martedì 30 giugno 2015

Il castello di martedì 30 giugno






LA SALLE (AO) - Castello Giudiziario in frazione Derby

Sorge isolato, a monte della strada che attraversa il villaggio di Derby per tutta la sua lunghezza.
Chiamato anche castello giudiziale o casaforte di Derby, venne costruito nel XIII secolo e in origine appartenne ai canonici di Aosta, ma non è certo se fosse sotto il controllo dei canonici di sant'Orso o dei canonici della cattedrale. In epoca medievale fu il centro giurisdizionale della signoria ecclesiastica di Derby, oggi frazione di La Salle. Era solo uno degli edifici fortificati di Derby, l'unico edificio di un certo rilievo conservatosi insieme al palazzo notarile. Il castello si presenta con una struttura massiccia a pianta quadrata, di tre piani; è dotato dei resti di una cinta muraria (o un recinto) con torretta angolare a sezione circolare che presenta alcune feritoie: secondo Carlo Nigra, in origine le torrette sospese erano probabilmente due. Presenta ancora belle finestre in pietra lavorata. L'accesso, non rialzato se non di qualche scalino, è protetto da una caditoia. Un tempo, i vari piani erano raggiungibili solo tramite una scala alla cappuccina: la scala a chiocciola fu aggiunta successivamente. Nei sotterranei, adibiti a prigione, venivano portati i rei in attesa di giudizio qui lasciati nel caso in cui fossero ritenuti colpevoli. Tra le cause di lite per le quali si poteva essere condotti in giudizio è citato il furto di legname. Secondo la tradizione, una galleria sotterranea condurrebbe dal castello giudiziario al palazzo notarile di Derby, posto sulla stessa strada. Oggi la struttura si presenta trasformata in fattoria.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_giudiziario_di_Derby, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/la-salle/castello-giudiziario-di-derby/922

Foto: di Patafisik su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_giudiziario_di_Derby#/media/File:Derby_abc4.JPG e da http://www.chiesevaldostane.it/

lunedì 29 giugno 2015

Il castello di lunedì 29 giugno






TAORMINA (ME) – Castello saraceno

Il Castello Arabo-Normanno di Taormina (detto anche Castello di Monte Tauro) sorge in posizione elevata (m. 397 s.l.m.) e domina l'omonima cittadina. Questa sua posizione lo connota certamente, assieme al Teatro Antico, come una delle due acropoli che fin dai tempi remoti costituivano punti strategici di controllo delle vie di passaggio da Catania a Messina (fino al 1830 infatti, con la costruzione della strada litoranea, la direttrice nord-sud passava obbligatoriamente per il territorio di Taormina). Al Castello si arriva attraverso uno scalinata intagliata nella roccia, che partendo dalla suggestiva chiesetta della Madonna della Rocca si inerpica fino a raggiungere una porta, preceduta da un avancorpo scoperto e sorvegliato da camminamenti di ronda. I resti delle cortine murarie esterne (normanne) si innalzano per più di quattro metri. Al contrario i resti murari interni, a causa di rovinosi crolli, consistono per un'altezza di non più di un metro. Sempre all'interno sembra possibile riconoscere resti murari di un precedente impianto. Ancora oggi si possono notare le cisterne per la raccolta delle acque piovane ed un corridoio sotterraneo per il deposito di vettovaglie ed armi. Il maniero si presenta come una struttura di forma trapezoidale a cortile cieco ed è dotato di una torre, che era adibita a postazione di vedetta. Come attestano le prime fonti scritte a riguardo, fatta salva l'ipotesi di antichissimi insediamenti già in era protostorica, la prima costruzione del Castello di Monte Tauro risale all'età bizantina, rappresentando a lungo uno degli avamposti di difesa nella guerra contro gli Arabi. Quando questi ebbero il sopravvento, probabilmente lo distrussero per poi riedificarlo in seguito. è nota una rivolta alimentata dai cristiani di Taormina contro l'invasore arabo durante l'anno 962 d.C. Le conseguenze della fallita ribellione furono funeste: non si conosce, sebbene si possa facilmente immaginare, la sorte dei capi della rivolta; al contrario si conosce benissimo che le fortificazioni dell'abitato furono rase al suolo, nel 969 d.C., per ordine dell'emiro 'Ahmad. Al 1079 risale l'assedio normanno, portato a compimento attraverso un'abile strategia condotta dal conte Ruggero. L'imprendibilità della rocca, infatti, fu una caratteristica mantenuta anche in epoca mussulmana. I normanni, al fine di evitare un lungo assedio, edificarono intorno all'abitato 22 torri lignee. Lo scopo delle strutture provvisorie era quello di controllare e tagliare ogni possibile rifornimento e contatto con l'esterno. Questa strategia costrinse Taormina alla capitolazione pochi mesi dopo l'inizio dell'assedio. Furono i Normanni a completarne la struttura, per cui adesso si parla di una struttura essenzialmente normanna o federiciana. Nel 1134 l'abitato è sottoposto al monastero di S. Salvatore della Placa. Del 1150 è la notizia di Edrisi riguardo alla presenza di una fortezza «difendevole» edificata sulla sommità di una rocca, sovrastante l'abitato; anche lo storico della dominazione normanna in Sicilia e Italia meridionale, il cosiddetto Ugo Falcando, distingue, infatti, l'abitato fortificato dalla fortezza, sorta su di una rupe sovrastante il paese. Durante il dominio di Federico II, il castello di Taormina è governato da un castellano. Risale al 1353 una fonte, la quale distingue il castello della "Mola" da quello di Taormina, definito «inferius». Al XV secolo si documentano restauri e modifiche alle mura della fortezza. Dopo una fase di abbandono, il castello forse venne utilizzato come residenza, come fa supporre la presenza di antichi materiali da risulta all'interno delle mura. Si arriva così alle soglie del '600, quando si assiste ad una “risignificazione” del sito in senso religioso, con tutta la zona di Madonna della Rocca, nell' ambito di una vasta operazione di recupero dei culti ad opera del Vicario Raineri, artefice di numerose “riscoperte” tra cui la attuale Chiesa di S. Pancrazio. Purtroppo inaccessibile da diversi anni (per non dire decenni!), questo monumento, sia per il suo elevatissimo interesse storico che per la splendida posizione panoramica, dovrebbe diventare fruibile al pubblico. Dopo alcuni lavori di consolidamento e restauro (tra il 2005 ed il 2006) tutti si aspettavano la sua imminente apertura, ma purtroppo a seguito dei lavori si è assistito solamente alla sua chiusura con un bel lucchetto, molto grosso e luccicante. In realtà, privo della minima manutenzione, rischia letteralmente di sgretolarsi giorno dopo giorno. Altri link da consultare: http://www.etnanatura.it/sentieri/sentieri.php?nome=Castello_Saraceno_Taormina, video di ladybird177 (https://www.youtube.com/watch?v=e8X0YMck95k), http://www.blogtaormina.it/2014/10/06/il-sentiero-dei-saraceni-antica-via-di-collegamento-tra-taormina-e-castelmola/191313.

sabato 27 giugno 2015

Il castello di domenica 28 giugno








BUDRIO (BO) – Torrioni e mura

Le origini di Budrio sono molto antiche. Sebbene il toponimo sembri celtico, la cittadina fu probabilmente fondata dagli Umbri, ma i segni di civilizzazione più antichi ancora riscontrabili sono di epoca romana. Il territorio comunale fu oggetto della cosiddetta "centuriazione", ossia venne suddiviso in appezzamenti di terreno concessi ai legionari romani per ricompensarli per i loro servigi. La struttura regolare, a linee rette e perpendicolari, della centuriazione è ancora ben visibile guardando la campagna di Budrio dall'aereo, perché i confini e i canali di irrigazione romani non sono mai stati del tutto abbandonati. Da ritrovamenti effettuati nei dintorni, si ritiene che la fondazione del nucleo originario della Budrio moderna risalga al X-XI secolo. La chiesa di San Lorenzo era già funzionante nel 1146. Testimonianza della ricostruzione di Budrio voluta dal cardinale Albornoz nel secolo XIV in forma di castello, sono i due Torrioni di nord-ovest e di sud-ovest, a pianta trapezoidale, edificati nel 1376, recentemente restaurati insieme all’unico tratto superstite delle mura trecentesche (presso Piazza Matteotti). I Torrioni di nord-est e di sud-est, invece, furono eretti nel secolo seguente, nell’allargamento della cinta muraria, che comprese nel Castello il Borgo. Essi delimitano il lungo tratto di mura “nuove” (via Verdi), completate nel 1506, che sopravvissero alla grande demolizione del 1911. Sono a pianta circolare; più elegante quello di sud-est, con una merlatura coperta da un tetto. Questa forma permetteva di poter fronteggiare in termini difensivi eventuali attacchi con armi da fuoco. Di entrambi, come pure delle mura, tra il 2013 e il 2014 è stato completato il restauro conservativo (per approfondire leggere qui: http://fondazionedelmonte.it/progetti/cultura/nuova-vita-per-i-torrioni-e-le-mura-cittadine-di-budrio ). Nella primavera 2014 sono stati inaugurati anche i giardini tematici a fianco dei medesimi torrioni, completamente rinnovati.

Fonti:  http://www.comune.budrio.bo.it/contenuti.php?id=52&ref=1&t=cenni_storici, https://it.wikipedia.org/wiki/Budrio, http://budrioquiricode.com/link/antiche_mura_torrioni.htm

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione (e mostra il torrione di sud-est), la seconda e la terza sono prese da http://www.comune.budrio.bo.it/contenuti.php?id=52&ref=1&t=cenni_storici (e mostrano le torri di nord-ovest e sud-ovest). Infine la quarta è presa da http://budrioquiricode.com/link/img/antiche_mura_torrioni_06.jpg (torre nord-est)

venerdì 26 giugno 2015

Il castello di sabato 27 giugno






CAMPIGLIA MARITTIMA (LI) – Rocca Della Gherardesca

La storia della Rocca si intreccia con quella del borgo di Campiglia Marittima, citato per la prima volta in un documento del 1004. La Rocca ha avuto uno sviluppo nell'arco temporale che va dal secolo XI al secolo XV. A seguito della loro definitiva affermazione i conti Della Gherardesca, successivamente denominati conti di Campiglia, decisero di costruire una nuova residenza. Le architetture in pietra sostituirono il precedente insediamento costituito da capanne di legno, presente in loco almeno dal X secolo, i cui abitanti erano dediti essenzialmente all'allevamento dei suini. La prima struttura costruita fu una massiccio torrione, il mastio, affiancato successivamente dal palazzo vero e proprio. I raffinati accorgimenti architettonici denotano l'opera di maestranze specializzate provenienti probabilmente da Pisa. Nel XIII secolo a questi edifici furono aggiunte sul fronte sud-ovest un'alta torre provvista di una grande cisterna e sul lato nord-ovest, un edificio turriforme, oggi difficilmente percepibile nelle forme originarie. Dalla fine del XIII secolo all'inizio del XV secolo, gli edifici furono occupati da una guarnigione militare a causa di dissidi tra i conti di Campiglia e Pisa. Poi, a seguito della conquista Fiorentina di questi territori, il contingente militare, inviato stavolta da Firenze, divenne più numeroso e occupò la Rocca fino a tutto il Cinquecento. Da questo periodo, non dovendo più Firenze temere attacchi da famiglie o comuni maremmani, Campiglia iniziò progressivamente a perdere importanza strategica con conseguente degrado militare ed economico. La sua importanza diminuì fino al punto che, nel 1664, il terreno entro le mura della Rocca venne dato in affitto ad uso agricolo. Dopo secoli di abbandono, il danno maggiore alla struttura, quello che non fecero le guerre, avvenne per mano civile: nel 1930-31 Campiglia aveva bisogno di un nuovo acquedotto, e dove posizionarlo se non nel punto più elevato dell'abitato? Peccato che per far spazio al nuovo edificio fu praticamente distrutta la Torre della Cisterna, della quale resta solo parte della cisterna stessa e l'angolo di sud-est, e il Palazzo, del quale solo il fronte nord rivolto al borgo, impreziosito da una elaborata bifora romanica, è sopravvissuto. Fra il 1994 e il 1999 il dipartimento di Archeologia Medievale dell'Università di Siena ha condotto sul sito una serie di campagne di scavi, e il 7 giugno 2008, dopo un lungo lavoro di consolidamento e restauro, l'area della Rocca, almeno quella acquisita dal comune in quanto parte è ancora su terreni o ospita abitazioni private, è stata riaperta al pubblico (parco della Rocca di Campiglia). Tutto il borgo è racchiuso da una cinta muraria in pietra (ampliata nel corso dei secoli), per gran parte conservata (soprattutto il fronte sotto la Rocca) o facilmente identificabile, dotata di tre porte ancora integre, la Porta Pisana, la Porta a Mare e la Porta S.Antonio, oltre che da sei bastioni cilindrici tardo medievali. L'area della rocca è disposta su una superficie semicircolare a quota 281 m s.l.m., comprende l'edificio del dongione, l'antica cisterna, parte dell'imponente parete merlata con bifora dell'edificio dei signori e l'acquedotto degli anni trenta del XX secolo. Dalla rocca si domina tutta la Val di Cornia. Il parco della Rocca è visitabile gratuitamente tutti i giorni dell'anno dalla mattina al tramonto. Gli edifici ospitano il museo dei reperti della rocca, e quello della storia del borgo medievale di Campiglia dove a tutt'oggi sono evidenti le strutture delle case torri pisane. Con l'obiettivo di ricostruire la vita antica vita della comunità, sono stati collocati nel cassero i reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi della Rocca appartenuta alla famiglia Della Gherardesca. Tra questi reperti si segnalano una corazzina quasi integra, un elmo e una piccola collezione di armi. L'esposizione comprende anche interessanti pannelli didattici. Altri link suggeriti: http://www.parchivaldicornia.it/parco.php?codex=camp-gen, http://www.turismo.intoscana.it/site/it/elemento-di-interesse/Museo-della-Rocca-di-Campiglia/


Foto: da http://www.parchivaldicornia.it/UserFiles/Image/catalogo_immagini/RoccaCampiglia_medioevo.jpg e da http://www.ipecostruzioni.it/wp/lab26-content/uploads/2013/08/Campiglia-Marittima---Vista-aerea-1024x767.jpg

Il castello di venerdì 26 giugno






NOICATTARO (BA) - Palazzo Ducale

Il centro storico del paese sorge in prossimità della diramazione della Via Traiana che congiungeva Brindisi e Benevento, proseguendo poi sino a Roma sul tracciato della Via Appia. Forse era la Via Minucia o, secondo l'interpretazione di alcuni autori, la mulattiera ("mulis vectabilis via") citata nelle opere di Strabone, Orazio e Cicerone; un'antica via peuceta che in epoca romana finì per coincidere con il tratto interno della via Traiana, quella diramazione che dopo la biforcazione di Bitonto si dirigeva verso Egnazia e Brindisi attraversando il territorio degli attuali centri di Modugno, Ceglie del Campo, Capurso, Noicàttaro, Rutigliano e Conversano. Il paese attuale nasce tra l'XI e il XII secolo come piccolo villaggio ("Locus Noa") cinto da mura e protetto da una torre feudale e da una chiesa, attorno alla quale si disponevano le abitazioni. Le prime tracce di "Noa" negli antichi documenti risalgono al X secolo ed è difficile pensare che il nuovo villaggio non abbia fornito rifugio agli abitanti degli insediamenti preesistenti sulla costa ed anche della vicinissima "Azetium", tutti distrutti dai predoni saraceni dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Per quanto Azetium sia ritenuta la progenitrice dell'attuale comune di Rutigliano, essa sorgeva in prossimità di Noicàttaro, in contrada Castiello, sul ciglio del torrente Lama Giotta, ed era contornata da una possente cinta muraria circolare le cui tracce si distinguono tuttora nelle mappe satellitari. È possibile rintracciare testimonianze riguardo al primo Signore di Noa, Goffredo di Conversano, un normanno nipote di Roberto il Guiscardo. Cornelio de Vulcano fu il primo conte di Noa. Nel Medio Evo Noja aveva già una struttura fortificata con castello circondato da fossato e da mura entro le quali nel XII-XIII secolo era una sorta di splendida chiesa in stile romanico pugliese, dedicata alla Madonna della Pace. Noja, però, documentatamente, fu accomunata per parecchio tempo alle sorti di altri feudi più importanti, finchè nel 1592 il feudo fu acquistato dai Carafa, ramo della Stadera, che mantennero il titolo di duchi di Noja fino alle leggi eversive della feudalità del 1806. Il titolo nominale di conte di Noja passò alla famiglia spagnola Perez Navarrete e alla discendente famiglia Longo de Bellis di Napoli. Sebbene l'originaria fisionomia del castello di Noja sia andata perduta con il frazionamento della proprietà e le pesanti manomissioni succedutesi, di esso sono visibili soprattutto il portale principale, su piazza Umberto, sovrastato dallo stemma araldico ducale quadripartito che riporta le insegne delle famiglie Castriota-Skanderberg, Carafa, Pappacoda e Mendoza, e quello di accesso al fossato. Entrando nell'atrio a sinistra sorge l'edificio del corpo di guardia e a destra l'abitazione del castellano, che conserva alcuni affreschi e l'imboccatura dei cunicoli che consentivano l'abbandono dell'edificio in caso di pericolo. Il portale di fronte dà accesso a un atrio e allo scalone che conduce agli originari appartamenti ducali. Da qui si può raggiungere i resti di un bastione difensivo e un residuo dei giardini pensili. Alle spalle di questo edificio si trova l'antica torre normanna di Noja, ormai mozzata. Attorno al perimetro originario del castello sono visibili ampi tratti dell'imponente fossato di epoca normanna, sul quale si affacciano balconate dalle colonne scandite dallo stemma della famiglia Carafa. Nel Palazzo Ducale, che si trova in piazza Umberto, nacque Don Giovanni Carafa VII ( 1715-1798) Duca di Noja, annoverato come “Gentiluomo di camera di S.M. e Colonnello dell’Infanteria". Costruito sul vecchio fossato del castello e collegato agli appartamenti ducali da passaggi sotterranei ancora visibili e dai giardini pensili, Palazzo Capruzzi è stato riconosciuto come un'ala del palazzo ducale fatta edificare alla fine del Seicento. Nonostante il cattivo stato di conservazione, la mole simmetrica dell'immobile è caratterizzata da balconate in pietra e da festoni barocchi che incorniciano porte e finestre. Dispone di un portale seicentesco nei pressi del quale si trova lo stemma appartenente alla famiglia di una delle mogli dei duchi. Altri link per approfondire: http://www.noicattaroweb.it/attualita/5779-giovanni-battista-carafa-vii-duca-di-noja-dimenticato-da-tutti.html, http://www.nojainpuglia.it/Spigolature/S_capitolo01.htm
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Noicattaro,
http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Noic%C3%A0ttaro/Palazzo_Ducale, http://www.comune.noicattaro.bari.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idSezione=16741&idArea=17060&idCat=17061&ID=17061&TipoElemento=categoria



Foto: entrambe di Vito Di Benedetto su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Porta-cast-e-fregio-comu.jpg e su https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Palazzo_Ducale_-_Noicattaro.jpg

giovedì 25 giugno 2015

Il castello di giovedì 25 giugno






GUALDO CATTANEO (PG) - Castello in frazione Barattano

Il borgo venne costruito intorno al XIII secolo - ma il primo insediamento avvenne nel 68 a.C. ad opera di un nobile romano di nome Baratanus - e gli venne dato il nome di Villa S. Angelo in Piscina. In seguito assunse il nome di Barattano in onore del primo fondatore. Uno degli abitanti di Barattano, tale Filippo, nel 1261 fu capitano del popolo a Todi, quando il podestà era Filippo degli Ugoni da Brescia. Dopo il 1350 il castello passò ai Trinci di Foligno, pur mantenendo dei legami anche con Perugia: si sa che nel 1540 un barattanese contribuì ivi alla costruzione della Rocca Paolina. Le mura attuali risalgono al 1452. Nel 1500 vi nacque il comandante militare Ruggero Veronici, la cui famiglia tenne il castello per diversi decenni. Nei secoli seguenti fu sotto la giurisdizione di Todi, almeno fino al 1802, quando fu unito a Gualdo Cattaneo. Dopo un breve periodo sotto San Terenziano (dal 1815), con l'Unità d'Italia (1861) tornò definitivamente sotto Gualdo. Il Castello (XIII secolo), con larghi tratti di mura medievali intatte e ben conservate; si trova a 454 m s.l.m. Esso è costituito da un cassero centrale e da alcune torri poste in posizione rialzata. Rimane anche la porta d'ingresso medievale e i caratteristici vicoli. Buona parte del castello è ora occupata da un'azienda agrituristica. Il monumento ha un sito web ufficiale: http://www.ilcastellodibarattano.it/it/Index.html. Ecco, inoltre, un interessante video di Diego Pieroni trovato sul web: https://www.youtube.com/watch?v=m7EsR31Ne8I

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Barattano

Foto: entrambe di Claudio Vagaggini dal gruppo Facebook "CASTELLI - ROCCHE - FORTEZZE in Italia" (https://www.facebook.com/pages/CASTELLI-ROCCHE-FORTEZZE-in-Italia/308856780344?fref=ts)

Il castello di mercoledì 24 giugno



COMPIANO (PR) - Castello Landi

Posta in alta val di Taro in provincia di Parma, è una fortificazione strettamente collegata al piccolo borgo di Compiano che domina dall'alto. Il borgo di forma triangolare, è completamente circondato dalle mura con torrette e bastioni di varie forme. Particolarmente ben conservato, è percorso da strette stradine, vede il castello e la chiesa alle estremità più alte. Fa parte del circuito de i borghi più belli d'Italia. La prima testimonianza storica del castello, probabilmente esistente dal IX secolo, risale al 1141 quando era possesso della famiglia Malaspina che lo cedette al Comune di Piacenza. Tra il 1200 e il 1257 i Landi si impadronirono del territorio, superato il periodo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini consolidarono il controllo sulle valli limitrofe con il dominio di Borgotaro e sul castello di Bardi. Il loro potere crebbe fino a che Filippo Maria Visconti li accusò di ribellione e il feudo passò alla famiglia del condottiero Niccolò Piccinino. Solo nel 1448 Manfredo III Landi rientrò in possesso del feudo e del maniero, per opera di Francesco Sforza, e nel 1551 i Landi ne fecero il centro del loro potere statale con diritto imperiale di battere moneta. La decadenza del castello coincise con l'arrivo dei Farnese, che ne divennero proprietari nel 1682. Durante l'epoca di Maria Luigia fu dapprima trasformato in prigione del Ducato e poi adattato a sede di un collegio femminile. L'ultima proprietaria fu la Marchesa Lina Raimondi Gambarotta, che ne rese erede, alla sua morte, il Comune di Compiano, tuttora proprietario. Di struttura poligonale costruita intorno al cortile interno, ben rafforzato da un'alta scarpata, è chiuso agli angoli da tre torri rotonde alla piacentina e da una quadrata di fattura precedente. La struttura è nettamente orientata a una rigorosa finalità difensiva della zona posta sull'alta Val Taro e lascia pochissimo spazio, all'esterno, per i compiacimenti formali. Interessanti i beccatelli trilobati in pietra, unici superstiti dell'antico camminamento a sporto che correva tutt'intorno. L'attuale ultimo piano merlato è il risultato di un rifacimento successivo. Le finestre appaiono in gran parte rifatte nell'Ottocento. L'accesso, in un unico punto, è consentito da un ponte in muratura preceduto da un particolare rivellino semicircolare. All'interno del maniero, saloni riccamente decorati ospitano lussuosi arredi d'antiquariato. Alcuni locali ospitano la Collezione "Gambarotta", con oggetti d'arte, arredi, dipinti del '600 e '700, la singolare mostra permanente "Orizzonti massonici", nonchè il Museo degli strumenti della tortura e della stregoneria, disposto sui camminamenti e nelle torri del castello. Un'altra parte dell'edificio è adibita a Relais e centro convegni, oltre che per ricevimenti e cene di gala. Il castello ha un sito web ufficiale: http://www.castellodicompiano.com/


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Compiano, http://www.castellidelducato.it/castellidelducato/castello.asp?el=castello-di-compiano, http://turismo.comune.parma.it/it/canali-tematici/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/castello-di-compiano, http://turismo.parma.it/page.asp?IDCategoria=260&IDSezione=1159&ID=34633

Foto: da http://www.icastelli.net/photo/images/castello-di-compiano_1000_560_45_1430386947.jpg e da http://q-ec.bstatic.com/images/hotel/840x460/472/4724862.jpg

martedì 23 giugno 2015

Il castello di martedì 23 giugno





GAIOLE IN CHIANTI (SI) – Castello di Barbischio

A circa 3 chilometri da Gaiole in Chianti si trova l'antico abitato di Barbischio da cui l'omonimo castello. L'abitato è noto per essere stato, fino al XII, la sede del mercato per tutta la zona. Succesivamente la sua importanza mercantile venne meno, sostituta da quella del nascente mercato di Gaiole in Chianti. Le prime notizie di Barbischio risalgono al 1086. Nel 1220 il castello e la sua curtis furono date in feudo dall'imperatore Federico II di Svevia ai conti Guidi di Battifolle. Insieme ai vicini Montegrossi, Vertine e Meleto - tutti collegati a vista - Barbischio faceva parte delle difese fiorentine di quest'area del Chianti, confinante con i domini senesi, con la principale funzione di vedetta, compito che poteva essere svolto egergiamente grazie alla sua alta torre. Nel 1230 un'incursione dell'esercito di Siena danneggiò gravemente la fortificazione. Famosa fu la ribellione dei vassalli locali contro Guido di Ugo Battifolle. Successivamente, come molti castelli della zona, anche Barbischio divenne possesso della potente famiglia Ricasoli (XIII secolo). L'ultimo evento storico che interessò il castello avvenne nel 1478, quando fu occupato dall'esercito Aragonese. La fortificazione venne in seguito abbandonata e lasciata andare in rovina. Dell'antico castello oggi sopravvivono i ruderi di una torre che sovrasta l'abitato. Negli anni ottanta, alla parete della torre originaria, venne addossata una struttura che ha consentito il recupero a fini abitativi della torre senza peraltro alterare la godibilità dei resti medievali.  E’ ancora visibile anche una parte delle mura del recinto, ma soprattutto si può ancora apprezzare in pieno il dominio che da qui si esercita sulla vallata sottostante. Altri link suggeriti: https://it.wikipedia.org/wiki/Barbischio, http://eccolatoscana.myblog.it/2011/06/02/barbischio-si-il-castello/.


Foto: di Aldo Innocenti su http://www.walkingitaly.com/motori/764/barbischio_torre_5.jpg e da http://www.fortezze.it/photo/chianti/Barbischio_DSC_3112a.jpg

lunedì 22 giugno 2015

Il castello di lunedì 22 giugno






PORTOCANNONE (CB) - Palazzo Baronale

Il paese di Portocannone esisteva già in epoca medievale. Nel 1137 era chiamata Portocandesium e successivamente, come risulta dai registri angioini del 1320, il suo nome fu mutato in Portocanduni. La Portocannone del periodo latino ebbe fine nel 1456, quando un violento terremoto la rase al suolo quasi interamente e distrusse la maggior parte delle abitazioni. Fu ricostruita interamente dieci anni dopo da una colonia di esuli Arbëreshë, durante la prima emigrazione Albanese che ebbe luogo nel 1461, quando re Ferdinando I d'Aragona, per vincere la fazione angioina contro cui era in guerra, ottenne l'aiuto delle milizie di Giorgio Castriota Skanderberg, l'eroe nazionale albanese che combatté per la libertà del suo popolo e della sua terra. La morte del condottiero Arbëreshë comportò l'invasione ormai certa dei Turchi ottomani, così molti albanesi varcarono l'Adriatico, certi di ottenere la protezione del regno di Napoli in virtù dei benefici che il principe Skanderbeg aveva reso alla corona d'Aragona. Vennero così ripopolati i paesi distrutti dal terremoto e iniziò la rifondazione di Portocannone. Al luogo, che si trovava a poca distanza dal vecchio centro abitato dai Latini, (nei pressi dell'attuale cimitero) fu dato lo stesso nome del paese raso al suolo dal terremoto, Portocannone, e vi fu subito costruita la nuova chiesa in onore della Madonna di Costantinopoli. Fra i monumenti spicca il palazzo baronale, edificato tra il 1735 e il 1742 dal Barone Carlo Diego Cini, appartenente ad un importante casato originario di Guglionesi, che nei primi anni del XVIII secolo divenne titolare del feudo. Successivamente fu alienato alla famiglia Tanasso, che lo ha restaurato nel 1915 e ne è attualmente proprietaria. Ubicato al centro del nucleo urbano, il palazzo si presenta come una massiccia costruzione con muro a leggera scarpa e contrafforti rastremati negli angoli, che lo fanno sembrare una fortezza. La pianta dell'edificio è quadrangolare e si erge su tre livelli: il piano terra comprende la zona che circonda il cortile centrale ed è utilizzato come un magazzino. Il primo piano definito piano nobiliare è diviso in tante stanze riccamente affrescate e arredate; al secondo piano, invece, vi è un loggiato che dal lato orientale affaccia sul giardino. L’ingresso al palazzo presenta le volte affrescate che raffigurano quattro divinità italiche caratterizzate da orecchie appuntite, corna e piedi caprini. Oltrepassato il portone vi è una scala che conduce ad un’anticamera decorata da otti dipinti risalenti al ‘900. Il palazzo è caratterizzato inoltre da splendidi dipinti: in salotto, il pittore Ugo Sforza ha riproposto, ripreso da Rubens, il "Ratto delle Leuccipidi", in una stanza adibita a studio invece è riprodotto un nudo maschile con un cavallo, che si rifà probabilmente alla "Fedra" dell'Ippolito. Dietro la porta dello studio oltre allo stemma della famiglia Cini vi è un quadro che ritrae Matteo Tanasso bambino, accanto a sua madre, Rosa Bucci di Larino. All’interno dell'edificio, celata sotto le "vesti" di un armadio,  vi è una cappella dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei. La facciata del palazzo è sezionata in tre parti: le finestre più esterne sormontate da piccole lunette, quelle più interne da un piccolo frontone, e quelle centrali anch'esse da piccole lunette. La piazza antistante il palazzo è occupata da una fontana, visibile in primo piano. Altro link suggeriti: http://www.carrodeigiovani.org/guida-turistica/palazzo-tanasso.html.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Portocannone,  http://www.molise.org/territorio/Campobasso/Portocannone/Arte/Castelli/Palazzo_Cini-Tanasso, http://turismo.provincia.campobasso.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/426

Foto: da http://www.kirschbaum-online.de/Urlaub/Italien2005/Innere/D_Portocannone1.JPG e da http://robertomaurizio1947.blogspot.it/2008/09/vacanze-molisane-4.html

sabato 20 giugno 2015

Il castello di domenica 21 giugno






LUCIGNANO (AR) – Cassero senese

Chiamato anche Rocca, risale al XIV secolo. Il complesso, in muratura di pietra a filaretto, presenta una planimetria irregolare vagamente rettangolare e fu costruito da Bartolo Bartoli a cavallo della cinta muraria ad integrazione delle difese cittadine, con il lato esterno rivolto ad ovest, verso la vallata senese, mentre quello interno fa parte di una quinta architettonica della Piazza delle Logge. Dalle sue mura fortemente scarpate emerge una poderosa e altissima torre quadrangolare, dotata di apparato difensivo a sporgere, mentre una più piccola, anch'essa quadrangolare con ballatoio in muratura, svetta dall'angolo di nord-est, verso l'interno della città, a controllo della piazza sottostante e della Collegiata. Il mastio comprende quattro sale sovrapposte (più uno scantinato), collegate da una rudimentale scale di legno: i primi due vani hanno pavimenti in cotto e sono coperti con volte a botte, la terza ha un soffitto a grosse travi lignee mentre l’ultima presenta volte a crociera con archi a seso acuto. La scala continua fino alla terrazza soprastante, munita di parapetto impostato su arcatelle a sesto acuto in laterizi a sporgere, appoggiate su mensolette triangolari in pietra. Il torrino è concluso in alto da arcatelle sestiacute in laterizi, sorrette da mensolette lobate in pietra. Nell’atto stipulato nel 1390 fra i "sindaci del Comune di Lucignano e la Repubblica Senese", tra le varie condizioni registrate, era riportata anche quella che al Comune di Siena fosse "permesso fabbricare una rocca, o cassero, nella terra di Lucignano". Inoltre in un "libro dei rendimenti di conto nell’Arch. Dipl. Senese" era scritto che dopo la suddetta convenzione "in tre anni di lavoro l’operaio senese Bartolo Bartoli vi spese la somma di 6825 fiorini". La Rocca lucignanese si è mantenuta sostanzialmente integrata nei secoli, senza subire grandi manomissioni. Anche la realizzazione del teatro, a partire dalla seconda metà dell Ottocento, non ha compromesso l’integrità della costruzione. L’unica vera alterazione è stata l’apertura praticata nella scarpa del torrino anteriore per creare l’accesso al teatro, con la sala ricavata coprendo la corte interna del cassero. La struttura, ceduta dal Granducato di Toscana alla comunità fin dal 1650, fu allivellata nel 1782 al privato G. Moracci ed i suoi eredi la acquistarono definitivamente nel 1829. Il Comune si riservò solo uno "stanzone" al primo piano adibito a pubblico granaio. In tale periodo la parte di proprietà privata fu trasformata costruendovi un piccolo teatro di legno, gestito dalla locale Accademia dei Raccolti che decise in seguito di ampliarlo e di costruirne uno in muratura, su progetto dell’accademico ing. Isidoro Picconi. Il nuovo teatro, inaugurato nel 1861, che prese il nome dal professore e letterato Giovanni Rosini, aveva una pianta a "U" con 43 palchi suddivisi in tre ordini, un ampio palcoscenico e vari locali di servizio. Il teatro non presenta all esterno alcun elemento architettonico che denoti la sua funzione. La sala è posta parallelamente alle mura castellane. L’interno fu completamente modificato durante la ristrutturazione risalente al 1954, quando il locale fu trasformato in cinema-teatro. In questa occasione fu creata una galleria al posto dei palchi e la forma della pianto tornò ad essere rettangolare, furono inoltre rifatti il tetto, le scale e l’ingresso. La volta "incannicciata" fu sostituita da un controsoffitto ligneo e venne rinnovato tutto l’apparato decorativo. Il teatro è stato chiuso nel maggio 1984, perchè gli impianti tecnici risultavano fuori norma. Nel 1987 l’immobile è stato acquistato dal Comune di Lucignano che ha commissionato ad un architetto lucignanese il progetto per il restauro architettonico e l’adeguamento del locale alle norme di sicurezza. Il complesso oggi è adibito a residence e ha un suo sito web: http://www.ilcassero.com. Altri link consigliati: http://www.lucignano.com/storia_di_lucignano.html,

http://www.comune.lucignano.ar.it/it/turismo.php?sezione=Guida%20Turistica&id=21&guidaID=6&guida=Rocca%20e%20Teatro%20Rosini (Cfr. Nicola Meacci, Itinerario di architettura nella Valdichiana aretina. A cura dello Studio Graffiti, s.r.l. Editrice Grafica L Etruria, 1997)

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://www.arezzoturismo.it/php/upload/lucignano.jpg

Il castello di sabato 20 giugno






LUCIGNANO (AR) – Fortezza Medici

Lucignano, borgo fortificato della Toscana meridionale, rappresenta uno dei più intatti e noti esempi d' impostazione urbanistica medievale a strade anulari concentriche, che di fatto conferiscono all'abitato la caratteristica forma ellittica. Le sue strade sono un intricato labirinto che porta alla zona alta del paese, con il Palazzo Comunale, la Chiesa di S.Francesco e la Collegiata. L'importanza del paese sta tutta nella sua strategica collocazione geografica, su un colle di 414 metri a dominio della Valdichiana e sulla principale strada di collegamento fra Siena ed Arezzo, per questo sempre fortemente conteso. Dal 1200 al 1500 Lucignano ha subito continui passaggi di giurisdizione tra Siena, Arezzo, Firenze e Perugia, città dalla quale ebbe in dono la possibilità di fregiarsi dello stemma con il Grifone Alato, al quale fu aggiunta una stella. Il nome 'Lucignano' deriva probabilmente da un castrum romano fondato dal console Licinio, della famiglia omonima, diventato Lucinianum dopo la conquista da parte di Lucio Silla nel I° secolo a.C., l'antichità dell'insediamento è confermata dal ritrovamento d'importanti reperti archeologici di epoca Etrusca in varie località della zona. La sommità del colle, dove sorgeva l'originario castello, fu gradualmente trasformata in centro del potere politico e religioso. Nel 1371 sotto la dominazione dei senesi furono ultimati i lavori di fortificazione con il completamento del perimetro murario, del quale restano ampi tratti e alcune torri, e le tre porte: Porta S.Giusto, Porta S.Giovanni e la così detta Porta Murata, pochi anni dopo fu costruita la Rocca, o Cassero Senese, di cui parleremo nel blog in seguito. Dopo la sconfitta di Piero Strozzi a Marciano il 2 agosto del 1554, la prima città senese a cadere nelle mani dei Medici fu Lucignano, che si arrese il 3 agosto. Lucignano diveniva così l’avamposto fiorentino più importante della Valdichiana, di qui l’esigenza di fortificare la città. I Medici iniziarono grandi interventi urbanistici come la costruzione della Fortezza, voluta da Cosimo I nel 1558, progettata da G.B. Belluzzi e avviata da B. Puccini, il santuario della Madonna della Querce, attribuito al Vasari e posto fuori dal centro storico (1568) il convento dei padri Cappuccini (1580) le chiese della Misericordia (1582) e della Collegiata (1594). La Fortezza, che sorge isolata [oggi difronte al cimitero nuovo] sul colle opposto a quello dell'insediamento urbano, doveva servire alla difesa del castello dopo la conquista da parte dei fiorentini intorno alla metà del 1500. Il Puccini riprese, rielaborandolo un progetto pronto, probabilmente quello elaborato dal Belluzzi, sfruttando la presenza di un piccolo colle sul fianco occidentale del castello (vedi l’affresco dello Stradano, nella sala Cosimo I in Palazzo Vecchio a Firenze, che mostra Lucignano "con il forte e gli altri acconci"). Finalmente il 14 luglio del 1557 i lavori vennero ultimati e per svariati decenni, la forbice fortezza assolse alle sue funzioni militari, essendo fornita di piazze d’armi e alloggi per ospitare una guarnigione. La fortezza non subì mai un assalto e ad oggi rimane come una sorta di grande fossile posato sulla collinetta prospicente il paese. E’ formata da due bastioni non uguali rivolti verso Siena ed uniti da una cortina [le torri rotonde che vi sorgono sopra sono aggiunte postume atte a ricavare mulini a vento], il tutto costruito in pietrame sfuso ad eccezione del redondone di separazione fra il basamento a scarpa e il muro a piombo, quest'ultimo di limitata estenzione. La costruzione rimase incompiuta ed oggi risulta in cattivo stato di manutenzione e parzialmente invasa dalla vegetazione. Altri link utili per approfondire: http://www.lucignano.com/storia_di_lucignano.html,


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://www.beintuscany.com/engines/resize.php?f=../data/immagini/20101121001324.jpg&w=725&h=360

venerdì 19 giugno 2015

Il castello di venerdì 19 giugno






MONTEFIASCONE (VT) - Rocca dei Papi

La rocca di Montefiascone lega la sua genesi, il suo sviluppo e anche la sua decadenza ai rapporti di Montefiascone con vari pontefici. Nel periodo che risale alle invasioni barbariche il paese si vide costretto a rafforzare le difese ambientali con opere murarie che impedissero a chicchessia di introdursi all'interno del centro abitato. Venne così eretta una grande e possente rocca con alte mura, all'interno delle quali si riversarono anche gli abitanti delle campagne. Presto essa divenne meta privilegiata di papi che, costretti a scappare dalla Roma assediata, la scelsero quale meta del loro esilio. Questa assidua presenza di personalità ecclesiastiche fece ben presto di Montefiascone una Sede Vescovile. La zona della Rocca rappresenta ancor oggi una delle principali attrattive del luogo. La fortificazione sorge sul punto più alto del paese, in posizione dominante sul Lago di Bolsena. Il suo stato semidiruto lascia solo immaginare oggi quella che è stata la sua straordinaria storia. La costruzione della Rocca fu avviata nel 1207 nell’area dell’antico castello da papa Innocenzo III, che qui pose la sede del Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Da questo momento, si può dire che non ci fu papa che non vi abbia promosso dei lavori, ma fu Martino IV il primo che la scelse come residenza pontificia, amando molto egli questi luoghi. Persino Dante racconta nel XXIV Canto del Purgatorio la passione di questo papa per le anguille di Bolsena, di cui era ghiottissimo. Anche durante la Cattività Avignonese, la Rocca mantenne la propria importanza e addirittura nel 1334 qui fu impiantata una zecca, che batté una nuova moneta: la paparina. Urbano V, il primo papa che lasciò Avignone per tornare a Roma, a partire dal 1368 fece di Montefiascone la propria sede estiva e rinnovò la Rocca, trasformandola in uno splendido palazzo ammirato dai contemporanei. Nonostante interventi importanti promossi dai pontefici nel corso del Cinquecento, alla fine dello stesso secolo la rovina dell’edificio divenne inarrestabile e cominciò la demolizione progressiva delle sue strutture per il recupero di materiale da costruzione. Solo alla fine del secolo scorso è stato avviato il restauro completo delle parti superstiti, che ha portato all’apertura al pubblico del sito e alla creazione del Museo dell’Architettura di Antonio da Sangallo il Giovane, che presenta le opere eseguite dal grande architetto rinascimentale nell'Alto Lazio e nel territorio dei Farnese, e la cui posizione “centrale” nell’ambito del territorio già appartenuto alla famosa famiglia dei Farnese, permette agevoli escursioni alle singole opere del Sangallo, per la maggior parte situate nelle immediate vicinanze di Montefiascone. Dell’originaria struttura purtroppo non rimane che una piccola parte: il complesso presentava una pianta trapezoidale con gli angoli occupati da imponenti torri delle quali oggi si conserva intatta solo quella di nord–ovest dalla quale si sviluppa l’attuale Palazzo. Alcune soluzioni architettoniche adottate nelle parti ancora conservate del castello testimoniano la sua aderenza alle tipologie proprie del linguaggio architettonico del XIII secolo nell’area viterbese, e, in particolare, la bifora che illumina il salone al primo piano è quanto resta delle membrature architettoniche del nucleo primitivo della struttura mentre non esiste più alcun riscontro materiale della loggia a due piani voluta da Leone X Medici e realizzata da Antonio da Sangallo il Giovane. Ecco il video di Quinto Ficari, dedicato alla rocca, che si trova in rete: https://www.youtube.com/watch?v=T0c1si60pNA
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montefiascone, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=94938, http://www.francigenalazio.it/it/resource/poi/montefiascone-rocca-de-papi/

Foto: da https://www.halleyweb.com/c056036/zf/immagini/homepage/Rocca%20dei%20Papi%20e%20il%20giardino%20papale.jpg e da http://www.francigenalazio.it/static/photologue/photos/cache/Mo_RoccaPapi_display.jpg

giovedì 18 giugno 2015

Il castello di giovedì 18 giugno






PETTORANO SUL GIZIO (AQ) - Castello Cantelmo

Il castello di Pettorano sul Gizio fa parte di un sistema di fortificazione comprendente i castelli circostanti di Popoli, Pacentro, Raiano, Vittorrito, Prezza e Anversa. Originariamente doveva essere composto solo dalla torre centrale di avvistamento (puntone) a pianta pentagonale, con la punta diretta verso sud-ovest, intorno alla quale fu innalzata, in epoca angioina, l’attuale cinta muraria con le superstiti due torri circolari. Delle due torri, a base scarpata per attutire l’impatto di eventuali proiettili, quella posta a sud-ovest è di maggiori dimensioni rispetto a quella posta a nord-ovest. A sud-est invece si può osservare una torre quadrilatera. Fino all’XI secolo inoltrato, il nome Pectoranum era genericamente un toponimo che individuava una intera vallata, tanto da trovare spesso negli antichi documenti interiori al 1021 la espressione in valle de Pectorianu. E’ soltanto dal 1093 che il toponimo è passato a designare più precisamente il Castello: un documento dal maggio1093 attesta un castellu qui pectoraniu bocatur. In questo lasso tempo (1021- 1093) è avvenuto l’incastellamento, termine con cui si suole definire il fenomeno della fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con la delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello inteso come concentrazione di uomini e interessi. E’ proprio tra X e XI secolo che si verificarono trasformazioni economiche di rilievo: i signori laici iniziarono il processo di erosione dei beni mobili e immobili di chiese e monasteri. Nel territorio di Pettorano un documento del 1021 attesta la rivendicazione da parte del Monastero di S. Venanzio al Volturno della usurpata chiesa di S. Comizio. Secondo quanto testimonia il Chronicon Casauriense, prima della fondazione di  S. Clemente a Casauria (873) non vi sarebbero stati Castelli, e solo agli inizi del X secolo a causa delle scorrerie saracene avrebbero ne sarebbe cominciata la costruzione. Chi ha costruito i Castelli? Senza dubbio, sia gli abati sia i signori laici per concessione degli abiti. All’avvento dei Normanni il Castello di Pettorano costituiva una già consolidata realtà economica e politica, tanto che alla fine del XII secolo era il perno di un feudo che si estendeva dalla Valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia, al Sangro fino alla futura Ateleta. A capo del feudo troviamo un certo Oddone della famiglia dei Conti del Molise. Nel XII secolo Giovanni Brienne cacciò il Duca di Spoleto dalla Marca, assediò Sulmona e conquistò il Castello di Pettorano. Qui si asserragliò Corrado di Lucinardo insieme a Roberto di Bacile o Pacile, che avevano aderito al partito papale contro Federico II. Dopo questo episodio, che aveva dimostrato l’importanza del Castello come punto di difesa della via di comunicazione tra la Contea del Molise e la Valle di Sulmona, Federico II tentò di riportare la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare il figlio Federico detto di Pettorano, e facendo vigilare il territorio affinché non vi dimostrasse gente sospetta ed infedele. Con la venuta degli Angioini l’intero feudo di Pettorano, insieme a Colleguidone, Pietransieri, Pacentro e Roccaguiberta, fu concesso al milite Amiel d’Angoult signore di Courbain venuto dalla Provenza al seguito di Carlo I d’Angiò. Nel 1269 (tre anni dopo la vittoria di Benevento) i “traditori” che avevano parteggiato per gli Svevi vennero colpiti con la confisca dei beni, che furono così ceduti a fedeli angioini. Tra i beni confiscati anche una Bectonia di Cerrano sita proprio nel territorio di Pettorano. Nel 1269 il feudo passò ad Oderisio de Ponte, che pensò bene di donarlo alla figlia Giovanna andata sposa ad Agoto di Courbain, figlio di Amiel di Courbain. Nel 1310 il feudo fu trasmesso ai Cantelmo, venuti in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò, che lo tennero per lunghissimo tempo fino al 1750, quando furono rimpiazzati dalla famiglia dei Montemiletto fino al 1806. Il castello di Pettorano rimase a lungo un luogo di rifugio di rebelles al potere imperiale. In un documento del luglio 1384 Carlo III di Durazzo ordinò al capitano di Sulmona di procedere contro alcuni rebelles et infideles del Castello di Pettorano che avevano sequestrato e liberato solo dopo il pagamento di un riscatto un certo Coluccio de Rigazio di Sulmona, fidelis al potere Carlo. Ancora per tutto il Quattrocento Pettorano costituiva una terra di rifugio per gli avversari del potere politico. Il XVI secolo è stato decisivo per Pettorano: la fisionomia dell’intero abitato, dominato dall’alto dal Castello, ha preso consistenza nel corso di questo periodo, come pure il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono consistenti tracce. Il risultato di tutta questa attività edilizia è stato l’allargamento della superficie difesa e protetta del castrum, così come ancora oggi è possibile vedere. Il Castello Cantelmo, esaurita la sua funzione imminente difensiva e militare, per secoli è stato abbandonato. L’incuria e l’azione inesorabile del tempo lo hanno ridotto ad un rudere. L’affresco di Porta S. Nicola, datato 1656, raffigura tra l’altro un castello sulle cui torri avevano già messo solide radici gli alberi. Negli ultimi quattro secoli l'edificio ha subito notevoli danni e spoliazioni. Tutti i materiali di maggior pregio sono stati saccheggiati, fino alla vendita degli stemmi che impreziosivano la costruzione, avvenuta nel secolo scorso. La quarta torre che sorgeva a nord-est è andata completamente persa e sul sito dove era stata innalzata sono state costruite nuove abitazioni appoggiate al castello e addirittura incuneate in esso fino a raggiungere il puntone centrale, tanto da impedire oggi il percorso intorno al mastio. Il progetto di restauro risale al 1988 all’interno del vasto programma ideato dalla Sovrintendenza dell’Aquila ai Beni Culturali Ambientali denominato: “Sulmona città d’arte”. I lavori sono stati finanziati con la Legge 64/86 e realizzati nell’arco di sei anni dal 1992 al 1998. I lavori hanno recuperato tutto ciò che era recuperabile del castello con una attenzione particolare a non modificarne l’impianto originario. Tutti gli interventi di ricostruzione sono ben visibili ed evidenziati. Le strutture inserite ex-novo sono state realizzate con materiali completamente diversi rispetto a quelli originari. E’ stato recuperato in gran parte il percorso di guardia e sono state volutamente lasciate incomplete le parti delle quali non esisteva documentazione della struttura originaria. Oggi l'edificio è gestito dalla società ARDEA s.a.s., e al suo interno ospita:
o                      Mostra “Gli uomini e la montagna” di G.Battista
o                      “Museo del territorio” a cura della Coop. ASTRA e della Riserva Naturale Regionale Monte Genzana - Alto Gizio
o                      Sala-Museo dei Carbonai
o                      Sala convegni 50 posti a sedere
o                      Spazi espositivi

Vi è una pagina su Facebook dedicata al monumento: https://it-it.facebook.com/pages/Castello-Cantelmo-Di-Pettorano-Sul-Gizio-Aq/310267528986438
Altri link per approfondire: http://www.spaziovidio.it/castelli/HTML/cartina/pettorano.html, http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=castelloaq&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuCast2174&tom=174, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=97890 (con varie foto),
http://www.ardeasas.it/castello/castello_cantelmo.html

Fonti: http://www.riservagenzana.it/pettorano/il_castello.html

Foto: da http://www.ardeasas.it/immagini/index/img_index_02.jpg e di Siofra su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/97355

mercoledì 17 giugno 2015

Il castello di mercoledì 17 giugno






VOLPEDO (AL) - Castello Malaspina

Il toponimo deriva dal latino vicus (villaggio) ed è attestato nel X sec. come vico picolo, ossia piccolo villaggio, e nel sec. XII come Vicus Pecudis o Peculum, villaggio degli armenti (da pecus, pecora, bestiame). Niente a che vedere con le volpi. Il nome latino di Volpedo riconduce ad un insediamento (vicus), un villaggio nell'ambito del territorio del pagus. Da un punto di vista geografico la posizione di Volpedo era il punto obbligato di passaggio per chi, risalendo il corso del Curone, si dirigevano nei diversi villaggi della Valle, era collegato con Tortona da una strada che, partendo dalla Pieve, seguiva il corso del Curone sulla riva destra, costeggiava Casalnoceto e Rosano, la Bossola e Viguzzolo dove vi era, ed esiste ancora, un'altra pregevole Pieve. La Pieve di Volpedo doveva avere una grande importanza ed era considerata la Pieve di tutta la valle, in un documento del 21 agosto 965 rileva la posizione prioritaria della pieve volpedese che si cita ancora nel X secolo quando ormai erano sorte varie pievi minori. La presenza di un castrum è attestata a Volpedo a partire dal X secolo: nel 971, alcuni beni posti in Volpedo furono donati dal conte di Tortona Oberto ai monaci di Cluny, monastero francese. I più antichi diritti feudali erano appannaggio degli Obertenghi marchesi di Gavi che a loro volta investirono la località ad una famiglia locale nota come i "De Montemarzino". Tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV secolo gli scontri tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini coinvolsero anche gli uomini di Volpedo che furono costretti a sottomettersi, nel 1305, all'arbitrato di Guido e Mosca della Torre mettendo a disposizione di questi ultimi anche il castello. In questa occasione sono citate tra le famiglie più importanti di Volpedo i Bragheri di cui rimane uno stemma dipinto all'interno della pieve. Nel 1412 l'intero paese fu offerto da Filippo Maria Visconti, al condottiero Perino da Cameri, quale compenso per i servizi prestati alla causa dei signori milanesi e alla sua morte, con deliberazione testamentaria, passò alla fabbrica del Duomo di Milano. Volpedo acquistò così tutti i privilegi di un centro esente da tutta una serie di tasse e balzelli, una specie di zona franca che riuscì a mantenere parte dei propri privilegi anche durante il dominio degli spagnoli. La somma di 200 fiorini che gli abitanti di Volpedo dovevano versare alla Fabbrica del Duomo, fu ridotta e sostituita con i prodotti agricoli della campagna volpedese. A ricordo della donazione di Perino Cameri, la Fabbrica del Duomo fece incidere un bassorilievo rappresentante il condottiero "dux strenuus" nell'atto di donare il castello di Volpedo alla Vergine, attualmente conservato nell'atrio del Palazzo Municipale. Il borgo fu completamente devastato nel 1513 dagli abitanti di  Monleale uniti ai francesi e tornò a popolarsi solo alla fine del XVI secolo. Nel 1757 Volpedo fu dato in feudo dai Savoia a Filippo Guidobono Cavalchini di Momperone la cui eredità passò poi nel XIX secolo ai marchesi Malaspina; nel 1798 fu costituita una municipalità repubblicana e nel 1801 fu nominato dalle autorità francesi alla carica di sindaco Giovanni Antonio Sovera. Dopo l'età napoleonica Volpedo divenne capoluogo del mandamento della bassa Val Curone. Nel 1928 vennero aggregati al comune di Volpedo i soppressi comuni di Berzano, Monleale e Volpeglino che sono stati ricostituiti nel 1947. Nato come luogo fortificato nel punto più elevato del Castrum medievale, il castello con la sua torre già residenza di Perino Cameri, fu trasformato in palazzo signorile dai Guidobono Cavalchini nel XVIII secolo, e poi ulteriormente ampliato dai Malaspina, cui passò nel 1849.
L'ultimo restauro è dovuto agli attuali proprietari, la famiglia Penati, e risale al 1994.

Fonti: http://www.comune.volpedo.al.it/ComSchedaTem.asp?Id=6235, http://www.robertomarchese.it/volpedo.html,

Foto: da http://www.robertomarchese.it/volpedo.html e di Davide Papalini su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Volpedo-palazzo_Guidobono_Cavalchini_Malaspina_Penati1.jpg