lunedì 31 marzo 2014

Il castello di lunedì 31 marzo






SAN COSTANZO (PU) - Castello Malatesta

Nel V-IV secolo a.C. San Costanzo era un pagus o vicus, un villaggio di campagna dove agricoltura e pastorizia formavano la maggiore occupazione; vista però la posizione strategica ai confini della Gallia cisalpina è assai probabile che vi fossero stanziate guarnigioni romane, incaricate del controllo di questa zona cuscinetto. La cittadina conserva i resti di tre importanti cinte murarie. Le prime fortificazioni furono erette intorno al VI secolo d.C., a completamento di una posizione geografica militarmente favorevole, in un periodo che potremmo collocare dopo la devastante guerra gotico-bizantina e prima della venuta in Italia dei Longobardi. Molte genti delle zone costiere andavano ad accrescere i primi insediamenti collinari, che offrivano una maggiore possibilità di difesa dalle continue invasioni barbariche. Nel 1283 (Codex Diplomaticus Dominii Temporalis S. Sedis) San Costanzo era uno dei castelli che formavano il Comitato di Fano, le fonti del periodo sono tuttavia mute quanto ad informazioni sulla costruzione e conformazione della cinta muraria. Con i Malatesta gli interventi a favore delle mura si fecero frequenti e finalmente suffragati da riscontri di archivio. Nel 1349 il castello venne riparato sotto la supervisione del capitano Cello di Chompangniuccio per i danni subiti durante un incendio demmo e paghammo a Cello di Chompangniuccio di XXII d'aghosto perché fue mandato a Sanghostanzo per chapitano quando il chastello arse per fallo chonciare... libre XV (SASFa, ASC, Depositaria, reg.6, c.87r), circostanza da ricondursi comunque ad eventi non bellici visto che San Costanzo, in quell'anno, non fu coinvolto in alcuna azione militare. Nel 1429 Galeotto Roberto Malatesta, responsabile amministrativo per conto dei più giovani fratelli, in linea con una deliberazione del Consiglio generale di Fano del 17 dicembre, acconsentì alla ristrutturazione delle mura diroccate del castello, che avevano risentito delle frequenti ribellioni e conseguenti riconquiste dal 1410 al 1416. I lavori del 1429 furono certamente fra i più importanti e, molto probabilmente, delinearono l'assetto definitivo con struttura scarpata del perimetro che, pur con innumerevoli rimaneggiamenti, è giunto fino a noi. In tale occasione venne costruita una magnifica torre, da utilizzare contro la temuta invasione dei milanesi Visconti. Si è ipotizzato un intervento, nella fortificazione delle mura di San Costanzo, da parte dell'architetto Francesco di Giorgio Martini. L'intervento del famoso architetto militare, al servizio della corte feltresca, verrebbe a collocarsi durante la signoria di Giovanni Della Rovere che, nel 1474, fu infeudato dallo zio Sisto IV della Città di Senigallia con relativo contado e del vicariato di Mondavio che includeva anche il castello di San Costanzo. Tuttavia l'ipotesi di un diretto coinvolgimento di Francesco di Giorgio Martini relativamente alle mura di San Costanzo, peraltro non confortata da nessuna fonte storica, deve essere criticamente rivista. Alcuni preziosi documenti, rinvenuti nell'archivio vescovile di Fano hanno permesso di stabilire con certezza che il complesso torre-chiesa venne edificato solo a partire dal 1570, circa settanta anni dopo la morte dell'architetto senese. Nella concezione antropomorfa martiniana verrebbe quindi a mancare un elemento fondamentale che, al tempo dell'ipotizzato intervento, non era ancora in essere. Tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, nel settore meridionale della cinta muraria, quello prospiciente l'attuale piazza Perticari, venne costruito il palazzo del Pubblico o palazzo della Comunità dove prese stabile residenza il Podestà. Da alcune missive, conservate nell'archivio parrocchiale di San Costanzo, sappiamo che nell'anno 1899 i torrioni e gran parte delle mura conservavano intatta la loro forma primitiva. Nella prima metà del ventesimo secolo, la quasi totalità della cinta muraria compreso il torrione nord-orientale, quello sud-occidentale (Torrione Tomani) e la porta settentrionale del castello, hanno subito dei radicali e sconsiderati interventi che hanno completamente alterato l'architettura e la funzione originaria della struttura. È stato invece risparmiato il torrione nord-occidentale ed un piccolo tratto di mura adiacenti. Le mura di San Costanzo hanno una pianta irregolare e tre torri cilindriche ed una imponente Torre civica di oltre quaranta metri di altezza. Due delle torri si affacciano sul Metauro e sono il classico esempio di difesa della porta del castello, che si trova proprio in mezzo a queste (una torre è privata, le due verso il fiume sono visitabili). La Torre Nord permette di vedere un panorama straordinario, dalla Gola del Furlo al Monte Carpegna. Nella Torre Sud si accede attraverso una scala elicoidale, che collega le mura alla sottostante piazza della Vittoria. All'interno dell'antico bastione scarpato che sorge all'ingresso del castello fu ricavato nel corso del sec. XVIII il piccolo Teatro della Concordia dove furono rappresentate in anteprima le tragedia del Monti. Altri link consigliati: http://castelli.qviaggi.it/italia/marche/torrione-di-san-costanzo/


Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.unionevalcesano.pu.it/index.php?id=12667, http://www.turismo.pesarourbino.it/elenco/comuni/san-costanzo.html


Foto: da http://www.prolocofano.it/vg_fanoedintorni_sancostanzo.asp mentre la seconda è una cartolina postale

sabato 29 marzo 2014

Il castello di domenica 30 marzo






CERVARA DI ROMA (RM) – Rocca Colonna

La storia della Rocca, collocata a ridosso di uno sperone roccioso e che domina la valle dell’Aniene dai suoi oltre 1000 metri di altitudine, per quanto di antica fondazione, è piuttosto breve e travagliata. Quel che è certo è che Cervara nell’XI secolo era una fortezza nelle mani dei Benedettini e ad essi rimase, tra alterne vicende, fino alla seconda metà del XVIII secolo. Una testimonianza certa si riscontra nella lapide fatta apporre nel chiostro di Santa Scolastica dall’Abate Umberto, inviato da Leone IX a reggere con la massima cura il Monastero di Subiaco. In essa Cervara veniva inclusa fra i possedimenti del Monastero Benedettino fin dal 1051 nei quali restò ininterrottamente, salvo brevi interruzioni (1064, 1273-76, 1403). Nel picco più alto e inaccessibile del Monte venne costruita, nella prima metà dell’XI secolo, la Fortezza a difesa dai Saraceni, ed il paese venne designato Rocca Cervaria nell’atto col quale Papa Pasquale II riconfermava il possedimento dei beni al Monastero. Nel 1273 il monaco amministratore di Santa Scolastica, Pelagio (che aveva tentato inutilmente di farsi eleggere Abate del Sublacense), e Bartolomeo da Jenne approfittarono della morte dell’abate per occupare Cervara e la fortezza. Circondantosi di uomini senza scrupoli, Pelagio dominò il Feudo per tre anni, saccheggiando e devastando castelli e campagne. Nel 1276, l’esercito pontificio sotto la guida di Guglielmo di Borgogna, inviato da Innocenzo V con un’armata contro il ribelle, riuscì a recuperare il pieno controllo di Cervara, dopo due lunghi mesi di assedio. Nel 1511 il papa Giulio II si ammalò gravemente e si ritenne imminente la sua morte. Prese forma un moto popolare e, con Antimo Savelli, Roberto Orsini e Giorgio Cesarini, Pompeo Colonna (più uomo d’arme e politico che uomo di chiesa) si pose alla testa dei malcontenti che serpeggiavano a Roma e, investendosi del ruolo di rappresentante della libertà romana, tenta la restaurazione della Repubblica Romana. Fallito il tentativo, Pompeo Colonna si salvò dal furore di Papa Giulio II, ripresosi dalla malattia, richiudendosi nella Rocca di Cervara, rimanendovi fino alla morte del Papa, restaurandola e fortificandola. Posto al confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, dal XVI secolo a oggi, il paese - che si era dato un primo statuto nel 1536 - fu nuovamente teatro di violenze e gravemente minacciato quando i briganti di Marco Sciarra distrussero il vicino paese di Prugna nel 1592. L’attività del brigante più noto dell’Abruzzo si colloca durante la dominazione spagnola, verso la fine del XVI secolo, e fu alla testa di una milizia popolare di briganti, che raggiunse il numero di 800 unità. Dopo questi avvenimenti la fortezza andò con il tempo decadendo finchè Pio VI ne tentò il restauro, ma fu distolto dagli architetti e da Giuseppe Catani considerate le enormi spese. I resti della Rocca, detta Corte, dominano ancora oggi il paese che si è sviluppato intorno ad essa e che ha conservato intatto l’aspetto medioevale. Dai primi anni dell’800, Cervara di Roma divenne meta di artisti. Dagli inizi degli Anni ’80 il maestro Bianchi, titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, ha voluto tradurre in pratica la definizione del grande poeta Raphael Alberti, che da queste parti soggiornò e parlò di Cervara come di una “scultura nella roccia” ; infatti sono sorte dalla sua pietra bianca una serie di figure, simboli di pace e fratellanza, insieme a grandi tavole che recano poesie e murales.Tutte queste opere si rincorrono in un susseguirsi di vicoli, archi, scalinate, piazze, dove l’accesso delle automobili è impossibile e il panorama circostante si fonde in armonia con le vivaci espressioni d’arte. Per approfondire consiglio il seguente link: http://www.tibursuperbum.it/ita/escursioni/cervara/CastelloCervara.htm
Fonti: http://www.borghiautenticiditalia.it/bai/comune-di-cervara-di-roma-rm/, http://www.tesoridellazio.it, articolo di Simonetti e Caciotti su https://mbasic.facebook.com/Cervaradiromacitta/photos/a.341812366672.158641.341110006672/10150601649956673/?type=1&source=46&_rdr, http://www.cmaniene.it/comuni/cervara-di-roma/
Foto: da http://www.cmaniene.it/comuni/cervara-di-roma/ e di Adriano Di Benedetto su http://rete.comuni-italiani.it

venerdì 28 marzo 2014

Il castello di sabato 29 marzo






SULBIATE (MB) – Castello Lampugnani Cremonesi

Nel corso dei XV secolo il villaggio di Sulbiate era per gran parte di proprietà della famiglia Foppa, che era presente nei luogo da oltre cento anni. Ma la prima metà del '500 vide il declino economico di questa famiglia, che fu costretta a vendere i fondi a vantaggio della nuova borghesia, in questo caso rappresentata da Paolo Lampugnani. Costui era un mercante milanese di oro ed argento e già nel 1449 era in buoni rapporti con alcune importanti famiglie della zona sulbiatese. In pochi anni divenne padrone di più della metà delle terre del villaggio e, nel 1452, ottenne dal duca Francesco Sforza il privilegio di costruirvi un castello, completato nel 1455. La costruzione originale era molto semplice, di pianta quadrangolare, interamente circondata da un fossato, aveva un solo ingresso, con ponte levatoio, aperto nella facciata ovest. Il ponte mobile, manovrato grazie a un massiccio trave di legno incernierato nella fenditura centrale, esisteva ancora nel XVII secolo. Pochi anni dopo, alla morte di Paolo Lampugnani, tutti i beni passarono alla figlia Susanna, che sposando un altro Lampugnani, Prospero, fece in modo che il castello rimanesse nelle mani del casato milanese. Nel 1481 vennero ultimati gli interni del fortilizio previo il consenso dell'autorità ducale, nonostante i rapporti tra Lampugnani e Sforza non fossero stati sempre di stima e cordialità. Nel 1476, infatti, una congiura organizzata da Giovanni Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti portò alla morte del duca Galeazzo Maria Sforza. Naturalmente i congiurati pagarono con la vita il loro gesto, ma anche i loro casati dovettero subirne le conseguenze. E così venne mozzata “per ignominia” una delle due torri angolari del castello di Sulbiate, quella del lato sud-est oggi alta 16 metri, e molto probabilmente ci fu anche qualche confisca di beni. Tuttavia il castello rimase nelle mani di Prospero e Susanna Lampugnani e, quando la figlia Chiara nel 1486 sposò Niccolò Arcimboldi, tutte le proprietà terriere e immobiliari di Sulbiate, valutate oltre sedicimila lire, passarono a quest'altra famiglia, originaria di Parma. Nel 1524 Chiara Lampugnani, vedova già dal 1513, stabilì nel testamento un vincolo su tutti i beni immobili di Sulbiate, che perciò non poterono essere venduti e neppure obbligati dai suoi tre figli. Gli Arcimboldi ne rimasero così proprietari fino al 1727, anno in cui si spense Guidantonio, ultimo rappresentante della famiglia, che nominò erede universale il Luogo Pio della Stella di Milano. Da qui le proprietà passarono verso il 1854 ai Rocchi, famiglia arricchitasi grazie al commercio della seta. La fortuna della famiglia si incrementò poi anche grazie a matrimoni estremamente convenienti come quello tra Cesare e la contessa Teresa Cocastelli, marchesa di Montiglio. In seguito, peró, il tenore di vita troppo alto, provocó un declino irreversibile dei Rocchi, che furono costretti a vendere tutti i possedimenti all'asta. Furono acquistati nel 1905 dal notaio Giulio Cesare Cremonesi, ereditati poi dal figlio Carlo che fu sindaco di Sulbiate per numerosi anni. Nel 1985 il castello passò alla moglie e ai figli. E’ un maniero tutto da scoprire: sale e cortili di suggestiva atmosfera, decorazioni di trofei cavallereschi, soffitti a volta, resti affrescati di capitelli, archi e festoni floreali di fine Cinquecento, il nobile colonnato che si affaccia sul cortile maggiore, i pavimenti originali. L’edificio, situato a sud di Sulbiate al limite dell'area edificata, è caratterizzato da un rivestimento in mattoni a vista. Ha caratteristiche neo-gotiche e presenta forme articolate. La copertura evidenzia questo gioco di volumi ed è costituita da un manto in tegole a coppo in laterizio. Il fronte ovest conserva tracce dell'antica presenza del ponte levatoio. A destra dell’ingresso, nel massiccio muro erano anticamente aperte solo delle feritoie. Nel corso dei secoli sono state aperte alcune finestrelle quadrate disposte su due piani. In alto, quasi al sottogronda, si aprono altre finestrelle ad arco. L’interno è suddiviso in due cortili comunicanti, il primo, più piccolo, subito dopo l’ingresso, e il secondo, più ampio. La sala del camino è un ampio salone caratterizzato da un bellissimo camino in marmo e dal soffitto voltato a doppio ombrello. Il soffitto anticamente era decorato ma fu rovinato tra il 1846 e il 1847 allorchè “venne incivilito un salotto a tramontana e ridotto a salettino una parte della strada coperta ed altra parte ridotta a uso dispensa”. E proprio in questi salottini ovoidali, ai lati del camino, ricavati nell’antico corridoio difensivo, si ammira parte della primitiva decorazione geometrico-ornamentale “a calce” di vivace colore. Un grande specchio con decori intarsiati e la particolare pavimentazione impreziosiscono l’atmosfera rendendola ancora più suggestiva. Da questa sala si accede alla Sala degli Stemmi. Le lunette del soffitto sono decorate da motivi allegorici rossi su fondo giallo tra cui spiccano quattro stemmi, due dei Lampugnani, uno del ducato di Milano, uno dei Rocchi. Anche in questa sala è presente un camino, sopra il quale risalta un affresco del XV secolo in cui è ben leggibile un motto latino riferibile all’alterna fortuna dei Lampugnani. Sia la sala del camino, sia quella degli stemmi, si affacciano sul cortile maggiore. La saletta degli affreschi è piccola e quasi nascosta, un piccolo gioiello interamente affrescato, che merita di essere visitata. Sia dal caratteristico cortiletto di sassi e mattoni, sia dal porticato del cortile maggiore, si può accedere all’antica armeria dove venivano accolte carrozze e cavalli. Il Castello Lampugnani Cremonesi è attualmente sede di eventi, cerimonie e rinfreschi ed aperto al pubblico solo in occasione dell’annuale giornata di Ville Aperte in Brianza e di altri eventi pubblici. Ecco il suo sito ufficiale: http://www.castellodisulbiate.it/




Il castello di venerdì 28 marzo






PERETO (AQ) - Castello Colonna

Fu edificato nella forma attuale da Federico II di Svevia che per le dimore strategiche e panoramiche aveva un debole. Fu così che nel XIII secolo furono edificate le alte torri e la cinta muraria. Posto a guardia della frontiera del Regno di Napoli con gli Stati della Chiesa di Roma, questa tipica fortezza normanna divenne sede della giurisdizione feudale della zona. Facendo un passo indietro, è da ritenersi che quando il protoconte Berardo, nella prima metà del X secolo, fece erigere dai Peretani la prima torre, questa altro non fosse che un semplice ed embrionale apprestamento difensivo a tutela dei domini. Quando il conte Rainaldo, dopo la prima metà dell'XI secolo, decise di andare ad abitare a Pereto, che era l'insediamento più popoloso ed in posizione centrale rispetto ai suoi domini (Oricola, Rocca Incamerata e Fossaceca), allora la costruzione meritò la più adeguata qualificazione di castello o, come viene chiamata dal volgo, di corte. Purtroppo, la partenza di Rainaldo per la crociata in Terrasanta, la sua morte e la successiva decisione della vedova Algegrima di risiedere in Oricola, a seguito degli attriti sorti con il conte dei Marsi in ordine all'eredità del marito, privarono il castello di una presenza viva, importante e nobile, riducendolo ad essere presidiato solo da armati posti alle dipendenze del castellano, ma investendolo della missione di proteggere la popolazione inerme ed i loro beni durante le invasioni, le razzie ed i passaggi di eserciti nemici lungo la via Valeria. Certamente per la sua posizione strategica (centrale rispetto alle altre torri di vedetta, ideale per il controllo delle vie secondarie di accesso al Regno e vicina all'insediamento umano più popoloso) il castello dovette essere uno dei primi costruiti nel territorio carseolano. Solo in un secondo momento, quando i conti dei Marsi vollero infittire e rendere efficiente la trama di una rete difensiva, sorsero gli altri capisaldi militari a Celle e ad Oricola. Oricola in special modo divenne, dai Normanni in poi, la vedetta più avanzata, incaricata di vigilare, osservare e trasmettere i segnali a Celle e a Pereto. Ciò appare confermato dal fatto che, come risulta da un anonimo manoscritto antico, il castellano di Oricola doveva fare al presidio di Pereto i seguenti segnali: un fuoco davanti ad una finestra se il nemico transitava nella valle dell'Aniene; due fuochi davanti a due finestre se il nemico era nei pressi di Arsoli e non arrivava a 200 uomini; tre fuochi davanti a tre finestre se il nemico si dirigeva con tutto il campo verso la pianura carseolana. In quest'ultimo caso si dovevano mandare nunzi a cavallo a Pereto che ne porgessero certo ragguaglio. Da Pereto poi partivano altri nunzi con cavalli freschi per notiziare Tagliacozzo. Da Celle, invece, si continuava a fare e trasmettere segnali di fuoco alle vedette arretrate. Nel frattempo tutta la popolazione doveva raccogliere le proprie cose e rifugiarsi nelle fortificazioni. L'elemento architettonico più antico del castello di Pereto fu senz'altro il mastio, ricostruito su un basamento forse di origine longobarda, che - pur in seguito a successive elaborazioni - rimase sempre la torre più massiccia e più alta dell'intero complesso difensivo. Esso rappresentò il baluardo estremo, il simbolo della forza e della resistenza e la sua conquista significava il decisivo possesso dell'intero fortilizio, il definitivo assoggettamento al nemico e la perdita della liberta e dei beni. Era suddiviso in cinque piani sovrapposti, che comunicavano tra loro per mezzo di una scala a chiocciola (quelle superiori) e per mezzo di botole incolonnate (quelle inferiori). La disposizione in linea di massima dovette essere quella che vede ai piani inferiori il corpo di guardia, i magazzini e le prigioni; al primo piano nobile la sala di giustizia dove ancora oggi si vedono pitture murarie, di cui una rappresenta una immagine di S. Maria in Cellis; al secondo ed al terzo piano la residenza del signore, costituita da due stanze che servivano di abitazione per tutta la famiglia e da un piccolo oratorio; all'ultimo livello, probabilmente costruito in legno, vi era un locale per la precipua funzione del mastio, come torre di vedetta e di difesa. Ha pianta quadrata, con lati di m. 11,70, spessore delle mura di m. 2,50 ed altezza di m. 27. Costruttivamente si presenta realizzato con grossi blocchi di pietra perfettamente squadrati e connessi, di dimensioni molto grandi nella zona inferiore e di media grandezza nella rimanente parte superiore. Questo tipo di muratura isodoma e stata fatta risalire da insigni studiosi (L. Martella e A. M. Medin: Sistemi fortificati dell'Aquilano) al X secolo d.c.. I lati nord ed est, i più esposti all'attacco nemico, nella prima edificazione non avevano finestre; tale fatto è una caratteristica dei castelli anteriori all'epoca comunale. Fa eccezione sulla parete est una apertura, situata a 20 metri circa dal suolo, che serviva per accedere dal camminamento di ronda nel mastio. I lati sud ed ovest, i meglio esposti al sole ed i meno accessibili, presentano finestre che servivano per l'aria e la luce e per trasmettere i segnali nelle direzioni prestabilite. Nei profondi vani di queste finestre vi sono dei sedili di pietra. Molto interessante appare il sistema delle tre canne fumarie che servono tre camini utilizzati sia per il riscaldamento sia per le segnalazioni e sia per portare ad ebollizione i liquidi da gettare sugli assalitori. Sulla parete nord, ad una altezza di circa 4 metri rispetto al piano di calpestìo della corte interna ed in conformità della sistematica propria delle torri di avvistamento isolate, si apriva l'ingresso (le due porte di accesso al piano terra ed allo scantinato sono state realizzate in epoca posteriore a quella della costruzione). L'ingresso rettangolare in origine dovette essere sormontato da un architrave monolitico arricchito da due mensolette laterali, direttamente ricavate nei due blocchi costituenti le imposte (la qual cosa costituisce motivo decorativo tipico dell'area marsicani). Inferiormente, ai lati della soglia, comparivano due beccatelli aggettanti a duplice ordine, che avevano la funzione di sorreggere la scala quando questa veniva ritirata dagli occupanti la torre. Quando furono costruite le altre due torri e le cortine di raccordo, probabilmente sotto i De Ponti, particolare cura fu riservata alla costruzione degli ingressi, notoriamente la parte più debole di ogni complesso difensivo. La cortina sud-ovest (m. 23 di lunghezza, m. 15 di altezza e m. 1,55 di spessore) che con andamento angolare unisce la terza torre più piccola con il mastio accoglie, a ridosso di quest'ultimo, l'ingresso principale. Questo appare ancora ad un'altezza di circa quattro metri da terra, rinforzato da un parapetto e da un'apertura superiore piombante che lo rendeva ancora più impenetrabile. Interessantissime sono le scanalature poste nei montanti di pietra ai lati dell'apertura tra le quali dall'alto venivano fatte scivolare robuste traversine di legno che difficilmente potevano essere scardinate. Questo ingresso è ancora sormontato da uno stemma di casa Orsini, probabilmente inserito nella cortina all'epoca dell'acquisto del castello da parte del conte Giacomo. La cortina est (m. 24,5 di lunghezza, m. 13 di altezza e m. 1,45 di spessore) all'interno di due robusti contrafforti custodisce una postierla d'ingresso (la portella, che ha dato il nome alla piazza antistante) a sei metri di altezza da terra, che doveva servire anche, eccezionalmente, per improvvise sortite. La cortina nord (m. 22,40 di lunghezza, m. 14 di altezza da terra e m. 10 dal piano di calpestìo della corte interna e m. 1,45 di spessore) ospita un'altra postierla che originariamente doveva trovarsi a quattro metri da terra e che con la successiva costruzione di una cisterna (demolita nel 1950) si è trovata al livello della volta di questa. Anche quest'ultimo ingresso era ed è difeso da due robusti contrafforti e da una piombatoia; ma in caso di assedio esso veniva murato. Le cortine di raccordo, che mettono in comunicazione il mastio con la seconda e la terza torre e queste tra di loro, hanno sulla sommità il camminamento di ronda. Questo consentiva una difesa manovrata, con la possibilità di scorrere agevolmente lungo il perimetro, permetteva di continuare a combattere e colpire il nemico che malauguratamente si fosse infiltrato nella corte interna e forniva l'opportunità estrema di rifugiarsi nel mastio, ultimo baluardo difensivo. Il piano di ritirata prevedeva che gli armati abbandonassero primieramente la cortina sud-ovest con il distacco del ponte mobile che la univa alla cortina nord, poi questa con la rottura del ponte mobile che la univa alla cortina est ed infine quest'ultima, con il ritiro del ponte mobile che consentiva l'ingresso al mastio. Al camminamento di ronda si accede mediante una scaletta in muratura ricavata nella cortina est ed appoggiata alla seconda torre (nei tempi più remoti la scaletta era di legno ed aderiva alla cortina ovest). Le cortine, come è nella tradizione dei castelli anteriori al 1200, non hanno finestre e feritoie. I merli, contrariamente a quanto affermato dal Perogalli, non ornarono la nostra fortezza, che basava la sua sicurezza ed inviolabilità soprattutto sulla sua dislocazione e sulla sua altezza. Solo le cinte murarie di epoca successiva li ebbero. Al loro posto vi era una struttura lignea che poggiava su beccatelli, che ancora oggi e possibile vedere. Sotto il profilo della difesa attiva assumono rilevanza le feritoie verticali ad arciere (formate da due semplici blocchi di pietra accostati e lavorati nella zona di combacio) e le torri. La seconda torre (m. 24 di altezza e m. 6,60 di lato) e la terza (m. 16 di altezza e m. 4,60 di lato) hanno pianta quadrangolare e sopravanzano le cortine, senza tuttavia minacciare l'imponenza del mastio. La seconda torre aveva cinque piani in muratura, di cui gli ultimi due collegati da una scaletta ricavata nello spessore delle mura. La terza non aveva né piani né finestre né ingressi e probabilmente serviva solo come caposaldo murario per le cortine e come punto di vedetta. Nella parte superiore tali torri dovevano avere delle macchine belliche e moltissimi proiettili e materiali occorrenti per la difesa piombante. Certo, gli accorgimenti tattici, la posizione, l'altezza, la mole, la valentìa degli armigeri nulla potevano contro un nemico che, rinunciando a conquistare d'assalto il castello, si limitava a farlo cadere per fame e per sete. Ma all'anonimo architetto di quel tempo non era stato chiesto il miracolo di salvare la popolazione ad ogni costo, bensì solo di fornire uno strumento di dissuasione per il nemico frettoloso diretto altrove ed in cerca di rifornimenti ed una più concreta possibilità di difesa e di salvezza. E tanto meno potettero la tecnica e le virtù umane quando, il 5 dicembre 1456, le forze violente e disgregatrici della natura si abbatterono impietose sul paese cancellandone le vestigia, i monumenti, le chiese, gli averi. Anche la torre fu gravemente scossa e danneggiata: crollarono i solai, si lesionarono le cortine e la parte più alta delle pareti. Da allora e per molto tempo cessò ogni presenza umana all'interno di essa e, nonostante che alcuni conti (Roberto e Virginio Orsini) si fossero interessati delle fortificazioni del paese, la torre rimase diruta e sola, senza castellano né armigeri. Dopo essere passato dai gran conti dei Marsi ai signori De Ponte, ai conti Orsini e alla famiglia Colonna (che ne detenne il possesso a partire dal tardo XV secolo, quando il re di Napoli donò ad essa il paese), può presumersi che il castello sia stato acquistato per usucapione dalla famiglia Maccafani, la quale nel 1813 aveva domandato ai Colonna il permesso per utilizzare la seconda torre come piccionaia. In verità i Colonna non lo vendettero mai né è risultato in alcun catasto o negli atti in possesso della famiglia Maccafani come questi ne siano diventati i proprietari. Agli inizi del 1900 Antonio Maccafani, già segretario comunale, vendette la torre all'avv. Carlo Vicario, che l'acquistò in buona fede. Dalla famiglia Vicario, che si rese per molti versi benemerita a Pereto, la torre fu acquistata nel 1966 dal Prof. Aldo Maria Arena. Questi, che aveva ripetuti legami di parentela con antiche famiglie peretane, visitato il castello, che era allora un rudere poderoso e pittoresco, avendone compreso il raro valore storico ed architettonico, iniziò un'opera di attento e coscienzioso restauro che durò per più di diciassette anni. I lavori, condotti in collaborazione con la Soprintendenza alle Belle Arti ed opera dell’architetto irlandese Alfred Cochrane, ricevettero il premio della Comunità Europea nel quale miglior restauro in Italia nel 1983. Nella ricostruzione degli interni traspare il gusto e la grande raffinatezza del proprietario, gli antichi mobili e gli oggetti di arredamento rendono calda e accogliente quella che dall’esterno appare al visitatore un’aspra e inespugnabile rocca. Come tutti i castelli che si rispettano anche nel Castello di Pereto è presente un fantasma, quello del Conte Rostainuccio Cantelmo, imprigionato e poi giustiziato dagli Orsini nel 1400. L’area abitabile del Castello si trova nella grande Torre di Federico e si dispone su quattro livelli. Al primo livello si trova una grande cucina abitabile dotata di tutti gli accessori, una grande corte verde impreziosita da piante ornamentali, un pozzo, tavoli e poltrone per dare la possibilità agli ospiti di mangiare all’aperto, una grande sala da pranzo per 12 persone con camino. Al secondo livello si trova un grande salone con divani impreziosito da affreschi originali del XIII secolo, arazzi e dipinti del XV e XVI secolo oltre ad un grandissimo camino che dona all’ambiente un’atmosfera regale. Al terzo livello si trova la camera di Federico II, una grandissima suite con un letto matrimoniale spagnolo del 600, una grande libreria, una stanza armadio guardaroba, bagno con vasca. Al quarto livello si trova la zona degli ospiti composta da due camere matrimoniali, una camera singola, bagno con vasca. Numerosissime le preziose opere d’arte Italiana e Spagnola del XV e XVI secolo che completano tutti gli ambienti del Castello di Federico di Svevia, una dimora unica che saprà regalare ai propri ospiti la sensazione di fare un vero viaggio nella storia. Per approfondire consiglio di visitare i seguenti link: http://www.pereto.info/documenti/castello/castello-bozza.pdf e http://www.pereto.info/castello.htm
Fonti: http://www.rentalcastles.com/federicodisvevia/federicodisvevia_ita.htm, http://www.terremarsicane.it/content/castello-medioevale-di-pereto, http://it.wikipedia.org, http://www.regione.abruzzo.it, http://www.borghiautenticiditalia.it/bai/comune-di-pereto-aq/
Foto: di Filippo27 e di Roberto Cavalensi su http://www.panoramio.com

giovedì 27 marzo 2014

Il castello di giovedì 27 marzo






BIBBONA (LI) - Forte dei Lorena in frazione Marina di Bibbona

E' un avamposto che si erge lungo il litorale del comune di Bibbona. Si tratta di una costruzione che ha in sé due tipi di fabbrica di differente struttura: essa comprende infatti un fortilizio a pianta trapezoidale, esternamente ricoperto da mattoni rossi a vista contro cui notiamo bene lo zoccolo e la cordonatura, realizzati in pietra di colore grigio, nonché un secondo blocco costruttivo, questo invece a pianta quadrata, ottenuto tramite la sovrapposizione di tre piani e internamente articolato e ben rivestito come un qualsiasi edificio ad uso abitativo (questa parte ospitava i locali per il corpo di guardia e le stalle a servizio dei cavalleggeri). Il fronte fortificato termina in una vasta terrazza di avvistamento, originariamente armata con piccole bocche da fuoco. La vicenda storica del Forte di Bibbona è stata ottimamente ricostruita da Daniela Stiaffini, curatrice con Vinicio Bagnoli della scheda ministeriale di catalogo ad esso dedicata. Come deduce dalla documentazione storica rintracciata, la sua costruzione fu provocata dalla necessità di assicurare a quella zona di litorale un'efficace difesa militare contro i pericoli derivanti dalle incursioni piratesche; altrettanto determinante inoltre l'esigenza d'istituire un presidio di controllo utile ad ostacolare il contrabbando, assicurando nel contempo di portare a termine delle funzioni doganali. Se giudicata in relazione ai criteri ispiratori della politica di Pietro Leopoldo, sotto i cui auspici trovò attuazione il progetto di modernizzazione del sistema militare sul lungo litorale toscano, la creazione del Forte si colora di un'ulteriore valenza: nelle intenzioni del sovrano, infatti, la costruzione di nuovi fortilizi avrebbe dovuto determinare la nascita d'insediamenti abitativi ad essi correlati, provocando, come diretta conseguenza, l'attuazione di iniziative finalizzate al risanamento del territorio. La costruzione del Forte di Bibbona è strettamente legata a quella del vicino Forte di Castagneto. Infatti, entrambi furono innalzati nella seconda metà del XVIII secolo, per volontà dei Lorena, nell'ottica di una riorganizzazione degli avamposti militari e sanitari del Granducato di Toscana. I due complessi gemelli furono terminati intorno al 1789-1790 insieme all'analogo e coevo Forte dei Marmi. Quando è stato riordinato l'archivio storico comunale a Bibbona, sono stati individuati interessanti documenti appartenenti all'Ufficio Sanitario del forte. Cinque "giornali del Servizio Sanitario" dal 1841 al 1858, quattro registri "copia ordini e circolari sanitarie" dal 1832 al 1861 e cinque registri di "Approdi" e "Partenze" di barche pescatrici e bastimenti da trasporto dal 1841 al 1868. La prima serie di documenti, riporta annotazioni giornaliere sul tempo atmosferico, di eventuali avvistamenti all'orizzonte, i turni e i nomi dei componenti la guarnigione di stanza al Forte. La funzione delle guardie del Forte era oltre la vigilanza sanitaria anche di polizia e quindi ricevevano pure segnalazioni di imbarcazioni ricercate per frodi fiscali o sospettate di pirateria. Infine l'ultima serie di documenti, i libri degli approdi, informa sull'attività più ordinaria della guarnigione, ovvero la registrazione degli arrivi, la qualità dei bastimenti, il loro nome e il nome e l'età del capitano, la nazione di appartenenza, il numero delle persone dell'equipaggio… La maggior parte dei carichi e le imbarcazioni, che generalmente giungevano vuote, da Livorno e da Vada, ripartivano dopo aver caricato legname da ardere. In tempi più recenti il Forte è entrato a far parte delle proprietà del Ministero delle Finanze e attualmente ospita la "Pensione Margherita" gestita dalla Diocesi di Volterra. L'edificio viene utilizzato come casa di soggiorno/vacanza e periodicamente viene affittato a tale scopo.

Fonti: http://www.alphabeto.it/bibbona/forte.htm, http://it.wikipedia.org, http://www.turismo.intoscana.it/site/it/elemento-di-interesse/Il-Forte-di-Marina-di-Bibbona/

Foto: di Janericloebe su http://it.wikipedia.org e su www.mediatour.it

mercoledì 26 marzo 2014

Il castello di mercoledì 26 marzo






SPINETE (CB) – Palazzo Marchesale

La storia medievale di Spinete non riserva nulla di particolarmente importante. In epoca feudale appartenne prima ai Capuano, successivamente a Giuliano di Castropignano, a Matteo Sanfromondo, ai Trosso e per ultimo agli Imperato, che tuttora sono proprietari del Palazzo Marchesale, l'edificio di spicco nel centro del paese. Con estrema probabilità, in origine era un fortilizio voluto dai Normanni. Successivamente, col cambiare dei tempi e conseguentemente della sua stessa funzione, dovette essere trasformato in residenza signorile. Subì notevoli danni a seguito del terremoto del 1805, che ne ha compromesso le condizioni statiche. Il disastroso evento naturale, subito dopo il quale dovettero essere eseguite opere di risistemazione, finì col causare un'ennesima trasformazione dell'insieme. Quella che appare oggi è una costruzione quadrangolare che conserva una interessante corte interna. Essa ricopre un ampio spazio ed è delimitata su di un lato da una serie di arcate che sostengono un loggiato. Il tutto crea una situazione di chiaroscuro che rende l'insieme molto suggestivo. Sul lato destro del porticato, in alto, è visibile un lastrone in pietra che evidenzia, scolpita, la figura di una sirena con doppia coda. Dovrebbe risalire, considerati gli elementi formali, al XV-XVI secolo. È la ripresa di un simbolo molto diffuso nel Medioevo, quello della sirena, che appare, tra l'altro, in alcuni edifici sacri molisani di epoca romanica. Indicava il pericolo per il cristiano delle lusinghe che attaccano lo spirito rendendolo vulnerabile sino a condurlo alla completa perdizione. Nonostante lo stato piuttosto precario il palazzo marchesale mantiene inalterato il fascino che caratterizza le opere medievali. Oggi purtroppo è in stato di quasi totale abbandono.


Foto: entrambe da www.comune.spinete.cb.it

martedì 25 marzo 2014

Il castello di martedì 25 marzo






TRISOBBIO (AL) - Castello Carpaneto

Trisobbio è uno dei borghi più antichi del Monferrato, forse di origini etrusche. In epoca medioevale aveva un proprio sistema di pesi e di misure, e intensi commerci con Tortona e con la Liguria. Incluso nel dominio feudale degli aleramici, marchesi Del Bosco, verso l’anno Mille, passò poi ai Malaspina e ai Lodrone per via di matrimonio. Il Castello esisteva già all’inizio del XIII secolo, anche se non nelle fattezze attuali. Nel primo Medio Evo, la proprietà di Trisobbio era divisa in tre: tra i Marchesi Del Bosco, quelli De Uxecio, cioè di Belforte, e quelli di Occimiano. Nel 1217 il marchese Ottone Del Bosco e i suoi nipoti del fu Bonifacio donarono Trisobbio al comune di Genova. La situazione di condomino tra Alessandria, che vantava diritti marchionali, in nome della cessione degli Occimiano, e Genova, erede dei Del Bosco, sfociò nel 1224 in una guerra. Trisobbio fu occupato dalle milizie alessandrine che si insediarono nel Castello. Nelle trattative di pace, la fortificazione dovette essere riconsegnata ai Del Bosco, quindi indirettamente a Genova. Federico II, alla ricerca di alleati, convalidò gli antichi diritti dei marchesi di Occimiano e poco dopo investì di Trisobbio il Marchese del Monferrato, nel 1240. Il paese così continuava a stare in condomino. La questione si risolse quando i Malaspina, che erano subentrati ai Del Bosco per via ereditaria, ricevettero riconoscimenti sia dai marchesi del Monferrato, sia da Genova. Ulteriori modifiche al maniero risalgono alla fine del XV secolo, in concomitanza con lo stabilirsi dei Malaspina e il necessario rafforzamento del luogo. Nel 1418-19 Trisobbio fu occupata dai milanesi, nel corso della guerra con Genova e da questi consegnata al Monferrato, loro alleato. Nel 1536, dopo il passaggio ai Duchi di Mantova, il Monferrato, venne privato di piccoli feudi che i Gonzaga misero in vendita, concedendo titoli nobiliari a ricchi signori, mantovani o genovesi. Così Gian Battista Spinola, genovese, divenne signore di Trisobbio. All’inizio del ‘700, dopo anni di “guerre di successione”, il Monferrato passò ai Savoia e nel 1748 ai Francesi, con la Pace di Aquisgrana. Con loro arrivarono le idee riformatrici che in poco più di cinquant'anni portarono all’unità politica d'Italia. Nell’anno 1862, l’edificio si trovava in stato di degrado e rovina. Nel 1913, il 29 marzo, l’architetto Terenzio, architetto della R. Sovrintendenza ai monumenti della Liguria, scrisse all’architetto Commendator Alfredo D’Andrade, per conto del marchese Carpaneto Spinola, padrone del Castello, affinché venissero inviati gli incartamenti riguardanti detto Castello, dall’Ufficio di Torino a quello di Genova, perché, come da accordi presi con l’illustre architetto, si potessero iniziare i lavori di restauro. Tali ingenti opere, su progetto del d’Andrade, portarono il Castello all’aspetto esterno attuale. Il complesso è costituito da un massiccio parallelepipedo dominato dalla torre merlata d'angolo e sovrastato da apparato a sporgere. Nel 1989, il castello ed il parco annesso, sono diventati di proprietà del Comune: l'allora proprietaria, la marchesa Carolina Gavotti Finocchio, ha agevolato l'acquisto dell'edificio da parte dell'Amministrazione, mentre la somma necessaria è stata interamente donata dalla signorina Elena Bianchi. Il Comune ha poi provveduto al recupero e al restauro del castello, che oggi è sede di un suggestivo ristorante, riservato ad eventi, matrimoni, battesimi, comunioni, cresime, con 5 camere da letto (3 matrimoniali e 2 triple), ed il parco aperto al pubblico. Nel luglio del 2002 la Sopraintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali per la Regione Piemonte ha inserito nell’elenco dei Beni di interesse storico-artistico, presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari il Castello Carpaneto di Trisobbio, che rappresenta un esempio di fruibilità delle notevoli possibilità di sviluppo nell’ambito del turismo sostenibile. I vigneti, i castelli, la salubrità dell’aria nella loro semplicità rappresentano una ricca risorsa, l’ospitalità degli abitanti rende ancora più appetibili. Fa parte del sistema dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. Altri link per approfondire: http://comune.trisobbio.al.it/turismo-e-folclore/trisobbio-un-castello-per-appassionati, http://www.ilmonferrato.info/ov/trisob/trisob1.htm, oltre al sito ufficiale: http://www.castellotrisobbio.com/

Fonti: http://www.castellipiemontesi.it, http://it.wikipedia.org, http://www.castelliaperti.it/pagine/ita/scheda.lasso?-id=26
Foto: da www.castellotrisobbio.com e da http://www.mediacomm.it

lunedì 24 marzo 2014

Il castello di lunedì 24 marzo






PIOBBICO (PU) - Castello Brancaleoni

La storia del paese si identifica con la famiglia Brancaleoni, probabili discendenti dei Longobardi, che in origine dimoravano nel fortilizio di Mondelacasa (ancora oggi sono visibili i resti di imponenti muraglie arroccate su un picco sotto il M. Nerone, dette Muracci). Attorno all'anno 1000 il territorio fu affidato come feudo a questa famiglia, e per quasi cinque secoli il paese si è sviluppato sotto il loro dominio. In questi anni sorsero il castello, il borgo sottostante, le chiese, tutta la parte vecchia del paese, e le varie ville e villaggi attorno, che poi conseguentemente all'abolizione del feudalesimo si incorporarono al villaggio di Piobbico. Dall'inizio del XII secolo Piobbico fu una signoria dei Brancaleoni che arrivò a dominare l'intera Massa Trabaria ma per essersi opposta prima al cardinale Albornoz, poi a papa Martino V, perse definitivamente i suoi possessi a vantaggio dei Feltreschi nella metà del XV secolo. Solo nel 21 dicembre 1827 per decreto di Leone XII, Piobbico divenne comune autonomo. Il Castello dei Brancaleoni, che si erge sullo sperone roccioso, dominando il sottostante Borghetto, deriva dalla trasformazione di un primitivo fortilizio duecentesco di cui restano tracce visibili nel portale d'accesso e nelle strutture murarie dell'ala nord-orientale. Rimaneggiato nel XIV secolo, fu radicalmente trasformato nella seconda metà del Cinquecento (1573-1587), assumendo l'aspetto di elegante dimora signorile che tuttora conserva. Lasciato in grave abbandono e deturpato nel dopoguerra all'interno, l'edificio è stato sottoposto negli ultimi anni a radicali lavori di restauro ad opera della impresa Carli che lo hanno riportato al suo antico splendore. L'enorme costruzione, articolata attorno a varie corti interne, è costituita da una sequenza interminabile di stanze più o meno decorate di affreschi, stucchi, citazioni, camini e stemmi vari. La facciata è caratterizzata da una torre del Cinquecento che poggia su un voltone ad arco acuto, sopravvivenza di una torre di guardia del Duecento, costituente l'accesso al cortile interno. D'altra parte la stessa facciata è caratterizzata anche da un'aerea loggetta con due archi a tutto sesto ed elegante balaustra che la ingentilisce e le conferisce quella raffinatezza che si addice maggiormente ad un palazzo piuttosto che ad un castello. Sulla torre venne inserito alla fine del '500 un orologio a due quadranti, uno volto verso il borgo, l'altro verso l'interno del complesso. Quest'ultimo ha i numeri in senso antiorario, probabilmente perché, non ancora inventato il giunto cardanico, un unico asse azionava le lancette, in senso orario verso il paese e, quindi, antiorario verso il cortile. Un quadrante siffatto, noto attraverso incisioni o tarsie, risulta oggi un esemplare assai raro, fra i pochi ancora esistenti. Sul cortile si affacciano due eleganti portali a bugnato: uno nella facciata dell'Oratorio di S. Carlo, da cui il cortile prende il nome, e l'altro che dà accesso al corridoio a cielo aperto e quindi al palazzo vero e proprio. Quest'ultimo portale timpanato reca in chiave di volta lo stemma con il leone rampante e croce seduta e l'iscrizione in greco praos kai tolmeros (mite e fiero), cioè il motto di famiglia dei Brancaleoni. Fa da sfondo al corridoio a cielo aperto che conduce agli ambienti nobili del palazzo, al primo piano, un'elegante loggia, da alcuni attribuita a Bartolomeo Genga (succeduto al padre Girolamo in qualità di sovrintendente alle costruzioni ducali), da altri a Lattanzio Ventura da Urbino. Struttura a tre fornici assai polita e classica nel suo partito decorativo molto equilibrato, è scandita da quattro paraste che fingono colonne doriche. La balaustra riprende il motivo della loggia di facciata. Tuttavia essa ha un certo sapore di sovrapposizione e di poco organico, per cui il corridoio si assimila meglio ad un vicolo di borgo medievale trasformato che ad un'organica orchestrazione scenografica. Al di sotto della loggia attraverso un arco a tutto sesto - si noti il motivo, ancora una volta classico, dei clipei nei pennacchi dell'archivolto - si apre il Cortile d'Onore, progettato dall'architetto Baccio Pontelli. A pianta rettangolare, esso costituiva l'elemento di raccordo fra le costruzioni sorte nel tempo e le tamponature a lato attestano che tutta questa zona sorse su preesistenze architettoniche. Le arcate più o meno ribassate nei lati sono sostenute dall'ordine dorico, colonne semplici e a fasci negli angoli. Le finestre del piano superiore, i cui elementi architettonici sono in marmo bianco, poggiano su una finta mensola marcapiano, riecheggiando, sebbene in tono alquanto dimesso, il puro stile rinascimentale del cortile del Palazzo Ducale di Urbino. Un elaborato cornicione in cotto ceramicato, ormai quasi completamente privo di colore, e ad ovoli, conclude le pareti di affacciamento sul cortile. Probabilmente sotto lo stimolo della cultura urbinate, questo cortile venne iniziato fra il 1470 e il 1480 da Guido di Antonio I, capitano del Duca Federico da Montefeltro. Del periodo di edificazione dovrebbe far fede proprio l'arme che il duca donò ai suoi alleati Brancaleoni e che qui campeggia fra due archi, attestando la data post 1474, cioè dopo che Federico aveva ricevuto il titolo di Duca e del Gonfalonierato. Il Cortile venne poi ultimato da Roberto, figlio di Guido, entro il 1558, anno della sua morte, il quale eresse anche le due ali del palazzo che affiancano il cortile. Sotto il porticato si aprono le varie stanze. Sugli architravi dei portali si leggono iscrizioni in latino e volgare di antica saggezza. Salendo lo scalone in travertino si accede agli appartamenti nobili per la cui decorazione Antonio II di Monaldo (morto nel 1598) chiamò Federico Brandani, il Barocci, Giorgio Picchi e Giustino Salvolini (detto l'Episcopi). L'architrave del portale d'ingresso reca lo stemma dei Brancaleoni, ma al di sopra, entro una cornice barocca, ha maggiore videnza quello dei Farnese, sormontato dalla corona ducale: è un chiaro omaggio alla duchessa Vittoria Farnese, moglie di Guidubaldo II, duca di Urbino, alla cui corte aveva vissuto Laura Cappello, moglie di Antonio II, con suo padre Bernardo, esule veneziano. Le tre stanze che si susseguono, la Sala del Leon d'Oro, la Camera Romana e la Camera Greca, costituiscono un ampio repertorio di tecnica e iconografia. L'ala occidentale del Palazzo è rivolta al paese e la sua facciata molto lunga e bianca, ingentilita da un grazioso balconcino, appare assai imponente. E' più tarda e fu in parte ristrutturata, in parte eretta a fundamentis da Giordano Brancaleoni agli inizi del XVII secolo. Tale zona era per lo più adibita a locali di servizio, ma vi si trova anche quella che doveva essere la bella sala del trono con soffitto a peducci e pareti che conservano ancora pochi lacerti di affresco a grottesche. Qui i camini, essendo meno elaborati di quelli del piano nobile, sono stati lasciati tutti in loco. Suggestiva è l'infilata di stanze che si rincorrono in fuga dalla Sala del Trono e dalla Galleria. Ad una seconda Corte Interna si accede attraverso la "Via Publica". Questa zona reca le testimonianze architettoniche più antiche dell'intero complesso, alcune risalenti probabilmente agli inizi del XIII secolo. Vi si conserva ancora una cisterna dell'epoca accanto alla quale si sviluppa un camminamento che conduce all'antico Castellare, a est, dove erano le prigioni, alla "porta succursi" e ad una serie di stanze voltate, che oggi ospitano sia il Museo Civico Brancaleoni sia l'Esposizione permanente di abiti e gioielli della collezione Alessandro Righi Luperti. La camera del conte Antonio II, detta “Camera Greca”, è affrescata con episodi di storia e mitologia Greca realizzati nel 1585 da Giorgio Picchi, scultore durantino, mentre gli stucchi sono opera della scuola del Brandani, in quanto lo scultore morto nel 1575, non riuscì a terminare l'opera. Sulla porta d’ingresso possiamo notare lo stemma della famiglia “Cappello”, a cui apparteneva Laura, moglie del Conte Antonio. Ai piedi del castello, il Borghetto di Piobbico mantiene il proprio carattere di castrum fortificato, tuttora circoscritto tra le due porte urbiche. E' invece andato perduto l'antico ponte a schiena d'asino che collegava il borgo con il quartiere commerciale (il Mercatale) sorto sulla riva opposta del fiume. Link consigliati: http://lnx.castellobrancaleoni.it/il-castello-brancaleoni/ oltre al seguente video: http://www.youtube.com/watch?v=QBZIpLrDuDU

Fonti: http://www.riminibeach.it/visitare/castello-brancaleoni-piobbico, http://www.provincia.pu.it, http://it.wikipedia.org, http://www.lavalledelmetauro.org, http://www.artevista.it/web/marche/189-castello-brancaleoni-piobbico-pu, http://www.comune.piobbico.pu.it

Foto: da www.turismosi.it e da http://apecchio.net

domenica 23 marzo 2014

Il castello di domenica 23 marzo






CASALFIUMANESE (BO) – Castello di Sassatello

Ubicato su un affioramento della Vena del Gesso, “Castrum Saxadelli” oppure “Sassatelli” è citato nel 1060 a seguito di un assedio da parte dei Faentini, che fallirono la conquista. Di appartenenza della famiglia Sassatelli, venne occupato nel 1198 dai Bolognesi. Due anni dopo la rocca fu espugnata ai Guelfi da parte dei Ghibellini della Val di Senio, capeggiati da Alberto Caporella. Riporta questo evento il Ghirarducci: “L’anno di nostra salute MCC essendo Pretore di Bologna Rolando Rossi Parmigiano, Alberto Araldo Caporella Montanaro huomo facinoroso et di gran seguito occupò il castello di Sassatello; il perché giudicando i Consigli espediente di provedergli, tosto vi mandarono Rolando Pretore con alcune bande di soldati; ma Alberto vedendosi di gran lunga inferiore, et Rolando arrivargli sopra, tosto se ne fuggì in una spelonca (Grotta del Re Tiberio n.d.r.) fra quei monti vicini con tutti i suoi seguaci; mà seguitato dal Pretore e scoperto, col foco et col fumo lo cacciò fuori, et fattolo prigione, con tutta la sua compagnia, fece che Alberto, come capo, fosse per un piede appiccato ad un’albero, et postogli un grave sasso al collo et così miseramente morì. Venuto Sassatello nelle mani del Pretore, acciochè esso nello avvenire non fosse più ricetto dè seditosi, col fuoco lo distrusse”. ... In mano ai Bolognesi, nel 1277 fu assediato dai ghibellini faentini anche in questo caso senza esito favorevole. Nel 1296 venne espugnato da Maghinardo Pagani. Il castello fu di Riccardo e Lamberto Sassatelli, nel 1371 dice l’Anglico: “castrum Saxadelli, ad cujus Custodiam moratur unus Castellanus…” . Nel 1414 Giovanni XXIII (antipapa) lo diede a Ludovico Alidosi di Imola. Nel 1435 venne preso da Guidantonio Manfredi, ma già nel 1437 ritornò agli imolesi. I ruderi del castello sono ancora visibili salendo su uno sperone di gesso sulla sinistra idrografica del fiume Senio presso Borgo Rivola. è visibile un tratto delle mura della rocca, anche le mura esterne della casa colonica sono quelle della cinta del castello.
Foto: entrambe da www.mondimedievali.net 

sabato 22 marzo 2014

Il castello di sabato 22 marzo






TERLANO (BZ) – Castel Neuhaus / Maultash

Costruito dai Tirolo su uno sperone roccioso, sopra l'abitato di Terlano, ha l’elemento principale nella torre di quattro piani, a pianta quadra, il cui ultimo piano costituiva la parte abitata. Il documento più antico che attesta l'esistenza di Castel Neuhaus (o Casanova o “Maultash”) risale al 1206. Con tutta probabilità il maniero fu fatto erigere come doppia roccaforte, composta da una chiusa stradale a valle, con funzione di dogana  e dal castello sullo sperone di roccia sovrastante l'abitato. Le popolazioni del tempo lo chiamarono “Nova domus”, cioè “casa nuova” e da qui, in tedesco, “Neuhaus”. Originariamente di dimensioni molto contenute, il castello fu distrutto durante la guerra fra Mainardo II dei conti del Tirolo ed il vescovo di Trento, nel 1275. Fu poi ricostruito nel 1320 da Cristiano di Sarentino con le fattezze che ancor oggi vediamo. Anche l'imponente torre è probabilmente risalente al periodo della ricostruzione. Alcuni riferimenti portano a supporre che Margarethe Maultasch, duchessa della Carinzia e del Tirolo e nipote di Mainardo II (nata nel 1318 in Tirolo e morta nel 1369 a Vienna), vi prese spesso residenza conducendovi contestualmente uno stile di vita ricco e sfarzoso. Secondo una leggenda popolare, la duchessa affermava di voler usare soltanto bocce e birilli d’oro per giocare. La chiusa stradale, definita in romano “malatasca”, ovvero trappola per topi, divenne in tedesco “Maultasch”. A seguito della distruzione della parte bassa del castello e della chiusa, l'appellativo venne affibbiato al castello sovrastante e di conseguenza anche alla duchessa Margarethe. Castel Neuhaus fu acquistato nel 1382 dai signori von Niederthor di Bolzano. Costoro lo ristrutturarono secondo il modo e i bisogni dell'epoca, aggiungendovi però alcune altre costruzioni di minore dimensione. Il casato dei Niederthor esercitò anche la giurisdizione nel circondario di Neuhaus fino al 1479, quando la famiglia si trasferì nel castello Fragsburg (o Verruca) a Merano. E così Neuhaus fu lasciato alla cura del colono locale. Sembra che il castello sia rimasto abitato fino all'anno 1825 (fino al 1733 vi erano i conti di Wolkenstein-Trostburg). In quell'anno le tegole del tetto vennero rimosse per motivi fiscali e, a seguire, la costruzione iniziò il suo percorso verso la rovina, riducendosi all’attuale stato di rudere. Risanate dai conti di Enzenberg, oggi le rovine di Castel Neuhaus rappresentano un’amata meta escursionistica con un sentiero adatto anche a bambini ed a genitori con passeggini. Link consigliato: http://www.suedtirolerland.it/it/highlights/castelli/rovine-di-castel-neuhaus.html



venerdì 21 marzo 2014

Il castello di venerdì 21 marzo






BUTI (PI) - Villa Medicea

Il paese di Buti è un antico borgo ai piedi dei Monti Pisani. Il centro storico racchiude diverse chiese interessanti ed è protetto dalla possente fortificazione medievale di Castel Tonini. In alto si staglia la pregiata Villa Medicea. La Villa si erge nella parte più antica del paese, in via Marianini, e fu costruita per volontà dei Medici nel XVI secolo sopra le rovine di una fortezza dell'XI secolo. Sotto le mura di cinta si può ancora oggi ammirare l' antica fortificazione medievale. Inizialmente la Villa Medicea era costituita da una torre e da un’abitazione di capitani fiorentini. Successivamente nel XVI secolo XVII venne ampliata dall’amministratore della fattoria medicea di Cascine, Pier Maria di Domenico Petracchi. Quest'ultimo, che abitava già in castello, comprò una casa contigua alla sua da Bastiano di Lattanzio di Bastiano del Rosso. Il Petracchi doveva avere una grande disponibilità economica visto i numerosi possedimenti terrieri di cui divenne proprietario. La dimora prese il nome di “Palazzo Petracchi” (anche lo stemma che sovrasta il portone d'ingresso, rimanda a questa casata fiorentina). Purtroppo a causa di una disgrazia che colpì questa famiglia, la villa venne abbandonata e dopo poco data in affitto dalla fattoria, a Giovanni Mattia Berti. Solamente nel 1706 il Berti riuscì ad acquistarla e da questo momento divenne il ”Palazzo dei Berti”. Infine nel 1767 un figlio della famiglia Berti vendette questo palazzo a Santi Banti, a cui va il merito di aver fatto affrescare l'intero palazzo al pittore fiorentino Pietro Giarrè. In quel momento alla villa venne affidato il compito di rappresentare il prestigio economico e sociale del nuovo proprietario, divenendo così “Villa Delizia”. Dopo Santi Banti seguirono nell'acquisto della villa la famiglia Danielli e la famiglia Spigai (attuali proprietari). Come tipico della villa settecentesca, anche quella di Buti era al centro di un borgo, che comprendeva la villa, la chiesa, le scuderie, il giardino e un orto con frutti, sommando la duplice funzione di residenza e controllo della produzione agricola. Con una ristrutturazione nel XVIII secolo venne rinnovato l'intero complesso architettonico, facendole assumere la tipologia del palazzo cittadino inserito urbanisticamente a morfologicamente nel contesto urbano. L'intero complesso elevato al ruolo di “Villa Delizia” non doveva più rispondere soltanto a funzioni utilitaristiche ma anche ad una positiva e produttiva fruizione dell'otium. La villa è articolata su quattro piani: cantine, piano terra, primo piano, soffitte. La soffitta è realizzata con tre arcate. Il prospetto della facciata esterna ha un impianto asimmetrico sviluppato sull'asse del portone ad arco a tutto tondo con stemma al centro, introdotto da una scalinata e sormontato da un piccolo terrazzo, con un gusto tipicamente fiorentino; è divisa con una sequenza verticale di tre ordini di finestre inginocchiate in pietra serena, sormontate da un timpano al piano terra, semplicemente definite da una cornice al primo piano e da aperture delle soffitte alla sommità. La struttura posteriore dell'edificio, in posizione dominante del borgo, si sviluppa su un terreno terrazzato che va verso il Rio dei Ceci. Domina la valle il fronte nord, leggermente concavo, connotato da una ricerca di simmetria nella disposizione verticale delle aperture ad arco ribassato delle soffitte, delle finestre e dei terrazzini dei piani sottostanti. Questa parte della villa poggia sulla superficie del secondo ripiano terrazzato del giardino; un passaggio voltato conicamente permette l'accesso ad un piccolo e grazioso cortile sul quale si affaccia il prospetto est. Nel prospetto ovest si apre un ampio giardino, abbellito da fontane, statue ed aiuole. Oggi la villa viene affittata per cerimonie, convegnied eventi vari. È tutelata dalle "Belle Arti", fa parte dell'Associazione Dimore Storiche Italiane, ed è visitabile su appuntamento. Il disegno degli interni è ancora legato a un disegno unitario, cinque-seicentesco, caratterizzato dalla semplicità della struttura e dalla assenza di connotazioni sofisticate. Nel piano terra e nel piano nobile si trova un ciclo di raffinati affreschi settecenteschi di Pietro Giarrè, artista fiorentino attivo anche alla Certosa di Calci, che tra l'agosto del 1774 e il settembre dell'anno successivo si trasferì a Buti con la moglie Caterina per decorare la dimora di Santi Banti. Il pittore creò uina decoprazione che si integrava con gli arredi e l'architettura, secondo i canoni stilistici della moda in voga all'epoca. Tutto viene svolto al fine di un gioco di rimandi basato sul tema dell'illusione, con sottili effetti scenografici, come l'uso della prospettiva ad angolo oppure i trompe l'oeil. Altro elemento decorativo frequente sono le vistose nature morte di fiori ed elementi naturalistici che spuntano da dietro le architetture e sulle sovrapporte. Proprio nella Villa Medicea Giarré operò un forte e deciso rinnovamento della sua pittura in senso classicista, un processo che lui attua tramite uno spiccato interesse per la poetica araldica, concepita come recupero archeologico e naturalistico di un mondo ideale. Lo spazio ideale verso cui tende la sua pittura include non solo gli interni, ma anche gli spazi esterni come il giardino, da sempre per la poetica arcadica, luogo di evasione per eccellenza. Al giardino infatti si collega con decorazioni illusive dipinte nei corridoi che affacciano sul retro della villa. Le cantine si sviluppano in tre ambienti: uno trapezoidale a volta a crociera, due rettangolari con volta a botte. Sono dislocate su più livelli e con pareti in pietre e mattoni a vista. Nella prima cantina con volta a botte esiste una grotta naturale (oggi non più accessibile), ma documentata già nel 1619. Essa costituiva un passaggio segreto legato alla scomparsa di importanti cittadini verso la città di Pisa. Qui è tuttora visibile la preesistente armatura fortificata medioevale sulla quale poggia la struttura muraria cinquecentesca. Su una delle pareti dell'ultima cantina si vede un affresco di una Madonna con Bambino. Alle cantine si accede da tre entrate: una interna che si collega tramite delle scale al prima primo e due che danno direttamente sul giardino. La villa ha un sito web dedicato che è il seguente: http://www.villamedicea.it
Fonti: http://www.bellezzedellatoscana.it/Fotografie/Toscana/Buti_(PI)/1.htm, http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_medicea_di_Buti (che consiglio di cliccare per leggere il testo nella sua integrità), http://www.residenzedepocaditoscana.com
Foto: su http://mondimedievali.net/ e di Superniky86 su http://it.wikipedia.org

giovedì 20 marzo 2014

Il castello di giovedì 20 marzo






CAMBURZANO (BI) - Torre

Camburzano, nome di cui origine vi sono diverse ipotesi, da CAMPUS BURCIANUS, ossia campo del centurione romano BURCIUS, insediamento di tende per guarnigione e schiavi impegnati nella ricerca dell’oro nella vicina Bessa. Alcune fonti ipotizzano il nome derivante da CAMPO SANO,  ossia luogo in cui le coltivazioni godono di un'ottima terra fertile e di un clima ideale per diverse specie di frutti e ortaggi. Lo stemma del Paese è rappresentato da tre tende romane, quindi sembra che la prima ipotesi sia la più accreditata. Durante il Medioevo l’insediamento fece parte dei territori appartenenti ai vescovi di Vercelli. Nel 1165 il Vescovo Uguccione donò le terre a una famiglia nobile, gli Avogadro di Cerrione, due secoli circa più tardi, nel 1379, entrò a far parte dei possedimenti dei Savoia. Infeudata nel 1620 a Giovanni Aurelio Arborio di Gattinara passò, nel 1636, ai fratelli Dal Pozzo per essere infine ceduta, nel 1722, a Carlo Emanuele le Tettu. La bella torre medievale, presa per diversi periodi a simbolo del Paese, è oramai purtroppo in condizioni fatiscenti. In origine era parte di un castello, distrutto nel 1400.

Fonte: http://it.wikipedia.org

Foto: la prima è una cartolina postale, la seconda è di marcofederico su http://rete.comuni-italiani.it

martedì 18 marzo 2014

Il castello di mercoledì 19 marzo


 
 
MONOPOLI (BA) - Castello di Santo Stefano (di Mimmo Ciurlia)

Il castello di Santo Stefano è un'importante fortificazione costiera, posta all'esterno della città di Monopoli, che ha avuto massima rilevanza per tutto il Medioevo. Sorge su una penisoletta, tra due piccoli porti naturali, denominata anticamente "Turris Paola", fiorente emporio romano a tre chilometri dal centro abitato in direzione Sud. Fondato nel 1086 da Goffredo d'Altavilla, conte normanno di Conversano,  dal sec. XII al XIV fu sede del monastero dei Benedettini, i quali diedero il nome alla rocca per la presenza delle reliquie del santo, poi traslate il 26 dicembre del 1365 da Monopoli a Putignano per difenderle dalle continue aggressioni turche e piratesche. Il monastero visse momenti di ricchezza e splendore disponendo di rendite terriere cospicue. Nel 1229, durante le dure lotte tra Papato e Impero, l'Abbazia fu completamente distrutta da Federico II che volle in questo modo punire i monaci benedettini per essersi schierati a favore del Papa. L’Abbazia venne ricostruita solo nel 1236 per opera dell'abate Riccardo, mentre nel 1296 l'abate Matteo completò l'opera ricostruendo il monastero. Intorno alla fine del XIII secolo i Cavalieri di Malta, che già possedevano un domus intra moenia adibita ad ospedale a Monopoli, al fine di controllare i traffici verso la Terra Santa con più dovizia, decisero di trasferirsi nell'abbazia rifortificando il vecchio maniero difensivo costiero. Crearono, così, un fossato tuttora visibile e resero utili all’attracco entrambe le calette ai lati del monastero – fortezza. Questo permise al complesso di divenire una tappa obbligatoria per i naviganti da Bari verso Brindisi. Le due cale rendevano, inoltre, possibile riparare più navi contemporaneamente e rifornirle dell’occorrente per intraprendere il viaggio verso la Terra Santa. Tra il 1700 e il 1800, venne inglobato nel Capitolo della Cattedrale di Monopoli ed annesso volontariamente all’amministrazione del regno dei Borboni. I privati che l'acquistarono al tempo di Murat, ne fecero invece una masseria. Di pianta quasi quadrangolare il castello-abbazia è caratterizzato da un ampio cortile interno al centro del quale è collocato un antico pozzo da cui si attinge acqua freatica. La struttura ospita due chiese: una romanica e una rupestre. Il portale della chiesa romanica accoglie il visitatore al primo ingresso nel cortile. In esso, si osservano i volti degli angeli che spuntano sui capitelli in mezzo alle foglie d'acanto. Nella lunetta vediamo Cristo in trono col Vangelo sulle ginocchia e in atto di benedire, mentre ai piedi si prostrano due mini figure in adorazione. Ai lati di Cristo, S. Stefano e S. Giorgio, il sacerdote sulla sinistra e il guerriero sulla destra. Vicino alla chiesa romanica si trova la chiesa rupestre, nella quale si scende per mezzo di una scala. La chiesa rupestre potrebbe essere la primitiva chiesa benedettina preesistente alla fondazione dell’abbazia, avvenuta nella seconda metà dell’XI secolo. L’abside della chiesa rupestre si trova a sinistra appena si entra, mentre un pilastro al centro dell’intero vano consente l’apertura di tre archi e con essi l'articolazione interna in spazi e ambienti. Il Castello di Santo Stefano è, inoltre, archeologicamente interessante per i resti di opus reticulatum, visibili per lunghi tratti nei suoi sotterranei, e per la presenza sulla costa di rudimentali bitte che dovevano servire per l’approdo dei navigli. Attualmente l'edificio è di proprietà della famiglia de Bellis che, grazie ad alcuni oculati interventi, lo ha portato all'antico splendore.