lunedì 31 luglio 2017

Il castello di lunedì 31 luglio




BEINETTE (CN) - Castello di Rudinì

I primi secoli della dominazione romana coincidono con il periodo più florido della storia di Beinette. Numerosi ritrovamenti archeologici dimostrano la ricchezza artistica del piccolo centro, che, tuttavia, in seguito alle parabole discendenti delle vicende politico-economiche di Roma, decadde rapidamente a partire dal IV secolo. Per lungo tempo Beinette rimase assente dai documenti ufficiali. Ricomparve pochi anni prima del 1000, in una donazione fatta da un Johannes habitator in loco Bagenne, al vescovo di Asti. Verso la metà dell'XI secolo, un diploma emanato da Enrico III conferma il dominio della Chiesa di Asti sul comitato di Bredulo e ricorda nuovamente la corte di Baienna Superioris. La villa, tornò ad essere un luogo prospero e di rilievo, ormai difesa da un castello, possedendo inoltre un ampio territorio, esteso fino alla Bisalta, con una pieve e il monastero femminile Santo Stefano del lago, sotto la giurisdizione astigiana di Sant'Anastasio. Soggetta fin dalle origini ai vescovi di Asti, Beinette venne concessa in feudo, prima ai Marchesi di Busca, poi ai Signori di Forfice, ed infine, nel 1237, ai Signori di Morozzo. Occupata nel 1245 dalle truppe di Cuneo, ne seguì la storia per più di un secolo. Passata nel 1382 ai Principi di Acaia, Beinette divenne libero comune nel 1385, e conquistata nel 1396 dai Marchesi del Monferrato, che la cedettero nello stesso anno ai Savoia. Più volte danneggiata nel corso di vicende belliche, che interessarono a partire dal XVI secolo la fortezza di Cuneo, il paese nel 1744 fu occupato dalle truppe gallo-ispaniche, mentre, verso la fine del secolo fu teatro di aspri combattimenti tra austriaci e armate napoleoniche. Il Castello di Beinette è documentato storicamente a partire dall'XI secolo. L'edificio attuale, situato in cima ad una leggera elevazione del terreno, rivela all'esterno tracce dell'originale borgo medioevale, solo nella torre quadrata che sovrasta il corpo principale della costruzione. Nel Settecento, per volere di Carlo Francesco Ferrero, marchese di Ormea, si procedette ad una ristrutturazione, opera dell'ingegnere Carlo Antonio Castelli, che iniziò i lavori a partire dal 1741, dando vita ad un complesso nello stesso tempo gradevole e massiccio. L'edificio si presenta come villa di campagna, caratterizzata da fasce marcapiano e da una torretta rettangolare sulla facciata rivolta verso il paese. Attualmente si trova in totale stato di abbandono, invaso dalla vegetazione e gravemente compromesso nei suoi principali elementi strutturali. Link suggeriti per approfondire: http://www.samuelesilva.net/2016/01/27/cera-una-volta-il-castello-di-beinette/, https://drive.google.com/file/d/0B1qnhv3Ppwu-eTlKemlKLVZ3eTg/view, https://www.facebook.com/castellorudini/, https://vimeo.com/76799042 (video di Horsepower)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Beinette, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di Luigi.tuby su https://it.wikipedia.org/wiki/Beinette#/media/File:Beinette_castello.jpg, la seconda è presa dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/castellorudini


sabato 29 luglio 2017

Il castello di domenica 30 luglio






GROTTAFERRATA (RM) – Castello Savelli (o Boghetto)

E’ una fortificazione medioevale, oggi in rovina, situata nel territorio di Grottaferrata, nell’area dei Castelli Romani, al decimo miglio della via Anagnina. La prima menzione del castello è considerata risalente al 23 maggio 1140, in ricorso dei monaci dell'Abbazia di Grottaferrata contro i conti di Tuscolo: viene menzionata una taberna in burgis de Tuscolana, ufficialmente ritenuta sita nel Borghetto di Grottaferrata. Quindi il castello venne probabilmente fondato dai conti di Tuscolo nel X secolo sui resti di una villa romana, sul tracciato della Via Anagnina, e l'imposizione di una tassa sul passaggio per il Borghetto comportò l'abbandono della strada in età medioevale. Nel 1269 il castello è definito Burgus Annibaldi, ed è di proprietà della famiglia Annibaldi. Nel 1303 viene chiamato castrum quod dicitur Monsformelli: questo nome deriverebbe da una piccola forma, cioè un piccolo cunicolo, che attraversa il colle su cui sorge la fortezza e che faceva verosimilmente parte dell'Aqua Crabra, acquedotto romano. Dall'inizio del Trecento viene chiamato Mons Frenelli; e dal 1382 passò alla proprietà dei Savelli, e nel 1417 il cardinal Iacopo Isolani, Legato Apostolico, esonerò gli abitanti del tenimentum castri burgi Frenelli dal pagamento delle tasse, causa la loro incipiente miseria. In questo secolo il Castello ebbe un ruolo importante nella lotta scatenatasi fra le fazioni del Pontefice Eugenio IV e la Regina di Napoli Giovanna II da una parte, e dei Colonnesi e Savelli, dall’altra. Nel 1431 il Borghetto fu assediato dal capitano aragonese Giacomo Caldora; nel 1435 dal comandante pontificio Orsini Orsini, che lo assediò per scacciarvi il capitano ribelle Antonio da Pontedera; l'anno seguente, nel 1436, il cardinale Giovanni Maria Vitelleschi, a capo delle milizie di papa Eugenio IV, distrusse Borghetto insieme con Albano e Castel Savello, tutti feudi della famiglia Savelli. Nel 1440 il Castello Borghetto fu dato da Eugenio VI, per metà, a Simonetto di Castel Pietro e per l’altra metà a Caterina Savelli. Questo atto portò alla riconciliazione con i Savelli che condusse in seguito alla completa restituzione di Borghetto. Il Castello, nel 1436, aveva subito gravi danni, tanto che nel 1473 compare come “Castrum dirutum”. In quell’anno venne ceduto dai Savelli all'Abbazia di Grottaferrata in cambio del feudo di Ariccia, possesso dei monaci. Così il castello entrò a far parte del complesso di avamposti difensivi dell'abbazia. In seguito il Cardinale della Rovere ordinò il restauro della merlatura e l’aggiunta di altre fortificazioni; fu riutilizzato per scopi militari nel 1482, quando vi si accampò parte dell’esercito del Duca di Calabria, che era alleato dei Colonna, allora in guerra con Sisto IV. Già dal 1447 il castello è chiamato castrum Burgetti o Burghetti. Nel XVI secolo così si parla del Borghetto: « Burgetum oppidum hac aetate desertum, una taberna eaque infoelicissima superstite ». Il Castello sorgeva su di un’altura tufacea ed era impostato su robuste costruzioni in calcestruzzo dovute alle prime fortificazioni medioevali del colle, risalenti al tempo dei possedimenti dei Conti del Tuscolo, nei secoli X e XII. Il recinto vero e proprio del Castello risale al secolo XIV, era di forma rettangolare e comprendeva 13 torrette sporgenti, anch’esse, per lo più, di forma rettangolare; lo spazio fra due torrette risulta al massimo di venti metri; internamente mostra una grande serie di restauri e rifacimenti. L’ingresso di Sud-Est, meglio conservato, presenta un arco ribassato, in tufo, fiancheggiato dai resti di quella che doveva essere una torre di guardia. Gli avanzi delle case, all’interno, del recinto, ormai incorporate in abitazioni moderne, si devono esclusivamente ai restauri dei Della Rovere: ben poco rimane anche della Chiesa, costruita nel secolo XIII, e della Rocca del Castello, ambedue situate a Sud. Altri link suggeriti: http://pinoferrara.blogspot.it/2016/07/il-castel-savelli-un-millenario.html, http://www.ccnitalia.com/portale/content/grottaferrata/grottaferrata_castello_savelli.php

Fonti: http://www.controluce.it/notizie/il-castello-savelli-a-grottaferrata/ (Bibliografia: (cacciotti-marco@libero.it – Istituto Italiano Castelli-Lazio – Bonechi – B. Fichera – volontari valorizzazione castelli-chiese nel Lazio), https://it.wikipedia.org/wiki/Borghetto_di_Grottaferrata,

Il castello di sabato 29 luglio



CASTRIGNANO DEI GRECI (LE) – Castello De Gualtieris
Le origini di Castrignano de' Greci sono molto discusse e legate anche a leggende popolari. Secondo la tradizione, ripresa dallo storico Cosimo De Giorgi, la fondazione del paese è attribuita ai posteri dei Candioti di Minosse o dagli Ateniesi e Cretesi seguaci di Giapige. Secondo Domenico De Rossi la fondazione avvenne con la colonizzazione greca del Salento, durante il periodo della Magna Grecia. L'ipotesi più avvalorata è quella che i Romani, conquistata la penisola salentina nel III secolo a.C., favoriti dalla presenza di acque, vi abbiano istituito un loro presidio militare ("Praesidium Castrinianum" oppure "Castrinius"). Tra il IX ed il X secolo, sotto il dominio dei bizantini che diffusero le loro leggi, le loro usanze e la loro lingua, Castrignano divenne un casale fortificato e fu costruito un castello. La lunga permanenza bizantina è ancora visibile in alcune usanze e soprattutto nella lingua locale, il giko. Castrignano conservò il rito religioso greco fino al 1614. Con i Normanni, il casale, divenuto parte della Contea di Lecce, venne donato da Tancredi d’Altavilla a Pietro Indrimi nel 1190. Nel corso dei secoli il feudo passò sotto il controllo di varie famiglie feudatarie come i Prato, gli Acaya, i Brayda, i Guarini, i Marescallo e infine fu di proprietà dei baroni Gualtieri che ne mantennero il possesso fino all'eversione della feudalità nel 1806. Situato nel centro storico del paese, il castello, di origine medievale, fu riedificato nel XVI secolo per volere della famiglia Gualtieri, come ricorda l'epigrafe sopra il portale: “NICOLAUS EX ANTIQUISS. FAMILIA DE GUALTERIIS F.F. A pianta rettangolare con base scarpata, si articola su due livelli divisi esternamente da un toro marcapiano. Le facciate, in pietra leccese, sono poco decorate e sormontate da stemmi gentilizi e da qualche putto. Nel Settecento è stato oggetto di numerosi rimaneggiamenti volti a ingentilirne il prospetto e il cortile interno. Il castello viene ricordato nelle fonti come eccellente strumento di difesa, con un fossato, in cui convogliavano le acque piovane (ancora visibile nell'Ottocento), e le cannoniere strombate disposte al piano terra per spazzare il lato a ovest e a sud. Verso est, un'epigrafe fu fatta apporre dal feudatario Giovanni Donato Prato per ammonire i nemici provenienti dal mare: 1618 FORTIS [...] INDOMITU (S). Sulla facciata troneggia un'altra iscrizione: PROCUL THAUMANTIA PROLES DULCIOR CUM PULVERE PALMA NE QUID INVITA MINERVA. (State lontano, figlie di Taumante; la palma della vittoria è più dolce con la polvere, affinché tu non faccia niente contro la volontà di Minerva). Interessanti sono i doccioni zoomorfi e quello bicefalo rivolto verso sud. All'interno si distingue il portale adornato da motivi floreali, angeli e mascheroni che dal piano terra, dove trovavano posto le scuderie, il forno e i magazzini, oltre che agli ambienti per servi e sentinelle, conduce al primo piano, dove c’erano la residenza del feudatario e la zona destinata alle cerimonialità. Si presume, inoltre, che ci fosse una galleria sotterranea che collegava la fortezza alla cripta bizantina di San Onofrio, di cui però non sono rimaste tracce. È ancora visibile, invece, la botola nella quale si facevano cadere nemici e malcapitati, che indubbiamente perdevano la vita in situazioni macabre. Per chi volesse approfondire e avere più notizie sul castello, è vivamente consigliata la consultazione di questo link: http://www.castrignanodeigreci.it/index.php?option=com_content&view=article&id=77&Itemid=645

venerdì 28 luglio 2017

Il castello di venerdì 28 luglio




CINIGIANO (GR) - Castello di Colle Massari

E' un edificio situato nel territorio comunale di Cinigiano, ubicato sulla cima di un colle, poco a sud-est della frazione di Poggi del Sasso. Il complesso sorse come castello in epoca medievale ed era originariamente un possedimento dell'abbazia di San Galgano presso Siena, che controllava contemporaneamente anche il non lontano castello della Sabatina. In seguito, la struttura venne trasformata in un convento, che andò sviluppandosi presso un'antica pieve rimasta in funzione almeno fino alla fine del XIV secolo. Successivamente, la struttura divenne proprietà privata e, nel tardo XVII secolo, venne ristrutturata dai marchesi Patrizi che la trasformarono in una caratteristica fattoria fortificata. Il castello di Colle Massari, che attualmente è sede di una rinomata e prestigiosa azienda agricola (è di proprietà della famiglia Tipa dal 1998), si presenta come una struttura rurale fortificata, il cui aspetto è stato prevalentemente conferito dai lavori di restauro avvenuti durante il XVII secolo. Il complesso si sviluppa su tre corpi di fabbrica disposti su altrettanti lati attorno ad un cortile interno a pianta quadrangolare, a cui si accede attraverso una caratteristica porta ad arco che si apre lungo la cortina muraria che chiude il lato privo di corpi di fabbrica. Ad ogni angolo è presente una torre, che in passato svolgeva funzioni di avvistamento. Delle quattro torri, due si sono ben conservate, mentre le altre due hanno subito alterazioni: della torre sud-orientale, che crollò nel corso del XIX secolo a causa di uno smottamento del terreno, si conservano soltanto le tracce. La cappella di Santa Marta costituisce la cappella gentilizia ed è situata all'interno del castello; la sua costruzione avvenne nel XVII secolo, andando a sostituire la più antica e scomparsa pieve di Sant'Ippolito a Martura. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=ugr7HTex7pQ (video di ColleMassari Tenute), http://www.abxbronze.com/project_zoom.php?id=76&pag=1 (guardare Foto Gallery), http://www.collemassari.it/it/tenuta/16-castello-colle-massari/tenuta.html?layout=blog.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Colle_Massari, https://www.hellotaste.it/vino/cantine/p/castello-collemassari

Foto: la prima è di Aurelio Candido su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/163621/view, la seconda è presa da http://www.paolofavarovini.com/news/2014/12/3/collemassari-cantina-dellanno-2014



giovedì 27 luglio 2017

Il castello di giovedì 27 luglio






TREVICO (AV) - Castello

Nel Medioevo Trevico fu centro e roccaforte della Baronia di Vicum, comprendente gli attuali comuni di Flumeri, S. Sossio, S. Nicola, Castello, Carife, Vallata, Vallesaccarda, Scampitella e Zungoli. A questi si aggiunsero anche Villanova del Battista, Anzano, Montaguto, Accadia, S. Agata di Puglia e Ascoli Satriano che avevano lo scopo di impedire al nemico di giungere a Trevico. Nella prima metà del Cinquecento la Baronia di Vico perse la sua unità dando origine allo Stato di Trevico, con S. Sossio e Zungoli, a quello di Flumeri, con Castello, S. Nicola e Acquara, ed ai feudi autonomi di Carife e Vallata. L'ultimo comune che ha conquistato l'autonomia è stato Vallesaccarda nel 1958. Oggi la Baronia comprende i comuni di Trevico, Vallesaccarda, Scampitella, Vallata, Carife, Castello, S. Nicola, S. Sossio e Flumeri. Il nome del paese deriva probabilmente dal latino "Tres Vici", che indicava l'insieme di tre villaggi: frazione S. Giuseppe e Taverna delle Noci in Vallesaccarda, e S. Pietro di Olivola verso la Puglia. Alcuni fanno derivare il nome dalla Dea Trivia che una volta aveva un tempio su questo monte. La prima notizia del borgo fortificato è riportata in un atto notarile del 1113, dove si legge che un certo Guarino de Olia, dona una proprietà al rettore della chiesa di S.Pietro Apostolo. A Guarino successe il figlio Riccardo de Formari, ucciso nel 1122 durante la terribile rivolta contadina di Flumeri. Dopo alterne vicende storiche il castello e il feudo passarono per via matrimoniale nel 1375 a Nicola Orsini, seguirono nel dominio Giovanni del Balzo, Consalo de Cordova e Francesco de Loffredo. La città riacquistò il nome di Trivicum nella metà del Cinquecento su iniziativa del marchese Ferdinando Loffredo. Tale famiglia rimase feudataria di Trevico per circa tre secoli. Trevico fu sede vescovile per circa un millennio (da qui anche il motivo dell'appellativo di Città), fino al 1818, anno in cui, dopo il passaggio al Regno delle Due Sicilie, fu unita alla Diocesi di Lacedonia. Il primo vescovo fu Benedetto nel 964. L 'ultimo fu Agostino Gregorio Golini di Giuliano (Aversa) eletto nel 1792. Nel 1422 fu vescovo Nicolò Saraceno Carbonelli che era originario di Trevico. L'antichità di Trevico è testimoniata, oltre che dalla 5° Satira di Orazio Flacco, 3° libro, dove il poeta latino, narrando il suo viaggio da Roma a Venosa nel 20 a .C., racconta di una tappa nella località di "Trivici" presso una probabile stazione di posta detta "Taverna delle noci", anche dai numerosi oggetti quali fibule, vasi, monete e statuette rinvenuti nel corso di alcuni scavi. Nel punto più elevato del centro storico, in posizione strategica di dominio della vallata della Baronia di Vico, sono visibili i ruderi del castello medievale di Trevico, liberamente visitabili. L'edificazione della struttura, secondo alcuni, dovrebbe risalire all'epoca normanna, ma altre teorie attribuirebbero la costruzione addirittura ai romani, a ragione della tecnica costruttiva (mattoni con malta) simile a quella utilizzata per la costruzione degli acquedotti. Di esso, comunque, se ne parla già nel 1078 quando Gradilone, signore del castello di Vico, partecipò ad una sollevazione contro Roberto il Guiscardo che però lo prese e gli fece cavare gli occhi conquistando anche la città di Trevico. Dopo il Medioevo, nei secoli successivi, il castello venne adibito a dimora nobiliare di baroni e marchesi, con alloggi per la servitù, accogliendo altresì locali adibiti a deposito di vettovaglie, frantoi, mulini, magazzini, officine. Purtroppo, successivamente, il castello venne utilizzato come cava per ricavarne pietre e mattoni, il che ovviamente sfigurò orrendamente il castello e spiega quanto poco oggi sia visibile della struttura originaria: una torre cilindrica sul lato orientale, la cinta muraria con sei grandi finestre, senza il rivestimento esterno in travertino, parte degli ambienti un tempo adibiti ad abitazione. Ad aggravare la già precaria situazione del sito, la costruzione nel 1951 di una stazione-osservatorio dell'Aeronautica Militare che comportò l'abbattimento di parte delle mura. Attualmente, la stazione è stata demolita e ricostruita a lato del castello ed i suoi ruderi sono stati riportati alla luce, a testimonianza dell'unità etnica, geografica e politica del territorio della Baronia. Nel 1936 ai piedi del castello vennero piantate le querce dell'attuale Bosco dell'Impero, che nasconde la grande muraglia rimasta ancora in piedi.
   
Fonti: http://www.comune.trevico.av.it/default.asp?pg=storia&lang=it, http://www.museodeicastelli.it/castelli/70-trevico-castello-medioevale.html, http://www.irpinia.info/sito/towns/trevico/castle.htm, http://www.castellidirpinia.com/trevico_it.html, http://www.trevico.net/base.asp?http_request=castello

Foto: la prima è presa da http://www.trevico.net/base.asp?http_request=castello, la seconda è di janisdylan su http://www.paesaggiirpini.it/foto/trevico/castello/2482/

mercoledì 26 luglio 2017

Il castello di mercoledì 26 luglio






MAZZO DI VALTELLINA (SO) - Castello di Pedenale

Fra Tirano, capoluogo dell'antico terziere superiore di Valle e Bormio, il territorio della cosiddetta Magnifica Terra e sede dell'antica contea (la Contea senza conte) sta un gruppo di paesi fra loro non distanti - Mazzo, Grosotto e Grosio - fra i più ricchi di storia ed arte della Valtellina tutta. Fu qui che nei tempi andati - quelli delle lotte fra Papato e Impero, tra guelfi e ghibellini - dominò la signoria dei Venosta venuti dall'omonima valle altoatesina sotto il nome di Matsch. Che Mazzo derivi il nome da Matsch e quindi dai Venosta è assai probabile se non certo. In un documento dell'824 è riferito che vi erano allora in Valtellina o almeno nell'Alta Valle tre chiese battesimali e cioè ad Amatia, Bormio e Poschiavo: la data essendo anteriore alla venuta dei Venosta o Matsch in Valle, l'indicata origine del toponimo non avrebbe ragion d'essere, ma Enrico Besta, forse il più autorevole storico della Valtellina, ha pensato ad una successiva interpolazione e così Mazzo deriverebbe proprio da Matsch. Certo è che all'illustre casata, dapprima stanziatasi in quel di Mazzo e poi estesasi fino a Grosio risalendo la valle adduana, si deve il volto medioevale della zona ricca di torri e castelli, fra cui quello di Mazzo (Qel Castel de Mazzu ancora oggi in dialetto), poi detto di Pedenale forse perchè connesso all'omonima contrada un tempo fortificata nella quale non ci si poteva muovere che a piedi (onde Pedenale") a non voler dar credito ad un etimo illirico dove "pedena" varrebbe per luogo munito. Mazzo fu capoluogo di un'antica pieve di Valle, anzi di una delle quattro più antiche e conseguentemente anche sede del capitanato di pieve. La chiesa appunto plebana di Santo Stefano - l'odierna parrocchiale - estendeva in origine la sua potestà da Sondalo fino a Sernio. Gioverà accennare alle ragioni per cui, oltre alla famiglia princeps dei Venosta, mettessero piede a Mazzo altre illustri casate come i Quadrio e i Lavizzari, contrassegnati i primi sui portoni delle vecchie case - come nel resto dell'alta e media Valtellina - dallo stemma coi tre famosi quadri, gli altri, ossia i Lavizzari, dall'aquila e dalla torre (ma lo stemma più antico esistente nel borgo - ovviamente quello dei Venosta). Furono soprattutto due - sembra - i motivi del cospicuo insediamento: quello accennato dell'importanza della pieve all'ombra dei due poteri sovrani di allora, quello signorile e quello ecclesiastico, e l'altro della salubrità del clima. Infatti, se si pone mente alla collocazione delle case patrizie dei Venosta, dei Quadrio e dei Lavizzari nel contesto urbanistico, per così dire, del borgo, si rileverà come essa discosti signorilmente dalla vita del traffico e quasi nascosta in una quinta del borgo, giustappunto vicina all'antica Plebana. Collocato nei boschi sopra Mazzo di Valtellina, il castello di Pedenale è un esempio del complesso sistema difensivo posto a guardia delle vie che conducevano al Passo del Mortirolo, comprendente anche il Castello di Bellaguarda. La torre (secolo XII) è ciò che rimane di un antico castello edificato dalla potente famiglia Venosta. Ben conservata, ha una pianta quadrangolare e si sviluppa su quattro piani, nelle mura sono state ricavate feritoie e finestre aventi scopo difensivo. Attorno ad essa poche case a schiera ed un alto muro su cui si apre una porta costituiscono l'antica contrada fortificata di Pedenale.

Fonti: http://www.calendariovaltellinese.com/territorio/mazzo-di-valtellina, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1n120-00097/, http://www.waltellina.com/valtellina_valchiavenna/dalla_storia/castello_di_bellaguarda/castello_di_bellaguarda.html

Foto: la prima è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1n120-00097/, la seconda è di Giorgio Sari su http://mapio.net/a/73543153/

martedì 25 luglio 2017

Il castello di martedì 25 luglio






VIDIGULFO (PV) - Castello dei Landriani

Noto fin dall'VIII secolo, appare come Vicus Lodulfi (poi Vigudulfum), probabilmente da un antico proprietario longobardo di nome Lodulfo. Fu sede di un'antica pieve della Diocesi di Pavia. Vidigulfo era in parte signoria di Bernardo, conte di Pavia, che ne fece dono alla chiesa della Ss. Trinità di Pavia; la restante parte pervenne ai Mantegazza che l'assoggettarono all'abbazia di Campomorto e ai Landriani (signori di Landriano), che furono investiti del feudo di Vidigulfo nel 1329 dall'Imperatore Ludovico il Bavaro per i servigi resi e la fedeltà verso l'Imperatore. I Landriani mantennero il feudo fino all'abolizione del feudalesimo. Già esistente nel sec. XI, il castello, dotato di torre, fu al centro di aspre contese, fra Milanesi, Pavesi e Lodigiani, che durarono vari secoli. L'edificio, che doveva svilupparsi in forma quadrilatera intorno a un cortile, è ora composto da 3 ali (nord, est e sud). Manca infatti l'ala di ponente dove si trova un muro di sostegno del terrapieno del cortile. L'accesso avviene dal lato sud attraverso una torre che si spinge fuori dalla linea di facciata. Risulta essere in parte ricostruito, in seguito ai recenti lavori non ancora terminati, come la parte alta della torre, tutta l'ala nord e gran parte dell'ala sud. Si sviluppa su 3 piani (p.terra, primo piano e piano sottotetto). Le strutture di orizzontamento sono costituite da solai in legno e da una volta a crociera nella torre d'ingresso. Il fossato che circonda il castello è stato scavato recentemente. La costruzione, situata all'esterno dell'abitato, sopra un terrazzamento alluvionale interposto tra l'Olona e il Lambro, presenta una pianta ad "U", aperta verso sud-ovest, essendosi perduto, con molta probabilità, il quarto lato. In conformità al probabile impianto originario, rientrerebbe nel tipo dei castelli a pianta quadrangolare, dotato di un'unica torre passante in corrispondenza dell'ingresso (come per esempio i castelli di Cusago e di Peschiera Borromeo). Vi si accede infatti attraverso una torre che reca sulla fronte la particolarità di un alto arco a sesto acuto inquadrante l’archivolto, nella cui svecchiatura in cotto si apre una finestrella di epoca posteriore sopra la quale si nota una Madonnina a fresco (probabilmente trecentesca). La torre possiede una volta a vela con decorazioni pittoriche a stemmi. L'attuale castello è un edificio trecentesco sorto sul luogo di un precedente castello dell'XI secolo, del quale forse ha incorporato parte dei muri. Nei secoli successivi trasformazioni e rimaneggiamenti ne hanno poi grandemente alterato l'aspetto. Caduto in grave stato di abbandono fino agli anni Novanta del secolo scorso, è stato oggi in gran parte riscattato dal meritorio restauro dei suoi proprietari, dopo essere giunto sulla soglia della completa rovina. Mantiene tuttora l’aspetto medievale a mattoni nudi.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Vidigulfo, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A130-00023/, http://www.visitapavia.it/itinerari/Castelli%20nel%20Pavese/Castelli-del-Pavese-Vidigulfo.html

Foto: entrambe sono prese da http://www.lombardiabeniculturali.it (http://www.lombardiabeniculturali.it/img_db/bca/1A130/1/l/23_vid10d01.jpg e http://www.lombardiabeniculturali.it/img_db/bca/1A130/1/l/23_vid10d02.jpg)

lunedì 24 luglio 2017

Il castello di lunedì 24 luglio






FONTECCHIO (AQ) - Palazzo baronale Corvi

Intorno all'XI secolo i piccoli vicus di San Giovanni, San Pietro, Sant'Arcangelo, San Felice e "Fons Tichiae", si unirono dando vita al "Castrum Fonticulanum"; ma, sebbene uniti per ragioni di sicurezza, inizialmente tali piccole realtà mantennero ognuna una propria chiesa, fondando solo intorno al 1080-1095 la comune parrocchia di Santa Maria della Pace, tutt'oggi sede parrocchiale del paese. Grazie allo storiografo aquilano Anton Ludovico Antinori, si apprendono ulteriori frammentarie notizie collocabili in epoca basso medioevale. Due sono i riferimenti principali, di cui l'Arcivescovo Antinori, nel XVIII secolo, ci dà menzione: nel 1145 Fontecchio è feudo di Gualtiero di Gentile, contribuendo alle milizie dello stesso con due soldati a cavallo; nel 1360, invece, il paese risulta appartenere alla diocesi "Valvense", con ben quattro chiese (San Pietro, San Biagio, Santa Maria a Graiano e San Nicola). La storia di Fontecchio sembra entrare bruscamente nel vivo nel XV secolo, quando, a partire dal maggio del 1425, la quasi totalità dei castelli del circondario dell'Aquila vennero cinti d'assedio dallo spregiudicato condottiero mercenario Braccio da Montone, detto "Fortebraccio". Se per i restanti borghi del circondario la resa fu il naturale epilogo dell'invasione subìta, tutto ciò non avvenne per Fontecchio. Anzi, grazie alle gesta ed al coraggio dei suoi abitanti, il tutto arditamente narrato nel De bello Bracciano Aquilae gesto dell'illustre Girolamo Pico Fonticulano, il paese riuscì a respingere l'attacco delle truppe mercenarie, anche attraverso l'aiuto di un altro nobile condottiero fontecchiano del tempo, accorso a dar manforte ai propri concittadini: Rosso Guelfaglione (membro della famiglia Benedetti, originaria del posto, di cui fa parte anche l'astrologo del XVI secolo Giulio Cesare, che predisse il papato al futuro Sisto V). L'episodio che però sembra assurgere a simbolo e tradizione di Fontecchio è senza dubbio rappresentato dall'assedio del 1648 ad opera delle truppe spagnole, logica conseguenza dei moti popolari che incendiarono il Regno delle Due Sicilie nell'anno 1647. Non le fonti più attendibili (che parlano di un assedio durato una decina di giorni), bensì fonti frammentarie e popolari ci tramandano una versione dei fatti che ad oggi impernia in maniera così evidente il simbolismo e la ritualità della civiltà fontecchiana da non poterne tralasciare il racconto. Infatti, si narra, l'assedio durò ben cinquanta giorni ed il paese, ormai allo stremo delle forze, fu liberato dal coraggio della Marchesa Corvi, la quale, dal suo palazzo, sparò un colpo di spingarda colpendo a morte il capo degli assalitori e liberando così il borgo. Ancora oggi ogni sera, a ricordo di tale episodio, l'orologio della Torre batte cinquanta rintocchi, mescolando così storia, leggenda, tradizione, fierezza ma soprattutto respiro di tempi lontani ancora impregnati nei vicoli e nelle mura di Fontecchio. Il paese fu gravemente danneggiato dal terremoto dell'Aquila del 1703, ed in seguito anche da quello del 2009. Il centro storico, di straordinaria bellezza, conserva intatta la caratteristica di borgo fortificato medievale, con porte di accesso, tratti di alte mura, torri, stretti percorsi a gradini acciottolati, eleganti archi in pietra levigata e maestosi palazzi, tra i quali spicca il possente palazzo fortificato dei baroni Corvi (sec. XV-XVI). Nella zona posteriore dell'edificio si colloca la possente torre d’origine romana, più volte rimaneggiata. Si tratta sicuramente di uno dei palazzi signorili più importanti della Valle dell’Aterno che rivela il sovrapporsi di strutture cinque – seicentesche più armoniose a quelle massicce medioevali. La storia lo fa risalire all’epoca romana ove sul sito si posizionava la torre di difesa a pianta quadrata alla quale si aggiunsero successivamente mura bastionate. Nel 1400 intorno ad una grande cisterna si costruì il portico colonnato interno con volte a vela e sovrastante loggiato. Assediata, e probabilmente gravemente danneggiata nel 1423 da parte di Braccio da Montone e, circa due secoli dopo, nel 1648 dagli spagnoli, modificò il suo aspetto prettamente militare e difensivo per diventare una vera e propria residenza baronale. Nel XVIII e XIX sec. si susseguirono vari interventi di manutenzione e razionalizzazione funzionale e nel nostro secolo, durante la seconda guerra mondiale, fu sede del Comando Tedesco e venne danneggiato dall’esplosione di una mina, il Palazzo subì il rifacimento dei tetti di copertura con l’abbassamento delle facciate nella zona d’angolo. La stretta stradina di Via Palazzo divenne, in questa parte, quasi privata in quanto alcune attività svolte dai numerosi servitori alle dipendenze dei Baroni si esercitavano proprio su di essa; infatti vi troviamo le antiche stalle sulla sinistra, le piccole porte che immettevano nelle cantine e nei magazzini del Palazzo, ed ancora, ben mantenuto un caratteristico, grosso caldaio di rame (veniva utilizzato per la coloritura dei panni e la bollitura del mosto o per fare sapone con il grasso di maiale) incastrato a terra al di sopra di un rudimentale focolare, in un angolo reso ancor più suggestivo da porticati soppalcati in legno, e da un bel portale in pietra con sopra incisa la data del 1690 riferita, probabilmente, all’affresco raffigurante un Santo con al di sotto lo stemma della famiglia Corvi. Scendendo per una porta secondaria si arriva lungo la via che si affaccia sulla valle, sotto quella parte del Palazzo più imponente ed austera che con la sua mole occupa l’angolo di nord ovest di Fontecchio. Altro link suggerito: http://www.youreporter.it/video_Palazzo_Corvi_a_Fontecchio_danneggiato_1 (video).




Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Fontecchio, http://www.viaggioinabruzzo.it/aq/fontecchio.htm, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/provincia000.htm#fontecc


Foto: la prima è una foto Ansa presa da http://www.ansa.it/webimages/img_457x/2013/7/1/638a70e49bc5958382c1f696180f3c0a.jpg, la seconda è presa da http://www.viaggioinabruzzo.it/aq/images/Fontecchio/Fontecchio-photogallery/slides/04_P5255073+.html

sabato 22 luglio 2017

Il castello di domenica 23 luglio





PORTOBUFFOLE’ (TV) – Torre civica

Conferma della sua importanza strategica, durante l'epoca feudale il castello passò sotto il controllo di numerose autorità, sia signorili che religiose. Forse all'inizio fu dei Carraresi, essendo poi del Patriarca di Aquileia. Dal 908 l'imperatore Berengario lo donò al vescovo di Ceneda Ripalto. Nel 1166 il centro cadde nell'orbita del comune di Treviso, ma nel 1242 tornò sotto Ceneda. La bastia venne quindi distrutta dal trevigiano Gerardo de' Castelli, per poi essere ripresa e restaurata dai vescovi. Il 2 ottobre 1307  
Portobuffolé fu assegnato a Tolberto da Camino, marito della nota Gaia. Ma le dispute non cessarono: nel 1336 Samaritana Malatesta, seconda moglie di Tolberto, riuscì a riprendere il controllo del castello con l'appoggio dei Veneziani, dopo le minacce dei parenti del marito. Questo evento aprì le porte della città alla Serenissima e il 4 aprile 1339 essa venne dichiarata parte della Repubblica. Dopo la parentesi della guerra di Chioggia con il dominio carrarese, Portobuffolé attraversò il suo periodo d'oro: divenne sede di una podesteria e ottenne un Consiglio Civico, un Consiglio Popolare e un Ordine dei Nobili; al contempo, si affermava come importante centro commerciale e culturale. Dal 1797 Portobuffolé fu controllato dalla Francia rivoluzionaria che aveva invaso il Veneto. Divenne sede di comune e, a capo di un'ampia giurisdizione, manteneva il suo ruolo di importanza essendovi istituito un tribunale civile e criminale. La situazione durò pochi mesi poiché, con il trattato di Campoformio, la Repubblica di Venezia cadeva definitivamente e i suoi territori passavano all'Arciducato d’Austria, per poi tornare francesi nel 1806. L'importanza della cittadina cominciò a declinare: perse il tribunale e la giurisdizione sul distretto. Tornata definitivamente austriaca nel 1815 (Regno Lombardo-Veneto), tra il 1816 e il 1826 la frazione di Settimo fu ricompresa nel limitrofo comune di Brugnera. La città fortificata era circondata da un canale, ricavato deviando il fiume Livenza, e da possenti mura intervallate da sette torri. La Torre civica, che presenta la cima modificata secondo il gusto rinascimentale, è il solo grande monumento che rimane delle sette torri del castello. Alta 28 metri ed edificata sulla destra del Livenza. La sua persistenza è dovuta al fatto che è stata utilizzata come prigione fino all’inizio del secolo scorso. Sopra l'orologio, rinnovato nel 1879, si trovava un foro da cui venivano calati, nella sottostante prigione, i condannati. Sotto l'orologio vi sono alcuni resti di affreschi; la casa edificata ai piedi della torre porta, tra due finestrini ovali, la scritta: "fatta dalle fondamenta il 9 marzo 1187”. Nella facciata a mezzogiorno, i resti di un affresco, rappresentante 4 figure femminili: la Fama, la Carità, la Giustiziae la Pace. Al centro lo stemma del podestà veneto Zaccariol. Sopra la porta del Monte di Pietà, fondato dai veneziani, verso il 1400, con la confisca dei beni della comunità ebraica, un raro esemplare del “Leon in moeca”. Pietra dolce, il leone sacrificato in un tondo, aspetto terrificante, libro chiuso. Manca il saluto augurale: “Pax tibi Marce Evangelista Meus”. Si suppone, pertanto, che tale opera sia stata fatta in tempo di guerra. Lungo ciò che resta delle antiche mura, si può scorgere una botola, la quale conduce ad una galleria sotterranea che collegava i due porti della Città, quello della Piazza principale e quello di Via Rivapiana. Questo tunnel nei secoli ha avuto, poi, diversi usi, come ad esempio quello di sfogo per le tubature fognarie, e dalla popolazione è da sempre ricordato con il nome di Slondrona.




venerdì 21 luglio 2017

Il castello di sabato 22 luglio




PONTE DELL’OLIO (PC) – Castello di Torrano

Il Castello di Torrano si innalza su un poggio precollinare ubicato sul versante destro del fiume Nure, ai margini della strada che collega Ponte dell’Olio a Carpaneto, in provincia di Piacenza. Il primo accenno alla località, detta anche Torano, e Thorano, compare in una pergamena dell’anno 839 nella quale il nome sembra collegato alla famiglia romana dei Turania ed il cui testo è inciso su pietra, affissa alle mura interne del Castello. Nei secoli successivi, intorno al 1192 il sito venne concesso in feudo dal vescovo Tebaldo ad Arduino Confalonieri, uno dei rettori della Lega Lombarda. Il primo nucleo del castello fu probabilmente una torre costruita intorno alla metà del XIII secolo, durante la signoria dei Confalonieri, a cui, intorno al 1250, venne presumibilmente affiancata la villa accanto alla torre come residenza di rappresentanza del “Signore”e la seconda murata con il portale di accesso (Primam Portam), il corpo delle guardie e le armerie. Il sito è ricordato nelle cronache per essere stato, prima occupato dalle truppe di Alberto Scotto e ceduto poi dal duca Galeazzo Visconti ai Fulgosio, accesi sostenitori del partito Guelfo. Fu in questo periodo che si aggiunsero alla torre altri corpi di fabbrica, fino a formare un vero e proprio castello con possenti mura scarpate sormontate da merlatura ghibellina, mura interne e ingresso fortificato. Nel 1321, per controversie lo stesso Galeazzo ordinò la distruzione del fortilizio, per i tempi definito ampio e magnifico. I Fulgosio cedettero Torrano nel 1376 a Corrado Leccacorvi, alla cui morte il castello con annesso feudo passò nel 1466 al figlio primogenito, Luchino. La fase crepuscolare dei Leccacorvi, già in atto da tempo, ebbe il suo definitivo epilogo il 19 Aprile 1522 allorchè Vincenzo Leccacorvi, vendette il castello a Gian Bernardino Marconi. Sulla fine del 1649, ossia in epoca farnesiana, l’investitura di Torrano venne concessa, col titolo di Contea, ai Chiapponi. Sotto la dominazione francese venne poi incamerato dal demanio, che a mezzo del Prefetto del dipartimento del Taro, procedette nel 1812 alla sua alienazione. Da allora numerosi furono i proprietari succedutisi nel possesso, tra cui, dal 1920 al 1970, il barone H. Zipperlen a cui si devono diversi lavori di ampliamento. Essendo il Castello di Torrano ubicato al culmine di una collinetta che si erge a pan di zucchero sulla pianura, non ha mai avuto necessità di provvedere alla propria difesa circondandosi di un fossato, come altri siti, rendendo così inaccessibile il luogo se non attraverso un ponte levatoio che opportunamente retratto costituiva una sorta di impenetrabilità alle minacce esterne. La stessa orografia del sito ne avrebbe impedito la costruzione. Nonostante ciò, e pur non esistendo un dirupo, per accedervi fu comunque costruito un ponte levatoio, sovrastante il fossato a secco che, quando chiuso, dava continuità alla cinta muraria a guisa di maggior impenetrabilità del fortilizio. A valle del periodo feudale, essendo ormai preminente l’utilizzo civile con annesso fondo agricolo, in un imprecisato periodo fra il 1806 e il 1920, dove è documentato dalla ricca raccolta fotografica ritrovata, il ponte levatoio è stato sostituito da un terrapieno per facilitare il passaggio dei carri a supporto delle attività rurali che si sono sostituite nel tempo, via via che la funzione di difesa del castello veniva meno, con annessa scala in sasso per favorire l’accesso pedonale dal fossato. Fortunatamente le originali parti in ferro vennero salvate e ciò consentì, negli anni 60, la sua ricostruzione con lo smantellamento del terrapieno e successivamente della scala in sasso, ridando all’accesso al castello attraverso la “Primam Portam”, il suo “sapore” originario. Non esistono documenti che permettano di risalire alla preesistenza di eventuali arcate anche se, nell’abbattimento del terrapieno, effettuato nel secolo scorso e anch’esso documentato fotograficamente, sono stati ritrovati i resti in sasso del battiponte e di probabili arcate in laterizio Il ponte levatoio ricostruito consente oggi una rappresentazione del tutto identica all’originale che in forza dell’ alloggiamento delle catene e del bolzone, si deduce fosse coevo all’ edificazione del portale d’accesso (Primam Portam). I documenti storici riportano di una camera ai piedi della torre nella quale era una prigione a “canna quadra” di poco più di un metro di lato in cui si celavano i prigionieri. Essa si prolungava fino al volto, ove era praticato un foro, chiuso da ribalta, nel quale si introducevano i disgraziati che per particolari ragioni si volevano tenere nascosti, o condurre a morte. Oggi, probabilmente per un interro o crollo, le prime ricerche non hanno ancora consentito il ritrovamento di tale prigione. Testimonianze locali di soggetti contemporanei riportano di due passaggi sotterranei che dipartendo dal nucleo castellare congiungono, l’uno il borghetto di “la fratta”, fin da allora annesso al feudo di Torrano, l’altro diretto alla sponda sinistra del fiume Nure, presumibilmente nei pressi del Castello di Vigolzone. Nessuna ricerca è stata per ora avviata. Stante che le testimonianze parlano addirittura di bambini, oggi adulti, che in questi cunicoli si addentravano per gioco, si presume che ne residuassero soltanto alcuni tratti. Sono state ritrovate 3 croci in ferro, durante alcuni lavori agricoli, a poca profondità dal suolo, nell’area antistante gli edifici ex rurali posti all’esterno delle mura a sud del castello Si tratta di oggetti in ferro di foggia diversa e di periodi presumibilmente diversi, ritrovati a pochi passi l’uno dagli altri. Protezione, minaccia, benedizione, maleficio, riti religiosi, esoterismo? L’unico riferimento a tre croci è quello di Gerusalemme e forse più semplicemente si tratta di oggetti abbandonati per incuria e poi nascosti dal tempo. All’esterno delle mura a nord del castello durante i lavori di manutenzione del verde è emersa la traccia di una stella a cinque punte di circa 3 metri di diametro disegnata da sassi irregolari e posta dove oggi sono presenti 2 imponenti lauri. Non è stato possibile datare il ritrovamento, né un piccolo scavo al centro ha fornito alcuna informazione. Si presume che la stessa fosse precedente alle piante e quindi risalente ad almeno 80 anni fa. Forse un semplice disegno di arredo o un riferimento di appartenenza sociale e/o culturale. Oggi il castello è di proprietà privata e sono in corso opere di restauro. La struttura è solida e compatta, circondata da torri e mura scarpate e dotata di ponte a scavalcare il fossato vuoto. Spicca, senza dubbio, la grossa torre quadrata in pietra, sormontata da un'altana in mattoni. Lo schema planimetrico della cinta muraria che racchiude il nucleo e l'importante torre, è trapezoidale. La cinta muraria a sud-ovest, preceduta da una corte, fu edificata probabilmente nel XV secolo. E' delimitata da due corpi di fabbrica, collocati esternamente alla cinta, che imprigionano una torre-rivellino con portale arcuato ed é coronata dai beccatelli in mattoni.  




Il castello di venerdì 21 luglio






TRECCHINA (PZ) - Castello

Trecchina appare in un documento del 1079 col nome di Triclina. Il paese fu successivamente prima roccaforte gotica, poi longobarda. Dopo essere stata distrutta dai Saraceni, fu riedificata dai Longobardi di Salerno. Tra il XI e il XII secolo fu interessata da correnti migratorie di gruppi eretici provenienti dal Piemonte, in particolare dal Monferrato, che hanno lasciato una indelebile traccia nel dialetto locale. Nell'epoca dei regimi feudali appartenne alla contea di Lauria, sotto la famiglia Sanseverino, e a quella di Tortora, sotto la famiglia Vitale. Tra i numerosi passaggi di proprietà del borgo, segnaliamo che nell'anno 1500 circa il feudatario Roberto Sanseverino, principe di Salerno, donò il castello di Trecchina (“la terra di Trecchiena”) al conte Michele Rizzo de Ricci di Castellammare di Stabia, ma questa famiglia detenne il feudo per poco tempo, avendo sostenuto l'entrata dei francesi in Napoli. Il castello di Trecchina, i cui ruderi sovrastano ancora oggi la parte antica dell'abitato, è situato in posizione eminente e circondato da folti e rigogliosi castagneti. Ivi convennero spesso dame e gentiluomini dai feudi vicini, per cacce e altri divertimenti del tempo, coi quali il duca cercava di alleviare le sofferenze delle giovini spose. Molto spesso, oltre alle tristi leggende, tuttora in voga tra il popolo, di signori tirannici, di scene di sangue, di trabocchetti, di veleni, vi sono fatti mondani, come sembra accertato a Trecchina (al contrario di molti altri feudi della Provincia), che non ebbe feudatari oppressori, ma signori che non si avvalsero mai dei privilegi odiosi, che la civiltà del tempo pur loro conferiva a diritto. Più che di un castello, si deve parlare di un palazzo baronale, che fu fatto costruire nel 1530 dal feudatario Antonio Palmieri, barone di Latronico. Piccolo il feudo, piccolo il castello, formato di due piani: quello a piano terra, composto di otto vani e di un lungo corridoio centrale: era addetto agli armati, ai familiari, ai depositi, alle cucine; e quello superiore addetto al feudatario, composto di sei vani e di un vasto salone. In esso immetteva la lunga gradinata interna, che si partiva da una specie di peristilio, compreso fra il corridoio e il portone d'ingresso. Sui lati sud e nord lunghe file di feritoie, insieme ad una torretta merlata posta sulla parte centrale del palazzo e ad un'altra torre posta sulla strada d'accesso, difendevano la dimora del signore, mentre sul lato est, strapiombante sulla valle, s'aprivano gli ampi e soleggiati veroni. Il castello non era una ricca e splendida dimora, poiché abitato dal feudatario solo nelle saltuarie e brevi visite alle terre, né una solida costruzione perché già verso la fine del 1750 era in rovina, prima cioè che lo spaventoso terremoto del 1783 ne abbattesse le ultime vestigia. Anche la sua posizione assai elevata lo rendeva maggiormente esposto all'opera deleteria del tempo. Il castello visse il suo periodo più bello e più romantico con Giovanna Zufia, moglie di a Gianbattista Pescara e duchessa della Saracena (1615). La duchessa Giovanna, di cagionevole salute, venne a stabilirsi per lungo tempo nel ridente per quanto modesto maniero.

Fonti: http://www.vacanzeinbasilicata.it/Basilicata/Potenza/Comuni/Trecchina/Da-Visitare/Trecchina-Castello.asp, https://it.wikipedia.org/wiki/Trecchina

Foto: la prima è di Michele Santarsiere su http://www.michelesantarsiere.it/trecchina-pz/, la seconda è di Studio "Due Piu" su http://www.comune.trecchina.pz.it/scorrevoli/14.jpg

giovedì 20 luglio 2017

Il castello di giovedì 20 luglio






MURO LECCESE (LE) - Palazzo del Principe

Nel Medioevo e precisamente nel 1156, il normanno Guglielmo Bosco fu il primo principe di Muro; in seguito Ruggero figlio di Tancredi d'Altavilla conte di Lecce, concesse il feudo ad Alessandro Gothi. Nel periodo angioino il feudo appartenne alla casata dei De' Monti marchesi di Corigliano d'Otranto. Nel XIV secolo il feudo di Muro Leccese fu riservato alla corona. Passò dunque alla famiglia degli Orsini Del Balzo principi di Taranto, che delimitarono i confini del feudo (1438), concedendolo ai Protonobilissimo, casata di origini tarantine. Costoro furono principi di Muro fino al 1774, quando la città passò al demanio. Nel 1797 il feudo fu concesso da Re Ferdinando al principe Antonio Maria Pignatelli di Belmonte: questa casata tenne il feudo fino al 1854, quando poi fu venduta al Cavaliere Achille Tamborino. Dal 1861 seguì le sorti della Nazione. Il borgo antico , denominato "Terra" , è costituito da un agglomerato di piccole costruzioni distribuite lungo un dedalo di viuzze. Il Palazzo del Principe, che i muresi sino alla metà dell'ottocento chiamavano "Castello", insieme al borgo "Terra" costituivano sicuramente l'antico borgo fortificato mediovale di Muro Leccese. Il palazzo fu edificato nella seconda metà del XV secolo sui resti di una struttura medievale del Quattrocento, una fortificazione che cingeva molto probabilmente tutto il borgo medievale. Nella zona nord del Palazzo sono stati portati alla luce un fossato profondo circa quattro metri, ricavato nella roccia, e un tratto di muratura con il toro, caratteristica modanatura a tondino delle fortificazioni militari della fine del XV secolo. Inoltre, nel cortile del Palazzo, adiacente alla fortificazione, è stato individuato un viottolo in cui erano ricavati nella roccia delle fosse granarie di splendida fattura. L'edificio si presenta con un'austera facciata - su Piazza del Popolo - costituita da un portale, sormontato dallo stemma dei Protonobilissimo che raffigura un dragone, e da finestre e balconi di gusto rinascimentale. Entrando attraverso l'androne che conduce al cortile è possibile vedere, sotto il ponte di accesso, il fossato interrato al momento dell'ampliamento dell'edificio. Nel cortile, a sinistra, un breve tratto di viottolo con silo, relativo all'abitato quattrocentesco fu inglobato nel palazzo nel XVII secolo. Sempre nel cortile è possibile leggere, grazie all'utilizzo di tipi di pietra diversi nella costruzione del pavimento moderno, l'andamento delle murature medievali emerse durante gli scavi archeologici. A sinistra del cortile si accede, attraverso un secondo ponte che scavalca il viottolo con i silos, alle stalle seicentesche che ospitano il "Museo del Borgo". Sul lato opposto, si entra nel palazzo vero e proprio tramite una porta monumentale sulla cui architrave è riportata la data 1546. All'interno, nei tre vani principali del piano terra, i più antichi del palazzo, si possono distinguere sulle pareti le originarie disposizioni delle porte e delle finestre, lasciate a vista dopo i restauri del 2002. Nei quattro angoli della sala centrale sono conservati peducci decorati da figure fantastiche alternate a figure umane (il bambino che si affaccia alla vita e un uomo piegato dal peso degli anni). All´angolo opposto del palazzo è situata la piccola cappella ad uso della famiglia feudatale. Dal cortile, attraverso la scala monumentale seicentesca coronata dallo stemma dei Protonobilissimo, si accede agli ambienti del piano nobile con la grande sala del ricevimento e gli appartamenti privati del principe e della principessa. Nella camera da letto, dietro un armadio si conserva la latrina privata, mentre nella sala ricevimenti c´è un camino con incisa la data 1759. Sempre dal cortile si accede nei sotterranei dove sono visibili enormi pile monolitiche in pietra leccese per la conservazione dell'olio, le finestre a bocca di lupo per la difesa del castello cinquecentesco e, infine, il vano delle carceri, ricco di graffiti ed incisioni lasciate dai prigionieri. I motivi riprodotti rappresentano animali, figure umane, simboli religiosi ed anche delle tacche che indicano il trascorrere dei giorni di prigionia. Attualmente l'edificio, è in parte destinato a sede comunale, per il resto viene utilizzato come contenitore culturale. Alcune stanze ospitano il museo che raccoglie reperti medievali e quelli provenienti dall'antica città messapica, qui esistita fra il IV e il II secolo a.C. Altri link consigliati: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/muro.htm (scheda di Borgo Terra - Muro Leccese), http://www.japigia.com/le/muro/index.shtml?A=muro_3, https://www.youtube.com/watch?v=JnjBzb9GZ_Q (video di Pasquale Urso).
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Muro_Leccese, http://www.comune.muroleccese.le.it/territorio/da-visitare/item/palazzo-del-principe, http://www.salentoplus.it/luoghi/luogo_palazzodelprincipe_muroleccese.php

Foto: la prima è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Muro_Leccese#/media/File:Muro_Palazzo_del_Principe.jpg, la seconda è di carlom su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/83247/view

mercoledì 19 luglio 2017

Il castello di mercoledì 19 luglio






TORRECUSO (BN) - Palazzo Caracciolo-Cito

Torrecuso nacque come castello costruito dai Longobardi a difesa e guardia della città di Benevento, capitale del Ducato Longobardo del Centro-Sud. Il colle a Nord di Benevento su cui fu edificato questo castello, diede probabilmente origine anche al nome di Torrecuso. Torrecuso cioè viene da "Torus" o "Toronis" che significa altura o colle, rispondente alla situazione del paese; da "Torus" poi il diminutivo "Torricolus" donde, per successivi pervertimenti, "Torlicoso" e infine Torrecuso. Il borgo antico è di impianto medioevale. Su tutto domina il castello, che fu costruito secondo i canoni architettonici dell'epoca: una struttura triangolare a tre torri. Un castello a tre torri è ancora oggi lo stemma ufficiale del Comune di Torrecuso. Intorno al castello si sviluppa tutto il centro storico rimasto pressoché intatto e recuperato da poco. Sul finire del '700, sotto il dominio dei marchesi Cito, l'antico castello a tre torri fu convertito, ad opera dell'architetto napoletano Barba, in palazzo settecentesco di stile vanvitelliano. Fu dominio feudale della Baronia dei Fenocchio poi passò ai Della Leonessa, ai Caracciolo e infine ai Cito. Fu sempre Comune autonomo e tra i secoli XVII e XVIII, conseguì la sua massima prosperità, con un ceto civile numeroso ed insigne per probità e cultura. Nel XV sec. vi si stabilì la famiglia Mellusi proveniente da Sant'Agata de' Goti, che diede i natali ad Antonio Mellusi, definito "il gentil poeta del Sannio". Nato dalla trasformazione dell'antico castello a tre torri operata alla fine del '700 sotto il marchesato dei Cito, il palazzo Caracciolo-Cito è stato restaurato e riportato al suo antico splendore nel primo decennio di questo secolo. Spettacolari i paesaggi che si possono ammirare dai suoi terrazzi. Una sua ala è sede del Comune di Torrecuso. La parte restante dell'edificio ospita la filiera Enogastronomica del Sannio e l'annessa scuola del gusto dei prodotti tipici locali.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torrecuso, http://www.galtaburno.it/camminideuropa/torrecuso-monumenti-palazzi-storici-musei/

Foto: la prima è presa da http://www.galtaburno.it/camminideuropa/torrecuso-monumenti-palazzi-storici-musei/, la seconda è presa da http://www.comuni-italiani.it/imco/062/076/comune.jpg