giovedì 31 ottobre 2013

Il castello di giovedì 31 ottobre






SAN MAURO FORTE (MT) – Torre normanna

Unico elemento superstite dell’antico complesso fortilizio che proteggeva l’abitato, la torre ha forma circolare con la base inglobata in bastione a perimetro stellato probabilmente aggiunto successivamente. La tipologia dell’impianto strutturale porta alcuni storici a ritenere la torre di epoca primo-angioina anche se la fortezza originaria è ritenuta di impianto normanno-svevo. Infatti, in età normanna (inizi del XII secolo) il nucleo abitato, diventato parte della contea di Montescaglioso, fu ampliato e munito di un castello dal conte Loffredo, le cui tracce residuali ancora si riconoscono al di sotto della chiesa parrocchiale. Il fortilizio aveva, probabilmente, la forma di un parallelepipedo con una corte centrale, simile a quello di Gioia del Colle in Puglia. Poi passò ai Del Balzo e agli Orsini, ai Sanseverino, ai Della Marra, ai Carafa ed ai Colonna. La vera crescita del paese si registrò, tuttavia, nel periodo angioino, allorché l’abitato si espanse in modo eccezionale con un tessuto edilizio pianificato secondo moduli costanti, seguendo un ordinamento per piccoli isolati rettangolari e quadrati. In questa fase, forse tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, al castello fu accostata una torre cilindrica coronata da mensole, beccatelli e merli. La nuova struttura restava collegata a quella antecedente attraverso un pontile o un ponte levatoio e costituiva il centro delle difese fisse secondo una logica difensiva più evoluta applicata in varie località tra cui S. Agata dei Goti in Campania (sistema che presenta evidenti analogie) e Corigliano Calabro. Gli eventi bellici che travagliarono il Mezzogiorno tra il 1435 ed il 1486, con la lotta per la successione al trono del Regno di Napoli e la guerra civile culminata nella congiura dei baroni, indussero a migliorare le fortificazioni sia dei centri costieri, sia dei centri interni, in particolare di quelli collocati in posizione geografica strategica. In tale arco temporale fu realizzata una contro-torre a scarpa, modellata a festoni, che tuttora circonda alla base la torre cilindrica. Dalle caratteristiche architettoniche si può desumere che ricalchi la tipologia introdotta dall’architetto Guglielmo Sagrera a Napoli in Castel Nuovo nel 1456. Rientra in un più generale processo di adeguamento tecnico delle fortificazioni avvenuto in varie zone del Mezzogiorno nella cosiddetta età di transizione. Trova analogie tecniche con i rimodellamenti del castello di Ortucchio, realizzato nel 1488 da Antonio Piccolomini, che presenta un simile processo di riconversione di strutture medievali, includendo all’interno di un recinto una torre preesistente, del fortilizio di Calascio in Abruzzo e della torre di Adrano in Sicilia che costituiscono esempi di trasformazione di una semplice fortificazione preesistente in un presidio militare vero e proprio. Rispetto a questi riferimenti la torre di San Mauro dimostra di possedere, tuttavia, un più singolare connubio di elementi medievali e moderni, oltre ad una straordinaria dotazione di mezzi di difesa, poiché doveva contare su almeno undici bocche da fuoco di lunga gittata. Si tratta di un’eccezionale concentrazione di armamenti che ne fanno una delle più complete postazioni del Mezzogiorno. L’interno si sviluppa su tre livelli oltre al basale, composti da un unico ambiente. Al primo piano, che si raggiunge attraverso una porta sita sul camminamento basale, si riconoscono un grande camino e il boccapozzo di una cisterna ricavata nella roccia su cui è fondata la struttura. I principali elementi di architettura militare si riconoscono nelle feritoie distribuite sia sul bastione che sul perimetro della torre, nei beccatelli di coronamento della struttura che in origine reggevano archetti pensili e nelle feritoie per cannoniere presenti sia sul camminamento del bastione che all’ultimo livello. Probabilmente il lato occidentale della struttura, dove oggi si estende la piazza, era protetto da un fossato successivamente colmato, mentre il lato orientale era difeso dalla rupe. Alla fine del XVIII secolo il feudo fu acquistato da diversi acquirenti (già amministratori dei feudatari): Arcieri, Lauria e Acquaviva, i quali s’investirono del titolo di baroni, si stabilirono nel paese e si costruirono i propri palazzi. La torre per secoli è stata riprodotta in dipinti e stemmi familiari del luogo e, negli anni '80, nella serie filatelica dei castelli.

Foto: da www.hevelius.it e una cartolina della mia collezione

mercoledì 30 ottobre 2013

Il castello di mercoledì 30 ottobre






SAL LEONARDO IN PASSIRIA (BZ) - Castel del Giovo

Castel Giovo si può raggiungere a piedi in circa 20 minuti partendo dal ponte del centro di San Leonardo e percorrendo la Via del Giudizio o la "passeggiata del sole". La fortezza tardomedievale sorvegliava un tempo la strada del Passo Giovo. Dal XIII fino al XVI secolo, Merano fu un luogo di mercato molto considerato. Numerosi commercianti circolavano e trafficavano tra la Val Passiria e il Brennerweg. Fu in questo periodo che venne costruito il borgo di Castel Giovo (Jaufenburg), allo scopo di difendere le rotte commerciali. La parte più antica, il mastio come costruzione indipendente, è l'unica che si è conservata fino a noi. Venne costruito alla metà del XIII secolo dai signori von Passeier come casa-torre. Tutti gli annessi di epoca successiva al mastio, tra cui diversi edifici e un muro di cinta, sono crollati a partire dal XVIII secolo. Nel 1385, in seguito alle nozze di Barbara della Val Passiria con Christopf Fuchs, il castello divenne di proprietà dei signori Fuchs di Montevolpe, vassalli del conte di Appiano, che ampliarono gli appartamenti signorili. Da questa data in poi, iniziò per il castello un periodo d’oro: la fortezza divenne infatti un importante centro di attività ed incontri a cui partecipavano attori e menestrelli. Lusso sfrenato, feste pressoché interminabili e sperpero, portarono i Fuchs in un’inesorabile rovina, che culminò nel 1788. Un lento ma costante declino interessò di conseguenza anche il castello che nel 1828, ormai distrutto, venne acquistato da un contadino che ne fece un maso. La torre su cinque piani è stata restaurata con cura e dal 2003 è una delle sedi esterne del MuseoPassiria. Qui, sono ancora visibili lo stemma dei Signori di Passiria, l’emblema sbiadito dei Fuchs e alcuni affreschi. Nell’ingresso principale vi resistono murate, tre palle di cannone francesi del 1809. Nei singoli piani si trovano piccole esposizioni sulla storia del castello, sui masi dello scudo tipici della Val Passiria e su due famiglie molto influenti, i signori von Passeier e i conti Fuchs, che contavano giudici, signori di giurisdizione e amministratori ecclesiastici e improntarono la vita nella valle per secoli. Splendidi al quarto piano i dipinti rinascimentali del celebre pittore Bartlme Dill Riemenschneider, risalenti al 1538. Infine l'ultimo piano con la sua eccezionale vista sull'intera valle fino a Merano ospita una postazione audio con numerose leggende su Castel Giovo. Poco sotto il castello si trova la chiesetta della Santa Croce, una graziosa costruzione tardogotica che venne commissionata dai signori del castello. Secondo la leggenda, come ringraziamento per il felice ritorno a casa dal pellegrinaggio in Terra Santa, nel 1531, Hildebrand Fuchs fece costruire la cappella, mentre Degen Fuchs II la fece dipingere. Il conte Carl Fuchs "il buon signore del Castel Giovo" la fece ristrutturare. La cappella fu consacrata il 3 maggio 1652. Gli affreschi risalgono, invece, al 1550 circa.
Fonti: http://www.sentres.com/it/castel-giovo-jaufenburg, http://www.museum.passeier.it, http://www.dolomiti.it/it, http://www.suedtirol-it.com, http://www.burggrafenamt.com, http://www.sudtirol.com
Foto da: http://www.suedtirol.info e www.mondimedievali.net

martedì 29 ottobre 2013

Il castello di martedì 29 ottobre







GAZZOLA (PC) - Castello di Momeliano

Forse nel fundus mamuleianus della Tavola Alimentare Traianea (reperti archeologici venuti alla luce in epoca passata ne suffragherebbero l'ipotesi) Momeliano appare già citato nel 325 e , in seguito, nell'869 quando il conte Tadone ne investì suo nipote Manfredo Negrobono. La località, passata in epoca successiva alla Mensa vescovile piacentina, fu per un certo periodo di pertinenza del monastero di S.Brigida e, dopo il 1158, della chiesa urbana di S.Maria in Gariverto. Mentre del paese si parla nelle cronache locali ancora sotto l'anno 1234, quando venne distrutto dalle milizie di Guglielmo Landi in lotta contro i nobili, del castello si ha memoria solo nel secolo successivo. Infatti nel 1368 il suo possessore, Castellino Dolzani, lo vendette a Ruffino Borri. Quattro anni dopo, durante la guerra che il pontefice condusse contro Galeazzo II Visconti, Momeliano (come altri borghi del territorio piacentino) subì l'invasione delle truppe papali e dovette accogliere il presidio del cardinale legato Pietro Buturicense. Nel 1488 il castello era di Giovanni Albanesi, detto Rubbino; tre anni dopo ne era il signore il nobile Antonio Ceresa. Per successione ereditaria il fortilizio nel 1530 pervenne alla famiglia Bottigella la quale, pochi anni dopo (1534) lo vendette ai Radini Tedeschi. Verso la fine del secolo (1585) subentrò nel possesso dei feudi di Momeliano il marchese Ferrari. Nel 1595 ne era già signore il marchese Luigi Lampugnani, il quale possedeva altre terre nel parmense ed in Lombardia: fu lui che fece ricavare un oratorio nel torrione orientale del castello. Dopo l'estinzione della famiglia (1742), il feudo venne avocato dalla Camera Ducale; la vedova Lampugnani tuttavia ottenne dal duca di Parma e Piacenza, don Filippo di Borbone, la facoltà di abitare nel fortilizio al fine di poter provvedere all'amministrazione dei beni che possedeva nella zona. Il conte Gherardo Portapuglia nel 1798 acquistò il castello che passò quindi ai fratelli Giovanni e Piero Jacchini e ad essi, per eredità, subentrò Gaetano Basini (da qui la denominazione Castel Basini data alla rocca). Gli eredi Jacchini si opposero al testamento promuovendo una lite che durò 30 anni, al termine della quale il castello passò nelle mani di vari proprietari. Nel 1868 era degli Stevani, nobile famiglia a cui appartenne il colonnello dei bersaglieri Severino, valoroso combattente delle guerre di indipendenza ed esperto agricoltore. Lo stato generale di conservazione del castello è buono. Costruito in sassi, presenta pianta quadrata con tre torri angolari rotonde, una quadrata, e un bel cammino di ronda. Sono da segnalare: le tracce degli incastri del ponte levatoio nel corpo di fabbrica rivolto verso sud-est; la merlatura, ora chiusa ad arco e praticabile per mezzo di uno stretto corridoio; i resti delle finestre archiacute murate sul fronte a sud-est; la loggia verso corte; due coppie di archi. Attualmente è di proprietà privata e ospita le cantina di un’azienda vitivinicola. Il complesso è interamente circondato dal verde, si può notare, infatti, che il parco è stato ricavato dalla chiusura del fossato che un tempo correva lungo il perimetro del castello. Una particolarità che contraddistingue il parco del castello di Momeliano da quello di altre architetture analoghe sparse nelle vallate piacentine, si trova lungo il versante est, dove, al posto del fossato, sono stati progettati i cosiddetti “giardini pensili”. Questa sistemazione del verde è da ricondursi al XVIII secolo, epoca a cui risalgono la scalinata d’ingresso, che sostituisce il ponte levatoio, con decoro a volute e la cortina muraria decorata da elementi a pigna. La vasta area verde che circonda l’edifico rispecchia l’impianto tipico del parco, con numerose essenze ad alto fusto e arbusti ornamentali. Dal lato nord del parco è possibile osservare una vasta area verde che si sviluppa verso la valle, si tratta della ex polveriera militare di Rio Gandore, sorta intorno agli anni ’30 del XX secolo e abbandonata da più di vent’anni.

Fonti: http://www.comune.gazzola.pc.it, http://www.emiliaromagna.beniculturali.it, http://www.lafondazione.com/dbimg_n/19-5-2013_Castello_di_Momeliano_2.pdf

Foto di Monika Photography su http://www.panoramio.com e una cartolina  

Altre foto molto belle le trovate a questo link: http://www.preboggion.it/Castello_di_Momeliano.htm

lunedì 28 ottobre 2013

Il castello di lunedì 28 ottobre






COLLEDARA (TE) - Castello in frazione Villa Petto

Villa Petto è un piccolo, suggestivo borgo che sorge in Abruzzo, a Est di 7 Km dal capoluogo Teramano, lungo la strada 491 per Teramo e Roseto, fondato dopo la distruzione della colonia Romana di Pitinia, anticamente situata sulla confluenza dei fiumi Mavone e Vomano. Le sue origini sono forse saracene e risalgono probabilmente alla prima metà del secolo IX, quando era noto come Castel del Petto. Salendo tra le case antiche, su una facciata delle quali si notano ancora i resti di un antico gafio, testimonianza di antiche tecniche edilizie longobarde, si arriva alla Chiesa di S. Lucia, completamente incastonata nel tessuto abitativo e costruita sui resti dei bastioni del castello che dominava il borgo. Si tratta di mura poderose risalenti probabilmente al XIV-XV secolo, costruite con pietre irregolari e ciottolame legati da malta, con bastionature di sostegno a scarpa. La chiesa era originariamente ad una sola navata e nei primi anni del Novecento venne aggiunta la seconda, di dimensioni minori. Per fare questo venne abbattuta la torre saracena in prossimità dell’ingresso e venne adibita a campanile la torre del castello, dopo averla ridimensionata.

Fonti: Testo di Francesco Mosca su http://www.paesiteramani.it, http://www.prolocovillapetto.it

Foto: da www.mondimedievali.net e di WRocca su http://rete.comuni-italiani.it

sabato 26 ottobre 2013

Il castello di domenica 27 ottobre


MONTESPERTOLI (FI) – Castello di Poppiano

Nel medioevo Poppiano faceva parte del sistema di difesa di Firenze, circondato da un triplice giro di mura, su un poggio dotato di terrazza naturale panoramica. Fu costruito all’incirca dopo l'anno Mille (l’edificazione è attribuita ai Conti Alberti di Certaldo) ed è citato almeno dal 1199, quando apparteneva già ai Guicciardini, tuttora proprietari. Il nome deriva forse dalla gens romana Papia o Poppea. I Guicciardini fin dal 1200 ebbero una posizione di rilievo nella vita politica, sociale e economica di Firenze e nel 1416 Piero G. fu nominato "Conte Palatino" dall'Imperatore Sigismondo del Lussemburgo. Essi parteciparono attivamente alla vita pubblica di Firenze cui fornirono 44 "priori", 16 "gonfalonieri di giustizia" e 12 senatori. La personalita' preminente della casata fu Francesco, lo Storico (1483-1540) che, dopo aver coperto importanti incarichi con i Medici - ambasciatore in Spagna, Governatore di Modena e Reggio, Capo della Lega di Cognac - si ritiro' a Firenze e a Poppiano dove scrisse parte della sua opera piu' nota, la "Historia d'Italia". Nel 1359 in questo castello si accampò Giovanni Acuto (John Hawkwood, il famoso Condottiero di Ventura Inglese), di ritorno dalla battaglia di Fosso Armonico, vicino a Cascina. Appartenente ai Guicciardini da nove secoli, fu danneggiato durante l’assedio di Firenze del 1529 (come ricorda l'allora proprietario Francesco Guicciardini) e venne trasformato in villa nel Settecento con una radicale ristrutturazione in stile neogotico nell'Ottocento (ad esempio il primo piano merlato cui si accede da una scala in pietra, sul lato sud), dopo un terremoto nel 1812. Il restauro si basò su disegni delle proprietà Guicciardini in altre residenze della famiglia tra Val di Pesa e Val d’Elsa, secondo la moda settecentesca. Verso la metà del XVI secolo il castello di Poppiano divenne il luogo di villeggiatura di Vincenzo Borghini, filologo e storico toscano, attivo a Firenze alla corte di Cosimo I de' Medici e di suo figlio Francesco I. Egli amava incontrarsi proprio a Poppiano con alcuni fra i più importanti personaggi dell'epoca quali il pittore, architetto e letterato Giorgio Vasari. Il castello, situato su un'altura e circondato dall'antico borgo, ha una forma a "L", con un torrino nell'intersezione dei corpi di fabbrica. La cappella della villa si trova nel piazzale antistante alla villa, risale al 1930. Sotto il terrapieno della terrazza si trova una piccola limonaia.


Il castello di sabato 26 ottobre







CAMAIORE (LU) – Castello di Rotaio

In posizione dominante lungo la via Sarzanese, sul tracciato dell'antica via Francigena, tra le colline coltivate a vite e ulivo, Rotaio gode di un fascino straordinario. La sua posizione privilegiata dovette attirare gli interessi di Lucca che, tra i secoli XII e XIII, era impegnata nelle guerre con Pisa per il controllo delle zone litoranee. Proprio il comune lucchese commissionò, nel 1223, la costruzione del castello di Rotaio. La sua spessa cinta muraria a pianta triangolare ha un perimetro di circa 300 metri e un'altezza di 5. Sulla porta d'accesso si trova una torre di forma rettangolare che sporge all'esterno delle mura. Dopo aver debellato definitivamente il regime feudale in Versilia, Lucca si preoccupò di fortificare nuove aree e rendere maggiormente efficienti i castelli dove risiedevano i cattani della Versilia. In questo contesto, Lucca avviò, nel 1223, la costruzione del nuovo castello di Rotaio con lo scopo di frenare l'avanzata pisana. Ai piedi del monte venne costruita anche una torre di avvistamento. Il Castello del Rotaio viene ricordato nei libri di storia come teatro della sconfitta che Enrico VII di Lussemburgo (da Dante chiamato Arrigo), conte di Lussemburgo, re di Germania dal 1303, re dei Romani e imperatore del Sacro Romano Impero dal 1312, rimediò nei suoi paraggi. Tra il 1315 e il 1324, il castello passò nelle mani dei Pisani che lo fortificarono ulteriormente, finché Castruccio Castracani, signore di Lucca, non se ne impossessò nuovamente. Ma i Pisani continuarono a far valere i loro diritti sul castello anche dopo la morte di Castruccio e lo riottennero nel 1342. Rotaio ritornò a Lucca, insieme con Pietrasanta e la sua vicaria, nel 1369, quando l'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo IV del Lussemburgo li liberò dal dominio pisano. Nel 1437 venne conquistato dai Fiorentini ma restituito a Lucca dopo il trattato di pace del 1441. Occupato da Pietrasanta nel 1524 fu consegnato ancora a Lucca a cui rimase fino al 1594. Il castello è noto soprattutto per la leggenda di un fantasma, quello del Duca di Groningen il quale, nel tentativo di accompagnare Enrico di Fiandra, imperatore di Costantinopoli, tra i cunicoli che collegavano Rotaio al vicino castello duecentesco di Monteggiori, rimase vittima di una frana e qui morì. A quanto riporta la leggenda popolare, si tratta di un fantasma che si manifesta solo nelle notti di luna piena. Questa leggenda è solo una delle tante che hanno costituito la cultura popolare delle Apuane, purtroppo oggi dimenticate, svanite come lo stesso fantasma. L’edificio oggi purtroppo non è visitabile in quanto privato e non raggiungibile data la presenza di numerosi cartelli posti alla via che lo collega che ne indicano la proprietà privata e il divieto di accesso alla strada.
Foto: due di elicottero su http://rete.comuni-italiani.it e l’altra da http://www.apuan.it

giovedì 24 ottobre 2013

Il castello di venerdì 25 ottobre






SELVAZZANO DENTRO (PD) – Castello Capodilista della Montecchia

Tra Selvazzano e Saccolongo una deviazione porta verso Montecchia dove, sul colle sulla destra, è ubicata la Villa Emo Capodilista, risalente al XI secolo e più volte rimaneggiata. L’edificio che si può ammirare attualmente venne progettato da Dario Varotari, con giardino all’italiana e parco alberato situato sul declivio. In questa zona - dove era facile organizzare una difesa e la fauna abbondava - sorse nel Medioevo un sistema fortificato. La sua storia è legata al nome di grandi famiglie padovane che qui avevano uno dei loro feudi. E' a partire dal 1472, anno in cui Annibale Capodilista fu investito del feudo di Montecchia, che il luogo lega la sua fama al nome dell'antica e illustre casata che ne è, ancora oggi, proprietaria. Della famiglia Capodilista si trovano tracce già all’epoca di Carlomagno. Quando questo Re, alla fine dell’VIII secolo scese in Italia contro Desiderio ultimo Re dei Longobardi, i fratelli Transalgardo – così come si chiamavano allora i Capodilista – appartenevano al suo esercito. Entrambi si distinsero nelle azioni che culminarono con la cattura del condottiero dell’esercito avversario. Uno di loro Carlotto, era il capitano di una compagnia contraddistinta da una fascia (lista) e così fu chiamato capo di lista. Gli fu concesso di mantenere questo nome e gli venne dato il titolo di conte. I Capodilista si stabilirono nei dintorni di Padova e occuparono posizioni di potere civili e militari o come principi della Chiesa, tra questi ultimi emerse il beato Giordano Forzatè fondatore del convento di San Benedetto a Padova.
Nel 1783 Beatrice, l’ultima discendente della famiglia Capodilista, andò in sposa a Leonardo Emo, patrizio veneto, appartenente ad una delle più antiche famiglie della Serenissima. Da quel momento la famiglia portò il nome Emo Capodilista. Il sistema fortificato, anche a causa delle diverse proprietà, ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli. Dell'articolazione difensiva di un tempo, oggi solo il mastio evoca le atmosfere belliche (essendo andato distrutto nel tempo anche il castello troneggiante sull'altura della Montecchia). All'inizio del '900 il conte Lionello Emo-Capodilista intraprese una complessiva opera di rinnovamento: restaurò, con la suggestione del linguaggio decorativo dell'epoca, l'ala con le alte finestre ad arco che era stata costruita nel '500 a ridosso della torre, sul lato occidentale; costruì inoltre, un nuovo complesso di edifici di atmosfera medioevale, frutto dell'ispirazione a diversi modelli di castelli, e adattò il tutto a luogo di villeggiatura. In questi luoghi, secondo una pia tradizione, avrebbe avuto luogo un difficile incontro tra Ezzelino da Romano e Antonio, il Santo di Padova, alla presenza del Beato Giordano Forzatè, antenato dei Capodilista e Priore di San Benedetto. La caratteristica di questo torrione, comunque, è data dal suo rapporto con il terreno circostante che rende palese quanto già evidenziato nei documenti: la vocazione rurale della postazione, ricca di vigneti e di prati per il pascolo delle pecore. Un destino rafforzato allorquando nel '500 sul colle della Montecchia venne costruita la Villa (a pianta quadrata, su due piani di quattro stanze ciascuno, con doppio loggiato sulla facciata), nata quale casino di caccia su progetto di Dario Varotari, al quale si deve anche il maggiore apporto alla ricca decorazione ad affresco. Oggi i conti Emo-Capodilista hanno intrapreso un'attività imprenditoriale che ha conservato tale vocazione. Nel contesto della Montecchia (che unisce la visita alla Villa a quella del castello) è stato realizzato un Museo di vita rurale con lo scopo di ricordare il lavoro della terra che ha contraddistinto l'area. L’accesso alle sale è permesso da una splendida scala di quattro rampe a croce greca. Ampie logge si affacciano dall’alto della collina sul giardino e sull’ameno paesaggio della campagna circostante. La tenuta comprende anche una chiesetta del XVI secolo ed è circondata da un campo da golf di 27 buche. La Montecchia può ospitare congressi, matrimoni, meeting d'affari e ricevimenti; nell' agriturismo si possono assaggiare e comperare i vini D.O.C. e i prodotti aziendali. Altre notizie e, soprattutto, foto su http://www.golfmontecchia.it/images/stories/remote/capodilista.pdf ma vi è anche un sito dedicato che è il seguente: http://www.lamontecchia.it


Il castello di giovedì 24 ottobre






STRONGOLI (KR) - Castello di Stringylos

Sorge sul punto più alto del paese, su quella che un tempo doveva essere l’acropoli della città di Petelia, una delle più interessanti ed evolute della Magna Grecia in Calabria. Petelia, dopo aver resistito eroicamente all’assedio portatole dai Cartaginesi di Annibale, venne ricompensata da Roma per la fedeltà dimostrata con enormi privilegi rispetto alle altre città che invece avevano optato per il passaggio al nemico. Il primo castello di Strongoli doveva essere completo nel V secolo d.C. (edificato per ordine dell'imperatore Giustiniano come afferma Procopio nel Bellum Ghuticum verso il 550) ma le notizie sono piuttosto confuse: si sa che fu distrutto probabilmente a seguito delle invasioni saracene, per poi subire vari ampliamenti e rifacimenti ad opera dei Normanni nel XII secolo e degli Svevi nel XIII secolo. Venne rimaneggiato anche nel periodo feudale dai Principi Sanseverino, dai Conti Capitelli di Melfi e dai Principi Pignatelli e nel corso dell’Ottocento fu adibito a carcere. L'attuale castello non ha nulla a che vedere con quello antico, la cui pianta originaria probabilmente derivò dal nome del paese "Strongylos" col significato di rotondo. Attualmente si ammira un fortilizio militare a pianta quadrilatera con torri cilindriche angolari. Sono ancora visibili le vestigia di un glorioso passato, con spesse mura in pietra, archi, resti di scalinate e torri di guardia a due piani e a base circolare. La torre a Sud-Est è detta “Torre mozza” in quanto era il luogo in cui, nel Medio Evo, si eseguivano le condanne a morte. Dal 1939 risulta proprietà della famiglia nobiliare Giunti, subentrata alla famiglia Pignatelli, e fino agli anni 50 il castello ha ospitato la scuola media statale nei locali superiori adibiti a due aule. Ne seguì purtroppo un lungo periodo di abbandono ma in questi ultimi anni il castello è sttao oggetto di importanti lavori di restauro. Da questo luogo si può ammirare un suggestivo panorama sulla valle del Neto. Vi consiglio vivamente di visitare questo link dove troverete molte altre notizie su questo edificio:
http://www.strongoli.org/page.asp?id=30

Fonti: http://www.mobitaly.it/DettaglioPoI.aspx?IId=286, http://www.tecnosys.it,
http://strongoli-petelia.blogspot.it
Foto: da http://www.tecnosys.it e di Mario Migliarese su http://rete.comuni-italiani.it 

mercoledì 23 ottobre 2013

Il castello di mercoledì 23 ottobre





PANNARANO (BN) – Palazzo Cocozza Campanile

Le origini di Pannarano sono incerte. Anticamente il suo nome era Ponderano, che sembra derivi da tre definizioni: "ricco di grano", "pantano", oppure da un vocabolo greco indicante "luogo posto in alto, dal quale é possibile ammirare il sottostante panorama". Le ultime due definizioni potrebbero essere all'origine del nome perchè oggi il centro del paese é a 350 metri sul livello del mare, ma il borgo originario si trovava ed in parte ancora si trova, affacciandosi sulla Valle Caudina, molto più in alto, ai piedi della montagna di Basso o Monte Milone. Un manoscritto del 1500 di G.B. Formichelli, presbitero della terra di Panderano, colloca la fondazione di questo paese intorno alI' anno 295 a.c. Da documenti ufficiali più attendibili l'esistenza di questo piccolo centro risale già ai secoli XIII e XIV con la denominazione di "Casali Ponderani". Pannarano venne infeudato ai Della Leonessa, i quali l’ebbero dalla famiglia Stendardo per il matrimonio di Guglielmo Della Leonessa con Isabella Stendardo. Sarebbe stato proprio Guglielmo della Leonessa ad erigere il castello di Pannarano come utile difesa. Fu durante il dominio del figlio Marino, che questo centro subì gravi danni a causa delle lotte Aragonesi, così come riporta un famoso diario anonimo. Nel 1456 l'ebbe Gabriella della Leonessa come dote di matrinonio, poi in seguito venduto a Francesco De Lagonissa. Lo Stato delle Rendite presentato da Fabrizio della Leonessa alla Regia Camera della Sommaria il 25 Settembre 1465 riporta il feudo di Pannarano tra i possedimenti della sua casata. In seguito gli eredi di Gabriella della Leonessa fecero annullare la vendita prima descritta ed alienarono il feudo a Martino Marziale di Napoli, Regio Consigliere di Ferdinando I° d'Araragona con atto stipulato nel castello di Pannarano il 19 Aprile 1485. Con la morte del Marziale senza che egli avesse lasciato eredi legittimi, il feudo passò di diritto alla Corona di Spagna. Federico d'Aragona lo donò al suo "paggio" Giovannantonio Caracciolo il 5 maggio 1498, che morì il 10 maggio 1543, e a cui successe il figlio Giovan Francesco senior. Giovan Francesco junior divenne barone di Pannarano nel 1605. Il barone Benedetto Caracciolo nel 1690 invitò presso il suo castello di Pannarano un noto avvocalo Napoletano, Niccolò Amenta, uomo di lettere e professore di diritto, che descrisse le bellezze del paese nella sua opera "I capitoli". Il feudo rimase ai Caracciolo fino al 1846 e solo qualche anno più tardi fu venduto per 3200 fiorini al Sig. Eustachio Abate, il quale provvide a restaurare il palazzo marchesale. La sua unica figlia sposò il marchese Carlo Cocozza Campanile da San Martino Valle Caudina. Gli eredi di Carlo Cocozza Campanile, morto prematuramente, tra il 1925 ed il 1935 gradualmente alienarono tutti i beni di cui erano proprietari a Pannarano. Anche il castello restò smembrato da più vendite e le sue caratteristiche di maniero feudale risultarono, soprattutto in seguito, profondamente compromesse. Ma se l'aspetto architettonico lo imponeva all'ammirazione dei cittadini non meno interessante era il suo patrimonio interno. Aveva una cappella privata i cui arredi, tra cui alcune tele di Santi di notevole valore, vennero donati alla congrega del SS. Rosario, ma oggi di essi non vi è più traccia. Vantava anche un salone di grosse dimensioni che ancora nel 1923 era stato fatto affrescare dal pittore napoletano Di Lisio. Le esigenze idriche del castello erano servite da un acquedotto in tubi di terracotta che dalla sorgente "Tavella" vi adduceva acqua a profusione. Potete trovare altre informazioni al seguente link: http://dsgsgis.units.it/OL/progetti/Partenio/pdf/Storico.pdf


Foto: da www.terredelsannio.it (d'epoca) e da http://digilander.libero.it/pannarano.benev/moderne.htm e



martedì 22 ottobre 2013

Il castello di martedì 22 ottobre 2013






BUTERA (CL) - Castello Arabo-Normanno

Nella bella Piazza della Vittoria a Butera, sorge l'imponente castello, da ritenersi ricostruito quasi interamente sugli avanzi di uno precedente di epoca normanna e la cui esistenza è testimoniata da due diplomi del gran conte Ruggiero (1091-1093) e da una bolla di papa Urbano II. Tale castello normanno, a sua volta, sarebbe stato costituito dal riattamento di una precedente rocca bizantina, della quale si ha notizia nel IX sec. ed era di proprietà dell'emiro Alaba. Secondo lo storico normanno del tempo Goffredo Malaterra, Butera era considerata dai musulmani una delle piazzeforti più importanti per il dominio dell'isola ed essi la conservarono sino al 1088, anno in cui il gran conte Ruggiero vi scacciò i dominatori insediandovi la sua gente e disponendo la deportazione dell'aristocrazia musulmana del luogo in Calabria. Verso la metà del XII sec. (1130) il castello pervenne al conte Enrico di Lombardia, capo degli Aleramici venuti in Sicilia, a seguito del suo matrimonio con Flandrina figlia di Ruggiero. Nel 1150 circa, Idrisi descrive Butera come "rocca valida assai" ed essendo diventata un centro popoloso costituito da normanni, bizantini arabi e lombardi, venne elevata a contea. Al tempo di Guglielmo I, detto "il malo", mentre la Sicilia era agitata dagli intrighi dell'ammiraglio Majone, un certo Bartolomeo Garsiliato, ribellatosi al re, si impadronì del castello con forte numero di seguaci. Successivamente la ribellione fu alimentata anche dal conte Goffredo di Monte Canoso che, lasciato buon presidio nei suoi castelli di Noto, Sclafani e Caltanissetta, si recò a Butera. Re Guglielmo allora marciò col suo esercito contro Butera, assediando il castello e, non riuscendo a conquistarlo, offrì al conte Goffredo "licenza di potersi partire cò suoi liberamente". Ma intanto Matteo Bonello organizzava la cattura del re stesso, odiato dal popolo. E una volta imprigionato, Guglielmo promise di lasciare di sua volontà il regno ed i congiurati acclamarono il suo figlio maggiore Ruggiero, che poco dopo ebbe così tragica fine. Frattanto il popolo, con strano mutamento d'animo, riusciva a liberare Guglielmo che perdonò i congiurati e promise un governo migliore. In seguito Ruggiero Scalvo ed i figli del duca Tancredi, continuando la sommossa, occuparono il castello di Butera assieme a quello di Piazza Armerina ed a queste nuove re Guglielmo, nel 1161, andò col suo esercito contro le fazioni avverse. Occupata Piazza prese d'assedio per la seconda volta il castello e costrinse gli occupanti ad arrendersi ma col patto che potessero uscirne salvi. Il re avrebbe quindi evacuato il borgo, "rovinato il castello da fondamenti e, con suo editto fatto intendere che non voleva che mai più si riedificasse né s'abitasse". Il castello sarebbe poi stato ricostruito da Guglielmo II. A seguito di una dubbia podestà di Artale Alagona del 1345 circa, ne fu signore Calcerando Santapau il quale lo avrebbe fatto restaurare ed a quell'epoca risale la torre tuttora esistente (1400). Nel 1355 circa, Butera viene descritto come "terra et castrum". Secondo la leggenda il Castello di Butera era collegato al Castello di Falconara attraverso un lunghissimo percorso sotterraneo fatto scavare da Ugone Santapau, al quale il re Martino I aveva concesso la proprietà dei due castelli, come segno di riconoscenza per i favori ricevuti. Nel 1540 Butera passò, per via ereditaria, alla famiglia Branciforti e ne ricevette investitura Ambrogio Santapau Branciforte al quale re Filippo I di Sicilia, il 21 agosto 1536, concesse il titolo di principe di Butera (prima concessione di principato in Sicilia). In successivi passaggi diretti, il castello giunse ad Ercole Michele Branciforte Pignatelli principe di Butera (1800) e infine, pochi anni dopo, per linea femminile, pervenne alla casa Lanza Branciforte. L'edificio costituiva il nucleo centrale di una roccaforte la cui difesa era affidata, oltre che alla poderosa cinta muraria, alle scoscese pareti della collina sulla quale si erge, a quota 400 m s.l.m., il centro storico di Butera. Dominava da un inaccessibile sperone la piana di Gela e per la sua posizione strategica fu ambita preda di tutti i conquistatori della Sicilia. All'inizio si trattava di una semplice fortificazione ai cui angoli sorgevano delle torri (quattro o cinque) collegate tra loro da cortine murarie, delle quali restano oggi parti inglobate in edifici di epoca successiva. Le torri venivano utilizzate come punti d'avvistamento e di difesa, mentre all'interno c'era un cortile dal quale si accedeva alle stalle, a vari magazzini, armerie e a una cisterna dalla forma ovale. Di grande valore artistico e di notevole impatto scenografico è il torrione che custodisce alcuni ambienti dagli addobbi scultorei tra i quali spicca lo stemma della famiglia nobiliare Santapau: un'aquila a due teste recante una catena e una spada sguainata. Dell'antica struttura, restaurata già nel 1897 dal Patricolo ed interessata in seguito da crolli nel 1904 e 1924 e da nuovi lavori di ricostruzione (nel 1935) e restauro (a partire dal 1985 ed infine ultimati nel 1997), rimane una torre e delle sale coperte da volte a crociere. L'ampia corte, racchiusa tra le mura del castello, è oggi adibita a pubblica piazza. Recenti scavi ivi effettuati hanno consentito l'individuazione di tre ampie cisterne interrate all'interno delle quali sono stati recuperati frammenti ceramici di età medievale. La struttura attualmente esistente è soltanto una delle torri dell'antico complesso, alta circa 36 metri e abbellita da bifore di stile catalano con pilastrini e capitelli. Sul fronte prospicente la piazza Vittoria è visibile l'unica bifora originaria. Con i restauri degli ultimi anni è stata recuperata interamente la scala esterna d'accesso al secondo livello della torre, sono state consolidate le murature e ricostituiti gli ambienti superstiti nei volumi originari. Sul lato nord della torre, a quota del terzo livello, è stato ricostruito il volume mancante con una struttura in ferro e vetro. Il terzo livello è coperto da una splendida volta a crociera costolonata con stemma gentilizio. La proprietà attuale è pubblica e ciò che rimane del castello è adibito a spazio espositivo. Infatti, alcune sale della torre sono divenute sede dell’Antiquarium che ospita e raccoglie numerosi ed antichissimi reperti che vanno dal VII sec. a.C. all’età medievale.

Foto tratte dal seguente album:

lunedì 21 ottobre 2013

Il castello di lunedì 21 ottobre






OVINDOLI (AQ) - Castello di San Potito

di di Don Mario Del Turco su http://www.ovindoli.terremarsicane.it

Era stato piazzato, a nido d'aquila, sulla cresta di uno scoglio pedemontano del massiccio asfaltico, oggi detto Pizzo di Ovindoli a sud dell'Altopiano delle Rocche, sul versante del lago Fucino, a 1181 metri sul livello del mare. Sorgeva all'estremità dello scoglione seguendone l'andamento, sul lato Nord del muro di cinta esterno. A pianta poligonale, senza torrette agli angoli, con altre due cinture murarie interne, era una tipica costruzione feudale dell'Alto Medioevo costituita dal Mastio, con funzione di difesa e abitazione o residenza non abituale del feudatario. Non faceva parte, almeno in origine, di un sistema difensivo territoriale. Era uno dei pochi castelli in muratura dell'epoca, tanto da prendere il nome proprio di "Castellum", perchè capace di stabilità e durata. Nell'anno 1074, "Castellum Sancti Potiti" era proprietà di Nerino del fu Bonomo e di suo cugino Bonomo di Erimanno, feudatari di stirpe longobarda. Passato nel 1079 completamente in possesso dell'Abbazia di S. Maria di Farfa, con l'annessa chiesa intitolata a San Potito, alla fine del secolo XI diveniva parte integrante e, nello stesso tempo, rocca di un Castello recinto, costruito ai suoi piedi, sul pendio occidentale del colle Antonino. Il 25 febbraio 1115, nella Bolla di Pasquale II al Vescovo dei Marsi Berardo e il 31 maggio 1188, nella Bolla di Clemente III al Vescovo dei Marsi, Eliano, era denominato ancora "Castellum", leggendosi nella prima: "Ecclesiam... Sancti Potiti, Sancti Nicolai in Castello". Il 5 ottobre 1273, chiamato "Sanctus Potitus", veniva riconsegnato da Re Carlo I D'Angio' al Conte Ruggero I de Celano dei Gran Conti dei Marsi, reintegrati della Contea, dopo cinquanta anni dallo spogliamento da parte di Federìco II di Svevia. Nel 1279 veniva denominato "Castrum Sancti Potitil', avendo ormai perso il toponimo proprio di "Castellum" ma comunque rimanendo un centro più fortificato di altri centri abitati. L'antico maniero a lungo sfidò il tempo e forse le incurie dei vari possessori della Contea di Celano. Non potè resistere allo sconcio e lento diroccamento da parte degli uomini nati alla sua ombra dopo l'anno 1806, epoca della istituzione dei Comuni. Fornì allora, a buon mercato, pietre e grossi conci per le fondazioni e le cantonate di nuove case edificate, per oltre due secoli, ai piedi del Colle di San Potito, lungo la nuova strada carrabile provinciale. Divenne, per così dire, l'emblematico sfaldamento del sistema feudale. In tempi più recenti, il terremoto avvenuto nella Marsica il 13 gennaio 1915 ha dato forse l'ultimo strattone al Castello, rendendolo facile preda di una lenta, ma inesorabile erosione da parte degli agenti atmosferici.

Foto: da www.mondimedievali.net e di Giovanni Lattanzi su http://foto.inabruzzo.it

domenica 20 ottobre 2013

Il castello di domenica 20 ottobre






QUART (AO) – Castello

Sorge su di un promontorio scosceso da due lati, posto all’imbocco della Valsainte. Si tratta di un importante complesso monumentale, costruito in varie epoche, articolato in diversi volumi che ben si fondono in un assieme architettonico suggestivo. La sua parte più antica venne eretta nel 1185 a scopi difensivi da Jacques de la Porte de Saint-Ours, capostipite della dinastia dei signori di Quart. Il castello, successivamente, subì delle importanti modifiche quando ricadde sotto la signoria dei Savoia (dei quali si vedono ancora gli stemmi dipinti con la croce bianca in campo rosso) dopo che l'ultimo erede della famiglia dei signori di Quart, Henri, era morto nel 1378. I Savoia mantennero il controllo del maniero sino al 1550 quando il duca Carlo II decise di concedere il feudo di Quart al presidente Laschis che l'anno successivo lo vendette a Charles-François Balbis. Nel 1610 il castello venne nuovamente venduto, questa volta al conte Nicola Coardo il quale dopo due anni lo cedette alla famiglia dei Perrone di San Martino la quale mantenne la proprietà dell’edificio sino all'anno 1800 quando lo stabile venne venduto al comune di Quart. Il comune, nel 1874, vendette il castello ad una famiglia privata che vi instaurò un'azienda agricola che fece perdere allo stabile molto del suo carattere originario. Nel 1951 quest'ultima lo rivendette alla regione Valle d'Aosta che ne è l'attuale proprietaria. Nell'aspetto attuale gli ambienti adibiti ad abitazione prevalgono sull'originaria architettura militare. Nella posizione più alta, isolata verso nord, vi è una torre a pianta quadrata che può essere identificata con l'antico donjon con accanto una torre cilindrica. Alla fine del Duecento la torre difensiva fungeva anche da luogo di rappresentanza ed era interamente affrescata. Quando, nel 1500, perse d'importanza, i dipinti furono ricoperti da uno spesso strato di latte di calce. Nel 2010 è iniziato un accurato restauro pilota con il laser, che ha riportato alla luce i dipinti. Eliminato lo scialbo, da un lato emerge la rappresentazione dei dodici mesi, mentre dall'altro appare Alessandro Magno. All'angolo nord-ovest c'è una torre per difendere l'entrata, sormontata da caditoia e affiancata da feritoie. Importanti lavori di trasformazioni ebbero luogo in epoca posteriore al dominio sabaudo. Da un inventario del 1557 appare che già allora l'ala sud aveva la struttura attuale e che in essa era ricavata l'ampia sala di rappresentanza denominata "aula magna". Nella sala i recenti restauri hanno portato al ritrovamento di un ciclo di affreschi purtroppo molto danneggiato, ma leggibile ancora nella sue parti superiori e nei fregi decorativi. La cappella, che sorge isolata, è decorata  con pregevoli stucchi, firmati Giovanni Gabuti e datati 1606 sopra la porta d'ingresso. La primitiva cappella medievale fu demolita dai Balbis di Ceva che ricostruirono l'attuale contattando il maestro Gabuti di Lugano. Il 19 settembre 2010 il castello di Quart, oggetto di un' imponente opera di restauro, si è trasformato in un cantiere-evento, animato da figuranti in costumi medievali, aperto al pubblicocon la partecipazione di centinaia di visitatori. Al termine dei lavori, previsto per quest’anno, esso ospiterà il Museo Etnografico Valdostano. Il castello di Quart compare anche nello stemma e nel gonfalone cittadino. Sotto di esso si trova il villaggio di Vollein, adagiato su una collina ove nel 1968 sono stati ritrovati i resti di una necropoli del neolitico tra le più antiche testimonianze di insediamenti umani in Valle d'Aosta. Anche salendo lungo il sentiero che parte dal castello si possono incontrare alcune coppelle preistoriche: la passeggiata panoramica è corredata da pannelli didattici su flora, fauna, geologia e ritrovamenti preistorici e porta alla cappella del beato Emerico, con prato attrezzato per i pic nic.

sabato 19 ottobre 2013

Il castello di sabato 19 ottobre






SAINT RHEMY EN BOSSES (AO) – Castello di Bosses

Costruito intorno al 1400, è una delle attrattive storiche del Comune e sorge vicino alla Chiesa di Saint Léonard. Il Castello di Bosses, appartenuto all'omonima famiglia fin dal XII secolo, è un'armoniosa costruzione, la cui attuale conformazione risale al XV secolo. La sua solida struttura monoblocco, tipica delle prime caseforti valdostane, è a tre piani e poggia su di una pianta rettangolare. La facciata principale presenta una serie di finestre a crociera e due doppie catene di immorsatura predisposte forse per ampliamenti mai realizzati. Il lato nord conserva una vasta apertura tamponata che suggerisce un possibile uso agricolo. La famiglia Bosses (de Bocha), che aveva ricevuto in feudo queste terre dalla famiglia dei signori di Quart, sul finire del Duecento entrò in contrasto coi conti di Savoia e dopo alcune contese nel 1288 Giacomino di Bosses venne costretto a divenire vassallo dei Savoia, consegnando loro il castello ed il feudo di Bosses. La costrizione al vassallaggio portò una decina di anni dopo la famiglia a cercare di ribellarsi ai conti di Savoia. Ciò comportò l’emissione da parte del Balivo di Aosta di un'ordinanza secondo la quale le truppe sabaude avrebbero dovuto radere al suolo la torre d'avvistamento del castello, le cui pietre si possono ancora oggi notare nella parte est del complesso. Tale parziale abbattimento rientra nel quadro delle punizioni inflitte ai vassalli più riottosi, non sempre rispettosi delle disposizioni di Duchi e Conti. Dopo ulteriori conflitti, nel 1320 Tommaso di Bosses decise di cedere al conte Amedeo V di Savoia tutti i propri possedimenti e i diritti sul pedaggio nel feudo. Sul finire del Quattrocento la famiglia Bosses riuscì a riscattare la proprietà dai Savoia e ricostruì il castello nelle forme attuali. La famiglia ne rimase proprietaria sino al 1742 quando lo stabile venne venduto ai Savin. All'estinzione di quest'ultima casata nel 1861, la proprietà passò ai Massea (sino al XX secolo) e poi ai Gallone che nel 1984 la cedettero alla Regione Valle d'Aosta. Sotto il patrocinio della Regione, nel 1998 l’edificio del castello è stato sottoposto a massicci lavori di ristrutturazione realizzati nel quadro del progetto di cooperazione transfrontaliera Interreg II Italia -Svizzera, volto a promuovere e sviluppare strategie comuni di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio naturale e storico -culturale dell’area del Gran San Bernardo. Tale progetto ha consentito inoltre di  allestire al suo interno un centro di documentazione, alcuni spazi espositivi per la realizzazione di mostre tematiche e alcuni punti per l’informazione e l’accoglienza turistica. L’allestimento degli interni, degli arredi, del sistema informatico e audiovisivo ha completato l’intervento di recupero, che destina il castello a sede e a centro di riferimento per le diverse attività di promozione e informazione dell’area.

Foto: su http://www.regione.vda.it e di patafisik su http://it.wikipedia.org

venerdì 18 ottobre 2013

Il castello di venerdì 18 ottobre






POGGIO RUSCO (MN) - Palazzo Gonzaga

Fu costruito intorno alla metà del ‘400 su disegno di Luca Fancelli, con il suo tipico stile a merlatura cieca. La merlatura, sparita dopo il 1945 sotto un antiestetico strato di calce, è riapparsa in seguito al restauro-pulitura della facciata eseguito a cura dell’Arch. Spelta alla fine degli anni ’80. Il Palazzo faceva parte della “Corte Piccola” del Poggio, appartenente alla linea dei Nobili Gonzaga, ramo cadetto dei Gonzaga di Mantova, fino ai primi decenni del 1800; “Corte Piccola” in contrapposizione alla “Corte Grande” o dei Marchesi di Vescovato, le cui proprietà avevano una superficie doppia rispetto alla “Corte Piccola” e si estendevano anche ai Comuni limitrofi. Il confine fra le due Corti passava per il centro del paese. Nel 1800 il Palazzo divenne proprietà del senatore Tullo Massarani, che nel 1904 lo vendette al Comune di Poggio Rusco. Nel 1905 gli uffici comunali, che prima si trovavano in una casa ad est della Chiesa Parrocchiale, vennero trasferiti nel Palazzo Gonzaga, da allora comunemente noto come Palazzo Municipale. La costruzione ha subìto qualche trasformazione interna, ma nel complesso ha mantenuto la struttura originaria: la sala d’ingresso, la sala consiliare con resti di affreschi restaurati, lo scalone d'accesso al piano superiore, parzialmente affrescato, con pregevole soffitto a cassettoni. Alla Corte si accedeva attraverso un voltone sormontato da un frontone triangolare sorretto da due lesene chiuso da un cancello in ferro, abbattuto dopo il 1945. Il palazzo era delimitato ad est da una torre simile alla attuale Torre Falconiera. I terremoti in Emilia del 2012 hanno danneggiato gravemente il Municipio provocando crolli interni e il distacco delle due facciate. Nei mesi successivi si è provveduto alla sua messa in sicurezza consistente in tiranti e in una rete composta da legno e acciaio volta al sostegno delle facciate pericolanti. Il Palazzo Gonzaga dal 2001 ospita anche la Biblioteca comunale, denominata anche biblioteca "Arnoldo Mondadori", in onore del celebre editore nato a Poggio Rusco il 2 novembre 1889

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.comune.poggiorusco.mn.it, http://www.biblioteche.mn.it

Foto: la prima è di Marco Preti su http://it.wikipedia.org, la seconda è mia (scattata tra il 1994 e il 1995)

giovedì 17 ottobre 2013

Il castello di giovedì 17 ottobre





SAN VENANZO (TR) - Castello in frazione San Vito Castello

Questa frazione è divisa in due parti, San Vito Castello che si trova in cima al monte ad una altitudine di circa 620 mt e San Vito in monte che si trova in basso a circa 520 m. Il suo nome originario era “baccano” perché anticamente, trovandosi, appunto, lungo il tragitto che collegava Perugia ad Orvieto era luogo di ritrovo per i viaggiatori che soggiornavano durante il viaggio. Si narra che il nome era dovuto proprio al fatto che esisteva un' osteria, luogo di incontro dei viandanti che, godendosi il riposo e il buon vino, facevano un po’ di “baccano” durante le lunghe notti in inverno. La tradizione ci dice che il santo siciliano San Vito passò per questi luoghi...da qui il paese prese il nome di San Vito. Il castello sorge non lontano dalla "tana del diavolo", grotta lungo il Fersenone, nella quale sono state trovate tracce dell'età del bronzo. Possesso dei vescovi orvietani, fu da loro fortificato perché punto strategico nella linea di difesa contro Perugia. Distrutto nel 1240, ricostruito e conteso dalle fazioni dei Monaldeschi in lotta tra loro, subì l'ultima distruzione nel 1505 ad opera di Sforzino Baglioni.

Fonti: http://www.lafornacevacanze.it, http://www.comune.sanvenanzo.tr.it

Foto : dal sito www.mondimedievali.net

mercoledì 16 ottobre 2013

Il castello di mercoledì 16 ottobre






ANGHIARI (AR) - Castello di Pianettole

Sorge alla sommità di una collina che domina l'alta Valtiberina, protetta a est dal borro di Cestola, sul lato opposto da quello di Teverina. Tale posizione strategica ha posto spesso Pianettole al centro della storia dell’intera vallata, zona da sempre di grande interesse politico e militare. Anche la storia di Pianettole si lega in qualche misura alla presenza dei Camaldolesi in Valtiberina. Le continue donazioni di pievi e chiese (soggette ai vari castelli della zona) a favore dell'ordine fecero sì che Camaldoli si insinuasse prepotentemente tra le diocesi di Arezzo e Città di Castello, fin quando il vescovo di quest'ultima non invocò l'intervento dell'imperatore Federico di Svevia in difesa dei suoi possessi. Durante i secoli varie famiglie nobili si sono succedute nella proprietà, fra cui i Tarlati di Pietramata, i quali nel 1385 dovettero consegnarlo, con altri castelli del contado aretino, al Comune di Firenze. Nel 1502 Sansepolcro vide assoggettati, per mano di Piero de' Medici, i territori di Anghiari e Pieve Santo Stefano: subito i suoi cittadini ne approfittarono per abbattere il castello di Anghiari. Nella stessa occasione fu distrutto anche il Castello di Pianettole. Ancora oggi mantenuto in buono stato di conservazione, Pianettole rappresenta un bell’esempio di fortilizio medievale, di forma quadrilatera, con un'alta cinta muraria in pietra, su tre lati praticamente integra. Il possente mastio è posto a difesa dell' unica porta di accesso, lungo la cortina occidentale, vicino al vertice di nord-ovest. Il fronte rivolto a sud è caratterizzato dalla presenza di una massiccia torre rompitratta quadrata, mentre quello orientale si sovrappone per gran parte della sua lunghezza al muro esterno della chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo. Il rimanente lato del quadrilatero è andato in gran parte perduto. L'emergenza più significativa del castello è quella del mastio, con base leggermente scarpata. Questo sporge totalmente all'esterno della linea della cortina muraria, all'interno gli è stata addossata, successivamente, la residenza del conestabile. Il mastio è ancora diviso da solai lignei collegati da scale, con un camino al primo piano. Sull'angolo di nord-ovest si trovano i ruderi di un primitivo barbacane, con ancora ben visibili due feritoie, posto a maggior controllo della strada proveniente dal fondovalle. All'incirca al centro del fronte occidentale, sovrastato dal mastio, si apre il bel portale con arco a tutto sesto ribassato, unico accesso al recinto. Interpretando le tracce presenti, potrebbe sembrare che l'accesso originale fosse a mano destra, attraverso un percorso obbligato, in lieve salita, partente dal vertice opposto della cortina. All'interno del castello sono presenti alcuni edifici, oltre alla già citata chiesa parrocchiale con piccolo campanile a vela, e un pozzo. Oggi il maniero è proprietà privata, ospita una struttura ricettiva ed è visitabile solo esternamente. Ecco un interessante video su Pianettole e il suo castello: http://www.youtube.com/watch?v=jhuhc6ZaLa8


Foto: da www.alstravels.com e di Paolo Ramponi su www.flickr.com 

martedì 15 ottobre 2013

Il castello di martedì 15 ottobre






MONTEODORISIO (CH) – Castello d'Avalos

Nel periodo delle invasioni longobarde la contea teatina poteva vantare almeno tredici tra castelli e ville dislocate a difesa del proprio territorio; la costruzione di Monteodorisio era strategicamente una tra le più importanti e continuò ad essere tale anche in epoca normanno-sveva, quando la fortezza fu conquistata da Roberto di Loritello e successivamente data in feudo nel 1256 a Corrado d'Antiochia, nipote di Federico II. Nel 1269 la signoria del paese passò a Sordello da Goito, ricordato persino da Dante nel VI canto del Purgatorio, poi appartenne, dopo Bonifacio di Galibert, a Pietro Lalle Camporeschi nel 1349. Alla fine dello stesso secolo Monteodorisio passò ai marchesi di Pescara con i del Gozzo prima e i del Borgo dopo, almeno fino al 1423, quando Giacomo ed Antonio Caldora si insediarono nella fortezza apportando ampliamenti considerevoli, come ugualmente fecero per quello di Vasto dove risiedevano; tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento il feudo passò definitivamente ai d'Avalos. Emergenza architettonica del tessuto urbano, il castello è posto nella parte più alta dell'abitato sul limite ovest del colle, dove questo scende ripidamente verso il fiume Sinello, posizione che permetteva una visuale libera per avvistare i nemici, ma anche per consentire una possibile fuga. Lo studio e la comprensione delle sue fasi costruttive sono basati sulla lettura delle strutture esistenti, essendo carenti i documenti d'archivio.
L'impianto originale a pianta rettangolare aveva quattro torri di forma circolare con scarpa, orientate secondo i punti cardinali. Attualmente si conservano: l'intera cortina del lato maggiore nord-ovest, il corpo di fabbrica sul lato minore sud-est e i relativi tre torrioni. Dei versanti sud-est e nord-est della cortina muraria e del torrione orientale si conservano solo alcuni resti, essendo oggi quello spazio occupato da una costruzione usata come residenza. Le torri, realizzate in muratura mista di mattoni e pietrame, sono merlate e dotate di caditoie, coronate da un fregio a cerchi tangenti con sottostante fila di archetti ciechi in laterizio. I rilievi restituiscono una descrizione dettagliata delle strutture castellate: la cortina a nord realizzata con muratura in pietrame e ciottoli è lunga 28,40 m, alta circa 14 metri e con uno spessore medio di 2,20 m. Sul prospetto si rilevano inoltre feritoie e aperture per cannoni strombate rettangolari con dimensioni variabili. Nella parte più alta di questa facciata vi è un'ampia finestra con arco a tutto sesto. La torre posta ad ovest, prossima all'abitato, ha un coronamento a beccatelli privi di caditoie e dallo scopo puramente ornamentale, sopra di essi vi è un fregio ad archi intrecciati, più sopra vi è un fregio ad ovoli. Ha un diametro di 7 metri ed è suddivisa in ambienti coperti a calotta. La torre settentrionale, al di sotto del redondone, posto fra scarpa ed il livello appiombo, consta di un motivo architettonico costituito da mattoni posti a lisca di pesce, un motivo decorativo di notevole pregio. Compreso fra le due torri si trova il corpo di fabbrica adibito a residenza. Esso si articola su due livelli fuori terra e un livello seminterrato che comunica con la parte restante dell'edificio mediante una botola nell'androne delle scale; gli ambienti sono voltati con strutture a botte e a padiglione. Le strutture del complesso fortificato sono per lo più costruite con ciottoli di fiume, interi o lavorati, provenienti dal fiume Sinello, misti ad argilla. Le strutture murarie denunciano alcuni interventi di consolidamento databili alla fine del XV secolo ed altri, più recenti, risalenti al 1960. Limitrofo al fortilizio si trova un serbatoio idrico di costruzione recente che ostruisce la fruizione dello spazio del castello, mutandone in modo irrimediabile il contesto paesaggistico e urbano. Nei locali del castello vi è il Museo per l’economia tra l’antichità ed il Rinascimento. Vi sono esposti reperti che ricostruiscono la storia delle genti che hanno abitato il Vastese. Tra quelli più significativi la zanna di un elephas antiquus, vissuto circa 300mila anni fa nei pressi di Scerni, un alfabetario in lingua osca da Casalbordino e la chiave, rinvenuta nei pressi di Tufillo, con dedica in osco alla dea Herentas (l’Afrodite dei Greci). Nelle teche sono esposti reperti votivi rinvenuti nel sito del santuario di Fonte San Nicola, tra San Buono e Carpineto Sinello, e i corredi delle tombe romane da Morandici di Villalfonsina. Il percorso museale si conclude con i reperti della villa romana di Polercia di Cupello, e dell’abbazia dei Santi Vito e Salvo di San Salvo. La visita può continuare nel Centro di documentazione dell’Ordine francescano d’Abruzzo e Molise. Anche il castello di Monteodorisio ha una sua leggenda, che non riguarda però fantasmi o voci erranti, ma un racconto relativo a numerosi tesori accumulati nel tempo dai vari feudatari nei sotterranei della fortezza. Inoltre, pare che esista una lunga galleria che collegherebbe, ancora oggi, l’edificio ad una torre posta sul fiume Sinello. 


Foto: http://www.icastelli.it e una cartolina della mia collezione