venerdì 30 novembre 2012

Il castello di venerdì 30 novembre





LA SALLE (AO) – Castello di Chatelard in frazione Chateau

Secondo lo storico Jean-Baptiste De Tillier, venne edificato intorno al 1235 da Rodolfo Grossi, vescovo di Aosta nel 1243 e arcivescovo di Tarantasia nel 1246. Citato per la prima volta in un atto del 1248 ("omaggio feudale"), dove è definito come una torre con edifici adiacenti, appartenne a lungo alla famiglia Grossi, , che prese quindi il nome di Grossi di Châtelard. Costruito a scopo prettamente difensivo, è posto su un picco roccioso dal quale domina il paese e il fondovalle. La sua funzione era probabilmente quella di controllare la strada che scendeva dal Piccolo San Bernardo, sbarrando la strada ad eventuali invasori. Come altri castelli edificati nella Valle in quel periodo, mostra la caratteristica torre cilindrica centrale chiamata "donjon", circondata da una cinta muraria. Tale elemento è presente infatti in diverse costruzioni fortificate del conte Pietro II di Savoia, di cui Grossi era intimo consigliere. Questo tipo di torre, a pianta circolare, era quella più efficace e resistente, ma venne utilizzata solo per un breve periodo intorno al 1200 e poi abbandonata in favore della più famosa pianta quadrata, probabilmente a causa delle difficoltà costruttive che presentava. La cinta muraria era forse costituita da tre anelli, edificati a quote crescenti intorno al donjon, di forma irregolare per meglio adattarsi alla conformazione del terreno. La torre centrale, alta quasi 18 metri e del diametro di appena 5.60, è ancora intatta, mentre del resto del castello e della cinta muraria restano soltanto rovine, ma nonostante tutto Chatelard conserva ugualmente il suo fascino. L'accesso alla torre era posto ad una decina di metri dal suolo, per renderne più difficile la conquista in caso di attacco. Nel 1269 a nord del complesso venne costruita la cappella del castello, ma fu trasformata nel 1824 in una stanza. Il castello appartenne a più signori in consignoria e sono numerosi i passaggi di proprietà nei secoli per via non ereditaria: un documento attesta che il 17 ottobre 1323 Pietro di Châtelard cedette la sua parte al conte di Savoia, mentre nel 1371 un altro documento riporta che Giovanni di Châtelard vendette il suo dodicesimo a Emerico II di Quart. Nel 1558 i nobili Bernardino e Michele di Châtelard donarono la loro parte a Stefano e Giovanni d'Avise. Nel 1608-1609 Gaspare e Melchiorre di Châtelard e la madre Francesca Gilly, vedova Châtelard, cedettero i loro diritti a Leonardo d'Avise. I nobili Châtelard si estinsero nel 1691, quando l'ultimo erede fu ucciso dai francesi durante un'invasione. Diroccato dai Francesi nel 1793, il castello, come già detto ridotto a rudere, non è visitabile.

giovedì 29 novembre 2012

Il castello di giovedì 29 novembre





LIVORNO – Castello Sonnino

Si erge su un promontorio a picco sul mare a pochi chilometri dalla città di Livorno, nei pressi della frazione di Quercianella, in località Romito. Nel 1532 Cosimo I dei Medici edificò su una vecchia torre del ‘200 il Castello del Romito, una imponente costruzione facente parte di un sistema di torri e fortificazioni di avvistamento per la difesa della costa livornese. Non contento, nel 1562 fondò anche l’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano con il compito di difendere le coste dalle scorribande dei bellicosi Mori. Cosimo III successivamente riprese la struttura edificando il grande bastione dove collocò anche le cannoniere in difesa dei nemici. Passò poi ai Lorena e nel 1799 ai francesi. A seguito della riconquista da parte delle truppe al comando dell'Inghirami, il castello divenne proprietà dei Peruzzi e poi nel 1895 dell'allora Ministro delle Finanze e degli Esteri Sidney Sonnino, che decise di installarvi la propria residenza. L’attuale castello, che prende il nome proprio dal barone, è dunque un edificio in stile neomedioevale, realizzato verso fine dell'Ottocento. I lavori consistettero in un ampliamento ed una elevazione della struttura preesistente, che un tempo, nota come Torre San Salvatore, era costituita da una torre quadrata (il nucleo originario) preceduta da uno spalto per il posizionamento dell'artiglieria, nel quale oggi è ricavato un grande salone di ricevimento. L’intero castello è percorso da una fitta teoria di piccole merlature, che, da lontano, fanno assumere alla dimora un aspetto ancora più imponente. L'interno è semplice ed austero: l'unico elemento di rilievo è una porta lignea finemente intagliata secondo lo stile neogotico. Il maniero fu completato con l'aggiunta di una cappella esterna, ancor oggi esistente, immersa nel rigoglioso parco circostante. Anche la cappella esterna richiama lo stile medioevale, con una facciata aperta da una piccola bifora ogivale; la piccola aula interna è a pianta rettangolare, chiusa da un'abside e coperta da una teoria di capriate in legno. Sonnino, figura di spicco nel panorama politico italiano, era fortemente legato alla sua dimora livornese: uomo burbero e severo, era affascinato dalla rude solitudine e bellezza di quel tratto di costa, che poteva dominare, per ampi tratti, dall'alto del castello. Decise perfino di esservi sepolto e pertanto, alla sua morte (1922), la sua salma fu tumulata in una grotta della scogliera, nei pressi dello stesso fortilizio. Attualmente il castello è una residenza privata e quindi non accessibile al pubblico, salvo che in occasioni particolari, come nel corso delle "Giornate del FAI” (Fondo per l’Ambiente Italiano) tenutesi nel 2007, quando l’ing. Pucciarini, che ne è proprietario, ha aperto la dimora ai livornesi e ai numerosi turisti. Inoltre il maniero è dotato di un porticciolo privato, dove sorge una piccola torre neomedioevale, capace di ospitare al massimo 10 piccole imbarcazioni e privo di qualsiasi servizio; i fondali sono molto bassi (1 - 1,50 metri).

mercoledì 28 novembre 2012

Il castello di mercoledì 28 novembre




MACCHIA D’ISERNIA (IS) – Castello normanno-aragonese

Poggia le sue fondamenta su una fortezza, costruita in epoca normanna a scopo di difesa. La notizia trova conferma nel fatto che esso fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno re di Sicilia (1130-1154), andata in sposa ad Ugone di Molise. Nel 1187 Guglielmo II, re di Sicilia, chiese ai titolari dei suoi feudi e suffeudi di partecipare alla III Crociata, promossa da papa Gregorio VIII: Macchia, come suffeudo, contribuì con cavalieri e armi. Il feudo quindi esisteva già, ma era dipendente da feudi più importanti. Nel 1269 l’Università di Macchia fu affidata ad Amerigo de Sus. Nella prima metà del XIV secolo, dopo il 1336, il feudo passò ad Aldemario di Scalea. Il possesso degli Scalea durò solo pochi anni: già nel 1343 Aldemario fu cacciato per essersi ribellato alla corte di Roberto d’Angiò, il quale assegnò il feudo direttamente alla sua consorte, la regina Sancia. Nel 1348, alla morte della regina, Macchia passò ad Andrea d’Isernia, figlio di Landolfo, per volontà della regina Giovanna I.  Nel 1464 Macchia apparteneva a Nicola Gaetano, che l’aveva ricevuta dal re Ferdinando assieme a Monteroduni. Le sorti feudali dei due comuni furono simili fino al 1564, anno in cui Macchia e il suo castello furono acquistati da Giovanni Donato della Marra con il titolo di Conte.  I proprietari del feudo e del suo castello si alternarono con molta frequenza. Molto spesso i debiti, soprattutto nei confronti del fisco, portarono alla vendita all’asta della proprietà. Nel 1748 il feudo, appartenente alla baronessa Maria Grazia Rotondi, fu ceduto proprio a causa dei debiti al barone Nicola d’Alena. Con Celeste d’Alena, il nome della famiglia si è estinto e il titolo di barone di Macchia, in seguito al matrimonio della baronessa Celeste, è passato alla famiglia Frisari. Il castello sorge nel cuore del centro storico di Macchia dominando con la sua base scarpata l'intera piazza principale. Nel 1480 il complesso fu completato fino ad assumere l'aspetto attuale. Esso presenta le tipiche pareti massicce delle fortezze medievali, anche se nel tempo ha perso il suo ruolo principale per trasformarsi gradualmente in una dimora residenziale, risultato dalla fusione di volumi diversi, accorpati in più fasi e in parte ancora riconoscibili. Il prospetto dell'edificio che domina la piazza è stato abbellito dalla loggia con archi a tutto sesto, in tutto sette arcate. La prima di queste fu ornata in periodo aragonese da una piccola loggia la cui copertura poggia rispettivamente su cinque piccoli archi. Caratteristica la torretta angolare, anch’essa loggiata, posta su una delle antiche porte che immettevano nel complesso chiesa-castello del piccolo borgo. Su di essa si conserva uno dei tre stemmi in pietra che la sovrastavano in origine. All'ingresso principale si giunge attraverso un imponente portale che conserva i sostegni in legno sui quali in passato si reggeva il meccanismo del ponte levatoio. Nel lato occidentale vi è una torre quadrangolare che secondo alcuni studiosi è uno degli elementi rinascimentali aggiuntivi. Il mastio, per le dimensioni e per la tecnica costruttiva ricorda il castello di Venafro. La torre si eleva su cinque livelli e sulla sua sommità vi è un rosone in laterizi. Il resto della struttura invece è sviluppata su tre livelli di cui il più alto rappresenta una mansarda. Molto apprezzato è il cortile interno, di forma trapezoidale e lastricato con pietra di fiume, dal quale si accede agli ambienti del primo piano, con uno scalone rinascimentale che immette al piano nobile, riservato alla baronessa. Lo scalone presenta, nella copertura, il decoro della romanella, un tipico elemento architettonico composta a scacchiera. Tra le stanze presenti al piano superiore di particolare importanza è la cappella patronale, nella quale vengono ancora conservate reliquie di santi e documenti di notevole valore storico. Il piano basso, invece, presenta una serie di locali alcuni dei quali sono attualmente adibiti a cantine mentre un tempo erano le stanze di servizio. A seguito dei danni riportati dal sisma del 1984 il maniero è stato interessato da lavori di consolidamento delle strutture murarie e rifacimento delle coperture. Attualmente la proprietà principale del castello, che si presenta in buono stato di conservazione, è della famiglia de Iorio-Frisari, che detiene il titolo di Conte di Bisceglie e Patrizio di San Vincenzo al Volturno. I proprietari ne permettono la visita e consentono all'interno di esso lo svolgimento di attività culturali.

martedì 27 novembre 2012

Il castello di martedì 27 novembre







GARAGUSO (MT) – Castello o Palazzo Revertera

A fianco alla Chiesa Madre dedicata a San Nicola si trova uno stupendo palazzo che dà l´impressione di un castello: è Palazzo Revertera, grande e massiccio, che si staglia sulla formazione dolomitica, con i suoi sotterranei scavati nella roccia. Costruito dal duca Revertera di Salandra a scopo venatorio, nei primi anni del ‘700, divenne il polo della ricostruzione del nuovo borgo di Garaguso, in quanto quest’ultimo era stato distrutto dal terremoto del 1694. In precedenza, nel 1060, Garaguso si era trovato nella giurisdizione del vescovo di Tricarico ed era appartenuto ai Sanseverino di Tricarico. Il centro abitato attuale, come detto, venne ricostruito dopo il sisma del 1694, intorno al casolare del conte Sanseverino, nei cui pressi i Revertera fe­cero costruire il loro palazzo. Il castello non fu più ricostruito, anzi, al suo posto Nico­la Ippolito Revertera volle e fece realizzare un edifi­cio quadrato e basso, oggi sede della scuola media. Il palazzo si realizza su di una pianta rettangolare e su due livelli principali: il piano terra doveva ospitare le stalle, mentre al primo piano vi era l’abitazione dei duchi, gli altri ambienti sono sotterranei. La facciata, molto semplice, si adorna di un portale sormontato dallo stemma ducale della famiglia. Degno di nota è il loggiato a tre arcate. Si tramanda che circa tre secoli fa nel palazzo avvenne un fatto orrendo: era nato il bambino del barone e la città, per l´occasione, organizzò una festa per salutare tutta la famiglia Revertera, ma quello stesso giorno il bambino sparì misteriosamente. Sia il barone che sua moglie si misero a cercare l´infante, ma nulla fu trovato. Una tradizione vuole che il bambino sia stato trovato da una famiglia di pastori che lo accudì e lo crebbe come uno dei tanti, ma un´altra tradizione dice che ancora oggi, nelle giornate ventose, si avvertono le voci dei genitori che chiamano il bambino.

Il castello di lunedì 26 novembre




RUBIERA (RE) – Forte

Tra il 1190 ed il 1200 il Comune di Reggio, al pari di Bologna ed altri liberi comuni, costruì, per meglio proteggere il confine con Modena, il nuovo borgo di Rubiera. A difesa dell'abitato, nonchè della via Emilia e del transito sul Secchia, vennero costruite munitissime mura e un possente castello, arrivato, seppur modificato, fino ai nostri giorni. Per la costruzione della rocca, nel 1201, vennero impiegati i soldati modenesi, compreso il loro podestà Alberto da Lendinara, catturati dopo la vittoria reggiana nella battaglia di Formigine. Una volta terminati i lavori i prigionieri vennero rilasciati con una cannuccia in bocca ed un cappello di carta in testa, all'epoca un gesto di profondo scherno e derisione. Desiderosi di vendicare la sconfitta e l'umiliazione subita, i modenesi, nel giugno dell'anno seguente, coadiuvati dai veronesi e dai ferraresi cinsero d'assedio Rubiera. Gli assedianti resistettero a lungo ed alla fine ebbero la meglio e Modena stipulò un accordo di pace con Reggio. È da ricordare che a Rubiera, nel maggio del 1409, fu ucciso in un agguato da Muzio Attendolo Sforza l'ultimo signore di Reggio, Ottobono Terzi. Per circa due secoli Rubiera fu feudo dei Boiardi (discendenti dei Bianchi di Lunigiana) che nel 1423 dagli Estensi furono «convinti» a scambiare questo feudo con Scandiano. Leonello d’Este diede inizio alla costruzione di alte mura che furono poi completate dal duca Borso in un periodo compreso tra il 1441 ed il 1471. Altri importanti interventi di sistemazione del forte furono condotti nel 1491 con la partecipazione dell’architetto Biagio Rossetti ideatore della “addizione erculea” ferrarese. Nessuna traccia rimane delle mura quattrocentesche. Dal 1512 al 1523 Rubiera fu conquistata dai pontifici che la infeudarono ai Pio di Carpi: al ritorno degli Este, fu assegnata alla famiglia Sacrati, originaria di Fusignano e fedelissima del duca; la rocca fu ancora rafforzata e circondata da un profondo fossato che prendeva acqua dal Tresinaro con alte cortine rettilinee in muratura intervallate da torri tonde o quadrangolari, tracciate secondo un disegno geometrico non molto complesso così come le vediamo rappresentate nella pianta delle fortificazioni di Rubiera disegnata nel XVII secolo. La fortificazione presentava un formidabile impianto dalla struttura compatta a pianta quadrangolare con cortile centrale, articolata ai vertici a quattro grandiosi bastioni dal paramento scarpato. Un intervento di riforma dopo la metà del XVII secolo fu comunque compiuto dal duca Alfonso I per un adattamento più funzionale all’uso moderno delle artiglierie del tempo rinforzando le mura, costruendo baluardi (ricordiamo quello pentagonale eretto a protezione del forte verso occidente e di cui resta oggi il ricordo nell’area di forma triangolare suddivisa in due settori della via Emilia nell’accesso al centro storico), allargando i fossati e creando una zona di rispetto libera da costruzioni ed alberature intorno al borgo. La fortezza venne poi adibita a prigione per i reati più gravi (vi fu rinchiuso e poi decapitato, il 17 ottobre 1822, Don Giuseppe Andreoli, primissimo eroe del Risorgimento italiano). Lo sviluppo urbanistico iniziato con la realizzazione della linea ferroviaria portò negli anni successivi all’alienazione delle fosse, alla cessione dell’area antistante il forte e, nel 1922, all’abbattimento della parte centrale del complesso, di cui oggi restano solo quattro bastioni e sul lato Sud Est dello stesso sorge l'Osteria del viandante e la Vineria del Viandante. La rocca, nel corso della sua storia, fu visitata da re, principi, uomini d'arme, architetti e ingegneri militari: qui dimorò Carlo V imperatore, Francesco I Re di Francia, Lucrezia Borgia figlia del papa Alessandro VI (moglie di Alfonso, protettrice dell'arte della seta per cui Reggio divenne famosa in Europa fino al diciottesimo secolo), e ancora Napoleone I, Garibaldi e altri uomini illustri. Ulteriori notizie al seguente link: http://www.osteriadelviandante.com/dove_forte.html

sabato 24 novembre 2012

il castello di domenica 25 novembre





ROCCAMORICE (PE) – Torre

Il "Catalogus baronum" nel 1173 riporta Roccamorice come feudo di Boemondo conte di Manoppello, mentre nel 1316 fu posseduta da Rainaldo di Letto, nel 1354 da Antonio di Letto, nel 1385 da Napoleone Orsini di Manoppello e nel 1412 passò a Filippo di Valignano, famiglia chietina che governò il paese fino al 1741 quando divenne possedimento dei baroni Zambra, sempre di Chieti. All'estremità meridionale dell'odierno centro abitato spicca un'imponente torre d'avvistamento e difesa, che si presenta a base quadrata ed è realizzata con conci e pietrame. E’ munita di cannoniere e feritoie su tutti i prospetti. L'accesso principale, posto a circa sei metri da terra, è raggiungibile da una scala con struttura di ferro di recente realizzazione. Nella parte interna sono stati realizzati due piani con struttura di ferro e legno collegati da una scalinata posta sul lato nord-ovest. Del coronamento originario non è rimasto nulla ed oggi la copertura ha una struttura portante in legno.

venerdì 23 novembre 2012

Il castello di sabato 24 novembre





CABRAS (OR) – Torre Spagnola di San Giovanni di Sinis

Posta sulla sommità dell’altura (50 m s.l.m.) che sovrasta l’area archeologica di Tharros, prende il nome dalla vicina chiesa altomedievale di San Giovanni di Sinis ed è una delle più imponenti del golfo, seconda solo a quella di Torre Grande. Fu edificata tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, probabilmente durante il regno di Filippo II, e forse durante il viceregno del De Moncada, nell’ambito rella realizzazione di un sistema difensivo costiero. Citata da Giovanni Francesco Fara, esisteva quindi prima del 1590 ed era comunque operativa nel 1623. Era una "torre de armas", cioè una torre "gagliarda", atta alla difesa, con ampio dominio visivo sul Golfo di Oristano e verso il mare aperto, armata con cannoni e spingarde. Esteriormente somigliante a due cilindri sovrapposti, ha un diametro di base di oltre 14 mt e un'altezza, terrazzo compreso, di 11 mt, a cui bisogna aggiungere la zoccolatura di fondazione e il parapetto della piazza d'armi (terrazza con le artiglierie all'aperto). Notevole anche lo spessore murario, di circa 4 mt. Il materiale utilizzato per la costruzione è arenaria calcarea; si riconosce materiale di recupero dalle rovine punico-romane della zona (si suppone che la torre sia stata eretta sui resti di un nuraghe monotorre e di una torre punica). Il boccaporto è realizzato con piedritti e architrave in pietra e si apre a circa 8 mt da terra, raggiungibile oggi tramite un vano scala esterno realizzato nell’Ottocento. Questa apertura dà adito ad un lungo corridoio attraverso la spessa muratura verso la camera circolare interna, larga circa 6 mt e voltata a cupola, illuminata dall’alto tramite un lucernario. Ricavate nello spessore murario vi sono la botola della cisterna e il caminetto, oltre l'accesso alla camera dell'alcaide (capitano della torre). A sinistra dell'ingresso si trova la scala che porta alla terrazza, che si compone di due rampe e nel piano intermedio si può entrare in un vano trapezoidale munito di feritoie. Nel 1720 vennero compiute opere di riparazione e nel 1784 ulteriori lavori di manutenzione. Secondo la relazione del Ripol, inviato dal Regno Piemontese, nel 1767 la torre era organizzata da una guarnigione composta da un alcaide, un artigliere e sei soldati. Nel 1808 e nel 1823 vi furono nuovi interventi di restauro. Nel 1837 venne utilizzata dal La Marmora come punto geodetico. Nella seconda metà del XIX secolo, quando la torre fu presidiata per reprimere il contrabbando, le cannoniere vennero tamponate e sul terrazzo furono costruiti due alloggi, in muratura di pietrame e mattoni. Inoltre, per facilitarne l'accesso, al boccaporto venne addossato un corpo quadrangolare per una scala in legno a più rampe. Il presidio continuò fino al 1846.

Il castello di venerdì 23 novembre




GROTTAMINARDA (AV) – Castello d’Aquino

Fu edificato dai Longobardi intorno al VII secolo d.C. - su un'altura, a circa 453 metri s.l.m. - a guardia della sottostante Valle attraversata dal Fiume Ufita. Il complesso a pianta quasi trapezoidale, che domina l'antico Borgo di "Fratta", aveva un'inequivocabile funzione difensiva nei confronti delle incursioni greco-bizantine, poichè dentro le sue mura di cinta mostra non abitazioni, ma solo ampi terrazzamenti che un tempo servivano ad accogliere la gente in fuga dalle frequenti guerre, e che oggi sono, invece, dei magnifici giardini aperti al pubblico. L'impianto originario della fortezza dovette essere ampliato intorno alla prima metà del secolo XII, quando venne installata anche la cinta muraria difensiva dell'abitato medievale, documentata già a partire dal 1137. L'antica fabbrica difensiva mostra alcuni tratti delle mura perimetrali d'epoca aragonese con gli originari paramenti esterni formati in qualche caso da filari di laterizi alternati a larghi specchi di ciottoli fluviali o a pietre calcaree di varia pezzatura, elementi tutti cementati da sottili strati di una malta durissima. Una torre cilindrica su base scarpata, alta circa 14 metri con un diametro massimo di 12 metri, ed una torre a pianta quadrata, di cui resta il basamento scarpato, possono vedersi agli angoli del lato del forte che guarda verso occidente, in posizione dominante sul profondo vallone sottostante, che ancor oggi, con la sua lussureggiante vegetazione, costituisce un vero e proprio "polmone verde" per l'intera cittadina. Altre due torri cilindriche su base scarpata quasi delle stesse dimensioni, sono visibili sulla facciata che guarda rispettivamente il borgo medievale della "Fratta" e lo spazio urbano interamente ricostruito dopo il sisma del 1980 intorno alla Collegiata di Santa Maria Maggiore. Sia all'interno delle torri sia tra le cortine murarie interposte e i contrafforti di base si conservano ancora camminamenti e suggestivi cunicoli sotterranei voltati a botte, mentre resti del coronamento merlato guelfo s'intravedono alla sommità di alcuni tratti murari. Nel corso dei secoli, la storica struttura è appartenuta alle varie famiglie feudatarie che si sono succedute nella zona, come i d'Aquino da cui ha preso il nome. Landolfo d'Aquino, generale al servizio dell'imperatore svevo Federico II, infatti, lo ottenne nel 1229 ed il castello funse da simbolo del suo potere. Qui dentro, San Tommaso, se proprio non vi nacque nel 1225, almeno meditò sui destini dell'uomo e sull'esistenza di Dio. Sempre qui dentro soffrì a lungo le sue pene d'amore la dolce Fiammetta del Boccaccio; vi arrivò da Napoli nel 1338, dopo aver lasciato il Boccaccio, e vi morì pochi anni dopo e fu sepolta in Monte Vergine. Fiammetta apparteneva ai d'Aquino grottesi che vissero a Napoli, alla corte di re Carlo d'Angiò, al tempo in cui il Boccaccio soggiornava a Napoli. La madre, sposata con un d'Aquino di Grottaminarda, era l'amante di re Roberto d'Angiò. In quello stesso periodo, i D'Aquino ufficializzarono il culto al loro Santo protettore, San Tommaso D'Aquino, consacrando, all'interno del loro castello, una stanza in cui posero un' immagine del Santo. Il maniero fu spesso danneggiato dai numerosi terremoti che interessarono l'area. Fu sempre, però, ricostruito e in un documento del 1531 veniva descritto come una perla difensiva. A seguito dei terremoti del 1694 e 1734 la parte meridionale venne adattata a dimora signorile e sfruttando le vecchie strutture del complesso difensivo viene realizzata nel settore sud una zona residenziale limitata al primo piano, mentre la parte opposta fu trasformata in un giardino con terrazzo. Di proprietà comunale dal 1988, fino al 2008 ha ospitato la sede locale del Centro per la Sismologia e l’Ingegneria Sisimica. Il 7 marzo 2009 è stato aperto al pubblico per permettere la visitazione del castello e dei giardini. Dall'alto delle torri si gode una bellissima veduta dell'intera cittadina. Parte del castello è stata adibita ad uso di museo (Antiquarium) e biblioteca comunale.

mercoledì 21 novembre 2012

Il castello di giovedì 22 novembre





SAN MICHELE ALL’ADIGE (TN) – Castello di Monreale

Fu roccaforte della conti di Appiano attorno al 1200, quando questi vivevano e regnavano in Val di Cembra. Passando i secoli, il castello fu acquisito dai Conti di Tirolo, quindi dagli Asburgo, nel XVII secolo dai Rubin de Cervin Albrizzi e nel XX secolo dall'imprenditore Karl Schmid di Merano. Difficile capire la struttura originaria del castello, dato che nel corso della sua storia, esso è stato più volte profondamente restaurato. Nel prospetto che dà verso la montagna, l’edificio conserva l'aspetto della fortezza medievale, posta con il mastio esagonale a guardia della strada che dalla valle dell'Adige saliva in valle di Cembra. L’antica torre ha solo tre lati sporgenti dal complesso. La facciata merlata a guardia della valle e gli eleganti edifici mossi da trifore che si affacciano sul cortile interno, dotato di pozzo centrale, sono realizzazioni cinquecentesche. Al suo interno il castello custodisce anche una cappella privata con affreschi cinquecenteschi. La cima delle sue mura, terminanti con una merlatura donano al maniero di Monreale una luminosità e un chiaro profilo di contrasto con la montagna che ha alle spalle, e gli conferiscono una fisionomia particolarmente suggestiva. Oggi è di proprietà privata, ospitando tra l'altro un'azienda agricola, ma è possibile comunque visitarlo prendendo accordi con i proprietari della struttura.

martedì 20 novembre 2012

Il castello di mercoledì 21 novembre






SESTO CAMPANO (IS) – Castello Angioino di Roccapipirozzi

Durante la dominazione longobarda il feudo fu di proprietà delle contee del ducato di Benevento per poi passare sotto il dominio normanno. Agli inizi del 1300 fu assegnato ad Andrea e Nicola Rampini ai quali successe la famiglia della Ratta di origine spagnola, ospitata dalla sposa di Roberto d’Angiò. Nei Regesti Angioini del 1320 viene citata una località chiamata "Rocca Piperocii", da identificare senza dubbio con l'attuale centro fortificato. Con l'arrivo di Carlo III di Durazzo la famiglia Ratta perse il possesso del feudo. Nel 1465 appartenne a Diomede Carafa, conte di Maddaloni. Nel 1569 Giambattista Carafa vendette il feudo a Isabella di Lannoy. Il figlio di quest'ultima a sua volta lo vendette a Filippo Spinola alla cui famiglia rimase fino all'abolizione della feudalità. Il castello è costituito da un recinto, con alte mura a scarpa e dotate di merlatura, che ingloba un torrione circolare. Il suo impianto perimetrale ha una forma irregolare condizionata dall'adattamento naturale dello sperone di roccia calcarea sul quale fu edificato, posizione che permetteva il controllo su una vasta parte del territorio. Il recinto e il torrione non sembrano contemporanei: durante la dominazione longobarda esisteva, forse, un recinto munito di una torre quadrata sostituito, a seguito di un evento catastrofico o per un adeguamento alle nuove esigenze belliche, da un torrione a pianta circolare fondato direttamente sulla roccia affiorante, detto anche “maschio” (XIV secolo). Il torrione venne ad assumere il ruolo di ridotto a cui si arrivava attraverso un percorso tortuoso e forse un piccolo ponte levatoio. Il maschio presenta alla sommità una corona di beccatelli sui quali poggiava un piano in aggetto per la difesa piombante. Dato che non vi sono tracce di gradini, si pensa che alla fortezza vi si accedesse da una scala di corda retrattile. Altri elementi militari di interesse sono le feritoie dei merli, la cui realizzazione è piuttosto rudimentale e presenta una insolita terminazione con due conci disposti a cappuccina. L’ipotesi che si tratti di arciere originali, non riadattate all’uso di archibugiere, sembra probabile. Degna di nota è anche la torre angolare che serviva da protezione laterale ad una porta secondaria della fortezza. La fortezza nonostante avesse solo la funzione militare nel corso degli anni accolse anche la popolazione del borgo che vi si rifugiava in caso di bisogno. Intorno al castello si snoda il borgo medievale caratterizzato da case serrate tra loro con stradine strette. Nella roccia originariamente era stato ricavato un percorso segreto che permetteva di raggiungere la fortezza dal borgo. Il castello a differenza delle altre fortezze molisane non venne trasformato in dimora signorile, al contrario fu lasciato in uno stato di abbandono. Oggi è di proprietà del Comune che ha elaborato una proposta di restauro per il consolidamento della cinta muraria e la sistemazione dell'area circostante con percorsi pedonali e giardini. Sono infatti in corso lavori di recupero e restauro del torrione e della braca merlata di epoca successiva. Verrà recuperato e ricostruito l'annesso fabbricato esterno alle mura al fine di ottenere una struttura per attività culturali, turistiche e ricettive. Molte altre notizie si possono trovare al seguente link: http://www.francovalente.it/2007/09/16/roccapipirozzi/

Il castello di martedì 20 novembre




ADRANO (CT) - Castello Normanno


In mancanza di precise note storiche si stabilisce il 1072 come probabile anno di fondazione del castello di Adrano, per comparazione col vicino castello di Paternò, citato nelle fonti di Goffredo Malaterra, monaco benedettino nonché biografo di Ruggero I, nella sua cronaca della conquista normanna della Sicilia fissa in quell’anno la costruzione di una serie di castelli nelle aree già conquistate dai normanni, “..brevi tempore turribus et  propugnaculis  immensae  altitudinis mirifico opere consummavit..”. L’esigenza di dare inizio ad un progetto di costruzioni  su vasta scala nell’area etnea, comunemente definita dagli storici col termine di “incastellamento” nasceva ovviamente dalla necessità di consolidare sul territorio la presenza normanna e di erigere barriere difensive contro probabili attacchi esterni. L’edificio, nelle sue semplici forme e dalla chiara geometria rientra tra i castelli a donjons  normanni, elemento tipologico introdotto in Sicilia da Ruggero I dall’area anglo-francese di provenienza, le cui testimonianze, dalla originaria forma volumetrica a torre, consentono un raffronto sui comuni caratteri tipologici-formali con i grandi dongioni  francesi ed inglesi oltre che con gli edifici del primo periodo crociato in terra di Palestina. Omogenei pertanto risultano nei i caratteri formali, in particolare nell’alzato e nell’impianto originario depurato dagli interventi postumi che però non ne hanno modificato l’unità figurativa. Pertanto il donjons di Adrano si presenta a pianta quadrangolare e con dimensioni che vanno dai 16,70 mt. ai 20,00 mt. di prospetto e con l’attuale altezza di mt.33,70. Diversi gli elementi che lo contraddistinguono: murature perimetrali dagli spessori mai inferiori a mt.2,60; primi piani definiti da volte in muratura a botte e successivi piani con coperture di natura  lignea;  presenza di muro mediano di divisione per tutta l’altezza dell’edificio; tecnica costruttiva in muratura ad “opus incertum” e cantonali in blocchi di pietra rigorosamente di natura lavico-basaltica, che caratterizza l’edificio sotto il profilo cromatico; presenza all’interno di una piccola cappella gentilizia, con la parte absidale orientata ad est; scale ricavate all’interno degli  spessori murari perimetrali; camminamento di guardia interno e per tutto il perimetro dell’edificio. Caratterizzante è anche l’aspetto “geomorfologico” del sito, dove l’ubicazione su “mammelloni” di roccia basaltica fa da denominatore comune con gli altri edifici normanni dell’area etnea. La roccia basaltica di base spesso costituisce pavimentazione del piano basso del donjon  (gli eccessivi restauri degli anni ’60 hanno cancellato le tracce degli spuntoni lavici del piano terra del castello di Adrano). Inoltre la scelta del sito, dominante rispetto all’abitato ma contestualizzato allo stesso fa dire allo studioso F. Maurici ed H. Bresc, che gli châteaux-forts  normanni sono essenzialmente “castelli urbani” anche in relazione del nascente sistema  feudale. Anche il donjon di Adrano ha nel tempo subito inevitabili modifiche e adattamenti nei secoli successivi per esigenze di carattere difensivo. In particolare con l’inserimento di una cinta bastionata esterna che cinge l’originario edificio del XI sec., con torrette angolari scanalate e distanziate agli angoli col fine di aumentare le funzioni protettive del castello. Tale cortina muraria, per le caratteristiche forma “a pieghe” di due torrette si può datare a partire dalla seconda metà del  XV secolo. Inoltre all’interno dell’intercapedine creatasi si sono mantenuti sul prospetto est, alla quota del pavimento del primo piano due mensoloni sottostanti la soglia dell’apertura sul lato est, con la presenza di incavi che permettevano la rotazione di un elemento mobile per l’accesso all’edificio e modificando così la precedente erronea individuazione a piano terra della porta d’accesso dell’edificio. Elemento qualificante è la già citata cappella interna al donjon di Adrano, sita al secondo piano, ornata da costoloni modanati a crociera su pilastri a sezione semicircolare e capitelli e chiave sculturea agli incroci definendo così uno spazio che rimanda all'architettura sveva sia militare che civile. La nicchia presenta una finestra feritoia disposta  ad solem orientem” e catino con Cristo Pantocrate rappresentato all’interno di un clipeo sorretto da quattro angeli, realizzato probabilmente da maestranze locali su canoni bizantini. Dall’ultimo piano della torre, tramite una stratta scala si accede direttamente alla terrazza. Sulla sommità del dongione sono ancora visibili alcune opere accessorie a carattere difensivo, delle quali la maggior parte sembrerebbe frutto di adeguamenti cinquecenteschi. Infine, sull’esistenza di torri sommitali angolari, caratteristica dei dongioni anglonormanni sembra resistere un avanzo nell’angolo est-sud del piano terrazzato così come non rimangono elementi che lascino supporre l’esistenza di un camminamento di ronda esterno né di merlature a cortina sulla sommità dell’edificio. Dopo il dominio normanno, il castello divenne nei secoli proprietà di famose ed illustri dinastie siciliane, tra le quali i Moncada, i Peralta, gli Sclafani, dal 1754 i Conti Alvarez di Toledo fino al 1797, quando ne prese possesso il principe Luigi Moncada Ventimiglia Aragona, rimase di proprietà dei Moncada Ventimiglia fino al 1920. Attualmente il dongione di Adrano è visitabile ed accessibile per tutti i suoi piani, inoltre al suo interno è sito, dal 2009, il Museo Regionale di Adrano, con una interessante collezione archeologica che va dal neolitico sino al periodo medievale oltre ad alcune raccolte etnoantropologiche che completano la collezione.  (autore Arch. Nello Caruso)



lunedì 19 novembre 2012

Il castello di lunedì 19 novembre






OLMO GENTILE (AT) – Castello vescovile

Le prime notizie scritte di Olmo, il cui nome è legato all’omonima pianta sacra esistente nel villaggio "Ulmus sacra", sono del 22 dicembre 1142, quando alla morte di Bonifacio del Vasto il paese fu assegnato al marchese di Cortemilia. Nel 1209 Ottone del Carretto vendette Olmo al comune di Asti ricevendolo però indietro come feudo. Ai Del Carretto subentrarono gli Scarampi.
All' inizio del XVII secolo divenne territorio sabaudo; successivamente, Olmo con Perletto fu eretto in marchesato e dato in feudo a Carlo Guglielmo di Valperga, poi agli Scaglia di Verrua. Nel 1613, durante la guerra per la successione del Monferrato, fu stretto d' assedio dagli spagnoli, al comando di Don Luigi di Cordova. Il castello si compone di due corpi ben distinti: la torre e l’abitazione vera e propria. La torre è l’elemento più antico, risalente al XII secolo, edificata in pietra arenaria e di pianta quadrangolare, rivela caratteri molto simili a quelli delle torri di Vengore e Visone. La sommità è caratterizzata, su tutti e quattro i lati, dalla presenza di massicci supporti lapidei, che dovevano servire come sostentamento di un ballatoio ormai scomparso. La parte abitativa risale invece al 1681, quando il vescovo Carlo Antonio Gozzani, in fuga da Acqui, la elesse a sua dimora abituale. Fino ad un secolo fa era ancora abitato, dalle famiglie Chiesa e Cortina. Lasciato in stato di abbandono per diverso tempo, prima dei recenti restauri, era ancora possibile scorgere tracce degli affreschi seicenteschi nella parete dello scalone e su alcuni soffitti, un bel camino e dei pavimenti in pietra squadrata.

sabato 17 novembre 2012

Il castello di domenica 18 novembre





SANTA MARGHERITA LIGURE (GE) - Castello

Posta ai piedi della collina su cui sorge la celebre Villa Durazzo-Centurione, questa costruzione è di dimensioni contenute, a pianta rettangolare e con una torre posizionata nell’angolo di sud-ovest, dove si apre l’ingresso. La costruzione del castello è risalente al 1550, in seguito alla delibera del Senato della Repubblica di Genova che decise di erigere un maniero a difesa dalle frequenti incursioni dei pirati saraceni. Il disegno è opera di Antonio de Càrabo, lo stesso che nel 1551 realizzerà il Castello di Rapallo. I lavori iniziarono nel 1550 per concludersi nel settembre dello stesso anno. Fu sottoposto a diversi interventi strutturali e a potenziamenti degli armamenti fino ai primi anni del XVII secolo; dal Settecento perse importanza dal punto di vista militare, grazie soprattutto alle cessate invasioni piratesche, e pertanto ricevette solo alcuni lavori di riparazione e manutenzione. Nel XIX secolo rischiò di essere demolito ben due volte: la prima per realizzare in quell'area un nuovo palazzo comunale (proprio in questo secolo si costituì la municipalità indipendente da Rapallo), la seconda per ingrandire l'adiacente Calata Vittorio Emanuele. Al termine della prima guerra mondiale il castello fu restaurato ed intitolato in memoria dei caduti della Grande guerra. Recentemente restaurato è ora sede di manifestazioni culturali e artistiche.

venerdì 16 novembre 2012

Il castello di sabato 17 novembre





SELLIA (CZ) – Castello normanno

Venne edificato verso la metà del XII secolo, durante il periodo normanno, per volere di Roberto detto il Guiscardo (lo svelto) 1015 – 1085, conte, Duca di Puglia, Calabria (1059-1085) e Sicilia (1061-1085), figlio di Tancredi d’Altavilla. Altri storici ritengono invece che la sua costruzione fu voluta da Ruggero il Normanno, padre di Guglielmo il Malo, nel 1057. è certo, comunque, che anche il castello di Sellia faceva parte del complesso sistema difensivo della Calabria, realizzato in epoca normanna per esigenze difensive e feudali. Costruito sulla sommità del colle sovrastante il paese, a presidio del nucleo abitato, il fortilizio doveva essere simile ad altre costruzioni fortificate dell'epoca: grosse muraglie a carattere difensivo, con torri alte e merlate, atte alla difesa piombata, chiudevano una corte interna. Questa struttura fortificata garantiva la sicurezza e la difesa al palazzo baronale, dove il signore dimorava ed amministrava la giustizia. Una torre quadrata di dimensioni superiori alla media, probabilmente con funzioni di mastio, era posta a protezioni dei punti più vulnerabili ed aveva la duplice funzione di sorvegliare il terreno circostante e di costituire l'ultimo baluardo di difesa contro gli assalitori. Inizialmente era nel mastio che alloggiava il feudatario. Su di esso veniva, di norma, alzato il vessillo del signore del luogo, prova tangibile della potenza feudale. Il castello fu, quindi, residenza ordinaria dei baroni che si succedettero al dominio feudale di Sellia, tra cui ricordiamo la famiglia Perrone, fino all'epoca dell'invasione francese quando, abolita la proprietà feudale e ristretta la proprietà dei vassalli, le famiglie di coloro che erano gli ultimi feudatari furono costretti a riparare nei paesi vicini. Seriamente danneggiato dal devastante terremoto del 1783, il castello venne completamente distrutto e ridotto a pochi ruderi dalla terribile alluvione del 1943. La mancanza di un intervento conservativo, purtroppo, ha fatto si che il sito si presenti, attualmente, in uno stato di degrado e di abbandono. Dell'antico fortilizio, oggi, rimangono,solo alcune parti delle possenti mura, che dominano, imponenti, l'intera valle, a cui fa da corona la catena montuosa della Sila Piccola.

Il castello di venerdì 16 novembre





PORTOFERRAIO (LI) – Fortezza del Volterraio

Nota anche come Castello del Volterraio, è una fortificazione costiera (la più antica) situata sull'Isola d'Elba, ubicata in posizione dominante sulla vetta dell'omonima collina che si eleva a est dell'abitato a 394 metri di altezza. Tale complesso fortificato, che nei documenti duecenteschi è chiamato Monte Veltraio, fu costruito attorno all'anno Mille, nel punto in cui probabilmente sorgeva una preesistente struttura di epoca etrusca. La fortezza venne ristrutturata in epoca tardo-duecentesca dai Pisani, più precisamente tra il 1281 e il 1298, su probabile progetto di Vanni di Gherardo Rau, per adeguarla alle esigenze difensive dell'epoca. La decisione di rafforzare la rocca coincise con l'invio sull'Elba di un forte contingente militare. Il complesso svolgeva funzioni di avvistamento ad ampio raggio lungo il tratto costiero settentrionale dell'isola e verso il mare prospiciente. Successivamente rafforzata ed ampliata dagli Appiani nel 1440, fu una delle poche fortezze elbane mai espugnate dai pirati turchi che nelle loro scorribande razziarono più volte l'Elba. Quando la zona entrò a far parte del Granducato di Toscana, la fortezza fu integrata, seppure fosse in posizione isolata, al sistema difensivo che venne allestito dai Medici nel cuore della cittadina di Portoferraio. Ai primi del '600 si verificò un evento importante; estinti gli Appiani con la morte di Jacopo VII, si aprì per lo Stato di Piombino un periodo trentennale estremamente agitato e confuso, l'influenza degli spagnoli si fece più marcata, con la loro occupazione di Piombino e dell'Elba, in seguito alla quale vi costruirono forte San Giacomo a protezione del golfo di Longone. Nel 1646 le truppe francesi sbarcarono sull'isola e attaccarono i possedimenti spagnoli, giungendo in prossimità dei confini, che vennero piantonati per impedire ogni contatto con la gente di Rio ed evitare il contagio nel caso la peste, che imperversava nel napoletano, avesse raggiunto l'isola. La piccola guarnigione del Volterraio aveva diversi compiti, dal segnalare l'avvistamento di navi sospette all'impedire che si facesse legna nella lecceta sottostante, per preservare la scarsa gora che alimentava i mulini sottostanti, oltre ad impedire lo sconfinamento di uomini e animali provenienti da Rio. Il complesso continuò a svolgere le proprie funzioni anche in epoca settecentesca sotto i Lorena, per poi divenire un presidio delle truppe napoleoniche sul finire del secolo. Nel 1798 vi fu un'insurrezione contro i militari Francesi che portò alla semidistruzione del complesso, da allora definitivamente abbandonato. Una serie di restauri condotti a partire dalla seconda metà del secolo scorso ha permesso di recuperare ciò che restava dell'antica fortificazione. La fortezza si articola a pianta esagonale ed è caratterizzata da strutture murarie interamente rivestite in pietra, alla cui base sono visibili in alcuni punti tracce di più antiche mura di epoca etrusca e romana. L’accesso avveniva tramite un ponte levatoio e appena entrati ci si imbatteva nel pozzo della cisterna. Nella parte più alta svetta una torre quadrangolare, che fu probabilmente il nucleo originario della piazzaforte. Nonostante lo stato di rudere, è ancora oggi visibile parte dell'aspetto imponente che originariamente caratterizzava il complesso difensivo. Acquistato dal Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, oggi il castello è in forte stato di decadenza. Nonostante questo, con molta cautela nella visita, merita salire fino alla cima del monte che lo ospita per ammirare i maestosi resti delle mura, e godere di una vista unica sul golfo di Portoferraio. Ricercando in rete, ho trovato questo interessante link: http://www.mucchioselvaggio.org/FOTO_C7/NUMERI/56/56-38.pdf

giovedì 15 novembre 2012

Il castello di giovedì 15 novembre




GALLIATE (NO) - Castello Sforza

Galliate fu da sempre un baluardo strategico dei milanesi contro Novara. Una prima fortificazione sorse probabilmente all'inizio del X secolo, durante il regno di Berengario I. Nel 1154 è testimoniata la distruzione di un castello da parte di Federico Barbarossa; nel 1168 lo stesso Barbarossa lo ricostruì ma venne nuovamente distrutto pochi anni dopo dai novaresi. Fu poi Galeazzo Visconti che a metà del Trecento realizzò una nuova fortificazione, mentre nel 1413 Filippo Maria Visconti fece edificare la "Rocchetta", oggi scomparsa ma ancora identificabile nella muratura, sulla cui base è stato poi innalzato il castello sforzesco. L'attuale fortificazione, denominata anche "Castello Visconteo Sforzesco" proprio perchè edificata sulla preesistente viscontea, fu voluta nel 1476 dal duca di Milano Galeazzo Maria Sforza che affidò il progetto ad un gruppo di architetti militari guidati da Ambrogio Ferrari e Danesio Mainerio. L'edificio sorse quasi di getto nel corso di un solo anno ma l'improvvisa scomparsa del duca interruppe i lavori che furono poi ripresi e completati nel 1496 da Ludovico il Moro, il quale fece modificare il progetto dal Ferrari, abbellendo le sale e aprendo ampie finestre, al fine di creare una confortevole residenza di caccia per la sua corte milanese. Il castello di Galliate, nel suo progetto originario, segnò il passaggio dalla tipica residenza fortificata feudale, che aveva funzioni abitative oltre che belliche, ad una vera e propria rocca con funzioni eminentemente militari. Si ha notizia che il duca di Borgogna Carlo I, alleato di Galeazzo Maria, inviò a Galliate un'ambasciata per studiare il nuovo tipo di fortificazione. Nel 1532 il castello, dopo essere appartenuto alla famiglia Trivulzio, passò in feudo al ramo Caravaggio degli Sforza il cui capostipite Giovanni Paolo I Sforza e i suoi successori si fregiarono del titolo di "Marchese di Caravaggio" e "Conte di Galliate". Durante il Seicento, con l'occupazione spagnola, si ebbero varie trasformazioni che però non alterarono troppo la struttura originaria. Dopo un periodo di degrado durato quasi un secolo, nel 1878 il castello venne suddiviso tra vari proprietari che iniziarono delle opere di restauro adeguandolo al proprio utilizzo. La parte orientale fu acquistata dalle suore orsoline ed adibita ad asilo infantile fino al 1968 quando fu permutata dal comune di Galliate con l'idea di realizzarvi la sede municipale, progetto poi abbandonato. Negli anni 90 del Novecento il comune acquisì anche tutta la parte occidentale mentre la zona centrale rimane tuttora divisa fra due proprietari privati. Durante gli anni 70 del Novecento, a seguito della prima acquisizione del castello da parte del comune, fu avviato un restauro per riportare l'edificio all'aspetto che doveva avere nel XV secolo; furono quindi eliminate le coperture, ripristinato il camminamento superiore, eliminate le finestre esterne, ricostruiti i beccatelli. Quando fu acquistata anche la parte occidentale si preferì invece adottare il principio del restauro conservativo, questo è il motivo per cui in facciata si può osservare una netta differenza tra il lato sinistro e quello destro. Il castello rappresenta uno dei monumenti più significativi e conosciuti della Provincia di Novara per la sua struttura architettonica e l'unità d'impianto. Occupa il lato settentrionale di Piazza Vittorio Veneto, nel cuore della città. Nonostante i passaggi di proprietà, le vicende storiche e le trasformazioni subite, il castello esternamente ha mantenuto sufficientemente intatte le sue principali caratteristiche architettoniche e la sua imponenza monumentale, ad eccezione del lato ovest la cui cortina muraria fu distrutta dall'esplosione di una mina nel XVII secolo e in seguito sostituita da un semplice muro. Il complesso si presenta a pianta quadrilatera di 108 x 80 metri, maggiore rispetto alla media dei castelli sforzeschi, con quattro torri quadrate agli angoli, leggermente sporgenti, collegate tra loro da passaggi sotterranei. Le torri superano di soli cinque metri e mezzo i 7,5 metri di altezza dei muri di cortina, conferendo un profilo prettamente orizzontale alla struttura. Mentre le due torri meridionali presentano una base ad "L" quelle settentrionali hanno base quadrata. Le mura, spesse oltre 3 metri, sono formate da due pareti esterne in mattoni, riempite nel mezzo con pietre, materiale di recupero e calce per meglio assorbire i colpi; hanno lunghi beccatelli e sono coronate da una merlatura alla ghibellina, con i merli molto ravvicinati, ben visibili sul lato meridionale e sulla torre di sud-est dopo il ripristino degli anni 70. Lungo i lati maggiori, a nord e sud, si elevano altre due torri sfalsate tra loro, sotto cui si trovano le principali porte d'ingresso, un tempo munite di ponte levatoio e di rivellini con funzione di battiponte, ciascuna affiancata da una postierla. Queste due torri, a differenza di quelle angolari, sono a filo di cortina e presentano una particolarità quasi unica nel novarese con i beccatelli formati da tre mensole in pietra sporgenti l'una sull'altra. Una postierla con ponte levatoio, oggi murata, era presente nella torre nord-est. Altre porte d'ingresso furono successivamente ricavate anche in facciata, sotto le torri di sud-est e sud-ovest; mentre la prima è tuttora presente, la seconda è stata recentemente eliminata. L'edificio è tuttora interamente circondato da un fossato (prosciugato) che originariamente aveva larghezza di oltre 20 metri e prendeva acqua dalla roggia di Codimonte presso Bellinzago. All'interno sono più evidenti le trasformazioni operate nel corso dell'Ottocento, in particolare nell'ala orientale dove fu abbattuta la cortina muraria esterna per realizzare un porticato in stile neorinascimentale e la sala oggi adibita ad aula consiliare, con la ricca decorazione in stucco del soffitto e le quattro statue allegoriche nello scultore Crivelli. Nell'ala sud-ovest è ospitata la biblioteca civica; qui vi sono la "Sala Rosa", la "Sala degli Stucchi" e la "Sala degli Stemmi", decorate con pitture, ornamenti ed affreschi del XVII e XIX secolo. Nella torre "castellana" di nord-est si trova invece il Museo d'arte contemporanea "Angelo Bozzola" che ospita numerose opere di scultura, pittura e grafica polimaterica. Il museo è articolato sui tre piani della torre più il sotterraneo, sul camminamento nord, nella corte nord e nel fossato esterno; comprende opere di scultura, pittura, grafica polimaterica, installazioni e libri d'artista, di un periodo compreso tra il 1954 e il 1988. La torre conserva inoltre, al primo piano, un pavimento quattrocentesco e una volta a ombrello affrescata con gli stemmi dei Visconti e degli Sforza. Nelle sale espositive a sud-est vengono allestite periodicamente delle mostre. Una nuova sala è stata aperta al pubblico nel corso del 2008 per ospitare una mostra permanente dedicata al campione galliatese di automobilismo e motociclismo sportivi Achille Varzi. Sempre all'interno del castello è possibile trovare un affresco del XVI secolo dei Re Magi considerato magico per un singolare episodio. Nel 1630 tutta la zona fu colpita da un'epidemia di peste, la popolazione si ammalò, ma vennero risparmiati inspiegabilmente i cittadini che si erano rifugiati nel castello, in particolar modo nel cortile, dove è presente l'affresco misterioso. Gli vennero così attribuiti grandi poteri magico/protettivi a tal punto che ancora oggi viene ricordato un particolare rituale. In un preciso giorno dell'anno vi si reca in processione e innanzi ai Re Magi, con una candela in mano, si recita una sorta di preghiera-filastrocca. Una leggenda vuole che nel castello sia nascosto il tesoro di Ludovico Sforza detto il Moro. La leggenda si mescola a fatti storici e accende la fantasia popolare. Il tesoro non fu mai trovatoe pare che a proteggerlo sia stato niente meno che Leonardo da Vinci, che avrebbe creato un misterioso nascondiglio individuabile solo riconoscendo un mattone anomalo.

mercoledì 14 novembre 2012

Il castello di mercoledì 14 novembre




SAN GIUSTINO (PG) – Castello Bufalini

Nacque come fortezza militare alla fine del XV per difendere l'abitato di San Giustino ed il territorio circostante. La sua edificazione risale al 1480 quando Citta' di Castello, per arginare gli attacchi dei nemici, decise di costruire un castello fortificato su progetto dell'architetto romano Mariano Savelli sul luogo di un fortilizio preesistente di proprietà della famiglia Dotti, ormai in rovina a seguito degli eventi bellici del tempo. Poichè la costruzione richiedeva un ingente capitale, nel 1487 il Castello fu donato a Niccolò di Manno Bufalini, cittadino tifernate e ricco possidente terriero in San Giustino, con l'obbligo di completare i lavori sotto la direzione di Giovanni e di Camillo Vitelli e di difendere il maniero in caso di guerre. La fortezza fu costruita a forma di quadrato irregolare con torri angolari raccordate da camminamenti merlati, su cui domina la mole della torre maestra; il tutto ulteriormente difeso da un ampio e profondo fossato a pianta stellare con ponte levatoio. Nel 1500, con il consolidarsi della potenza economica e politica della famiglia Bufalini divenuta di fatto la feudataria del luogo, il castello venne trasformato in una villa fortificata secondo nuove esigenze sociali, artistiche e culturali. Promotori di tale iniziativa furono l'Abate Ventura Bufalini ed il fratello Giulio. Per la decorazione del palazzo di San Giustino i fratelli Bufalini si affidarono al pittore Cristofano Gherardi, (San Sepolcro 1508-1556) estroso e raffinato artista di formazione manierista che vi dipinse favole mitologiche e decorazioni a grottesca. L'originaria struttura chiusa in se stessa fu trasformata (su probabile disegno del Vasari) in una struttura aperta e protesa verso il nobile giardino ed il paesaggio circostante. I lavori più consistenti interessarono la facciata, dove la torre di sinistra fu sopraelevata, trasformata in una loggia coperta e raccordata al maschio mediante la realizzazione di un ampio loggiato con colonne e balaustra in pietra arenaria. Inoltre vennero demoliti i beccatelli e realizzato un nuovo ingresso al centro della facciata. Trasformazioni significative interessarono anche il lato sud, dove la merlatura fu trasformata in un camminamento loggiato. Nei prospetti furono aperte ampie finestre architravate e sul lato nord fu realizzato un ampliamento a ridosso del maschio, per contenere lo scalone monumentale. Altre modifiche più o meno importanti furono apportate nei secoli successivi. La cinta muraria si deve ad un parziale rifacimento settecentesco; più tarda è la chiusura del loggiato sul lato sinistro del cortile interno e la sopraelevazione di una torre campanaria. In tutti gli ambienti sono conservati oltre gli affreschi, un gran numero di quadri, di mobili, di lampadari e di suppellettili che fanno del castello un raro esempio di nobile dimora giunta fino a noi stupendamente conservata ed arredata. Tra i quadri da ricordare due splendide Madonne, una del Pinturicchio e l'altra attribuita ad artista della bottega del Signorelli. In alcune nicchie del chiostro interno e nella sala del trono sono distribuiti dei busti di marmo di età romana provenienti in parte dalla vicina villa "in Tuscis" di Plinio il Giovane. Tra la cinta muraria ed il fossato del Castello, entro uno spazio irregolare, si estende il giardino che nel 1500 era "all'italiana" e nel quale erano presenti le maggiori varietà di frutta, agrumi con limonaia, la ragnaia, fiori rari, erbe officinali, ortaggi ed un labirinto impiantato nel 1692, tuttora esistente. Vi erano anche alberi da frutto nani, fiori e verdure disposti secondo un disegno ben stabilito, con aiuole, fontane percorsi obbligati, delimitati da varie essenze. Nel 1700 il giardino, che è uno dei più significativi della regione, fu riprogettato, come testimoniano l’impianto sugli spalti e il fossato di difesa a forma di stella del castello. E’ caratterizzato dalla suddivisione in sette spazi principali collegati tra loro da viali perimetrali posti nel margine del fossato che permettono di passare dal giardino triangolare al labirinto di alte siepi di bosso, dalle dodici aiuole cinte da rose con quattro vasche all’incrocio dei camminamenti al versante nord occidentale, con le fontane e alcuni dei lecci che costituivano i viali della Ragnaia (antico sistema di uccellagione con reti). Nel 1989 il complesso del castello Bufalini è stato acquistato dallo Stato con la finalità di destinazione museale e di centro di cultura. Oggi esso offre al visitatore la possibilità di percorrere un viaggio nel passato: in tutti gli ambienti sono conservati oltre gli affreschi, un gran numero di quadri, di mobili, di lampadari e di suppellettili (tra cui anche busti di epoca romana) che fanno del palazzo un raro esempio di nobile dimora giunta fino a noi stupendamente conservata ed arredata. Le opere d’arte sono distribuite lungo il percorso museale non in senso cronologico, ma secondo il gusto e gli interessi dei vecchi proprietari. La storia stessa dei Bufalini, ricostruita tramite i documenti dell’archivio e caratterizzata dall’immagine di alcuni di loro, costituisce il filo conduttore della visita. Per approfondire si possono visitare i seguenti due link:
http://lamiaumbria.it/scheda_comuni.asp?pag=5562
http://www.castellobufalini.beniculturali.it

martedì 13 novembre 2012

Il castello di martedì 13 novembre




BOTRUGNO (LE) – Palazzo Castriota-Scanderberg

I Maramonte o Maramonti erano i padroni di Botrugno sin dal XIII secolo, e furono loro a far edificare nel 1400 un maestoso palazzo simbolo della storia e del prestigio della famiglia feudale. Il palazzo fu eretto nella zona più alta del paese, in una pianura circoscritta dalla Serra Salentina. L'illustre e nobile casato annoverava famosi e prodi condottieri, come Raffaele Maramonte, al quale fu dedicato un sepolcro nella Chiesa del Convento, ancora oggi visitabile e attaccata al palazzo marchesale. Un dato certo è che nel 1651 i Maramonte vendettero ai Castriota Granai - precisamente a Carlo Castriota, barone di Melpignano - la terra di Botrugno insieme "con suo castello seu fortellezza", e il riferimento non può essere che al palazzo in questione. Da allora in poi i Castriota risiedettero a Botrugno, almeno fino all'inizio del 1800. Durante la signoria dei Castriota-Scanderberg, il palazzo marchesale cessò di avere le funzioni di piccola fortezza di difesa, e venne trasformato in una residenza lussuosa e nobiliare sino ad assumere le fattezze odierne che lo rendono uno dei palazzi più imponenti e prestigiosi della provincia di Lecce. Le modifiche strutturali e architettoniche vennero eseguite durante i primi decenni del 1700, allorquando fu elevato il lungo balcone su mensoloni di chiara ispirazione barocca, mentre nella seconda parte del secolo pittori "ornamentisti" (come quel Ludovico Giordani il cui nome è leggibile ancora oggi nel salone centrale del palazzo) ne cambiarono l'aspetto decorativo, con interventi di ornamento e affreschi. Durante il regno dei Castriota-Scanderberg, Botrugno visse il momento di maggior splendore e lustro, grazie al prestigio della casata e alle ricchezze prodotte mediante scambi commerciali. Nel 1817 l'ultimo dei Castriota (e ultimo marchese di Botrugno), Francesco Maria, donò il feudo alla famiglia dei Guarini, nella persona di Oronzo. Allo stato attuale, l'immobile comprende al piano terra un vasto cortile e un totale di 77 vani, tra cui cantine e depositi; il primo piano si compone di 46 vani, tra cui due grandi saloni oltre alle ampie terrazze che cingono il palazzo. L'edificio presenta un’impostazione planimetrica a “elle” e si articola intorno ad un cortile a pianta rettangolare. L’accesso avviene attraverso due portoni che recano inquartato lo stemma dei Castriota e dei Maramonte da una parte e quello dei Castriota con i Guarini dall’altra; essi si aprono su un ampio fronte che si conclude con gli spigoli arrotondati del tutto simili e che sorregge una balaustra lunga l’intera facciata con mensoloni di chiara ispirazione barocca. Da uno di questi portoni si accede all’atrio che, tramite uno scalone monumentale, porta ad una prima sala dove il soffitto recava dipinti lo stemma dei Castriota, mentre sulle pareti era possibile ammirare a colori gli stemmi di altre diciotto famiglie leccesi, tutte imparentate con i Castriota. La pietra leccese è l'elemento dominante sia nella struttura portante dell' opera, che è in muratura massiccia, sia nella decorazione esterna: sagomati in pietra leccese sono i cornicioni di coronamento, i balconi, le balaustre e le cornici delle finestre. All'interno troviamo una varietà di coperture a volta, del tipo a botte a piano terra, a padiglione ed a spigolo al primo piano "tutte di discreto valore architettonico per la loro soluzione strutturale e per gli affreschi presenti al primo piano". Da lastre di pietra leccese sono anche ricoperti i pavimenti del piano terra, mentre al primo piano prevale il mosaico. Già da tempo alcune di queste soluzioni sono andate distrutte, come la copertura in legno di uno dei due saloni. Oggi una parte del palazzo è stata riaperta al pubblico per ospitare l' Aula consiliare, la biblioteca, una sala polifunzionale, il locale Ecomuseo urbano, con la Mappa di comunità, realizzata in collaborazione con l'Università degli studi del Salento.