sabato 22 luglio 2017

Il castello di domenica 23 luglio





PORTOBUFFOLE’ (TV) – Torre civica

Conferma della sua importanza strategica, durante l'epoca feudale il castello passò sotto il controllo di numerose autorità, sia signorili che religiose. Forse all'inizio fu dei Carraresi, essendo poi del Patriarca di Aquileia. Dal 908 l'imperatore Berengario lo donò al vescovo di Ceneda Ripalto. Nel 1166 il centro cadde nell'orbita del comune di Treviso, ma nel 1242 tornò sotto Ceneda. La bastia venne quindi distrutta dal trevigiano Gerardo de' Castelli, per poi essere ripresa e restaurata dai vescovi. Il 2 ottobre 1307  
Portobuffolé fu assegnato a Tolberto da Camino, marito della nota Gaia. Ma le dispute non cessarono: nel 1336 Samaritana Malatesta, seconda moglie di Tolberto, riuscì a riprendere il controllo del castello con l'appoggio dei Veneziani, dopo le minacce dei parenti del marito. Questo evento aprì le porte della città alla Serenissima e il 4 aprile 1339 essa venne dichiarata parte della Repubblica. Dopo la parentesi della guerra di Chioggia con il dominio carrarese, Portobuffolé attraversò il suo periodo d'oro: divenne sede di una podesteria e ottenne un Consiglio Civico, un Consiglio Popolare e un Ordine dei Nobili; al contempo, si affermava come importante centro commerciale e culturale. Dal 1797 Portobuffolé fu controllato dalla Francia rivoluzionaria che aveva invaso il Veneto. Divenne sede di comune e, a capo di un'ampia giurisdizione, manteneva il suo ruolo di importanza essendovi istituito un tribunale civile e criminale. La situazione durò pochi mesi poiché, con il trattato di Campoformio, la Repubblica di Venezia cadeva definitivamente e i suoi territori passavano all'Arciducato d’Austria, per poi tornare francesi nel 1806. L'importanza della cittadina cominciò a declinare: perse il tribunale e la giurisdizione sul distretto. Tornata definitivamente austriaca nel 1815 (Regno Lombardo-Veneto), tra il 1816 e il 1826 la frazione di Settimo fu ricompresa nel limitrofo comune di Brugnera. La città fortificata era circondata da un canale, ricavato deviando il fiume Livenza, e da possenti mura intervallate da sette torri. La Torre civica, che presenta la cima modificata secondo il gusto rinascimentale, è il solo grande monumento che rimane delle sette torri del castello. Alta 28 metri ed edificata sulla destra del Livenza. La sua persistenza è dovuta al fatto che è stata utilizzata come prigione fino all’inizio del secolo scorso. Sopra l'orologio, rinnovato nel 1879, si trovava un foro da cui venivano calati, nella sottostante prigione, i condannati. Sotto l'orologio vi sono alcuni resti di affreschi; la casa edificata ai piedi della torre porta, tra due finestrini ovali, la scritta: "fatta dalle fondamenta il 9 marzo 1187”. Nella facciata a mezzogiorno, i resti di un affresco, rappresentante 4 figure femminili: la Fama, la Carità, la Giustiziae la Pace. Al centro lo stemma del podestà veneto Zaccariol. Sopra la porta del Monte di Pietà, fondato dai veneziani, verso il 1400, con la confisca dei beni della comunità ebraica, un raro esemplare del “Leon in moeca”. Pietra dolce, il leone sacrificato in un tondo, aspetto terrificante, libro chiuso. Manca il saluto augurale: “Pax tibi Marce Evangelista Meus”. Si suppone, pertanto, che tale opera sia stata fatta in tempo di guerra. Lungo ciò che resta delle antiche mura, si può scorgere una botola, la quale conduce ad una galleria sotterranea che collegava i due porti della Città, quello della Piazza principale e quello di Via Rivapiana. Questo tunnel nei secoli ha avuto, poi, diversi usi, come ad esempio quello di sfogo per le tubature fognarie, e dalla popolazione è da sempre ricordato con il nome di Slondrona.




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