venerdì 28 agosto 2015

e anche il blog va in vacanza....



Cari amici,
oggi parto per Bomarzo (VT) per una breve vacanza con la mia famiglia. Non potrò dedicarmi al blog per alcuni giorni per cui....appuntamento al prossimo 2 settembre con nuovi castelli da scoprire.
Saluti a tutti.
Valentino

Il castello di sabato 29 agosto






SESTO AL REGHENA (PN) – Abbazia fortificata di Santa Maria in Sylvis

Le prime tracce di Sesto al Règhena, come confermano i ritrovamenti di molti reperti archeologici nell'area, vanno ricondotte all'epoca preromana. Lo stesso nome, “Sesto”, rimanda ad una statio, cioè ad una postazione militare posizionata al sesto miglio sulla strada che univa Concordia Sagittaria con il Norico. È storicamente accertato che Ecelo II, il Monaco, della famiglia degli Ezzelini, contese nel 1182 delle proprietà ai frati del monastero di Sesto al Reghena. Il 24 aprile 1198 il papa Innocenzo III incaricò Pellegrino, Patriarca di Aquileia, di mediare e risolvere la lite tra i due contendenti dopo aver assolto Ecelo dalla scomunica emessa dal Patriarca di Grado. Sesto al Reghena fu una delle località interessate dalle numerose proprietà che videro protagonisti i vari componenti della famiglia degli Ezzelini. Proprietà che furono certosinamente accertate, censite e documentate dopo la loro definitiva sconfitta avvenuta nel 1260. Nel 1418 le truppe veneziane invasero il Friuli e in tre secoli e mezzo circa il dominio veneto terminò col trattato di Campoformio (1797), col passaggio napoleonico di Venezia all'Austria. Nel XIX secolo il territorio di Sesto al Règhena si intreccia con le vicende del Regno Lombardo-Veneto, fino all'annessione definitiva al Regno d'Italia. Fondata nel 730-735, l’abbazia di Santa Maria in Sylvis (così chiamata per il fatto di trovarsi fin dall'inizio nel mezzo di una vasta selva) appartenne dal 762 ai Benedettini. Priva di un sistema di difesa, nell'899 gli ungari la rovinarono, ma nel 960 iniziò la sua ricostruzione durata sei anni, ad opera dell'abate Adalberto II. La struttura abbaziale accrebbe così la propria potenza sia sul piano religioso che su su quello civile, tanto da assumere l'aspetto di castello con tanto di sistema difensivo, composto da fossati e torri. Nel 967, con un diploma di Ottone I, l'abbazia-castello venne donata al Patriarcato di Aquileia. Nel 1420 Sesto al Règhena passò al dominio dei Veneziani, i quali la affidarono già dal 1441 ad alcuni prelati secolari che non vi abitavano. Infine, abolita la Commenda, beni e proprietà abbaziali vennero venduti all'incanto. La storia più recente riferisce che nel 1818, dopo alterne vicende, la giurisdizione ecclesiastica di Sesto passò alla diocesi di Concordia, fino a che nel 1921 il Vaticano le riconobbe nuovamente il titolo di abbazia. Nel 1431 vi erano ben sette torri di difesa, come rappresentato nel sigillo di Tommaso de' Savioli, ultimo abate residenziale. Ora ne rimane una sola, che funge anche da ingresso al complesso; in origine era dotata di un ponte levatoio. La torre fu restaurata dagli abati commendatari Giovanni Michiel e Domenico Grimani, che la trasformarono come oggi la vediamo; nel Settecento venne realizzato il ponte in pietra in sostituzione di quello levatoio. Di fronte ad essa appare la torre vedetta, scandita da lesene risalenti alla metà dell'XI secolo, e oggi trasformata in campanile. A sinistra trova spazio l'antica cancelleria abbaziale e a destra la residenza degli abati, costruzione di ispirazione rinascimentale sulla cui facciata sono conservati gli stemmi affrescati dei cinque abati commendatari. Alla sinistra di questa residenza vi è l'entrata all'abbazia. La facciata è dominata da un affresco rappresentante un leone di San Marco, risalente alla fine del Quattrocento; appena sotto è posto un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grimani con la data del 1521; a sinistra vi è l'affresco dove è ripetuto lo stemma Grimani, mentre a destra si trova l'affresco di uno stemma con croce, di cui si ignora il proprietario. Più sotto si può vedere dipinta un'allegoria del buon governo veneziano e della famiglia Grimani, che controllava con i suoi membri sia l'abbazia di Sesto che il Patriarcato di Aquileia. Anche se mancano le prove documentarie, l'autore di queste opere è ritenuto Giovanni Battista Grassi, uno dei maggiori rappresentanti del manierismo maturo in Friuli. La chiesa abbaziale prese forma fra il XII e il XIII secolo, per essere sostanzialmente risistemata nel XV secolo; nel XX ha subito una serie di restauri (1905-1914, 1932 e 1981). Il vestibolo è completamente affrescato con il ciclo dell'Inferno, ciclo del Paradiso e ciclo di San Michele, opere risalenti al 1450 circa e che vengono attribuite alla bottega di Antonio da Firenze. Dal vestibolo si passa nell'atrio, con tre navate di età romanica, caratterizzato da un massiccio soffitto del Quattrocento ed affreschi del Duecento. Altri link consigliati: http://www.abbaziasestoalreghena.it/ (quello ufficiale dell’abbazia), http://www.consorziocastelli.it/icastelli/pordenone/sesto_al_reghena, http://www.comune.sesto-al-reghena.pn.it/c093043/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/19

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Sesto_al_Reghena, https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_in_Sylvis (da leggere per approfondire), scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net/castelli/Friuli/pordenone/sesto.htm

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.viedellabbazia-sesto.it/vdas/wp-content/gallery/torre/galleria_torre_05.jpg

Il castello di venerdì 28 agosto






CHATILLON (AO) – Torre di Conoz

E’ la più importante delle torri della frazione omonima del comune di Chatillon: quella settentrionale. A vedetta della collina tra Châtillon e Saint-Vincent, la torre si trova lungo il sentiero panoramico nr. 6 che partendo dalla chiesa parrocchiale di Châtillon, costeggiando il parco del castello Passerin d’Entrèves, porta a Promiod. Delle tre torri appartenenti alla nobile famiglia Barmaz, poste a nord, a sud e a est di Conoz, quella a nord è l'unica ancora riconoscibile come tale, mentre la costruzione ad est del paese solo impropriamente viene definita torre. Secondo una leggenda, le tre torri vennero fatte costruire dalle tre sorelle nubili ultime discendenti della famiglia, ricchissime e anziane. I nobili Barmaz, dalle oscure origini e non censiti nei volumi che trattano di nobiltà valdostana, si estinsero alla fine del XVII secolo. L'ipotesi tradizionale attribuisce la torre al XVII secolo, poco prima dell'estinzione della famiglia, ma lo studioso di castellologia valdostana André Zanotto, analizzandone gli elementi strutturali e stilistici, ritiene che la torre nord, quella che comunemente viene chiamata torre di Conoz, sia più antica e di epoca feudale. A favore di questa ipotesi ci sarebbe anche un indizio in un documento del 1305 che cita il nome di Brunetus de Cono de Labarme, uomo fedele ai signori di Cly e servitore del vescovo di Aosta. Per Lin Colliard, la torre settentrionale e la torre meridionale risultavano in buono stato di conservazione negli anni Settanta, mentre la torre ad est della frazione sarebbe rimasta incompiuta fin dalla sua costruzione per la morte prematura della proprietaria committente. Per la riqualificazione e il restauro delle torri di Conoz e d’Emarèse il comune di Châtillon nel 2012 ha indetto un bando di idee. Il graduale recupero delle torri prevede il cambio di destinazione d'uso, probabilmente adibendole a strutture ricettive extra-alberghiere. Per approfondire sulla riqualificazione potete leggere qui: http://divisare.com/projects/210166-giuseppe-coppolino-Riqualificazione-e-restauro-con-cambio-di-destinazione-d-uso-della-tour-de-conoz-e-della-tour-d-emarese-. La torre di Conoz presenta una base quadrangolare e nella struttura sono ancora leggibili le feritoie. Oggi il complesso comprende la torre vera e propria e un altro corpo successivo, ad essa conglomerato; è composto da piano interrato, piano seminterrato, piano rialzato, primo e secondo piano e sottotetto.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Conoz, http://www.visititaly.it/info/954702-torre-di-conoz-chatillon.aspx

Foto: di Patafisik su https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Conoz#/media/File:Torre_di_Conoz_2.JPG e da http://tapazovaldoten.altervista.org/zvaltournenche/chatillon_promiod.html

giovedì 27 agosto 2015

Il castello di giovedì 27 agosto






ODALENGO GRANDE (AL) - Castello

Le testimonianze degli storici riportano che Odalengo Grande fosse già esistente prima del X secolo. Il feudo monferrino appartenne ai marchesi del Monferrato, ai quali fu poi riconfermato dall' imperatore Federico Barbarossa con editto del 1164. Odalengo Grande, l'antica Odalinga (termine germanico), fu concesso in feudo a varie famiglie di signori locali, tra i quali i conti Gozzani di Treville. Il Castello, residenza dei conti Gozzani (si notino gli stemmi raffigurati lungo la manica lunga del complesso verso la corte interna), è oggi in parte ristrutturato e adibito ad abitazioni. In origine esisteva un ricetto, con case e orti, delimitato dai propri bastioni e relative fortificazioni consistenti in muri che circondavano il castello con una bertesca e varie opere militari. Il Saletta spiega che dopo l’acquisto dei Petrozzani era stato "ridotto in palazzo nobile con altri edifici.
Ma il Sig. Marchese di Gozani lo aveva accresciuto di maggiori e più qualificate abitazioni che vi si può alloggiare ogni persona d’alta sfera.". Il Niccolini afferma che avesse "la migliore delle cantine che vanti il Monferrato" …"contenente vasi vinari per il valore di 50'000 lire". Il complesso è caratterizzato da una pianta a "C" con corte interna, i due bracci minori sono porticati, le finestre e porte affaccianti sulla corte hanno una semplice cornice. L'aspetto complessivo è sobrio e austero. Oggi dell'antica fortificazione restano la muratura, a tratti solo in laterizio e a tratti in laterizio misto a filari di tufo, e alcune bertesche inglobate in una struttura adibita a residenza. Attualmente di proprietà privata, è difficilmente visitabile. Dalla corte interna si può ammirare uno splendido panorama sulla valle. All'interno vi sono alcuni saloni affrescati.

Fonti: http://www.mepiemont.net/paesi/prov_al/odale.html, http://www.comune.odalengogrande.al.it/monumenti.htm, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (ed. 1999), http://www.monferrato.org/ita/risorse-turistiche/arte-e-cultura/castelli-fortezze/011144617cd1213242343dc8760b2e84/390a3003b050ecc5e2c55e68eff48674/

Foto: da http://www.monferrato.org/ita/risorse-turistiche/arte-e-cultura/castelli-fortezze/011144617cd1213242343dc8760b2e84/390a3003b050ecc5e2c55e68eff48674/ e da http://www.mepiemont.net/paesi/prov_al/odal/odalg_f2.jpg

mercoledì 26 agosto 2015

Il castello di mercoledì 26 agosto






COLLEPASSO (LE) - Palazzo Baronale

Il palazzo baronale, o castello, costituisce per Collepasso il richiamo più autorevole al proprio passato e con la sua vetusta imponenza alimenta, nell'immaginario collettivo, suggestive rievocazioni, dove storia e leggenda spesso si mescolano e si fondono. In realtà, poco ci è dato sapere sulle origini e sulle vicende che hanno caratterizzato la storia dell' austero edificio che si staglia sull'ampia spiazzo delimitato da via Puccini e da via Ugo Bassi. L'edificio attuale è il risultato di diversi interventi e lavori di ampliamento, i quali terminarono nel XVIII secolo con il feudatario Oronzo Leuzzi. Ingloba un'antica costruzione edificata nel 1576 da Pietro Massa, sopra ad un'altra già preesistente, ossia una torre di difesa di epoca bizantina. Tale palazzo divenne il centro dell'attività politica e culturale collepassese sotto l'egemonia della Baronessa Aurora Leuzzi. Nel 1992 e nel 2006 si sono avuti dei lavori di restauro. Con decreto del Ministro per i beni culturali ed ambientali, del 6 ottobre 1987, il castello o Palazzo Baronale di Collepasso è stato dichiarato l'immobile di "interesse particolarmente importante" ai sensi della Legge  1 giugno 1939 n. 1089, sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico e, come tale, è stato sottoposto alle disposizioni previste dalla medesima legge. Il castello, la cui facciata si estende per 50 metri, si articola in un grande corpo centrale, sviluppato su due piani fuori terra, e in due brevi "ali" laterali, a filo con il resto del prospetto. Vi si accede attraverso due grandi portali: quello a sinistra immette in un grande locale, appartenente alla costruzione più antica, voltato a botte e con pavimento in lastre di pietra di Cursi; quello di destra, invece, introduce in un vestibolo coperto di volte stellate di pregevole esecuzione che termina con un altro portale di forme simili a quelle dei primi due e che consente di accedere al cortile interno. Tutto intorno al cortile si articolano, poi, i vari locali seminterrati o terragni, voltati quasi sempre a botte e adibiti in origine a vari usi, a deposito di derrate alimentari, a palmento, a forno, ecc. Dal vestibolo d'ingresso, mediante una scalinata, si sale al piano nobile che si sviluppa solo sul lato occidentale e meridionale del grande quadrilatero. Gli appartamenti sono composti da diverse stanze di ampie dimensioni, coperte per lo più con volte a spigolo, tipiche dell architettura salentina, la cui esecuzione risale, appunto, ai lavori settecenteschi voluti da Oronzo Leuzzi. Il palazzo baronale, che come giustamente rileva la Soprintendenza "costituisce l'episodio più significativo di architettura civile di tutto l'abitato di Collepasso", merita di essere salvaguardato da ogni forma di impropria generica fruizione, fissando destinazioni consone alla natura e alla dignità di bene storico e culturale che lo contraddistinguono e avviando una capillare opera di sensibilizzazione, finalizzata a potenziare nella coscienza collettiva, in particolare delle giovani generazioni, il rispetto e l'attenzione per un monumento che rappresenta uno dei pochi segni distintivi del nostro passato. Dal 1987 è stato rilevato dal Comune. Ecco un interessante video sul monumento (di TELE RAMA): https://www.youtube.com/watch?v=Iwk_WwvJii4

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Collepasso#Palazzo_Baronale, http://www.comunedicollepasso.gov.it/la-storia/634 (tratto dal libro "Storia di Collepasso dalle origini all'autonomia" di O. Antonaci, S. Marra, Amaltea Edizioni, 1999)

Foto: di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Collepasso#/media/File:Pozzo_e_Palazzo_Baronale_di_Collepasso.jpg e da http://www.infocollepasso.it/wp-content/uploads/Collepasso_Palazzo_baronale.jpg

martedì 25 agosto 2015

Il castello di martedì 25 agosto






SURBO (LE) - Masseria Melcarne

Costruita tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, la torre è riportata come Masseria Melcarne in un atto di vendita del 1653 nel quale Filippo Prato (figlio di Leonardo Prato) la cedette al napoletano Giulio Pepe barone di Surbo per 1636 ducati. Nel 1741 è così descritta tra i beni della famiglia Severini: "Masseria Melcarne consistente in curti, case, capanne, casino e giardini per comodo di detta masseria e con chiusure seminatorie olivate e vigneti". L’aggiunta dei due balconi (XVIII sec.), poggianti su robuste mensole, ne ha cambiato la funzione originaria di difesa in quella di dimora stagionale. Notevole il parapetto della torre, ritmato da merlature triangolari in corrispondenza delle caditoie difensive aggettanti su porte e finestre. Alla torre sono stati, inoltre, aggiunti altri fabbricati indispensabili all’economia della masseria, tra questi, recinti per il bestiame e vani coperti per la lavorazione dei prodotti della terra e della pastorizia. Ai lati, due torri colombaie a pianta quadrata ripetono in scala ridotta il profilo dell’edificio, producendo un singolare effetto scenografico. La torre fortificata è oggi il centro di un’azienda agrituristica che si estende per circa 60 ettari e comprende oliveti giovani e antichi, frutteti e orti.

Fonti: http://www.masseriamelcarne.it/web/storia.php, http://www.salentoviaggi.it/comuni/surbo/masseria_melcarne_o_malecarne__675.htm, http://www.salentoacolory.it/masserie-fortificate-nord-lecce/

Foto: da http://3.bp.blogspot.com/-aV_lp9RaWMk/U9DENEw8BzI/AAAAAAAAAN8/xt7AVGdjMlU/s1600/16.jpg e da http://www.casamestre.it/news-itinerari-turistici/860-itinerari-del-salento-surbo-la-piccola-capitale-delle-masserie

lunedì 24 agosto 2015

Il castello di lunedì 24 agosto






PIOMBINO (LI) - Rocca di Populonia

Si trova in posizione panoramica nell'omonima frazione di Piombino e domina, da un'altura, il golfo di Baratti, la costa a nord di Piombino e il tratto di mare tra la terraferma e l'arcipelago toscano. Populonia conserva fortificazioni del XV secolo ad opera dei Signori di Piombino, gli Appiani, come testimoniato dal dragone simbolo della casata posto sopra l'ingresso del borgo. La rocca è situata sull'acropoli dell'antica Pupluna una delle città più importanti della civiltà etrusca, come testimoniato dal fatto che era l'unica, fra le maggiori, a sorgere sulla costa. Questo permetteva alla città di essere punto di riferimento sia commerciale che industriale fra i centri dell'entroterra e le isole dell'arcipelago Toscano, grazie ai molti forni di fusione per i metalli installati nelle sue vicinanze. Dopo la decadenza del Medioevo si dovette attendere Iacopo II Appiani che nel Quattrocento fece erigere il castello nella parte alta di Populonia per fronteggiare gli assalti dei pirati. L'opera fu portata a termine da Iacopo III, che completò anche il rilancio urbanistico del borgo. Le forme attuali della rocca mostrano una struttura transitoria, tra l'edilizia medievale e la fortificazione alla moderna di fine del quattrocento: se i lati affacciati sui dirupi della collina vennero dotati tutt'al più di contrafforti, essendo improbabile una cannonatura a tale altitudine, quello rivolto alla strada venne dotato di un mastio semicircolare, dalla solida basa, dotato di feritoie e merlatura ghibellina. Domina il tutto l'alto torrione centrale, a pianta rettangolare, già mastio della fortezza medievale. Dotato di un'alta scarpatura, presenta una muratura fatta di blocchi irregolari, tranne agli angoli, porta rialzata e una merlatura con quattro elementi sui lati lunghi e tre su quelli corti. Rara per la Toscana è la presenza del doppio spiovente, verso l'interno e verso l'esterno, frequente invece nei castelli scaligeri. All'interno della torre si entra da una porta in quota. La cinta muraria quattrocentesca ha una pianta rettangolare, vicina al quadrato, con camminamento di ronda e garitte a sporto agli angoli. Durante una fase ancora successiva fu aggiunta al centro del  lato corto occidentale della cinta muraria una semitorre rotonda, simile ad un esedra, dotata di un ampia scarpatura e coronata da merli ghibellini (a coda di rondine) ognuno dotato di una piccola feritoia e di apparato a sporgere. Anche questa semitorre è dotata di camminamento di ronda, più alto rispetto a quello della restante cinta, e possiede un muro con feritoie anche sul lato interno, per difendersi dai nemici che fossero riusciti a penetrare all'interno della fortificazione. Questa costruzione potrebbe essere considerata un passo decisivo verso lo sviluppo di quelli che saranno i torrioni rotondi delle rocche del XVI° secolo. Qui si congiunge anche la cinta muraria del borgo, dotata di un'unica porta di accesso. Il fortilizio ha sempre avuto funzioni prettamente militari di difesa del borgo abitato dalle minacce provenienti sia dal mare che dall'interno. Altri siti da consultare: http://www.castellodipopulonia.it/, https://www.youtube.com/watch?v=G4eRxbQwTnE (video di Riccardo Desideri), https://castlesintheworld.wordpress.com/2015/06/12/castello-di-populonia/.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Populonia, http://www.castellitoscani.com/italian/populonia.htm, http://www.fototoscana.it/mostra-gallery.asp?nomegallery=populonia

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è di Fabio Mazzoni su http://www.immaginefoto.com/wp-content/uploads/2015/01/Aeree_15.jpg

sabato 22 agosto 2015

Il castello di domenica 23 agosto






DIVIGNANO (NO) – Castello

A testimonianza visibile di un passato largamente condizionato dalla presenza della proprietà signorile in Divignano è rimasto il castello: simbolo e documento nello stesso tempo di questi ultimi cinquecento anni di storia. L’edificio è posto nel centro del paese, su un'altura che domina la valle sottostante e parte dell'abitato. Il primo documento che riferisce dell’esistenza di Divignano risale alla fine del XII secolo e descrive già la presenza nel luogo di un’area fortificata, di cui però si hanno scarse notizie. Dopo aver fatto parte nell’alto Medioevo del comitato di Pombia ed essere rimasta sotto la giurisdizione del comune di Novara per buona parte del Trecento, Divignano entrò nel 1413 nella sfera d’influenza del ducato di Milano, quando Filippo Maria Visconti l’assegnò in feudo ai fratelli Ermes e Lancillotto Visconti, già signori di Castelletto e Sesto Calende. Trent’anni dopo, il duca stesso revocò ai Visconti il controllo del feudo di Divignano per donarlo al suo tesoriere Vitaliano Borromeo. Fu per iniziativa degli eredi di quest’ultimo, il figlio Filippo e i nipoti Giovanni e Vitaliano, che nel corso della seconda metà del Quattrocento a Divignano fu innalzato il castello di cui resta ancora oggi testimonianza. Dopo un periodo di contrasti e divisioni all’interno della famiglia Borromeo, alla fine del secolo la proprietà del castello fu riunita ai possedimenti legati al titolo feudale su Divignano da Ludovico Visconti Borromeo, esponente di un ramo della famiglia che si era legato per via parentale ai Visconti antichi signori del luogo. Due secoli più tardi, agli inizi del Settecento, negli anni in cui era signore di Divignano Giulio Visconti Borromeo, il castello fu sottoposto a un vasto intervento di ristrutturazione che ne modificò la struttura e l’aspetto generale accentuando la funzione residenziale del complesso. La fortezza quadrata di Divignano, a ben osservarla lungo il lato nord, quello che si è conservato nelle sue originarie strutture del Quattrocento, determina un'impressione di solidità ed eleganza. Le due torri angolari, vaste e fortemente scarpate, sono rese più gentili dalle finestre ad arco acuto, incorniciate dal rosso cotto delle formelle decorate: i profili sporgenti di cinque grandi camini scandiscono l'alternanza delle sale, che ricevono la luce da altrettante finestre gotiche lungo tutto il braccio settentrionale. La sommità delle torri è decorata, proprio sotto il cammino di ronda, dal consueto motivo a dente di sega. Il complesso oggi visibile risulta come l'insieme di due diverse fasi costruttive, una verso nord di impianto originario e l'altra di ripristino, voluta – come detto - da Giulio Visconti Borromeo Arese. Il secondo intervento, settecentesco, che ha comportato l'abbattimento di tre lati della fortezza, non si è inserito nei livelli di altezza della prima fase, ma è risultato sopraelevato di almeno 2,5 m rispetto ai piani della struttura originaria. Quando, agli inizi del Settecento, si distrussero i tre corpi perimetrali i detriti non furono asportati e il loro accumulo determinò l'innalzamento del livello di calpestio. Fu invece mantenuta, pur trasformandola, la torre angolare di sud-ovest ove appaiono ancora i segni di quattro bifore, anche se tamponate per motivi di stabilità. Il castello fu completamente innalzato e finito nel suo impianto quadrangolare già nel periodo gotico ed ebbe non solo funzioni residenziali, ma anche utilizzo militare. L'unica ala rimasta dell'antico edificio insieme con la torre di sud-ovest, è quella residenziale a nord che disponeva di due ordini di gallerie a volta; sopra le gallerie, il piano di rappresentanza consisteva in due ampi saloni di torre e forse di tre sale intermedie, tutti locali caminati. L’ala orientale, che dà sull’attuale piazza Matteotti, è caratterizzata da una singolare disposizione diagonale rispetto all’asse del lato quattrocentesco, al quale si congiunge direttamente nel corpo di fabbrica lasciando libera la torre di nord-est su tre lati. A sud, un edificio ribassato, probabilmente destinato a ospitare scuderie e ambienti di servizio, termina a occidente nella torre che costituisce un’ulteriore rimanenza dell’impianto originario del castello. Purtroppo i bei camini settecenteschi furono asportati e sostituiti con rifacimenti approssimativi, mentre si sono conservati i soffitti a cassettoni delle sale e la bella volta unghiata della sala della torre di piazza. All'interno, di pregio sono i soffitti a cassettoni, alcuni dei quali dipinti con motivi geometrici e floreali. Da segnalare, inoltre, le volte ad unghie achiacute che decorano alcune sale. Nel 1814 la residenza fu venduta da Giovanni Borromeo alla famiglia Ravizza, che ne mantenne la proprietà fino agli inizi del Novecento. Da allora, nel corso dell’ultimo secolo si sono succeduti diversi proprietari e il castello è ancora oggi residenza privata. Altro link per approfondire: http://www.100castellinovara.it/castle?filter=ZGl2aWduYW5v


venerdì 21 agosto 2015

Il castello di sabato 22 agosto






SAN POLO MATESE (CB) - Castello longobardo


San Polo Matese deve la sua origine alla posizione di controllo di una delle vie che, inerpicandosi tra i contrafforti del Matese, permette di raggiungere il cuore del massiccio. Posizionato su un colle dalle caratteristiche non particolarmente aspre anche se sufficientemente scoscese per attrezzare un sistema murario, ha perso la buona parte dell’impianto difensivo antico e quello che rimane è appena sufficiente per farci capire il disegno complessivo del piccolo nucleo fortificato. San Polo ha sofferto non solo delle medesime vicende accadute a tutti i centri che non hanno avuto il privilegio di particolari condizioni economiche o la fortuna di far parte di un organico sistema stradale, ma anche delle sventure naturali tra le quali il disastroso terremoto del 1805 che, secondo la cronache, fece almeno 130 vittime (A. SPINA, S. Polo Matese, un paese molisano, Campobasso 1992. ). Si aggiunga che l’analisi della stratigrafia urbana diventa oltremodo difficile per il quasi totale silenzio dei documenti più antichi dai quali ricavare significative notizie per collocare storicamente la sua origine. Mettendo da parte la fantasiosa ipotesi creata da Alfonso Perrella in occasione di una recita letteraria su una improbabile e indimostrabile origine del paese in conseguenza dei Vespri Siciliani del 1282 ed una successiva migrazione di siciliani nel territorio matesino, più interessante è la concessione di Rodolfo di Molise con la quale, nel 1080, concede al vescovo di Boiano i quattro feudi di S. Paolo (S. Polo Matese), di S. Stefano, di S. Pietro nei pressi di Vinchiaturo e di Tremonti presso Guardiaregia (A. PERRELLA, L’Antico Sannio, Isernia 1889, p. 466.). San Paolo, che poi per corruzione popolare, come è accaduto in altre parti d’Italia, si è modificata in una intitolazione ad un inesistente San Polo, già esisteva nel 1080 e la sua storia deve inquadrarsi in una serie di avvenimenti che videro come interlocutori i conti di Molise e l’abate Desiderio di Montecassino nel quadro più ampio dell’espansione del potere normanno nel territorio molisano. Più interessante per capire quale fosse la funzione militare di S. Polo in epoca sveva è il successivo documento del 1241 (G. DE BENEDITTIS (a cura di ), I Registri Gallucci – Documenti per la storia di Boiano e del suo territorio dal 1000 al 1600, Ercolano 1990, p. 103.) relativo alla ricognizione dei beni della diocesi di Boiano (Codice Latino 8222). Tra gli altri viene citata la chiesa di S. Polo: item de ecclesia castri Sancti Poli planetam unam de purpura, et panno de zendato rubeo, pro tarenis aureis duobus. Si tratta di una definizione che certamente deve riferirsi ad una situazione precedente alle iniziative federiciane di potenziamento solo dei castelli imperiali. Nell’elenco dei nuclei abitati che sono tenuti a contribuire alla riparazione del castrum Boiani non appare il nome di S. Polo che, evidentemente, è compreso nelle cosiddette baronie domini Thomasii de Molisio forse per la poca importanza del suo nucleo urbano: Item castrum Boyani reparari debet per homines ipsius terre, Montis Viridis, Castelli Vecclis, baronie Castri Pignani, Campi bassi, Ysernie, Rocce Madelunie, Cantalupi et baronie domini Thomasii de Molisio. Tuttavia la precedente definizione di castrum attesta la dotazione di mura urbane ed il carattere difensivo del suo impianto in epoca normanna, probabilmente in seguito alla sua aggregazione alla diocesi di Boiano. S. Polo (o S. Paolo) non appare nell’elenco delle chiese della diocesi di Boiano che pagavano le decime nella prima metà del XIV secolo anche se nelle Rationes Decimarum sono citati gli altri paesi contermini insieme a luoghi di cui non è facile trovare il riferimento attuale. Fino alla metà del XV secolo il feudo di S. Polo fu dipendente della mensa vescovile di Boiano, ma tra l’1 e il 18 maggio del 1457 (un anno dopo il disastroso terremoto del 1456) Alfonso I d’Aragona delegava il commissario Gregorio di Campitello a raccogliere il giuramento di fedeltà degli eredi di Francesco Pandone i quali accettavano che a Scipione venissero assegnati la città e le terre di Venafro, il castello di S. Pietro Infine, di Ailano, di Mastrati, il castello diruto di Rocca S. Vito, la baronia di Prata, la città di Boiano (… propter terremotum totaliter ruinata…), i castelli di Guardaregia e di Rocchetta a Volturno, la capitaneria di S. Polo Matese, le terre di Pratella, Ciorlano, Capriati, Fossaceca, Gallo e Letino (G. MORRA, Una dinastia feudale: i Pandone di Venafro, Campobasso 1985, p.18. ). La notizia è utile per capire che S. Polo in quell’epoca aveva la funzione di capitaneria e che, quindi, comunque avesse un castello in cui il capitano doveva risiedere (A.S.N. (Archivio di Stato di Napoli) Camera della Sommaria – Petizioni e significatorie dei relevi, vol. I cc.47 r. e v. (da G. Morra)). La funzione di capitaneria risulta confermata nel 1492 quando, con privilegio di Ferrante I d’Aragona, Carlo Pandone, erede di Scipione, si vede confermati i titoli e le concessioni attribuite a suo padre e nel castello di S. Polo il capitano risulta abilitato ad esercitare il mero e misto imperio (C. CAETANI, Regesta chartarum, VI, doc. 2988, Sancasciano Val di Pesa 1928, p. 163 (da G. Morra)) che era un jus che si riferiva non solo alle vertenze civili ed amministrative, ma anche alle cause penali. Il titolare di tale diritto applicava, a seconda del reato, pene variabili che potevano prevedere anche l’amputazione di arti, fino alla condanna a morte. Nel 1531 la terra di S. Polo è citata in un rilievo dei beni appartenuti a Enrico Pandone prima della confisca seguita alla sua decapitazione per alto tradimento quando lasciò Carlo V per schierarsi con i Francesi. E’ interessante notare che in quell’anno S. Polo avesse una popolazione di 70 fuochi ed una rendita di 118 ducati, 50 dei quali Enrico era tenuto a versarli per censo al vescovo di Boiano e 60 a sua madre che vantava crediti per le garanzie prestate per l’assegno dotale (G. MORRA, Una dinastia ecc, op. cit. , p.85.). Dalla documentazione sopravvissuta sappiamo che i Pandone possedevano nel territorio di S. Polo quattro molini ed una scuderia di 50 cavalli. Dopo la confisca i beni furono venduti dalla Regia Corte, S. Polo fu acquistato da Camillo Gaetani e tenuto dal 1531 al 1532. Il feudo sicuramente subì la stessa sorte di altri feudi dei Pandone passando nelle mani di Francesca Mombel, vedova del vicerè di Napoli Carlo Lannoy, che lo aveva acquistato, e successivamente al figlio Filippo nel 1552 e al nipote Carlo nel 1553 e infine al di lui fratello Orazio nel 1568. Masciotta, riprendendo da Lorenzo Giustiniani (L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Vol. VIII. Napoli 1797, p. 216), attribuisce successivamente il feudo di S. Polo ai Mormile e poi ai Filomarino, succeduti ai di Costanzo che erano stati signori di Boiano. In altri termini S. Polo, proprio per il suo carattere di assoggettamento alla cattedrale, ha subito le stesse sorti feudali di Boiano con l’obbligo dei suoi feudatari di corrispondere annualmente alla mensa vescovile una sorta di risarcimento disposto da Alfonso d’Aragona a far data dall’usurpazione fatta da Francesco Pandone. In tal modo il pagamento di un canone garantiva al vescovo la conservazione dei diritti dominicali e del titolo baronale. Masciotta riferisce che dai documenti del 1738 risulta che il Principe di Colledanchise, feudatario di Boiano, pagava al vescovo il canone annuo di 50 ducati (G.B. MASCIOTTA, Il Molise ecc., op. cit, vol. III, p. 482-483). Oggi del castello di San Polo rimangono pochi ruderi ormai inglobati negli edifici che nel tempo si sono impiantati sulle strutture murarie sopravvissute. Non è facile capire da quel poco che rimane quale fosse il suo sviluppo planimetrico. Sul lato nord orientale del paese rimane una torre circolare nella cui base, mediante una breccia di epoca relativamente recente, è stato ricavato un passaggio. Sembra però che non si tratti di una torre del castello vero e proprio quanto piuttosto uno degli elementi di raccordo della cinta muraria urbana realizzata in quella parte del paese che era più vulnerabile. Ad essa dovevano attaccarsi, da un lato e dall’altro, due tratti di muro che costituivano parte della difesa che probabilmente conteneva una delle due porte. Quella che in genere viene definita come porta da capo, presumibilmente posta nelle adiacenze della chiesa di S. Nicola che, per essere dedicata al patrono della comunità, certamente è la chiesa più antica del nucleo. Una seconda torre, invece, per essere stata trasformata in campanile della contigua chiesa di S. Pietro in Vincoli, probabilmente era parte del castello. Ciò che rimane di una base di torre circolare, sul lato sud occidentale, può in qualche modo farci ritenere che una delle facce del quadrilatero del castello corrispondesse in linea di massima all’allineamento dell’attuale facciata della chiesa di S. Pietro in Vincoli che, ovviamente, nel XIV secolo ancora non esisteva. Non solo le fonti, ma anche le sopravvivenze murarie sono avare di informazioni, sicché non rimane che limitarci a congetture per capire cosa sia accaduto al castello di S. Polo. Fino all’epoca di Enrico Pandone e dei suoi immediati successori, ovvero fino alla metà del XVI secolo una struttura di una certa consistenza doveva ancora sopravvivere se è vero che era sede di una capitaneria in cui si esercitava il mero e misto imperio, ovvero vi si amministrava la giustizia del suo territorio. All’epoca dei Pandone (fine XV e inizio XVI secolo) non sembra siano state effettuate trasformazioni particolari. I conti venafrani avevano trovato una struttura quadrangolare munita di almeno tre torri circolari la cui epoca di costruzione certamente non è anteriore al XIV secolo. Dunque l’impianto originario, o comunque la struttura dell’XI secolo, era sicuramente molto più semplice. Poco più di un quadrilatero privo di torri negli angoli. Non conosciamo l’epoca di fondazione della chiesa che oggi è attaccata ad una delle due torri sopravvissute, ma è lecito supporre che sia di epoca successiva al terremoto del 1456, e, presumibilmente, dopo il dominio dei Pandone che, come sappiamo, terminò nel 1528 con la condanna a morte di Enrico.

 
Fonti: http://www.francovalente.it/?p=193 - da Franco Valente,Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise” (Volume in preparazione)


Il castello di venerdì 21 agosto






VIGEVANO (PV) – Castello Sforza

Il Castello di Vigevano è un tutt'uno con la Piazza Ducale che funge da regale atrio d'ingresso. Si può considerare una piccola città nella città, essendo per estensione uno dei più grandi complessi fortificati d'Europa.  Il primo nucleo risale all'età longobarda (VII-X secolo), mentre la sua trasformazione in residenza signorile si deve ai Visconti (in particolare a Luchino Visconti) e agli Sforza in particolare a Ludovico il Moro. Luchino Visconti, podestà di Vigevano nel 1319 e nel 1337, inserì il villaggio nel suo piano di dominio territoriale, decidendo di farne una roccaforte difensiva inserita nello scacchiere territoriale dei castelli posti lungo l’Adda e il Ticino a difesa del ducato di Milano. In quest’ottica, nel 1341, realizzò una rocca di difesa (in origine detta inferiore, prende l'attuale nome di rocca vecchia in contrapposizione alla rocca nuova edificata alla fine del XV sec.), posta ad una certa distanza dal castello, sul limite est del borgo che si stava ormai allargando fuori dal perimetro originale. Nel contempo iniziò l’opera di trasformazione del vecchio castello in nuovo fortilizio sede e dimora ducale, edificio che nella nuova conformazione si presentava con pianta quadrangolare formata da muri merlati con tre corpi di fabbrica, torri agli angoli e una torre d'ingresso al centro della cortina anteriore. I lavori di ampliamento ed abbellimento del maschio proseguirono poi per tutto il dominio visconteo. Nel 1347 i due fortilizi vennero uniti dalla cosiddetta "strada coperta", un grande edificio fortificato che, stagliandosi nel panorama cittadino, permetteva un rapido collegamento tra il castello e le campagne circostanti. Nel 1447, alla fine del dominio visconteo, la stessa popolazione di Vigevano, conquistò la libertà comunale e distrusse la rocca esterna. Libertà che finì già nel 1449, quando Vigevano venne cinta d’assedio da Bartolomeo Colleoni e Francesco I Sforza, marito di Bianca Maria figlia di Filippo Maria Visconti, e nuovo signore di Milano. Dopo la conquista lo Sforza riparò i danni dell'assedio e raddoppiò la parte centrale del maschio verso l'esterno inglobando i resti della torre di sud-est distrutta proprio durante l'assedio. Galeazzo Maria Sforza nel 1466, appena succeduto al padre Francesco, ordinò nuovi interventi che trasformarono definitivamente il maschio in palazzo ducale e, prendendo atto della cessata funzione difensiva delle mura dell'antico borgo, concesse la costruzione di case nel fossato esterno, di altezza non superiore al muro. Nel 1472 il nuovo Duca intervenne su due antichi edifici, posti lungo la muratura sud dell'antico borgo e utilizzati a stalla, sopralzandoli e modificandone il piano terra con l'inserimento di un doppio colonnato con volte a crociera e nuove finestre. Nel 1475 realizzò il ponte con loggiato, posto a sud del maschio, mentre poco prima della morte diede l'inizio alla costruzione dell'edificio della falconiera, completato poi da Ludovico il Moro, reggente il ducato a nome del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza. Con Ludovico il Moro, nato proprio a Vigevano, il progetto sforzesco si attuò in interventi di proporzioni e qualità rilevanti, completando il processo di trasformazione del castello in residenza dinastica. Il cortile, occupato in origine dall'antico borgo, venne svuotato dalle residue costruzioni, si costruirono la terza scuderia, detta per questo di Ludovico, e l’edificio delle cucine, realizzato con la demolizione dell’antica chiesa di S. Ambrogio e collegato al maschio da un edificio a ponte, chiudendo così il circuito di edifici a contorno dell’ampio cortile. Il maschio venne ampliato sul lato est con la realizzazione di un giardino pensile racchiuso da due edifici porticati progettati dal Bramante e aperto verso est. Del complesso bramantesco rimane oggi, dopo il crollo del loggiato addossato alla strada coperta e lo svuotamento del giardino con l’abbassamento al livello attuale, solo l'edificio sud chiamato “loggia delle dame”. Ad opera del Bramante si deve anche parte della decorazione pittorica che abbelliva il complesso di edifici prospiciente il cortile, di cui oggi rimangono tracce sulle pareti della scuderia di Ludovico, e il sopralzo dell'antica torre comunale, che verso il 1476 era già stata rialzata con nuovi merli e beccatelli per ospitare le campane della demolita chiesa di S. Maria, realizzato in tre parti di cui la seconda con una cella campanaria e la terza con un corpo ottagonale coperto da una guglia. I fasti del dominio sforzesco terminarono con Francesco II Sforza il quale completò le decorazioni pittoriche del palazzo ducale. Tra il 1492 e il 1494 i lavori erano terminati. Con la fine della dinastia sforzesca (1535) il castello passò agli spagnoli e iniziò un lento declino. Nel 1696 i plenipotenziari dei governi europei convenuti per firmare la pace di Vigevano lo dichiararono inagibile e quando agli inizi del Settecento divenne sede di una guarnigione dell'esercizio austriaco cominciarono le trasformazioni radicali. Verso la metà dell'Ottocento divenne Caserma dell'Esercito Sardo e quindi del Regio Esercito Italiano e rimase sede militare fino al 1968. Il complesso architettonico del castello Visconteo-Sforzesco di Vigevano si presenta come un insieme di edifici che occupano una superficie di oltre 70 mila metri quadri, di cui 25 mila di coperture, cui vanno aggiunti i 36 mila metri quadri di cortile. Potrebbe contenere due volte Buckingham Palace, tre volte la basilica di San Pietro e sei volte il Duomo di Milano. Fin dall’inizio il castello di Vigevano non venne pensato solo ed esclusivamente come complesso fortificato per rispondere a esigenze difensive e militari, ma anche come residenza di prestigio, di rappresentanza, come luogo preferito per gli svaghi e diletti della corte. In tal senso rappresenta sia una anticipazione del palazzo rinascimentale spesso evolutosi proprio da un castello preesistente (si pensi ad Urbino e a Mantova), che una versione raffinata della tradizionale cittadella viscontea. A partire dagli anni Ottanta il castello fu sottoposto ad una campagna di restauri per il suo completo riuso e valorizzazione. Lo strumento che, negli ultimi anni, ha consentito una piena e fattiva operatività è l’accordo di programma sottoscritto il 29 luglio 1999 tra Stato, Comune di Vigevano e Regione Lombardia. Grazie a quell’accordo sono stati definiti e stabiliti gli interventi di restauro e le modalità di finanziamento e sono stati attivati gli organismi tecnici di vigilanza e controllo. Il 3 marzo 2003 il Consiglio Comunale di Vigevano ha approvato un documento contenente una ipotesi per il completo utilizzo degli spazi del Castello. ll maschio corrisponde all’antico castrum probabilmente di origine longobarda. Documenti del XII-XIII parlano di un complesso castellano che occupava l’altura poligonale al cui centro sorgeva il castello-recetto che era “fortissimo” e aveva per prima difesa una gran fossa. Fino al 1340 svolgeva una funzione di difesa per coloro che vi abitavano e di rifugio sicuro per gli abitanti del borgo e dei sobborghi. Lì si conservavano, come scrive nel XVI secolo il cancelliere del Comune Simone del Pozzo, “li grani et vini et altre cose più care delli homini et ivi, al tempo dille guerre, li homini si conservano ”. A partire dal 1345 iniziò la sua trasformazione in palazzo ducale. Fu soprattutto Ludovico il Moro con il contributo di Donato Bramante a conferirgli l'aspetto di un palazzo rinascimentale. Grazie all'opera di artisti e artigiani lombardi gli ampi saloni si presentavano affrescati e magnificamente arredati per accogliere la corte ducale, personaggi illustri e sovrani. La “Sala dell'Affresco”, la cui denominazione deriva dal rinvenimento e recupero di un antica testimonianza  pittorica, si trova nella parte sinistra del Maschio ed era parte integrante dell'antico Palazzo Ducale. L'affresco oggi restaurato viene fatto risalire agli anni di Galeazzo Maria Sforza (1466-1476), primogenito di Francesco Sforza. Si tratta di lacerti che tuttavia fanno presumere come la rappresentazione, in origine, doveva essere vivacissima da un punto di vista coloristico e affollata da quello compositivo. In un paesaggio popolato da fantastici alberi carichi di frutta e da animali (si riconosce un istrice e un coniglio bianco) accanto a figure in gran parte sparite di dame e cavalieri, risaltano due paggi che, con le gote gonfie, soffiano in due strani corni da caccia. Ad uno di essi é appesa una cartella con dipinti due frutti, forse melagrane, dal significato probabilmente araldico. Secondo gli studiosi si tratta di una delle rare testimonianze superstiti delle grandi imprese decorative avviate da Galeazzo Mario Sforza nei castelli di Milano e Pavia. La Falconiera è un edificio così chiamato perché destinato all’allevamento dei falchi da preda. La sua costruzione è databile intorno al 1488, epoca di Ludovico il Moro. La parte più antica è costituita dal piano terreno che si presenta diviso in ampie sale coperte da volte a lunetta. Il leggiadro loggiato aereo superiore, recentemente restaurato, è attribuito a Donato Bramante: presenta arcate a tutto sesto sostenute da esili colonnine di granito con capitelli simili a quelli delle scuderie ducali. Sulle arcate sono state recuperati affreschi con motivi decorativi d’epoca rinascimentale. Le cronache del tempo narrano che dall’edificio della Falconiera, venivano fatti levare in volo i falconi per accompagnare la corte ducale nelle cacce lungo i boschi del fiume Ticino e nelle campagne della Lomellina. La Loggia delle Dame è la parte superstite del “Palazzo delle Dame”, realizzato intorno al 1490 da Donato Bramante su incarico di Ludovico il Moro, e che sorgeva accanto al Maschio o Palazzo Ducale. La loggia superstite presenta i caratteri tipici degli edifici realizzati bramanteschi come il chiostro di S.Maria delle Grazie, la Canonica di S.Ambrogio a Milano. Il profilo è a sette arcate a tutto sesto in marmo bianco che poggiano su colonne dai raffinati capitelli in pietra scura e a motivi floreali. Originariamente la loggia si affacciava su un giardino pensile coltivato con essenze ricercate. Era questa la parte “femminile” del castello, la residenza riservata a Beatrice d’Este e alla sue dame. Doveva presentarsi riccamente decorata da affreschi eseguiti dallo stesso Bramante. Il giardino era noto come il “Giardino della Duchessa”. Sotto la quota del giardino erano interrate le cantine del castello. L’eliminazione del giardino con relativo sterramento è una conseguenza dei pesanti e spesso sconsiderati interventi eseguiti nel corso dell’Ottocento e finalizzati alla trasformazione del castello in caserma per l’esercito regio. La prima delle tre scuderie ducali che si sviluppano in successione, risulta essere in realtà quella più "giovane". Fu fatta edificare nel 1490 circa da Ludovico il Moro in sequenza continua con le due esistenti ed ex novo, come attesta una lapide posta sull’ingresso. E’ lunga 94 metri e larga 12. L'interno è tripartito da monolitiche colonne di serizzo. Secondo alcuni studiosi sarebbe servita da ispirazione per la stalla-modello disegnata da Leonardo da Vinci nel manoscritto B di Parigi. Più probabilmente si tratta del risultato del lavoro di maestranze lombarde certamente influenzate dallo stile del Brunelleschi di cui Leonardo si fece diffusore in Lombardia. La seconda scuderia fu realizzata nel 1473 da Galeazzo Maria Sforza. E’ a due piani. Il piano terra é a vani divisi in tre navate e campate con colonne in serizzo e le volte sono a crociera. L’impostazione rispecchia ancora lo stile gotico. Il piano terra viene utilizzata per mostre temporanee. Il piano superiore ospita il Museo Internazionale della calzatura. Sul lato posteriore si apre un cortile con tettoie e colonne anticamente adibito a mascalcia ove i cavalli venivano ferrati. La terza scuderia, infine, ubicata oltre il portone neogotico d'ingresso al castello da Corso Repubblica, è collegata all'edificio della Falconiera. Si presenta suddivisa in tre navate. L'esilità delle colonne e le proporzioni tra gli elementi portano a pensare ad una datazione anteriore rispetto alla Seconda Scuderia. E' sede del Museo Archeologico Nazionale della Lomellina, con ingresso libero. Ludovico il Moro fece affrescare le tre scuderie con decorazioni tipicamente bramantesche a disegni geometrici e finte architetture. La Cavallerizza è un maestoso edificio con una bellissima struttura a capriate in legno, che fu realizzato nel 1837 sull’area della distrutta Rocca Vecchia. Il progetto dell’ing. Ludovico Inverardi, commissario delegato del genio Militare, rispondeva all’esigenza di disporre di un maneggio coperto per i cavalli alloggiati in castello a partire dal 1811. Accanto alla attuale Cavallerizza, oggi ristrutturata e utilizzata per manifestazioni ed eventi, sorgeva un analogo edificio crollato negli anni Sessanta in seguito ad abbondanti nevicate. Al suo posto ora è stato realizzato un giardino pubblico. La “Strada coperta” è un manufatto unico in tutta l’architettura castellana europea e rappresenta una delle più formidabili opere di ingegneria militare medievale. Chiamata anche strada serrata o pensile, ha proporzioni gigantesche: è lunga 167 metri e larga 7.  Supera un dislivello di 10 metri tra il maschio del Castello e il luogo in cui un tempo sorgeva la Rocca Vecchia, fortilizio affacciato sulle campagna, al limite delle mura. Fu realizzata nel 1347 da Luchino Visconti per consentire ai signori di Milano di entrare e uscire dal castello senza essere visti dagli abitanti del borgo, e di fuggire in caso di pericoli incombenti. E’ una costruzione possente che é rimasta intatta nella sua colossale struttura: i militari vi fecero transitare pesantissimi cingolati fino alla metà degli anni '60 del secolo scorso senza alcun danno per la struttura. La sua realizzazione costò cara ai vigevanesi in quanto vennero abbattute diverse abitazioni dell’allora borgo. Le “Strade sotterranee” sono due imponenti e suggestive strutture di collegamento che, in successione, dalle immediate vicinanze di Piazza Ducale, conducono attraverso piani rialzati all’antico fossato del Maschio del Castello e alla spazio della Cavallerizza. Completamente percorribili grazie ad un recente restauro, si presentano divise in due sezioni di grandi dimensioni che ospitano nel corso dell’anno mostre ed eventi di richiamo. Il passaggio, specialmente del secondo tratto, consente di ammirare le stratificazioni storiche e funzionali: scuderia per cavalli a partire dal XVIII secolo, luogo di lavoro per le maestranze della corte ducale degli Sforza (è visibile il locale adibito a ghiacciaia). Alta ben 75 metri dal livello della piazza, la Torre del Bramante è l'attuale Torre Civica della città di Vigevano, di cui da sempre è il simbolo. L'origine della Torre, situata nel punto più alto della città (45°19'01.53"N, 8°51'24.90"E), presso il castello, risale al 1198 e fu terminata dal Bramante alla fine del XV secolo, mentre nel XVII secolo venne aggiunto il cupolino barocco "a cipolla" in sostituzione dell'originaria guglia conica. La Torre ha una forma originale che, nell'800, fu il modello per la torre del Filarete nel Castello Sforzesco di Milano; è costituita da sezioni che si restringono avvicinandosi alla cima. DaI terrazzi è possibile ammirare un'ottima visuale della Piazza Ducale, del castello e di tutta la città. La cella campanaria, inaccessibile al pubblico, ospita "il campanone", una grande campana seicentesca "fessa" per necessità. Infatti nell'Ottocento non esistevano i moderni sistemi elettronici per controllare le campane, e l'orologio della Torre, all'epoca meccanico, batteva ogni mezz'ora anche di notte. Pare che il suono del "campanone" fosse così forte, che gli abitanti delle case addossate al castello e alla Piazza fossero praticamente impossibilitati a prendere sonno. Così presentarono in Comune una petizione in cui si chiedeva di "zittire" il bronzeo disturbatore! Alla fine si raggiunse un compromesso: dalla campana, con precisione quasi chirurgica, venne asportato uno spicchio in modo da renderla fessa ed attutire il suono. Ed è così che ancora oggi la si può ascoltare battere i rintocchi ogni quarto d'ora. Altri link sul castello: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/PV110-00023/, http://www.iatprolocovigevano.it/castello.html, http://www.castellidelducato.eu/struttura.php?id=25, video di “scoprendo” https://www.youtube.com/watch?v=P2A0D9ns3Is

Fonti: http://www.comune.vigevano.pv.it/turismo/cosa-visitare/il-castello, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Sforzesco_%28Vigevano%29 (da consultare per ulteriori approfondimenti…)

Foto: la prima da http://www.lombardiainrete.it/13/province/PV/vigevano/, la seconda è di Stefano Gusmeroli su http://www.milanofoto.it/services/aerial/

mercoledì 19 agosto 2015

Il castello di giovedì 20 agosto






PISTICCI (MT) – Castello normanno

Intorno all'anno 1000 i Normanni costituirono il feudo di Pisticci, posseduto in successione dai Sanseverino, dagli Spinelli, dagli Acquara e dai De Cardenas. Sempre nello stesso periodo, i Benedettini fondarono il cenobio di Santa Maria del Casale, poco distante dall'abitato, sui resti di un antico insediamento basiliano. Ubicato in posizione dominante nell’antico rione Terravecchia, il castello feudale di Pisticci fu edificato in epoca normanna, intorno al 1086, per ospitare la sede locale del Giustizierato, la sala udienza, il carcere, gli alloggi per i militari e per i nobili di passaggio. Si ha notizia, nell’XI secolo, della sua cessione da Roberto, conte normanno di Montescaglioso, ad Arnaldo, Vescovo di Tricarico. Oggi dell’antico maniero rimangono solo alcuni ambienti: la corte interna, le scuderie, qualche vano, ripostigli ed una torre quadrata di avvistamento. Nel 1931, per consentire la costruzione del serbatoio dell’acquedotto dell’Agri, furono demolite alcune parti essenziali, fra cui atrio e portone. Fu intorno al castello che si è gradualmente sviluppato il rione Terravecchia. Dopo la dominazione normanna fu sede della corte baronale della famiglia Sanseverino a partire dal 1097 che la mantenne per oltre cinque secoli, fino al 1553, anno in cui la Real Casa mise sotto sequestro la Terra di Pisticci per poi trasferirla alla famiglia Spinelli. Al castello si accedeva da un grande portale d’ingresso che immetteva in un atrio coperto e un’altra grande porta si apriva in un secondo atrio scoperto, da cui si poteva accedere nelle stanze, sul terrazzo ed alla torre, sotto la quale fu realizzata una grande cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Scendendo verso le cantine, vi era un pendio adibito a giardino, frutteto e a piccola vigna. L’edificio passò quindi a Francesco ed Egidio Cardenas, conti di Acerra. In seguito all’abolizione dei feudi il castello ed i suoi beni vennero incamerati dalla Real Casa di amministrazione e quindi venduti all’asta. L’attuale proprietario è la famiglia Plati

Fonti: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Basilicata/matera/provincia000.htm#pistickas, testo del Prof. Giuseppe Coniglio nella pubblicazione “I castelli di Basilicata” ideato e prodotto da Publiteam Edizioni (fine stampa 18 giugno 2014)

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://castelli.qviaggi.it/images/stories/jreviews/328_castellopisticci_1198607384.jpg

martedì 18 agosto 2015

Il castello di mercoledì 19 agosto






DUE CARRARE (PD) – Castello di San Pelagio (o Villa Zaborra)

Il Castello di San Pelagio ha origini medievali (circa 1340) che si notano nella splendida torre d’avvistamento appartenente al sistema difensivo dei Da Carrara che comprendeva più torri collegate tra loro da passaggi sotterranei lunghi fino a 1 Km. Oggi è visibile solo la Torre di San Pelagio, i cui passaggi sotterranei sono in parte allagati. Esauriti i compiti difensivi, nei secoli successivi il Castello venne trasformato in Villa Veneta e dal 1700 ha assunto l’aspetto che ancora oggi si ammira. A ridosso della torre, infatti, sono state aggiunte nel tempo le varie parti della villa: il corpo centrale e due barchesse. Dal 1680 fino al 1960, la villa è stata abitata dai Conti Zaborra, ai quali ancora oggi il castello appartiene. Nel 1918 l’edificio è stato sede dell’87ma squadriglia La Serenissima che capitanata da Gabriele d’Annunzio ha portato a termine il Volo su Vienna il 9 agosto 1918 partendo dal campo di volo del Castello di San Pelagio. Furono lanciati nel cielo di Vienna volantini con un messaggio che ancora colpisce: “…non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza…”. I ricordi di quei giorni fantastici e lontani, sono raccolti nell’antico maniero dove il poeta soggiornò ospite dei proprietari. I suoi appartamenti mantengono inalterato il fascino per il visitatore che, immerso nell’atmosfera di quell’impresa favolosa, percorre tappe di storia secolare vivendo emozioni sempre nuove. Nel 1976, il Complesso di San Pelagio danneggiato nelle sue strutture a seguito del terremoto del Friuli, venne restaurato dall’Architetto Alberto Avesani, marito dell’ultima Contessa Zaborra, e in parte trasformato in Museo di storia aeronautica e spaziale a ricordo del Volo su Vienna. Nel 1980 venne aperto al pubblico con la nuova destinazione d’uso a Museo del Volo, Parco e Ristorante. Oggi San Pelagio è annoverato tra le più interessanti Ville Venete del padovano immerso com’è nei suoi splendidi giardini con centinaia di rose profumatissime, antiche e inglesi, alberi secolari, passeggiate lungo il viale di carpini verso la pescheria e più in là, sul belvedere da dove la vista spazia verso i Colli Euganei. L’ala di sinistra, Barchessa, termine agricolo che, anticamente, indicava il luogo dove si tenevano il fieno e gli attrezzi agricoli, risale al 1793 ad opera di Paolo Zaborra, come si legge nell’iscrizione dell’arco di centro; l’ala di destra, adibita ad abitazione dei proprietari e dei custodi è la parte più antica. Tra le due ali vi è il giardino di rappresentanza con, al centro, la vasca delle ninfee. Dietro l’ala di destra si trova il giardino segreto; a sud il brolo, il parco con i labirinti, la montagnola con la ghiacciaia e la peschiera. Dalla strada comunale si vede la facciata principale, rimaneggiata alla fine del 1700. Il corpo centrale è ornato da un elegante portale d’accesso con colonne in mattoni e statue, e da due torrioni laterali. Al centro, sotto il balcone, si trova la scritta:”Roberto Zabborra quod has aedes in meliorem faciem sua pec. restituerit amplificaverit Paulus Zabborra viro op. benemer. lap. mem. causa P.C.A.D. MDCCLXXV”. Ai lati si possono ammirare due targhe in marmo che ricordano il Volo su Vienna compiuto dal poeta Gabriele d’Annunzio e dai piloti della Serenissima. Il torrione di destra, il cui uso è sempre stato agricolo, presenta un grande portone sul quale compare la scritta “Amicis Pandana”, mentre il torrione di sinistra, il cui alto portale immette direttamente nel salone da ballo, oggi Sala delle Mongolfiere, porta la scritta: “Foris Canes”. Alcune sale del castello mostrano tracce di affreschi. In tutte aleggiano le presenze dei personaggi che hanno fatto la storia del volo e quella del progresso umano. Inaugurato il 20 settembre 1980, Il Museo dell'Aria e dello Spazio è situato all'interno del complesso. Oltre alla presenza di diversi velivoli esposti e di modelli in scala, particolare attenzione viene data alla cura della ricostruzione scenografica della cucina e della sala dove si pianificò il Volo su Vienna, descritto in precedenza. La parte espositiva è divisa in due sezioni:
  • esterna, con i velivoli ed i sistemi bellici esposti come gate guardian all'esterno e nel giardino interno della villa
  • interna, con 38 tra sale e salette espositive dedicate all'evoluzione del volo umano dalla mongolfiera allo Space Shuttle.
Il 17 maggio 2013 uno dei pezzi più prestigiosi della collezione, il Grumman HU-16° Albatross 15-14 (MM51-7253 già MSN G344, idrovolante da soccorso aereo) è stato demolito, dopo essere stato trasferito all'associazione Fly Albatross di Ravenna nata con lo scopo di preservarlo. Due sono i labirinti nei giardini del Castello di San Pelagio. Il primo è il labirinto del Minotauro che racchiude in sé sia la tradizione della villa veneta, che vuole nei suoi giardini appunto un labirinto di siepi, sia il tema del volo rappresentato dal mito di Icaro che, rinchiuso nel labirinto di Cnosso, costruito da suo padre Dedalo, tenta la fuga con ali posticce di piume e cera. Icaro cade nell’Egeo, ma rimane ad oggi il simbolo dell’uomo che sogna di alzarsi in volo. Questo labirinto ha un’estensione di 1.200 mq ed è composto da più di 1.000 piante di Leylandi alte quasi 3 metri. Attenzione a perdervi all’interno, ma più ancora quando riuscirete a guadagnare il centro: troverete infatti ad attendervi un gigantesco minotauro alquanto affamato! Il secondo è il labirinto del "Forse che sì forse che no", più piccolo e più giovane, ed è dedicato al D’Annunzio. Questo labirinto è univiario, composto quindi di un unico percorso che conduce ad un centro disseminato di specchi, per richiamare il concetto di “doppio” dannunziano. Per i bambini, invece, questo secondo labirinto conduce alla fata del sambuco, un albero dalle proprietà magiche piantato proprio al centro del labirinto. Alcuni anni fa un gruppo di ricercatori del paranormale ha ispezionato il castello ed effettuato rilevazioni. Quattro foto, in particolare, sembrano aver captato e riprodotto qualcosa. In due di esse, in particolare, realizzate nel giardino di rappresentanza del castello si scorgerebbe una figura maschile, abbastanza anziana: in un caso si potrebbe parlare di un cavaliere con folta capigliatura e baffi, nell’altro caso il volto sarebbe identico ad un ritratto presente all’interno del castello. In altre due immagini, invece, sarebbe impressa la fisionomia di un bambino: in un caso la figura, accanto alla panchina in un viale, non appare limpida. Nell’altra, invece, sarebbe abbastanza evidente il mezzo busto del bimbo (lo stesso?) completo persino di grembiule, come quelli usati un tempo nelle scuole. Oltre a queste immagini più chiare, se ne aggiungono altre più amorfe e si aggiunge anche un’ampia gamma di rumori registrati: come vocalizzi, respiri e spostamenti di oggetti. Per approfondire Vi invito a visitare il sito ufficiale del castello (www.castellodisanpelagio.it) e quello ufficiale del museo (www.museodellaria.it)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell'aria_e_dello_spazio, http://www.abano.it/Territorio/castello-pelagio.aspx, http://www.comune.duecarrare.pd.it/it/Informazioni/Storia/Itinerario.html, scheda del Dr Andrea Orlando su http://www.icastelli.it/castle-1317305712-castello_di_san_pelagio-it.php, http://www.padovaoggi.it/cronaca/fantasmi-castello-san-pelagio-ricerche-orizzonti-paranormali-2012.html

lunedì 17 agosto 2015

Il castello di martedì 18 agosto





SAN COLOMBANO AL LAMBRO (MI) – Castello Belgioioso

Inserito all’interno di un sistema a difesa del fiume Lambro, presenta una particolare conformazione a recinto. Di origine longobarda, fu distrutto e riedificato da Federico Barbarossa ed in seguito ampliato dai Visconti. I possedimenti e il castello furono donati dal monarca al conte Ludovico Belgioioso; rimasero proprietà della casata, con alterne vicende, sino alla prima metà del XX secolo. L'antico borgo agricolo di San Colombano sorse ai piedi dell'omonimo sistema collinare che si eleva inaspettato tra la pianura lodigiana e la bassa pavese a testimonianza del ritirarsi del mare dalla pianura padana nel Pliocene ed oggi ricco di dolci e suggestivi vigneti nei quali si produce l'unico vino doc della provincia di Milano. Il piccolo borgo si dispone intorno al Castello che prese il nome dall'ipotetico soggiorno del monaco irlandese che nel 595 fondò il monastero di Bobbio e che secondo la tradizione insegnò agli abitanti la coltivazione della vite che da allora è diventata regina delle colline segnandone cultura e storia. Pare che le origini del castello di San Colombano si possano far risalire proprio al VI secolo, contemporaneamente al grande monastero di Bobbio. Comunque sia, è fuori dubbio che il castello esistesse nel X secolo, sia a garanzia della vicina capitale di Pavia e residenza reale di Corte Olona, sia per la necessità di quei tempi di lotte feudali, sia per le invasioni ungariche, ed il conseguente decreto del Re Berengario, per la difesa e fortificazione di tutte le città, borghi, luoghi, cascinali, monasteri, ecc.; sia, infine, per l’espressa affermazione del testamento di Ariberto del 1034, dove si parla di castris, edificiis, ecc., in Gaifaniana, Sancto Columbano, Miradolo, ecc., e più sotto di edifici esistenti tam in ipsis castris quam et foris (tanto dentro quanto fuori di essi castelli). Allo stesso modo è certo che esso appartenesse dall’800 circa al 1000 al contado (Comitatus) di Lodi, come appare anche dai documenti del 1034 e 1299. Si può sicuramente affermare che l’attuale impianto, sia pure considerato come solo tracciato, sia opera di Federico Barbarossa. Questi, durante la sua seconda calata in Italia, distrusse il castello di San Colombano (come del resto la maggior parte di quelli esistenti in Lombardia); ma nel 1164, riconosciuta l’importanza che il luogo ricopriva nel territorio per la sua particolare conformazione morfologica e per la posizione intermedia nella direttiva viaria Milano-Piacenza, decise di riedificarlo, per utilità del suo impero e vi aggiunse, per utile personale, una grande borgata denominata "Magnum suburbium" , munita di mura merlate, terraggio e fossa esterna. Si devono pure al Barbarossa le grandiose dimensioni del castello, la perfetta regolarità simmetrica e l’ampiezza delle strade del borgo (situazione anomala nelle tipologie in uso a quei tempi); la costruzione, nel ricetto ad ovest, del "Magnum palacium" o "Grande Palazzo" (di cui sono ancora visibili le fondazioni), adibito a residenza imperiale; la costruzione, nel ricetto ad oriente, del Palazzo dei Vicarj e Rettori della terra di San Colombano, ossia l’autorità comunale politica ed ecclesiastica del borgo. Si suppone che a dirigere i lavori di ricostruzione del "castrum" sia stato Tito Muzio Gatta, architetto cremonese al seguito del Barbarossa, che qualche anno prima aveva delineato le mura della nuova Lodi. Le trasformazioni cominciarono nel 1370 per volere di Galeazzo II e furono inerenti sia al castello che al borgo. Gli inserimenti più importanti furono i rivellini, posti sia negli ingressi al ricetto (Torre d’ingresso e Castellana) che alla rocca (Torre d’ingresso e Torre Mirabella); vennero quindi trasformati i caratteri stilistici e gli elementi compositivi della fortezza. Le mura esterne, su tutto il perimetro, vennero integralmente rivestite di nuovi mattoni, il che conferisce una certa omogeneità all’intero impianto castellano. Nel centro della rocca venne innalzata una torre o mastio con il duplice scopo di immagazzinare munizioni e viveri e anche di estrema difesa del castellano nell’evenienza che il castello e la guarnigione, cedendo all’attacco nemico, lo costringessero a rifugiarsi in posizioni sempre più arretrate. Dal "maschio" si aveva la possibilità, tramite vie sotterranee, di portarsi al di fuori della rocca, a sud, in corrispondenza del rivellino, e da questo collegarsi ad almeno due delle torri agli angoli della rocca .
Per quanto riguarda il borgo, venne ampliato a seguito della donazione di Galeazzo II del 1373 alla consorte Bianca di Savoia, la quale dotò il Comune degli speciali Statuti. Da questo documento appare evidente la volontà di favorire lo sviluppo del borgo, anche ad opera dei privati, favorendo loro l’acquisto, a prezzi convenzionati, dei materiali da costruzione, escluso il legname che veniva fornito gratuitamente; agevolazioni fornite allo scopo di raggiungere in breve tempo il fine preposto. L’ampliamento del borgo seguì la regolare distribuzione degli isolati e l’ampiezza delle vie interne, che caratterizzavano la preesistente impostazione del Barbarossa. Tutto il borgo venne dotato di mura merlate con fossato e terraggio interno, ed in corrispondenza degli ingressi le porte vennero ulteriormente protette da saracinesche. Gli anni intorno al 1353 videro un lungo soggiorno del Petrarca che in una lettera decanta le terre e i castelli del luogo: il soggiorno del poeta, ospite di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, è ricordato da una lapide sulla torre quattrocentesca. Nel 1396 il castello fu assegnato da Gian Galeazzo Visconti alla Certosa di Pavia che lo tenne fino alla sua soppressione nel 1782. La fortificazione diventò in seguito dimora dei Barbiano Belgioioso che compirono diversi interventi di restauro. Il castello fu poi acquistato dalla parrocchia e molte delle sue parti furono demolite: rimane oggigiorno la torre merlata quattrocentesca e la torre ovest, detta castellana, con parte della cinta difensiva fatta costruire dal Barbarossa che include il parco e la villa Belgioioso. Il castello di San Colombano nasce essenzialmente dall’accoppiamento di una rocca ed un ricetto; più precisamente si tratta di un castello-recinto posto su due corti diverse, delle quali la più alta a destinazione militare e la più bassa a destinazione civile, in particolare con funzione di ammasso di riserve agricole (ricetto). I tratti di mura situati sui lati maggiori del castello sono posti a mezza costa del colle; il tracciato non è rettilineo, ma scandito da torri sporgenti all’esterno. Su tali lati le cortine sono alte, a differenza dei tratti corti (nord e sud) dove la comune presenza del fossato e, tra le torri d’ingresso e quella de’ Gnocchi anche del terraggio, non richiese identica soluzione; anche le mura che dividevano il ricetto dalla rocca erano alte a dimostrazione del significato di ridotto militare di quest’ultima. La configurazione del tracciato è tipica del castello-recinto nella parte bassa, ben presto trasformato in vero ricetto con la presenza continua di capanni in legno e muratura per le scorte alimentari, oltre alla "canepa"sotto la Torre de’ Gnocchi. La rocca di pianta trapezoidale dimostra ancor oggi la sua antica potenza, dovuta innanzitutto alla posizione privilegiata della quota, con il pendio circostante che ne attenua la vulnerabilità, oltreché la considerazione nella quale era tenuta nei tempi passati. Inoltre va considerato che, mentre agli inizi del XV secolo molti fortilizi vennero adattati alle nuove tecniche militari (apparato a sporgere, ecc.), situazione riscontrabile nella Torre d’ingresso e Castellana del ricetto, non si ritenne opportuno intervenire in tal senso anche alla rocca; il motivo di questa mancata trasformazione è da ritenersi sia stata la già sufficiente condizione di sicurezza della rocca. Un’altra caratteristica sono le 18 torri di cui il castello era inizialmente munito e che risolvevano appieno gli scopi che l’architettura castellana aveva loro assegnato. La torre de’ Gnocchi costituisce il nucleo più antico del castello. Le torri, come le cortine, si presentano con merlature ghibelline e base scarpata, la cui intersezione è sottolineata dal redondone che, seguendo parallelamente il naturale ascendere del terreno, riesce ad imprimere una nota esornativa a tutto l’impianto. Il castello di San Colombano era dotato di passaggi sotterranei, intesi come vani disponibili, e di passaggi. Questi ultimi, presenti esclusivamente nella parte bassa del castello, erano situati sia in corrispondenza delle case del ricetto ad est destinati a cantina, sia nella zona ovest. Esistevano infatti, come oggi del resto, la serie di locali con volte a crociera che definivano l’area del grande palazzo del ricetto, edificato dal Barbarossa, e quelli in corrispondenza delle due torri de’ Gnocchi e Castellana, tra i quali si distingue per importanza architettonica il "cantinone" o "canepa", ambiente tipico dell’architettura gotica profana lombarda, che presenta analogie con la "sala di giustizia" della rocca di Angera ed alcune navate mediane di chiese cistercensi. In quanto ai percorsi sotterranei, che dovevano essere numerosi e comunicanti le varie parti del castello, va ricordato che la gran parte furono distrutti, riempiti o murati in epoca certosina, al fine di rendere il castello privo di qualsiasi interesse militare difensivo. L’utilizzo del fossato invaso d’acqua, nel primitivo sistema difensivo, non ebbe largo sviluppo; motivo di questo scarso utilizzo furono le difficoltà di mantenere un costante livello d’acqua e la già sufficiente sicurezza assicurata del fossato asciutto. Nel castello di San Colombano erano presenti entrambi i tipi: la rocca era dotata, sia verso il ricetto a nord che verso la collina a sud di fossato asciutto, con ponti levatoi ulteriormente protetti da rivellini; attorno alle mura del ricetto, invece, sorgeva un fossato: esso riceveva le acque dai due colatori discendenti dalle valli laterali ed era costantemente alimentato. Di questo fossato è attualmente visibile solo il perimetro del tratto verso il borgo, dato che il fossato vero e proprio fu colmato nel 1585. Per approfondire suggerisco i seguenti link: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_San_Colombano, http://www.visitasancolombano.com/foto/ (varie immagini…), http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_SanColombanoLambro.htm, http://www.comune.sancolombanoallambro.mi.it/tutto-citta/storia/.

Fonti: http://castelli.qviaggi.it/italia/lombardia/castello-belgioioso-di-san-colombano/, scheda del Dr Francesco Cimino su http://www.icastelli.it/castle-1272474060-castello_di_san_colombano_al_lambro-it.php

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è di Solaxart2013 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_SanColombanoLambro.htm