domenica 31 gennaio 2016

Il castello di domenica 31 gennaio






FRATTAMINORE (NA) – Castello Ducale

Il comune è chiamato dagli abitanti "Pomigliano" e localmente "Fratta Piccola" dagli abitanti del quartiere che sorge intorno al palazzo che fu del Conte di Fratta Piccola. Frattapiccola, con il suo castello circondato dal fossato, fu feudo a partire dal XIII secolo; appartenne, tra gli altri, a Pietro Marerio, a Pietro da Venosa e a Scipione d'Antinoro. Nel 1626 era "utile signore del Castello" Vincenzo Benevento e successivamente il figlio Francesco, all'epoca proprietari anche del complesso di Teverolaccio, nei pressi di Succivo. Nel 1647, durante la rivoluzione di Masaniello, vi si rifugiarono 500 armigeri a cavallo comandati dal conte di Conversano, Giangirolamo Acquaviva, agli ordini del generale Tuttavilla, messi in fuga dai popolani di Frattamaggiore e Grumo Nevano, Pomigliano d'Atella, "Casali Pomillani" fu dato in feudo a Guglielmo Stendardo. Il castello del XVI secolo, che fu palazzo marchesale, appartenne agli Ambrosino nel secolo XVII, e successivamente al marchese Carlo Rossi di Napoli. Nel 1750 il castello di Frattapiccola passò ai Carafa, conti di Policastro, sotto la cui giurisdizione erano gli abitanti di Frattapiccola, come risulta dai registri battesimali. Il palazzo ducale è un edificio quadrangolare a tre piani con tipologia a corte. All'interno della corte, al piano terra, si trovavano depositi e stalle; in seguito questi locali sono stati trasformati in abitazioni e sopraelevati di piano. I vecchi balconi con archi sono stati modificati talmente da far perdere ogni riferimento architettonico. Al piano terra, oramai anch'essa destinata ad abitazione, vi è la cappella del palazzo il cui altare fu spostato nell'attuale Cappella dell'Annunziata in piazza Crispi. Dell'epoca esiste, in piazza Crispi, una tenuta estiva, rifacimento di un probabile castello medioevale del quale è visibile ancora una torre, su via Liguori, oramai inglobata nel palazzo ducale, ed un bastione di torre nel lato nord del palazzo, sulla discesa per la grotta. Delle altre due torri una fu demolita per un ampliamento del palazzo, mentre dell'altra non se ne ha più traccia. Attualmente esiste ancora parzialmente il fossato ai due lati del palazzo, la restante parte oramai è andata perduta per la costruzione di immobili. Il palazzo, nonostante le numerose manomissioni, presenta ancora tracce del fossato e parte dell'antica facciata con porte e finestre, alcune delle quali trasformate in balconi, con cornici in piperno.

venerdì 29 gennaio 2016

Il castello di sabato 30 gennaio






SOLOFRA (AV) – Castello longobardo

Attualmente l’agglomerato urbano è dominato dalle rovine del castello feudale, visibile a 470 m di altezza sul lato meridionale del monte Pergola-S.Marco. Dalla sua posizione il castello controllava totalmente la valle solofrana. Durante la prima fase della loro conquista i Longobardi non realizzarono nuovi siti fortificati ma si impegnarono a rinforzare quelli già esistenti. Fu con la divisione del ducato di Benevento che il confine tra i due Principati di Benevento e di Salerno fu interessato dalla realizzazione di un fitto sistema difensivo. Infatti è a questo periodo che si deve far risalire un primo nucleo del castello di Solofra, che fu realizzato come rinforzo al già esistente castello di Serino. Il castello di Solofra fece parte di un importante complesso difensivo costituito dallo sperone roccioso di Castelluccia ad ovest del complesso montuoso  (che fu un’arx sannita e un punto di controllo sulla romana via antiqua qui badit ad Sancte Agate), dal castello di Serino, posto sul lato nord dello stesso e che controllava la valle del Sabato e poi da un rinforzo di questo sul lato sud, appunto il fortilizio di cui parliamo. Inizialmente dipese da Serino e appartenne al casale di  S. Agata. L’insediamento di S. Agata, documentato fin dal periodo romano e non ancora diviso in due casali, occupava le pendici dei due monti e si estendeva anche nel fondovalle. Nel periodo normanno si formò, con i Sanseverino-Tricarico, il feudo di Serino che comprendeva anche l’abitato di Solofra. Il castello di Solofra appartenne a quei feudatari. Gli Angioini concessero questo punto fortificato a Giordana Tricarico, moglie di Alduino Filangieri e feudataria di Solofra che nel frattempo si era staccata da Serino. In questo periodo (nel XIII secolo), per meglio difendere la zona poiché si era nel pieno della guerra del Vespro, furono aggiunti alla fortificazione dei corpi che le dettero l’aspetto che conosciamo. Fu questa maggiore sicurezza che fece venire dal Cilento, uno dei centri di quella guerra, diversi immigrati che si insediarono nel fondovalle (si chiamerà Celentane). Si può ipotizzare che il castello fosse abitato in questo periodo e proprio da Giordana. Sicuramente degli interventi di rifacimento si sono avuti durante il periodo svevo, 1230-1240 circa, soprattutto se si considera l’uso di torri quadrangolari sporgenti dalla cortina muraria e l’andamento rettilineo da torre a torre. Certo è che dinanzi all’evidenza di una fase riferibile per tipologia all’epoca sveva, esistono evidenti differenze nella struttura, negli allineamenti, nello spessore e nei parametri dei muri che testimoniano diversi momenti costruttivi. In occasione dello scontro tra Filippo, detto il prete, pretendente al feudo dei Filangieri, e Francesco Zurlo, feudatario di Montoro e poi quando fu in mano ad Antonio Bulcano, il castello fu rinforzato col rivellino sul lato est per far fronte agli attacchi che venivano da Turci. Nel 1495 il castello era in possesso di Ettore Zurlo, come si evince da documenti del periodo aragonese. Nel XV secolo doveva dunque già esistere il rivellino, ossia quell’elemento difensivo con forma semicircolare situato intorno alla torre est, che era il punto maggiormente esposto del fortilizio. Sicuramente più antico era, invece, il sistema di approvvigionamento dell’acqua, raccolta nelle cisterne poste al di sotto delle torri. Nei secoli XIV e XV il castello fu sottoposto ad ulteriori interventi di restauro. Sono da attribuire all’epoca aragonese alcuni tratti di muratura e parte dei vani di apertura del prospetto sud. Non è possibile pensare ad una totale ricostruzione del complesso in tale periodo, data la presenza di una stratificazione dovuta ai diversi interventi avvicendatisi nel tempo. Nel 1565, quando la feudataria era Beatrice Ferrella Orsini, furono demolite parte delle mura che circondavano il castello per ottenere il materiale per la costruzione del Palazzo Ducale (di cui parleremo nel blog in un’altra occasione). Infatti, ancora oggi, le pietre dell’antica cinta muraria sono visibili nel basamento occidentale di Palazzo Orsini. Il castello, invece, continuò ad essere utilizzato per accogliere le truppe e i detenuti. Prima della Rivoluzione napoletana del 1799 fu occupato da un corpo di fucilieri, guidati dal tenente Trentacapilli ed accolse i giacobini della zona tra cui Ferdinando Landolfi padre di Luigi Landolfi. Dicono i documenti per alcune sue inquisizioni, in effetti per i legami con la famiglia della moglie, i Pepe di Montoro, a cui apparteneva Vincenzo Galiani, protomartire di quella rivoluzione. Fu poi occupato dalle truppe della municipalità, infine da Ettore Carafa, mandato a sedare la controrivoluzione. Per conoscere l’originaria struttura del complesso fortificato bisogna osservare la pianta redatta nel 1736 da Marco Papa e pubblicata da C. Megna e due fotografie databili tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 conservate nel Centro di Studi Locali di Solofra. Probabilmente il castello fu utilizzato fino agli inizi del XX secolo come casa colonica. Oggi la costruzione si presenta in un cattivo stato di conservazione con elementi lapidei in equilibrio instabile e soffocato da una fitta vegetazione, che rendono difficoltosa e, in alcuni punti, impossibile la visita. Attualmente restano soltanto dei ruderi, che corrispondono al corpo di fabbrica di forma rettangolare, posto sul lato settentrionale e suddiviso in tre ambienti; alle due torri poste ai suoi angoli estremi, nord-est (o donjon) e nord-ovest; alla torre di sud-ovest e a parte della cinta muraria. Elemento caratteristico del castello è la torre mastio, cioè la torre nord-est di dimensioni maggiori delle altre e discretamente conservatosi nel tempo. Nel livello inferiore è la localizzata la cisterna, caratterizzata da intonaco idraulico ancora in situ. Nel livello intermedio della torre mastio, al quale si poteva accedere attraverso una scala lignea proveniente dagli ambienti della corte di età successiva alla prima fase sveva della costruzione, è ubicato un  vano di passaggio, coperto con volte a crociera rette da archi gotici; da qui si accede ad un secondo piccolo vano anch’esso con volte ed archi gotici e rari intonaci del XIV secolo. Il livello superiore del mastio era utilizzato come sala abitativa; vi si accedeva tramite una scala lignea o scalandrone. Annessa alla Torre principale si trova uno dei tre ambienti che costituiscono il nucleo principale abitativo del castello, di epoca successiva alla prima edificazione sveva. Sono tre avanti su tre livelli: l’inferiore, cantinato con carceri, il medio con sale abitate, camini e sala di rappresentanza; il superiore, con sale private e stanze per dormire. L’ingresso del castro vero e proprio era situato all’interno della corte fortificata dal primo circuito murario, provvisto da camminamenti di ronda e feritoie arciere e merli di gronda. Nell’angolo nord-ovest, collegato con il terzo ambiente abitativo era situata la seconda torre quadrata-angolare con funzione di rinforzo e vedetta, provvista di feritoie o saettiere, poi tompagnate nelle fasi posteriori con riutilizzo del castello a residenza temporanea in età aragonese o posteriore. Una terza torretta quadrata, di dimensioni minori, era posta nel vertice sud-ovest della corte principale, con specifica funzione difensiva ed avvistamento. Di questa struttura rimangono solo il livello inferiore della cisterna con intonaco idraulico conservato, ed una parte del livello superiore. Il primo circuito fortificato, merlato e con passaggi interni di ronda, si completava con una quarta torre pentagonale di età angioina, rilevata dal Dr Guacci a seguito di indagine archeo/strutturale della cinta muraria. Nel  tratto più a nord della seconda cinta muraria si conservano i resti del muro fortificato racchiudente una modesta area trapezoidale ai piedi del mastio e costituiva il rivellino strategico del castro. Esso era caratterizzato da merlature di ronda e feritoie arciere per la  difesa  nord/est del  castello. Il maniero era circondato da una robustissima cinta muraria, oggi conservata solo in parte. Infatti alcuni tratti sono visibili intorno all’area dove sorgono i ruderi principali. Negli anni ’70 erano ancora visibili i resti delle due porte di accesso all’antico feudo, l’una posta alle pendici della collina, e l’altra all’estremità nord dell’area circostante le due torri. Oggi non ne resta alcuna traccia. Probabilmente altre parti del complesso fortificato restano celate al di sotto del folto manto vegetativo che ricopre e circonda l’intera area. Dato lo stato di totale abbandono in cui riversa l’antico complesso edilizio, anche ciò che oggi è ancora visibile rischia di essere completamente sommerso dalla vegetazione spontanea. Al castello è stata dedicata una pagina su Facebook: https://it-it.facebook.com/IlCastelloDiSolofra. Altri link consigliati: http://www.castellidirpinia.com/solofra_it.html, http://www.irpinianews.it/solofra-castello-pronta-la-ricostruzione-virtuale/

Fonti: http://www.castcampania.it/solofra.html, http://www.solofrastorica.it/CASTELLO.htm (Da M. De Maio, Alle radici di Solofra, Avellino, 1997; Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese , Solofra, 2000.), http://web.tiscali.it/archeologiasolofra/soletam.htm (tratto dal testo in allestimento di F.Guacci “Il castello di Solofra, la storia, l’archeologia”).

Foto: la prima è di gianniB su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/62235, la seconda di Francesco Guacci su http://web.tiscali.it/archeologiasolofra/soletam.htm

Il castello di venerdì 29 gennaio






LUCOLI (AQ) - Castello del Conte Odorisio in frazione Collimento

Il nome Lucoli, deriva dal latino "Luculus" cioè boschetto sacro. I suoi primi abitanti furono i sabini, ma le prime notizie storiche sicure risalgono all'alto Medioevo. L'abitato ebbe origine da alcuni gruppi di contadini che si erano riuniti intorno al monastero benedettino di San Giovanni. Dopo essere stata feudo dei Conti di Collimento, Lucoli divenne regia, entrando nel territorio comunale de L'Aquila. Nel 1529 fu però infeudata agli Ossorio. In seguito passò agli Alvarez Ossorio (1560), ai Colonna (1581), ai Palma (1610), di nuovo dei Colonna (1635), ai Barberini (1661-1806). Sono stati condotti degli studi sul Castello di Collimento edificato intorno al 1100 dal conte Odorisio (appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi) che possono darci delle informazioni interessanti sulla vita del tempo. Lucoli ha avuto un vissuto storico piuttosto interessante, era governata da due importanti centri di potere: il "Castellum Colomonti" e l’abbazia benedettina di San Giovanni Battista. Lo scoglio roccioso che si protende in direzione nord sul torrente Rio, poco fuori le case dell’attuale Frazione di Collimento è stato identificato, almeno in parte, con Columente, noto dalle fonti farfensi come residenza di ben 79 fittuari. In questo luogo, che nella toponomastica attuale viene indicato come "il castello", vennero rinvenuti frammenti ceramici e tracce evidenti di lavoro umano rappresentate dalla spianatura della roccia calcarea naturale e da una serie di sei o sette buche di palo. Questo tipo di ritrovamenti si possono riferire al periodo di vita della curtis e convivono con resti, anche consistenti, di epoca più antica. E' stato ritrovato un muro in opera "poligonale", che deve essere stato rilevante, che circonda il lato est dell’altura, di questo manufatto si parlò nel convegno "Sistemi fortificati preromani lungo la dorsale appenninica abruzzese", Chieti, 11 Aprile 1991. L'insediamento nella valle lucolana del conte Odorisio determinò senza dubbio il costituirsi di un centro di potere in qualche modo antagonista ai possedimenti farfensi. La posizione della valle si caratterizzava come area di frontiera, al confine con zone di maggiore centralità sia politica che geografica, ma l’insediamento di un potere a base locale come quello dei Collimentani fu senza dubbio un evento non circoscritto ma collegabile a dinamiche storiche di più ampio respiro. Nella scelta di quel luogo per la costruzione del castello giocarono senza dubbio una molteplicità di fattori. La valle di Lucoli offriva, infatti, quei vantaggi che probabilmente erano già stati apprezzati dagli antichi frequentatori di Colle Munito e di Collimento: una struttura morfologica stretta e allungata, ben difendibile attraverso due sole entrate naturali, a valle e a monte, e la possibilità di rimanere al tempo stesso collegati, tramite brevi tratti di sentieri montani e di mezza costa, ai territori circostanti. In quegli anni si verificarono le prime scorrerie dei Normanni che costrinsero i feudatari a costruire castelli per difendersi. La valle, inoltre, era strategicamente importante per il controllo che comunque esercitava sui pascoli di Campo Felice oltre che per un avviato sfruttamento silvo-pastorale, beni di cui godevano evidentemente le terre della curtis farfense e che per questo erano stati per lungo tempo al centro di così tante dispute. Il conte Odorisio volle, poi, stabilire un potere personale in un’area limitata ma economicamente ben avviata e in cui da anni il controllo e l’influenza dei grandi monasteri erano messe costantemente in discussione. Cercò quindi di impiantare un centro di potere alternativo attraverso una condotta politica sufficientemente accorta: in sostanza "capì che una qualsiasi politica di potenza non poteva in quel momento contrapporsi alla politica religioso-monastica, ma doveva passare esclusivamente per essa". Il conte Odorisio fondò così ex novo l'abbazia di San Giovanni Battista, attuando una pratica che si diffondeva nel tempo: le signorie rurali attuarono una duplice politica nei confronti del potere monastico, da un lato si adoperarono per non entrarci in conflitto, continuando la pratica delle donazioni, dall’altro escogitarono il modo di non perdere il controllo sui territori tramite la fondazione di nuove abbazie, istituendo cioè nuove comunità religiose indipendenti dalle grandi abbazie e dallo stesso potere dei vescovi. Per quel che riguarda la fase della costruzione del castello le fonti sono sostanzialmente concordi nel definire il 1077 come terminus ante quem. Dalla donazione di Odorisio si evince infatti l’esistenza del castello e di tutte le sue pertinenze, compresi i vari servi e dipendenti. Nonostante questa documentazione storica l’aspetto che più ha colpito gli studiosi relativamente al sito del 'castello' è l’assenza di strutture medievali visibili. Non è stato possibile eseguire letture stratigrafiche degli elevati così come non è stato possibile delineare anche solo uno schizzo del suo profilo o dei corpi di fabbrica di cui fosse composto. Anche per la totale mancanza, nella documentazione cartacea, del benché minimo accenno all’aspetto del castello, per non citare la totale assenza di fonti iconografiche anche tarde. Il controllo del territorio risultò sostanzialmente di vita breve e travagliata. Il fallimento è da intendersi nell’ottica laica del controllo di lunga durata del Lucolano. È probabile che, ad una tale precarietà del potere, facesse da specchio una relativa modestia delle strutture castellane, di cui infatti, in superficie, non rimangono tracce tangibili. A questa considerazione vanno aggiunti altri due fattori: la possibilità che le strutture medievali forse non eccessivamente monumentali siano state smontate e riutilizzate in epoche successive come cave di materiali per il borgo sottostante; e che le ridotte dimensioni del castello di Odorisio (per altro confermate dalle dimensioni dello sperone roccioso) si riferiscano piuttosto ad un ridotto difensivo fisicamente staccato dall’insediamento vero e proprio. Purtroppo il paese attuale, che fino alla metà del secolo scorso conservava intatte molte delle sue vie e abitazioni in pietra a vista, come molti nella valle di Lucoli e in generale nei territori circostanti, ha subito pesanti restauri e nuove costruzioni a partire dagli anni sessanta del secolo scorso che ne hanno obliterato irrimediabilmente l’aspetto originario.
È difficile seguire le sorti della discendenza di Odorisio attraverso la scarsa documentazione rimasta, sebbene il documento del 1077 citi esplicitamente dei figli. Le varie ricostruzioni della genealogia dei Collimentani non sempre sembrano coincidere con le parentele espresse in alcuni documenti. Sebbene sia chiaro che Collimento diede il nome a tutti i futuri discendenti del conte per moltissime generazioni, è ragionevole comunque ipotizzare che i suoi diretti eredi quasi sicuramente non risiedessero più nel castello, sebbene continuassero ad esercitare una sorta di patronato sull’abbazia di San Giovanni. Nel 1126 infatti un certo Teodino Sancti Bictorini forse al tempo conte di Amiterno, presenziò alla donazione di un mulino sito in località Adunale a pro del monastero di Collimento da parte del presbitero Pagano e suo fratello Gualtiero. L’abbazia dunque continuava ad espandere i suoi possedimenti. Fra il 1158-1168, risulta che Colimenti e Luci (Lucoli) sono per metà posseduti da un certo Benegnata figlio di Garsenio, feudatario di Gentile Vetulo. I Collimentani invece sembrano essersi ritagliati altre sfere di influenza se Todinus de Colimento possiede Ocre con altri feudi e Berardus de Colimento, suo consanguineo, possiede Stiffe, Rocca Cedici e Barile. Dopo la distruzione di Amiterno e di Forcona da parte di Federico II, il Castello di Lucoli con la sua contea e la sua abbazia fu considerato il più importante tra quelli soggetti allo Stato Pontificio (Murri 1983, 10; Chiappini 1941, 42). Nel 1229 I fiscalismi eccessivi indussero il popolo di Amiterno e di Forcona a fare ricorso al papa Gregorio IX in richiesta d‟aiuto. Il Pontefice, commosso, esortò gli oppressi a riunirsi e a fondare una città indipendente «ad locum Acculae» (Rivera G. 1906, 232-233 n. 411; Barbato-Del Bufalo 1978, 21). Con essa, pur rimanendo soggetti ai tributi imposti dal Conte di nomina regia (prestazioni feudali destinate al conte e “collette” destinate al Re), i piccoli comuni potevano dipendere da un Comune maggiore conservando un limitato potere politicoamministrativo, consistente nella libera elezione del podestà e dei consiglieri e nella facoltà di assumere provvedimenti di carattere economico e religioso (Murri 1983, 11). Più avanti il podestà si chiamò Sindaco e i sottoposti furono detti maestri, giudici, massari, baiuli. Nel 1581 Lucoli e le sue ville furono vendute alla famiglia Colonna di Roma. Il primo feudatario fu Marzio Colonna, duca di Zagarolo, che ebbe nove figli da Giulia Sciarra Colonna dei Signori di Palestrina e morì nel 1607. Il primogenito Pierfrancesco nel 1610 dovette vendere la proprietà al napoletano Marcantonio Palma, duca di S. Elia, per via dei debiti del baronato del padre. Ma più tardi la riacquisì suo figlio Pompeo. Intorno al 1635 Pompeo Colonna, figlio di Pierfrancesco, riacquisì il feudo che era stato alienato da suo padre. Il ramo dei Colonnesi di Zagarolo si estinse e i beni di Lucoli furono reincamerati dal Regia Corte (Murri 1972, 27-28). Messi all'asta dalla R. Corte per l'estinzione della stirpe, i beni devoluti da Pompeo Colonna di Gallicano e Duca di Zagarolo furono acquisiti per 200.000 ducati da Maffeo Barberini di Sciarra, principe di Palestrina, con atto siglato dal notaio Matteo Angelo Sparano e da Mons. Attilio Marcellini procuratore speciale del Principe Barberini, poi ratificato dal re Filippo IV con privilegio datato 5 maggio 1663 (Arpea 1999, 118). Così, nel 1663 il principe Maffeo Barberini entrò ufficialmente in possesso dei compartimenti acquisiti, tra i quali figuravano:
  • Lucoli (con 14 ville di Lucoli e 5 di Roio) 
  • Cicolano (con 12 ville) 
  • Tornimparte (con diverse ville, Rocca Santo Stefano e Sassa) 
  • Roccadimezzo (con Roccadicambio e Terranera) 
  • Fontavignone, Fosse, Sant'Eusanio e Casentino (Arpea 1964, 158). 
Dal 1663 i Barberini governarono il feudo oltre un secolo e mezzo, anche per conto del Regno degli Asburgo (dopo il 1807, abolito il feudalesimo, rimasero pacifici possessori dei beni burgensatici in Rocca di Mezzo) (Arpea 1964, 104; Cifani 1982, 98). Altri link per approfondire: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/provincia000.htm,
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lucoli, articolo liberamente tratto dal volume "Ricostruzione dei territori" scritto da un gruppo di ricerca della Sapienza edito da Alinea Editore - Firenze (preso dal sito http://noixlucoli.blogspot.it/2013/04/alcuni-cenni-di-storia-del-territorio.html)

Foto: la prima è una composizione fotografica di Roberto Soldati su http://noixlucoli.blogspot.it/2013/04/alcuni-cenni-di-storia-del-territorio.html, la seconda è di Roberto Soldati su http://www.panoramio.com/photo/80291033

giovedì 28 gennaio 2016

Il castello di giovedì 28 gennaio





MONTALCINO (SI) - Palazzo de' Ballati (o della Posta Vecchia) in frazione Torrenieri

Lungo l'antica via francigena o romea sulla sponda destra dell'Asso ebbe vita fra il IX e il X secolo il castello di Torrenieri, quando instaurato sotto la dominazione de' Franchi, il feudalesimo, si videro sorgere numerosi castelli feudali nel territorio senese. Il nome Turris Nerï da un indizio del primo fondatore che forse fu un Ranieri de' Signori di San Quirico, come ritiene Emanuele Repetti, oppure un Ranieri della potente famiglia dei Cacciaconti, secondo Giovanni Antonio Pecci; come ultima ipotesi Torre Nera, per il colore scuro della pietra con cui la torre è costruita, l'appellativo di "nera" potrebbe essere anche dovuto ad un incendio. Quale che sia la sua origine, comunque fu certo anteriore al mille come si rileva dall'itinerario percorso nel 990 dall'arcivescovo di Canterbury Sigerico, quando succedendo nella sede londinese ad Edelgardo, si recò a Roma per prendervi il pallio. Nel viaggio di ritorno vi effettuò la XIII sosta, e chiamò nel suo diario il luogo "Turreiner", stazione di posta dove conveniva fermarsi per approvvigionamenti. Intorno al X-XII secolo vennero edificate le mura di cinta attraversate da due pubbliche porte, una verso Siena ed una verso Roma, i cui avanzi erano ancora visibili nella metà del XVIII secolo. Durante il periodo medioevale Torrenieri formava comune a sé ed aveva assunto una certa importanza essendo inserito nel 1208 fra i castelli soggetti a Siena che dovevano pagare un'imposta straordinaria di L. 50, (una delle maggiori) istituita dal governo di quella città per far fronte alle spese di guerra. A causa della sua posizione strategica lungo la via Francigena, come sbocco e crocevia verso la Val d'Arbia, la Val d'Orcia, la Val di Chiana e la zona amiatina e per mancanza di difese naturali il castello fu spesso saccheggiato e devastato dagli eserciti di passaggio. Nel 1235 il borgo fu incendiato dagli orvietani. Nel 1295, quando a motivo di confini, si erano acuite fra Torrenieri e Montalcino le discordie, dalle quali nascevano di continuo risse, ferimenti e uccisioni, i Signori Nove Governatori della Repubblica di Siena intervennero con premura nel dissidio stabilendo le confinazioni. Un altro dei numerosi assalti sostenuti dal castello di Torrenieri fu quello che ebbe luogo nel 1316, quando una schiera di duemila fanti e mille soldati a cavallo riaccompagnava in patria, ad Arezzo, la nuora di Uguccione della Faggiola, il celebre condottiero che resosi signore di Pisa e di Lucca, aveva vinto i fiorentini nella battaglia di Montecatini, (dove era rimasto ucciso suo figlio Francesco), visto l'audace divieto di entrare nel castello, lo assalirono ed incendiarono ed i difensori in parte furono uccisi ed in parte condotti prigionieri (per i quali fu pagato un riscatto di 600 fiorini), non furono risparmiate neppure le donne, le vecchie e le brutte, per irrisione, furono lasciate ignude o in camicia mentre le più giovani e più belle vennero trascinate ad Arezzo. La Repubblica di Siena mossa a compassione dai gravissimi danni toccati agli abitanti del castello, esonerò la comunità da tutti i dazi e balzelli. La rocca di Torrenieri, rimasta in parte distrutta, subì a breve distanza nuovi danneggiamenti, quando i Tolomei cacciati da Siena, assoldarono truppe nel fiorentino e fuorusciti orvietani ed aretini, ed occupate Sinalunga e Torrita, cavalcarono a Torrenieri, "...guastando, prendendo prigionieri e prede ed ardendo case". Nel 1330 si svolse nel borgo di Torrenieri un altro fatto di sangue, da parte della casata dei Tolomei, che seguiti da più di quaranta cavalieri uccisero Messer Benuccio Salimbeni. Nel 1350 circa Torrenieri fu ricordato dal Boccaccio nella novella IV della IX giornata del decamerone. "Deh, fallo, se ti cal di me! perché hai tu questa fretta? Noi giugnerem bene ancora stasera a buonora a Torrenieri ... senza più rispondergli, voltata la testa del pallafreno prese il camin verso Torrenieri". Nel 1371 Siena decise la costruzione di una fortezza. Tra il 1384 ed il 1408 Siena fece potenziare le fortificazioni di Torrenieri costruendo a guisa di fortilizio guardastrada il palazzo de' Ballati detto anche posta Vecchia, sul piano tra l'antico ponte (7) dell'Asso e l'antico castello, quattro torri angolari una per cantonata con base fortemente scarpata interamente in laterizio limitato nella parte alta da un robusto cordone in pietra e dotati di balestriere, con fossato tutt'intorno come si vedeva poco più di un secolo e mezzo fa, e di cui rimangono adesso solo i due in facciata. Sul fianco ovest si notano dei contrafforti relativi ad un intervento di consolidamento eseguito in epoca posteriore. Alla metà del secolo XVI, la cavalleria imperiale di Carlo V, ottenuto il passo attraverso lo Stato della Chiesa, si accinse ad invadere il territorio senese dalla parte della Val di Chiana, occupando senza contrasto Lucignano,
Montefollonico e dopo il 1552 anche Pienza, da dove eseguì una scorreria fino a Torrenieri espugnando il castello e facendo razzia di bestiame. Con la caduta della Repubblica di Siena, anche Torrenieri perdette di importanza diventando un modesto borgo. Torrenieri, già castello e comune autonomo con la riforma del 1777, divenne frazione del comune di Montalcino. Palazzo Ballati sorge nel piano del torrente Asso dove nel 1300 la via Francigena attraversava l'omonimo corso d'acqua che dà il nome alla valle. Il guado del fiume era garantito da tre ponti in quanto il luogo era piuttosto paludoso e l'acqua formava diversi diramazioni. Nel 1297 la Repubblica di Siena al fine di garantire la salubrità e la produttività delle terre della Val d'Asso nei pressi di Torrenieri ordinò di realizzare un fosso di larghezza pari e 3 metri e profondo 2, al fine di meglio convogliare le acque e bonificare la zona. Il palazzo Ballati venne realizzato come a presidio di questo importante punto della strada per Roma nel 1408. La struttura, prevalentemente realizzata in mattoni, è impostata su una pianta irregolare che si sviluppa su una corte interna ha una coppia di bastioni sugli angoli prospicienti la strada. La torre merlata che si erge sul prospetto nord è il simbolo del paese di Torrenieri. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 questa zona di fondovalle del paese divenne una tra le più importanti realtà economiche e sociali della zona animata dalla presenza della ferrovia e della vicina stazione e dallo stabilimento Crocchi. Nell'entrone del palazzo è custodito un cannone, residuato bellico della II° Guerra Mondiale a ricordo degli ingenti danni e diverse vittime provocati dal conflitto tra la popolazione civile di Torrenieri.
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torrenieri, http://web.map2app.com/Sentieri-per-Montalcino/en/Francigena/Pallazzo-Ballati/

Foto: da http://www.webalice.it/cliccagrafica/FOTOGRAFIE/giorgio/origini/torrenieri/palazzo_ballati.jpg

mercoledì 27 gennaio 2016

Il castello di mercoledì 27 gennaio






TERNENGO (BI) - Castello Avogadro

Eretto per difesa, il Castello di Ternengo sorge tuttavia in una posizione defilata e strategica e risulta non essere stato teatro d’eventi bellici. Costruito come rocchetta, fu utilizzato per lo più,
secondo la definizione dei Conti, come “residenza castellata” ed é di una tipologia rara da trovare in questa zona. La scarsa documentazione disponibile parla di castello, ma non divulga notizie sulla fondazione. L’edificio fu nominato solamente nei documenti d’investitura che si susseguirono dalla fine del Quattrocento fino all’abolizione dei privilegi feudali. Nel documento datato 12 Ottobre 1562, che conferma il diritto di primogenitura in favore dei primogeniti maschi di Casa Gromo, si
dice, infatti, che Giorgio Gromo di Ternengo “spontaneamente e di sua certa scienza et animo deliberato per Vittorio, suo figliolo maschio primogenito legittimo e naturale, e successivamente altri primogeniti maschi discendenti, informa a pieno et certificato d’un elettione e continuatione di primogenitura del Castello, luogo et beni di Ternengo”. L’ipotesi dello storico Torrione che il castello avesse origini remote in quanto “sorto attorno ad una vetusta torre fatta erigere dai Signori del luogo, i Casalvolone, intorno al X secolo”, non ha finora trovato conferme nei documenti d’archivio. Sempre secondo Torrione, sarebbe da attribuire agli Avogadro, nel XIII secolo, la costruzione di una casaforte intorno alla torre e, successivamente, un castello munito di torri. Secondo Giuseppe Maffei, il maschio e la torre furono aggiunti nel 1400, alla parte orientale, molto più antica. Le prime notizie scritte sul castello si hanno a partire dal 1498. Il primo documento è un’investitura del Duca di Savoia Filiberto II ai fratelli Bartolomeo, Bernardino e Giacomo, che ottennero di esercitare i loro diritti “super castro, loco, hominibus iurisdicionibus et finibus dicti loci Ternengi”. Da quest’anno in poi, in tutti gli atti pubblici e privati e fino all’abolizione dei privilegi feudali, i Signori del luogo saranno sempre ricordati come “Signori del Castello e del luogo di Ternengo”. D’altra parte, i caratteri architettonici e stilistici delle parti più antiche dell’attuale castello sono chiaramente quattrocenteschi e Torrione, in considerazione di ciò, sostiene che il castello pareva “atto più agli ozi villerecci che non alla vita militare” e che sia la rocchetta che la torre cilindrica erano più di vedetta che di difesa. Nel XVIII secolo si deve a Pietro Gromo la trasformazione della costruzione dei moduli che vediamo ancora oggi nella casaforte. Dopo la restaurazione della monarchia Sabauda, il castello rimase ai Gromo per alcuni decenni, durante i quali, insieme alle terre, fu dato in affitto agli agricoltori del luogo fino al 1859, anno in cui fu venduto all’Ing. Carlo Moglia per la somma di 4.500 lire. L’utilizzo agricolo ne accentuò la decadenza poiché subì degli adattamenti che modificarono l’aspetto originario, ulteriormente alterato nei primi anni del Novecento. Secondo il Torrione, durante gli ultimi restauri, andò distrutto un affresco di Bernardino Lanino, del 1540, raffigurante un Cavaliere della Famiglia Gromo "genuflesso in atto di rimettere la spada ad un giovane paggio biondo, vestito d’azzurro e bianco, per mettersi, privo delle armi, in adorazione ed invocare Iddio”. Sugli angoli di una delle torri si vedono ancora gli stemmi dipinti dei Savoia. Per entrare dalla porta corazzata si passava attraverso un elegante peristilio risalente al 1500, sostenuto da colonnette doriche di pietra verdastra. Sopra lo sfondo arcuato della porta vi era l’affresco del Lanino. Il Maffei ne descrive l’interno: “Da questa porta si saliva una scala fatta con embrici rosa da cui si entrava in un vasto salone al primo piano, che occupava tutta la perimetria quadrilunga del maschio. Un camino al centro e guarderobe del XVII° secolo ne riempivano gli angoli e negli intervalli del muro v’erano ancora gli uncini ai quali s’appendevano armature, spade e aste, i chiodi ed i canti delle quali lasciavano l’impronta sull’intonaco…”. Nella rocca di Ternengo si radunavano, per esercitarsi nel maneggio delle armi, tutti gli uomini validi di Bioglio, Ronco, Pettinengo e Zumaglia sin dal 1300, perché erano tutti concordi nel difendersi dalle scorrerie che facevano le famigerate soldataglie dei Fieschi, Signori di Masserano. Le uniche avventure militari che poté vantare d’aver avuto il castello, oltre agli attacchi dei Fieschi, furono quelle degli Spagnoli, che già assediavano il Castello di Zumaglia, e quelle dei Francesi del Maresciallo Brissac. Tutto il complesso doveva essere circondato da un fossato, ancora ricordato nel 1701. Un acquerello della collezione Torrione mostra il castello visto da Est: si possono notare la rocchetta, ancora senza il balcone (poi costruito durante il restauro), al suo fianco la svettante torre originaria con monofore fino al quinto piano e terminata dopo una
fascia di mattoni a dente di sega da una cella con una bifora per lato. Vi è raffigurato anche il peristilio. Gli edifici restanti, più bassi, erano forse adibiti ad usi rurali ed abitativi. In una litografia, Enrico Gonin raffigurò il castello, ma l’immagine che ne abbiamo è contraddittoria: in alcuni punti coincide con l’acquerello del Torrione (sono presenti la torre, la rocchetta, il peristilio, l’ingresso laterale attraverso un portone di pietra) ma, a destra, si trova un fabbricato, poco più basso della rocchetta, a due piani e con finestre rettangolari incorniciate da archi acuti, che non è presente in nessun’altra raffigurazione. Una stampa pubblicata nel 1891 da Strafforello è particolarmente
chiarificatrice per capire l’andamento dei lavori, in quanto raffigura un passaggio dal vecchio impianto all’attuale. Ripreso da Ovest, si vede il balcone nella torretta, ma è ancora presente la torre, erroneamente da molti considerata cilindrica. Si vede solo uno dei fabbricati bassi dopo la torre e presenta già alterazioni nelle aperture. E’ già scomparso il peristilio ricordato dal Maffei. E’
edificato su pianta quadrilatera irregolare con corpi disposti attorno ad un cortile. Sul lato della facciata posto a Sud-Est vi sono due torri, una a pianta quadrata e l’altra circolare. Gli altri tre lati sono occupati dalla massiccia costruzione della rocchetta. Le restanti parti fungono da collegamento tra le due torri e, fra queste, la rocchetta che, giunta pressoché inalterata fino ai giorni nostri, si eleva per quattro piani fuori terra ed è coronata da caditoie dal lungo beccatello. Alcune delle sue aperture sono monofore strombate; altre, molto più recenti, sono di forma rettangolare. La rocchetta è stata trasformata solo nel tetto che è stato lievemente ribassato, secondo il tipo dei “manoirs” francesi, vale a dire con il tetto molto ripido coperto di tegole squamate di colore ardesia che fa del castello l’unico esempio, nel Biellese, di questo tipo di costruzione. I corpi di collegamento tra le torri sono costruiti da tre piani fuori terra ed interrotti da aperture a monofora, bifora e rettangolari. Nella sommità corrono in aggetto una serie d’archetti in stile gotico, sormontati da merli guelfi. Il tessuto murario si presenta ad intonaco a finta pietra o liscio, mentre alcune parti presentano una muratura di mattoni a vista. Le due torri, oggi visibili, furono edificate durante alcuni discutibili restauri effettuati all’inizio del Novecento, quando fu abbattuta la più antica torre cilindrica. La torre quadrata ha quattro piani fuori terra sormontati da un’altana che ha, alla base, una decorazione d’archetti gotici in aggetto. Anche la torre cilindrica consta di quattro piani fuori terra, con aperture circolari nella cortina all’ultimo piano; sopra queste vi sono delle caditoie dal lungo beccatello che sostengono una struttura circolare che è il supporto dell’altana merlata con merli guelfi. Partendo dal già citato Ing. Carlo Moglia, che acquistò il castello nel 1859, altri proprietari si susseguirono nel corso degli anni. Il figlio unico dell’Ing. Moglia, Ferdinando, poco incline a curarsi dell’edificio e di salute cagionevole, finì col venderlo al Conte Partini, costruttore edile di Roma, in cambio di un vitalizio ed una residenza in Frazione Villa. Un altro proprietario, dopo Partini, fu il Giudice Vizzini il quale iniziò incautamente i lavori di manutenzione ma, pare che, ben presto il castello fu spogliato sia degli arredi interni sia delle essenze erbacee che ornavano l’ampio parco circostante. Nel 1980 il castello fu acquistato dall’Architetto Fiorentino Mauri, primo ed unico tra tutti i proprietari, a redigere una serie di cartografie riguardanti piante, facciate, interni e planimetrie. In questo modo, il Sig. Mauri appronta un progetto di “restauro conservativo”, vale a dire il risanamento dell’edificio, lasciando in vista la lettura dell’età del manufatto. Con tale progetto, la Sovrintendenza alle Belle Arti ha rilasciato all’attuale proprietario il “nulla osta perenne”. Tra le numerose opere di risanamento va citata la copertura del torrione, con laterizio a “scandola” (un genere di copertura che troviamo soltanto in Alta Savoia ed in Germania), riportandola a com’era originariamente. Sono stati risanati i merli e la scala della torre cilindrica che erano stati demoliti da un fulmine. Sul lato Ovest, durante le opere di restauro, è stata evidenziata l’antica apertura del ponte levatoio. Internamente sono stati ripresi tutti i preziosi affreschi con la tecnica dello “spolvero”: il disegno originale viene recuperato prima su un foglio di plastica e dopo su un foglio da lucido che viene bucherellato, applicato su soffitto e pareti e, tamponando con ossidi sui buchi, si lascia, sotto il foglio, la traccia del disegno che, in seguito, viene recuperato nella sua integrità. Sono stati, inoltre, ritrovati alcuni spezzoni di cassettoni di legno decorati risalenti al 1600. Al momento sono in progetto ulteriori lavori di ristrutturazione, tra i quali il recupero dei pozzi (uno all’interno e l’altro all’esterno), rimasti inutilizzati per moltissimo tempo. Ora è finalmente possibile ammirare il castello in tutta la sua grazia: al centro di un ampio parco verde circoscritto da un fitto bosco di castagni, adatto ad ospitare feste, matrimoni ed unico punto
strategico, nel paese, per l’atterraggio dell’elisoccorso. All’interno troviamo un ampio salone affrescato e corredato di pertinenze che lo rendono adatto ad accogliere meeting e convention. Una caratteristica è rimasta immutata nel tempo ed è l’atmosfera di pace e serenità che si percepisce all’interno del castello, come se quei muri fossero custodi fedeli di una storia vissuta da esistenze, votate come citano i quattro motti iscritti nella volta delle scale, ad “Opus,opes,studium,parcitas”, e …… che tuttora ivi dimorano.  

Fonti: http://www.castelloditernengo.com/utilities/storia_it.htm (sito ufficiale), testo di Lorella Cav. Torelli su http://www.biellaclub.it/_cultura/libri/ternengo/libro-ternengo.pdf

Foto: la prima è presa da http://www.comune.ternengo.bi.it/Portals/351/Images/Castello.jpg, la seconda da http://www.castelloditernengo.com/images/ter_3.jpg

martedì 26 gennaio 2016

Il castello di martedì 26 gennaio






VARESE LIGURE (SP) - Castello Fieschi di Monte Tanano

E' il rudere di una fortificazione situata a Varese Ligure, nell'alta val di Vara in provincia della Spezia. La posizione del castello, posto a dominare la valle dello Stora, con vista sulle località e frazioni di Cento Croci, Caranza, Porciorasco, Teviggio e Costola, è apprezzabile ancor oggi. Il castello sorgeva lungo la strada che da Varese Ligure conduce al passo di Centocroci (strada provinciale 523R) e serviva a controllare la viabilità dalla Liguria verso la val di Taro e la pianura emiliana. I Fieschi lo edificarono alla metà del XIII secolo per difendersi dalla famiglia Pinelli, come raccontato dall'abate Cesena nella sua Relazione. Nel 1435 Nicolò Piccinino, capitano di ventura del duca Filippo Visconti di Milano, conquistò il castello di Varese Ligure e quello di Monte Tanano. Successivamente quest'ultimo fu occupato dal nobile Landi di Compiano (1478), alleato del duca di Milano. Per riconquistare il castello Gian Luigi Fieschi usò uno stratagemma: fece arrivare nelle vicinanze della costruzione un gruppo di armati facente parte dell'esercito del re Ferdinando I di Napoli, suo alleato in guerra col ducato di Milano e convocò un numero impressionante di abitanti dei paesi del circondario (Comuneglia, Cassego, Castiglione, Lagorara) comprese donne e bambini, ai quali consegnò tamburi, corni e bandiere. Durante la notte furono accesi gran fuochi e cominciarono a diffondersi i suoni dei corni e dei tamburi, mentre il gruppo di armati cominciò l'assalto. Le truppe lombarde e del Landi, convinte di essere assalite da un numero impressionante di nemici, fuggirono spaventate, abbandonando la difesa del castello che fu poi conquistato dal Fieschi e dai suoi alleati. La distruzione del maniero (1492), voluta da Gian Luigi Fieschi per evitare nuove conquiste da parte dei nemici e per contenere le spese di gestione, precedette di qualche anno la costruzione del nuovo quartiere a Varese Ligure, lungo la sponda sinistra del Crovana. Le nuove case presentano alla base enormi pietre che, come si dice e si legge anche nella Cronaca dell'abate Cesena, provenire proprio dal castello di Monte Tanano. Le rovine del castello sono perfettamente visibili ed è possibile raggiungerli con una bella passeggiata, partendo dal centro di Varese Ligure. Dell'edificio rimangono ben pochi resti, tra cui quelli di un torrione circolare in pietra a vista, realizzato con muratura a sacco. Diverse pietre sbozzate utilizzate per la muratura della fortezza sono state col tempo asportate e reimpiegate nelle costruzioni dei paesi limitrofi. L'area in cui si trovano questi ruderi è sottoposta a vincolo architettonico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Monte_Tanano, http://www.buto.it/CastelliFortezze/CastelliFortezze.html, http://beniculturali.altaviadeimontiliguri.it/beniAVML/it/schedabeneview.wp;jsessionid=E72B2ECDB3C3D130B22533E299ADAED6?contentId=SBN554

Foto: entrambe di uam50, su http://www.panoramio.com/photo/15081879 e su http://www.panoramio.com/photo/15081838

lunedì 25 gennaio 2016

Il castello di lunedì 25 gennaio






SAN MICHELE SALENTINO (BR) - Torre San Giacomo

Torre San Giacomo è un casale di età medioevale, dove storia e suggestione si fondono con ospitalità e sapori. E' testimone della costituzione civica di una comunità oggi rappresentata dai cittadini di San Vito dei Normanni. Attorno alla sua torre merlata e ai casali di Campodonato e Campidistrutto, infatti, si sviluppò l’antico borgo medievale di San Vito degli Schiavoni, i primi abitanti di questo posto, molto probabilmente Croati in fuga dalla furia saracena e attratti dalla fertilità e dalla lussureggiante vegetazione di questo territorio. Il Casale San Giacomo, nel corso dell’età medievale possedimento di diversi feudatari, in età contemporanea è divenuto sinonimo di ospitalità, ricevendo un battesimo storico tra i più singolari. È qui, infatti, che re Vittorio Emanuele III si rifugiò quando nel 1943, all’indomani della firma dell’armistizio, lasciò Roma. Grazie a un’attenta fase di restauro l’antica struttura è stata completamente ripristinata con l’accortezza di chi sa ospitare ogni genere di evento preoccupandosi di non disperdere la memoria della storia e della tradizione. Altri link suggeriti: http://www.midiesis.it/midiesis/?p=13439 (con delle foto antiche), http://www.justdog.it/poi/35744/ristorante-tenuta-torre-san-giacomo.aspx

Fonti: http://www.torresangiacomo.it/it/storia/ (sito web ufficiale)

Foto: la prima è presa da http://www.brindisiweb.it/provincia/sanmichele/smichele6.jpg, la seconda da http://www.torresangiacomo.it/it/storia/

domenica 24 gennaio 2016

Il castello di domenica 24 gennaio






TUORO SUL TRASIMENO (PG) – Torre in frazione Vernazzano

La località viene nominata per la prima volta nel testamento del marchese Enrico III dei Marchiones, scritto nel castello di Pierle nel 1098, che lo donava ai benedettini. Il castello di Vernazzano si trova sulla sommità di uno sperone roccioso (430 m s.l.m.): costruito intorno all'XI secolo, era dunque proprietà del monastero di Santa Rita di Petroia, appartenente alla diocesi di Città di Castello. Solo nel 1202 l'abate lo donò al Comune di Perugia, che ormai aveva fatto suo l’intero territorio del lago. Sappiamo che nel 1282 il castello contava circa 250 abitanti, la sua posizione lo rendeva pressocchè inespugnabile. I perugini per riaverlo dai Michelotti che l’avevano occupato nel 1383, dovettero sborsare 350 scudi non riuscendo a riprenderlo con le armi. Il castello si trovava lungo la strada collinare che congiungeva Perugia a Cortona. Nel XIV secolo le sue difese vennero ristrutturate e migliorate: tra queste annoveriamo la famosa torre di guardia che venne restaurata nel 1455. Nel 1479 subì l’attacco dei Fiorentini che lo incendiarono e saccheggiarono. Nel 1527 viene descritto, nella Trasimenide di Matteo dall'Isola Maggiore, come oramai in declino e pressoché spopolato, a causa delle continue pestilenze, carestie e guerre. Nel 1750 un terremoto e alcune frane danneggiarono pesantemente la chiesa e le case nonché il terreno di supporto, dando la caratteristica inclinazione alla torre di guardia, tuttora esistente e pendente: il castello si spopolò definitivamente e venne costituito un nuovo agglomerato di case leggermente più in basso (Santa Lucia, 393 m s.l.m.), ad est del torrente Rio. Del castello purtroppo, oggi rimane solo qualche frammento delle mura. La Torre Torta del Castello ha una pendenza ben maggiore di quella della Torre di Pisa, di circa 13° sulla verticale. Praticamente la cima, sporge per quasi due metri e mezzo dalla base; la sua caduta è frenata da una struttura metallica di sostegno assicurata, tramite tiranti, al terreno. Per visitare la torre di Vernazzano occorre raggiungere l'abitato di Vernazzano vecchio e qui seguire il facile sentiero che, dopo il guado con il ponte in legno sul torrente Rio, vi porta fino alla pianetta della Torre di Vernazzano. Ecco un video, di Andrea Rampini, ad essa dedicato: https://www.youtube.com/watch?v=B-lmaem4bvg




sabato 23 gennaio 2016

Il castello di sabato 23 gennaio






CASTELLI CALEPIO (BG) – Castello dei Conti di Calepio

L’origine del castello risale all’anno 1430, come riportato da un’incisione sull’arco d’ingresso. Il maniero, inserito nel borgo medievale del paese di Calepio (fuso nel 1927 nel comune di Castelli Calepio, ma tuttora è parrocchia Arcipresbiterale indipendente e centro del Vicariato) tuttora perfettamente conservato, venne edificato al posto di un precedente fortilizio che, distante poche decine di metri in direzione nord-est, fu distrutto dagli attacchi di Niccolò Piccinino nel 1428 e da successivi scontri nel 1437. I ruderi di questo rimasero visibili fino al XIX secolo, epoca in cui Gabriele Rosa ne diede un’esaustiva descrizione: si trattava di una struttura di dimensioni più ridotte e collocata su un promontorio con burroni che lo cingevano su tre dei quattro lati del perimetro. Nel contesto dei suddetti scontri, inseriti nelle lotte tra Milano e Venezia, la famiglia Martinengo, proprietaria dell’antica fortezza e di gran parte dei territori della zona, prese le parti della Serenissima Repubblica di Venezia ricevendo, una volta terminate le lotte con la vittoria dei veneziani, sia l’autorizzazione e l’aiuto economico per la ricostruzione del castello, sia l’investitura feudale delle terre della Val Calepio, assumendo quindi il nome di Conti di Calepio. Il capostipite del ramo calepino della famiglia fu il conte Trussardo, che diede il via ai lavori del maniero. Inizialmente la struttura fu impostata unicamente per scopi difensivi per trasformarsi poi, con continue aggiunte e modifiche apportate nei secoli, in dimora signorile. Gli interventi maggiori vennero eseguiti tra il XVII ed il XVIII secolo che, cominciati dal conte Orazio da Calepio, videro l'aggiunta di numerose stanze e giardini. Nel 1842, in seguito alla morte dell’ultimo discendente del casato, l’intera struttura venne donata all' Ente Ospizio Calepio che si prendeva cura delle ragazze dei paesi del circondario appartenenti ai ceti meno abbienti. Questo ente in seguito, mutate le condizioni sociali ed economiche degli abitanti a partire dalla seconda metà del XX secolo, abbandonò la sua missione originale per occuparsi della valorizzazione del castello, promuovendo interventi di recupero ed iniziative culturali, tra cui quella dedicata ad Ambrogio Calepio (figlio del fondatore Trussardo I), inventore del primo dizionario latino (detto Calepino). Il maniero è posto in ottima posizione panoramica sulla valle del fiume Oglio, la quale forma una scarpata che delimita il lato sud della struttura. La parte ovest è anch’essa difesa naturalmente da Cimavalle, mentre gli altri due lati, Nord ed Est, sono invece protetti da un profondo fossato. Tutto il perimetro è delimitato da una cinta muraria costituita da pietre di piccole dimensioni con una merlatura guelfa, più tardi sostituita o integrata con una a coda di rondine quando il maniero divenne residenza signorile. Il lato a nord possiede alle due estremità altrettante torri: una di piccole dimensioni ed un’altra a base quadrata, probabilmente già esistente prima della costruzione del castello e successivamente integrata in esso, che è posta a fianco dell’ingresso, a cui si accedeva tramite un ponte levatoio. A fianco di quest’ultima se ne trova un’altra, anch’essa antecedente al 1430 ed inizialmente esterna al castello. Parzialmente distrutta dagli scontri della prima metà del XV secolo, a partire dal 1433 venne utilizzata come cappella dedicata a San Maurizio ed integrata al resto della struttura durante gli interventi strutturali attuati nella prima metà del XVII secolo. Questi riguardarono anche l’ampliamento delle mura e l’aggiunta di una nuova ala posta a nord-est a scopo residenziale, nella quale si trovano sia camere con decorazioni ed affreschi di Luigi Deleidi (detto il Nebbia) e tappezzerie francesi, sia un porticato a colonne. Altri importanti interventi interessarono la zona a Sud-Est che venne dotata di contrafforti nell’area perimetrale, al fine di dotarla di due grandi giardini all’italiana, ed una nuova cappella dedicata all’Angelo Custode ed a San Celestino Martire. Quest’ultima, ricavata da uno spazio tra il ponte levatoio ed il portone, venne costruita tra il 1693 ed il 1695 ed al proprio interno vi venne collocato il corpo di San Celestino Martire, da poco scoperto nelle catacombe romane e precedentemente custodito in modo provvisorio presso il vicino Castello di Trebecco. Nell’attuale struttura si possono ammirare anche decorazioni di alta qualità in stile rococò e neoclassico risalenti rispettivamente al XVIII ed al XIX secolo, tra cui gli stucchi attribuibili a Muzio Camuzio e gli affreschi di Innocenzo Carloni. Al centro del cortile inoltre fa bella mostra di sé la statua del fondatore Trussardo da Calepio. Altri link: http://www.milanofuoriporta.it/castello_di_calepio.htm, http://www.didadada.it/file/ilmedioevoacastellicalepiocredaroesarnico-1.pdf, http://www.comune.castellicalepio.bg.it/pn/ContentExpress_display_bid23__mid24_ceid16.php

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Calepio

Foto: entrambe sono di Ago76 su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Calepio#/media/File:CastelliCalepio_castello_conti_02.jpg e su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:CastelliCalepio_castello_conti_01.jpg

venerdì 22 gennaio 2016

Il castello di venerdì 22 gennaio







CIVITELLA PAGANICO (GR) - Cassero senese in frazione Paganico

Lo sviluppo di Paganico, e il suo passaggio da semplice villaggio a borgo murato, è legato alla dominazione Senese di quest'area della Maremma iniziata nel 1193. L'insediamento fortificato, posto alla confluenza del fiume Ombrone e del torrente Lanzo, fu realizzato lungo la strada che da Siena, passando da San Lorenzo a Merse e Forcole, portava a Roselle e Grosseto, dando così origine ad una vera e propria "terra nuova", un antemurale posto nel cuore dei nuovi domini meridionali senesi. Per agevolarne lo sviluppo l'insediamento fu reso esente da tasse di natura signorile e da imposizioni fiscali tanto che il suo primo nome fu Castelfranco Paganico. Per accrescerne l'importanza nel 1294 il borgo fu fatto sede di un mercato regolamentato e come mercatale divenne il grimaldello più potente per scassinare l'antico sistema economico feudale della zona, già controllata dagli Ardengheschi. Per completare l'innalzamento del suo rango dal 1303 Paganico fu sede vicariale. I danni provocati dalle compagnie di ventura e la pessima aria malarica della Maremma, all'epoca in più punti un acquitrinio paludoso, causarono già alla metà del 1300 lo spopolamento di Paganico e il suo conseguente decadimento. Il Cassero Senese è la principale struttura fortificata dell'omonima località del comune di Civitella Paganico. Un primo complesso fortificato fu eretto dai Senesi attorno alla metà del Duecento per il controllo della via di comunicazione lungo il fiume Ombrone che da Siena conduceva verso Grosseto. La prima cinta muraria del 1278 fu distrutta nel 1328 da Castruccio Castracani. Poco dopo, nel 1334, fu innalzata la seconda cerchia sotto la direzione dell'architetto Lando di Pietro, lo stesso del Duomo Nuovo di Siena. Le mura hanno la forma di un quadrilatero irregolare, quasi trapezoidale, con torri rompitratta quadrate poste ad intervalli regolari, massicce torri d'angolo, quattro porte poste alle estremità dei due assi viari principali, resti dell'apparato difensivo a sporgere su beccatelli ad arco parzialmente visibili e un alto cassero o mastio, che in epoca medicea fu trasformato in un meno austero palazzo signorile, posto a fianco della porta Nord detta anche Senese. Le porte Nord e Sud, alle estremità della via principale, erano dotate di un piccolo barbacane o antiporta. Se si esclude il lato est totalmente scomparso con la sua porta e alcuni tratti a nord, le mura circondano ancora oggi l'abitato più o meno integre. Bellissime le due intatte Porta Grossetana (o Porta Franca), e Porta Senese, entrambe presentano il caratteristico arco acuto sovrapposto ad un arco a tutto sesto ribassato sormontato dallo stemma bianco e nero di Siena. Parzialmente intatta anche la Porta Ovest. Le strutture fortificate, assieme al centro storico di Paganico, fecero parte della Repubblica di Siena fino alla metà del Cinquecento, epoca in cui, a seguito della definitiva caduta dello stato senese, entrarono a far parte del Granducato di Toscana e, da allora, ne seguirono le sorti. Nel 1494 Paganico fu saccheggiato dalle truppe di Carlo VIII. Nel corso dei secoli successivi il luogo perse l'importanza strategica che aveva assunto nelle epoche precedenti ed andò incontro ad un lento declino. Le conseguenze del degrado sono state la perdita di molte parti dell'originaria cinta muraria e il diroccamento di quasi tutte le fortificazioni, mentre il Cassero Senese si è ben conservato nel tempo. La costruzione si presenta come una possente fortificazione costituita da due distinti corpi di fabbrica addossati tra loro. Entrambi rivestiti in pietra e laterizio, si caratterizzano per una serie di finestre che si aprono, nella parte superiore, sia verso l'esterno che verso il centro del paese. Il corpo di fabbrica principale presenta, al livello stradale, una doppia porta costituita da un doppio arco sia sul lato esterno che su quello interno, dove l'arco a sesto acuto riempito poggia su quello sottostante ribassato. Mentre all'esterno i caratteri stilistici risultano piuttosto semplici con una finestra quadrata che si apre tra i due archi, nel lato interno la porta è decorata in travertino e marmo bianco e presenta lo stemma bianco e nero di Siena al di sopra dell'arco inferiore ribassato, sopra il quale vi è una finestra quadrangolare ripartita in due sezioni. Le finestre che si aprono su questo corpo di fabbrica si dispongono su due livelli alla sommità della parete interna, separati tra loro da cordonature, mentre sul lato esterno ci sono tre finestre quadrate sopra l'arco a sesto acuto che si dispongono a triangolo, mentre quelle che si aprono sulla parte sommitale sono disposte su un unico livello che poggia su una serie di mensole sporgenti che racchiudono altrettanti archetti ciechi. La torre, più alta e stretta rispetto al corpo di fabbrica attiguo, presenta anche alcune feritoie che lasciano immaginare il ruolo di difesa ed offesa, oltre alle funzioni di avvistamento.

Fonti: http://paganicogrosseto.blogspot.it/2009/07/blog-post_14.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Cassero_Senese_(Paganico), http://www.castellitoscani.com/italian/paganico.htm

Foto: entrambe prese da http://grossetomaremma1.blogspot.it/2009/11/blog-post.html

giovedì 21 gennaio 2016

Il castello di giovedì 21 gennaio






CREVOLADOSSOLA (VB) - Castello dei Silva

Con il nome Crevoladossola non si intende un centro abitato, bensì un complesso di frazioni, che anticamente facevano parte dell’antica Crebula, che significa fenditura. Il territorio del comune di Crevoladossola data la sua posizione tra le due valli, Divedro e Antigorio, ebbe grande importanza come via di comunicazione. Sotto il ponte napoleonico vi sono ancora le tracce del vecchio ponte, testimonianza dell’importanza di Crevola che si trovava nel mezzo tra la strada del Sempione e quella proveniente dalla valle Antigorio. Altri due ponti, risalenti al periodo romano, permettevano il passaggio attraverso le gole alpine: il ponte maglio, sulla Toce, e il ponte dell’Orco, sulla Diveria.
La strada romana proveniente da Vogogna fungeva da nodo importante proprio al ponte di Crevola, dal quale si diramano le strade per le valli Antigorio e Divedro. Anche in età napoleonica, si sottolineo la rilevanza di Crevola come territorio strategico in funzione commerciale poiché fu costruita la strada che doveva unire Parigi a Milano attraversando il passo del Sempione, e inoltre, si cercò di attuare uno sviluppo economico nel campo della vetreria. Fu culla del ramo principale della nobile famiglia dei Silva (Gio Antonio de Rido della Silva, padre di Paolo I, anche se pretendeva discendere dalla illustre stirpe dei Signori di Clermont del Delfinato, apparteneva a una vecchia famiglia ossolana stabilitasi a Crevola almeno dalla metà del XIII sec.). In frazione Selva sorgeva il castello di famiglia che Paolo I della Silva, condottiero di Francesco I Re di Francia, eresse a propria residenza (citata in antichi testi per i contenuti artistici e affreschi attribuiti a Fermo Stella da Caravaggio) ma che alla sua morte subì barbare devastazioni, non avendo egli lasciato discendenza diretta. Sfortunatamente questo bene architettonico, che qualche secolo fa si presentava imponente, sta sempre più per scomparire, poiché il paese “nuovo” è sorto sulle sue rovine. Il castello, infatti, dopo essere stato abbandonato, subì numerosi incendi e saccheggi e i suoi resti suddivisi in luoghi di possibili costruzioni che si trasformarono successivamente in abitazioni, magazzini, stalle. Di esso rimangono poche tracce originali salvo il portale gotico in marmo bianco e nero, un pozzo, qualche affresco, tracce di un luogo di culto (visibili all’interno di un locale adibito a cantina) e stemmi di famiglia; del resto molte parti dello stesso col tempo sono state adattate ad abitazioni civili, lo stesso municipio insiste in quella che una volta era la torre del castello.

Fonti: http://domodossola.awardspace.com/Crevoladossola.htm, http://www.comune.crevoladossola.vb.it/Guidaalpaese/tabid/10768/Default.aspx?IDPagina=4289

Foto: la prima è di marilena57 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/205751, la seconda invece è presa da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Piemonte/verbania/selv02.jpg

mercoledì 20 gennaio 2016

Il castello di mercoledì 20 gennaio





SANT'OMERO (TE) - Palazzo Marchesale Mendoza

In epoca romana il territorio ebbe un periodo di grande floridezza grazie all'insediamento di varie famiglie nobili, con l'edificazione di due grossi agglomerati: Castrum Rufi (i cui resti sono ancora oggi visibili) con i possedimenti di Lucio Tario Rufo da cui l'attuale frazione di Garrufo e Vicus Stramentarius. Fortificata alla caduta dell'Impero Romano, dal 1154 fu feudo di Gualtiero di Rinaldo e possedimento degli Acquaviva di Atri dal 1528 al 1639. Nel 1644 fu posseduto dai Marchesi di Mendoza, fino all'inizio dell'800. Il paese conserva il rinascimentale Palazzo marchesale dei Mendoza Y Alarcon (XVII sec.), situato in largo Mendoza, che nel tempo è stato ristrutturato. Il palazzetto prende il nome dall’abate don Alvaro Mendoza y Alarçon, signore di Sant’Omero che negli anni 1660-70, volle la sua erezione, anche se la data della costruzione coincide con la signoria in Sant’Omero degli Acquaviva d’Aragona, duchi d’Atri. L’edificio, in laterizio, è articolato in due piani, semplice nella struttura e nello stile; sul lato est è ancora visibile un portico con archi, che immette in un piccolo giardino. Interessante è l’incisione sopra l’architrave del portale: SOLI DEO HONOR ET GLORIA ID - croce - 55, ripreso dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo (cap. 1 verso 1,17), la quale incisione fa pensare che il palazzetto fosse sorto come edificio religioso, anziché politico. Nella descrizione nel suo volume “Sant’Omero nella storia” Franco Zecchini dice: “Resta ancora il palazzetto del feudatario, costruito in varie epoche, con una loggetta medievale e con una facciata arieggiante il Rinascimento, ma senza alcun pregio architettonico”.  
Fonti: http://www.portodeipiceni.it/testi/te67039A.htm, http://www.unionecomunivalvibrata.it/storia.php?id=3&pag=2

Foto: è presa da http://www.turismoteramo.it/wp-content/uploads/2014/05/Sant_Omero_Palazzo_Marchesale_7795.jpg