domenica 30 settembre 2012

Il castello di domenica 30 settembre






FRANCAVILLA FONTANA (BR) – Castello Imperiali

In origine il castello era costituito da una torre quadrata circondata da mura e fossato, fatta costruire da Giovanni Antonio del Balzo Orsini, principe di Taranto, nel 1450. L’attuale edificio, che sorge al centro dell'abitato, si impone per l'aspetto solenne e maestoso, a metà tra fortificazione e palazzo gentilizio. Circondato da fossato, è a pianta rettangolare con aggetti agli spigoli, quasi a simulare la presenza di torrioni angolari, una muratura leggermente a scarpa nella parte inferiore ed una doppia cornice ad archetti e merlatura come coronamento. Agli spigoli del castello si inseriscono gli stemmi della famiglia Imperiali, sormontati da corona, sorretti da un mascherone, diversi per ogni spigolo e delimitati da grossi grappoli (evidenti segni di gusto barocco). Sulla facciata principale, leggermente spostato verso occidente, si apre un elegante portale. È compreso tra due colonne, poggiate su dadi e dai capitelli compositi, che sorreggono abachi allungati e si confondono con la trabeazione, limitata da un listello. Lo racchiude un cornice profilata da un toro e particolarmente aggettante ai lati. Gli stipiti sono orlati da tondini che si piegano all'altezza dell'imposta dell'arco, sormontato da un encarpo che ne sottolinea la curva, interrotta, al centro, dallo stemma degli Imperiali. Più imponente è il portale posteriore, spostato verso il lato orientale con un sovrastante balcone in ferro. La struttura oggi si sviluppa su tre piani, i cui vani interni sono distribuiti in modo asimmetrico. Intorno al 1547 la fortezza fu ampliata e modificata dal duca Giovanni Bernardino Bonifacio, l'eminente umanista che aveva ereditato i feudi di Francavilla e di Oria dal padre. Il castello accentuò la sua funzione di fortezza con ulteriori opere di fortificazione di architettura rinascimentale, tra cui spicca il loggiato barocco in arenaria con quattro preziose arcate incorniciate da sculture ed affiancate da semicolonne che sostengono una trabeazione con fregio e cornicione (sul lato ad est). L'aspetto attuale del castello risale all'inizio del Settecento ed alla fiorentissima vicenda barocca della città, legata alla famiglia Imperiali, principi illuminati, protettori delle lettere e delle arti, benemeriti instauratori della sua urbanistica e splendidi fondatori e committenti di fabbriche e arredi. Gli Imperiali, che avevano acquistato Francavilla nel 1572, coltivarono il mecenatismo e la caccia, il lusso, la musica e gli spettacoli. Grazie a loro il castello assunse un carattere spiccatamente signorile (forse su progetto dell'architetto leccese Mauro Manieri, o addirittura alcuni pensano di un architetto romano, Filippo Barigioni, incaricato dal cardinale Renato Imperiali, zio del principe Michele, di seguire diverse opere architettoniche), culminato alla fine del Seicento con la realizzazione dello scalone progettato da Ferdinando Sanfelice e con la edificazione del teatro nel 1716. Nel 1739 Michele Junior lo fece isolare, facendo demolire un muro ed alcune botteghe dal lato nord e demolendo archi e colonne che sostenevano un pergolato sul portone d'ingresso. Il castello divenne famoso soprattutto per le opere d'arte che vi si concentravano (la Sant'Agnese di Pacecco De Rosa) e per la celebre ricca biblioteca. Alla morte di Michelino (1782), mancando gli eredi, il palazzo fu incamerato tra i beni del regno come proprietà feudale, ma l'erede designato da Michelino, Vincenzo Imperiali di Latiano, dopo aver intentato causa al Regio Fisco ottenne il titolo di principe di Francavilla Fontana, ereditando dal castello anche gioielli, mobili, arredamento, libreria, attrezzatura del teatro. Abbandonato fino al 1821, il castello divenne proprietà del Comune, che sino ad oggi ha curato sistemazioni interne e nuovi adattamenti degli ambienti ai vari usi, alterando in molti casi anche la stessa distribuzione dei vani. Durante la seconda guerra mondiale nel secondo piano del castello furono accasermati dei reparti militari di transito, e tra quelli: il 67° Reggimento di Fanteria (che sarebbe partito per la Libia), il 139º Reggimento, reduce dalla Grecia e la Legione CC.NN. "Val Bradano". Oggi il castello, di cui sono terminati di qualche mese fa i restauri, è riaperto al pubblico con funzione di grande contenitore culturale della città, dove ospitare convegni, mostre d’arte ed altri appuntamenti di vario genere.

sabato 29 settembre 2012

Il castello di sabato 29 settembre






NAGO-TORBOLE (TN) - Castel Penede
Presso Nago, sulla sommità della rupe che sovrasta Torbole, si scorgono ancora i resti di questo maniero. Sembra che Penede sia stato sede di un castelliere preistorico, certamente trasformato in fortificazione all’epoca romana. E’ nominato per la prima volta nel 1210, quando il vescovo Federico Vanga stipulò la pace con Odorico e Federico d'Arco, riservandosi però i diritti sul castello "onde poter usare la fortezza in ogni momento". Nel Medioevo fu sede del gastaldo del vescovo di Trento, poi la sua storia si legò ai conti d’Arco. Era un maniero importante che sorgeva a 180 metri d´altezza in posizione strategica per il controllo del passo obbligato e con la funzione di osservatorio su uno sterminato orizzonte. Si trattava di una costruzione molto ampia e complessa, lunga 103 metri e larga 43; l'area racchiusa dalle mura era di ben 3673 metri quadrati. Durante i secoli il castello subì molti ampliamenti e trasformazioni, tra l'altro ad opera dei Veneziani che, durante la loro occupazione dal 1440 al 1509, vi aggiunsero una "bastìa". Il castello fu teatro di lotte tra guelfi e ghibellini, feudo dei guelfi bresciani e dei Castelbarco, venne più volte conteso e occupato dalle signorie che man mano si succedettero nel Basso Sarca, gli Scaligeri, i Visconti e la Serenissima Repubblica di Venezia. Quest’ultima prese possesso del fortilizio dopo che nel 1438 esso era stato espugnato dalle truppe venete di Erasmo da Narni, detto il Gattamelata. Fu riconsegnato dopo la caduta di Venezia, avvenuta nel 1509, ai conti d'Arco. La prima e finora unica planimetria del castello che è giunta a noi è quella estratta dal Codice Enipontano del 1615. Il codice è dovuto all'arciduca Massimiliano d'Austria, che governò il Tirolo dal 1602 al 1618 e che, minacciato dalle mire espansionistiche di Venezia, fece verificare la consistenza delle fortificazioni meridionali del territorio da lui amministrato. Dal rilievo seicentesco si osserva che il castello era formato da un nucleo edilizio circondato da una cortina muraria, il cui accesso era regolato da un ponte levatoio, e da una ulteriore cinta muraria più esterna con camminamento, torri e bastioni nei punti di maggiore visibilità. Nel corso del XVII secolo furono effettuati tre inventari, dai quali possiamo dedurre importanti elementi di conoscenza sulla struttura interna e sulla abitabilità del castello. Apprendiamo per esempio che c'era la Torre della polvere, la Bastia veneziana, la Bastia del Wagele, la cappella, due fornitissime sale d'armi, il torchio, il panificio, il molino, la caneva della farina, la cantina, la falegnameria, l'officina del fabbro, oltre alle abitazioni e ai locali per i soldati. Presso la torre della Polvere c'erano la cucina, la stanzetta da basso, il camerino di dentro, il corridoio, dove erano appesi "12 moschetti grandi", la chiesa, la fucina del fabbro, il torchio, le camere delle guardie e così via. Di tutto ciò è praticamente impossibile da ritrovare traccia nell’attuale edificio ridotto a rudere. Esso, infatti, venne distrutto nel 1703 dalle truppe franco-spagnole dei generali Vanbecourt e Vendôme. Fu testimone del primo conflitto mondiale con camminamenti e trincee realizzate dagli Austriaci (1914) che lo munirono anche di artiglierie (pezzi da 80 e da 100), essendo esso strettamente collegato ai forti di Nago. Nell'Ottocento, quando numerosi stranieri d'Oltralpe fecero dell'Alto Garda la loro meta per trascorrervi periodi di riposo, la salita ai ruderi del castello fu inclusa tra le passeggiate consigliate dalle varie Guide, come, ad esempio, quella del dottor Kuntze «Arco und seine Umgebung» cioè «Arco e il suo circondario». Il medico sassone nel 1898 scriveva così: «Una volta che si è a Nago, non si tralasci di salire ai ruderi di Castel Penede. Dalla spianata dell'antico castello il panorama sulla valle di Arco, sul lago di Loppio, sul lago di Garda e sui monti che lo delimitano, è, se possibile, ancora più maestoso di quello che ci si presenta dalla strada». Il complesso, che costituisce un punto panoramico eccezionale, autentica «specola sul Lago di Garda», è oggi in fase di recupero e restauro. Una tradizione vorrebbe che esso abbia ospitato Dante Alighieri, allorché il poeta visitò i Castelbarco quando ne erano proprietari; sarebbe stata proprio la vista che gli si sarebbe offerta dalla sommità della sua rupe ad ispirargli i celebri versi del Canto XX dell'Inferno.

venerdì 28 settembre 2012

Il castello di venerdì 28 settembre





PORCIA (PN) – Castello dei Conti di Porcia

A partire dal XII secolo divenne dimora permanente della nobile famiglia dei Porcia, che governò queste terre per ben otto secoli. I Porcia derivano dai di Prata, il cui capostipite - o almeno il primo ad essere citato in fonti documentate - fu Gabriele, che troviamo nel 1112 e nel 1140 quale avvocato delle chiese di Concordia e Ceneda. Dopo Gabriele troviamo Gueccello di Prata, che nel 1188 ebbe la prima investitura Patriarcale “ cum comitatu ”. Successivamente la famiglia di Prata, Porcia e Brugnera si divise in due famiglie distinte allorchè i due figli di Guecello di Prata, morto dopo il 1203, Gabriele e Federico, nel 1214 si spartirono il patrimonio paterno: a Gabriele rimase il castello di Prata, a Federico quelli di Porcia e Brugnera, castelli dei quali assunse il nome, che ancor oggi viene trasmesso ai suoi discendenti. I di Prata, invece, dopo la distruzione del loro castello da parte dei Veneziani nel 1419, andarono in esilio e si estinsero nel secolo seguente. Il castello di Porcia divenne, così, il centro di importanti vicende politiche e culturali della storia friulana. Qui vi soggiornarono imperatori quali Carlo V (1532) ed Enrico III d'Asburgo, apprezzandone, come riportano i memoriali dell'epoca, il buon vino, la cucina e l'ospitalità. Nel corso del tempo il Castello ha subito pesanti devastazioni soprattutto ad opera di eventi sismici che ne hanno compromesso l'architettura originaria. Le ricostruzioni successive hanno restituito un complesso eclettico, formato cioè da edifici di stili differenti come un palazzo rinascimentale e un edificio di gusto veneziano, che si sono affiancati a ciò che è rimasto del vecchio Castello, ossia l'imponente torre centrale d'epoca medievale. Tale mastio, mozzato sul finire del XIX secolo, risale con ogni probabilità all'anno Mille, anche se alcuni studiosi lo datano addirittura al periodo romano, e ha alla base muri dello spessore di circa tre metri. Dopo la presa del potere da parte della Serenissima i Porcia ne furono fedeli servitori. E ciò fino all'epoca napoleonica, quando finì il potere feudale, ma i Porcia rimasero saldamente nel loro castello avito. Nel fabbricato attualmente adibito alle cantine si sono conservati anche alcuni resti del Salone degli Stemmi e dei diamanti, distrutto da un incendio nel XVI secolo. Altre notizie le potete trovare ai seguenti link: http://www.mappafriuli.com/viaggi/1922/castello-di-porcia/
http://www.proporcia.it/monumenti%20e%20arte/castello.htm

giovedì 27 settembre 2012

Il castello di giovedì 27 settembre




MONTECERIGNONE (PU) – Rocca Montefeltro

L'edificio è stato definito "Rocca e Casa", a dimostrazione della sua consistenza e della sua importanza, elementi questi documentati dalle vicende storiche di Montecerignone che, per la sua posizione strategica, per lungo tempo fu sede dell'unico Tribunale Montefeltrano e del Commissariato, chiamate per antonomasia, prima Podestà del Montefeltro, quindi fattore del Duca. Dopo alterni accadimenti storici, la Rocca, che fu già dominio del Vescovo feretrano claro Peruzzi, nel 1389 fu infeudata da Bonifacio IX, al Conte Antonio da Montefeltro, i cui discendenti, con breve intervallo (1448 - 1464) sotto i Malatesta (i quali ne ordinarono successivamente il consolidamento e l'allargamento della cinta muraria) e una parentesi ancora più breve sotto Cesare Borgia "il Valentino", agli inizi del sec. XVI, lo tennero fino al 1631. Col passaggio ai Montefeltro la rocca venne ristrutturata e visse un periodo di splendore con il Duca Federico d'Urbino. E' seriamente ipotizzabile il contributo dell'architetto Francesco di Giorgio Martini per i lavori eseguiti sul castello. Nonostante le trasformazioni effettuate nei secoli XVII e XIX, l'immagine quattrocentesca della costruzione è rimasta quasi inalterata, essendo infatti ancor oggi costituita da un unico corpo quadrangolare compatto, innestato al di sopra dell'antico castello e recinto lungo il bordo scarpato delle mura da due rampe di accesso (una delle quali realizzata in tempi recenti). La Rocca è strutturata su tre piani. Il sotterraneo è costituito da un ampio salone con volta a botte, in mattoni, ed una pavimentazione in cotto pesto, dall’atmosfera calda e accogliente. Dal sotterraneo si raggiunge l’atrio del primo piano, attraverso una scala interna in pietra o attraverso la gradinata esterna. L’atrio è suddiviso in due parti, un cortile aperto e luminoso e un loggiato coperto, ideale per buffet e aperitivi. Dal loggiato si accede ad una attrezzata sala per conferenze, con volte a crociera, e ad una cucina spaziosa. Un delizioso giardino pensile, dominato dal busto di Uguccione della Faggiola, chiude armonicamente lo spazio del primo piano. Il piano nobile è costituito da un salone per ricevimenti o conferenze, ampio e luminoso, dalle linee sobrie ed eleganti. Finestre rinascimentali con sedute laterali in pietra illuminano la sala durante il giorno, con una splendida vista sul monte Carpegna, su piazza Begni e sulla valle del fiume Conca. Locali di servizio adiacenti al salone possono essere attrezzati ad ufficio, nel caso di convegni o a cucine di servizio per catering. La rocca di Montecerignone può essere affittata per ogni tipo di evento, suddivisa per piani o nella sua globalità. Il comune provvederà a fornire tutte le indicazioni necessarie a coloro che desiderano ricevere informazioni più dettagliate.

mercoledì 26 settembre 2012

Il castello di mercoledì 26 settembre




FRONTONE (PU) – Castello Montefeltro

I primi documenti che parlano del Castello e della Comunità civile di Frontone risalgono all'undicesimo secolo e la sua storia è legata alle giurisdizioni di Cagli, Gubbio e Urbino. Dal 1291 i veri signori di Frontone furono i Gabrielli di Gubbio, nonostante la magistratura cagliese considerasse il castello sotto la propria giurisdizione. Annose vertenze giuridiche per l'imposizione dei tributi da parte di Cagli si risolsero pacificamente, per cui i Gabrielli rimasero incontrastati padroni di Frontone sino al 1420. Spodestata la signoria dal Conte Guidantonio di Urbino, Frontone s'inserì, per oltre un secolo, nella storia dell'illustre famiglia dei Montefeltro e di quella dei Della Rovere che le succedette nel possesso del Ducato di Urbino. Nel 1445 Sigismondo Malatesta di Rimini, in guerra contro il Duca Federico da Montefeltro, tentò di togliergli il castello, ma il personale intervento del duca Federico mise in fuga gli avversari. Fu probabilmente in seguito a questo fatto d'armi che il Duca decise di intraprendere importanti lavori di potenziamento del sistema difensivo avvalendosi dell'opera di Francesco di Giorgio Martini, famoso architetto e conoscitore della scienza militare. L’intervento di quest'ultimo infatti, anche se non è documentato, si rileva nella presenza della caratteristica tipologia, familiare nei suoi schermi, dell’alto puntone triangolare posizionato verso Nord, accostato ad una torre quadrata con tracce di fiancheggiamento d’impianto semicircolare. Particolarmente stringente è il confronto tra il puntone triangolare, che sovrasta l’entrata alla Rocca di Frontone, con il "Progetto di Rocca" disegnato da Francesco di Giorgio Martini nel corpus di disegni del Codice Magliabechiano. Frontone divenne contea nel 1530 per effetto del decreto di Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino, con cui donò al nobile modenese Giammaria della Porta, il castello con tutto il suo territorio, conferendogli il titolo di Conte. Nel corso dei secoli XVII e XVIII la rocca perse purtroppo buona parte delle sue strutture belliche per essere adeguata ad un uso esclusivamente residenziale; ciò risulta soprattutto evidente nel cortile interno che separa in due distinti blocchi la costruzione: quella più fiera e possente di settentrione da quella palesemente rifatta di sud-est. Non priva di una sua dignità è la facciata interna, prospettante sul ricordato cortile e che presenta una signorile scala a doppia rampa che conduce al portone d’ingresso ed è abbellita da classiche incorniciature alle finestre. Variamente articolati e differenziati, infine, sono gli ambienti interni. Resta particolarissima la conformazione del maniero, simile ad una nave con tanto di prua. Nel 1808, con l'abolizione delle giurisdizioni feudali, i della Porta furono privati di tutti i diritti, facoltà e giurisdizioni di cui godevano, tranne che del titolo nobiliare e delle proprietà private. Dopo anni di abbandono, nel 1965 il castello fu acquistato da Dandolo Vitali che lo rivendette pochi anni dopo al Conte Ferdinando della Porta. Nel 1985 il comune di Frontone decise di acquistarlo ed, infatti, oggi il prestigioso edificio è di proprietà comunale. Dopo essere stato restaurato (lavori conclusi nel 2001), ora è possibile non solo visitarlo, ma è anche disponibile per convegni, matrimoni con rito civile, banchetti (max. 150 persone), mostre e quant'altro, sempre rivolgendosi alla locale Pro Loco. Nel 2002 gli spazi del Castello hanno ospitato una mostra di rilevanza internazionale: "Nei venti", dedicata al pittore emiliano Omar Galliani, uno degli artisti contemporanei più noti in Italia e all'estero, con un'attività espositiva molto intensa, tra Europa, USA e Cina.

martedì 25 settembre 2012

Il castello di martedì 25 settembre




CALVI RISORTA (CE) – Castello Aragonese

Sorto nell'area del preesistente castrum longobardo in posizione isolata, a controllo della vecchia Via Latina, un'arteria stradale che ancora nel basso medioevo assicurava la maggior parte dei collegamenti tra Roma e la Campania (ciò soprattutto in dipendenza del fatto che l'Appia, l'altra grande strada consolare, risultava del tutto impraticabile all'altezza delle paludi pontine), è una tipica fortificazione di epoca aragonese con pianta quadrata e quattro torri cilindriche a base scarpata, innestate agli angoli. Il castello, appartenuto ai Normanni, agli Svevi e agli Angioini, ma ricostruito dagli Aragonesi dopo aver subito proprio in quell'epoca uno dei più feroci e devastanti assedi della sua storia, era circondato in buona parte da un ripido fossato. Sia le torri che le mura non presentano bertesche, nè merlature, nè caditoie per la difesa piombante. Tutti questi elementi costruttivi furono eliminati nel tempo, in quanto ormai costituivano solo un facile bersaglio per i cannoni. Altra caratteristica delle sue torri è data dal fatto che esse non risultano piene nella loro parte interiore, così come accadeva nell'alto medioevo, bensì vuote, con varie finestrelle e feritoie dietro le quali trovavano posto i balestrieri e gli archibugieri. La "scarpa" serviva a tenere il più lontano possibile dalle merlature le torri ossidionali, e a diminuire il pericolo delle mine sotterranee, scavate in gallerie sotto le mura. Anche a Calvi Vecchia venne inserito il redondone tra le mura ed il castello; infatti, si può notare come una linea continua sporgente che corre tra le cortine e le torri. Al castello si accede attraverso una porta arcuata che immette in due successivi cortili ai lati dei quali vi sono diversi locali, destinati evidentemente agli alloggiamenti dei soldati. Dopo essere passati nel secondo cortile, si puo' salire al piano superiore salendo una scala situata nel primo ambiente a sinistra. Si giunge così a quello che un tempo veniva definito il piano nobile, dove si trovavano i saloni e gli ambienti riservati al feudatario ed ai suoi ospiti. E' probabile che al di sopra di questo piano ci fosse anche una grande soffitta coperta. Il castello fu abitato fino al 1700. Recentemente sono iniziati i lavori di restauro della roccaforte che ospiterà il Museo dell'Antica Cales. Ulteriori notizie si possono trovare al seguente link: http://www.cattedrale-calvirisorta.com/cales.htm
La bellissima foto del castello è pubblicata sul sito www.flickr.com ed è di vincenzolerro.

lunedì 24 settembre 2012

Il castello di lunedì 24 settembre




CERVARESE SANTA CROCE (PD) – Castello di San Martino della Vaneza

Si trova in posizione strategica, lungo la sponda meridionale del fiume Bacchiglione, ed è stato edificato per il controllo dei traffici fluviali. Questo castello faceva parte, infatti, di un circuito di costruzioni da difesa che si spingeva sino ai Colli Euganei e giungendo ad Este; una rete complessa e mutevole nel corso del tempo, della quale sopravvivono oggi, assieme a qualche rudere, soltanto i due complessi di Valbona e di Cervarese, entrambi appartenuti, nella fase finale della loro evoluzione, ai Carraresi, signori di Padova. Di probabile impianto longobardo, il castello di San Martino venne edificato intorno all’anno Mille. La parte più antica è costituita dalla torre, che emerge suggestivamente da un pioppeto di quarant'anni. Agli inizi del '300, a causa dell'avanzare vittorioso delle milizie scaligere, venne rafforzata la linea difensiva a settentrione della torre di San Martino. Per la strenua difesa della città di Padova contro Cangrande, Nicolò da Carrara fu ricompensato, nel 1324, con la donazione della torre da parte del Comune. I Carraresi rafforzarono a più riprese la fortezza e fu in particolare Francesco il Vecchio a eseguire le opere maggiori fino al 1388. Sulla sommità della torre vi è una lapide carrarese a ricordo della fortificazione, oggi corrosa e ormai illeggibile. Nello stesso periodo la torre fu sopraelevata di un’altezza pari a quella esistente (7,30 metri) e resa più elegante da una raffinata corona di merlature in mattoni sporgenti a sbalzo, impostata su alti speroni pensili (una soluzione simile a quella adottata per Porta Padova a Montagnana). L’interno, nel quale risiedeva il capitano comandante, era organizzato come un alloggio distribuito verticalmente, con sei piani abitabili collegati da una scala in legno. Il complesso presenta ancora le tracce delle tecniche costruttive atte alla difesa, come le feritoie alte e strette al piano terra del recinto, o la garitta di guardia sul lato meridionale. I Carraresi aggiunsero i restanti tre corpi di fabbrica su due piani fuori terra, più un piano scantinato, e ricostruirono il robusto recinto in pietra di trachite sul lato sud, che misura 32,5 metri per 30,5 ed è alto 10 metri al culmine della merlatura. Il pianterreno era suddiviso in stanzoni con caminetti dove i soldati svolgevano le attività del giorno. Il castello è forse il simbolo più efficace dello sforzo disperato e vano dei Padovani, negli ultimi anni della loro fiera libertà. Più volte passato di mano nella lotta tra i Comuni di Padova, Verona e Vicenza, fu teatro nel 1405 dell’ultimo duello mortale tra il carrarese Francesco Novello e la Serenissima Repubblica, vincitrice. Il Castello, fino ad allora invincibile, come ricordano le fonti, cadde solo per tradimento, diventando così proprietà del Demanio Veneto. Col tempo perse la sua funzione militare e divenne una specie di "centro commerciale" a ridosso del porto fluviale. Nel 1489 fu dato in affitto ai Vendramin, nobile famiglia veneziana che commerciava in granaglie, i quali, anni dopo, costruirono il rustico che si trova a circa duecento metri ad est. Vi venivano smistati semilavorati in legno (tronchi e tavole principalmente di rovere) prodotti nei vicini boschi e destinati ai cantieri navali veneziani ed inoltre legname da ardere e carbone di legna proveniente dalle non lontane 'aie carbonili' dei Colli Euganei (Carbonara di Rovolon). Molto attive tutta una serie di attività collaterali di indotto alla ricca attività fluviale. Osterie, casolini, un mulino fluviale, ecc. avevano sede all'interno stesso del castello o nelle immediate vicinanze, formando un piccolo borgo molto dinamico. Vi era anche una antichissima chiesetta dedicata a San Martino (da cui il nome del castello) abbattuta nel 1600, mentre il mulino natante funzionò fino a fine 1800, quando l'ultimo erede della famiglia Vendramin cedette l'intera proprietà ai Filippini di Padova. Dal 1979 è di proprietà della Provincia di Padova, che ne ha promosso una importante opera di recupero e valorizzazione, trasformandolo in museo archeologico della civiltà fluviale del Bacchiglione (distaccamento del Museo Civico di Padova). Conserva reperti preistorici dell'età del bronzo, canoe fossili, reperti romani, ceramiche e strumenti domestici medioevali e un raccolta di carte fluviali e idrografiche del territorio padovano. San Martino della Vaneza ha goduto di un'attenzione rilevante nel corso del Novecento, essendo stato sottoposto a due consistenti restauri, nel senso proprio del termine, cioè ampiamente ricostruttivi: il primo, alla fine degli anni Trenta, e il secondo, svoltosi in più fasi fra il 1985 e il 1995, con ulteriori appendici fino al 2000. Purtroppo, a seguito delle forti scosse di terremoto di qualche mese fa in Emilia (che non hanno risparmiato il Padovano) il maniero è stato chiuso a tempo indeterminato per il pericolo di crolli. La buona notizia, se vogliamo, è che il castello non ha subito danni e che la chiusura è dunque precauzionale.

sabato 22 settembre 2012

Il castello di domenica 23 settembre





LACCHIARELLA (MI) – Rocca Visconti

La sua storia è strettamente collegata alle vicende del territorio milanese nel periodo, dal XIII al XV secolo, in cui fu dominato prima dai Della Torre o Torriani, poi dai Visconti ed infine dagli Sforza. La sua origine è certamente più antica e alcuni storici ritengono che risalga alla metà del X secolo (forse l’anno 924), nel periodo delle invasioni degli Ungari (o Magiari) che erano penetrati in Italia, avevano saccheggiato e distrutto Lacchiarella con razzie di ogni genere ed avevano raggiunto Pavia. La rocca, che quasi certamente era affiancata da un castello e da una bicocca, faceva parte di un complesso difensivo eretto dai Milanesi e volto a proteggere ed accogliere, in caso di attacco dall’esterno, i contadini, gli animali e le produzioni dei campi. Lacchiarella era infatti (e il significato del nome lo conferma) un paese agricolo autosufficiente, situato a metà strada tra Milano e Pavia, che viveva ed operava intorno al castello, oggi scomparso e che aveva nella rocca, con il suo ponte levatoio, le torri merlate ed il fossato intorno, un baluardo essenziale per la sua difesa. Le guerre iniziate dopo l’anno 1000 tra Milanesi e Pavesi per il possesso del territorio coinvolsero anche la zona di Lacchiarella. I Milanesi ne mantennero il presidio fino al 1275; successivamente, per ridurre costi insostenibili, molti castelli dovettero essere smantellati e stessa sorte toccò anche a questo maniero. Nel XIII secolo Matteo Visconti, signore di Milano, realizzò nuove opere di fortificazione e fece ricostruire soltanto la rocca, attuale sede del Consiglio Comunale. L’edificio è situato nella piazza principale. Presenta una pianta ad L con corte centrale. I caratteri sono tipici dell'architettura viscontea: impianto regolare, costruzione in laterizio a vista, posizione centrale rispetto all'abitato. Il castello era interamente circondato dalle acque della Roggia Ticinello, infatti è ancora presente una passerella levatoia. Per visitare la Rocca occorre contattare direttamente il comune. L'ingresso, il primo e il secondo piano sono accessibili ai disabili; a partire dal terzo piano sono presenti barriere architettoniche. La Rocca ha subito un importante intervento di ristrutturazione ed è attualmente sede di attività istituzionali (aula consiliare, biblioteca, pro loco). E' possibile affittare le sale della Rocca viscontea per Riunioni, Conferenze e Congressi. Per approfondire si può visitare il seguente link: http://www.comune.lacchiarella.mi.it/rocca-viscontea

venerdì 21 settembre 2012

Il castello di sabato 22 settembre





INCISA IN VALDARNO (FI) – Torre della Bandinella

Domina su Incisa in Valdarno, costituendo un interessante punto di riferimento panoramico per la città, oltre che un'eccellente testimonianza dell'antico splendore dei piccoli borghi mercantili che fiorivano lungo le rive dell'Arno. La torre sorge sulla riva destra del fiume e venne costruita nel Medioevo a difesa dell’allora antico Castello di Incisa (originario del XI° secolo e noto in passato come 'Castel Vecchio di Ancisa' del quale oggi sono rimaste pochissime tracce) posizionato sul pendio dell’altra sponda. Sempre in questo punto si incontravano due strade 'regie' che connettevano Arezzo e Firenze: l'antica via di San Donato e la più recente di Fondovalle. Il luogo aveva inoltre una importante posizione strategica, essendo adattissimo per controllare le "Gole", uno dei punti più stretti del trafficato corso d'acqua, che intorno al Medioevo era sicuramente tra le vie del commercio più importanti della Toscana. Attraverso l'Arno, infatti, transitavano le merci approdate da ogni parte del Mediterraneo nei porti tirrenici e dirette a Firenze. Infine, dalla struttura era osservabile il ponte sull'Arno, che divenne tristemente famoso per il suicidio di Lucrezia Mazzanti durante l'invasione spagnola, ma che fin dagli albori della sua costruzione era uno snodo largamente utilizzato per l'attraversamento del corso d'acqua. Il castello trecentesco che veniva un tempo sormontato dalla torre, che ne costituiva il mastio, apparteneva inizialmente alla famiglia dei Bandinelli, prima che Firenze prendesse possesso della zona. Sia la rocca che l'area circostante, erano oggetto di numerose scorribande e continui saccheggi. Quando nel 1364 l'esercito Pisano ed un gruppo di mercenari inglesi invasero e depredarono il "mercatale" dell'Incisa, i Fiorentini decisero di intraprendere opere di fortificazione del borgo commerciale, che comprendevano la restaurazione della cinta muraria e di altre strutture preesistenti e l'innalzamento della preesistente torre. La “Bandinella”, di forma quadrata e dotata di apparato a sporgere e coronamento merlato, è oggi incorporata in una casa colonica ed è ancora in ottimo stato di conservazione. Nonostante sia stata trasformata in piccionaia, questa torre svetta imponente su gran parte del corso dell'Arno e sul paese.

Il castello di venerdì 21 settembre






CISANO SUL NEVA (SV) – Castello Costa Del Carretto in frazione Conscente

Il paese di Conscente è sovrastato da uno dei pochi castelli antichi ancora conservati, sebbene con rifacimenti, di queste valli. Venne costruito dalla famiglia Costa di Albenga intorno alla metà del Cinquecento, in zona staccata dal borgo e in posizione strategica, da dove era possibile comunicare in lontananza con i due castelli di Zuccarello e di Castelvecchio. In realtà Conscente aveva un precedente castello, fondato dai Clavesana e passato ai Cepollini per investitura feudale. Di quella costruzione resta un torrione detto in loco "Paràgiu", che sovrasta la frazione Gombo il cui nome deriva dai "gumbi", gli antichi frantoi. Una dipendenza del castello, per ospitarvi la stalla, la scuderia e il magazzino delle derrate alimentari si trovava presso la chiesa parrocchiale, dedicata a San Giovanni Battista. Se ne vedono ancora oggi i muri perimetrali, detti "Caserme". Conscente fu dunque un paese di grande prestigio per l'influenza della nobile famiglia Costa. Il castello, tuttora conservato in ottimo stato strutturale, è abitato dai discendenti della nobile famiglia Costa Del Carretto.

Il castello di giovedì 20 settembre




PIETRABBONDANTE (IS) - Palazzo e Torre Marchesani

Fu costruito nella seconda metà del XVII secolo per volere di Donato Giovanni, barone di Pietrabbondante, appartenente alla famiglia dei Marchesani, che acquistò il titolo baronale nel 1614. Probabilmente fu sempre lui a far costruire la torre che ancora oggi è chiamata Torre Marchesani. Il palazzo fu edificato nel borgo medievale del paese, sulla strada che conduce alla chiesa parrocchiale. Il suo aspetto originario risulta compromesso per i numerosi lavori di adattamento e di restauro subiti nel corso degli anni. La torre invece, non è stata oggetto di alcun restauro. Il fatto che essa non sia collocata in punti strategici, lascia supporre che lo scopo della sua costruzione non fosse militare, ma semplicemente simbolico, a sottolineare il potere e la nobiltà della famiglia Marchesani. Agli inizi del 1800 la parte più alta della torre fu demolita perché se ne temeva il crollo. Diversi furono i membri della famiglia che si successero nella proprietà del palazzo e dell’intero feudo dopo la morte di Donato Giovanni avvenuta prima del 1686. Nel 1754 i Marchesani stipularono un contratto di permuta con Domenico Cestari, discendente da una nobile famiglia spagnola scesa in Italia al seguito di Alfonso I d’Aragona. Secondo gli accordi quest'ultimo riceveva l’intera Baronia di Pietrabbondante, cedendo in cambio la Contea di Troia (FG) ed altri possedimenti non specificati nell’atto di permuta siti in Calabria, Basilicata e a Otranto. Lo scambio però escludeva il palazzo baronale di Pietrabbondante che rimase di proprietà dei Marchesani. Diverse furono le riserve opposte all’atto di permuta che aprirono un lungo procedimento civile tra i Marchesani e i d’Alessandro di Pescolanciano, che nel frattempo erano succeduti ai Cestari. La controversia durò a lungo, per oltre novant’anni. Nel 1899 la disputa si concluse per atto del notaio Conte da Carovilli. L’eversione della feudalità fu per la famiglia Marchesani, come per molte altre famiglie nobili molisane, un evento catastrofico. Oltre ai privilegi di ceto, infatti, vennero meno gran parte delle risorse economiche sulle quali la famiglia basava la propria economia. Alla fine del XIX secolo la famiglia baronale lasciò il palazzo per trasferirsi in un’abitazione di nuova costruzione. All’origine il palazzo contava “16 vani”. Si sviluppa su tre livelli completamente ristrutturati ed in ottimo stato. La torre Marchesani, collocata nella parte posteriore del palazzo e incastonata tra le rocce, si presenta come una imponente costruzione di forma quadrangolare con i lati di circa 5 metri di larghezza. L’edificio fu costruito in pietra grezza con i muri della parte bassa che raggiungono anche i 2 metri di spessore. La sua altezza attuale è di circa 20 metri, ma originariamente essa era molto più alta in quanto terminava sopra l’edificio principale. Vi erano anche tre torri ornamentali che furono demolite nel 1800 perché pericolanti.  La torre voluta da Donato Giovanni era suddivisa su più livelli raggiungibili tramite una scala, oggi completamente distrutta, di cui sono visibili solo le botole.  L’accesso alla torre era assicurato da un sistema di scale mobili essendo l’ingresso sopraelevato di circa tre metri rispetto al piano calpestabile.  La torre non ha subito gli stessi lavori di restauro e ristrutturazione che hanno invece interessato il palazzo. Questo è uno dei motivi per cui oggi la stessa si presenta come un rudere. Su alcuni siti web ho trovato l'annuncio che palazzo e torre erano in vendita. Chissà se in questo momento qualcuno li ha acquistati e quale sarà la loro destinazione finale....

giovedì 20 settembre 2012

Il castello di mercoledì 19 settembre





MONTE ROMANO (VT) – Castello di Rocca Respampani

Sorse probabilmente sui resti di un castellum romano che a sua volta, era nato su di un pago etrusco. In antichi documenti viene menzionato nel XII secolo un castrum Respampini. In tale periodo la rocca apparteneva ai conti di Vetralla, tra i più importanti dell’area della Tuscia.
Nel corso del Duecento la rocca fu al centro di importanti e complesse vicende militari per il possesso territoriale dell’area, tra Viterbo, Roma, il papa e l’imperatore Federico II di Svevia.
Dopo alterne vicende, subì un nuovo assedio nel 1266 ad opera delle truppe della Chiesa condotte dal vicario, Carlo d’Angiò. Nel Trecento la Rocca divenne proprietà dei conti di Vico che controllavano vaste aree della Tuscia, tra il mare e i monti Cimini. Alla morte di Giacomo di Vico avvenuta nel 1435 la fortificazione e l’intero vasto latifondo agricolo vennero confiscate dalla Chiesa che nel 1456 cedette proprietà e diritti all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia. L’operazione, promossa da papa Callisto III, doveva garantire alla chiesa denari sufficienti ad armare una flotta contro i turchi infedeli nella conquista di Costantinopoli. Gli esperti amministratori dell’Ospedale, attraverso un’intelligente opera di migliorie, dalla realizzazione di canali per l’irrigazione alla costruzione del ponte Frà Cirillo, da imponenti opere di drenaggio e bonifica ad una razionale coltivazione delle terre, iniziarono a sfruttare al massimo l’intero fondo che, unito a quello di Monte Romano, garantiva enormi rendite provenienti dai raccolti e dai diritti. Nel 1606, ormai ritenuta insufficiente la vecchia rocca, venne avviata la costruzione di un nuovo castello da Ottavio Tassoni d’Este, Precettore del Santo Spirito, che  commissionò tali lavori  all’architetto Canio (o Ascanio) Antonietti. Una targa posta sulle pareti del castello ricorda proprio questa nuova edificazione. L’idea iniziale era ambiziosa: un palazzo/fattoria, abbastanza dignitoso per ospitare il governatore e il suo seguito di  funzionari, ma anche in grado di accogliere le famiglie contadine qui operanti; un nucleo che, quindi, doveva mantenere una propria autonomia. Negli anni immediatamente successivi all’apertura dei lavori, divenuto castellano Fra' Cirillo Zabaldani, il progetto di avviare una riorganizzazione agricola del territorio tutta incentrata sul nuovo castello si indebolì. L’edificio, infatti, tagliato fuori dalle importanti vie di traffico, si ritrovò in una posizione sfavorevole rispetto al piccolo nucleo umano che, nel frattempo, stava nascendo nel sito dell'attuale Monte Romano. Fra Cirillo Zabaldani, interessato più alla costruzione della Chiesa dell’Addolorata che a quella del castello, fece sospendere i lavori lasciando l’immobile in quello stato incompleto che ancora conserva. La costruzione attuale è a pianta quadrilatera con due grandi torrioni quadrati alle estremità. La sua funzione di dimora aristocratica è confermata dall’assenza di bastioni e feritoie per le postazioni d’artiglieria. Questo imponente edificio è oggi il centro attorno cui gravitano numerose iniziative, dall’affascinante itinerario che porta alla visita di altri suggestivi siti storici conservati nella zona (la Rocca Vecchia (XI), il Ponte di Fra Cirillo, la strada Clodia) al progetto della “Fattoria Didattica” per le scuole con visite guidate e pranzi con prodotti tipici organizzati dall'Associazione Pro-Loco di Monte Romano. Chi volesse approfondire può visitare il seguente sito web: http://www.roccarespampani.it/

martedì 18 settembre 2012

Il castello di martedì 18 settembre





OVINDOLI (AQ) – Torre di Santa Iona

Nata inizialmente come torre isolata di avvistamento e poi inserita all'interno del borgo, costituisce un anello di congiunzione tra il castello di San Potito e quello di Celano, sulla strada di penetrazione alla piana del Fucino dalla conca aquilana, attraverso l'altopiano delle Rocche. Venne fatta edificare nel XIII secolo dai Conti di Celano su un colle intorno al quale si raccoglie il centro antico. Ha pianta circolare, impostata su un banco roccioso. è costituita da due ambienti sovrapposti: quello inferiore, alto circa 7 metri, mostra un diametro di appena 3,30 metri in ragione del forte spessore assunto in tale zona dalla torre a pianta circolare. Era coperto a volta emisferica in pietra con un'apertura oculare, riquadrata in pietra concia al vertice. Veniva probabilmente adibito a magazzino e cisterna ed era suddiviso in altezza in due vani. Infatti restano nella muratura, ad una certa quota, i segni degli alloggiamenti delle travi del solaio intermedio. Il piano superiore, destinato al corpo di guardia, è a pianta ottagonale; si accedeva ad esso tramite una scala lignea orientata a sud verso l'alveo del Fucino, sormontata da un architrave rettilineo monolitico in pietra; al di sotto rimane una mensola che sosteneva il ponte di legno che collegava la torre al battiponte, oggi non più presente. Si eleva rispetto al piano campagna per un'altezza di 13 metri circa. La tipologia costruttiva in blocchetti di pietra, ben squadrata e connessa e l'assenza di scarpatura basamentale lasciano presumere che la torre sia stata modificata in altezza in una seconda fase. La cimatura sommitale non permette di rileggere la natura del coronamento. Non si esclude l'ipotesi che, un tempo, la torre, fosse più alta e munita di merlatura; gli eventi storici e naturali, tra i quali il terremoto del 1915, hanno danneggiato la costruzione, soprattutto nel paramento esterno in quanto sono stati prelevati in più parti numerosi conci di pietra, riutilizzati per edificare le costruzioni vicine. La torre è stata restaurata integrando il paramento esterno delle parti mancanti, richiudendo una breccia esistente sul prospetto meridionale e creando un varco d'accesso al vano inferiore. Il vano superiore e stato coperto con un solaio in ferro e laterizio (fonte principale è il sito http://www.ovindoli.terremarsicane.it).

lunedì 17 settembre 2012

Il castello di lunedì 17 giugno



TERTENIA (OG) – Torre di San Giovanni di Sàrrala

Si erge presso la spiaggia di Melisenda, su un piccolo promontorio, da cui controllava la zona tra la Quirra e il Capo Sferracavallo, per sventare eventuali sbarchi di barbareschi. Di forma troncoconica, ha un diametro di base di oltre 12 metri per uno sviluppo in altezza di circa 11 metri, fino al lastrico della terrazza superiore. L'ingresso originario si apriva verso Ovest ad un'altezza di 4,5 mt dal suolo ed era protetto, nel piano superiore, da una garitta; la guardiola attualmente non è più visibile, ma ne rimangono tracce nel paramento murario. Al primo piano vi è la casamatta, la camera voltata a prova di bomba, che presenta, nella struttura, caratteristiche simili a quelle coeve di Cannai e di Calasetta. Nella piazza d'armi, cioè nella terrazza superiore, in comunicazione con la casamatta attraverso una botola centrale, vi sono, rivolte verso il mare, le cannoniere con le merlature e gli spazi riservati alle garitte. Appoggiata al parapetto verso terra era costruita la mezzaluna, una struttura leggera, dalla forma semicircolare, realizzata in canne e coppi, il cui scopo era quello di proteggere le munizioni e gli uomini della torre per la notte. Non si hanno notizie certe sulla data di costruzione della torre, in quanto manca qualsiasi segnalazione della sua esistenza nelle carte del XVII secolo. Compare per la prima volta, disegnata da Colombino, in "Nova et accurata totius Sardiniae tabula", nell'anno 1720. La torre daterebbe, quindi, ai primi decenni del XVIII secolo. La torre fu visitata dal piemontese Ripol, nel 1767, che la descrisse "gagliarda", da difesa pesante, munita di quattro cannoni, quattro spingarde, otto fucili e una guarnigione composta da un "alcaide" (il capitano della torre), un artigliere e quattro soldati (nel 1794 ridotti a tre). Nel 1798 sono documentati alcuni lavori di riparazione. Nel 1812 la torre fu assediata da navi da guerra tunisine che avevano attaccato anche le torri di Porto Giunco, dei Cavoli e Serpentara; per 10 ore circa l'alcaide e i torrieri resistettero all'assalto barbaresco, fino all'arrivo di un contingente di miliziani che respinsero gli attaccanti. La torre riportò diversi danni, quali il crollo di parte della santabarbara e l'incendio del boccaporto. Finalmente nel 1829 su progetto del regio architetto Melis fu riparata, insieme a quelle di Capo Ferrato e Porto Corallo. Nel 1851, nove anni dopo la soppressione della Reale Amministrazione delle Torri, la torre venne abbandonata. Durante la seconda guerra mondiale venne ristrutturata e adattata a bunker, causando una notevole alterazione degli spazi originari; la cisterna, all'interno, venne dotata di un camminamento circolare con otto feritoie disposte a raggiera, mentre una nuova scala collegava questo ambiente con la sala al primo piano, a sua volta dotata di altrettante aperture per le mitragliatici. Il restauro del 1990 ha ripristinato in parte le condizioni originarie. L'accesso alla torre è libero.

sabato 15 settembre 2012

Il castello di domenica 16 settembre






PREPOTTO (UD) – Castello di Albana

Si innalza sopra un piano roccioso, a nord del paese di Prepotto nella frazione di Albana. Eretto nel XII secolo, per la sua posizione strategica e di difesa, è probabile che sia stato costruito su preesistenti fortificazioni, un castelliere preistorico o un’arimannia di epoca longobarda. Del castello si hanno notizie certe a partire dal 1185, quando Pertoldo di Albana regalò alla chiesa di Cividale i suoi beni. La donazione fu motivo di tensioni fra il capitolo di Cividale ed il ministeriale del patriarca aquileiese Dietrich di Sacile. Successivamente borgo e castello divennero feudo del Conte di Gorizia che, nel 1319 che ne confermò la proprietà a Ermanno di Traburgo. Un secolo dopo, a creare confusione sul possesso dell'edificio contribuisce uno studio dello storico Giovambattista De Crollalanza, il quale afferma che la famiglia Waldsee-Mels di Colloredo di Montalbano ottenne beni feudali ad Albana nel 1340. Eppure, da documenti certificati si sa che il matrimonio tra Fiammetta, erede di Quanzone De Portis, e Giacomo di Mels, risale solo al 1483, cioè 143 anni più tardi. Giacomo della famiglia dei Waldsee-Mels-Colloredo, sempre secondo il Crollalanza, discendeva da un ramo della casata fuggita a Gorizia in seguito all'assassinio del patriarca d'Aquileia, nonché duca del Friuli, Bertrando De Saint Genies. Alla morte di Fiammetta de Portis, Giacomo di Mels si risposò con Negra Della Frattina che gli diede cinque figli, tutti divenuti signori di Albana e deputati della contea di Gorizia. Uno di essi, Giorgio, sposò Caterina di Zucco-Cucagna ed ebbe discendenza. Nel luglio del 1478, orde di turchi agli ordini di Iskander Beg e guidate da Jurij Fuchina, un traditore di Kobarid (Caporetto), devastarono e depredarono l'intera valle del Vipacco e la pianura che si estende da Gorizia a Cormòns. Poi, risalendo il fiume Judrio, le armate passarono davanti al castello di Albana andando a ricongiungersi ad altre bande che attendevano a Ronzina, lungo l'Isonzo. Nel Cinquecento, alla scomparsa del Conte Leonardo di Gorizia, che non lasciò eredi, la contea passò alla casa d'Asburgo e quindi al diretto controllo del Sacro Romano Impero. La Repubblica di Venezia, che dal 1420 era subentrata al patriarca di Aquileia nel controllo del ducato del Friuli, non gradì tale passaggio e dal 1508 iniziò una serie di attacchi contro gli austriaci. Il periodo di belligeranza durò circa otto anni. A contribuire alla rovina del castello vi fu poi, nel marzo 1511, una devastante scossa di terremoto. Successivamente l’edificio venne ricostruito e ammodernato come residenza di campagna e non più come fortificazione militare. Durante la Prima Guerra mondiale il castello fu requisito dall'esercito italiano che lo trasformò in un ospedale militare, ma nel 1916 una granata austriaca distrusse la torre nordorientale. L'edificio fu ripristinato a guerra finita dai proprietari, ma nel corso del secondo conflitto mondiale venne di nuovo requisito e occupato, in parte dai carabinieri ed in parte da famiglie sfollate dell'Italia meridionale, colpite dai bombardamenti alleati. Intanto, per il matrimonio dell'ultima discendente della casata dei Mels-Albana, il castello passò in eredità ai Gabrici di Cividale, i quali dal 2000 ne hanno avviato una radicale ristrutturazione. Il castello è di forma rettangolare, strutturato da un corpo centrale e da quattro torri angolari collegate fra loro da un muro, il quale a sua volta disegna due cortili interni. L'ingresso principale si trova sul lato nord ed è costituito da un portone ad arco pieno, cioè a tutto sesto, situato al centro del muro di cinta. Sulla chiave di volta del portone campeggia ovviamente lo stemma della casata Mels. Sopra vi è una pietra con il Leone di San Marco. Ai lati dell'ingresso ci sono due torri dal basamento diverso. Quella nordorientale è rettangolare e quella a nord-ovest è quadrata. Dall'ingresso si entra nel primo cortile e quindi al mastio. La parte più antica dell'edificio è quella esposta ad est nella quale si trova una sala con soffitto a travatura con un caminetto risalente alla fine del XVI secolo. A sud sorgono le altre due torri a pianta quadrata. Il castello poggia, come s'è detto, su uno zoccolo di roccia calcarea risalente al cretaceo e quindi è soggetto a fenomeni di carsismo. A conferma di ciò, dalla torre di sud-est si accede ad un cunicolo sotterraneo naturale che, secondo antichi detti popolari, dovrebbe condurre fino al torrente Judrio, che scorre ad appena duecento metri dal castello. Purtroppo il cunicolo è interrotto già a pochi metri dall'edificio, causa dei numerosi crolli susseguitisi nel tempo. Come già scritto, il castello è oggi di proprietà privata. La bella foto d’insieme del maniero è di Iw3rua, trovata sul sito www.panoramio.com

Il castello di sabato 15 settembre





CASAMASSIMA (BA)  - Palazzo Ducale

Denominato anche Castello, è situato all’interno del borgo antico. Risalente al XII secolo, è stato dimora di feudatari che nel corso dei secoli lo hanno sottoposto a continui restauri. Ricordiamo le importanti famiglie dei Casamassima, Acquaviva d’Aragona, Vaaz, De Ponte, Caracciolo. Il suo elemento architettonico più interessante è il portale di ispirazione spagnola del XVI sec. con bugnato a punta di diamante. Meritano una citazione anche la torre esterna quadrangolare normanna e la seicentesca balaustra a colonnine della balconata del primo piano.

Foto: da http://bari.ilquotidianoitaliano.it/wp-content/uploads/2013/05/Castello-3.jpg

venerdì 14 settembre 2012

Il castello di venerdì 14 settembre



PARMA - Torrione dei Valeri in frazione Beneceto

Interamente in cotto, ha base di circa 10 metri di lato con un altezza intorno ai 12-13. Prima del restauro il torrione terminava con una corona di beccatelli, senza merlatura e senza copertura. Ora è coperta da un tetto a quattro falde e, in posizione arretrata, fra la fascia sopra i beccatelli e la copertura vi è una serie di basse vetrate che gira tutto intorno. Il feudo di Beneceto venne concesso a Cristoforo Valeri, famoso uomo d’arme, fra il 1410 ed il 1414 per i servigi resi al Papa. Secondo alcuni autori, nella seconda metà del ‘400 il torrione sarebbe passato a Pier Maria Rossi ma documenti citati dal Capacchi dimostrano che nel 1481 era ancora nella disponibilità dei Valeri. Oltre quella data non si hanno più notizie certe del torrione, nè dei suoi possessori. La costruzione, che nel 1978 appariva al Capacchi (Guglielmo Capacchi, Castelli della pianura parmigiana, Artegrafica Silva, 1978) come «miserandi avanzi…ormai in procinto di scomparire», ha subito un profondo restauro e si presenta oggi in buone condizioni. La torre è proprietà privata annessa a una tenuta agricola, ma è facilmente visibile dall’esterno. (Fonte sito www.mondimedievali.net)

giovedì 13 settembre 2012

Il castello di giovedì 13 settembre




MALCESINE (VR) – Castello Della Scala

Secondo alcuni studiosi, la Rocca di Malcesine risalirebbe agli ultimi secoli del primo millennio a.C. Più attendibile risulta la notizia che un castello sia stato costruito dai Longobardi, verso la metà  del primo millennio d.C. Venne distrutto dai Franchi nel 590 ma fu da loro stessi riedificato ed ospitò nell'anno 806 il re Pipino, figlio di Carlo Magno, giunto a Malcesine per visitare i Ss. Benigno e Caro. Dopo le invasioni degli Ungari, entrò a far parte dei feudi vescovili veronesi. Nel 1277 divenne dominio di Alberto Della Scala. Rimase sotto il casato fino al 1387. Gli interventi risalenti a questo periodo diedero origine all'attuale denominazione: "Castello Scaligero". I Visconti di Milano lo occuparono dal 1387 al 1403. La Repubblica di Venezia lo incorporò nel 1405. L'Impero lo riconquistò nel 1506. Nel maggio del 1513 il condottiero Scipione Ugoni al servizio della Serenissima ricevette il compito dal provveditore salodiano Daniele Dandolo di attaccare Malcesine, fedele agli imperiali tedeschi. Alla testa di 300 fanti, cui si unirono gli abitanti di Gargnano, attaccò via lago Malcesine e ne espugnò il castello uccidendo 18 terrazzani e perdendo solamente 3 uomini; nell’azione catturò il castellano tedesco ed un ricco cittadino veronese, che furono condotti prigionieri a Salò assieme ad un notevole bottino. Ripreso dunque dalla Repubblica di Venezia, il territorio rimase sotto il suo controllo fino al 1797 (in questa fase la popolazione godette di un notevole benessere economico), poi passò ai Francesi. Nel 1798 a questi ultimi subentrarono gli Austriaci, i quali eseguirono consistenti lavori di consolidamento all'interno del Castello ed ivi rimasero fino al 1866. Da quell'anno seguì le sorti del Veneto. Il 22 agosto del 1902 l'edificio venne dichiarato Monumento Nazionale. Il maniero è stato reso famoso anche dai disegni e dalle descrizioni fornite dallo scrittore tedesco Goethe nel suo "Viaggio in Italia". A lui è dedicato un museo e un busto in loco. Nel castello sono stati anche allestiti anche un Museo di storia naturale del Garda e del Baldo e un Museo della pesca. Negli ultimi anni, si è diffusa la tradizione di celebrarvi matrimoni. Il castello è adagiato su uno sperone roccioso che si affaccia sul lago di Garda ed è accessibile tramite la “Siresina”, unica porta d’ingresso al monumento. La sua costruzione è su tre distinti livelli o cortili, accessibili tramite ponti levatoi e scale addossate alle mura. Entrati nel cortile al livello più basso, sulla sinistra appare la "Casermetta", palazzo inferiore che alloggiava la guardia del Castello. Spingendosi in fondo al cortile, si raggiunge un poggiolo che, sporgendo a picco sopra le acque del lago ad un'altezza di 24 metri dalla superficie, consente una visione ampia e suggestiva del lago stesso e dei monti circostanti. Si può quindi risalire per una rampa a gradinate, sino ad una polveriera costruita dagli Austriaci, oggi "Sala Goethe". Oltre la sala, presso un piccolo giardino coltivato a macchia mediterranea, è collocato il busto del Poeta, in un angolo contemplativo di rara suggestione. Da qui si può salire al secondo cortile, detto "Rivellino", sino ad uno spalto merlato da cui si ammira il paese, il lago, ed il fianco occidentale del Baldo. Scesi dalla gradinata, sul muro orientale si possono scorgere ancora resti di affreschi, probabili residui di una Cappella Scaligera. Oltre il portone, solitamente precluso ai visitatori, si spalanca improvviso ed ampio uno spazio verde detto "Lacaòr", probabilmente uno degli insediamenti protostorici più antichi di Malcesine. Ben visibile dagli spalti del Castello, il "Lacaòr" viene adibito nella stagione estiva a teatro all'aperto per spettacoli, concerti, ecc. Il terzo cortile, il più alto e più settentrionale, si raggiunge per una rampa e attraverso un portale scaligero. In passato esisteva una scala aerea addossata al muro occidentale della Residenza Scaligera che permetteva di accedervi, come testimonia ancora oggi su questo lato dell'edificio la presenza di un ingresso, attualmente sbarrato da un'inferriata per motivi di sicurezza. Oltrepassando il portale scaligero, dopo una breve rampa si presenta un pozzo. Alla sua sinistra, nell'angolo nord orientale del piazzale sottostante la Torre, si osserva un affresco che rappresenta una Madonna con Bambino presenza che forse testimonia l'esistenza, un tempo in questo punto, di una antica cappella. Costruita dagli Austriaci, ma recentemente riadattata, una scala sale direttamente dal pozzo e conduce alla Sala Congressi della Residenza Scaligera e, quindi, alla Torre. Dai pressi del pozzo, nel cortile, si può accedere direttamente al piano terra della Residenza, sede del Museo della Pesca, delle attività  del lago e "delle Galere veneziane". Architettonicamente esso presenta nel mezzo un forte pilastro, su cui poggiano due archi che sostengono le travi del solaio superiore, oggi Sala Congressi. Sotto il pavimento si estendono due vani, ben illuminati e delimitati da balaustre: secondo alcuni essi rappresenterebbero l'accesso alle "segrete" del Castello, luoghi di cui da tempo si favoleggia ma di cui nulla si sa ancora in concreto, mentre certo è il collegamento sotterraneo fra i due vani e la Torre, passaggio scoperto in seguito alla recente apertura della botola nel pavimento del primo locale della Torre stessa. Per salire al piano superiore dove sono la Sala Congressi e l'accesso alla Torre occorre uscire sul piazzale e salire la scala. Si accede quindi alla Torre: fu aperta a nord una porta che immette al suo primo locale, poiché prima si transitava su un ponte aereo esterno. Una finestra con inferriata nella parete ovest indica il luogo di accesso al ponte aereo. Era, questa, l'altezza della Torre costruita dai Longobardi. Il materiale cambia infatti da questo punto, così come muta la foggia di costruzione. Dinanzi all'ingresso di questa ha inizio la salita alla Torre. Cinque locali si aprono al livello alto ed al penultimo un graffito, oggi cancellato, recava il nome di Corrado II e la data del 1131: ciò lascia supporre che questa parte della Torre sia stata terminata proprio in quell'anno. La quinta stanza fu denominata "della Vedetta": con sei finestre che si aprono sul muro spesso 80 cm, era in origine coperta di tegole. Nel 1909 il pavimento venne cementato ed al suo centro fu posta la Campana Comunale, risalente al 1442 e adorna d'impronte di monete comunali. La Torre (o Mastio) sovrasta con la sua forma pentagonale irregolare Malcesine, erigendosi sul lago per 70 metri ed alta sulla sua base 31 metri. Sulla sua sommità un formidabile osservatorio a picco sul lago, svela un panorama mozzafiato. In questo link trovate cosa è esposto nel castello, sala per sala: http://www.malcesinepiu.it/lago-di-garda/Castello-Malcesine.html

Il castello di mercoledì 12 settembre




NUS (AO) - Castello dei Baroni di Nus

Sorge isolato su una prominenza rocciosa nella zona collinare a nord-ovest del borgo di Nus. Dalla sua altura (a 683 metri d'altitudine) domina l'intero paese ed un tempo permetteva di esercitare un controllo diretto del transito nella valle di Saint-Barthélémy. Il maniero è sempre stato in possesso dei Baroni di Nus, che ne realizzarono il nucleo più antico a partire dal XIII secolo, come suggeriscono la sua forma e l'antichità delle sue pietre. Inoltre alcuni documenti storici citano Guglielmo di Nus nel 1287 e dunque confermano che in quest'epoca esisteva già il nucleo primitivo del castello, costituito dalla torre quadrangolare che si trova all'estremità orientale del complesso e che è ora ridotta a rudere. In quell'anno, nel mese di dicembre, il castello fu ceduto ai rappresentanti inviati dal conte di Savoia in occasione delle udienze generali. Secondo la tradizione infatti, nel periodo in cui il conte si recava in Valle d'Aosta per amministrare la giustizia, tutti i signori locali dovevano cedere le loro fortificazioni. Questo obbligo nasceva probabilmente dall'esigenza di proteggere il conte impedendo ai vari signori di rappresentare un eventuale pericolo (senza il loro castello essi non potevano infatti rappresentare una grande minaccia). Il castello a quel tempo doveva avere la conformazione di un recinto fortificato, dotato di una torre quadrangolare circondata dalle mura perimetrali e da altri corpi minori non più identificabili. Con il passare del tempo i Signori di Nus, al pari degli altri nobili, cominciarono a sentire l'esigenza di condurre una vita meno spartana: le primitive residenze, edificate a scopo prettamente difensivo, furono progressivamente abbandonate e sostituite da dimore residenziali meno isolate e più confortevoli. La stessa sorte toccò al castello di Nus, poiché i proprietari si trasferirono nella casaforte detta "Castello di Pilato". Il maniero è citato più volte in altri documenti (1337, 1430) ed è presumibile che il suo nucleo originario non abbia subito grossi interventi fino alla fine del XVI secolo, quando venne ricostruito, ampliato ed adattato a nuova dimora signorile della famiglia, qui trasferitasi in seguito all'incendio che distrusse la residenza in paese, il Castello di Pilato. Una preziosa testimonianza è costituita dal portale d'entrata al castello, ad arco acuto e rivolto verso valle, sulla cui architrave è infatti scolpito il motto "FORTITUDO MEA DEUS" e la data del 1595. Tali lavori consentirono l'unione dei singoli edifici esistenti in un unico corpo presumibilmente a forma di "T",  cui venne aggiunto un torrione circolare, dotato di scala elicoidale interna, per permettere l'innesto nel corpo principale di un corpo secondario quadrangolare, attualmente diroccata. I Baroni di Nus rimasero sempre legati al castello, infatti (come testimoniato dallo storico De Tillier) anche nell'epoca in cui avrebbero potuto dimorare nel palazzo aostano, lo scelsero come residenza per lunghi periodi. In alcuni documenti del XVII-XVIII secolo l'edificio viene descritto come dimora confortevole e ingentilita da giardini: sul cortile interno si affacciava un loggiato di cui si intravedono ancora oggi le tamponature. Vi era una grande sala di rappresentanza, detta sale rouge, forse identificabile con la sala affrescata, intorno al 1680, da scene mitologiche alternate a stemmi araldici dei signori di Nus. Vi sono poi due piccoli ambienti decorati da affreschi, probabilmente ottocenteschi, raffiguranti scene religiose e vedute architettonico-prospettiche. Il castello possedeva anche una cappella dedicata a san Michele, a uso esclusivo del signore, di cui si ha notizia negli atti di visita pastorale fino al 1786, dove tuttavia già dal 1745 non venivano più celebrate le funzioni. Al suo interno la torre cilindrica, in buono stato di conservazione, culmina in una stanza centrale di forma cilindrica, ricoperta da un tetto uniforme; la porta di accesso alla torre e' di notevole eleganza, realizzata a chiglia rovesciata. Nel corso del XIX secolo l'edificio venne abbandonato dai loro discendenti, trasferitisi in Piemonte, e venne venduto a diversi proprietari che non furono però in grado di impedire il degrado del castello, adibito a deposito agricolo e caduto ben presto in rovina. Il maniero degradato divenne un luogo ideale per chiunque desiderasse un rifugio appartato. Infatti, pare che un celebre falsario dell'epoca (molto conosciuto soprattutto nel vallese) Joseph-Samuel Farinet l'abbia utilizzato come covo per la fabbricazione di monete false. Farinet, valdostano di origine, era nato a Saint-Rhémy en Bosses ed era molto amato dalla povera gente perché donava loro le sue monete. Nel 1873 però il nascondiglio fu scoperto e in seguito ad un sopralluogo vennero sequestrati degli utensili ed il materiale utilizzato per coniare le monete. Farinet però, dopo un rocambolesco inseguimento riuscì a fuggire beffandosi delle guardie. La sua fuga miracolosa venne tramandata di generazione in generazione tanto che oggi si narra ancora la leggenda di Farinet, il falsario buono.