venerdì 31 gennaio 2014

Il castello di venerdì 31 gennaio






CASINA (RE) – Castello di Sarzano

Con il borgo annesso è uno dei centri più importanti del sistema territoriale matildico, collocandosi lungo la direttrice strategica Canossa (Castello) - Marola (Abbazia) - Carpineti (Castello) - Frassinoro (Abbazia) in collegamento con la Toscana. La prima citazione di Sarzano risale al 958, riportata in un atto di compravendita di Atto Adalberto, proavo della contessa Matilde di Canossa. In una pergamena del 1070 è annoverato tra i beni dati in enfiteusi dal Vescovo di Reggio almarchese Bonifacio, padre della contessa. Nel 1116 abbiamo notizia del castello e di una cappella, riconosciuti dall'Imperatore Enrico V come possesso dei monaci di Sant'Apollonio di Canossa. Dopo il dominio dei Canossa passò nel 1153 in possesso dell’omonimo monastero, quindi, dopo piùdi un secolo di lotte fra i due partiti reggiani degli Inferiori e dei Superiori (due fazioni guelfe), nel 1287 si ebbe l’occupazione stabile del castello da parte dei Fogliani, capi dei Superiori. Nel 1322 il castello fu incendiato dai Reggiani e consegnato ai Canossa del Gesso (ramo collaterale dei Canossa); riconquistato dai Fogliani, nel 1335 lo ricostruirono. All’inizio del ‘400 Nicolò III d’Este, divenuto signore di Reggio, occupò il castello, togliendolo a i Fogliani, e dal 1428 al 1432 lo fece fortificare sotto la direzione di Beltramo Comastri e di Francesco da Salvaterra; a sovrintendere i lavori di fortificazione (ampliamento del mastio e ricostruzione delle mura) figurò in questo periodo anche bolognese Fieravante Fieravanti. Tornato nel 1434 ai Fogliani con Guido Savina III, alla morte del quale passò ai figli Antonio e Bertrando Fogliani che lo cedettero per metà ai Canossa e per l’altra metà ai Vicedomini. Avendo le due famiglie il condominio si alternavano al potere annualmente con inizio al 3 aprile di ogni anno. Nella giurisdizione del feudo (Sarzano, Cortogno, Miara) vi erano anche due osterie, una a Sarzano e l’altra a Migliara, la prima posseduta dai Visdomini e la seconda dai Canossa. Nel 1646 la parte dei Canossa venne ceduta alla Camera ducale, dove nel 1658 il duca di Modena Francesco I d’Este la affidò al suo ministro Girolamo Graziani della Pergola per compensarlo dei servigi avuti. Alla morte del conte Graziani (1675), essendo morto il primogenito, per concessione della duchessa Laura reggente, il feudo passò alla figlia Francesca che sposò nel 1693 il marchese Paolo Carandini di Modena. Nel 1694 alla morte dell’ultimo Visdomini, la sua parte tornò alla Camera ducale e l’anno successivo il duca di Modena Rinaldo d’Este investì l’intero feudo di Sarzano al marchese Paolo Carandini e a sua moglie Francesca Graziani. I Carandini tennero Sarzano fino alla soppressione dei feudi e vi intrapresero importanti restauri ristrutturandone la Rocca nel 1698. Nel 1796 il castello passò al comune, ritornando nel 1815 agli Estensi che con rogito Morandi del 2 marzo 1839 lo cedettero alla chiesa di Sarzano. Oggi è nuovamente di proprietà del Comune di Casina. L’impianto attuale del castello con doppia cinta di mura, tre cortili, mastio e torre quadrata, risale al secolo XV, all’epoca del marchese Nicolò III d’Este. Originariamente la struttura del maniero era organizzata all’interno di tre cerchie di mura: una inferiore con tre porte di accesso (il cui perimetro è oggi ripreso dal tracciato stradale), che comprendeva la chiesa parrocchiale con canonica e una abitazione civile; due superiori concentriche così articolate: un piazzale a recinto come ricetto e difesa degli abitanti, delimitato internamente da un fossato con acqua davanti al portale di accesso con ponte levatoio, un cortile interno con il bastione merlato e i manufatti abitativi ed infine un cortile con la torre difensiva più alta. Restano l'alta torre (alta circa 20 mt), adibita a campanile fino al 1960, il mastio dalle rilevanti dimensioni, con merlatura guelfa provvista di piombatoi e coperta da tetto, infine i resti della cinta muraria. Notabile l'ingresso di cui rimane la porta, con massiccio architrave a mensole convesse. Vi si trova murata una pietra arenaria, l’originale trafugato nel 1993, scolpita con lo stemma dei Carandini-Graziani e l’iscrizione “Paolo Carandini Marchese di Sarzano e la Marchesa Francesca Graziani Carandini Contessa di detto Feudo Consorti e Condomini restaurarono questa Rocca -anno 1698”. Quel che rimane oggi della rocca di Sarzano è dovuto a Corrado Ricci, che, quando nel 1885 la si voleva demolire per costruirvi la nuova chiesa, visitò i ruderi e scrisse sul “Fanfulla”: “.... È una delle rocche più eleganti e meglio conservate dell’Appennino emiliano .... appare stupendamente pittoresco, né i vecchi possessi della contessa Matilde hanno forse castello più artistico”. Nel 1887 il canonico mons. Francesco Gregori propose, a sue spese, un razionale restauro al cadente tetto della rocca: “generosa e nobile offerta, rimasta però senza effetto per incuria dei Sarzanesi”. Nel 1989 il Castello con le sue dipendenze e la Chiesa vennero acquistati dal Comune di Casina che provvide al recupero (e la messa in sicurezza a seguito alle scosse telluriche avvenute nel 1996), alla riqualificazione e valorizzazione del complesso monumentale. Durante i lavori per il restauro delle mura del castello sono venuti alla luce i resti di antiche strutture murarie che riguardano almeno due edifici distinti. Lungo il margine orientale del cortile interno del castello le mura affioranti disegnano la pianta di un edificio realizzato in muratura a sasso, con una caratteristica forma semicircolare. All’interno dell’edificio absidato, che al meno nella parte di muratura inferiore appare assai antico, sono state rinvenute sepolture ed ossari scavati nella nuda roccia. Si tratta dei probabili resti di una chiesa od oratorio castrense costruito sulla sommità. La roccia basale è stata individuata alla quota di 1 metro e 30 al di sotto dell’attuale piano di calpestio. Al di sopra il terreno, di colore scuro, è denso di frammenti di carboni e materiali ceramici risalenti ad un’epoca compresa tra il X ed il XIV secolo. Oggi il complesso di Sarzano è formato dal Castello vero e proprio, che occupa la sommità del colle, e dal borgo di nord-est, che annovera la ex chiesa di San Bartolomeo con la sua canonica (oggi ostello e bar), una casa mezzadrile (l’attuale locanda) e un fienile (il ristorante). Il Torrazzo costituisce l'elemento più interessante del complesso del castello di Sarzano. Le rilevanti dimensioni planivolumetriche resero questa struttura adatta non solo ad uso difensivo ma anche ad uso residenziale, probabilmente già in epoca feudale fu adibita a dimora signorile. Il complesso di Sarzano è oggi un prestigioso contenitore culturale, ricco di eventi quali mostre, concerti, letture filosofiche, spettacoli teatrali che si alternano durante l'anno con successo. Il castello ha un suo sito ufficiale, di cui consiglio la visita: http://www.castellodisarzano.it.
Video suggerito: http://matildedicanossa.galmodenareggio.it/itinerari_matildici/audioguide_1/comune_casina_castello_sarzano.aspx
Scheda Compilata da: Cetty Giuffrida su http://www.icastelli.it, http://matildedicanossa.galmodenareggio.it, http://reggioemiliaturismo.provincia.re.it


mercoledì 29 gennaio 2014

Il castello di giovedì 30 gennaio






BUCINE (AR) – Castello in frazione San Leolino in Val d’Ambra

Su un largo sperone di roccia d´arenaria sono poste le solide fondamenta della cinta muraria del castello di San Leolino, edificata con grossi e robusti blocchi di calcare, più grandi alla base e più piccoli via via che salgono. Questa cinta, che conserva ancora intatta la sua originale forma ellittica, era interrotta dall´unica porta di accesso al castello. Tale porta era ancora al suo posto il 21 maggio 1777, giorno in cui i magistrati deliberarono "opera in grado minacciante rovina con pericolo dei viandanti la porta castellana di San Leolino......con loro legittimo......ordinano di far demolire la porta e di far nota in più della copia della spesa......". La data di fondazione non è certa. Un documento della fine del Duecento cita il castello che potrebbe essere stato edificato già nel secolo precedente. Le vicissitudini del castello e del limitrofo borgo sono note in quanto dettagliatamente ed accuratamente descritte in validi libri di storia, arte ed architettura e ricalcano le vicende degli altri castelli della Val d´Ambra, contesi per secoli tra Firenze, Arezzo e Siena e spesso dilaniati anche da lotte intestine. Non sempre il castello di San Leolino è citato nel corso degli avvenimenti che riguardano la Val d´Ambra dal Duecento in poi, anche se quasi sicuramente ne fu partecipe e soprattutto vittima. Nella seconda metà del Duecento la Val d´Ambra faceva parte dei possessi dei conti Guidi di Modigliana. Per quasi due secoli si trovò coinvolta nelle lotte fra Guelfi e Ghibellini. La battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260 segnò la disfatta dei Guelfi ed assicurò un raro periodo di tranquillità alla Val d´Ambra, totalmente in possesso dei Ghibellini. Nel 1289 si registrò un´inversione del fronte. L´11 giugno, dopo la battaglia di Campaldino che vide la disfatta dei Ghibellini, i Guelfi di Firenze si diressero verso Arezzo, ma non potendola conquistare invasero la Val d´Ambra distruggendo molti castelli, tra i quali quasi certamente San Leolino. Come risulta dalle Memorie di Tito Cini, nel 1307 il castello venne saccheggiato e bruciato da Messer Guido di Messer Arduino da Viana che alla testa di trecento cavalieri e duemila fanti arrivò dalla Lunigiana, mandato dai senesi in soccorso dei fiorentini, di cui erano in quel momento alleati, minacciati dalle truppe del legato di papa Clemente V. Nel 1431 il conte Bernardino della Carda degli Ubaldini, lasciati i fiorentini ed alleatosi con il duca di Milano, scese con le sue truppe in Val d´Ambra ed il 1° maggio occupò San Leolino. Altre rovinose incursioni in Val d´Ambra che coinvolsero anche San Leolino si ebbero nel mese di aprile dell´anno 1527 ad opera delle truppe dell´imperatore Carlo V che al comando del duca Carlo di Borbone marciarono contro il papa Clemente VII ed i suoi alleati, il re di Francia, il duca di Milano e Venezia. Carlo di Borbone con l´aiuto dei senesi assediò Roma, la conquistò e la saccheggiò. Fu il famoso sacco di Roma del 1527. Carlo morì durante il saccheggio ed al ritorno le truppe imperiali al comando del principe d´Orange dirette a Firenze devastarono nuovamente la Val d´Ambra. Il 2 agosto 1554 a Scannagallo l´esercito francese comandato da Piero Strozzi, cacciato da Firenze e divenuto il luogotenente del re di Francia in Italia, fu sconfitto da quello mediceo. Il 17 aprile 1555 Siena si arrese per fame all´esercito mediceo e nel 1559 anche Montalcino, ultimo baluardo senese, capitolò davanti alle truppe del duca Cosimo I dei Medici. La Val d´Ambra entrò così a far parte del nuovo stato del ducato di Toscana e tutti i suoi castelli e popoli, pur mantenendo propri statuti, dipesero dalla podesteria del Bucine. Nel 1645 Ferdinando II dei Medici eresse in Feudo il comune di Bucine. Quando la casa Medici si estinse giunsero i Lorena. Francesco II il 27 aprile 1737 decretò l´abolizione di quasi tutti i feudi. Altri link consigliati: http://www.caivaldarnosuperiore.it/castelli/il-castello-di-san-leolino-a-bucine/,


Foto: da http://www.vacationrentals.tuscany.it


Il castello di mercoledì 29 gennaio





ARBORIO (VC) – Castello

La prima menzione del borgo si ha nel 999 in un diploma di Ottone III a favore del vescovo di Vercelli, Leone. Arborio fu confermato ai vescovi nel 1027 dall'imperatore Corrado II e nel 1152 da Federico I il Barbarossa. Nel XII secolo sul territorio dominavano i conti di Biandrate. Nel 1179 il conte Ottone cedette Arborio al comune di Vercelli e contemporaneamente si insediarono i de Arborio, che avevano preso parte alle lotte civili comunali a fianco degli Avogadro, con Guglielmo. Il consortile dei signori di Arborio appariva ben consolidato nel secolo XIV e comprendeva numerose famiglie, tra cui gli Squarra, i Biamino, i Teta, i Gattinara, i de Rege. Nel 1335 il paese passò ai Visconti. Verso la fine del dominio visconteo, nel 1357, il castello venne espugnato e saccheggiato essendo il luogo passato alla giurisdizione dei Savoia. Nel 1404 i de Arborio si sottomisero alla casa sabauda. Tra il 1405 e il 1407 il luogo venne occupato da Facino Cane per conto del marchese di Monferrato. Nel 1407 i de Arborio si sottomisero di nuovo ai conti di Savoia, che acquisirono stabilmente il territorio nel 1427. L'imperatore Massimiliano I nel 1513 inserì Arborio nella contea di Gattinara che venne concessa a Mercurino Arborio di Gattinara, il futuro gran cancelliere di Carlo V. Nel 1525 il duca Carlo III di Savoia rinnovò la costituzione del comitato a favore di Mercurino e l'imperatore Carlo V la confermò nel 1526. Nel 1621 il duca Carlo Emanuele I di Savoia trasformò in marchesato la contea di Gattinara a favore di Mercurino Filiberto Arborio di Gattinara. Il castello è ricordato per la prima volta nel 1224 e nello stesso periodo il Comune di Vercelli impose alla comunità la manutenzione degli spalti e dei fossati. Nel XV secolo è documentata un'area maggiormente fortificata all'interno del perimetro del castrum, detta rocha castri (Ordano 1985, p. 64). Nonostante le devastazioni subite ad opera del Marchese del Monferrato, dagli Spagnoli e dai Francese, la struttura è ancora leggibile. La pianta doveva essere rettangolare, del recinto sono ancora visibili i ruderi di un poderoso muro di cinta e di una torre angolare a pianta circolare. Nella zona più elevata sorge l'antica rocca che rivela alcune delle sue strutture originarie: tratti di merlatura a coda di rondine e tre monofore a sesto acuto, contornate da cornici in cotto. Del complesso rimangono pure alcune case di indubbia origine medievale, alquanto rimaneggiate. La torre porta, inglobata in un fabbricato, era al centro del lato occidentale. Agli elementi più antichi, del XIV secolo, si sovrappongono, nelle cortine, strutture frutto delle riedificazioni del secolo successivo, rappresentate dal paramento esterno in mattoni, con cornici in cotto e merlatura di colmo, ormai non più identificabile. Per alcuni aspetti di carattere giuridico il castrum di Arborio sembrerebbe di appartenenza signorile e non comunitaria, anche se il tessuto urbanistico non lo diversifica dagli altri ricetti della zona. La conservazione degli edifici medievali e degli elementi fortificati residui non appare adeguata, in alcuni casi è del tutto insufficiente. Sulla targa posta dal comune sta scritto: “Il Castello, voluto dal comune di Vercelli per proteggere questa località strategicamente importante, è menzionato nei documenti dal XIII sec. Fu coinvolto nelle lotte fra guelfi e ghibellini e, in seguito, danneggiato dalle incursioni di Facino Cane. Nel 1513 Arborio entrò nella sfera di influenza di Gattinara e subì saccheggi e scorrerie degli eserciti coinvolti nelle guerre fra Spagna e Francia. Le sezioni di mura ancora visibili, con la facciata caratterizzata da ciottoli di pietra disposti a spina di pesce, sono risalenti al XIV sec., mentre la parte esterna, in laterizio, è del XV sec.”.


Foto: da http://novartestoria.wordpress.com

lunedì 27 gennaio 2014

Il castello di martedì 28 gennaio






TRENTO – Torre Vanga

Detta anche “Torre Rossa” - per via del vivo colore dei mattoni dell'affusto - è per maestà, dimensioni, bellezza e importanza la terza torre di Trento dopo il Mastio Cilindrico del castello del Buonconsiglio e la Torre di Piazza. Certamente è il più interessante complesso medievale fortificato urbano superstite, eretto nel XII secolo con finalità strategico difensive. Era il raccordo-baluardo occidentale della cortina murata che veniva dalla porta-torre di S.Margherita, irta di torricelle mediane, e l'allineamento di case e case-forti che costeggiava l'Adige andando a saldarsi alla Torre Verde. Presidiava la Porta Urbica sulla via per Brescia ( il Garda e le Giudicarie ) e il ponte sull'Adige che collegava la città al monastero di S.Lorenzo e al Borgo PiediCastello. Verso la contrada Longa ( attuale via Roma-Manci ) c'era uno sbarramento minore, detto la Portèla. Filtrava il passaggio al cuore della città. Più oltre, sulla riva sinistra del fiume in un piccolo e robusto edificio medievale tutto di pietra, era stabilita la sede degli ufficiali addetti al controllo della navigazione. Di notte veniva tesa sull'Adige, tra la città e l'apprestamento murato della sponda opposta, una catena sostenuta da alcuni pali emergenti. La Torre Vanga si trovava, quindi, al centro di tali dispositivi di sorveglianza e di sicurezza. Il nome dato alla Torre è quello di un’illustre famiglia tridentina, i Vanga, che probabilmente la fecero costruire, nei primi anni del Duecento. Fra i molti principi-vescovi che governarono la città, uno che lasciò segno profondo è certamente Federico Vanga, del quale si conserva nella Biblioteca un pregevole codice, da lui appunto detto "Vanghiano". La torre fu in parte demolita per ordine del Barbarossa, ma anche cosi decapitata conserva un aspetto imponente di fortilizio. Nella rivolta popolare del 1407, provocata dalla tirannia del principe-vescovo Giorgio di Liechtenstein, questi fu sconfitto e – caduto in mano al popolo, capitanato da Rodolfo Belenzani – fu rinchiuso a Torre Vanga. La prigionia del principe non fu lunga, perché Enrico di Rottenburgo riuscì a sconfiggere i rivoltosi e ad eliminare il loro capo. L'austera torre alta 39 metri e articolata su 7 piani, poggia su di un basamento di conci di calcare bianco contro il quale fluivano le acque dell'Adige prima della deviazione del 1858. A tale scopo, gli ignoti architetti del XII secolo concepirono la muraglia di settentrione a due lati disuguali si da formare uno sperone ad angolo ottuso. Perciò, fino ad una certa altezza, l'affusto ha forme pentagonali. Tale particolarità costruttiva fu verso la fine del XVI secolo posta in evidenza da Innocenzo a Prato, che descrive la Torre Vanga o Torre del Ponte, grande e quadrata sebbene abbia cinque lati. Di poi, l'angolo è assorbito, gradualmente dal prato di mattoni perfettamente quadrangolare. Il coronamento è merlato “ alla Ghibellina”. Nasconde il tetto ad una falda del quale, sulla facciata nord si osserva la linea dei fori di gronda. Le finestre quadrangolari, cornici di calcare bianco, doppia inferriata, corrispondono ai primi quattro piani voltati nell'ottocento. Le finestre a pieno sesto, ghiera di cotto, del sesto piano, le feritoie a spacco, l'aerea porticina del secondo piano, fronte ovest, a ghiera di cotto, inserita cromaticamente nel passaggio tra l'affusto di pietra e quello di mattoni, si riferiscono alla costruzione medievale. Così dicasi della bifora del primo piano. L'ingresso della torre era protetto da una struttura murata che contornava l'augusta corte. Poggiava sulla spalla del ponte. C'è da chiedersi se l'aerea porticina di cui sopra non fosse in comunicazione diretta con l'apprestamento murato della porta urbica all'inizio del ponte, verso la città. Il rivellino poggiava infatti sulla spalla sud del ponte. Era sostenuto da quattro potenti arconi di pietra proprio a ridosso della Porta di S.Lorenzo o Porta Bresciana. Dalla parte opposta il ponte era guardato da una torretta e un muro merlato. La strada si svolgeva fra questi apparati difensivi e la cinta del monastero benedettino poi domenicano. Le finestre quadrate, a doppia inferriata furono aperte verso il 1810, quando la torre fu dal Governo Italico destinata a prigione criminale. Il ricordo delle carceri e dei carcerati è discretamente vivo. I davanzali di pietra sono pieni di graffiti con nomi e cognomi e anni di pena. Il terzo piano è particolarmrnte eloquente. Sopra la porta della divisoria è dipinta la Madonna Addolorata con le sette spade nel seno e due santi a lato. Anche Torre Vanga funzionò a lungo da prigione, certo più umana della Torre consorella. Sottoposta a lavori di restauro, è stata poi riaperta ai turisti per permettere anche una visione di Trento dall'alto. All´interno ospita il Laboratorio di restauro ligneo della Provincia Autonoma di Trento. Per approfondire consiglio: http://www.ladigetto.it/permalink/5109.html

Foto: di Marco Moreschini su http://rete.comuni-italiani.it e di Matteo Ianeselli su http://commons.wikimedia.org

Il castello di lunedì 27 gennaio






FRAMURA (SP) – Torre carolingia in frazione Costa

La torre di guardia di epoca carolingia (sec.IX) così come la Pieve di S. Martino sono state oggetto di numerose ricerche. Cimaschi scrisse, commentando su suoi studi precedenti: “La Torre della Costa di Framura rappresenta uno degli esempi più tipici di architettura militare,tanto povera quanto ricca di fascino. Parlo di architettura 'militare' perché si trattava chiaramente, in origine, di una torre di guardia, e di eventuale sporadica resistenza, contro incursioni che l’ubicazione e la storia della zona fanno attribuire a scorrerie saracene. Una costruzione di straordinaria robustezza, dallo spessore delle pareti costruite a grandi blocchi irregolari, particolarmente imponenti nella parte inferiore e nell’impianto di fondazione, con volte a crociera nel piano inferiore, sopportate da archi laterali. La pianta è quadrata, a due piani non rastremati, diminuenti per riseghe esterne con fregio a dente di sega che corre alla cornice dei due piani. Come rilevò il Formentoni nell’ormai lontano 1925, si tratta di un complesso di elementi che possono indubbiamente richiamare prototipi del Basso Impero e dell’Alto Medioevo e che suggeriscono una datazione riferibile ad epoca grosso modo carolingia (più o meno, sec. IX), tesi che accettai senza riserve nel mio primo studio sulla pieve di Framura, del 1956. Anche oggi, benché largamente superati… per età, gli entusiasmi giovanili, che a volte portano ad assegnare con troppa facilità datazioni eccessivamente alte, resto sostanzialmente della stessa opinione! Non tanto per gli elementi stilistici che ho indicato – che in ambienti stilisticamente poveri e conservativi possono anche persistere a lungo tempo – quanto per il fatto che la nostra torre si differenzia nettamente dalle forme che si andarono poi manifestando e consolidando nell’architettura feudale dei castelli lunigianensi (Vezzano, Mulazzo, ecc.). 'Si può dunque riferire l’edificio – come diceva il Formentoni – ad un periodo di tempo nel quale i sistemi di costruzione romana non avevano ancora subito una profonda modificazione'. Quanto alla sua funzione originaria, come abbiamo visto si trattava indubbiamente di una torre isolata di guardia o di osservazione, sulla falsa riga delle tante sorte un po’ ovunque nei territori dell’ormai decaduto Impero Romano. Una caratteristica che convalida la datazione proposta,poiché, tra la fine dell’Impero (anche sotto forma di appendice bizantina, la Provincia Maritima Italorum) e la formazione del regime feudale, l’unico tentativo di dare vita ad una qualche forma organizzata di difesa costiera, risale proprio a Carlo Magno ed ai suoi successori. In epoca successiva- senza poter essere troppo precisi, diciamo tra il Mille ed il Millecento alla torre fu addossata la Chiesa di San Martino, di origine certamente monastica (probabilmente matrice S. Colombano di Bobbio), poi sottomessa, nella seconda metà del sec. XII, alla Diocesi di Genova. Che dalle opere murarie rese necessarie da questo collegamento, che – detto per inciso – rappresenta un esempio architettonico molto raro in Italia (le Chiese con il campanile affrontato sono piuttosto diffuse nella Francia del Sud), possa essere nata la tradizione popolare che vede nel toponimo Framura il ricordo dei 'frati che murano' non può essere escluso a priori, anche se la testimonianza erudita, ma molto tarda (sec. XV), dell’annalista Mons. Giustiniani preferisce l’accostamento di Framura a 'ferra mula, per le sue strade aspre e sassose'. Un sommario saggio di scavo, effettuato alla fine degli anni settanta sotto il piano terreno, ha messo in luce una tomba rettangolare a cassa, senza corredo, con copertura a lastre di ardesia, sottostante alle fondamenta, di per sé non databile, ma del tutto compatibile con l’eventuale attribuzione ad un momento non determinabile dell’Alto Medioevo”». La torre é stata sottoposta a lavori di restauro negli ultimi anni, con un finanziamento regionale di 250 milioni, che hanno permesso il consolidamento della costruzione, oggi adibita a spazio polivalente per attività culturali e religiose.

Fonti: http://www.comune.framura.sp.it/sa/sa_p_testo.php?idservizio=10003&x=376f975a97c02a84d026ecb2c37b784a, http://www.cinqueterreedintorni.com

Foto: di Twice25 & Rinina25 su http://it.wikipedia.org e da http://www.amalaspezia.eu

sabato 25 gennaio 2014

Il castello di domenica 26 gennaio






LOTZORAI (OG) – Castello di Medusa

La fortificazione si trova impiantata sulla sommità di una collina di roccia granitica, alta circa una cinquantina di metri situata all'altezza del Km 144 della SS.125 all'ingresso sud dell'abitato di Lotzorai. La sua storia è legata a questa località e all'intera piana. Si cominciò a chiamarlo così nell'Ottocento; nel tardo mondo antico e nell'alto medioevo, questa fortificazione si chiamava Ogliastri Castrum, forse dal nome della perdalonga oppure dalla pianta dell'olivastro. Ha avuto una storia movimentata e travagliata; è stato spesso al centro degli avvenimenti che hanno riguardato tutta l'Ogliastra. Trovandosi al confine tra la piana e le circostanti montagne e pressoché sulla riva del mare, ha sempre costituito un caposaldo di primaria importanza, permettendo il controllo completo del litorale di Lotzorai. Per la sua favorevole posizione geografica fu base di insediamenti per l'avvistamento e la difesa del territorio da attacchi nemici, sia via terra che via mare. Si presume che in epoca nuragica e poi fenicia questa altura fosse un luogo di culto. Dal V al II secolo è stata una fortezza punica. Divenne poi presidio militare romano a difesa del Sulpicius Portus. Continuò ad esserlo anche nel periodo bizantino e giudicale a difesa delle incursioni barbaresche dal mare. Intorno all'anno 1000 fu costruito sul colle, sopra le fondamenta esistenti, un vero e proprio castello dai Giudici di Cagliari, subito distrutto dai saraceni, quindi ricostruito nel 1052. I sistemi murari perimetrali , che costituivano la parte difensiva del Castello, si adattavano alla morfologia della roccia, sviluppandosi planetricamente in una costruzione pentagonale irregolare. Per un periodo imprecisato fu di proprietà della famiglia pisana dei Sismondi che frattanto erano diventanti Giudici di Ogliastra. Fu nuovamente distrutto in epoca imprecisata. Nel 1257 il Giudice Giovanni Visconti di Gallura s'impadronì del Giudicato d'Ogliastra e il castello fu ricostruito. Passò quindi nel 1258, ai visconti di Genova e nel 1308 nuovamente ai Pisani. Nel 1324 epoca della conquista aragonese della Sardegna e quindi anche dell'Ogliastra il castello fu assediato e distrutto dal marchese Francesco Carroz, inviato in Sardegna dall'infante Alfonso di Aragona. Tutta la Regione e il castello divennero giudicali agli inizi del 1366 e rimasero in mano alle truppe giudicali almeno fino al giugno del 1409 quando furono riconquistate dal capitano generale Berengario Carròs di Quirra. Nella carta della Sardegna di Sigsmondo Arquer del 1558 è possibile osservare il prospetto del castello. Dalle dimensioni di questa rappresentazione possiamo immaginare la vastità della fortificazione in epoca medioevale, che presentava due torri angolari a pianta rettangolare ed un alto mastio conico centrale. Il Castello di Lotzorai doveva essere comunque ancora in buone condizioni nel 1557 quando Guglielmo Raimondo Carròs conte di Quirra, lo donò al figlio Ludovico, riservandosene però l'usufrutto. Attualmente sono rimaste solo le rovine (in granito rosso) del castello, avvolte da vegetazione, seppure agevolmente accessibili. Si è mantenuta, anche se in cattivo stato, la cerchia delle mura, la facciata est e una stanza col soffitto ad arco e l'intonaco bianco. Tra le tante leggende che lo riguardano, si narra che vi abbia soggiornato la Principessa di Navarra, e che vi sia un passaggio sotterraneo che attraversi il paese e raggiunga il fiume, per permettere la fuga immediata in caso di pericolo. Ecco un interessante video trovato sul web: http://www.youtube.com/watch?v=MafEN5XkZEM
Foto: di Mauro Mereu su http://it.wikipedia.org e da lotzorai.altervista.org  

Il castello di sabato 25 gennaio






ALA’ DEI SARDI (OT) – Castello Corda-Colonna

In periodo medievale il territorio di Alà faceva parte del giudicato di Torres, nella Curatoria di Lerron, paese che ormai non esiste più. Poi, con l'espansione sotto Mariano II del giudicato d'Arborea, nel 1272 entrò a far parte di questo giudicato, e vi rimase fino alla pace tra Mariano III d'Arborea e gli Aragona. Dopo la conquista definitiva della Sardegna da parte degli Aragonesi, nel 1420, Alà fece parte della Contea di Olivà appartenente a feudatari Spagnoli, i duchi di Gandia, fino alla fine della dominazione spagnola. Alà sorse nel periodo della dominazione spagnola, attorno al XVII secolo, grazie alla costruzione nel 1619 della chiesa di Santa Maria, che costituiva il punto di incontro delle famiglie di pastori che abitavano sull'altopiano. Era un centro di modeste proporzioni, considerando che nel 1688 si contavano ad Alà solo 188 abitanti. Sotto la dominazione dei Savoia, nel 1823 passò per questo centro, che nel frattempo era cresciuto, Alberto La Marmora, più correttamente Alberto Ferrero conte della Marmora o conte de La Marmora, che era stato confinato in Sardegna ed era diretto a Nuoro. Egli portava con sé l'ordine del re di ricevere cavalli freschi per proseguire il viaggio verso la Barbagia, ma il sindaco di Alà si rifiutò, annunciando una protesta presso il governo di Madrid, dato che credeva di essere ancora sotto la dominazione spagnola, finita invece da più di un secolo e mezzo. Alberto La Marmora dovette dormire all'addiaccio, in un angolo vicino alla via che oggi porta il suo nome. Il centro storico di Alà risale al 1600. È composto da palazzotti in granito, dalla forma allungata, con infissi e poggioli in ferro battuto. La costruzione più importante è il ''castello Corda-Colonna'', edificato nella seconda metà dell'Ottocento e residenza di una famiglia molto influente e importante per la storia della comunità. È stato restaurato di recente, e in una parete esterna è stato dipinto un murales che ricorda l'ultima bardana, quella del 1870, ossia il tipico reato di brigantaggio commesso da quaranta banditi, che erano scesi in paese ed avevano saccheggiato il suo unico negozio. L’edificio è stato acquistato dal comune, che vi ha realizzato un centro culturale.
Fonti: http://www.comune.aladeisardi.ot.it/cultura/cultura.asp?id=39&ln=IT, http://www.lamiasardegna.it, http://www.aladeisardi.altervista.org

venerdì 24 gennaio 2014

Il castello di venerdì 24 gennaio





BALVANO (PZ) - Castello normanno o dei Conti di Girasole
Storicamente il nucleo originario del paese, che si snoda intorno all'antico castello, è databile all'epoca longobarda. Balvano fu eletto a contea sotto i Normanni e nel XII sec. fece parte del Principato di Salerno. In questo secolo fu governato dalla nota e potente famiglia normanna dei Balbia (o Balbano). Sotto gli angioini questa terra fu posseduta da Metteo de Chevreuse, Giorgio di Alemania e Fortebraccio di Romagna. Fu suffeudo del conte di Buccino e poi di Caracciolo di Sicignano. In seguito il feudo fu venduto da Bernabò Caracciolo a Domenico Jovine, che fu ucciso nel 1647 dalla popolazione insorta contro di lui. Il castello è tuttavia appartenuto alla famiglia Jovine fino al '900. L'edificio sorge sullo sperone di una roccia che emerge di circa 20 m a NE e di altri 60 m a SO rispetto al suolo circostante. La geomorfologia, la posizione dominante, la rada vegetazione, identificano due componenti essenziali del sito, quella relativa alla natura impervia dei luoghi, e l'altra connessa agli interventi dell'uomo, leggibile nel rapporto tra l'edificio che si staglia imponente a guardia della gola di Romagnano, ed il paese che, concentrato in gran parte sotto la rupe, occupa il falsopiano circostante. Il nucleo originario, costruito in epoca normanna (X secolo) non è più ormai identificabile per i successivi ampliamenti (il primo dei quali nel 1278) e per i moti tellurici. Sono visibili gli accenni di due torri-vedetta originarie del primitivo impianto, il quale dovette essere comunque molto ristretto rispetto all'edizione integra che dell'intera fabbrica ci è pervenuta dal 1806. La presenza delle due torri, a quote diverse, si rivelano rispettivamente nella parte alta, laddove la muratura che contiene il portale d'ingresso appare ripresa sul contorno con sfalsamento di piano; e, nella parte bassa, nel raddoppio di muratura laterale all'androne di accesso e nel basamento scarpato. Originariamente il castello era racchiuso da una cinta muraria con una torre cilindrica all'angolo SO e si componeva di due corpi distinti, di cui uno a quota più bassa dove si apriva il portone di ingresso. Da qui partiva un lungo androne che si immetteva su una rampa gradonata, la quale si collegava con il secondo corpo: l'edificio vero e proprio. Il maniero si sviluppava intorno a un cortile interno. I caminetti del secondo piano, realizzati in pietra locale, sono ancora in buono stato. Ingenti sono stati i danni causati dal sisma del 23 novembre 1980 che ha provocato numerose vittime soprattutto bambini e ragazzi. Il corpo di fabbrica basso, caratterizzato da muratura in pietrame, orizzontamenti a volta e coperture a tetto, ha subito crolli nel prospetto, nelle volte e parzialmente nel tetto; l'edificio più alto, pure con mura in pietra con orizzontamenti piani di legno e coperture a tetto, ha subito notevoli danni, con crolli parziali nel prospetto, totali per gli orizzontamenti e la copertura, e quasi per intero per gli altri prospetti. Ha ceduto pure la rampa gradonata con l'annesso viadotto archivoltato, ed infine la torre cilindrica a SO della cinta muraria. Attualmente sono in corso dei lavori di restauro, per rendere accessibili alcune aree del castello. La parte più antica è stata consolidata staticamente ed è oggetto di un progetto di completamento, la parte più recente, "la filanda", è stata anch'essa oggetto di un'opera di completamento ormai giunta al termine. Nel castello di Balvano c'erano due cuoche, una giudiziosa e modesta, l'altra ficcanaso e pettegola, capace di creare situazioni anche spiacevoli. La cuoca buona, sempre spiata dall'altra rivale che voleva farsi sempre buona luce nei confronti della moglie del castellano, seccata dell'atteggiamento dell'altra, prese consuetudine di chiudersi in ogni camera del castello durante le faccende. L'altra, per farle dispetto, con un incantesimo si trasformava in una gatta. Così facendo, pensava di non farsi vedere, di continuare a lavorare e di spiare finalmente la collega. Una mattina, appena ritornò da gatta a donna, le chiese: "Comare...quanto vi sono costati gli orecchini d'oro che avete riposto nel comò?". La vicina, sorpresa nel sentirsi rivolgere la domanda, le diede la risposta che desiderava. Un altro giorno, saltando giù dal finestrino, si arrampicò sui fornelli e leccò la teglia dove era a cuocere il pranzo. E poco più tardi domandò all'amica: "Sono davvero gustosi i maccheroni col sugo di lepre?". La comare di carattere riservato restò ancora di stucco per come la collega sapesse tutto, e non riusciva a capire come faceva. In effetti, conoscendo l'attività di fatucchiera della cuoca, le venne il sospetta che quella gatta nera fosse la sua amica, e volle vendicarsi. Una domenica, mentre stava scolando la pasta per il castellano, vide la falsa bestiola e le versò addosso l'acqua bollentissima. La gatta fuggì come una forsennata miagolando. Trascorso un pò di tempo, ricomparve la comare intrigante tutta fasciata e l'altra domandò cosa le fosse accaduto. La furba rispose che mentre scolava la pasta un topo le era passato fra i piedi e le aveva fatto cadere l'acqua bollente. Da allora, si racconta, nel castello di Balvano non girano più gatti, anche se è stato per anni abbandonato. Per approfondire sul castello di Balvano, qui troverete moltissimo: http://www.consiglio.basilicata.it/consiglionew/files/docs/43/97/20/DOCUMENT_FILE_439720.pdf
Inoltre c'è sul web questo interessante video: http://www.youtube.com/watch?v=A4BR-_g-F0I
Foto: di Liberotag73 su http://it.wikipedia.org e da www.mondimedievali.net

giovedì 23 gennaio 2014

Il castello di giovedì 23 gennaio






POMAROLO (TN) – Castel Barco

Complice la sua collocazione sulla strada che costeggia la riva orientale dell’Adige, Pomarolo è sempre stato il centro più importante della Val Lagarina sia durante l’epoca romana che nell’Alto Medioevo. Il villaggio venne distrutto nel 1136 dall'imperatore Lotario III del Sacro Romano Impero. Dalle ceneri dell’incursione imperiale, il villaggio risorse come un piccolo libero comune valligiano, la cui sfera d’influenza comprendeva tutti i villaggi tra Isera, Aldeno e Cimone. Parallelamente, presso la vicina rocca di Castel Barco si originava una famiglia di milites di grande importanza nella storia del Trentino, i Castelbarco. Il castello sorge su un dosso roccioso sopra l’abitato di Pomarolo. La sua posizione è bellissima. Il maniero sovrasta il corso del fiumeAdige, il secolo scorso navigabile e quindi importante via di comunicazione commerciale, nonché il tracciato di quella che fu la strada imperiale cioè l’asse di collocamento privilegiata tra la Germania e l’Italia. Proprietari dell’area furono, forse fin dal 1062,  il Conte Giovanni Castelbarco Visconti, la madre e la sorella. Di sicuro già nel 1171, al tempo di Aldrighetto di Castelbarco, la famiglia viveva nel maniero in qualità di vassalli del Vescovo di Trento. I Castelbarco di Pomarolo possedevano nel 1300 tutti i castelli della Vallagarina. La prima documentazione certa risale all’anno 1198, quando il 16 agosto Briano di Castelbarco in atto di sottomissione lo cedette al Vescovo Corrado II per poi riottenerlo come feudo della Chiesa Tridentina. Si racconta che nel 1354 si incontrarono in questo castello l’Imperatore Carlo IV, un Gonzaga e un Della Scala, indiscusse potenze dell’epoca. Occupato dalla Repubblica di Venezia nel XV secolo, il castello venne distrutto per ordine di Massimiliano I d'Asburgo nel 1508 con un violento attacco ed incendio. Il ricordo dell´alto mastio poligonale, con pietre ben sezionate le une sulle altre, aiuta a delineare la sua origine, quando il maniero era composto esclusivamente da una torre abitativa e da un recinto difensivo (XII sec.). In seguito sopraggiunsero gli altri edifici con scopi residenziali ed una seconda cinta muraria. I Castelbarco, però, divisi in ben otto rami, lo lasciarono dopo che ebbe subìto saccheggi ed incendi. Dal XVI sec., nulla fu più toccato e oggi rimangono pittoreschi ruderi raggiungibili a piedi da Savignano (passeggiata di circa mezz´ora), fra cui sono riconoscibili parte del mastio, parte della residenza, parte del pozzo e della cisterna e le mura perimetrali coperte da fitta vegetazione.


mercoledì 22 gennaio 2014

Il castello di mercoledì 22 gennaio






ASSISI (PG) – Castello di Petrata

Tra dolci colline, in posizione dominante a 600 metri sul livello del mare, a cinque chilometri da Assisi, sorge questa antica fortezza del XIV secolo, completamente ristrutturata dalla famiglia Landrini, tuttora proprietaria, pur conservando nella sua totalità l'impianto architettonico preesistente. La magnifica costruzione trecentesca, con annessa chiesetta del ‘600, è circondata da un contesto naturalistico di grande fascino, con una vista spettacolare sulla vallata umbra. Destinata oggi a country-house, la tenuta offre l’accoglienza calorosa tipica di una residenza privata, l’ambiente ideale per un soggiorno piacevole tra relax, arte e natura. Il castello dispone di confortevoli ed eleganti camere e suite, ognuna delle quali presenta caratteristiche diverse sia nell’arredamento che nella disposizione degli ambienti. Gli spaziosi locali al pianterreno si prestano perfettamente a riunioni, convegni, seminari ed eventi conviviali. Degno di nota è il parco che circonda tutto il castello, venti ettari dove ricercare angoli riservati e romantici tra frutteti, boschi e verdi prati. Vi è un sito dedicato al castello che è il seguente: http://www.castellopetrata.com/


martedì 21 gennaio 2014

Il castello di martedì 21 gennaio






AVISE (AO) – Castello di Blonay

E' un castello medievale non visitabile che si affaccia da un promontorio al centro del borgo di Avise, nei pressi della chiesa di San Brizio. Insieme al vicino Castello di Avise (già trattato nel blog) e al Castello di Crè, fuori dal paese, è uno dei tre castelli del comune. È ben conservato. Jean-Baptiste de Tillier, politico e storico sabaudo, nel 1737 ce ne dà una descrizione ancora attuale: « Percorrendo la grande strada che porta da Aosta a Morgex si vede alla propria destra, oltre Arvier, sopra ad un promontorio, il vecchio castello di Avise: è la nobile dimora degli antichi Signori locali. Consiste in una grossa torre quadrata con un antico corpo di fabbrica all'apparenza assai spaziosi. » La parte più antica del castello è la torre, i cui lati liberi oggi non presentano né feritoie né ingressi, nonostante sia certo che all'inizio si ergesse sola sul modello dei castelli primitivi valdostani, mentre il lato sud è addossato ad un edificio stereometrico d'aspetto meno severo, in cui si aprono alcune finestre a crociera caratterizzate da cornici in pietra lavorata. La torre torre è coronata di una merlatura a coda di rondine ed ha le mura di spessore maggiore rispetto al resto del complesso, ulteriore testimonianza delle differenti epoche costruttive e delle mutate esigenze difensive del complesso. Secondo Jean-Baptiste de Tillier, fu la prima dimora dei signori d'Avise, una nobile famiglia valdostana già presente nel XII secolo. Torre e edificio che compongono il Castello di Blonay non risalgono alla stessa epoca e non ebbero sempre gli stessi proprietari: la torre fu edificata nel XII secolo, e solo nel XV secolo si aggiunse il resto del castello. La torre seguì a lungo le vicende dei d'Avise, mentre il corpo di fabbrica adiacente alla torre venne lasciato in eredità nel 1645 da Prosper d'Avise, senatore del Senato di Savoia, ai suoi nipoti, Claude e Josué de Blonay, figli di Marie d'Avise e di Jacques de Blonay, originario dello Chablais. Claude de Blonay ne fu nuovamente investito alla morte della madre, tra il 20 e il 27 marzo 1649 e successivamente quell'ala del castello restò nelle mani della famiglia de Blonay. Jean-Baptiste de Tillier nella prima metà del XVIII secolo fotografava ancora una situazione di comproprietà che proseguiva da lungo tempo: « Il castello di Blonay è oggi in comproprietà tra i signori di Blonay e quelli d'Avise; ma questi ultimi ne hanno un altro, più moderno e meglio situato, con la sua torre a padiglione coperta d'ardesia e qualche possedimento annesso quali giardini, orti, prati e altri terreni. » François Gaspard d'Avise fu l'ultimo erede della famiglia: nelle disposizioni testamentarie del padre Antoine-Balthazard, del 9 febbraio 1677, ricevette metà del feudo, mentre la sorella del defunto, Claire-Marie d'Avise, ricevette in eredità il resto insieme al marito Charles-Joseph, della nobile famiglia dei Bianco di San Secondo. La torre servì a lungo da prigione, tanto da assumere l'appellativo di Torre delle prigioni (Tour des prisons): nel 1787 Philippe de Blonay in una dichiarazione feudale reclamava il proprio diritto esclusivo a imprigionarvi i malviventi. Nel 1980 Zanotto lo dice disabitato.[
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.lovevda.it, http://www.comune.avise.ao.it, http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Avise/Castelli_e_Fortificazioni/Castello_Blonay

Foto: di Patafisik su http://commons.wikimedia.org e da http://www.mondimedievali.net

domenica 19 gennaio 2014

il castello di lunedì 20 gennaio






NAVELLI (AQ) – Castello baronale (o Palazzo Santucci)

L'attuale paese fu fondato dall'unione in epoca medievale (VIII-X sec.) di sei villaggi: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di Santa Lucia, Villa del Colle e Villa di Turri; come traccia dei villaggi originali, nella piana restano alcune chiese medievali, come quella di Santa Maria in Cerulis citata già nel 787 sul Chronicon Vulturnense. I villaggi originali si riunirono in un unico castello, costruito sul colle dove tuttora si trova il paese, già citato nel 1092 in una bolla del Monastero di San Benedetto in Perillis. La fortezza era dotata di una torre che, in epoca rinascimentale, venne trasformata nel campanile della chiesa parrocchiale. Sulle rovine del castello, poi, fu costruito nel 1632 il Palazzo Baronale, per volere del feudatario Camillo Caracciolo. Le abitazioni vennero costruite in epoca medioevale nella zona della “Villa di Piceggia grande”, ampliandosi in epoca rinascimentale verso la “Villa di Piceggia piccola”: le due zone, medievale (l'attuale “Spiagge grandi”) e rinascimentale (“Spiagge piccole”), sono ancora distinguibili nell'abitato. Il castello di Navelli appartenne alla Diocesi di Valva e nel 1269 partecipò alla fondazione del Comitatus Aquilano nel Quarto di Santa Maria. Per sedare i conflitti relativi al pagamento delle decime, il 29 agosto 1424 passò da quella di Valva alla diocesi di L'Aquila su iniziativa di Papa Martino V. Nel 1423 Navelli si difese dalle truppe di Braccio da Montone, arrendendosi senza però essere espugnata; per onorare la resistenza all'assedio, venne concesso dalla Regina Giovanna II di Napoli di inserire nello stemma del paese la scritta “Navellorum Merito Coronata Fidelitas”. Il 4 e 5 dicembre 1456 un disastroso terremoto distrusse numerosi centri, alcuni dei quali mai più ricostruiti. Nel 1498 il Castello di Navelli fu cinto da mura; una delle cinque porte del paese (la Porta Villotta o Porta Sud) fu in seguito inglobata nel Palazzo Onofri. L'imponente Palazzo Baronale - che fino a mezzo secolo fa portava il corretto e storico nome di "Castello Trasmondi-Tomassetti", legato alle ultime famiglie feudatarie del paese prima dell'abolizione feudale (1806) - spicca dalla sommità del colle sul quale si adagia il borgo di Navelli, contornato da un susseguirsi di case-torri, di palazzi gentilizi, di eleganti loggiati, di portali e finestre. Esso rappresenta un classico esempio di palazzo castellato cinquecentesco, utilizzato come residenza signorile dai baroni Santucci ma sorto come struttura fortificata; le sue architetture sono infatti la fusione del carattere residenziale, oggi prevalente, e di quello difensivo, del quale sono riconoscibili alcuni elementi come le bertesche angolari esterne, aggettanti rispetto al resto della struttura e poggiate su mensole a tre elementi. Il palazzo risulta dotato di un ampio cortile con pozzo centrale e una scala a due rampe che conduce all'elegante loggiato posto lungo il lato occidentale. Le stanze interne hanno tutte la volta e sono discretamente ampie. Il perimetro esterno doveva essere contornato da un fossato di recinzione, come si deduce dalla presenza di una traccia attorno al corpo di fabbrica. L'antico castello era inglobato in una cortina muraria profondamente modificata nel corso dei secoli e oggi totalmente inglobata nel tessuto abitativo del borgo; ne rimane un tratto caratterizzato dalla presenza di due torri di fiancheggiamento a pianta circolare e da tratti di muraglia con scarpa basamentale. Originariamente tale muraglia difensiva, all'atto della realizzazione del castello-palazzo, dovette assolvere alle funzioni di corte bassa, ma della cinta originaria è rimasto sempre meno nel tempo, in ragione della evoluzione della funzione assunta dal palazzo e dell'uso abitativo. Dal palazzo fortificato partono tipiche stradine che scendono sino in fondo alla collina su cui è adagiato il borgo poiché, in seguito, la gente del luogo ha preferito costruire nuovi edifici più in basso, in pianura, piuttosto che restaurare quelli del vecchio centro. L’antico edificio è ancora oggi fortemente rappresentativo dell'immagine del paese. Oggi di proprietà del Comune di Navelli, è stato sottoposto ad imponenti lavori di restauro, che hanno permesso la destinazione delle sue stanze a sedi per lo svolgimento di conferenze e mostre, di celebrazione di matrimoni e di un futuro Centro di documentazione dell’economia tratturale.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.spaziovidio.it/castelli/HTML/cartina/navelli.html, www.regione.abruzzo.it, http://www.storianavelli.it/Sito%20Navelli/palazzo_baronale%202.htm

Foto: della mia amica Romina Berretti e di wasabeat su http://rete.comuni-italiani.it

Il castello di domenica 19 gennaio






ENNA – Torre di Federico II di Svevia

Posta in cima a un dosso dell'altopiano di Enna, a oltre 950 m d'altitudine, rappresenta, assieme al Castello di Lombardia, il maggiore simbolo architettonico della città un tempo chiamata Castrogiovanni (che grazie all'antichissima fortezza erettavi tremila anni or sono dai Sicani, fu definita dai Romani l'Urbs Inexpugnabilis), nonché il suo più imponente baluardo militare dell'età medievale. Essa fa parte del complesso militare chiamato “Castello Vecchio”, di cui oggi si hanno alcuni resti. Sia il castello che la torre erano le "vedette" l'uno del settore orientale della mitica città imprendibile dell'epoca, l'altra di quello occidentale, a quel tempo disabitato. A collegarli fu attiva per lunghi secoli una suggestiva galleria scavata nella roccia sotto la città, che, avendo ingresso (oggi chiuso per ragioni di sicurezza) al Castello di Lombardia, sbuca sul dosso sul quale si eleva la Torre: una funzione militare d'indiscutibile rilievo, cui subentrò, nel 1943, quella di rifugio ideale e al limite del leggendario per il popolo ennese che cercava rifugio dai bombardamenti alleati. La torre fu progettata alla corte di Federico II, secondo tradizione fu un'opera di Riccardo da Lentini e residenza estiva dell'imperatore svevo, prediletta dal sovrano durante le sue permanenze in Sicilia, che ivi convocò il primo Parlamento Siciliano, evento replicato nel '400, due secoli più tardi. Le sue origini, secondo recenti studi, risalgono alla metà del XIII secolo, ovvero all'età di Manfredi, fattore quest'ultimo che avvalora la tesi che a volerla e ad abitarvi fu il Federico svevo piuttosto che l'omonimo aragonese. Altro argomento a sostegno dell'origine sveva del monumento è l'inconfondibile impianto geometrico che caratterizza gli altri castelli di Federico II di Svevia, di cui la Torre di Enna a detta di numerosi esperti, è un mirabile esempio. La lunga storia della torre federiciana, oggi di proprietà demaniali, rimane quasi interamente sconosciuta. Durante la sollevazione del 1354, contro re Federico II d'Aragona, sappiamo che venne utilizzata quale sicuro rifugio dai partigiani del Chiaramonte. Re Martino poi ne creò castellano tale Filippo Polizzi che succedette ad Antonio Grimaldi ed in seguito (1457) il Re Alfonso V d'Aragona la assegnò al cittadino ennese Pietro Matrona, creandolo castellano, con tutti gli onori ed oneri della carica, ma riservandosene i diritti reali. L’edificio ha rivestito in passato una funzione di primissimo piano come punto di riferimento geodetico per tutta la Sicilia. Fonti storiche accertano che gli antichi astronomi abbiano disegnato proprio dalla cima della Torre ennese il sistema viario siciliano nonché la suddivisione amministrativa vigente nel medioevo, nelle tre "valli". Un altro aspetto carico di significato simbolico che aleggia sulla severa struttura, riguarda la disposizione delle sue feritoie, che, assumendo un tracciato a croce latina, rappresenterebbero ciascuna antichi castelli e rovine della Sicilia. La torre è un perfetto prisma ottagonale con larghezza massima m 17, lati di m 7,05 ed altezza attuale (la torre è capitozzata) di m 27,30; l’esterno è realizzato in apparecchiatura di blocchetti calcarei regolari alti circa 25 cm. La forma ottagonale, non casuale, è derivante dalla rotazione di un quadrato che rappresenta la rosa dei venti. Alla distanza di 21 metri la torre è circondata da una cinta muraria anch’essa a pianta ottagonale della quale si sono conservati solo alcuni tratti. Delle otto facce del solido geometrico solo due appaiono totalmente cieche. Le altre sono animate da monofore e feritoie (sette sono allineate verticalmente lungo tutta la parete in corrispondenza dell’originaria scala a chiocciola interna) e da due ampie e bellissime finestre con cornici a bastoni spezzati che si aprono al piano nobile rispettivamente sul lato nord-nord ovest e sul lato sud-sud est. L’accesso all’interno è possibile mediante una porticina archiacuta al piano terreno (lato sud-sud est) ma doveva avvenire normalmente mediante una porta aprentensi in corrispondenza della scaletta interna, fra la seconda e la terza feritoia, alcuni metri in elevato rispetto al piano di calpestio. All’interno la torre è suddivisa in tre piani, l’ultimo dei quali tronco e privo di più di metà dell’elevato e quindi della copertura. il piano terreno è costituito da un’unica stanza ottagona illuminata da tre monofore strombate e coperta da volta ad ombrello con costoloni ad angolo abbattuto poggianti su mensole a piramide rovesciata con cornice, scozia fra due tori, listello abaco e peduccio. La stanza rimane, come scrisse l'Agnello, «anche nelle giornate luminose in una penombra che accresce la solennità del luogo». Al centro di detta stanza una apertura circolare sarebbe stata l'ingresso di un lungo sotterraneo che lo avrebbe collegato con il poderoso castello di Lombardia. Si ripete all’interno il paramento in blocchetti tendente all’isodomia. La scala a chiocciola di collegamento con il primo piano è inserita negli spessori delle pareti ovest-sud ovest; scomparsa nel XVIII secolo la scala originaria, essa è stata ricostruita in calcestruzzo. L’ambiente del piano nobile è realizzato in analogia con il piano terra: è un vano ottagonale con volta ad ombrello costolonata poggiante però, questa volta, su semicolonne con basi ioniche e capitelli - molto rovinati - a foglie. L’ambiente è illuminato dalle due grandi finestre con cornici a bastoni; questo tipo di decorazione, che nel passato aveva fatto datare queste aperture al XV secolo, si ritrova in realtà come segnalato di recente da Bellafiore - anche a Castel del Monte e può quindi rientrare nel repertorio decorativo dell’architettura sveva. Nel lato nord-nord est è ricavata, in un ambiente a gomito, una latrina. Il vano della terza elevazione, anch’esso ottagonale e accessibile sempre mediante la scaletta a chiocciola, si presenta cimato ad un’altezza di circa 3 m. La presenza dell’imposta nascente di quattro costoloni disposti secondo i punti cardinali permise ad Agnello di ipotizzare una copertura a volta emisferica con oculo vuoto al centro: il recente ritrovamento della serraglia fra le macerie del piano semidistrutto fa però escludere l’ipotesi affascinante di un ultimo piano aperto a mo’di specola. È indubbio il fascino di questo edificio costruito in quello che era considerato il centro della Sicilia e con pianta ottagonale, com’è ben noto, dalla forte valenza simbolica. Evitando in questa sede qualsiasi possibile speculazione su questo aspetto del monumento, si sottolinea soltanto come donjons ottagonali o comunque poligonali siano relativamente frequenti in Francia, Inghilterra, Germania ed in particolare nel Kernland degli Staufen, l’Alsazia fra XII e XIII secolo. Si ritiene che gli influssi orientali siano, nel torrione di Enna, inesistenti. Esso è piuttosto uno splendido donjon di tipo nordico piantato quasi nel centro geografico dell’isola. L’ambiente naturale, lo stesso clima di Enna esaltano ancora di più, per molti giorni l’anno, il fascino settentrionale della torre. Immersa spesso nella nebbia, a volte visibile solo a distanza di pochi metri, essa è realmente un frammento di Europa gotica caparbiamente ancorato all’acrocoro roccioso di Enna. Secondo una leggenda, vi é una notte ben precisa, ogni anno la stessa, in cui si può sentire Federico II lanciare il suo cavallo al galoppo lungo il viale antistante la torre. La galoppata si protrarrebbe per circa un chilometro e lo scalpiccìo prodotto dal cavallo sarebbe nettamente udibile in tutta la sua imponenza per poi attenuarsi con una decelerazione e rientrare alla torre al passo. Gli zoccoli del cavallo battono ritmicamente sull'asfalto facendo presumere una corsa sfrenata a briglia sciolta. Nessuno ha mai visto questo fantasma, ma il fenomeno è stato udito da più persone contemporaneamente anche in tempi recenti. Per ulteriori approfondimenti segnalo il seguente link: http://digilander.libero.it/ipercultura/torre-enna.htm


Foto: da iccd.beniculturali.it e una cartolina della mia collezione

venerdì 17 gennaio 2014

Il castello di sabato 18 gennaio






NOVI VELIA (SA) – Castello longobardo-baronale

E’ disposto in una posizione strategica da cui è possibile osservare l’intero territorio del Cilento dal Mar Tirreno del Golfo di Velia alla catena degli Alburni, e, nei giorni senza foschia, anche la costiera amalfitana con i monti Lattari e le sue località abitate, la penisola sorrentina e Capri.
La prima notizia documentata dell'esistenza di Novi si trova in un diploma del 1005 con cui il principe di Salerno Guaimario IV fa dono dei suoi possedimenti a Luca, abate del monastero di Santa Barbara, sito in territorio "de Nobe". I normanni Umfredo e Guglielmo d'Altavilla, che avevano esteso i loro possedimenti nel Cilento, spostarono la curia da Sicignano a Novi e la affidarono a Guglielmo de Magna, ossia de Alemagna, appartenente ad una famiglia di chiare origini germaniche. Al tempo della guerra del Vespro (1298) proseguirono i lavori di costruzione (iniziati nel 1291) del nuovo palazzo feudale iniziato da Guglielmo Marzano, Signore dello Stato di Novi, che sostituì il castello longobardo costruito probabilmente intorno all'XI secolo, e donato ai Celestini assieme al santuario della Vergine del Sacro Monte. Il nuovo castello fu trasformato e fortificato nel 1323 da Tommaso Marzano duca di Sessa, barone di Novi e principe di Rossano, che lo dotò di possenti torri che destarono non pochi sospetti sia nei principi salernitani che in Roberto d'Angiò. Re Carlo II, con suo ordine del 26 ottobre 1297, stabilì di non abbattere e diroccare il nuovo Castello di Novi, come prima era stato ordinato, in quanto questa «nuova Fortezza era veramente propugnacolo assai buono contra nemici e da esso Guglielmo ben munita». Il Palazzo appartenne ai Marzano, assieme alla baronia di Novi, per tutto il periodo del Regno degli Angioini fino al re Ferrante d’Aragona, contro il quale Marino, che ne aveva sposato la sorella, e ultimo successore della potente famiglia dei Marzano, tramava per il ritorno degli Angioini sul trono di Napoli. Marino fu arrestato e imprigionato con la confisca di tutti i suoi possedimenti tra cui la Baronia di Novi con il suo Castello. Il Palazzo assieme alla baronia subì le vicissitudini del Regno di Napoli del periodo rinascimentale; fu venduto prima a De Petrucis, primo ministro del re Ferrante, quindi a Berlangiero Carrafa, maggiordomo del Re Federico d’Aragona e successivamente a Giulia Carrafa, figlia ed erede di Berlangiero, la quale sposò Camillo Pignatelli, Conte di Borrello, che divenne, così Barone di Novi; la Baronia di Novi con il suo castello rimase alla famiglia Pignatelli per tutto il ‘500 fino al ’600. Il castello conobbe il periodo di massimo splendore proprio quando il feudo appartenne ai discendenti di questa famiglia e in particolare al duca Ettore Pignatelli che fu Gran Contestabile e Grande Ammiraglio del Regno di Sicilia. Nel 1660 la Regia Camera della Sommaria ordinò all’ing. Cafaro l’estimo della Baronia di Novi nella quale è riportato che vi «…Si trova una torre quadra alta ed antica supra un poco di relevato del medesimo monte. Serve oggi di Carcere. Sotto il quale è il Palazzo del Barone di Stato nel quale si entra per una porta e si trova il cortile scoverto grande … All’incontro detta porta è quella sala grande che sta al piano del cortile … e a destra due camere grandi all’incontro le quali sono altre camere e una loggia verso ponente e mezzogiorno dalle quali si vede tutta la terra e quasi tutti i suoi casali e buona parte del Cilento. Marina di Castello a mare della Bruca ed altro…». L'ingresso principale è rappresentato da un portale in pietra calcarea locale composto dalla soglia, in cui è possibile individuare bilateralmente i punti di ancoraggio del portone in legno, l’arco sommitale a tutto sesto, a conci cuneiformi terminanti al centro con il concio in sommità (chiave); le estremità dell’arco poggiano lateralmente sui due colonne a conci rettangolari; sulla faccia anteriore dei due conci basali, uno a destra e uno a sinistra sono riportate figure, che ricorrono frequentemente nell'iconografia longobarda. A sinistra la figura richiama probabilmente una fibula, mentre a destra è chiaramente visibile la figura del fiore della vita a otto petali, simile a quello raffigurato alla base della fonte battesimale in pietra della Chiesa parrocchiale di S. Maria dei Lombardi, a riprova della presenza longobarda a Novi, assieme ad altre significative testimonianze. Nel 1682 il castello fu venduto alla famiglia Zattera, che, ottenuto dal Re Carlo III nel 1752 il titolo di marchese, tenne il Feudo di Novi fino alla sua soppressione, avvenuta con i francesi all’inizio dell'Ottocento. Giacomo Zattera lo trasformò in palazzo gentilizio. Nel 1902, gli eredi dell'ultima marchesa Zattera lo vendettero a tre famiglie del luogo che trasformarono completamente il castello in abitazioni.