=zMgU0jYalYQ (video di lux art), http://www.old.consiglio.basilicata.it/conoscerebasilicata/cultura/percorsi/pdf_comuni/baragiano.pdf

Fonti: http://www.comune.baragiano.pz.it/baragiano/detail.jsp?otype=100068&id=101259, http://www.basilicataturistica.it/territori/baragiano/?lang=it.

Foto: entrambe prese da http://www.aptbasilicata.it/Galleria-Immagini.1324+M5a4a4492683.0.html#gallery (non sono sicuro al 100% che il palazzo baronale sia questo, se qualcuno potesse darmi conferma, sarebbe prezioso per questo blog)

sabato 16 giugno 2018

Il castello di sabato 16 giugno



MORGEX (AO) – Tour de l’Archet

Per la sua particolare posizione geografica, Morgex subì per secoli l'invasione di orde barbariche che devastando i campi, depredando e bruciando le case, seminavano ovunque desolazione e rovina. Notevole importanza per Morgex fu il dominio dei Conti di Savoia; durante tale periodo infatti Morgex trascorse secoli di grande stabilità e libertà al riparo, grazie a trattati di neutralità, dalle numerose invasioni determinate dalle continue guerre che contraddistinsero tale periodo. Morgex era sede della mistralia della Valdigne che comprendeva i villaggi di La Thuile, Pré-Saint-Didier, Courmayeur, Morgex, La Salle e si estendeva fino al passo del Piccolo San Bernardo che ha rappresentato nella storia una delle più importanti vie di comunicazione. Morgex rappresentava quindi un centro economico ed amministrativo nonché sosta obbligata del Conte quando si trovava in viaggio verso Aosta per presiedere le Udienze Generali (tribunale di prima istanza, in cui venivano giudicate le cause penali e civili). Ogni sette anni i duchi di Savoia si recavano da Chambéry ad Aosta attraverso il Colle del Piccolo San Bernardo per tenere le Udienze generali e la Corte di giustizia. Era questa un'occasione prestigiosa per la Valdigne e soprattutto per Morgex, dove i commissari reali stabilivano un piccolo presidio per tutto il tempo in cui il sovrano esercitava la sua assise nel capoluogo. A Morgex, prima tappa dell'itineratio, il sovrano alloggiava presso il Castello de l'Archet. Situata nel capoluogo del paese, Tour de l’Archet, quest’alta (oltre 15 metri) torre quadrata, con muri di 9 metri di lato e 2,60 metri di spessore, ricorda nella tecnica costruttiva le torri di La Plantà di Gressan e Ville di Arnad, ovvero con l'uso di due paramenti con opera centrale a sacco. Costruita, secondo le analisi dendrometriche, negli ultimi anni del X secolo, risulta essere una delle più antiche torri della Valle d’Aosta. La torre merlata è inglobata, un poco fuori asse, in un più basso e vasto edificio, pure quadrato, che presenta la muratura medievale ed un bel portale in pietra sul lato nord, sul cui architrave è scolpito il motivo di un doppio arco a chiglia rovesciata. La finestrella in pietra lavorata posta sopra il portale è sormontata da un architrave scolpito con la croce di Savoia. Il castello prende il nome dall'antica faminapoletane de l'Archet (in precedenza de Arculo) i quali erano originari di Aosta dove avevano adattato a loro residenza l'Arco di Augusto di Aosta. Questi nobili sono già presenti nelle carte valdostane della prima metà del secolo XII. Si ignorano le circostanze della loro trasmigrazione in Valdigne, mentre è certo che la loro dimora di Morgex ospitava il conte di Savoia in occasione delle Udienze Generali, allorché vi convenivano i suoi sudditi diretti per prestare l’omaggio feudale. La torre ospita il Bibliomuseo del Fumetto (a conservazione e studio dei trentamila pezzi della Collezione Mafrica), gli uffici, la Biblioteca e l’Archivio della Fondazione “Natalino Sapegno”, deputata a studi e ricerche nell’ambito della letteratura europea moderna e contemporanea. In occasione di eventi particolari vengono organizzate visite guidate al monumento. Lo studioso di castellologia valdostana André Zanotto ipotizza che tutte e tre le torri (la Tour de l’Archet, La Plantà di Gressan e Ville di Arnad) sorgono in posizioni pianeggianti, quindi senza difese naturali. Dello stesso avviso anche Mauro Cortellazzo, che riprende il Lange: “la tour Malluquin a Courmayeur, la tour de l'Archet a Morgex, la tour Lescours a La Salle, la tour de la Plantaz e la torre di Sant'Anselmo a Gressan, la torre recentemente scoperta al castello di Fénis, la tour Néran a Châtillon, la tour de Ville ad Arnade altre due torri collocate nelle valli laterali, la tour Vachéry a Etroubles e la tour d'Hérères a Perloz. Tutte queste torri sono state edificate in zone che non presentano alcun elemento morfologico che possa facilitare la difesa, anzi appare chiara la scelta di spazi pianeggianti, aperti e non sempre in prossimità di percorsi viari. Tutte e dieci si caratterizzano quindi per la particolare scelta del sito”. Altri link utili: https://www.youtube.com/watch?v=1RZvBUZ7yes e https://www.youtube.com/watch?v=cjdtN0QwGNI (entrambi i video di Comune Morgex), https://www.youtube.com/watch?v=_P0ILMmcHEk (video di Samuel Ciak), http://www.sapegno.it/sapegno/data/File/generale/Tour%20de%20l%27archet.pdf

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Tour_de_l%27Archet, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/morgex/tour-de-l-archet/926, http://www.discovermorgex.it/index.php/cultura-e-territorio, http://www.vdamonamour.it/2014/05/tour-de-larchet-di-morgex-la-biblioteca-nella-fortezza-castelli-valle-d-aosta/

Foto: la prima è presa da http://www.vdamonamour.it/2014/05/tour-de-larchet-di-morgex-la-biblioteca-nella-fortezza-castelli-valle-d-aosta/, la seconda è presa da http://www.regione.vda.it/cultura/patrimonio/castelli/tour_de_larchet/default_f.asp

venerdì 15 giugno 2018

Il castello di venerdì 15 giugno



VIANO (RE) – Castello

Quanto rimane del castello è frutto dei restauri compiuti nel 1970 dal proprietario. Resta qualche rudere delle antiche mura diroccate nel 1793. Nel 1335 i Fogliani risultavano come primi proprietari del maniero, punto strategico dei loro domini di zona. Nel 1370 viene attribuita l'edificazione di un nuovo castello, forse in seguito alla distruzione della precedente fortificazione, come è testimoniato da una lapide. Il castello, salvo una breve sottomissione agli Estensi, rimase ai Fogliani fino al 1589. Nel 1596 il maniero passò al conte Pompeo Aldrovandi di Bologna e rimase ai discendenti Aldrovandi Marescotti fino all'abolizione dei feudi. Dopo un periodo di abbandono è stato restaurato negli anni 1970 ca. dal proprietario dott. Eusebio Corti. Il castello di Viano occupa la sommità di un rilievo arenaceo-marnoso con lembi ciottolosi che interrompe bruscamente la valle del Tresinaro. La fortificazione è di dimensioni inusuali per l'ambito collinare reggiano, occupando una ampia superficie complessiva accompagnata da parte del borgo originale con tratti dei contrafforti e delle cortine difensive. La struttura fortificata è articolata tra una alta torre quadrata, merlata, visibile ad ovest ed il palazzo signorile con torre circolare che si innalza verso est. Tra i due corpi di fabbrica si inserisce il borgo, ad impianto lineare con edifici a schiera. L'altra torre a pianta quadrata è stata oggetto di interventi di restauro nel corso del XIX e XX secolo. Nel fianco orientale si apre il portale sopraelevato a mensole concave con architrave a lunetta cui è adiacente un concio di pietra stemmato. Una sequenza alterna di stretti e lunghi conci di pietra rafforza gli angoli della torre; questa è delimitata superiormente da una cortina di merli guelfi. Il paramento murario è ad "opus incertum", con interclusi conci arenacei. L'ampio fabbricato attualmente adibito a residenza, che si innalza isolato nella estremità orientale del pianoro, è caratterizzato da una pianta su base rettangolare, rafforzata da contrafforti perimetrali ed articolata su due livelli di abitazione. Nel fianco meridionale dell'edificio si evidenzia la torre circolare capitozzata e ricostruita, delimitata superiormente da un soffittino a gronda in laterizio variamente diposto. Nel fianco orientale del medesimo fabbricato sono ancora osservabili elementi costruttivi derivati dai successivi interventi di ristrutturazione. Tra questi è notabile una finestra tamponata archiacuta in laterizio con ghiara, a livello del secondo piano immediatamente al di sotto di un soffittino di gronda in laterizio disposto a "T". La struttura è perimetrata da una scarpata che nel fianco settentrionale assume aspetto di cortina muraria, inglobando nel suo fronte gli edifici del borgo. Recenti interventi edilizi, in particolare in prossimità della torre merlata, hanno compromesso alcuni edifici. Le facciate presentano strette finestre medievali a stipiti composti ed architrave a lunetta oltre ai bassi portali in arenaria e cotto con arco a tutto. Alcuni vani conservano artistici camini in pietra e festoni in gesso, attribuibili al XVI secolo, unitamente a tortuose scale di collegamento in laterizio. L’intero complesso del borgo e castello in proprietà della famiglia Corti è stato oggetto dal 2008 di un importante intervento di restauro e recupero funzionale per attività della accoglienza curato dagli architetti Walter Baricchi e Paolo Soragni. A breve distanza dal castello si innalza l'oratorio, con semplice pianta ad aula e tetto a due spioventi. E' dedicato a S. Antonio ed è ricordato nella visita del Vescovo Rangone del 1609; è stato restaurato nel 1858. Altri link suggeriti: https://www.facebook.com/Castello-di-Viano-176656459015298/, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=3758&pagina=3, https://www.youtube.com/watch?v=8RaGqAnTncI (video con drone di Furbein).

Fonti: http://www.appenninoreggiano.it/schede.asp?lang=it&d=castello-di-viano, http://www.4000luoghi.re.it/luoghi/viano/castello_viano.aspx

Foto: la prima è di Giuseppe Coliva su https://www.facebook.com/groups/169346393690004/, la seconda è presa da http://www.4000luoghi.re.it/luoghi/viano/castello_viano.aspx

giovedì 14 giugno 2018

Il castello di giovedì 14 giugno



CAMPIGLIA MARITTIMA (LI) - Castello di Casalappi

Il Castello di Casalappi trae la sua denominazione dal latino "Castrum Appii": primi segni sicuri di insediamento sono infatti riscontrabili al tempo delle guerre civili tra Cesare e Pompeo, quando gli abitanti della via Appia fuggiti da Roma vennero a rifugiarsi su questo splendido, piccolo colle, strategicamente posto a poca distanza dal mare e circondato da una pianura in parte già resa fertile dagli Etruschi. Nel periodo della dominazione dei Longobardi nella Val di Cornia (dagli stessi rinominata Gualdo) la storia dell’abitato si perde. Fino al decimo secolo, quando nel 965 Casalappi e il suo Castello furono assaliti e dati alle fiamme dalle bande di pirati saraceni, che saccheggiarono e distrussero la torre centrale e parte degli edifici circostanti. Divenuti quindi proprietà dei Conti Uniti di Campiglia Marittima, nel Pieno Medioevo il Castello di Casalappi e l’annesso borgo vennero a costituire una sorta di stato indipendente, posto tra il principato di Piombino, la Repubblica di Firenze e la mensa dei Vescovi di Massa Marittima: condizione che favorì soprattutto lo sviluppo del contrabbando del grano e del sale provenienti dai porti di Piombino e Populonia. Nel XIII secolo l'Imperatore Enrico VII di Lussemburgo concesse alla Signoria di Casalappi il privilegio (mantenuto fino ad oltre il 1500) di amministrare autonomamente la giustizia e il potere di condanna, detenzione ed esecuzione dei “malfattori e banditi” che si fossero resi colpevoli di qualunque delitto, ad eccezione dei reati di omicidio e di lesa maestà, da demandare a più alta corte competente. E' proprio durante questo periodo che iniziarono a circolare le svariate leggende riguardanti il Castello; leggende di cui ad oggi non è dato sapere se non siano nient'altro che frutto della fantasia popolare o se traggano invece spunto da personaggi realmente esistiti e ad avvenimenti effettivamente accaduti. Nel 1776 il Castello di Casalappi - insieme alle terre del suo feudo, già stimate in undicimila ettari in un documento risalente al 1412 - fu annesso al territorio del Comune di Campiglia Marittima. Successivamente, il Castello, raro esempio di testimonianza storica più che millenaria, unico nella Val di Cornia quanto ad antichità e continuità della sua funzione di umana dimora, superò altre vicende e passaggi fino a divenire di proprietà dei Conti Guidi che ancora oggi vi abitano. Frammenti di muratura romana sono ancora visibili nella sala d'armi, luogo per tradizione deputato all’amministrazione della giustizia. Mentre la Torre e la facciata principale, subito ricostruite dopo il saccheggio dei Saraceni del 965, vantano una storia di più di mille anni, un profilo architettonico unico e suggestivo, e un fascino altrettanto raro. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=wruJ6WX5MNw (video di Top Hotels), http://www.bellezzedellatoscana.it/Fotografie/Toscana/Galleria/Casalappi-Campiglia_Marittima_LI/0.htm.

Fonti: http://castellodicasalappi.net/pagina-di-esempio/

Foto: la prima è presa da https://www.matrimonio.com/castelli-matrimoni/castello-di-casalappi--e144566, la seconda è presa da http://castellodicasalappi.net/galleria-il-castello/

mercoledì 13 giugno 2018

Il castello di mercoledì 13 giugno



CAVATORE (AL) - Torre

Nel 996 Ottone III di Sassonia fu incoronato Re d'Italia e, successivamente fu, da papa Gregorio V, incoronato Imperatore. In occasione dell'incoronazione il vescovo di Acqui, Primo, rappresentò a Ottone III le difficoltà in cui si veniva a trovare il vescovado e, grazie all'interessamento della sorella dell'Imperatore, Sofia, riuscì ad ottenere il 20 aprile 996, a Cremona, un diploma che, confermando, peraltro, quanto già concesso ai suoi predecessori, gli dava il dominio signorile sui Comuni di Cavatore, Terzo, Strevi, Cassine e sulle Pievi in esse esistenti. I nomi di Cavatore e Terzo compaiono per la prima volta nel documento del 996. Cavatore compare ora nella storia, classificato come "castello" e "borgo" appartenenti alla Chiesa d'Acqui. Il castello ed il borgo di Cavatore rivestivano un ruolo di indubbia importanza nel sistema di controllo del territorio edificato dai vescovi nel corso del tempo ed il castello, in particolare, doveva essere una delle rocche più salde in mano al potere episcopale, in quanto, insieme a quello di Bistagno, costituì uno dei luoghi di rifugio dei vescovi nei momenti in cui la loro permanenza si fece difficile. Cavatore viene confermato alla Chiesa di Acqui dal diploma di Enrico III dell'8 luglio 1052, mentre papa Adriano IV, il 12 novembre 1156, conferma ai canonici di Acqui ciò che essi hanno in Cavatore. La situazione giuridica risulta chiara nei primi decenni del 1300. Cavatore consta di un castello e di una villa , entrambi spettanti alla Chiesa di Acqui. Il castello è governato da un castellano, di nomina vescovile, al quale si ritiene competessero l'organizzazione militare ed il potere giudiziario. Sul castello di Cavatore il vescovo può porre la propria bandiera e disporre a suo piacimento di uomini, case ed i primi sono tenuti a fare " exercitum et cavalcatum pro domino episcopo ". Nella prima metà del 1300 gli uomini del castello e della "villa" risultano organizzati in Comune, retto da tre consoli e da un Consiglio di 14 membri. Il primo febbraio 1364, a Praga, l'Imperatore Carlo IV conferma a Guido d'Incisa, vescovo di Acqui, i diritti, i beni ed i possedimenti, incluso Cavatore. In questo diploma venivano puntigliosamente riprese tutte le concessioni operate a favore dell'episcopato acquese da re ed imperatori, a partire da Guido da Spoleto, con tutti i diritti ad esse connessi. Con l'accordo stipulato dal vescovo Enrico Scarampi con il procuratore del marchese Teodoro II Paleologo, il 29 giugno 1383, finiva il potere temporale dell'episcopale acquese e gli ultimi castelli rimasti, fra i quali Cavatore, passarono senza colpo ferire nelle mani dei poteri laici, tra i quali i Malaspina. La torre, ovvero il “castrum” di cui essa costituisce l'elemento caratterizzante, è, al pari della parrocchiale, il monumento più significativo del paesaggio storico di queste terre. Quando il castello appare a stretto contatto dell'abitato, che concentricamente lo avvolge o gli si stende accanto, si può ben ipotizzare una sua azione di richiamo della “villa” in precedenza localizzata altrove o sparsa in frazioni. A Cavatore la corta distanza tra queste due entità sembrerebbe collegare la fortezza soprattutto alla difesa del villaggio, a fianco della cui chiesa essa si pone. La torre di Cavatore è la più antica del territorio, eretta quando Cavatore era feudo del Vescovo d'Acqui. Si tratta di un mastio a base quadrata, dalla perfetta muratura in pietra squadrata, che si erge su di un poggio scavato comprendente lo spazio del castellaro; le sue uniche aperture sono l'ingresso con arco a tutto sesto architravato, posto all'altezza di sette, otto metri, una finestrella sommitale di fattura simile e una porticina ad architrave, sottostante l'accesso. Alla cima non esiste decorazione per cui, data l'estrema semplicità del modello, è da crederlo pertinente alla fine del Millecento o al principio del Duecento. E' appartenuta al marchese del Monferrato, ai Malaspina e, dal XVIII secolo, ai Savoia.

Fonti: https://www.unplipiemonte.it/public/20100219509614075520904258534615169133193361525554377696.pdf, https://www.comune.cavatore.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/torre-5820-1-7e080ef001000c06f40449501dc9293e, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di mauro1968 su http://mapio.net/pic/p-54167220/, la seconda è presa da https://www.unionemontanasuoldaleramo.it/ubicazione/torre-di-cavatore/