martedì 21 maggio 2019

Il castello di martedì 21 maggio



LONGONE SABINO (RI) - Rocca di Capoterra

Il primo accampamento militare (chiamato Fara) occupato dai Longobardi, fu Vallufara (Valle di fara), che iniziando dalle pendici del promontorio di Longone, si dispiega fino al Turano. La Cronaca Farfense si è interessata più volte di quel complesso abitativo, che, nel 989, quando l’abate Ugo di Farfa promise di cedere a Landuino di S. Salvatore il castrum Longoni era già una fortezza strutturata e definita, munita di torri e mura, e di una milizia addestrata per la sicurezza degli abati. Longone fu dunque eretto insieme all’Imperiale Abbazia di S. Salvatore dallo stesso popolo longobardo, il quale già da tempo aveva abbandonata la disagevole Vallufara per la tranquilla e confortevole Rocca. Longone era abitato da gente operosa e geniale: muratori, carpentieri, falegnami, fabbriferrai, Mastri Comacini, Mastri Liguri (artisti venuti dal nord), che lavoravano per la costruzione di S. Salvatore, inaugurato nel 735. Le mura del castello di Longone delimitano una circonferenza ellittica di tre chilometri che racchiude una superficie, a fuso di acropoli, di circa tre ettari. Quella Rocca fu rifugio di monaci e abati durante le invasioni saracene e pi tardi, nel XIV e XV secolo, residenza degli Abati-Conti Mareri. Con l' introduzione dei Commendatari venne sconvolto l’assetto amministrativo, per cui le maggiori entrate dei castelli passarono dalla mensa abbaziale cui erano destinate, alla mensa del nepotismo pontificio. Nel palazzo che era residenza degli abati, chiamato Palazzo Apostolico, venne inserito il Governatore con la sua corte, la milizia, le carceri, il Monte frumentario, la Curia, l’archivista, il tribunale amministrativo e criminale. Nel rione La Contrada erano presenti macellai, osti, un forno comunitario del pan venale, sarti e barbitonsori. I preti ed i notai abitavano in Rione Borgo, la zona più protetta e sicura del castello. Si accede alla cittadella oltrepassando due porte separate da un ampio spazio; la seconda porta andava serrata ogni notte, stando in luogo di confine col Regno. Nel 1863 il consiglio comunale ottenne, per Regio Decreto, il titolo di Longone di S. Salvatore Maggiore. Quando nel 1927 venne costituita la Provincia Reatina, al termine Longone si aggiunse il generico Sabino, per distinguerlo da quel Longone al Segrino (Como), appartenente anch'esso alla gloriosa stirpe longobarda. Dunque il castello di Longone, il monastero di S. Salvatore Maggiore e la chiesa di S. Michele Arcangelo di Colle Pasciano sono state edificate dai longobardi venuti da Spoleto i quali dotarono la loro città di una basilica per il Salvatore e una chiesa per S. Michele Arcangelo. Sono contesti che ritroviamo nel territorio di Longone con l’edificazione del Castrum Longonis, del monastero di S. Salvatore Maggiore e della chiesa di S. Michele a Colle Pasciano. I castelli sulla valle del Salto, Roccaranieri, Cenciara e Concerviano sorsero molto più tardi, intorno al 1160 quando l’imperatore Federico Barbarossa, d’accordo con gli abati di Farfa fece erigere le fortezze dai Buzzi di Romagna per proteggere l’altipiano dalle invasioni dei Normanni di Sicilia. Il papa Giulio II, grande mecenate dello stato Pontificio, nel 1506 pose Longone a Capo dei Castelli dell’Abbazia, dando i poteri di controllo a un Camerarius o Governatore. A ricordo dell’evento il papa Giulio II volle che si realizzasse un nuovo portone in legno per la basilica del Monastero composto da formelle tante quante erano i castelli sottomessi all’abate del Monastero. Sulla prima di esse fu ritratto il castello e inciso il nome Castrum Longoni. C’è una enigmatica frase latina che compare sul nuovo portale d’ingresso, definita dallo storico Paolo Desantis “una iscrizione di barbaro latino!”. Dalla fondazione longobarda, fino al declino dello Stato Pontificio, Longone è stato sempre considerato Centro Amministrativo, Giudiziario e finanziario di tutto il territorio. Ancora oggi è possibile riconoscere la Piazza del Governo, il Palazzo Governativo con lo stemma episcopale sul portone d’ingresso, gli appartamenti, compresa la Sala per il Ballo, la Curia per il Notaio e l’Archivio. Nel Rione Mandria appare massiccio e turrito il palazzo Giudiziario e vicino la sede del Bargello (il Maresciallo di oggi), e degli Sbirri, le carceri maschili e femminili e nei pressi il forno del pan venale. Nel Rione Piazzetta sono visibili gli antichi magazzini del Monte Frumentario, hostaria entro le mura, macello, vendita di pan venale (pane prezzato). Il castello popolare ha una doppia porta d’ingresso, con in mezzo la Dogana. La seconda porta è in pietra squadrata con la data 1668, l’effige dei Santi Protettori e la scritta Comunità di Longone. Nella richiesta di rifacimento della porta si diceva che doveva essere “di pietra con porte di bone ferrate e serrature perché occorre serrar la notte stando in luogo di confine col Regno e dove risiede la Corte…” Le due ante vennero tolte nel 1840, per essere rifatte, ma non abbiamo prove che ne attestino il ripristino; restano ora solo i cardini di bbona fattura, forgiati dai fabbri ferrai di Vallecupola.

Fonti: http://www.prolocolongone.it/storia/, https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino

Foto: è di Giovanni Rampazzi su https://it.wikipedia.org/wiki/Longone_Sabino#/media/File:RoccaCapoterra.jpg

lunedì 20 maggio 2019

Il castello di lunedì 20 maggio




SAMBUCA DI SICILIA (AG) - Torre di Pandolfina

Pandolfina è una località nota come masseria nel comune di Sambuca di Sicilia, in contrada Adragna nella Val di Mazara. Guglielmo Peralta nel 1397 circa la concesse in feudo alla famiglia Perollo di Sciacca con titolo di baronia, i quali nel secolo XV vi edificarono una torre ancora esistente; da questi nella metà del secolo XVII passò in matrimonio alla famiglia Monroy che ne ebbe il privilegio di costruirvi una terra e di godervi il mero e misto impero, ottenendovi il titolo di principe nel 1733. A questa famiglia rimase fino all'eversione della feudalità e i suoi eredi ne portano ancora il titolo. Il valico di Pandolfina fu strategicamente vitale per l'intera Valle di Zabut (odierna Sambuca di Sicilia). In questo luogo trovarono un'agguerrita resistenza le truppe di Cabrera negli ultimi giorni della guerra di successione al Trono di Sicilia. La Torre, munita di feritoie e di merli classici, domina l'angolo del massiccio muraglione quadrangolare nel quale si entra attraverso un portone guarnito da un portale medievale. All'interno del quadrilatero adibito, in seguito, ad azienda agricola, furono costruite stalle e fienili.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pandolfina_(Sambuca_di_Sicilia), http://www.virtualsicily.it/Monumento--AG-1060

Foto: la prima è presa da https://borghipiubelliditalia.it/borgo/sambuca-di-sicilia/, la seconda è di Francesco Alloro su http://www.francoalloro.it/terra-di-zabut/Immagini/Torre-Pandolfina.jpg

venerdì 17 maggio 2019

Il castello di venerdì 17 maggio




ANACAPRI (NA) - Torre medievale di Villa Damecuta

Villa Damecuta è una delle dodici ville imperiali romane volute dall'imperatore Tiberio e si trova ad Anacapri. Di essa restano pochi ruderi: come le altre ville dell'imperatore a Capri fu danneggiata dall'esplosione del Vesuvio del 79 d.C., dalle successive incursioni dei pirati e dalle fortificazioni militari. Le poche tracce che restano permettono di risalire alla struttura di una lunga loggia porticata, aperta verso il Golfo di Napoli e lunga 80 metri, che terminava con un ampio belvedere semicircolare. Al di sotto si trova un'alcova con un terrazzino affacciato sul mare. Sulle rovine della dimora romana, nel Medioevo, fu costruita una torre di vedetta che affaccia sul mare e nel XIX secolo fu fortificata la zona circostante. Motivo della costruzione della torre ? La difesa della costa dalle invasioni saracene. In seguito, divenne un fortino usato dagli inglesi nella guerra contro i francesi. Proprio sotto la torre di avvistamento si cela una delle aree più interessanti. Questa parte del sito archeologico, oggi inaccessibile, comprende ambienti di soggiorno e un cubicolo. In questa stanza fu scoperto il torso maschile di una statua. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=VPtrRC1OPUg (video di Giuseppe Esposito), https://www.youtube.com/watch?v=mClaMa265qI (video di Aniello Langella), https://www.youtube.com/watch?v=sNzI0tr3Xi8 (video di Giuseppe Ciaramella).

Fonti: https://www.capri.it/it/s/villa-damecuta-2, https://www.ioviaggio.it/passeggiata-a-damecuta

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/sorrentina/Capri%20Damecuta.htm, la seconda è presa da https://files.salsacdn.com/article/3555_Villa_Damecuta/image/2_d.20170804193257.jpg

Il castello di giovedì 16 maggio





VARAZZE (SV) - Cinta muraria

La prima citazione ufficiale del nome, indicata sulla Tavola Peutingeriana, è risalente al X secolo con il toponimo medievale Varagine ("luogo dove vengono varate le navi"). E proprio le fiorenti attività legate alla costruzione di navi e imbarcazioni furono i presupposti per una continua lotta, in epoca medievale, tra i comuni di Savona e Genova per il controllo del feudo e del territorio varazzino. Già appartenente alla Marca aleramica, dal XII secolo divenne feudo della famiglia di Bosco e di Ponzone (nei domini dell'omonimo marchesato); nel 1227 si costituì in comune autonomo e quindi ereditato dalla famiglia Malocello (o Malocelli). Rientrato nell'orbita genovese, dopo la stesura e gli accordi della pace di Varazze del 1251 sulla divisione dei possedimenti territoriali savonesi e genovesi, il feudo venne venduto nel 1290 dai Malocello alla Repubblica di Genova che elevò il borgo di Varazze a sede dell'omonima podesteria avente come giurisdizione territoriale i borghi odierni di Cogoleto, Celle Ligure, Albissola Marina, Albisola Superiore e Stella. Nel 1525, durante una battaglia navale, Ugo di Moncada, comandante della flotta di Carlo V, qui vi fu sconfitto e fatto prigioniero. Seguì quindi le sorti di Genova e della sua repubblica marinara, ottenendo propri statuti. Con la caduta della Repubblica di Genova (1797), sull'onda della rivoluzione francese e a seguito della prima campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, la municipalità varazzina rientrò dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento del Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, rientrò nell'XI Cantone, come capoluogo, della Giurisdizione di Colombo e dal 1803 centro principale del II Cantone di Varazze nella Giurisdizione di Colombo. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte. Nel 1815 fu inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Dal 1859 al 1927 il territorio fu compreso nel V mandamento omonimo del circondario di Savona facente parte della provincia di Genova; nel 1927 anche il territorio comunale varazzino passò sotto la neo costituita provincia di Savona. Nel 1864 ottenne il titolo di città. La cinta muraria, realizzata nel XIII e XIV secolo, è molto importante nella storia di Varazze ed ha avuto un ruolo determinante nella sua evoluzione urbana. La planimetria, redatta da Matteo Vinzoni nel 1770, riporta il tracciato delle mura ancora perfettamente intatto e divise in due cinte ben distinte: la cinta del Borgo e la cinta del Borghetto. La prima circondava l'abitato più antico, definito come “il borgo”, ed era lunga circa 800 metri e comprendeva una superficie di 30900 mq. All'interno di questa cinta erano racchiuse le contrade: Campane, S.Ambrogio, Macelli e la cosiddetta Platea Communis dove il Vinzoni colloca l'annona ed il palazzo comunale. A nord, al termine del borgo formava un angolo retto continuando verso nord, dietro la nuova chiesa parrocchiale per unirsi al tratto iniziale nel punto in cui sorgeva l'antica pieve di S.Ambrogio la cui facciata è stata inglobata nelle mura stesse. Alcuni studiosi, come Mario Garea e Giorgio Costa, collocano la cinta più antica del Borgo prima del 1200. La seconda cinta racchiudeva il Borghetto, un insediamento sviluppatosi al di fuori delle mura più antiche. Queste seconde fortificazioni racchiudevano uno spazio rettangolare, si estendevano per circa 600 metri e contenevano una superficie di 14800 mq. In esse si apriva la porta di ponente. Rimane ancora da stabilire con esattezza la datazione di questa cinta fortificata. L'unico riferimento sicuro è la data dell'ampliamento delle mura per inglobare il Borghetto riportata in una lapide esistente sulla porta di ponente (nell'attuale via Coda) che fa risalire al podestà Cicala, nel 1370, il compimento dell'opera in questione. Per l'esecuzione dei lavori per la linea ferroviaria, negli anni che vanno dal 1860 in poi, Varazze venne interessata della suddetta opera pubblica che, attraversando l'abitato, provocò l'abbattimento di una torre e di buon tratto di mura ad essa adiacenti. Nel 1863 cadde l'antico ponte sul Teiro e nel 1864 si demolì fino al primo piano la torre del mercato. Si distrusse buona parte delle delle mura lasciando intatta il tratto presso l'antica Pieve. Da quegli anni altre distruzioni iniziarono sino ai giorni nostri. Altro link suggerito, dove trovare diverse illustrazioni, è il seguente: https://www.varagine.it/index.php?/categories/flat/start-7995

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Varazze#Storia, testo di Giovanni Damele su https://associazione-culturale-ligys.it/_files/200000260-500d651075/vecchie%20mura%20di%20Varazze.doc

Foto: la prima è presa da http://www.parliamodivarazze.com/2016/10/30/wi-fi-pagamento/, la seconda è di maspozz su https://www.flickr.com/photos/63647073@N07/14005830530. Infine, la terza è presa da http://www.ponentevarazzino.com/gallery/Angoli_Varazze/MuraMedioevali.jpg.php

mercoledì 15 maggio 2019

Il castello di mercoledì 15 maggio




SAINT PIERRE (AO) - Castello Sarriod de La Tour

L’esistenza della nobile famiglia Sarriod, legata politicamente ma non da vincoli di parentela ai signori di Bard, è attestata fin dal XII secolo. Rimangono comunque oscure le origini del castello, situato a Saint-Pierre in una zona pianeggiante a poca distanza dalla strada statale. L’impianto più antico comprendeva la cappella e la torre centrale a pianta quadrata (donjon) circondata da una cinta muraria, configurazione tipica dei castelli valdostani risalenti al X-XII secolo. Il donjon di Sarriod de La Tour si colloca ad un livello intermedio tra le torri più antiche con funzione prevalentemente difensiva, come quelle dei castelli di Cly, Graines o Saint-Germain, e le torri più grandi e comode e con funzione più residenziale dell'epoca immediatamente successiva, come la tour Colin a Villeneuve o la tour des Cours a La Salle. Le pareti della cappella, situata nella parte più a sud del recinto murario, in prossimità dello strapiombo a picco sulla Dora, che alcune indagini dendrologiche hanno permesso di datare intorno alla metà del XIII secolo, erano decorate da affreschi, frammenti dei quali sono ancora visibili. Nel 1420 i fratelli Yblet e Jean de Sarriod divisero i loro possedimenti in due signorie distinte, separando la famiglia nei rami rispettivamente Sarriod d'Introd, con sede nel castello di Introd, e Sarriod de La Tour, a cui toccò il castello che ne prese il nome. Jean de Sarriod fece costruire, dove già esisteva la torre denominata fin dal XIV secolo “turris Sariodorum”, un vero e proprio castello con funzioni di rappresentanza mediante l’aggiunta di una serie di corpi al donjon preesistente. A questo intervento risalgono la realizzazione della scala a chiocciola della torre (viret) e l’inserimento delle finestre crociate in pietra da taglio caratteristiche del Quattrocento valdostano. Nel 1478 il figlio di Jean, Antoine Sarriod de la Tour, trasformò la cappella intitolata alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, occasione in cui furono realizzati gli affreschi esterni con la Crocifissione e San Cristoforo e fu elevato il piccolo campanile. Nell’ala nord, al piano terreno, si apre un vasto locale di servizio con copertura in legno; al primo piano è situata la cosiddetta "sala delle teste", che prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo. Nel tardo XV secolo la cinta muraria venne munita di torri difensive a pianta circolare e semicircolare e fu aperto sul lato orientale il nuovo ingresso al castello con portale a sesto acuto e archivolto scolpito recante lo stemma dei Sarriod. La discontinuità fra le quote di livello nei vari ambienti attesta i diversi interventi succedutisi nei secoli successivi. Nel XVI secolo sorse l’ala che oggi costituisce il prospetto orientale e fu aggiunta la torre piccionaia, mentre alcuni frammenti di pitture murarie e un camino in stucco sono della prima metà del ‘700. Il castello rimase di proprietà dei Sarriod de la Tour fino al 1923 quindi passò alla famiglia Bensa di Genova. Dal 1970 appartiene alla Regione autonoma Valle d’Aosta, che lo ha aperto al pubblico nel 2003. Guardandolo dall'alto del castello di Saint-Pierre, il castello Sarriod de La Tour appare come un insieme irregolare di edifici circondati da una cinta muraria. Portandosi alla destra del fiume Dora Baltea è possibile notare come la posizione del castello non sia così priva di difese naturali, e che i lati di sud est poggiano su uno sperone roccioso a strapiombo sulla Dora. Per entrare nel castello bisogna innanzitutto superare la cinta muraria esterna. Il nuovo ingresso, realizzato intorno al 1470 e da cui si accede ancora oggi, è costituito da un elegante portale a sesto acuto, sopra il quale è scolpito lo stemma dei Sarriod de la Tour, sormontato da una caditoia merlata sorretta da un doppio ordine di beccatelli. All'interno, gli edifici più notevoli sono il massiccio donjon con le sue finestre crociate, la cappella e la cosiddetta "sala delle teste". La struttura originale della cappella era probabilmente sormontata da un soffitto ligneo, i cui resti sono stati datati intorno al 1250, e sono ancora visibili su tre pareti alcuni frammenti di un antico ciclo pittorico risalente allo stesso periodo raffigurante episodi religiosi come l'Adorazione dei Magi, l'ingresso di Cristo a Gerusalemme e la Crocifissione. La cappella è ora sormontata da una volta barocca aggiunta nel 1700, che taglia a metà gli antichi affreschi. L'antico ingresso della cappella fu invece decorato tra 1478 e 1483 durante i lavori voluti, come detto, da Antoine de Sarriod de La Tour. La "sala delle teste", situata al primo piano dell'ala settentrionale, era il salone di rappresentanza del castello e prende il nome dalla decorazione del soffitto ligneo, sorretto da una serie di mensole intagliate realizzate nel XV secolo.
Le mensole intagliate sono in tutto 171 e raffigurano una varietà di soggetti, da volti di nobildonne e gentiluomini con copricapi all'ultima moda del tempo a figure carnevalesche, dagli animali domestici e selvatici come cani, anatre, lupi e cinghiali e creature fantastiche tra cui la sirena, l'unicorno, il drago e una serie di mostri di aspetto diabolico. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour, https://www.youtube.com/watch?v=0dHkdoxVdJI (video di Pino Meola).

Fonti: http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour/901, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Sarriod_de_la_Tour

Foto: la prima è presa da https://www.itinari.com/it/location/castello-sarriod-de-la-tour, la seconda è presa da http://www.guideaostawelcome.it/visite-guidate/castelli/castello-sarriod-de-la-tour

martedì 14 maggio 2019

Il castello di martedì 14 maggio



PORTOFINO (GE) - Castello Brown

Il castello Brown, precedentemente denominato di San Giorgio, è un'antica fortezza situata sopra il porto di Portofino. Si evince dagli scavi e dalla storia che in passato il castello fu concepito come un riparo difensivo. Anni fa venne rifondato il resto della torre romana di avvistamento che risaliva ai due secoli II-III. Le prime notizie ufficiali sull'odierna struttura risalgono invece al 1425 quando Tomaso Fregoso, doge della Repubblica di Genova fino al 1421, occupò il borgo di Portofino e la sua fortezza in opposizione a Filippo Maria Visconti duca di Milano. All'epoca il castello era costruito da una torretta che fungeva da abitazione, da una cisterna e dal muro di cinta merlato. Nel 1430 ritornò ad essere dominio di Genova grazie a Francesco Spinola di Ottobono. Il castello, situato in una posizione strategica poiché si poteva avere un'ampia visuale sul borgo e del Golfo tigullino, fu più volte oggetto di continui tentativi di occupazione e assedi fino ai primi anni del XIV secolo. Divenuto infine possedimento militare della repubblica genovese, quest'ultima avviò nel XVI secolo diversi lavori di restauro e ampliamento per una maggiore difesa del borgo marinaro e dello specchio acqueo antistante. Fra il 1554 e il 1557, su progetto dell'ingegnere Giovanni Maria Olgiato (progettista di fiducia del re Carlo V di Spagna), il castello fu allungato mediante una nuova piattaforma verso il porto e per costituire una maggiore difesa militare in caso di improvvisi attacchi pirateschi saraceni - frequenti in Liguria e già avvenuti negli anni precedenti a Camogli, Recco e Rapallo - fu munito di munizioni e armi nonché nuovi alloggi per il presidio. Le nuove opere difensive permisero, negli anni a seguire, di sventare diversi attacchi per la conquista del borgo tra cui quelli effettuati dall'ammiraglio di Oneglia Andrea Doria; l'ammiraglio, che avrà poi il controllo dell'intera Repubblica di Genova, riuscì infatti a conquistare e sottomettere quasi tutti i forti della Riviera di Levante tranne appunto la fortezza di Portofino ben difesa e armata dalla stessa repubblica anni prima. Nuovi lavori nel 1624 rafforzarono ancora il castello, detto "di San Giorgio", riuscendo così a sventare nel 1664 un nuovo attacco; altri lavori furono eseguiti nel 1728 arricchendo l'armamento e sistemando gli interni della fortezza, entrata 120 anni prima (1608) nei territori del Capitanato di Rapallo (Sestiere di Pescino nella quale fu compresa anche Santa Margherita Ligure e frazioni) sotto la repubblica genovese. La fortezza passò sotto il dominio francese dal 1797 quando Napoleone Bonaparte conquistò la Liguria e la sua Repubblica, compiendo altri lavori nel castello e del porto sottostante. Caduto Napoleone e dopo il passaggio della Repubblica Ligure nei territori del Regno di Sardegna dapprima e nel neo costituito Regno d'Italia, la fortezza militare venne completamente dismessa e disarmata a partire dal 1867. Nello stesso anno, fu acquistata dal console del Regno Unito a Genova sir Montague Yeats Brown e nuovi lavori di ampliamento, affidati all'architetto Alfredo d'Andrade, modificarono l'originale struttura secondo i canoni architettonici e il corredo interno di quell'epoca; tra le modifiche più significative, oltreché l'innalzamento delle torri, la trasformazione dell'antica piazza d'armi in un giardino pensile: è in questo periodo che furono piantati i due pini marittimi (in occasione delle nozze del proprietario). Gli ultimi proprietari inglesi dell'ex fortezza militare furono John e Jocelyn Baber che raccolsero nei loro anni di residenza le notizie storiche ad oggi pervenute. Dal 1961 è di proprietà del Comune di Portofino che utilizza il castello come sede di eventi ed esposizioni culturali. Oltre l'importanza della sua storia il castello conserva un aspetto meraviglioso. All'esterno vi è un grande giardino mediterraneo ricco di fiori, roseti e pergolati da cui i turisti possono ammirare lo spettacolare golfo di Tigullio. Entrati nel castello si possono osservare numerosi bassorilievi e arredi architettonici in marmo o in ardesia. Nella prima sala vi sono alcuni mobili originali, arredi architettonici e una parete con finestre in stile gotico. Da qui si accede al terrazzo dove un tempo erano alloggiate le artiglieri. Il console Brown, da cui prende il nome il castello , trasformò questa area in uno splendido giardino. Per salire al piano superiore si attraversa una scala ricoperta da “laggioni”: l’uso delle maioliche per rivestire le pareti era molto diffuso in Liguria, deriva dallo stile proveniente dalle aree del Mediterraneo e dal mondo arabo. Nella scala del Castello è posta una maiolica raffigurante un presente, copia della Adorazione dei Magi attribuita a Gagini (secolo XV), l’originale si trova a Genova in Via Orefici 47r. Nel vano scale è possibile ammirare una copertura medievale in legno a cassettoni dipite con immagini di santi, martiri e regnanti. La sala al primo piano è coperta da volte a crociera di tipo lombardo. Al centro della sala campeggia un grande trittico (di Raffaellino e Giulio de' Rossi che risale al 1550) e sulla destra una stufa in maiolica. La sala circolare della torre è stata profondamente ristrutturata. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=yJkK76exgdw (video di CastelloBrown), http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/TgrInTour-Liguria-castello-Brown-a-Portofino-6dfe13c6-6a00-4fde-9eb9-cb01263e2e30.html (video di Lorenzo Orsini), http://www.comune.portofino.genova.it/area-turista/punti-di-interesse/castello-brown, https://www.youtube.com/watch?v=zq8oBfAk_d0 (video di Teleradiopace TV).

Fonti: http://www.aboutliguria.com/it/castelli-e-fortezze-in-liguria.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Brown, http://www.castellobrown.com/castello.php, http://www.castellobrown.com/visita.php

Foto: la prima è presa da https://www.fotoeweb.it/portofino/CastellodiPortofino.htm, la seconda è di Hans1967 su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Portofino_Castello_Brown.jpg

lunedì 13 maggio 2019

Il castello di lunedì 13 maggio





NARNI (TR) - Castello in frazione San Vito

San Vito è una frazione del comune di Narni, posta a 267 m s.l.m., su un colle che poi digrada verso la valle solcata dal fiume Tevere. In epoca storica, più precisamente nell'XI secolo, San Vito risulta essere fatto a mo' di corte, cioè una serie di fondi rurali chiusi da recinzioni. In un documento del Regesto Farfense del 1036, un tal Pietro, Abate di San Angelo in Massa e suo nipote Adriano, cedono all’abbazia dei terreni di loro proprietà, tra i quali: “La curti Sancti Viti de Colle de Maclae“. Nel 1227 San Vito e Striano erano gli unici castelli che dovevano fare solo atto di onore e reverenza per la festa di San Giovenale a Narni, gli altri offrivano alcune libbre di cera. Nel 1279, Pietro di Ottaviano Scotti acquistò il castello dalla famiglia degli Annibaldi. Nel 1350, come tutti i feudi del territorio, doveva denunciare al vicario di Narni tutti i delitti commessi. Data la sua posizione, che lo rendeva accessibile facilmente dalla pianura tiberina, esso è sempre stato oggetto di preda di molte truppe di passaggio, tanto che nel 1371 gli Scotti offrirono a Narni ingenti quantità di frumento ed altre materie per assicurarsi la protezione contro questi nemici. Nell’anno 1454, agli Scotti fu data l’investitura del titolo comitale sul castello di San Vito. Nel 1591-1592, soffrì la carestia e la terribile pestilenza, che spopolarono anche altri contadi tra i quali Bufone, Marinata e Striano. Sicuramente, nel 1593 risulta essere totalmente assoggettato a Narni e posto sotto la sua giurisdizione. In un tomo del ‘600, conservato all’Archivio segreto Vaticano, è presente una causa “per questioni di confini” tra i Montini di Guadamello e gli Scotti di San Vito, durata 39 anni tra il 1651 e il 1690. Sappiamo che in questo periodo il castello e tutte le terre circostanti erano divise tra tre proprietari: un terzo agli Scotti, un terzo all’abbazia dei Santi Andrea e Gregorio al Celio e un terzo all’abbazia di San Vittore in Otricoli, nella persona di cardinali commendatari. Erano, però, solo gli Scotti che ufficialmente gestivano il potere, come veri e propri feudatari. Nel 1703, morì Marta Scotti, senza lasciare eredi diretti, se non un nipote, Giovanni Mancinelli di Narni, figlio di Pirro, suo cugino di secondo grado, che per atto testamentario, divenne suo erede universale. Alla memoria della defunta Marta, i successori avrebbero dovuto far celebrare nella chiesa parrocchiale di san Vito 56 messe annue (legato Marta Scotti), insieme ad altri obblighi. Tra il 1790 e il 1816, poco a poco diminuì in San Vito, dopo tanti secoli, il potere degli Scotti e dei successori (Mancinelli-Scotti). Il feudo venne diviso fra nuovi possidenti: gli Stinchelli, i conti Casali, il canonico don Paolo Petrignani di Amelia. Dopo il “motu proprio” pontificio del cardinal Consalvi del 06/07/1816, i Mancinelli Scotti, gravati da pesanti oneri per le spese di mantenimento amministrativo della giustizia ed altri servizi pubblici, in data 06/12/1816 rinunciarono alla “baronia” su San Vito, mantenendo, però, nella persona del conte Ferdinando, alcune proprietà, per un certo periodo. Tra il 1824 e il 1828, attraverso un’oculata opera di acquisizioni, tra i vari proprietari di San Vito, subentrò, la potente famiglia romana, di origini spagnole, dei conti Ruiz De Cardenas, nella persona di Luigi; questi in data 29/09/1828, divenne ufficialmente il nuovo “signore” di San Vito. I suoi discendenti, i conti Marcello e Francesco (quest’ultimo primo sindaco di Otricoli dopo l’unità d’Italia nel 1861), furono coloro, che portarono avanti il nome del casato, fino alla fine dell’800. Con la morte, nel 1956, della contessa Maria Luisa (figlia di Francesco) e moglie del cavaliere Quirino Pellizza, è da considerarsi estinto il nome del casato. I successori continuarono ad avere delle proprietà fino agli inizi degli anni ’70, quando la tenuta venne definitivamente venduta a vari piccoli imprenditori agricoli locali. La Torre quadrata svetta al centro del castello, una fortezza circolare con due porte di accesso, in posizione dominante e da sempre funge da “sentinella” per il controllo del territorio circostante, fin dall’epoca romana. I suoi spigoli sono rinforzati da conci squadrati in pietra ed è ottimamente conservata. L’antica chiesa parrocchiale, sita nel borgo antico, sotto la torre quadrata, di piccole dimensioni, ora non esiste più.
La nuova chiesa parrocchiale, di magnifica imponenza, con campanile cuspidato, è una struttura che sorge in posizione dominante su un poggio. Vi si accede da una scenografica scalinata in mattoni e fu costruita a cavallo della prima guerra mondiale, grazie alla tenacia e alla volontà di un parroco indimenticato e indimenticabile: il toscano don Carlo Checcucci di San Casciano Val di Pesa, che ora riposa dal 1963 all’interno dell’edificio. La torre fu testimone, nel Medioevo, delle scorrerie dei pirati saraceni, che risalivano il Tevere con le loro agili barche per razziare il territorio e di quelle di vari capitani di ventura, tra i quali Di Vico e Braccio da Montone. Altri link suggeriti: http://www.turismonarni.it/ita/19/territorio/, https://www.zankyou.it/f/castello-del-tempovita-599979, https://www.youtube.com/watch?v=aqchUhyB4-4 (video di Selene Corrù)

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/, https://it.wikipedia.org/wiki/San_Vito_(Narni)

Foto: la prima è presa da https://www.residenzedepoca.it/en/weddings/s/luxury_location/castello_del_tempovita/, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-vito-narni-tr/

venerdì 10 maggio 2019

Il castello di venerdì 10 maggio



MULAZZO (MS) - Castello Malaspina di Lusuolo

E' una fortezza di epoca altomedievale che si trova nella frazione di Lusuolo, nella zona della Lunigiana. Il complesso è noto per la sua posizione strategica in quanto si erge su di una collina che domina un antico guado del fiume Magra e nell'antichità consentì il controllo del fondo valle e della via Francigena. Fu proprio per questa ottima posizione che il castello e il relativo borgo fortificato ebbero vita turbolenta fra disordini interni e continui attacchi dalle potenze che si contendevano il potere in Lunigiana. Il castello nel XII secolo apparteneva a Corrado Malaspina l'Antico e verso la metà del Trecento passò al suo pronipote Azzone Malaspina insieme ad altri possedimenti della zona. La mancanza di figli maschi nella famiglia causò il frazionamento del feudo e la perdita d'importanza dell'imponente rocca rendendola così un facile bersaglio per i nemici. Il Quattrocento fu un secolo particolarmente violento caratterizzato dalle bramosie di potere degli stati di Firenze, Genova e Milano. Il castello, scampato agli attacchi di Genova di inizio secolo, grazie alla protezione dei toscani, nulla poté durante l'invasione genovese della Lunigiana del 1449 e fu distrutto in seguito ad un lungo assedio dalla famiglia ligure di Campofregoso. Giovanni Antonio da Faie, cronista lunigianese del Quattrocento, scrive: “Del mexe de setenbre de 1450 vengono li maestri edifichatori per parte del duxe de Zenoa chi era meser Lodovico de Canpo Fruxghoso audemars piguet replica per inzegnare de fare derochare el castelo de Loxolo el quale per asedio l’avea avuto e nota che era un di beli casteli de Val de Magra”. Nel 1467 con l'aiuto del marchese di Fosdinovo e del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza i Malaspina ripresero il loro danneggiato e impoverito castello. Questo non ebbe più tregua fra lotte interne e continue dispute familiari per divisioni e diritti e soprattutto pressanti intromissioni di Milano e di Firenze. Nella seconda metà del XVI secolo Ercole Malaspina in seguito a ripetute sommosse dei sudditi si mise sotto la protezione del Granduca di Toscana Francesco I de' Medici e nel 1575 gli donò l'intera signoria. Annesso definitivamente alla stato di Firenze il castello venne ricostruito e ampliato e nei primi anni del Seicento venne trasformato in una fortezza adatta a resistere alle artiglierie. Già a fine secolo iniziò un graduale smantellamento dovuto all'annessione di Pontremoli al Granducato di Toscana e quindi alla perdita dell'importanza strategica di Lusuolo per i fiorentini. Oggi la struttura è stata restaurata e ospita il Museo dell'Emigrazione della gente di Toscana (http://www.museogenteditoscana.it/). Il castello e il suo borgo fortificato sono facilmente visibili percorrendo l'autostrada della Cisa A15 nel tratto fra le uscite di Aulla e Pontremoli. L'assenza di documentazioni scritte e i frequenti rifacimenti della struttura rendono difficile una definizione storica delle fasi costruttive e imprecisa la destinazione d'uso dei siti all'interno della cortina muraria. Le strutture murarie più antiche sono individuabili nel prospetto nord, in corrispondenza di una torre inglobata nella muratura. Il borgo è dotato di imponenti mura con forma triangolare e di una porta meridionale che è l'ingresso principale. L'interno è caratterizzato da un grande cortile trapezoidale con un pozzo centrale. Le strutture verticali sono quasi interamente realizzate in pietra macigno di fiume, mentre, per le volte a crociera e a botte, si è preferito l’uso della pietra tufacea. La zona nord del cortile presenta una struttura con interni spaziosi e grandi camini ed ampie volte. Questa è ipotizzabile che in passato potesse essere la residenza del marchese mentre il lato sud del cortile, parzialmente crollato, sembrerebbe una caserma. Dotato di un unica strada che unisce le due porte d’ingresso, il borgo fortificato posto all'esterno delle mura castellane, seppur piccolo, nasconde alcune sorprese come ad esempio la presenza di un ospedale che doveva servire a curare oltre agli abitanti, anche i pellegrini che transitavano sulla via Francigena (dal borgo ancora oggi passa il tracciato della via francigena pedonale). Una volta entrati nel castello ed oltrepassato l’ingresso, modificato dai Medici per poter far salire al primo piano le bombarde, ci si ritrova in una graziosa corte interna con al centro un pozzo. Sulla corte si affacciano con camminamenti e terrazzini le stanze del primo piano, in cui si può entrare liberamente. Si può osservare la presenza di un camino, dei servizi igienici, a caduta, del Marchese, oltre che delle sedute in pietra ricavate nei vani finestra per ammirare il panorama. Dalle stanze del primo piano si accede anche al giardino della marchesa e ad una bella terrazza da cui il panorama è unico. Sulla terrazza si affaccia una piccola cappella. A piano terra si trova il fantastico camino della cucina, enorme e ben conservato e il suddetto Museo, piccolo ma con enormi potenzialità. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=RD0VB2RoM-A (video con drone di m15alien https://www.youtube.com/watch?v=iVVHqBiAuN8 (video di riomorione) https://www.youtube.com/watch?v=MrxOvQSYaTU (video di Musei Massa Carrara), http://www.adrianaghollett.it/site/books/lusuolo.pdf, https://ecodellalunigiana.it/2017/05/31/lusuolo-castello-riapre/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Lusuolo, https://www.terredilunigiana.com/castelli/castellolusuolo.php, http://www.museogenteditoscana.it/Default.asp?idPage=174&funzione=, https://irintronauti.altervista.org/castello-di-lusuolo/ (pagina ricca di foto interessanti)

Foto: la prima è presa da http://www.amalaspezia.eu/fotografie/ABC_7349.jpg, la seconda è presa da https://www.istitutovalorizzazionecastelli.it/castellomalaspinadilusuolo/

giovedì 9 maggio 2019

Il castello di giovedì 9 maggio





ERICE (TP) - Torri del Balio

Le torri del Balio di Erice un tempo erano collegate al castello di Venere (https://castelliere.blogspot.com/2019/04/il-castello-di-giovedi-11-aprile.html) tramite un ponte levatoio e costituivano fin dal medioevo, quando sono state edificate, un avamposto della fortezza militare. Erano la sede del Bajulo, per l'appunto, un'autorità che sul posto rappresentava l'autorità del sovrano, svolgendo le funzioni di giudice civile e di esattore delle imposte. Nel XVII secolo una delle tre torri del Balio di Erice di forma pentagonale fu abbattuta per ordine di un funzionario regio, temendo che dall'alto di questa costruzione fosse possibile violare l'interno della piazza con armi da fuoco. E' possibile accedere alle torri del Balio di Erice attraverso una scalinata d'accesso, dalla quale si giunge ad un portale con un arco sul quale si trova una lapide che riporta lo stemma della dinastia degli Asburgo di Spagna. Quando il castello come fortezza cadde in rovina, anche le torri del Balio di Erice seguirono le sue stessi sorti conoscendo il più completo stato di abbandono, finché nel 1872 un ricco mecenate trapanese, il Conte Agostino Sieri Pepoli, concluse con l'amministrazione comunale di Erice, alla quale era passata la proprietà del Castello con le torri del Balio di Erice annesse, un accordo, che prevedeva la concessione al conte di un diritto di enfiteusi, che gli permise a proprie spese di provvedere alla manutenzione del castello e delle torri del Balio. In particolare fece ricostruire, sulla torre centrale, la preesistente torre pentagonale, demolita nel XVII secolo, nelle sue caratteristiche originarie. L'accordo prevedeva anche che il Conte Pepoli avesse pure la proprietà delle tre torri del Balio di Erice. I giardini circostanti vennero sistemati in stile inglese, infine venne edificata la sottostante “Torretta Pepoli”, manierosa costruzione d’ispirazione moresca. Altri link suggeriti: http://www.prolocoerice.it/index.asp?pag=informazioni&cat=3&sotcat=26&art=91 (con varie foto interessanti), https://www.youtube.com/watch?time_continue=78&v=ZaQH60_IuFs (video di Mike Anuci), https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=C_C3dglulkY (video di Trapani Tourism Service), https://www.vivasicilia.com/itinerari-viaggi-vacanze-sicilia/torri-in-sicilia/torri-del-balio-erice.html

Fonti: https://www.hotel-trapani.com/cosa_fare/erice/torri_del_balio.asp, http://www.turismo.trapani.it/it/1337/torri-del-balio.html

Foto: la prima è di Aldo Giovannini su https://turistipercaso.it/erice/image/114652/, la seconda è presa da https://www.appartamentitrapani.eu/

mercoledì 8 maggio 2019

Il castello di mercoledì 8 maggio



ALESSANO (LE) - Castello in frazione Montesardo

L'abitato di Montesardo appare oggi caratterizzato dai criteri costruttivi tipici dell'architettura civile del primo Cinquecento, ma la particolare posizione del luogo in cui sorge, che con i suoi oltre 180 metri sul livello del mare domina il territorio circostante, permette di ipotizzare la presenza di resti di un abitato antico. La notizia più datata di un abitato si ha nel XVI secolo, quando il Galateo, nel De situ Japigiae, descrive un "oppidum mediocris magnitudinis", del quale erano ancora visibili resti un ampio circuito murario e ruderi di antiche abitazioni, situato su un colle denominato "Mons Arduus", a circa sette miglia di distanza dal Capo di Leuca. Egli ricorda inoltre che, secondo una tradizione popolare, quella città era stata denominata dai Greci "Tracheion oros", nome che in latino può essere interpretato "Mons asper" o "arduus". Infatti quella città era in "aspro monte et lapidoso sita". Nel XIX secolo lo storico Luigi Tasselli, in Antichità di Leuca, ipotizza sulla scorta del Galateo, un'origine greca della città; l'Arditi, invece, in La corografia fisica e storica di Terra d'Otranto, ritiene che Montesardo sia di origine latina e che i Greci bizantini avrebbero poi tradotto il nome latino in "Trachina", ossia il "Tracheion oros" riferito dal Galateo. Col tempo il luogo avrebbe ripreso nome "Monsarduus" da cui sarebbe derivato l'attuale Montesardo. La ricerca archeologica ha individuato tracce che confermano l'esistenza di tale insediamento. Nel 1997 è stato effettuato il primo scavo sistematico che ha portato alla luce i resti di un grande edificio costruito con blocchi di pietra calcarenitica (tufo) squadrati. Indizi di una frequentazione molto ampia del luogo, tra il IX e il I secolo a.C., erano stati raccolti nella seconda metà degli anni ottanta col recupero di materiale ceramico emerso durante alcuni scavi edili in prossimità del castello Romasi. Precedentemente, un'indicazione della presenza di un abitato antico era stata data da una tomba scavata nel banco roccioso rinvenuta nel 1953 ad Alessano. Una prima ipotesi sull'estensione dell'abitato antico è stata formulata in base alle analisi delle foto aeree e alla ricognizione del terreno che hanno permesso di individuare tratti di un tracciato difensivo, la cui lunghezza totale potrebbe aggirarsi intorno ai 3,6 km. Il tratto di muro ancora visibile, alla base del castello Romasi, è realizzato con blocchi di pietra locale squadrati e messi in opera senza uso di malta, secondo una tecnica utilizzata anche nel vicino centro di Vereto. Sono conservati al massimo quattro filari. Fu costruito probabilmente tra IV e III secolo a.C. Non si hanno notizie per l'età romano-imperiale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente fu sempre utilizzata come fortezza, grazie ai suoi possenti bastioni e ad una solida cerchia di mura, intervallate da torri, nelle quali si aprivano quattro porte: Porta la Terra, Porta Nova, Porta Castello e Porta Lo Chiuso. Le mura e le torri furono abbattute nel 1867. La frequentazione dell'area in età bizantina è invece testimoniata dall'insediamento rupestre di Macurano e da un'epigrafe funeraria, oggi nel Museo Provinciale "S. Castromediano" di Lecce, databile al 1130. Per i secoli successivi le notizie sono riportate da studiosi locali tra cui 'Arditi e Cosimo De Giorgi. Secondo l'Arditi Montesardo "dopo aver resistito bravamente all'assalto dei Goti in guerra coi Greci, dei Greci contro i Saraceni, dei Normanni contro gli uni e contro gli altri, nel 1429 soffrì la peste; nel 1460 gli attacchi dei Tarantini per la congiura dei Baroni contro Ferdinando I d'Aragona; altre sciagure dappoi, sicché la sua popolazione era scesa a 63 fuochi (nuclei familiari); e poscia a poco a poco andiede risollevandosi a 93 nel 1545, a 114 nel 1561, a 143 nel 1593". In epoca medievale, munito del suo castello fortificato e delle numerose torri lungo le mura, si presentava come una fortezza inespugnabile. Il castello è ubicato nella parte più elevata del centro antico del paese. La fortezza, di cui oggi sopravvivono i resti del nucleo principale, fu voluta secondo alcuni dai Caracciolo di Marano, da altri messo in relazione con la signoria dei Del Balzo-Orsini, fu costruita tra il XV e il XVI secolo. Subì profonde trasformazioni nel corso dei secoli che cambiarono, in misura considerevole, l'impianto originario. La parte più antica dell'edificio a pianta quadrata, presenta quattro torrioni agli angoli anch'essi quadrati. Tutt'intorno corre un recinto. Tra le mura di cinta ed il corpo dell'edificio si apre la piazza d'armi su cui affacciano tutte le stanze del castello. La piazza era collegata con l'esterno da un ponte levatoio, oggi sostituito con un collegamento in muratura. Le mura sono concluse dal parapetto poco aggettante e decorato con beccatelli. Nel secolo scorso fu acquistato dai baroni Romasi. Durante la seconda guerra mondiale il castello venne occupato dalle truppe tedesche, depauperandolo di tutte le sue ricchezze. In seguito, passò ai Padri Vocazionisti, che oggi vi gestiscono una casa di riposo per anziani. Altri link suggeriti: https://www.guidedocartis.it/?page_id=6861, https://www.quisalento.it/salento-da-scoprire/item/montesardo.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montesardo, http://www.365giorninelsalento.it/it/w/attr/345/castello_di_montesardo, http://www.prolocoalessano.it/sito/2018/05/24/castello-di-montesardo/

Foto: la prima è presa da http://www.prolocoalessano.it/sito/2018/05/24/castello-di-montesardo/, la seconda è presa da http://www.365giorninelsalento.it/it/w/attr/345/castello_di_montesardo

martedì 7 maggio 2019

Il castello di martedì 7 maggio



CAVAION VERONESE (VR) - Torre Civica e Villa Trabucchi

Il nome del borgo di Cavaion appare per la prima volta su documenti datati 1130 come ‘Caput leonis’ e come ‘Capalionis’ con il significato di ‘testa di leone’, forse ad indicare una località fortificata, posta in alto com’era appunto la Bastia longobarda. Nei secoli successivi Cavaion passò sotto la Signoria degli Scaligeri (1277) per oltre un secolo, poi per quasi quattro secoli, a partire dal 1405, sotto il dominio della Repubblica di Venezia; diminuì la pratica della pastorizia e aumentarono le coltivazioni di viti e olivi. Da ricordare la peste del 1630 che decimò il 49% della popolazione (268 abitanti su 545). Nel XVIII secolo il territorio di Cavaion fu interessato da ruberie e danni durante il passaggio di truppe spagnole, tedesche e francesi. Con la fine della Serenissima nel 1797 Cavaion fece parte della provincia di Verona, soggetta all’Austria, fino al 1801 quando fu inglobato nella Repubblica Cisalpina e nel 1814 tutto il territorio finì sotto il dominio austriaco. Nel 1818 Cavaion tornò ad essere singolo Comune fino all’annessione all’Italia del 1866. Il complesso citato nel titolo sorge al centro del paese, ed è caratterizzato dalla massiccia torre merlata di origine medioevale affiancata alla villa ottocentesca. La Torre rappresenta uno dei primi nuclei attorno ai quali si venne organizzando la comunità del paese; fu costruita infatti nell’899 per concessione di Berengario I, perché servisse da difesa del nucleo abitato contro le scorrerie degli Ungheri, e dopo alterne vicende, divenne nel 1260 sede comunale. Nel 1399 la Torre venne fortificata dal capitano di ventura Jacopo Dal Verme ed in seguito dalla Serenissima che vi aggiunse un cammino di ronda. In questo periodo la Torre era a tre piani ed era collegata con un ponticello mobile ad un vicino edificio di cui non resta traccia; un custode stipendiato dai cittadini del paese, aveva il compito di farvi la guardia. Fu restaurata nel 1885, dopo le offese ricevute dai francesi e dagli austriaci alla fine del XVIII sec., e divenne parte integrante di Villa Trabucchi. La Torre si presenta oggi merlata, con quattro piani comunicanti con una scaletta interna e con poggioli e finestre ai vari piani. Al pianterreno un passaggio con arco mette in comunicazione il cortile di ingresso con quello antistante la villa, il quale è delimitato da un muraglione con nove anconette che dà sul parco, ricco di maestosi cedri secolari. Villa Trabucchi è un edificio a tre piani, la cui facciata presenta aperture architravate al piano terra e centinate ai piani superiori, ed è conclusa da un grande frontone triangolare. Gli elementi architettonici e decorativi si rifanno al gusto eclettico e neogotico diffuso alla fine del XIX secolo. Altro link suggerito: http://www.baldogardaweb.it/public/editor/rte/upload/itinerarI_cavaion.pdf

Fonti: https://www.comunecavaion.it/it/page/cenni-storici-38, https://www.comunecavaion.it/it/point-of-interest/torre-civica-e-villa-trabucchi-1597,

Foto: la prima è presa da https://www.comunecavaion.it/it/point-of-interest/torre-civica-e-villa-trabucchi-1597, la seconda è di ruzzenpa su https://www.ilmeteo.it/foto/Cavaion%20Veronese/id/7890266552

lunedì 6 maggio 2019

Il castello di lunedì 6 maggio




SALASSA CANAVESE (TO) - Torre-porta e ricetto

L'origine del toponimo è da ricercarsi nel termine longobardo "Sala", 'abitazione del signore', e quindi 'luogo in cui si raccolgono le derrate' con suffisso aggettivale -ACEUS al femminile. Non documentata la tradizione locale che suggerisce un legame con la popolazione dei salassi, la quale avrebbe occupato anticamente questi luoghi, dedicandosi all'estrazione dell'oro dai fondali del torrente. Incerta è la sua origine: c'è chi, considerando infondata la tesi della fondazione dell'insediamento da parte dei salassi, ritiene che si sia formata in epoca romana; chi, invece parla di un'origine longobarda, divenendo nell'alto Medioevo uno dei centri politici ed economici più rilevanti della zona; chi, infine, ipotizza che la nascita dell'insediamento sia da collegare alla scomparsa dell'antico villaggio di Canava, distrutto nel 1030 da una piena dell'Orco. Teatro della cosiddetta guerra del Canavese tra i Valperga e i San Martino, venne occupata e devastata per ben due volte nel corso del XIV secolo. Subì, inoltre, le conseguenze della rivolta del tuchinaggio, che interessò l'area canavesana. Sono tante le vestigia del passato che si sono conservate fino a noi, salvatesi dai conflitti e dalle distruzioni che, nel corso dei secoli, hanno messo a dura prova la sopravvivenza della comunità. Dell'antico ricetto, risalente al XIII secolo permangono significative testimonianze: l'assetto viario, frammenti della cinta muraria, portali e archi in pietra. Non si hanno notizie sull’origine del nucleo difeso, o Ricetto, di Salassa; il borgo subì nei secoli vari ampliamenti e il ricetto si trovò quindi ad occupare l’angolo settentrionale del borgo e ne costituì l’isolato più ampio. Dentro al ricetto sorge il cosiddetto “torrazzo”, pare la parte inferiore di una torre quadrata risalente all’XI secolo (casaforte). Il ricetto di Salassa conserva la torre cilindrica, un raro esempio di porta turrita di accesso. Alcuni dubitano della pertinenza ai ricetti di torri cilindriche, sostenendo la loro appartenenza a sistemi di più energica difesa; tuttavia, a meno che la torre non appartenesse ad un antico “castrum” medioevale, nel XIV secolo non esisteva più a Salassa un centro fortificato definibile castello. Un’altra particolarità è la posizione atipica dell’ingresso, nello spigolo sud, (è l’unico caso riscontrato) che fa presumere quindi l’adattamento del nucleo del paese in formazione ad una Torre preesistente, avvalorando l’ipotesi prima enunciata. Il ricetto è situato nel quadrante a nord del borgo, in posizione elevata rispetto ai terreni esterni all’abitato. Databile al XIII secolo, è un notevole esempio di tale struttura che ha conservato la sua planimetria originale. Ha forma quadrata (vedi piantina) di 60/65 metri di lato, un unico ingresso difeso dalla torre posta nel vertice sud; l’impianto viario è costituito da un unico anello interno con collegamento centrale, in modo da creare due file di cellule edilizie interne; quattro schiere di cellule edilizie sono poi addossate alle mura (non ci sono tracce della “via di lizza”) e sono tagliate dalle due vie perpendicolari all’asse generatore del borgo. Della cortina muraria permane un tratto a spina di pesce sul lato nord-est. Gli edifici hanno subito molte trasformazioni: permangono solo alcune cellule edilizie con muri in ciottoli di epoca medievale. Di grande interesse è la torre-porta, uno dei più conosciuti monumenti fortificati canavesani. La muratura è in conci irregolari di pietra e mostra tracce di sopralzo a circa un terzo dell'altezza. La struttura della torre risulta decisamente inconsueta: rotonda, ma su base rettangolare; è questa variazione di sagoma man mano che si sale una caratteristica difficilmente riscontrabile in altre costruzioni dello stesso tipo presenti nella zona. L’altezza totale è di 25 metri circa; diminuisce di metri 2,50 se calcolata all’ultimo ripiano che corrispondeva alla zona dei merli identificabile all’esterno con la cornice superiore a dentelli. A circa metà altezza si apre verso l’esterno un’unica finestra con cornice in cotto (databile al XIII secolo) per la guardia immediata alla saracinesca di chiusura. La parte inferiore è costituita da pietrame legato con malta molto povera, mentre la parte superiore, eseguita probabilmente in due tempi successivi, è realizzata in muratura. Tale parte superiore è stata probabilmente elevata nel 1725; ciò è testimoniato dalla data impressa sul manufatto e dal rilievo eseguito dal D’Andrade nel 1879. L’ingresso unicamente carraio è largo poco più di due metri e largo altrettanto all’imposta; è coperto da un voltone a botte e veniva chiuso mediante un’anta a saracinesca che correva verticalmente in una scanalatura ricavata nel pietrame; vi era poi una seconda chiusura a due antoni, di cui sono ancora visibili gli appoggi del cardine sinistro: una pietra circolare forata superiormente ed un incavo nel mezzo del basamento. È ancora possibile individuare gli attacchi delle mura ad un’altezza di 6,3 metri circa (altezza inconsueta per una cortina muraria di un ricetto che di solito non superava i 4,5 metri). L’accesso alla Torre è oggi possibile attraverso una scala chiusa da una muratura e coperta da tetti a pantalera (prolungamento a sbalzo della falda di un tetto, sporgente oltre il muro esterno di un edificio; ha per lo più funzione di cornicione). Altri link suggeriti: http://web.tiscali.it/salassa/ita/vbruno.htm, http://web.tiscali.it/salassa/ita/xtorrericetto.htm, https://www.youtube.com/watch?v=_ggpQNstVOU (video di youprovto, dal minuto 7 in poi).

Fonti: https://www.comune.salassa.to.it/it-it/home, http://archeocarta.org/salassa-to-ricetto-torre-porta/, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di Alessandro Vecchi su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Salassa_TorreRicetto.jpg, la seconda è presa da https://www.wikicasa.it/vendita-ville-a-schiera/salassa/

venerdì 3 maggio 2019

Il castello di venerdì 3 maggio




OPPEANO (VR) - Torre

Dopo la rotta della Cucca ( 589 d.C. ) e la deviazione del corso del fiume Adige, gli abitanti si trasferirono sulla fascia di terra prosciugata, e così nell’alto medioevo nacque il Castrum Euppedanum, un campo trincerato che in età feudale e comunale venne rinforzato e completato con un modesto castello. Di questo rimane ad ovest della piazza odierna la torre mutilata e quasi irriconoscibile. Dopo aver vinto il Barbarossa, Verona divenne libero comune e incluse nel proprio distretto Oppeano e Mazzantica e nel 1100 decise di bonificare la palude che da Vallese, lungo il Bussè, giungeva fino a Ronco. Nel 1230 Ezzelino da Romano, condottiero di Federico II, occupò Verona e tre anni dopo vinse ad Oppeano i mantovani. Nel maggio del ’34 i mantovani diedero però alle fiamme il paese, assieme a molti altri del circondario. Scomparso poi Ezzelino da Romano, Verona passò sotto gli Scaligeri. Il distretto Veronese era suddiviso in comuni rurali, amministrati da un massaro e gli abitanti erano considerati non cittadini ma rustici. Nel 1384 Oppeano con le sue frazioni Cadeglioppi, Mazzantica, Vallese fu incluso nel capitanato di Zevio. Fu di sicuro un importante punto di riferimento nonché di difesa specie durante la dominazione scaligera tanto che lo stesso stemma comunale lo raffigura. Esso risulta infatti costituito da questi elementi: “d'argento alla torre di rosso murata e finestrata di nero, merlata di quattro alla ghibellina e cimata di un alberello al naturale; il tutto fondato su campagna di verde”. Era comunque di secondaria importanza rispetto alla vicina Zevio che poteva contare su di un fortilizio di maggior valore strategico. La signoria Scaligera quando aveva bisogno di prestiti si rivolgeva ai cittadini più ricchi e, non potendo poi ripagarli, concedeva ad essi parte dei propri territori. E così avvenne per Mazzantica, Cadeglioppi e Vallese, dove le famiglie Maffei, Pompei, Fracastorio, Bongiovanni e Mocenigo divennero di buona parte del territorio. Dal 1405 al 1796 il territorio fu dominato dalla Repubblica Veneziana e uno dei principali aspetti di questa epoca fu la bonifica dei terreni ancora incolti, paludosi o boscosi, da destinare alla coltivazione. Dopo la bonifica, ultimata nel ‘600, si sviluppò un'organizzazione agraria legata alle grandi corti rurali, che dal ‘500 fino ai giorni nostri assunsero un’importanza fondamentale per l’economia locale. Furono incrementate la coltura del riso e l’allevamento del baco da seta. Nel 1628 il Comune di Oppeano rivolse una petizione al Doge, in cui veniva chiesto che parte dei terreni ridotti a pascolo potessero essere destinati alla semina della segnale per permettere di sfamare i propri cittadini. Nel 1630 la peste colpì duramente Verona e il suo territorio, e fece ad Oppeano 741 vittime su 1863 abitanti. Oltre che le proprietà terriere, venivano date ai privati che facevano cospicue offerte, i titoli nobiliari. E con i nuovi nobili sorsero in tutto il Veneto sfarzose dimore, tuttora visibili anche ad Oppeano. Dopo la caduta della Serenissima, le truppe di Napoleone Bonaparte si accamparono a Vallese, Cadeglioppi e Feniletto. Nel 1809 Oppeano partecipò all’insurrezione del Veneto. Dopo il congresso di Vienna, passato sotto il regno Austriaco, il Basso Veronese subì gravi sacrifici e molti danni. Ancora una volta ad Oppeano prese vita una ribellione, per quale furono fucilati alcuni uomini. Terminato il dominio absburgico e dopo l’unificazione del Veneto al Regno d’Italia, si verificarono grossi problemi politici, sociali ed economici: il colera, la depressione economica, la disoccupazione spinsero la popolazione ad emigrare. La torre divenne parte integrante insieme con gli altri edifici, del centro storico di Oppeano e così è giunta fino a noi. Inserito nel tessuto urbano del paese è visibile solo l’esterno.

Fonti: http://www.comune.oppeano.vr.it/c023055/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/47, http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?option=com_content&view=article&id=612:curiosita-oppeano&catid=38:it&Itemid=353&lang=it

Foto: l'unica trovata sul web è presa da http://www.stradadelriso.it/it/territorio/castelli.html

giovedì 2 maggio 2019

Il castello di giovedì 2 maggio




POZZOLENGO (BS) - Castello

Pozzolengo sorge sulle ultime propaggini del vasto anfiteatro morenico che chiude a sud il lago di Garda, dominato dal medioevale castello che un tempo veniva a saldare l'ideale linea difensiva che attraversava Volta Mantovana, Castellaro Lagusello, San Martino e Solferino, ovvero i castelli dell'alto Mantovano, dominati da influenze veronesi e bresciane. Nell'impostazione generale il castello riprende il modello del recinto fortificato con cortine murarie in ciottoli di fiume, ma si arricchì di bastia (poi trasformata in Monte di Pietà) e di strutture abitative dal XVI secolo, quando fu occupato dalla Repubblica di Venezia che trasformò anche la torre cilindrica angolare in campanaria per la piccola chiesa romanica di San Lorenzo. Il fortilizio presenta un impianto trapezoidale con due lati minori a nord e sud, due lati maggiori a est e ovest e una cortina muraria con merlatura guelfa intervallata da torri d'impianto circolare più numerose sui fronti occidentale e meridionale. Sul lato nord, invece, l'entrata al castello è annunciata da una torre quadrata (il Mastio). Nel territorio di Pozzolengo il primo insediamento stabile sembra risalire al II secolo a. C., legato alla via Gallica o Emilia costruita dal console romano Emilio Lepido. In zona doveva, infatti, sorgere una mansio, punto di rifornimento e di ristoro per militari e viaggiatori di passaggio, attorno alla quale sorse un primo borgo, distrutto durante le invasioni barbariche. In seguito un abitato sorse nella Palada, attorno al Castelletto, prima opera di fortificazione di cui però poco si conosce, se non che sorgeva in una posizione rialzata e che probabilmente fu distrutto durante una scorreria degli Ungari. Il castello con il borgo fortificato sorse successivamente, probabilmente tra il IX e il X secolo, proprio come struttura difensiva per la popolazione contro le continue invasioni di Magiari e Ungari. Una fase di ampliamento del castello sembra risalire alla seconda metà del XIII secolo, grazie all'appoggio della città di Brescia che nel 1253 concesse a Pozzolengo l'immunità riconoscendole i meriti per la fedeltà mostrata nell'opporsi a Federico II e al suo esercito. Intorno al 1300, all'interno del castello fu costruita la chiesa di San Lorenzo, della quale ancora oggi sono visibili l'abside e frammenti dell'affresco che la ricoprivano, raffigurante Gesù con gli evangelisti Marco e Giovanni. Un'ulteriore fase di espansione del castello, con ampliamento della cinta muraria verso ovest, è ascrivibile al XV-XVI secolo, quando il fortilizio raggiunse la sua massima espansione (quella corrispondente alla dimensione attuale di circa 10000 m²). La storia di Pozzolengo annovera un lungo elenco di assalti, invasioni, assedi e occupazioni fino alle ultime vicende risorgimentali e nei secoli il castello si è sempre rivelato una salda difesa per la popolazione. Nel giugno del 1630 l'antico fortilizio subì l'attacco da parte degli Alemanni, capitanati dal conte Rambaldo di Collalto, scesi in Italia su ordine dell'imperatore d'Austria Ferdinando II. Gli abitanti rifugiatesi all'interno della fortificazione subirono un assedio durato probabilmente una decina di giorni uscendone vincitori. Ancora nel 1500 il castello resistette agli zingari e nel 1848 e 1859 agli austriaci. Altri link suggeriti: https://www.mondimedievali.net/castelli/lombardia/brescia/pozzolengo.htm, https://www.piccolagrandeitalia.tv/video/pozzolengo

Fonti: http://www.parcodelmincio.it/pun_dettaglio.php?id_pun=1495, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Pozzolengo, http://www.lastradasullecolline.it/luogo/castello-di-pozzolengo/

Foto: la prima è presa da http://files.bussolengo-vr.it/200000844-666b467652/09-Pozzolengo.JPG, la seconda è presa da https://www.weekendpremium.it/wp/a-pozzolengo-rivive-lassedio-al-castello/

martedì 30 aprile 2019

Il castello di martedì 30 aprile




FIRENZE - Torre del Gallo

Si trova in località Pian de' Giullari, sulle colline di Arcetri, in cima a un crinale che domina la città di Firenze e dal quale si gode di uno stupendo panorama. Anticamente faceva parte di un vero e proprio castello su una collina strategicamente vicina a Firenze, appartenuto, secondo alcuni storici, alla famiglia Galli (o Gallo), che era di origine molto antica e della quale resta uno stemma in pietra vicino a una targa in caratteri gotici che si trova su una delle pareti dell'antico cortile. Sfruttando la posizione la famiglia esigeva un pedaggio da chi scendeva verso Firenze provenendo dall'Impruneta. La fortificazione fu parzialmente demolita nel 1280 perché di proprietà ghibellina, passando automaticamente all'amministrazione degli ufficiali di Parte Guelfa. Nel 1364 subì nuove devastazioni in seguito alle scorribande di John Hawkwood, che mise a ferro e fuoco il colle di Arcetri. La torre fu in seguito venduta ai Lamberteschi, che procedettero a una riedificazione. Fu rivenduta poi nel 1464 ai fratelli Jacopo e Giovanni Lanfredini, che possedevano fin dal XIV secolo l'adiacente villa La Gallina e che tramandarono la proprietà ai propri discendenti fino all'estinzione della famiglia avvenuta nel 1741, con la morte del cardinale Giacomo Lanfredini, vescovo d'Osimo e Cingoli. Alcuni momenti salienti della storia del castello furono durante l'assedio di Firenze (1529-30), quando Pier Maria de' Rossi, conte di San Secondo, nipote di Giovanni dalle Bande Nere e comandante delle truppe imperiali assedianti, prese qui sede con le sue truppe ospitato dal filomediceo Bartolomeo Lanfredini: dalla sommità della torre venivano indirizzati i colpi delle artiglierie, collocate nella zona di villa Giovannelli, contro le fortificazioni michelangiolesche di San Miniato al Monte. La tradizione riporta inoltre la presenza di Galileo Galilei tra il 1634 e il 1642, che qui avrebbe continuato le proprie osservazioni celesti, anche se è poco credibile poiché in quegli anni, confinato alla vicina villa il Gioiello, era ormai quasi cieco. Nel 1872, dopo vari passaggi, la torre giunse al conte Paolo Galletti che vi allestì un piccolo museo dedicato proprio a Galileo, nel quale figuravano busti, ritratti e cimeli, in gran parte oggi confluiti nel Museo Galileo in piazza dei Giudici. Il conte fece affrescare le sale dal pittore Gaetano Bianchi. L'aspetto odierno della torre è frutto però di un restauro in stile neomedievale eseguito tra il 1904 e il 1906 dall'antiquario Stefano Bardini, al quale si deve anche il Museo Bardini, che acquistò la Torre nel 1902. Restavano dell'impianto quattrocentesco un cortile con tre loggiati (da alcuni attribuito al Brunelleschi), mentre per quanto riguarda l'edificio esterno e la torre si trattò di una vera e propria ricostruzione, sebbene si impiegassero il più possibile materiali antichi spesso provenienti dalle demolizioni del "Risanamento". La torre venne rialzata e fu creata la merlatura. Vennero aggiunti un secondo cortile, un giardino all'italiana, una loggia in stile rinascimentale (vicino all'ingresso in via Torre del Gallo) e un edificio distaccato usato come laboratorio-magazzino. All'interno dell'edificio i caratteri eclettici dei materiali reimpiegati da luoghi ed epoche diverse sono più evidenti: le finestre, le colonne, i portali, le vere da pozzo, i camini antichi ricreano un ambiente pittoresco e scenografico, ma poco credibile storicamente. I lavori dovevano essere conclusi nel 1907, come testimoniato da una targa ancora esistente. La zona venne abbandonata durante il periodo tra le due guerre mondiali. Nel secondo conflitto qui fu ospitato l'Istituto Farmaceutico Militare, poi la Federazione Fascista e, dopo requisizione da parte delle truppe inglesi, vi fu allestito un campo di prigionia. Fu durante questo periodo che vennero distrutte o disperse alcune delle decorazioni. Oggi l'edificio è di proprietà privata e sono al vaglio alcuni progetti di recupero, alcuni dei quali propongono una destinazione culturale, per esempio un grande museo dedicato all'astronomia (la "Città di Galileo"), che dovrebbe diventare il più grande del genere in Europa e arrivare a comprendere villa il Gioiello (dove visse e morì Galileo) e l'Osservatorio astrofisico di Arcetri. Nonostante il progetto la torre dopo il restauro è stata destinata a unità abitative. Il complesso, nonostante si tratti in larga parte di un falso architettonico, non è esente da un certo fascino romantico, evidenziato dalla felice ubicazione panoramica. La villa, dominata dalla svettante torre, ha al centro un grande salone, con una copertura ottagona, e un ingresso con graffiti, forse rinascimentali. Il cortile attribuito al Brunelleschi è circondato da colonne corinzie e archi a tutto sesto su tre lati, mentre il secondo cortile neogotico è decorato da numerosi stemmi appartenuti ai proprietari della villa e aggiunti dal Bardini. La loggetta marmorea neorinascimentale si ispira allo stile veneziano di Jacopo Sansovino. Abbelliscono il vasto parco alcuni ruderi antichizzanti e una fontana monumentale. Il grande capannone sul lato sud del parco, accanto a villa La Gallina, era il laboratorio-magazzino di Bardini. Rimasto a lungo senza tetto è oggi stato ristrutturato e trasformato in residence. Altri link suggeriti per approfondimento: https://www.conoscifirenze.it/palazzi-fiorentini/531-Torre-al-Gallo.html, https://www.alamy.it/vista-aerea-della-torre-del-gallo-di-un-castello-gotico-che-si-affaccia-sulla-citta-rinascimentale-centro-di-firenze-firenze-in-italia-image225052025.html (foto aerea), https://www.youtube.com/watch?v=CcQESZQt6m4 (video di artan shenaj)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Gallo

Foto: la prima è presa da https://www.archilovers.com/projects/89238/restauro-di-torre-del-gallo-firenze.html, la seconda è presa da http://www.cmaengineering.it/lavori-cma/alberghiero/castello-di-torre-del-gallo-firenze/

lunedì 29 aprile 2019

Il castello di lunedì 29 aprile




SARMATO (PC) - Castello

Si tratta di un ampio complesso fortificato, posto nella bassa val Tidone, non lontano sia dal Tidone che dal Po nella pianura Padana. Fondato probabilmente dai barbari Sarmati, sicuramente presidio longobardo, il castello di Sarmato venne eretto verso l'anno mille. Posto nei pressi dell'incrocio di due percorsi: la via Emilia pavese e la via Francigena; era un importante avamposto, con Castel San Giovanni e Borgonovo Val Tidone, nella funzione strategica di difesa dei territori piacentini (guelfi) dai pavesi (ghibellini). La prima data certa è il 1216 quando qui si radunarono le milizie milanesi e piacentine che conquistarono le fortificazioni ghibelline sulle alture nei pressi di Rovescala. Molti furono, in quei secoli turbolenti i passaggi di mano. Nel 1270 la fortezza, allora difesa dalla famiglia Pallastrelli, fu attaccata e seriamente danneggiata dalle milizie del Signore di Bardi, conte Ubertino Landi. Nel 1376 il castello venne concesso da Galeazzo II Visconti, allora Signore di Milano, al nobile Bartolomeo Seccamelica che lo aveva appena acquistato dai Pallastrelli, poi tramite l'unica figlia rimasta passò alla famiglia Scotti e brevemente a quella degli Arcelli conti della Val Tidone. Nel 1441 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, diede il castello di Sarmato in feudo con titolo di contea ad Alberto III Scotti Douglas. Il castello rimase alla famiglia Scotti Douglas fino all'abolizione dei feudi. Nel 1447 Alberto Scotti, impegnato a difendere Piacenza, affidò il castello di Sarmato ed il feudo al parente Luigi Dal Verme, conte di Bobbio e Voghera e signore di Pianello Val Tidone, Borgonovo Val Tidone, Castel San Giovanni e di tutta la val Tidone (dopo il subentro feudale agli Arcelli) da sempre alleato di Milano e dei Visconti. Il neo duca di Milano Francesco Sforza, voleva il dominio di Piacenza, alleata di Venezia, nemica del ducato di Milano. Iniziò quindi la guerra alla fine del 1447 occupando Piacenza e cacciando i veneziani. Luigi Dal Verme alleato di Milano e parente dello Sforza, non potè che schierarsi contro il cugino Alberto Scotti che aveva scelto difendendo Piacenza l'alleanza con la nemica Venezia. Al termine della guerra, Alberto Scotti si appellò al duca di Milano rivendicando il possesso e chiedendo la restituzione del feudo di Sarmato e del castello, ma lo Sforza aveva già accordato quel feudo al Dal Verme. Gli Sforza attesero la morte nel 1493 del conte Taddeo Dal Verme, titolare dopo la morte del fratello Luigi della signoria di Castel San Giovanni e della val Tidone, prima di riconsegnare il paese agli Scotti. Quindi dal 1493 Alberto Scotti riacquistò il dominio sul feudo e sul castello di Sarmato. Ad Alberto successe il figlio Bartolomeo e nel 1498, alla sua morte, Sarmato passò al figlio Nicolò. La proprietà ai conti Scotti e a questa nobile famiglia rimase sino al 1819 quando, con la scomparsa dell'ultimo discendente maschio, passò agli eredi conti Zanardi Landi di Veano. Il Castello di Sarmato è tuttora residenza dei conti Zanardi Landi, attuali proprietari che hanno iniziato un lavoro di graduale recupero e valorizzazione. Il complesso interamente edificato in laterizio è circondato da mura, ancora ben evidenti anche se col tempo un po' smozzicate, che erano contornate da un fossato. Racchiudono un piccolo borgo di pianta rettangolare, diviso da due strade perpendicolari, con abitazioni, tre chiese, il castello, la rocchetta. Tre sono gli accessi al borgo protetti da costruzioni difensive. L'ingresso principale è a sud, protetto da un rivellino merlato con due archi, uno per il passaggio pedonale e l'altro, a sesto acuto, per quello carrabile che erano dotati di ponte levatoio. Gli altri due accessi fortificati si trovano uno ad est, ospita il municipio, e l'altro ad ovest chiamato la rocchetta,che era sede della guarnigione militare. Rivolto verso nord, a difesa del piacentino dalle incursioni lombarde, il castello si affaccia sull'antico letto del Po. Ha pianta a forma di U (ma in origine a pianta rettangolare) ed è il risultato di ampliamenti del mastio costruito nel XIII secolo su una preesistente torre longobarda. Ampliato e trasformato in residenza signorile dai conti Scotti Douglas prima e dai conti Zanardi Landi è dotato di un parco all'italiana racchiuso all'interno delle mura. Il corpo di fabbrica è affiancato da una torretta di segnalazione a base pentagonale irregolare, che costituisce un unicum nell'architettura difensiva del Ducato di Parma e Piacenza. All'interno del maniero sono custoditi molti documenti antichi e preziosi, compreso un archivio delle casate nobiliari. Nel famoso studiolo (la "Sala dei filosofi"), conosciuto per i preziosi affreschi del periodo tardo-gotico e attribuiti a Bonifacio Bembo, si svolgevano incontri culturali, letterari e musicali. Il castello di Sarmato, entrato a far parte dell'associazione Castelli Del Ducato di Parma e Piacenza, è aperto da pochi anni alle visite guidate, ogni domenica e festivi, ed in eventi particolari. È sede di mostre dedicate all'artigianato di alta qualità, a cadenza Annuale, quali "il Tesoro di Alì Babà" (maggio) "La Terra" (ottobre). All'ingresso dell'abitato di Sarmato vi è una piccola costruzione chiamata il casino, era l'antico ospitale dei pellegrini che transitavano sulla via Francigena. Costruito sull'incrocio tra la via Romea (poi via Emilia) e la strada che conduce al Po dove, in località Veratto, vi era il porto che traghettava i pellegrini in alternativa al Guado di Sigerico nella vicina Calendasco. Del complesso fanno parte, come detto, tre chiese:
- L'oratorio di San Carlo Borromeo. Costruzione interna al borgo è una delle poche testimonianze di questa devozione "ambrosiana" per antonomasia nel piacentino.
- La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, che si trova a poca distanza all'esterno della cinta muraria del borgo, fu edificata nell'VIII secolo per volere del principe dei Longobardi Burnengo.
 -La chiesetta di San Rocco costruita nel XVI secolo, nel luogo della malattia di San Rocco.

La storia di San Rocco, la sua santità, le sue vicende in Sarmato si diffusero in tutta la cristianità ad opera di pellegrini che qui sostavano, legando per sempre l'immagine del paese piacentino all'agiografia ed all'iconografia stessa del santo taumaturgo. La leggenda narra che San Rocco da Montpellier di ritorno dal suo viaggio di pellegrinaggio a Roma si ammalò di peste mentre assisteva i contagiati ricoverati nell'ospedale di Santa Maria di Betlemme in Piacenza. Fuoriuscito dalla città, si rifugiò in una capanna o (secondo altra narrazione) in una spelonca nel bosco vicino a Sarmato, a poche decine di metri dal castello di Sarmato e non lontano dall'importante Transitum Padi, il guado di Calendasco sulla via Francigena. Un cagnolino che ogni giorno rubava una pagnotta dalle cucine del castello di Sarmato, si allontanava con il panino in bocca, dalle cucine. Gottardo Pallastrelli, signore del maniero, accortosi di questo fatto insolito, seguì il cane di nascosto, ed in questo modo incontrò il santo, a cui detto cagnolino (che alcune tradizioni chiamano Reste) portava la pagnotta. Gottardo assistette Rocco sino alla guarigione di quest'ultimo e quando San Rocco, guarito, ripartì, Gottardo lasciò i suoi beni per divenire anch'egli pellegrino sull'esempio del suo amico. San Rocco è il santo patrono di Sarmato, la ricorrenza si festeggia il 16 agosto. Nel paese sono conservate tuttora la fontana che San Rocco sgorgò invocato Dio dalla nuda roccia, l'oratorio Seicentesco e la grotta dei colloqui con Dio, dedicate al santo patrono, e meta di devozione e culto. Altri link suggeriti: http://www.piacenzantica.it/page.php?145, http://www.turismopiacenza.it/site/castello-di-sarmato/, https://www.youtube.com/watch?v=IXpxA8zbCEM (video di Alberto Gemelli), http://www.liberta.it/news/video-gallery/2018/11/13/memorie-piacentine-il-castello-di-sarmato/ (video), http://www.preboggion.it/Castello_di_Sarmato.htm (pagina ricca di belle inquadrature).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Sarmato, https://it.wikipedia.org/wiki/Sarmato#Castello_di_Sarmato, https://www.poderecasale.com/il-castello-di-sarmato/, http://www.visitvaltidone.it/castello-di-sarmato.html?interessi[]=3

Foto: la prima è di Zeta su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/148320/view, la seconda è di Paperkat su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_di_Sarmato_vista_posteriormente.JPG