sabato 29 aprile 2017

Il castello di domenica 30 aprile






TRIPI (ME) - Castello

Emblema rimasto immutato nei tempi, contrariamente al frenetico avvicendarsi dei "padroni" di Tripi, è il Castello, che a completamento del paesaggio, incorona l’alto e scosceso cono montuoso su cui si inerpica il paese. E’ collocato nel punto più alto (610 m. s.l.m.) del rilievo che funge da spartiacque tra i torrenti Tallarita e Mazzarrà; la sua posizione elevata consente di dominare visivamente la costa tirrenica, da Tindari a Milazzo fino alle montagne più interne, risalendo il corso dei torrenti. Sulle sue origini non si hanno notizie, o sono incerte; nel 1061 Malaterra menziona una località con il nome di Scalatribolis, che si vorrebbe identificare con l’attuale abitato di Tripi. Il geografo arabo Edrisi menziona Tarbilis (Tripi), come “rocca bella e spaziosa” (qal’a) in uno scritto del 1154. Documenti del 1262 ricordano l’abitato come casale, mentre tra il 1282 e il 1285 Tripi fu concessa da Pietro III d’Aragona a Ruggero di Lauria. Nel XIV secolo il paese è più volte menzionato in qualità di “terra” e “castrum” e nel 1340 entrò in possesso dell’abitato Matteo Palizzi, insieme a Saponara, Novara e Caronia. Nel 1392 fu sovrano di Tripi, per concessione, Guglielmo Raimondo Moncada; nel 1408 risulta in possesso del feudo Luigi Aragona e successivamente il castrum e le terre circostanti passaono alla famiglia Ventimiglia. Nel 1451 Pietro Gaetano comprò da Federico Ventimiglia la baronia di Tripi, mantenendone il possesso fino al 1595. Successivamente beni e titolo passaono nelle mani delle famiglie Sammaniati, Marino, Graffeo, Paratore. Nel 1750 Vito Amico ricorda il castello come esistente, ma in rovina. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, probabilmente nel 1943 subito dopo lo sbarco alleato, si usarono le rovine come luogo di avvistamento. Si sa di certo che nella prima metà del 1300 si sono svolte delle azioni militari per il possesso del castello e che qui soggiornarono l’ammiraglio Ruggero di Lauria, il re Federico II ed altri personaggi di alto rango fino alla seconda metà del XVII secolo. Il Castello è delimitato dai resti di una cinta muraria e da rocce che ne costituivano una difesa naturale; vi si accede dal lato sud, tramite un sentiero tortuoso che, partendo dal paese, si inerpica per 100 metri e si ferma davanti ad un varco, creato nelle mura, che fa supporre la presenza, in origine, del portale di accesso. Consistenti ruderi resistono nonostante i lunghi secoli di abbandono. Tuttavia quanto rimane non permette che una parziale ricostruzione dell’intero impianto. La pianta è trapezoidale  irregolare, con una stretta terrazza naturale, su cui si affacciano parti della cinta muraria merlata ed un muro con finestre poste ad intervalli regolari; vicino ad esso sorge anche un bastione cilindrico. Nel cortile sono presenti anche due cisterne di diversa grandezza: la più piccola è quasi integra in quanto ha mantenuto la copertura con la volta a botte. Ad est, insieme alle tracce del muro perimetrale si nota un bastione quadrangolare, mentre a sud – in corrispondenza del punto più elevato - emergono i resti di una torre a pianta rettangolare. La muratura si compone di pietrame vario non lavorato, tenuto insieme da malta e frammenti di laterizi, oltre a blocchi di arenaria parzialmente squadrati, utilizzati nei cantonali. Lo stato in cui versa il maniero è completamente di abbandono. Tutta la vetta del rilievo su cui insiste il maniero è purtroppo abbandonata a sè stessa, lasciata totalmente all'incuria dell'uomo e del tempo; si necessitano lavori di restauro conservativo per salvaguardare e valorizzare le strutture esistenti. Ecco un’escursione al castello, documentata con un video di Vincenzo Bilardo: https://www.youtube.com/watch?v=ZFMB3Uifqy0.





Il castello di sabato 29 aprile







BEVAGNA (PG) – Castello in frazione Torre del Colle

Il paese, con 33 residenti secondo i dati Istat del 2001, si trova su una piccola collinetta, a 250 metri s.l.m., a breve distanza dai primi contrafforti dei colli Martani, affacciata sulla valle del torrente Attone. L'insediamento attuale nacque nel X secolo, dapprima con il nome di Castrum Turris Collis, poi Torre San Lorenzo, feudo degli Antignano, conti del castello omonimo, che era il centro dei loro possedimenti nel territorio di Bevagna, assieme a Cantalupo, Castelbuono, Limigiano e Gaglioli. Essi erano di parte ghibellina, fedeli all’imperatore, per il quale ricoprirono importanti cariche pubbliche (siniscalco, protonotario). La contea raggiunse il massimo splendore nel XIII secolo, con estensione fino a Coccolone di Montefalco, Foligno, Cannara e Gualdo Cattaneo; alla morte di Federico II, nel 1250, la contea s’indebolì e scomparve. I conti di Antignano si trasferirono a Foligno, dichiarandosi sudditi della Chiesa: alcuni presero il nome De Comitibus, altri Rainaldi. Vi fu una pausa dopo la battaglia di Gaglioli, quando dapprima passò a Todi (1273) e poi a Perugia (1378), come confermato dal papa Urbano VI appena eletto. Tuttavia, nel 1392, Bonifacio IX (1389-1404) nominò vicario Ugolino III Trinci, con pieni poteri nei domini di Foligno, Nocera, Bevagna e Montefalco e tutti i loro castelli, con un canone annuo di 1500 fiorini d’oro. La somma non fu mai pagata regolarmente da Ugolino III, tanto che il papa fu costretto a rateizzare i restanti pagamenti in quote di 100 fiorini d’oro l’anno per dodici anni. I tuderti, bramosi di riavere i propri possedimenti, si allearono allora con Biordo Michelotti nel 1395 contro Ugolino: vicino a Bevagna fu combattuta una feroce battaglia con ingenti perdite da ambo le parti. Il castello ritornò sotto la giurisdizione tuderte. Dopo la morte di Biordo (10 marzo 1398), Ugolino III, per conto della Chiesa, riprese alcuni castelli, tra cui Torre del Colle, aiutato da Simone da Bevagna. Ugolino vi stanziò una guarnigione comandata dal capitano Manenti da Bevagna, avente il titolo di governatore, ma senza appannaggio alcuno; il castello, inoltre, doveva provvedere autonomamente alla difesa in caso di assedio, reclutando soldati nel territorio di giurisdizione. Nel settembre del 1398 la fama di Ugolino III era all’apice, tanto da essere nominato capitano generale delle milizie fiorentine con l’appannaggio (enorme per l’epoca!) di 1000 fiorini al giorno. Oltre a castelli e terreni in Umbria, aveva acquistato un palazzo a Firenze e uno a Roma (1397) e nel 1402 due palazzi a Rieti. Nel 1421 il castello passò a Corrado XV (III) che lo tenne fino alla sua morte. Gli Statuti di Bevagna del 1500 assegnarono agli abitanti di Torre del Colle il diritto di piena cittadinanza; nel corso del XVII secolo venne chiamato con il nome attuale. Il castello, di pianta rettangolare, è dotato di un bel torrione semicilindrico ed ha le mura in arenaria aperte da un arco a sesto acuto. Il complesso mantiene intatto tutto il fascino medievale. Ecco un video, di Pietro Zambotti, al riguardo: https://www.youtube.com/watch?v=1wWuKqS0bSI

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-torre-del-colle-bevagna-pg/, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Colle_(Bevagna)

Foto: Le prime due prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-torre-del-colle-bevagna-pg/, la terza è di Giancarlo Balzarini su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/226101/view

venerdì 28 aprile 2017

Il castello di venerdì 28 aprile







MONSELICE (PD) - Castello Cini

E' un complesso di edifici composto di quattro nuclei principali, più una rocca, tutti edificati e ristrutturati tra l'undicesimo e il sedicesimo secolo. La parte più antica, sulla destra entrando dal portone nella Corte Grande, è il Castelletto, con l'annessa Casa Romanica, edificati tra l'XI e il XII secolo. Sulla sinistra sorge la massiccia sagoma della torre di Ezzelino, del XIII secolo. Al centro, come nucleo di collegamento fra i due edifici esistenti, venne realizzato nel XV secolo il Palazzo Marcello. Sulla cima della collina sorge una rocca edificata da Ezzelino III da Romano su ordine dell'imperatore Federico II di Svevia. Infine la biblioteca del castello, che sorge sull'ampia spianata antistante la torre di Ezzelino, ricavata in un edificio preesistente alla fine del XVI secolo. La torre fu costruita da Ezzelino III da Romano nel XIII secolo, nell'ambito di un potenziamento militare-difensivo della seconda cerchia di mura della città. All'inizio del XIV secolo, quando la città venne conquistata dai Carraresi, i grandi stanzoni del palazzo di Ezzelino furono suddivisi in sale di minori dimensioni, parzialmente adibite ad abitazione civile. Nel corso del XIV secolo i Carraresi riutilizzarono anche la parte più antica del complesso, realizzando nella Casa Romanica una grande sala del consiglio e costruirono all'interno del castello tre caratteristici e monumentali camini veneti, che possiamo ammirare ancora oggi. Dopo la conquista di Monselice da parte della Repubblica di Venezia, nel XV secolo, il castello passò in proprietà alla nobile famiglia dei Marcello che ne completò la trasformazione in residenza civile, edificando il palazzetto di collegamento fra la torre di Ezzelino e la parte romanica. In questo edificio di bello stile gotico, allargato al piano intermedio della torre, i Marcello ricavarono la loro residenza privata. La configurazione definitiva del castello, così come la vediamo oggi, era già quasi completa alla fine del Quattrocento: mancavano solo la biblioteca, del tardo Cinquecento, la sistemazione del cortile veneziano interno e la cappella privata della famiglia edificata nel Settecento. Nei primi anni dell'Ottocento la proprietà del castello passò dai Marcello ad altre famiglie dell'aristocrazia locale e incominciò un lento e inarrestabile degrado di tutto il complesso, con la spogliazione di mobili ed oggetti dell'arredo interno. Alla fine del secolo la proprietà passò ai conti Giraldi, da cui pervenne per asse ereditario alla famiglia Cini. Nel corso della prima guerra mondiale il castello fu requisito per scopi militari dal Regio Esercito, che lo lasciò, completamente devastato, nel 1919. Fu il conte Vittorio Cini a cominciare a pensare, negli anni trenta, a un radicale restauro e ripristino di tutto il complesso, da adibire a sua residenza di rappresentanza. L'idea si concretizzò nel 1935, quando un'équipe di tecnici e restauratori cominciò a lavorare sotto l'attenta direzione dell'architetto Nino Barbantini. L'équipe procedette prima a un restauro completo di tutti gli edifici e successivamente all'arredo di tutte le sale interne, con mobili, oggetti, e arazzi, rigorosamente appartenuti alle epoche di costruzione dei singoli edifici, terminando il gigantesco lavoro nel 1942. L'idea guida di questo straordinario ripristino non è stata quella di creare un museo storico ma di portare idealmente l'ospite o il visitatore in un viaggio a ritroso nel tempo. Tutto è infatti al suo posto nelle singole stanze: tavoli, sedie, quadri, letti, soprammobili, attrezzi da cucina, in una magica atmosfera, come se per incanto dovessero riapparire gli antichi abitatori di questi luoghi, dal Medioevo al Rinascimento, per riprenderne possesso e riviverci le gesta eroiche o quotidiane delle loro epoche. Dal 1981 il complesso è passato in proprietà alla Regione Veneto ed è aperto al pubblico da marzo a novembre. Il castello ha un suo sito web ufficiale dove poter trovare ulteriori notizie storiche e architettoniche: http://www.castellodimonselice.it/. Ecco un video (di attivaWebTV) dedicato all'edificio: https://www.youtube.com/watch?v=HPkBy5TbuM0. Altri link suggeriti: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Veneto/padova/monselice.htm, http://www.collieuganei.it/castelli/castello-monselice/, http://win.ossicella.it/mura/castello.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Monselice (testo tratto da: "Monselice e il suo Castello", di Maurizio De Marco, edizione 2004)

Foto: la prima è presa da http://pdmonselice.blogspot.it/2013/04/con-il-castello-crolla-il-mito-del.html, la seconda è una cartolina della mia collezione, infine la terza è presa da http://www.castellodimonselice.it

giovedì 27 aprile 2017

Il castello di giovedì 27 aprile





DONATO (BI) - Torre

Il toponimo di origine romana testimonia l'antichità dell'insediamento, in posizione strategica per le comunicazioni tra il biellese, il canavese e la Valle d'Aosta. Intorno al 1150 il vescovo di Vercelli, Uguccione, acquistò questo luogo per la sua chiesa, insieme con le terre di Zumaglia, Netro e Verrua. In seguito Donato passò agli Avogadro di Cerrione, che, entrati in contrasto con la chiesa di Vercelli, nel 1434 persero questo possedimento, che fu ceduto con sentenza del conte di Savoia al vescovo di Vercelli, unitamente ai castelli di Cerrione, Mongiovetto, Ponderano, Quaregna, Valdengo, Villa e Zubiena. I Savoia nominarono poi signori di Donato i Perrone di San Martino e in seguito conti di Donato i de Rege di Tronzano. Nel 1706 il comune fu quasi interamente distrutto dai Francesi. Unico reperto medioevale che attesta l'esistenza del paese attorno all'anno 1000 è la torre, posta sulla sommità del colle, che costituiva l'ingresso del castello. Presenta una pianta quadrata con cortina in conci di pietra e, secondo alcuni autori, sembra probabile che abbia svolto funzioni di vedetta. In ottimo stato di conservazione, oggi contiene le campane con cui si chiama a raccolta il paese nelle ricorrenze e quando muore qualcuno. E' singolare il sistema di contrappesi, realizzato con pietre della Viona, dell'antico orologio. La sua dislocazione è infelice: oggi la torre si trova infatti in una proprietà privata, circondata da case moderne e orti.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Donato_(Italia), http://iluoghidelcuore.it/luoghi/bi/donato/torre-medioevale/20673, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (ediz. 1999)

Foto: è presa da un file PDF sulla storia del paese di Donato, scaricabile dal sito www.comune.donato.bi.it/on-line/Home/Canalitematici/.../documento20002395.html

mercoledì 26 aprile 2017

Il castello di mercoledì 26 aprile







GUALDO CATTANEO (PG) - Castello e Palazzo Baronale in frazione Pomonte

Il borgo si trova a 461 metri s.l.m., sulle colline che separano la valle del torrente Puglia dalla valle Umbra. I primi cenni storici del castello ne fanno risalire la fondazione al 1130 per opera del vicino e nobile paese di Gualdo Cattaneo. Nel 1160 il Barbarossa che aveva già dato alle fiamme la vicina Spoleto, rea di ribellione, mandava agli assisani un diploma in cui affidava a tale contado il possesso di Pomonte come luogo di confine fino alla valle del Puglia. Un secondo documento di Papa Innocenzo III diretto al vescovo di Assisi Guido datato 26 maggio 1198 in cui si descrivono le chiese, le cappelle,i monasteri della città e degli immediati dintorni, arriva a scrivere che sottostà alla giurisdizione del Vescovo assisano anche “ecclesiam sancte Marie de Pomonte”. Pomonte appartenne anche ai conti di Antignano. (la contea di Antignano, castello posto sulle colline di Bevagna, comprendeva diversi possedimenti che spaziavano tra Bevagna e Gualdo Cattaneo). Nel 1305, per porre fine alle scaramucce con i duchi di Spoleto, il cui rettore era Deoticlezio de Loiano, i rappresentanti di Pomonte furono convocati nella cattedrale di Foligno per cercare un accordo. Nel corso dei secoli Pomonte tu teatro di lotta e di contesa fra Todi e Bettona. Verso il 1312 molti fuorusciti di Todi e di Bettona, dopo che questa località fu distrutta, si rifugiarono entro le mura di Pomonte. In seguito ad essi si aggiunsero numerosi fuorusciti di Perugia. Nell'anno 1318, invece, si verificò una rivolta contro i guelfi, che volevano tributi e pretendevano la difesa della chiesa locale con le armi: essi si dichiararono seguaci di Federico I da Montefeltro, che in quel periodo cercava la supremazia in Umbria. Poi, nel 1322, Todi assunse la giurisdizione sul castello. Nel 1368 appartenne a Bonifacio Tancredi di Rosciano, il quale ebbe aspre contese con i Michelotti di Perugia, con Tommaso di Mascio Ranieri, capitano di ventura, ed infine anche con la città di Todi, la quale riuscì verso il 1400 a scacciare da Pomonte, dopo aspri combattimenti, tutti i fuorusciti. Nel 1415 Gregorio XII conferì al Castello il titolo nobiliare di baronia, facendovi costruire quello che a tutt’oggi si denomina Palazzo baronale. Nel 1421 Pomonte passò sotto il dominio di Bettona, quando questa fu ricostruita dal Cardinale Albornoz e poi sotto il vicariato della famiglia Trinci di Foligno con Corrado XV, amico ed alleato dei Bettonesi. Ma Todi volle ritentare l’occupazione dell’importante Castello e nel 1435 portò gravi distruzioni in tutto il territorio Piemontino. Nel 1451 Pomonte si sottomise ai Signori Crispolti di Bettona e ne divenne feudo con bolla di Nicolò V, dello stesso anno. I successivi pontefici non fecero che confermare questo stato di cose, finché nel 1658, sotto Alessandro VII, dopo la morte di Bonifacio Crispolti, Pomonte passò alle dirette dipendenze del Pontefice. Tra la fine del sec. XVIII e l’inizio del XIX il feudo passò ai baroni Baldini di Orvieto e successivamente ai conti Bennicelli di Roma. Nel 1802 fu annesso al territorio di Gualdo Cattaneo. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, il palazzo baronale divenne alloggio di un comando tedesco; nel 1944 i partigiani si riappropriarono di tutte le proprietà in esso contenute. I grandiosi resti del diruto Castello, che ancora si vedono, sul declivio del monte chiamato « Poggio delle Civitelle », sito sulla dorsale tra il comune di Gualdo Cattaneo e di Bevagna il cui termine richiama il latino “civitulecittadella così come i reperti archeologici rinvenuti in quella zona attualmente esposti al Museo archeologico per l’Umbria di Perugia, sono ascrivibili all’epoca romana. Di una primitiva Pomonte “superior” parlano i resti del semi-diruto Castellaccio i cui resti alti e perimetricamente ridotti sono, dai cittadini del luogo guardati con amore come una reliquia. Oggi il palazzo baronale si eleva maestosa sopra un colle, circondato da una ricca vegetazione; a pianta quadrilatera, presenta agli angoli piccole torri contro-scarpate d’altezza pari alla metà dell'edificio. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=MdDcnLDCXts (video di Diego Pieroni), http://www.mondimedievali.net/Castelli/Umbria/perugia/provincia002.htm#pomonte


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pomonte_(Gualdo_Cattaneo), http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-pomonte-gualdo-cattaneo-pg/

Foto: le prime due, relative al castello, sono prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-pomonte-gualdo-cattaneo-pg/; la terza, relativa al palazzo baronale, è presa da http://www.dalcacciatore.it/dintorni/pomonte.html

lunedì 24 aprile 2017

Il castello di martedì 25 aprile






PAGO VEIANO (BN) – Castello di Terraloggia (o Torre)

Terraloggia risulta abitata gia in età romana. All'inizio dell'età normanna era un feudo ricco, murato e forte, ben protetto da un castello di cui esistono ancora le tracce delle mura, mentre la Torre è una costruzione certamente più recente. Il nome di Terraloggia deriva Terra Rubea, cioè Terra Rossa, da cui per inflessioni successive di pronuncia, si ebbe Terra Roggia, Terra Loggia, Terraloggia. Fece parte prima della contea di Ariano poi di Buonalbergo. Nel 1113 questo feudo era posseduto dal normanno Roberto di Sicilia che mosse guerra ai beneventani i quali, in numero di circa quattromila, guidati da Landolfo della Greca, distrussero e saccheggiarono Terraloggia. Nell'incendio del castello morì tra le fiamme lo stesso Roberto. In seguito il feudo, di nuovo discretamente abitato, fu posseduto, con quello vicino di Mannaro, da Guarino di Terrarubea che nel 1170 partecipò alla crociata bandita da Guglielmo il Buono. Nel 1482, morta Maddalena Caracciolo, signore di Terraloggia divenne il figlio Tirello Mansella che tanta parte ebbe nelle lotte civili che si scatenarono a Benevento, divisa in due opposte fazioni capeggiate dalle famiglie dei Mansella e dei Capobianco. Dopo i Mansella, il feudo nel 1605 passò ai Caracciolo e da questi, nel 1681, ai Pignatelli. Nel 1703 fu venduto per 14 mila ducati a Vincenzo Mastrilli che poi lo cedette a Giacinto Muscettola, duca di Spezzano. Nel 1727 fu ricomprato dai Pignatelli. In seguito passò al Marchese de Girardi e al Marchese di Montesilvano. Il castello è stato ristrutturato nel XVI e nel XVIII secolo fino ad essere trasformato in una grande villa rustica ed essere abbandonato dopo il sisma del 1980. In origine il complesso era composto di cinque piani e 365 stanze. Sul portale compariva uno stemma nobiliare, poi trafugato. Altri link suggeiti: https://gangalephoto.wordpress.com/2012/05/24/castello-di-terraloggia/, http://www.comune.pagoveiano.bn.it/PagoVeiano/index.asp?sezione=monumenti, https://www.flickr.com/photos/90305006@N03/sets/72157667043746566/, articolo di Lucia Gangale su http://www.realtasannita.it/articoli/articolo.php?id_articolo=20699


Il castello di lunedì 24 aprile






GREVE IN CHIANTI (FI) – Castello di Sezzate

Sezzate presenta alcuni dei caratteri tipici di un castello medievale: in primo luogo, la sua posizione all’imbocco di una valle ne giustifica l’esistenza sul piano militare; inoltre è costituito da due nuclei: uno destinato alla residenza dei signori (“cassero”), l’altro alla popolazione concentrata nel villaggio circondato da mura che aveva una chiesa parrocchiale dedicata a San Martino. Il castello venne edificato sull'antico tracciato romano che percorreva la valle di Cintoia e se ne fa menzione per la prima volta nel 1176, in un documento dell'abbazia di San Cassiano a Montescalari (datum in castro de Sezate). In un altro documento del 1322 è citata una comunità rurale, platea communis a Sezzate in Val di Greve. Appartenente in origine alla famiglia Alamanni, Sezzate passò in seguito nelle mani dei conti Guidi, i maggiori rappresentanti dell’Impero in questa parte della Toscana e, proprio per questo aperto schieramento dei suoi signori, venne coinvolto, nel corso del XIII secolo, negli scontri tra il partito guelfo e quello ghibellino, subendo dei danni che non ne compromisero però le funzioni vitali se, ancora agli inizi del Trecento, in prossimità del castello aveva luogo  un mercato destinato ad una clientela di un’area relativamente ampia (da Strada in Chianti a Rubbiana). Dopo aver assicurato le funzioni di residenza di tipo “signorile” per la famiglia fiorentina dei Bardi, che possedeva anche il dirimpettaio fortilizio di Mugnana, come molte omologhe, anche questa struttura venne destinata ad abitazione di contadini e divisa in unità abitative subendo poi un progressivo abbandono, fino al restauro che negli ultimi decenni ha riportato alla luce le originarie murature medievali, togliendo l’intonaco dalla maggior parte della cinta ed eliminando alcune superfetazioni successive all’edificio di età medievale. Il castello, durante il XVII secolo e il XVIII secolo subì delle modificazioni. La cinta muraria ha andamento quasi circolare ed è formata da edifici che compongono l'abitato. La sua torre si trovava nel punto più elevato e di essa resta la parte basamentale. Nel castello si conserva una pala che raffigura la Madonna seduta in trono col Bambino Gesù, insieme a sant’Antonio abate e a santa Lucia; san Giovannino è inginocchiato sui gradino del trono e in primo piano si vedono le figure dei committenti in preghiera, due membri della famiglia Bardi. Il fondo mostra due scorci di paesaggio: il castello di Sezzate, prima delle modifiche del XVII e XVIII secolo, e forse il fiume Ema. L'attribuzione del dipinto è difficile perché esso è stato restaurato, comunque una attribuzione è stata fatta a Giuliano Castellani detto il Sollazzino. Degne di nota sono alcune arciere (feritoie lunghe e strette per permettere il tiro con l’arco) recentemente ripristinate insieme ad alcune buche pontaie (alloggiamenti nel paramento destinati a sostenere dei ponteggi in legno). La scarpata visibile alla base della struttura è probabilmente da considerare più tarda ed apposta sia per motivi di difesa dalle armi da fuoco, sia per rinforzare la solidità dell’edificio.



sabato 22 aprile 2017

Il castello di domenica 23 aprile






MONTE VIDON COMBATTE (FM) – Mura e palazzo Pelagallo

Monte Vidon Combatte è situato su di una collina, all'interno della media Val d’Aso, sul versante sinistro del fiume Aso. Per la sua posizione strategica è sempre stato oggetto di contese tra la giurisdizione di Fermo e quelle dell’abbazia di Farfa. La leggenda narra: "C'era una volta, sul colle della sponda sinistra del fiume Aso, un antico Castello munito e forte, e Guidone ne era il feudatario. Un brutto giorno però, come spesso accadeva in quei tempi litigiosi, egli entrò in guerra contro il signore della Rocca Monte Varmine, che voleva espandersi anche sull'altra sponda del fiume, e Guidone, ahimè, era proprio di fronte al suo Castello. La battaglia si faceva sempre più cruenta e venutosi a trovare in grande difficoltà Guidone incaricò un messaggero di consegnare una missiva a suo fratello Corrado che era Signore di un Castello nelle vicinanze. Il messaggero arrivò al galoppo al cospetto di Corrado. Questi lo accolse e lesse il messaggio che il fratello Guidone gli aveva fatto recapitare: “Corri Corrado che Guidon Combatte!”. Era una richiesta disperata di aiuto da parte di Guidone che stava con fierezza resistendo al nemico. Dell'esito di quella battaglia nessuno sa a tutt'oggi il responso, ma probabilmente la minaccia fu respinta e Guidone ebbe la meglio, grazie al soccorso fraterno, tanto che da quel giorno in poi i Castelli dei due fratelli Corrado e Guidone furono legati indissolubilmente da questo fatto d'armi medievale e chiamati: Monte Vidon (da Guidone) Combatte e Monte Vidon Corrado.". Il paese, successivamente, seguì le vicende della città di Fermo, di cui divenne un produttivo possedimento agricolo. Monte Vidon Combatte è un castello su un’altura il cui circuito murario ricalca le fattezze del sito, di pianta vagamente trapezioidale. Intorno al paese è conservato buona parte del tracciato delle cortine castellane caratterizzate (specie quelle del fronte meridionale) da una scarpatura in pietrame e da una torre rompitratta prossima ad un loggiato pensile innestato proprio sulla scarpatura che precede di pochi metri l’odierno ingresso. Le mura, recentemente restaurate, nel corso dei secoli XIV e XV furono dotate di torri rompitratta: alla porta principale venne associata un’antiporta con dispositivo a trappola (porta a doppio fornice), ponte levatoio e caditoie. L’elemento fortificato di spicco è la Ianua Castri, un corpo di fabbrica che ha subito almeno due momenti costruttivi. Prima di immetterci nella Porta a doppio fornice della metà del XIV sec., l’attenzione viene attirata dalla loggia a cinque archi, incorporata in un palazzo privato, il Palazzo Pelagallo di origine trecentesca, una volta di proprietà di signori feudali. L’odierno ingresso cui si accede per il tramite di una ripida rampa non è quello originario, essendo stato (quello più tardo) ricavato sventrando la parte est dell’edificio che costituisce la porta castellana. Il primogenio ingresso si trova infatti a meridione, forse anticamente appellato “Porta da Sole”. Il fornice della porta originaria con arco ogivale (quindi di matrice trecentesca) è ripetuto in quello di uscita, seppure di restauro. Trovandosi a dislivello la porta era servita da una rampa successivamente demolita, allorché si è deciso di spostare l’ingresso da meridione a oriente. La porta era attrezzata alla sua destra con una feritoia da spingardella, arma da fuoco leggera su cavalletto. La realizzazione del secondo fornice (caratterizzato da un arco a tutto sesto) ha determinato un innalzamento della quota del piano interno di calpestio della porta castellana, con parziale tamponamento del primigenio fornice ogivale ed in parte anche della feritoria da artiglieria leggiera testé menzionata. L’odierna copertura a capanna del corpo di fabbrica analizzato, ha sostituito un apprestamento in aggetto su sporto di beccatelli e caditoie che coronavano con il parapetto merlato la porzione terminale della torre portaia. Di questo apprestamento residuano due grossi beccatelli nel lato posteriore della torre, ove verosimilmente si trovava il probabile ingresso a dislivello per accedere negli alloggi delle scolte deputate alla difesa della porta (il vano soprastante all’androne della porta-torre era infatti verosimilmente destinato ad alloggio delle scolte). L’androne è caratterizzato dalla presenza nella parete ovest di tracce di un affresco cui oggi è stata aggiunta in posizione sottostante la riproduzione ceramica di una Madonna crivellesca. Attraverso il primo fornice, alquanto suggestivo si accede al vecchio incasato; superato il secondo, per un altro arco, si arriva al centro storico, interessante per la Chiesa Parrocchiale di San Biagio, progettata dall’architetto ticinese Pietro Maggi sul finire del secolo XVIII, dotata di un possente campanile recentemente restaurato. La torre campanaria della chiesa parrocchiale si fonda sui resti di una torre quadrata del perimetro castellano di chiara matrice militare: ne fanno fede diverse feritorie per bombardiere.

Maurizio Mauro, Castelli rocche torri cinte fortificate delle Marche (I castelli dello Stato di Fermo), castella 72, vol. IV, Tomo II, [Roma], Istituto Italiano dei Castelli / Adriapress Ravenna, 2002; pp. 395-399; l’opera complessiva è di 8 volumi

La torre rompitratta, ovvero l’ingresso del castello, ha subito numerose modifiche dalla sua origine altomedievale (X-XII sec.) grazie alle alterne vicende del suo fossato e del ponte levatoio. Con il ponte levatoio aumentava la capacità di difesa della torre tenendo a maggior distanza dalle mura gli eventuali assalitori. Tutto l’edificio di ingresso risultava probabilmente più basso di oggi e vi era una merlatura (le cui tracce si possono intravedere nella muratura) presidiata da arcieri. Certamente dalla seconda metà del XV al XVII sec., la struttura del castello e della porta d’ingresso subì dei cambiamenti. In effetti in questo lasso di tempo vennero realizzate le evidenti scarpature, le feritorie per le armi da fuoco (per bombardiere, spingardella, ecc…) in molti punti della cinta delle mura, ed in particolar modo sulla torre a nord del castello, anch’essa cimata come richiesto dalle nuove esigenze militari (base della futura torre campanaria progettata da Pietro Maggi sul finire del XVIII sec); forse sempre nello stesso periodo fu realizzata la copertura a capanna della torre rompitratta. Ci fu quindi sicuramente un adeguamento alle nuove tecniche guerresche di tutto l’apparato difensivo del Castrum. Non è noto se nello stesso periodo o in epoca più tarda, ma di certo il ponte levatoio dovette rappresentare una scomodità. Bisogna considerare che il fossato richiedeva una certa manutenzione e se molti erano i suoi vantaggi, ben molti erano anche i suoi svantaggi, come le esalazioni maleodoranti, le malattie che può portare l’acqua stagnante e, nel caso in questione, l’eccessivo restringimento del tratto stradale, oltremodo scomodo: si preferì eliminare il ponte levatoio e il fossato. Così facendo si abbassò il profilo della torre rompitratta e venne forse deciso di elevarla di qualche metro coprendo i vecchi merli (ormai solo un ricordo dei vecchi metodi di guerra) e di predisporla di feritoie anche basse per fornire la difesa radente, tecnica utilizzata dalla comparsa delle armi da fuoco. In effetti abbiamo ancora oggi la testimonianza di una feritoia da spingardella, arma da fuoco leggera che si usava su un cavalletto, che è posta proprio in direzione d’entrata al castello. All’estremità alta della torre è visibile un semicerchio, presumibilmente di un vecchio orologio o di una meridiana: forse era realizzato dello stesso stile di quello più piccolo in basso oggi visibile.

Gianluca Monaldi, L’architettura militare nel fondo antico a stampa della biblioteca Oliveriana di Pesaro, tesi di laurea dattiloscritta in Conservazione dei Beni Culturali, Urbino, 2006.




Il castello di sabato 22 aprile







PANICALE (PG) – Castello di Montali

Antico castello di poggio a 18 chilometri da Perugia, si eleva maestoso in posizione dominante e strategica sulla piana di Tavernelle e del Nestore, vicino al lago Trasimeno, non lontano dalla boscosa e superba Rocca di Montalera. Nel 1136 il vescovo di Perugia Rodolfo acquistò “Castrum de Monte Agili [Montali] quod ab Othone et fratribus suis, fillis Mancini, cum corte sua“. Nel secolo XII uscì dall’influenza del Chiugi ed entrò a far parte del sistema difensivo perugino: dal secolo XIII appartenne al contado di porta Santa Susanna. Nel 1282 contava quasi 300 abitanti ed era notevolmente fortificato; come castrum si trova ancora nei documenti catastali del 1370. Nel 1356 “Bernardus Martini de castro Montalis comitatus Perusij“, in qualità di notaio, fu al seguito del podestà di Firenze Guido Della Corgna. Nel 1402, quando Perugia si sottomise a Gian Galeazzo Visconti (1347-1402), Montali subì l’occupazione delle truppe pontificie che vi sostarono un anno intero. A partire da quella data, il castello vide uno spopolamento che durò fino al 1450, dimezzando il numero originario degli abitanti; nella seconda metà del ‘400 riprese vigore l’attività agricola che comportò di conseguenza un aumento dei residenti. Nel 1483 i priori di Perugia confermarono i nuovi Statuti di Montali; nel 1489, con la salita al potere dei Baglioni e la conseguente cacciata dei Degli Oddi, Armanni Della Staffa e Arcipreti, furono riparate le mura con l’aggiunta di un torrione. Nel 1525 ottenne la cittadinanza perugina Menecus Baptiste Marchetti di Montali, esperto calzolaio. Durante la Guerra Barberina subì gravi danni tanto che venne progressivamente abbandonato. Nel castello nacque il celebre giureconsulto Onofrio Bartolini, allievo di Bartolo da Sassoferrato (1313-1357) e Baldo degli Ubaldi (1327-1400), che insegnò, a partire dalla fine del ‘300, Diritto Civile nell’Università di Perugia. Nel 1817, quando Panicale divenne vice-governatorato, Montali passò sotto la sua giurisdizione. Dell’antica struttura fortificata ci sono pervenute numerose testimonianze: la porta d’ingresso e due torrioni angolari sormontati da un camminamento di ronda, mentre il nucleo abitativo è di epoca settecentesca. Attualmente il castello, dopo aver subito sapienti restauri, è diventato residenza di una comunità di villeggianti tedeschi, come molte altre località poste nel Comune di Panicale. A tal riguardo segnalo l’esistenza del seguente sito web, in lingua inglese: http://www.castellodeimontali.it/. Il castello è costituito da un corpo principale, una antica torre del XII secolo ed una dépendance racchiusi da una cinta muraria che solo in parte, è ancora esistente. Un’ampia terrazza naturale offre una vista mozzafiato sul Lago Trasimeno. In questo video di Claudio Mortini si vedono anche scorci dell’edificio: https://www.youtube.com/watch?v=VSYJokbFrQw



venerdì 21 aprile 2017

Il castello di venerdì 21 aprile




MINERVINO DI LECCE (LE) - Palazzo Venturi

In epoca normanna, il casale fu concesso nel 1269 al signor Ruggero Sambiasi, di una famiglia forse originata dalla potente Casata dei Sanseverino. Dal re Filippo fu successivamente donato a Ugone Billotta, dopo averlo sottratto a Giordano de Paleano. Al tempo di Carlo d'Angiò parte del casale appartenne a Ruggero Maramonte. Quindi fu la volta dei Prato e di Nicolantonio de Frisis (1378), proveniente da una nobile famiglia leccese già testimoniata all'epoca di re Manfredi. Ritornato ai Maramonte, venne venduto ai Gargano nel 1584. Nei primi decenni del XVI secolo Minervino contava 95 famiglie corrispondenti a circa 475 abitanti. Fu feudo dei Filomarini, duchi di Cutrofiano, e dal 1619 dei Venturi, ai quali venne successivamente riconosciuto il titolo ducale. Nei tempi passati oltre ai Venturi vi furono moltissime famiglie gentilizie, le più note furono i Morì della Gatta, gli Scarciglia e gli Urso dei quali si conservano le rispettive dimore gentilizie. Fino al 1650 l'attuale Minervino era diviso in 16 "borghi": "Borgo Minervino", "Borgo Murtole", "Borgo Giudecca" ed altri. Ogni borgo contava dalle 50 alle 100 persone. D'altronde, questi borghi altro non erano che delle masserie. Il Borgo più importante dei sedici era quello detto "Borgo Minervino", una masseria che andava da piazza San Pietro alla Chiesa Madre e contava 150 abitanti. Palazzo Venturi è una severa struttura cinquecentesca che può essere considerata una vera e propria fortezza. Si distribuisce su due piani e in corrispondenza delle finestre e del portale d'ingresso sono posizionate alcune piombatoie che servivano a difendere l'edificio dagli attacchi stranieri. Oggi l'edificio è adibito a hotel di lusso (sito web www.palazzoducaleventuri.com). Di particolare valore artistico è il portale bugnato sul quale troneggia lo stemma dei Venturi. Alcune leggende raccontano che il Duca Venturi di Minervino avesse una relazione di grande amore e passione con la Badessa del Convento e fece costruire un cunicolo sotterraneo che collegava il palazzo al monastero. La loro relazione andò avanti per molti anni, ma il Duca si innamorò perdutamente di una Novizia appartenente ad una nobile famiglia napoletana. La Badessa presa da gelosia fino alla pazzia la drogò e la fece seppellire viva nel cunicolo che portava al convento, facendolo murare e chiudendolo con una porta di una cella delle prigioni di Otranto (porta della cella che è stata ritrovata a ben tre metri sotto terra in fase di restauro e scavi per la vasca della piscina interna). La Badessa obbligò inoltre il Duca Venturi a far murare la porta dell’alcova dove i due amanti si incontravano. La Badessa aveva perduto la fede ed arrivò persino a lanciare una maledizione sulla camera da letto del Duca “hic amor mori” (qui l’amore morì). Questa maledizione fu poi tolta e le forze del male furono cacciate da Sant’Eligio (vedere storia del Santo). Tradizioni, leggende, verità o falsità. La Proprietà ha deciso di ricreare la stanza della maledizione mettendo l’antica porta (ritrovata durante i restauri) al primo piano del palazzo dove si presume fosse collocata.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Minervino_di_Lecce, http://www.palazzoducaleventuri.com/la-storia/

Foto: la prima è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Minervino_di_Lecce#/media/File:Minervino_di_Lecce_Palazzo_Venturi.jpg, la seconda è presa da http://www.hote-italia.com/en/puglia/luxury-small-hotel-minervino-di-lecce.html


giovedì 20 aprile 2017

Il castello di giovedì 20 aprile







DUINO AURISINA (TS) - Castello Inferiore

La storia del comune è legata a doppio filo con le vicende storiche seguite dal Castello di Duino. La signoria duinese risale, almeno, al 1211 (se ne fa menzione nei documenti relativi alla Pace del Timavo). Prima vassalli del patriarca di Aquileia poi del Margravio d'Istria infine capitani dei conti di Gorizia. Nel 1366 si dichiararono fedeli agli Asburgo. La famiglia dei Duinati si estinse nel 1395, sostituita nel comando dai Walsee. Nel 1587 la signoria passò ai milanesi Della Torre di Valsassina. Ciò che resta della rocca inferiore (o Castello Vecchio) va a fondersi direttamente nella pietra sottostante, in un tutt’uno quasi indistinguibile. Su tutto, domina la torre centrale. Alla rocca si poteva accedere per un unico sentiero impervio e fortificato lungo il muro di cinta. Un ponte levatoio si trovava dove oggi è posto l’ingresso alla rocca. Il Castello Vecchio era di piccole proporzioni, ben difeso dall’inaccessibilità delle rupi e, dalla parte di terra, da uno stretto corridoio limitato da mura e da passaggi obbligati, unica via di accesso. La parte principale, che fungeva pure da abitazione castellana, era costituita da una torre rettangolare attraversata da un sottopassaggio a volta. Una stretta scala, parte scavata nella roccia e parte costruita ad arte, saliva all’interno del castello passando sotto l’arco della torre; alte e grosse mura la proteggevano dal lato rivolto al mare. La torre era a due piani, dei quali ora il secondo è rovinato; anche il piano sopra l’arco non esiste più. E’ rimasta intatta solo la parte inferiore, probabilmente adibita a cappella: sono infatti visibili tracce degli antichi affreschi che decoravano le pareti e la volta del soffitto. Un leggio in pietra è incastrato nel muro all’altezza di una piccolissima finestrella gotica aperta nella parete per dare luce al leggio stesso. Non si trovano tracce di scale in muratura, né esterne né interne; si può supporre che l’accesso al piano superiore avvenisse per mezzo di scale esterne di legno. Infatti sulle mura della torre si notano incavi quadrati ove presumibilmente erano incastrati i supporti della scala, probabilmente mobile, per assicurare, in caso di assedio, una perfetta difesa agli abitanti della torre. Oltre a questa costruzione vi dovevano essere altri baraccamenti nello spazio antistante. Una traccia di un altro edificio si nota nel piccolo cortile, chiuso dalle mura che circondavano completamente tutto il perimetro irregolare dello scoglio, lungo le quali corrono alcuni camminamenti strettissimi scavati nella roccia e collegati tra loro. Il castello era veramente inespugnabile e, infatti, provarono a porvi assedio, ma inutilmente, i Veneziani nell’anno 1369, durante la guerra condotta in ostilità a Trieste. Duino allora parteggiava per la vicina città e procurava danni alla flotta veneziana utilizzando i “gabardelli duinati”, piccole imbarcazioni veloci usate dai corsari adriatici. E' probabile che una parte della torre sia servita a lungo come prigione. Sotto ai ruderi si intravede una roccia a picco sul mare che pare una donna pietrificata avvolta in un mantello, la famosa Dama Bianca. Secondo una leggenda una nobile dama, la castellana Esterina da Portole, venne gettata dalla rupe nella notte dei tempi dal suo signore, marito geloso. Ogni notte la dama si stacca dalla roccia e vaga per il castello cercando invano la culla della sua bambina: all’alba ridiventa pietra. Tra i due castelli si può notare una roccia che con l’alta marea rimane isolata e che viene chiamata Scoglio di Dante. Il Patriarca Cassano della Torre (1316/1318), nella sua precedente carica di Vescovo di Milano, incoronò Arrigo Re d’Italia nel 1311. La cerimonia si svolse nella Basilica di Aquileia e vi partecipò, oltre al successore del Patriarca Cassano della Torre, Pagano della Torre, anche Dante Alighieri come ambasciatore di Cangrande della Scala. Sembra che in quella occasione proprio Dante sia stato ospitato nel feudo di Duino da Pagano della Torre, non ancora nominato Patriarca (1319/1332). La storia del castello e dei signori di Duino si congiunge in questo periodo con quella di Aquileia e dei suoi patriarchi della Torre. Il casato raggiunse l’apice della potenza con Ugone VI (1344 – 1391), il quale si era sottomesso ai duchi d’Austria ottenendo la reggenza di Trieste. La famiglia dei Duinati intreccia la sua storia con quella dei Walsee grazie al matrimonio tra Ugone VI e Anna Walsee e nel 1389 iniziò l’edificazione del castello nuovo attorno alle rovine della preesistente torre romana, per volontà di Ugone, ultimo rappresentante della dinastia dei Duinati. Quest'ultimo, trovando il vecchio maniero troppo angusto per i nuovi tempi, chiese ed ottenne, dal duca d’Austria Alberto, la licenza di erigere un castello più grande. Ultimato questo, il vecchio nido venne affidato alla custodia di un gastaldo, ma non essendo più abitato, lentamente cadde in rovina. Già nel XVI sec. era ridotto ad un rudere: sono proprio questi ruderi che creano uno scorcio di grande suggestione, ammirabile da una terrazza sul mare del Castello nuovo. Sembra però che nel 1478, anno di una delle scorrerie mussulmane, l’antica rocca, difesa dai Cavalieri di Rosa e Croce, opponesse resistenza a quelle milizie. Ma dopo breve assedio i difensori furono costretti alla resa e il fortilizio venne gravemente danneggiato. Del castello nuovo il blog ha già trattato (http://castelliere.blogspot.it/2010/10/il-castello-del-giorno_08.html).

Fonti: http://www.imagazine.it/notizie-trieste-gorizia-udine-friuli/99-cultura-e-spettacolo-la-memoria-della-pietra, https://it.wikipedia.org/wiki/Duino-Aurisina, testo di Amalia Vitiello su http://www.italiadiscovery.it/storia/castello-vecchio-di-duino.html, http://storias.altervista.org/duino.html

Foto: la prima è di rasevic su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Duino#/media/File:Peninsula_near_castle_Duino.JPG, la seconda è presa da http://castelliedintorni.blogspot.it/2009/05/il-castello-di-duino.html

mercoledì 19 aprile 2017

Il castello di mercoledì 19 aprile





PERLOZ (AO) - Castello dei Valleise

E' il più antico dei castelli presenti nel comune di Perloz. Sorge al centro del capoluogo a dominare la Valle del Lys. In patois perlois viene chiamato anche Ohtàl, nome che deriverebbe o dal latino hospitalis o dall'antico francese ostel. La presenza di una sala domini nel capoluogo di Perloz è già attestata in un documento del 1195. Il castello dei Vallaise, come il vicino castello Charles (http://castelliere.blogspot.it/2011/11/il-castello-di-mercoledi-9-novembre.html), appartenne all'antica famiglia valdostana dei Vallaise, che possedeva varie terre tra Perloz, Fontainemore e Lillianes, e anche il castello inferiore di Arnad. La famiglia, che aveva come centro di potere Perloz, prese il nome proprio dal torrente della zona: il Lys un tempo era chiamato Hellex in latino, e i signori delle terre del Lys erano i signori delle Vallis Hellesii, da cui Vallaise. Abbiamo poche informazioni sul castello e la vita quotidiana dei castellani nel medioevo. Probabilmente tra la fine del XIV e i primi del XV secolo si sono svolti alcuni interventi architettonici. Il 30 giugno 1944, durante un rastrellamento, il castello e un centinaio di case del paese vennero incendiate dai nazi-fascisti. Oggi ciò che restava del borgo, e il castello con esso, è stato ristrutturato. Il castello si presenta come un edificio massiccio di quattro piani di cui restano i soli muri perimetrali. Le sue imponenti dimensioni dovevano avere anche un significato politico: la casa-forte doveva infatti colpire lo sguardo di quanti risalivano la Valle del Lys, dando prova della potenza della Famiglia Vallaise. Il complesso è stato ripreso e rimaneggiato in momenti successivi, anche con campagne di restauro decise, come dimostrano varie tracce nel muro perimetrale. Ad esempio, una finestra a crociera decorata con le insegne dei Vallaise e degli Challant e risalente a poco prima del 1477, realizzata per la celebrazione del matrimonio tra Pietro Vallaise de la Côte e Antonia, figlia di Guglielmo di Challant - Villarsel, venne asportata nei secoli scorsi dal castello dei Vallaise e rimontata sulla facciata del castello Charles, dove si trova tuttora. La facciata a valle che sovrasta chi giunge in paese dalla strada principale è imponente: di 16 m di larghezza e alta 15 m, oggi si presenta come facciata principale, ma in origine essa era la facciata posteriore del castello, quella rivolta a valle. Su di essa fanno bella mostra varie finestre realizzate in pietra lavorata, di diverse forme: la bifora ad arco a tutto sesto si affianca a quella trilobata e alle finestre a crociera. Il tetto è stato ricostruito nel Novecento a seguito delle devastazioni della seconda guerra mondiale, durante le quali sono andati perduti sia gli arredi interni che i vari piani, costruiti in legno. Com'era consuetudine, all'interno delle mura si trovava un pozzo per l'approvvigionamento dell'acqua. Degli interni non resta nulla, devastati dall'incendio: si conservano solo i resti di due camini monumentali, uno dei quali è in discrete condizioni ed è adornato dallo stemma dei Vallaise, scolpito nella pietra grigia. Altri link sull'argomento: http://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/perloz/castello-dei-vallaise, http://www.4communes.it/web/monumenti-perloz/32-castello-vallaise-perloz  

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Vallaise, http://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/perloz/castello-dei-vallaise/1115

Foto: la prima è presa da http://www.comune.perloz.ao.it/ComSchedaTem.asp?Id=36838, la seconda è presa da http://mapio.net/o/3032418/

martedì 18 aprile 2017

Il castello di martedì 18 aprile







BERTINORO (FC) - Rocca

Il nome della città è già una storia da raccontare. La leggenda vuole che Galla Placidia, figlia dell'imperatore Teodosio, di passaggio in questi luoghi, assaggiato un vino servito in un'umile coppa di terracotta dicesse: "Non di così rozzo calice sei degno, o vino, ma di berti in oro ". Da qui il nome della città. È questa l’atmosfera che si respira a Bertinoro, percorrendo le vie acciottolate del borgo, fra palazzi storici, chiese e abitazioni come pure sui sentieri che costeggiano i resti dell’antica cinta muraria, alla scoperta di scorci suggestivi. In realtà pare che il nome derivi dal genitivo dei frati britannici che anticamente soggiornarono qui, britannorum , poi modificatosi nelle varie trascrizioni. Il vino era l' Albana, prodotto da sempre in questo generoso territorio, conosciuto sin dall'epoca romana. Salendo da via del Soccorso, strada che porta alla Rocca, l’orizzonte si amplia fino a dominare le colline di Monte Casale e di Teodorano e la zona di Forlì. Lungo questa via si incontra la Porta del Soccorso, da cui nel 1172 la Contessa Aldruda Frangipane, fiera signora di Bertinoro, fece uscire il suo esercito per portare aiuto alla città di Ancona assediata dall’arcivescovo Cristiano di Magonza e dai Veneziani. Nell'Alto Medioevo le cime del monte Cesubeo e di monte Maggio (più alto del Cesubeo con i suoi 328 metri) furono dotate di una fortificazione difensiva. Entrambe le rocche avevano merlatura ghibellina; i torrioni e le mura erano perfettamente integrati sugli speroni di roccia naturali che da soli rappresentavano già un baluardo difensivo per i castra. A quel tempo l'influenza della città di Ravenna giungeva fino queste terre. La città adriatica era anche il principale alleato, nel Nord Italia, della dinastia germanica erede di Carlo Magno. Fu durante il regno di Ottone III (imperatore del Sacro Romano Impero dal 996 al 1002) che l'arcivescovo di Ravenna istituì la contea bertinorese. Il metropolita ordinò l'atterramento della rocca di monte Maggio ed il trasferimento dei suoi abitanti nel Castrum Cesubeum. Da questo momento Castrum Cesubeum diventò Castrum Brittinori. Il nuovo titolo di Conte fu assegnato presumbilmente ad un casato locale, fedele all'imperatore e legato da un rapporto vassallatico al metropolita ravennate. La dinastia comitale mantenne il titolo per oltre un secolo e mezzo, esaurendosi nel 1177. Successivamente il territorio bertinorese fu devoluto all'imperatore. Attorno a quell'anno la rocca di Bertinoro ospitò l'imperatore Federico I di Svevia e la sua corte. Nel 1278 gli Asburgo cedettero la Romagna alla sede pontificia: anche Bertinoro passò sotto la sovranità dello Stato della Chiesa. Nel 1306 per volere di Pino degli Ordelaffi, fu edificato il Palazzo Comunale nell'area della piazza centrale sottostante la rocca. Da allora divenne ininterrottamente la sede del comune. Sempre in questi anni il castrum venne abbellito con la Colonna dell'Ospitalità, presente tuttora in Piazza della Libertà accanto al Palazzo Comunale, e con una serie di opere architettoniche. Nel 1361 Bertinoro fu elevata a sede vescovile, titolo trasferito dalla vicina Forlimpopoli. Nei documenti ufficiali del tempo passò dall'essere indicata come castrum a civitas. Dieci anni dopo, secondo il censimento fiscale del cardinale Anglico de Grimoard (Descriptio provinciae Romandiolae), Bertinoro contava 177 focularia, per una popolazione complessiva di circa 700-800 abitanti. Nel 1394 papa Bonifacio IX cedette la contea ai Malatesta di Rimini, che divennero così i nuovi signori di Bertinoro. All'inizio del XVI secolo Bertinoro tornò sotto la sovranità dello Stato della Chiesa. Nel 1548 Bertinoro contava 930 abitanti. La Rocca fu costruita probabilmente intorno all'anno mille, ad opera dei Conti di Bertinoro. Interessante notare come la sua posizione rialzata permise a Bertinoro di difendersi egregiamente nel corso dei secoli tanto da renderla quasi imprendibile. Caratteristica importante inoltre, la Rocca venne costruita in modo tale da fonderla perfettamente con gli speroni di roccia sui quali poggia e questa la dota di un ulteriore strumento di difesa naturale. Naturalmente questa costruzione rappresenta il nucleo di un sistema difensivo che comprendeva una forte cerchia di mura rinforzate da 4 torrioni, un ponte levatoio ed una serie di porte fortificate che garantivano la sicurezza del borgo. Dalla descriptio Romandiole del car. Anglic (1371) sappiamo che  gli ingressi alla cittadella, in numero di tre, erano chiamati  Porta Cardinalis, Porta Francha e Porta Sancte Marie. All'interno della rocca si trovavano la residenza signorile e il borgo, dotato di abitazioni e botteghe provviste di acqua, depositi alimentari. Nella fortezza originariamente dotata di quattro torri,  esisteva anche una  caserma, dove risiedevano e venivano addestrati i soldati, oltre ad alcuni locali ad uso prigione. La Rocca fu per molto tempo il cuore pulsante del paese ed oltre che residenza signorile (abitata dai conti Cavalcaconte), fungeva anche da deposito di provviste ed acqua, prigione ed era il centro della vita militare (all'interno di essa infatti vivevano e si addestravano i soldati). Dopo aver ospitato Federico Barbarossa nel 1177, le sue mura ospitarono personaggi legati alle famiglie. Malatesta, Sforza e Borgia, fino a divenire sede vescovile. La trasformazione più consistente del complesso si ebbe proprio in questa fase storica, nel 1584; fu comunque mantenuto intatto il perimetro murario, su cui è ancora visibile parte della merlatura. Nel 1986, a seguito dell'unificazione delle Diocesi di Forlì e Bertinoro, la rocca ha cessato dopo quattro secoli, di essere sede vescovile. Dal 1994 la Rocca è sede del Centro Residenziale Universitario legato all’Alma Mater Studiorum di Bologna, ospita corsi di formazione, seminari e convegni. Al pianterreno è allestito il Museo Interreligioso, un unicum assoluto in Italia, dove ammirare sale dedicate ai luoghi, ai gesti e agli oggetti che legano l’uomo e la sua storia ai culti delle tre religioni monoteiste: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Costruita in sasso e mattoni, la rocca risulta attualmente dotata di torrioni angolari, tra i quali, quello di sud-est funge da ingresso, dotato di  ampio scalone sovrastato da un arco a tutto sesto, rivestito con bugnato e affiancato da due colonne ioniche. Altri link suggeriti: http://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=bertinoro&prod=rocca-bertinoro, http://www.ceub.it/default.asp?id=355#.WPYrtjea19M, http://www.archiviostorico.unibo.it/it/struttura-organizzativa/sezione-archivio-fotografico/archivi-fotografici-aggregati/fondo-scatasta/polo-romagnolo---forli/rocca-di-bertinoro/?IDFolder=526&LN=IT


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bertinoro, http://www.comune.bertinoro.fc.it/HOME_PAGE/il_territorio/storia_arte_cultura/Storia.aspx, http://www.cittadarte.emilia-romagna.it/luoghi/forli-cesena/rocca-di-bertinoro, http://www.appenninoromagnolo.it/castelli/bertinoro.asp (da visitare per approfondire le notizie storiche)

Foto: la prima è presa da http://www.comune.bertinoro.fc.it/ecm/UserFile/Image/Immagini/LaMaestosaRocca.jpg, la seconda è presa da http://www.forli24ore.it/news/forli/0044763-domenica-15-maggio-una-giornata-festa-alla-rocca-bertinoro-ecco-programma

sabato 15 aprile 2017

Buona Pasqua !



Tanti auguri a tutti i lettori del blog, ci rivediamo martedì 18 aprile.

Valentino

Il castello di sabato 15 aprile






VILLA SANTO STEFANO (FR) – Torre (o Porta) di Re Metabo

Nell'antichità la comunità di Santo Stefano in Valle (suo primitivo nome) includeva genti rurali volsche e latine e popolazioni che in epoca imperiale, fuggendo da Roma, cercava un rifugio in quei territori. La primitiva città non era cinta di mura, si trovava in piano (a valle) e solo dopo le incursioni saracene gli abitanti furono costretti a cercare scampo nei monti adiacenti e a porsi sotto la protezione dei Conti di Ceccano. Questi fortificarono il "Castrum S. Stephani" con un robusto Torrione circolare (XII sec.) e una cinta muraria. La Rocca Ceccanese occupava allora l'area del fabbricato oggi conosciuto come "Palazzo del Marchese" di cui restano alcuni spezzoni di mura, oltre il citato Torrione, meglio noto come Torre di "re Metabo", mitico re volsco. Il Centro, cui si accede da una porta medievale, occupa un'area molto limitata con viuzze strette e ripide. Caratteristici gli archi in muratura che uniscono gli edifici ai due lati delle strade. Il feudo venne venduto, nel 1425, ai signori Antonio, Prospero ed Odoardo Colonna. I Colonna furono i baroni di S.Stefano, con le alterne note vicende, fino al 1816, anno in cui rinunciarono a tutti i loro feudi. Di origine medievale la Porta venne ristrutturata nel Quattrocento e nel suo complesso prese alloggio il castellano con i suoi armigeri, con i quartieri di guardia nella torre e le prigioni dalle finestre ad inferriata che si affacciano ancor oggi sotto la Loggia. La torre della Porta, popolarmente detta di Metabo da un’iscrizione che un letterato del paese vi fece mettere nell’Ottocento in commemorazione della vicenda virgiliana dell’Eneide (che narra la vicenda del re Metabo e di sua figlia Camilla), fino agli anni Venti sorgeva più alta del presente e diroccata; nella finestra di mezzo si riconoscevano le linee di una bifora ed in basso, al limite della scarpa, si aprivano feritoie ad archibugio praticatevi probabilmente al tempo dei briganti. Da questa torre le mura riprendevano la discesa, prima lungo una striscia d’orto al margine del fossato, poi sul ciglio della roccia tufacea cingendo la parte più antica del paese per raccordarsi alla Portella. Altri link suggeriti: http://lazionauta.it/2015/08/villa-santo-stefano/, http://www.aironeinforma.it/villa_santo_stefano.html