lunedì 30 luglio 2012

I castelli di lunedì 30 luglio





TRUCCAZZANO (MI) – Castello Borromeo in frazione Corneliano Bertario e “Torrettone”

Nell’anno 1158 Federico Barbarossa, volendo passare l’Adda col suo esercito per andare ad assediare Milano, trovò il ponte di Cassano presidiato dai Milanesi: cercò allora un guado più a sud e lo trovò a Corneliano. Nella traversata del fiume – raccontano i cronisti del tempo – perse più di 200 uomini. A quel tempo l’Adda formava nella zona vaste paludi note con il nome di Lago Gerundo. Quattro anni più tardi il Barbarossa tornò a Corneliano e qui si accampò per un breve periodo. Il paese di Corneliano aveva all’epoca compiuto già mille anni di vita, essendo di fondazione romana, come testimoniano anche alcuni ritrovamenti archeologici. Era sede di una “pieve” con relativa canonica almeno dal secolo VII. Nel Trecento le Chiese del paese erano diventate tre. Nel 1385 Barnabò Visconti, Signore di Milano, regalò all’Ospedale Maggiore una vasta proprietà agricola e boschiva in Corneliano. Negli stessi anni il Vescovo di Lodi rivendicò il suo diritto di cavare oro dalle rive dell’Adda da Corneliano Bertario alla confluenza del Po. Di quel tempo è la parte più antica del Castello: la torre quadrata sull’angolo della piazza, con le sue massicce mura larghe quasi due metri, realizzate con materiali tratti da costruzioni più antiche. Nel ‘400 e ‘500 furono aggiunte le altre parti: l’edificio che ospita il salone, il rivellino con le sue piccole mensole di pietra , il muro di sassi e il bastione, che proteggevano il Castello dalla parte dell’Adda. E infine le minuscole prigioni, con tre sole celle. La proprietà del Castello passò, negli ultimi secoli, dall’Ospedale del Brolo di Milano alla famiglia Bigli (intorno al 1700), poi ai Gallarati Scotti e infine ai Borromeo. Oggi il complesso medievale è oggi luogo ideale per eventi di vario tipo: matrimoni, meetings, conventions, ricevimenti e cerimonie, cene e incontri aziendali, mostre e attività di pubblicità. Vi è anche consentita la realizzazione di film e spot pubblicitari, godendo di ampi spazi verdi e di scorci architettonici inediti e di notevole interesse. La dimora, molto suggestiva e scenografica è immersa nel verde e nella quiete della campagna lombarda, a circa 25 Km da Milano. Ulteriori informazioni si possono trovare sul seguente sito: http://www.castellodicornelianobertario.it. Sempre a Truccazzano, lungo la strada che conduce a Rivolta d´Adda, esiste un rudere di castello detto " il Torrettone" che si ipotizza risalga al X secolo. Fu costruito su di un ciglione e guardava la zona dell´antico Lago Gerundo le cui ultime paludi sembra siano state prosciugate da Federico Barbarossa. Per approfondire si può visitare il seguente link: www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede.../MI100-07516/

sabato 28 luglio 2012

Il castello di domenica 29 luglio





FORNELLI (IS) – Castello 

Non è altro che un borgo medievale composto di singole "cellule edilizie", ovvero case e chiese, racchiuse dalle spesse mura di cinta comprendenti le sette torri costruite in età normanna. Fulcro del complesso è il palazzo marchesale, simbolo del paese nonché edificio di notevole interesse architettonico. Per ricostruire la storia del castello e del palazzo, si possono individuare due fasi che accompagnarono la realizzazione dell'abitato di Fornelli. Le fasi non sono databili con precisione, a causa delle ristrutturazioni avvenute nel corso dei secoli e anche per la mancanza di studi accurati sull'abitato medievale. Si può ipotizzare con una certa sicurezza, comunque, che il processo di incastellamento del borgo, iniziato in età longobarda, abbia trovato il suo primo momento costruttivo alla fine del X secolo, se già intorno all'anno 1000 Leone Ostiense lo citò tra le località che gravitavano intorno all'abbazia di San Vincenzo al Volturno. Nella prima fase oggi riconoscibile, Fornelli cominciò a prendere forma attraverso la costruzione del palazzo marchesale, della torre di vedetta e della chiesa, dando vita così al primitivo borgo rurale del paese. L'accesso al castello era possibile grazie a una porta principale aperta nelle mura, raggiungibile attraverso un ponte levatoio al di sotto del quale si trovava un fossato, per la difesa della fortezza dalle incursioni nemiche. Una porta secondaria permetteva invece le uscite di emergenza. Nella seconda fase, relativa a un ulteriore sviluppo del borgo, la cinta muraria difensiva si presenta più articolata, munita di torri di vedetta di forma cilindrica con la base a scarpa. Le torri sono in alcuni casi annesse ad abitazioni private, due sono collegate al palazzo marchesale, mentre nel torrione centrale si apre la porta principale di accesso al borgo. In questa fase si trovano diversi altri punti di accesso, oltre al predetto. Il palazzo, nonostante comprenda nella sua struttura anche altri edifici, ha sempre mantenuto un aspetto unitario ed omogeneo, come un unico volume strutturale. Solo osservando attentamente le porte, le finestre e le coperture realizzate dai singoli proprietari su ciascuna cellula, ci si rende conto della molteplicità di edifici di cui si compone il manufatto. Una struttura di questo tipo rappresenta la tipica abitazione abruzzese-molisana, nata per svilupparsi con il crescere delle famiglie: più aumentavano i componenti, compresi gli animali, maggiore era l'accrescimento dei volumi delle singole abitazioni. Il palazzo fu quindi il frutto di una necessità abitativa, una casa più grande, priva di elementi difensivi poiché già inserita nel borgo fortificato. Si sviluppa su due piani, un pianterreno suddiviso in fondaci e il piano nobile. Un'ala del palazzo è più alta, sembra che abbia anche un secondo piano: in realtà non è così, in quanto l'edificio segue le linee della collina, che in quel punto è più alta. Nel X secolo il castello di Fornelli - come detto - possedimento della badia di S. Vincenzo al Volturno, fu occupato con la forza dal conte Landolfo di Isernia; l'abate di San Vincenzo, Giovanni, si recò a Benevento dall'imperatore Ottone II, per chiedere la restituzione delle terre usurpate da Landolfo. La restituzione avvenne il 10 ottobre 981, attraverso un documento che è il primo ad attestare l'esistenza di un castello a Fornelli. Nel 1011 l'agro di Fornelli fu abitato dall'Abate del Monastero di S. Vincenzo al Volturno, Ilario di Matera, conosciuto per la sua santità. Francesco Pandone ne prese possesso nel 1433 e la sua famiglia ne mantenne la proprietà fino al 1525, quando passò alla famiglia Galluccio. Nel 1648 i titolari del feudo furono i Caracciolo, ai quali successero prima i Dentice e infine i marchesi Carmignano, ultimi signori di Fornelli, fino al 1832. Nel 1744 Carlo III di Borbone soggiornò a Fornelli, di passaggio con le truppe verso Castel di Sangro, per prevenire una manovra austriaca. In quell'occasione il re stabilì i suoi quartieri nell'area esterna al cortile del palazzo, in un'ala chiamata da allora "alcova di Carlo III". Fino al 1968 erano ancora presenti le antiche porte con lo stemma dei Borbone. Il passaggio del re non fu un evento piacevole per gli abitanti di Fornelli: infatti dopo pochi giorni, conclusa l'operazione, il sovrano tornò indietro con le truppe, che in mancanza di vettovagliamenti adeguati si diedero a ruberie di ogni sorta nel paese, arrivando perfino a uccidere il sindaco, che non aveva potuto dar loro il denaro richiesto. Il palazzo marchesale venne incendiato nel 1943 dalle armate tedesche e gran parte dell'archivio storico contenuto nell'edificio andò perduto, con la conseguenza che i pochi documenti rimasti non permettono di ricostruirne completamente la storia.

Il castello di sabato 28 luglio




CIRO’ MARINA (KR) – Castello Sabatini

Denominato anche “Il Palazzo” o “Villa Alice”, è posto alle falde della collina di Madonna d’Itria, in ottima posizione su un vasto pianoro. La leggenda tramandata dal Pugliese vuole che a volerne la costruzione sia stato l’imperatore Costantino che, navigando per l’oriente, si fermò in questi luoghi per adorare la Madonna miracolosa custodita nel santuario dell’Itria. Sempre secondo la tradizione popolare, avviati i lavori, una serie infinita di intoppi ne impedirono per anni la realizzazione. Frustrato, l'imperatore avrebbe confidato un giorno il suo rammarico ad un vecchio viandante il quale avrebbe consigliato a Costantino di sacrificare una giovinetta del luogo per sconfiggere la sfortuna. La scelta cadde sulla bella Lusitania. La credenza era tanto radicata che nel 1545 Don Pirro Antonio de Abenante, feudatario di Cirò, fece abbattere un muro nel punto in cui la povera ragazza sarebbe stata tenuta segregata per sempre, non rinvenendo nulla. In realtà il castello risale ai primi decenni del XVI secolo. Furono i Carafa, conti di Santa Severina e feudatari di Cirò, a costruire l’originario impianto quadrangolare con pozzo di luce centrale, a scopi prettamente militari e difensivi; successivamente la costruzione fu resa più massiccia con l’aggiunta di quattro robuste torri angolari speronate. La base, sia per quanto riguarda la parte centrale che le torri angolari, è a scarpa alla fine della quale è presente un cordolo di separazione dal paramento superiore che è verticale. Nel XVII secolo fu Vespasiano Spinelli ad attuare un connubio fra la fortezza e la dimora gentilizia, aggiungendo, nel lato a monte, un corpo contenente il corpo scala a portico per il primo piano ed un secondo piano aggiunto. L’interno del maniero conserva assai poco, a causa proprio delle continue manomissioni operate dagli Spinelli principi di Tarsia. Delle pertinenze del castello degli Spinelli, ormai, resta appena visibile, abbandonata dal tempo e dagli uomini, affogata da rovi ed erbacce di ogni specie e contaminata da rifiuti di ogni sorta, soltanto la settecentesca Fontana del Principe, con facciata a specchio con tre archi. Con l’eversione della feudalità, il castello fu acquistato, nel 1845, dalla famiglia Sabatini dalla quale oggi prende il nome e che ancora lo abita. Il castello corrisponde a vista verso costa nord con la Torre Vecchia a 4,5 km, e verso costa sud con la Torre Nuova a 2 km, e con Torre Melissa a 7 km.

venerdì 27 luglio 2012

Il castello di venerdì 27 luglio




CIRO’ (KR) – Castello Carafa

Oggi conosciuto anche come Castello Sabatini domina, maestoso, l'intero paese e la vista che si gode dalle sue terrazze è spettacolare. Da studi recenti effettuati, pare che il maniero venne edificato, almeno il piano terra, nel 1496 dal Conte di Santa Severina Andrea Carafa, ma fu il nipote Galeotto a far costruire tutto intorno il muro di cinta che lo avrebbe protetto dalle incursioni saracene. Il castello fu ampliato ed ulteriormente fortificato; ne fu ricostruito il corpo ovest, più alto e più arretrato rispetto all’originario in precedenza crollato, e fu edificato il torrione pentagonale che oggi sovrasta Piazza Mavilia. La struttura acquistò cosi tratti tipicamente aragonesi. Probabilmente, però, esisteva già una fortificazione medievale sullo stesso sito, che appartenne anche agli Arcadi, i primi signori della città. Si racconta che all’interno del maniero vi siano ben 365 stanze, di cui una racchiuderebbe un gran tesoro, non ancora trovato. A forma trapezoidale, con quattro torri circolari ai vertici, ognuna con caratteristiche diverse, collegate da massicce mura. È composto essenzialmente in tre parti: i sotterranei (che per l'alone leggendario che li circonda, hanno sempre suscitato curiosità), i magazzini al piano terra, che si sviluppano attorno al cortile centrale, ed il piano superiore con due appartamenti nobiliari e le stanze per la servitù. A dir poco unica la pavimentazione in pietra locale del cortile, con una stella centrale a otto  punte, ripetute in modo concentrico all'interno di un cerchio (in realtà è una meridiana con intorno tutti i segni dell’oroscopo), senza dubbio opera di un grande maestro: qualcuno ne attribuisce la progettazione addirittura a Luigi Lilio, matematico-astronomo nativo di Cirò, impiegato alla corte del principe e tra i riformatori del calendario gregoriano. Ma la maggior ricchezza del castello è quella di aver ospitato nella sua reggia, oltre al suddetto scienziato, personaggi illustri come Casoppero, il re Carlo III di Borbone. Col tempo poi il maniero, caduto il feudalesimo venne abbandonato. Messo all’asta nel 1842, fu comprato dalla famiglia Giglio, che fece costruire il secondo piano, come testimoniano alcuni dati sui muri esterni. Dal 1982 l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale. Cercando sul web ho trovato la notizia (ma non so a quando risalga) che è stato Firmato uno storico accordo tra il sindaco Mario Caruso ed i proprietari del castello Carafa, che prevede l’acquisto del castello da parte dell’Amministrazione comunale attraverso i fondi POR 2007-2013. Per consentire questa operazione ha detto il sindaco Caruso:”i proprietari si sono impegnati a dare in comodato d’uso gratuito l’antico maniero per sei anni, fino alla durata dei Por per consentire all’Ente comune di accingere ai finanziamenti per il restauro e l’acquisto”. Come opzione, continua il sindaco Caruso, qualora non dovesse risultare impossibile l’acquisto nei termini previsti dei sei anni, i proprietari provvederanno a darci il castello sempre in comodato d’uso gratuito per venticinque anni dove i proprietari si sono impegnati di decurtare dal valore, che sarà stimato da esperti di beni monumentali, la somma di Euro 270 mila oltre accessori spese dal comune per la messa in sicurezza.

giovedì 26 luglio 2012

Il castello di giovedì 26 luglio





SAN MARCO DEI CAVOTI (BN) – Palazzo Marchesale dei Cavaniglia

A seguito della distruzione di San Severo, avvenuta a causa di un terremoto nel 1349, venne edificato San Marco dei Cavoti, inizialmente e per lungo tempo denominato San Marco dei Gavoti laddove i Gavoti (da Gavots), sono i provenzali di Gap che - inviativi dagli Angioini grazie alla concessione di particolari agevolazioni - concorsero assieme ai superstiti alla fondazione del nuovo centro urbano a circa 4 km di distanza. Il nuovo paese prese il nome di San Marco, santo vescovo di Eca, mentre nei dintorni alcune contrade conservano negli antichissimi toponimi Francisi, Franzese e Borgognona il ricordo della presenza francese in loco. Il nucleo più antico del paese era costituito dal Largo Vicidomini, da Piazza del Carmine e dalla chiesa madre di San Marco, arroccata su un'altura, intitolata a San Marco e affiancata - oltre che dal campanile (distrutto all'inizio del XIX secolo) - da una imponente torre carceraria (detta appunto Torre dei Provenzali). Il borgo era cinto da mura turrite e vi si accedeva da quattro porte delle quali oggi ne restano tre (Porta Palazzo, Porta Grande e Porta di Rose). San Marco rimase nelle mani degli Angioini fino al 1435, anno in cui fu acquistato da Onorato Gaetani, conte di Fondi e di Morcone, che militava nell'esercito di Alfonso d'Aragona. Il feudo si trasmise all'interno di tale famiglia fino agli anni del conflitto franco-spagnolo (1494-1502), al ternine del quale i Gaetani d'Aragona, per avere appoggiato la parte francese, si videro confiscati i principali beni. Il feudo di S. Marco fu assegnato, con privilegio del 12 novembre 1528 del vicerè del Regno di Napoli Filippo di Chalons, a Cesare Cavaniglia, conte di Troja e di Montella. La famiglia Cavaniglia, i cui membri vissero e morirono in paese, nel palazzo Marchesale (edificato nel 1674 e in seguito appartenuto anche alla famiglia Zurlo), tennero il feudo fino alla prima metà del XVIII secolo quando, con Trojano Onero Cavaniglia, marchese di S. Marco, preferirono stabilirsi a Napoli perché impegnati a corte, affidando ad un vicedomini la conduzione degli affari locali. Agli inizi del XIX secolo il marchesato passò, per via ereditaria, ai Caracciolo di San Vito. Questi ultimi, nel XIX secolo, cedettero poi gran parte dei beni e i diritti di terraggiare e di nomina arcipretale alla famiglia Jelardi. Oggi una parte del palazzo Marchesale, ultimati i lavori di restauro, è stata trasformata in un elegante Bed & Breakfast, nel quale, ad esempio, la ricca colazione viene servita nella sala che un tempo fungeva da Cappella Gentilizia.

mercoledì 25 luglio 2012

Il castello di mercoledì 25 luglio




UMBERTIDE (PG) . Castello di Romeggio

E’ posto su una collina che domina Umbertide, lungo la strada che conduce a Preggio. L’edificio risalirebbe al periodo medioevale, quando per queste contrade transitavano i "Romei", pellegrini che si recavano a visitare i luoghi santi. La prima notizia risale al 1394, quando Perugia, per premiare lo zelo e la vigilanza mostrata da Nicoluccio d´Arpone e da Rosso di Nicoluccio di Romeggio, durante le lotte che travagliavano la città e il suo territorio, decretò di assegnare loro un premio di tre fiorini d´oro ciascuno. Dal 1395 Romeggio fu sede di un castellano fisso, pagato da Perugia. Nel tempo questo castello subì diversi interventi e non è possibile rinvenire tracce della sua cinta muraria. La torre rimasta, durante l´ultimo conflitto mondiale, venne utilizzata come osservatorio aereo che, collegato con altre simili strutture, doveva segnalare l´arrivo di aerei anglo-americani.

martedì 24 luglio 2012

Il castello di martedì 24 luglio




ORISTANO – Torre di Portixedda

Posto alla confluenza tra la via Mazzini e la piazza Mariano è il diroccato torrione di forma troncoconica di Portixedda. L’individuazione delle fondamenta di una torre quadrata entro il torrione circolare, scoperta durante i lavori di restauro, induce a ritenere la torre primitiva eretta nel XIII secolo, all’epoca della costruzione della cinta muraria e delle torri maggiori, in epoca giudicale sotto il regno di Mariano II d’Arborea. Durante la dominazione spagnola (secoli XV-XVI) fu inglobato da un impianto a base circolare che prese il nome dalla porta minore della cinta muraria della città, di cui era posto a difesa: Portixedda. Il torrione, che si apre nell’angolo in cui la cinta muraria di nord-est si univa con quella di sud-est, è costituito da due corpi cilindrici sovrapposti a diverso raggio di curvatura raccordati da una superficie inclinata troncoconica, per un’altezza globale di 8,80 metri. Costruita con basalti, calcareniti e mattoni cotti, la fortificazione era dotata di feritoie strombate, a diversi livelli, da cui vennero tratte le tre saettiere riusate con adattamenti nel torrione circolare. Numerosi documenti relativi al XVI e XVII secolo, conservati nell’Archivio Storico di Oristano, menzionano la torre con il titolo di Porta de su Castellanu, testimonianza che secondo alcune ipotesi storiche rimanderebbe all’antica presenza presso la torre di un comandante, un funzionario, o ancora a un Castellanu, ovvero un’autorità di un castello. Dopo un primo restauro avvenuto nel 1950, gli scavi svoltisi nel 1992 e nel 1994 permisero una lettura delle fasi edilizie della torre. Durante le indagini archeologiche furono ritrovati diversi materiali, fra questi un denaro reale di Alfonso V d’Aragona (1416 - 1458), coppe di botteghe di Montelupo e piatti ingobbati e graffiti di produzione oristanese, databili al XVI secolo. Nel piano di camminamento di ronda si trova, sul lato prospiciente la piazza Mariano, un foro di circa 30 cm. di diametro, che costituiva un pozzetto nel quale veniva gettato l’olio bollente o più propriamente acqua e pece bollente, che arrestava coloro che tentavano l’assalto diretto alla torre.

lunedì 23 luglio 2012

Il castello di lunedì 23 luglio





CERMES (BZ) – Castel Lebenberg o Monteleone

Si affaccia sulla conca meranese ed è posto in una zona difensiva e strategica sopra il paese di Cermes. Il suo nucleo originale venne costruito intorno alla seconda metà del XIII secolo dai signori di Marlengo (che da esso presero il nome di “Von Lebenberg”  - leone: dal loro stemma), che erano ministeriali dei conti di Tirol. Il mastio ed il palazzo erano circondati dalla cinta muraria oggi solo parzialmente visibile. Quando intorno al 1426 il casato si estinse, il castello passò ai Fuchs di Fuchsberg, i quali lo tennero fino alla loro estinzione, avvenuta circa 4 secoli dopo. Sotto la loro proprietà, vennero apportate al castello numerose modifiche e abbellimenti sia nel corso del ‘500, sia del ‘600. Dopo vari altri passaggi di proprietà, nel 1925, terzo anno dell’Era Fascista, venne acquistato dai Van Rossem, che ne sono attualmente ancora proprietari. Di notevole interesse nel castello c’è, nella Sala dei Cavalieri, un albero genealogico che rappresenta 12 generazioni, raffigurate in 264 ritratti (a mezzo busto gli adulti, a figura intera i bambini non giunti alla maggiore età) di antenati della famiglia Fuchs. Altri interessanti ambienti sono la “Sala degli specchi”, in stile rococò, la stanza di gusto napoleonico con la stufa di maiolica e la Sala d’armi. E ancora la cappella gentilizia a tre piani del XIV secolo, dedicata a S. Stefano, e i giardini in stile francese e preziosi arredi. Oggi Castel Lebenberg, che vanta un invidiabile stato di conservazione, è uno dei manieri di proprietà privata più grandi dell’Alto Adige.

sabato 21 luglio 2012

Il castello di domenica 22 luglio




VENTIMIGLIA (IM) – Forte sabaudo dell’Annunziata

Assieme alla fortificazione di Castel d’Appio e al Forte San Paolo fa parte degli antichi edifici difensivi eretti a Ventimiglia durante la dominazione genovese e, successivamente, durante il periodo napoleonico. La fortezza, così come oggi ci appare, fu realizzata nei primi decenni del XIX secolo a seguito del Trattato di Parigi del 1815 convocato dopo la caduta dell'imperatore francese Napoleone Bonaparte. Nel trattato l' Impero austriaco impose che una parte dell'indennità imposta allo stato francese venisse assegnata invece al Regno di Sardegna per fortificare i confini occidentali alpini del Piemonte e della Liguria. Fu il giovane Carlo Alberto a farsi esecutore del grande programma di fortificazioni sul confine con la Francia, arrivando a far raddoppiare le fortificazioni che chiudevano i passi delle Alpi. Inoltre l'apertura della nuova strada costiera verso la Francia, l'attuale via Aurelia, voluta da Napoleone dopo le ostilità, fece sì che l'Austria intraprendesse nuove lamentele; si decise pertanto di erigere a Ventimiglia - considerata un luogo strategico - una cittadella fortificata per contrastare e controllare il facile passaggio costiero verso il nord ovest italiano e la pianura padana. Originariamente, dal 1503, la struttura era adibita a convento dei Frati Minori Osservanti, con il nome di Convento dell'Annunziata. Nel 1831 il colonnello Malaussena e il tenente colonnello Podestà furono incaricati del progetto di trasformazione dell'edificio in un'opera di sbarramento in casamatta; agli studi partecipò anche il luogotenente Camillo Benso Conte di Cavour, all'epoca diciottenne. La progettazione seguì i criteri del campo trincerato, visto anche la limitata portata delle artiglierie dell'epoca, aggiungendo le innovazioni introdotte dai generali napoleonici. La nuova fortezza fu collegata con una possente cinta muraria e tramite cunicoli sotterranei con il già preesistente Forte San Paolo del XIII secolo. Nel luglio del 1833 con decreto reale si ordinò la cessazione di ruolo di piazzaforte per Ventimiglia e nel 1884 la Ridotta dell'Annunziata venne disarmata e trasformata in una caserma di fanteria. In seguito abbandonata, dopo la Seconda Guerra Mondiale il demanio militare la cedette al Comune di Ventimiglia che a sua volta passò la proprietà all'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo. Dal 1990 il piano rialzato ospita il Museo civico archeologico Girolamo Rossi, che espone reperti di Arte Romana rinvenuti nel Sito Archeologico dell' Anfiteatro a Ventimiglia. All’esterno del forte vi sono due targhe commemorative, apposte in periodi differenti, a ricordo di eventi diversi: in quella superiore si pone a memoria il pernottamento presso il Forte di importanti personaggi della Monarchia Sabauda; in quella inferiore vi è una rappresentazione per i caduti in guerra, realizzata dai membri dell' 89° Rgt. Fanteria. Il forte ha un suo sito internet sul quale trovare, certamente, molte altre informazioni: http://www.fortedellannunziata.it

venerdì 20 luglio 2012

Il castello di sabato 21 luglio




VALDERICE (TP) – Torre di Bonagia

Situata sul luogo del presunto seppellimento di Anchise, padre di Enea, la Tonnara di Bonagia è tra le più antiche e pregevoli, già in attività nel 1266 sotto gli Angioini ma probabilmente esistente anche in epoca normanna. Sorta in quella cala che nel 1496 fu elevata al rango di porto, qualifica riconfermata da Ferdinando II, venne citata dal frate bolognese Leandro Alberti che, nel 1526, ne descrisse la Torre di avvistamento, progettata dal Camillani. Tale fortificazione, a pianta quadrata, faceva parte di un sistema di difesa costiero contro gli attacchi dei pirati i quali assaltavano la popolazione lungo le coste e catturavano molti schiavi. Articolata in più piani, in quello terreno aveva una cisterna a sezione circolare che comunicava coi piani superiori mediante un pozzo; al primo piano vi era un ambiente unico con una sola finestra, una porta d’ingresso e una scala che conduceva al piano superiore. Lì si trovavano un camino e una fornace. L'attuale costruzione non è, tuttavia, la stessa magnificata dallo studioso: nel giugno del 1624, infatti, una banda di pirati mise a ferro e fuoco la Tonnara distruggendone, appunto, la Torre. Sulle sue macerie venne subito ricostruita, secondo il disegno della precedente, quella che, ancora oggi, possiamo ammirare e che fu terminata nel 1626, come testimonia la data scolpita sull'architrave della porta d'ingresso. Nel 1638 la tonnara venne venduta a donna Caterina Stella dei duchi di Casteldimirto, che la detennero fino al XIX secolo. Il figlio Antonio ottenne, perciò, il privilegio di barone della tonnara di Bonagia, titolo di cui la famiglia si fregiò ancora alla fine dell’800. Verso il 1840, con l’estinzione del ramo ducale interessato, la tonnara passò per lascito testamentario alle suore di S. Chiara di Palermo. Subì un periodo d'abbandono che terminò nel 1876 quando venne riattivata e riportata alla produttività. La Tonnara di Bonagia rese parecchio a suoi proprietari poiché di buona e costante pesca. Ha funzionato fino ai tempi recenti. Il complesso è stato interamente ristrutturato nel 1996, trasformando gli antichi stabilimenti dedicati alla pesca e alla lavorazione del tonno in un complesso turistico alberghiero che racchiude in sé una storia secolare e peculiare e i tanti segni di una cultura nata e vissuta con il mare. La Torre - che conserva ancora la struttura del baglio, con l’ampio cortile interno su cui si affacciano gli ambienti dei magazzini a pianoterra e le abitazioni del primo piano - ospita oggi il Museo della Tonnara dove cimeli, reperti, una fedele riproduzione in miniatura di una tonnara vera e propria, antichi arnesi da lavoro. Ecco il sito come è stato trasformato ai giorni nostri: http://www.tonnaradibonagia.it

giovedì 19 luglio 2012

Il castello di venerdì 20 luglio



CONDOFURI (RC) – Castello normanno dei Ruffo ad Amendolea

Molti fanno risalire questo Borgo al periodo Normanno (sotto Riccardo di Amendolea), altri al periodo Bizantino, come potrebbero provare le monete rinvenute sul luogo e alcune chiesette bizantine situate nei pressi del fortilizio. Il castello si articola su una rupe, a 358 metri sul livello del mare e a 8 Km dalla costa ionica, dominando la valle dell’Amendolea che costituiva in epoca storica il confine tra Locri e Reggio Calabria. Per la complessa orografia del luogo, era difficilmente raggiungibile e il carattere difensivo del sito era esaltato dalla presenza della sottostante fiumara di Amendolea, le cui acque, soprattutto nella brutta stagione, erano particolarmente impetuose. Nel castello, di dimensioni enormi, sono riconoscibili ancora vari ambienti, due cisterne per la raccolta delle acque piovane, una cappella, vi è un’abside con tracce di affreschi. Il rudere si presenta con un muro di cinta che delimita uno spazio di ingresso di forma parallelepipeda da cui si accede ad una zona residenziale; di questa rimane una sala rettangolare il cui pavimento è oggi occupato da erba e rocce. Sul muro che guarda verso est resistono ancora tre grandi finestre vicino alle quali erano collocate delle nicchie che ospitavano le sentinelle. Da qui, le guardie potevano avvistare i nemici molto prima che arrivassero sino in cima al castello ed avevano così il tempo di avvertire la popolazione. Intorno a questa enorme aula svettano alcune torri, una delle quali presenta una curiosa particolarità: ha l'ingresso non al pianterreno, bensì al primo piano, e vi si accedeva tramite un ponte levatoio. Tale meccanismo fu ideato per evitare le incursioni nella torre da parte dei nemici. Il castello è a pianta irregolare con robusti muraglioni merlati che seguono il ciglio delle scarpate. Le mura, di pietrame intercalato con cocci di coppi, hanno un andamento curvilineo nella zona Nord-Est; la parte Sud presenta una torre quadrangolare, mentre a Sud-Est il muro presenta una finestra ad arco che delimitava una sala, oggi crollata. Il castello era merlato e la sua importanza si percepisce dalle dimensioni dei luoghi e da un enorme caminetto nella terza torre. I muri del castello sono stati realizzati con una pasta di zolfo e ferro bolliti, minerali presenti nelle rocce su cui l'edificio sorge. Il loro vantaggio è che, più il tempo passa, più rimangono compatti, anche se il terremoto del 1783 e quello del 1908, in aggiunta agli assalti dei nemici, hanno provocato ampie feriti alla struttura fortificata (spicca una una torre chiaramente spaccata). Il borgo di Amendolea, che occupa un ridotto pianoro posto immediatamente a meridione del castello, fu invece abbandonato nel 1953 a seguito di un’alluvione e anch’esso appare oggi allo stato di rudere. Nonostante ciò spiccano tra le case i muri perimetrali della chiesa protopapale, che sino al 1965 era ancora agibile e coperta. Malgrado le passate trasformazioni e l’attuale stato di degrado, il borgo conserva ancora, nell’impianto urbanistico, evidenti segni della fase medievale. Sono infatti ben visibili ampie porzioni del recinto murario di età angioina, soprattutto nella parte sud-orientale dell’abitato. Un primo atto ufficiale della sua esistenza lo ritroviamo in epoca normanna, in un diploma greco del 1086 dove è ricordato il fatto che gli arconti Roberto di Fibrao, Ruggero di Lizio ed altri mandati dal Conte Ruggiero dovettero sanare alla buona una lite insorta tra Guglielmo e Riccardo di Amigdalia, circa i confini dei tenimenti di Bova e “Amigdalia”, stabilendo che il territorio posto a destra del torrente Amendolea doveva essere affidato a Guglielmo, figlio di un compagno d’armi di Roberto e Ruggero d’Altavilla: Framundo. Dall'analisi delle mura, mostranti un vero e proprio martellamento, si ha conferma che il castello fu coinvolto nel XIII secolo nell'opera di abbattimento dei castelli ordinata da Federico II del Sacro Romano Impero nel 1230. In fasi successive, nel 1270, ritroviamo menzionato un certo Guglielmo di Amendolea. Nel 1310 e nel 1311 compare nei Regesti Vaticani per la Calabria il nome di “Petrus prothopapa et Nicolaus de Amegdalia”, entrambi tributari della “decima” da dare alla Chiesa. Alla fine del 1300 Carlo di Durazzo impose al proprietario il restauro. Per tutto il periodo medioevale il castello conservava una posizione strategica eminente governato da Raimondo de Bauzio, da Antonello dell'Amendolea e da Berengario Naldà de Cardona. Nel 1495 le terre di Amendolea e di San Lorenzo passarono nelle mani di Bernardino Abenavolo. Nel 1624, infine, il Duca di Bagnara Francesco Ruffo acquistò le terre di Amendolea e il castello. Tale privilegio durò fino al 1806 quando fini l’età feudale. Vengono ricordati per i numerosi fatti d'arme che si verificarono durante il '600, tre baglivi della famiglia Ruffo (A. Rebuffo, F. Polistena, G. Sangallo). I Baglivi erano dei fiduciari che amministravano il feudo per conto della famiglia feudataria. Essi si comportavano come veri signori commettendo a volte gravi abusi dato che la famiglia feudataria esigeva solo un'entrata annua, erano circondati da sgherri (bravi) specialmente albanesi ma a volte anche saraceni con i quali mantenevano il controllo del territorio. Al castello si accede tramite una lunga scalinata che parte dalla vicina strada asfaltata, costruita di recente dal Corpo Forestale, che dalla valle si porta alla quota superiore da dove prosegue per Bova. Ultimamente sono stati eseguiti dei lavori per la messa in sicurezza del maniero e per renderlo visitabile. Per chi volesse approfondire, sul web ho trovato questo link in cui accedere a numerose foto e a video del castello: http://www.areagrecanica.it/?p=46. Vi è poi un bel video realizzato da un elicottero in volo e in cui ammirare dall’alto i pittoreschi ruderi: http://www.youtube.com/watch?v=yHW7dqoFdl0

Il castello di giovedì 19 luglio



CAIVANO (NA) – Castello Angioino

Il castello così come si presenta oggi è frutto di una serie continua di interventi e trasformazioni susseguitisi nel tempo. In epoca longobarda, esisteva probabilmente solo un posto di guardia rinforzato dove ora è il Torrione. In quella fase la zona appartenne al principato di Benevento e Caivano fu forse sottoposto a S. Arcangelo, all'epoca villaggio fortificato longobardo a sua volta dipendente dal gastaldato di Suessula. L'indipendenza del borgo di Caivano dal castello di S. Arcangelo, cui appartenne anche durante le dominazione normanna, avvenne presumibilmente agli inizi della dominazione angioina e coincise con la costruzione del castello posto direttamente a protezione del centro abitato. Alla torre già esistente ne furono aggiunte altre tre, collegate tra loro da massicce mura sormontate da un camminamento difensivo. Pertanto gli artefici dell'imponente costruzione difensiva sono da individuarsi tra i primi feudatari che ebbe Caivano, tra cui Mustarolo Antiquini. A questi successe Bartolomeo Siginulfo. Tra i feudatari del XV secolo si annovera Marino Santangelo (conte di Sarno), che partecipò alle lotte tra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò. Il castello sostenne nel 1441, per tre mesi, l'assedio di Alfonso d'Aragona, il quale ne ottenne alla fine la resa a patti. Nel 1452 il feudo venne acquistato dai Marzano. Poco tempo dopo, a seguito di  alcuni passaggi, pervenne direttamente ad Alfonso d'Aragona che lo vendette alla famiglia Gaetani. Agli inizi del XVI secolo questa famiglia, caduta in disgrazia nei confronti della corona spagnola, si vide il castello confiscato a favore della famiglia Colonna. Dopo un periodo di rafforzamento degli elementi difensivi, il castello, intorno al XVI secolo, fu lentamente trasformato da fortezza militare in residenza nobiliare. Fu realizzata la sopraelevazione e vennero aperte ampie finestre secondo gli stili rinascimentali napoletani. Fu nel XVII secolo, con la famiglia Barile, che ebbe il suo massimo splendore e nel XVIII secolo con l’avvento dei Borboni, il castello ospitò spesso il re. Danneggiato e restaurato dopo il secondo conflitto mondiale, con purtroppo alcune gravi compromissioni, tra cui il rifacimento del coronamento della torre maggiore e l'aggiunta di alcune superfetazioni lungo il perimetro, subì ulteriori lavori dopo il sisma del 1980. Oggi ospita la sede comunale e la biblioteca pubblica. Presenta una forma quadrangolare che distribuisce i diversi ambienti intorno ad una modesta corte interna, circondato da quello che era il fossato, presenta quattro torri angolari di cui, quella originaria la “maschia”, posta a destra dell’ingresso. La costruzione si sviluppa su tre livelli fuori terra ed uno seminterrato. Il fronte d’ingresso, collegato alla strada con un passetto che scavalca il “fossato” è fortemente marcato dalla presenza imponente della torre maschia che presenta sviluppo cilindrico su base scarpata e si conclude in sommità con beccatelli che sorreggono archetti di coronamento. Dei tre piani in cui si divide la torre è notevole la volta del primo per la sua speciale e simmetrica costruzione a spicchi. Tre ordini di bucature alleggeriscono la facciata, il primo è caratterizzato da due finestre arcuate poste ai lati del portale, il secondo riprende la tipologia di quello inferiore, il terzo livello, in asse con le altre, presenta ampie finestre rettangolari, che affiancano un modesto balcone posto in mezzeria, rimandando all’architettura rinascimentale napoletana. Il corpo ad Est, coronato con un modesto cornicione, mostra il portale arcuato sovrastato da una epigrafe marmorea finemente lavorata che, apposta da Giovanni Angelo Barile nel 1632, ricorda la visita del viceré don Emanuele Zunica y Fonseca e della moglie Eleonora Maria Guzman. La facciata rivolta a Sud ingloba parte di una torre angolare ed è marcata da ampie finestre che se pur non mantengono ai primi due livelli un ordine regolare, non creano confusione formale. Il fronte posto ad Ovest e soprattutto quello orientato verso Nord, sono sfigurati dalle trasformazioni avvenute in tempi diversi. Elemento architettonico di pregio è il portale di accesso al secondo livello che è arricchito da una elegante modanatura in marmo incisa con una ghirlanda di prodotti agricoli.

Il castello di mercoledì 18 luglio



GORGA (RM) – Castello Doria-Pamphilj

L’origine del nome Gorga è duplice: potrebbe derivare dal sottostante ristagno d’acqua o essere un nome proprio di persona. Il primo documento storico in cui compare il nome di Gorga è la Bolla di Urbano II del 1088, in cui questo castello è incluso tra quelli sotto la giurisdizione di Anagni. Nel 1151 avvenne il trasferimento delle terre di Gorga al monastero di Villamagna in cui operavano molti proprietari terrieri provenienti da Anagni, noti con l’appellativo di condomini. Nel 1216 venne siglato il primo giuramento di vassallaggio nella chiesa di S. Michele Arcangelo. Sul finire del XIII secolo tutta la zona fu posto sotto il dominio dei Conti di Segni. Nel 1398 accadde un fatto molto grave: i gorgani distrussero Villamagna, probabilmente per ribellione contro il forte potere del monastero e per affermare la volontà di indipendenza del popolo di Gorga. Come conseguenza, i Conti iniziarono una lunga lotta con altri casati quali i Colonna, gli Orsini e i Borgia ma anche all’interno della loro stessa famiglia. Nel 1495 Gorga venne saccheggiata e devastata dalle truppe del re di Francia. Nel 1648, al termine di una lunga causa giudiziaria, la famiglia dei Teodoli di Marsciano subentrò nel possesso di Gorga alla famiglia Conti che, per quattrocento anni, era stata feudataria della zona. Nel 1659 il feudo di Gorga, acquistato dalla famiglia eugubina, era stato infatti messo all’asta dall’amministrazione centrale pontifica, la Reverenda Camera Apostolica, che aveva requisito il feudo al conte Marc’Antonio di Marciano, pressato dai debiti. Il governo del conte, benché non di lunga durata, era stato tuttavia disastroso poiché aveva gravato la comunità di Gorga con una serie di provvedimenti molto restrittivi e pesanti dal punto di vista economico. Il possesso del feudo passò alla famiglia Pamphilj, già feudatari della vicina Valmontone e di molti altri paesi dei dintorni; ciò decretò, nella seconda metà del Seicento, la perdita della rocca poiché la famiglia romana trasformò, demolendola, la primigenia struttura architettonica fortificata per adeguarla ad esigenze di carattere più residenziale. La proprietà di Gorga da parte dei Pamphilj rappresentava per essi un sicuro investimento tanto in termini economici quanto di immagine; al contempo, per la comunità lepina segnava un’importante svolta tesa al ripristino della stabilità politica nel paese; si  riaccesero le future speranze della comunità locale, ormai ridotta allo stremo e all’esiguo numero di 609 abitanti. Non a caso, il Castello di Gorga entrava a far parte, con tale acquisto, di quel “bellissimo stato” che i Pamphilj, ormai da anni, avevano teso a costruire in quel territorio grazie al possesso di molte località circonvicine. Nel 1760, essendo rimasti senza eredi maschi ed avendo la loro ultima discendente, Anna Pamphilj, sposato Giovanni Doria, Gorga passa alla casata dei Doria-Pamphilj.

mercoledì 18 luglio 2012

Il castello di martedì 17 luglio




BEDIZZOLE (BS) – Castello

Il complesso difensivo di Bedizzole, di cui oggi rimangono importanti e ben conservate testimonianze, specialmente per la presenza del castello, fu eretto a difesa delle invasioni degli Ungari fra il IX e il X secolo su un'altura dominante la pianura e la valle del fiume Chiese. Una volta completato, il sistema del fortilizio si trovò ad assumere una posizione perfettamente centrale rispetto a quei centri abitati del territorio che avrebbe dovuto controllare. La fortezza svolse la funzione militare fino al 1401, quando il comune di Bedizzole si rivoltò contro il potere di Galeazzo Visconti, signore di Milano. Per rappresaglia, Visconti fece abbattere le difese del castello, le quali furono ricostruite ad opera delle autorità venete nel 1426. Nel 1483, durante la Guerra di Ferrara, Bedizzole venne attaccata per tre giorni, ma senza esito, dalle truppe di Alfonso d'Aragona, figlio del re di Napoli. I danni arrecati al sistema difensivo del paese vennero assorbiti con un'opera di vasta ricostruzione nell'anno 1494. I lavori ebbero luogo grazie alla disponibilità finanziaria comunale, creatasi a seguito dell'alienazione di alcuni beni. L'anno successivo, applicati alla nuova fortificazione cittadina, partirono altri importanti lavori, tanto all’interno che all'esterno della cinta murata. Iniziarono le opere alla fabbrica del castello, quelle di riposizionamento della fossa esterna e, contestualmente a ciò, venne completata la muraglia. Infine furono poste in essere le merlature alla facciata. Ulteriori significative modifiche ebbero luogo all'inizio del XVI secolo, e questa volta non per motivi estetici, ma per arginare i pericoli derivanti dalle nuove tecniche di assalto nemiche. Le torri vennero così ampliate, furono rafforzate ed ingrandite le cortine, i fossati lungo il perimetro murario furono nuovamente allargati. È in questo momento che fu introdotto anche il baluardo. Il muro difensivo fu realizzato impiegando ciottoli di fiume, disposti in corsi regolari, con introduzione di pietre per la regolarizzazione dei profili. L'intero perimetro della cinta era originariamente percorribile sia dall'interno (camminamento di ronda) che dall'esterno. Il nucleo abitato interno era costituito da una maglia regolare con edifici che si disponevano su linee parallele e doppio affaccio su vicoli intermedi, tutti molto stretti. Ciascun gruppo di case era disposto a isolati di quattro unità, separati da tre vicoli orientati da nord verso sud e da un periplo di camminamento. Nel 1509, dopo la sconfitta della Serenissima Repubblica Veneta presso Agnadello, il sistema difensivo di Bedizzole vide iniziare il proprio declino. I Veneti infatti decisero di concentrare i propri sforzi difensivi solo su poche grandi fortezze, localizzate in altri punti strategici, riconoscibili in Legnano, Verona, Peschiera del Garda, Asola, Orzinuovi e Pontevico. Il castello di Bedizzole, tuttavia, continuò ad essere utilizzato dalle popolazioni locali, non più come fortezza militare bensì come “ricetto”. Il “recinto castellare” funse da deposito di derrate alimentari, prodotti agricoli e, qualora se ne fosse presentata l'esigenza, anche come luogo di rifugio e protezione della popolazione in caso di attacchi militari. Nel 1840 all'esterno della cinta fortificata fu costruita la nuova sede comunale. Il progetto dell'ingegnere Paolo Chiodi prevedeva la demolizione delle vecchie mura che circondano il castello fino all'altezza di 120 centimetri sopra il piano interno. Il progetto fu così stilato per poter limitare il più possibile l'esborso economico, ma anche per consentire una maggiore circolazione d’aria ed ottenere maggiore penetrazione della luce all'interno di quella che era la nuova sede municipale. Nel 1844 poi, il fabbricato adiacente l'area libera fu adibito ad ospedale. Per favorire l'ingresso alla struttura sanitaria fu aperto un varco attraverso le cortine del lato ovest, a lato della torre. La struttura difensiva di Bedizzole costituisce, da un punto di vista tipologico, un esempio di "castello-recinto" o "castello-ricetto"; questo "tipo" è il risultato della fusione in un unico complesso di due elementi: la torre (utilizzata per l'avvistamento e la segnalazione) e lo "spazio di difesa" e/o recinto (utilizzato per la protezione della comunità). L'esempio di Bedizzole rientra, inoltre, fra quei "castelli-recinti" che diedero luogo a veri e propri borghi fortificati dotati di case all'interno, allineate su strade di semplice ma ben ordinata maglia ortogonale. Nel recinto a pianta rettangolare sono presenti tre torri cilindriche: una sul lato Est, in posizione centrale del muro di cinta e, due sugli angoli Sud-Ovest e Nord-Ovest che, negli anni, sono state ampiamente rimaneggiate (rifatte le solette interne, modificate le aperture e realizzate coperture in coppi). Nel castello, d’estate, si svolgono anche rappresentazioni teatrali e concerti di carattere musicale, frequentati assiduamente da un folto pubblico.

Il castello di lunedì 16 luglio




CASALBAGLIANO (AL) – Castello dei Bagliani

Il primo nucleo abitativo documentato, sorto presumibilmente dopo la fondazione di Alessandria (1168), viene citato negli Statuti alessandrini con il toponimo di Casalis de fontana o Casalis fontanae e a partire dagli inizi del XIV secolo con quello di Casalis Balianorum (dal nome della nobile famiglia decurionale di Alessandria che vi costruì un castello e vi mantenne i possessi sino alla sua estinzione). La frazione assunse quindi il toponimo di Casal Bagliano o Casalbagliano ed anche Casalbagliani. Fu altresì baronia della famiglia Peretti da Carmagnola su investitura di Carlo Emanuele III di Savoia (1747). Di vocazione prevalentemente agricola, seguì nel corso dei secoli le sorti della vicina città di Alessandria assumendo spesso funzioni di presidio difensivo e/o di accampamento militare. Nella frazione è presente il castello dei Bagliani, costruito, secondo la tradizione, verso la fine del XIII secolo e loro residenza sino alla scomparsa dell'ultimo discendente, il marchese Raimondo Luigi (1750-1825). L’edificio, concepito inizialmente come elegante villa signorile e in seguito, con la costruzione della torre, divenuto castello vero e proprio, fu realizzato con meticolosità, arricchito di affreschi e particolari architettonici. Il castello passò quindi per eredità prima agli Inviziati, poi ai Petitti di Roreto e da questi ai Paravicini che lo abitarono sino agli inizi del ‘900. Ceduto a privati, il castello fu acquisito successivamente dal Comune di Alessandria, attuale proprietario. Durante la I Guerra Mondiale fu adibito ad ospedale militare e poi a sede della sezione locale del partito fascista. Ancora integro ed efficiente per tutta la prima metà del secolo scorso, fu via via oggetto di spoliazione e di completo abbandono, così da facilitarne rapidamente il degrado. Negli anni ci sono stati lenti logoramenti e crolli, come quello del 1° febbraio 1998 alle 18: un boato e la caduta di una parte della facciata. Dato il suo attuale stato assai pericolante, il castello è recintato e non è accessibile al pubblico. La struttura è imponente, la si può ammirare percorrendo la strada che dal quartiere Cristo porta fuori città. L’elemento più evidente, e anche il più antico, è l’alta torre duecentesca che, come quella di Masio o quella di Teodolinda a Marengo, faceva parte del complesso di torri di avvistamento. Su di essa è cresciuto un albero, facendole guadagnare il soprannome da molti, come l’architetto alessandrino Mario Mantelli, di “torre chiomata”, come la Torre Guinigi che si trova a Lucca.

sabato 14 luglio 2012

Il castello di domenica 15 luglio




QUERO (BL) - Castelnuovo

Costruito attorno al 1376 dal capitano della Serenissima di Venezia Jacopo Cavalli per controllare la strada Feltrina che congiungeva i monti bellunesi con la pianura trevigiana, rimase a lungo funzionante come dogana. La necessità era dunque di difendere la repubblica veneta dagli attacchi dei nemici, in particolare dalle forze dei duchi d'Austria. La maestosa costruzione, che sorge poco prima di Santa Maria, si articola in due grosse torri: la maggiore, fornita di caditoie, e la minore, poggiante sul letto del Piave. Quest'ultima era un tempo collegata ad un'altra torre sulla riva opposta mediante una catena che regolava i traffici sul fiume. A testimoniare l'importanza attribuita alla fortezza, detta Castelnuovo perché sostituiva un precedente sistema murario di difesa di origine longobarda o addiritura romana, è l'invio di castellani scelti fra le famiglie nobili, che vi rimanevano due anni con potere di giurisdizione sul territorio della pieve di Quero. Fra questi il più famoso è Girolamo Miani che nel 1511, durante la Guerra della Lega di Cambrai, si distinse per la strenua difesa del maniero, e della Repubblica Veneta, e venne fatto prigioniero dalle armate imperiali Austriache. Fu liberato, come egli stesso raccontò, per intervento della Madonna. Tale episodio straordinario lo indusse a riconsiderare gli scopi della sua vita. Dal 1528 al 1537, anno della sua morte, Girolamo Miani dedicò la sua vita interamente agli orfani e alla gioventù abbandonata, e fondò l'ordine dei PADRI SOMASCHI, che ancora oggi continuano la sua missione. Una vicenda che contribuisce ad accrescere il fascino di Castelnuovo, testimone non solo di fatti di sangue e rivoluzioni terrene, ma anche di rivoluzioni dell'animo. L'eco di questo avvenimento riecheggia fra le mura del castello, assieme alle grida delle guardie impegnate in battaglia, o alle voci dei dazieri che regolavano il passaggio delle merci attraverso il valico. Dopo la Guerra della Lega di Cambrai, durante la quale fu oggetto di contese, il fortilizio cominciò a decadere, venendo adibito dapprima ad osteria, quindi ad albergo. Oggi l’edificio è diventato Casa di Preghiera e Centro Religioso gestito dai Padri Somaschi che onorano il loro fondatore. S. Girolamo è stato proclamato dalla Chiesa Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. É un luogo nato per accogliere quanti sentono il bisogno di trovare pace, silenzio, spazio per ritrovare il "sè" che giorno dopo giorno rischia di rimanere sepolto da problemi, sofferenze, dubbi, paure, che forse percepiamo solo in superficie.

venerdì 13 luglio 2012

Il castello di sabato 14 luglio




MONTECOLOMBO (RN) – Castello di San Savino

La fortificazione del piccolo borgo rurale, da cui si controllano tutte le ricche campagne circostanti, viene fatta risalire tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, quindi all'epoca del declino della potenza malatestiana. A parte, quindi, i brevi periodi di dominio dei Malatesta, di Cesare Borgia, dei Veneziani nel 1500 e di Napoleone a cavallo tra 1700 e 1800, San Savino è sempre stato amministrato dallo Stato Pontificio. Edificato, a differenza del castello di Monte Colombo, in mattoni e non in selce fluviale, quello di San Savino è un borgo fortificato posto lungo una delle direttrici più importanti dell'entroterra, che lo collega con il corianese e Rimini. Presenta tre delle quattro torri originarie completamente intatte e fruibili, con all'interno resti significativi dell'antico borgo residenziale. Le due torri della facciata anteriore sono state attrezzate ad accogliere l'esposizione/mostra di due delle attività più caratteristiche del territorio: l'antica stampa romagnola su tela e la produzione di olio e vino entrambe a cura di due aziende presenti a Monte Colombo. Dal 2000 la struttura è stata sottoposta a lavori di restauro; è stata realizzata la pavimentazione in selce, per la quale si è tenuto conto scrupolosamente delle metodologie storiche di posatura delle pietre, tanto che l'attuale pavimento riproduce fedelmente il tipico disegno a spina di pesce tracciato in origine. Attualmente in buono stato di conservazione, il castello è di forma rettangolare, con quattro bastioni cilindrici agli angoli e circondato da basse mura prive di merlatura, parzialmente inglobate negli edifici costruiti in epoca successiva. L'unica porta urbica, rivolta ad Ovest, è caratterizzata da un arco a tutto sesto, sormontato da una torre che ha subito notevoli rimaneggiamenti nel XVIII secolo. All’interno del recinto murario vi è anche una residenza sanitaria psichiatrica.

Il castello di venerdì 13 luglio




BAGNARA DI ROMAGNA (RA) - Rocca Sforza

E' sorta nel XV secolo ad opera delle famiglie Riario e Sforza, i signori dell'epoca, sulle rovine del castello medievale fatto costruire probabilmente da Uguccione della Faggiola nel 1297 e poi, a metà del XIV secolo, passato ai Visconti. Questi ultimi, con Barnabò, avviarono importanti restauri con l'ammodernamento delle fortificazioni, nel 1354. La Rocca originale costituiva la parte più importante del sistema difensivo trecentesco, benché più modesta e più bassa rispetto a quella attualmente visibile, con due torri simmetriche, a levante e a ponente, perfettamente uguali.
Tale aspetto fu il risultato di alcuni interventi ad opera del Visconti, tesi al miglioramento dell'uso a fini difensivi della rocca contro le armi manesche e da lancio. Il sistema difensivo trecentesco consisteva in un fossato che circondava una cinta muraria in cui era inserita la rocca. Quel primo manufatto andò completamente distrutto nel 1428 nella battaglia tra Filippo Maria Visconti e Angiolo della Pergola. Il suo ripristino, voluto da papa Martino V, richiese diversi decenni, durante i quali Bagnara passò alla Santa Sede, poi agli Estensi, poi di nuovo alla Santa Sede, quindi a Taddeo Manfredi, a Galeazzo Sforza e, nel 1479, a Galeotto Manfredi. Nel 1482 la Rocca fu assegnata a Girolamo Riario quale dono di nozze da parte di Papa Sisto IV, suo zio, assieme alle città di Imola e Forlì con le rispettive pertinenze. Alla morte del Riario, ucciso a Forlì in una congiura, gli subentrò la vedova Caterina Sforza. In questo periodo, si ebbe l'introduzione dei primi esempi di artiglieria da fuoco di grande levatura, le bombarde. Il loro rapido perfezionamento rappresentò un'importante innovazione nell'arte militare, spingendo in Italia e in particolar modo in Romagna i Signori dei castelli a ricorrere a numerose modifiche architettoniche, atte a contrastare la forza d'urto dei proiettili. Si svilupparono così delle nuove forme, ben diverse da quelle tradizionali medioevali. Un esempio indiscusso di tale passaggio è il fortilizio bagnarese. In particolare analizzando la Rocca si annota sotto il dominio di Caterina Sforza un importante ampliamento e sistemazione del fossato, il passaggio dalle semplici feritoie delle cortine ad ampie svasature tronco-coniche per contenere le bombarde (si notino ad esempio le aperture sulle cortine murarie del cortile a pozzo o nelle casematte del mastio); interventi simili si fecero anche per il torrione visconteo, che fu predisposto per l'utilizzo di armi promiscue aprendo al pianterreno tre fori per cannoniere e due al primo, mantenendo anche l'assetto per l'utilizzo di armi manesche. Di particolare rilievo è inoltre la realizzazione dello splendido loggiato che percorre quasi i tre quarti dell'intera cortina muraria, e presenta tutte le caratteristiche del "bello stile cinquecentesco" ovvero dell'arco con ornamento in cotto; è da attribuirsi alla scuola di Mastro Giorgio fiorentino, secondo la bibliografia locale, da identificarsi probabilmente con Francesco di Giorgio Martini (Siena 1439-1501) pittore, scultore ma soprattutto architetto militare, attivo nel pieno XV secolo in diversi centri come Urbino, Siena, Gubbio, il quale si recò anche a Milano su istanza di Gian Galezzo Sforza. La costruzione del mastio, considerato da molti studiosi una delle migliori opere d'arte fortificata del XV secolo in Italia, iniziò nel settembre 1479; è suddiviso in tre ordini di casematte che sono costituite da camere circolari molto ampie, coperte con volte semisferiche laterizie, tuttora ben conservate. Un ampio circuito di mura, sorvegliate da torri circolari e semicircolari, proteggeva l'intero insediamento, articolato in isolati dalla scansione regolare. L'accesso principale era presso il lato sud, dove si trovava la porta difesa da una torre. La Rocca di Bagnara è una tipica fortezza quattrocentesca dall'aspetto regolare e compatto. In complesso ha una pianta quadrata, con edifici articolati intorno ad un cortile. L'angolo sud-ovest è occupato dal mastio, mentre presso l'angolo opposto si trova il bastione: un'altra torre, anche questa circolare, di dimensioni più piccole. Questi due elementi sono collegati tra loro dalle mure di cinta. Il signore della Rocca risiedeva nel palazzo, un lungo corpo di fabbrica dalla pianta rettangolare, a due piani e dotato di una loggia, situato presso il lato nord. L'intera fortezza fu costruita in mattoni, il materiale più utilizzato per questo scopo alla fine del Medioevo. Sul finire del 1499 la Rocca passò al duca Cesare Borgia come gran parte delle terre romagnole, ma la gloria di costui passò ben presto. Nel 1535 il fortilizio era diventato un covo di falsari che vi coniavano illegalmente monete. Nell'accordo raggiunto il 30 luglio 1562 tra il comune imolese e il vescovo di quella città, la Rocca passò sotto la piena proprietà di quest'ultimo, status ribadito nei secoli successivi. Verosimilmente nel Seicento fu soppresso il ponte levatoio, ampliata la porta d'ingresso, ostruiti con muratura gli spazi esistenti tra i merli nelle torri, che furono ricoperte con tetto. Si procedette in quel tempo ad una riconversione da uso militare ad uso civile della Rocca, che divenne residenza del commissario del vescovo al piano superiore, mentre il pianterreno fu destinato a deposito e a vani di servizio. In alcuni periodi la Rocca fu anche destinata a carcere, come si può verificare osservando alcuni graffiti in una cella posta nella casamatta superiore del mastio. Durante l'occupazione napoleonica la Rocca fu espropriata al vescovo ed assegnata al comune, che ne fece la residenza municipale. Tornata al vecchio padrone con la restaurazione del 1814, divenne definitivamente, nel 1868, proprietà del Comune che l'acquistò al pubblico incanto per il prezzo di lire 2.570 più lire 500 per le Fosse ad essa adiacenti. Furono subito necessari lavori di rinforzo e di riadattamento del complesso; quindi fu costruita una ghiacciaia, a ridosso del suo fianco settentrionale. Dopo l'acquisto il Comune vi stabilì la sede delle scuole elementari, che vi rimasero fino al 1926, quando furono trasferite nell'attuale ubicazione. Nel 1930 la Rocca divenne sede del dopolavoro fascista; durante l'ultima guerra vi trovarono rifugio diverse centinaia di bagnaresi sfollati dalle loro case. Nel 1960 fu destinata a sede provvisoria delle scuole medie, per diventare residenza municipale nel 1962. Altri importanti lavori vi furono eseguiti nel 1968, nel 1974 (dopo che un settore del mastio era crollato), nel 1986 quando vi fu soppresso il ballatoio a mezzogiorno e rinvenuto lo scivolo originale che conduceva al ponte levatoio; infine, vanno citati i lavori eseguiti negli ultimi anni, grazie ai quali gli spazi sono stati progressivamente recuperati a fini espositivi e museali. Elementi di notevole interesse sono il mastio e il cortile centrale, restituito all'aspetto rinascimentale, alcuni ambienti interni con i soffitti lignei originali, i supporti di ferro del ponte levatoio posto a mezzogiorno, i bei loggiati sulle cortine di levante e settentrione, il pozzo di riserva idrica e la scala a chiocciola formata da 78 monoliti in arenaria sovrapposti. Di sobria eleganza è l'ufficio di rappresentanza del sindaco, ottenuto dalla casamatta superiore della torre a levante, la parte più antica della rocca, nella quale è ancora riconoscibile lo stile visconteo. In detto ambiente è conservata un'interessante tavola in terracotta maiolicata dipinta a colori, risalente al 1770. La magnifica sala consiliare, ricavata da un ambiente a pianterreno, è adornata da otto importanti dipinti, arte bolognese del Seicento e Settecento, con tele che vantano attribuzioni a Donato Creti (o scuola), al Gennari, al Cavedoni ed anche al Crespi (lo Spagnuolo), lascito testamentario del ricco signor Luigi Deggiovanni, morto il giorno 11 gennaio 1841. Dal 28 giugno 2008 la Rocca Sforzesca ospita il Museo del Castello.

giovedì 12 luglio 2012

Il castello di giovedì 12 luglio




LARI (PI) – Castello dei Vicari (o Mediceo)

Un documento storico datato 732 D.C. attesta già dell'esistenza di un castello a Lari sulla collina dove si trova oggi l'attuale costruzione e si trattava, con molta probabilità, di una semplice torre in legno cinta da palizzate. Si deve alla nobile famiglia di origine longobarda degli Upezzinghi, intorno al 1200, la costruzione vera e propria del castello non dissimile a quella attuale anche se, naturalmente, riveduta, restaurata e corretta durante lo svolgere dei secoli. Lari divenne una importante roccaforte di confine della Repubblica di Pisa, anche se la Repubblica Marinara non ebbe mai il completo dominio sulle colline larigiane: Lucca infatti conservò il controllo della giurisdizione ecclesiastica. Nel 1230 gli Upezzinghi si ribellarono a Pisa e si rifugiarono a Lari, uscendone pochi anni più tardi, solo dopo aver trattato le condizioni di pace. Nel 1287 gli Upezzinghi tornarono nuovamente a stabilirvisi in lotta con il governo della Repubblica di Pisa, che li estromise definitivamente nel 1290. Il castello fu conteso tra Pisa, che ne riprese possesso e lo trasformò in Capitanato del Comune, e Firenze che lo sottomise successivamente nel 1400 al suo dominio trasformandolo in Vicariato. In questa sede veniva amministrata la giustizia del territorio oltre che la riscossione delle tasse. Pisa tentò di riconnetterla di nuovo nel suo territorio e nel 1431 il suo esercito guidato da Niccolò Piccinino riconquistò il castello, ma solo per due anni. Le truppe fiorentine, capitanate da Pier Capponi, a seguito di scontri e sanguinose battaglie, conquistarono definitivamente Lari, potenziandone il sistema difensivo. Della struttura risalente al periodo di governo pisano non rimane che un tratto di mura a sud-ovest, nei pressi dell'orto castellano. La struttura attuale venne realizzata dai fiorentini in varie fasi. Il castello divenne quindi la dimora stabile dei Vicari nonchè sede del tribunale, della sala delle torture (dove venivano "interrogati" i detenuti), della sala dove questi venivano giustiziati qualora fossero stati giudicati colpevoli dalla giuria esaminatrice e delle prigioni. Il primo vicario fu Angiolo di Giovanni da Uzzano. I membri delle più nobili famiglie fiorentine (Medici, Pitti, Peruzzi, Strozzi, Degl'Albizzi) ebbero Vicari a Lari. Per tutto il XV secolo si succedettero varie ribellioni al potere mediceo e ogni volta che Pisa si ribellò a Firenze, Lari partecipò attivamente ai tentativi di ristabilire l'autonomia. Per questo il castello fu ripetutamente assediato, ma invano: quello di Lari mantenne fama di castello inespugnabile. Consolidato il potere fiorentino, il territorio del vicariato di Lari venne ampliato e diviso in tre podesterie, con sede in Lari, Palaia, e Peccioli. I Medici rafforzarono ed abbellirono il Castello; vennero intraprese grandi opere commissionate a Francesco da San Gallo e David Fortini. I lavori vennero svolti sotto il vicariato di Iacopo di Bongiovanni Gianfigliazzi e Bartolomeo Capponi. Il cortile del castello fu decorato con stemmi da Andrea e Giovanni della Robbia, e altri artisti dell'epoca. Nel 1530 venne affrescata la "sala dei tormenti" (così veniva chiamata la sala delle torture) e nel 1700 vennero ampliate le prigioni. Nel 1725 il castello e' vittima di una frana;, durante la quale perse la vita il figlio del vicario e rimase distrutta la parte esterna del Palazzo dei Vicari. Per i lavori di restauro fu preventivata la cifra di 3000 scudi. Un progetto che prevedeva la ricostruzione di tutto il complesso non venne approvato, per il veto dell'Arcivescovo di Pisa, che vantava ancora diritti di proprieta' sul castello. I lavori, terminati nel 1775, si limitarono alla ricostruzione delle parti distrutte. Sotto il governo francese vennero aboliti i vicariati e le podesterie, ma dal 1814, alla caduta di Napoleone il vicariato fu ricostituito con ampliati poteri: doveva infatti anche far rispettare le disposizioni sanitarie, giudicare l'operato degli ospedali, amministrare le carceri, le scuole, i collegi e i monasteri. Aveva inoltre il potere di condannare chi fosse stato assolto per insufficienza di prove dalla magistratura ordinaria. Nel 1848 vennero soppressi i Vicariati e fu istituita la Pretura. Solo in tempi relativamente recenti, nel 1934, il carcere venne chiuso e cessò la sua attività. Nel 1970 venne soppressa anche la Pretura ed il castello fu destinato ad abitazione privata sino al 1990. Nel 1991 iniziò l'opera di recupero del maniero da parte del Comune di Lari, attuale proprietario, con l'attivazione di un servizio di visite guidate affiancato da un gruppo di giovani volontari appartenenti all'Associazione Culturale Il Castello. Col tempo sempre più ambienti furono recuperati e aperti al pubblico. Furono inoltre organizzate mostre, conferenze e convegni. Sulla facciata in pietra che dà sul cortile interno, sono da notare i 92 stemmi lasciati dai Vicari che ogni sei mesi si avvicendavano ad amministrare la giustizia, quali rappresentanti del Governo. Gli stemmi sono scolpiti nella pietra ad ornamento del muro esterno del carcere. Nelle stanze del castello sono osservabili gli affreschi dell'epoca e pochi mobili originali. Le prime sale che si visitano sono quella del tribunale dove, fra gli altri, fu processata una donna, Gostanza da Libbiano, accusata di stregoneria (la sua vicenda è ripresa più avanti) e la stanza della cassaforte, dove l'addetto del governo, stabiliva e incassava i tributi. Si prosegue poi verso la sala dei tormenti dove i detenuti venivano condotti per essere torturati o giustiziati. Vicino ad essa si trovano le celle del carcere, anch'esse luogo di tormento per chi avesse avuto la sfortuna di trovarvisi prigioniero. Qui i detenuti avevano a disposizione un tavolaccio di legno sul quale stendersi e un po di luce filtrava attraverso le inferiate delle finestre posizionate in alto verso il soffitto. Alcune celle avevano delle fosse scavate nel muro con al loro interno un recipiente che serviva a raccogliere i loro bisogni corporali. Altre celle, invece, avevano un'unica latrina in comune. Ma erano le celle dei sotterranei a rasentare l'orrore. Qui finivano i detenuti peggiori, al buio e al freddo di quelle stanzette che erano poi delle vere e proprie nicchie scavate nella pietra fredda e umida e che si allagavano ogni qual volta cadeva la pioggia. Le condizioni in cui vivevano i prigionieri erano veramente inumane e sconfortanti. C'era poi una cella, che anche se non si trovava nel sotterraneo, era comunque, per terribile analogia, simile a quelle ricavate nel sottosuolo. Il detenuto era costretto a restarsene al buio (la finestra alta e con le doppie inferiate era sempre tenuta chiusa da pesanti scuri in legno) e due grosse catene assicurate alla parete gli stringevano le caviglie. Ai detenuti non venivano però risparmiate le funzioni religiose. Essi potevano assistervi attraverso 10 cellette ricavate su di un lato della cappella che si trova nel cortile interno del Castello. Quando fu costruita nel cortile, la cappella sostituì in modo permanente l'altra preesistente all'interno del castello, ancora visitabile ma quasi irriconoscibile. A metà della scalinata di accesso al castello, composta da 95 scalini e che porta alla sommità della rocca, si trovava una cisterna pubblica costruita nel 1448, con gli stemmi dei Pitti e degli Scali, vicari di Lari. Al centro del cortile sorge una bella cisterna dove vengono raccolte le acque piovane dei tetti dei palazzi castellani. In fondo al cortile sorge il Palazzo dei Vicari, con facciata monumentale e ornata di stemmi. Il castello è attualmente sede del Museo Civico Baldinucci, che espone reperti e documenti della storia di Lari. La sua posizione dominante consente una vasta visuale sulla Valdarno, spaziando fino al mare. Come ogni luogo degli orrori che si rispetti, anche il castello di Lari possiede il suo fantasma. Giovanni Princi (detto il Rosso della Paola) venne incarcerato a Lari per le sue idee politiche e all'interno del castello trovò anche la morte dal momento che fu trovato impiccato alle inferriate della sua cella la mattina del 16 dicembre 1922. Le ragioni della sua morte (apparentemente un suicidio) non furono mai chiarite, anche se sul corpo furono trovati segni inequivocabili di percosse e fu quindi ipotizzato che fosse stato picchiato, ucciso e poi solo successivamente impiccato. Quando il carcere venne chiuso l'ex guardiano continuò ad abitare il castello insieme alla sua famiglia e questi furono i primi ad affermare che ogni tanto, la notte del 15 di dicembre, il Rosso della Paola tornava a manifestarsi. Molte altre persone affermano di aver assistito a fatti inspiegabili avvenuti all'interno del castello e soprattutto di aver visto un uomo, avvolto da una strana nebbia, dileguarsi velocemente nell'oscurità. Come già detto, nel castello di Lari venne processata Gostanza da Libbiano, arrestata una mattina di novembre del 1594, una donna che conosceva l'arte curativa delle erbe e a cui molte persone, anche da molto lontano, ricorrevano per farsi guarire. Un giorno un giovane che lei aveva tentato di curare morì e Gostanza venne accusata di averlo ucciso e di intrattenere dei rapporti con il demonio. La donna, che all'epoca aveva 60 anni, fu incarcerata, interrogata e torturata, come molte delle vittime dell'inquisizione; ella finì per convincersi e confessare di essere una discepola del maligno, ritrattò le sue deposizioni soltanto con l'inquisitore generale di Firenze, chiamato successivamente a presiedere il processo. Questi rilesse attentamente i documenti del processo prima di interrogare Gostanza e si rese subito conto che la superstizione era stata alimentata da gelosie e ripicche di paese. Gostanza venne quindi prosciolta dall'accusa di stregoneria, ma le venne impedito di medicare uomini, donne e bestie, fu confinata a tre miglia di distanza dalla sua casa sotto pena del carcere e della frusta e c'è chi afferma che ancora oggi il suo fantasma si aggiri inquieto per le stanze del castello, pur non avendovi trovato la morte.
Per chi volesse saperne di più, consiglio la visita del sito : www.castellodilari.it