sabato 29 settembre 2012

Il castello di sabato 29 settembre






NAGO-TORBOLE (TN) - Castel Penede
Presso Nago, sulla sommità della rupe che sovrasta Torbole, si scorgono ancora i resti di questo maniero. Sembra che Penede sia stato sede di un castelliere preistorico, certamente trasformato in fortificazione all’epoca romana. E’ nominato per la prima volta nel 1210, quando il vescovo Federico Vanga stipulò la pace con Odorico e Federico d'Arco, riservandosi però i diritti sul castello "onde poter usare la fortezza in ogni momento". Nel Medioevo fu sede del gastaldo del vescovo di Trento, poi la sua storia si legò ai conti d’Arco. Era un maniero importante che sorgeva a 180 metri d´altezza in posizione strategica per il controllo del passo obbligato e con la funzione di osservatorio su uno sterminato orizzonte. Si trattava di una costruzione molto ampia e complessa, lunga 103 metri e larga 43; l'area racchiusa dalle mura era di ben 3673 metri quadrati. Durante i secoli il castello subì molti ampliamenti e trasformazioni, tra l'altro ad opera dei Veneziani che, durante la loro occupazione dal 1440 al 1509, vi aggiunsero una "bastìa". Il castello fu teatro di lotte tra guelfi e ghibellini, feudo dei guelfi bresciani e dei Castelbarco, venne più volte conteso e occupato dalle signorie che man mano si succedettero nel Basso Sarca, gli Scaligeri, i Visconti e la Serenissima Repubblica di Venezia. Quest’ultima prese possesso del fortilizio dopo che nel 1438 esso era stato espugnato dalle truppe venete di Erasmo da Narni, detto il Gattamelata. Fu riconsegnato dopo la caduta di Venezia, avvenuta nel 1509, ai conti d'Arco. La prima e finora unica planimetria del castello che è giunta a noi è quella estratta dal Codice Enipontano del 1615. Il codice è dovuto all'arciduca Massimiliano d'Austria, che governò il Tirolo dal 1602 al 1618 e che, minacciato dalle mire espansionistiche di Venezia, fece verificare la consistenza delle fortificazioni meridionali del territorio da lui amministrato. Dal rilievo seicentesco si osserva che il castello era formato da un nucleo edilizio circondato da una cortina muraria, il cui accesso era regolato da un ponte levatoio, e da una ulteriore cinta muraria più esterna con camminamento, torri e bastioni nei punti di maggiore visibilità. Nel corso del XVII secolo furono effettuati tre inventari, dai quali possiamo dedurre importanti elementi di conoscenza sulla struttura interna e sulla abitabilità del castello. Apprendiamo per esempio che c'era la Torre della polvere, la Bastia veneziana, la Bastia del Wagele, la cappella, due fornitissime sale d'armi, il torchio, il panificio, il molino, la caneva della farina, la cantina, la falegnameria, l'officina del fabbro, oltre alle abitazioni e ai locali per i soldati. Presso la torre della Polvere c'erano la cucina, la stanzetta da basso, il camerino di dentro, il corridoio, dove erano appesi "12 moschetti grandi", la chiesa, la fucina del fabbro, il torchio, le camere delle guardie e così via. Di tutto ciò è praticamente impossibile da ritrovare traccia nell’attuale edificio ridotto a rudere. Esso, infatti, venne distrutto nel 1703 dalle truppe franco-spagnole dei generali Vanbecourt e Vendôme. Fu testimone del primo conflitto mondiale con camminamenti e trincee realizzate dagli Austriaci (1914) che lo munirono anche di artiglierie (pezzi da 80 e da 100), essendo esso strettamente collegato ai forti di Nago. Nell'Ottocento, quando numerosi stranieri d'Oltralpe fecero dell'Alto Garda la loro meta per trascorrervi periodi di riposo, la salita ai ruderi del castello fu inclusa tra le passeggiate consigliate dalle varie Guide, come, ad esempio, quella del dottor Kuntze «Arco und seine Umgebung» cioè «Arco e il suo circondario». Il medico sassone nel 1898 scriveva così: «Una volta che si è a Nago, non si tralasci di salire ai ruderi di Castel Penede. Dalla spianata dell'antico castello il panorama sulla valle di Arco, sul lago di Loppio, sul lago di Garda e sui monti che lo delimitano, è, se possibile, ancora più maestoso di quello che ci si presenta dalla strada». Il complesso, che costituisce un punto panoramico eccezionale, autentica «specola sul Lago di Garda», è oggi in fase di recupero e restauro. Una tradizione vorrebbe che esso abbia ospitato Dante Alighieri, allorché il poeta visitò i Castelbarco quando ne erano proprietari; sarebbe stata proprio la vista che gli si sarebbe offerta dalla sommità della sua rupe ad ispirargli i celebri versi del Canto XX dell'Inferno.

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