giovedì 31 maggio 2012

Il castello di mercoledì 30 maggio




CERCEPICCOLA (CB) – Palazzo Ducale Carafa

Nonostante l'antichità del centro, abitato già al tempo dei Romani, le prime notizie certe riguardanti Cercepiccola risalgono al 1324, quando il paese aveva ben quattro proprietari. Nel 1397 Andrea di Capua, Conte di Altavilla, salì al potere del feudo e trasmise il comando ai suoi discendenti; i Gaetani, successero ai di Capua e a loro volta vendettero il feudo a Giambattista Carafa, il quale ne fu feudatario fino al 1566. Gli subentrò Scipione Carafa e, dopo il governo di suo figlio Ottaviano, il feudo passò di proprietà al nipote Giambattista, il quale lo vendette ai de Riccardo. Claudio Albertino lo acquisì nel 1636 e lo governò fino al 1645, anno in cui il feudo fu venduto ai Mormile, dai quali il potere passò agli Almirante, rimasti in carica fino alla fine della feudalità nel XIX secolo. L’unico dato che molto spesso manca quando si tratta di far conoscere la struttura e la storia dei castelli molisani e’ senza dubbio la data di edificazione, per la mancanza dei documenti a disposizione. Per la datazione ci si basa dunque su una accurata analisi della struttura muraria o analizzando lo stile utilizzato nel corso della costruzione. Tale problema non sussiste per il Palazzo Ducale, dato che i documenti pervenutici attestano che la sua edificazione nel 1571. L'edificio, che si erge, imponente e maestoso, al centro del paese, fu eretto per volere di Scipione Carafa, che nel 1566 ricevette il feudo dal Duca di Montecalvo ossia Giambattista Carafa. Esso costituirebbe il risultato di un ampliamento del vecchio castello, del quale rimane una torre quadrata. Ha una struttura a pianta quadrangolare estesa su quattro livelli; i torrioni angolari, anch’essi di forma quadrata, sono tuttora intatti, di cui uno di dimensioni maggiori rispetto agli altri e avente la funzione di mastio. L’ingresso rivolto verso la chiesa di San Salvatore è caratterizzato da un portale in pietra con arco a tutto sesto che conduce sino al cortile. La parte destra del palazzo nonostante sia in parte demolita conserva ancora degli archi a tutto sesto che appartenevano alla scuderia. Il palazzo non presenta balconi o loggiati ma solo una succcessione di finestre le cui dimensioni cambiano a seconda dei piani. Le finestre del terzo piano sono di dimesioni maggiori rispetto a quelle del primo piano; ciò fa supporre che al terzo piano risiedessero i padroni mentre al primo la servitù. L’interno del palazzo non può essere visitato perchè è divenuto residenza privata. Gli anziani del paese narrano che un tempo a Cercepiccola vi era un tunnel all’interno del palazzo ducale che permetteva agli abitanti di raggiungere velocemente le campagne limotrofe in caso di pericolo. La foto del palazzo è presa dal sito www.archart.it, ad opera di Giovanni Lattanzi.

martedì 29 maggio 2012

Il castello di lunedì 28 maggio


 
RIVERGARO (PC) – Castello in frazione Ottavello
Questo castello che non fu protagonista nè testimone di fatti notevoli, sebbene collocato ai confini dei territori di varie ed importanti famiglie feudali piacentine come i Landi, gli Anguissola e i Radini Tedeschi. Nel 1521 ne era signore G. Battista Zanardi Landi che nello stesso anno venne decapitato dai Francesi per essere stato trovato in possesso di lettere di ribelli anti-francesi, alleati del conte Pier Maria Scotti, detto «Il Buso» che, con il tradimento avrebbe voluto occupare Piacenza. A pianta quadrangolare, conserva ancora molte particolarità castrensi, specialmente sul fronte principale in cui si notano gli incastri del ponte e del ponticello levatoi, oltre alle merlature nel mastio d’ingresso. Nelle spesse mura costruite con ciottoli del Trebbia e laterizio si aprono alcune feritoie. Attualmente si presenta costituito da due corpi di fabbrica, posti ad una certa distanza uno dall'altro. Venuta meno la sua funzione militare, l'edificio divenne prima dimora signorile e poi, in epoca napoleonica, fu adibito a carcere, come testimoniano alcuni scritti del 19 febbraio 1811, nei quali si parla delle prigioni poste in esso e dei locali da sistemare, situati al piano terra e nei sotterranei, insieme alla cappella in cui si confessavano i condannati a morte. Oggi è adibito ad abitazione, ma mantiene tuttavia ancora una forte connotazione di luogo penitenziario, rappresentato ad esempio dagli anelli di ferro infissi alle pareti esterne usati per appendervi i corpi martoriati dei giustiziati. Trovare foto dell’edificio in rete è assai complesso, sono riuscito a procurarmi questa, gentilmente concessa dal sito http://www.preboggion.it, che ringrazio pubblicamente per la disponibilità dimostrata.

Il castello di martedì 29 maggio





FINALE EMILIA (MO) – Rocca Estense

Situata lungo l’antico corso del Naviglio (successivamente Panaro della Lunga, e oggi Via Trento e Trieste), questa possente costruzione, chiamata anche Castello delle Rocche ha mantenuto pressoché intatto fino a pochi giorni fa il suo impianto quattrocentesco, tale da renderla uno dei più cospicui castelli dell’Emilia Romagna e un gioiello dell’architettura militare del XV secolo. Altre sue parti risalivano ad un’epoca più antica, al XIII secolo. In quel tempo il Comune di Modena costruì la Torre del Popolo Modenese, oggi Torre dell’Orologio (anch’essa ridotta a rudere in seguito al terremoto di pochi giorni fa), e innalzò il mastio del castello, allora adibito a porta della cerchia difensiva del borgo, come confermato dal voltone di passaggio ritrovato alla sua base. Un primo nucleo fortificato, che poi andò a inglobare il mastio eliminandone la primitiva funzione di torre d’accesso, fu innalzato nei primi anni del Trecento, sotto Obizzo III d’Este, ma di esso non rimangono che pochi resti venuti alla luce nel corso di recenti scavi. La struttura del castello, così come l’abbiamo conosciuto di recente, vide la luce nel XV secolo. Infatti, nel 1402 il marchese Nicolò III d'Este affidò i lavori per la costruzione della rocca all'architetto Bartolino Ploti da Novara, autore dei castelli di Ferrara, Mantova, San Felice. La frammentazione del periodo di realizzazione della rocca spiega l’irregolarità dell’impianto planimetrico e la collocazione anomala del mastio rispetto alle altre quattro torri, tutte in posizione angolare. Intorno al 1430, infine, il disadorno fortilizio che sorse in origine subì la trasformazione in sontuosa residenza signorile sempre per volere degli Estensi e grazie all’opera dell'architetto Giovanni da Siena. Fu allora che vennero allestiti gli appartamenti ducali, aggiunti i loggiati che si affacciavano sul cortile e ingentilita la parte alta delle torri e dei corpi di collegamento con graziosi sporti e variopinti decori. Ai merli ghibellini già esistenti venne conferita una forma sinuosa ed elegante, tale che le punte di un merlo si congiungono con quelle del successivo formando un motivo di gradevole effetto decorativo che ben si coniuga con i sottostanti archetti trilobati. Degno di nota era il magnifico loggiato che delimita la corte, dalle eleganti archeggiature e il gusto raffinato dei particolari decorativi in cotto e marmo. Gli interni del castello conservavano preziosi resti di ornamentazione pittorica quattrocentesca, caratterizzata dal ripetersi, su fondo bianco, di elementi come stemmi, animali simbolici e imprese araldiche, attorno ai quali si dispongono tralci vegetali e cartigli svolazzanti che recano scritte in caratteri gotici. Alla fine del quattrocento, vari lavori vennero progettati per difendere il castello dalle acque piovane e dal fiume. Nel gennaio 1511 il castello ospitò il papa Giulio II che da Bologna si portava all'assedio di Mirandola. Probabilmente intorno al 1533 il castello venne restaurato. Nel 1535 le mura di Finale furono abbatture e il paese si allargò. Vennero poi progettate le nuove mura più ambie e robuste che non furono mai realizzate. Dopo secoli di dominio Estense, Finale Emilia ottiene nel 1779 il titolo di Città da Francesco III duca di Modena. Il castello divenne proprietà comunale nel 1864 e fu sede, sino alla metà del Novecento, delle carceri mandamentali. Nei suoi sotterranei sono state allestite mostre e organizzate conferenze e feste, mentre le sale del primo e secondo piano, grazie all'impegno di Berto Ferraresi e di tutto il gruppo culturale R6j6, hanno ospitano il museo civico. Resta grande amarezza nel ricordare i recenti restauri durati 5 anni e terminati nel 2011 grazie ai quali era tornata a splendere la facciata sude del castello, dopo un investimento di 650mila euro. Tutto ciò ora può apparire vano, purtroppo….ecco come si presenta oggi....
http://www.youreporter.it/video_RIPRESE_AEREE_La_rocca_di_Finale_Emilia

La foto che accompagna le notizie sul castello è invece antecedente al recentissimo sisma, mi piace ricordarlo com'era.

lunedì 28 maggio 2012

Il castello di domenica 27 maggio




FORTE DEI MARMI (LU) – Forte Mediceo

Detto anche "Forte Lorenese" o "Fortino", è una costruzione militare che si trova nel centro della cittadina, cui ha dato il nome. Venne realizzato in epoca settecentesca (completato esattamente nel febbraio del 1788) per ordine di Pietro Leopoldo I di Lorena e sotto la spinta del conte Federigo Barbolani da Montauto, Governatore di Livorno e Comandante del litorale. L’area di natura paludosa era ancora in via di bonifica e la costruzione della fortezza diede il definitivo impulso per l’aggregazione dello sparuto nucleo urbano sorto attorno al pontile per lo scarico/carico dei marmi in cittadina dal senso compiuto. La costruzione aveva funzioni difensive e di avvistamento lungo il litorale settentrionale del Granducato di Toscana, insieme ai gemelli Forte di Castagneto e Forte di Bibbona. Poteva comunicare attraverso l'emissione di segnali luminosi, a nord con il Forte del Cinquale e a sud con il Forte di Motrone, entrambi andati distrutti a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il primo castellano del forte fu nel 1788 il tenente Nicola Leonetti. Il forte aveva una doppia funzione: di presidio militare e di dogana. Al suo interno, infatti, esistevano vani per ospitare la guarnigione, locali ad uso di dogana e altri adibiti a magazzino della Magona. Oltre alla prevalente funzione di difesa, la struttura architettonica venne usata come magazzino dei marmi durante il periodo in cui il pontile era utilizzato come scalo commerciale per la bianca pietra proveniente dalle Alpi Apuane. Nel 1794 i soldati di stanza al forte dovettero respingere una nave nemica che passò davanti allo scalo dei marmi. Nei secoli successivi subì diversi e continui rimaneggiamenti che ne mutarono in buona parte la fisionomia originaria. Nel 1827 venne affiancato dal nuovo deposito delle polveri del Capitanato, prima collocato all’interno della fortezza di Pietrasanta. Più tardi nel 1846, a seguito dell'avanzamento della battigia, la linea di dogana fu spostata in avanti verso il mare, finendo a ridosso del Forte stesso. Durante il periodo fascista il fortino era la casa del fascio o palazzo littorio di Forte dei Marmi, successivamente diventò la sede delle poste e attualmente, dopo un periodo di inattività ed un restauro nel 2004, ospita all'interno il Museo della Satira e della Caricatura, inaugurato nel 1997, uno dei più importanti musei del genere al mondo. Al piano terra vengono allestite importanti mostre temporanee. Il Forte, circondato oggi da un contesto urbanistico moderno, costituito da una griglia ottocentesca di strade alberate, si presenta come un complesso a pianta quadrangolare, costituito da due corpi di fabbrica addossati tra loro. Il corpo di fabbrica principale, adibito in passato anche a funzioni abitative, si presenta a pianta rettangolare, culminando in alto con un piccolo campanile a vela che si eleva in posizione centrale oltre il tetto di copertura a quattro spioventi. Su uno dei due lati lunghi, l'edificio abitativo è addossato ad un bastione con possente basamento a scarpa che culmina con una terrazza per le sentinelle, a cui è possibile accedere dal piano rialzato del fabbricato principale. L'intera struttura architettonica del bastione presenta strutture murarie rivestite in laterizi, mentre il fabbricato principale si presenta intonacato.

sabato 26 maggio 2012

Il castello di sabato 26 maggio





CAPORCIANO (AQ) - Castello

Collocato in posizione strategica a controllo di tutta la Piana di Navelli e in modo da avere una comunicazione visiva con i castelli e conventi di Rocca Balascio, S. Pio delle Camere, Castelnuovo, Barisciano e Castellacci verso nord - Bominaco ad ovest e Collepietro, Navelli e Civita Retenga verso est, Caporciano conserva ancora oggi le caratteristiche di borgo fortificato. Il nucleo originario è individuabile nella porzione di territorio posta al centro dell'abitato e costituito da un recinto fortificato che si stringe attorno all'antica torre di avvistamento. Nel 1193 Galgano di Collepietro, fratello di Derisio signore di Carapelle, ottenne il feudo di Caporciano, che allora contava quaranta famiglie. E’ quindi quanto meno a questo periodo da far risalire la nascita del castello di Caporciano e, di conseguenza, dell’attuale abitato. La forma del recinto è riconducibile ad un triangolo al cui vertice si trova la torre principale. Si erge, come era allora consuetudine, sulla sommità del colle a quota m. 850 circa, da cui si apre un vasto orizzonte con uno stupendo panorama sull’altopiano. Nel ‘500 il castello subì un ampliamento necessario ad adeguare la cresciuta importanza socio-economica, testimoniata del resto dal crescente numero degli abitanti che vi soggiornavano. Da castello, assunse la tipologia di palazzo fortificato. Un ultimo ampliamento, anche se più modesto del precedente, vi fu intorno alla seconda metà del ‘600 e tutto nel versante est. Dalle fonti si apprende che il castello appariva proprietà di Giovan Vincenzo Quinzio dell'Aquila, che lo aveva acquistato, con tutte le giurisdizioni per il prezzo di quattromila ducati. Giovan Battista Quinzio, possessore anche di Bominaco, nel 1604 vendette i due feudi a Muzio Cappa dell'Aquila per il prezzo di settemila ducati. Dell'antico maniero, oltre al robusto mastio rimangono tre torri, tutte facenti parte della cortina muraria posta a sud, inglobate nelle abitazioni e due porte d'accesso. Sui resti del castello vennero costruite, nel '600 e '700, la chiesa parrocchiale dedicata a San Benedetto e l'oratorio dedicato alla Madonna ed al culto dei morti. Certamente l'elemento meglio conservato oggi è la torre principale, attualmente con funzione di campanile della chiesa, ma che il recente restauro iniziato nel 1990 ha in parte restituito alla vigorosa forma militare che le era propria. La torre è a base quadrangolare irregolare con dimensioni interne di mt. 4,00 x 2,30 e spessore murario variabile da mt. 1,30 a mt. 1,70 alla base. La sua altezza massima, misurata fino allo sporto di gronda, è di mt. 19,00. La notevole dimensione e la robusta fattura, con grossi conci di pietra squadrata presenti nella prima parte verso il basso, le conferiscono il caratteristico aspetto di fortezza militare. La torre aveva, così come la tecnica militare imponeva, l’unico ingresso al primo piano. L'entrata attualmente visibile al piano terra, con una piattabanda in cemento armato e con evidente taglio a forza di muratura, è stata costruita in epoca successiva. Al primo piano sorgeva con ogni probabilità un solaio poggiante su un arco in muratura; già a questo livello sono presenti le tipiche aperture di difesa e guardia. Oltre al primo solaio in muratura, esistevano altri due piani con orditura lignea le cui tracce nella muratura sono tuttora evidenti messe in evidenza dal restauro eseguito. Questi due piani sono caratterizzati dalle aperture di cui, particolarmente significative, sono quelle del secondo livello. Qui sono presenti, per ogni lato, quattro monofore a bandiera di cui due sono state riscoperte nel corso del restauro. L’apertura verso sud, che guardava all’interno del recinto, è munita di una doppia seduta per la guardia, mentre le altre sono munite di stipiti scolpiti e di una sola seduta. Sempre a questo livello, è stato possibile ricostruire sia il solaio di legno che una parte della scala che vi accedeva, giacchè erano ancora visibili i segni del vecchio solaio. La torre terminava con una volta in muratura su cui poggiava il terrazzo merlato di cui è tuttora visibile la traccia, sostituito da un solaio in cemento su cui, con una sopraelevazione di mt. 2, sono state impostate le celle campanarie. Del vecchio fortilizio medievale resta ancora ben visibile il tratto di mura che dalla torre si sviluppa verso sud-ovest. Su questa cortina furono poi ricavati dei vani di cui restano evidenti tracce abitative (un camino ed una data 1635). In questo tratto di cortina è stata rinvenuta, ancora nel suo sito originario, una delle due “archibugiere”, l’altra è stata riscoperta affiancata alla porta d’ingresso adiacente la torre principale, il rialzamento del piano di calpestio, l’aveva del tutto ricoperta. Qua e là, nel sito del recinto fortificato sono presenti numerosi frammenti di pietra lavorata con decorazioni a treccia alcuni dei quali del IX sec.

Il castello di venerdì 25 maggio




GALLESE (VT) – Castello Altemps

Sorge nella Tuscia, sull’estremità settentrionale di una collina di origine tufacea, strategicamente idonea per la difesa contro eventuali attacchi. L’assenza di documenti rende difficile risalire ad una qualche prima forma di fortificazione precedente al XIII secolo. Si sa, comunque, che nel 733 il feudo venne acquistato da Papa Gregorio III. Due secoli dopo, nel 1050, Gallese subì la dominazione di Gerardo, conte di Sutri, quindi divenne un comune, poi sottomesso a Viterbo fino al 1298. In tale epoca il paese venne fortificato con mura e torri, ancora oggi parzialmente visibili. Infine confluì nella proprietà della Santa Sede (che nel 1323 fece riparare la Rocca) da cui si separò per momentani domini di alcune famiglie: gli Orsini, nel 1330; gli Spinelli nel 1371; in seguito fu feudo dei Colonna, della Rovere, Carafa, Frangipane ed altre. L’antico castello fu distrutto al tempo di Sisto IV, il quale lo fece radere al suolo. Alla fine del XV secolo fu restaurato per volere di Papa Alessandro IV, che incaricò l'architetto Antonio da San Gallo di cingere la rocca di mura dagli altri torrioni merlati. Il feudo divenne quindi dei Borgia. Sugli spalti del castello nel 1511 Nicola Della Rovere, mentre era papa Giulio II, fece edificare un palazzo ducale. Venduto a Giovanni Carafa, fu comprato nel 1560 dal cardinale Cristoforo Madruzzo. Nel 1579 il feudo entrò a far parte dei possedimenti della famiglia Altemps, che lo acquistarono da Felice Madruzzo e, nel 1585, ebbero il titolo di ducato grazie a papa Sisto V. È nota la romantica, ottocentesca vicenda dell’ultima discendente degli Altemps. Nel 1851 nacque un idillio tra la duchessa vedova, Lucrezia, e un sottufficiale francese di stanza a Roma, proprio a Palazzo Altemps, idillio coronato dalla promozione ad ufficiale del giovane Giulio Hardouin, da un regolare matrimonio e dall’attribuzione papale, qualche anno dopo, del titolo di duca di Gallese a don Giulio. Di questa famiglia viene ricordata la munificenza del duca Luigi che negli ultimi anni del secolo scorso si prodigò per il miglioramento del paese e dello storico Palazzo. Sua sorella, Maria, il 28 luglio 1883 andò in sposa a Gabriele D’Annunzio: un matrimonio infelice, che durò pochissimi anni. Il raffinato ritratto della sfortunata duchessa di Gallese, dipinto da Giulio Aristide Sartorio, lo troviamo nella Galleria nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Un’altra leggenda si aggira intorno al castello: pare infatti che Violante Carafa venne strangolata nella stanza dell’ “Amore tragico” nel 1559. L’assassinio fu commissionato dal marito, che la credeva adultera. Il fantasma di Violante è stato visto numerose volte nel corso dei secoli e tutti concordano nel descriverla come una donna di alta statura, con viso ovale e occhi neri. Alcuni pare siano riusciti anche a conversare con lei. Furono gli Altemps a trasformare il castello medioevale in palazzo, affidando i lavori a Giacomo Della Porta (XVI secolo), allievo dello stesso Vignola. L’edificio, pur conservando la struttura portante di stampo medioevale, risente di tutte le gentilezze architettoniche del tardo manierismo. Ulteriori lavori atti a migliorare le comodità del vecchio maniero, vennero eseguiti nella seconda metà del XVII secolo dall’architetto romano Carlo Fontana. Il castello si presenta oggi a pianta quadrilatera ed ha inglobato nei rifacimenti cinquecenteschi, le quattro torri che ne proteggevano gli angoli. Oltre la rampa di accesso, passato il portale di stampo vignolesco, si accede all’elegante cortile con loggia. Si segnalano all’interno, oltre ad alcuni marmi preziosi nella loggia, anche importanti affreschi eseguiti nel corso del XVII secolo che decorano il Salone delle Armi. Dietro il Castello si estende un magnifico parco. Ancora oggi il palazo, abitato dal Duca Luigi Hardouin, conserva il suo antico splendore.

venerdì 25 maggio 2012

Il castello di giovedì 24 maggio




CEFALA’ DIANA (PA) – Castello Chiaramonte

Edificato tra il XIII e XIV secolo in cima ad una rupe arenaria, a 657 metri sul livello del mare, il castrum ha sostituito il vecchio castellum normanno di cui giunse notizia attraverso un documento del 1121 in cui, tra i confini di un podere nel territorio di Vicari, compare «...viam castelli cognomento Cephalas». Innalzato solo per questioni strategiche e militari, dalla sua posizione particolare garantiva infatti un controllo generale riguardo la viabilità fra Palermo e l'interno cerealicolo della Val di Mazara. Ben visibile dalla fotografia aerea, un'altra via secondaria scende in linea retta dal castello al celebre impianto termale conosciuto come bagni di Cefalà, cui, a partire almeno dal XIV secolo, era annesso un fondaco con la funzione di albergo rurale. Queste notissime terme (sottoposte nel 2000 a scavi archeologici con progetto di allestimento museale), il castello trecentesco (già oggetto di interventi di restauro) nonchè il sito normanno di monte Chiarastella (ancora da scavare) danno al territorio dell'antica baronia di Cefalà un interesse eccezionale sotto il profilo storico, archeologico, monumentale e paesaggistico. Nel XIV secolo la zona si spopolò a causa di una epidemia di peste. Intorno al 1329 il maniero divenne, assieme al castello d' Icla su monte Ciarastella e alla rocca di Sant'Angelo, parte della triade di fortezze che la famiglia Chiaramonte realizzò per controllare i suoi possedimenti, guadagnandosi presto la fama di "rocca imprendibile". Vent'anni dopo, esso venne attaccato dai palermitani come reazione contro un gruppo di predoni catalani, lì rifugiatisi, che taglieggiavano e depredavano la città di Palermo dei viveri. Venuta meno l’aristocrazia militare, in seguito alla restaurazione del potere monarchico, il castello divenne magazzino per le masserie, prigione rurale e occasionalmente dimora temporanea dei nuovi baroni che vi si avvicendarono (gli Abbate, gli Ulezinellis, i del Bosco, i de Apilia, i de Falgar). Il suo aspetto rude, senza alcun particolare decorativo, lascia immaginare una fabbrica priva di ogni confort abitativo. In effetti di rado esso servì come abitazione ai baroni che si trovavano a passare di lì e trascorrervi un ristrettissimo periodo di tempo. Nel 1406 la baronia venne concessa agli Abbatellis, mercanti toscani, cui venne confiscata nel 1503 dopo la ribellione degli ultimi membri della famiglia. Cefalà venne donata al Gran Cancelliere di Carlo V, Mercurino Gattinara; nel 1525 fu venduta al barone di Capaci Francesco Bologna. Prima di giungere a Nicolò Diana la baronia appartenne all’Opera Pia delle Anime del Purgatorio. Nel XVIII secolo i Diana, divenuti duchi di Cefalà nel 1684, fondarono il villaggio di Cefalà Diana. Il castello è costituito da una cinta interna che riproduce la configurazione del terreno, delimitando quindi una corte di pianta triangolare. L'ingresso al maniero avveniva originariamente attraverso una torre, situata a sud, con due vani porta, uno solo dei quali (chiuso da battenti di legno sprangabili mediante una sbarra che scorreva in apposito alloggiamento nello spessore del muro) è giunto fino a oggi. Nel punto più alto del sito sorge la torre mastra di pianta rettangolare (lughezza 12,60 metri, larghezza 8,40 metri ed altezza 20 metri), ancora in buone condizioni, costituita da tre livelli con una terrazza coronata da merli ghibellini. Originariamente la porta d'ingresso alla torre si apriva nel muro nord del primo piano, a 5 metri di altezza. Vi si accedeva tramite una scala esterna in pietra, ancora in parte visibile. Il piano più basso, coperto da due volte a botte, fungeva da magazzino e cisterna e comunicava col piano superiore attraverso una botola. Altre aperture erano due strette feritoie strombate. Entrambi i piani superiori sono ognuno di un vano, coperti da volte con mattoni disposti a spina di pesce. Al piano nobile della torre si arrivava attraverso un sistema di scale che, partendo dalla corte centrale, giungeva all’unica porta del mastio sul lato nord. Quattro monofore strombate all’interno e con ghiere di mattoni, due lungo i lati più lunghi del vano, illuminavano l’ambiente, mentre una strettissima saettiera serviva per tenere sotto tiro l’ingresso al castello. Nella volta si aprivano due stretti vani: il primo, mediante una scale in legno, immetteva in una terrazza coronata da una merlatura; il secondo permetteva lo sfogo al fumo del camino che illuminava e riscaldava il locale sottostante.

giovedì 24 maggio 2012

Il castello di mercoledì 23 maggio




BERNALDA (MT) - Castello aragonese

Situato in una posizione dominante sulla valle del Basento, è orientato verso sud-ovest. La prima costruzione risale ai normanni, ad opera di Riccardo da Camarda, che aveva ottenuto in feudo le terre circostanti, e che dunque provvide immediatamente a incastellare il territorio. Poco o nulla si sa delle epoche seguenti, se non che anche la comunità di Camarda fu, al tempo dell’imperatore Federico II, obbligata dallo Statutum de reparatione castrorum del 1241-1246 a manutenere e riparare le fortificazioni del castrum di Torremare, presso Metaponto. In seguito il castello fu abitato da vari signori, tra i quali si ricordano Pietro Tempesta e Bernando del Balzo e più volte restaurato per i frequenti terremoti che imperversavano nella zona, ultimo fra tutti quello del 1466 che devastò l'edificio. Si rese necessaria, infatti, una sua ricostruzione quasi totale che avvenne nel 1470 ad opera di Bernardino de Bernaudo, eminente uomo di corte, segretario di re Alfonso II di Napoli. Il maniero venne fortificato e difeso da un fossato e da un ponte levatoio. Dal nome del feudatario prese il nome l’intero abitato, che dovette crescere prospero se nel 1607 don Niccolò di Peres Navarrete ne potè diventare duca. Nel 1735 vi dimorò Carlo III di Borbone, il quale volle visitare i territori del suo regno, appena acquisito, in seguito alla guerra di secessione polacca. L’ospitalità ricevuta valse al feudo il titolo di città. Il castello ha una forma quadrangolare con tre torri angolari, una tipologia architettonica che è propria delle fortificazioni costruite alla fine del 400. Le torri hanno una forma cilindrica con la base più larga in confronto alla sommità, elemento che fa supporre un intervento edilizio sul maniero in epoca angioina. A ponente si nota una torre sottile e quadrata più antica delle altre. Le mura di chiusura del castello paiono assecondare la natura del terreno, e risultano prevalentemente perpendicolari. Originariamente la struttura era molto più grande e comprendeva almeno altre quattro torri. Ma con il tempo e con continui aggiustamenti il castello fu molto rimaneggiato nelle dimensioni. Le tre torri rimaste sono costituite da un piano interrato, adibito prevalentemente a deposito, cui segue un pian terreno con apprestamenti difensivi orientati anche verso l’interno del recinto, e due piani superiori aperti sul cortile, fatta eccezione per il torrione del vertice meridionale. Nella parte interna del castello vi sono diversi cunicoli, uno in particolare raggiungeva la Val Basento ed era una via di fuga in caso di assedio. Inoltre, peculiarità del maniero, vi sono ben quattordici pozzi, voluti da Bernardino de Bernaudo e utilizzati dai suoi abitanti per rifornirsi d'acqua in caso di attacco nemico prolungato. Una scorta praticamente illimitata.

mercoledì 23 maggio 2012

Il castello di martedì 22 maggio




PULA (CA) - Torre di Cala d'Ostia e Torre di San Macario

Tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII secolo, lungo le coste del territorio dell’attuale comune di Pula, l’amministrazione regia fece costruire tre torri di difesa contro i pirati barbareschi: la torre di San Macario, posta sull’isoletta omonima di fronte alla foce del Rio Pula, la torre di Sant’Efisio o del Coltellazzo, sulla penisoletta di Nora (di cui abbiamo già parlato in un post precedente), e la torre di Cala d’Ostia, sulla costa di S. Margherita di Pula. Tuttavia queste torri non servirono a molto, in quanto a causa delle scorrerie barbaresche e con l’epidemia di peste del 1652, Pula si spopolò nuovamente. Nel 1773, la torre di Cala d’Ostia, esplose accidentalmente e in prossimità dei suoi ruderi (a circa 20 metri) venne ricostruita una torre omonima più grande, sabauda, dotata di alcuni singolari accorgimenti per una migliore difesa in caso di assedio. La torre difendeva dalle incursioni barbaresche alcune insenature costituite dalla foce del Rio Pedras de Fogu e dalle due calette di Cala d’Ostia. Fu costruita proprio alla foce del fiume per impedire sia il rifornimento di acqua dolce, sia gli sbarchi nella piana di S. Margherita, dalla quale sarebbe stato facile raggiungere e attaccare la città di Pula da sud-ovest. Da questa posizione la torre poteva trasmettere segnali con la torre del Coltellazzo e con la vedetta della Guardia Grande di Chia. Di struttura troncoconica con un diametro di 9 metri alla base, ha l'ingresso situato a circa 5 metri d'altezza e permette l'accesso alla camera interna che ha una struttura diversa dalle altre torri. In questo ambiente, con volta a cupola, si trova un caminetto, una nicchia che costituiva l’imboccatura della sottostante cisterna e una feritoia. Attraverso un vano scala si accede alla piazza d’armi, circondata da un parapetto con merlature posto su due diversi livelli; verso il mare, infatti, il parapetto si abbassava per contenere tre cannoniere. Nel parapetto, inoltre, ci sono tre aperture dotate ognuna di una coppia di mensole in pietra per il sostegno di tre garitte ormai scomparse, una delle quali proteggeva l’ingresso della torre, mentre le altre erano situate in posizione opposta a Nord e a Sud. Per un breve periodo, dal 1807 al 1813, la torre fu presidiata da 5 soldati del Corpo Reale d’Artiglieria; poi nel 1842, con la soppressione della Reale Amministrazione delle Torri, fu riqualificata attraverso differenti progetti, e dopo qualche tempo dopo fu abbandonata. E' stata restaurata nel 2003.

La torre di San Macario si trova sull'omonima isola a 400 m di distanza dalla punta di S. Vittoria. Prende il nome dal monastero bizantino dedicato a questo santo, che si ergeva nella parte ovest dell'isola, sulla quale si trovano anche, ormai in stato di rudere, una chiesetta e una tonnara. La torre nacque per volontà del viceré De Moncada nel 1578, per difendere la zona del Rio Pula dallo sbarco dei corsari per fare rifornimento di acqua. Fu operativa già dal 1594. Era una torre des armas, quindi di difesa pesante ed era presidiata da un alcaide, un artigliere e 4 soldati. Con i suoi cannoni del calibro di 6 e 8 libbre essa impediva qualsiasi tentativo di sbarco nemico sulle coste; in questo modo, anche i pescatori della zona, potevano lavorare e recarsi alla tonnara senza paura di attacchi corsari. Alta circa 13 m e con un diametro di oltre 10 m, secondo uno schema collaudato e diffuso nell'intero settore S/O, presentava una zoccolatura di base molto pronunciata. La struttura, di forma troncoconica è costruita su due piani, non poteva contenere più di 5 uomini; infatti, gli uomini delle vedette di Las Cannas e di capo Spartivento, che di notte riparavano nella torre, erano costretti a dormire nel terrazzo sotto la mezzaluna (tettoia di canne e coppi sovrastante la terrazza all'aperto, così detta per la forma a semicerchio). L’ingresso, rivolto verso la terraferma, è aperto ad un’altezza di circa 5,60 metri dal suolo: non essendo presente una scala d’accesso, oggi non è possibile accedervi. La camera interna ha una copertura a volta ribassata sostenuta da una colonna centrale, è dotata di due feritoie per i fucili, di un caminetto e di una nicchia che costituisce l’imboccatura della sottostante cisterna. Una scala, ricavata nello spessore del muro esterno, conduce alla sovrastante piazza d’armi. In quest’ultima sono riconoscibili i resti di tre cannoniere e le tracce dei portali d’accesso di due garitte scomparse, una delle quali posta sopra l’ingresso. Si nota anche un parapetto, dove originariamente venivano arroventati i proiettili e delle mensole e anche, i resti di piastrelle in cotto del pavimento. Nei primi anni del '600, la torre impedì con i sui cannoni, lo sbarco dei francesi nelle coste di Pula per fare rifornimento. Nel 1605 si ha notizia dei primi restauri. Nel 1614 la torre - essendo "alcaide", (comandante della torre) Leonardo Lucio Obino - aveva subito un incendio probabilmente ad opera dei barbareschi che ne assaltarono gli spalti. Nel 1842, anno in cui fu soppressa la Reale Amministrazioni delle Torri, la torre trovò posto nei vari progetti di riutilizzo militare delle Regie Fortificazioni. Durante la seconda guerra mondiale il suo ruolo di controllo costiero fu preso dalla batteria antisbarco Boggio che si trova sul colle di Santa Vittoria, di fronte l'isolotto. Nel 1988 e all'inizio degli anni '90 ha subito un pesantissimo restauro ma oggi è abbandonata.

martedì 22 maggio 2012

Il castello di lunedì 21 maggio





VALDENGO (BI) - Castello Avogadro

E' un complesso di edifici di origine medievale, fulcro del feudo di un potente ramo biellese della famiglia degli Avogadro. Oltre al castello vero e proprio sono presenti altre costruzioni che erano in passato difese da un'unica cinta muraria e che costituivano un ricetto. Il castello si trova a quota 367 metri s.l.m. su una elevazione della dorsale collinare che separa il bacino del torrente Quargnasca da quello del Chiebbia. Ha la forma di un triangolo, dai lati irregolari che seguono l'andamento orografico del terreno. La sua origine è altomedievale: vi si alternarono Astolfo di Valdengo, Guala di Casalvolone e le famiglie Avogadro, che si sottomisero ai Visconti e che alla morte di Gian Galeazzo consegnarono Valdengo ai Savoia. Proprio agli Avogadro fu dovuta la trasformazione del rustico maniero precedente in un vero e proprio ricetto, capace di offrire protezione e difesa a tutta la popolazione. Della struttura originaria restano la torre di vedetta (bertesca), la porta di ingresso, che in alto riporta uno stemma dipinto, e una parte delle mura settentrionali di cinta, per quanto oggi inglobate nelle costruzioni residenziali. La torre-porta del ricetto realizzata in laterizio presenta doppio accesso, carraio e pedonale, con ponte levatoio, mensole interne, piano a sbalzo con caditoie e coronamento merlato. Attraverso essa si accede ad un complesso di edifici in cui è riconoscibile la struttura dell’antico ricetto e oltre al quale si trova il castello vero e proprio. Varcata la porta d'ingresso, inizia una stradina selciata in salita fiancheggiata da costruzioni lungo un solo lato. Le facciate delle abitazioni sono decorate ed arricchite da fregi, arcatelle, fasce in cotto. La parte finale del castello è costituita dalla costruzione più vecchia del complesso, denominata "la casa del Barone", restituita all'antica bellezza da un'opera di sapiente restauro. All'interno del ricetto vi è anche la piccola cappella, dedicata ai santi Eusebio, Antonio e Caterina, custodisce preziosi affreschi di primo Trecento, attribuiti al Maestro di Oropa (non visitabile). I successivi rifacimenti fecero passare il castello da una funzione prevalentemente militare a quella di residenza consortile ad uso dei vari componenti della nobile famiglia. Gli Avogadro cedettero in seguito parti del complesso ad altre casate nobiliari della zona tra le quali i Ferrero-Fieschi e i Dal Pozzo. Dopo i saccheggi a opera degli spagnoli e le pestilenze, nel 1792 Valdengo divenne contea a favore di Luigi Avogadro di Valdengo. In tempi diversi alcuni locali del castello hanno ospitato l'asilo infantile di Valdengo, la sede della Banda Musicale, oltre alle recite della Filodrammatica della "Fides et Robur". Simbolo riconosciuto del paese, che man mano è andato sviluppandosi ai suoi piedi, rimane una preziosa testimonianza storica. Purtroppo non è possibile visitare gli interni del castello, in quanto le diverse costruzioni che lo compongono sono ora adibite ad abitazioni private. Cercando sul web informazioni sul maniero, ho trovato diversi siti immobiliari con annunci di vendita riguardanti il castello (o parti di esso..).

domenica 20 maggio 2012

Il castello di domenica 20 maggio




AMASENO (FR) – Castello Conti di Ceccano-d’Angiò

Con la sua poderosa mole, occupa la parte più alta della collina dove sorge il centro storico; le parti restanti di muratura originale, ancora visibili, farebbero risalire la sua costruzione al secolo XIII. Tra gli elementi più antichi, oggi è possibile ammirare la ripida scalinata interna, realizzata con massicci conci di calcare sagomati e squadrati, mentre nella parte a Sud, sono ancora visibili le feritoie (dette comunemente occhi) tra due blocchi calcarei utilizzate per lo scolo dell'acqua; si può notare bene inoltre la base scarpata della muratura fino a metà dell'enorme parete, e al disopra di essa è ancora visibile una torretta. Nel corso degli anni, il fortilizio ha subito molteplici rimaneggiamenti; in alcuni periodi è stato anche abitato dalla popolazione locale e a tale scopo venne dotato di due balconcini che, osservando globalmente il castello, ne disturbano l'armonia stilistica e poco hanno a che fare con la maestosità della costruzione. Fino al 1937 il castello conservava i ruderi della torre mastio, che vennero di lì a poco eliminati per far posto al serbatoio idrico della città. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a partire dall'autunno del 1943, Amaseno dovette subire per vari mesi l'occupazione dei Tedeschi coi relativi soprusi ed ingiustizie alle quali si aggiunsero poi le violenze degli alleati, gli spietati cannoneggiamenti e bombardamenti ed il successivo saccheggio, cui furono sottoposti il castello assieme all'abitato per più giorni, dopo lo sfondamento della linea di Cassino; il cunicolo sotterraneo che dalla fortezza conduce all'esterno dell'abitato, in località Spinetti, si rivelò provvidenziale in questo frangente per molti abitanti del paese. L’edificio è rimasto per molti anni in abbandono, solo da poco è stato restaurato dal comune. E’ stata progettata la realizzazione di un ascensore all'interno della Rocca, al fine di renderla più fruibile, e, con tutta probabilità una biblioteca. La prima attestazione scritta dell'esistenza di Amaseno risale al 1125, quando ancora si chiamava Castrum Sancti Laurentii. San Lorenzo fu feudo dei Conti Di Ceccano a partire dal XII secolo; costoro erano riusciti a crearsi un dominio comprendente 14 castelli, oltre feudi e possessi minori, che si estendeva dalla Valle del fiume Sacco all'Agro Pontino, mirando di farne uno stato a sé. In quei tempi di feudalesimo, era infatti frequente il tentativo da parte dei signori locali di emanciparsi dal potere centrale, approfittando delle continue lotte esistenti tra Papa ed imperatore. Nel 1125, il papa Onorio II, circondato da numerose soldatesche, fece una spedizione punitiva ai danni dei feudi dei Conti Di Ceccano, nella quale vennero incendiate e distrutte intere città, compresa S. Lorenzo ed il suo castello; quest'impresa segnò la fine del sogno, irrealizzabile, dei Conti di Ceccano, che nelle persone di Gottifredo, Landolfo e Rainaldo si sottomisero e giurarono fedeltà al Papa. Nel 1165 il paese venne incendiato dalle truppe imperiali di Federico I, detto Barbarossa, in lotta con Papa Alessandro III. Ricostruito, San Lorenzo nel XIII secolo tornò ad essere possedimento dei bellicosi Conti di Ceccano che ne fortificarono il castello. Nel 1208 vi soggiornò brevemente Papa Innocenzo III, di passaggio dopo aver consacrato l’altare dell’Abbazia di Fossanova  Tra la fine del Duecento e i primi del Trecento passò per breve tempo ai Caetani: Landolfo II dei Conti di Ceccano, con testamento datato 18 agosto 1264, lasciò in eredità S. Lorenzo alla propria moglie Maccalona, ma nel 1297, durante le lotte dei De Ceccano contro i Caetani, Bonifacio VIII confiscò S. Lorenzo e lo diede ai Caetani, suoi parenti. Alla morte di Bonifacio VIII, S. Lorenzo ritornò ai Conti di Ceccano: Tommaso II detto “il Mutilo” lo tenne fino al 1350 circa, quando suo cugino Francesco III gli mosse guerra confiscandogli San Lorenzo assieme a Ceccano e a Ripi. In seguito San Lorenzo passò ancora ai Caetani, che si erano imparentati coi Conti di Ceccano, ma nel 1419 Papa Martino V Colonna lo confiscò a Cristoforo Caetani, duca di Fondi, e lo donò alla regina Giovanna II di Napoli, che a sua volta, in seguito lo girò a Giordano e Lorenzo Colonna, aggiungendovi anche altri feudi e il Principato di Salerno. La tradizione popolare narra che la regina Giovanna usasse soggiornare del tempo nel suo castello di  Amaseno. Si racconta che fosse di carattere ribelle, sfrontato e libertino e che non disdegnava la compagnia dei giovani locali o di quella delle sue guardie. Quando stanca di queste sue relazioni clandestine intendeva liberarsi, per non avere problemi, improvvisamente si perdeva traccia di questi suoi uomini. Da qui le più macabre leggende sulla presunta sparizione di questi giovani. Non vi è castello senza l’immancabile passaggio segreto, dunque dai sotterranei del castello, si dice, che un cunicolo portasse fuori dalle mura di cinta, in località Spinetti . Tale passaggio è stato utilizzato durante la seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti e alle incursioni dei soldati (marocchini ecc.). Da questo momento si aprì un lungo contenzioso tra i Colonna e i Caetani che costò a San Lorenzo anche un saccheggio, compiuto nel 1556 da Bonifacio Caetani. Dal 1549, proprio a causa del conflitto Colonna-Caetani, l'Ambasciatore spagnolo a Roma aveva preso possesso pro tempore di San Lorenzo, Sonnino e Vallecorsa che rimasero sotto l'amministrazione spagnola fino al 24 ottobre 1591, quando Filippo II di Spagna concesse i tre paesi oggetto di contesa a Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto. Dal 1591 fino al 1816 San Lorenzo rimase feudo dei Colonna e non fu più oggetto di contese tra i baroni romani.

Foto: realizzate entrambe da me sul posto

venerdì 18 maggio 2012

Il castello di sabato 19 maggio




TORRICELLA IN SABINA (RI) – Castello Brancaleoni

Il centro di Torricella in Sabina risulta nell’XI secolo tra i possedimenti della potente Abbazia di Farfa. Nel Registro Farfense il paese si trova già menzionato dal 1019 come "portione de ipso castello quod dicitur Torricella" (fu un certo Tedmario, figlio di Giasone, a donare il castello al monastero farfense) così come è citato nel 1047, nel 1059, nel 1066, nel 1079, nel 1086 sempre come Castellum Turricellae, forse in omaggio alla forza feudale della torre, eretta da parte dei primi feudatari. E' pur vero che, in un antico libro parrocchiale, il sigillo porta ancora il motto "Turris Celiae" a conferma della leggenda sulla bella Celia, secondo la quale una giovane donna venne qui rinchiusa e fatta morire di fame perché si era rifiutata di sposare un signorotto locale. Con certezza si sa che l'attuale torre è un resto di un castello dei Brancaleoni, nobili originari di Ferentino, i quali probabilmente l’avevano ricevuto in feudo molto tempo prima, unitamente ai castelli sabini di Frasso, Ginestra e Stipes. Torricella passò poi ad un’altra nobile famiglia, quella dei Cesarini, quando nel 1444 i fratelli Francesco e Paolo Brancaleoni donarono insieme ad altri beni che possedevano in Sabina – una parte del castello alla sorella Simodea, detta anche Semidea, andata sposa nel 1441 ad Orso Cesarini. Fu eretto allora (addossato alla primitiva torre), il palazzo che ancora oggi possiamo vedere; ci sono alcune pergamene dalle quali risulta la donazione di una parte del castello e di alcuni beni in Oliveto fatta nel 1466 da Francesco Brancaleoni a Gabriele Cesarini, figlio di Orso e di Simodea. Due secoli più tardi passò al ramo Sforza Cesarini, i quali rimasero proprietari della torre e del palazzo, principali edifici del borgo antico, fino alla prima metà dell’Ottocento. Il tozzo torrione circolare con alta base a scarpa, che fa cintura alla chiesa parrocchiale e che ne racchiude l'abside, ebbe nel medioevo una funzione militare per protezione alle invasioni barbariche.

Il castello di venerdì 18 maggio




PULA (CA) - Torre del Coltellazzo

Situata sul promontorio che domina la splendida baia di Nora, la Torre del Coltellazzo fu costruita dagli Spagnoli alla fine del XVI secolo, in arena calcaria; le sue fondazioni poggiano sui resti di antiche strutture dell'acropoli di Nora. La denominazione "Coltellas" risale al Medioevo, poiché il termine "Cortelazo" è presente nella documentazione del XIV secolo. La Torre del Coltellazzo dal XVIII secolo è chiamata anche torre di Sant'Efisio, in ricordo del martire guerriero, che, secondo la tradizione, fu ucciso a Nora per decapitazione. Essa costituiva una delle strutture difensive costiere dell'area sud occidentale della Sardegna: con il “Coltellas” di Carbonara (Fortezza Vecchia di Villasimius), a circa 42 km di distanza in linea d’aria, assicuravano l’estrema difesa a controllo del Golfo di Cagliari. Era un posto di guardia fortificato esistente già dagli inizi del XVI secolo (da documenti si rileva che nel novembre 1505 nel municipio di Cagliari si discuteva dei salari delle guardie di Pula, Carbonara e Sant'Elia. In seguito, come è testimoniato nel 1578, i due uomini di guardia furono stipendiati dal feudatario il conte di Quirra), con funzione di difesa delle insenature e delle peschiere dagli assalti corsari, e per questo era in contatto visivo con le Torri di Cala d'Ostia, di San Macario e del Diavolo. In posizione ideale per vigilare il mare e l’immediato entroterra, offre un superbo panorama su tutto il litorale circostante. Entrò in funzione nel 1607, ma solo nel 1700 diventò torre 'de armas', ovvero per difesa pesante: era dotata di cannoni capaci di rispondere al fuoco dei bastimenti, con una guarnigione di 4 uomini, oltre l'artigliere e il comandante. La struttura aveva forma troncoconica con un piccolo parapetto verticale, diametro di base di 12 m, spessore murario di circa 2 m e altezza di 11 m. L'ingresso, aperto a circa 6 metri dal suolo e rivolto a Sud, immetteva in una camera interna, larga 7,5 metri e con volta a cupola, pilastro centrale e costoloni di irrigidimento. Qui erano ricavati alcuni ambienti, tra cui la stanza dell'alcade, l'alloggio per i soldati, la santabarbara, i magazzini, la cambusa e la cucina. A destra dell'ingresso, una scala ricavata dallo spessore murario portava nella piazza d'armi. La terrazza era poi coperta da una mezzaluna. Tra il 1722 e il 1728 la torre venne trasformata in forte ad opera dell'ingegner Antonio Felice de Vincenti, coadiuvato dall'ingegnere Bellin e dal capitano Audibert. Dal XIX secolo subì interventi arbitrari che ne modificarono la fisionomia, come ad esempio l'aggiunta di una scala esterna per facilitare la salita all'ingresso. Passata alla Marina Militare, la torre venne trasformata, nella prima metà del 1900, nella stazione semaforica di Capo Pula, e durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzata come punto di avvistamento e fu presidiata da una piccola guarnigione della Regia Marina. Dal 1999 è di proprietà del Demanio dello Stato. Dal 2009 è stata data in concessione al Comune di Pula, dopo il restauro del 2002. Attualmente si può salire fino alla base della torre attraverso un sentiero dietro la zona archeologica. La struttura non è visitabile internamente senza un'autorizzazione preventiva della Soprintendenza.

giovedì 17 maggio 2012

Il castello di giovedì 17 maggio




MOLA DI BARI (BA) – Castello Angioino

Fu costruito, contestualmente alla riedificazione della città e a ridosso delle sue mura, per ordine di Carlo I d’Angiò tra il 1278 ed il 1281 per difendere la costa sud-barese dalle frequenti incursioni dei pirati. La direzione dei lavori venne affidata ai celebri regi carpentieri Pierre d'Angicourt, per le opere murarie, e Jean da Toul, per la carpenteria. Fu costruito dapprima il palazzo regio, odierna ala sud-est, e poi il castello vero e proprio, con la collaborazione di progettisti francesi e costruttori baresi, di cui si legge un’attenta documentazione a dimostrazione dell’accuratezza dell’opera. Per questo il castello di Mola appare invincibile, dotato di ottima fabbrica, feritoie, merli, caditoie, cannoniere, quindi eccellenti sistemi di difesa. L'ipotesi più accreditata sull'aspetto originario del castello è quella che fosse costituito da una torre rettangolare a tre livelli, guarnito di merli e difeso da caditoie e feritoie. Del complesso angioino, nucleo focale dell'attuale castello, probabilmente situato fra gli odierni bastioni Sud ed Est in corrispondenza dell'ingresso principale, si sono rinvenuti resti murari costituiti da conci in pietra rozzamente squadrati secondo la tecnica muraria dell'epoca, caratteristica di quasi tutte le costruzioni militari. Verso la metà del XIV secolo il castello fu rinforzato con due torri cilindriche in pietra viva poste a sud e ad est della torre angioina. Allo stesso periodo potrebbe risalire la costruzione dell'antico portale di accesso in pietra, posto a breve distanza dall'ingresso, lungo le mura angioine ma a livello inferiore, sotto la cortina est. All'inizio del XV secolo venne effettuato un consolidamento delle fortificazioni: alle cortine si aggiunse la realizzazione di un puntone a forma di pentagono irregolare, con conci in tufo carparo ancora oggi rintracciabili sotto l'estremità ovest del castello. Dopo alterne vicende il castello subì delle trasformazioni ad opera di Gaspare Toraldo che vi fece costruire ad intervalli regolari parecchi torrioni di forma circolare, uno dei quali è ancor oggi esistente. In epoca Aragonese, con la scoperta della polvere da sparo si verificò un sostanziale cambiamento delle strategie militari: i castelli costruiti in precedenza, a difesa prevalentemente verticale, dotati di alte mura a strapiombo per evitare la scalata, in seguito non furano in grado di opporre un'adeguata resistenza alle pur rudimentali armi da fuoco. Da qui la necessità di creare barriere che consentissero di ammortizzare l'urto delle palle di cannone. Tuttavia, data la novità della situazione, si preferì lasciare accanto alle cannoniere le caditoie, difese più tradizionali ma di efficacia sperimentata. Di qui l'originalità del maniero molese in cui si sovrappongono, stratificandosi, le esperienze architettoniche e militari di epoche diverse. Quindi alle mura verticali angioine furono addossate mura oblique, riempiendo le intercapedini con terra e materiale di risulta; furono create piazzole interne per l'artiglieria e le mura furono abbassate per consentire il tiro radente; sorsero inoltre bastioni per il tiro fiancheggiato, cioè per proteggere le cortine di muro comprese fra un bastione e l'altro. Tra il XV e il XVI secolo l'edificio seguì le sorti della città e passò attraverso le mani di diversi feudatari, resistendo a numerosi attacchi senza essere mai espugnato. Tuttavia i notevoli danni subiti con l'assedio veneziano del 1508 ne imposero un radicale restauro, avvenuto pochi anni più tardi, durante il regno di Carlo V, su progetto dell'architetto militare Evangelista Menga da Copertino, che gli diede l'attuale forma di poligono stellato. Un fossato comunicante con il mare circondava l'edificio, che era collegato alle mura della città per mezzo di un ponte. Avendo perso lo status di città regia tra XV-XVI sec. per indebitamento della Corona, Mola vide l’avvicendarsi di una notevole serie di feudatari, fino al momento in cui cadde nelle mani del mercante ebreo portoghese, conte Michele Vaaz, che per i suoi modi dispotici non fu mai gradito ai molesi che cercarono di riscattarsi con una causa portata avanti fino a metà XVIII secolo. Il castello fu utilizzato fino al XVIII secolo, poi, abbandonato, cominciò a subire un progressivo degrado fino al crollo parziale delle volte di copertura e di circa la metà delle cortine delimitanti il cortile interno, oltreché alla perdita di tutti gli orizzontamenti lignei. A completare tale quadro d’abbandono e di degrado, negli anni Cinquanta fu costruito un cinema addossato alle cortine del lato ovest, col completo stravolgimento delle caratteristiche architettoniche ed ambientali del complesso monumentale. Dopo scrupolosi restauri portati egregiamente a termine, il castello appare oggi splendido e fiero, segno della potente identità di Mola di Bari. Sono stati recuperati l’originario accesso est ad arco ribassato, percorsi ipogei, un suggestivo terrazzo panoramico, la cortina ovest. Alcune delle sale al pianterreno e al primo piano sono oggi affascinanti location per conferenze e altri importanti eventi culturali e artistici. Altre notizie su questa inespugnabile fortezza sull'Adriatico, si possono trovare al seguente link: http://www.comune.moladibari.ba.it/CittaVirtuale/Monumenti/castello/castello_storia.html

Il castello di mercoledì 16 maggio




SASSETTA (LI) – Palazzo Ramirez de Montalvo

Detto anche "castello", si trova lungo la fortificazione del borgo antico, dietro la chiesa di Sant'Andrea Apostolo. L'edificio, che domina Sassetta, risale al XVI secolo quando la famiglia Ramirez de Montalvo ebbe in feudo l'intero borgo, ma venne sui resti dell'antichissimo castello Orlandi. Il castello di Sassetta sorse, probabilmente come contrafforte per la difesa della costa tirrenica dalle incursioni dei pirati saraceni, certamente prima del Mille. Ne furono feudatari gli Orlandi della Sassetta, ramo degli Orlandi Pellari, una delle potenti famiglie pisane che facevano risalire la loro discendenza fino ai sette baroni ai quali l’imperatore Ottone I affidò la Toscana nell’inverno del 961, dopo la sua incoronazione a Roma. Gli Orlandi furono feudatari della Selva Palatina di Migliarino, di Col leviti in Val di Fievole, di Pescia, e del castello della Sassetta in Maremma. Nel corso del 1400, dopo la morte del Duca Gian Galeazzo Visconti, quasi tutta la Toscana cadde sotto il dominio di Firenze; l’antica rivale Pisa fu, già nel 1406, ceduta da Gabriele Maria Visconti, e conseguentemente anche Sassetta, territorio pisano, entrò nella sfera d’influenza fiorentina: ma non per questo cessò la fedeltà a Pisa degli Orlandi della Sassetta, che non persero occasione per partecipare ad ogni tentativo di ribellione ed insurrezione. Già nel 1433 Ranieri di Tommaso Orlandi fu condannato a morte ma la condanna fu poi sospesa e quindi annullata nel giugno 1434. Con l’avvento al potere dei Medici, le cose cambiarono e gli Orlandi mantennero buoni rapporti con i futuri Granduchi, in particolare con Lorenzo il Magnifico, con cui intrattennero un intenso carteggio. Nel 1475 Iacopo Orlandi fu nominato Cavaliere e Capitano delle milizie fiorentine, e la sua casata visse una fase positiva e ricca di prestigio. Dopo la morte del Magnifico (1492), la calata di Carlo VIII (1494) provocò la cacciata dei Medici ed una crisi interna allo stato di Firenze, che portò ad agitazioni e ribellioni in tutta la Toscana; nel 1501 Ranieri di Pietro Paolo fu inviato a combattere la ribellione di Pisa,e non esitò a passare ai pisani assediati. Ranieri fu stimatissimo guerriero: i suoi balestrieri sconfissero i Fiorentini a San Regolo, ed anche dopo la sconfitta di Cascina del 1499, il vincitore Paolo Vitelli, rifiutò di imprigionare il nemico Ranieri, dichiarando di “non voler esser bargello di un soldato valente e da bene”. Per questo episodio il Vitelli fu processato e decapitato dai fiorentini il 1 ottobre 1499. Successivamente, per aver mancato di presentarsi ad una convocazione della Signoria Fiorentina, Ranieri fu dichiarato ribelle insieme al fratello Geremia ed esiliato il 15 ottobre 1516; il feudo fu confiscato ed il castello distrutto. Gli Orlandi, condannati all’esilio e destinati a non tornare più a Sassetta, non si rassegnarono alla perdita del feudo e tentarono di allearsi, per via matrimoniale, ai potenti vicini Conti della Gherardesca, ma fra le famiglie scoppiò un litigio, motivo di un duello nel quale Geremia Orlandi uccise il cognato Fazio della Gherardesca. Ranieri scrisse numerose lettere a maggiorenti dell’epoca, in particolare a Giovanni dalla Bande Nere ed al nuovo Papa Leone X (membro della famiglia Medici) per chiedere interventi in suo favore e la restituzione del castello della Sassetta. Incontrò, però, la durissima opposizione della signoria fiorentina, che respinse inappellabilmente ogni possibilità di revisione della sentenza. Nel 1563, il feudo fu concesso ad Antonio Ramirez de Montalvo, nobile spagnolo, ed ai suoi discendenti in perpetuo. I Montalvo erano originari della Spagna e si erano trasferiti a corte a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo; qui ricevettero onori e importanza, tanto che Antonio Ramirez di Montalvo divenne uno dei più fidati cortigiani di Cosimo I de' Medici, ricevendo in premio un grande palazzo fiorentino e il feudo di Sassetta. I Ramirez de Montalvo tennero la signoria di Sassetta fino all’abolizione dei feudi, nella seconda metà del sec. XVIII, assumendo in seguito il titolo di marchesi e godendo solo i diritti di padronato sulla chiesa parrocchiale. Il palazzo di Sassetta venne ristrutturato nel XVIII secolo. Sulla facciata resta un grande stemma familiare in pietra. Il Palazzo Montalvo è stato dichiarato inagibile nel 2005, pertanto al momento è possibile visitare soltanto l'area esterna. Oggi è di proprietà comunale e si spera di poterlo ristrutturare affinchè le sue stanze possano ospitare L’Accademia delle Arti Applicate, una scuola per eccellenze, gestita e diretta da nomi di spicco tra le autorità nei campi dell’enogastronomia, dell’arte, dell’agronomia e della storia. Chissà come andrà a finire...

mercoledì 16 maggio 2012

Il castello di martedì 15 maggio




PANOCCHIA (PR) – Castello Cantelli

La prima notizia del luogo, sicuramente di origini romane, è datata 1 giugno 880. Comune autonomo sino al 1943, poi 1950/1963, oggi delegazione di Parma. La parte più antica che rimane è costituita da alcuni immobili rustici allora dei feudatari Cantelli, ai quali è dovuta la costruzione del castello attorno al 1500. L'edificio, già residenza estiva dei conti Bevilaqua, è accanto alla chiesa, un tempo cappella del maniero. Oggi è momumento nazionale.

lunedì 14 maggio 2012

Il castello di lunedì 14 maggio




CORTONA (AR) – Fortezza Medicea

Conosciuta anche come Fortezza del Girifalco, fu utilizzata probabilmente nel periodo altomedioevale da guarnigioni gote e longobarde, ma la prima documentazione certa risale all'anno 1258, quando fu ceduta ad Arezzo. Dopo il 1266 vi furono eseguiti diversi interventi di rifacimento, proseguiti poi successivamente nel 1300 sotto la Signoria dei Casali. Furono in seguito i Senesi ad aiutare i Cortonesi sia nella ricostruzione delle mura che della Fortezza, poco prima che la città passasse sotto il dominio di Firenze (1411). Risale a questo periodo il corpo centrale, o maschio, che serviva da chiave di volta del circuito delle fortificazioni. Nel 1540 il Granduca Cosimo I de' Medici (detto Cosimo il Vecchio), a seguito di una lunga ispezione di tutte le fortificazioni da poco entrate nel dominio di Firenze, rimase colpito dalla peculiare posizione di quella di Cortona. Decise allora di farne uno dei baluardi più imponenti del potere mediceo nell'aretino. Sebbene l'opera, avviata nel 1556, sia stata finanziata con denaro fiorentino, la popolazione locale contribuì di tasca propria, sottoposta ad una pesante tassazione. I lavori, diretti dall'architetto Gabrio Serbelloni, nipote del papa Pio IV, e dal cortonese Francesco Laparelli, si conclusero nel 1561. Il Serbelloni continuò la linea tracciata anni prima, sull'architettura militare medicea, dai due Sangallo. L'intervento di ristrutturazione della Fortezza interessò anche le mura e le porte della città: furono abbattute le torri che, con cadenza regolare, sorgevano sulle mura, furono anche chiuse alcune porte ed abbattuti i borghi esterni. La città trasse fin da subito i benefici della nuova ristrutturazione, che gli permise di difendersi dalla pressione dei Senesi e dello Stato della Chiesa, i cui confini non erano molto lontani da quelli di Cortona. Con il nuovo clima di pace e stabilità politica instauratosi a partire dal XVII secolo, l'interesse dei Granduchi per le costruzioni militari iniziò a sfumare, in favore dei fastosi palazzi residenziali e la rocca iniziò progressivamente a perdere di importanza. La Fortezza divenne così la sede di una piccola guarnigione con esclusivi compiti di polizia cittadina. L'aspetto attuale è il frutto della ristrutturazione cinquecentesca: imponenti mura seguono un tracciato trapezoidale con quattro bastioni angolari di forme e dimensioni diverse. Ognuno di essi aveva un proprio nome: quello a sud era chiamato S. Margherita (la patrona della città di Cortona, infatti la Fortezza si trova vicino alla chiesa di S. Margherita), prossimo all'ingresso, dove era situato il corpo di guardia; gli altri erano ad ovest S. Maria Nuova (altra chiesa di Cortona), a nord S. Egidio (il monte più alto delle montagne cortonesi) e infine S. Giusto a sud. Al loro interno si trovavano il magazzino delle polveri ed il carcere (a sud), quattro posti cannone (a ovest), due cannoniere (a nord) e tre fuciliere (a est). Le mura vennero concepite con progetti di ultima generazione, munite ai loro piedi di terrapieni studiati per attutire i colpi dei cannoni, mentre ogni bastione ha delle feritoie laterali su cui venivano sistemati i cannoni che consentivano di difendere tutti i lati della struttura. Il corpo centrale del fortilizio ha dimensioni piuttosto ridotte per cui si pensa che potesse ospitare solo un'esigua guarnigione, pur tenendo presente che diverse baracche dei soldati che si trovavano lungo i lati del cortile sono state demolite. Osservando bene l'edificio dall'esterno, si può notare che vi sono, nella facciata rivolta verso l'ingresso, diverse integrazioni a mattoni e notevoli rimaneggiamenti: ampie finestre sostituiscono quelle più antiche molto più piccole, ciò a dimostrazione dell'uso diverso che si fece nel tempo del palazzo, il quale venne assumendo via via caratteristiche sempre più 'civili'. Il materiale utilizzato nelle varie epoche per la sua costruzione è molto differenziato, infatti a pietre ben squadrate si alternano vari materiali. Le parti più antiche rimaste sono la facciata interna e la muraglia orientale che chiude a nord il cortile interno. L'accesso alla Fortezza avviene per mezzo di un grande portone rivestito di ferro e ulteriormente protetto da una chiusura a saracinesca. Ai lati dell'accesso si vedono subito due casamatte progettate per il fuoco incrociato. Il Maschio è visitabile anche se poi al suo interno sostanzialmente non c'è nulla. Dal secondo piano del Maschio si può visitare tutto il camminamento di guardia. Dalla Fortezza e dal suo camminamento si può ammirare praticamente tutta la Val di Chiana fino al Monte Amiata ed al Monte Cetona oltre che vedere un'interessante scorcio del Lago Trasimeno. Attualmente la fortezza, recentemente restaurata e di proprietà comunale, viene utilizzata per manifestazioni ed esposizioni. Si avvia ad essere un importante centro per l’arte contemporanea nonché uno spazio utilizzato per eventi culturali. In rete ho trovato un articolo che parla della fortezza come futura sede di un centro supertecnologico delle arti, aperto alla ricerca internazionale, alla sperimentazione e contaminazione di generi come musica, teatro, cinema e arti visive. Un progetto ambizioso, di cui sarà direttore artistico un illustre cittadino cortonese, la rockstar Jovanotti. Non so come sia andata a finire questa storia...se qualcuno è più informato, si accettano aggiornamenti !

sabato 12 maggio 2012

Il castello di domenica 13 maggio




SALASCO (VC) – Castello in frazione Selve

La località Selve viene citata in un documento del 1151, fecente parte dei possedimenti dell'abbazia di Muleggio, detta anche infatti di Selve, che l'amministrò fino al 1729. Di una fortificazione in muratura si parla solo dal Quattrocento in poi. La sua edificazione è ipotizzabile nel 1414 se ci si attiene alla data riportata su di una tavoletta in cotto sopra l’ingresso. Della sua storia si sa ben poco ma che certamente, come molti castelli del vercellese, venne costruito con lo scopo di salvaguardare i prodotti agricoli. La fortificazione non fu dunque coinvolta in attività militari di una qualche rilevanza. Quello che rimane del maniero è un complesso a pianta rettangolare con cortile interno: ad ovest, una torre quadrata con porta carraia e pusterla, servite da ponti levatoi, sporge dalla cortina; sull'angolo nord ovest è invece visibile una torretta cilindrica, mentre agli spigoli nord est e sud est vi sono i resti di due torri quadrate. Nei secoli il castello è stato molto rimaneggiato, ma conserva tuttora in gran parte la sua fisionomia originale. Attualmente è adibito a tenuta agricola.
Vi è stato girato il film “Riso Amaro” di Giuseppe de Santis.