giovedì 17 ottobre 2019

Il castello di giovedì 17 ottobre




CALATABIANO (CT) - Castello Arabo-Normanno

La storia di Calatabiano è strettamente collegata a quella del suo castello, che si erge su un'altura a 160 metri d'altitudine, all'imboccatura meridionale della Valle dell'Alcantara. Con tutta probabilità, stante l'importanza strategica e militare del sito, una fortezza doveva già essere presente in epoca greca e forse addirittura sicula. A tal proposito Julius Schubring sostenne che i Siculi dovevano tenere un caposaldo all'imboccatura della valle, di fronte al monte Tauro, nominato come Castello di Bidio, ma tale ipotesi non è mai stata suffragata dai reperti archeologici rinvenuti, che hanno invece datazione posteriore al IV secolo d.C.. Il castello, nella sua conformazione attuale, con l'annesso borgo collinare cinto da mura merlate, è riconducibile a una prima fortificazione sommitale di epoca bizantina, come dedotto grazie agli scavi effettuati alla fine del XX secolo e agli inizi del secolo successivo. La monetazione bizantina ritrovata va dall'epoca dell'Imperatore Eraclio all'Imperatore Leone VI. I ritrovamenti archeologici dell'ultima campagna di scavi del 2008/2009 non hanno dato alcun segno di frequentazione araba del sito. Il toponimo del paese è di derivazione dall'arabo قلعة, kalaat (castello), mentre -biano non è riconducibile a un nome arabo. Sotto il dominio normanno, regnando Ruggero II, nel 1135 Calatabiano fu elevata a baronia. Della presenza di un incastellamento veniamo a sapere solo in seguito, grazie al Libro di Ruggero composto da Idrisi nel 1154, che cita per la prima volta il Kalaat-al Bian. L'uso della lingua araba da parte del geografo ha evidentemente condotto all'errata convinzione che il castello fosse di origine berbera. In epoca sveva, dopo la morte di Federico II, il castello fu dato da Corrado IV a Giovanni Moro, servitore musulmano di suo padre. Dopo la morte di Corrado, Giovanni passò al fianco di Innocenzo IV mettendosi contro Manfredi di Hohenstaufen: in una lettera del 3 novembre 1254, il papa conferma a Giovanni Moro alcuni possedimenti, tra cui il castrum di Calatabiano, in cambio dei quali Giovanni doveva garantire, alla bisogna, aiuto militare per la difesa del Regno di Sicilia. Tra i vari signori che si succedettero nel corso dei secoli, il periodo più fulgido nella storia di Calatabiano si ebbe con la signoria dei Cruyllas. Famiglia di origine catalana, i Cruyllas ottennero la baronia nel 1396 tenendola per circa un secolo, ingrandendo il castello fino alle dimensioni attuali ed edificando la Chiesa del Santissimo Crocifisso. Esauritasi la successione per linea maschile, questa continuò per linea femminile con il passaggio della signoria prima ai Moncada e poi ai Gravina, principi di Palagonia. Nel 1544 si ebbe la venuta del pirata Dragut che, sbarcato sul lido di San Marco, espugnò e saccheggiò il borgo. Nel 1677, a seguito della rivolta antispagnola di Messina i francesi assediarono lungamente il castello, venendo respinti dai 150 difensori spagnoli e poi sopraffatti dai soverchianti rinforzi. Il borgo e il castello vennero completamente abbandonati a seguito del Terremoto del Val di Noto del 1693, che danneggiò gravemente l'abitato. La popolazione si reinsediò ai piedi della collina da dove da qualche decennio insisteva già un piccolo insediamento, primo nucleo della Calatabiano moderna, che progressivamente si espanse sulla pianura. Visitando il castello, spicca il portale di ingresso, costituito da un arco a sesto con dei conci lavici di pietra arenaria, sormontato da beccatelli reggenti. Entrando ci si ritrova in un cortile largo circa 8 m, sulla cui destra si trovano due cisterne con feritoie. Delle mura di cinta rimane il perimetro completo con resti di merlature guelfe. Uno degli ambienti più pregievoli del castello è il "Salone dei Cruyllas", situato al centro del cortile e dal cui interno, attraverso due finestre, si può ammirare una bellisima veduta della valle dell'Alcantara. Al centro del salone vi è uno stupefacente arco in pietra bianca di Taormina che divide simmetricamente in due parti il il grande ambiente, sulla cui pietra di volta si trova il blasone dei Cruyllas. Tra i vani che si affacciano sul cortile vi è ad ovest una cappella con abside, al centro della quale vi è una feritoia. In una zona più alta del maniero, dove fu costruito il primo nucle difensivo, si arriva attraverso un portale decorato da conci lavici artisticamente lavorati. Salendo una scaletta intagliata nella roccia si accede al "Mastio" formato da un corpo centrale rettangolare delimitato alle estremità da due torrioni semicircolari. Nella parte centrale del Mastio vi è una "PUSTERIA", un'apertura che consentiva l'uscita d'emergenza sul pendio ripido del monte. L'approvigionamento idrico del maniero era affidato alla raccolta di acqua piovana nelle 6 cisterne sparse in tutta l'area interna. Solo qualche rudere rimane invece del borgo abbandonato nel 1693. Dopo decenni di abbandoni, nel luglio 2009, il castello di Calatabiano è tornato agli antichi splendori grazie al sapiente progetto di restauro dell'architetto Daniele Raneri, il quale ha ridato lustro non solo ad una delle fortificazioni più suggestive della Sicilia orientale, ma ha praticamente riscritto la storia del castello stesso. Il complesso è stato ristrutturato e divenuto una meta apprezzata dai turisti. La ristrutturazione ha portato alla creazione di bar, pizzerie e sale per convegni edificate all'interno del castello in uno stile decisamente moderno. Il castello, posto sopra una collina alta 220 m rispetto al livello del mare, è raggiungibile tramite una strada tortuosa o tramite una funivia costruita durante la restaurazione del suddetto castello. Ancora oggi sono in atto progetti per il miglioramento del castello e scavi archeologici che portano sempre nuovi reperti risalenti alle epoche precedenti. Ecco il sito web del monumento: https://www.castellocalatabiano.com/. Altri link suggeriti: http://www.medioevosicilia.eu/markIII/castello-di-calatabiano/, https://comune.calatabiano.ct.it/turismo/castello-arabo-normanno/, https://www.youtube.com/watch?v=XFYG3CyzEa8 (video di todaronetwork), https://www.youtube.com/watch?v=19yATztOc0k (video di Vincenzo Adorno), https://www.raiplay.it/video/2019/04/Sapiens-Un-solo-pianeta-Castello-di-Calatabiano-abc302b3-4e92-412f-98b1-c1f90be4176b.html (video), https://www.youtube.com/watch?v=52D62burCys (video di Qui Sicilia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Calatabiano#Castello, https://www.icastelli.it/it/sicilia/catania/calatabiano/castello-di-calatabiano

Foto: la prima è presa da http://www.italianways.com/il-castello-di-calatabiano-sicilia-di-arabi-e-prosperita/, la seconda è un fermo immagine del video di Vincenzo Adorno (https://www.youtube.com/watch?v=19yATztOc0k)

mercoledì 16 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 16 ottobre



GOITO (MN) - Castello o Villa Magnaguti in frazione Cerlongo

Il castello di Cerlongo è un'antica roccaforte che conserva inalterato l'originario impianto, oltre ad alcuni edifici medievali e le opere difensive, tra cui le tre torri e le mura perimetrali. Ignota l'epoca di costruzione, il castello era preesistente al Ducato di Mantova, allorché i duchi Gonzaga si recavano nella località di Cerlongo perché rigogliosa di alberi da frutta, soprattutto di ciliegi. In una sala dell'edificio una lapide ricorda che il 25 giugno 1866 vi soggiornò il re Vittorio Emanuele II. Si tratta della residenza padronale più significativa di Cerlongo, profondamente rimaneggiata nel corso dei secoli rispetto a quella che doveva essere l'originaria struttura. In passato la costruzione assolse alla funzione di residenza signorile: costituì infatti un possesso della famiglia Cocastelli (i Cocastelli, originari del Monferrato, Piemonte, ottennero la dignità comitale nel 1228 da Bonifacio del Monferrato. La famiglia si trasferì a Mantova a fine XVI secolo (CASTAGNA 1991, p. 211), da cui poi venne acquistata, nel corso dell'Ottocento, dalla famiglia Magnaguti (la famiglia Magnaguti, originaria del Polesine, Rovigo, si trasferì a Mantova nel XVI secolo; i Magnaguti ebbero vari possedimenti nel mantovano e ottennero il titolo di conti nel 1771 (CASTAGNA 1992, p. 133), che ne fece la sua residenza di campagna. Nel Catasto Teresiano (mappale n. 1913), rilevato nel 1776, la struttura risulta indicata come casa e corte in parte di villeggiatura, di proprietà del Rev. Vincenzo Scaratti di Medole. Durante le battaglie risorgimentali la villa ospitò la sede del quartier generale piemontese. A metà del 1950 l'edificio venne adibito a istituto religioso, sede di una congregazione di suore, le "Povere Figlie di Maria S.S. Incoronata". Attualmente Villa Magnaguti appartiene al Comune di Goito. L'attuale impianto della villa, sviluppato orizzontalmente con andamento NS nella porzione sud della frazione, credibilmente differisce dall'assetto originario della stessa, che doveva probabilmente presentarsi come costituita da più corpi disposti attorno a una corte. L'edificio è strutturato su due piani sovrapposti (M. DALLA BELLA 2007, p. 48), uno di servizio, inferiore, e un piano rialzato, quello nobile destinato alla rappresentanza (in una delle sale del piano nobile è collocata una lapide con la seguente iscrizione: «In questa camera Vittorio Emanuele II riposava le stanche membra il 25 giugno 1866 nel fiero proposito di riscattare dallo straniero Mantova e Venezia»). Lo schema a forma di parallelepipedo compatto, elevato su due piani di Villa Magnaguti, è ricorrente nelle ville più semplici e antiche, riferibile al XVI e XVII secolo ( a tale proposito si veda TOMASSINI 2003, p. 167). In questo caso la struttura è stata arricchita da elementi il cui aspetto stilistico rinvia a un periodo più tardo, evidentemente si tratta di decori aggiunti in epoche successive a quelle della costruzione. Il fatto che la villa venga spesso classificata come villa ottocentesca è dovuto all'analisi della facciata verso la strada, la quale presenta un aspetto neo - castellano, in virtù dei tre finti torrioni che la scandiscono, realizzati su imitazione delle architetture medievali nel XIX secolo. La torre merlata centrale appare più elevata rispetto a quelle laterali, da cui la dividono due corpi intermedi più bassi ed è collocata in corrispondenza della scalinata marmorea d'ingresso. L'altra facciata, verso il parco (all'epoca dei Gonzaga tale parco vantava la presenza di una ricca vegetazione, composta di ficus tropicalis, olmi, faggi, magnolie, ippocastani e filari campestri di ciliegi; BORIANI 1969, p. 71. Vi erano presenti anche cedri del Libano di grandi dimensioni, abbattuti dalle suore quando divennero proprietarie della villa e del parco - Nota riferitami oralmente da Sergio Cobelli, ex abitante di Cerlongo - ) della villa, presenta un aspetto più lineare ed è timpanata. Sul lato meridionale della piazza è collocata la torre, interposta a due abitazioni, di cui costituisce l'accesso; si tratta forse dell'unico elemento della villa che conserva più di altri il ricordo di una primitiva struttura. È probabile che tale villa costituisse originariamente l'abitazione di Giovanni Boniforte (Giovanni Boniforte era figlio del mercante Bertone da Concorezzo. La famiglia milanese dei Concorezzo si era stabilita a Mantova nel XV secolo, dove aveva avviato un vasto commercio di lana e tessuti, con l'appoggio della famiglia Gonzaga, legame ulteriormente rafforzato dal matrimonio di Giovanni con Bartolomea. Giovanni Boniforte possedeva una conceria in Piazza Erbe a Mantova, dove venivano tinti e lavorati panni e cuoio, tramite il tannino; quest'ultimo veniva estratto dalle querce, specie arboree molto diffuse nell'area mantovana. Inoltre, Giovanni aveva ereditato dal padre terre e armenti del territorio di Cerlongo, fondamentali per la fornitura di pellame e lana che erano alla base della sua attività commerciale; E. COMERLENGHI 2007, pp. 321-323; www.turismo.mantova.it: articolo "La storia della casa del mercante" di Maria Rosa Govio Casali Valparini), il quale aveva un «chasamento» (esistono tre lettere scritte nell'inverno 1463 da Giovanni Boniforte e dalla moglie dalla loro dimora in Cerlongo, indirizzate al marchese Ludovico II Gonzaga: ASMn, AG. b. 2399, cc. 50-53) in Cerlongo; verosimilmente le nobili origini della moglie, Bartolomea Gonzaga, giustificano il pregio architettonico dell'edificio. Nonostante il profondo rimaneggiamento, le murature appaiono conservare ancora memoria dell'antico, come si può osservare negli ambienti interni, dove alcune stanze hanno conservato paramenti e decorazioni databili ai secoli XVII, XVIII. Tramite la porta d'ingresso del palazzo si accede ad un piccolo atrio decorato con motivi floreali e bucolici; il soffitto è dipinto alla stregua di un cielo in cui si librano putti che reggono canestri di fiori e frutta. Gli affreschi, di autore ignoto (tra i locali si tramanda che tali affreschi furono eseguiti da un pittore girovago della zona che, in cambio di alloggio, si offriva di dipingere), ricalcano schemi tardo settecenteschi, eseguiti però in un periodo più tardo, forse fine Ottocento; il soggetto degli affreschi, un corteo di Venere, sembrerebbe alludere ad un matrimonio, verosimilmente quello del conte Lodovico Magnaguti con Faustina Rondinini, tenutosi il 2 giugno 1829, come confermerebbero i rispettivi stemmi , rappresentati su un arazzo dipinto nell'ultima stanza a destra dell'atrio d'ingresso. Il pavimento all'ingresso riporta un mosaico ottocentesco racchiuso all'interno di un cerchio, con la rappresentazione dell'arma gentilizia dei Magnaguti: una cicogna che tiene nel becco un serpente verde su uno sfondo azzurro. La prima stanza a destra conduce verso una scala, tramite la quale si accede ai piani superiori e ai sotterranei. In questi ultimi la presenza di pareti scandite da ciottoli in sequenze ordinate fa propendere per una fase medievale della villa stessa. Le fondamenta risultano quindi conservare la parte più antica della struttura. Altro link consigliato: https://www.comune.goito.mn.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-cerlongo-villa-magnaguti-43840-1-ca0768c4642a2bb284d8c495609b53eb

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Cerlongo, https://it.wikipedia.org/wiki/Cerlongo

Foto: la prima è presa da https://www.facebook.com/229245327248907/photos/a.229248523915254/829876293852471/?type=1&theater (profilo Facebook "Premio Castello d'Arte Contemporanea"), la seconda è di Massimo Telò su https://it.wikipedia.org/wiki/Cerlongo#/media/File:Cerlongo-Villa_Magnaguti.JPG

martedì 15 ottobre 2019

Il castello di martedì 15 ottobre



OTRANTO (LE) - Castello Aragonese

Importante testa di ponte verso l'Oriente, la città di Otranto è stata munita fin dall'antichità di sistemi di difesa ed opere fortificate, aggiornate nel corso dei secoli dalle dominazioni che vi si sono avvicendate. L'assedio subito dalla città nel 1067 danneggiò gravemente il fortilizio che fu riparato e potenziato qualche anno più tardi per volere di Roberto il Guiscardo. Della ricostruzione promossa nel 1228 da Federico II di Svevia rimangono invece tracce evidenti della torre del corpo mediano cilindrico, inglobata nel bastione a punta di lancia, e nella cortina muraria di nord-est. Dopo il Sacco di Otranto del 1480, anno in cui tutto il Meridione d'Italia fu oggetto dell'attacco turco, il Castello dovette essere ricostruito, cosa che fece Alfonso d'Aragona duca di Calabria. Alla fine del secolo, quando la città fu data in pegno ai veneziani, la struttura fu ulteriormente potenziata con l'aggiunta di artiglierie e bombarde. Della fase aragonese rimangono solo un torrione e parte delle mura. L'aspetto attuale del fortilizio si deve infatti ai Viceré spagnoli, che ne fecero un vero e proprio capolavoro di architettura militare: opere di difesa straordinaria furono attuate nel 1535 da Don Pedro di Toledo, di cui rimane lo stemma sul portale d'ingresso e sulla cortina esterna. I due bastioni poligonali aggiunti nel 1578 sul versante rivolto al mare, inglobarono il preesistente bastione aragonese. Alla metà del secolo successivo il leccese G. F. Saponaro fu incaricato di rafforzare ulteriormente il Castello. La fortificazione, nella sua configurazione iniziale, di fine '400, si presentava a forma di quadrilatero (trapezio rettangolo), con ai vertici quattro rondelle (torri circolari) realizzate in carparo, con quella rivolta verso il mare in posizione più sporgente, come spesso rappresentato nei trattati da Francesco di Giorgio Martini. La configurazione che oggi osserviamo è frutto di costanti modificazioni, che interessarono la fortezza per tutto il '500, imposte dalla continua evoluzione e perfezionamento delle armi da fuoco. Il castello è delimitato su tutti i lati da un profondo fossato che viene superato all'ingresso con un ponte, oggi con arco in pietra e calpestio in legno, probabilmente in origine di tipo levatoio. Un corridoio stretto immette direttamente nell'atrio del piano terra. Attraversandolo si nota l'ispessimento della facciata realizzato agli inizi del '500. Tutti gli ambienti del piano, sviluppati a ridosso delle cortine esterne, a pianta rettangolare o quadrata, si affacciano sul cortile interno e sono coperti da sistemi a volta. All'esterno del quadrilatero originario si sviluppano due ambienti, certamente tra i più rappresentativi dell'intera struttura: le sale triangolare e rettangolare. La sala triangolare fu generata dagli ampliamenti di metà '500, quando fu aggiunto all'esterno il bastione tra le due rondelle. Particolarmente suggestiva è la copertura a volta di questa sala definita dall'intersezione di tre unghie di padiglione in pietra carparo che seguono la particolare forma in pianta del locale. La Cappella al piano terra si presenta parzialmente affrescata e contiene al suo interno varie cornici ed epigrafi, tra le quali quelle della tomba di Donna Teresa De Azevedo, morta il 23 febbraio del 1707, alla quale il marito, Don Francesco de la Serna e Molina, castellano dell'epoca, dedicò una tenerissima epigrafe in cui la indica quale "esempio di pudicizia, dea di bellezza, modello di onestà, prole di eroi spagnoli". Al di sotto del piano terra si sviluppa un intrigo di cunicoli, gallerie e piccoli ambienti, che definisce il sistema dei "sotterranei". Si tratta di ambienti di grande valore storico, molto suggestivi, rimasti immodificati sin dalla loro costruzione, risalente al primo impianto di fine '400. Solo alcuni percorsi hanno subito, con il perfezionamento delle armi da fuoco, nel '500, piccole trasformazioni e ampliamenti. I sotterranei sono il luogo in cui diventa più facile leggere le differenti fasi che hanno caratterizzato la costruzione del castello: il primo impianto di fine '400, le fodere e i rinforzi delle cortine e di alcune rondelle di inizio '500, l'aggiunta del bastione triangolare di metà '500 e, infine, la realizzazione del puntone verso mare di fine '500 (chiamato Punta di Diamante e costruito da Scipione Campi e Paduan Schiero di Lecce). Attraverso una scala in pietra coperta e una scala esterna, sempre in pietra, si può raggiungere il ballatoio del primo piano, che garantisce l'ingresso ad una serie di ambienti che ricalcano in grandi linee posizione e impostazione del piano terra. Da questo livello si accede, però, all'interno delle tre rondelle ancora oggi presenti agli spigoli: Alfonsina (in onore di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria), Ippolita e Duchessa (in memoria della moglie del suddetto Alfonso). Nel cuore delle rondelle, protette da una spessa cortina esterna, sono presenti ambienti a pianta circolare, coperti da cupole emisferiche in pietra carparo, in cui erano collocate bombarde e cannoni orientati verso bocche di fuoco comunicanti con l'esterno.
Sulle coperture sono presenti i percorsi di ronda, protetti da muri molto spessi con feritoie per la disposizione di cannoniere. Sia sulle cortine esterne che all'interno dell'atrio sono presenti alcuni stemmi araldici di sovrani e nobili, protagonisti della storia del Castello. Particolarmente interessante quello posto sul portone d'ingresso con lo stemma scolpito dell'Imperatore Carlo V.
La fortezza otrantina ispirò il primo romanzo gotico della storia, "Il castello di Otranto", di Horace Walpole (1764) ed il libretto di un'opera buffa, "Le Baron d'Otrante" (1769) di Voltaire. L’ampio fossato, che per buona parte circonda il castello, ospita ogni anno in primavera le Giornate Medioevali, durante le quali vengono rievocati quei tempi antichi tra dame, cavalieri, cantastorie e fiere. Altri link suggeriti: https://www.turismo.it/cultura/articolo/art/otranto-cosa-scoprire-nel-castello-degli-aragonesi-id-10462/, https://www.youtube.com/watch?v=-EX-ETnaFgo (video di You Box Salento), https://www.canaleeuropa.tv/it/museum/otranto-castello-aragonese.html (video di CanaleEuropa.tv), http://www.salentoweb.tv/video/8708/caccia-fantasma-castello-otranto (video di salentoweb.tv in cui si parla di presenza di fantasmi), https://www.youtube.com/watch?v=3aCLHVbA5M4 (video di Radio Social Web)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Otranto, https://www.comune.otranto.le.it/vivere-il-comune/territorio/da-visitare/item/castello-aragonese, https://viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/83/it/Castello-di-Otranto, https://www.cortedelsalento.net/salento-dintorni/otranto-scopriamo-il-castello-aragonese/, http://www.otrantopoint.com/il-castello-di-otranto.html

Foto: la prima è presa da https://www.fulltravel.it/guide/castello-di-otranto/46426, la seconda è presa da https://www.hotelkoine.it/vacanze-otranto/castello-di-otranto/

lunedì 14 ottobre 2019

Il castello di lunedì 14 ottobre




TIROLO (BZ) - Castel Fontana (o Brunnenburg)

Castel Fontana si erge su un cono detritico di origine glaciale tra Tirolo e l’omonimo castello. Fu edificato nel 1241, allora nel territorio della diocesi di Coira, da Wilhelm Tarant al servizio del Conte Alberto III di Tirolo. Nel tempo fu diverse volte distrutto e quindi ricostruito. Il castello deve probabilmente il suo nome ad una sorgente, che poteva essere esistita nelle sue vicinanze; anche le attestazioni del castello come Prunnenberch nel 1285 e Brunnberg nel 1437 fanno propendere per tale etimologia. Un'altra ipotesi fa derivare il nome del castello da quello di uno dei suoi numerosi proprietari. Nel 1356 fu acquistato dai fratelli Heinrich e Johann von Bopfingen. Heinrich era parroco di Tirolo, delegato di Ludovico von Brandenburg e Capitano della contea del Tirolo (fino al 1359); Johann era soprannominato il trovatore (Minnesänger). Nel 1421 il castello fu acquistato dal capellano del Duca Federico Tascavuota, Ulrich Putsch, che successivamente divenne vescovo della Diocesi di Bressanone. Nel 1457 il maniero fu acquistato da Hans (o Johann) von Kripp, alla famiglia del quale appartenne sino al 1812, anche se già nel 1600 la fortificazione veniva descritta come "vecchio castello diroccato". Nel 1705 il contadino Gregor Hofer iniziò a far restaurare il complesso, realizzando alcuni lavori strutturali. Nel 1884 un altro contadino, Michael Sonnenburger, borgomastro di Tirolo, prese possesso del castello. Fu nel 1889 che si inaugurò il tiro a segno, con grande parata di Schützen, e come ospite d'onore l'arciduca Francesco Ferdinando, che fu poi assassinato a Sarajevo nel 1914. Nel 1903 il castello fu acquistato da Karl Schwickert, industriale di Pforzheim (in Renania), il quale diede inizio ad un restauro, senza risparmio di mezzi e risorse. Questo restauro, però, trasformò radicalmente la struttura del castello, che venne quasi ridisegnato seguendo il gusto del nuovo proprietario (si nota un vago richiamo allo stile neogotico). L'opera non fu mai terminata a causa della morte di Schwickert (1927), e l'edificio cadde nuovamente in rovina. Nel 1955 venne acquistato dal principe Boris de Rachewiltz (professore ed egittologo), che nel 1946 aveva sposato Mary, la figlia del poeta statunitense Ezra Pound e di Olga Rudge. Pound vi risiedette dal 1958 fino alla sua morte. Nel periodo che trascorse al castello, il poeta compose gli ultimi 6 dei suoi 116 Cantos:
«il tempio è sacro perché non è in vendita» (Ezra Pound, Canto 97)
Diventato il Museo agricolo Brunnenburg (Landwirtschaftsmuseum Brunnenburg) nel 1974, il castello illustra usanze e modi di lavoro dei contadini della zona, ed è attualmente visitabile ogni giorno, da aprile ad ottobre (https://www.brunnenburg.net/it/). Durante la visita a Castel Fontana si possono ammirare diversi animali domestici a rischio d’estinzione, tra cui maiali mangalica, pecore zackel, pecore fiemmesi, capre fasane, capre grigie tirolesi, anatre, oche e galline rare. Il castello ospita pure un Ezra Pound Center for Literature, legato alla University of New Orleans (USA). Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=VXHb5pYNFDk (video di Eric Hudiburg), https://it-it.facebook.com/QuanteStorieRai3/videos/museo-di-brunnenburg/2010538609028694/ (altro video).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Fontana, https://www.merano-suedtirol.it/it/tirolo/natura-cultura/luoghi-d-interesse/castel-fontana/rid-0D7415E4C09642BEB5BEA03E8B8227A2-p-castel-fontana.html, https://www.suedtirol.info/it/esperienze/Castel-Fontana_activity_74939

Foto: la prima è presa da https://www.erika.it/de/ausfluege-region/sehenswertes/die-brunnenburg/, la seconda è presa da https://www.sentres.com/en/castle-brunnenburg

giovedì 10 ottobre 2019

Il castello di giovedì 10 ottobre




AMELIA (TR) - Castello di Montecampano

Fin dall’antichità fu conosciuto con il toponimo di "Mons Campanus". La sua notevole posizione strategica di controllo sulle valli prospicienti e sulla vicina via Amerina suscitò le attenzioni di Amelia che l’acquistò nel 1354. In data 1 ottobre 1387 si procedette alla nomina, per la durata di due mesi, dei Castellani del contado amerino, a Montecampano fu nominato Pietro di Ser Paolo.
Nel 1399 la comunità di Montecampano si rivolse al Consiglio degli Anziani di Amelia perché intervenissero a riparare alcuni tratti di mura franate e nel 1405, ottenne il consolidamento di mura e torri di guardia. Nel 1412 il castello subì tuttavia una prima devastazione da parte di Braccio da Montone, allora comandante delle truppe pontificie e che sarebbe divenuto, pochi anni più tardi, signore di Perugia. Montecampano seguì negli anni successivi le sorti di Fornole, subì diversi attacchi da parte delle truppe papali; ancora nel 1434 fu incendiato per ordine di Niccolò Piccinino, rivale di Francesco Sforza, all’epoca signore di Amelia. Nel corso del Cinquecento il castello fu ancora meta di rovinose incursioni da parte delle famiglie Vitelli e Orsini e da parte dell’esercito della vicina Orte, pronta a sfruttare ogni occasione propizia per sottrarre territori ad Amelia e condurli nell’orbita della sua influenza. Nel consiglio decemvirale di Amelia del 21 ottobre 1561, si delibera che “montecampanenses non colant bona Hortanorum” gli uomini di Montecampano non debbano coltivare proprietà appartenenti agli Ortani e gli Anziani provvedano in merito, “sub pena per eos arbitranda et applicanda” comminando le pene che riterranno più opportune. Successivamente, per molto tempo, il castello fu possedimento dell’aristocratica famiglia dei Conti Cansacchi, una casata proprietaria di diverse tenute terriere e di immobili tra cui due palazzi di grande pregio architettonico situati nel centro di Amelia (Palazzo Cansacchi della Valle Superiore in contrada “Platea” e Palazzo Cansacchi in contrada “Posterola” eretto a fianco dell’Ospedale di Santa Maria dei Laici). Nel 1816, a seguito del motu proprio di papa Pio VII del 6 luglio sull’organizzazione dell’amministrazione pubblica, il territorio di Montecampano venne inglobato nella Comunità di Amelia. Attualmente è frazione del Comune di Amelia. Dell’originario impianto castellano rimangono alcuni tratti di mura e alcune belle torri. L’interno è caratterizzato da via Cansacchi, con ai lati dei bei palazzetti ed un antico orologio pubblico situato su di un cavalcavia che collega due edifici affacciati sui lati opposti della via. La chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli non presenta più l’originario aspetto medievale per le numerose manomissioni subite nei secoli. Tutt’attorno alla collina su cui insiste l’abitato si aprono panorami mozzafiato sulle vallate circostanti che mostrano in lontananza, tra ampi boschi e terreni coltivati, solitarie pievi dirute e antichi casali, residenze appartenute in passato a nobili famiglie amerine tra cui i Venturelli, Racani, Boccarini, Catenacci e i Farrattini.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montecampano-amelia-tr/, http://turismoqr.it/amelia/montecampano.html

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-montecampano-amelia-tr/

mercoledì 9 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 9 ottobre




BRUSSON (AO) - Castello di Graines

Sorge su un alto promontorio roccioso, dal quale domina l'abitato di Brusson e gran parte della Val d'Ayas. Si tratta di una posizione decisamente strategica: oltre ad essere ideale dal punto di vista difensivo, la posizione sopraelevata gli permetteva di controllare visivamente il vasto territorio circostante. Non trova alcun riscontro oggettivo la pretesa comunicazione, magari tramite specchi o bandiere colorate, con la torre di Bonot e con il castello di Ville a Challand-Saint-Victor, poiché né l'una né l'altro sono in comunicazione visiva con il castello. Il feudo di Graines possiede una storia molto antica che risale al 515 quando il principe Sigismondo il Santo, re dei Burgundi dall'anno 516, ricostruì l'Abbazia di Saint-Maurice d'Agaune nel Vallese. Per garantire ai monaci rendite sufficienti alle ingenti necessità della nuova abbazia, donò inoltre numerosi possedimenti tra cui il ricco e fertile feudo di Graines. Nel 1263 i monaci infeudarono il maniero ed alcune terre circostanti a Gotofredo di Challant, nipote del Visconte Bosone di Aosta e fedele servitore dei Conti di Savoia. I Challant amministrarono questo feudo fino al tardo 1700, riconoscendosi vassalli dell'Abbazia di Saint-Maurice d'Agaune. A metà del 1400 il castello fu ristrutturato e fortificato e fu una delle roccaforti usate da Caterina di Challant e Pierre d'Introd durante la lotta per la successione al padre Francesco di Challant. All'estinzione della casata degli Challant nel 1800, il castello, ormai allo stato di rudere, passò alla famiglia Passerin d'Entrèves. È stato in seguito acquisito al demanio della Regione Autonoma Valle d'Aosta. Alla fine del XIX secolo il noto architetto Alfredo D’Andrade intraprese degli interventi di restauro volti a ricostruire la parte occidentale del donjon ed alcuni tratti di cortina muraria. Negli anni Novanta del Novecento, ulteriori lavori di messa in sicurezza hanno interessato il sito, senza tuttavia modificare l’immagine ormai storicizzata delle rovine della fortificazione. Una campagna di indagini archeologiche cominciata nel 2010 per acquisire ulteriori dati relativi al castello, ha permesso di completare la fedele ricostruzione di alcune parti del sito, quali la scarpa esterna della cinta muraria meridionale ed i cosiddetti edifici sud-occidentali. Grazie al programma transfrontaliero AVER (Anciennes Vestiges En Ruine) che vede coinvolte Savoia, Vallese e Valle d'Aosta, il castello è stato restaurato ed è liberamente accessibile. Graines è un tipico esempio di castello primitivo valdostano. Era composto essenzialmente da un'ampia cinta muraria, di circa 80 metri per 50 e di forma irregolare per adattarsi alla natura del terreno (è mancante sul lato strapiombante, dove si ritenne inutile realizzarla), che racchiudeva all'interno le altre costruzioni tra cui una grande torre quadrata, la cisterna per la raccolta dell'acqua piovana ed una piccola cappella, le uniche di cui sia rimasta traccia. La torre quadrata, o donjon, poggiante su un solido zoccolo a scarpa, mostra una struttura massiccia e misura più di 5,5 metri di lato. Essa era il mastio del castello, originariamente merlato, ma privo di copertura a vista. Oltre ad essere l'abitazione del signore rappresentava l'ultimo baluardo della difesa, come dimostrano le piccole finestre e l'ingresso posto a quasi cinque metri dal suolo, raggiungibile solo con l'aiuto di una scala che poteva essere rimossa in caso di assedio. In un secondo tempo fu aggiunto alla torre un nuovo corpo di fabbrica per ingrandire l'abitazione. Nell'angolo nord - ovest del perimetro murario, la cappa conica di un camino indica la collocazione degli alloggiamenti militari. L'accesso era difeso da un'avamporta che immetteva in un vano destinato al corpo di guardia; strette feritoie, adatte a vigilare sul territorio proteggendo chi si trovava all'interno, incorniciano un paesaggio di rara bellezza, specie in autunno quando i boschi a valle del castello di Graines si tingono delle più svariate tonalità del rosso e del giallo. La cappella romanica è dedicata a san Martino. La titolatura della cappella, diversa dal patrono dell'abbazia vallesana, San Maurizio, priva di sostegno la supposizione che sia stata costruita dai suoi monaci, che in origine avrebbero anche abitato il castello, supposizione che non trova alcun riscontro storico e neppure nella tradizione locale. È costituita da un'unica navata, lunga circa otto metri, che termina con un'abside semicircolare. Di essa è rimasta unicamente l'abside romanica semicircolare, la muratura perimetrale, la facciata con il campaniletto a vela. La copertura è scomparsa da tempo. Per raggiungerlo bisogna seguire la strada regionale 45 che parte da Verrès e risale la Val d'Ayas. A circa 13 km da Verrès, subito dopo l'abitato di Arcésaz, frazione di Brusson, si imbocca sulla destra la deviazione asfaltata per Graines. Dopo circa due chilometri si può lasciare l'auto e percorrere la mulattiera che, in pochi minuti, permette di arrivare al castello. Secondo una leggenda sotto i resti del castello è sepolto un grande tesoro. Una notte una voce misteriosa apparve in sogno ad un pastore e gli indicò il punto esatto dove scavare per trovare il tesoro, raccomandandogli però di allontanarsi prima che all'alba il gallo cantasse per la terza volta. La notte successiva il pastore seguì le indicazioni e scoprì una botola oltre la quale trovò il tesoro. Abbagliato dalle ricchezze perse però la cognizione del tempo e troppo tardi si accorse del canto del gallo, rimanendo così intrappolato insieme al tesoro e mai più ritrovato. Nel castello di Graines è ambientata una parte del romanzo "Il mercante di lana" di Valeria Montaldi. Altri link suggeriti: https://www.regione.vda.it/cultura/patrimonio/castelli/castello_graines/default_i.asp, https://www.youtube.com/watch?v=GMGjSHlqVIg (video di Marco de Bigontina), https://www.youtube.com/watch?v=JxlEQWROr9I (video con drone di Akhet srl), https://www.youtube.com/watch?v=ZVU91PUzmyE (video di Ivano Conti), https://www.youtube.com/watch?v=LYcypSZ8Zsg (video di gladio2001).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Graines, https://www.comune.brusson.ao.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-graines-39186-1-194e824058defd102d6faceab8acd3dd, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/brusson/castello-di-graines/867

Foto: la prima è presa da https://www.comune.brusson.ao.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-graines-39186-1-194e824058defd102d6faceab8acd3dd, la seconda è di Giuseppe Bozzola su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Graines#/media/File:Castello_di_graines.jpg

martedì 8 ottobre 2019

Il castello di martedì 8 ottobre




VALSAMOGGIA (BO) - Rocca in frazione Castello di Serravalle

Il territorio in cui sorgono oggi le frazioni che danno vita a Castello di Serravalle fu, da sempre, zona di confine, d'incontri e di scontri tra popoli e culture. Questa terra in cui s'erano insediate popolazioni Etrusche vide l'arrivo da un lato dei Celti Boi, fondatori (con gli Etruschi stessi) della città di Bologna, e dei Celto-Liguri Friniati, una potente "tribù" che aveva nella vicina Pavullo il suo centro principale e che si oppose alla successiva conquista dei Romani costringendoli ad una guerra durata cinquant'anni, prima di cedere del tutto le armi. Questa collocazione, a mezza strada tra Bologna e Modena, si rivelò ancora una volta determinante nel Medioevo, quando, nel 1227, Serravalle si costituì ufficialmente come Comune che, per la sua posizione strategica e per la sua fiorente economia agricola, fu immediatamente conteso tra i due centri più importanti. Dopo numerose battaglie fu Bologna ad assumere il controllo di Serravalle e, di conseguenza, della valle del Samoggia e di quella del Panaro. Resta famosa nella storia la battaglia di Zappolino tra bolognesi di parte guelfa e modenesi ghibellini, alla quale presero parte 35.000 fanti ed oltre 4000 cavalieri ed in cui si contarono più di 2000 morti, cifre di tutto rispetto per un'epoca nella quale le battaglie erano spesso poco più di scaramucce. Lo scontro decisivo avvenne il 15 novembre del 1325, alle prime ombre della sera e, tra l'altro, fu utilizzato dal poeta modenese Alessandro Tassoni come episodio iniziale del poemetto eroicomico "La secchia rapita", da lui composto. Anche i decenni successivi furono caratterizzati da frequenti passaggi di mano del territorio, prima proprietà dei Visconti, poi dei Bentivoglio ed infine divenuto parte dello Stato Pontificio. Oggi si conserva la Rocca, di origine medioevale, con torre (del 1523), parte delle fortificazioni e porta d'ingresso al borgo. Il palazzo signorile, interamente costruito in cotto a ridosso della torre, è di forme settecentesche. Il castello, adattato a dimora gentilizia intorno al ‘500, fu di proprietà della nobile famiglia dei Boccadiferro fino alla fine dell’800. Nel suggestivo salone d’ingresso, un bassorilievo in arenaria raffigura il cavaliere Iacopino da San Lorenzo in Collina, famoso Capitano della Montagna. Al castello non manca poi un tocco di mistero. Nella rocca vagano ancora le anime delle mogli uccise, una dopo l'altra, dal crudele Boccadiferro: nelle notti di maggio i loro spettri escono a cercare vendetta, spargendo nel borgo un misterioso profumo, mentre nella torre del castello echeggiano ancora i lamenti di Boccadiferro, a sua volta ucciso dalla tredicesima e più furba moglie. Nel cuore del borgo, il duecentesco palazzo comunale fu sede della magistratura del Capitano della Montagna occidentale. Oggi si compone di una torre campanaria cinquecentesca e di una bella loggia. All'interno nella duecentesca "Casa del Capitano" è ospitato l'"Ecomuseo della collina e del vino", collegato a sezioni dislocate sul territorio. Il museo descrive le caratteristiche dell'interazione tra uomo e ambiente nell'area e le caratteristiche culturali degli abitanti, comprese le antiche attività economiche. L'Associazione "Terre di Jacopino"- presidente il dott. Luigi Vezzalini - si occupa attualmente delle attività dell'Ecomuseo e organizza mostre, manifestazioni e tour guidati per il Borgo Antico di Serravalle, che hanno lo scopo di far conoscere tanto le bellezze e la storia del Borgo, quanto i prodotti tipici del territorio. All'interno del borgo, in posizione centrale, la neoromanica chiesetta di San Pietro, in posizione sopraelevata. Nel borgo si conservano altri luoghi di interesse e di grande bellezza, come alcune torri colombaie, la ricostruzione di un orto medievale, alcuni pozzi (uno ancora visibile pubblicamente, altri all'interno di edifici privati), una vigna secolare sul fianco della chiesa che viene usata ancora oggi dagli abitanti del borgo per trarne uva da tavola. La bella imponenza e i segreti del castello di Serravalle ispirarono nel 1920 il compositore lucchese Gaetano Luporini (1865-1948), che musicò l’opera intitolata Amore e morte ambientata proprio nel castello, su libretto di Giuseppe Lipparini. Altri link suggeriti: https://www.storiaememoriadibologna.it/castello-e-borgo-di-serravalle-3538-luogo, https://www.youtube.com/watch?v=U6WBkZ2ksE4 (video di Proloco Castello di Serravalle), https://www.youtube.com/watch?v=rOJZ1UKqec4 (video con drone di alisei.net).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Serravalle_(Valsamoggia), https://www.comune.valsamoggia.bo.it/index.php/cosa-vedere-itinerari-in-valsamoggia/93-vivere-valsamoggia/2832-castello-di-serravalle, http://valsamoggia.net/castello-di-serravalle/

Foto: la prima è presa da https://www.valsaway.com/en/castello-serravalle-borgo/, la seconda è di Evox Servizi Immobiliari su http://www.evoximmobiliare.it/

lunedì 7 ottobre 2019

Il castello di lunedì 7 ottobre




SATURNIA (GR) - Rocca Aldobrandeschi

Il nucleo antico di Saturnia sorge su un ripiano roccioso posto alla sinistra del fiume Albegna, in corrispondenza della confluenza con il torrente Stellata. L'esistenza dell'insediamento è documentata dal XII secolo, pur essendo stato centro Etrusco (nelle vicinanze necropoli etrusca di Pian di Palma) e Romano (sorto lungo la Via Clodia), come sede di una Pieve e delle, già all'epoca famose, Terme. Ancora oggi è di facile lettura la struttura urbanistica del borgo medievale e rinascimentale che si è sviluppato sui resti dell'antica colonia Romana (II secolo a.C.). Anche la cinta muraria, pur essendo stata ricostruita dagli Aldobrandeschi prima e dai Senesi poi, fra il 1454 e il 1464 da mestranze Lombarde guidate dall'architetto Luca di Bartolo da Bagno, conserva ampi tratti della preesistenza Romana. Le porte, in origine quattro, erano disposte secondo gli assi del Decumano e del Cardo, purtroppo l'unica rimasta intatta è la Porta Romana, a sud, con bell'arco a tutto sesto su mensole e rinforzata da un secondo arco sul fronte interno. Attraverso la porta passava il tracciato della via Clodia che attraverso, Roselle e Vetulonia, si raccordava all'Aurelia in località Salebro. Nel 1170 il castello fu sotto il controllo dei conti di Tentennano, dal 1216 sotto quello degli Aldobrandeschi, passò poi al Conte Bonifacio di Santa Fiora. Nel 1274, con lo smembramento del feudo Aldobrandesco, Saturnia entrò a far parte della contea di Sovana. Subì saccheggi dai Senesi, nel 1299, e dagli Orvietani, 1313, che lo occuparono. Nel 1328 passò alla famiglia dei Baschi e successivamentre degli Orsini. Siena lo conquistò, ma solo temporaneamente, nel 1389 e, non riuscendo a controllarlo, lo distrusse nel 1419 in quanto ormai covo di fuoriusciti dalla Repubblica. Negli anni successivi fu deciso di ricostruire il cassero e le mura e di stanziare in loco un certo numero di famiglie provenienti dalla Romagna e dalla Lombardia. Saturnia restò Senese fino alla sottomissione a Cosimo dei Medici nel 1559, fu feudo dei Marchesi Ximenes dal 1593 e dei Panciatichi dal 1738. La rocca è situata lungo le mura, a nord-ovest di Porta Romana; è un'imponente struttura fortificata, con strutture murarie in pietra. Le cortine murarie presentano tratti con basamento a scarpa e redondone, una serie di feritoie a diversa altezza e un coronamento sommitale culminante con la caratteristica merlatura, gran parte della quale risulta inalterata dal periodo medievale. I due torrioni angolari, a base circolare, furono aggiunti dai Senesi durante il Quattrocento, nel corso dei lavori di ristrutturazione della fortificazione aldobrandesca. All'interno dell'area delimitata dalle mura della rocca, si trova il Castello Ciacci, edificato dall'omonima famiglia durante il Ventennio fascista in stile neomedievale con torre merlata che richiama l'originario stile medievale del rimanente complesso. La rocca fu costruita dagli Aldobrandeschi quasi certamente tra la fine del XII secolo e gli inizi del Duecento, su preesistenti strutture difensive. Proprio in quel periodo storico, iniziava il dominio della potente famiglia sulla località di Saturnia, che fu inglobata nella contea di Sovana nell'atto di spartizione dei domini aldobrandeschi del 1274. La fortificazione fu gravemente danneggiata agli inizi del Quattrocento, tanto da richiedere ai Senesi la necessità di effettuare lavori di ristrutturazione e riqualificazione, che diedero al complesso un'impronta in stile rinascimentale. Nei secoli successivi, il complesso si è mantenuto pressoché inalterato, fatta eccezione per l'edificazione del castello Ciacci durante il secolo scorso. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=MWz5flJiL6w (video con drone di Luigi Scalabrino).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_aldobrandesca_(Saturnia), https://www.castellitoscani.com/italian/saturnia.htm

Foto: la prima è presa da https://www.minube.it/posto-preferito/rocca-aldobrandesca-a1014531, la seconda è una cartolina in vendita sul web.

venerdì 4 ottobre 2019

Il castello di venerdì 4 ottobre




AMANTEA (CS) - Castello

La città di Amantea è dominata da ogni punto dall’imponente castello che sorge sull’altura più imponente del circondario. In base ai ritrovamenti e all’eccezionale vista che si gode da lassù si ipotizza l’edificazione di una fortezza o di un’acropoli già in età classica. I primi documenti, parlano di una fortezza ad Amantea nel VII sec. d.C., allorché, con il passaggio dalla dominazione bizantina a quella saracena, la città divenne emirato: secondo alcune ricostruzioni Amantea prenderebbe il nome da Al Mantiah, il condottiero che a quel tempo la conquistò. Il castello venne però costruito dai Normanni nel XI sec., i quali individuarono nell’alto Tirreno Calabrese un’area di primaria importanza strategica. Passò quindi agli Svevi, sotto la cui dominazione Amantea conobbe un’ulteriore crescita culturale ed economica: nel XIII sec. la struttura venne ampliata e cinta con spesse mura difensive. Nello stesso periodo fu costruito a poche decine di metri di distanza un convento francescano: sull’altopiano si vennero così a concentrare i due simboli del potere, quello politico e quello religioso. Si narra perfino di un passaggio segreto che condurrebbe direttamente al mare, in realtà mai trovato. Il castello occupa un plateaux con bella visuale sia sul piccolo golfo del fiume Oliva sul mar Tirreno (e nei giorni di tramontana è possibile vedere addirittura l'isola di Stromboli e Pizzo), sia sulla valle del fiume Catocastro, inoltrandosi attraverso la quale si arriva a Cosenza lungo l'antico tracciato della via Popilia. Probabilmente fu in età normanna e sveva che venne fortificata pesantemente la parte meridionale del colle, decentrata rispetto all'abitato ma rivolta verso gli obiettivi che interessava tenere sotto controllo in quell'epoca, ossia le vie di comunicazione tra la costa e l'interno. La torre mastia ovoidale rivolta a nord-ovest, detta di San Nicola, fu realizzata in età angioina, a giudicare dallo stemma recante i gigli di Francia che vi rimane sopra; e pure in età angioina, pare sotto il regno di Giovanna I d'Angiò, fu costruita la torre circolare con vista mare, isolata dal complesso propriamente fortificato. Questa torre è simile per tecnica costruttiva a quella del castello di Paola. In età aragonese il castello fu riammodernato secondo i dettami di Francesco di Giorgio Martini e della "fortificazione alla moderna", per resistere ai colpi delle nuove armi da fuoco: le mura furono abbassate ma rinforzate in spessore, fu costruito un rivellino d'accesso sul lato orientale (oggi completamente crollato) e realizzato uno spalto che precedeva il fossato in tutta la sua lunghezza. Sotto gli aragonesi, la castellania venne affidata alla famiglia Carafa, duchi di Maddaloni. Nel 1489 il castello fu visitato da Alfonso II di Napoli, in viaggio di ispezione per i castelli del suo regno: il sovrano fu accolto dal castellano Giovanni Tommaso Carafa, e visitò la chiesa ed il convento di San Bernardino da Siena. Durante la breve parentesi dell'occupazione di Carlo VIII di Francia (1496-1498), il castellano Giovanni Tommaso Carafa dovette schierarsi con i francesi, ma la popolazione inviò una delegazione ad omaggiare il sovrano aragonese spodestato Ferrante d'Aragona rifugiatosi ad Ischia. Alla fine della dinastia aragonese, scoppiò una guerra tra Francia e Spagna per il possesso dei territori dell'Italia meridionale; Amantea parteggiò per gli spagnoli: nel 1504 durante la guerra 85 spagnoli capitanati da Gomez de Solis sbarcarono sulle spiagge amanteote, spingendosi nell'entroterra per dare aiuto alla guarnigione spagnola di Cosenza assediata dai francesi. Alla fine la guerra fu vinta dal "re cattolico" Ferdinando II d'Aragona, e Napoli diventò un vicereame spagnolo. Nel 1536 Juan Sarmiento, inviato da Carlo V d'Asburgo a controllare lo stato delle fortificazioni del Viceregno, riportava che il castello, secondo le parole dello storico locale Gabriele Turchi, era "inidoneo anche come ricovero di ladroni". Perciò tra il 1538 ed il 1544 al castello lavorarono gli architetti Giovanni Maria Buzzacarino (attivo anche al castello di Crotone) e Gian Giacomo dell'Acaya (progettista del borgo fortificato di Acaya in Puglia). Fu realizzato in questa fase il grande baluardo meridionale a scarpa con rodendone, oggi quasi interamente conservato, poggiante sulla viva roccia della rupe, già di per sé formidabile difesa. Ciò nonostante, il castello era già sulla via dell'abbandono. Nel 1611, in una relazione sui castelli del Viceregno, viene riportato che:]

«Il Castello di Amantea si trova in alto su di un monte ed alle sue falde c'è la città che guarda il mare, non ha porto né altra cosa di rilievo e così tutti i risparmi di spesa che si potranno fare saranno ben giustificati» (Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. Ius. I.F.S. 4, in Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002)

Il terremoto del 1638 arrecò gravi danni alle strutture del castello. Nuovi restauri vennero svolti nel 1694, per la spesa di 365 ducati; nel 1757 (già in epoca borbonica, su ordine di Carlo III di Borbone), per la spesa di 136 ducati; nel 1766, sotto la direzione dell'ingegnere militare Giovanni Galenza: questi ultimi lavori furono vanificati da un terremoto nel 1767. Ulteriori danni, e maggiori, furono quelli provocati dal devastante terremoto del 1783. Per riparare questi ultimi gravi danni, nel 1786 arrivò da Napoli l'ingegnere militare Andrea Depuis, che diresse i lavori per l'importo di 390 ducati. Durante i fatti della Repubblica Napoletana (1799), Amantea si consegnò spontaneamente ai giacobini: la popolazione di fatto disarmò la guarnigione del castello, e piantò l'albero della libertà, guidata da Ridolfo Mirabelli, capo della piazza nel breve periodo rivoluzionario. Infatti dopo neppure un mese sopraggiunsero i sanfedisti guidati dal cardinale Fabrizio Ruffo, che vennero rapidamente a capo del tentativo di resistenza giacobino. Fu invece con l'invasione napoleonica che il castello di Amantea ebbe il suo ultimo momento di gloria. Amantea fu occupata il 12 marzo 1806 da un distaccamento di 200 volteggiatori polacchi, che rimasero asserragliati nel castello fino alla notizia della sconfitta francese nella battaglia di Maida (4 luglio 1806). Allora si ritirarono verso Cosenza, lasciando la piazza ad una flotta anglo-borbonica che da giorni era all'ancora al largo di Amantea. All'interno delle mura cittadine i "capimassa" borbonici iniziarono ad organizzare la resistenza all'imminente contrattacco in forze dei francesi, analogamente a quanto si stava facendo nei paesi vicini. In quelle settimane all'interno dei paesi calabresi furono perpetuati delitti e violenze contro giacobini o presunti tali, spesso solo nemici personali dei borbonici al comando in quel momento. Ad ogni modo, l'attacco francese principale iniziò il 5 dicembre 1806: le forze assedianti ammontavano a 5000 uomini con un reparto d'artiglieria comandati dai generali Guillaume Philibert Duhesme, Jean Reynier, Jean-Antoine Verdier e dal tenente colonnello di origine amanteota Luigi Amato. I borbonici assediati ammontavano a qualche centinaio, dotati di 12 bocche da fuoco in tutto, e capitanati da Ridolfo Mirabelli, che alla fine dell'assedio sarà decorato con il grado di tenente colonnello dal re Ferdinando IV di Borbone. La piazza di Amantea resistette strenuamente fino al 7 febbraio 1807, quando Mirabelli e Reynier firmarono una capitolazione onorevole. Oggi restano davvero pochi avanzi degli ambienti interni del castello, perciò è possibile saperne qualcosa di più solo scorrendo le planimetrie e le vedute settecentesche. Il castello aveva un perimetro quadrangolare, svolto intorno alla piazza d'armi, sotto la quale si trovavano tre cisterne per la raccolta delle acque piovane. Gli alloggiamenti del castellano e degli ufficiali erano disposti lungo il lato meridionale, comunicanti con il bastione cinquecentesco; i soldati con famiglia erano alloggiati nel lato occidentale, mentre gli altri alloggiavano nel lato settentrionale, dove si trovava anche l'armeria. Lungo il lato orientale si trovavano le carceri e la cappella. La polveriera era situata anch'essa sul lato orientale, presso l'ingresso principale. Erano stati previsti tre grandi locali per le artiglierie: uno nel bastione meridionale, uno all'angolo verso sud-ovest rivolto verso il quartiere Paraporto, l'altro presso la torre mastia all'angolo nord-ovest. Questo grande quadrilatero era tutto circondato da un fossato, già invaso da erbacce nel Settecento, ed ancora oggi esistente: in particolare, rimane la parte in muratura dell'accesso secondario al castello, sul lato settentrionale. Il ponte levatoio è andato distrutto. Oltre il fossato, il resto dell'altopiano era circondato da un muretto diroccato già nel Settecento, che formava una sorta di "cittadella" o "avanzata" concepita per intrappolare il nemico che fosse riuscito a penetrarvi (struttura analoga a quella del vicino castello di Aiello Calabro). Ad occidente dell'altopiano sorge la torre angioina, la parte forse meglio conservata del castello e la più visibile dalla città moderna, sviluppatasi verso il mare. Al castello attualmente (2011) è possibile salire da almeno quattro sentieri, piuttosto difficoltosi: uno parte dalla Strada Tirrena poco prima della confluenza con corso Umberto I, un altro incomincia a destra della chiesa del Carmine in corso Umberto I, un terzo (Salita San Francesco) si sviluppa dall'antica porta urbica fino a toccare anche le rovine del complesso francescano sottostanti la torre angioina, un quarto infine parte dalla chiesa del Collegio (a cui sono annesse le imponenti rovine dell'ex-collegio gesuitico). Nel 1288 il presidio del castello era composto da 200 uomini, di cui 100 balestrieri; nel 1559, in periodo viceregnale, era sceso a 4 soldati ed 1 castellano; nel 1584 il presidio assommava a 6 posti inclusi un castellano e degli ufficiali; nel 1611 a 5 posti inclusi un castellano e degli ufficiali. In quello stesso anno l'armamento del castello era composto da 2 "sacrograndi", 1 "mezzo sacro", 1 falconetto, 19 "smerigli". Sette anni dopo, nel 1618, il castello contava 10 cannoni di bronzo "scalnaccati e rotti". Nel 1619 furono inventariati 54 archibugi, 22 barili di polvere da sparo, 10 quintali di piombo, 98 palle di piombo da undici libbre, 30 palle di piombo di sei libbre, 47 palle di piombo di due libbre, 321 palle di piombo da otto once, 250 palle di piombo piccole, 50 palle per moschetti, un cassone con corazze, armi e bracciali di ferro "arruzzati", 11 barili di zolfo e 2 di salnitro, un monte di palle di pietra, una mazza di ferro; nel 1624 54 archibugi, 43 fiasche da polvere da sparo, 22 barili di polvere, 2 "sacrograndi" (cannoni), 1 falconetto, palle da cannone di grande e medio calibro, 11 barili di zolfo e 10 di salnitro, una mazza ferrata. Nel 1806, infine, durante l'assedio di Amantea, il castello e l'abitato furono difesi da 3 cannoni di grosso calibro più 9 di minor calibro dislocati sulle mura e sulle porte cittadine. Dopo l'Unità d'Italia (1861), l'area del castello venne assegnata dal demanio militare al 5º Corpo d'Armata, ed in seguito ad un ente assistenziale napoletano. Negli anni settanta, con il progressivo ridimensionamento di questi enti in vista del loro scioglimento (stava nascendo il Servizio Sanitario Nazionale affidato alle regioni, legge quadro n° 883 del dicembre 1978), l'area fu messa in vendita. Così il castello nel 1974 fu acquistato dalla famiglia FOLINO, che ne è proprietaria unica. Altri link suggeriti: https://digilander.libero.it/amanteaninelmondo/storia/castello.htm, https://www.youtube.com/watch?v=t1bImIjjJEY (video di antoniocima), https://www.youtube.com/watch?v=sxUap2e7bfU (video aereo di Giulio Ianni), https://www.youtube.com/watch?v=KXR-PFdZiEM (video con drone di Massimo Lazzaroli), https://www.youtube.com/watch?v=feoUX-ig8Tc (video aereo di Explore Calabria), http://www.dronestagr.am/castle-of-amantea/, http://www.borgochianura.it/-%20AMANTEA/castello/castello.htm

Fonti: http://www.mobitaly.it/DettaglioPoI.aspx?IId=275, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Amantea

Foto: la prima è presa da http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2014/02/l-emirato-di-amantea-846-886.html, la seconda è un fermo immagine del video aereo visibile su http://www.dronestagr.am/castle-of-amantea/

giovedì 3 ottobre 2019

Il castello di giovedì 3 ottobre




ORTONA (CH) - Castello Caldora

Le Mura Caldoriane circondavano tutto il vecchio borgo di Terravecchia (la zona della Cattedrale di San Tommaso Apostolo e del castello aragonese), e della Terranova (zona del Palazzo Farnese e del corso Vittorio Emanuele). La cinta muraria, partendo dal Castello Aragonese, costeggiava approssimativamente le vie Gabriele D’Annunzio, Monte Maiella, Luigi Dommarco, Pantaleone Rapino e il Belvedere Orientale per ricongiungersi al Castello, era provvista di cinque porte di accesso alla città: le due della Marina, quella della Bucciaria (successivamente del Carmine), di S.Giacomo, di Caldari e di Santa Caterina. Nel XIX secolo tuttavia, per ampliare la città, le mura furono quasi del tutto demolite. Restano ancora alcune tracce in via Gabriele D'Annunzio, legate alle case fortificate del borgo di Terravecchia, nonché la Torre Baglioni. Furono fortificate nel XV secolo dal condottiero abruzzese Jacopo Caldora, dopo aver ricevuto in feudo la città dal re Carlo III d’Angiò, su strutture angioine preesistenti. La carta dell'abate Pacichelli di Ortona (1583) mostra come l'opera muraria definiva la città di Terravecchia con il vertice nel castello aragonese, e anche l'agro di Terranova con il vertice a Porta Caldari. Le mura avevano 6 porte, oggi scomparse, due nel quartiere della Marina presso il castello, poi Porta Bucciaria o del Carmine presso Piazza del Plebiscito. La porta era una delle piche sopravvissute, presente ancora nel 1799, come dimostrano anche le incisioni, avente un arco a tutto sesto e sommità merlata. Proprio da questa porta penetrarono i francesi nel febbraio dell'anno per assaltare la città. Gli altri ingressi erano Porta San Giacomo o Santa Maria, in via Dommarco tra il convento di Santa Maria delle Grazie e il bastione di Giacomo Caldora, poi Porta Caldari all'ingresso del corso Vittorio Emanuele, e Porta Santa Caterina presso il monastero. Il Castello Caldora risale al XV secolo, costruito da Jacopo Caldora, situato in via Dommarco. Fa parte delle mura difensive medievali, ed infatti più che un castello è un bastione fortificato con una robusta torre merlata. Fortunatamente scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il castello, che ha subito restauri e ampliamenti nell’800 e nel ‘900, è ben conservato ed ospita la Cantina Farnese, azienda vinicola (https://www.farnesevini.it/il-gruppo/). Possiede anche frantoi ipogei. La base è quella di un bastione a scarpa, al cui centro sorge il torrione rettangolare con bucature ad intervalli regolari e merlature in sommità. Una parte del bastione è visibile anche all'interno del borgo, fuori dalla via delle mura, da dove si accede all'interno. Si accede anche da un portale presso il bastione esterno.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ortona#Castello_Caldora_e_Mura_Caldoriane, http://visitabruzzo.altervista.org/it/2012/09/castello-caldora-ortona/, http://www.eas28.it/ortona/biblioteca/progetti/ortarte.asp#tit24

Foto: entrambe prese da http://visitabruzzo.altervista.org/it/2012/09/castello-caldora-ortona/

mercoledì 2 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 2 ottobre




SASSOCORVARO AUDITORE (PU) - Castello in località Auditore

In principio, il territorio di Auditore comprendeva anche altri due borghi fortificati, San Giovanni e Castelnuovo. Quest’ultimo ebbe, in epoca medievale, un’indubbia rilevanza sia a livello amministrativo che per il numero di abitanti, mentre oggi purtroppo è quasi completamente disabitato, ma proprio per questo rimane un luogo ricco di storia e veramente interessante da visitare. Nel XIV secolo “Lauditorio” era soggetto al dominio di una famiglia di signorotti locali che però, a causa di alleanze sbagliate, finì per essere divisa e perse ogni potere in favore dei Malatesta, i quali governarono su Auditore fino al 1463, successivamente il borgo passò sotto le mani dei Montefeltro e venne annesso al Ducato di Urbino, fino alla sua attribuzione alla Santa Sede nel 1631. La denominazione Auditore (dal latino Auditorium) viene fatta risalire al fatto che entrambe le famiglie dei Malatesta e dei Montefeltro, a cui la storia di questo paese è legata, l’avevano scelto come sede in cui venivano discusse le diverse cause e controversie del tempo. Il Castello, risalente al XV secolo, conserva ancora le antiche mura, due torrioni e la torre civica a base circolare e cella esagonale. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=pyxOwgLOPIU (video di Borghi Viaggio Italiano), http://www.viaggio-italiano.it/it/borghi-italiani/auditore, http://www.museimontefeltro.it/index.php?id=14732

Fonti: https://www.borghipesarourbino.it/borghi-fortificati/auditore/, http://www.turismo.pesarourbino.it/elenco/rocche/auditore-castello.html,

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è un fermo immagine estratto dal video consigliato in precedenza

martedì 1 ottobre 2019

Il castello di martedì 1 ottobre





BACOLI (NA) - Castello Aragonese in frazione Baia

Situato in un'area di notevole importanza strategica, fu eretto su di un promontorio (51 m s.l.m.) naturalmente difeso a est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, e a ovest dalla profonda depressione data dalle caldere di due vulcani chiamati "Fondi di Baia" (facenti parte dei Campi Flegrei); con l'aggiunta di mura, fossati e ponti levatoi, il castello risultava praticamente inespugnabile. La sua posizione - dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma - consentiva un controllo molto ampio della zona, impedendo tanto l'avvicinamento di flotte nemiche, quanto eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto marciare su Napoli con un'azione di sorpresa alle spalle. In epoca romana la collina era occupata da un complesso residenziale, forse la "villa di Cesare" (Tacito afferma che la villa di Cesare si trovava su di un'altura dominante il golfo di Baia), i cui resti furono distrutti e talora inglobati nell'attuale fortezza. Strutture superstiti della villa sono visibili intorno ad essa lungo la costa e a terra presso il campo sportivo, mentre altre sono state individuate recentemente e messe in luce nel corso dei lavori di restauro delle parti più alte del castello (torre Cavaliere) e più in basso lungo le sue scarpate a mare, a seguito del loro diserbo. La costruzione del castello fu avviata dagli Aragonesi - insieme a numerose altre fortificazioni nel Regno di Napoli - nel 1495, poco prima dell'invasione dei francesi di re Carlo VIII. Per la progettazione del sistema difensivo e delle singole fortezze, il re Alfonso II d'Aragona si servì della consulenza di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese, rinomato per le nuove tecniche e le soluzioni da lui applicate a difese militari. La fortezza di Baia si sviluppa su una superficie di 45.000 mq e raggiunge l'altezza di 94 m sul livello del mare. Non restano oggi tracce dell'originaria architettura del castello. Dopo l'eruzione del Monte Nuovo, nel generale programma di difesa delle coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo avviò una radicale ristrutturazione e ampliamento del castello (1538-1550), in seguito alle quali esso assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella. L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), e infine del regno borbonico (1734-1860). Gravemente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu restaurato e ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone. Il Castello di Baia però non fu solo una struttura militare, ma rappresentò anche luogo di incontri politici e mondani. Tra le sue mura furono ospitate moltissime personalità. Nel 1506 giungeva in visita re Ferdinando III detto "il Cattolico"; ancora nel 1576 era la volta di Giovanni d'Austria che incontrò l'ambasciatore veneto Girolamo Lippomano per trattare segretamente delicate questioni politiche; nel febbraio del 1582 veniva accolto il duca d'Ossuna. Il castello divenne anche centro di studi e ricerche. Fu per volontà del viceré don Pietro d'Aragona, coadiuvato dal segretario del regno Giulio Cesare Bonito e dai medici Vincenzo Crisconio e Sebastiano Bartoli che iniziò una vasta opera di valorizzazione del termalismo flegreo e di quello baiano in particolare, riprendendo quella tradizione già nota in epoca romana. Il Castello però fu anche luogo di pena e di esecuzione delle più barbare sentenze di condanna. Si narra infatti che alcuni reclusi, incatenati nelle anguste celle, in pratica veri e propri sepolcri, venivano abbandonati alla loro sorte, tanto che la morte veniva invocata come un vero e proprio sollievo.Durante la Repubblica Partenopea (1799) una flotta inglese tentò, ma inutilmente, di strappare il castello ai francesi e ai repubblicani napoletani che lo presidiavano. Dopo l'unità d'Italia (1861), per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza e d'inesorabile abbandono. Considerato, infatti, non più utile a scopi militari, il castello passò nel 1887 sotto l'amministrazione di vari ministeri: prima quello della Marina, poi degli Interni, e infine della Difesa. Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione - con diritto di godimento perpetuo - al Reale orfanotrofio militare. Per questa nuova destinazione d'uso negli anni 1927-1930 vi furono eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte e alterazioni. Durante la seconda guerra mondiale il castello fu utilizzato come carcere militare e come soggiorno per prigionieri di guerra. L'orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l'ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell'Irpinia del 1980 il castello fu occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate. Nel 1984 è stato definitivamente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei (per approfondire visitare il link http://www.pafleg.it/it/4388/localit/55/museo-archeologico-dei-campi-flegrei-nel). Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=WAjqY20Vowo (video di UniversoArteeCultura), http://terredicampania.it/reportage-in-campania/castello-baia-storia-campiflegrei-napoli/14/09/2017/, https://www.youtube.com/watch?v=ocAkNEyg8k4 (video con drone di Francesco Costagliola), https://www.youtube.com/watch?v=Mid83FFfHjw (video di IntelliGO Promotion)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Aragonese_(Baia), https://www.ulixes.it/italiano/Castello_di_Baia.html, http://www.ilportaledelsud.org/baia.htm

Foto: la prima è di Marco Criscuolo su https://www.napolidavivere.it/2018/07/14/estate-2018-ai-campi-flegrei-60-eventi-serali-al-castello-di-baia-cuma-e-il-macellum/, la seconda è presa da https://www.napoli-turistica.com/castello-di-baia-aperture-serali-per-ammirare-il-tramonto/

lunedì 30 settembre 2019

Il castello di lunedì 30 settembre




SALUGGIA (VC) - Castello

Il paese è collocato a ridosso dell'argine scavato dalla Dora Baltea e la sua attività agricola prevalente è quella del fagiolo. Le origini del nome del paese sono discordi fra gli storici che si dividono fra chi sostiene derivare dal popolo dei Salluvii, dalla consistenza boschiva dell'area composta in prevalenza da salici e, infine, dal solco scavato dalla Dora sui cui ripidi bordi si erige il paese. L'area fu occupata dai Romani sino alle prime invasioni barbariche che cominciarono con i Visigoti di Alarico nel 401-402. I documenti più affidabili in cui si documenta per la prima volta la "corte di Saluggia", sono quelli di Ottone II risalenti al 999 d.C. I ritrovamenti mappali rinvenuti negli archivi storici comunali, raffigurano planimetrie territoriali in cui risalta la fortificazione a sei torri, di cui solo 3 sono attualmente superstiti. La quarta fu abbattuta durante la costruzione di un magazzino feduale e le altre per quella del palazzo dei conti Mazzetti-Pasteris, ora sede municipale e costruita a metà del Seicento. Nel 1440 il feudo di Saluggia venne assegnato dal marchese di Monferrato alla famiglia Mazzetti, che ne il titolo sino all'estinzione del casato nel 1841. Dal 1631 con il Trattato di Cherasco, il possedimento passò nel territorio dei Savoia e perse ogni importanza strategica e militare nel suo territorio, tanto che da quella data iniziarono le demolizioni delle fortificazioni medievali presenti. Nel 1634 Clara Montalera che aveva ereditato dallo zio, l’abate Pietro Francesco, il castello di Montalero e la relativa parte di giurisdizione, sposò Ottaviano Mazzetti dei Consignori di Saluggia e Signori di molti feudi. Del castello di Saluggia si possono ancora ammirare due delle torri (cilindriche e ora inglobate in altre costruzioni successive) che ne facevano parte, il corpo centrale ora adibito ad abitazioni private, e la parte restante, ora alloggi popolari. Verso la metà del Seicento, i conti Mazzetti-Pasteris fecero costruire il nuovo palazzo, attualmente - come detto - sede municipale. Si tratta di una costruzione concepita più per esigenze abitative che non per necessità di protezione. L'esterno è decorato con pannelli raffiguranti scene di caccia, e il palazzo è circondato da un profondo fossato. Si accede per un ponte in muratura dal quale sono visibili la cucina e parte del grande caminetto, mentre ai piani superiori, ora sede del consiglio municipale, si possono ammirare i soffitti a cassettone e le cornici delle volte affrescate. La sala del consiglio municipale è affrescata con quattordici quadri raffiguranti la guerra di successione del Monferrato. Altro link suggerito: https://www.ilturista.info/guide.php?cat1=4&cat2=8&cat3=15&cat4=81&lan=ita,

Fonti: https://www.comune.saluggia.vc.it/cenni-storici, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è presa da http://qui-saluggia.blogspot.com/2015/07/scoppia-la-bagarre-in-consiglio.html, le altre due sono prese da https://www.comune.saluggia.vc.it/scorci-del-paese

venerdì 27 settembre 2019

Il castello di venerdì 27 settembre



BRINDISI - Torre di Sant'Anastasio in frazione Tuturano

Il casale è documentato nel Medioevo come locus Tuturanus (1097) e vicus Tuturanus (1107) nelle donazioni effettuate dal conte Goffredo, conte di Conversano, e dalla moglie Sichelgaita al Monastero delle monache benedettine di Brindisi. Le pergamene delle donazioni si conservano nella Biblioteca arcivescovile Annibale de Leo. Nella sua area, sempre donata alle monache benedettine di Brindisi, vi era un altro casale noto come Valerano, la cui ubicazione doveva essere quella della attuale masseria Maramonte, nei pressi del bosco Colemi, ma recenti indagini topografiche collocano il sito in contrada Uarano, non distante dalla Masseria Cerrito. Un altro casale medievale, antecedente a Tuturano e forse allo stesso Valerano, insisteva nell'area oggi occupata dalla Masseria Colemi. Si hanno notizie sul fatto che Tuturano, come avvenne anche in altre zone della Puglia, fu abitata da immigrati albanesi, i quali nel 1480 la abbandonarono temporaneamente, spostandosi in Abruzzo, per timore dell'invasione dei Turchi, che proprio in quei giorni avevano preso la città di Otranto. Una volta passata la paura dei Turchi, gli albanesi tornarono a Tuturano. Nel Medioevo, probabilmente l'assenza di alti campanili nel piccolo borgo medievale fece sentire l'esigenza di costruire una torre difensiva. Nella zona infatti, oltre che dalla sua torre di avvistamento, la Tuturano medievale e in ispecie normanna era circondata da tre grandi castelli: quello di Brindisi a nord, quello di San Pietro Vernotico, come fa notare il professor Raffaele Licinio nella sua pubblicazione sui Castelli Medievali di Puglia e Basilicata, e quello di Mesagne a ovest, città posta sulla Via Appia, sede di una compagine dei Cavalieri Teutonici. La Torre di S. Anastasio, posta al centro di Tuturano in Piazza Regina Margherita, deve probabilmente il suo nome alla chiesa di S. Eustasio, esistente nel paese già dal 1097. Tradizionalmente è stato riconosciuto S. Anastasio, Papa del V secolo, nel bassorilievo posto sulla torre in corrispondenza della merlatura, che risale al XVI secolo, ma la torre assunse questo nome solo a partire dal XVIII secolo. La torre presenta tutte le caratteristiche delle cosiddette “Torri residenziali”, utilizzate da coloro che, in alcuni momenti dell’anno si recavano presso le tenute ed i feudi soprattutto nel periodo di semina e raccolto per controllare l’andamento dei lavori. Tuturano costituiva uno dei feudi del Monastero brindisino di S. Maria Veterana, ora non più esistente. Congruo alla torre vi era anche un carcere, le cui chiavi erano in possesso della Madre Badessa del convento di San Benedetto. La torre infatti rappresenta il simbolo del potere delle suore benedettine sul feudo di Valeriano. La torre, come le sue consimili, è organizzata su due piani con al pian terreno una sala leggermente rialzata da terra e dotata di camino a cui si accede direttamente dall’esterno. Al primo piano era collocato l’ambiente ove trascorrere la notte. Per ragioni di protezione le torri erano dotate di alcuni elementi caratteristici delle architetture militari: le caditoie a protezione di porte e finestre da cui, in caso di necessità, era possibile far cadere pietre ed altro sulla testa dei malintenzionati, un piccolo camminamento in corrispondenza della copertura, una scala che consente il passaggio di una sola persona per raggiungere il primo piano. Accanto alla torre il magazzino dove venivano depositati attrezzi e derrate. Dopo essere rimasta in condizione di degrado e precarietà per lungo tempo, pericolante tanto da far registrare sporadiche cadute di frammenti dai muri, è stata oggetto di lavori di restauro. Durante questi lavori, nel corso degli scavi, è emerso che al di sotto del pavimento del piano terreno sono stati rinvenuti i resti di due vasche, la cui destinazione non è certa, ma che debbono essere state utilizzate sempre per il trattamento e la conservazione dei prodotti che il feudo di Tuturano forniva. Anche il grande locale annesso è stato restaurato, destinandolo ad un possibile uso sociale. Complessivamente l’intervento ha restituito a Tuturano ed alla storia dell’architettura pugliese un importante elemento, capace di caratterizzare e di proporsi come luogo di conservazione della memoria di un intero territorio.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Tuturano, http://www.brundarte.it/2019/05/12/torre-s-anastasio-tuturano/, http://www.brindisiweb.it/provincia/tuturano.asp

Foto: la prima è presa da https://www.brundisium.net/index.php/torre-di-s-anastasio-fate-presto-e-in-pericolo/, la seconda è presa da http://www.brundisium.net/index.php/la-sede-della-delegazione-comunale-di-tuturano-sara-trasferita-nella-torre-di-santanastasio/