lunedì 30 settembre 2013

Il castello di lunedì 30 settembre






MELAZZO (AL) – Castello di Moncrescente

Tra le colline impervie che dominano la valle dell'Erro è posto un grande castello in rovina dalla pianta ottagonale seminascosto dalla vegetazione, dalla forma simile ad un recipiente per il vino, che gli ha valso il nome dialettale di "tinassa", cioè "tinozza". Avvicinandosi a Moncrescente è inevitabile notare le sue imponenti torri che si stagliano contro il cielo, le arcate e le alte mura che fanno pensare alla maestosità che doveva possedere un tempo la costruzione, sita in un luogo strategico, dominante il bacino dell'Erro e della Bormida. La prima caratteristica interessante di questo edificio è certamente la pianta ottagonale, tipica delle costruzioni appartenenti ai Cavalieri Templari, il noto ordine di monaci guerrieri che aveva documentati possedimenti nei dintorni, come la mansione di Acqui Terme e di Ponzone. La costruzione del recinto di Moncrescente, sulla base dell'evidenza architettonica e delle più precoci attestazioni documentarie, risalirebbe alla prima metà del XIV secolo ma il sito venne già occupato in precedenza da una fortificazione, testimoniata dalla base in pietra di una torre quadrata databile al XII-XIII secolo. La destinazione di Moncrescente era prevalentemente militare: essa doveva ospitare un discreto contingente di armati, ma fu utilizzata per un breve periodo di tempo, risultando già in disuso alla metà del Cinquecento. Il precoce abbandono e la posizione isolata hanno permesso la conservazione della fortezza nelle sue fasi originali trecentesche, non alterate da modificazioni successive: sono ancora visibili vari dispositivi legati alle esigenze difensive del castello (feritoie e sistemi di chiusura dell'ingresso), ma anche alcuni elementi legati alla vita quotidiana di chi soggiornò in questo luogo (cisterne per l'acqua e ben cinque latrine). Il maniero funge da scenario per l'opera "La Leonora, ragionamento sulla vera bellezza", dell' umanista Giuseppe Betussi, dialogo conviviale dedicato ad Eleonora Croce, moglie del Conte Falletti, signore di Melazzo. Esso è ambientato nel 1552 tra i ruderi di Moncrescente e, perciò, sappiamo che a quell'epoca il maniero era già in rovina ("…questi quasi deserti luoghi, i quali mai più forse non si potranno gloriare di così aventurosa sorte…"). L'edificio, oggi in stato di abbandono, è comunque visitabile anche se a proprio rischio e pericolo, in quanto le mura presentano profonde crepe che, se non si provvederà presto ad un intervento di restauro e consolidamento, fanno supporre che la costruzione possa crollare prossimamente. La crepa più evidente, che taglia nettamente un'intera parete, però, non è dovuta al decadimento, ma ad un fulmine che colpì la costruzione durante un terribile temporale estivo. Dentro al recinto, il terreno è ancora più incolto: sterpaglie, terriccio, vegetazione sparsa. Si sente come un senso di ovattamento. Accanto al castello si trova una casa ora diroccata e dall'aspetto piuttosto tenebroso che fino a non molti anni fa era abitata da una famiglia di mezzadri. Alla forma del castello è legata questa leggenda: "Tanto tanto tempo fa gli uomini con uno sforzo immenso riuscirono a costruire un enorme tino, un’opera grandiosa ideata per contenere una straordinaria quantità di vino. Quest’opera, però, suscitò una grande rabbia da parte del Diavolo, che adirato dall’imponenza del grande tino ed invidioso, come sempre degli uomini, decise di distruggerlo, così lo capovolse, rendendolo inutilizzabile per la raccolta dei grappoli d’uva e la successiva vinificazione. Gli uomini delle nostre terre tuttavia continuarono, come ben sappiamo, a produrre il loro vino altrove divenendo famosi per la loro maestria ed anche la "Tinosa" o “Tinassa” continuò ad essere utilizzata: infatti, capovolta e privata del suo fondo forniva un ’ ottima protezione e divenne un imponente castello, conosciuto dai dotti come Moncrescente, ma ancora popolarmente noto come "Tinosa" in ricordo della sua primitiva funzione di grosso tino. Il diavolo, comunque, non rinunciò a ‘metterci la coda’: infatti, quando il castello perse le sue funzioni militari e fu ridotto a rovina, tra le sue antiche mura tornarono a riunirsi le adepte del diavolo, le streghe". Che il maniero continui ad essere prediletto da sedicenti maghi e teatro per culti neopagani è stato testimoniato da un ben informato e loquace signore del luogo: tempo fa ha dovuto segnalare all'attuale proprietario del bosco in cui sorge la Tinassa la presenza periodica e costante di parecchie persone, che non sembravano semplici turisti, visto che le loro visite erano principalmente notturne. Così, una notte, il proprietario ha deciso di andar a controllare che cosa stessero facendo, a quanto pare non intimorito dal possibile incontro con seguaci del diavolo. Ha così visto un gruppo di persone in cerchio che bruciavano un fantoccio di paglia: un rito pagano in piena regola, che potrebbe proprio essere ispirato a riti celtici: di purificazione, feste del Fuoco, come Beltene, poi diventata Calendimaggio.


Foto: entrambe dal sito http://www.itisacqui.it

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