mercoledì 31 maggio 2017

Il castello di mercoledì 31 maggio






ZERBA (PC) - Castello e torre Malaspina  

Il territorio dopo la conquista romana passò ai Longobardi ed al governo della potente Abbazia di San Colombano di Bobbio fondata nel 614 da San Colombano ed al successivo feudo monastico e dopo il 1000 alla grande contea vescovile di Bobbio. Attualmente al santo irlandese vi è una chiesa a lui dedicata nella frazione di Vesimo. Come molti territori attigui fu poi concessa da Federico Barbarossa ai Malaspina nel 1164. Passò nel XIII secolo nel Marchesato malaspiniano di Pregola, nel XIV secolo alle famiglie Pinotti e Porri, per tornare nel 1404 ai Malaspina fino alla soppressione napoleonica del feudalesimo. Fino all'abolizione dei feudi imperiali era inserito nel contado di Ottone. Nel 1801 il territorio fu annesso assieme alla Liguria alla Francia napoleonica fino al 1814. Sul poggio dove ora sorgono i ruderi del torrione malaspiniano si crede che in quel punto il castello sia sempre esistito. In quel sito infatti, durante gli scavi effettuati nel 1951, sotto la guida del Prof. Monaco affiorarono interessanti reperti che furono fatti risalire all'epoca pre-romana. La posizione strategica, che domina le valli Trebbia e Boreca oltre a tutte le strade che a quei tempi venivano percorse per rifornire l'entroterra, indusse i  Liguri ad edificare una serie di fortificazioni dislocate nelle valli Trebbia, Aveto, a loro volta collegate con altre dell'Appennino ligure/emiliano, tese a formare una linea difensiva che li preservasse dalle  invasioni dei romani avanzanti da sud. Di questa linea difensiva di fortificazioni quello di Zerba era considerato tra i più importanti. Dell'antico castello, nei pressi di Villa Fontana, rimangono alcuni tratti di mura e la torre cilindrica. Appartenne da sempre ai Malaspina, fin dal 1164 quando il feudo assieme a molti altri in Val Trebbia divenne possedimento del marchese Obizzo Malaspina, grazie all'imperatore Federico Barbarossa, per la difesa della Via del Sale. Nel 1266 nelle divisioni di famiglia il castello ed il feudo passò assieme ai territori della Val Staffora al marchesato di Pregola. Nel 1361 Azzo e Federico Malaspina, figli di Alberto di Pregola, donavano il castello a Galeazzo Visconti duca di Milano, il quale, in data 26 ottobre 1367 lo investiva, unitamente a Brugnello e ad altre terre della zona, ad un Savoiardo: Simone di Novanton detto "Lo Scudiero Verde". Questi, infedele ed ingrato, avendo congiurato contro il duca, morì decapitato nel 1371. I suoi feudi confiscati vennero concessi al Consigliere ducale Stefanolo Porri. Il Porri, dopo poco tempo rinunciò alle prerogativa per cui Zerba passò ad un altro ministro ducale: Pinotto Pinotti di Reggio Emilia, che nel 1377 affittò il feudo per quattro anni al marchese Riccardo Malaspina della linea di Pregola. Il Pinotti morì nel 1384 non lasciando eredi e i beni ritornarono ai Visconti che ne reinvestirono Antonio e Galeazzo Porri, figli del già nominato Stefanolo. Quando, nel 1404 pure questi due fratelli vennero decapitati sotto l'accusa di tradimento, i Malaspina di Pregola ne approfittarono per impadronirsi di Zerba e Pej, luoghi questi che i Porri, malgrado i molteplici tentativi non riuscirono mai più a riavere. Nelle intricate divisioni che si susseguirono, nel 1453 il castello di Zerba passò con altri feudi al marchese Moroello Malaspina i cui discendenti lo tennero fino verso il 1670. A quella data il feudo di Zerba risultava alienato ad altri Malaspina, ramo di Pregola. Il Castello, è bene precisare, non fu mai un maniero vero e proprio, probabilmente si trovava già allora in rovina sopratutto per le lotte sorte tra gli stessi rami dei Malaspina per il suo possesso. Giova ricordare che il marchese Gian Maria lo incendiò nel 1575 e devastò il territorio di Zerba e Belnome, non essendo riuscito ad impadronirsi della zona con la forza. Infatti, verso la metà del XVII secolo i feudatari dimoravano in una casa-forte situata nella parte alta del paese e tuttora esistente,denominata anche "Caminata" dal cunicolo sotterraneo che collegava il palazzo alla torre,  percorso dai feudatari in caso di pericolo. Ristrutturata recentemente dagli attuali proprietari, a loro spese, dopo il rifiuto di sovvenzioni da parte del Ministero dei Beni Culturali, semplicemente togliendo l'intonaco che la ricopriva, seguendo con fedeltà la vetusta linea architettonica, come il ripristino delle arcate originarie, rispettando la tipica struttura medievale. Nel 1745 erano condomini di Zerba, oltre ai Malaspina di Pregola, anche quelli di Santa Margherita Staffora e Pozzolo che mantennero il possesso fino alla soppressione della feudalità, avvenuta in epoca Napoleonica. Adiacente ai resti del castello rimane ben visibile la Torre circolare oggi restaurata. Altro link suggerito: http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=1855

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Zerba, http://www.altavaltrebbia.net/castelli/alta-e-media-val-trebbia/2114-torre-di-zerba.html,

Foto: la prima è presa da http://www.unplipiacenza.it/dati/foto/associazioni/galleria/134_gra.jpg, la seconda è presa da http://simonesegalinitrekking.blogspot.it/2016/08/trekking-un-anello-di-4-giorni-dal_8.html

martedì 30 maggio 2017

Il castello di martedì 30 maggio




LONATO DEL GARDA (BS) - Rocca Visconti-Veneziana

La Rocca di Lonato (o Castello di Lonato) è una costruzione fortificata che sovrasta il centro abitato di Lonato del Garda, in provincia di Brescia. Al giorno d'oggi la fortificazione si presenta come una delle più imponenti di tutta la Lombardia, ma le sue origini sono piuttosto oscure. Edificata a partire dal X secolo fu da sempre considerata strategica dal punto di vista difensivo e militare. Nel corso dei secoli, venne sempre più fortificata fino a divenire una vera e propria cittadella militare, dotata di appostamenti e ricoveri per la presenza stanziale di truppe. Fu di proprietà dei conti di Montichiari, degli Scaligeri e nel 1376 dei Visconti che, con Bernabò, la potenziarono, estendendo le mura a tutto il borgo abitato. Nel 1404 Lonato e altri paesi (tra cui Castiglione, Castel Goffredo e Solferino) e la rocca passarono ai Gonzaga di Mantova e successivamente alla Repubblica di Venezia. Tra il 1509 e il 1515 tornò in possesso dei marchesi di Mantova ed è di questo periodo il soggiorno nella fortezza di Isabella d'Este, moglie di Francesco II Gonzaga. Sotto le sue mura nel 1797 venne combattuta la sanguinosa Battaglia di Lonato tra l'esercito francese, al comando di Napoleone Bonaparte e l'esercito austriaco, comandato dal feldmaresciallo Peter Vitus von Quosdanovich. Dal 1912 è stata dichiarata Monumento Nazionale. Intorno al 1920 la struttura venne acquistata dal senatore Ugo Da Como ed attualmente è di proprietà della fondazione che porta il suo nome. Al castello si accede dal suo lato meridionale tramite una porta restaurata dotata di ponte levatoio. Sul fianco destro dell'ingresso principale si apre una postierla (un'angusta porta d' accesso ai camminamenti per le guardie di ronda) che consentiva il passaggio di una sola persona per volta. Nella parte superiore, in una nicchia, è conservato il Leone di San Marco, simbolo della dominazione Veneta. Costituita da due corpi edificati a livelli differenti, la cortina muraria, composta da grossi ciottoli morenici ed una merlatura guelfa, si presenta a pianta irregolare, vagamente a triangolo, che protegge una struttura centrale lunga quasi 180 metri e larga mediamente 45. Passeggiando sul baluardo si scoprono le postazioni dell'artiglieria, i resti dei locali di servizio del corpo di guardia, attraverso i quali si accede all'ingresso della casamatta e poi al Quartiere Principale, che conserva ancora i resti delle canne fumarie delle caserme delle truppe, un ampio forno per la cottura dei cibi. Attraverso un portale ad arco a sesto acuto, si arriva nel Quartiere di Tramontana con i resti di una postazione di avvistamento. Percorrendo il cammino di ronda, si godere uno spettacolare panorama del lago di Garda mentre si arriva all'ingresso della Rocchetta a fianco della struttura del Maschio con la sua prigione. E' possibile raggiungere la cima del Maschio dal quale si gode di un ottima vista sul centro storico del paese e su parte della pianura. All'ingresso del Castello, si trova il celebre Palazzo del Podestà, da vedere per gli affreschi, gli oggetti ed i libri antichi che custodisce, lascito di un illustre Lonatese, il Senatore Ugo Da Como, che ha donato le sue preziose collezioni ed il Palazzo che le contenevano, perché se ne facesse un Museo. La Casa del Podestà sorse verso la metà del Quattrocento quale sede del rappresentante di Venezia, cui era demandato il controllo del territorio. Lonato fu sottoposta alla dominazione della Serenissima Repubblica di Venezia dal 1441 per oltre 350 anni, interrotti solamente dal breve governo del marchese Francesco Gonzaga (dal 1509 al 1516). Altri link suggeriti: http://www.fondazioneugodacomo.it/, https://castlesintheworld.wordpress.com/2013/04/04/castello-di-lonato-o-rocca-visconteo/, https://www.youtube.com/watch?v=sDoYExVAkq8 (video di Oliviero Trombini).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Lonato, http://www.tuttogarda.it/lonato/lonato_castello.htm

Foto: la prima è presa da https://www.residenzedepoca.it/matrimoni/scheda_location.php?id_location=visconteo, la seconda è presa da http://www.roccadilonato.it/it/fondazione-ugo-da-como

lunedì 29 maggio 2017

Il castello di lunedì 29 maggio




CARDITO (NA) - Villa Caracciolo Carafa

L’edificio, che è stato costruito secondo i dettami architettonici tardo rinascimentali, si sviluppa planimetricamente con impianto quadrangolare che, con due livelli e sottotetto, si articola intorno ad un ampia corte centrale. Elemento di spicco è la torre merlata che segna il portale d'ingresso e si eleva notevolmente rispetto alla costruzione. L'immobile è stato oggetto di interventi di consolidamento e ristrutturazione. La Villa Caracciolo Carafa non denota caratteristiche artistiche, estetiche o architettoniche di particolare rilevanza. Tuttavia, ha ricevuto notorietà nella prima metà del XIX secolo perché proprietà del Barone Petti (da cui è derivata l'iscrizione nella carta del Real Officio Topografico redatta, tra il 1817 ed il 1819, con l'indicazione di "Torre del Barone Petti"). A sostegno del pregio storico è il cespite, che si presenta ad impianto architettonico contraddistinto da linee ed ornati tardo-cinquecenteschi di gusto rinascimentale. La destinazione della dimora impressa dalla famiglia nobiliare è quella della "residenza di campagna", ovvero di centro di raccolta della produzione di derrate agricole arboree e di controllo per l'attività dei coloni. 
Solo marginalmente è adibita a luogo di svago per i nobili. E' proprio dalla sua principale destinazione che deriva la caratterizzazione architettonica dell'immobile. Infatti, l'edificio è costituito da un corpo centrale quadrato, sovrastante l'androne di ingresso con edifici interni dislocati lungo il perimetro della corte centrale. L'androne d'ingresso s'innalza di parecchi metri al di sopra della restante parte della facciata. Quest'ultima è coronata da una originale merlatura sostenuta da archetti pensili. Altri elementi tipici che contraddistinguono la villa sono: un ampio e lineare portale a tutto sesto in piperno; le aperture con archetto a tutto sesto e con sottili timpanetti; e, infine, una balconata dell'avancorpo al primo livello del prospetto.




domenica 28 maggio 2017

Il castello di domenica 28 maggio




VILLAPUTZU (CA) – Torre di San Lorenzo e Torre Motta

A forma cilindrica, la Torre di San Lorenzo si localizza sull’omonimo promontorio e fu edificata nei primi anni del XVII secolo. Per la sua posizione altamente strategica e la possibilità di individuare il nemico da grande distanza, era considerata il cardine del sistema difensivo del Sarrabus. La torre, con i suoi 12 mt di altezza e quasi 10 mt di larghezza, non era soltanto un efficace sistema d'avvistamento ma rappresentava anche la prima linea di difesa armata delle truppe aragonesi presenti a Villaputzu. Al suo interno erano infatti installati dei cannoni a lunga gittata che servivano a colpire ed abbattere le navi nemiche prima dello sbarco, mentre la sua posizione strategica era funzionale alla creazione di un efficiente sistema d'allarme per le altre torri ed il vicino centro abitato di Villaputzu. La Torre è oggi visitabile presso l'omonimo promontorio che domina la splendida Cala de s'Acqua Durci, caratteristica spiaggia ciottolata con fondale sabbioso e acque cristalline situata nel comprensorio di Villaputzu.
Torre Motta, chiamata anche Torre del Monte Rosso, fu costruita nel 1570 e si localizza a 132 m s.l.m., esattamente sulla sommità del Monte Rosso, sul rilievo montuoso denominato “Punta Pranedda”, da cui domina un vasto tratto di costa. Il punto, strategico, permette la comunicazione visiva con le Torri di S.Lorenzo e di Porto Corallo. Edificata in epoca spagnola, ha una volta a cupola ed è composta da graniti e scisti.

Foto: la prima, relativa alla Torre di San Lorenzo, è presa da http://www.villaputzusardegna.it/it/articles/30/la-torre-di-san-lorenzo-e-le-sue-sorelle.html, mentre la seconda, relativa a Torre Motta, è presa da http://www.traccedisardegna.it/storia-e-cultura/torre-motta

sabato 27 maggio 2017

Il castello di sabato 27 maggio





VILLAPUTZU (CA) – Torre di Porto Corallo e Torre di Murtas

Nella piccola collina che domina il porticciolo turistico, nel 1592 iniziarono i lavori per la costruzione della torre antibarbaresca, che tuttora, ristrutturata e resa accessibile dal comune, offre al visitatore un panorama indimenticabile di tutta la costa. La Torre di Porto Coallo venne costruita dalla Reale Amministrazione delle Torri. Di forma cilindrica e di dimensioni notevoli, sorge a circa 15 metri sul livello del mare, ed è in contatto visivo con le torri situate a nord, quella di monte Arrubiu e a sud quella delle Saline e quella di Capoferrato. La denominazione della torre risale già al XVI secolo per la forte presenza, nell'area, di corallari. La forma è cilindrica, con un leggero svasamento; l'altezza, dal livello di terra fino alla sommità dello spalamento della terrazza, è di 14 m. L'ingresso al primo piano è aperto a 6,5 m da terra; la camera interna, circolare, presenta un diametro di 6 m, una volta cupolata e tre troniere. Questo ambiente, detto anche casamatta, cioè la camera interna a prova di bomba, alla destra dell'ingresso, presenta una scala che porta al piano superiore e interna alla muratura. Sempre nel primo piano si possono notare un caminetto e la botola per discendere nella cisterna sottostante. Nel piano superiore, originariamente aperto, detto anche piazza d'armi, era costruita la mezzaluna, una struttura leggera, dalla forma semicircolare, realizzata in canne e coppi, che si appoggiava nel parapetto fronte terra; il suo scopo era quello di proteggere le munizioni e gli uomini della torre per la notte; nel lato mare, invece, la muratura era merlata per l'alloggiamento dei cannoni. Con i suoi 14 metri d’altezza e gli oltre 30 di circonferenza, la torre permetteva di controllare il delta del Flumendosa e il porto commerciale che veniva utilizzato per il traffico dei minerali provenienti dalle miniere all’interno e del corallo riccamente presente nella zona. In una relazione del 1720, la costruzione appare in buono stato; cinquant'anni dopo, il manufatto necessitava di restauro e così, fra il 1777 e il 1778, fu demolita e ricostruita la struttura superiore fino al livello del boccaporto; altri interventi furono realizzati nel 1791 e nel 1798. La torre, nella relazione del 1767 del piemontese Ripol, è indicata come torre di guardia con una piccola guarnigione composta da un alcaide, due soldati e un armamento costituito da due sole spingarde. Nel secolo XIX il piano superiore venne chiuso, fu innalzato tutto il parapetto e tutte le merlature vennero trasformate in finestre; nello stesso periodo venne addossata alla torre una scala in pietra. La torre di Porto Corallo, come scrive Della Marmora, subì l'attacco nel 1812 di una flotta di barbareschi della Tunisia, respinto grazie all'intervento di genti di Villaputzu e Muravera. Attorno agli anni trenta dell'Ottocento la torre venne riparata su progetto dell'architetto Melis; quindi, dopo il 1842, data della soppressione della Reale Amministrazione delle Torri, adibita ad altri scopi. È stata restaurata nel 1984. 

La Torre di Murtas è datata 1573, è stata edificata nel monte Arrubiu e con ogni probabilità ha un panorama similare, se non migliore, alla torre di Porto Corallo; presenta la caratteristica forma tronco conica con diverse aperture e volta a cupola. E’ situata molto più in alto delle altre torri e aveva probabilmente la possibilità di intercettare prima delle altre l’arrivo degli invasori e il suo compito era quello di dare l’allarme a tutto il territorio. Tutte le torri erano in comunicazione visiva e garantivano un ottimo sistema di allarme e di difesa della popolazione. Anche la Torre di Murtas si presenta in buono stato perché ristrutturata da poco.
Foto: le prime due si riferiscono alla Torre di Porto Corallo, ossia quella di Alessandro Dessi’ su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Torre_di_Porto_Corallo.jpg e quella presa da http://www.visitportocorallo.com/villaputzu/villaputzu-la-citta-delle-torri/.

La terza, relativa a Torre Murtas, è di codiceincivile su http://mapio.net/pic/p-57920255/

venerdì 26 maggio 2017

Il castello di venerdì 26 maggio




ROMA (RM) – Castello di Giulio II a Ostia Antica

All'epoca del suo massimo sviluppo la città romana di Ostia raggiunse i 75.000 abitanti, ma declinò con la crisi del III secolo. Ebbe una ripresa nel IV secolo come sede residenziale, mentre le attività commerciali e amministrative si erano spostate nella città di Porto. Già dal III secolo fu sede episcopale. L'acquedotto cessò di funzionare alla fine del V secolo. Nel 537, nel corso di un assedio dei Goti fu difesa dal generale bizantino Belisario. La città era tuttavia ormai decaduta e spopolata, avendo perso definitivamente il ruolo commerciale che le era proprio. La navigazione fluviale infatti era ormai impraticabile ed anche le comunicazioni via terra con Roma, attraverso la via Ostiense, erano diventate difficoltose e piene di pericoli. Rimase la porta d'accesso a Roma dal Tevere, lungo il quale risalivano pellegrini, mercanti e delegazioni giunte via mare. Nel IX secolo fu saccheggiata dai Saraceni. Papa Gregorio IV fortificò quindi il borgo sorto per dare rifugio agli operai delle saline lungo la via Ostiense, che prese il nome di Gregoriopoli (ormai comunemente identificato con l’odierno borgo di Ostia), e la città antica venne definitivamente abbandonata. Il nuovo abitato venne fornito di una cinta muraria con torri e fossato, che pochi anni dopo fu ulteriormente rafforzata da papa Niccolò I (858-867). Probabilmente nei secoli centrali del Medioevo la basilica di Sant’Aurea divenne cattedrale della diocesi ostiense, tutto ciò può spiegare il forte interesse dei vari pontefici per l’area dell’attuale borgo. Infatti, agli inizi del XIII secolo, l’abitato fu munito di una nuova cinta fortificata con torri da parte del vescovo Ugolino dei Conti di Segni, poi papa Gregorio IX (1227-1241). Nel 1253 Ostia e il monopolio delle saline passarono sotto il controllo diretto del Comune romano per opera del senatore di Roma Brancaleone degli Andalò, poiché era ormai evidente l’importanza del sito fortificato a controllo della foce del fiume e della costa. Nell’ambito delle lotte tra Papato e Impero, il borgo nel 1264 fu occupato dalle truppe filoimperiali di Riccardo Annibaldi. Durante la “cattività avignonese” (1305-1377), con il trasferimento della sede papale ad Avignone, il territorio subì invasioni, saccheggi e incendi; ogni volta, però, le fortificazioni vennero prontamente restaurate. Alla fine del XIV secolo la giurisdizione ostiense passò alle dipendenze della Camera Apostolica. In questo periodo ad Ostia era in funzione una dogana, nella quale venivano pagate le gabelle per l’entrata delle merci che arrivavano da Roma via mare, presidiata dal castellano di una più antica rocca, costruita a difesa del borgo forse all’epoca di Bonifacio IX (1389-1404). Tra il 1423 e il 1424 papa Martino V (dei Colonna) fece costruire un nuovo torrione circolare a difesa del borgo, che alcuni decenni dopo venne descritto da papa Pio II come una “turris excelsae et rotundae ad loci custodiam” in occasione del suo viaggio a Ostia nel 1463. Gli unici edifici abitabili nel borgo a quell’epoca, oltre all’episcopio, erano una taverna e la grande torre di Martino V, in origine più alta rispetto alla costruzione descritta da Pio II nel 1463, in parte distrutta poco tempo prima da un terremoto, con un crollo che causò il parziale interramento della struttura. Di questo torrione circolare rimane senz’altro la parte bassa, inglobata nel nuovo mastio della rocca tardo-quattocentesca, mentre, del precedente castello all’interno del quale la torre era inserita, non rimane più nulla. L’ascesa al soglio pontificio di Sisto IV nel 1471 diede inizio ad una politica di grande fervore edilizio. Infatti, il borgo ostiense fu oggetto di una generale ristrutturazione per opera del vescovo di allora, il cardinale francese Guglielmo d’Estouteville, i cui stemmi ancora sono presenti lungo l’attuale recinto murario di Ostia. A questo periodo si possono attribuire le due torri sui lati Nord-Est e Sud-Est delle mura, entrambe con struttura circolare che può ben collocarsi in età quattocentesca, quando la tecnica difensiva più aggiornata preferiva una difesa a 360 gradi, che evitasse i punti morti, privi di visibilità, procurati dagli spigoli delle torri quadrangolari. All’interno del borgo furono realizzati tre blocchi di case a doppia schiera, costituiti da cellule unifamiliari, paralleli uno all’altro e alla chiesa di Sant’Aurea. La minor lunghezza del blocco più meridionale comportava la creazione di uno slargo davanti all’ingresso della chiesa e alla rocca, cosa che ben si confaceva agli usi della comunità dell’epoca. Nel 1483 diventò vescovo di Ostia il cardinale Giuliano della Rovere, poi papa Giulio II (1503-1513), il quale realizzò due opere di grande importanza all’interno dell’abitato: la ricostruzione della cattedrale di Sant’Aurea e la costruzione di un nuovo castello. La grande iscrizione posta sul mastio della rocca ricorda, infatti, che i lavori di costruzione – a spese di Giuliano della Rovere – cominciarono sotto il pontificato di Sisto IV (1471-1484), zio del cardinale, e furono completati con la realizzazione del fossato nel 1486 da papa Innocenzo VIII. La costruzione di questo nuovo fortilizio rispondeva agli scopi della politica dei Della Rovere, che intendevano difendere in modo più concreto il litorale laziale, con la realizzazione negli stessi anni di due importanti presidi, Ostia e Civitavecchia. Inoltre la posizione del castello ostiense, a difesa dell'ultima ansa del Tevere, era notevolmente strategica sia per il controllo dei traffici doganali lungo il corso navigabile del fiume sia per la presenza delle saline, delle quali la Curia deteneva il monopolio. Il progetto della rocca è attribuito a Baccio Pontelli, anche se non mancano i dubbi. Vasari attribuisce l'opera a Giuliano da Sangallo (per la somiglianza di questo edificio a forma triangolare con quello da lui disegnato nel “Taccuino Senese”). Altri storici fanno il nome di Francesco di Giorgio Martini per il progetto, mentre Pontelli potrebbe aver diretto i lavori. In effetti l'opera presenta numerosi elementi riferibili alle opere ed ai trattati del maestro senese, che Pontelli potrebbe aver conosciuto durante la frequentazione ad Urbino, osservando da vicino la realizzazione del Palazzo Ducale. Tuttavia la rocca presenta analogie anche con le fortificazioni progettate da Francione, maestro a Firenze di Pontelli. E’ comunque un dato di fatto che l’iscrizione sul grande portale marmoreo d’ingresso al castello riporta, sotto al committente che è nominato in caratteri più grandi, proprio il nome di Baccio Pontelli preceduto dall’appellativo “achitecto”. Per i lavori di costruzione di quello che rappresenta uno dei primi esempi di architettura militare rinascimentale il Pontelli usufruì in notevole quantità di materiale proveniente dalle rovine di Ostia Antica. La scelta di una particolare pianta, avente forma di triangolo scaleno, non fu dettata solo dalla conformazione del terreno e dall'andamento del Tevere, ma dall'esigenza di inglobare una torre preesistente, costruita sul luogo sempre a scopi difensivi per volere del pontefice Martino V (1417-1431), facendola divenire il mastio della nuova costruzione. Il complesso architettonico è caratterizzato da un sistema perimetrale di casematte (camere da sparo nelle quali è ancora ben visibile un piccolo bagno per i soldati) che collega il torrione principale ad altri due torrioni, da un rivellino e da un ampio fossato circostante. Tutti gli ingressi erano muniti di ponti levatoi e quello sul rivellino presenta ancora i solchi della saracinesca. Tra gli elementi di maggior spicco che troviamo nel castello di Ostia e che sono stati certamente ripresi dal Palazzo Ducale di Urbino troviamo il bagno papale (di forma circolare, e non quadrata come quello marchigiano, che ricorda le sale termali romane e in particolare i piccoli “calidaria” e i “laconica”) e una scala elicoidale di ottima fattura con gradini in lastre di pietra sagomate. La struttura della rocca, con cortile interno trapezoidale, unisce ai ritrovati difensivi tipici dell’epoca, forme ed elementi innovativi: le due torri circolari ed il bastione poligonale per un’ultima difesa, altri elementi che richiamano il Francesco di Giorgio Martini, che anticipano soluzioni divenute comuni nel ’500. Pochi anni dopo la sua costruzione, sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia, durante l’occupazione del territorio italiano da parte del re di Francia Carlo VIII, il castello di Ostia fu al centro di varie operazioni militari, culminate nel 1497, quando la rocca fu assediata ed espugnata dalla fazione borgiana, alleata con la Spagna, in lotta con quella dei Della Rovere, favorevoli alla Francia. Successivamente papa Borgia commissionò importanti opere di ristrutturazione (rifacimento dei merli, parapetti, beccatelli, tetti, ecc. danneggiati dai colpi delle bombarde durante l’ultimo assedio) e di abbellimento (costruzione di logge, stanze, camini, porte con le insegne papali). Con l’ascesa al soglio pontificio, Giulio II (Giuliano della Rovere), ordinò dei lavori di ampliamento della rocca, i quali includevano la costruzione di nuovi appartamenti papali. Vennero ristrutturati così alcuni ambienti di epoca borgiana sul lato occidentale del cortile, e fu realizzato un monumentale scalone cordonato, interamente affrescato, per collegare i diversi piani. Le decorazioni, tra cui le grottesche, furono affidate a Baldassarre Peruzzi, a Cesare da Sesto e a Michele del Becca. Dalla presenza di stemmi papali di Leone X de’ Medici (1513-1521) e di Paolo III Farnese (1534-1549) conservati nell’edificio, si può concretamente ipotizzare la realizzazione di altre limitate ristrutturazioni all’interno del castello in questi periodi. Alla fine del lungo e sanguinoso conflitto tra la Francia e la Spagna per il possesso dei domini italiani, la rocca di Ostia nel 1556 subì un famoso assedio, portato dalle truppe guidate dal duca d’Alba, che qui di seguito vi racconto nel dettaglio. Nell’ottobre del 1556 il condottiero Orazio dello Sbirro fu inviato da Camillo Orsini alla difesa di Ostia con 114 fanti. Nel novembre venne assalito in Ostia dalle truppe del duca d’Alba: respinse una prima sortita condotta da Vespasiano Gonzaga. Dopo quattro giorni Orazio dello Sbirro abbandonò il centro abitato e si trasferì nella rocca. A metà mese a seguito del fuoco continuo portato per quattro giorni da sette pezzi di artiglieria(furono sparati più di 1000 colpi) il torrione occidentale incominciò a mostrare grosse crepe; il capitano rifiutò di arrendersi alla richiesta fattagli da Ascanio della Corgna. Vespasiano Gonzaga con due compagnie di fanti italiani, comandate da Francesco Frangipani della Tolfa e da Domenico Massimo (sostenuti da altre cinque compagnie) decise l’attacco generale. Lo stesso Gonzaga fu ferito alla bocca; vennero uccisi numerosi ufficiali tra i quali Leone Mazzacane e Marcello Mormile. Seguì un nuovo assalto di 300 veterani spagnoli agli ordini di Alvaro da Costa: anche questo terminò con notevoli perdite tra gli imperiali (150 morti con lo stesso Alvaro da Costa ferito mortalmente ad una coscia). Dall’ inizio alla fine dell’assedio nel complesso tra gli avversari restarono uccisi 1500 soldati. Dopo quattordici giorni Orazio dello Sbirro fu costretto ad arrendersi nelle mani di Ascanio della Corgna per la mancanza di polvere da sparo, proprio quando ormai il duca D’Alba con il suo esercito stava quasi per ritirarsi. L’esercito pontificio riuscì comunque a riorganizzarsi rapidamente e a riconquistare il castello. La struttura mantenne la propria funzione difensiva fino al 1557, quando una piena straordinaria deviò il corso del Tevere, lasciando a secco anche il fossato attorno alla cinta. Il castello, di conseguenza, perse la sua funzione e cadde in rovina. La sede della dogana pontificia fu prima spostata a Tor Boacciana (http://castelliere.blogspot.it/2011/10/il-castello-di-domenica-30-ottobre.html) e poi, dopo circa dieci anni, a Tor San Michele. Il castello di Ostia, rimasto danneggiato dopo l’ultimo assedio, nel corso del Settecento fu concesso in affitto dalla Mensa Vescovile a famiglie del luogo, ormai impaludato, per essere utilizzato come fienile, stalla e deposito. Gli inizi dell'Ottocento segnarono un punto di svolta nella storia ostiense. Il pontefice Pio VII (1800-1823) promosse e finanziò per la prima volta con fondi governativi una campagna di scavi delle rovine della Ostia romana. C’era bisogno di manodopera a basso costo che fu individuata nei circa 200 “galeotti” che dal castello di Civitavecchia furono trasferiti al castello di Ostia, che divenne presto sede di una nutrita guarnigione posta a controllo dei detenuti. Nel dominante mastio, in particolare, venne collocata la caserma delle guardie pontificie. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1878, il castello divenne sede del primo Antiquarium degli scavi di Ostia che, però duò solo 12 anni. Infatti nel 1890 i reperti furono trasferiti nella capitale presso il nascente Museo Nazionale Romano. Il castello poco prima della metà del Novecento fu oggetto di numerosi lavori di ristrutturazione, volti a riportarlo il più possibile all’aspetto rinascimentale, sotto la direzione dell’architetto Italo Gismondi. Per far risplendere l’antico castello di Giulio II, alla fine degli anni ’80, sono stati commissionati dei lavori terminati nel 1991 e nel 2003, in alcune di quelli che erano gli appartamenti papali, sono stati realizzati degli allestimenti museali. Con questo magnifico video (girato da “La mia Ostia” e le preziose spiegazioni di Piero Labbadia) potrete visitare virtualemente il castello di Giulio II, ma vi consiglio di venire a vederlo dal vivo perché merita ! https://www.youtube.com/watch?v=Tgpr0P9MCmM  



Foto: la prima è presa da http://www.ostiaantica.net/borgo.php, la seconda è una cartolina della mia collezione

giovedì 25 maggio 2017

Il castello di giovedì 25 maggio






MONTESCAGLIOSO (MT) - Castello di Santa Maria del Vetrano

Il casale S. Maria del Vetrano si trova nel comune di Montescaglioso, ma a soli 6,5 Km dalla periferia di Bernalda, per i bernaldesi la contrada è chiamata “U Tran”, nome che deriva chiaramente dal nome del casale. La contrada è caratterizzata dal gran numero di fondi coltivato ad olivo e ortaggi da parte di tantissimi agricoltori bernaldesi e in parte montesi. E’ raggiungibile percorrendo la strada provinciale per Matera e quindi proseguire per Ginosa e dopo soli 1,5 Km il casale è perfettamente visibile, in quanto è sito a pochi metri dalla strada provinciale. Il casale è imponente, con una torre merlata su cui si erge il campanile della chiesa di S.Maria del Vetrano. Il complesso è in uno stato di grande abbandono, negli anni 80 fu ristrutturato, trasformato in convitto e dato in concessione ad una comunità di recupero di tossicodipendenti, poi fu abbandonato e quindi è iniziato il triste degrado. Nel 1998 il prezioso portale della chiesa, già puntellato, crollò a causa del furto dei ponteggi. Il portale è stato recuperato dal Cea Montescaglioso ed è stato posizionato a secco in una stanza dell’Abbazia di Montescaglioso. Il feudo del Vetrano o di Passavante, è stato il possesso più importante dell’abbazia di S. Angelo. La masseria fortificata formata da due piani, al centro di una proprietà di circa 2000 ettari, è organizzata intorno ad un grande cortile. Un primo lato è chiuso da un muro di recinzione. Il secondo è delimitato dalla chiesa, in parte crollata nel 1998. Gli altri due lati del complesso sono delimitati dagli edifici della masseria tra cui una torre quadrangolare eretta a difesa dell’ingresso. Su una muratura del cortile fino al 1983, anno del trafugamento, era conservato un concio lapideo scolpito con figure di angeli, databile al secolo XIII ed attribuito al lapicida Sarolo da Muro Lucano. L’elemento scultoreo, riutilizzato in un contesto di fine secolo XVI, probabilmente proveniva da un portale monumentale appartenete all’abbazia di Montescaglioso. Il casale fortificato occupa il sito di un insediamento rurale greco, fu eretto dai Macabeo, feudatari normanni di Montescaglioso, sul finire del secolo XI e concesso in vassallaggio ad un “ miles “ della corte comitale attestato nelle fonti col nome di Passavante. Alla morte di costui, Emma Macabeo, moglie di Rodolfo, concesse il casale all’abbazia di Montescaglioso. Un ampliamento della chiesa è attestato per gli ultimi decenni del secolo XII mentre un radicale restauro è documentato per la seconda metà del secolo XVI. In questa fase i monaci ampliarono la chiesa allungandola ed aggiungendovi una cappella laterale sontuosamente affrescata con immagini della Madonna e di Santi. L’ingresso della chiesa, anticamente collocato all’interno del cortile, venne spostato sulla facciata esterna ed ornato con un sontuoso portale realizzato con carparo probabilmente prelevato da Metaponto, e scolpito con le insegne dell’abbazia: la bilancia e la spada di S. Michele, il pastorale e la mitra dell’abate. Essa, un tempo, si chiamava castello di Passavanti, per poi chiamarsi Santa Maria del Vetrano per la presenza di un vecchio castello. I terreni della Abbazia sono stati oggetto di scontri violenti tra gli agricoltori bernaldesi e montesi per secoli, prima che la grande cause tra i due comuni si concludesse dopo 500 anni solo nel 1978, quando una parte della contrada Campagnolo ed altre terre passò a Bernalda e la contrada Vetrano a Montescaglioso. Secondo una leggenda, la castellana dell’insediamento non riusciva ad avere figli. Tutto il giorno si disperava e pregava Gesù Cristo perché le desse il frutto tanto desiderato. Ma il Signore rimaneva insensibile alle preghiere della poveretta. Allora quella, vedendo che Cristo non l'ascoltava, si votò per disperazione al diavolo scongiurandolo che le desse un figlio e aggiungendo che non importava se poi lo avesse perduto all'età di diciotto anni. Quale compenso, metteva a disposizione la sua anima. Il diavolo accettò e promise che al nono mese avrebbe partorito un bel bambino. E così avvenne. Non si può credere quanto la madre lo adorasse, ma al pensiero che a diciotto anni egli doveva morire non si dava pace. Il ragazzo cresceva sano e sereno, ignaro del crudele destino che lo attendeva. Quando compì il sedicesimo anno la poveretta era ormai stravolta dalla pena e tutto il giorno non faceva che piangere e piangere. Qualche volta il figlio cercava di farsi dire perché fosse così afflitta, ma la donna non aveva il coraggio di confessarglielo. Tuttavia, all'avvicinarsi della data stabilita, e mancavano soltanto sette giorni, gli rivelò per filo e per segno ogni cosa. Il giovinetto impallidì, si sentì perduto, ma ciononostante ebbe forza di consolare la madre. Alla fine decise di trascorrere fuori di casa quei sette giorni e, ricevuta la benedizione materna, se ne partì. Cammina e cammina, giunse al convento dei benedettini di Montescaglioso e qui trovò ricetto per la notte. Il mattino seguente confidò la sua sventura al padre guardiano pregandolo di suggerirgli un mezzo per sottrarsi al disegno del demonio. Il padre guardiano gli disse: “Figlio mio, raccomandati a San Benedetto. Noi non possiamo fare altro che celebrare una messa l'ultimo giorno. E quando arriva l'ora che il diavolo dovrà scendere per prenderti, faremo in modo di trovarci all'elevazione, perché allora le porte dell'inferno si chiudono e il diavolo non può sortire”. Così fecero. Arrivò il giorno, e quando i monaci stavano con l'ostia alzata, il cielo della chiesa si spalancò, due grosse catene calarono dal soffitto proprio sul corpo del giovinetto il quale gridava e si contorceva e faceva ogni sforzo per divincolarsi; ma le catene cigolavano e lo tiravano su come un pesce all'amo con la canna. Ed ecco il miracolo. Proprio nell'istante in cui il giovane stava per sprofondare nell'inferno, San Benedetto partì dalla sua nuvola, lo afferrò, staccò le catene e lo liberò dalla morte. Il giovinetto s'inginocchiò dinanzi al Santo, gli baciò il lembo della tonaca e gli promise di farsi monaco. La lieta notizia giunse la sera stessa all'orecchio della madre, naturalmente contentissima. Egli intanto mantenne la promessa, si fece monaco e a trentatré anni, giusto come gli anni di Cristo, diventò padre priore del monastero. (Fonte: Consiglio Regionale di Basilicata). Altri link suggeriti: http://www.montescaglioso.net/node/1536, http://www.sa-storymaking.com/il-feudo-di-passavante/

Fonti: http://www.ceabernaldametaponto.it/index.php/archeologia/bernalda/79-santa-maria-del-vetrano

Foto: la prima è presa da https://www.avvenire.it/economia/pagine/valore-paese-cammini-percorsi, la seconda, invece, da http://www.itinerarifluviali.it/wp-content/uploads/2016/01/santa-maria-del-vetrano-3.jpg

mercoledì 24 maggio 2017

Il castello di mercoledì 24 maggio






MOMBERCELLI (AT) - Castello

Mombercelli nacque nel X secolo, molto probabilmente come borgo fortificato longobardo, insieme alle vicine terre di Malamorte (l'attuale Belveglio) e Vigliano d'Asti. Documenti più certi lo danno sicuramente nel 1125 come parte di un feudo Imperiale che comprendeva principalmente i territori di Rocca d'Arazzo, Rocchetta Tanaro, Vinchio, Castelnuovo Calcea, ecc. sotto il dominio di Loreto d'Asti, località presso l'attuale Costigliole d'Asti. Il suo nome ha diverse ipotesi, quella del mons bergerum, nome latino dato al rilievo collinare, oppure dal piemontese mont birchà, indicante le betulle del luogo, ma molto più probabilmente dal longobardo mombirsàn, cioè luogo di caccia. Nel 1160, i signori di Asti strinsero degli accordi col Marchesato del Monferrato per un'alleanza militare al fine di edificare una propria torre nel recinto fortificato di Mombercelli, al confine dei territori, cioè l'attuale castello, oggi in disuso. In quel periodo vi furono scontri tra le famiglie guelfe e ghibelline, a più riprese, con saccheggi e delimitazioni dei territori astigiani in cui vennero coinvolte le casate del Marchesato di Manfredo di Lanerio - De Canelio (da cui deriva l'attuale Canelli), fino al marchesato di Finale e Cortemilia e Boverio, per concludersi alla cessione, intorno al 1305, del territorio mombercellese a tal Martino Alfieri, del ramo di casata omonima e tesoriere di corte di Amedeo V di Savoia come ricompensa dei suoi servigi. Qualche decennio dopo, nel 1342, Mombercelli passò in possesso a Galeazzo II Visconti, già co-signore di Milano; il borgo restò sotto il Ducato di Milano per quasi quattro secoli, sino all'inizio del Settecento. In questo periodo Mombercelli fu affidata alla casata milanese dei Maggiolini e Scarampi, che abitarono il castello fino al Seicento, insieme alla nobile famiglia dei Bellone, ma anche agli Asinari marchesi di Bernezzo. La presenza del maniero fortificato fu, all'epoca, un costante problema per i mombercellesi, costretti a veder transitare continuamente truppe militari, banditi, sbandati e viandanti vari. Durante la guerra tra Cristina di Francia ed i cognati Principi Tommaso e Maurizio, Mombercelli fu quindi occupata dai francesi fino al 1650, per passare poi agli spagnoli. Dopo la Guerra di successione spagnola per cessione dell'Austria, Mombercelli passò a Vittorio Amedeo II di casa Savoia e divenne ufficialmente parte del Regno di Sardegna nel 1736, per poi annettersi all'Unità d'Italia. Nel 2010 il proprietario del castello di Mombercelli, Franco Gambaudo, ha offerto la proprietà del maniero alla civica amministrazione. La costruzione risalente ai primi decenni dell’undicesimo secolo (citata in un documento del 1125) per tanti anni fu importante fortezza e subì più distruzioni durante le guerre tra guelfi e ghibellini, e in quelle fra le famiglie Alfieri e Solaro. Distrutto nel XIV secolo, venne ricostruito nel XVIII secolo per diventare dimora permanente dei conti Maggiolini. Attualmente ne rimangono imponenti resti sul colle che domina il borgo; si osservano gli imponenti muraglioni di sostegno e contenimento della rocca fortificata, al culmine della quale rimangono i resti del mastio. Ora, dopo il crollo del tetto, la grande costruzione è pericolante. Di buono ci sono le grandi cantine e le cucine al piano terra. La posizione è incantevole con vista panoramica eccezionale. L’offerta del castello al Comune era già stata fatta da Gambaudo alla precedente amministrazione con un’apposita lettera datata ottobre 2007.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Mombercelli, http://www.gazzettadasti.it/index.php/primo-piano/Il-castello-di-Mombercelli-offerto-al-Comune, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7BA491A56C-7024-95CF-9558-4299CCBB3546%7D&A=0,

Foto: la prima è di sirhaplo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/7124, la seconda è di Cinnamologus su http://mapio.net/a/66667369/

martedì 23 maggio 2017

Il castello di martedì 23 maggio







NOLA (NA) - Castel Cicala (di Pio Stefanelli)

Col nome di "CastelCicala", oggi si indica una frazione del Comune di Nola, distante dalla Sede Comunale circa KM 2,5, con una popolazione di un centinaio di abitanti. In tempi andati con il nome di Cicala si indicava un Comune della "Terra di lavoro", sito sulla omonima collina, di cui il "Castello" costituiva completamento e coronamento (Cicala = dal greco Ghe-Kala (Terra Buona).
Il Castello di Cicala (uno dei circa 600 Castra o Castelli d'Italia), è uno dei più antichi e famosi della Campania, se non altro, uno dei più ricchi di Storia, comunque uno dei meno danneggiati ed ancora recuperabile. Nel periodo compreso tra i secoli V e XIII la sua storia, quella del Casale dal quale trae il nome, si identifica con la storia della stessa Nola. L'antica Città, infatti, saccheggiata e distrutta reiterate volte, col ferro e col fuoco, dai barbari invasori, depopolata dalle acque perennemente stagnanti, e dalla peste, fatta bersaglio, inerte, dalle ricorrenti eruzioni Vesuviane e scossa da frequenti movimenti tellurici, rimase per circa nove secoli quasi deserta, essendosi le poche famiglie superstiti, rifugiate sulla prossima collina. Qui, costruite le prime, rudimentali difese, in seguito ampliate e consolidate, la misera gente resistette e sopravvisse in primitive dimore, spesso ricavate dalle grotte nella collina, perdipiù sempre a combattere questo o quel nemico invasore. Fin quando, mutati i tempi, per eventi favorevoli, e migliorate le condizioni di vita, questi cittadini fuggiaschi potettero scendere al piano e ridare vita alla città abbandonata dai loro avi. Cicala, dunque, assorbì Nola e ne conservò le tradizioni: ciò vuol dire che fare la Storia sia di Cicala che del suo Castello, significa fare la storia di Nola, nell'arco di tempo anzidetto. Il vuoto, infatti, che i diversi storici lamentano per tanti secoli nello scorrere della Storia Nolana, consiste precisamente in questo, poiché sarebbe un inutile lavoro, cercare di fare ricerche su Nola e per Nola, in quel periodo quando la Città era cessata di essere, sotto l'aspetto civile-politico-militare, mentre sotto quello ecclesiastico non esisteva affatto, in quanto la Diocesi, fin dal II e fino a tutto il Quindicesimo secolo, risiedeva in Coemeterium (Cimitile). Le fortificazioni della collina di Cicala sono organizzate in tre cinte murarie pressoché circolari e concentriche. La prima cinta muraria, posta sulla sommità della collina, racchiude il nucleo principale del castello; la seconda, chiamata dagli abitanti del luogo “di San Paolino“, ingloba le altre strutture del castello dislocate soprattutto a sud e ad est. La terza include le pendici della collina e parte dell’attuale abitato di Cicala situato ad est e nord-est. La prima cinta muraria è costituita da mura leggermente scarpate a forma di tronco di piramide che formano una piattaforma sulla quale si elevano le singole torri quadrangolari, di diverse dimensioni, che costituiscono il nucleo principale del castello. Esso si articola intorno ad un cortile di forma irregolare sul quale affacciano gli ambienti che lo costituiscono. Sul lato nord si trovano alcuni ambienti allo stato di rudere, trasformati nel corso dei secoli e con le volte crollate. Dalle tracce che queste hanno lasciato all'attacco dei muri, si evidenzia una tecnica costruttiva particolare, sicuramente attribuibile al periodo normanno. Strutture dello stesso tipo sono state trasformate nella moderna chiesa di Santa Lucia. Altri ambienti annessi alla chiesa, coperti a volte estradossate, chiudono il cortile sul lato sud e collegano gli ambienti del castello col donjon posto a sud-est. Al cortile si accedeva mediante una porta posta sul lato est, ai piedi del donjon. Questa porta è stata rimaneggiata diverse volte e fino a qualche tempo fa si potevano notare delle scanalature, ora murate, da relazionare alla discesa verticale della porta nei piedritti in pietra calcarea bianca. In alto, in corrispondenza della porta, si notano ancora i resti di 15 beccatelli che costituivano caditoie per la difesa piombante; essi si sviluppano su tutto il muro che va dal donjon alla prima torre del castello. Ad una attenta analisi si nota che i beccatelli, posti proprio sulla verticale della porta, presentano inclusioni di travi in legno e hanno una forma diversa dagli altri. Questo lascia supporre che, in un primo tempo, vi potesse essere un apprestamento per la difesa piombante in legno, sostituito poi da strutture in pietra. L’elemento caratteristico del primo circuito è il donjon. Di forma rettangolare di m 18x25 circa e alto m 12 circa, si eleva su una poderosa base scarpata a forma di tronco di piramide le cui dimensioni alla base sono di m 28x35 circa ed è alta m 5 circa, alla cui sommità si sviluppava la merlatura con feritoie di difesa, come si evince dal tratto superstite ed inglobato nella muratura della porta verso la corte. L’architettura di questa torre presenta tutti i caratteri tipici delle strutture fortificate normanne, anche se probabilmente eseguite da maestranze locali. Pur presentandosi allo stato di rudere e colmo fin quasi alla cima di materiale di crollo, si può notare che essa era divisa in diversi ambienti ed articolata probabilmente su due o tre livelli di cui il primo non ha nessuna apertura verso l’esterno, essendo utilizzato per ambienti di servizio, mentre i livelli superiori assolvevano ad una funzione abitativa. Dalle aperture, alcune delle quali murate, altre trasformate, altre ancora funzionali, si nota che la struttura di età normanna ha subìto varie trasformazioni e rimaneggiamenti nel corso dei secoli. L’aggiunta sul lato est di una fodera muraria per quasi tutta l’altezza testimonia una fase di consolidamento che non ne ha mutato l’aspetto architettonico. Le finestre tonde strombate con cornice in tufo grigio, poste alla sommità del lato est e del lato sud, insieme alle sporgenze sulla parete che affaccia verso la corte testimoniano un adattamento della struttura in epoca sveva, infatti assume l’andamento planimetrico simile a molte residenze imperiali fatte erigere da Federico II. La bifora sul lato nord, unica superstite di un apparato decorativo risalente probabilmente al XIV secolo, anch'essa in tufo grigio, testimonia ulteriori adattamenti e trasformazioni architettoniche del donjon in epoca angioina. Dalla lettura delle strutture soprattutto nel secondo livello interno, si nota che le finestre bifore erano aperte almeno sui tre lati liberi della torre. Sempre all'interno del secondo livello, in un muro divisorio si nota una porta con architrave curvo a punta, caratteristico dell’epoca aragonese, la cui tipologia è presente anche nella Reggia Orsini, che testimonia di ulteriori adattamenti subiti dalla torre sotto la dominazione degli Orsini conti di Nola. Altre strutture allo stato di rudere, sul lato ovest, probabilmente la cappella palatina ricavata unendo ambienti preesistenti, collegano il donjon, originariamente isolato, al resto del castello. Questi elementi architettonici, che hanno modificato l’originaria struttura, confermano che il castello, a partire dal periodo angioino, non risponde più ad un’esigenza esclusivamente militare, ma è trasformato in luogo di soggiorno e diporto per l’amenità del sito. Altre strutture che testimoniano le diverse fasi di trasformazione sono le merlature e le feritoie per la difesa, sopraelevate alla muratura normanna nell’angolo sud-ovest del castello. Infatti si notano le diverse tecniche murarie e gli adattamenti operati per adeguare la struttura preesistente alle nuove esigenze di difesa. Le strutture del castello hanno subìto vari danni dal terremoto del 1980. Gli interventi più significativi hanno riguardato la prima torre quadrangolare nella cinta del castello, come si nota dal confronto fotografico prima e dopo i lavori di consolidamento, che in parte hanno obliterato finestre esistenti e feritoie per la difesa. La seconda cinta muraria, costituita da un notevole muro costruito con materiale misto, soprattutto grossi blocchi di tufo e pietra calcarea, denominata dagli abitanti del posto “cinta di San Paolino”, pone diversi problemi interpretativi. La tecnica ed il materiale costruttivo usato, prevalentemente tufo, proveniente probabilmente da altro sito hanno fatto ipotizzare agli studiosi un recinto preesistente all’insediamento normanno. Analizzando attentamente le strutture delle diverse opere fortificate, si nota che tali grossi blocchi di tufo sono utilizzati generalmente in tutte le strutture murarie, soprattutto dove la pietra doveva essere adattata a forme particolari o doveva costituire gli elementi di maggiore resistenza, come gli angoli delle torri. Tutto questo fa ipotizzare una struttura preesistente, di notevoli dimensioni, distrutta e riutilizzata come materiale edilizio. Tra la prima e la seconda cinta muraria sono comprese diverse strutture, tutte allo stato di rudere, che testimoniano il notevole sviluppo edilizio del castello. Le maggiori consistenze architettoniche si notano nel lato sud, dove tra l’altro è ubicato il “mulino”, struttura circolare, che nella conformazione attuale si presenta di difficile classificazione. Probabilmente si tratta di una torre, costituita da un primo livello adibito a cisterna e diviso in tre ambienti da muri radiali, al cui interno si notano le tracce di una scala elicoidale che collegava il primo al secondo livello. La copertura di questo vano è a volta, poggiante sul muro costruito come rifoderatura della struttura esterna più ampia. Tale struttura è anch’essa molto rimaneggiata, come si vede dalle aperture e dalle integrazione murarie. Dall’analisi delle strutture si nota anche che ai piedi della torre si sviluppa un muro più ampio di circa 2 metri con andamento concentrico, che lascia pensare ad una base sulla quale è stata innalzata la torre o, molto più probabilmente, al perimetro della torre più antica, demolita per costruire una struttura più modesta che assolvesse a funzioni diverse. Poco lontano da questa torre, sempre all’interno della seconda cinta muraria, vi era l’antica chiesa di Santa Maria a Castello, demolita, e sulle tracce della quale è stata edificata una moderna abitazione. Le poche strutture superstiti testimoniano un impianto a navata unica absidata di m 12x24 circa con caratteristiche architettoniche riferibili al XII secolo. La terza cinta muraria si sviluppa maggiormente sul versante nord, dove racchiude un’area molto vasta ed abitata, come si nota dagli innumerevoli ruderi ancora riscontrabili sui fianchi della collina. Dal lato ovest, tale cinta si restringe fin quasi a ricongiungersi alla seconda sul lato nord per il forte strapiombo. Nel lato ovest della terza cinta, in molte parti demolita od obliterata, si nota una struttura rettangolare coperta a volta e adibita a cisterna: tale struttura costituiva probabilmente il primo livello di una delle torri di guardia, poste lungo il perimetro murario esterno. Sul lato sud-est era ubicato il portello o le tre porte, come ancora viene chiamato. Questa struttura è costituita da un lungo corridoio inclinato di m 3,5x35 circa racchiuso da due alti muri che collegano la seconda e la terza cinta muraria. Costruzione molto singolare, presenta nella parte terminale a valle tre aperture ben conservate. Queste aperture ad arco ogivale hanno gli stipiti in tufo e presentano nei muri tracce dell’alloggiamento del trave di chiusura ed anche parte delle soglie con alloggiamento degli stipiti. Le due porte più in alto sono di minori dimensioni, posizionate una di fronte all’altra, e permettevano l’accesso alle aree nord-est e sud-est racchiuse nella terza cerchia muraria altrimenti non accessibili da nessuna altra parte del castello. La porta inferiore, di dimensioni maggiori, metteva in comunicazione l’area fortificata col borgo esterno e con le strade di accesso alla collina. La configurazione di questa porta permetteva una difesa laterale molto efficace prestando gli assalitori il fianco scoperto ai difensori. Nelle strutture del portello si notano diverse fasi costruttive, che testimoniano i restauri e gli adattamenti nei secoli alle diverse tecniche militari. A completamento della descrizione delle strutture fortificate della collina, vanno evidenziate le diverse cisterne presenti nelle tre cinte murarie ed esterne ad esse. Tali cisterne, probabilmente collegate tra di loro in modo da formare un vero e proprio sistema idrico, erano in grado di soddisfare le esigenze di approvvigionamento di tutta la popolazione presente sulla collina. Tale sistema è rimasto in uso fino a pochi decenni orsono quando è stato sostituito dal moderno acquedotto comunale. Un’altra testimonianza dell’antica importanza del castello di Cicala è data dalla presenza, in epoca medievale, di numerose chiese situate nel vasto territorio ad esso assoggettato. Alcune di queste sono ubicate in territori costituenti oggi comuni autonomi, molte scomparse, alcune ancora presenti nelle adiacenze del castello. Immediatamente fuori la terza cinta muraria è situata la chiesa della SS. Trinità, appartenente all'omonima abbazia di Cava, ancora oggi officiata. Ridotta ad un rudere quasi irriconoscibile è la chiesa del SS. Salvatore, situata al margine del borgo sul lato nord, i ruderi testimoniano un impianto a vano unico absidato di circa metri 8x16. Da una ricognizione superficiale del sito del castello si riscontra immediatamente la presenza di numerosi reperti dilavati e defluiti lungo le pendici della collina. Tali reperti, soprattutto ceramiche, qualche volta monete ed altro materiale, testimoniano la notevole stratificazione archeologica del sito fin dall’epoca protostorica protrattasi nel corso dei secoli. Una ricostruzione scientifica attendibile delle varie fasi di frequentazione della collina è possibile solo attraverso una corretta indagine archeologica, al più presto auspicabile, tenendo presente le notevoli opere di trasformazione e devastazione che stanno avvenendo sui fianchi della collina per dar luogo a costruzioni, piantagioni e nuove strade di accesso alle singole proprietà. Gli Storici Nolani, trattando dell'origine del Castello, si sono espressi con incertezza ed approssimazione, ed altri addirittura in maniera errata. Scrive il Leone (Ambrogio): ".... bisogna ritenere che il Castello sia stato costruito dai Nolani sia per i bisogni di guerra, sia per la vita molto comoda su queste colline". Invece il Remondini: "...fu dai Nolani edificato questo Castello, per maggiore sicurezza della Città cui sovrasta e sebbene oggi se ne veggano poche mura, già fu nei secoli addietro, una delle più forti Rocche della Campania Felice"; ponendo poi, la costruzione al tempo di Ruggero il Normanno. Il Musco, infine, avvicinandosi di più alla verità storica scrive: "Castel Cicala risale all'Alto Evo e fu in origine un Castello Longobardo appartenente ai Principi di Benevento". Con molta verisimiglianza doveva essere una fortezza di confine di quel Principato, con la Liburia (Ducato di Napoli). Il primo documento, in ordine di tempo, di cui si ha notizia, circa l'esistenza del Castello, è una preziosa pergamena del Secolo X conservata nell'archivio dell'Abbazia di M.Vergine nella quale è scritto che Giovanni (Vescovo appunto dal 948), procede ad una permuta del Castello di Cicala, che era in condizioni pessime, essendo stato distrutto da un incendio anni prima, con altri terreni. Lo storico Nicola Barone, in un suo scritto pubblicato a Maddaloni, nel 1924, conferma il suddetto documento, anche per la data (948) ed aggiunge la descrizione dell'incendio, avvenuto nel 937, ad opera degli Ungheri o Ungari. Dopo il dominio Longobardo, si conosce il nome di uno dei Conti preposto a Cicala tra la fine del X, inizio XI secolo: Marino (Marinus comes Castello Nolano) figlio di Orso Monaco ed aveva un figlio a nome Giovanni. Egli tenne il Castello ed il Casale al tempo degli Imperatori Bizantini Basilio e Costantino, mentre nel Ducato di Napoli sedeva Sergio Quarto; fu poi il Castello dominio dei Normanni, subendo danni notevoli dalle eruzioni del Vesuvio (993/1036/1139). Nel XII secolo fu Feudo di Federico II e poi del figlio Manfredi. Nella Bolla del Papa Innocenzo IV inviata da Anagni il 7 ottobre 1254, vi era scritto che egli concesse a Tommaso d'Aquino Conte di Acerra, ed al fratello Giacomo, tra le altre città, anche i Castelli di Cicala e Montesarchio, facendo cambio con la Contea di Loreto. La Pontificia concessione dei Castelli di Cicala e Montesarchio, ammette che i medesimi Castelli costituivano patrimonio della Chiesa, e di conseguenza il Papa poteva disporne. Carlo d'Angiò, assegnò, in seguito, la concessione a Guido di Monfort, con altri beni, e città, il Castello di Cicala nel 1268/69. Fra i primi Castellani di Cicala, dopo l'avvento di Carlo d'Angiò, risultano i nomi di: Guidone de Vito, Girardo de Villario, Simon de la Forest. Fu poi per lungo tempo Feudo degli Orsini: infatti verso la fine dell'anno 1479, troviamo Raimondo Orsini con il titolo di Conte, poiché spettarono a lui oltre al Castello, altre Terre. Dopo oscure vicende Cicala passò, dopo la Congiura dei Baroni (nel 1485) ad altri Orsini, e cioé: a Nicola, Conte di Pitigliano, e, nel 1509, ad Enrico. Con la donazione di Carlo V nel 1529 e la morte di Enrico nel 1533, avvenuta prima che gli Imperiali del Principe di Oranges, entrati in Nola, lo potessero imprigionare, la città di Nola ed altre Terre, furono donate al Viceré Carlo de Lanoy (o de la Noy): Famiglia originaria delle Fiandre ed alla consorte (Vice/Regina) Isabella di Mombel. Nel 1534, la Terra di Cicala fu regalata da Carlo Quinto, a Dionigi Bellotto (dei Longobardi di Benevento). Nel 1546, la Principessa di Mombel, asserendo che Cicala era di sua pertinenza, la vendette a Luigi Dentice, di origine Amalfitana. Troviamo il Castello nel 1563, di proprietà di Laura Albertini, vedova di Troiano Albertini, che cedette il Castello ad Antonio, suo suocero, per 2320 ducati.Nel 1573, Pompeo Albertini, lo vendette a Marzia Albertini, moglie di Angelo Alberto, che a sua volta lo passò ad Annibale Loffredo, ma questi, per ristrettezze finanziarie, dovette cederlo al Generale Consiglio, che lo alienò per la cifra di 5520 ducati. Tra il 1597 ed il 1611, il Castello subì l'ultimo radicale restauro, ma il 26 marzo 1632, un'eruzione del Vesuvio lo danneggiò in parte. Ceduto dal Fisco nel 1640 a Ladislao di Polonia, fu poi concesso al Duca di Maddaloni, Diomede Carafa. Dopo alterne vicende Cicala con le sue terre passò, nel 1725, alla famiglia Ruffo di Bagnara, e precisamente a Paolo Ruffo, con il quale ebbe origine il ramo di Castelcicala: Paolo Ruffo fu il Primo Principe di C/Cicala, con diploma dell'imperatore Carlo VI, del 29 gennaio 1729. Da oltre due secoli il Castello ormai giace abbandonato ed inabitato, tranne alcuni recenti restauri (anni 1960/80), dovuti alla Sovrintendenza della BB.AA. di Napoli. Altri link consultabili: http://www.castcampania.it/nola.html, http://iluoghidelcuore.it/luoghi/7933

Fonti: testo preso da https://bellezzemandamentali.jimdo.com/napoli/nola/castel-cicala/ (dove trovate anche molte foto interessanti....)

Foto: la prima è di micgiovanni su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/12166, la seconda è di Arch Ubaldo Pezone su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/370818/view

lunedì 22 maggio 2017

Il castello di lunedì 22 maggio







GUALDO CATTANEO (PG) - Castello di Ceralto

Il nome Ceralto, Cereris altus o altior (venerata sull’alto colle) richiama al culto di Cerere dea romana dell’agricoltura, ma quando si consideri meglio la posizione geografica, l’ambiente naturale della quercia e del cerro e la dizione popolare di “Cerralto” si ha ragione di avanzare altre ipotesi circa l’origine del toponimo. Scenario di lotte tra le città di Todi e Perugia, fu da quest’ultima distrutta nel 1311, passò a Todi, quindi a papa Alessandro VI nel 1496. Nel 1512 tornò a Todi il cui stemma (aquila) campeggia sulla porta del castello. Fu unito alla comunità di S. Terenziano nel 1815, che fu aggregato a Collazzone. Nel 1829 passò al comune indipendente di S. Terenziano e unita a Gualdo nel 1861. Il castello, presenta delle torri intatte e il maschio esagonale e delle mura ben conservate che dominano la valle del Puglia. Nel suo interno la chiesa dei ss. Pietro e Paolo, che poggia sulle mura castellane, conserva tele e affreschi. Il campanile è stato ricavato da una torre. La singolare ubicazione, la felice fusione tra l’articolato del sito e la tipologia architettonica, l’assoluta pace che vi regna fanno di Ceralto un’isola felice fuori dal tempo. Altro link suggerito: http://www.dalcacciatore.it/dintorni/ceralto.html. Ecco un interessante video (di Diego Pieroni) al riguardo: https://www.youtube.com/watch?v=LRPV5iJy1H0

Fonti e foto: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-ceralto-gualdo-cattaneo/

sabato 20 maggio 2017

Il castello di domenica 21 maggio




MIGLIANICO (CH) – Castello Masci

Lo sviluppo del borgo avvenne intorno alla rocca sorta in epoca alto medioevale, come testimoniano i resti di conci monumentali (riferibili al X secolo e XI secolo) gravemente danneggiati dall'ultimo conflitto mondiale ed ora restaurati ed adattati ad abitazione. Nei primi tempi l'abitato appartenne ai Conti di Chieti, alla Badia di San Giovanni in Venere. Inoltre, è anche molto probabile che in epoca normanna il castello abbia costituito un importante presidio militare in difesa del fiume Foro. In questo periodo viene citato nel Catalogus baronum (1014) come Mellianum, feudo di tre militi, quando venne presidiato da un certo Riccardus Trogisii, esponente di spicco di un ramo di una famiglia normanna venuta in Abruzzo al seguito di Roberto di Loretello e sub feudatario di boemondo, conte di Manoppello. Nel XIV secolo, la località è ricordata come "Molianico, Milianica e Millanica" con le chiese S. Angeli, S. Martini S. Andree in Milianica[4]. Nel XV secolo fu degli Orsini e nel termine del XVIII secolo fu dei Valignani di Chieti ma, successivamente, fu dei Todeschi di Pianella. Il castello fu costruito nel 1150 e, dopo numerosi attacchi, fu distrutto per essere più tardi ricostruito. Venne eretto con pianta quadrata che si sviluppa su due piani intorno ad un ampio cortile interno. Al pian terreno vi erano, in origine, i locali per la conservazione delle provviste, il nevaio ancor oggi esistente, la rimessa e l’abitazione dello stalliere. Al piano superiore vi erano gli appartamenti nobili con ampi saloni e soggiorni. Ebbe funzione di presidio militare fino al XV secolo, quando passò alla famiglia Orsini, proprietaria del feudo. Nel 1492 i Turchi distrussero Miglianico e il castello fu l’unico rifugio per i superstiti. Nel XVIII secolo vi abitò la famiglia Valignani, che ne rimase proprietaria fino ai primi anni del 1800, quando il Barone diede in sposa la figlia al nobiluomo Croce Ciavatta di San Salvo. Questi nuovi proprietari vendettero poi il castello alla famiglia Masci tra il 1937 e il 1939. L’intero edificio durante la seconda guerra mondiale fu sede del comando tedesco e venne profondamente stravolto, nonché gravemente danneggiato dai bombardamenti. Fu in seguito ricostruito dall’attuale proprietà che lo trasformò in civile abitazione.



Foto: la prima è di Freddy007 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/231119/view, la seconda è presa da http://iluoghidelcuore.it/luoghi/84141